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Il primo bivacco

IL PRIMO BIVACCO
(marzo 1965)

Natale 1964. Ci sono tre giorni di festa, non per me che studio e quindi non ho problemi, ma per Gianni Calcagno che lavora come magazziniere e fattorino in un negozio di elettro­domestici.

Abbiamo progettato di andare nelle Marittime e di salire la via Campia al Corno Stella, prima invernale; e per il giorno do­po, se non bivaccheremo sul Corno, si potrebbe fare la Sud della Punta Piacenza. È già un’impresa d’inverno raggiungere il rifugio Bozano: se per caso le condizioni non fossero buone, potremmo dirottare sul rifugio Questa, relativamente più como­do, per poi andare a «sbattere” (lessico Calcagno) su qualche Est della Cresta Savoia. Neppure parlare di automobile. Quelli che ce l’hanno son tutti a sciare.

Il Pian del Valasco. Sullo sfondo, Testa delle Portette, Testa del Claus e Cima della Lausa
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È ancora buio e la stazione di Piazza Principe ci fa tristezza. Il vapore bian­co esce da sotto i vagoni. I nostri zaini sono enormi e pieni anche di tante cose abbastanza inutili; li ammassiamo vicino alla ritirata, già ostruita da altri bagagli e dalla gente. Non sem­bra qui dentro che sia festa, la più bella dell’anno.

Sebbene indossiamo calzoni di lana, maglione, calzettoni e scarponi, abbiamo ugualmente freddo, e non vediamo l’ora che questo viaggio deprimente finisca.

Oltre il Colle di Cadibona una fitta nebbia ci fa pensare che il tempo in montagna sia bello. E difatti a Cuneo ecco sole e cielo azzurro. La corriera dopo Valdieri ci lascia al bivio per S. Anna. Sempre a piedi a Tetti Gaina, dove finalmente possiamo calzare gli sci, perché la strada fino alle Terme di Val­dieri è tutta bianca. Non viene mai sgombrata; alle Terme d’in­verno non abita nessuno. Portare gli zaini con gli sci sopra ci aveva già sfiancati e su neve appena decente arriviamo verso le 13 al paesino abbandonato.

Dopo un brevissimo spuntino ci dirigiamo verso il rifugio Questa. La decisione di adottare il programma di riserva è det­tata dalla neve fresca che renderebbe la salita al Bozano troppo faticosa. Ma dopo appena 500 metri di cammino Gianni non può più proseguire: il tendine della coscia sinistra gli impedi­sce di spostare avanti la gamba. Dopo alcuni tentativi rinun­cia, perché ha un dolore insopportabile. Piuttosto abbattuti tor­niamo alle Terme per riposare. Dopo lunga ricerca entriamo in un fienile dove ci sistemiamo con tutte le comodità che ci sono possibili. C’è pure un pagliericcio. Il guasto alla gamba non si decide a ripararsi da solo e così andiamo ad arrampicare sui mas­si vicini. L’arrampicare infatti esige movimenti diversi dal cam­minare con gli sci e così Gianni cerca di sciogliersi, senza appa­rente risultato. Saliamo di malavoglia pochi metri e poi tornia­mo nel fienile a dormire. Appena saliti nel nostro covo, che ci accorgeremo dopo breve permanenza quanto sia ventilato, freddo e tutto sommato poco riposante, Gianni si sdraia sul pagliericcio. Naturalmente non abbiamo fornello, perché conta­vamo di raggiungere il rifugio e servirci della cucina a gas. Per­ciò niente di caldo, e mentre Gianni tenta con dolore di muo­vere la gamba, io mastico stentatamente pane e formaggio. Ci vestiamo con tutti gli indumenti, spegniamo il fuoco, acce­so in una vecchia casseruola. Dopo due ore di sonno, ci alziamo alle tre, per partire un’ora dopo. Fa molto freddo e per scal­darci cerchiamo di filare il più possibile. Ma la neve è pesante e così arriviamo al Pian del Valasco alle 8 circa. Quattro ore per quattrocento metri di dislivello scarsi. Ci sor­prende la nebbia sul lungo pianoro. A circa 1900 metri di quota, al cartello che indica la via per il rifugio Questa, nevica. Le spalle sono a pezzi, deglutiamo una coramina-glucosio.

