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Il mio Pollino

Il mio Pollino

Per il giorno dopo a quello del mio 70° compleanno (che è il 29 luglio 2016) mi hanno invitato a San Severino Lucano per una conferenza. Che bello, mi dico. Così potrò finalmente tornare in quella meravigliosa zona del Monte Pollino dove ero stato 35 anni fa e poi mai più.

Per pura combinazione anche mia figlia Elena, assieme al fidanzato belga Gilles, sarà da quelle parti (Puglia, Basilicata, Calabria). E sempre per “combinazione” l’una compie gli anni il 30 e l’altro il 31!

Con Giorgio Braschi, salendo a Serra di Crispo
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Dunque sarà una vera e propria spedizione, cui si aggrega Guya, ma naturalmente anche la mamma di Gilles, Ilse, come pure la mamma di Elena, Bibi, e Andrea.

Dopo aver approfittato di macchinosi recuperi all’aeroporto di Bari, la sera del mio compleanno festeggiamo in una magnifica sala banchetti a Mezzana Salice, a una decina di km da San Severino: si tratta del Mulino Iannarelli, locale ricavato appunto da un vecchio mulino e risistemato in modo esemplare.

C’è grande gioia in aria, nonché forte aspettativa per la gita di domani nel gruppo del Pollino. Spendo alcune parole per illustrare le caratteristiche di questo parco nazionale, del tutto singolari, probabilmente uniche. La differenza di paesaggio tra il versante settentrionale e quello meridionale, per esempio. I boschi di faggio contrapposti ai versanti nudi e ripidi, talvolta intagliati da gole grandiose come quelle del Barile e del Raganello. Paesaggi che non trovano riscontro neppure nelle altre belle zone della catena appenninica, figuriamoci nelle Alpi.

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Poi imposto un delirio poetico sul pino loricato, che decanto come l’albero che, assieme al maggiociondolo, mi è più caro. Sorvolo sulla risposta alla domanda “perché due alberi così diversi” fatta da chi li conosce. Racconto del mio maggiociondolo in giardino a Milano, piantato nel 2011: ha fatto i fiori gialli a grappolo solo in quell’anno, poi basta. Ogni primavera spio eventuali germogli, scaccio le lumache: arriva maggio e… niente da fare! Solo quest’anno la mia pianta si è sforzata un po’ di più e ha prodotto ben due grappoli! Due di numero. Una gioia immensa, subito ridimensionata da una gita contemporanea dalle parti dei Piani dei Resinelli sotto i quali, sulla strada dei tornanti di accesso, ho visto boschi interi di maggiociondolo, così gialli da sembrare una macchia mediterranea quando fioriscono le ginestre.

Ma torniamo al pino loricato. Loricato perché “corazzato”, come la corazza degli antichi legionari romani, rinforzata con scaglie metalliche. La sua corteccia infatti, grigia e rilucente, somiglia molto a una corazza. Cresce nei punti più improbabili, solo oltre una certa quota e solo lì sul Pollino (a parte i Balcani). Si slancia verso il cielo assumendo forme di volta in volta irose, minacciose, comunque di sfida. Le sue statiche contorsioni suggeriscono una ribellione perenne, come quella del vecchio guerriero che non vuole cedere al nemico ma tanto meno alla vecchiaia che avanza. Messi assieme non sembrano un esercito, appaiono piuttosto come samurai che obbediscono al loro proprio codice d’onore. Puntati e ritorti all’azzurro, dominano su vaste foreste di faggio, il cui verde mite e uniforme sembra un cielo inferiore.

Una delle tante foto con i pini loricati
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La solennità di questa descrizione è stata comunque messa a dura prova durante la traduzione in inglese a beneficio di Gilles…

Antipasti, primi, secondi, dolce e vino pregiato di cantina: la festa volge alla fine, ci si scambia qualche dono. E l’ombra del pino loricato si allunga su di noi che stiamo andando a dormire.

Giorgio Braschi spiega a Guya qualcosa sul panorama da Serra di Crispo
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Il giorno dopo è un tripudio, oltre che mantenimento delle promesse. Ci accompagnano Giorgio Braschi, Maurizio Lofiego, Saverio e Carmela De Marco. Giorgio è riconosciuto essere il più esperto conoscitore di questa montagna e annesso parco, ma anche gli altri tre non sono da meno. Ciò che il primo dimentica di dirci, in mezzo a una graditissima valanga di parole, viene immediatamente ricordato da uno degli altri tre, che a turno s’inserisce in questo travaso di cultura a piena immersione. La gentilezza e il desiderio di fare in modo che anche noi amiamo questo luogo sono gli strumenti che operano con precisione sulla nostra voglia di capire perché questo luogo ci stia prendendo così tanto.

