Posted on Lascia un commento

L’unico, il vero, il solo fortissimo

Carlo Crovella, Istruttore della Scuola di scialpinismo SUCAI Torino e socio del GISM, ha recentemente elaborato un documento (in formato PDF) intitolato: “L’unico, il vero, il solo fortissimo”, dedicato a Giusto Gervasutti, nell’anniversario dei 70 anni della scomparsa del grande alpinista.

In tale PDF Crovella ha fatto confluire sia gli articoli già da lui pubblicati nel recente passato, sia i suoi scritti derivanti da ricerche su documentazione inedita dello stesso Gervasutti. Il personaggio Gervasutti viene analizzato anche nei risvolti meno noti, come la quotidianità cittadina con i relativi aspetti materiali e psicologici. Il PDF (che contiene, oltre ai testi, anche numerose foto e diversi reperti dello stesso Gervasutti, in gran parte inediti) è stato inserito da Crovella nella sua collana  “Quaderni di Montagna”, che comprende documenti di cultura alpina a distribuzione gratuita.

Per ottenere il PDF su Gervasutti è sufficiente inviare singole mail di richiesta all’indirizzo [email protected], specificando nell’oggetto GERVASUTTI e segnalando nel testo il proprio NOME e COGNOME, seguiti dall’indicazione GOGNA BLOG. L’autore provvederà ad inviare via mail il PDF a fronte di ogni richiesta pervenuta, oltre a rispondere agli eventuali quesiti.

Riportiamo qui di sotto due brani estratti dalla monografia, assai diversi tra loro, ricordando che un terzo brano, L’analisi dell’attività alpinistica “di punta” (1931-‘46), è già stato da noi pubblicato il 25 maggio 2016 con il titolo Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa.

UnicoVeroSoloFortissimo 1

La spiritualità di Gervasutti
di Carlo Crovella
(da L’unico, il vero, il solo fortissimo)

Se non fosse per la frase conclusiva del suo libro Scalate nelle Alpi (“osa, osa sempre e sarai simile ad un dio!”), negli scritti e negli appunti di Giusto Gervasutti ci si imbatte raramente nel termine “Dio”. Non a caso, nella frase citata, il termine è in minuscolo perché non fa riferimento alla divinità cristiana. Neppure dai suoi amici giungono elementi che illuminano sul tema.

La prima sensazione è quindi di una posizione agnostica, se non addirittura atea, ma non apertamente sbandierata, anche per l’imperante contesto storico-politico, in cui non era facile proclamarsi “non religioso”. La conclusione lascia interdetti, perché l’idea di un uomo con una tale vulcanica propensione all’attivismo stride se viene associata ad una visione che “nega” un’esistenza superiore. Infatti il “ricongiungimento” con tale entità si presenta, in genere, come la causa e l’obiettivo dell’attivismo in terra.

In realtà, analizzando più profondamente i pensieri e gli scritti di Gervasutti, emerge una visione che potremmo definire “panteista”, di immersione nella Natura, di cui le montagne sono ambasciatrici elette: Dio, anziché esser nel Regno dei Cieli, è nelle rocce e nei canaloni, è nei fiorellini di campo, ma è anche nelle più tremende tempeste.

In alcuni pensieri di Giusto, amorevolmente ricostruiti da Andrea Filippi e da lui pubblicati su Scàndere 1952 (Annuario del CAI Torino), si legge questa riflessione di Giusto:
“… Invece ciascuna montagna ha una personalità ben definita che suscita in noi emozioni e sensazioni diverse… Naturalmente la personalità di una montagna non è definita da una sola caratteristica, e cioè dall’esser di ghiaccio o di roccia, di granito o di dolomia, ma da un vasto complesso di tutte quelle caratteristiche speciali che determinano nell’alpinista l’intimo piacere di scalare le montagne e che sono la qualità della roccia e la forma della montagna, la pendenza delle sue pareti di ghiaccio e la sua dislocazione, le altre montagne che la circondano e quindi le sue possibilità panoramiche, e tante altre cose che sarebbe troppo difficile elencare…”

Ma non vi è soltanto passiva compartecipazione dell’uomo, quale umile spettatore della “divina” Natura. Scrive ancora Giusto (sempre su Scàndere ’52, grazie ad Andrea Filippi): “L’uomo ha bisogno di riconoscersi e, per riconoscersi, necessita di un ostacolo da vincere o da abbattere… L’uomo desidera vivere. Ma per poter vivere deve mettersi contro la morte ed uscirne vincitore. Quando addirittura non senta il desiderio di poter morire.”

Frasi come quest’ultima hanno alimentato, specie negli anni ’70, l’interpretazione psicologica di Gervasutti come un individuo “nevrotico”, intendendo con tale termine “ossessivamente incentrato su un pensiero fisso”. In effetti Giusto anticipa chiaramente le “nevrosi” dell’alpinismo contemporaneo. Tuttavia più che la morte in quanto tale, a mio parere il suo pensiero fisso è “l’azione esasperata”. Inoltre si può osservare che Giusto, pur senza essere un convinto aderente al regime, si inserisce nel solco dell’ideologia dominante in quel frangente storico. Un’ideologia che, seppur scevra in lui da risvolti politici, fa profondo riferimento alle tematiche del romanticismo tedesco, alla “lotta” titanica con gli elementi naturali, alla necessità di esprimere concretamente la propria “potenza” come fine e viatico stesso dell’esistenza.

Il sottostante pensiero è tratto dalle agendine di Gervasutti (Arch. Filippi): “Tutto deve ridursi all’esplicazione della propria volontà di potenza.”
UnicoVeroSoloFortissimo

Ulteriormente illuminante un altro pensiero, sempre tratto dalle agendine di Giusto (Arch. Filippi): “È l’azione intesa come arte, cioè l’azione inutile soddisfacente soltanto il senso estetico e personale dell’io, anche come potenza. Una potenza senz’atti, senza regni, basata sul campo dello spirito.”

UnicoVeroSoloFortissimo-2

UnicoVeroSoloFortissimo-3

Però in Gervasutti non vi è soltanto il gusto esagerato per l’azione: infatti fra le pieghe delle sue pagine si trovano anche venature romantiche nel risvolto più emotivo del termine. Scrive Giusto (Scàndere ’52): “La fase preparatoria di una salita è quella del sogno… Poi si parte all’attacco e, dopo dura lotta, si riesce a vincere… Ed io ho sognato, combattuto e vinto… Il sogno si è fatto realtà.”

Completando il cerchio di questa sintetica analisi psicologica di Gervasutti, torna utile un altro suo pensiero (Scàndere ’52): “Avete mai assistito ad un tramonto in una giornata di vento?… Le montagne lontane sembrano avvicinate dalla limpidità dell’atmosfera. Qualche sottile nube allungata raccoglie ancora la luce del sole già scomparso. Il cielo dall’azzurro più cupo diventa quasi verde, rivela profondità impensate che si riflettono nell’animo… E l’animo si scuote e l’uomo vorrebbe innalzarsi simile ad un Dio (una delle pochissime altre citazioni del termine, ndr.). Una fiamma sacra si accende nel petto, vorresti compiere cose mai viste, vorresti rubare la luce del divino artefice e misurarti con Lui… poi, mano a mano che l’oscurità sale dalle valli a sommergere tutto, la tua eccitazione si placa, una profonda melanconia ti invade e rientri in te stesso. Le tue miserie ti affannano, il tuo corpo diventa creta pesante. Una grande pietà per te, per i tuoi simili, per tutto il genere umano che si affanna, combatte, soffre, muore, senza perché.”

Giusto Gervasutti, col suo usuale “cappellaccio”, alla Parete dei Militi, Valle Stretta, 1941 (Arch. Area Documentazione Museo Nazionale della Montagna)
UnicoVeroSoloFortissimo--12

Ancora una volta il classico schema del romanticismo: 1) sogno di “elevarsi” verso la natura divina; 2) azione per esplicitare la propria potenza; 3) inutilità della lotta e della sofferenza; 4) malinconia per il ritorno alle miserie della quotidianità.

Giusto conclude così i suoi pensieri: “E vorresti restare lassù contento che i fiorellini di rupe ti circondino a festa in primavera e le tormente ti vengano a salutare d’inverno.”

La montagna assume il ruolo privilegiato di intima compenetrazione fra uomo e Natura. Perdersi nella Natura (attraverso l’andar in montagna) diventa quindi perdersi nell’infinito e nel divino, cioè perdersi nell’infinita natura del divino: romantico e panteista, ecco com’era Gervasutti.

Giusto Gervasutti giovanissimo (Arch. Filippi)
UnicoVeroSoloFortissimo--11

Due annotazioni complementari: come già rilevato (E. Camanni – D. Ribola – P. Spirito, La Stagione degli Eroi, pag. 130, Collana I Licheni, Vivalda Editori, Torino, 1994), Giusto era un creativo e ciò, psicanaliticamente, viene collegato a problematiche con la figura materna. Può anche essere che l’enorme importanza, agli occhi di Giusto, della “sfida” (alpinistica, ma non solo) sia un modo per dimostrare sistematicamente di essere ad un’altezza tale da meritare l’approvazione e l’amore materno. Infine, amici di origine friulana mi hanno segnalato che l’ “eclettisimo” e la “vulcanicità” sono caratteristiche endemiche della loro etnia, che spesso ha una ricorrente spinta interiore al “cambiamento”, come fosse un cambiamento fine a se stesso: anche l’arrivo di Giusto a Torino, senza una esplicitata motivazione, potrebbe rientrare in questo filone, destinato poi a ripresentarsi, accentuandosi, negli anni successivi (nei più svariati frangenti dell’esistenza, dall’ambito professionale alla montagna, alle frequentazioni personali).

Gervasutti e le donne
di Carlo Crovella
(da L’unico, il vero, il solo fortissimo)
L’aura di mistero che avvolge la vita di Gervasutti, s’infittisce ancor di più sul tema “donne”. Poco o nulla si sa e pochissimo trapela dai resoconti dei suoi amici e compagni di cordata, come se tutti costoro volessero mantenere un rigoroso “rispetto” della privacy di Giusto. Il principale accenno è quello riportato da Renato Chabod che ha raccontato il gelido atteggiamento di Giusto nei confronti della gentildonna straniera salita (a piedi!) al Rifugio Torino per incontrarlo (estate del ’34). La sconsolata fuggì, “disperata e offesa”.

Sempre dalla fonte Chabod si sa che, nelle loro confidenze fra amici, lui aveva chiesto a Giusto se gli fosse capitato di pensare al matrimonio, magari impreziosito da un erede: pare che la risposta di Gervasutti sia stata più o meno del tipo: “…Sì, prima o poi non lo escludo, ma ora sono concentrato sull’attività alpinistica e ci penserò solo quando il fisico mi costringerà, in montagna, a più miti obiettivi.”

L’episodio della straniera “rifiutata” e la generale omertà sul tema “donne”, hanno innescato la leggenda di un Gervasutti misogeno, cioè di un eroe concentrato solo sull’azione alpinistica, talmente preso dalla sua passione da risultare incapace di viverne altre. Forse, un po’ malignamente, si è spesso sottinteso un uomo un po’ impacciato nel trattare con le signore, proprio perché abituato solo ai rudi appicchi delle pareti.

In realtà traspare fra le righe di alcuni suoi coetanei (Chabod, ma anche Massimo Mila) che non solo Gervasutti aveva una intensa vita sociale cittadina, poiché appunto frequentava i salotti torinesi, ma che in tali contesti flirtava amabilmente con le signore, sapendo destreggiarsi in quelle conversazioni con la stessa padronanza che lo caratterizzava sul VI grado.

Non c’è da stupirsi: era un bellissimo uomo, affascinante, colto, aggraziato e circondato dall’aura dell’eroe.

Antonella Filippi riporta che il padre Andrea raccontava che quando Gervasutti entrava in un qualsiasi rifugio, a maggior ragione se reduce da qualche “impresa”, tutte le donne si giravano a guardarlo estasiate.

Di più non si sa: ci sono state donne davvero importanti nella vita di Giusto?

Renzo Stradella, che partecipò al funerale di Gervasutti, ricorda che in quella occasione era presente anche una giovane donna in lacrime, disperata. Ma Renzo non l’aveva mai vista e, soprattutto, non la rivide più, per cui non si riesce a risalire all’identità.

UnicoVeroSoloFortissimo-5

Nell’Archivio Filippi vi è un foglio, dai bordi strappati, dove Giusto ha riportato le attività giornaliere di un periodo di circa 5 settimane di vacanza o, quanto meno, di interruzione professionale. La prima settimana termina con il giorno 30: non può che trattarsi di un periodo o di fine giugno-luglio o di fine aprile-maggio o di fine settembre-ottobre. Il tipo di attività dovrebbe invece escludere l’ipotesi fine novembre-dicembre. Per identificare l’anno, ricostruendo le combinazioni con i rispettivi giorni della settimana, si giunge a queste conclusioni. Fine giugno-luglio: 1931, 1936, 1942. Fine aprile-maggio: 1935, 1940, 1946. Fine settembre-ottobre: 1941. Del terzetto di annate estive, escludiamo il ’36 (il 23-24 luglio, Giusto era sulla Nord-ovest dell’Ailefroide) ed anche il ’42 (Giusto si dirige verso la Est delle Jorasses ad inizio agosto, ma “di ritorno dalle Dolomiti”). Resta quindi il 1931: risulta che Giusto sia partito con Lupotto per Chamonix (Aiguille Verte-Grépon-Dru), “dopo un lungo allenamento primaverile domenicale nelle prealpi e nelle Valli di Lanzo”: non sembra coincidere “perfettamente”. Potrebbe allora trattarsi di un periodo di fine aprile-maggio: Gervasutti ha alternato singole gite, a questo punto sciistiche (Orsiera, Punta Maria, Punta Gnifetti), con piccole villeggiature (Val d’Aosta, Champorcher). In alcune altre giornate, si presume cittadine, si trova scritto “corse dei cavalli” (?!). Infine altre giornate sono trascorse in piscina. Accanto a queste due attività, è spesso riportata l’annotazione “Gabetti”. Normalmente un uomo tende ad utilizzare il cognome per indicare un altro soggetto di genere maschile. Ma intriga l’idea che possa trattarsi, invece, di una Signorina Gabetti, nuotatrice e appassionata di ippica! Allo stato attuale non si sa di più.

Fra le foto di Gervasutti, conservate da Andrea Filippi, si trovano spesso immagini invernali con gli sci. A volte le fotografie riprendono graziose fanciulle, spesso in gruppetti di due o tre. Ma in alcuni casi vi è una sola protagonista, con un graziosissimo visino che sembra una fragola.

Il mistero permane, anzi si infittisce.

Infine fra le carte di Giusto ci si imbatte nel testo di una poesia, intitolata Febbre.

È dattiloscritta, il che non permette di “spacciarla” tout-court come opera originale elaborata dalla stesso Giusto: potrebbe essere un appunto, forse un ricordo, un regalo simbolico… Oppure semplicemente un testo ripreso da qualche fonte… Certo è una poesia profondamente intrisa di sensualità, con un taglio dannunziano (anche se la fattura si rivela artigianale) e tutto ciò colpisce, specie se la si confronta con l’immagine iconoclasta del “Gervasutti sestogradista che vive solo per le Montagne”! Il tutto inserito nel contesto degli anni ’30!

Poco importa, per noi, che la poesia sia stata scritta di pugno da Giusto o ripresa da altre fonti: il fatto che tale poesia si trovi fra le sue carte induce a pensare che, psicologicamente, fosse un qualcosa di “suo”. Si presenta quindi come la punta di un iceberg… purtroppo non si riesce a scoprire di più circa il mistero sottostante.

Questo non per curiosità pruriginosa, ma per completezza di conoscenza del grande personaggio. Di lui sappiamo come arrampicava, quanto si allenava, quali progetti alpinistici aleggiavano nella sua testa. Sappiamo anche che, in pubblico, era sereno d’animo e tendenzialmente ottimista (anche se profondamente malinconico in privato), che non aveva remore a partecipare, in rifugio, alle tavolate con gli allievi della Scuola Boccalatte ed anche con gli adolescenti della G.I.L..

La misteriosa sciatrice dal viso che ricorda una fragolina. Foto: Giusto Gervasutti (Arch. Filippi)
UnicoVeroSoloFortissimo-6

UnicoVeroSoloFortissimo-7

UnicoVeroSoloFortissimo-8

Gita sciistica in piacevole compagnia (Arch. Filippi)
UnicoVeroSoloFortissimo-9

Sono stato a lungo incerto se riportare questo testo, così “personale”, perché avevo l’impressione di violare una stanza segreta. Ma alla fine è pravalsa l’idea che per conoscere completamente il personaggio anche i risvolti meno alpinistici possono rivelarsi determinanti. Nonostante questi squarci di luce, resta un mistero davvero fitto sulle sue pulsioni più profonde, sui sentimenti e sulle passioni più “umane”.

Gervasutti eroe e grande alpinista era però anche un uomo. Probabilmente è anche in questo mistero che affondano le radici del mito che circonda Giusto Gervasutti. Un mito inossidabile a settant’anni di distanza.

Febbre
Vieni. Stanotte voglio, nel delirio
d’un rimanente anelito d’amor,
fra le tue braccia spegnere il martirio
del crocifisso palpitare del cor.
Non temer. Io saprò nell’incarnato
del corpo tuo, concupiscente stelo
pervaso d’un profumo di peccato,
le molli spire attorciliar d’un velo.
E sentirsi così, sogno d’un’ora
felicità d’un attimo che langue
nella divina musica sonora
dello scrosciante spasimo del sangue.
Oh come allora, Donna, ridarelli,
gli occhi tuoi neri sotto le palpebre
nella cornice aerata di capelli,
fiammeggeranno accesi dalla FEBBRE !!!
Mentre, dischiuso calice d’un fiore,
la bocca tua scarlatta che mi bacia,
verserebbe di novello un grato odore
di verbena, di mammola e d’acacia.

UnicoVeroSoloFortissimo-10

Posted on Lascia un commento

Il Crosta

Quella che pubblichiamo è una chiacchierata informale tra le persone che sono state più vicine a Marco Pedrini negli ultimi anni: Fulvio e Lucia Maria­ni e Marco Ballerini. Si tratta di idee, pensieri, proposizioni compiute, frasi smozzicate, ricordi raccolti da Mirella Tenderini, che ha pensato di riportarli così come sono usciti dal registratore.

Il Crosta
di Mirella Tenderini
(già pubblicato su Rivista della Montagna n. 101 – ottobre 1988)

Marco Ballerini: un ricordo di Marco? Beh, ce ne sarebbe uno… La notte precedente le gare di arrampicata di Bardonecchia, siamo andati in discoteca. Ci hanno buttato fuori che era tardi, dopo mezzanotte. Nel centro del paese c’è una discesa: lì abbiamo cominciato a fare il bob con i bidoni della spazzatura. Ci siamo ribaltati un po’ di volte, finché dalle case vicine ha cominciato ad accendersi qualche luce. Allora siamo scappati alle auto. Marco guidava una macchina targata “Ticino”. Era un catorcio infernale, scassatissimo, chissà chi gliela aveva prestata. Abbiamo cominciato a rincorrerci, e per nasconderci siamo finiti nello scalo merci. Poi, non so come, dallo scalo abbiamo sceso due-tre gradini e di colpo ci siamo trovati in mezzo ai binari della ferrovia. Eravamo in quattro, e seguendo le rotaie siamo arrivati in stazione. È venuta fuori un’ira di Dio di gendarmi francesi e poliziotti italiani. Abbiamo cercato di scappare, ma il pavimento della stazione è di marmo lucido. Siamo caduti e ci siamo ritrovati sotto una panchina. Ci hanno puntato il mitra davanti al muso e ci hanno portato dentro. La mattina abbiamo telefonato a Cassarà perché ci tirasse fuori per fare le gare d’arrampicata… In quello stato Marco è riuscito a piazzarsi settimo.

Un aspetto della “caparbietà” alpinistica di Marco emerge dalla scheda tecnica del film Cumbre, girato per la televisione svizzera da Fulvio Marlanl sul Cerro Torre: Pedrini compie la prima solitaria della via Maestri II 26 novembre 1985; cinque giorni dopo riparte con Mariani per effettuare le riprese e tocca così una seconda volta la cima. I due, infine, ripercorrono sino in fondo l’Itinerario per terminare di girare le scene.
Il-Crosta-RdM-101-interno-pedrini0005

Fulvio Mariani: con Marco abbiamo cominciato insieme, ai Denti della Vecchia. Lo chiamavamo Crosta, perché si toglieva tutte le croste dei suoi incidenti di moto e le conservava. Non solo: le toglieva anche agli altri, soprattutto alle ragazze cui faceva il filo… Un giorno l’abbiamo visto arrivare con un carico mostruoso. Si è fermato oltre la baita dove eravamo tutti noi e ha tirato fuori dal suo saccone una pentola per la polenta. Coi pelati ha cominciato a fare un miscuglio tremendo. «Mi mangiu cume me pias a mi», diceva. Si faceva i maccheroni con una cottura di 25 minuti, gli piaceva solo la pasta che sua madre stava per dare ai cani, bella scotta. Viveva così, andando in giro a pescare… Con Marco si arrampicava spesso assieme. Lui aveva capito il meccanismo dell’arrampicata libera prima di noi. Eravamo andati a vedere un vecchio film di Henry Barber, e da quello spettacolo Marco aveva tratto una frase sola (che io ho capito solo cinque anni più tardi). Barber diceva: «Riuscirai a migliorare solo se imparerai a cadere». Così, la settimana dopo siamo andati ad arrampicare (allora si saliva ancora in scarponi) e Marco ha cominciato a muoversi d’improvviso sull’A2 senza staffe…. Poi ha fatto l’invernale al Badile: tre giorni in tutto, con Michel Piola e Danilo Gianinazzi. I suoi genitori non sopportavano il fatto che lui andasse in montagna, e così Marco aveva raccontato di essere con me in baita al Monte Baro. Tutto è andato bene finché un giorno è passato un cliente nel negozio di suo padre: «Sciùr Pedrini, ma lei è mica il padre del Marco? Complimenti! Ha un figlio geniale, che farà carriera nell’alpinismo! Ma non ha letto il giornale…».

I genitori di Marco ci dicevano che non capivano. Non hanno mai visto le cose belle che lui ha fatto in montagna. Erano colpiti solo dal negativo: i morti, gli incidenti. Non hanno mai letto, mai aperto le riviste, i libri di montagna di cui Marco aveva la casa piena. Solo dopo che lui è morto, i suoi hanno capito quanto avesse fatto in montagna.

Il personaggio
Fulvio Mariani: gli altri si sono fatti conoscere solo per le loro imprese, Marco anche perché era un personaggio. Lo incontravi e con lui non potevi fare a meno di divertirti. Era uno che sapeva affascinarti. Di lui, ora, gli amici ricordano magari solo gli scherzi, le botte in macchina e le urla notturne, e senz’altro le sue salite, ma Marco non era solo quello… Pedrini non aveva bruciato le tappe. I passi classici, lui, li aveva fatti tutti: Denti della Vecchia, Monte Bianco, Dolomiti. Poi aveva scoperto l’arrampicata libera facendoci sopra un discorso preciso. Anche se poi era costretto a doversi rimangiare qualche parola perché alla fin fine si dedicava più all’alpinismo che all’arrampicata.

Marco Ballerini: l’ultima volta che l’ho incontrato si è fermato a casa mia per tre giorni. Abbiamo fatto notte fonda, solo per parlare. Dopo il Cerro Torre Marco era cambiato molto. Non sapeva più esattamente cosa voleva. Dell’arrampicata e dell’ambiente non parlava male, ma era deluso. La TV svizzera l’aveva intervistato in occasione della seconda edizione di “Sport Roccia”. Lui era molto meno allenato dell’anno precedente, era reduce dalla Patagonia e stava scrivendo un manuale per l’alpinista. Al giornalista Marco aveva chiaramente lasciato capire il suo proposito: coniugare l’alpinismo con l’arrampicata estrema.

Fulvio Mariani: Marco era deluso dall’ambiente perché c’era troppa gente che si vendeva agli sponsor per una manciata di fumo: lui s’incazzava a morte con chi, in cambio di un’imbragatura o di una giacca, regalava allo sponsor cento foto da pubblicare sui giornali.

Marco Ballerini: questo atteggiamento di Marco mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, io penso che se ti piace arrampicare, tu possa pure fottertene dell’ambiente. Ambiente che a me, sinceramente, non è che faccia poi così schifo. E comunque noi l’alpinismo non lo praticavamo certo per quel po’ che potevamo guadagnare… Insomma, sto dicendo che secondo me quella presa di posizione di Marco era una scusa bella e buona. Il problema vero è che lui non sapeva più quello che voleva: se fare l’alpinista di professione o altro. E in questo, di sicuro ha influito la famiglia. Suo padre voleva che lui si trovasse un lavoro fisso, una professione. Gli aveva dato un ultimatum.

Mirella Tenderini: ma lui viveva in casa con i suoi? Si manteneva da solo?

Fulvio Mariani: sì e no. Aveva fatto delle supplenze, aveva due o tre sponsor, sfruttava il sussidio di disoccupazione.

Marco Ballerini: aveva finito l’Università, era diventato “maestro di ginnastica”. A Lugano gli avevano offerto un posto fisso. Marco ha detto a suo padre che probabilmente non lo avrebbe accettato, e allora è scoppiata la crisi. Si parlava spesso di queste cose. Lui mi chiedeva: «Ma tu cosa conti di fare? Pensi di riuscire a vivere facendo la guida o l’alpinista? Sai, io non so più cosa fare, l’arrampicata non mi dà più…». Tra l’altro devi calcolare che Marco aveva quasi 28 anni, e a quell’età in arrampicata non hai più futuro. L’ambiente, l’ambiente, l’ambiente: è il problema di tutti. Per questo Marco aveva nella testa il caos più totale.
Comunque, quello che mi piaceva di Pedrini era il fatto che con lui potevi parlare di tutto. È difficile, con quelli che arrampicano bene, riuscire a parlare di qualcosa che non sia la roccia, l’appiglio, le scarpette. Per quei signori, oltre all’arrampicata non c’è nulla.

Lucia Mariani: è vero. Marco ascoltava chiunque. Faceva attenzione a quello che gli dicevi e ti rispondeva sempre a tono. Parlava con te perché provava interesse a quello che tu potevi dirgli.

Fulvio Mariani: non l’hanno mai capito. A scuola, pur studiando meno della metà di quanto facevano gli altri, andava benissimo. All’Università ne ha fatte di tutti i colori e l’hanno sospeso per un anno. Eppure Marco era maestro di sci e di nuoto, parlava italiano, francese, inglese, spagnolo e tedesco. Diceva che poteva lavorare sempre, ma si chiedeva anche perché diavolo dovevano imporgli un lavoro fisso…

Lucia Mariani: è che lui non si piegava a nessuna regola, e quindi non poteva neanche vivere di alpinismo perché non sapeva scendere a compromessi. In ogni caso, quando Marco iniziava un lavoro lo faceva con la massima serietà.

Marco Pedrini apre Panoramix sul Grand Capucin
Il-Crosta-PanoramixApertura-pedrini

Quella volta al Cerro Torre
Fulvio Mariani: la vicenda del Cerro Torre da questo punto di vista è emblematica. Marco, gli dico, facciamo questo film sulla Patagonia e mi sta bene. Però ricordati che, bene o male, è la televisione che lo paga. Non so se te ne rendi conto, ma un film così costa 35-40 mila franchi svizzeri. Non ti dico di essere riconoscente alla TV, ma grato sì. Almeno quello. Perciò dobbiamo realizzare un lavoro che vada bene a te ma anche al pubblico, e che vada bene pure alla televisione (che poi in realtà non l’ha ancora distribuito adesso). Allora cerchiamo di imporci delle regole: non possiamo arrampicare nudi, la televisione è un ente di stato per cui la pubblicità diretta non può entrarci più di tanto. Niente marchi grossi così attaccati agli spit. Soprattutto, dobbiamo dare l’idea, anche se a te non va tanto, di che cos’è la Patagonia… Per l’attacco del film avevo escogitato la soluzione della corsa dei cavalli. Volevo giocare sull’analogia. Carote! Il giorno stesso che abbiamo letto il testo – vi giuro – lui era già lì a sacramentare. C’erano quattro minuti di gara che gli rovinavano il film. È andato in giro a dire che sarebbe stato un film di merda, che io gli avevo rovinato tutto con la gara dei cavalli. Poi è andato in Francia per un altro film, un lavoro sui voli dai ponti. Quando è tornato mi ha detto: «Finalmente ho fatto un vero film!»

Ma non è finita. Nell’igloo ai piedi del Torre, la mattina che siamo scesi mi ha urlato: «Da quello che hai filmato uscirà solo un film di merda!» Dopo la salita voleva farmi tornare in cima con gli ultimi 30 metri di pellicola per riprendere la vetta del Torre col tempo bello. Roba da pazzi! Col materiale che mi era rimasto sarebbero stati sì e no 30 secondi di ripresa!

Marco Ballerini: nel Marco c’erano delle contraddizioni. Negli ultimi tempi tradiva insicurezza e…

Fulvio Mariani: beh, sai, è duro aprire una via a spit in Val di Mello e dopo due giorni trovartela schiodata, andare in Valle dell’Orco, fare quello che ha fatto, e poi sentirsi dire…

Marco Ballerini: no, non è quello. La cosa è molto più sottile…

Fulvio Mariani: macché. Se tu, Marco, avessi fatto il Torre, a Lecco sarebbero fioccati gli articoli. In Ticino, invece, nessuno ti considera. Marco l’hanno tirato in ballo solo il giorno della sua morte. Allora sì che gli articoli li hanno fatti. L’hanno chiamato amico, tutti i giornalisti dicevano di essere amici suoi, i fotografi si spacciavano per suoi compagni di cordata.

Marco Ballerini: Marco, però, e bisogna dirlo, era una di quelle persone che… io al massimo sono riuscito a stare con lui una settimana. Dopo una settimana non ne potevo più. Comunque, nella vita, anche al di fuori dell’alpinismo, incontrare persone con la testa del Marco Pedrini non è facile. Come lui non ce ne sono tanti. Forse solo Benvenuto Laritti. Io ero amico del Ben. Ecco, Marco era così. Lui agiva senza premeditazione. In Valle dell’Orco, quella storia degli spit è nata così, per caso, vedendo una bella fessura.

Fulvio Mariani: gli hanno rotto gli spit, e lui due anni dopo è ritornato in valle con la maglietta “Legalize spit”, e mi ha fatto allenare per sette giorni, in modo da potergli andare a fare le foto con quella maglietta su per la via.

Mirella Tenderini: insomma, a Marco piacevano spit e compressore…

Lucia Mariani: a lui la storia del compressore di Maestri al Torre piaceva da matti. Eravamo al campo, dodici giorni prima che lui e Fulvio salissero in vetta, noi tre e due svizzeri tedeschi simpaticissimi. A un certo punto uno degli svizzeri se ne è uscito con una battuta: «Mi hanno detto che il compressore è pericolante, è appeso a due chiodi molto brutti. Bisognerebbe andare su, tagliare il cordino e buttarlo giù».

Provocazione diretta agli habitué della Valle dell’Orco: la prima invernale solitaria in stile quasi himalayano della Fessura Kosterlitz
Il-Crosta-pedrini-1ainvsolitariaFessuraKosterlitz

Fulvio Mariani: e allora Marco ha cominciato: «Se tu butti giù il compressore, io faccio il giro del mondo, salgo su tutte le montagne dove c’è un crocefisso e li scaravento giù tutti. Perché il compressore è il simbolo del Torre, e se ha il cordino marcio, io gliene metto uno nuovo». Poi, quando siamo arrivati al compressore di Maestri, lo abbiamo trovato completamente intrappolato nel ghiaccio. Per liberarlo abbiamo impiegato un’ora e mezza. Vi rendete conto? Un’ora e mezza a spiccozzare come dannati. Poi Marco è sceso di 40 metri dalla cima, io filmavo. Lui s’è infilato un paio di occhiali e sul compressore si è messo a giocare alla moto: «Bruumm! Bruumm! Fulvio, questa scena devi assolutamente metterla nel film! E insieme alla scena io aggiungerò che chi ha criticato Maestri è un cretino!».

Lucia Mariani: per vendicarsi di qualcuno, Marco avrebbe fatto qualsiasi cosa. Il fatto che Maestri fosse andato fin lassù per farla vedere a quelli che non credevano alla sua prima salita al Torre, per lui era significativo. Maestri gli era simpatico. Comunque, quando si impuntava su una cosa, Marco andava sempre fino in fondo. Lui odiava il suo insegnante di tuffi all’Università, e credo che l’odio fosse ricambiato. Così Marco aveva studiato un sistema con due fili che gli disfacevano completamente gli slip mentre lui alzava le braccia prima del tuffo. Il giorno dell’esame si è buttato completamente nudo, un tuffo perfetto, e nessuno ha potuto dirgli niente. Marco era così.

Mirella Tenderini: e in che rapporto era con i suoi genitori?

Lucia Mariani: non li odiava di certo. Uno che odia i propri genitori non spara battute come le sue. Ai suoi Marco voleva bene, e anche loro gli volevano bene. No, uno che odia i propri genitori non ne parla neanche. Lui no. C’era questo contrasto sulla questione del lavoro fisso, ma si volevano bene.

