Pubblicato il Lascia un commento

Alberto Lenatti

Alberto Lenatti
di Giuseppe Popi Miotti

ALBERTO LENATTI detto Chiodi, figlio di Ettore, è nato a Chiesa il 21 ottobre 1945. Fisicamente assai forte si appassiona all’alpinismo e alla professione di Guida grazie anche allo stimolo di Enrico Lenatti, il patriarca della Guide di Val Malenco: così, a soli 22 anni, nel 1967 diventa Portatore ovvero Aspirante Guida. Da subito Alberto si distingue per la sua intensa attività, specialmente su terreno misto, e nei suoi primi anni di lavoro collabora assiduamente con Enrico Lenatti nell’organizzare le “settimane verdi” presso il rifugio Porro. Giovanissimo, entra nel team del Soccorso Alpino di Val Malenco e poco dopo le sue doti e la sua passione gli fanno meritare l’ambito titolo di istruttore ai corsi di delegazione. Nel 1970 ottiene il patentino di Guida alpina e prosegue con ancor più energia dividendosi fra tre attività: in montagna accompagna i suoi clienti nel gruppi del Disgrazia e del Bernina compiendo anche difficili salite; d’inverno frequenta le piste innevate del Palù in qualità di Maestro di sci, professione che andava sviluppandosi in valle dopo la realizzazione degli impianti di risalita di Caspoggio e Chiesa in Val Malenco; nei periodi morti o nelle stagioni intermedie lavora come teciatt ossia di posatore di piode, le locali tegole di serpentinoscisto, sui tetti.

Lenatti-Alberto-chiodi001

Uomo introverso e taciturno, Alberto è il custode del Rifugio Marco e Rosa dal 1974-75 al 1978, in compagnia delle guide Ignazio Dell’Andrino e Marco Lenatti. Proprio in quegli anni sarà scelto anche come istruttore ai Corsi nazionali per la formazione delle nuove Guide ed degli Aspiranti Guida. Molti dei suoi allievi ricordano con simpatia quando, ancora con il buio, prima di affrontare una lunga scalata nel massiccio del Monte Rosa o del Bernina, saliva a svegliarli con un “in piedi… cani!!!”; mi ricordo bene, al corso guide del 1977, quanto la sua figura fosse temuta dagli allievi. Dei quali quasi tutti facevano fatica a individuare l’affetto e l’amicizia che si celavano dietro al tono burbero…

Nel 1979 Alberto si impegna, con altre guide e maestri di sci, nella costruzione dell’albergo rifugio Entova-Scerscen, avveniristico ma troppo avventuroso tentativo di sviluppare lo sci estivo in Val Malenco. Qui collabora per sei stagioni come Maestro di sci e Guida alpina, e trascorre le sue estati dividendo il suo servizio fra sciatori e alpinisti, intervenendo numerose volte per aiutare cordate in difficoltà. Fra l’altro partecipò alla posa delle corde fisse su un percorso attrezzato che, attraversando in diagonale la grande parete meridionale del Pizzo Sella, accorciava sensibilmente il collegamento tra il ghiacciaio di Scerscen Inferiore e quello di Scerscen Superiore. Questa interessante via prenderà poi il nome di Sentiero dei Camosci. Purtroppo l’audace idea di Alberto e colleghi non ebbe fortuna e dopo l’inevitabile chiusura dello sci‑estivo allo Scerscen, Lenatti ritornò a dedicarsi, durante i mesi estivi, al lavoro di segnalazione e sistemazione dei sentieri, principalmente lungo il percorso dell’Alta Via della Val Malenco. Riducendo gradualmente le sue scalate sui monti, incrementò l’attività di teciatt e, nei mesi invernali, di maestro di sci, professione ancora ben consolidata in valle nel decennio del 1980. Nelle stagioni estive 1990 e ’91 ha lavorato anche all’ampliamento dei Rifugio Porro, reso possibile dalla donazione della signora Gerli.

E’ mancato sabato 10 gennaio 2015.
Lenatti-Alberto-chiodi02

Pubblicato il Lascia un commento

I due diavoli

A ciascuno i suoi diavoli
di Carlo Ventura

Appartengo a quella genia di genovesi un po’ strani e girovaghi che sono diventati d’adozione o astigiani, come il povero Bruno Lauzi, oppure milanesi come Angelo Branduardi e lo stesso Alessandro Gogna. Con quest’ultimo abbiamo in comune anche un antico sodalizio: da compagno di liceo mi ha contagiato con il morbo dell’alpinismo dal quale non sono ancora riuscito a guarire, nonostante i ripetuti incidenti. Ecco perché, convalescente dall’ennesimo infortunio, non potendo ancora riprendere a praticarlo, mi accontento di scriverne.

Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso
DueDiavoli-Gerbi1905_modificataCome quei vecchi dissoluti che, non potendo più dare il cattivo esempio, si prodigano in buoni consigli. Mi è venuto il capriccio di azzardare un paragone un po’ originale e stravagante. Proverò a confrontare due diavoli, ma non due poveri diavoli, bensì due veri campioni, due personaggi decisamente sopra le righe, due autentici fuori-classe che, ciascuno nel proprio ambito, hanno lasciato una traccia indelebile e hanno scritto una pagina importante nella storia dello sport di tutti i tempi. Vedrete che le loro analogie sono molte più di quanto si potrebbe immaginare.

Mi riferisco a Giovanni Gerbi, di Asti e al trentino Tita Piaz : il primo fu soprannominato il Diavolo Rosso, il secondo il Diavolo delle Dolomiti e furono tra loro contemporanei. Tita (diminutivo di Giovanni Battista) Piaz, alpinista straordinario, nacque nel 1879, precisamente a Pera di Fassa (tra Vigo e Campitello) da una modesta famiglia di valligiani. Se questa estate non fossi stato impedito dalla mia dolorosa invalidità, avrei partecipato al soggiorno della sezione del CAI in quei luoghi e sicuramente avrei suggerito una breve visita deferente nel piccolo cimitero del paesino natale, dove ho scoperto casualmente il suo semplice monumento funebre.

Invece l’altro Giovanni, cioè Gerbi, antica gloria del ciclismo pionieristico mondiale, detto Piciot (in dialetto, tipo in gamba), nacque nel 1885, nella popolare borgata astigiana di Trincere, in riva al Tanaro. Anch’egli di umile estrazione, da ragazzo provò a fare vari mestieri, sempre da garzone. Deve l’epiteto satanico al fatto che in gara si distingueva sempre per una inconfondibile maglietta/maglioncino color rosso-fuoco. Come se non bastasse, si dice che durante una corsa, nei pressi di Villanova d’Asti, sia piombato, improvvisamente come un fulmine, su di una processione tra lo stupore e lo spavento dei fedeli. Anch’egli a suo modo fu uno “scalatore”, dal momento che sui pedali dovette superare non poche durissime salite: non per nulla nel 1904 fu il primo atleta italiano a partecipare al Tour de France. In carriera vinse ben 31 competizioni di livello internazionale e si distinse per astuzia e spregiudicatezza. Sposato e padre di una figlia, tornato dalla guerra continuò a gareggiare ostinatamente ancora in età avanzata da veterano, nel frattempo si dedicò alla produzione e al commercio di biciclette. Allo scopo aprì un negozio e allestì una piccola fabbrica in città, nel complesso attuale sede dell’Hastafisio (noto centro fisioterapico a cui, sempre a proposito di sport di montagna, spesso si rivolgono alcuni componenti della nazionale di sci).

Per gli amanti dei cimeli sportivi, un’antica bici appartenuta al Diavolo Rosso è tutt’ora esposta nell’omonimo locale “sui generis”, di cibo, vino, musica e varia umanità, sito nel centro storico di Asti e che, guarda caso, ha sede nell’edificio sconsacrato dell’ex-Confraternita di San Michele: quasi una profanazione. Per gli astigiani Giovanni Gerbi è rimasto un mito e Paolo Conte gli ha persino dedicato una canzone.

Dal canto suo e da tutt’altra parte, Tita Piaz per poco non completò gli studi da maestro elementare. In gioventù fu simpatizzante dell’irredentismo triestino e convinto interventista alla vigilia della Grande Guerra, come ad esempio tutti i Futuristi. Quel conflitto vide tra le innumerevoli vittime sia artisti come il pittore Umberto Boccioni, uno dei più grandi futuristi appunto, sia alpinisti come il formidabile Sepp Innerkoffler, la famosa guida delle Dolomiti di Sesto, allora in territorio austriaco, in onore del quale si tramanda che venne addirittura dichiarata una tregua tra i contendenti che si fronteggiavano, durante le esequie celebrate dai suoi nemici italiani sul Monte Paterno. Non era casuale il mio riferimento precedente a quella corrente artistico-culturale, d’altronde ben si adattavano, alle atmosfere degli eventi clamorosi dell’avanguardia futurista, alcune imprese dell’alpinismo acrobatico di Tita Piaz che allora suscitarono molto scalpore. Come la traversata Guglia De Amicis-Campanile di Misurina, che compì nel 1906 sospeso a una fune tesa tra le due cime. Oppure la vertiginosa discesa della parete nord del Campanile di Val Montanaia, nella quale mise in pratica la sua manovra di corda-doppia. Geniale innovazione denominata appunto tecnica Piaz-Dülfer, per non far torto al grande rivale tedesco, al quale altresì se ne attribuiva l’invenzione. Con quest’ultimo per compagno di cordata, principale esponente della Scuola di Monaco, poi espugnatore della parete ovest della Cima Grande, conquistò la Punta Frida, sempre nel gruppo di Lavaredo. Ciò prima dello scoppio del conflitto mondiale, dove il suo amico cadde, fra i tanti, tragicamente in battaglia. Tita da adulto divenne anch’egli “rosso”, ma solo per intima convinzione politica, fedele agli ideali socialisti del martire Cesare Battisti, durante il fascismo venne arrestato più volte, collaborò col movimento di liberazione nascondendo ebrei e partigiani, nel 1944 venne imprigionato dai nazisti per ben nove mesi e dopo la guerra fu anche sindaco del suo paese. Nel corso del lungo iter alpinistico, aprì una cinquantina di nuove vie nel gruppo del Sella (Sass Pordoi), nelle Dolomiti Orientali e nel Tirolo, ma il suo “terreno di conquista” fu soprattutto il gruppo del Catinaccio, Torri del Vajolet. La sua prima impresa giovanile fu la salita in solitaria della Torre Winkler, che purtroppo “mi manca”: di questi tre bellissimi monoliti, ho avuto la grande soddisfazione di scalare due volte l’estetico spigolo sud-ovest della Torre Delago (aperto sempre da Piaz) che quindi “ce-lo”, e una volta la Torre Stabeler, che “ce-lo” pure. Successivamente sulla stessa Torre Winkler aprì alcune vie nuove, di cui una con Sandro Del Torso e Fosco Maraini. Da guida alpina accompagnò più volte il Re Alberto del Belgio e fu tra i promotori della costruzione del rifugio a lui dedicato, alla base di quelle guglie, dopo che il monarca perì proprio in un incidente di montagna.

