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Beverly Johnson

Beverly Johnson
di Giampiero Assandri
(pubblicato su www.lafiocavemola.it il 10 novembre 2014, per gentile concessione)

Ma tu perché ritorni a tanta noia? – perché non sali il dilettoso monte – ch’è principio e cagion di tutta gioia? (Dante, Divina Commedia, Inferno, I, 75-77)”.

Se uno digita “Beverly Johnson” su Google, vengono fuori centinaia di pagine che rinviano a una bella afroamericana modella e attrice, per la precisione la prima modella di colore a comparire, nel 1974, sulla copertina di Vogue e poi attrice in varie serie televisive tra cui Law & order, per dire. Se però si aggiunge “climber” compaiono un po’ di link a foto e articoli riferiti ad una sua omonima, statunitense, molto carina anche lei, ma molto meno nota, evidentemente, almeno qui da noi, le cui imprese, pur poco divulgate o dimenticate, sono state a dir poco straordinarie.
Nella sua biografia è difficile non ricorrere spesso alla frase “fu la prima a…”. Tra le altre cose fu ad esempio la prima donna a sorvolare l’Antartide su un “autogiro” – detto anche girocoptero – ossia un trabiccolo volante superleggero, a rotore come l’elicottero, nel quale però le pale non sono mosse dal motore, ma vanno in autorotazione con la propulsione in avanti. Fu anche la prima donna a dirigere una squadra antincendio al Parco nazionale di Yosemite, fu la prima a percorrere lo Stretto di Magellano in kayak e la prima ad attraversare lo stretto di Bering in windsurf, la prima ad attraversare in sci la Groenlandia, la prima a salire il Capitan per la via Triple Direct in cordata femminile (con Sybille Hechtel) nel 1973… ma non sono certo queste stravaganze che lasciano una traccia nella Storia.

Beverly Johnson a 15 anni
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Camp 4
Una sera della primavera del 1973, attorno al fuoco del Camp 4 a Yosemite, giravano relazioni schizzi e commenti sulle vie nuove aperte da Jim Bridwell e Charlie Porter (1), fumo di varia natura si spandeva nell’aria, salivano le note di Somebody to love e il futuro, come quello dei bambini, non andava al di là del giorno. Le cose sembravano semplici e chiare, e chiara era la parete di El Capitan, illuminata dalla luce bianca della luna piena, con le lunghe linee verticali dei diedri tracciate dalle ombre create da quella luce notturna irreale.
Al mattino al campo c’è aria di svacco totale, qualcuno sonnecchia fuori dalla tenda, uno tenta di accordare una chitarra malconcia, un terzo rimesta tra ferraglia e cordami. Bert e Hug sono seduti su un materassino, insolitamente concentrati su una rivista, gli occhi fuori dalle orbite e ogni tanto emettono un’esclamazione di stupore. Non è esattamente una rivista di scalate, è Playboy.
D’improvviso Hug esclama con voce strozzata: – Gesù, sta arrivando Beverly!
– Cazzo, metti via!
La rivista viene chiusa freneticamente, piegata e fatta scomparire sotto il sedere di Hug.
– Cosa stavate leggendo di così interessante? Dai, fatemi vedere.
E così dicendo Beverly si china, afferra con forza il bordo della rivista e la tira spostando Hug. Poi con calma si mette seduta e inizia a sfogliarla. I volti chiari dei ragazzi intorno si fanno improvvisamente di fuoco, come i tramonti sulla Sierra, mentre lei, imperturbabile, gira le pagine. Sul paginone centrale fa una pausa più lunga per osservare meglio l’esplicita foto di un rapporto a tre.
– L’abbiamo trovata qui… qualcuno deve averla dimenticata… – è il goffo tentativo di giustificazione di Bert.
– Comunque – interviene Hug ancora rosso per la vergogna e peggiorando ulteriormente le cose – nessuna di quelle ragazze nude è carina quanto te, davvero, Bev!
– Sei sicuro? Secondo me dovresti guardare meglio! Comunque questo è un posto di malati – dice ridendo – siete tutti malati! E per di più bugiardi!
John Long (2) ha scritto di quell’episodio: “Avevo diciassette anni, sei anni meno di lei, una distanza abissale tra un ragazzo e una donna e mi sono innamorato, come tutti gli altri climber lì al campo IV, del resto. Ma tutti noi eravamo innamorati non solo perché era oggettivamente una bella ragazza, ma per quel suo modo di essere, per la sua calma, per la leggerezza con la quale affrontava ogni giornata e ogni salita, per la naturalezza con la quale viveva. Ogni tanto la guardavamo con sguardi ebeti e quel giorno, con la rivista Playboy, abbiamo fatto una vera figura di merda e avremmo voluto scomparire tutti quanti sotto un metro di terra”.