Mirella Tenderini: e con le donne?

Lucia Mariani: io non ho mai insultato una persona come ho insultato lui in Patagonia. Non ne potevo più! Ci siamo buttati addosso tutto il nervoso di due mesi.

Fulvio Mariani: tutta la storia è saltata fuori perché Marco sapeva benissimo che Lucia sarebbe venuta con noi e che sperava anche lei di salire il Torre. Però, si è detto lui, se io faccio la prima solitaria e poi, dopo di me, questi due pirla salgono anche loro e ci scappa la prima femminile, la mia impresa cala. Non di molto, ma di un mezzo gradino sì. Così Marco è stato contro Lucia per tutto il tempo. In parete l’ha insultata finché lei ha rinunciato.

Lucia Mariani: effettivamente non aveva una gran considerazione per le donne. All’inizio credevo che il suo fosse un atteggiamento scherzoso. Poi, quando ho capito che faceva sul serio, allora sono nate le discussioni. In ogni caso delle donne parlava in un certo modo, diceva che erano inferiori, ma poi si comportava in maniera diversa: le rispettava più di tanti altri che si riempiono la bocca di bei discorsi. Si era pure innamorato, davvero, ma doveva essere un segreto. A volte mi portava un regalo, ma subito dopo attaccava con i suoi discorsi. Abbiamo avuto una gran discussione, e io l’ho pure insultato. Allora lui a un certo punto mi ha detto: «E io che ti portavo sulla punta delle dita. Se tu mi dici una cosa del genere, per me non sei più niente». Una cosa tremenda. E intanto aveva le lacrime agli occhi, e stavo male anch’io. Mancavano dieci minuti alta partenza e stavamo così…

Fulvio Mariani: era una scena da film, io cercavo di rimettere tutte le cose in una cassa. Non avevo più voglia di discutere, continuavo a sistemare la ro­ba. Con noi c’erano tre svizzeri tede­schi, tre francesi e due tedeschi. Loro due litigavano in dialetto, gli altri ri­manevano impietriti o ridevano come pazzi. Hanno litigato più di mezz’ora.

Lucia Mariani: poi, poco prima di par­tire, mi è venuto vicino e mi ha detto: «Ma dai, non prendertela!». L’avrei buttato dall’aereo…

Azione contestatissima in Valle dell’Orco. Tu mi turbi. Pedrini aveva aperto l’itinerario spittando dall’alto e questo aveva provocato – era il 1984 – la reazione dei frequentatori locali, che l’avevano accusato di usare quintali di ferraglia inutile non per tracciare vie nuove, bensì semplici varianti a quelle esistenti
Il-Crosta-pedriniSuTuMiTurbiValleOrco

A testa in giù dai ponti
Mirella Tenderini: e la storia dei suoi voli dai ponti?

Fulvio Mariani: quella faccenda l’ha iniziata proprio lui. Eravamo in Val Maggia. Un giorno Marco mi ha detto: «Perché non ci gettiamo giù?». Si è le­gato e ha provato. La settimana dopo ha contagiato anche me. Ci siamo buttati assieme, ci siamo spellati tutti, abbiamo battuto la testa e io ho perso l’orologio nel fiume. Lui, però, con questa storia è andato avanti lo stesso, finché un giorno abbiamo fatto quelle foto che sono uscite su Montagnes Magazine. Mentre Marco si gettava, è stato visto da un medico dell’ospedale di sotto. Quello crede­va che fosse in atto un suicidio (Mar­co si buttava sempre a testa in giù), ed è venuto su di corsa…

Lucia Mariani: all’inizio i lanci dai ponti sono cominciati per divertimen­to. Poi, come sempre, sono saltati fuori i discorsi. Era per combattere la paura del vuoto, eccetera.

Fulvio Mariani: sull’argomento hanno fatto persino una trasmissione televi­siva. Fuori dal ponte i tecnici hanno montato un trapezio in modo che lo spettatore non si rendesse conto che i saltatori erano sospesi sul vuoto. Così, quando Romolo Nottaris ha chiesto a Marco come faceva a vince­re la paura del vuoto, lui buttandosi ha risposto: «Il sistema c’èèèèèè… E l’urlo si è disperso per la valle. Quan­do hanno messo in onda il filmato, Marco ha telefonato a sua madre: «Domenica guarda la TV, ci sono an­ch’io». E lei si è messa davanti al tele­visore, era la prima volta che vedeva suo figlio in trasmissione. Ha assistito a un volo di 70 metri. È scivolata dalla poltrona…

Marco Pedrini di Lugano era un arrampicatore di primissimo piano e un fortissimo alpinista. Personaggio contrad­dittorio e complesso, poco rispettoso della cultura alpinistica tradizionale e iconoclasta, nel variopinto mondo dell’arrampicata ha rappresentato spesso il personaggio scomodo. Amato e odiato, Marco era una figura complicata, sicuramente non riconducibile a nessuno schema precostituito. A volte estremamente razionale, a volte solo istintivo, Pedrini era capace di dar corpo a idee stupende ma anche di produrre polemiche, attriti, discussioni. Come alpinista e arrampicatore aveva compiuto cose egregie. In montagna aveva portato a termine importantissime ripetizioni in libera. Con Michel Piola e Danilo Gianinazzi, nell’inverno 1980-81 era riuscito a salire la via Cassin al Piz­zo Badile, prima invernale in stile alpino. Aveva arrampicato all’Eiger e nel massiccio del Monte Bianco. Nel 1985 gli era riuscita la prima solitaria (13 ore in tutto) dello Spigolo Maestri al Cerro Torre. In quella stessa stagione Marco aveva tracciato con lo svizzero Kurt Locher una bellissima via – Chimichurri y tortas fritas – sul Pi­lastro Casarotto al Fitz Roy.

Poi ci sono state le gare di arrampicata e una grande attività in falesia. La sua ultima impresa, la Direttissima americana ai Drus, gli è stata fatale. Durante la discesa, Marco se n’è andato. Probabilmente un ancoraggio… Era il 16 agosto 1986.

Per maggiori dettagli http://www.banff.it/marco-pedrini/.

Marco Pedrini su Arrapaho, una sua prima ascensione in Valle dell’Orco
Il-Crosta-SuArrapaho-Pedrini

Posted on Lascia un commento

Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa

Giusto Gervasutti a settant’anni dalla scomparsa
(ritratto di questo grande dell’alpinismo attraverso l’analisi della sua attività “di punta” 1931-1946)
di Carlo Crovella (SUCAI Torino e GISM)

Formidabile sulla roccia e sul ghiaccio, lo era altresi come “senso alpino”, come esploratore e solutore di problemi. Taluno può stragli alla pari e magari aver realizzato di più in questo o in quel determinato campo – roccia dolomitica od occidentale, ghiaccio, salite miste – ma nessuno, che io sappia, può vantare una simile mole complessiva di lavoro, una personalità così dominante in tutti i campi dell’alpinismo, dall’arrampicata pura all’esplorazione (Renato Chabod, La Cima di Entrelor, Zanichelli, 1969)”.

giustogervasutti0001

Così l’amico e campagno di cordata Renato Chabod sintetizza mirabilmente le caratteristiche tecniche e ideologiche di Giusto Gervasutti, il celebre alpinista scomparso il 16 settembre 1946 durante un tentativo al Pilier Nord-est (oggi Pilier Gervasutti) del Mont Blanc du Tacul (gruppo del Monte Bianco). Gervasutti è uno degli “snodi” più rilevanti nella storia dell’alpinismo, almeno del periodo a cavallo degli anni ’30, perché seppe fondere in sé la visione della scuola orientale (cioè la mentalità del VI grado, che ha caratterizzato in particolare le Dolomiti) con i grandi terreni occidentali: alta quota, neve e ghiaccio, bufere, bivacchi in parete, lunghi e tortuosi avvicinamenti.

Comporre l’elenco delle imprese alpinistiche di Gervasutti è, paradossalmente, l’aspetto meno complicato dell’analisi di questo personaggio: altri sono infatti i risvolti psicolgici ed esistenziali dove si incentra il vero enigma della sua poliedrica personalità. Tuttavia Gervasutti fu innanzi tutto un insigne alpinista, o quanto meno è passato alla storia come tale: pertanto l’analisi della sua attività di punta consente di cogliere, attraverso le sue scelte alpinistiche, i più profondi aspetti della sua persona.

Per comprendere appieno l’attività alpinistica (che si svolse lungo un arco temporale di soli 15 anni: dal 1931 al 1946, cioè dall’arrivo a Torino fino alla scomparsa sul Tacul) torna molto utile seguire la falsariga che ci ha lasciato proprio Chabod nello specifico capitolo del libro La Cima di Entrelor (pag. 101-117).

Gervasutti, nato a Cervignano del Friuli il 17 aprile 1909, si trasferisce a Torino nel 1931, portando nel contesto “occidentale” quella mentalità “orientale” che gli era congenita, non fosse altro per la provenienza geografica: aveva infatti un discreto bagaglio di esperienze in Dolomiti e anche nelle Alpi Carniche e Giulie. Appena stabilito a Torino, Giusto cerca immediatamente il contatto con l’ambiente alpinistico subalpino e non ha difficoltà nel trovare compagni di gite, a dimostrazione di quanto il milieu torinese fosse “maturo” per l’innesto delle nuove concezioni.

Il primo assaggio della “grande” montagna occidentale avviene (con l’allora compagno di cordata Lupotto) nell’estate dello stesso anno (1931), grazie al trittico Aiguille Verte-Grépon-Dru (massiccio del Monte Bianco), vette tutte affrontate sulle corrispondenti vie normali, ma rese complicate dalle immancabili bufere d’alta quota, come se la montagna volesse fargli immediatamente capire a cosa corrispondono le caratteristiche “occidentali”. Dopo il suddetto trittico, Giusto si sposta nelle Dolomiti, evidenziando, fin da subito, l’estrema facilità a “saltare” fra occidentali e orientali (e viceversa). A oriente, sempre nel 1931, realizza un bottino che renderebbe orgoglioso anche l’alpinista odierno: Cima Piccola di Lavaredo (inizialmente dalla via normale, poi, qualche giorno dopo, attraverso una combinazione di vie più impegnative), seguita dalla Piccolissima (Via Preuss) e infine, nel settore d’Oltre Piave, realizza anche due “modeste” (specie se confrontate con i canoni del Gervasutti “maturo”) prime ascensioni (Cima Toro, parete nord-ovest, e Cima Both, parete Ovest-Nord Ovest). Queste prime ascensioni risulteranno pressochè le uniche nella sua pur pregevole frequentazione dolomitica (caratterizzata sostanzialmente da ripetizioni di rilievo, ma non dall’apertura di importati vie nuove). La campagna dolomitica del 1931 si completa con le ascensioni del Campanile Toro, Via Piaz, e del celeberrimo Campanile di Val Montagnaia (“il più bel campanile del mondo”). Anche senza prestigiose vie nuove, neppure in seguito, Gervasutti non dimenticherà mai le Dolomiti, sia per esigenze di allenamento e di perfezionamento tecnico, sia per l’attaccamento ai monti della sua giovinezza.

Sottolinea puntigliosamente Chabod (op. cit., pag 106-107), commentando l’attività del 1931: “Come primo saggio di “completezza” (cioè di connubio fra montagna occidentale ed orientale, ndr), non c’è davvero male, ma questo può dirsi soltanto il preludio di quanto il Fortissimo saprà fare negli anni successivi, sia pure con una spiccata predilezione, in punto grandi vie nuove, per le Occidentali, dove potrà meglio soddisfare il suo vivissimo gusto dell’esplorazione e perfezionarsi sempre più per le sognate future spedizioni extra europee… Però Egli rimarrà dolomitista e friulano, seppur diventato occidentalista e torinese, anche se per la menzionata sua passione esplorativa, darà le prove più eccelse del suo valore nelle grandi salite occidentali”. In un rapido flash, Chabod dipinge “tutto” Gervasutti: la sua origine, la sua multiforme attività sia a oriente che a occidente, la sua visione di una montagna “completa” e “trasversale”, le sue esperienze e i suoi sogni extra europei.

Il 1932 si apre, ben prima della stagione estiva, con due importanti imprese: a febbraio la prima invernale (e anche prima sciistica o, meglio, scialpinistica) alla Nordend (gruppo del Monte Rosa), insieme a Emanuele Andreis e Paolo Ceresa, e poi l’ascensione invernale del Cervino (con Gabriele Boccalatte e Guido De Rege), lungo una combinazione di vie (Cresta Furggen fin sotto la spalla e, per colpa del maltempo, ripiegamento sulla Cresta dell’Hornli fino alla vetta). Con l’estate del 1932, Gervasutti dà una prima significativa accelerata alla sua attività, preambolo di quella, irreversibile, dei tre anni successivi. Appunto in quella estate Giusto realizza con Boccalatte e Chabod la traversata della Aiguille Verte: salita per il Canalone Mummery (sesta ascensione) e discesa dal Canalone Whymper. Poi sale, da solo, sulla vicina Aiguille du Moine, ma, disgustato dalle pessime condizioni dell’alta montagna (per colpa di una negativa stagione meteorologica), scappa verso le sue amate Dolomiti: Torre Coldai da nord-ovest, Via Rudatis; Civetta, cresta nord; Torre Venezia, parete ovest e infine un drammatico tentativo sulla Via Solleder (il primo “sesto grado” della storia) sulla parete nord-ovest della Civetta. In tale occasione, il compagno di cordata, tal Schweiger (conosciuto la sera prima in rifugio), esaurisce presto le forze e ciò impone la ritirata. Nel corso della discesa, Schweiger si lascia letteralmente andare, appendendosi a corpo morto sulle corde sotto a uno strapiombo. Durante la manovra di recupero, Giusto viene sbalzato nel vuoto e resta appeso alle corde con la sola mano sinistra (!!!). Toltosi dai guai rimontando le corde a forza bruta, Gervasutti raggiunge poi il compagno e prende atto che ha una gamba fratturata. Di conseguenza lo assicura al terrazzino e prosegue la discesa a corde doppie, raggiungendo così il rifugio, per risalire il giorno dopo con altri alpinisti e riportare in salvo il compagno. Il conto aperto con la Solleder si chiuderà solo due anni dopo, ma nelle settimane successive a questo episodio Giusto percorre un’altra celebre via di Solleder (una delle classiche di VI grado), quella al Sass Maor (con Boccalatte).

Tornato in Piemonte, Giusto imbastisce, anche nelle Occidentali, quell’attività di esplorazione che lo caratterizzerà nel tempo, portandolo a realizzare non poche prime “minori”, spesso se vette appartate, poco appariscenti o addirittura considerate di “media montagna”: il 4 settembre 1932, con Paolo Ceresa e Vittorio Franzinetti, sale il Camino Gervasutti alla Punta Mattirolo dei Serous (Valle Stretta, Bardonecchia).

La parete nord-ovest del Pic d’Olan
GiustoGervasutti-000527.jpg.800x800_q85

Il 1933 è l’anno in cui Gervasutti accende il turbo. In primavera, durante il Trofeo Mezzalama, si guadagna quel soprannome, Il Fortissimo, che lo segnerà (Chabod dice: come unico e vero fortissimo) per tutta la vita. In estate, dopo qualche ascensione dal rifugio Torino (fra cui alcune guglie dell’Arête du Diable del Mont Blanc du Tacul, compagni Piero Zanetti, Gabriele Boccalatte e la signorina Ninì Pietrasanta – futura signora Boccalatte), realizza due imprese di rilievo, sempre con Zanetti. Dapprima gli riesce la seconda ascensione assoluta della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peuterey, allora considerata la più difficile via di roccia nel gruppo del Bianco (e non è che, oggi, scherzi poi tanto…), aperta nel 1930 da due alfieri della scuola germanica, nello specifico Karl Brendel e Hermann Schaller, e storicamente considerata il primo esempio di applicazione della mentalità orientale su terreni occidentali. Successivamente Gervasutti effettua, sempre con Zanetti, la prima esplorazione (frustrata dal maltempo) alla parete nord delle Grandes Jorasses, dove (con l’acuto occhio “esplorativo” che lo contraddistingue fin dall’inizio) capisce immediatamente che il “punto debole” della parete non è l’affilato e intrigante Sperone Walker, ma il parallelo sperone Croz. Giusto termina poi la stagione in Dolomiti, con alcune interessanti salite fra cui spicca quella, con Aldo Bonacossa, alla Torre Re Alberto (gruppo Torri del Cameraccio), dedicata al Re alpinista.

Il 1934 è l’anno che consacra Gervasutti come stella alpinistica di prima grandezza. Nei mesi febbraio-aprile partecipa alla spedizione del conte Aldo Bonacossa diretta nelle Ande, dove fra l’altro partecipa alla prima ascensione del Picco Matteoda (punta cilena del Tronador), e poi si ferma a titolo personale con Luigi Binaghi, realizzando le prime ascensioni su due Cerros di oltre 5000 metri. Interessante l’annotazione che lo stesso Giusto inserisce (Scalate nelle Alpi, pag. 96) sul concetto di spedizione e di viaggio: “Il primo viaggio su un transatlantico è sempre una curiosità, ma per me questa partenza aveva un valore simbolico particolare. Avrebbe dovuto iniziare una nuova fase della mia vita… quella per la quale avevo rinunciato ed ero deciso a rinunciare a tante cose che sembrano importanti nella vita sociale”. In parole povere, Gervasutti focalizza definitivamente che l’alpinismo è la sua principale ragione di vita. Tornato in patria, Gervasutti inizia la stagione estiva del 1934 in Dolomiti (Campanile di Brabante, seconda ascensione) e poi passa al Bianco: un nuovo e più convinto tentativo (con Chabod) alla Nord delle Jorasses (tentativo che, seppur, frustrato dal maltempo, dà inizio a quella che Chabod chiama la “Corsa alle Jorasses”, culminata l’anno successivo con la “beffa” sullo Sperone Croz), seguito dalla prima ascensione (sempre con Chabod) del Canalone nord-est del Mont Blanc du Tacul (oggi Canalone Gervasutti). Tale impresa che è stata anticipata (“per allenamento”, ndr) dalla prima salita del Canalone ovest alla Tour Ronde. Infine, con il nuovo amico francese, Lucien Devies, Gervasutti si trasferisce in Delfinato, dove realizza la prima ascensione della parete nord-ovest del Pic d’Olan, “impresa che scuoterà gli alpinsiti francesi, come le precedenti avevano scosso gli occidentalisti piemontesi” (L. Devies, La Conquête de la muraille N.W. de l’Olan, pubblicato su Alpinisme, giugno 1935). Nello stesso articolo, Devies descrive a puntino l’azione di Gervasutti: “… guardo Giusto in arrampicata. Il suo stile non rivela lo sforzo. È di una semplicità e una purezza assolute. Tutto è sacrificato all’economia delle forze e al rendimento. Ogni gesto è prettamente previsto, eseguito, controllato. Si indovina, in ciascun movimento, la volontà tesa unicamente verso lo scopo. È il procedere trionfale di un conquistatore. Saliamo fin sotto un salto dello sperone, volgiamo un po’ a sinistra, poi riprendiamo a salire in linea retta. Giusto conduce come se avesse già fatto venti volte il percorso…”. Giusto è definitivamente entrato nell’olimpo dell’alpinismo, ma il 1934 gli regala ancora una bellissima impresa: nel mese di settembre, insieme al Conte Bonacossa e a Carlo Negri, Gervasutti compie una puntata nelle Alpi Centrali, realizzando la prima ascensione dello Spigolo sud della Punta Allievi (Gruppo Bregaglia-Disgrazia), una via molto apprezzata e ripetuta anche ai nostri giorni: il tratto chiave è quotato, ancora oggi, di V+ e VI.

E veniamo al 1935, forse uno degli anni più completi, alpinisticamente parlando, di Gervasutti: seconda ascensione, con Chabod, dello Sperone Croz alla Nord delle Jorasses (battuti di un soffio dai tedeschi Rudolf Peters e Martin Meier); prima ascensione della parete est del Monte Emilius (intrapresa come “allenamento” per le Jorasses); prima ascensione assoluta (con Chabod, Boccalatte e la Pietrasanta) del Pic Adolphe; un tentativo, con Luigi Binaghi, al Pilier del Tacul dove poi, nel 1946, Giusto incapperà nell’incidente fatale; terza ascensione, con Mario Piolti e Michele Rivero, della Cresta des Hirondelles alle Jorasses (probabilmente in questa occasione Gervasutti “adocchia” per la prima volta la contigua parete est). Poi si trasferisce nelle Dolomiti e chiude definitivamente il conto con la Solleder alla Nord-ovest della Civetta e, rimbalzato nuovamente nelle occidentali, compie quella inebriante cavalcata costituita dalla lunga Cresta sud-est (a forma di “cresta di gallo”) del Pic Gaspard in Delfinato, con Lucien Devies.

La parete nord-ovest dell’Ailefroide
GiustoGervasutti-Ailefroide_(3953)_Face_Nord

Il 1936 è un anno bifronte per Giusto, che da un lato realizza (in Delfinato) una delle sue imprese più eclatanti, cioè la prima ascensione alla parete nord-ovest dell’Ailefroide, detta anche Muraille de Coste Rouge, ma dall’altra deve accettare un lungo stop per i postumi dell’incidente verificatosi proprio all’Ailefroide: nell’avvicinamento al buio, rotto solo dalla lanterna a mano (altro che i frontalini di oggi!), gli si gira sotto i piedi un masso e Gervasutti, cadendo, riporta diversi “danni fisici”, fra cui due costole fratturate, un taglio profondo al labbro e alcune denti che “ballano” nelle gengive. Giusto immediatamente capisce che, se torna indietro, dovrà fermarsi per lungo tempo, interrompendo l’attività alpinistica, e quindi… attacca con decisione la parete per non perdere l’occasione! Due giorni di dura lotta per realizzare quella che è stata soprannonimata la Walker dell’Oisans e che io personalmente reputo sia la più “gervasuttiana” delle sue imprese. François Labande, autore della guida alpinista del Delfinato, riporta (pag. 303) l’annotazione che, secondo lo stesso Gervasutti, la Nord-ovest dell’Ailefroide costituisce la sintesi sublime fra la Nord delle Jorasses e la Nord-ovest della Civetta. Se pensiamo che la Nord delle Jorasses è la “quintessenza” dello “stile face Nord”, per dirla alla francese, e che la Nord-ovest della Civetta è da sempre chiamata la “Parete delle Pareti”, ci rendiamo immediatamnete conto dell’intrinseco “valore” che caratterizza la Muraille de Coste Rouge. Per i puristi delle precisazioni alpinistiche, la Walker incorpora punte di difficoltà tecnica leggermenti superiori (pensiamo anche solo ai due famosi diedri di 70 metri, superati “caparbiamente” dall’altro grandissimo sestogradista dell’epoca, Riccardo Cassin), ma non si deve dimenticare che le difficoltà dell’Ailefroide si posizionano su un livello che è inferiore alla Walker solo di una minima “tacca” e che, in ogni caso, tali difficoltà sono inserite in un contesto ambientale ancor più severo e con maggiori pericoli oggettivi (vedi acclusa relazione, ndr) rispetto alla conformazione da “spigolo” che caratterizza la Walker. Dopo l’inevitabile convalescenza successiva all’incidente dell’Ailefroide, Gervasutti si rifà la bocca con l’alta montagna solo negli ultimi giorni del 1936, con la salita solitaria invernale al Cervino lungo la Cresta del Leone (normale italiana).

Con Firmino Palozzi, di ritorno dalla solitaria invernale al Cervino
giustogervasutti0002

Il 1937, causa impegni di lavoro, è invece un anno con poco tempo libero per Gervasutti, il quale si deve sostanzialmente “accontentare” di una ripetizione alla Via Dibona al Dent du Requin e della terza ascensione della parete nord del Petit Dru. Sempre nel 1937 Giusto organizza, con Leo Dubosc (un accademico torinese), un primissimo tentativo alla Est delle Jorasses, ma non riesce neppure a raggiungere l’attacco della parete, per un errore nella scelta dell’itinerario sul ghiacciaio. Questo tentativo gli permetterà, però, di impostare correttamente i successivi attacchi (1940-1942) alla parete.

Il 1938 è apparentemente un anno di delusioni, se non addirittura di “sconfitte” (alpinistiche) per il nostro Giusto. Perde il treno della Nord dell’Eiger, per i troppi tentennamenti meteorologici degli anni precedenti (questa parete sarà vinta, proprio nell’estate del 1938, da quattro austro-tedeschi), ma soprattutto perde la Walker, conquistata invece da Cassin con il suo abituale stile (“veni, vidi, vici”). L’episodio gli pesa, eccome!, ma nel libro Scalate nelle Alpi (pag. 208), Giusto riconosce, con un animo nobile e leale, la magnifica impresa del collega-rivale. Però, nel pieno dell’estate del 1938, Giusto si prende una degna rivincita: con Grabriele Boccalatte disegna una splendida linea di salita sulla parete sud-ovest del Picco Gugliermina, ascensione considerata ancor oggi una delle più difficili scalate in libera nel massiccio del Bianco e, forse, in tutte le Alpi occidentali.

Il 1939 è un anno davvero poco “gervasuttiano” (almeno in termini di imprese alpinistiche di punta): incidono sia gli impegni di lavoro, sia l’assunzione del ruolo di Direttore della Scuola di alpinismo, da poco intitolata a Gabriele Boccalatte (Scuola che, seppur burocraticamente inserita nel GUF, era di fatto la Scuola del CAI Torino), sia il clima generale che si sta predisponendo all’imminente conflitto.

Nonostante tutto ciò, Giusto riesce a realizzare un’altra delle tante prime ascensioni su vette “minori”: la Cima Fer in Val Soana (propaggini piemontesi del gruppo del Gran Paradiso), salita nel giugno del 1939 con Maria Teresa Galeazzi, Ettore e Giuseppe Giraudo e A. Rivera. Si tratta di una via divenuta “classica”, perché (a dispetto di un avvicinamento un po’ complesso), comporta una intrigante arrampicata su bellissima roccia. Tuttavia il clima prebellico limita decisamente l’attività alpinistica: in più, in un periodo non esplicitato, ma più o meno a cavallo fra 1939 e 1940, Gervasutti viene richiamato alle armi e nominato comandante del sottosettore Bianco-Seigne, inserito nell’allora chiamato “Reparto autonomo valligiani Monte Bianco (R.A.V.M.B.)” (oggi Reparto Autonomo Monte Bianco, NdR). Va storicamente ricordato che i comandanti degli altri due sotto-settori del reparto in questione erano Chabod e Andreis, cioè altri due validi accademici piemontesi.

Pur di stanza sul confine con la “nemica” Francia, la veloce conclusione della fase di combattimenti, ha permesso a Gervasutti, nel corso del 1940, di “strappare” ai suoi superiori numerose autorizzazioni a compiere ascensioni in zona. Ad alcune “piccole prime” (in particolare sulla Pyramide des Aiguilles Grises), di limitato rilievo alpinistico, si alternano invece due imprese di grande portata: dapprima la sua seconda personale ascensione della Cresta sud dell’Aiguille Noire, e poi, con Paolo Bollini, la prima ascensione del Pilone Nord o di Destra (in seguito chiamato Pilone Gervasutti) dei quattro che compongono i Piloni del Freney (agosto 1940). In tal modo Giusto corregge una lacuna che sembra gli fosse sistematicamente rinfacciata nei salotti torinesi, ovvero quella di non aver ancora calcato la vetta del Monte Bianco. L’attività del 1940 si conclude con un nuovo e infruttuoso tentativo (sempre con Paolo Bollini) alla Est delle Jorasses: la partita con la Est è ormai aperta, ma sarà rinviata al ’42.

Il 1941 è infatti un’annata decisamente deludente, per la complicata combinazione fra impegni professionali e crescenti difficoltà connesse allo stato di guerra. Le difficoltà logistiche costringono gli alpinisti torinesi a muoversi su montagne relativamente vicine e comode: torna in prinmo piano la Valle Stretta, che si raggiunge con il treno Torino-Bardonecchia e, poi, con un paio d’ore a piedi. Un po’ tutti i torinesi compensano il minor prestigio della media montagna (rispetto alle grandi vette) con un’accentuata attività esplorativa. Nel corso del 1941 Giusto apre due itinerari d’arrampicata, che resteranno nella storia della Parete dei Militi (Valle Stretta): la “Gervasutti di destra” (con Michele Rivero) e la “Gervasutti di sinistra” (con Guido De Rege). Però, sul finire di settembre, Gervasutti riesce a tornare sulle alte quote e, con Giuseppe Gagliardone, realizza la salita completa (quarta ascensione assoluta e prima senza guide) della Cresta del Furggen al Cervino.

La parete est delle Grandes Jorasses
GiustoGervasutti-Grandes_Jorasses_-_East_face

Arriva il 1942 che è fondamentalmente incentrato sull’ascensione della Est delle Jorasses: dopo un paio di tentativi, Gervasutti e Gagliardone realizzano la vittoria finale a metà agosto. Negli appunti di Giusto, questa via è l’unica che egli valuta indiscutibilmente di VI grado: anche per tale motivo, la Est delle Jorasses è considerata dai più il capolavoro alpinistico di Gervasutti.

Come segnala Chabod, il libro Scalate nelle Alpi si conclude con il resoconto di questa fulgida ascensione, ma in realtà l’attività di Giusto prosegue ancora per quattro anni. Nel 1943, in un contesto generale sempre più complicato, Gervasutti frequenta la Grignetta in giugno e poi “piazza” due discreti colpi nel Bianco: sale per la terza volta la Cresta sud della Noire e, a seguire, sale anche la Cresta nord-nord-ovest dell’Aiguille de Leschaux (in discesa, però viene travolto da una piccola slavina e cade in un crepaccio, procurandosi qualche “danno” non grave alle ginocchia).

Il Pilastro Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina
GiustoGervasutti-gugliermina

Neppure il 1944 è un anno di intensa attività alpinistica, ma, ciò nonostante, Gervasutti riesce a realizzare la completa salita dell’Arête du Diable al Tacul, l’ascensione del Monte Bianco dal bivacco della Fourche (non è ben chiaro quale percorso abbia effettivamente seguito, se la concatenazione delle vie normali Tacul-Maudit-Colle della Brenva-Monte Bianco oppure se abbia salito la Cresta Kuffner del Maudit, con proseguimento fino alla vetta massima) e soprattuto la prima salita (con Gigi Panei) del Pic Adolphe per una breve ma difficile via (dove si annidano numerosi passaggi di VI grado) lungo la parete sud-est.

Ancora peggio va considerata l’annata del 1945, dove l’attività di Gervasutti si limita sostanzialmente ad alcune salite di allenamento in Grignetta. Il clima generale non aiuta certo, ma Gervasutti ne approfitta per impostare, in prospettiva, l’auspicato rilancio. Infatti proprio in quel periodo Giusto costruisce dei legami molto profondi con i giovani (ventenni o poco più) della rinata SUCAI Torino e ricopre il ruolo di Direttore Responsabile del relativa pubblicazione (scritta e stampata a Torino, ma diffusa a tutte le SUCAI d’Italia). Inoltre Gervasutti, in quanto Direttore della Scuola Boccalatte (che nel 1944 era stata insignita del titolo di Scuola Nazionale di Alpinismo), focalizza l’opportunità di integrare l’organico istruttori della Scuola (costituito da accademici blasonati, ma spesso sulla breccia da quindici o vent’anni) con l’innesto di forze fresche, prelevate appunto dal serbatoio della SUCAI Torino. In tale contesto, alcuni sucaini vengono progressivamente inseriti nella Boccalatte come aiuto istruttori: il connubio fra accademici e giovani sucaini è così saldo che permette alla Scuola di superare, quasi senza sbandamenti, la successiva scomparsa del Direttore Gervasutti (settembre 1946). La Boccalatte entrerà invece in crisi nel corso del 1950 e ciò permetterà al CAI Torino di accettare nel suo ambito la Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti (in realtà fondata, nel 1948, in una sottosezione collaterale, l’ALFA). Da allora la Scuola Gervasutti ha operato all’interno del CAI Torino senza soluzione di continuità, onorando costantemente il suo ruolo con un’attività di elevatissimo prestigio.

Viceversa i giovani sucaini, che avevano preso gusto all’attività didattica svolta nella Boccalatte (dove erano stati progressivamente coinvolti fino a tutti gli anni ‘40 a seguito dell’iniziativa originaria di Gervasutti), fonderanno nel ’51-52 il “Corso Sci Alpinistico invernale SUCAI”, diretto erede del corso invernale (con uso degli sci) già concepito da Gervasutti per la Boccalatte fin dal 1939. Circa una decina di anni dopo, il Corso SUCAI si trasformerà in Scuola di scialpinismo (Scuola Nazionale dal 1968) e non ha mai interrotto l’attività in 65 anni, mantenendosi sempre su livelli di eccellenza.

Si può ragionevolmente sostenere che le due celebri Scuole del CAI Torino (la Gervasutti, in campo alpinistico, e la SUCAI, in campo scialpinistico) costituiscono i due filoni dell’eredità didattica di Gervasutti e rappresentano un altro risvolto dell’importante figura di questo alpinista.