Tita Piaz, il Diavolo delle Dolomiti
DueDiavoli-piaz0001Punta Emma. Nel 1900 ne fu il conquistatore e per di più in solitaria, dedicata a Emma Della Giacoma, una giovane che lavorava nel rifugio Vajolet, con cui ripeterà in seguito la salita. Parete molto bella, proprio di fronte al rifugio e, per quei tempi, severa e di tutto rispetto. Anni fa, quando ho scalato a sinistra la via Steger, ho potuto constatare che circa a metà dell’itinerario di Piaz è collocato, caso più unico che raro, un grosso quadrante d’orologio ben visibile dal basso col binocolo: era usanza che le cordate puntassero le lancette sull’orario del passaggio. Temo che anche questa stranezza sia dovuta al suo primo espugnatore! Sempre a proposito di quel rifugio, Piaz ne era un assiduo frequentatore, ne sposerà la figlia del custode, Marietta Rizzi, ne diverrà a sua volta il gestore e sul sentiero, proprio di fronte all’ingresso, è posta tuttora una lapide a perenne ricordo. Fu anch’egli appassionato e instancabile ciclista, la bici era il suo mezzo di locomozione prediletto (come da foto, con tanto di cane nello zaino) e morì nel 1948, all’età di 69 anni, proprio in seguito alle complicazioni conseguenti a una caduta dalla bicicletta che, tanto per non smentirsi mai, risultò rigorosamente senza freni! Ennesimo parallelismo tra questi due epici personaggi dal temperamento, dalla grinta e dalla resistenza straordinarie: ebbene questi due tipi così tosti perirono entrambi fatalmente per i postumi di un infortunio stradale. Giovanni Gerbi morì infatti nel 1954, anch’egli all’età di 69 anni, dopo un incidente automobilistico al rientro dalla visita a un ex-avversario seriamente ammalato e riposa nel nostro cimitero urbano. Infine faccio notare che persino in questo, cioè nell’estrema dimora, i due Diavoli hanno qualcosa in comune, ovvero la modesta sobrietà delle loro tombe, in contrasto con l’enorme celebrità in vita.

(Ringrazio gli amici Paolo Monticone per la foto di G. Gerbi e Alessandro Gogna per quella di T. Piaz)

Pubblicato il Lascia un commento

Il cammino di Luca Visentini

Nel 1979 sul mercato librario apparve una novità, una strenna che racchiudeva, come scrisse il presentatore Arturo Tanesini, le qualità del più fidato compagno per quegli itinerari. Il Gruppo del Catinaccio era dedicato ad Alessandra, ed era opera di uno sconosciuto venticinquenne milanese che il Tanesini (autore dell’ineguagliata Guida dei Monti d’Italia Sassolungo, Catinaccio, Latemàr) descriveva come «titubante e timoroso» nei suoi confronti. Nella prefazione Visentini dice forte e chiaro di voler presentare gli angoli desueti, svolgendo quindi una sua filosofia d’escursionismo, quella delle vie normali alle cime, sconosciute, sognate la notte da una tenda. Colonne del libro sono fotografie con molta presenza umana, cartine accuratissime e di grafica particolare, bei disegni e i testi descrittivi di itinerari verificati in toto dall’autore e mai più difficili del I+, «già di per sé impegnativo e non accessibile al primo venuto». Dopo stringati e sentiti ringraziamenti a Tullio Pederiva e Achille Gadler, la materia si articola in tre parti: nella prima, «luoghi d’accesso e rifugi», è netta la struttura della Guida dei Monti d’Italia; la seconda è «sottogruppi ed ascensioni»; la terza, «itinerari di grande interesse escursionistico», è una concessione agli itinerari di traversata, allora come oggi di gran moda.

