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Trekking nel passato

Trekking nel passato
(da La Parete, Zanichelli, 1982)

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogni costume, e pien d’ogni magagna,
perché non siete voi del mondo spersi
(
Dante Alighieri, Inferno XXXIII, 151-153)

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Quando partimmo da Roma per il K2 (1979), all’aeroporto incontrai Vincenzo, il cugi­no di due anni più vecchio di me con il quale tanto tempo avevo diviso nelle estati di Borgomaro. Ci eravamo persi di vista, non ero neppure andato al funerale di suo padre, il marinaio Romualdo Gandolfo, morto di infarto sul ponte della nave, lavorando. Tutta la vita aveva passata nel lavoro Romualdo, da quando ci raccontava come la madre lo facesse camminare facendogli vedere il pane e il bastone, come si fa con gli asini, fino a quando in tempo più recente, indossata una stinta canottiera blu e pantaloncini corti da campagna, i piedi in un paio di sandali, deviava l’acqua nei “bei” per dar da bere ai fagioli, ai pomidoro e all’insalata. Quella campagna dove Vincenzo e io, a volte con Domenico, l’altro fratello minore, e Milia, la madre, anda­vamo non si sa bene se a lavorare o a giocare, si chiama ancora oggi “i Barchei”. Divisa su tre o quattro terrazze di pietra, aveva un cuore, la vasca dell’acqua buia e profonda, spesso coperta di “piscia­bò”, un’erba acquatica molto comune nelle acque ferme. Un altro epicentro di interesse era la conigliera, dove otto o nove animali al nostro comparire smusettavano inquieti. Con Milia l’orto richiedeva lavori di normale amministrazione, ma quando c’era Romualdo si passava ad importanti imprese di fatica, tipo spaccare a duri colpi di cuneo metallico un vecchio ceppo di caco che ingombrava la “fa­scia”, oppure dissodare a zappa una fascia da tempo abbandonata. Quando c’era il padre, Vincenzo e Domenico erano molto più quieti, un occhio sempre fisso a quelle manacce potenti, che sembravano sempre voler dire “vegni cchi, ca’ te strosciu” (vieni qui ché ti spezzo). Io ero molto meno inibito, erano altre le mani che temevo, meno rudi forse ma pur sempre abbastanza nemiche. Spesso facevo colazione o merenda a casa loro, poco distante dalla nostra, nel “carùggiu” del paese. Il “cundiggiun” era la base per riempire di baccano e invadenza la loro piccola cucina: pomidoro tagliati a pezzi e lasciati per un po’ nel sale, poi annegati nell’olio di oliva, nell’origano e nell’aglio. In mancanza di questa leccornia, accompagnata al pane fresco, al mattino presto c’era la pizza, una pizza molto alta, soffice, con tanto pomodoro e molte olive. Accuratamente scartavo e davo ai gatti le acciughe salate, prima di prenderli per la coda e farli girare come pale d’elicottero e poi scagliarli lontano, massa di pelo e di artigli sfrigolanti: non capivo perché piacessero così tanto a tutti, con quelle spine che s’incastravano nei denti. Un gioco da molti preferito era la lotta, che spesso degene­rava in pestaggio. Vincenzo era più grosso di me, anche se non più forte: l’alleanza era quindi naturale, contro i vari Giuliano, Piero, Bruno, Mobilia (Giuseppe) e a volte contro il povero Dumé (Domeni­co) che oltre a prenderle dal padre, le prendeva anche dal fratello e dalla madre. Siccome era un po’ balbuziente, non mi ricordo di aver mai levato la mano per colpirlo anche se a volte certe sue cattiverie lo avrebbero meritato.