La Real Casa di Caccia del Valasco, oggi rifugio
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Con l’intento di arrivare presto al rifugio tagliamo spaventosi pendii di neve fresca. Gli sci affondano e con innumerevoli voltate da fermo arriviamo in zone meno ripide. Mancano anco­ra 270 metri e il rifugio non si vede. Siamo ormai in piena bu­fera, con raffiche di vento prolungate. Pensiamo che di qui, se continua tutta la notte, domani non scenderemo più: troppo pericoloso per valanghe. E Gianni dopodomani mattina deve la­vorare.

Così, dietro-front. Penosamente scendiamo i pendii ripidi, senza grandi cadute. Arrivati al Pian del Valasco la situazione peggiora. D’estate qui c’è un gran prato, solcato da rigagnoli e paludi. Ora è tutto solchi di neve profondi, che noi dobbia­mo aggirare. Con la visibilità nulla la cosa non è facile e ci costa due o tre cadute nell’acqua. Al bianco della neve che confonde tutto si aggiungono i fori tappati del passamontagna. Alle 17.30 entriamo nella Real Casa di Caccia, per un breve riposo. Finito il pianoro, in discesa andrà meglio. Così ripartiamo alle 18, ma alle 18.45 siamo a cento metri, dico cento, dalla Casa. Sembra di sciare sulla colla, in un mondo di colla, pasto­sa e bianca. Sull’orlo del pianoro, cerchiamo la zona di neve sotto la quale c’è la carrozzabile, eppure prima di fare un passo occorrono tre alzate di sci, al buio pesto. Disseppellia­mo il muretto della strada, scaviamo una fossa, la copriamo con gli sci e con un telo di plastica. Il primo nostro bivacco. Tra brividi e sussulti, tra ansie e timori, le ore passano e alle tre metto il naso fuori. Gianni ha mangiato tutta la notte dalla ge­lida frutta sciroppata ai croccanti finocchi freschi. Ha smesso di nevicare, ma noi siamo fradici dalla sera prima. Alle quattro siamo già in moto, per reagire. La discesa è bestiale. Gli sci sono sotto di 20 centimetri, una viscosità pari penso sia diffi­cile trovarla. Nel tentativo di tagliare le curve della strada, a volte finiamo in vere e proprie voragini, da cui ci vuole l’aiuto dell’altro per tirarsi fuori. Tagliamo i valangosi pendii del ver­sante sud del Monte Matto e alle 11 siamo alle Terme, dove ci accoglie un po’ di sole. Gli sci affondano ora 25 centimetri ed occorrono dalle tre alle cinque alzate di gamba per ogni pas­so sui 6 chilometri fino a Tetti Gaina. Alle 17.30 vediamo una luce e dando fondo alle poche energie alle 18 ci buttiamo sulla panca di un’osteria a trangugiare tè e latte. In tre giorni non abbiamo bevuto niente a parte un po’ d’acqua di torrente.

Una truna realizzata a regola d’arte… un po’ diversa dalla nostra
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Il padrone ci porta in auto fino a Cuneo dove parte un tre­no per Fossano. Ma arriviamo con 5 minuti di ritardo, allora spingendo a fon­do, imprecando contro la polizia che ci ferma per gli abbaglian­ti, arriviamo alla Stazione di Mondovì alle 20.30, con la statale in pessime condizioni dopo le nevicate in tutta Italia. Il tre­no dovrebbe passare, proveniente da Fossano, alle 20.42. Ma c’è qualcosa di strano in questa stazione, troppo poco movi­mento. Sarà mica una linea secondaria? Difatti in un lampo mi ricordo che la stazione è un’altra. Il tipo gentilissimo che ci ha portati fin qui lo abbiamo salutato… Disperati usciamo in piaz­za, con zaini, sci, bastoncini e corde a tracolla. Fermiamo uno scongiurandolo di portarci alla stazione. Ma non ha porta-sci. Meno male che una 500, munita di quell’importante accesso­rio, ci imbarca, ma quando ingrana la marcia, sono già le 20.42. In stazione entriamo travolgenti, sbattendo gli sci in faccia a tutti. Vediamo un treno, sentiamo il fischio del capo, apro una porta, dentro sci e bastoni, dentro anch’io, Gianni mi getta la sua roba mentre già rincorre la carrozza; poi si afferra ad una ma­niglia e così appeso non riesce ad entrare, perché lo zaino e la corda lo buttano in fuori. Un militare ed io lo tiriamo a forza.