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Ohio
Nata ad Annapolis (Maryland) il 22 aprile 1947 era figlia di un ufficiale di Marina che per lavoro si spostava spesso. Stabilitisi a Arlington (Virginia), nell’autunno del 1965 Beverly si iscrive alla Kent State University, in Ohio, una delle più popolate e prestigiose degli USA, dove ottiene ottimi risultati, ma dove soprattutto si mette in evidenza per le sue non comuni qualità atletiche. Come primo lavoro si mise a confezionare parka a Sun Valley (Idaho), ma anche divenne istruttrice di sci di fondo.

Sempre proiettata verso nuove esperienze sportive, si iscrive anche ad un corso di vela e viene subito reclutata come skipper in regate competitive sul lago Ontario. Il deprimente clima invernale della regione e la voglia di cambiare la inducono a lasciare la Kent State per l’università di Los Angeles nella primavera successiva, decisa a stabilirsi nell’assolata California. In quegli anni nei campus universitari americani sta crescendo la protesta contro l’invio di soldati nella guerra del Vietnam e, nell’aprile del ’70, le foto dell’immensa e verdeggiante sede della Kent State University faranno il giro del mondo a seguito delle manifestazioni contro il governo Nixon per l’invasione della Cambogia e per la dura repressione degli universitari operata dalla Guardia nazionale dell’Ohio, in cui morirono 4 studenti e altri 9 furono gravemente feriti. Le foto comparse nel servizio che la rivista Life dedicò agli scontri nella Kent State del 4 maggio 1970 scioccarono gli statunitensi, facendoli ricredere sul fatto che i dimostranti fossero tutti invasati e antiamericani. Una di quelle foto, che ritrae una ragazza piangente su uno studente colpito a morte, vinse il Premio Pulitzer, e Neil Young, proprio ispirato da quelle foto di Life, scrisse la celeberrima Ohio, che fu incisa dal gruppo Crosby, Stills, Nash & Young sull’LP doppio Four way street, del 1971. L’opinione pubblica cominciò a schierarsi per il ritiro delle truppe dall’Indocina e a condannare la politica espansionistica del presidente Nixon. Noi che in quei lontani primi anni ’70, eravamo al liceo in Italia e non avevamo Internet, ma solo il TG1 e il TG2 e Carlo Massarini ai microfoni di Per voi giovani, ci scambiavamo i dischi e cercavamo di capire i testi delle canzoni di quella band, perché ormai la musica della West Coast ci aveva contagiato. Presto anche noi avremmo buttato gli scarponi alle ortiche e calzato le scarpette leggere d’arrampicata sulle placche di Traversella, della Valle Orco e di Finale, sognando la California.