Prima immersi nel verde dei faggi, camminando su varianti inventate da Giorgio, poi per ampie radure vedendo solo alla lontana altre due o tre comitive: fino alla gloriosa Fontana Pitt’accurc’, con un’acqua così buona da sembrare quasi vino bianco fresco.

Foto di gruppo a Serra di Crispo. In primo piano, da sinistra: Saverio De Marco, Maurizio Lofiego e Guya Spaziani; dietro, Ilse Vromann, Andrea Cito Filomarino, Elena Gogna, Gilles Vromann; in terza fila, Alessandro Gogna, Carmela De Marco (con dietro Bibiana Ferrari) e Giorgio Braschi
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Ci presentano una forma di pane tipo pugliese come trofeo-sorpresa. Il pane piace a tutti, ma sinceramente non comprendiamo il perché di tanto orgoglio. Poi ce la mettono in mano e così ci accorgiamo che peserà sui tre kg, perché all’interno è completamente farcita da qualcosa che nessuno ci rivela. Solo quando la mangeremo, in vetta alla Serra di Crispo.

Nel caldo della tarda mattinata di fine luglio, tra cavalli semibradi che pascolano e nitriscono, arriviamo al limitare della faggeta che, di colpo, si apre e lascia spazio ai primi pini loricati.

Ornella Antonioli segue Andrea Savonitto al Piano del Vacquarro (Pollino), 25 settembre 1981Radici di faggio salendo al Piano del Vacquarro (Pollino), 25.9.1981

Avverto la compagnia che ancora ripensa alle descrizioni della sera prima, sento una comprensione improvvisa, come una conoscenza che t’investe senza più bisogno di domande, nella pace della spaziosa cima, seduti sulle radici dei pini con un panorama grande quanto la generosità di questo luogo.

Trentacinque anni fa ne ero stato ammaliato, oggi ho finalmente capito il perché. Farsi le foto con i pini nulla ha a che vedere con gli scatti assieme ai centurioni del Colosseo. Perché questi, di sicuro, sono guerrieri veri.

Per la discesa altre varianti senza sentiero per riguadagnare il bosco, solo che la discesa si rivela essere più lunga di quanto alcune gambe possano sopportare. In questo la meno allenata, Ilse, è stata anche la più stoica. Quanto alle mie, nessun problema. A dispetto dell’età (il suono dei settanta). Perché questo succede nelle giornate magiche quando si fanno le stesse cose fatte a trentacinque, con più gusto, con più vita alle spalle e con ancora più amore.

Salendo al Monte Pollino, uno sguardo verso il Vallone di Gaudolino tra i pini loricati, 25 settembre 1981
Salendo al M. Pollino, uno sguardo verso il Vallone di Gaudolino. 25.9.1981

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Sud verticale

E’ appena uscita la nuova guida Sud verticale, una completa monografia di ghiaccio, scialpinismo, roccia, falesie e ferrate nei Parchi del Pollino e dell’Appennino Lucano. L’autore è Guido Gravame, l’editore è Idea Montagna.

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Sono passati quasi 35 anni da quando, assieme a mia moglie Ornella e Andrea Savonitto, nel corso del nostro lungo peregrinare nelle montagne del Sud, capitammo sulle montagne del Pollino. Pur dotati di carte militari dell’IGM eravamo completamente all’oscuro di cosa avremmo trovato, ma una cosa era chiara fin da subito. Sul versante settentrionale avremmo trovato una montagna meravigliosa, piena di boschi e di itinerari anche impegnativi; su quello meridionale grandi dislivelli e precipizi dirupati e selvaggi. Non mi aspettavo grandi pareti di roccia, perché non ero riuscito a reperire in anticipo alcuna documentazione fotografica. E dunque, quale non fu la nostra sorpresa, con conseguente eccitazione, quando scoprimmo ciò che sovrastava Civita! Gole profondissime, canyon… e soprattutto pareti a perdita d’occhio, una specie di novello Verdon dalle proporzioni gigantesche e del tutto inesplorato.