Notare il cappello da alpino con il quale Giusto aveva appena salito il Pilone di destra del Freney
giustogervasutti0003

Tornando invece all’attività alpinistica personale di Giusto, il 1946 costituisce l’annata conclusiva della stessa, ma solo perchè in tale anno si registra l’incidente fatale: in assenza di ciò, è presumibile infatti che l’attività di punta si sarebbe prolungata ancora per qualche stagione, considerata la “portata” ancora ben attiva del personaggio. Dopo una capatina in Grignetta nel giugno del 1946, già in luglio Giusto è nel gruppo del Bianco: Trident du Tacul, via Lepiney con piccola variente autonona (compagno Andrea Filippi); Grand Capucin (terza ascensione assoluto, con Giulio Salomone); Mont Maudit, Via Crétier (seconda ascensione, con Paolo Bollini); Mont Blanc du Tacul, Pilier Boccalatte (terza ascensione, ancora con Paolo Bollini); Petit Capucin, prima ascensione della parete est (con Carlo Antoldi e Giuseppe Gagliardone), realizzata il 16 agosto, cioè esattamente un mese prima dell’incidente al Tacul (in quest’ultima occasione, compagno di cordata di Gervasutti era Gagliardone).

L’incidente fatale spezza anche il grande “sogno” che Gervasutti stava coltivando da un po’ di tempo, cioè quello di organizzare una spedizione (tra l’altro autofinanziata e leggera, cioè in stile alpino, come diremmo oggi) al Fitz Roy, la vetta patagonica che era già stata oggetto di un tentativo di salita nel 1937 da parte del “solito” conte Bonacossa, accompagnato da Titta Gilberti, Ettore Castiglioni e Leo Dubosc. Il Fitz Roy sarà vinto solo nel 1952 dai francesi Lionel Terray e Guido Magnone, cioè da due giovani leoni della grande generazione francese che dominerà l’alpinismo a cavallo del 1950 (proprio nel 1950 i francesi scaleranno il primo 8000 della storia, l’Annapurna): anche questo episodio dimostra quanto Giusto fosse in anticipo sui tempi e sottolinea una volta di più la sua visione pionieristica ed esplorativa.

Nel saluto che gli rivolse dalla pagine dell’Unità (ottobre ’46), Massimo Mila (altro importante accademico torinese e molto amico di Giusto) così ha scritto: “Perchè il progresso della tecnica consiste appunto in questo: muta il giudizio degli uomini circa il possibile e l’impossibile”.

Questa è la grandezza di Gervasutti: attraverso la sua multiforme attività ha reso possibile ciò che, prima di lui, era ancora considerato impossibile.

Bibliografia di riferimento
Renato Chabod, La Cima di Entrelor, Zanichelli, Bologna, 1969
Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, Il Verdone, Torino, 1945 (in commercio si trovano più recenti edizioni, fra cui quella della Collana I Licheni, Vivalda Editore, Torino, 2005).
François Labande, Guide du Haute-Dauphiné, Cartothèche Édition, Joue Les Tours, 2007.

Il Mont Blanc du Tacul con, in primo piano, il possente Pilier Gervasutti
GiustoGervasutti-833227

Ailefroide, parete nord-ovest, detta Muraille de Coste Rouge
(la più “gervasuttiana” delle sue prime ascensioni)
Relazione liberamente tratta dalla Guide du Haute-Dauphiné di F.Labande (pag 303 e seg.)

Per la sua ampiezza, la sua altezza (quasi 1100 m) e la sua ripida inclinazione, questa parete si inserisce nello stretto circolo delle più importanti “face Nord” di tutto l’arco alpino. Compresa fa la Cresta di Coste Rouge, a sinistra guardando, e il Glacier Long, a destra, la Muraille de Coste Rouge presenta quattro elementi salienti, partendo da sinistra: il Couloir de Coste Rouge; il Pilier Central che culmina alla quota 3946 m della cresta sommitale (circa 300 m lineari a nord-est dalla vetta massima); due grandi zone di placche ghiacciate, scendenti dal punto culminante; il Pilier Diagonale, che separa la parete nord-ovest dal versante ovest (incombente sul Glacier Long). Oggi almeno sei itinerari autonomi (cui si aggiungono numerose varianti e collegamenti vari) percorrono la parete, ma la Via Gervasutti-Devies, risalendo il Pilier Central, è la linea di salita più logica e comporta un’arrampicata sostenuta, splendida e molto esposta. La parte superiore risulta spesso verglassata. Inoltre alcuni tratti inferiori (traversata del Couloir) e mediani (Dalles Grises) sono esposti a frequenti cadute di pietre. Le difficoltà tecniche non sono mai davvero “estreme” (però alcuni passaggi – Pilier Centrale e uscita finale – sono ancor oggi quotati di V+ francese), ma l’engagement e la continuità della salita giustificano una quotazione d’insieme di ED-. Ricordiamo anche che l’attuale V+ francese corrisponde all’incirca al VI classico. La citata guida diffida dall’impegnarsi in questa impresa come se fosse “una scalata equipaggiata a spit, posta a fianco della strada”.

Approccio: da La Berarde si perviene al rifugio Temple-Écrins e da questo, attraverso un ghiacciaio non comodo neppure ai tempi di Gervasutti (cioè ben prima del ritiro dei ghiacciai), si approccia la parete in corrispondenza di un cono nevoso, che costituisce lo sbocco del Couloir de Coste Rouge. A questo punto si può anche giungere in discesa da un eventuale bivacco al Col de Coste Rouge, magari provenendo dal Glacier Noir (ovvero dalla Vallouise, soluzione logistivamente comoda, vista la più logica discesa sul versante est del massiccio).

GiustoGervasutti-Ailfroide NW_Schizzo

Relazione: attaccando a sinistra del cono nevoso, si risalgono le rocce (III e IV) sulla sinistra del couloir, fino ad attraversarlo per raggiungere il Pilier Central. Si arrampica per diverse lunghezza con difficoltà intermedie (IV), fin dove il Pilier si raddrizza in un grande risalto triangolare. Proprio al centro di tale risalto si sale un marcato diedro nerastro (V+), si prosegue per due lunghezze in camino (V+, poi V), infine si reperisce il filo di una cresta, tramite il quale (IV) si giunge alla base di un muro verticale di 15 m, che si affronta direttamente (V+, in alcune relazioni viene dato anche un passo di 6a). Recuperato (a destra) il filo di cresta, lo si risale (IV, ma molto esposto) fino ad una selletta. Dopo breve discesa, ci si trova alla base di un nuovo imponente risalto. Lo si affronta dapprima lungo una fessura (V e V+, bella roccia rossastra) e successivamente per altre fessure oblique a sinistra e un po’ meno difficili, giungendo così in vetta al Pilier. I primi salitori in questro tratto si tennero più a sinistra, prima traversando su terreno franoso e poi risalendo un grande diedro grigio verticale (V+). Fin qui la citata guida indica un tempo di 6-8 ore dall’attacco. Dalla vetta del Pilier si segue una cresta nevosa che conduce alla base dell’immensa successione di lavagne chiamate Dalles Grises, lisce e molto inclinate (caduta sassi e difficoltà di assicurazioni per la roccia molto compatta). Si sale diritti lungo vaghe fessure (V), poi leggermente in obliquo verso destra (V+), poi, invece, verso sinistra alla base di una fessura in genere umida. La si risale (IV) e poi si contorna a destra (V+) un successivo muro molto ripido. Sempre sulla destra si contorna un primo tetto, si giunge alla base di un secondo tetto (V) e, sopra, si prosegue verso sinistra. Si raggiunge così una grande cengia a semicerchio, che si segue verso destra. Si perviene su una spalla di rocce rotte e in genere innevate o addirittura verglassate (IV+). Dalla splalla si sale il secondo corto couloir a sinistra (V-), che immette in una rampa ascendente verso sinistra. Dopo averla risalita (IV), si traversa a sinistra sotto un “naso” per addivenire a una grande terrazza alla base di un profondo camino verglassato e alto circa 100 m. Lo si risale (V) fin sotto lo strapiombo che lo blocca, dove si traversa a sinistra per una cengia aggettante e molto esposta (V+). Si giunge così su rocce più facili (IV+) che conducono alla cresta sommitale. La guida indica un tempo di 4-6 ore dal vertice del Pilier Central, per complessive 10-14 ore dall’attacco. Dall’uscita della via, girando a destra, si perviene per cresta al punto culminante.

Discesa: l’alternativa più indicata è costituita dalla discesa lungo lo sperone sud-orientale (II) fin sul Glacier dell’Ailefroide e da qui al Refuge du Selé. Dal rifugio, a seconda dell’originale punto di partenza, si può scendere il vallone del Selè verso est fino al paese di Ailefroide, oppure si valica il Col du Selè per tornare a La Berarde.

Carlo Crovella (SUCAI Torino e GISM) è istruttore della SUCAI Tori

Posted on Lascia un commento

La vita di Franček Knez

La vita di Franček Knez
Quel sentiero solitario e misterioso
di Bernadette McDonald
Traduzione © Luca Calvi

Ero nella foresta, col fiatone, a correre mentre cercavo di star dietro all’alpinista sloveno Franček Knez, finché questi scomparve dietro ad un risalto roccioso. Il terreno era di quelli insidiosi, coperto di foglie scivolose e disseminato di pietre arrotondate. Ciò nonostante il cinquantanovenne Franček Knez continuava a muoversi con una sicurezza di passo quasi soprannaturale mentre io riuscivo a muovermi quasi inciampando ad ogni passo. Stavo manifestando la carenza di uno di quelli che lui ritiene essere i requisiti fondamentali per ogni alpinista: la capacità di muoversi velocemente nei boschi. Era cresciuto giocando nei boschi dietro la casa dei suoi genitori a Rimske Toplice, cittadina della Slovenia orientale, vicino alla sua residenza attuale, a Lasko. “Se sai come muoverti nei boschi ripidi in mezzo a foglie marcescenti e scivolose allora sarai in grado di camminare ovunque” – mi disse Franček quando finalmente lo raggiunsi.

Franček Knez nella prima ascensione di Hudičeva Zajeda (diedro del Diablo), 5.10 A2 90°, 900 m, Fitz Roy (con Silvo Karo e Janez Jeglič). Foto: Silvo Karo
Knez-v0-67-004

Ero appena arrivata dal Canada ed avevo passato la mattinata a casa di Franček con mio marito Alan ed un altro amico sloveno, Silvo Karo, sperando di poter conoscere qualcosa di più di questa icona underground. Silvo lo chiamava “Il guru dell’alpinismo sloveno”, un visionario il cui stile era rafforzato dall’intransigenza dei valori.

Franček è autore di più di 5000 scalate, tra le quali la prima della parete Sud del Lhotse verso la cresta sud-ovest nel 1981, la Direttissima dell’Inferno alla parete est del Cerro Torre nel 1986 e la via slovena alla Torre di Trango nel 1987. Eppure, a causa della sua reticenza, sono poche le persone al di fuori della Slovenia che sappiano chi sia quest’uomo dalle tante sfaccettature (è anche scultore e scrittore).

Nonostante abbia girato il mondo Franček non ha mai posseduto un’automobile o preso la patente di guida. Non possiede computer o telefoni, è una persona fieramente orgogliosa della propria privacy. Uno di quelli che probabilmente non sopravvivrebbe nel mondo moderno degli “scalatori professionisti”, con i feed in tempo reale, autopromozioni implacabili e copertura mediatica per ogni singola lunghezza di corda.

Vive con la moglie Andreja in una abitazione modesta, impeccabile per pulizia (la loro figlia ventenne, Anja, è fuori casa per studio). Ci togliamo le scarpe alla porta, mettendole vicine all’ordinata fila di scarpe vicino all’ingresso. La loro casetta di periferia si trova ad una distanza facilmente percorribile in bicicletta dal birrificio Lasko dove Franček lavora come addetto alla sicurezza. Dalla finestra della cucina vediamo pascoli verdeggianti che si innalzano lungo pendii ripidi ornati da boschi. Un panorama movimentato, scolpito dal fiume Savinja, che scorre nel fondovalle e va a portare alla birra Laško quel suo sapore fresco.

Quel mattino Franček sedeva a capotavola del tavolo di legno della sua cucina, un uomo snello, piuttosto delicato, che indossava una giacca di pile di colore blu marino chiaramente molto usata e pantaloni neri da corsa. Aveva mani ruvide e callose, con parecchie unghie spaccate. Mentre parlavamo il suo volto, segnato da anni di sole, vento, ghiaccio e neve, si lasciò andare senza fatica ad ampi sorrisi. I suoi occhi blu brillavano di intelligenza ed il berrettino da baseball sembrava essere incollato alla testa.

Mentre stavamo passando radenti al bordo superiore della paretina, Franček scomparve dalla vista. La sua testa fece poi capolino dal sopra il bordo. “Vieni qui. Qui, appena sotto. Fai attenzione,” – disse. Attaccandomi a piccoli rametti, scesi lungo un paio di gradini di roccia per poi finire dentro una caverna. Al suo interno c’erano una sedia di legno ed una scatola con carta e matite. Ad Est, un’apertura naturale dava su una faggeta, la cui chioma era di un delicato verde primaverile. Subito sotto, una parete alta una ventina di metri si estendeva in tutte le direzioni. “E questo cos’è?” – gli chiesi.

“E’ il mio antro. Un luogo per la meditazione. Per pensare. Per scrivere,” – fu la sua risposta. Mi disse che l’aveva scavata nel giro di alcuni mesi, usando una specie di piede di porco per allentare le rocce e l’argilla indurita.

Divenne poi quieto e silenzioso, crogiolandosi al sole che filtrava attraverso una miriade di foglie tremule. Sembrava che traesse energia dallo scenario della natura, tendendo l’anima a trarre alimentazione per la sua immaginazione. Forse, stava traendo forza non dal paesaggio, ma da dentro di sé. Dalla solitudine. Mi chiedevo se quella fosse la stessa connessione che Franček aveva sentito per altri luoghi di montagna, più alti, più freddi e più selvaggi, dove aveva passato così tanta parte della sua vita. Cercavo di immaginarmi Franček alto sulla parete Sud del Lhotse nel 1981, a lottare contro le valanghe, la gravità e la carenza di ossigeno, forte di quella sfuggente, inspiegabile pacatezza che solo lui sembra davvero possedere.

Franček Knez nel 1986 in una spedizione al Cerro Torre. In più di 30 giorni aprì con i cinque compagni la Peklenska Direttissima (5.12a A4 M6 95°, 900 m). Foto: Silvo Karo
Franc Knez

Franček è nato nel 1955 nella Stiria slovena, un’area che ha dovuto patire l’occupazione nazista e poi i bombardamenti alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Si stava ancora riprendendo dalle purghe degli anni del Dopoguerra quando il nuovo regime comunista prese saldamente in mano le redini del potere e a poca distanza da lì le fosse comuni furono riempite di corpi di cittadini sospettati di collaborazionismo con i tedeschi oppure semplicemente di attività anticomuniste.

Sua madre andava a far pulizie negli edifici di una fabbrica nelle vicinanze e suo padre era un tuttofare che faceva vari tipi di lavoretti. “Non c’era un qualsiasi tipo di lavoro che mio padre non fosse in grado di affrontare” – mi disse Franček. “Tutto veniva fatto a mano. La nostra vita si basava sul lavoro duro: tagliar legno, mescolar calcestruzzo, scavare nei campi.” All’età di dodici anni Franček era già a salire su impalcature instabili con suo padre, per aiutarlo a riparare i campanili delle chiese.

Franček iniziò a fare i primi passi di arrampicata sulle piccole paretine presenti nelle colline vicino a casa, dove imparò rapidamente ad usare anche la più piccola delle protuberanze per mani e piedi in quell’eccitante nuovo regno. Dopo essere entrato a far parte del Club Alpino locale, fu uno dei primi sloveni ad allenarsi in modo specifico per le scalate. La vera motivazione originale era la paura: le vie alpine in Slovenia sono notoriamente lunghe, ripide e serpeggianti, roccia friabile e ed esposizione da capogiro. Per prepararsi era solito salire e arrampicarsi su recinzioni e mura di pietra. Sollevava pesi e andava a correre. Mentre attendeva l’autobus, poi, era solito fare esercizi per cosce e polpacci fin quando non ce la faceva più per il dolore.

Il suo allenamento preferito, però, rimaneva andare a far passi di arrampicata su un muro di mattoni appena fuori le terme. Un giorno, mentre Franček era e metà altezza, un soldato alto, dalla pelle chiara, lo apostrofò, parlando in serbocroato. “Cosa stai facendo?” – gli chiese.

“Vedi bene cosa stia facendo,” – gli rispose Franček. Sebbene ambedue fossero jugoslavi, il soldato proveniva chiaramente da una delle repubbliche del Sud e non c’era un gran feeling tra le varie regioni vicine.

Il soldato corrugò la fronte. “Scendi subito da quel muro!”. Franček arrivò ad afferrare una buona presa.

“Ti ho detto di venire giù!” – urlò il soldato mentre Franček rimaneva immobile.

Il soldato aprì la fondina, armeggiò un po’ con l’arma pesante in dotazione e poi la puntò contro quello scalatore disobbediente.

Franček guardò verso il basso. Davvero quel tizio gli avrebbe sparato? “La mia rabbia mi aveva portato dentro a quel gioco pericoloso ma in ogni partita c’è una gara di forza. Uno dei concorrenti perde sempre la partita,” scrisse poi nel suo libro di memorie, Ožarjeni Kamen. Franček si alzò di qualche centimetro. Quando guardò sotto di sé vide che il soldato si era ritirato di qualche passo. Franček aveva vinto.

Lado Vidmar nella prima ascensione della via degli Sloveni sulle Grandes Jorasses (con Knez, Vanja Matijevic e Jože Zupan)
Knez-a06-02526

Franček aveva scelto di ignorare l’oppressione politica che esisteva al tempo dei suoi anni giovanili, preferendo invece concentrarsi sulle scalate, arrampicando quanto più spesso possibile sulle falesie locali e sulle Alpi Giulie e di Kamnik. Durante gli anni del Dopoguerra, gli scalatori del blocco dell’Est che volevano viaggiare al di fuori dei propri Paesi dovevano lottare per riuscire a trovare i mezzi finanziari ed i permessi necessari per l’espatrio. Ciò nonostante, nel 1977, Franček organizzò un viaggio nelle Alpi Occidentali. Come la maggior parte degli scalatori stranieri, Franček andò a piazzare la tenda dietro al cimitero di Chamonix, dove non si pagava. Dato che non c’erano negozi per l’arrampicata in Jugoslavia, Franček e soci si fecero prestare l’equipaggiamento base dal Club Alpino per poi andare a far spese nella cittadina, non senza qualche piccola malefatta occasionale. “E’ successo che qualcuno sia andato ad acquistare uno zaino, per poi farci scivolare dentro inavvertitamente qualcosina” – disse Franček – “Passando davanti alla cassa, ciò che videro fu solo lo zaino” – aggiunse, in una sorta di timida giustificazione: “Vivevamo praticamente in povertà…”.

Un giorno, poi, lui ed il suo compagno Joze Zupan erano andati a scalare appena fuori Chamonix. Su una delle lunghezze finali della loro via scovarono una gran quantità di materiale, cordini, chiodi, bond, tutta roba che era stata abbandonata. I giovani sloveni avevano aumentato sensibilmente il proprio materiale. Sulla vetta, però, furono sorpresi da una bufera di neve e, non riuscendo a trovare gli ancoraggi per le doppie, dovettero lasciarsi indietro tutto quel bel materiale nuovo per attrezzarsi le doppie. Alla fine della scalata si trovarono con lo stesso materiale con cui l’avevano cominciata e la conclusione di Franček fu: “E’ così che vanno le cose.” Fu allora che comprese che nella vita nulla arrivava per nulla.

Dopo una stagione spettacolare nelle Alpi, compresa una prima ascensione sulla ghiacciata Parete Nord delle Grandes Jorasses, Franček si garantì un posto nella spedizione jugoslava del 1979 per la Diretta alla Cresta Ovest dell’Everest. Quella scalata fu in realtà un assedio di massa, con diciannove Sherpa come membri dello staff, tre cuochi, tre aiuto-cuochi, due portalettere, parecchie centinaia di portatori, diciotto tonnellate di materiale e venticinque tra i migliori alpinisti jugoslavi, per la maggior parte provenienti dalla Slovenia, la più settentrionale delle Repubbliche. Obiettivo della spedizione era la diretta alla cresta Ovest, ancora inviolata, la via che gli americani Tom Hornbein e Willi Unsoeld avevano preso in considerazione nel 1963 prima di virare a sinistra nel colatoio che in seguito prese il nome di Hornbein. Al di sopra degli 8200 metri gli scalatori del 1979 si trovarono ad affrontare un camino verticale, con pareti lisce, leggermente strapiombanti e piccole cenge friabili. Parte di quella sezione fu scalata senza i guanti e con parecchie orribili cadute in punti espostissimi da parte dei primi di cordata. A tutt’oggi quella via è stata ripetuta una volta sola, da parte di una cordata bulgara.

La vetta fu raggiunta da cinque degli scalatori, ma quando poi Ang Phu Sherpa morì durante la discesa la spedizione venne fermata. Franček, che era uno dei membri in predicato per un altro tentativo alla vetta, chiese al capo-spedizione Tone Škarja il permesso di salire da solo il vicino Khumbutse, alto 6639 metri, e questo nonostante fossero privi del permesso di salita per quella vetta mai scalata. “Škarja mi disse di farlo senza che nessuno mi vedesse” – racconta Franček. “Fu, in un certo senso, una sorta di tacito accordo tra noi due.” Franček lasciò il campo nel freddo silenzio della notte, mentre tutti stavano dormendo. Solo e senza vincoli risolse la scalata rapidamente, nel giro di poche ore, fermandosi solo per ammirare le ambigue forme dei funghi nevosi vicino alla vetta. Quando il vento, pungente, andava a frustargli il volto, il cuore si metteva a pompare con costanza per riscaldare le estremità, lasciandogli l’immaginazione libera di vagare nel mezzo della solitudine notturna.

Franček passò la maggior parte dell’anno seguente da solo sulle cupe pareti Nord delle Alpi Giulie. Era arrivato ad avere una tale velocità di movimento su ghiaccio che il suo limitatissimo tempo poteva essere speso in modo più efficace se saliva in solitaria. Si sentiva a proprio agio in compagnia di sé stesso, lanciandosi su per colatoi ghiacciati e roccia friabile.

Franček aveva solo ventisei anni quando Aleš Kunaver lo invitò ad unirsi al gruppo che nel 1981 doveva andare a tentare la Parete Sud del Lhotse. Aleš era un capo-spedizione molto rispettato nel Club Alpino Sloveno, sostenuto dallo Stato, per il quale aveva guidato le vittoriose spedizioni all’Annapurna II ed alla parete Sud del Makalu.

Kunaver era sistematico nello scegliere gli scalatori per i grandi obiettivi himalayani. Per la parete Sud del Lhotse aveva bisogno di tipi come Franček, gente con esperienza ad alta quota e con capacità tecniche su terreni ripidi.

Franček andò ad unirsi ad una formazione di superstar jugoslave, ognuno con un alto livello di abilità fisica, di concentrazione psicologica e di motivazione. Adusi alle battaglie ed alle difficoltà della quotidianità di un regime oppressivo, membri della spedizione quali Marjan Manfreda, Andrej Štremfelj, Stane Belak (Šrauf) e Nejc Zaplotnik produssero una serie di sbalorditive prime assolute di alta difficoltà ad alta quota dalla metà degli anni Settanta alla metà degli Ottanta. Ben presto nomi come Silvo Karo, Janez Jeglič, Pavle Kozjek, Tomo Česen e Slavko Svetičič iniziarono a riecheggiare nel mondo dell’alpinismo d’élite. Alla fine degli anni ’80 assursero, come razzi liberati nel cielo, ad una forma più pura e più rischiosa di alpinismo, scrollandosi di dosso la sicurezza delle corde fisse, squadra di supporto ad alta quota, ossigeno supplementare e campi predisposti.

Con i suoi 8516 metri il Lhotse è la quarta montagna più alta della terra, collegata all’Everest dal Colle Sud. Fu salita per la prima volta dagli svizzeri nel 1956 lungo il suo versante occidentale, ricoperto di ghiaccio scintillante. Fecero seguito numerose ascensioni, tra le quali anche la prima salita invernale del guerriero dei ghiacci polacco Krzysztof Wielicki l’ultimo giorno di dicembre del 1988. La sua parete meridionale, però, è qualcosa di totalmente differente, una delle pareti di quelle dimensioni più verticali al mondo, che si alza per 3.2 chilometri in orizzontale in soli 2.25 chilometri in orizzontale, completa di minacciosi torrioni di ghiaccio, di pilastri rocciosi per nulla solidi, di pendii nevosi scanalati e di una parete finale di roccia. Nel 1981, nonostante i parecchi tentativi fatti da cordate italiane e giapponesi, la parete Sud era ancora inviolata.

La spedizione del 1981 fu un altro assedio. Fin dall’inizio i membri si trovarono ad affrontare ogni giorno tempeste di neve e cadute continue di sassi. Le slavine spazzavano la parete ogni pomeriggio. Ad un certo punto Franček stava scalando assieme al veterano dell’Himalaya Vanja Matijevec su un ripido pendio nevoso sopra il Camp V. Come poi raccontato da Matijevec in Lhotse: Južna Stena (Lhotse: la Parete Sud, N.d.T.), ambedue erano assicurati alla corda fissa quando furono sorpresi da una valanga che “scese come un fiume lungo la parete ed andò avanti per più di quindici minuti.” Poi, mentre stavano scendendo lungo un camino sopra il campo, “scese come un torrente lungo la parete un’altra valanga di ghiaccio, roccia e neve, che andò avanti senza fermarsi per quasi un’ora.” Dopo più di otto settimane sulla montagna i membri della spedizione erano esausti, feriti e scoraggiati, ma Aleš Kunaver non era uno che mollava: la vetta magari non poteva essere raggiunta – la cresta lunga e tortuosa sopra la parete presentava un ostacolo insormontabile – ma erano ad una sola giornata di scalata dalla cresta sommitale e se solo fossero riusciti a raggiungerla la parete Sud sarebbe stata loro. Aveva capito l’importanza di quella scalata, della parete Sud del Lhotse che all’epoca ben pochi tra i migliori scalatori himalaiani avevano avuto l’ardire di stare anche solo a guardare. Il successo avrebbe consolidato la posizione degli jugoslavi in Himalaya ed avrebbe posto le basi per gli spettacoli futuri.

1981. Knez alla parete sud del Lhotse. Foto: Collezione Ales Kunaver, per cortesia dello Slovenian National Museum of Contemporary History.
Knez-a06-02525

In quel mentre Franček era al campo base a prepararsi a lasciare la montagna. Lavato e rasato andò verso un masso vicino. “Rinfrescatomi … metto la mano sulla roccia e mi sento riscaldare anche il cuore” disse. «Sento l’appiglio giusto. Inizio a spostare le mani ed i piedi con precisione, con attenzione e in velocità. Afferrare e issarmi con forza, ecco il mio paradiso.” Per Franček la spedizione era già conclusa. Aleš, invece, la pensava in altro modo, era convinto che Franček sarebbe stata la migliore delle scelte per un altro tentativo.

Così, quattro giorni dopo Franček e Vanja ripartirono per la parete. Il su e giù continuo sulla montagna si fermò e tutti gli attori di quel gigantesco spettacolo verticale si misero a guardare ed aspettare. Perfino Franček si sentiva intimidito: “Qui la montagna mostra la sua magnificenza e man mano che la scruti, magicamente puoi sentire la tua piccolezza,” scrisse in Ožarjeni Kamen. “Quanto più a lungo la guardi, tanto più scompari nel nulla.”

Franček e Vanja lasciarono il campo VI alle 5 di mattina del 18 maggio. Si abbassarono di circa 100 metri ed iniziarono una lunga traversata, affondando nella neve profonda fino alla vita. «La pendenza era fortissima e non avevo mai provato una neve come quella,” mi ha detto. “Era davvero come fosse farina, pura farina …. Non facevo altro che scavare.”

Terminarono ben presto la riserva di ossigeno. Alle sette e mezza del mattino comunicarono via radio per la prima volta. La trasmissione fu breve: stavano progredendo, ma nella loro voce si sentiva la tensione.

“La pressione era orribile,” mi disse poi Franček.

“La pressione da parte della spedizione, di Aleš o da cos’altro?” Chiesi.

“No, era solo su di noi e veniva da dentro,” – spiegò -. “Eravamo noi due a portarcela dietro e gli altri nemmeno sapevano cosa stesse capitando o cosa stessimo facendo.”

I pendii nevosi superiori erano segnati da scanalature parallele, tanto da sembrare velluto a coste di neve instabile, uno scenario nel quale si sentirono disorientati. Le cornici erano aggrappate ai bordi, sospese su precipizi senza fondo resi oscuri da una densa nebbia. Franček perse la presa con i piedi ed iniziò a scivolare in direzione di un pilastrino. Riuscì a rimettersi sui suoi passi e andò a piazzare due chiodi in roccia pronta a franare. Più in alto si fece vedere un imbuto di neve perfetta. Al primo passo, però, Franček si rese conto che il sottile strato nevoso copriva lisce placche rocciose, terreno su cui era impossibile far sicura. I due dovevano salire di conserva, fidandosi l’uno dell’altro.

Aleš si era allontanato dal Campo Base, aveva i nervi tesissimi. Con la radio nelle mani iniziò a scrutare la parete. Alle dodici e trenta la radio si mise a gracchiare. Il messaggio era semplice: “Chiediamo il permesso di scendere.”

“Nessun permesso necessario. Fate quel che dovete fare, ” – rispose Aleš. Era appena ripartito con passo incerto verso il campo quando la radio si rimise a crepitare. Il segnale arrivava a salti e dovette faticare per riuscire a capire le singole parole. Avevano cambiato idea: Franček e Vanja stavano andando avanti!

In alto, sulla montagna, la nebbia si era dissolta per un attimo, rivelando l’oscuro contorno della cresta sommitale a sole poche lunghezze di corda. Franček iniziò ad arare la neve pesante per poi salire su un ampio fungo di neve. Questo crollò immediatamente. Iniziò a cadere, dapprima a testa in giù, per circa dieci metri, per poi girarsi nella posizione giusta. “All’improvviso mi trovai in piedi sul pendio con in mano gli attrezzi, pronto ad andare avanti,” disse. “ma solo un pochettino più giù.” Andò a riprendersi quindi il tratto già fatto fino al colatoio successivo.

Marko Štremfelj, Marjan Manfreda e Knez durante l’Everest West Ridge Direct expedition. Štremfelj ebbe a scrivere in Alpinist 27 “quello che abbiamo fatto oggi sembra pura follia”. Foto: collezione Andrej Štremfelj
Knez-a06-02524

Le foschie si spostarono ancora, lasciando intravedere stavolta una torre rocciosa ed un intaglio sulla cresta. Un breve ed esposto traverso portò all’intaglio e lì si trovarono sul bordo superiore della parete, a 8250 metri. Era lì che volevano arrivare. Ricoperta di pinnacoli e gendarmi, quella cresta simile alla schiena di un drago si stendeva davanti a loro, per poi scomparire nella nebbia. Un problema per il futuro, a detta di Franček. Chiamarono il campo base per comunicare dove si trovavano e che sarebbero scesi dal versante opposto fino al circo occidentale. Vanja sentiva che la parete Sud era troppo verticale e troppo pericolosa per la discesa. Dieci minuti più tardi Franček inviò un altro messaggio: dopo un’intensa discussione aveva convinto Vanja a tornare per la stessa via dalla quale erano saliti.

Le ore passavano in un pesantissimo silenzio radio. Franček e Vanja stavano lottando per sopravvivere. Grossi fiocchi di neve vorticavano attorno. Quando arrivò il buio si lasciarono scivolare lungo i colatoi, crollando dalla stanchezza, alla deriva in uno stato di torpore ammaliante, dal quale si svegliavano all’improvviso sforzandosi l’un l’altro a continuare. Notavano a malapena le valanghe che passavano strisciando tutt’attorno. Verso la mezzanotte la tempesta andò scemando. Una debole luna emanava una luce spettrale.

La tempesta di neve aveva coperto le tracce della salita e solo in quel momento si resero conto di aver traversato la barriera rocciosa più in alto rispetto al percorso seguito in salita. La corda da 8mm era troppo corta per riuscire a raggiungere il nevaio sottostante con una calata in doppia, così Franček armò un ancoraggio e ci collegò uno dei capi della corda. Non avendo a disposizione discensori o assicuratori, scesero con il sistema tradizionale. Vanja scese per primo, ma, come racconta Franček, “a causa del fatto che scendeva su una corda così fina e per una distanza così lunga la pressione era davvero forte e non riuscì a tenere la posizione inclinata.” Guardò con orrore Vanja perdere il controllo e cadere dritto lungo il pendio… per finire in un provvidenziale cumulo di neve. Dopo che Franček lo ebbe raggiunto continuarono, ma stavolta senza corda.

Alle prime ore del mattino raggiunsero le corde fisse. Con la forza rigenerata, si lanciarono lungo il cordone ombelicale che portava alla sicurezza, dimentichi di tutta la sofferenza, dei dubbi e delle paure. Alle quattro e mezzo della mattina il campo base ricevette un messaggio: dopo ventiquattro ore continue di scalata erano al sicuro al Campo IV. Come scrisse poi Franček, “La saggezza è il premio della sofferenza.”