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Yosemite
Dal 1968 al 1978 il Parco nazionale di Yosemite diventa la casa e il luogo di lavoro di Beverly: entra, seppure con qualche resistenza da parte maschile, nella squadra del soccorso e antincendio del Parco, e diventa istruttrice di sky-cross, entrambe attività peraltro ben poco redditizie. Per guadagnare qualcosa inizia a cucire e confezionare, in un piccolo laboratorio presso un edificio di Charlie Porter, giacche a vento, sacchi da montagna e sacchi da bivacco per scalatori e per le guardie del Parco, utilizzando una macchina da cucire e mettendo a frutto il diploma da sarta che aveva preso qualche anno prima. Tutto il tempo libero lo dedica alle scalate, arrampicando sia con i guru del Camp 4, sia con giovani cui non sembra vero di legarsi con un mito, perché lei, nel giro degli arrampicatori è già nota, l’unica che salga da prima il 5.9 e forse anche il 5.10. Del 1973 sono tre salite storiche per l’arrampicata femminile: il Nose a comando alternato con Dan Asay, la Triple Direct (aperta da Bridwell dieci anni prima) con Sybille Hechtel (3) nella prima femminile a El Capitan e la prima di Grape Race con Charlie Porter. Ma il parco è molto vasto, misura 305.000 ettari, quindi circa sei volte il nostro Parco del Gran Paradiso e dieci quello delle Alpi Marittime, tanto per avere un’idea: e non ci sono solo la valle di Yosemite, ma altre vallate, altipiani, laghi e zone selvagge a perdita d’occhio: lì Beverly BJ Johnson compie lunghe traversate in sci con allievi o con amici, specialmente con Donna, con cui condivide la passione per quel tipo di vita libera, nella natura, senza vincoli, senza legami definitivi. A Donna confida anche i dubbi per una vita condotta giorno per giorno e l’ansia che a volte affiora per la mancanza di prospettive e certezze. Con lei stringerà un’intesa e un rapporto di vera amicizia.
Nonostante i molti rischi quotidiani che quel tipo di attività comporta, non sarà una caduta in parete o una valanga, ma un incidente automobilistico a cambiare bruscamente la vita di Donna: costretta per sempre su una sedia a rotelle, proverà a farsi una ragione della sua nuova condizione, senza riuscirci: Beverly farà di tutto per aiutarla, evitando pietismi e falsi ottimismi. La depressione di Donna e poi la sua morte saranno per Beverly il dolore più acuto della sua vita e la costringeranno a riconsiderare la morte come un accadimento non esclusivamente individuale, devastante per chi resta, soprattutto per coloro che, al di fuori della cerchia degli arrampicatori, non possono giustificare il rischio gratuito della vita. E’ in quei giorni di crisi forse che scrive una lettera ai genitori, la piega in quattro e la mette tra le pagine del passaporto, perché la possano leggere nel caso le succeda un incidente mortale.

BJ sulla Triple Direct al Capitan. Foto: Sybille Hechtel
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Venezuela
Nel 1977 BJ si unisce alla spedizione di Mike Hoover in Venezuela, che ha come obiettivo un film-documentario nella giungla. Ciò che più metterà alla prova i giovani climber americani non saranno tanto le difficoltà tecniche, alle quali sono preparati, bensì l’ambiente, gli imprevisti, e le “abitudini locali”. Una gran parte delle provviste alimentari viene invasa dalle mosche che vi depositano le larve rendendole incommestibili. Rimangono i cibi in scatola, da razionare per due settimane, tanto che tutti perderanno almeno dieci chili. Al campo base dove sperano di trovare il cibo lasciato alla partenza, scoprono con disappunto che gli indigeni del villaggio, dove avevano assoldato le guide, hanno mangiato tutto quanto. Hoover allora pretende che si diano da fare per procacciare qualcosa da mangiare e finalmente, dopo molti tentativi per farsi capire, un gruppetto di cacciatori parte per cercare qualcosa. Dopo poco tempo ritornano con due piccole scimmie uccise che mettono subito a bollire in una grande pentola davanti agli esterrefatti alpinisti. Quando un indio estrae il bollito dalla pentola BJ caccia un urlo e l’indio, pensando che la ragazza protesti perché le scimmie non sono cotte a sufficienza, le ributta nella pentola. Dopo dieci minuti gli indios estraggono i corpi delle due scimmie bollite e li tagliano a pezzi: a Beverly tocca un avambraccio completo di mano: non può far altro che allontanarsi per vomitare e quando torna dice agli amici: – Sto morendo di fame ma non posso mangiare scimmie!”.
– Davvero? – sdrammatizza Paul – non pensavo che tu avessi questo genere di problemi!