Fummo subito presi dalla frenesia del fare, anche se i giorni che avevo messo a disposizione per la zona del Pollino erano comunque limitati. Ci scontrammo subito con la difficoltà di avere qualunque genere di informazioni sul posto, controbilanciata dalla sorpresa dell’aver trovato alcune strade poderali sterrate che non ci aspettavamo (sulle carte non c’erano) e che ci facilitavano decisamente le cose.

Alla fine riuscimmo essenzialmente ad aprire una via difficile sull’imponente parete ovest della Pietra del Demanio e ad attraversare in senso est-ovest l’intera Gola del Barile. In realtà ci siamo impegnati a risalire questo fantastico canyon non propriamente con il solo scopo esplorativo: ci interessava l’enorme parete sovrastante, la Sud-ovest della Timpa di San Lorenzo, a occhio e croce la più alta di tutto il Meridione d’Italia. Pur osservando con molta attenzione, non riuscimmo a trovare un itinerario possibile nello stile mordi e fuggi. Per tutto il canyon lo zoccolo basale della parete ci risultò costituito di immani placconate lisce che di certo avrebbero richiesto molti tentativi, un’attrezzatura e magari anche qualche chiodo a pressione (che non avevamo neppure). Ci sfuggì la possibilità sfruttata molti anni dopo da Giovanni Peruzzini e Alessandro Manià: loro seguirono una lunga cengia che taglia in basso la parete (la cengia di Sant’Anna) evitando così lo zoccolo e risalirono diretti alla vetta per quella che chiamarono la via del Moto Perpetuo.

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Questa grande impresa è solo la prima ad affrontare la grande parete: io mi auguro che prima o poi qualche forte cordata riprenderà il nostro vecchio progetto e salirà dal fondo della Gola del Barile sull’intera parete, magari più a destra di Moto Perpetuo, dove è presumibile trovare difese naturali ancora maggiori.

Insomma, un ricordo meraviglioso, ingigantito dal lungo silenzio che seguì le nostre esplorazioni, poi ulteriormente amplificato da vaghe notizie di nuove timide aperture e di qualche grande impresa. Già mi ero interessato a queste nuove frequentazioni per la stesura del mio La Pietra dei Sogni, ma questa guida che sto presentando elenca le nuove vie e le descrive con grande precisione e amore. Rimarchevoli le annotazioni storiche per ciascun itinerario, sia esso di completa avventura sia plaisir. Alla fine si vengono a conoscere nei dettagli imprese, uomini e donne che qui hanno esplorato, sofferto e vinto, oppure qualche volta sono stati sconfitti. Noi questi alpinisti dobbiamo ringraziarli perché sono loro ad aver portato e portare avanti un discorso che viene da molto lontano.

Francesco Nuovo in uscita da Ottobre Rosso sulla parete sud-ovest di Timpa Falconara. Foto: Guido Gravame
Francesco Nuovo in uscita da Ottobre Rosso sulla parete SW Timpa Falconara

Con piacere vedo che il format, già ampiamente collaudato dall’Editore per la sua bellissima serie di guide del Gruppo di Brenta, è stato applicato anche qui sul Pollino e dintorni, con il risultato, grazie anche e soprattutto alla competenza dell’Autore, di fare chiarezza su un gruppo di montagne che dovrà essere noto d’ora in avanti non solo perché a suo tempo è stato dichiarato Parco Nazionale, ma anche perché costituisce un grande luogo d’avventura. Qui l’avventura è propria non solo delle pareti da arrampicare in tutte le stagioni: qui l’avventura è essenza intima di ogni modo di muoversi e di conoscere. Sono pochi i luoghi, nelle Alpi e nell’Appennino, a essere ancora così.

Alessandro Gogna, 1a ascensione della via del Peperoncino, seconda lunghezza, Pietra del Demanio (Gola del Raganello inferiore), 26 settembre1981
Parco Pollino, Raganello inferiore, A. Gogna sulla 2a L della via del Peperoncino, 1a asc.,26.09.1981

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La Basilicata è un’utopia

La Basilicata è un’utopia
di Marzio Nardi
(parzialmente già pubblicato su Planetmountain.com)