Chiudo la porta, appoggiandomi poi con le spalle. Sì, è il treno per Savona. E da lì speriamo in una coincidenza per Genova.

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La colonizzazione della montagna continua

Il CAI sezione di Cantù ha indetto un concorso per ideare il nuovo bivacco del CAI Cantù in località Hochjoch (Giogo Alto) sull’Ortles, a quota 3535 m. La nuova costruzione sostituirebbe quella attuale, vecchia di 42 anni.

La struttura chiamata Bivacco Città di Cantù si trova in località Giogo Alto, la selvaggia sella glaciale fra il Monte Zebrù e l’Ortles, circa 350 metri sotto la vetta di quest’ultimo. Il luogo è magnifico, in ambiente grandioso d’alta montagna.

Non è con particolare piacere che levo la mia voce discorde. Gli anni ’50, ’60 e anche ’70 sono stati particolarmente prolifici di bivacchi fissi, a memoria di scomparsi. Mi è dunque fastidioso esporre le mie ragioni, perché so di andare contro al sentimento comune, quello di associare una persona cara e in genere caduta in montagna a una costruzione, a sua “imperitura” memoria.

La mia discordanza è anche fastidiosa perché contesta la mentalità colonizzatrice della montagna che ha imperato per tutto questo tempo in Italia e presso le sezioni del CAI.

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Il Bivacco Città di Cantù fu eretto nel 1972 sui ruderi della Hochjoch Huette, a sua volta costruita nel 1901 e poi distrutta durante la Grande Guerra. E’ ricoperto in lamiera, di colore arancio, ha 9 posti ed è sempre aperto come ricovero di emergenza. Probabilmente 42 anni lo hanno duramente provato, forse non è più in grado di svolgere il suo compito. Non lo so.

Guardo alla motivazione della presidente, Marika Novati: «Abbiamo indetto il concorso in collaborazione con la Fondazione dell’Ordine degli Ingegneri di Como. Si tratta quindi di un Bando-Concorso vero e proprio, con assegnazione di un premio al vincitore, per la realizzazione di un bivacco bello nuovo. Ci sembra tra l’altro un’idea molto stimolante e vincente, soprattutto perché permette ai giovani progettisti di cimentarsi in una progettualità migliore».

Se davvero avessimo a cuore la “progettualità migliore” ci si cimenterebbe in esercizi assai diversi. Capisco che un architetto o un ingegnere in questa idea possano metterci il cuore, ma davvero non abbiamo alternative?

Perché non restaurare una vecchia baita, una chiesetta? Perché non riattare un vecchio sentiero abbandonato? Perché non esprimersi controllando, per esempio, che il corso di un torrente non sia stato cementificato e canalizzato alla faccia di tutte le burocratiche valutazioni d’impatto ambientale?

Forse che a questi oggetti trascurati non si può associare il nome CAI Cantù o altro?

ColonizzazioneMontagna-775925_resizeIl bivacco fisso Città di Cantù

No, sembra proprio che non possiamo fare a meno di riaffermare il dominio dell’uomo sulla montagna, di competere con la natura tramite la bellezza di un progetto: evidentemente il nuovo bivacco Gervasutti sotto alle Grandes Jorasses è piaciuto a tanti… la colonizzazione deve continuare!

ColonizzazioneMontagna-Bivacco-Gervasutti-Grandes-Jorasses-IMG_5463Il nuovo bivacco fisso Giusto Gervasutti, sotto alla parete est delle Grandes Jorasses

Non c’è alcuna necessità di smantellare. Il Giogo Alto potrebbe riacquistare la sua grandiosità e selvaggia solitudine anche se noi lasciassimo lì, alle intemperie, la testimonianza di un passato in cui la nuova leva alpinistica non crede più.

Lasciatemi dire che con questo concorso il CAI Cantù è completamente fuori dal tempo. E non è certo solo ad aver perso l’occasione di essere tra i primi sodalizi a mettere in pratica i principi del nuovo corso.