Il mattino seguente Aleš inviò in patria un messaggio: “PARETE CONQUISTATA, VETTA NO, TORNIAMO.”

Successo e sconfitta talvolta sono stranamente simili. La percezione dell’uno e dell’altra è personale. Era stata salita una linea magnifica, in Himalaya, eppure gli scalatori provavano ben poca gioia. Ci vollero anni prima che Franček si mettesse a raccontare quella scalata, tanto profondamente questa lo aveva colpito. Aveva tenuto questa storia sepolta dentro di sé, temendo che parlarne o scriverne avrebbe potuto distruggere tutta la sua portata. “La sua forza è andata scemando,” – scrisse alla fine. “I miei amici della spedizione sono stati portati via dai venti del tempo come neve polverosa sui pendii della parete sud. Sono rimasti pochi pezzi, luminosi come il cielo stellato.”

Nelle sue memorie Franček ha scritto meno sui dettagli fisici delle sue scalate e ben di più sulle sue sensazioni. Questo, mi ha detto, perché “le emozioni sono l’essenza del tutto”. Le sue descrizioni minimaliste hanno disorientato gli alpinisti che sono andati a ripetere le sue vie e li disorientano ancor oggi. Come spiegato dall’alpinista americano Steve House, “Le sue vie sono un qualcosa di mitologico; esistono solo poche informazioni e ben poche in forma di descrizioni dettagliate o di fotografie.” House dice che ripetere una via di Franček vuol dire “entrare nella testa di Franček Knez. E siccome lui scalava così bene, significa anche dover entrare nella propria testa per trovare la fiducia necessaria ad affrontare uno dei grandi maestri.”

Knez sulla Peklenska Direttissima al Cerro Torre. Il sito di Rolando Garibotti Pataclimb.com la descrive come una via difficile, aperta con soli cinque chiodi a pressione (di sosta). Foto: Silvo Karo
Knez-v0-67-005

Franček su roccia si muoveva con leggerezza e tranquillità, come un ragno. Era noto anche per sottogradare le proprie scalate. All’epoca prendeva in considerazione il VI+ tanto per indicare una via alpinistica che era riuscito a fare con estrema difficoltà. Se non si era trovato “sul punto di volare,” di certo non era un VI+. Quindi non faceva altro che dare un grado inferiore. Nel 1982 Franček era a cena a casa di Aleš Kunaver e della moglie Dusiča. Da quanto stava emergendo dalla conversazione, Franček era tornato di recente dalle Alpi e stava raccontando di alcune sue avventure. E sì, tra l’altro, aveva anche salito in solitaria l’Eiger lungo la via del 1938 sulla parete Nord… in sei ore. “Sono arrivato ai piedi della parete alle 6 del mattino. Ho fatto colazione e poi ho attaccato la parete…. Con me avevo qualche chiodo,” – disse Franček a Dusiča. “Mi sono fermato per un po’ quando sono arrivato ad un tratto di rocce difficili. Poi ho raggiunto un tratto di roccia scivolosa, ho continuato ed ho raggiunto il ghiaccio. Lì mi sono dovuto concentrare. Dopo un po’ ho guardato verso l’alto ed ho visto che ero sotto il Ragno. Era quasi mezzogiorno quando sono arrivato in vetta.”

“Franček!”- urlò Aleš alzandosi di scatto dalla sedia. “Sei ore per l’Eiger. Ma è un record.” Franček non capiva il perché dell’eccitazione. Quando Aleš iniziò ad insistere perché scrivesse della sua scalata, Franček accettò con riluttanza. Qualche giorno dopo Aleš ricevette una descrizione di una sola pagina. Era la stessa storia che Franček aveva raccontato a cena: colazione alla base, rocce scivolose, il Ragno e un’occhiata all’orologio sulla vetta. Nessuna parola superflua. Nessuna esagerazione.

Da una prospettiva odierna, Franček sembra essere una figura di transizione nella storia dell’alpinismo, un uomo che si è alzato dalle convenzioni del suo tempo per andare ad abbracciare i movimenti del futuro, come le solitarie e le scalate in stile leggero, in piccoli gruppi. Formò cordate memorabili assieme a scalatori più giovani quali Janez Jeglič e Silvo Karo. Nei primi anni ’80 il trio era noto sotto il nome di I Tre Moschettieri e assieme i tre scalarono enormi pareti di roccia in India ed in Patagonia. Poche furono le giornate in cui poteva bastare per Franček una sola via. Tornati in Slovenia arrivarono a scalare in due giorni qualcosa come diciannove vie alpinistiche nuove sul calcare pallido della Vrbanova špica, salendo in free-solo le parti più semplici per praticità. Nel 1983 I Tre Moschettieri andarono nella Patagonia argentina per tentare una via nuova sulla parete Est del Fitz Roy. Il monolito di granito è spesso avvolto dalle nuvole e ricoperto di ghiaccio. Dopo giornate passate a scalare fessure intasate di ghiaccio e placche lisce furono costretti a scendere a causa delle tempeste. Quando il tempo si rimise al bello tornarono alle corde fissate e risalirono con le maniglie Jumar lungo quel filo ghiacciato. Quattrocento metri al di sopra del ghiacciaio Franček con le jumar risalì una corda che penzolava da sopra uno strapiombo “come un ragno su uno spago, un filo appena percettibile.” All’improvviso iniziò a scivolare verso il vuoto. Si fermò, guardando attonito la camicia esterna della corda erosa e lacerata dalle intemperie. Piano, lentamente come non mai, girava su sé stesso, con soli pochi trefoli di corda a trattenerlo. Franček riuscì ad alzarsi, riattaccò una delle sue Jumar al di sopra del tratto di anima lesionata e proseguì. In seguito descrisse quelle sensazioni: “I fili della vita sono sottili e chiunque riesca a salire sul sottile ciglio che separa il “qui ed ora” dal “poi” è capace di riconoscere la vera dimensione della vita.” Frammenti di ghiaccio mentre cadevano continuavano a sferzare le corde e venti forti come quelli degli uragani le sfilacciavano facendole sbattere avanti ed indietro contro il ruvido granito. Eppure questa via così lunga, complicata e pericolosa aveva ormai affascinato Franček. Provava una grande soddisfazione a risolvere i suoi indovinelli. Il suo approccio, unico, per trovare la via, sembrava basato sull’istinto: era in grado di scegliere il percorso abilmente e senza sforzo in mezzo ad un labirinto di rocce selvagge, friabili e sconosciute. Silvo sottolineò che era facile scegliere una linea potenziale da distante, ma da vicino, dove spesso si perde la prospettiva, era ben più difficile. Fu quello il momento in cui ebbe a brillare il talento di Franček. Comprese l’architettura di una parete vista di scorcio, evitando decisioni affrettate che avrebbero portato a vicoli ciechi. Andò invece a scegliere linee che si collegavano ad altre, come quelle della tela di un ragno. L’8 di dicembre raggiunsero il punto in cui la via si riunisce con la via Casarotto, dopo aver portato a termine la prima salita della Hudičeva Zajeda, il Diedro del Diavolo, una linea che termina alta su un colle posto tra la vetta ed il pilastro Goretta. “A volte arrivi a toccare la felicità” – disse poi Franček, “per un momento solo. Ognuno di quei tocchi è parte dell’eternità.”

Nel 1986 tornò in Patagonia con i Moschettieri e parecchi altri sloveni per la Est del Cerro Torre, una parete che si estendeva per più di un miglio in altitudine, simile ad una lama ritorta. Della squadra faceva parte anche un altro maestro della roccia, Slavko Svetičič, noto per le sue ardite solitarie. Il ben noto tempo atmosferico della Patagonia minacciò di farli annegare, con settimane di pioggia battente sulle tende. Dopo un mese erano arrivati a fissare750 metri dei tratti più difficili. La ancora distante vetta, però, era ormai coperta di un bianco strato di brina. Quando la tempesta cessò il Cerro Torre ricomparve, avvolto in uno scintillante rivestimento di color bianco. I caldi raggi del sole colpivano la montagna, facendo partire valanghe sibilanti ed una serie di pezzi di ghiaccio veloci come proiettili. Gli scalatori dovettero annaspare, issarsi e lottare con le corde fisse ghiacciate, ma il 16 gennaio del 1986 tutti e sei salirono in vetta alla Peklenska Direttissima (la “Direttissima dell’Inferno”). L’esperto di Patagonia Rolando Garibotti considera Franček “la forza motrice posta dietro ad un gruppo di scalatori che sistematicamente prendevano come obiettivo tutte le pareti più difficili della zona… In un’epoca in cui buona parte dell’attività alpinistica in Patagonia se ne sta distante dal terreno difficile, quella sua incessante ricerca delle linee più dure possibili risulta essere ancor più significativa.”

Le spedizioni all’Everest ed al Lhotse avevano dato a Franček una notevole esperienza ad alte quote. Però, essendo uno scalatore di precisione, detestava vedere il suo corpo indebolirsi e perdere vigore durante quei viaggi così lunghi e protratti nel tempo, vedere deteriorarsi le sue capacità di scalata su roccia, così minuziosamente affinate. Franček non sopportava questi alti e bassi nelle prestazioni. “Il nostro corpo è il riflesso dei nostri pensieri e delle nostre azioni,” – scrisse; “Noi non viviamo sempre nei nostri corpi. Noi non siamo sempre a casa. Molto spesso noi viviamo nei nostri ricordi e nelle nostre aspirazioni e così diventiamo i padroni assenti della nostra proprietà.” Avevo davanti a me un uomo per il quale ogni giorno era un dono che aveva bisogno di essere vissuto pienamente e per il quale le sue esperienze corporee erano parte di quel dono.

I tre Moschettieri (Knez, Karo e Jeglič) al Fitz Roy, 1983, durante la prima ascensione di Hudičeva Zajeda (diedro del Diablo), una via che termina a un intaglio e si congiunge con il Pilastro Casarotto. Attende la prima ripetizione e la prima salita integrale fino alla vetta. Foto: Silvo Karo
Knez-v0-67-003

Non amava poi quella necessità continua di mettersi d’accordo e di pensare in termini di gruppo tipici delle grandi spedizioni. Alcuni amici avevano osservato che siccome si muoveva così rapidamente in montagna non poteva andar bene per il passo lento delle scalate himalayane. Scalare per creste e pendii nevosi non lo attirava, esattamente così come non lo attiravano quegli eterni recuperi dei sacchi e quelle eterne risalite con le jumar. Si trovava molto più a suo agio su terreno ripido, preferibilmente su roccia. Amava sentire la roccia, in tutte le sue forme, calcare o granito, solida o friabile. La nitidezza dei minerali e le trame minute lo aiutavano a sentirsi più presente nel corpo e nell’attimo. Le sue scalate Patagoniche furono passi importanti per la sua marcia verso la Torre di Trango, una guglia rocciosa alta 6239 metri, in Pakistan. Dal primo momento in cui Franček vide quel pilastro proteso a tagliare il cielo azzurro come la lama di una spada, rimase incantato. Nel 1987 lui e i suoi compagni Slavko Cankar e Bojan Šrot usarono tutte le armi nel loro bagaglio per la loro nuova via sulla parete Sud – Sud-Est: arrampicata d’aderenza, in fessura, piccole prese da pinzare e balletto finale su difficile ghiaccio alpino. Dopo aver fissato le corde sul primo terzo inferiore della via, continuarono verso la vetta in un singolo tentativo. In Alpinist 11, lo scalatore americano Greg Child definì quell’ascensione “il migliore degli stili dell’epoca” su quella vetta. Quando gli sloveni iniziarono a scendere lungo le corde per la discesa finale al campo base, la loro soddisfazione era completa. “Sono davvero poche le cose fatte veramente bene,” ebbe a scrivere in seguito Franček. “Per me Trango è stata una di quelle.” Ancora inquieto, Knez passò al Meru ed al Bhagirathi in India. Lì portò a termine prime ascensioni su ampie e grandi linee in stile alpino. Per Franček l’obiettivo era semplicemente l’ispirazione e molto più importante era la via per arrivarci. Al di sopra di tutto si fidava delle sue vie.

Molti scalatori di punta sloveni della generazione di Franček ormai non ci sono più, se ne sono andati per sempre nelle montagne. I loro obiettivi privi di compromessi avevano fatto fare un passo in avanti all’evoluzione fisica e psicologica delle scalate, ma come per così tanti altri pionieri che li avevano preceduti, britannici o polacchi, per esempio, il costo era stato davvero alto. Nejc Zaplotnik sul Manaslu, Stane Belak (Šrauf) sulla Mala Mojstrovka nelle Alpi Giulie, Slavko Svetičič sulla parete Ovest del Gasherbrum IY, solo per citarne alcuni. Franček è sopravvissuto alle sue scalate himalayane e dagli anni ’90 è passato alla creazione di vie lunghe sulle montagne della Slovenia. Scalate difficili su un terreno pericoloso, ma con minori rischi oggettivi.

Poi, nel 1999 la sua carriera per poco non terminò in una piccola falesia locale: Franček si ruppe la schiena quando il suo partner per errore lo lasciò cadere fino a terra. Con l’aiuto di due scalatori arrivò carponi fino alla loro auto, dove poi crollò. Quella stessa notte un chirurgo inserì alcune viti per dare sostegno alle vertebre danneggiate, ma la guarigione di Franček fu lenta. Quando il medico scoprì che una delle viti si era rotta Franček dovette sottoporsi ad un nuovo intervento. Con una vite nuova di zecca e alcuni tubicini di plastica per il drenaggio della ferita Franček dovette sopportare dolori lancinanti. “Ho toccato quel fondo roccioso dove non ci sono più forze e dove tutto si disgrega e diventa polvere,” – scrisse. ” Questa è la croce più pesante che abbia mai portato e sotto di lei mi sento quasi schiacciato. E’ questo l’inizio della decadenza?”

Franček pregò sua moglie di trovare una stanza privata all’ospedale dove poter guarire. “Qualsiasi cosa mi sia rimasta dentro, devo essere da solo,” – disse. Rifiutò le prognosi dei medici che parlavano di sedia a rotelle e di immobilità. In solitudine, diresse tutti i pensieri coscienti e tutti gli atti fisici alla guarigione. Franček passò mesi ad allungare il corpo ferito ed a flettere i muscoli rattrappiti. Alla fine fu in grado di camminare e anche di correre. Nonostante continui a sentire un po’ di rigidità e dolori cronici Franček può scalare ancora. Adesso si limita a monotiri in estate, perché portare pesanti zaini invernali è fuori questione. Scala per la maggior parte in aree segrete che ha sviluppato vicino a casa sua.

Mi ha fatto fare un giro fino alla base di una di queste piccole falesie, indicandomi gli appigli ed i movimenti per quel calcare color gesso. All’ombra di un faggeto, la parete strapiombante si piegava in un arco elegante. Quando andai ad obiettare che l’arrampicata lì dava l’idea di essere piuttosto difficile e faticosa, scosse la testa. “No, non è difficile. E’ interessante,” – disse con un sorriso. Alla base della parete Franček ha costruito una sorta di passerella lastricata, con enormi pietre piatte sistemate in un disegno intricato.

“Perché?” – gli chiesi.

“Così la roccia ed i piedi restano puliti,” – mi spiegò. “Inoltre, perché ha un’aria carina, non sei d’accordo??”

Mentre ci muovevamo alla base di quella falesia così vicina a casa sua pensavo alla sua prolifica carriera di scalatore che spaziava dall’Europa al Sud America e fino all’Asia. Più di cinquemila vie vuol dire aver scalato un sacco. Quando gli chiesi come si era finanziato le scalate mi diede la più ovvia delle risposte: col suo lavoro presso il birrificio, più i soldi guadagnati dalla pulizia e dalla dipintura delle ciminiere. Quando poi gli posi la questione su dove trovasse il tempo per andare a scalare, mi disse: nei fine settimana e dopo il lavoro. E com’è che andava in montagna? Franček faceva autostop, prendeva l’autobus o andava di corsa, se la falesia era abbastanza vicina. “Era una cosa semplice” – disse. “Non era per nulla un problema. Era solo una questione di testa.” Me lo vedevo a trasferire la stessa abilità alle linee tortuose ed ai frustranti vicoli ciechi di pareti sconosciute: solo una questione di testa.

I Moschettieri festeggiano a Buenos Aires, dopo la prima ascensione della Peklenska Direttissima al Cerro Torre. Foto: Pavle Kozjek
Knez-a06-02523

Quando le sue memorie, 0žarjeni Kamen, furono presentate al festival del cinema di montagna a Ljubljana alcuni anni fa, a centinaia accorsero per vederlo. L’unico che mancava era Franček. Non ama le folle.

Attualmente sta scrivendo un altro libro sul suo approccio alla vita. A casa sua gli chiesi di poter vedere cosa avesse scritto. Tirò fuori un notes con pagine e pagine scritte a mano in modo ordinato. Ogni tanto qualche riga era barrata o sbianchettata. Con brevi capitoli intitolati “Potere” e “L’Uccello Magico”, ha più che altro l’aria di un poema in prosa.

“Sai quanto è difficile comporre tutto ciò?” – mi ha chiesto. “Ho lavorato parecchi anni.” Franček continuò: “Qui cercavo la forma delle rima. Non è un poema, ma una riflessione in forma di poema.” Franček è uno scrittore autodidatta ed è molto attento alla scelta delle parole: “Contengono la gioia e la tristezza, la paura, il coraggio, le aspirazioni, l’amore, la sconfitta e quell’insignificante polvere dell’eternità, la felicità. Queste sono tutte cose che hanno lasciato una traccia dentro di me.” E la morte. Ho notato che scrive parecchio sulla morte. Quando gli ho chiesto perché, mi spiegò con un sorriso sornione:·”E’ più vicina della nascita.”

Stavo ancora studiando il suo blocco di appunti quando mi prese per il gomito e mi spinse dentro la stanza vicina. Lì, su una mensola, c’era una scultura di un pesce all’interno di un altro pesce. Legno color miele con spirali e vortici. Poi ancora la fiera testa di un’aquila e il volto di una donna dal profilo regale, con le forme definite dalla consistenza del legno, da liscio come la seta a granuloso e ruvido. Tutte scolpite da Franček. Infervorato, mi ha spiegato quale tipo di legno sia il più malleabile ed evocativo, dove lo trova e come lo sceglie. E’ sempre alla ricerca del pezzo perfetto – che stia camminando nel bosco o che stia riposando in sosta su una cengia a guardare gli alberi al di sotto. Guarda il legno in un modo differente da quello in cui lo guarda la maggioranza della gente, immaginandoci un volto, o un animale o un simbolo. Sospetto che sia lo stesso modo con cui contempla una parete, tracciando nella sua immaginazione una linea da una serie di fessure ramificate e da intasamenti sparsi di ghiaccio, leggendo i motivi nascosti al di sotto dell’apparente disordine della natura e della vita. Mi indicò poi una scultura molto più grande sul pavimento: corpi intrecciati con le curve naturali del legno. Fuori in giardino c’erano dozzine di robuste figure astratte scolpite su calcare grigio chiaro. “Per me sono tutte la stessa cosa,” – mi disse. “Lo scrivere, il legno, la pietra o scalare. Posso andare in tutte le direzioni. Riesco a concentrarmi nello stesso modo. Hanno tutte un denominatore comune”.

Knez e Jeglič sulla Torre Egger, 1986, quando completarono con Karo la prima ascensione di Psycho Vertical (5.11b A3 90°, 900 m) sulla parete sud. Dopo aver fissato 550 metri di corde fisse, i tre riuscirono nell’impresa in 22 ore. Foto: Silvo Karo
Knez-v0-67-002

Lo stesso istinto sembrava illuminare la sua comprensione della parola scritta e delle possibilità di scultura del legno e della pietra. Ero rimasta meravigliata dalla sua capacità di passare dall’arrampicata alla scrittura ed alla scultura allo stesso modo in cui, su una grande parete sconosciuta, passava dagli strapiombi agli spigoli ed alle placche con grazia sicura. “Devo fluire, come un arcobaleno; devo fluire un po’ qui, un po’ lì, ma non ho un piano,” – disse.

MI soffermai anche sul suo rifiuto di volersi soffermare su una delle sue tante realizzazioni.

Franček diede la spiegazione: “Tutto è governato da una certa armonia e se enfatizzi troppo qualcosa, se lo gonfi, a quel punto non è più reale,” – aggiunse: “Perché isolare qualcosa quando tutto è comunque connesso, come deve… Perché esagerare? ”

“Quindi diresti che è questa la tua filosofia di vita?” – chiesi.

“No, no, voglio dire, questa non è filosofia,” – spiegò Franček. “Questa è solo – almeno come la vedo io – la verità. O no?”

Alla fine chiesi a Franček se c’era una scalata che per lui stesse davanti a tutte. Mi guardò e con un sorriso paziente mi rispose: “E’ come andare a prendere un fiore tra tutti gli altri”.

Più tardi, mentre stavo per andar via assieme ad Alan e Silvo, guardai indietro dal finestrino aperto. Franček era ancora davanti a casa sua tra i suoi “fiori” di roccia scolpita. Pensai alla sua caverna, dove sembrava davvero a casa sua. Il corpo scattante ed il volto a riflettere una calma serenità, come la chioma della foresta. Mi tornò in mente di quando una volta scrisse di un posto “idilliaco, solitario”, un regno che non esiste più, una sorta di panorama scomparso nei suoi ricordi d’intensità giovanile. Mi chiedevo se quel piccolo antro l’avesse sostituito. Come lui stesso disse: “La vita è un bel sentiero, misterioso e solitario”.

[Parti di questo articolo sono state tratte e adattate dal nuovo libro dell’Autrice, Alpine Warriors]

Per ulteriori informazioni su Franček Knez (Celje, Slovenia, 15 luglio 1955), consulta https://it.wikipedia.org/wiki/Franc_Knez

Il libro di Knez, 0žarjeni Kamen, è stato tradotto in italiano dall’originale sloveno da Luca Calvi con il titolo di La Pietra Infuocata per i tipi di Alpine Studio, Lecco, 2014.

Posted on Lascia un commento

Il padrone degli orizzonti

Giancarlo Grassi, il padrone degli orizzonti
di Elio Bonfanti
(già pubblicato su Annuario del CAAI, 2009, per gentile concessione)

Anche se è una cosa che mi è capitato di fare abbastanza spesso, ho sempre cercato di limitare i miei contributi alla cronaca alpinistica ai casi di vera necessità, per documentare incontri o avventure meritevoli di attenzione. L’opportunità di ricordare Giancarlo Grassi sull’annuario del CAAI, se da un lato è estremamente appetibile, dall’altro pone la sicura difficoltà di dire qualcosa di nuovo su di lui. Sarebbe forse il momento di fare una biografia e il materiale di sicuro non manca, ma certo è che se le pagine dell’annuario, per evidenti limiti di spazio, non sono la sede adatta per ospitarla, io, che negli anni ho già avuto modo di scrivere molto su Giancarlo, non sono certo la persona più indicata a redigerla.

Devo confessarlo, la tentazione di condensare il tutto con un buon copia e incolla è molto forte, ma la possibilità di raccontare ancora qualcosa di lui, ora che siamo in vista del traguardo di vederlo finalmente riconosciuto, grande tra i grandi, mi dà quasi un senso di pace e, correndo a ritroso nel tempo, ritrovo scampoli di momenti passati insieme che andavano ben al di là del legame che la corda poteva dare.

PadroneOrizzonti0001

Il fatto è che Giancarlo era terribilmente vivo e ogni suo momento era calato nella ragnatela di rapporti che nutrivano la sua vita. Così molto spesso, in una sorta di auto analisi, soleva tradurre nei nomi che dava alle sue vie le proprie emozioni, fossero queste legate a quel velo di inconfessata malinconia che talvolta lo pervadeva piuttosto che a un momento di incontenibile euforia. Nasceva così Mandarina Citrouille, che si proponeva bonariamente di sbeffeggiare un giovane François Damilano, che aveva appena battezzato la prima salita di un seracco Sorbet Citrouille. Quando realizzò la prima via di 500 metri chiodata a spit nelle Valli di Lanzo, Giancarlo volle chiamarla Alla pagina seguente per sancire che anche sul terreno di quelle montagne era ora che cambiasse qualcosa. Non fece eccezione a questo suo modo di essere anche Boia chi dimentica alla Parete dei Militi, aperta a 25 anni di distanza dalla prima salita del vicino Diedro del Terrore per rendere onore alla memoria di Giampiero Motti. Come giustamente ha ricordato Roberto Mantovani alla presentazione del filmato su Grassi di Angelo Siri, presentato a Torino nel mese di febbraio 2009, Giancarlo degli amici non si dimenticava mai e non c’era giorno che non parlasse di loro raccontando qualcosa su Gianni (Comino) o su Danilo (Galante), al riguardo di Renato (Casarotto) o piuttosto di Gian Piero (Motti). Li aveva sempre con lui, li ricordava talmente spesso e con un tale affetto che addirittura una volta, sulle Pale di San Martino, legatosi con un compagno del tutto sconosciuto, ebbe modo di fargli notare che, visto che tutti i suoi amici erano morti, lui non voleva fare la stessa fine e che quindi le corde dovevano essere inserite all’interno del Job e non agganciate solo sui cornetti esterni. Per Renato Casarotto, poi, con il quale oltre a condividere lo storico viaggio in Canada ebbe modo di aprire alcune nuove e importanti vie, nutriva un’ammirazione sconfinata; gli piaceva raccontare di quando, nel bacino d’Argentière, furono avversati per alcuni giorni dal maltempo, cosa che li obbligò a un inatteso riposo in rifugio… a questa forzata inattività, raccontava con gli occhi sgranati, Casarotto ovviava facendosi di corsa due volte al giorno il giro del ghiacciaio… e sempre concludeva dicendo “era una forza della natura”.

Diceva questo forse senza rendersi del tutto conto che la vera forza della natura era lui. Lui che trasformandosi da nero pulcino in una libera e grande aquila aveva ormai definitivamente scacciato il fantasma del timido e impacciato ragazzotto preso di mira e talvolta irriso da alcuni personaggi dell’ambiente alpinistico torinese.

Giancarlo era veramente come una grande aquila e come questa era libero, non aveva condizionamenti di sorta e faceva ciò che più gli piaceva per il gusto di farlo e non di venderlo. Come l’aquila poi aveva la vista, l’occhio allenato nell’intuire ciò che gli altri non riuscivano a vedere. Ancora di questa aveva il cuore: “le aquile non volano mai sole”, e lui non era un solitario, anzi amava condividere con qualcuno le sue esperienze. Contrariamente a Gianni Comino, che portò fino alle estreme conseguenze questo tipo di interiorizzazione, sono infatti molto poche le solitarie di rilievo che fece. Una di queste fu il Couloir Bonnefant al Mont Maudit, ma da come ne parlava si capiva che in fondo in fondo avrebbe preferito farlo insieme a qualcuno. Non che tutti gli andassero a genio, anzi! Ma una volta acquisita la sua fiducia per lui era naturale dare spazio anche decisionale al suo compagno di cordata.
PadroneOrizzonti0003

Non amava l’Himalaya, del quale diceva, semplicemente e onestamente, “non è il mio posto”: la spedizione alla cresta ovest dell’Everest l’aveva segnato negativamente più sotto il profilo umano che sotto quello alpinistico. A esclusione di quella zona, lasciò però quasi dappertutto in giro per il mondo tracce tangibili del suo passaggio. Ebbe un’attività talmente importante e poliedrica che molte delle sue salite corrono il rischio di passare inosservate. In Perù tracciò vie nuove sulle difficili e tecniche pareti dell’Ocshapalca e del Kitaraju. In Patagonia fece altrettanto realizzando, tra le altre, una salita di grande pregio sui seracchi del Cerro Adela, riprendendo così il filo del superamento dei seracchi, mai completamente interrotto nella sua attività. Quel perverso gioco, che aveva portato alla ribalta lui e Comino con la salita del seracco di sinistra della Poire, continuava ad affascinarlo, nonostante fosse costato la vita al suo amico, e di tanto in tanto gli si accostava nuovamente contagiando ogni volta nuovi compagni.

Giancarlo raggiunse la fama grazie alle sue realizzazioni su ghiaccio e negli anni ’80 ebbe, in una vera e propria corsa all’oro, sia come amico che come antagonista, Patrick Gabarrou. Snocciolare qui la serie di realizzazioni che ne seguirono sarebbe un lunghissimo e sterile elenco che se da una parte farebbe risaltare la qualità di quanto fece, dall’altra non darebbe sufficiente rilievo allo spirito e alla profonda poesia che lo animavano. Su roccia non aveva gli stessi “numeri” che aveva su ghiaccio ma del Grassi rocciatore se n’è a torto sempre parlato molto poco. Volutamente mi limito soltanto a sottolineare che fu un antesignano nella ricerca e nella valorizzazione di molte pareti della provincia di Torino e che fu uno dei primi “boulderisti” in Italia; il suo libro sui massi erratici, divenuto ormai introvabile, data addirittura 1982.

Gian Piero Motti, Mike Kosterliz, il Nuovo Mattino, ma soprattutto la sua infinita curiosità, lo portarono a essere uno dei primi italiani a mettere il naso in Yosemite, che negli anni Settanta era la “terra promessa” per quasi tutti gli scalatori europei e in quanto tale per la maggior parte di essi quasi irraggiungibile. Roccia, quella vera… Giancarlo ne masticò sempre parecchia aprendo vie nuove dal Pic Gugliermina, al Pilier Bonington sui pilastri del Brouillard, dai satelliti del Bianco alla diretta al Pic Tyndall sulla Sud del Cervino. Passando dal Monviso al gruppo del Gran Paradiso per arrivare in Albigna e (cosa che ho scoperto solo quest’anno) anche in Val Masino, dove sul Torrione di Zocca, quel diavolo di uomo riuscì a inventarsi una nuova via.

PadroneOrizzonti0002

Mentre sognava di aprire una linea sulla Breach Wall del Kilimanjaro era già di partenza per la Rock Tower nel Garhwal Indiano. Tornava trafelato da una salita con un cliente ed ecco che lo trovavi magari da solo, a risalire delle fisse nel suo amato vallone di Sea. Davvero, ci vorrebbe una biografia analitica per tenere il conto e rendere merito dell’enorme attività di cui si rese protagonista e della quale sarebbe un peccato perdere la memoria storica.

La portata delle sue realizzazioni (che furono sempre in anticipo sui tempi) acquisisce, casomai ce ne fosse bisogno, ulteriore prestigio rileggendo i nomi dei compagni di cordata con i quali soleva legarsi. Dai già nominati Casarotto e Gabarrou a Marco Bernardi, da Jean-Noël Roche a Jean-Michel Cambon e François Marsigny per arrivare da ultimo sino a François Damilano e a Mauro Corona, il quale fu iniziato all’acqua (quella rigorosamente gelata) proprio da Giancarlo.

Sono troppi i ricordi che riaffiorano alla mia mente, fino a rivedere, immerso nelle melodie graffianti di Tracy Chapman che accompagnavano i nostri ultimi viaggi in Cristalliera, il volto terreo della mia collaboratrice domestica di allora che, accogliendomi in casa, mi dette la notizia della sua scomparsa. “Ma come è caduto? Devo parlargli, dobbiamo spiegarci!” -Avevamo litigato la settimana prima… e ora invece era tutto finito.

Poi qualcuno, più avanti di me, mi disse: “Non angustiarti, quello che doveva capire l’ha capito e il rancore o l’incompiuto non sono parte del mondo a cui ora appartiene”.

Per tanti anni ho cercato di non farlo dimenticare e lo feci in modo scientifico, sicuro che il semplice calcolo del due più due fosse sufficiente a ottenere cosa mi ero prefissato. Primo era stato un grande alpinista, secondo era stato un personaggio notevole e quindi il piedistallo per me era cosa fatta. Invece tutte le porte cui bussavo, a un breve quanto apparentemente interessato spiraglio facevano seguire una umiliante chiusura. Chiesi al CAI Torino di darmi il permesso di ristrutturare un rifugio nelle valli di Lanzo, cui Giancarlo era molto legato, ma malauguratamente l’allora responsabile morì prima di firmare i permessi necessari e il suo successore, nonostante anni di insistenze non dette seguito all’idea. Passai quindi all’attacco di alcuni amici in Val Varaita i quali mi promisero che in breve gli avrebbero fatto dedicare un sentiero attrezzato, idea questa che per una ragione o per l’altra non vide mai la sua applicazione. Intanto gli anni passavano e un senso di vergognosa impotenza iniziava in qualche modo a palesarsi.

La folgorazione venne un giorno salendo al rifugio Dalmazzi, ripercorrendo con il pensiero la scomoda traccia che conduce al bivacco Comino al Greuvetta. “Bingo!” pensai, Gianni e Giancarlo furono una delle cordate più importanti degli anni a cavallo tra i ‘70 e gli ’80, furono loro ad accendere la curiosità e a stravolgere le regole che governavano parte dell’alpinismo di allora… Pensai che sarebbe stato “romanticamente” bello riunirli almeno idealmente in questo piccolo nido. Picche anche lì, non capii mai bene il perché, ma il CAI di Mondovì, facendosi portavoce del gruppo dei Fiamenghini che fecero costruire il bivacco, con una cortese lettera mi rimbalzò nuovamente al via di un ipotetico monopoli.