Luca-1231633_432429233543266_148641415_nL’anno seguente, senza dedica, appare Gruppo della Marmolada. Questa volta il Tanesini è in garbato dissenso con Luca sullo spazio concesso alla Marmolada vera e propria. Egli disapprova che la Regina delle Dolomiti sia trattata alla stessa stregua dei suoi satelliti, come pure s’intuisce il suo disaccordo sulle funivie, che l’autore condanna senza appello. Il libro ricalca il precedente, senza ringraziamenti, senza difesa delle tende e senza terza parte (quindi, niente più concessioni a itinerari di moda e di comodo). Visentini sottolinea la subordinazione delle foto non all’estetica ma alla praticità e alla documentazione di luoghi non ben conosciuti; inoltre si scusa ma ribadisce la sua precisa scelta di un linguaggio «tecnico, semplice e magari monotono», certamente non «intimista e retorico». Sassolungo e Sella è del 1981, senza dedica né ringraziamenti e con incolore presentazione di Tanesini. La grande novità è il limite di difficoltà, qui il IV grado di alcune vie normali. Nella prefazione, Luca dà dell’accorato tu al lettore, meglio, al lettore sciatore o escursionista distratto, elencandogli una serie di cose da non perdere nelle proprie esperienze. Accenna al fatto che non si dovrebbero attrezzare i sentieri selvaggi, unico spunto di discussione sulle ferrate in tutta l’opera di Visentini. Confessa che, se fosse possibile, gli piacerebbe scrivere le guide senza alcuna spiegazione degli itinerari, per dar luogo a fantasia e creatività. Il libro per il resto è simile ai precedenti, con una minor presenza umana nelle foto. Sparisce la descrizione dei paesi. In Dolomiti di Sesto, 1983, dedica a Luisa, è una prima svolta. Ogni toponimo è a se stante, niente anelli, niente scelte, sì alla creatività del lettore. Le traversate descritte sono quelle poco conosciute, altrimenti solo cenni. Si scusa di una verifica non totale, specie nel Popera. Infine si lascia andare a qualche brandello di racconto. Sono descritte ancora le vie normali (fino al IV), nelle foto la presenza umana è limitata ai passi difficili. La struttura è data dai soli sottogruppi. Latemàr, 1985, è simile, con brevissima prefazione e limite di difficoltà I+. Le basi di partenza con le possibili traversate e ascensioni, strutturano il libro, una formula d’allora in poi conservata, con Gruppo del Cristallo unica eccezione. Antelao, Sorapiss, Marmarole, 1986, limite di difficoltà II, e Dolomiti di Brenta, 1988, limite di difficoltà IV, sono produzioni a formula collaudata. Nell’ultima Visentini prende le distanze dai 200 anni delle Dolomiti, uno «strumentale compleanno». Pale di San Martino, 1990, limite di difficoltà III, ha una prefazione disincantata, dolente: «le Dolomiti un domani espelleranno gli alpinisti… la città sarà più avventurosa». Dopo lunga riflessione, ecco nel 1995 Dolomiti d’Oltrepiave: qui Visentini sembra approdare su una nuova terra, quasi ripudia le Dolomiti tradizionali e «scontate». Il volume, edito da Athesia come i precedenti, è diverso in formato e veste, ma la struttura è identica. Il limite di difficoltà è il IV+. Gruppo del Cristallo è del 1996, limite di difficoltà IV+, ed è probabilmente il libro più sofferto ed enigmatico di Luca. La prefazione è davvero scarna, di quattro parole: «ma non tedieremo alcuno». Cambiano i disegni, autori Mario Crespan e Mauro Corona, la presenza umana nelle foto è inesistente. La struttura è data da 41 toponimi, senza mai suggerire o evidenziare.

Luca-copertina_Civetta

Dopo lunga lavorazione, nel 2000, non più pei tipi di Athesia bensì autoprodotto, esce Gruppo della Civetta, coautore Mario Crespan, responsabile di cartine e disegni. Siamo di fronte all’opera matura, non mediata dai compromessi dell’editore e del marketing. Ma questa volta Visentini è costretto a rare deleghe ad amici più atletici: perché descrivere TUTTE le vie normali del gruppo della Civetta significa anche affrontare il VI grado della Torre dei Monacesi… Perfetto il lavoro di toponomastica, caratterizzato da ricerca certosina; sempre leggibile e godibile il testo. La prefazione è geniale, il Visentini-pensiero in poche righe, la pagina scritta per ultima: «licenziamo con questa pagina tre anni. Il tempo di una guerra mondiale».

Con il Gruppo della Civetta Visentini è ormai approdato all’editoria in proprio, la sfida è assunta cioè in prima persona. E’ nato Luca Visentini Editore. Quattro anni dopo (2004) ecco una duplice uscita: Schiara-Tàmer-Spiz di Mezzodì di Gianpaolo Sani e Franco Bristot e Pale di San Lucano di Ettore De Biasio.