Era il 1985 e poche settimane prima dell’ultima vacanza che feci con i miei genitori (quella volta in Sud Italia) comperai Mezzogiorno di Pietra di Alessandro Gogna, nella speranza di visitare uno dei luoghi descritti nel libro. Sfogliando quelle pagine, il mio sguardo restò appeso alla foto di un paese in cui le pietre uscivano dai tetti delle Case. Era Castelmezzano, in Basilicata. In quegli anni, la Basilicata e l’Irpinia intera si stavano risollevando da un sisma devastante che per molto tempo le avrebbe cancellate dalle rotte turistiche. Compresa la nostra. Per molti anni ancora ripensai a quelle rocce e al desiderio di poterle visitare, ma alimentata dal carico ormonale e dalle ambizioni, la mia arrampicata prese un’altra direzione. Una direzione simile a quella di tanti arrampicatori dell’epoca passata e odierna. Quella che punta verso l’alto, o meglio, quella che viaggia nel millimetrico mondo dell’appiglio, nella disperata ricerca del più piccolo e in quel viaggio non c’era di certo spazio per delle rocce che uscivano dai tetti. Più di trent’anni dopo, quando ho ormai capito quali sono le dimensioni degli appigli che possono restare sotto i miei polpastrelli e sono diventato un turista della verticale, il mio sguardo si posa una volta ancora sulle pagine di quel libro. Comincia così un altro viaggio. Più libero e più randagio in cui l’appiglio non ha una dimensione ma un’estetica.
E da qui si riparte…

Dolomiti Lucane. In arrampicata su Forza operaia, 8a+. Foto: Federico Ravassard
Il pilastro a Pietra pertosa dove si sviluppa Forza operaia 8a+

“La Basilicata è un’utopia. O ci credi o non ci credi (da Basilicata coast to coast)”: non penso ci sia frase che possa meglio descrivere questo XP lucano (per chi voglia saperne di più sull’acronimo XP, consigliamo una visita a https://it.wikipedia.org/wiki/Extreme_programming, NdR).

Dolomiti Lucane. La più alta è la Torre dello Svevo
Dolomiti lucane

Per me, la Basilicata fu sempre un luogo astratto, qualcosa che avevo difficoltà a focalizzare. Anche dopo aver visto il libro di Gogna.

La Basilicata continuò a essere un concetto astratto per altri 30 anni e restò tale anche cinque mesi fa, quando con Adriano Trombetta e Lorenzo Bona partimmo per una ricognizione di quei luoghi ormai depositati nella mia memoria. Ci vollero due interi giorni di ricognizione per trovare una porzione di pietra sana in mezzo a quell’enorme castello di sabbia delle piccole dolomiti lucane. Nonostante la potenzialità di quelle rocce, la Basilicata continuava ad essere per me un’utopia fin tanto da esser disposto a rinunciarvi convinto che, se nessuno fino a quel momento aveva colto il sasso lanciato da Gogna negli anni ‘80, un motivo concreto c’era…

Dolomiti Lucane, Costa di San Martino, parete sud della Torre dello Svevo. A. Gogna su Mago Sabbiolino, 3a lunghezza, 1a asc.,16 settembre 1981
Pietrapertosa, Dolomiti Lucane, Costa di San Martino, parete sud della Torre dello Svevo, A. Gogna su Mago Sabbiolino 1a asc, 3aL. 16.9.1981

“Trovati una passione e corrile appresso fino in fondo (da Basilicata coast to coast)”. Utopia e passione vanno spesso a braccetto e questo XP non poteva che essere l’occasione per condurle all’altare affrontando il rischio di un matrimonio per procura. Ed è così che, con il mio bastone pastorale trasformato in trapano, ho caricato gli apostoli su due Doblò Fiat dicendogli che il regno dei cieli si sarebbe trovato esattamente 1013 km più a sud.

Se l’euforia di una settimana di vacanza poteva addolcire un viaggio così lungo, non sarebbe stata sufficiente a giustificare un tale sbattimento e i miei apostoli, presto trasformatisi in conquistadores, non vedevano l’ora di mettere mano sull’oro del Sud. Peccato che neppure io sapessi bene dove fosse quell’oro… ma ero comunque certo che da qualche parte l’avremmo trovato. Forse.

Martina Blanchet tra le strade di Castelmezzano. Foto: Federico Ravassard
Martina Blanchet tra le strade di Castelmezzano

Basilicata stray rocks inizia così, camminando su un filo che da un lato si attacca ai miei ricordi e dall’altro all’azzardo. In mezzo nove ragazzi mossi da una passione e disposti a correre.