Borgomaro e il torrente Impero
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Quando poi mi accorsi che ero rimasto indietro, che ormai pochi pensavano più ai giochi, alle battaglie di castagne, di polvere e di merda, Vincenzo fu uno dei primi ad aprirmi gli occhi e a dirmi che c’erano altri giochi al mondo che prevedevano la partecipazione delle ragazze, fino ad allora esseri dimenticati, disprezzati. Quelle trecce e grembiuli rosa che in lunga fila ti precedevano all’uscita della scuola. Al massimo le avevo prese in considerazione solo per destinar loro doni ributtanti, come pacchetti ben confezionati con carta da dolce e fiocchi ricamati, ma pieni di cacca di cavallo, raccolta nelle stalle dove generalmente si prendevano a prestito le biciclette scassate di qualche contadino che quel giorno era andato a lavorare l’orto più vicino o dove la bicicletta non serviva. Sembrava si fosse innamorata di me la Piera, con la quale in effetti c’era sempre stata una certa simpatia e alla quale avevo sempre evitato di recapitare quel tipo di regalini. Questo perché ella pareva più educata e più bella ai miei occhi, poi era bionda e parlava italiano sempre, trascurando il dialetto. La que­stione dell’infatuazione si è scoperto in seguito essere stata tutta una montatura, messa in piedi da mia nonna che vedeva bene un matrimo­nio di suo nipote con la figlia del più ricco macellaio della vallata, e da sua madre che vedeva altrettanto bene l’unione della figlia con il rampollo della famiglia più nobile del paese, i miei nonni Amey. La madre di Piera, Evelina, era una brava donna che allora teneva anche una trattoria, proprio di fronte alla casa di Vincenzo: luogo di ritrovo e di chiacchiere che si distingueva dall’osteria vera e propria, situata sul “Cantu de mazzu” (il posto di maggio) e anch’essa tenuta da un mio prozio, Anacleto Merano, detto “Inacrò”, covo dei peggiori “ciuccattun” del paese e si distingueva dal “caffé”, situato invece in piazza della chiesa.

La parte orientale del “carùggiu“, vista dal Cantu de mazzu, proprio sotto casa mia
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Le rivelazioni di Vincenzo su ciò che, data la situazione, avrei dovuto intraprendere con Piera, mi avevano lasciato confuso. Presto per lo meno incominciai a uscire la sera, a fare lunghe passeggiate fino alla chiesuola di S. Giuseppe e magari oltre, fino al cimitero dove i maschi potevano fare mostra di coraggio notturno. Le passeggiate erano in gruppo misto, ciascuno aveva le sue simpatie segrete. Qualcu­no tirava fuori la sigaretta rubata alla mamma e il fiammifero da cucina e così si affiancava alla confidenza il segreto, alle simpatie il gioco e le scaramucce d’amore s’incrociavano sotto le stelle con lo sguardo puntato all’insù alla romantica caccia di stelle cadenti. C’era grande attesa per i balli che i vari paesi della vallata organizzavano in occasione della festa dei patroni. Lucinasco, Candeasco, Maro Castello, Aurigo, Ville S. Pietro, Ville S. Sebastiano, Santo Lazzaro, Santa Veronica, Conio e ancora altri più lontani. Era una bella scusa per camminare alla sera verso le luci di questa o quella pista danzante di terra battuta circondata dalle frasche. Alcune coppiette potevano ap­partarsi a loro agio, i genitori non sempre potevano essere presenti. Il ballo di Borgomaro era il 25 settembre e tutti avevano paura che piovesse. Alla mattina la gente del paese percorreva in lungo e in largo la “fiera”, i bambini cercavano di farsi regalare qualcosa ma i padri erano molto più intenti a valutare i prezzi di questa o quella nuova macchina agricola, per raccogliere le olive o per lavorare il vino, le madri invece indagavano sulla colorata esposizione di stoffe. Al pomeriggio alle 15, preceduta da antipatici accordi, l’orchestra iniziava il gran ballo. Tutti avevano vergogna a incominciare per primi così, alla luce del giorno, mentre le anziane del paese si erano già accaparrate i posti di osservazione migliori dai quali non si muovevano fino a che non fosse stato suonato l’ultimo tango, a mezzanotte e mezza passata. Così incominciava sempre qualche coppia di vecchiot­ti, mai marito e moglie: vecchi desideri e simpatie non ancora sopite che allegramente rivivevano i tempi o le marachelle passate, mentre tutti facevano finta di non sapere divertendosi proprio perché c’erano delle cose non dette. I bambini più piccoli presto invadevano la pista, rincorrendosi e gridando. Dopo un’ora era già richiesto il servizio d’ordine, cioè due dell’organizzazione, prestanti “zuenotti” del paese, che facevano girare due corde attorno al palo centrale così da costrin­gere le coppie, ormai danzanti gomito a gomito, a strascicare i piedi in senso orario. Ogni tanto giravano i fiaschi di vino e le teste si scaldavano di quel poco. Dopo cena le danze riprendevano, le luci illuminavano volti ormai caldi, occhi lucidi, sorrisi pieni di promesse, camicie non più bianche, scarpe di pelle un po’ impolverate, capelli un po’ unti e sudati. La brillantina, allora in auge, giocava ruoli impor­tanti nella presentazione maschile, assieme al nodo della cravatta. Pro­fumi piuttosto economici mettevano in mostra le bellezze più richieste della valle.