Luca-copertina_Schiara

Della prima Pietro Sommavilla ha scritto, parlando degli autori: “Hanno personalmente e sistematicamente percorso i sentieri di collegamento, di traversata e di ascensione a tutte le vette significative, traendone relazioni che hanno il pregio dell’univocità di interpretazione e giudizio, tanto preziosa per la sicurezza dell’utilizzatore. Ma non si sono limitati, in molti casi, alle sole vie normali, talvolta lasciandosi attrarre da itinerari che proprio “comuni” non sono, anzi sono davvero straordinari, affascinati dal richiamo ambientale e poetico dei versanti più nascosti e selvaggi dei nostri magnifici monti.
È così finalmente svelato il mistero della Zéngia de l’Adriano, a lungo appassionatamente studiato e tentato da molti anziani alpinisti, rivissuta l’ascensione di J. Sanseverino alla Talvéna per cresta ovest, valorizzata la traversata degli Spiz di Mezzodì per cresta attraverso la Forcella del Ponte…“.

Luca-copertina_San_LucanoDella seconda, in una recensione, scrissi: “Con questo Pale di San Lucano si va addirittura oltre. Si dimentica che il gruppo è tra i più dimenticati delle Dolomiti, anche perché geograficamente ed alpinisticamente piuttosto selettivo; non ci si preoccupa della severità degli approcci, con zoccoli infiniti; si trascura che la wilderness allo stato puro è nemica degli affari editoriali. L’incontro tra Luca Visentini ed Ettore De Biasio è esplosivo: e l’avventura davvero ha inizio… In Pale di San Lucano si respira l’aria delle Dolomiti, ma non quella fritta dei depliants e dei libri illustrati, degli accordi con gli uffici turistici, delle proposte turistiche integrate, delle iniziative per lo sviluppo, delle edizioni fatte solo se il sondaggio è favorevole: si respira l’aria dell’alpinismo vero, quello che senza alcuna colpa ha dato vita a tutte le proposte e iniziative che oggi purtroppo ci piovono addosso, caratterizzate da una montagna divisa in due senza pietà, quella alta, che conta e che bisogna vendere, e quella bassa, che non conta e che bisogna svendere, alla faccia dei valligiani. Quell’alpinismo che è fatto di avventura e di ricerca, con tanto sacrificio, con amore. Quello che fa decidere ad una cordata di salire un itinerario selvaggio, senza nome nel gotha delle grandi salite dolomitiche, senza ricompensa mediatica, senza il supporto di un Internet che applaude già alla tua partenza.

Nel 2007 esce, e ancora Luca ne è l’autore, Pale di San Martino. Della pagina di presentazione, lucida, profetica quanto radicalmente pessimista sull’accettazione dell’utopia, riporto una frase particolarmente energica: “Resistiamo allora. Schiodiamo il superfluo. Domandiamo ai professionisti di condurci sulle cime che se non hanno già attrezzato più non ci propongono. Indignamoci non tanto per le cartacce che notiamo a lato dei sentieri e che possiamo con facilità rimuovere, quanto piuttosto per gli indelebili bolli rossi che malamente ci sorprendono in un cantone sino alla scorsa stagione incontaminato…”.

Luca-Copertina_San_Martino.gif

Nel 2010 esce Gruppo del Catinaccio di Andrea Gabrieli, naturalmente con le stesse caratteristiche. Ai libri-guida si affiancano altre opere di narrativa, come Addio al Campanile di Spiro Dalla Porta Xidias (2006), il bellissimo romanzo di Flavio Favero, La Valle del Ritorno (2007), il deflagrante L’Uomo che scala di Andrea Gobetti (2008), il riflessivo Ritorni a valle di Mario Crespan (2011), Il Paese, dello stesso Visentini (2011), una raccolta di “microstorie, spesso del menga”.
Fino all’apparizione, nei primi mesi del 2013, di Le Vie di Lorenzo Massarotto, per il quale rimando al mio post di maggio scorso. Per quest’opera mi basta dire che è stata pensata, condotta e realizzata esattamente con lo stesso stile con il quale Massarotto ha sempre arrampicato: c’è un progetto che ti piace, che sconvolge i tuoi giorni e i tuoi pensieri, si può dire che vivi per lui… ma mai ti abbasseresti a un compromesso per abbreviare l’iter, perché l’obiettivo rimane valido e grandioso solo se anche i mezzi per perseguirlo non deragliano mai da un’etica forte, anzi fortissima perché non imposta da nessun altro che da noi stessi.

Luca-Copertina_Catinaccio

Luca Visentini è il più radicale e coerente compilatore di guide degli ultimi vent’anni. Radicale perché sceglie un gruppo montuoso (generalmente di area dolomitica) e lo scandaglia come il fondo del mare, lo radiografa come un corpo umano, lo corteggia come una bella donna, lo assimila e lo descrive senza alcuna concessione al bel gesto o alla moda. Coerente perché da vent’anni, appunto, applica lo stesso metodo, percorrendo con certosina pazienza tutte le vie normali di tutte le montagne del gruppo, anche le guglie più nascoste, e ne ricava un raffinato “catalogo” d’autore dove ogni escursione è filtrata dalla sua sensibilità, rimanendo tuttavia una rigorosa successione di dislivelli e punti cardinali. Visentini non si è mai piegato alla logica molto attuale e un po’ perversa degli “itinerari scelti”, e ha pagato questo rigore sulla propria pelle (Enrico Camanni)“.