La corsa è comunque fatica e scoramento. La corsa è gusto di sangue in bocca e male alla milza, insomma correre fa schifo se non lo fai con regolarità e se non metti il tuo corpo nelle condizioni di poterla sopportare. Ma ecco che poi la corsa diventa necessità.

La scala Normanna a Castelmezzano. Foto: Federico Ravassard
La scala Normanna a Castelmezzano

Della corsa hai bisogno e non importa se fa freddo buio o piove. Con quella fatica ti metti in simbiosi e quello che era gas di scarico si trasforma in ossigeno. Allo stesso modo, e con la medesima inspiegabile magia, ciò che era fatica si trasformò in sorriso e la Basilicata smise di essere utopia per trasformarsi in un film.

Uno di quei film americani. Quelli che parlano della squadra di football o di baseball dove i giocatori odiano il loro allenatore, che è un grande stronzo e che gli fa fare le cose assurde solo perché lui non ne è più capace. E che vuole vincere il campionato perché la fidanzata l’ha lasciato e non sa con chi incazzarsi… Ma che poi vincono il campionato e si abbracciano al tramonto con lo stadio che canta l’inno americano.

Alberto Gotta su Mechatronic, 8a+. Foto: Federico Ravassard
Alberto Gotta su Mechatronic 8a+

Proprio come in quei film, a un certo punto, il contorno sfuocato delle cose ha cominciato a prendere forma seguendo una sua logica. Quella per cui se hai voglia di una cosa, fai in modo di ottenerla. Soprattutto quando è così semplice come arrampicare (e non parlo di gradi).

Ed è così che, con fittoni che disegnano le linee, i rinvii in posto, le prese spazzolate e ben segnate, la fantasia si disegna sulla roccia e i movimenti si inseguono come le parole di un discorso che ti spiega quante volte ancora saresti disposto a rischiare il fallimento, se la posta in gioco è quello che stringi sotto le tue mani e quello che vedi attorno a te.

Alberto Gotta su Forza operaia, 8a+. Foto: Federico Ravassard
Alberto Gotta su Forza operaia  8a+

La Basilicata è una regione bagnata da due mari: detto così farebbe pensare a un territorio immenso, mentre in realtà si tratta di una delle più piccole regioni della nostra penisola. La Basilicata, a dispetto del mare che la bagna, presenta più dell’80 per cento del suo territorio tra colline e montagne. Sono spesso zone brulle attraversate da strade su cui si affacciano le centrali eoliche alimentate dai venti che spazzano queste terre. Proprio questi venti hanno scolpito e modellato le Dolomiti Lucane: guglie e pareti di arenaria dalle forme uniche. Queste architetture incredibili sono state testimoni di una fetta importante di storia, dando riparo alle popolazioni normanne, fino a essere rifugio per i briganti del XVIII secolo.

A dispetto dell’incredibile fascino che queste forme trasmettono, l’arrampicata non si è mai interessata a questi castelli di arenaria. Soltanto Alessandro Gogna, nel 1981, ne intravide il suo potenziale, sulla Torre dello Svevo aprì Mago sabbiolino con Andrea Savonitto e la incluse nella sua raccolta di arrampicate nel Sud Italia Mezzogiorno di pietra.

Federica Mingolla su L’urlo di Munch, 8a. Foto: Federico Ravassard
Federica Mingolla su L'urlo di munch 8a

Spesso la friabilità della roccia ha respinto le nostre ambizioni, ma il desiderio di dare un significato arrampicatorio a quelle forme, non ci ha abbattuti e a capo di tre giorni di ricerca, cinque di preparazione e una settimana di arrampicata, abbiamo dato forma alla nostra fantasia mettendo un primo tassello all’arrampicata che sarà.

Dopo l’XP dell’Isola d’Elba del 2014, anche quest’anno devo ringraziare la mia ciurma per non avermi dato in pasto ai pesci. Ringrazio in modo particolare Adriano Trombetta perché ha saputo dare una logica alle mie idee, Federico Ravassard per aver racchiuso in immagini quello che le parole non sanno dire e Lorenzo Bona per la sua pazienza e per quello che saprà raccontarci nel video che seguirà a questo scritto. Poi anche Michele e Antonio dell’agriturismo Il Molino della Contessa per l’ospitalità e infine Lorenzo Palazzo (dell’amministrazione di Castelmezzano) per l’entusiasmo.