In vetta al Capitan dopo la prima salita femminile della parete (per la Triple Direct) con Sybille Hechtel
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La fama
Nell’ottobre del 1978 all’uscita della Dihedral Wall, Beverly era attesa da una folla di giornalisti e cronisti di tutte le reti televisive degli USA. Per dieci giorni i telegiornali della sera non mancavano di riportare minuziosamente i progressi della sua salita in solitaria lungo quella difficilissima via di El Capitan. Chi non apparteneva alla cerchia alpinistica non era in grado di apprezzare pienamente il livello tecnico e psicologico di quella prima femminile, ma bastava il fatto che si trattasse di una donna, la prima, a compiere un’impresa che mai fino ad allora il genere femminile avesse neanche lontanamente concepito. Quell’impresa, al di là della sua volontà, venne rappresentata come un esempio dell’uguaglianza tra generi rivendicata dai movimenti femministi: in realtà Beverly non si schierò mai con i movimenti femministi, affermando una propria autonomia e una “diversità” nelle motivazioni e nei modi di concepire l’arrampicata, soprattutto nel non caricare il successo o l’insuccesso di un’importanza superiore al piacere dell’azione in se stessa.

Sibylle Hechtel risale a jumar sulla Salathé Wall di El Capitan, 1975. Suoi compagni in quella scalata furono Alec Sharp e Tom Dunwiddie. Foto: Sibylle Hechtel collection
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BJ rilasciò interviste a decine di giornali tra cui il Times, ricevette molte proposte per girare film come attrice o come controfigura e fu invitata al celeberrimo The Johnny Carson Show (4). Alla domanda di Carson “Come si fa a scalare una parete così lunga e difficile, da soli e con un sacco da 50 kg di materiale, acqua e viveri ?” Beverly rispose: “Si fa allo stesso modo in cui si mangia un elefante: un boccone alla volta”. Invece alla domanda “Perché l’ha fatto?”, scrollò le spalle e disse: “Questa è l’unica domanda cui non so rispondere”.

In vetta al Capitan dopo la prima solitaria alla Dihedral Wall
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Mike Hoover
Il tizio biondo e atletico che abbiamo visto arrampicarsi nell’indimenticabile film Solo, presentato a Trento negli anni ‘70, è Mike Hoover. Sempre lui ha fatto da controfigura a Clint Eastwood in Assassinio sull’Eiger del 1975. I due si conoscono in Yosemite allorché Hoover, per errore, colpisce con la sua corda Beverly, impegnata su un’altra via. Su una spiaggia dello stretto di Bering, nel 1979, di fronte alle coste dell’Unione Sovietica, Hoover e Beverly, che fanno coppia da qualche anno, stanno girando una scena di windsurf per il film Dalla Russia con amore. Con loro c’è anche Arnold, un bravo windsurfer francese. Di punto in bianco Hoover comunica ad Arnold che lui e BJ desiderano sposarsi, proprio lì, adesso, e che lui deve officiare lo sposalizio.
– Non è possibile, non sono un prete!
– Ma sei un capitano, e quindi puoi.
– Non sono neppure un capitano.
– Ma hai un windsurf! Non è forse un battello?
– Ah! Certo!
Così Arnold mette il piede sulla sua tavola a vela e blatera qualcosa di confuso e romantico. Poi anche Beverly dice qualcosa e quello, in mezzo agli spazi sconfinati e col vento gelido del Nord è il loro matrimonio vero, anche se il rito ufficiale sarà celebrato qualche anno dopo, con gli invitati, gli anelli e gli abiti da cerimonia nel Parco nazionale dei Teton.
Nel 1980 il programma dei due prevede di girare film naturalistici in Nuova Guinea, Cina, Antartide, Groenlandia, Islanda…