Rifugio Monzino, 1978: Giancarlo Grassi, Renato Casarotto e Gianni Comino di ritorno dalla via alla Brêche des Dames Anglaises. Foto: Archivio Grassi
Casarotto-Grassi-casarotto-comino

Ci misi un po’ a metabolizzare questo nuovo insuccesso ma non mi detti per vinto e ricordandomi con quanto entusiasmo Giancarlo mi descrisse una parete innominata nel gruppo del Bianco dove aveva aperto un nuovo itinerario, mi lanciai nuovamente all’avventura con l’intento di aprire a mia volta una nuova via e di fargli intitolare la cima. Pensai inoltre che, raccogliendo il preventivo consenso da parte di gruppi e istituzioni, la regione Valle d’Aosta non avrebbe potuto che dare un parere positivo. Fu così che raccolsi l’entusiastica adesione delle Guide Alpine Piemontesi, di quelle Valdostane, del CAI Torino, del Club Alpino Accademico Occidentale, del GHM e da ultimo ruppi le scatole anche a un generale dell’Istituto Geografico Militare… ebbene, tutto ciò non fu sufficiente (essendo moderna prassi l’utilizzo di nuovi toponimi solo se legati al territorio) e non fu possibile dedicargli ufficialmente nessuna cima.

Ma porca miseria, il mio sterile ma rassicurante due più due continuava a non fare quattro, ma ormai qualcosa che sfuggiva alla mia percezione aveva incominciato a muoversi. Era la fine di novembre quando, durante la cena di fine corso della Scuola Gervasutti, l’allora presidente del Gruppo Occidentale dell’Accademico, Massimo Giuliberti, mi comunicò che il sodalizio aveva deciso di co-dedicare a Grassi il bivacco Lampugnani al Col Eccles, in via di ristrutturazione. L’idea era nata dal confronto scaturito dalla mia richiesta di appoggio all’iniziativa di dedicargli la famosa cima innominata, che la maggior parte dell’assise giudicava inadeguata al personaggio, trattandosi di un contrafforte non particolarmente prestigioso. Ricordo che per la felicità quella sera non potei nascondere la mia commozione…

E se quella “cimetta” era stato il cavallo di Troia per raggiungere un risultato del genere, tanto valeva vincere ogni restante dubbio e andare a terminare la via iniziata l’anno prima e arenatasi sotto a un compatto scudo di placche. Fu così che l’agosto successivo mi ritrovai alla base della parete insieme a Paolo Stroppiana e Luca Maspes. Grazie a loro riuscii a terminare la via superando questo difficile muro centrale, oggetto dell’antico entusiasmo di Giancarlo.

Nel frattempo anche qualcos’altro stava muovendosi: Angelo Siri, vecchio amico e compagno di Giancarlo, dopo tanti anni di silenzio mi aveva telefonato accennandomi al fatto che, in modo ancora abbastanza embrionale, stava lavorando a un lavoro di raccolta di materiale su di lui, ma che non sapeva ancora esattamente cosa farne. Con entusiasmo mi misi a sua disposizione e nei successivi contatti capii che stava prendendo forma un progetto addirittura più grande di quanto non fosse la sua idea primitiva.

Quel momento fu quasi una rivelazione, e contribuì a sancire definitivamente che tutto quanto stava accadendo non solo sfuggiva alla mia percezione ma che addirittura qualche imperscrutabile disegno superiore stava per arrivare a compimento. Alla luce di questo mi piace davvero pensare che da lassù Giancarlo abbia coordinato il tutto.

Prova ne è in prima battuta la tardiva passione di Angelo per la cinematografia, attraverso la quale, ripercorrendo una parte della sua storia, è riuscito in modo esemplare a ricordare più l’uomo che l’alpinista. In seconda analisi, se dal 1991 a oggi io fossi riuscito a fargli dedicare una qualsiasi targa in un qualsiasi rifugio in giro per le nostre Alpi, quasi sicuramente oggi Giancarlo non sarebbe arrivato fin lì, sotto il Pic Eccles, uno degli angoli più selvaggi del Bianco… diventandone, con il suo sguardo acuto e penetrante, il padrone degli orizzonti.

Per rendere al meglio l’immagine di Grassi vorrei presentare lo stralcio di un suo scritto riguardante una prima salita sul Cervino e appartenente alla pubblicazione 90 Scalate su guglie e monoliti, Görlich edizioni: si tratta di uno scritto tecnico e scarno, dal quale traspare però una profonda vena poetica.

“L’effetto prodotto dalla vista della sagoma del Cervino ha suscitato in ogni epoca suggestioni particolari: ci si sente attratti dalle linee semplici e continue delle sue creste, che convergono per creare quella piramide incombente e mutevole da ogni punto di vista, immagine romantica che ricorda il mondo di Guido Rey.

Chi non è rimasto colpito vedendolo nella luce del tramonto, chi non ha desiderato almeno una volta calcarne la cima? Molte sono le interpretazioni che si possono dare di una montagna, ma quella che meglio si attaglia, a parer nostro, al Cervino, il “più nobile scoglio delle Alpi”, è quella di monolito ingrandito fino a far parte della sfera dell’alta montagna.

Da tempo immaginavo la possibilità di tracciare una via nuova su uno dei suoi versanti, cercando uno spazio personale tra le pieghe della parete. Venne programmata una bella avventura: nella parete sud si innalza, da un ciarpame di roccia, uno spigolo affusolato che punta direttamente alla sommità del Pic Tyndall: un’ossatura potente, ricca di promesse, in linea con quell’alpinismo classico che da qualche anno non aveva più espresso idee. La stagione estiva volgeva al termine: giornate brevi, freddo notturno, rischi di un cambio repentino di tempo; come controparte il Cervino si offriva secco, sgombro dalla minima traccia di neve. Più che mai mi appariva come un monumento simbolico, un ultimo eremo inaccessibile alla speculazione e alla logica imperante nella conca del Breuil. Al termine dell’estate è difficile trovare validi compagni per le lunghe scalate, ma questa volta Renato Casarotto non poteva mancare all’appuntamento.

Abbandonammo l’Oriondé di notte con la luna piena e, complici le lampade frontali, risalimmo tutto lo zoccolo. Prima di raggiungere le vere difficoltà avevamo superato slegati un salto isolato ripido sino al quinto grado. Il sole all’attacco attenuava lievemente la sacralità del luogo, lo insistevo per due chiodi di fermata, anche se sopra non sembrava eccessivamente duro, infatti dopo cinque metri Renato precipitava con un appiglio in mano cadendomi quasi addosso. Ripartimmo più prudenti: più in alto le difficoltà già ci facevano lottare per una posizione verticale. Le condizioni meteorologiche sembravano incantate, un clima mite favoriva la progressione. Salivamo sull’elegante struttura senza sciupare energie, alternandoci in testa alla cordata senza zaino. La roccia ci suggeriva i movimenti esatti, sintetizzavamo con velocità la successione dei gesti e le posizioni di equilibrio adattate ai tipi di passaggi.

Una lunghezza di corda su una sovrapposizione di lastre simili a una pila di piatti mi aveva impressionato. Poi tutto filò liscio sino in cima al Pic Tyndall. Casarotto non era mai stato in vetta al Cervino, così alle 5 di sera, in tuta e pedule da arrampicata, eravamo seduti sulla sommità. Dopo quindici ore di continua scalata si può anche essere stanchi, ma questa vetta non mi sembrava invivibile, anzi la luce fresca della sera ci faceva indugiare a rimanere di più per vedere allungarsi le ombre dei monti (Giancarlo Grassi).

Il Bivacco del CAAI al Pic Eccles. Foto: Elio Bonfanti
PadroneOrizzonti0004

Cenni biografici
Giancarlo Grassi nacque a Condove (TO) il 14 ottobre del 1946, nella casa di campagna dei genitori, sfollati da Torino a causa della guerra.

Seguendo le orme paterne studiò da disegnatore grafico alla scuola Paravia di Torino. Nonostante il singolare aneddoto confessatomi dal fratello secondo cui il bimbo Giancarlo fece fermare la ruota panoramica di piazza Vittorio a Torino perché pativa di vertigini, nella sua gioventù riscattò questa incertezza iniziale. Un compaesano di Condove chiamato “Zio Michele” lo iniziò infatti all’escursionismo facendogli girare tutte le cime circostanti, aiutando così a germogliare quella passione che avrebbe condotto la sua intera vita.

Dopo un difficile periodo in cui dovette combattere una grave forma di tubercolosi, Giancarlo, abbandonato il lavoro di grafico, si mantenne per un certo periodo facendo i lavori più disparati. Trascorse così più di un inverno nelle stazioni sciistiche a fare il “Pistard” e alcuni autunni a vendemmiare nel sud della Francia. Fu proprio durante una di queste campagne che conobbe Nicole, che sarebbe presto diventata sua moglie. Una volta ottenuto il brevetto di Guida Alpina e dopo il matrimonio, Giancarlo si trasferì definitivamente nella casa dove nacque che divenne così il suo quartier generale. In circa 25 anni di attività entrò a far parte del GISM (gruppo italiano scrittori di montagna), del GHM (groupe haute montagne) e, prima di diventare Guida Alpina, divenne membro del CAAI.

Dalle visioni del “Nuovo Mattino” alla ricerca sui “boulder” della Val di Susa, dalla scoperta della “Piolet Traction” sulle cascate alla salita lampo dei “Seracchi” più minacciosi, Grassi si dimostrò sempre un infaticabile ricercatore, pronto a far propria ogni innovazione con fantasia e determinazione. La sua personalità poco appariscente e ingiustamente misconosciuta proprio perché così poco allineata, diede un grande impulso all’alpinismo di avventura nel periodo di fondamentali cambiamenti compreso tra gli anni ‘70 e ’80.

Gli fu fatale una cornice di neve sul Monte Bove (Monti Sibillini) che, cedendo sotto il suo peso, lo fece precipitare per qualche centinaio di metri. In seguito alle lesioni riportate durante la caduta, morì a Camerino (MC), il 1 aprile del 1991.

Ripercorrere la sua carriera diventa estremamente difficile in quanto il numero delle sue realizzazioni in giro per il mondo è davvero troppo importante. Mi limiterò a ricordare la sua attività di apertura di vie nuove nel solo gruppo del Monte Bianco, per accrescere di ulteriore significato la scelta fatta dal Club Alpino Accademico di dedicargli il bivacco Lampugnani alle pendici del Col Eccles.

Prime ascensioni di Giancarlo BGrassi nel gruppo del Monte Bianco
Aiguilles di Pra Sec, via Italiana, 1971
Mont Blanc du Tacul, Pilier Sans Nom, 1977
Aiguille Verte, goulotte Grassi-Comino, 1978
Grandes Jorasses, Hyper couloir, 1978
Mont Maudit (Brenva), via Casarotto, 1978
Brêche des Dames Anglaises, couloir nord-est, 1978
Mont Maudit (Brenva), via del Gran Diedro, 1978
Mont Maudit (cirque), via Comino-Grassi-Miotti, 1979
Mont Maudit (cirque), goulotte Comino-Grassi, 1979
Mont Maudit (cirque), seracco del Col Maudit, 1979
Monte Bianco di Courmayeur, Seracco della Poire, 1979
Monte Bianco di Courmayeur, Cascata del Freney, 1980
Pie Gugliermina, parete sud-ovest, via Grassi-Meneghin, 1982
Mont Greuvetta, parete nord-est, 1983
Petit Mont Blanc, couloir nord-est, 1983
Mont Maudit (cirque), Filo di Arianna, 1984
Picco Luigi Amedeo, Fantacouloir, 1984
Picco Luigi Amedeo, Pilastro Rosso, 1984
Grandes Jorasses, Direttissima, 1985
Brêche du Carabinier, goulotte Grassi-Stratta, 1985
Mont Maudit (cirque), Lacrima degli angeli, 1985
Mont Maudit (Brenva), Rencontre au Sommet, 1985
Mont Maudit (Brenva), goulotte sud-est, 1985
Clocher du Tacul, Conflitto Finale, 1985
Mont Maudit (Brenva), Overcouloir, 1986
Pilastro Bonington, Etica Bisbetica, 1986
Mont Maudit (Brenva), Couloir del Bicentenario, 1986
Aiguille de Rochefort, Visa per la Siberia, 1987
Col de Grandes Jorasses, Durango, 1987
Mont Blanc du Tacul, Labirinto di Minosse, 1987
Petit Capucin, Goulotte Valeria, 1987
Seracco del Ghiglione, via Grassi, 1987
Punta Baretti, Goulotte Franco Garda, 1988
Clocher du Tacul, Pifferaio di Spit, 1988
Dôme de Rochefort, Luna Nera, 1989
Mont Blanc du Tacul, Una Follia per Umberto Maria, 1989
Petit Capucin, Alla ricerca del tempo perduto, 1989
Mont Maudit (Brenva), Nata di Pietra, 1989
Aiguille de la Brenva, couloir nord-est, 1989
Col de Grandes Jorasses, Fievre Blanche, 1990
Dent de Jetoula, Gelati Grassi Rossi, 1990
Petit Greuvetta, goulotte sud-est, 1990
Quota 2950 m, bacino di Rochefort, via Grassi-Ghirardi-Barus, 1990

Posted on Lascia un commento

Gigi Alippi

Luigi Gigi Alippi

Se ne è andato un grande dell’alpinismo, se ne è andato un amico, compagno di tante amichevoli ma infinite discussioni al campo base del Lhotse. Provocatore, ma buono. Che, quando nel 2004 si era trattato di scrivere un libro sulle guide alpine lombarde, purtroppo mai uscito, mi aveva dato generosamente un bel po’ di foto e materiale d’archivio, con quello sguardo che mi voleva dire “fa no el barlafüs”, cioè vedi di non tenertela per sempre questa roba! Il libro subì ritardi, poi alti e bassi nella possibilità di realizzazione, infine fu abbandonato nel cassetto. E io, nella speranza prima o poi di pubblicarlo, mi tenni le stampe in bianco e nero e gli articoli di giornale che Gigi mi aveva affidato. Non c’era una volta che c’incontrassimo senza che lui mi ricordasse la mia promessa… e avevo un bel po’ da scusarmi con lui, il suo sguardo intelligente e indagatore mi fissava sempre allo stesso modo. Gli feci la resa solo nell’aprile 2015, vergognandomi di un ritardo non voluto ma del quale comunque mi ritenevo responsabile.
Nel frattempo Gigi nel 2014 era riuscito a pubblicare il suo libro di memorie Il profumo delle mie montagne, grazie ad Alpine Studio.

GigiAlippi-cover GigiUn recente Gigi Alippi
GigiAlippi-3-300x490

 

«La guida prima di tutto è “accademico”, cioè un alpinista» dichiara Gigi Alippi. «Le prime sono state le grandi guide di Chamonix, i Rébuffat, i Terray. Sono stati loro a cambiare le carte in tavola, non più il cliente che propone alla guida una salita, bensì esattamente il contrario. E io a Lecco credo di essere stato il primo a seguire questa nuova linea».

Alberto Lantero avrebbe voluto tanto fare delle ascensioni, ma regolarmente giunto all’attacco non se la sentiva di proseguire e pregava le sue guide di tornare indietro. Dopo aver provato a fare lo stesso con Alippi, un qiorno questi si arrabbia duro e lo minaccia di riempirlo di cazzotti. Fu come una rivelazione, da allora il Lantero fu ottimo cliente. Con Alippi fece le tre Nord del Pizzo Palù, la Dibona alla Grande di Lavaredo, lo sperone della Brenva al Monte Bianco. Per Vincenzo Boccaforni, funzionario del fisco di Milano, stessa scena: «Cristu, te massi, terun de l’ostia», all’attacco. Giunto in vetta, per la felicità baciava piangendo le mani ad Alippi, che invece era in grande imbarazzo. Una volta, con Roberto Gallieni, il programma era di salire la Simon-Rossi al Pelmo: a Cortina, Lorenzo Lorenzi cercò di farli desistere dal progetto descrivendo loro con particolari agghiaccianti come avevano ritrovato là sopra il cadavere di uno sfortunato alpinista. Come se niente fosse stato, andarono al Pelmo e fecero esattamente quello che avevano in programma di fare. Gallieni, dopo l’avventura del Pilone Centrale dove era morto Oggioni ed altri tre francesi, aveva problemi in famiglia. Volendo fare la Nord del Cervino, architetta un alibi di lavoro in Sardegna e prega qualcuno di spedire ogni giorno una delle sette lettere che lui ha scritto alla moglie. La Nord non è in condizioni, allora salgono la cresta di Zmutt, vengono presi da una bufera verso i 4000 m, bivaccano malamente, tagliano verso il Pic Tyndall e poi scendono per la via normale italiana.

Nato ad Abbadia Lariana il 26 febbraio 1936, Ragno di Lecco, guida dal 1962, proprietario dell’omonimo rifugio ai Piani Resinelli, Gigi Alippi inizia ad arrampicare non prestissimo, per via della contrarietà dei suoi. Ogni tanto chiedeva al Boga (Mario dell’Oro) se lo portava a scalare, quello regolarmente rispondeva “sì, quando avrai il permesso di tuo papà”. È finita che la sua prima salita da capocordata è stata la Cassin al Nibbio! Chi ha imparato così non può oggi essere d’accordo sulla richiodatura sistematica a spit delle vie più classiche della Grigna, «chi non è capace non ci vada su! E in più tutto questo l’hanno fatto per i soldi messi a disposizione dall’amministrazione…».

Luciano Tenderini, Gigi Alippi, Alberto Calonaci, Romano Merendi e Jack Canali (di spalle) al rifugio Sciora (1960)Luciano Tenderini, Gigi Alippi, Alberto Calonaci, Romano Merendi, Jack Canali (di spalle) al rifugio Sciora (1960)

Sciora di Fuori, prima ascensione della parete ovest (1960)
Sciora di Fuori, prima asc. parete ovest (1960)

Rifugio Sciora, dopo la prima ascensione della parete ovest della Sciora di Fuori, luglio 1960: da sinistra, Marc Vaucher, Robert Lepage, Georges Livanos, Jack Canali, Sonia Livanos, Luciano Tenderini.
Rifugio Sciora, dopo la prima asc. della parete ovest della Sciora di Fuori, luglio 1960: Marc Vaucher, R. Lepage, Georges Livanos, Jack Canali, x, Luciano Tenderini

Quanto alla sua prima salita in montagna, ecco la Est del Grand Capucin con Giorgio Redaelli: dopo un bivacco, senza equipaggiamento e senza viveri, l’alba del mattino dopo era così splendida da conquistare per sempre il cuore di Gigi e votarlo alla montagna. Sopravvissuto a queste pazzie, Gigi Alippi ricorda con particolare attaccamento la prima compiuta sulla parete ovest e cresta sud della Sciora di Fuori 3169 m, dal 14 al 16 luglio 1960: arriva al rifugio Sciora con Jack Canali, Romano Merendi e Luciano Tenderini, lì trovano nientemeno che i francesi Georges Livanos, Robert Lepage e Marc Vaucher, con la stessa meta. Fra le due cordate, dopo un’iniziale competizione, a metà parete, anche per via del maltempo, c’è grande collaborazione, anche se poi la via non sarà così perfetta per via di una consistente deviazione finale sulla cresta sud. Dopo un bivacco, concludono il giorno dopo in condizioni invernali e con un grande freddo.

Un giovane Gigi Alippi
Gigi Alippi

Con Annibale Zucchi, Luciano Tenderini e Romano Merendi il 21 e 22 giugno 1960 sale il gran diedro nord della Brenta Alta. Con Giorgio Bertone sale la parete nord del Piccolo Roseg, il 16 luglio 1963, 500 m, ghiaccio fino a 70° e difficoltà di roccia.

Sulla parete del Forcellino, ben visibile dal lago di Lecco ma quasi irraggiungibile, non c’era alcuna via: e sono 400 m di parete. Gigi Alippi, con il cugino Det Alippi, vi pone rimedio nel 1960 aprendo un itinerario estremo di grandissima classe, con due bivacchi, in un ambiente che non ha nulla della Grignetta ma molto delle più selvagge pareti delle Dolomiti Bellunesi, ad oggi rarissimamente ripetuto.

Gigi Alippi e Annibale Zucchi in Alaska (1961)
Gigi Alippi e Annibale Zucchi in Alaska (1961)

Spedizione Cassin al Mount McKInley, 1961: Gigi Alippi e Jack Canali
Spedizione Cassin McKInley 1961: Gigi Alippi e Jack Canali

Luigi Airoldi, Jack Canali e Gigi Alippi al Mount McKinley (1961)
Luigi Airoldi, Jack Canali, Gigi Alippi al McKinley (1961)

 

Gigi Alippi è il più giovane dei sei alpinisti che partecipano alla conquista del McKinley 6194 m per l’inviolata parete sud. Faceva coppia fissa con Jack Canali. «Dalla vetta ci dividevano non più di due ore di arrampicata. Il tempo era bello e io, dalla gioia, mi ero messo a cantare. Beato tu che hai ancora fiato per cantare, mi disse Cassin. Mai più avrei immaginato che dopo mezz’ora sarei entrato in crisi al punto da volermi fermare. Fu lo stesso Cassin a spronarmi a continuare», ricorda Alippi, assieme al fatto di essere sceso dal III al II campo senza scarpe: le sue le aveva prestate a Canali che, colpito da congelamenti, non poteva più indossare le sue. Per un fatto analogo, la ritirata dall’Annapurna di Luis Lachenal e Maurice Herzog conquistatori della cima nel 1950, ai compagni di spedizioni hanno dato la Legione d’Onore. A lui invece niente, neanche una citazione, «forse perché il libro lo ha scritto Cassin…». Da quel vittorioso 19 luglio 1961 della cima passeranno cinque anni: Alippi è componente della spedizione guidata da Carlo Mauri. L’obiettivo è il Mount Buckland 1800 m in Terra del Fuoco dove mai nessun altro alpinista ha messo piede. Della zona esistono solo foto aeree di Padre De Agostini. Dopo aver realizzato 1500 m di via, stretti alle piccozze per non essere spazzati via dal vento, Alippi, Casimiro Ferrari, Cesare Giudici e Mauri arriveranno in cima.

Spedizione al Jirishanca, 1969. In piedi sono Riccardo Cassin e Casimiro Ferrari. Seduti sono Sandro Liati, Mimmo Lanzetta, Annibale Zucchi, Giuseppe Lafranconi, Gigi Alippi e Natale Airoldi. Foto: da Ragni di Lecco 50 anni.
Spedizione all'o Jirishanca, 1969. In piedi sono Riccardo Cassin e Casimiro Ferrari. Seduti sono Sandro Liati, Mimmo Lanzetta, Annibale Zucchi, Giuseppe Lafranconi, Gigi Alippi e Natale Airoldi. Da Ragni di Lecco 50 anni

In Perù, la guida alpina di Abbadia Lariana firmerà straordinarie salite. Nel 1969, in Cordillera Huayhuash, l’inviolata Ovest del Jirishanca 6126 m: 750 m di via di 60/70° /IV+ in cordata con Riccardo Cassin, Casimiro Ferrari, Natale Airoldi, Annibale Zucchi, Giuseppe Lafranconi, Sandro Liati (il suo cliente, così amico da averlo portato sulla Solleder alla Civetta: anche se quella volta c’erano anche Casimiro Ferrari e Carlo Mauri). Nel 1972 sarà la volta dell’inviolato Nevado Huantsan Ovest 6260 m in Cordillera Blanca, con Ferrari: in vetta il 20 giugno dopo circa dodici giorni di salita in condizioni meteorologiche spesso difficili. Dopo l’esperienza africana al Mount Kenya e al Ruwenzori del 1970 (con Jack Canali, anche lui guida, e le due clienti Elena Bordoni e Giulia Perego), Alippi ritornerà in America Latina, questa volta in Patagonia, per partecipare da vicecapo alla storica spedizione al Cerro Torre 3128 m per l’inviolata Ovest. Fondamentale sarà il gioco di squadra: «Ci sentivamo come una pattuglia con una specie di missione da compiere», racconta Alippi. In cima il 13 gennaio 1974 arriveranno Casimiro Ferrari, Mario Conti, Daniele Chiappa e Pino Negri. L’anno seguente Alippi è a respirare l’aria sottile della parete sud del Lhotse 8511 m con la spedizione guidata da Riccardo Cassin. L’impresa metterà a dura prova gli alpinisti che dal mal tempo saranno costretti alla rinuncia prima di aver posto il IV campo. Nel 1976 Alippi è con una spedizione scientifico-alpinistica organizzata da Renato Cepparo per costruire una base in Antartide. All’isola di Wiencke, in condizioni di vento e neve spaventose, salirà coi suoi compagni tre montagne inviolate: Cima Radioamatori, Cima Ragni di Lecco, Cima Italia. L’anno seguente ritorna in Africa, con la moglie Aurora, al Mount Kenya e al Kilimanjaro. Poi, dopo una seconda esperienza in Himalaya nel 1983 per tentare il Lhotse Shar 8383 m per la cresta sud est, nel 1985 realizzerà alle Isole Svalbard tre prime ascensioni nel gruppo Righen Tuppen con Annibale Zucchi e Pierlorenzo Acquistapace. Nel 1986 in Cile, pur non in vetta, è il capo spedizione della vittoriosa salita all’inviolato Sarmiento Ovest 2400 m, lungo la parete nord. «Il tempo giù è bestiale e perciò bisogna approfittare di ogni minima schiarita. Abbiamo puntato tutto sulla velocità e abbiamo avuto ragione». Nel 1991 Alippi ha salito l’Aconcagua con Aldo Dino Piazza e Mario Conti.

Gigi Alippi si è spento a Lecco il 28 marzo 2016 all’età di 80 anni.

Gigi Alippi, primi anni ’70
Gigi Alippi, primo anni '70

 

Riportiamo da La Stampa di To­rino la bella relazione sulla prima invernale della parete est del Gran Capucin, effettuata il 1° marzo 1959:

In vetta al Grand Capucin
«Un’altra pagina si è inserita nell’albo d’oro dell’alpinismo italiano. La stra­piombante parete est del Grand Capu­cin è stata infatti conquistata per la prima volta in inverno da tre scalatori lombardi, i quali hanno impiegato ven­tuno ore di effettiva ascensione per su­perare difficoltà enormi, di sesto grado con passaggi di 6° superiore.

I protagonisti di questa impresa so­no Luciano Tenderini, della SEM di Mi­lano, Gigi Alippi del CAI di Mandello e custode dell’omonimo rifugio in Grigna, e Romano Merendi, custode del ri­fugio SEM al Pian Resinelli, i quali sono rientrati oggi al rifugio Torino dove hanno potuto narrare ogni particolare della scalata.

L’impresa assume un’importanza no­tevole se si pensa che la Est del Grand Capucin fu percorsa per la prima volta nel luglio 1951 da una cordata com­posta da Walter Bonatti e Luciano Ghigo. Ogni altro tentativo fu condan­nato ad insuccesso.

Partiti dal rifugio Torino alle 5 di venerdì, i tre alpinisti erano ai piedi della parete alle 6, 30 e, dopo i consueti preparativi, mezz’ora dopo erano all’attacco dei 500 m di strapiom­bo della parete est del Grand Capu­cin. Gli scalatori si sono alternati al primo posto per la conquista della me­tà inferiore e, senza troppe difficoltà, si sono portati sotto al «gran muro» dove si sono preparati per il primo bivacco.

Dopo aver piazzato su un terrazzino speciali tendine, hanno affrontato la notte senza gravi inconvenienti. Il ter­mometro era a 10 – 12 gradi sotto ze­ro, e il vento era moderato. Un terzo delle difficoltà era stato superato, ma sopra di loro si innalzavano altri 250 m di parete estremamente impe­gnativa. Sabato mattina alle nove, dopo aver consumato una buona razione di tè caldo, gli scalatori riprendevano la salita. Il vento era gelido e la temperatura era ancora diminuita. Sferrato l’attacco al «gran muro», per supera­re 40 m sono occorse circa tre ore con l’impiego di quindici chiodi da roccia, tutti recuperati.

Tenderini che era a capo della cor­data, ha detto che gli sembrava non finissero più quelle poche decine di m che lo hanno impegnato a fondo.

Quindici m sopra al «gran mu­ro» le difficoltà sono ricominciate, da­to che si è presentato agli scalatori un diedro sinuoso che ha richiesto circa

un’ora per essere superato. Alle 18 erano sotto il «Becco», punto dove Walter Bonatti bivaccò per la terza volta, e mancavano 80-90 m alla vetta. Bivaccare in tre in quel sito era apparso impossibile e c’era da chie­dersi come vi avessero potuto pernot­tare Bonatti e Ghigo.

Sebbene le prime ombre della notte calassero sulla montagna, gli alpinisti decisero di compiere un tentativo per superare l’ultimo tratto di parete: il tentativo riusciva e così alle 19 «usci­vano in vetta», dove affrontavano il secondo bivacco».

Gigi Alippi allo Huantsan, 1975Gigi Alippi allo Huantsan

Posted on Lascia un commento

Mario Lopriore

Mario Lopriore
di Renzo e Salvatore Bragantini

Mario Lopriore è scomparso esattamente due mesi fa il 13 dicembre del 2015 a Oegstgeest, in Olanda, dove viveva da molti anni. Lʼavevo visto lʼultima volta in aeroporto, a Fiumicino; si accingeva, con Elisabetta e con i figli, a tornare a casa, mentre io ero in partenza per lʼAmerica per lavoro. Non so precisamente a quanto tempo addietro risalga quellʼincontro, ma la stessa incertezza suggerisce si tratti di fatto distante. Ricordo però che, malgrado non ci vedessimo da molti anni, ci riconoscemmo subito. Ci scambiammo rapidamente poche ma affettuose parole, entrambi pressati dagli orari di partenza dei nostri voli. In quei pochi momenti, ho percepito con chiarezza che Mario era un uomo pienamente convinto e appagato dalle sue scelte di vita, e ne sono stato lieto per lui.

Mario Lopriore a Buenos Aires nel settembre 1949
MarioLopriore-09.1949
Mario era stato uno dei miei primi istruttori al Corso di roccia della SUCAI Roma, tanti anni fa. Aveva la fama di essere un duro (“greve” era il termine usato allora in quegli ambienti) dal fisico fortissimo, e dal fiato inesauribile. In una delle prime uscite del Corso, sul ghiaione del Monte Morra (lʼallora palestra degli arrampicatori romani, oggi quasi del tutto dismessa), sconnesso e abbastanza ripido, aveva tenuto un passo veramente folle. Con uno o due altri, ero riuscito a non farmi distanziare (non ancora ventenne, anchʼio non andavo male quanto a fiato e resistenza), mentre il resto del gruppo arrancava un poʼ e mugugnava. Qualche anno dopo, divenuto a mia volta istruttore, ho avuto la possibilità di dare unʼocchiata ai giudizî di quelli che erano stati i miei istruttori. Il libretto di Mario, con la sua tipica sintesi, diceva su di me, a proposito di quellʼuscita: «Bene sul ghiaione». Tanto bastò (stoltamente) a inorgoglirmi.

Divenire amici di Mario poteva parere difficile, ma non lo era affatto, solo che si osservassero semplici regole non scritte: essere riservati, non essere maldicenti, non lamentarsi mai, resistere allo sforzo. Più o meno quelle regole riuscivo a osservarle, ma non fu solo grazie a loro che mi riuscì di frequentare Mario con una certa regolarità, e divenirgli poi sinceramente amico. Furono forse anche altri fattori a giuocare a mio favore: sia lui che io venivamo da famiglie numerose, ed eravamo stati educati con una certa severità. Le due cose favorivano, in entrambi i casi, un certo spirito di clan; il suo era reso ancor più coeso dal fatto che due sue sorelle avevano sposato due forti alpinisti romani, Enrico Costantini e Paolo Gradi. Ancora: sia la madre di Mario che la mia avevano studiato a lungo musica (la sua il violino, la mia il pianoforte), e ciò faceva di noi due persone con una naturale inclinazione in quel senso.

Con Mario non ho fatto in realtà molte salite (arrampicavo, nei primi anni, soprattutto con mio fratello Salvatore e con gli amici che, come noi, frequentavano la Val di Fassa), ma le ricordo tutte perfettamente. Quelle salite (sto parlando degli anni Sessanta) avevano un tratto in comune: non si trattava mai di percorsi già noti e strafrequentati, ma piuttosto di luoghi non dirò isolati, ma un poʼ collaterali, come il sottogruppo del Vallon (quando ancora non cʼera la seggiovia) e la Val de Mesdì, o cose simili. Mario, pur essendo un arrampicatore assai dotato, era soprattutto, almeno ai miei occhi, un alpinista completo.

Mario Lopriore in vetta alla Marmolada, 24 agosto 1946
MarioLopriore-vettaMarmolada-24-08.1946
La più bella avventura che abbiamo avuto assieme è stata nel gruppo del Gran Sasso, quando, il 5 marzo del 1967, abbiamo salito in prima invernale lo spigolo sud-est del Torrione Cambi. La lettura del mio diario alpinistico (da tempo abbandonato a favore di un semplice elenco delle salite) mi aiuta a solidificare i ricordi.