Luca-copertina_Massarotto

postato il 13 giugno 2014

 

Pubblicato il Lascia un commento

Charlie Porter, un pezzo di Capitan

L’americano Charlie Porter, alpinista e uomo d’avventura, morto a Punta Arenas il 23 febbraio 2014 per problemi cardiaci, ci ha lasciato un’eredità straordinaria.

Porter-22394Nato nel Massachusetts nel 1951, già da studente aveva cominciato ad arrampicare nel New Hampshire e nelle Canadian Rocky Mountains, Porter si recò la prima volta nella valle dello Yosemite nel 1969. Qui, assieme a Steve Wunsch, fece la seconda ascensione in libera del Direct North Buttress della Middle Cathedral Rock, una via allora di grande reputazione, in libera la più dura della valle.

Porter-Excalibur-diedrisuperiori-ac2Ritornò in Yosemite a 21 anni, nel 1972, per una delle più celebrate serie di big walls. Quel tris di “prime” davvero cambiò la storia della valle, e non solo.
Zodiac
, fatta da solo in sette giorni, fu la prima via (5.7, A2, VI) a percorrere quel terreno verticale e liscio a destra della North America Wall.

The Shield, scalata con Gary Bocarde in sette giorni (5.7, C4F, VI), spinse al limite estremo la scalata artificiale. Sulla parete terminale, tra la Salathe e il Nose, Porter superò una serie di esilissima fessure (Triple Cracks) con l’uso di 35 rurp consecutivi. Il rurp è un chiodo abbastanza simile a una lametta da barba come dimensioni. Molti di quei rurp Bocard li tolse con le mani. L’eco di quell’impresa fu immediato, anche Royal Robbins contribuì alla leggenda scrivendo che Porter si era “infilato nel rurp per guardare fuori”.
Tanto per dare idea dell’impatto che Porter provocò, ecco un ricordodi Kevin Worrall: “Non dimenticherò mai quando con i binocoli guardavo Porter su quella serie di tre fessurine… ero scosso. Non potevo credere quanto microscopiche fossero!”.

Porter-Shield-ac3Ma fu con la prima impresa del 1972 che Porter arrivò al supremo: la New Dawn (Wall of the Early Morning Light), terza ascensione (10 giorni), in solitaria. Qui successe perfino che alla fine della prima giornata un sacco, che conteneva la maggior parte dei viveri, il saccopiuma e l’amaca, gli cadesse nel vuoto. Porter invece di rinunciare continuò per nove giorni bivaccando sulle staffe e coprendosi con il materassino. E ce la fece!
Era il primo segnale di quanto Porter fosse tosto, di certo una delle sue caratteristiche più evidenti.

Nel 1973 altro bis sul Capitan, prima con Mescalito (5.8, A3, VI), prima ascensione assieme a Hugh Burton, Steve Sutton e Chris Nelson, poi con Tangerine Trip (5.8, A2, VI), prima salita assieme a J. P. de St. Croix.
E’ del 1975 Excalibur (5.9, A3, VI), l’ultima sua prima sul Capitan, con Hugh Burton.
Nel 1974 andò nella Ruth Gorge e scalò la parete sud-ovest del Moose’s Tooth, portando così sulle montagne dell’Alaska le tecniche sviluppate nello Yosemite.

Porter verso l'Asgard-ac4Nel 1975 gli riuscirono due grandi imprese che ingigantirono la sua figura ormai leggendaria. La prima fu Polar Circus, una via di 700 m nel Banff National Park (Cirrus Mountains), V, WI 5, con Bugs McKeith e i gemelli Alan e Adrian Burgess, con paurose sezioni di ghiaccio verticale, protette con i chiodi tubolari di allora, senza vite. La seconda, a settembre, innalzò ancora il livello: la Porter route (5.10+, A4, VII), sulla parete nord-ovest del Mount Asgard (Baffin Island), da solo, in nove giorni, la prima via a essere graduata VII (da non confondere con la scala UIAA).
Nell’insieme delle difficoltà di A4, Porter mise solo uno spit, nella 24a lunghezza, poi fece il ritorno di più di 150 km a viveri finiti e con i piedi così gonfi per un inizio di congelamento da costringerlo a tagliare gli scarponi!