Le ferite
A dispetto della sua straordinaria resistenza alla fatica e al dolore, anno dopo anno sul corpo di Beverly si incidevano tracce indelebili: cicatrici, punti di sutura, fratture rimarginate, congelamenti, disfunzioni articolari. Il corpo di BJ era diventato lo specchio di una vita condotta ininterrottamente al limite delle possibilità, ma anche l’evidenza esteriore di una fragilità interna celata dalla determinazione e dalla spettacolarità dell’azione. La più grave menomazione fu la recisione netta dei legamenti della caviglia a causa di un incidente motociclistico provocato da una matassa di filo spinato durante una spedizione in Australia nel 1980. Rimase bloccata per un anno in seguito ai ripetuti interventi chirurgici e riuscì a recuperare la funzionalità del piede, ma non ad esercitare pienamente la pressione in caso di torsione e quindi dovette abbandonare definitivamente le scalate in fessura di difficoltà elevata. D’altra parte la parabola dell’arrampicata estrema per lei aveva già segnato l’apice a metà degli anni ’70 e i progetti dal 1978 in poi furono soprattutto grandi viaggi di esplorazione nei luoghi più remoti dei cinque continenti, con Hoover. Per esempio, esplorarono e filmarono la Penisola di Palmer in Antartide con l’uso di slitte trainate dai cani. Hanno scalato il Mount Vinson in Antartide durante la loro luna di miele. BJ fu leader di una spedizione di sei donne che si paracadutarono nelle highlands della Nuova Guinea, filmate dal marito. E nel 1979 erano assieme nella Transglobe Exhibition che circumnavigò la Terra collegando i due poli.

Beverly Johnson e il marito Mike Hoover in cima ad Angles Landing, Zion National Park, primavera 1978. Foto: Olaf Mitchell

 

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Il sogno di BJ: bambini e alberi di mele
A metà ottobre del 1981, ad Alert, l’abitato più a Nord della Terra, situato sulla costa dell’isola di Ellesmere (Canada), a soli 817 km dal Polo Nord, nella notte artica incombente, un piccolo bimotore sta preparandosi al decollo.
Giles Kershow, il pilota, pur essendo uno dei migliori aviatori del mondo e il più esperto in assoluto in fatto di voli sull’Artico, non sarebbe venuto fin lì e non si azzarderebbe ora a decollare in quelle condizioni atmosferiche proibitive se non fosse in gioco la vita di una cara amica. Infatti sul velivolo oltre a lui ci sono Hoover e Beverly, pallida e febbricitante a causa di un’emorragia interna provocata da una gravidanza extrauterina. Il medico della vicina base militare canadese che l’ha visitata poco prima ha detto di non poter far nulla senza una sala chirurgica attrezzata. Giles, chiamato da Hoover come ultimo, estremo tentativo per salvare la moglie, si è precipitato immediatamente e ora è seduto ai comandi del piccolo aereo scosso dal vento che soffia raffiche di pulviscolo ghiacciato sul cristallo della cabina e graffia rabbioso la fusoliera. Fuori c’è -20°, con il rischio reale che in quota la temperatura ancor più bassa faccia gelare gli alettoni. Il rombo dei motori combatte per qualche secondo contro il frastuono della bufera, poi l’aereo si muove e riesce ad alzarsi virando progressivamente verso sud-est, in direzione di Los Angeles, lasciandosi alle spalle la notte e gli insidiosi cieli dell’Artico. All’aeroporto è già pronta un’autoambulanza che carica Beverly ormai quasi in coma e la deposita direttamente all’ospedale dove viene operata immediatamente. Per lei sarà un’ennesima cicatrice, ma si salverà.
Quando si risveglia Hoover e Giles sono accanto al suo letto.
– Ehilà, ti sei svegliata finalmente – dice l’amico pilota.
– Grazie Giles, se non era per te a quest’ora…
– Beh, non potevo mica lasciarti per sempre lassù, sulla banchisa, con gli orsi polari… e poi sono sicuro che tu avresti fatto altrettanto. E comunque, in fondo, è stato divertente, lo sai che ormai i voli senza imprevisti mi annoiano. E ti saresti divertita anche tu, se solo non fossi stata uno straccio semi-incosciente! Già, si ballava niente male e per un po’ ho avuto l’impressione di stare dentro una lavatrice, non in un aereo. Anche questa volta è andata! Noi abbiamo la pellaccia dura! (5)
Ma il sogno di Beverly, bambini suoi che giocano, si rincorrono e ridono in un giardino di meli in fiore nella sua casa con vista sulla catena montuosa innevata dei Teton, in Wyoming, è destinato a rimanere tale. Non potrà più avere figli (non suoi almeno), troppo rischioso. E allora, senza bambini che scorrazzano, anche i meli aspetteranno: ci sono ancora troppo posti su questa Terra da esplorare, troppe cose da scoprire e da fare, prima di imbracciare una vanga o una falce e mettersi ad accudire il giardino di casa.