Siamo in quattro divisi in due cordate, ognuna delle quali si alternerà al comando: Paolo Cutolo (detto il Cutolone) e Paolo Cemmi; Mario e io. Il programma avrebbe previsto di partire prima di quella data, ma i miei esami di febbraio allʼUniversità mi hanno bloccato ed esaurito. In più non mi muovo da quasi tre mesi. Gli altri sono invece tutti allenatissimi. Ho un poʼ di timore di non essere allʼaltezza, soprattutto in termini di fiato (la via in sé non è lunga, e ha solo qualche tratto dato allora di V), ma alla fine mi lascio convincere. Mi devo ricredere subito sulle mie capacità, perché la sera del 4, quando arriviamo al Duca degli Abruzzi, mi pare di avere già il fiatone. Ma tengo botta e non la do a vedere. La sera mangiamo abbondantemente, mentre Cutolone si sbizzarrisce nelle sue tipiche battute, facendoci morire dal ridere. Dormo pochissimo la notte, e da poco mi sono assopito, quando arriva la sciabolata della sveglia. Sono già le 4.40 del mattino, e occorrerà sbrigarsi. Il tempo è spettacoloso, e lʼuscita nelle prime luci, con il nastro plumbeo dellʼAdriatico allʼorizzonte, è irreale nel suo nitore. Poco dopo il “Sassone” mi lascio convincere a compiere la peggiore stupidata: lasciare sotto un sasso il duvet e altri ammennicoli; tanto verremo a riprenderli al ritorno, stasera … (mi viene da pensare, sadicamente e scioccamente: tanto, visto che anche loro fanno lo stesso, avremo freddo tutti e quattro). Poi mettiamo i ramponi e cominciamo a traversare il pendio sotto la Est della Vetta Occidentale; qui lʼambiente è veramente grandioso, e penso con dispiacere al fatto che Salvatore, in un tentativo invernale proprio con Mario lʼanno scorso, è dovuto tornare indietro per la pessima qualità della neve. Dopo una serie di canalini noiosi e ripetitivi, è il momento di una ricca colazione, propiziata naturalmente dal Cutolone. Poi si attacca e, la faccio breve, va tutto per il meglio, e pure io, che sono il meno allenato, me la cavo anche nei tiri che mi toccano da primo; la roccia, a sud, è calda (si fa per dire) di sole (per ora).

Mario Lopriore (seduto in basso, a ds) al Monte Morra, novembre 1959
MarioLopriore-1959

Le cose si complicano sulla via del ritorno. Ci spostiamo a un colletto in direzione NO, e di qui scendiamo per canalini di neve e brevi camini di roccia ricoperta di vetrato. Lʼombra comincia a scavare sulla conca del Calderone. In vetta al Corno Piccolo vediamo tre persone e indirizziamo verso di loro grida di saluto (sapremo poi che si tratta di Geri Steve, Piero e Franco Bellotti, che hanno realizzato nel nostro stesso giorno la prima invernale della via a destra della Crepa, uno degli obiettivi che ci eravamo proposti nei prossimi giorni).

Quando, con unʼultima doppia, finalmente mettiamo piede sul ghiacciaio, è buio pesto. Senza por tempo in mezzo, cominciamo a risalire il Calderone, sperando di riuscire a scendere al Duca degli Abruzzi. Ma il cielo, per fortuna sereno, è nero come la pece, non si vede niente, e gli amici mi prendono in giro per aver vantato il fatto di essere nictalopo; dobbiamo rassegnarci a bivaccare sul ghiacciaio. Mentre Paolo Cemmi e io scaviamo nella neve, Mario e il Cutolone (entrambi, non per niente, ingegneri) formano blocchi di ghiaccio che fungano da parapetto per il nostro ricovero di fortuna. Poi è il momento di mangiare qualcosa, e finché si mangia, dopo una bella salita, le cose vanno bene. Poi ci mettiamo addosso tutto ciò che possiamo, e ci diamo i turni: ogni ora e mezza due veglieranno, mentre gli altri due proveranno a dormire. Non so gli altri; a me non riesce di dormire mai, forse anche per lʼemozione del mio primo bivacco. Fortunatamente il freddo si riesce a sopportare anche per lʼassenza di vento (la combinazione dei due elementi rende il Gran Sasso, luogo dove ho patito freddo mai sperimentato sulle Alpi, notoriamente infrequentabile). Per quanto ci si sforzi tutti di dichiarare la situazione accettabile, la notte non passa mai, e la mattina, alla prime luci, dopo aver scattato qualche foto che testimonia del nostro stato di abbrutimento, risaliamo fino al colletto, poi giù per la Direttissima, e, ciliegina sulla torta, il noiosissimo saliscendi fino al Duca degli Abruzzi.

6 marzo 1967. Da sinistra, Paolo Cutolo, Renzo Bragantini e Mario Lopriore dopo il bivacco seguente alla prima invernale (5 marzo 1967) dello spigolo sud-est del Torrione Cambi (Gran Sasso). Foto: Paolo Cemmi
MarioLopriore-Torr Cambi 05 03 67 002

Questo è il ricordo più bello che ho di Mario, compagno di cordata dalla calma olimpica e dalla grande umanità: unʼumanità che, per la riservatezza del personaggio, poteva parere un poʼ schermata, ma che perdeva invece ogni remora nel momento in cui sorrideva, sempre con educazione, con lʼimprovviso stupore di un adolescente.
(Renzo Bragantini)

Mario Lopriore
MarioLopriore-tumblr_static_5ffrqpjdxd8o48w08oww80g0k

 

Solo qualche aggiunta a quanto scrive Renzo. Mario, morto il giorno prima di compiere 78 anni,era ingegnere elettronico e da decenni lavorava in Olanda all’Estec, una filiazione dell’Agenzia Spaziale Europea. Come alpinista era figlio dʼarte; suo padre, lʼing. Pietro Lopriore, era un alpinista che aveva aperto al Morra il Diedro Lopriore, banco di prova per gli allievi della Scuola di Roccia della SUCAI, più tardi intitolata a Paolo Consiglio, morto improvvisamente durante una spedizione himalayana.

Lʼalpinismo, e lʼarrampicata in particolare, erano allora a Roma, città lontana dalle grandi montagne, attività assai costosa e, se non altro per questo, di fatto riservata a un ceto benestante, i cui figli andavano quasi tutti allʼUniversità (la SUCAI essendo ovviamente la sottosezione universitaria). Era un mondo vivace ma in realtà chiuso, dove tutti conoscevano tutti, letteralmente, ed erano amici, con le non dette rivalità che (solo allora, sʼintende, adesso è ben diverso…) caratterizzavano lʼambiente degli scalatori. Era impossibile incontrare, alla palestra del Morra, qualcuno che non si conoscesse: i “nuovi” erano sempre accompagnati da una faccia nota. Furono il ʼ68 e la contestazione a rompere quella sfera di cristallo; chi cʼera dentro e aveva vent’anni non vedeva problemi, e ci stava bene. L’unico problema era che, in un ambiente di intellettuali adusi a spaccare il capello in quattro, le riunione preparatorie dei corsi della della Sucai somigliavano a dibattiti a un congresso di partito.

4 settembre 1966: Mario Lopriore in vetta al Piz da Lec de Boè, dopo la via Castiglioni-Detassis
MarioLopriore-PizLecBoè da Filippo 04

Di Mario ricordo in particolare la sua ripetizione della Comici al Salame del Sassolungo, legato con Chiaretta Ramorino, allora famosa tennista convertitasi all’arrampicata, ancora attiva in montagna. Con loro c’erano anche Enrico Costantini e Paolo Gradi, che erano gli arrampicatori di punta a Roma e poi avrebbero sposato due sorelle di Mario; era il 1962, e sulla via ancora aleggiava la tragedia che causò nel ’45 la morte di Ruchin Esposito e dei suoi due compagni. Io con Mario ho fatto poche salite; ricordo in particolare il camino Castiglioni- Detassis al Piz da Lec de Boè, assieme anche a Renzo, Franco Montani, Chiaretta Ramorino e Filippo Guerrieri, nel settembre 1966, e la prima salita (anche invernale) al Dente del Lupo, una elevazione secondaria nel gruppo del Monte Camicia, insieme con Franco Cravino e Carlo Alberto Pinelli. Ricordo, di questa, solo unʼinterminabile salita (e discesa) per pendii di neve, con in cima qualche tiro di roccia scadente ma facile. Partimmo dal paese di Castelli alle due di notte; alle cinque del pomeriggio, giunto finalmente dalla neve ad una mulattiera asciutta, Cravino, con la sua parlata spezzata, emise un memorabile: “Siedi, o culo!” Ancora ricordo la risata di Mario.

Come Renzo, anch’io non vedevo da decenni Mario, cui ero però rimasto legato e con il quale ogni tanto ci scambiavamo e-mail. Lʼ11 marzo 2015, dopo lʼuscita di un mio commento sul “Corriere” di critica a unʼoperazione finanziaria architettata dalla Fiat sulla Ferrari, Mario mi mandò una e-mail che riporto qui sotto. Leggere la mia risposta, ora, mi fa impressione:

“Mario Lopriore <[email protected]> ha scritto: Congratulazioni per lʼarticolo sul Corriere. Interessante e preoccupante lʼarticolo. Ottimista e benpensante te… Auguri !
Mario

Grazie Mario, mi farebbe piacere rivederci, ma di te ho lʼimmagine degli anni ʼ60. Come in quel film in cui una vecchia ritrovava, emerso da un crepaccio, il suo antico amore, morto a ventʼanni e riapparso come allora… Ciao Mario, speriamo
Salvatore

La terra ti sia lieve, ciao Mario
(Salvatore Bragantini)

Posted on Lascia un commento

Altro che fragoline del bosco!

Festa per il 75° della Scuola di Alpinismo Giorgio Graffer
Il 27 settembre, al rifugio Graffer nel gruppo delle Dolomiti di Brenta, si è festeggiato il 75° della Scuola di Alpinismo Giorgio Graffer. Presenti moltissimi alpinisti, circa 250. E’ stato ripercorso il lungo cammino della scuola, con le testimonianze dell’attuale direttore, Mauro Loss e dei direttori del passato ancora viventi, tra i quali Mauro Degasperi e Marco Furlani. Presente anche uno dei primi direttori, il mitico Cesare Maestri, assediato dagli anni ma ancora in grado di appassionarci tutti.

Giorgio Graffer
AltroCheFagoline-GiorgioGraffer

 

Ma tanti altri nomi hanno diretto la scuola o qualcuno dei suoi corsi: Bruno Detassis, Marino Stenico, Bepi De Francesch, gli accademici Marco Franceschini, Guido Ridi, Diego Baratieri, Edoardo Covi, Dario Sebastiani.

Ovviamente anche Renzo Zambaldi è stato ricordato, per il così tanto tempo da lui dedicato a questa Scuola che, in un impeto di entusiasmo, Marco Furlani ha definito “la migliore del mondo” (altro che raccogliere “fragoline nel bosco”)!

A impreziosire l’incontro è stato chiamato il Coro Stella del Cornet, che ha eseguito pezzi accurati ed emotivi tra una testimonianza e l’altra.

Uno degli interventi più incisivi è stato quello di Riccardo Decarli, che ha rievocato la figura di Giorgio Graffer.

 

Altro che fragoline del bosco!
di Riccardo Decarli

Nella mia attività di bibliotecario della SAT sono arrivato a raccogliere parecchio materiale sulla vita di Giorgio Graffer, che poi ho raccolto e pubblicato nel 2010 (e per conto della SAT) in un libro intitolato Vita spericolata di Giorgio Graffer. Oggi non posso raccontare le oltre 400 pagine che costituiscono il libro. Però posso provare a riferire almeno alcuni degli episodi più salienti della vita di Giorgio. Chi fosse poi interessato a maggiori particolari può sempre acquistare il libro che è in vendita presso la SAT.

AltroCheFragoline-graf0005

Giorgio Graffer nasce a Trento il 14 maggio 1912. La sua è una famiglia numerosa. Abitano nell’antico quartiere di Piedicastello. Il padre, Giovanni, fornisce la carne all’esercito austro-ungarico; la madre, Luigia, è una donna dal carattere molto forte. Poi c’è una lunga fila di fratelli e sorelle. Giovanni è il primogenito (più noto come Nino), quello che in seguito si dedicherà allo sviluppo degli impianti a fune. E’ del 1935 la costruzione del primo impianto di risalita in Italia (il famoso «Slitòn» del Montesèl, sul Monte Bondone, una slitta con gli sciatori a bordo trainata a fune da un verricello su per il pendio). Francesco, forse quello meno noto, farà una grande carriera in Marina, diventandone Ufficiale. Avrà anche un ruolo nella fuga del Re, dopo l’8 settembre 1943. Poi c’è Emma, che sposerà il grande alpinista trentino Matteo Armani. All’epoca l’alpinismo della nostra città era una grande famiglia, tutti si conoscevano ed erano inevitabili fidanzamenti e matrimoni. Emma ebbe una vita lunghissima, è morta centenaria solo cinque anni fa. La più famosa Rita, grande rocciatrice, spesso in cordata con i fratelli Giorgio e Paolo; quest’ultimo, anch’egli diventato accademico del CAI. E infine Renzo, che diventerà negli anni ’80 presidente della SAT.

Giorgio, assieme a questi fratelli, inizia ad arrampicare già da piccolo sul Doss Trento. Non hanno corde né alcuna nozione di manovre e di sicurezza. Tanto che Rita in età avanzata, pur avendo all’attivo una serie lunghissima di grandi imprese, ricordava quelle scalate sul Doss Trento come le più pericolose ed estreme mai fatte.

Giorgio Graffer si rilassa su un trampolino
AltroCheFragoline-graf0002

Giorgio saliva sul Doss Trento già all’età di sei-sette anni, come pure iniziava già a sciare. Quando acquisisce un po’ di dimestichezza, si cimenta subito con le prime competizioni, senza fare grandi distinzioni di specialità. Vince quasi tutte le gare cui partecipa, battendo anche sciatori ben più esperti e maturi di lui. Un vero campioncino. Più o meno a quell’epoca comincia a frequentare anche la montagna. All’età di 14 anni si iscrive alla SOSAT, ma in realtà frequenta di più i ragazzi della SUSAT. A quell’età sale di già la Normale del Campanile Basso. Nel 1926 questa salita era di tutto rispetto, vero e proprio banco di prova per gli alpinisti che “si rispettino”. Nella SUSAT diventa amico di Pino Prati, l’autore della prima guida alpinistica del Brenta, ma anche conosce Renzo Videsott. Quest’ultimo forse è più noto perché “padre” del Parco Nazionale del Gran Paradiso, nonché “salvatore” dello stambecco alpino, ma in realtà era anche un sestogradista di tutto rispetto. Con questi due amici il nostro Giorgio si lega ripetutamente e, sempre alla stessa giovane età, con loro e altri effettua il 19 agosto 1926 la salita di una cima inviolata del Brenta, la Punta Mezzena.

Il famoso salto di Giorgio Graffer
AltroCheFragoline-graf0004

Elencare la cinquantina di prime di Giorgio Graffer non è il caso, ma vale la pena di citare, del 1927 e con Videsott, la parete sud del Campanile Alto. Nel 1929, reduce dalla sua salita solitaria della parete nord della Torre Coldai, con Videsott e Domenico Rudatis sale la cresta nord del Civetta per via diretta; ancora, nello stesso anno, con Silvio Agostini, la guida nota per aver abitualmente accompagnato il Re Leopoldo del Belgio, sale il Camino ovest del Croz del Rifugio e la parete nord-est di Cima Ceda Orientale. Con Ettore Filippi sale anche il Campanile Teresa (Civetta), dedicato alla cuoca del rifugio Tosa che gli riservava portate particolarmente abbondanti.

Nel 1930, con Cornelio Fedrizzi, altro grande dell’alpinismo trentino, sale lo spigolo sud della Brenta Alta. Nel 1931 si diploma ragioniere e si arruola nell’Aeronautica Militare, cioè nella Regia Accademia aeronautica di Caserta. Il trasferimento lo fa entrare in un mondo completamente diverso, dal “piccolo” Trentino. Le lettere che Giorgio scrive alla madre sono descrittive di questo importante passaggio della sua vita. In Accademia non ha tante occasioni di allenarsi specificamente per l’arrampicata. Ho avuto la fortuna di conoscere e di intervistare un suo compagno di stanza, il generale Oreste Genta. L’ho incontrato a Roma quando questi aveva più di cento anni. Il generale ricordava bene lo stupore di tutti nel vedere quel ragazzo che scalava sulle pareti della Reggia di Caserta: perché tutti pensavano che fosse molto più pericoloso quell’esercizio che non il volare con i precari biplani in dotazione agli allievi. Quindi niente arrampicata vera, però pratica molti degli sport dell’Accademia, in particolare la pallavolo e il salto con l’asta in cui eccelle.

Lo Spallone del campanile Basso. In blu, la via Graffer-Miotto. In rosso, il diedro Fehrmann
AltroCheFragoline-campanilebasso

Va quindi considerato che tutto l’alpinismo di Graffer viene praticato, senza allenamento specifico, solo durante le licenze. Passava da Trento, salutava in fretta e furia mamma e fratelli e correva in Brenta, le montagne più amate e vicine.

Ciò nonostante, nel 1933, viene nominato Accademico del CAI. E’ il più giovane di tutti. Eppure, con tutte queste qualità, e aggiungendo la sua bella presenza, fisico atletico, capelli biondi e occhi azzurri, e la nomina a ufficiale pilota dopo il termine dell’Accademia, Graffer non si monta la testa. Rimane la persona semplice e di ottimo carattere che era sempre stato. Non dimentichiamo che all’epoca, in pieno regime fascista, la figura dell’ufficiale pilota era accostata a quella del superuomo. Ebbene, nelle lettere scritte alla mamma, riusciamo anche a sapere delle sue letture. In una le dice di aver appena finito di leggere Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque, una lettura quasi da pacifista, tutt’altro che da guerriero.

Fiat C.R. 42
AltroCheFragoline-Graffer-Fiat_CR.42_-_Aegean_Islands

Lungi dall’essere una contraddizione, questo particolare ci informa della sua semplicità, così lontana dall’essere un “sempliciotto”. Nei suoi viaggi rivela anche il suo interesse per il teatro, fa per esempio dei commenti tutt’altro che scontati sulle rappresentazioni di De Filippo.

Tornando all’alpinismo, il 24 agosto 1933 c’è la famosa salita dello spigolo nord-est del Campanile Basso con la sorella Rita. Nello stesso anno con Cornelio Fedrizzi sale a tempo di record la Solleder-Lettenbauer al Civetta. Nell’agosto 1934, e sempre al Campanile Basso, sale lo spigolo sud-ovest dello Spallone con Antonio Miotto, un suo compagno di Accademia. Questa via diventerà una super-classica del VI grado, ripetutissima.

Giorgio Graffer con la madre Luigia, Gocciadoro, 1940
AltroCheFragoline-graf0003

Tornando per un attimo allo spigolo nord-est salito con Rita, e occorre immaginare cosa fosse a quel tempo per una donna fare arrampicata, un amico di famiglia scrive: “Carissimi, vivissime felicitazioni e congratulazioni, non per l’impresa folle compiuta, ma perché avete riportato a casa la pelle… Pazienza per Giorgio, volare o in un modo o nell’altro è tutt’uno… ma la Rita… è grossa! Ma non pensate alle ansie della vostra mamma e del papà? Insomma, per questa volta è andata, spero che non lo ripeterete”.

C’è un’altra cosa simpatica, a proposito del modo di arrampicare di Giorgio Graffer. La scrive in una lettera Renzo Videsott: “So che arrampicava scalzo nei punti di estrema difficoltà. Gli è capitato poche volte di ricorrere a questi mezzi estremi. Gli ho chiesto: in quale ascensione hai arrampicato scalzo per più tratti? e lui mi risponde: su per lo Spallone del Basso. Ma allora gli chiedo E’ sesto oppure no? Risposta: ricordo solo che è stata particolarmente dura. Ma sulla Solleder al Civetta ti sei tolto le pedule? No, non c’è stato bisogno”. E sappiamo che razza di via è la Solleder.

Copertina de L’illustrazione del Popolo con il famoso episodio del duello aereo
AltroCheFragoline-graf0001

Tra il ’35 e il ’36 l’attività alpinistica di Graffer s’interrompe perché viene mandato in Cirenaica come capitano pilota della Caccia italiana. Dopo questo biennio torna in Italia in via definitiva e viene destinato all’aeroporto di Caselle torinese, dove ritrova Videsott, là per fare il veterinario. Riprende a sciare e ad arrampicare, ma la guerra è alle porte. La sua ultima salita è anche il suo capolavoro. Con Bruno Detassis, il 13 agosto 1937, sale il pilastro di destra della parete est di Cima Tosa. E’ questa la summa dell’alpinismo di Graffer, con quel famoso primo tiro della via, estremo.

Perciò dal 1938 fino al 1940, anno della sua morte, registriamo soltanto le sue imprese aviatorie. Lui pilotava due modelli di aereo, i Fiat C.R.32 e C.R.42. Aerei eccezionali, ma molto più adatti alle acrobazie che al combattimento. Erano modelli senza cabina, quindi il pilota era esposto al freddo. Non c’era la radio per il collegamento a terra. Erano dotati di due mitragliatrici che spesso s’inceppavano, come raccontava lui stesso. Erano entrambi biplano, quindi più simili a quelli del primo conflitto mondiale, quando invece gli inglesi progettavano e già costruivano aerei di tutt’altro genere. Graffer partecipa alla veloce guerra contro la Francia, distrugge alcuni aerei che erano a terra. Insomma si guadagna facilmente la sua decorazione. Poi però, a Torno, c’è un episodio che gli dà una fama incredibile in tutta Italia. Viene infatti intervistato dal Corriere della Sera e dagli altri giornali, perfino dal Corriere dei Piccoli. Siamo nei primi tempi di guerra, la notte tra il 13 e il 14 agosto 1940. Ci sono bombardamenti notturni su alcune città italiane: Torino, come città industriale, è presa di mira. Un grosso bimotore inglese si sta avvicinando. In Italia la caccia notturna non esisteva ancora. Graffer decolla così come si trova, c’è un po’ di luna così riesce a individuare il velivolo inglese e a sparargli addosso. L’inglese risponde al fuoco e riesce a provocare al nostro un danno senza rimedio. Graffer ha un’idea pazzesca. Convinto che di sicuro sarebbe precipitato, decide di affiancare il nemico e di speronarlo, con l’idea poi di gettarsi con il paracadute. E così fa! L’inglese fugge, andando poi a precipitare nella Manica, mentre invece la gente che dalle campagne di Torino aveva osservato il duello aereo che si svolgeva migliaia di metri al di sopra, vede il nostro pilota lanciarsi con il paracadute e atterrare in calzoncini e maglietta da tennis! La fantasia italica fa presto a spargere la voce che un pilota eroe era arrivato a terra in mutande!

27 settembre 2015: Cesare Maestri alla festa per il 75° della Scuola di Alpinismo Giorgio Graffer. Dietro di lui, in piedi, Marco Benedetti e Mauro Loss
AltroCheFragoline-IMG_20150927_153832 - Copia

Graffer si becca anche, da parte del comandante dell’aeroporto, delle note di consegna come avesse fatto una goliardata. Ci vuole un po’ prima di appurare tutta la vicenda e di essere decorato con la Medaglia di bronzo al valor militare.

La fama così acquisita non muta di un millimetro e il carattere modesto di Giorgio Graffer. Continua a sostenere, anche nelle lettere alla madre, che il suo gesto era stato dettato più che altro dalla ritrosia a perdere un aereo senza alcun risultato.

Nell’autunno del 1940 c’è la disgraziata campagna di Grecia. Il 23 ottobre 1940, il 150º Gruppo si rischiera in Albania come unità autonoma. Il 2 novembre Graffer viene accreditato dell’abbattimento di tre PZL P.24, portando così il suo totale a cinque aerei abbattuti più altri quattro condivisi. Un mese dopo, il 27 novembre 1940, il Capitano Nicola Magaldi, dello stesso Gruppo di Graffer, in volo con altri due piloti, venne attaccato sopra Iannina da nove Gloster Gladiator del No. 80 Squadron della RAF. Magaldi viene abbattuto e ucciso, il Sergente Negri ferito ad una gamba. La perdita di Magaldi, cui viene concessa la Medaglia d’oro al valor militare postuma, è un grave colpo per il 150º Gruppo che decide di vendicarne immediatamente la morte.

27 settembre 2015: festa per il 75° della Scuola di Alpinismo Giorgio Graffer
AltroCheFragoline-IMG_20150927_150232 - Copia

Il giorno seguente, alle 08.45, Graffer parte alla testa di dieci C.R.42 per un’azione di rappresaglia contro la RAF. Venti minuti dopo, avvista una formazione a V di Gladiator, su Delvinaki, in Epiro. L’asso del 150° si lancia all’attacco, con gli altri C.R.42. Ma si tratta di una trappola. Tre miglia più indietro e a quota maggiore si trovano altri tre Gloster e dietro questi, e ancora più in alto, altri tre. I primi tre piloti britannici intercettati dai Fiat chiamano per radio i colleghi in agguato e mentre Graffer e i suoi compagni sono concentrati nell’attacco, gli altri sei Gladiator piombano alle spalle della formazione italiana. Nel combattimento che ne risulta, il Fiat pilotato dal Sergente Corrado Mignani entra in collisione con il Gloster del Flying Officer H.U Sykes ed entrambi restano uccisi. Il Sergente Achille Pacini viene abbattuto, ma si salva con il paracadute. Il Maresciallo Guglielmo Bacci e il Sergente Zotti vengono feriti, ma riescono a ritornare alla base. Alla fine, la Regia Aeronautica perde tre biplani: uno per collisione, quello pilotato da Pacini, e un terzo, su cui vola Giorgio Graffer, che resta ucciso. Per la Regia Aeronautica è il colpo più grave subito dall’inizio della campagna di Grecia. Graffer viene decorato con la massima onorificenza militare, la Medaglia d’Oro al valor militare, alla memoria. A lui è ora intitolato il 50° Stormo dell’Aeronautica Militare Italiana.

Il corpo di Graffer non verrà mai ritrovato, nonostante le ricerche che condurrà il fratello Paolo, nella generale impossibilità di entrare in Albania del dopoguerra. Possiamo solo immaginare che Giorgio Graffer riposi in qualche campo di questo paese.

Gli amici hanno ricordato quest’uomo in molti modi: ma probabilmente questo rifugio e la scuola a lui intitolata sono i più belli e duraturi.

Posted on Lascia un commento

Ercole “Ruchin” Esposito

La mostra “Cento anni con Ruchin, piccolo grande alpinista” è ospitata a Bergamo, presso la sede CAI (Palamonti), da venerdì 20 marzo 2015 a venerdì 17 aprile 2015, con conferenza di presentazione lo stesso venerdì 20/03 alle ore 21.

Cento anni con “Ruchin”, storia di un piccolo grande alpinista
di Luca Rota (già pubblicato su Montagne360, novembre 2014)

Ventotto anni, un metro e quarantasette, quarantaquattro chilogrammi, tutto qui. Muscoli, cuore e volontà temprati a tutti gli ardimenti e consacrati a tutte le vittorie. Camminatore, sciatore, scalatore di tutte le vette; instancabile, coraggioso, tenace fino alla caparbietà; modesto, umile, semplice come nessuno. Non credo che siano molti oggi, in Italia, coloro che nel regno del puro VI grado gli possano stare alla pari.” Così nel 1942 su Lo Scarpone il concittadino letterato Italo Neri scrive di Ercole Esposito, o meglio Ruchin. Un nome poco noto nella storia dell’alpinismo di metà ‘900: vuoi per quell’aspetto fisico da eterno ragazzino, vuoi per essere così alla mano da non darsi mai l’importanza che, viceversa, il curriculum alpinistico messo insieme in una carriera strabiliante tanto quanto troppo breve decreta senza alcun dubbio, con imprese ai limiti estremi delle possibilità del tempo, spesso oltre quel VI grado che rappresentava un limite formalmente invalicabile: ma parlare di VII grado e più, a quei tempi, era ancora un esercizio di mera utopia.

1942 – il Dopolavoro Alfa Romeo premia Ercole Ruchin Esposito (2° da ds), con Emilio Galli e Alfredo Colombo, per la nuova via sulla Punta Fiorelli, in val Masino. Archivio Emilio Galli
1942 – il Dopolavoro Alfa Romeo premia Ercole Ruchin Esposito, con Emilio Galli e Alfredo Colombo, per la nuova via sulla Punta Fiorelli, in val Masino. Archivio Emilio Galli

Ercole nasce nel borgo di Calolziocorte (allora bergamasco, oggi in provincia di Lecco) il 30 marzo 1914 da una delle più note famiglie locali, gli Esposito detti “Roch”, forse per un capostipite di nome Rocco: da qui viene il suo soprannome Ruchin. Calolzio non è certo posto di benestanti, tuttavia ha la fortuna di stendersi ai piedi di bellissimi monti come il Resegone, Valcava e le Grigne, logiche mete di svago festivo low cost. Ercole prende a frequentarli, all’inizio da sciatore e poi affrontando da autodidatta le prime rocce, scrutando le cordate impegnate sulle pareti lecchesi. Trova lavoro come tornitore all’Alfa Romeo, a Milano (sarà un legame professionale ma pure umano, grazie al Dopolavoro Aziendale), nel frattempo in Grigna conosce Cassin e gli altri grandi rocciatori lecchesi, mentre a Bergamo ha l’occasione di ascoltare Emilio Comici, il “mito” dell’alpinismo di quegli anni (che quasi “supera” nel 1940, quale allievo col maestro, se non dovesse interrompere il tentativo di salita alla Torre Salame del Sassolungo dopo aver superato le maggiori difficoltà per soccorrere un amico incrodato: Comici vince poi la parete con Severino Casara solo quindici giorni dopo, e sarà una delle salite più celebrate del grande triestino). Fa il pendolare tra Calolzio e Milano, spesso restando in città per la notte, ma ormai è la montagna il suo unico pensiero, finché nel 1939, dopo alcune ripetizioni di itinerari classici sulla Grignetta, Ruchin apre la sua prima linea sul Torrione Cinquantenario: è la Via Lucia, un V breve ma già significativo. Così ha inizio la sua folgorante e incredibile carriera, ricca di imprese di livello eccelso con cui dissemina di Vie Ruchin (come oggi tutti chiamano le sue salite) alcune tra le più importanti pareti delle Alpi Lombarde e delle Dolomiti: la Esposito-Butta sulla Nord della Presolana, il suo primo VI nel Giugno 1940; lo Spigolo Nord del Sassolungo nello stesso anno, salita che gli regala una prima buona fama tra gli alpinisti; la linea sulla Pala del Rifugio nelle Pale di San Martino, audace ed estrema, ben oltre il grado VI+ allora attribuitole. E poi la Via Alfa Romeo alla Punta Fiorelli, nel Masino, omaggio all’industria che lo fa vivere e che ricambia il “crodaiolo famoso, piccolo, dal volto segalino e dal naso adunco, con l’impronta dell’uccello migratore” con numerosi riconoscimenti; e ancora quella che è forse la più famosa Ruchin, la Via Pietro Fiocchi al Monte Spedone, avancorpo del Resegone che domina proprio la natia Calolziocorte: un capolavoro di abilità e coraggio su una delle pareti più infide e pericolose di Lombardia, tutt’oggi temutissima. A tale prestigioso elenco – qui gioco forza ridotto – vanno aggiunte le prime ripetizioni, di altrettanto valore, come la Via Castiglioni nelle Pale di San Martino, la Andrich-Faé in Civetta o la Via Burgasser al Pizzo Trubinasca, salita in sole 5 ore contro i 2 giorni degli apritori – roba da speed climber contemporanei!

Ercole Ruchin Esposito (a sn) con Emilio Galli, il quale indossa una delle prime “cinture d’arrampicata”, antesignane delle moderne imbragature. Archivio Emilio Galli
Ercole Ruchin Esposito con Emilio Galli, il quale indossa una delle prime “cinture d’arrampicata”, antesignane delle moderne imbragature. Archivio Emilio GalliRuchin si distingue anche per uno stile e un’eleganza in parete a dir poco rari. Il fisico minuscolo gli garantisce un mix di forza, agilità e leggerezza sorprendente: sale linee che altri tentano ma non riescono a risolvere, ne trova di nuove su pareti che sembrano impossibili, e sempre sono vie dirette, ardite e modernissime. Altrettanto moderna è la sua etica alpinistica: Ruchin affronta le salite nel modo più pulito possibile, lasciando ben poco materiale e recuperando quello lasciato da altri, nonché quasi mai utilizzando mezzi artificiali, per i quali egli nutre un’antipatia speciale. Prerogative di uno stile che, con il curriculum citato, gli doneranno nel 1944 la nomina a membro del Club Alpino Accademico, primo alpinista bergamasco a potersi fregiare di tale titolo.