Steve Sutton sulla Triple Cracks (quella dei 35 rurp) su The Shield al Capitan, terza ascensione
Porter-Shield-Steve-Sutton 3aascUn grande esperto di big wall, Mark Synott, giudica quest’impresa “la più straordinaria nella storia dell’arrampicata su big wall”. E anche Doug Scott: “A remarkable achievement, la più grande impresa dell’Isola di Baffin, dell’Artico e probabilmente di qualsiasi altro luogo sul pianeta Terra“.
Del 1976 è la parete ovest del Middle Triple Peak nelle Kichatna Mountains con Russell McLean, come pure la sua più grande realizzazione, la prima solitaria della via Cassin alla parete sud del Denali (Mount McKinley) in Alaska, in 36 ore. Una performance  ahead of its time che suscitò grande clamore, cui Porter rispose con reticenza molto introversa, rifiutandosi di dare dettagli all’American Alpine Journal.

Con questo eravamo al culmine della sua carriera, altri interessi lo presero e nel 1979 il suo spirito avventuroso lo spinse a fare una traversata in kayak di più di 3.000 km, comprensiva del Drake Passage di Capo Horn.

Di professione geoscienziato, Porter nel 1980 si stabilì in Patagonia, per contribuire agli studi sui cambiamenti climatici. Come amministratore delegato della Patagonian Research Foundation e come grande esperto di navigazione kayak e yacht seguì numerosi gruppi di studiosi in varie parti della Terra del Fuoco.

Nel 1995 si unì a Stephen Venables, John Roskelley, Jim Wickwire e Tim Macartney-Snape per salire il West Peak del Monte Sarmiento. In quell’occasione, per il forte vento, perse l’equilibrio su una cresta di ghiaccio, scivolò ma si fermò incastrando un braccio in una fessura del ghiaccio. Si lussò una spalla ma non precipitò.

Charlie Porter era ed è un pezzo del Capitan che ora starà sicuramente veleggiando verso località remote con la sua barca, sicuramente contro vento, sicuramente contro corrente (Ivo Ferrari)”.

Charlie Porter in una foto recente. Foto: Ralf Gantzhorn
Porter-charlie-courtesy Ralf Gantzhornpostato il 18 maggio 2014

Pubblicato il Lascia un commento

La via di Gian Piero Motti

Il 15 gennaio 1967 Paolo Armando ed io (che nelle vacanze di Natale avevamo salito in seconda invernale la via Ottoz-Viotto al Dente del Gigante) avevamo pernottato in una malga sotto l’Uja di Mondrone (Val di Lanzo). Mentre stavamo per partire, ecco che arrivano direttamente dal paese tre alpinisti torinesi: Ilio Pivano, Sergio Sacco e Gian Piero Motti. Io non conoscevo nessuno, solo Motti di nome, più che altro perché me ne aveva parlato Paolo. Paolo invece, torinese, li conosceva bene tutti e, come al solito, ne diffidava. Ma quella volta accettò di buon grado la loro compagnia, perché naturalmente, la meta era la stessa, la via di Guido Rossa alla parete nord dell’Uja di Mondrone. Dopo un’oretta eravamo all’attacco, e io iniziai per primo. Faceva un freddo siderale, ricordo alla fine della prima lunghezza, una “bollita” alle mani storica davvero. Ma poi prendemmo il ritmo e salimmo tutti e cinque fino in cima, arrivando al paese verso le otto di sera. All’osteria ci ripromettemmo di rivederci, cosa che avvenne solo il 2 luglio 1967, quando scalammo assieme sulla Parete dei Militi (Valle Stretta), la via Gervasutti di destra. Qualche giorno dopo ci fu lo storico tentativo di ripetizione della via Gervasutti alla parete est delle Grandes Jorasses (12 luglio 1967): tornammo indietro battuti da ripetute e pericolose scariche di sassi. Per rifarci scalammo, il 17, la via Ratti-Vitali alla Ovest dell’Aiguille Noire.

Gian Piero Motti sulla Rocca Nera di Caprie (Valle di Susa), via dei Tempi Antichi, 3 novembre 1982
Rocca Nera di Caprie (Valle di Susa), via dei Tempi Antichi, Gian Piero Motti, 3.11.1982Era anche tempo di grandi discorsi, chiacchierate infinite. Ovviamente parlavamo di alpinismo, e sarebbe troppo lungo riferirne, anche perché dovrei riportare le lettere che ci scrivevamo. Parlavamo soprattutto delle salite in programma, ma anche ci complimentavamo l’un l’altro per le ascensioni che intanto facevamo con altri. Poi volevamo scrivere la monografia sulla Torre Castello (Rocca Provenzale), cosa che poi in effetti facemmo. Come maschietti eravamo anche abbastanza arrapati, perciò i discorsi, specie in compagnia di altre persone, spesso avevano un senso decisamente unico… Naturalmente, passando gli anni, crescevamo e quindi tono e argomenti di discorso subirono grandi evoluzioni.

Che cosa rappresentava per noi una salita? Nei primi anni, prima dei Falliti, una salita per lui era l’azione, era il suo modo di realizzare la sua passione per la montagna, per la natura e per l’avventura. Più o meno allo stesso modo di tanti. In seguito, da una posizione di assoluto rifiuto dell’alpinismo, come di chi non ne vedesse più l’utilità, passò ad una graduale rivalutazione (e quindi a un forte riavvicinamento all’attività alpinistica) dell’idea di salire sportivamente e con difficoltà sulle montagne. Fu uno dei principali promotori del mito californiano, considerato un prezioso alleato per movimentare l’establishment del tempo. Qualunque cosa fosse «diversa» serviva per rompere il quadro precostituito in cui vedeva agitarsi la maggior parte degli alpinisti.