Ah, anche se non mi leggerà, voglio ringraziare Rocco Papaleo per il suo incipit nel film Basilicata coast to coast. We are part of this…

Marzio Nardi su L’urlo di Munch, 8a. Foto: Federico Ravassard
Marzio Nardi su l'urlo di Munch

RELAZIONI
Falesia di Castelmezzano: arrivando dalla Basentana, 1 km prima dell’abitato, superare la galleria e parcheggiare nell’unico spiazzo che trovate sulla destra. Salire il ripido sentiero sulla destra e raggiungere quindi la via ferrata. Proseguendo sulla via ferrata in direzione Pietrapertosa (a destra) dopo 10’ vi trovate sul prato posto alla base della Falesia.

Boulder a Castelmezzano: diverse strutture nella zona della Scala Normanna si prestano ad aprire dei passaggi. Alla fine del paese, proprio di fronte all’ultima casa trovate una sitstart di 7b. Poco più avanti sulla destra proseguendo sulle scale tre passaggi dal 7a al 7c. Infine, ai piedi della scala Normanna, sull’evidente muro di 7/8 metri: Chiavalaschiavachescavalascala, passaggio tra l’highball e la solitaria in odore di 7b.

Pietrapertosa. Dall’abitato di Pietrapertosa andare al decollo del “volo dell’angelo” proseguendo sull’unico sentiero. Dopo 3’ vi trovate sulla destra l’evidente pilastro di 50 metri. La via Forza operaia percorre l’intero pilastro nel centro (8a+).

Roccia. La roccia delle Dolomiti Lucane è tutta arenaria. Indubbiamente è una roccia molto tenera e spesso friabile. Nelle zone compatte regala delle forme che sono dei gioielli unici di estetica, che è uno dei motivi che ci ha portati fin laggiù.

Nati non fummo per viver come bruti…

Castelmezzano. Foto: Federico Ravassard
Castelmezzano

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La Pietra dei Sogni

Trentatré anni dopo la serie di viaggi al Sud che mi permise di scrivere Mezzogiorno di Pietra, sono finalmente riuscito a mettere mano ai ricordi di quegli anni e di quelli successivi, con l’idea di inserirli nello scorrere del tempo.

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PdSDa protagonista con i miei compagni, il nostro gruppo tenne la scena per un certo periodo, poi altri se ne appropriarono con energia, portando avanti la ricerca con uguale dedizione e la stessa possibilità di errori.

Luigi CutiettaPalermo, tavola rotonda di Alp, 4.11.06, Luigi CutiettaCi furono anni di ricerca, di miglioramento sportivo, di discussioni sul come e con quali mezzi, ancora oggi di certo non risolte.

Lorenzo Nadali e Lucia CeronLorenzo Nadali e Lucia Ceron in sosta a m.te Oddeu, Dorgali, giugno 98Intanto ci lasciavano Roby Manfrè, Gabriele Beuchod, Ornella Antonioli, Oskar Brambilla e Lorenzo Castaldi, cui voglio dedicare questa fatica.

Francesco del FrancoUn protagonista di Capri, Francesco del Franco in calata dalla Steger (foto L. Ferranti, 2010)La vastità del territorio, la quantità di lustri e l’iperbolico aumento degli appassionati hanno creato un terreno di gioco tra mare e montagna per un grande numero di giocatori, giovani e meno giovani, seguire le partite dei quali è stato laborioso quanto entusiasmante.

Oskar Brambilla ed Elena Gogna, 19971997.05 Cala Fuili OskarBrambilla ed Elena , A. GognaNell’illusione, talvolta così forte da essere quasi reale, che l’occuparmi delle avventure altrui e lo scavare nei piccoli misteri fosse l’unico modo valido per non poltrire nei ricordi personali. Prendendomi la libertà di dare il giusto peso a imprese ben note e di bandiera, riequilibrandolo con quello delle dimenticate o quasi ignote, senza inchinarsi ad alcuna moda.

Un’illusione che porta a credere, maliziosa tentazione, che anche per noi “anziani” il sogno non sia ancora finito: e che la Pietra dei Sogni sia come quella filosofale.

Lorenzo Castaldi sulla sesta e ultima lunghezza di Eco sospeso (1a ascensione) alla Torre Attesu (Bruncu Nieddu, Lanaitto)L. Castaldi sulla 6a e ultima L di Eco Sospeso (1a asc), via di salita all'inviolataTorre Attesu di Fruncu Nieddu (Lanaitto). 31.03.2002