1941 – Emilio Galli, Ercole Ruchin Esposito, Felice Mauri. Archivio Emilio Galli
1941 - Emilio Galli, Ercole Ruchin Esposito, Felice Mauri. . Archivio Emilio Galli

Anni ’40, sul ghiacciaio del Cevedale: Ercole Ruchin Esposito (2° da sn) con amici. Archivio Emilio Galli
Anni ’40 - sul ghiacciaio del Cevedale: Ercole Ruchin Esposito con amici. Archivio Emilio Galli

Ercole Ruchin Esposito. Archivio Emilio Galli
Ercole Ruchin Esposito. Archivio Emilio Galli
1942 – il Dopolavoro Alfa Romeo premia Ercole Ruchin Esposito, con Emilio Galli e Alfredo Colombo, per la nuova via sulla Punta Fiorelli, in val Masino. Archivio Emilio Galli
1944 - Piani dei Resinelli, attorno a Ruchin, festeggiato per l’ingresso nel CAAI: da destra Neri, Nino Oppio, Alfredo Colombo, Volonté, Emilio Galli, Riccardo Cassin, Felice Mauri, Gigi Vitali, Gino Valsecchi. Archivio Emilio Galli

Ercole Ruchin Esposito sul Torrione Elisabetta, Resegone. Archivio Emilio Galli
Ercole Ruchin Esposito su l'Elisabetta, Resegone. Archivio Emilio Galli

In questa foto, e nella seguente, Ercole Ruchin Esposito sulla via Faè alla Torre Lancia, in Grignetta, 1942. Archivio Emilio Galli
Ercole Ruchin Esposito sulla via Faè alla Torre Lancia, in Grignetta, 1942. Archivio Emilio Galli
Ercole Ruchin Esposito sulla via Faè alla Torre Lancia, in Grignetta, 1942. Archivio Emilio Galli
1942 – Guida alla mano, Ercole Ruchin Esposito posa davanti alla Punta Fiorelli, in Val Masino. Archivio Emilio Galli
1942 - Guida alla mano, Ercole Ruchin Esposito posa davanti alla Punta Fiorelli, in Val Masino. Archivio Emilio Galli
Anni ’30 – Gentile Butta e Ercole Ruchin Esposito (a ds): malgrado la corporatura minuta, ben evidente nella foto, una grande cordata. Archivio Emilio Galli
Anni ’30 - Gentile Butta e Ercole Ruchin Esposito: malgrado la corporatura minuta, ben evidente nella foto, una grande cordata. Archivio Emilio Galli
Intanto Ruchin trova pure il tempo di caldeggiare prima e poi fondare la Sottosezione di Calolziocorte del CAI di Bergamo, la quale diverrà Sezione autonoma nel luglio 1945: solo poche settimane prima di quel 23 settembre in cui una delle innovative corde in teflon e nylon appena introdotte in alpinismo, che da poco egli sperimenta e che decide di portare con sé in un nuovo tentativo sul Salame del Sassolungo, in circostanze rimaste oscure si trancia di netto, causandone la morte con i compagni Gino Valsecchi e Bruno Ceschina. Quest’anno, nel centenario della nascita, la Sezione CAI di Calolziocorte che a Ruchin è intitolata fin dal 1972, festeggia il 75° anniversario di fondazione, celebrandolo con una suggestiva mostra fotografica: un segno tangibile del retaggio che il piccolo grande rocciatore ha lasciato di sé dal punto di vista alpinistico e – forse soprattutto – da quello umano, che merita ben maggiore attenzione di quella sinora goduta.

N.B.: fondamentale per una maggiore conoscenza di Ercole Esposito è il volume Ruchin. Storia di un piccolo grande alpinista, di Alberto Benini e Ruggero Meles, edito dal CAI di Calolziocorte nel 1995.

Ercole Ruchin Esposito, anni ’40, sul Bernina. Archivio Emilio Galli
Ercole Ruchin Esposito, anni ’40, sul Bernina. Archivio Emilio Galli1944 – Piani dei Resinelli, attorno a Ruchin, festeggiato per l’ingresso nel CAAI: da destra Neri, Nino Oppio, Alfredo Colombo, Volonté, Emilio Galli, Riccardo Cassin, Felice Mauri, Gigi Vitali, Gino Valsecchi. Archivio Emilio Galli
1942 – il Dopolavoro Alfa Romeo premia Ercole Ruchin Esposito, con Emilio Galli e Alfredo Colombo, per la nuova via sulla Punta Fiorelli, in val Masino. Archivio Emilio Galli

Anni ’40 – Ercole Ruchin Esposito con Gentile Butta e Felice Mauri. Archivio Emilio Galli
Anni '40 - Ercole Ruchin Esposito con Gentile Butta e Felice Mauri. Archivio Emilio Galli1942 – Ercole Ruchin Esposito con Alfredo Colombo e Gino Valsecchi in Grigna (forse nel giorno dell’ascensione della via Faé alla Torre Lancia) . Archivio Emilio Galli
1942 - Ercole Ruchin Esposito con Alfredo Colombo e Gino Valsecchi in Grigna (forse nel giorno dell'ascensione della via Faé alla Torre Lancia) . Archivio Emilio GalliErcole Ruchin Esposito tra due amici. Archivio Emilio Galli
Ercole Ruchin Esposito tra due amici. Archivio Emilio Galli

Anni ’40 – Ruchin a spasso per Lecco con la fidanzata Eva, Emilio Galli e la futura moglie Adalgisa
Anni '40 - Ruchin a spasso per Lecco con la fidanzata Eva, Emilio Galli e la futura moglie Adalgisa

NdR: La parete del Monte Spedone, la Fracia oggetto dello scritto di Eugenio Pesci, è recentemente balzata alla cronaca su Facebook per via di un nuovo itinerario aperto nel febbraio 2015 da Andrea Savonitto e Niccolò Bartoli, che si affianca a quelli sottocitati Ruchin, Corti di sinistra (con Cattaneo, 1933) e Corti di destra (con Longoni, 18 agosto 1936), ma anche alla via IV Novembre (Papini-Nava).

La via Ruchin al Monte Spedone
di Eugenio Pesci (da Lario Rock Pareti, ed. VersanteSud, 2011)

Poco sopra Calolziocorte il Monte Spedone presenta una parete bianca e marrone alta circa 200 m ed apparentemente compatta. Se così fosse sarebbe un bellissimo terreno per impegnative scalate su muri verticali e strapiombanti. Ma così non è. La parete è sorretta da un brutto zoccolo boscoso e alla sua base non ci sono residui detritici. Il motivo è semplice: la qualità della pietra è tale da far sì che i sassi che cadono si sbriciolino immediatamente, senza lasciare traccia.

Chi se non il mitico Ercole Esposito, Ruchin, calolziese, peso piuma, indiscusso re lombardo dell’arrampicata artificiale estrema d’anteguerra, poteva per primo pensare di salire questa parete fuori dalla norma? Esposito la superò il 23 agosto del 1942 in sette ore, scalando alternato con Colombo, altro arrampicatore lecchese di punta. In 180 m usò diversi chiodi, ben pochi dei quali affidabili, dichiarando difficoltà di VI superiore e artificiale, ma bisogna tener conto che pesava 40 kg. La via, a lungo dimenticata, come altre di Esposito, che morì sul Salame del Sassolungo nel ’45 in circostanze terrificanti, fu ripetuta in seguito alcune volte, probabilmente sette fino ad oggi: di sicuro da Mario Burini dopo un primo tentativo. Burini fece anche una variante diretta che evita il primo traverso del terzo tiro. Indi da Gianni Rusconi e dal calolziese Papini. Poi da Sergio Panzeri e compagno, infine da Lorenzo Mazzoleni e compagno negli anni ‘80. Burini aprì anche un’altra via, nella cui apertura fu aiutato in varie tornate da forti scalatori esperti della zona, fra cui anche Angelo Zoia e Vasco Taldo. Sull’ultimo tiro del nuovo itinerario, molto difficile, il secondo di cordata non ne voleva più sapere di salire e al buio voleva essere calato. Dovettero intervenire i pompieri illuminando la parete e la cordata riuscì in maniera rocambolesca a raggiungere i boschi sommitali. Allo stesso modo su questa parete dimenticata ma storicamente importante, furono aperte altri due vie da Corti sempre in anni lontani: la “Corti di sinistra” venne tentata una volta dalla guida di Calolzio Carlo Ferrari negli anni ’90: giunto alla prima sosta, costui precipitò alla base, salvandosi, per la frana integrale del sito di sosta. La “Corti di destra” venne ripetuta qualche volta. Tornando alla via di Ruchin, dobbiamo ricordare la quinta o sesta ripetizione che venne portata a termine l’8 settembre del 1991 da Giuseppe Rocchi e Giuseppe Ravasio di Calolzio, che aveva già fatto due tentativi. Sul traverso chiave del quinto tiro, molto pericoloso per il secondo, poiché poco chiodato e in discesa, tutta la sottile cornice franò sotto i piedi di Rocchi che volò via in un mostruoso pendolo finendo in una nicchia della variante Burini e ferendosi in maniera pesante. Non si sa bene come, ma la cordata, stoicamente, proseguì fino in vetta, anche perché la calata dopo il quinto tiro risulta di estrema difficoltà. L’ultimo tiro è ancora molto difficile: un muro bianco verticale con chiodi e cunei precari, forse di Sergio Panzeri. La giornata proseguì all’ospedale e con un lungo stop per lo sfortunato ripetitore. Ripensando a questa salita, Rocchi, che è da molto tempo il massimo esperto del Resegone, afferma ancora che “arrampicare su questa parete ha evocato in me sentimenti prossimi alla disperazione”, e ricorda come la roccia spesso si sbricioli quasi fosse di cartone, al punto che per la salita si era procurato tre chiodi da 30 cm. da usare in alcuni punti critici. Il tiro del traverso aveva già visto almeno un altro incidente grave nei tentativi precedenti fatti da altri.

Ercole Esposito fu un personaggio molto particolare. Fisicamente piccolo e leggerissimo, operaio all’Alfa Romeo, rischiava in maniera tremenda, alternando libera su roccia friabilissima ad artificiali molto precari. Amico e compagno di Emilio Galli, ottimo scalatore negli anni ’30, Esposito appare nelle biografie (molto interessante quella a cura di Albero Benini e Giuseppe Rocchi) come un personaggio in fondo timido e schivo, lontano dalle cronache alpinistiche, e innamorato delle montagne lecchesi, ove salì itinerari poco o mai ripetuti, ma sempre molto temuti. Per caso, durante un trasloco del CAI Calolziocorte, proprio Giuseppe Rocchi ritrovò negli anni ’80 una cassa di immagini e testimonianze di e su Ruchin, e da lì iniziò la riscoperta di questa figura tutt’altro che secondaria nel panorama dell’arrampicata lombarda antecedente alla fine della guerra.

Esistono tuttora, nelle Grigne, delle vie del Ruchin mai ripetute, e di sicuro si sa qual è lo stile, l’ambiente, i problemi, indipendentemente dalle informazioni: giallo, strapiombante, friabilissimo, precario, rischioso.

Alfredo Colombo e a destra Ercole Esposito Ruchin protagonisti della terribile salita alla Fracia o Monte Spedone (foto E. Galli)Ruchin-0001

Il Monte Spedone con il tracciato della via Ruchin
Ruchin-0002

Posted on Lascia un commento

Gianni Ribaldone

Ricordi di una breve ma grande amicizia
di Alberto Marchionni

E’ stato facile per Alessandro convincermi a scrivere qualcosa su Gianni Ribaldone, con una semplice considerazione: “Gianni è stato una meteora molto più importante di ciò che invece ne è stata la memoria”. C’ero già arrivato anch’io.

Dopo il ritrovamento di tutte le sue fotografie (quattro cassette consumate dal tempo, con 400 diapositive 6×6, dimenticate in una soffitta) mi sono impegnato per un anno, utilizzando proprio queste immagini, nella compilazione di una “presentazione”, in un DVD, sulla sua breve ma intensa storia, raccontata dal sottoscritto, cioè il suo primo compagno di corda. Se pure questo lavoro è stato particolarmente apprezzato nelle serate in cui l’ho presentato, quello che mi ha particolarmente colpito è stato lo stupore della maggior parte del pubblico nell’apprendere che un “Carneade” qualsiasi avesse fatto, mezzo secolo fa, tutte quelle scalate. Pensandoci bene è normale, però, che, dopo tanti anni, che per me sono ”volati” ma nei quali l’alpinismo ha avuto un’evoluzione da capogiro, a sapere chi era Gianni Ribaldone sia solo più qualche superstite dell’alpinismo torinese degli anni ’60, esente da alzheimer. Mi ha fatto piacere, comunque che in un libro dello stesso Alessandro sull’alpinismo degli anni ‘60 siano presenti tre importanti scalate di Gianni. Mentre ho trovato strana la distrazione di Gian Piero Motti, che ne è stato forse l’allievo più illustre, strano che non lo abbia neppure citato nei personaggi elencati al fondo della sua ottima Storia dell’Alpinismo.

Cominciamo quindi a rinfrescarci la memoria dando un occhio al suo Ribaldone, attività.

Gianni Ribaldone sul Pilastro Gugliermina, via Gervasutti-Boccalatte. Foto: Giorgio Bertone
Gianni RibaldoneA una prima superficiale occhiata, un’attività del genere potrebbe riportarci adesso a quella di un attuale “buon alpinista”, sufficiente per l’ingresso nell’ ”Accademico”, forse niente di più. Ma voi mi insegnate che bisogna anche “contestualizzare”, cioè tornare al 1960 per formulare un giudizio corretto. E non mi riferisco solo ai “ferri” del mestiere. Ma a una cosa più importante: la scala dei valori di quell’epoca. Quella scala sulla quale, in qualsiasi attività, i migliori cercano sempre di fare un gradino in più, prima che altri li seguano, e Gianni era proprio uno di questi, perché il livello di difficoltà delle sue scalate rappresentava, in quel momento, un limite per pochissimi alpinisti italiani e non. Se poi si considera che quest’attività si è svolta nell’arco di 4/5 anni, si aggiunge un’attività speleologica a livello di quella alpinistica (per alcuni anni, con “La Spluga della Preta” è stato l’uomo più profondo d’Europa, e nell’operazione di salvataggio a Roncobello si guadagnò la “Medaglia d’oro al Valore Civile”) e una laurea in ingegneria (cosa che a me, anzi ai miei, è costata otto anni), allora bisogna riconoscere che Gianni, tanto per usare ancora la metafora astronomica, non è stato solo una “meteora” ma una vera “stella”, e non solo come alpinista. Ancora non aveva compiuto 24 anni quando si è conclusa la sua breve esistenza. Sempre rifacendoci alla “attuale” scala dei valori, a quell’età i nostri giovani sono considerati poco più che dei bambini.

Gianni nasce a Cavour, nel 1942, ai piedi di quella piccola montagna in miniatura che è la “Rocca”, dove il padre era titolare di una farmacia. Sicuramente è proprio su questa collina rocciosa che emerge dalla pianura come un’isola sul mare, che Gianni impara ad apprezzare la natura e la montagna, percorrendone col fratello maggiore e la sorellina i ripidi pendii. Una passione, che, dopo il trasferimento della farmacia a Genova, riesce a coltivare ulteriormente grazie ai professori del liceo cui si era iscritto, che lo seguivano con attenzione nelle sue ricerche biologiche e archeologiche. Sono le grotte i luoghi dove lui riesce a soddisfare al meglio la sua insaziabile curiosità. Ed è proprio nella loro oscurità che lui scopre l’arrampicata. Dapprima come esercizio per raggiungere luoghi dove nessuno aveva mai messo piede, poi, sulle rocce di Sampierdarena dove si andava a esercitare per le sue esplorazioni, proprio come passione fine a se stessa.

Ribaldone-GEAT--Boll-2010Quando lo incontro a Torino, nel 1961, per combinazione sui banchi del Politecnico, lui era già ben conosciuto a Genova per le sue pubblicazioni sui pipistrelli, le sue collezioni di coleotteri, e soprattutto le esplorazioni di grotte e sifoni che solo lui riusciva a raggiungere un po’ a nuoto un po’ arrampicando. Ma io questo non lo sapevo, e la prima impressione che mi fece fu che fosse solo un po’ più matto di me. Comunque avevo trovato qualcuno con cui chiacchierare durante le lezioni dei professori. Solo che mi accorsi ben presto che le sue non erano solo chiacchiere, ma voleva fare proprio sul serio quello che diceva, e per non tradire la fiducia che pareva avere riposto in me (forse anche perché possedevo una vecchia Fiat ‘500) decisi di assecondare i suoi progetti. Cominciammo subito con quello che sarebbe diventato poi, uno storico insuccesso (almeno per me): l’invernale alla Malvassora del Becco Meridionale della Tribolazione. Un progetto che riuscì poi a portare a termine senza di me, dopo tre tentativi (uno all’anno) andati a vuoto per causa mia (accampavo sempre mille scuse per tornare indietro), ma che comunque resero famoso il nostro sodalizio. Mi trascinò infatti sulla Campia al Corno Stella, solo perché, ho il sospetto, i suoi amici di Genova non lo ritenevano ancora “maturo” per quella salita. Noi la facemmo a marzo, di corsa, all’insaputa dei rispettivi genitori che ci credevano sui libri (io avrei dovuto essere a Genova, e lui a Torino). Per fortuna che il tiro più difficile toccò a lui. D’estate poi, con un micidiale “uno-due” colpimmo in tre giorni il Càstore con la parete Sud, e l’Aiguille Noire con la sua famosa cresta Sud. A me poteva bastare, ma a lui no.

Momenti lieti in Valle di Lanzo (Ala di Stura): a ds, in ginocchio, Gianni Ribaldone. Dietro di lui, Alberto Marchionni
G. Ribaldone in Val di Lanzo, seduto davanti ad Alberto Castelli

Alla prima ripetizione della diretta Sud al Corno Stella (quella di Ughetto e Ruggeri) tentammo lo stratagemma della volta precedente. Avevo calcolato di nuovo i tiri in modo che toccasse a lui il tiro più difficile. Ma, a salita conclusa, ci andò male: un maledetto giornalista ci smascherò agli occhi dei rispettivi genitori. Il papà di Gianni cominciò a dubitare che il figlio, a Torino, frequentasse delle cattive compagnie e a guardarmi con sospetto. Ma io non ero l’unica “cattiva compagnia” per Gianni a Torino. E fu con una di queste che ci ritrovammo in sei e dentro un’unica tendina a bivaccare, durante una terribile tormenta, in punta al Mont Blanc du Tacul, l’inverno successivo, dopo una rocambolesca salita dello sperone Ravelli, che fiancheggia un canalone Gervasutti tutto verde di ghiaccio, che sarebbe stato il nostro vero obbiettivo.

Il mattino dopo la discesa fu più veloce del previsto: uno scivolone di circa 200 metri ci depositò tutti dentro un provvidenziale e morbido crepaccio. La squadra di soccorso francese, che i meno malconci di noi avevano allertato, incontrarono Gianni che, con una caviglia rotta, e cinque vertebre schiacciate, si trascinava dietro due compagni congelati e in stato confusionale!

La caviglia frantumata lo inchiodò in casa, ingessato per due mesi, ma non lo fermarono le quattro vertebre schiacciate durante il terribile scivolone. Questo problema lo risolse con un busto che sembrava una “guepière” che lui ostentava con orgoglio, ma che fra di noi sollevava i commenti più volgari.

Ancora momenti lieti in Valle di Lanzo (Ala di Stura): ultimi a destra, Alberto Marchionni e Gianni Ribaldone
G. Ribaldone in Val di Lanzo, a ds, accanto ad Alberto Castelli

Io ero andato intanto in avanscoperta a esplorare il terreno oltre i confini piemontesi. In Grigna, dove ero andato a preparare (si fa per dire) un esame, mi imbattei, nel suo rifugio dei Resinelli, in Romano Merendi e con lui in uno stuolo di personaggi ormai noti o prossimi a diventarlo, fra gli altri Giorgio Bertone, che poi era nostro coetaneo. Per collaudare il “tutore”, che lo bloccava parzialmente, salimmo lo spigolo Nord del Badile, e poi, vedendola così da vicino, non resistemmo alla tentazione di cimentarci con la via di Cassin che correva sulla parete di sinistra.

Al Sass Furà conoscemmo poi Guido Machetto, che, con una certa perplessità (non si fidava molto di due ragazzini sconosciuti, di cui uno imbustato), riuscimmo a convincerlo ad aggregarsi. Alla sera, dopo nove ore di entusiasmante arrampicata eravamo al rifugio Gianetti, caricati come delle macchinette dal successo. E proprio sull’onda di questo successo, passando dal rifugio di Merendi per farci imprestare i soldi per la benzina della mia ‘500, si partì in quattro alla conquista delle Dolomiti che non avevamo mai visto. Per distribuire più razionalmente le spese, ci accompagnavano Mario Davolio, di Brescia e un Guido Machetto sempre più perplesso dal nostro esuberante attivismo.

Schizzo originale di Gianni Ribaldone
Ribaldone-Il campanile basso di brenta in uno schizzo di Gianni Ribaldone
Successone anche lì, dapprima con la Steger al Catinaccio, poi addirittura con la Comici alla Cima Grande di Lavaredo che, a parte Guido Rossa, noi torinesi conoscevamo solo sui libri di Rébuffat.

A questo punto però bisognava mettere a frutto il nostro strepitoso allenamento sulle montagne di casa nostra. Scaricato il Davolio a Brescia, facemmo un salto in Valsesia per caricare Giorgio Bertone che a Courmayeur non c’era mica mai stato. Ma ai piedi della Bonatti al Capucin, una brutta litigata fra me e Machetto, di cui criticavo la titubanza, mi decise a tornare a casa con la poca benzina rimasta nella mia ‘500, nella convinzione che quei tre non avrebbero combinato nulla di buono senza di me. Fu un errore marchiano da parte mia, perché i tre andarono lo stesso sul Capucin e al bottino aggiunsero anche la Rébuffat alla Midi, che, per fortuna io avevo già fatto. La settimana dopo fui obbligato a colmare la lacuna, trascinandomi poi nella notte un compagno rimediato in Grigna, perché non volevo fare il bivacco che quei tre avevano fatto in punta.

Già, i bivacchi. Penso che fosse proprio l’avversione ancestrale che avevo per i bivacchi a differenziarmi da Gianni, quando invece per lui i bivacchi erano un ulteriore stimolo per mettersi in gioco. Così fu per il tentativo della prima ripetizione alla Mellano-Perego al Becco di Valsoera, che ci vide tornare sotto una furiosa nevicata autunnale dopo un bivacco appesi ai chiodi. Salita che lui fece l’anno successivo con Guido Rossa e Giorgio Griva di Pinerolo.

Il 1963 iniziò sotto una tormenta terribile che ci tenne inchiodati per due giorni sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin. La stessa perturbazione che per parecchi giorni flagellò le Alpi e durante la quale si persero le speranze di ritrovare Romano Merendi, che con altri due compagni aveva affrontato la Nord della Dent d’Hérens. Per me, che consideravo Romano un secondo padre, fu una mazzata. Per questa tragedia e per i due bivacchi nella tormenta sulla via degli Svizzeri, feci il fermo proposito di non seguirlo mai più in queste follie, così si chiuse la mia carriera di “invernalista”. La via degli Svizzeri lui poi la fece l’estate successiva con una guida di Courmayeur e poi naturalmente d’inverno con un povero Armando Marchiaro che dovette fare tutta la salita con una vertebra ammaccata da un masso che inavvertitamente Gianni gli aveva fatto cadere sulla schiena.

Gianni Ribaldone sul Pilastro Gugliermina, via Gervasutti-Boccalatte. Foto: Giorgio Bertone
Gianni Ribaldone

Ma bisogna tornare un po’ indietro, all’estate del 1963, quando Gianni si libera del suo busto, per vederlo librarsi sulla roccia, come una farfalla che si è finalmente liberata del suo bozzolo. Anzi, sarebbe meglio dire che sbuca da sotto terra! Perché proprio nel luglio del 1963 diventa primatista europeo di profondità raggiungendo, con una spedizione cosiddetta “leggera”, quota -875, seconda al mondo, nella Spluga della Preta. Un abisso nei Monti Lessini, nel Veronese, più volte tentato da varie spedizioni ben più “pesanti” della sua. Otto giorni sottoterra, con tre bivacchi: un successo in gran parte dovuto proprio a lui.

Fu nel gruppo del Brenta, nell’estate di quell’anno, che compresi che non sarei più stato in grado di stargli dietro. Ci eravamo arrivati con una moto comprata in società, usata, a rate, perché la mia ‘500 non ne poteva più. Il Brenta era il più comodo da Torino e il Calonaci, grignaiolo, ce ne aveva detto un gran bene. Io mi sarei accontentato della “via delle Guide”, ma lui aveva ben altro per la testa. E così, dopo la notte passata in vetta al Crozzon, eravamo già dentro quel budello che è il diedro Fehrmann al Campanile Basso. Troppo facile per lui. Volle arrivare in punta per lo spigolo Fox: gli piaceva il nome. Il giorno dopo riuscì a trascinarmi sulla Graffer allo Spallone: era la via più difficile di quel campanile che lo affascinava così tanto. Calcolai male i tiri e il più difficile toccò a me. Mi chiese se per cortesia poteva farlo lui. Che fortuna, cominciavo già a perdere vistosamente dei colpi! Poi, non contento, per arrivare in punta scelse la Preuss.

Alla sera incontrammo per caso un altro ”grignaiolo”: Giuseppe Lafranconi che cercava qualcuno per fare la Graffer al Pilastro della Tosa. Solo un italiano l’aveva ripetuta: Cesare Maestri, pensa un po’ che combinazione! Posi la condizione che l’avrei fatta da secondo, con il Lafranconi. E fu la mia fortuna, perché Gianni, che mi seguiva nella cordata dietro la nostra, mi prese al volo mentre facevo un pendolo impressionante, nel passaggio più difficile. Per convincerlo ad andarcene via dal Brenta, accettai di trasferire moto e tenda (i soldi per i rifugi non li avevamo) al passo Sella per andare sul famoso “Salame” di Comici. Io speravo nell’inclemenza del tempo. Ma fu una giornata radiosa, e adesso sono contento così, perché è stata l’ultima grande scalata che ho fatto con Gianni. Io ne avevo abbastanza, e avevo capito che per lui sarei stato solo una palla al piede. Con la moto me ne tornai a casa e lui salì in sella a un’altra moto con un compagno un po’ più determinato di me: Gianni Mazzenga, che aveva appena conosciuto al passo Sella. Da lì al passo di Costalunga sono pochi i chilometri e lì c’era una via dove potevano collaudarsi a vicenda: la Brandler-Hasse alla Roda di Vael. Alternarsi al comando con Gianni è una “vigna” per il Mazzenga che è abituato a andare sempre davanti con quella che diventerà poi sua moglie. E così decidono un ulteriore rodaggio sulla Livanos-Gabriel alla Cima Su Alto. Vengono poi bloccati, i due Gianni sulla Carlesso alla Torre Trieste, perché devono calare un tedesco, partito prima di loro, che si era ferito facendo un gran volo. Si rifaranno, qualche giorno, dopo sulla Costantini-Apollonio alla Tofana.

Alberto Marchionni e Gianni Ribaldone nei pressi del nibbio (Grignetta)Ribaldone-Alberto Marchionni e Gianni Ribaldone in Grigna

Col suo nuovo compagno, Gianni pensa poi di festeggiare il Carnevale del 1964 sullo spigolo Graffer del Basso, che ormai conosce a memoria perché è la terza volta che lo percorre nel giro di un anno. Quella che non conosce bene, però, è la strada per arrivare al rifugio della Tosa, che il Mazzenga ha strategicamente scelto come base per arrivare all’attacco: in discesa. Arriva a Molveno da solo, con la corriera, perché i suoi compagni lo aspettano già su. Non conosce la strada, che dovrà fare quasi tutta al buio, con un pesante sacco da invernali, sulle piste cancellate dal vento. A chi gli chiede come farà a fare i 1600 metri di dislivello, risponde che tanto lui ha la pila. Secondo il Mazzenga, che lo aspettava al rifugio con la pila accesa, è stata un’impresa più epica di quella del giorno dopo…

L’inverno di quell’anno, siamo nel 1964, lasciando a casa il sottoscritto per non correre dei rischi, lui si era finalmente anche tolto il fastidio della “Malvassora” al Becco della Tribolazione. E, subito dopo, il camino Mezzena: una vera e propria cascata di ghiaccio da superare senza “piolet-traction” (ancora da inventare), come mi disse Giampiero Baima, poi la Nord dell’Uja di Mondrone e altre ancora, tirandosi sempre dietro uno stuolo di torinesi che non vedevano l’ora di trovare qualcuno disposto a risolvere a raffica problemi accumulati da tempo.

Gianni Ribaldone scende a corda doppia dalla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe
In discesa dalla Torre di Alleghe. Foto: Gianni MazzengaA questo punto, e dopo quasi cinquant’anni, i miei ricordi sono solo più dei flash in quella camera oscura che è diventata la mia memoria. Ricordo che lo vedevo ogni tanto al Politecnico, dove frequentavamo corsi diversi, e la mia impressione è che avesse ormai raggiunto una maturità alpinistica che gli avrebbe permesso di affrontare qualsiasi scalata. Come nell’estate del 1964, quando, con Giorgio Bertone si spostano dalla Ovest della Noire alla Bonatti al Dru, e poi, in previsione di farla d’inverno, eccolo con un’altra guida di Courmayeur sulla la via degli Svizzeri al Capucin. L’unico problema di Gianni erano i soldi che i suoi gli lesinavano, come si faceva una volta nelle famiglie per bene. A questo provvedeva d’inverno dando lezioni di sci a metà prezzo (veramente, come stile, lasciava un po’ a desiderare) e d’estate accompagnando qualcuno in montagna. Per tenere nascosti i suoi spostamenti ai genitori che lo credevano, costretto dai pochi soldi che gli davano per studiare a Torino, ricorreva a lettere posdatate, che qualcuno da quella città provvedeva a inviare a un suo segnale.

Poi ci sono gli episodi che ancora ricordano gli amici che l’hanno accompagnato nelle sue avventure.

L’inverno del ’65 lo vede scendere, dopo la Sud del Capucin, assieme a un Marchiaro infortunato, in arrampicata libera, il canale ghiacciato della discesa con soli 20 metri di corda rimasti dopo che il resto era rimasto bloccato alla prima doppia sotto la punta. Tanto per chiudere la giornata in bellezza, alla sera è a Pinerolo dove lo aspettano per una serata di diapositive. E lì combina per la domenica successiva, con Dino Rabbi, il Pilier Gervasutti al Tacul: le condizioni sono buone: perché non approfittarne? Sarebbe meglio dire: erano buone, perché dopo il primo giorno si scatena l’inferno e per di più mentre si preparano al secondo bivacco, con un freddo micidiale, Gianni vede con orrore perdersi nel canale sottostante il sacco, con tutto il suo prezioso contenuto. Fortunatamente per loro, la tenda da bivacco era in quello del compagno. Passano due notti terribili, prima di sbucare in vetta al Tacul fortunatamente con un’alba senza una nuvola, che Dino Rabbi ricorda ancora con profonda emozione.

Ribaldone e Dino Rabbi dopo Il Pilier Gervasutti

Renato Avanzini, di Genova, ricorda invece il primo incontro con Gianni al rif. 3° Alpini, d’inverno, in Valle Stretta. Arrivò alla sera – mi dice – con una gavetta piena di neve che provvide subito a sciogliere col suo “Bleuet” per farsi una minestra che invece il custode avrebbe voluto preparargli. Gianni aspettava un amico, che non arrivò il mattino dopo, perché il tempo era brutto, nevicava. E tuttavia, pur avendolo appena conosciuto, al pomeriggio rimane da solo, ad aspettare Renato e la sua compagna, con la ferma intenzione di andarli a cercare, se non tornavano dal Thabor che incautamente avevano cercato di salire con quel brutto tempo, senza conoscere bene la strada. Un furbacchione il nostro Gianni, perché, chiacchierando, aveva scoperto che Renato era un dolomitista incallito, che avrebbe potuto portarlo in Dolomiti durante l’estate. Come in effetti avviene nell’estate del 1965 e per ripagarlo della cortesia porta Renato sulla Cassin alla Ovest di Lavaredo, e la sua compagna Rita Corsi, sulla Cassin alla Piccolissima. Per Renato, uno dei ricordi più belli della sua vita.

Gianni Ribaldone durante la prima ascensione della Direttissima Ovest alla Torre Castello (8 maggio 1965)
Ribaldone durante la 1° Ascensione alla Diretta Ovest della Torre Castello
Quell’anno, in Dolomiti, Gianni va alla ricerca delle vie più difficili e, ogni tanto, deve anche accettare qualche sconfitta: cerca dapprima inutilmente un compagno per il diedro Philipp-Flamm al Civetta dove aveva appena scalato la Solleder e la Andrich-Faé, poi col Mazzenga prova a ripetere la Bellenzier alla Torre di Alleghe che l’autore riteneva la via più difficile in assoluto di tutta la muraglia del Civetta. A sentire il Mazzenga, nelle placche finali, che i due cercano di forzare persino con una piramide umana, individua i residui di una serie di fori sospetti martellati frettolosamente dal primo salitore. Con una doppia nel vuoto di 50 metri, da brivido perché il vento aveva fatto credere al Mazzenga di potere raggiungere un terrazzino sfiorato dalle estremità delle corde, riescono comunque a scendere. Mi hanno raccontato poi che Gianni, nella sua testardaggine, è andato a cercare proprio il primo salitore chiedendogli per curiosità di ripetere con lui quella prodezza, ricevendone un diniego: il tizio, quei giorni, non era molto “allenato”… (Questi dubbi sulle modalità dell’ascensione solitaria di Domenico Bellenzier furono chiariti solo in seguito, con le prime ripetizioni, NdR).