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Nel periodo di magra, quell’orrido intervallo di lunghi mesi e anni quando non si sa se baciare una ragazza si approssimi più al delitto o al dovere, quel periodo di transizione tra il bambino e l’adolescente, c’erano ancora altre nobili competizioni cavalleresche oltre al fumare di nascosto Camel o Nazionali Esportazioni con filtro. Mentre la lotta era ormai riservata ai bambini più piccoli e mentre le spedizioni al cimitero erano occupazione sempre più rara (le ragazze non si interessavano più all’eccitante spettacolo di vedere l’eroe che toccava tremando i cancelli) il bere vino, liquori, vermuth senza ubriacarsi troppo era invece di moda. Ogni tanto qualcuno trascende­va. Ma tutto sommato non era nulla di più di quando andavamo a rubare l’uva, strappando i grappoli con tali violente manate che tutto il filare quasi ne pativa, per poi ingozzarci con ingordigia di solfato di rame prima che di succo d’uva. Maria, la sorella di Evelina, era la grande amica di mia madre. Era una spilungona bruna, le piaceva fumare qualche sigaretta, faceva da barbiere a tutto il paese. Il suo negozio era proprio sotto casa nostra e spesso anch’io andavo a sentire le chiacchiere dei grandi, in un locale che sapeva di sapone da barba e di fumo. Non andava mai in campagna perché non poteva curvare la schiena: lo facevano ancora i suoi vecchi. Alla sera lei e mia madre facevano sempre quattro passi assieme, proprio come ai vecchi tempi prima della guerra. Mi ricordo di una vecchina, Giuseppina “’a Pattoia” che viveva con un figlioccio, Nando, in una piccola casa a metà di due portici: arrivavamo da Genova quasi sempre la sera, con impazienza misuravo la stazione delle corriere di Oneglia fino a che una bella motrice azzurra con il cartello Borgomaro non annunciava la partenza con il tipico suono bitonale che io imitavo sempre quando giocavo alle corriere. Allora mi tranquillizzavo un poco e aspettavo con il naso appiccicato al finestrino che passassero Pontedassio, Chiu­savecchia, Santo Lazzaro… Quasi al buio si arrivava a Borgomaro e, dopo aver aiutato a portar su le valige, correvo da Nando a sgranoc­chiar nocciole e a visitare, dopo un anno di separazione, la capra e l’asino. Accanto al fuoco raccontavo a loro tutte le mie avventure cittadine, gli studi, cosa faceva papà. Ci salutavamo quando era buio da un bel po’ e io avevo paura a tornare a casa, a salire le nere scale di lavagna, senza arrivare agli interruttori della luce.

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Qualsiasi tipo di pesca nel torrente Impero ci andava bene: gene­ralmente si pescava con la canna e l’amo ricoperto di mollica di pane, ma anche trappole per anguille avevamo costruito. Queste preferivano stare nei laghi e nelle pieghe del torrente che meno amavo: per chissà quale ragione mi facevano paura le zone d’acqua scura e quasi rico­perte da alberi che sporgevano sopra. Preferivo i cinque laghi oltre il paese. Il lago della Madonna era sormontato da un ponte romano, vicino al frantoio dei fratelli Tallone, miei cugini, i figli della zia Gianna alla quale rubavo regolarmente in negozio le caramelle per me e per i miei amici. Da quel ponte Vincenzo e altri coraggiosi si buttavano nel lago, un tuffo di almeno otto metri che non ho mai osato ripetere. L’ultimo era il Lago del Mulino, il più scuro e il più profondo: una volta dei parenti milanesi di Piero erano lì sdraiati a prendere il sole. Chiacchieravo piacevolmente con loro e, dopo essermi informato se quello più vicino all’acqua sapesse nuotare, con uno spintone lo spinsi giù. Precipitò con un urlo straziante, poi si mise ad annaspare, ma nessuno dei suoi amici era in grado di aiutarlo: impie­triti sugli scogli, non muovevano un dito. Io mi ero dato alla fuga, ma solo dopo qualche decina di metri realizzai il misfatto. Fortuna volle che mio padre non fosse distante a pescare; sentite le urla del disgra­ziato che s’inabissava, lasciò andare la canna in acqua e lo salvò da un annegamento sicuro.

La colpa di ciò che avevo fatto mi pesava, per un po’ ebbi paura di essere punito con atroci malattie: controllavo sem­pre il mio stato di salute, avevo paura prima o poi di essere colto da tetano o da difterite, ma non trascuravo leucemia, poliomelite e altre meno note.