Negli anni Settanta questo volle dire il Nuovo Mattino. Gian Piero, affascinato dal pensiero californiano, ma anche dal più sperimentato real climbing inglese, fu uno dei principali interpreti della nuova Weltanschauung, più o meno in contemporanea con Patrick Cordier, con Ivan Guerini, con i Sassisti di Sondrio. In seguito, nel 1980, m’incoraggiò a dare corpo a queste nuove acquisizioni culturali e comportamentali tramite la stesura dei 100 Nuovi Mattini, una visione tutta italiana dei libri di Ken Wilson. Si parlava di free climbing e non sapevamo che questo fenomeno a noi così caro sarebbe andato a finire sul patibolo dell’arrampicata sportiva, come del resto ebbe il tempo di vedere anche Gian Piero. Tutto Arrampicare a Caprie verte su questo tema, la morte del Nuovo Mattino.

In definitiva l’alpinismo era per Motti un mezzo che ciascuno interpretava: per raggiungere l’illuminazione e la verità per alcuni, per altri un gioco al massacro, per altri un divertimento tipo hobby, per altri ancora una vera e propria dannazione. A ciascuno il suo alpinismo, ecco il suo ideale. Anche il suo ideale di vita era semplice: ciascuno doveva trovare il suo. E lo dimostrò intraprendendo la sua strada, con grande impegno, senza farsi distogliere dagli ideali degli altri o dai controlli della società. Così per lui stesso un’ascensione divenne il riproporsi cadenzato e metodico di un simbolo a tinte fortemente religiose, anche se non nel senso tradizionale del termine «religione». Era l’ascesi dell’anima verso Dio (ove per Dio s’intenda qualcosa di ben diverso dal Dio tradizionale, non solo cristiano).
Non ricordo quali fossero le sue letture preferite. Era però di sicuro abbastanza onnivoro: una cosa di cui sono certo è che aveva letto più di un libro di Sigmund Freud, cosa che secondo me, forse per inconscia contraddizione, lo spinse a intraprendere un cammino personale e psicologico molto simile a quello di Carl Gustav Jung.

Lavorava sui suoi scritti, oppure leggeva, sempre di pomeriggio, talvolta di sera, mai al mattino. Al mattino dormiva sempre fino alle 11 o anche oltre, perché diceva che i sogni «forti» vengono sempre e solo al mattino.

Gian Piero Motti in Sbarua (Pinerolo), 1a lunghezza della via Gervasutti, 19 marzo 1972
Sbarua (Pinerolo), via Gervasutti, 1a L, G.P.Motti,  19.3.1972L’aver letto una quantità smisurata di scritti d’alpinismo, non solo in italiano, è un riflesso del suo desiderio di indagine storica. L’indagine, più che storica, era semplicemente un’indagine. Gli storici (o meglio i cronisti) fino ad allora avevano registrato degli avvenimenti, magari polemizzando sulle performances (Rudatis, Preuss, ecc.), ma nessuno aveva mai scritto una «storia» dell’alpinismo tentando di attribuire agli avvenimenti un fine, un disegno, o magari semplicemente di definire delle espressioni di comportamento. Ecco perché indagine. Duecento anni di alpinismo la ponevano qualche domanda sul perché. Non bastava più Mallory a spiegarci che si va sui monti perché «sono là».

Passava da una profonda ammirazione per alcuni alpinisti, Giusto Gervasutti in particolare, alla dovuta considerazione per altri, in una scala assai variegata e complessa. Credo che leggere attentamente la sua Storia dell’Alpinismo c’insegni quanto lui leggesse per amore e quanto i suoi giudizi, a volte un po’ duri e controcorrente, fossero sinceri. In ogni caso non si soffermava mai solo sulle imprese, voleva sempre conoscere le motivazioni e le inseriva nel contesto storico. Come del resto fa qualunque vero storico che non sia proprio nella tradizione di Tacito. La Storia dell’Alpinismo non bisogna leggerla solo in chiave psicoanalitica: ci sono ricerche e annotazioni culturali e di ambientazione che esulano totalmente dall’ambito psicologico. Quello della chiave psicoanalitica risultò per molti il primo vero ostacolo alla lettura, a volte un rifiuto. I detrattori sbuffavano e urlavano al falso profeta maledetto e bugiardo; i sostenitori leggevano beati capendo il 50%; c’erano anche quelli che non capivano niente, facevano spallucce e giravano pagina.

postato il 5 maggio 2014

Gian Piero Motti sui massi delle Courbassere (Valle di Lanzo), 2 marzo 1980
Courbassere (Valle di Lanzo), 2.3.1980,  G.P.Motti