Quell’estate lì incontro per caso, a Courmayeur, una figura barcollante sotto la pioggia e un sacco enorme, che risale la val Veny. Era lui. Durante la salita dello spigolo Gervasutti al Picco Gugliermina con Giorgio Bertone, si era staccato il pilastro cui era attaccato ed era andato a sbattere la schiena contro la roccia. Anche se ancora dolorante per la botta, stava cercando il possessore di un mezzo a due o quattro ruote, per andare in Dolomiti, perché, come potevo constatare, lì il tempo era brutto. Lo sfortunato di turno risultò essere Ezio Comba, che dovette accompagnarlo sulla Brandler-Hasse alla Cima Grande di Lavaredo. Fu un’esperienza terribile, povero Comba, ma chissà perché, tutti quelli che con Gianni hanno fatto scalate ben superiori alle loro effettive capacità ricordano quelle esperienze con profonda nostalgia.

Capodanno 1963: Giorgio Bertone, Gianni Ribaldone, Romano Merendi, Giovanni Noseda, Alberto Calonaci
Capodanno 1963, Resinelli: Giorgio Bertone, Gianni Ribaldone, Romano Merendi, Giovanni Noseda, Alberto Calonaci. Foto: Alberto Marchionni

Invece io con lui non ricordo solo momenti di roccia e di scalate (e purtroppo di bivacchi). Gianni non era solo un assatanato affamato di “pane e di pietra” come dicevamo noi e neppure solo un coraggioso esploratore delle ricchezze che il mondo sotterraneo nasconde. Ogni tanto si lasciava anche andare alle debolezze dei ragazzi della sua età. Alle quali si concedeva ogni tanto, da me, in val di Lanzo, dove fra una facile scalata e una sciata, io mi godevo una vita da “bohémien”, in un mondo fatto anche di un sesso diverso dal nostro. Con le ragazze non aveva un approccio come con la montagna. Piuttosto timido, nei loro riguardi preferiva un approccio epistolare. Scriveva egregiamente, come sappiamo dagli articoli che ci ha lasciato, e quindi, dato il costume “maschilista” di quell’epoca, pensava di affascinarle con i cruenti racconti delle sue scalate. Il fine comunque era implicito, e allora io lo incoraggiavo sempre a utilizzare strumenti un po’ più “convenzionali”. Ma, data la sua riservatezza, non ho mai saputo come sia andata a finire. Vivevamo poi in una baita, dove tutte le mattine, una gallina faceva un uovo nel suo letto, che lui poi, tutto trionfante, portava a mia madre perché glielo cucinasse. Questo, era anche Gianni…

Sia l’autunno del ’65 che l’inverno successivo deve rallentare la sua attività in montagna perché non vuole fare come il sottoscritto, che aveva deciso per una stabile professione di “fuoricorso”. I suoi genitori non erano tolleranti come i miei. Credo poi se ne sarebbe anche vergognato. E così limita la sua attività al Gruppo Castello-Provenzale, così vicino a Torino. Sempre con i sui fidati appunti scolastici nel sacco e con tutti i suoi amici torinesi, compreso il sottoscritto, da cui era stato abbandonato dopo il “Salame”. Una volta mi tirò vergognosamente di peso, devo confessare, in una variante della Castiglioni Ovest, che, purtroppo, proprio io gli avevo suggerito. Per castigarmi, qualche tempo dopo, mi cedette il comando sul “Diedro Rosso” della Provenzale.

“Ma vedi che sei ancora capace ad arrampicare” mi disse alla fine, dopo che, con mille bestemmie ero riuscito ad avere ragione dei due tiri più difficili di quel maledetto diedro. Sono ancora molto orgoglioso di quei complimenti…

Infine, nell’aprile del ’66, una domenica, durante un’uscita con la Scuola Gervasutti, mi parla di un gruppo di speleologi bloccati dall’acqua in una grotta vicino a Bergamo. Forse alla sera avrebbe dovuto partire per partecipare ai soccorsi, che erano già iniziati e che non erano approdati a nulla. Alcuni giorni dopo me lo ritrovo davanti prima di una lezione. Mi dice che era riuscito per primo a raggiungere quei disgraziati intrappolati nella grotta, e così se ne era caricato uno sulle spalle e l’aveva tirato fuori di lì, assieme poi anche agli altri, lungo gli 80 metri di una violentissima cascata d’acqua.

Courbassere: la Scuola Gervasutti invita a una lezione sui nodi Franco Garda. Accanto a lui, Gianni Ribaldone
Franco Garda e Gianni Ribaldone, lezione sciola Gervasutti alle Courbassere, 1960

Sulle prime non diedi molto importanza al suo racconto. Conoscendolo, non credevo fosse stata una cosa eccezionale per lui. Però poi, lo stesso giorno, leggo sulla prima pagina de La Stampa tutto il resoconto di questo impressionante salvataggio, ma raccontato da quelli che avevano aiutato Gianni nell’operazione. Perché i giornalisti che lo avevano cercato per una intervista non erano più riusciti a trovarlo. Ma questo io lo sapevo già.

“Mica potevo perdere il treno per tornare a Torino?” mi aveva detto. Alcuni mesi dopo però non riuscì a sottrarsi a un appuntamento con il Presidente Giuseppe Saragat, che gli conferì la medaglia d’oro al Valore Civile, per quella generosa quanto difficile operazione di soccorso.

Il mese successivo, sul Tacul, Gianni ne aveva un altro di appuntamento.

Anche questo era uno di quelli cui non puoi mancare.

Di questo ultimo capitolo rimangono ancora pochi bytes nella mia memoria. Il giorno prima di una lezione di ghiaccio della Gervasutti, proprio al colle dei Flambeaux, mi parla della sua laurea, ormai prossima, e delle sue aspirazioni professionali. Si era portato persino gli appunti da ripassare. Poi, dato che sembra in ottime condizioni, decide per il giorno dopo di chiudere il conto anche con quel canalone Gervasutti che, negli inverni passati, ci aveva fatto tanto dannare. L’avrebbe fatto con due allievi del 2° Corso e con un’altra cordata, quella di “Pepe” (Giuseppe Castelli). Un po’ li invidio, ma io ormai, per vivere tranquillo, mi sono fatto retrocedere al 1° Corso, che si limiterà alla normale del Tacul, così ci saremmo ritrovati al mattino sulla punta.

Il giorno dopo, però, non c’è nessuno ad aspettarci in vetta al Tacul. Quando arriviamo sentiamo solo, 200 metri sotto di noi nel canale, la voce disperata di Pepe che è rimasto da solo coi suoi due allievi perché Gianni è precipitato assieme al lastrone di neve che ha tradito tutta la sua cordata. Quelli che l’avevano già recuperato, nei seracchi in fondo al canale, hanno trovato la sua fedele macchina fotografica con l’ultima fotografia scattata all’attacco. Nel sacco c’erano gli appunti per la sua tesi di laurea e, sul volto, il suo solito dolcissimo sorriso.

Sono andato a rileggermi questi ricordi proprio qui, a Savigliano, dove Gianni è stato raggiunto dai suoi amati genitori e dove ogni tanto vengo a fare due chiacchiere con lui.

– Vedo che non hai perso il vizio di metterti in mostra! – mi dice con benevolenza.

– Ma guarda che l’ho fatto solo perché sono pochi quelli che ti ricordano ancora dopo mezzo secolo – gli rispondo con la mia consueta ipocrisia – lo so che ti dà fastidio che si parli troppo di te. Non incazzarti. Ma, senti, mentre sei lì, dato che fra un po’ ti verrò a cercare di persona, guarda se, da quelle parti, c’è qualche bella parete da scalare… ma non d’inverno, eh… Già fa freddo abbastanza, lì!

L’ultima foto scattata da Gianni. Le cordate si preparano prima della salita del fatale Couloir Gervasutti al Mont Blanc du Tacul
L'ultima foto di G. Ribaldone alla partenza del fatale Canalone Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, 2 luglio 1966

Presentazione della serata di Alberto Marchionni su Gianni Ribaldone
di Alberto Marchionni
(chi fosse interessato a organizzare questa serata, può contattare direttamente l’autore, [email protected])

Quello che vedrete questa sera e quello che sentirete, risale a cinquant’anni fa. Per i più giovani di voi sono mezzo secolo, che però, detto così, a me fa un po’ effetto…

Ma quando Felice, il fratello di Gianni, mi ha consegnato le quattro cassette delle fotografie di Gianni, che aveva trovato, per caso, in una soffitta, cassette che io ho aperto a casa, come si apre uno scrigno contenente un tesoro sepolto da secoli, e poi, quando, proprio con il vecchio proiettore di Gianni, mi sono messo a guardare quelle immagini, ebbene, in quel momento, tutti questi anni sono scomparsi di colpo, e tutto quanto, per me, è come se fosse successo ieri.

ribaldone0002

E allora ho pensato che consegnando, secondo il desiderio di Felice, subito tutte quelle immagini al Museo della Montagna, qualcuno le avrebbe sì, riprese in mano, magari fra qualche anno. Forse anche ammirate, ma senza l’emozione di chi quelle immagini le aveva, almeno in parte, veramente vissute.

Ecco perché ho deciso di sceglierne qualcuna, per raccontare una storia, quella di Gianni.

Una storia troppo breve (parliamo al massimo di quattro, cinque anni), ma densa di avvenimenti e soprattutto emozioni che quelle immagini mi hanno fatto tornare prepotentemente alla memoria. Non ho voluto poi essere l’unico a raccontare quegli avvenimenti, ma ho voluto farli raccontare anche da altri, che, con Gianni, quelle esperienze le avevano condivise.

Gianni Ribaldone, molti di voi lo sanno, è stato uno degli alpinisti che hanno segnato maggiormente (secondo me più di tutti), un certo periodo dell’alpinismo torinese, anche se lui proprio di Torino non era. Parliamo della prima metà degli anni sessanta, quella che ha preceduto e, forse, anche preparato, il “ Nuovo Mattino” dell’alpinismo torinese. Quando ancora si arrampicava con gli scarponi, con i chiodi, i cunei e tutte quelle diavolerie che adesso ci fanno un po’ sorridere.

Ma io non sono qui per dirvi queste cose: già le sapete o le immaginate.

Un amico, noto professore di università, nonché valente alpinista, cui ho fatto vedere queste immagini per averne un giudizio, mi ha detto: “… Bel lavoro, bravo Alberto che hai avuto la voglia di raccontare proprio con le sue foto la strepitosa carriera alpinistica di Gianni Ribaldone. Ma da queste, non si capisce chi era veramente Gianni, il suo carattere, la sua personalità, o, come diceva lui, il suo Essere…”.

Permettetemi, allora, per illustrare proprio questo aspetto, dal mio punto di vista personale, di utilizzare solo un paio di minuti.

Ho voluto cominciare la proiezione, come vedrete, forse proprio per sottolineare le differenze rispetto ad allora, con uno dei tanti personaggi che rappresentano le massime espressioni dell’alpinismo moderno: Alex Huber. Nel nostro immaginario è un personaggio eccezionale, almeno per me dotato di qualità quasi extraterrestri. Un Superman, tanto per intenderci.

Ecco, Gianni non era niente di tutto questo.

Gianni Mazzenga, di Padova, che ho avuto il piacere di incontrare nel corso della stesura di questa “Presentazione”, mi ha messo a disposizione tutta la documentazione epistolare che aveva avuto con Gianni, negli anni in cui hanno arrampicato insieme. Devo premettere che quando ho letto alcune di queste lettere, ebbene, non sono riuscito a trattenere le lacrime (mia moglie mi è testimone) perché, mentre leggevo, mi sembrava di avere accanto a me, proprio Gianni. Tanto quelle lettere rispecchiavano quella che era la caratteristica maggiore del suo carattere. Cioè la “semplicità”. Gianni, in molti suoi scritti, insiste molto sul concetto di semplicità. Forse proprio perché la semplicità è sintesi: cioè l’essenza stessa dell’intelligenza. E Gianni era molto intelligente.

Per questo vorrei farvi conoscere, attraverso la bella voce di Patrizia (che sentirete ancora, proprio nell’interpretazione di alcuni pensieri di Gianni), vorrei farvi conoscere alcuni passaggi di queste lettere, che evidenziano proprio le peculiarità del suo carattere .

Gianni apparteneva a una famiglia genovese piuttosto benestante, che gli dava i soldi strettamente necessari (a quell’epoca era così che si usava, nelle famiglie per bene) per stare a Torino, dove studiava e viveva con una zia (che lui, fra l’altro, grazie anche alla mia complicità, con la sua passione per la montagna, faceva impazzire). E allora si arrabattava come poteva sia per andare in montagna, che per procurarsi la relativa attrezzatura.

Sentite cosa scriveva a Mazzenga, nel gennaio del ’65, dopo un soggiorno a Courmayeur:

Sono stato in Val d’Aosta per diversi giorni (23) e ho tentato con scarso successo una via nel gruppo del Bianco assieme a un portatore di Courmayeur, ma il maltempo ci ha costretti a tornare al 2° giorno di salita: non ti dico di cosa si tratta, semplicemente per scaramanzia. Ad ogni modo ho avuto il mio da fare a procurarmi di che sopravvivere per tutto questo periodo e i mezzi per poter sciare perché, capirai, che i miei non erano certo disposti a pagarmi un soggiorno da nababbo per tutto questo tempo. E così ho trovato che il metodo migliore era dare lezioni di ski a metà prezzo: insomma, in qualche modo sono riuscito a stare in montagna, anche se, per il brutto tempo, non ho potuto concludere nulla di veramente buono… … Entro questa sera spero di trovare il tempo di fare un vaglia di 5.000 lire, per te o per Lella (la futura moglie di Mazzenga): a te le devo dall’inverno scorso, e alla Lella, da questa estate. Fra di voi vi metterete d’accordo per chi ne ha più bisogno. Spero, con il prossimo mese di farti avere anche il resto. Speravo di poterlo fare con i regali di Natale, ma andare in montagna costa molto e soprattutto l’attrezzatura: insomma, quelle 5.000 lire sono poi 5 ore di lezione di ski!”.

ribaldone0001Era poi, sempre alla ricerca di compagni, cui proponeva scalate invernali difficilissime, con una disarmante semplicità. Nel dicembre del 1963 proponeva al Mazzenga:
“… fino a metà gennaio non mi posso allenare per ragioni di esami. Ad ogni modo, io sono senza compagni perché l’unico possibile, cioè Alberto, ha deciso di darsi alle gare di sci e non ha nessuna intenzione di allenarsi. Se tu sei disponibile, io sarei ben lieto di fare qualcosa con te… … Io alcune idee le avrei, e cioè una delle seguenti salite:
Pilastro Fornelli al Tacul
(3 giorni di salita salvo brutto tempo);
Picco Gugliermina via Gervasutti
(2 giorni per la salita, 1 giorno per il rifugio e 1 per la discesa);
Via della Poire al Bianco
(difficili i primi 500 metri anche per la caduta di seracchi e slavine), 2 giorni;
Pizzo Badile, via Cassin
(900 metri di cui 300 di difficoltà forti, ma molto chiodati. Probabili 4 giorni di salita, più 1 per arrivare alla capanna Sciora e 1 per scendere in Val Masino”.

Poche idee ma chiare, questo era Gianni, come anche sentirete da Dino Rabbi, quando proponeva le sue scalate. Te le buttava lì, semplicemente.

ribaldone0003
Ma non solo. La visibilità, la ricerca della quale pare sia diventata uno sport nazionale, e, mi pare, un po’ anche negli ambienti di montagna, gli procurava un certo fastidio. Dopo la prima invernale allo spigolo Graffer del Campanile Basso si arrabbiò moltissimo perché la notizia era stata data a Lo Scarpone, senza che lui ne sapesse niente, e allora si scusa col Mazzenga:

Innanzi tutto non ho dato io la notizia a Lo Scarpone. Ma penso di sapere chi sia stato a farlo: credo di averti parlato di un certo Rampini, un giornalista-arpia… … ora questo Rampini, appena riesce a carpire (di qui “arpia”) una notizia, la rende di pubblico dominio, se può su un quotidiano (e da ciò ne trae un certo guadagno), se no a riviste alpinistiche con il che, io credo, riesce a rimanere “visibile” nel mondo alpinistico…”.

E poi trasferiva anche questa semplicità a quello che più amava, cioè la montagna. Ecco cosa scriveva, all’età di 17 o 18 anni (ancora io non lo conoscevo) delle montagne che lui proprio amava di più, le Alpi Marittime. Forse perché erano le prime che aveva affrontato. Dove, probabilmente, aveva imparato a conoscersi:
Sono monti tranquilli, semplici, modesti. Un po’ al di fuori delle combattute cronache alpinistiche, un po’ senza pretese: non ciclopiche pareti dagli strapiombi pazzeschi e vertiginosi, non interminabili distese di ghiaccio, dalle seraccate impossibili. No, nulla di tutto ciò.
Sono monti tranquilli, invitanti, sono vette modeste, come l’animo di chi le ama. Qui però, più che altrove, si potrà sentire la voce misteriosa del sublime: se avremo potuto liberarci dalle sovrastrutture convenzionali, in cui la Società ci ha rinchiuso, se avremo saputo ricondurci alla semplicità estrema della nostra anima
”.

Sperando di non avervi troppo annoiato, con queste poche parole iniziali, vorrei chiudere qui questa presentazione, del tutto personale, di Gianni. E che ritenevo doverosa, perché Gianni, non soltanto per quello che ha fatto, ma anche per quello che “era”, almeno per me, è stata una di quelle persone che, come poche altre ha segnato veramente la mia vita, sia pure nei pochi anni nei quali le nostre esistenze si sono intrecciate.

 

Storia di Gianni Ribaldone
di Carlo Balbiano d’Aramengo (tratto dalla Rivista del CAI, sett/ott 1999)

Gianni Ribaldone è nato a Cavour il 25 agosto del 1942.
I suoi genitori sono Angela Scaraffia e Natalino Ribaldone, proprietario della farmacia di Cavour, Gianni era fratello di Felice (1940) e Tina (1946).

A Genova
Nel 1950 la famiglia Ribaldone si trasferì a Genova, perché il padre abbandonando la farmacia del paese di Cavour, ne acquistò una nel capoluogo ligure.
Gianni frequentò le medie e poi il liceo Andrea Doria, e man mano che cresceva, manifestava una gran quantità di interessi in campi diversi: collezionava francobolli e monete, e dipingeva quadri, ma i maggiori interessi erano quelli scientifici, specialmente nelle scienze naturali.

Così Gianni, a soli 14 anni cominciò a frequentare il gruppo speleologico di Genova “Arturo Issel”.
Seguiva il professor Ghidini nelle ricerche biologiche e la professoressa Leale Anfossi nelle ricerche archeologiche condotte in val Pennavaira.

Con l’occasione scoprì anche che le grotte non sono solo un archivio archeologico, ma anche un fecondo terreno per chi ama gli studi di geologia, di fisica e di biologia.
Cominciò inoltre a provare il piacere di esplorare l’ignoto e si accorse di avere una buona predisposizione per l’arrampicata.

Era veloce ad assolvere i compiti scolastici e così trovava tanto tempo libero per coltivare i propri interessi.
Con l’amico Dinale eseguiva studi sulle migrazioni dei chirotteri che furono oggetto di una interessante pubblicazione e contemporaneamente, se aveva un paio di ore libere si esercitava ad arrampicare sulle rocce di Sampierdarena.

In pochi anni diventò l’elemento di punta del gruppo Issel. Scoprì e descrisse un gran numero di grotte e pubblicò l’elenco catastale delle grotte liguri.
Ma soprattutto riusciva a risolvere i problemi tecnici che invece bloccavano gli altri.

Presso il sifone terminale della grotta Taramburla, in val Pennavaira, vincendo estreme difficoltà riuscì a raggiungere un foro sul soffitto e così ad esplorare un nuovo tratto di grotta dove per anni nessuno riuscì più a metter piede.

Nel 1960 lo troviamo alla grotta dei Rugli, in val Fervia: attraversa a nuoto il lago che precede il sifone terminale e con un’esposta arrampicata di 10 metri scopre un sistema di gallerie superiori, fino a un nuovo sifone. Ancor oggi quel passaggio è chiamato “salita Ribaldone”.

Per Gianni, inizialmente l’arrampicata era solo un mezzo per esplorare le grotte, ma presto scoprì che la gioia di arrampicare su una montagna può anche essere fine a se stessa.

Da Genova le montagne sono distanti; ciò non di meno, destreggiandosi con gli orari dei treni e dei pullman, poteva spesso raggiungere il gruppo dell’Argentera e compiere ascensioni già di un certo livello, rientrando poi a Genova giusto in tempo per andare a scuola, talvolta senza aver quasi dormito.

A Torino
Nel 1960 Gianni Ribaldone si iscrive al Politecnico di Torino.
Vivendo buona parte dell’anno in questa città inizia quell’attività alpinistica che dovrà portarlo in breve tempo a inserirsi fra i migliori arrampicatori del suo tempo; contemporaneamente continua la sua attività speleologica, curando soprattutto l’esplorazione e gli studi fisici.

Vivendo lontano da casa egli aveva maggior libertà. Non che i genitori gli impedissero la pratica sportiva, ma certo non erano entusiasti di trascorrere le domeniche nel continuo timore di qualche incidente.
Di soldi gliene davano pochissimi anche se nessuno lo ha mai sentito lamentarsi. Il fatto è che Gianni conosceva alcuni espedienti per vivere spendendo pochissimo. Certe volte il cibo che metteva nello zaino era costituito solo da pane e lardo, e ci spiegava che quel tipo di dieta era oltremodo calorico.

Gianni Ribaldone nella prima invernale alla via degli Svizzeri del Grand Capucin
Gianni Ribaldone durante la prima invernale della via degli Svizzeri al Grand Capucin

Più di una volta, in mancanza di programmi specifici, andava ad arrampicare in Grigna partendo con un biglietto ferroviario di sola andata.
Sapeva che là, il suo amico Merendi gli avrebbe presentato dei turisti ben contenti di arrampicare con un alpinista bravissimo, ma senza la patente di guida e pertanto a tariffe più basse.

Infine pare che la famiglia gli desse dei soldi per comprarsi un vestito, o un soprabito, ma che i soldi venissero poi dirottati per un attrezzo di alpinismo o di speleologia.

La serietà con cui Gianni intraprendeva i difficili studi di ingegneria non gli consentiva un’attività intensa come altri colleghi, ma è per la qualità delle sue salite che riesce a imporsi all’attenzione dell’ambiente alpinistico torinese, pur dominato da personalità come Giorgio Bertone, Ugo Manera, Andrea Mellano, Dino Rabbi, Franco Ribetti e altri.

Nel 1961, infatti, sale la cresta sud dell’Aguille Noire de Peuterey, la parete sud del Castore e infine effettua la prima ripetizione della direttissima dei Francesi alla sud del Corno Stella (Alpi Marittime), con Alberto Marchionni, anch’esso giovanissimo e suo compagno di Politecnico. Con Marchionni si lega presto con un’amicizia veramente fraterna da lui è introdotto nell’ambiente della Scuola Gervasutti, con lui compirà una serie di scalate di grande prestigio, in generale a comando alterno.

E’ sufficiente a Gianni ancora un solo anno, il 1962, per essere classificato tra i migliori e più attivi arrampicatori della scuola torinese. La bontà e il suo carattere gli accattiva le simpatie di chiunque lo conosca e condivida con lui le gioie e i disagi dell’alpinismo, come della speleologia e della vita stessa di ogni giorno. Entra a far parte del Gruppo Alta Montagna del CAI Uget, di cui in seguito verrà eletto vicepresidente. In questo anno inizia la sua attività da istruttore della Scuola nazionale di alpinismo Giusto Gervasutti che continuerà negli anni, fino alla sua morte.

Fin dal giorno del suo arrivo a Torino era già istruttore dei corsi di speleologia, e anche questa attività la svolse senza interruzione fino alla morte.

Se il 1962 lo ha visto tra i più attivi alpinisti torinesi, il 1963 lo inserisce decisamente nell’élite dei fortissimi.
La sua tecnica si è affinata, ardimento e la prudenza hanno trovato il loro giusto punto di equilibrio ideale, il fisico non teme le prove più dure e un intelligenza non comune ne vigila l’esuberanza.

….

La Spluga della Preta
Ma nel 1963 l’impresa che gli diede lustro e risonanza mondiale fu condotta in una grotta veneta.

Dal 4 al 15 luglio Gianni partecipa con il Gruppo Speleologico Piemontese alla spedizione nazionale alla Spluga della Preta, il terribile abisso dei Monti Lessini che dal 1925 era stato oggetto di numerose e massicce spedizioni, ognuna esplorava la grotta più in profondità di quella precedente, ma nessuna riusciva mai a raggiungere il fondo.

Si andava creando la leggenda che la Preta fosse l’abisso più difficile, terribile e profondo del mondo.

Anche la “super-spedizione nazionale” dell’anno precedente, cui avevano partecipato una cinquantina fra i più noti speleologi di Italia, si era dovuta fermare a quota -578.

Alla Preta Gianni andò con una spedizione leggera e veloce, cui presero parte Marziano di Maio del Gruppo Speleologico Piemontese, due amici di Faenza e quattro di Bologna.

Si è trattato di una massacrante operazione (otto giorni e otto notti ininterrottamente sotto terra, tre soli bivacchi, sempre bagnati e a corto di viveri); ma il successo conseguito, e cioè l’esplorazione completa e il nuovo primato italiano di profondità (- 875 m, 2a profondità mondiale) in gran parte è dovuto a lui, che con l’amico Giancarlo Pasini di Bologna raggiunse il fondo dell’abisso il 10 luglio.

Ma per Gianni la gioia più grande non fu certo quella di aver raggiunto il fondo o di aver contribuito al conseguimento del record di profondità, perché egli non concepiva la speleologia dal punto di vista agonistico ma bensì la teneva in conto di scienza e ne traeva oltretutto le gioie che derivano dall’ osservazione della natura e dei suoi fenomeni.

Appena uscito dalla grotta raggiunge le Dolomiti e in quella estate compie una serie incredibile di ascensioni.

La sua attività continua intensissima nell’inverno seguente e per tutto il 1965.

….

Foto scattata durante il salvataggio di Roncobello, 1966
G. Ribaldone impegnato nel soccorso della Grotta di Roncobello, aprile 1966

Non solo tecnica
Non sto a indicare tutte le imprese di Gianni Ribaldone. Per il lettore non alpinista rischia di essere un elenco noioso…

Mi preme comunque sottolineare che Gianni univa all’abilità tecnica una straordinaria prudenza e modestia.

A questo proposito ricordo che quando nel 1963 il Gruppo Alta Montagna del CAI Uget organizzò una spedizione alpinistica in Himalaya, Gianni non vi prese parte.
Gli chiesi come mai fosse stato escluso, visto che le sue capacità non erano certo inferiori a quelle di coloro che vi avevano preso parte.
La sua risposta fu: ”II medico ha detto che alla mia età un soggiorno prolungato in alta quota può essere pericoloso, forse è una balla, ma se fosse vero? Nel dubbio preferisco rinunciare…  in futuro avrò tante occasioni per andare in Himalaya“.
E invece di occasioni non ne ebbe più.

Il 1966 è l’anno in cui Gianni deve concludere gli studi di ingegneria mineraria e pertanto non vuol concedersi eccessive distrazioni. Non rinuncia però alla consueta opera di istruttore del corso di speleologia prima e della Scuola Gervasutti poi, mentre ogni tanto si lascia tentare dalle gite sci-alpinistiche o da qualche facile scalata per accompagnare i giovani ad acquisire familiarità con la montagna.

Perché egli non diceva mai di no a chi manifestasse l’entusiasmo, ed era felice di percorrere con lui la via normale alla Rocca Sella tanto come la Cassin alla Piccolossima di Lavaredo, o di accompagnarlo in sci sulla montagnola con 500 metri di dislivello come sul Monte Bianco.

Nell’autunno del 1965 era stato uno dei fondatori del Corpo di Soccorso speleologico Eraldo Saracco, le cui squadre dovevano poi essere incorporate nell’organico del Soccorso alpino del CAI, corpo al quale egli apparteneva già da quattro anni.

Gianni Ribaldone durante il salvataggio a RoncobelloRibaldone durante il salvataggio a Roncobello

Anche in grotta la sua opera di volontariato purtroppo non doveva tardare a rivelarsi necessaria: rientrato a casa a mezzanotte del 25 aprile 1966 da una uscita di istruzione della Gervasutti, veniva svegliato al mattino presto perché chiedevano soccorso da Roncobello, dove alcuni speleologi bolognesi erano in difficoltà.

Partito immediatamente con la squadra di Torino, entrava in grotta e scendeva sino al pozzo dove un’impetuosa cascata d’acqua impediva di raggiungere i sei uomini bloccati, tra i quali erano anche due soccorritori gravemente feriti, i bolognesi Donini e Pelagalli che poi purtroppo non saranno recuperati vivi.

Studiata bene la situazione, Gianni si calava nel pozzo: il suo arrivo rianimava i bloccati, tre dei quali egli aveva conosciuto alla Preta; constatato come per uno dei due feriti purtroppo non vi fosse nulla da fare, egli si caricava l’altro a spalle con il sacco Gramminger e sotto la cascata riusciva a farlo salire sino alla sommità del pozzo.

Per questo intervento gli fu conferita la medaglia d’oro al valor civile, con suo stupore, giacché nella sua grande modestia gli pareva di non aver compiuto nulla di eccezionale, ma solo il suo dovere.
Con questa impresa Gianni Ribaldone divenne noto al grande pubblico, ma egli non sopravvisse che due mesi alla notorietà.

Ribaldone-L'articolo de LaStampa sull'operazione RoncobelloRibaldone--a06-02566Donini

Il 2 luglio 1966 sale al rifugio Torino con altri istruttori e con un gruppo di allievi della Gervasutti.
La mattina seguente attacca ancora al buio, con due allievi, Domenico Navone ed Euro Bosco, il canalone Gervasutti al Mont Blanc du Tacul.
All’alba la tragedia.
Mentre Gianni guida la cordata su per lo scivolo ghiacciato, uno degli allievi rimasti fermi sul terrazzino cade trascinando giù gli altri.
Una cordata che segue dappresso vede Gianni frenare con la piccozza, con tutte le forze, ma non c’era niente da fare contro l’ineluttabile e dopo un po’ la piccozza di Gianni cessa di mandare scintille.
450 metri più in basso tre corpi giacciono inanimati.
Quando il 5 luglio, dal Museo della Montagna, sul Monte dei Cappuccini, Gianni parte per l’ultimo viaggio, c’è una gran folla, ma è solo una piccola parte di quelli che gli volevano bene, come testimoniano anche le 1200 partecipazioni ricevute dalla famiglia.
Per l’estremo saluto erano giunti da ogni parte anche i compagni di cordata e gli speleologi, questi ultimi anche da Bologna, e tra loro quelli salvati a Roncobello per accompagnarlo sino a Savigliano, ove riposa.

Gianni alla consegna della Medaglia d’Oro al Valor Civile (1966)
Gianni Ribaldone alla consegna della medaglia d'oro al valor civile

 

L’insegnamento di Gianni
Qui finisce la storia della breve vita di Gianni Ribaldone.
Cosa ci ha lasciato?

Alcune pubblicazioni di speleologia… Sono poche in rapporto a quella che è stata la sua attività, perché scriveva, e di malavoglia, solo quando aveva da comunicare delle cose utili e ne veniva richiesto.

Non cercava certo la “carriera accademica”. Ci ha lasciato un voluminoso testo di quella che avrebbe dovuto essere la sua tesi di laurea, frutto di uno studio su una miniera di cinabro a M. Amiata.
Era infatti prossimo alla laurea.
Ai piedi del M. Bianco nel suo zaino fu trovato un libro di scuola su cui aveva studiato la sera precedente, in rifugio.
Avrebbe dato l’esame di lì a pochi giorni; ancora un altro esame ed era pronto per la laurea, prevista per ottobre.

Gianni ha lasciato al Museo speleologico di Garessio una collezione di 303 coleotteri (ne aveva ancora altri, che sono tuttora presso la sua famiglia). Una collezione di perle di grotta è stata poi regalata dalla famiglia allo stesso Museo. Ma a chi, come me, ha avuto la fortuna di conoscerlo, Gianni ha lasciato di più.

Benché più giovane di me, ha insegnato molte cose di speleologia, e mi ha insegnato a vivere sempre in allegria, serenità e amicizia. Raramente parlava delle sue imprese, se uno gli chiedeva informazioni, si limitava a rispondere alla domanda senza aggiungere niente di più, minimizzando le sue imprese e deviando subito il discorso su qualche particolare di sapore umoristico.

Nessuno potrà dimenticare la sua bontà, la sua franchezza, la sua risata viva e schietta, il suo cantare le vecchie canzoni piemontesi. I suoi allievi lo stimavano, oltre che per la pazienza e l’entusiasmo con cui istruiva, anche perché non metteva alcuna distanza fra sé e loro.

Fra le due città in cui è vissuto più a lungo, Genova e Torino, è stata la prima e dimostrargli la maggiore stima e riconoscenza, dedicandogli una via nei pressi dello svincolo autostradale di Nervi; sulla targa si legge: “Via Gianni Ribaldone – speleologo, medaglia d’oro al valor civile – 1942-1966″.

Gianni alla consegna della Medaglia d’Oro al Valor Civile (1966)
Gianni Ribaldone alla consegna della Medaglia d'Oro al Valor Civile, maggio 1966