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La guerra in Afghanistan
Dal novembre 1982 e per i successivi cinque anni Beverly e Hoover passarono la maggior parte del loro tempo a documentare con filmati l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Il rischio e le condizioni prolungate di stenti e fatiche che dovettero affrontare misero a dura prova non solo il loro fisico ma anche la psiche. Beverly ottenne dal Comando militare sovietico un permesso speciale per filmare, lei sola, dal fronte russo. L’Afghanistan le appariva in tutto e per tutto come il Vietnam dei Russi. Ma Beverly si fece col tempo un’idea più precisa del conflitto e delle regole della società tribale di quel popolo, non del tutto allineata con le idee dell’opinione pubblica americana. Nei villaggi afghani, in quanto donna, era l’unica giornalista ammessa a stretto contatto con le donne e si rese conto delle disuguaglianze profonde tra uomini e donne e di come i principi fondanti della società teocratica e guerriera afghana fossero la vera causa delle condizioni di quel paese. Disse più volte che non valeva la pena rimanere lì a documentare la follia maschilista degli Afghani rischiando la pelle per una guerra che non riguardava gli americani e la cultura occidentale.

L’ultimo volo
Il 3 aprile 1994 Beverly è su un elicottero, come molte altre volte nella sua vita, ma questa volta non è lei a pilotarlo per intervenire a spegnere un incendio o per esplorare qualche landa remota della Terra: sta semplicemente trascorrendo una breve vacanza con Hoover e degli amici per fare del fuoripista sulle Ruby Mountains, una catena montuosa nel Nevada. Con lei, oltre al marito e a Dave, il pilota, ci sono anche Frank G. Wells, il presidente della Disney e un loro amico. Un altro gruppetto di sciatori intanto è appena rientrato con un secondo elicottero alla base. Un peggioramento repentino del tempo induce il pilota ad atterrare in una piccola radura aperta sul fianco del pendio in attesa che cessi di nevicare. Dopo una mezz’ora dalla stazione di arrivo, a pochi chilometri di distanza, avvertono via radio che si vede una schiarita. Il pilota e Hoover puliscono alla meglio la cabina, le prese d’aria e le pale del rotore dalla neve. L’elicottero si mette in moto e si alza, ma dopo un minuto succede qualcosa, si accende la spia della pressione dell’olio e Dave avverte che deve tentare un atterraggio d’emergenza. Non sono alti sul bosco, forse troppo poco per una manovra corretta di autorotazione o chissà…
Nella caduta nel Thorpe Creek Canyon, a circa 5 miglia a sud di Lamoille, solo Hoover sopravvivrà, riportando gravissime fratture e racconterà come si svolsero i fatti anche al processo aperto per individuare eventuali responsabilità.