Una sera martellavo delle capsule a petardo per pistola. Ero inten­to a ciò sulle piastrelle di gres del soggiorno. Il colpo era sempre forte, ma io volevo che lo sentissero anche da fuori, dal “carùggiu”, perciò sistemai sulla piastrella due capsule assieme. Vibrai una mazzata tre­menda e la botta fu tale da stordirmi. Spaventato mollai tutto, le orecchie mi fischiavano e neppure dopo un po’ il fastidio accennava a diminuire. Il giorno dopo avrei dovuto andare in gita con Maria e tutti gli altri a Lucinasco, a una festa con pranzo al sacco. La nonna mi aveva preparato i panini, la borraccia era vuota perché avrei dovuto riempirla a una certa fonte di acqua buona; anche gli scarponcini e lo zaino militare erano pronti. Ma la mattina alle cinque io non volevo partire, non avevo chiuso occhio, nessuno poteva tranquillizzarmi, pensavo che il fischio mi sarebbe durato per tutta la vita.

Lago e ponte della Madonna
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Mi convinsero ad andare, ché “tanto poi ti passa”. Prima si sale attraverso fasce abbandonate, regno di more e ginestre, poi su e su per fasce di olivo, senza mai incontrare acqua. Quasi a Lucinasco, circa a un’ora di cammino dalla partenza, c’è una sorgente con acqua fresca. Tutta la comitiva consumò qui in allegria il primo spuntino. Più tardi, ormai al sole, eravamo sdraiati su erba secca, in alcune fasce adibite a pascolo. A piccoli gruppi suonavano e cantavano, forse ero troppo piccolo ma il mio fischio non mi dava pace e le mosche continuavano a ronzarmi attorno. Svogliatamente mangiai i panini con il formaggio e con la “cima”, bevvi l’acqua della fonte, morsicai una o due pesche. L’allegria aumentava, intorno erano tutti più grandi di me, solo Maria ogni tanto mi rivolgeva la parola. Presto il vino venne sostituito dall’anisetta, un liquore dolciastro che io avevo assaggiato di nascosto in casa mia. Un giovane bello, in canottiera bianca, pantaloni azzurri e scarpe marroni di tela, aveva bevuto e cantato troppo e intorno lo incitavano a bere ancora e cantare di più; lui si rivolgeva alle ragazze, le quali sembravano apprezzare lo spettacolo. Presto divenne pallido, tremava in quel sole d’agosto terribile, nell’afa dei rutti trattenuti, delle voci roche ed ebbre. Poi piegato in due vomitò, sembrava che non dovesse più finire, fino ad accasciarsi come morto in mezzo al vomito. Arrivò poi il padre che energicamente lo sbatac­chiò di qua e di là, schiaffeggiandolo: “Ti l’è bevüa l’anisetta, porcu” diceva “oua ti a senti l’anisetta, schifusu!”. E lo sorreggeva per le braccia mentre questo ormai si vomitava addosso solo della bava violacea; le ingiurie, la violenza, la brutalità facevano sghignazzare i miei compagni di gita, ma non di vita. Mi sentivo così estraneo e così male da piangere. Avrei voluto scomparire o comunque interrompere quel feroce spettacolo: sentivo ancora risate e trilli argentini quando con il cuore in gola mi voltai indietro per vedere se qualcuno mi inseguiva. Ma nessuno badava a me. Arrivai a casa con gli occhi fuori dalle orbite. L’avevo fatta tutta di corsa e deliravo con la bava alla bocca: mi addormentai nell’incubo di orecchie fischianti e negli occhi avevo un sole leonino, implacabile quadro di panini bisunti al pomo­doro vomitati assieme al vino e all’anisetta, tra le ingiurie più selvagge e lo scherno esaltato di alcune belve ignoranti.