BJ fotografata dal marito Mike Hoover
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Cosa rimane di una vita?
Un odore acre di gasolio per un raggio di 5 km attorno all’elicottero precipitato, i ricordi di chi l’ha conosciuta, qualche foto e parole sulla carta. Tra le altre, quella della lettera da lei scritta diversi anni prima ai suoi genitori, e conservata, ripiegata in quattro, nel suo passaporto. Si chiudeva così:
… ho avuto una vita meravigliosa… e fino ad ora sono stata molto felice. Felice di avervi avuti come genitori. Felice di essere nata in America. Felice di essere stata in salute. Felice di aver avuto due bravi fratelli…
Ho avuto tutta la gioia e l’avventura che si può desiderare. Ho amato e sono stata amata. Mi spiace solo di non aver fatto molto per il miglioramento del Pianeta, sarà per una prossima volta. Nella mia vita ho pianificato molto poco e ho vissuto le esperienze che si potrebbero vivere in cento anni, solo un po’ concentrate.
Ho apprezzato ogni singolo giorno e mi sono meravigliata di quanto misteriosa e bella sia la vita. Non desidero nessuna vita ulteriore, questa è stata sufficiente…
Perciò il mio ultimo desiderio, il mio solo desiderio, realmente, è che quanto accaduto non vi arrechi neppure la più piccola tristezza. Ho avuto dalla vita più di quanto si possa desiderare. Pensatemi e sorridete, è questo che voglio
“.

Non sono forse le parole scritte, tanto quelle antiche e auliche della Commedia dantesca, così come quelle di una lettera di una ragazza della seconda metà del novecento, un fragile ponte con il nostro passato, costruito nella speranza inconscia di farlo rivivere e durare oltre noi, nel futuro che non ci apparterrà, per coloro che restano e per quelli che verranno?

23 ottobre 1978, Beverly Johnson ripresa poco dopo la sua prima salita solitaria di 10 giorni
del Capitan, lungo la via Dihedral Wall. Foto: Zebowski/Associated Press
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Enjoy this day (quando il tempo sta per finire, una buona cena vale più del futuro)

La foto (qui accanto riprodotta) della ragazza bionda sorridente e a braccia aperte, vestita di chiaro, in un punto panoramico della Yosemite Valley, potrebbe essere scambiata per quella di una qualsiasi bella turista in vacanza, ma trattandosi di Beverly Johnson ci si immagina che voglia dirci:” Questo, signori miei, è stato il mio regno”. Ed ha lo stesso sguardo luminoso e aperto di quello che ci osserva dalla foto che la ritrae da bambina, a cinque anni, col cappellino traforato e un vestitino bianco davanti ad un cespo di margherite fiorite nell’aiuola di casa sua, al tempo in cui tutto era ancora possibile, ogni scelta aperta e ogni cosa doveva ancora accadere.

The wisdom of the crowd
Le regole del web fanno sì che i motori di ricerca, in caso di omonimia tra due persone, diano come primi risultati quella con le maggiori ricorrenze (frequenza) nelle ricerche, indipendentemente dal valore, meriti o demeriti delle persone: questa regola è detta in inglese wisdom of the crowd, che sarebbe “la saggezza della folla”. E’ per questo che con Google nelle prime pagine compare sempre la modella afro-americana BJ, mentre la nostra BJ è relegata nelle ultime pagine.
A me comunque piace pensare che il tempo prima o poi renderà il giusto merito a questa donna ricordata da Hoover come sempre sorridente, tenace e coraggiosa, scalatrice, istruttrice di sci, pilota di elicottero, canoista, windsurfer, cineasta di guerra in Afghanistan e soprattutto innamorata della vita ed esploratrice delle possibilità umane fisiche e mentali.

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Crediti
Il testo di questo lungo post è liberamente ispirato alla biografia di BJ dell’autrice Gabriela Zim, dal titolo The view from the edge. Life and Landescapes of Beverly Johnson, ed. Mountain n’ Air Books, La Crescenta (CA), 1997, 185 pagine, con presentazione di John Long, e da alcuni articoli e interventi su siti e riviste on-line statunitensi da parte di chi la conobbe negli anni ‘70. Il titolo del libro potrebbe tradursi letteralmente: La vista dal bordo. Vita e paesaggi di BJ, ma mi pare più appropriato Lo sguardo dal limite. Vita e paesaggi di BJ. Non essendo l’autrice una scalatrice, l’approccio da lei scelto è incentrato sugli aspetti personali e umani della protagonista e per questo motivo più interessante, a mio giudizio, di uno sterile resoconto delle performances sportive e “sovra” umane. La biografia di Beverly è ricostruita dall’autrice anche attraverso numerose lettere e dai suoi appunti di viaggio.
Ho tradotto letteralmente esclusivamente il testo della lettera indirizzata ai genitori, il resto è una trasposizione libera, anche se fedele all’originale nei contenuti.
Non esistono libri o altri documenti cartacei, per quanto ne so io, in italiano su BJ, a riprova del fatto che i media, a volte in modo casuale, altre volte per scelta, sono in grado di amplificare o passare sotto silenzio fatti e persone, decretandone la fama, la mitizzazione oppure l’oblio in misura non sempre corrispondente all’oggettività di quei fatti e di quei protagonisti. Wikipedia ha una pagina a lei dedicata, ma solo nella versione inglese.
Un raro filmato d’epoca, con belle riprese ma purtroppo di scadente qualità (16 mm) in cui compare BJ in un tentativo di liberare la via del Nose a El Capitan in cordata con Ron Kauk e Werner Braun si può vedere qui sotto:

Note
1) Charlie Porter: Massachusetts 1951. E’ scomparso il 23 febbraio 2014 all’età di 63 anni a Punta Arenas, in Cile, a causa di problemi cardiaci. Scienziato climatologo, noto per le sue prime solitarie al Capitan e per le esplorazioni nella Terra del Fuoco:
Zodiac, 1972
The Shield, 1972
Mescalito, 1973
Tangerine Trip, 1973
Excalibur, 1975
e poi la solitaria alla cresta Cassin sul McKinley, 1976;

Jim Bridwell: soprannominato the bird (San Antonio, 29 luglio 1944, vivente). Centinaia di vie tra cui:
• 1968 Triple Direct (VI 5.9 A2), El Capitan, Yosemite, con Kim Schmitz
• 1968 Salathé, El Capitan, Yosemite, salita in tre giorni

2) John Long: nato nel 1951, vivente. Scrittore e divulgatore di successo degli sport estremi (più di 40 titoli e milioni di copie vendute). Arrampicatore negli anni Settanta e Ottanta, scopritore e amico di John Bachar, fondatore del gruppo Stonemasters, con all’attivo molte scalate estreme in tempi record tra cui la prima salita in giornata della via del Nose su El Capitan, nel 1975, che realizzò insieme a Billy Westbay e Jim Bridwell e la prima libera di Astroman con Ron Kauk e John Bachar

3) Il racconto di questa salita, narrato da Sybylle Hechtel, lo si può leggere nel libro edito da Steve Roper: Ordeal by Piton. Writings from the golden age of Yosemite climbing, 2003, con un titolo dal sapore revanscista: “Walls Without Balls” (Pareti senza balle)(!).

4) Il Tonight show fu un popolarissimo programma televisivo andato in onda negli USA per quarant’anni sulla rete NBC e presentato ininterrottamente dal 1962 al 1992 da Johnny Carson, contendendosi la popolarità con l’Ed Sullivan Show.

5) Durante la spedizione in Antartide “Ice 90” per la National Geographic Society, il capitano Giles Kershow a bordo di un “girocoptero” con cui trasportava del materiale in appoggio ad una prima ascensione americana guidata da Hoover, e con il quale avrebbe dovuto trasportare anche Beverly dal campo base all’attacco della via, viene investito da un forte vento catabatico, ossia una corrente asciutta e fredda tipica delle regioni artiche. Il piccolo velivolo, nonostante la perizia del pilota, si abbatté al suolo senza lasciare possibilità di salvezza a Giles. Per Beverly, che si era perfezionata nel pilotare elicotteri grazie ai consigli dell’amico Giles e con cui aveva condiviso per anni la grande passione per il volo e molte esperienze in Artide e Antartide, fu un altro duro colpo, da cui non si riprese per molti mesi.

Ulteriori notizie su:
http://rockriprollgirl.com/home/2011/04/remembering-bev-johnson-one-of-americas-greatest-climbersadventurers/.