Lucinasco
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Da tempo non abitavo più nella casa di Borgomaro, bensì a due chilometri di distanza, in una villetta in mezzo alle vigne: la “Vi­gna” era proprietà di parenti e i miei avevano preferito affittare la casa bella e nostra non so più a chi. Da tempo Borgomaro non era più la meta delle nostre estati: neppure settembre ormai. La montagna esigeva che io mi dedicassi a lei e settembre era giusto il mese per realizzare in extremis ciò che non ero riuscito a fare in luglio e agosto. La mamma era morta, dopo una lunga malattia, e due anni dopo fu la volta della nonna. Io mi ero fatto una famiglia, distante. Potei seguire la malattia della nonna, ma con discontinuità: allora ero militare. La cerimonia nel cimitero fu breve, ma la perdita della nonna era grossa. Però in casi come questi si riconosce quanto in realtà si è veloci a ricostruire sui parenti che ci lasciano: pensavo già che con i soldi ricavati dalla vendita della casa di Borgomaro avrei potuto comprarmi la BMW, una berlina a lungo sospirata. L’appartamento intanto si era reso libero, perché la nonna nei periodi di convalescenza ci andava volentieri e a parte la fatica di fare le scale diceva che l’aria del paese, del suo paese, le faceva bene. Poco era cambiato: la cucina era sempre spaziosa, a sinistra c’era il focolare e la cucina a gas con una grande cappa; una grossa credenza con belle pentole di rame, la finestra con vicino i secchi dell’acqua di riserva, il lavandino dove tante volte la mamma mi aveva lavato. Sopra di questo la “moschie­ra”, un armadio a vista ricoperto di una fine rete di metallo. Ogni volta che entravo in casa assetato bevevo direttamente da tutti i secchi d’acqua, senza usare bicchiere. Una grossa sbarra tagliava in due la volta della cucina: era un sostegno per il muro e per il soffitto e lì avevo imparato a fare le capriole e le flessioni. Una porta metteva in comunicazione, accanto al tavolino dove si mangiava (ricordo alcune fantastiche scorpacciate di frittelle di mele), con il soggiorno, pure piastrellato in grès. Due finestre davano con le persiane verdi sul “carrugio”; era bello osservare la vita di sotto e sul “canto di maggio”, i primi tempi con l’aiuto di uno sgabello. Recentemente era stato costruito anche il gabinetto, prima c’era solo una latrina in fondo alle scale.

Borgomaro: casa mia era quella grande, a destra della chiesa
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C’era il letto della nonna, una bella credenza, un vetusto comò, un tavolo ottocento. Un’altra porta conduceva nella grande sala, regno di specchiere e di sofà, di tendoni e di consolle ricoperte di marmo. Peccato che delle quattro finestre tre fossero quasi sempre chiuse, come a dire che quella sala era legata ad altri tempi, quando la famiglia Amey aveva tanti figli e tante donne di servizio. In fondo a destra un’altra porta, con un gran letto matrimoniale. Lì avevo dormi­to con la mamma o con entrambi i genitori. In seguito mi trasferirono in un’altra stanza, che non era sullo stesso piano descritto, ma che faceva parte integrante della casa ed era situata sotto quella matrimo­niale. Nessuno si provò a distogliermi dall’idea di vendere: mio padre, chissà perché, condivideva appieno l’idea, tanto da portare con sé il giorno della vendita un esperto di antiquariato che giudicasse l’am­montare indicativo da richiedere all’acquirente (il fornaio del paese) per gli oggetti e i mobili che lasciavamo lì. Presi solo poche cose, senza sospettare ciò che sarebbe successo in seguito. Maria non era più quella furbetta di una volta: era invecchiata, mi sembrava più passiva, ormai il destino era quello. Milia negli ultimi tempi non andava più tanto d’accordo con la nonna e così non sentii il suo parere, Vincenzo e Domenico erano lontani sui mari, Romualdo gen­tilmente ci faceva bere il suo vino bianco. Mio padre, Nella e io ci sentivamo leggermente a disagio. Non sapevo perché. Solo ora vedo quale impietosa scure avesse diviso i due mondi. Nessuno trovò parola per suggerirmi di non vendere, in un paese nel quale ormai non sapevo se salutare con il voi, con il lei o con il tu. E quando finalmente ebbi le tasche piene di banconote da diecimila lire umide e attaccate una all’altra perché rimaste tanto tempo nascoste in qualche cantina, provavo quella soddisfazione che in seguito imparai a temere anche se non a rifuggire.

A 160 chilometri l’ora sulla via di ritorno per Genova non avevo tempo di pensare, godevo solo delle prestazioni della mia bella auto­mobile rossa. Ma la storia di quella casa non doveva finire lì. Spesso mi ci ritrovai, c’era qualche cambiamento ma non significativo. C’era­no però tombe al posto delle credenze, muri al posto di finestre, c’erano delle sparatorie, dei litigi e un tiro a segno sulla mia persona. A volte mi sembrava più grande, credetti che ci fossero altre due stanze, belle e riccamente ammobiliate, mentre la porta della stanza matrimoniale rimaneva ostinatamente chiusa e il viso della fornaia mi tormentava con un ghigno da strega e le mie mani puzzavano dell’u­mido dei suoi soldi fino a che una notte non ricevetti il bacio religioso e sacrale di mia nonna, proprio in cucina. Allora capii che dovevo riavere la mia casa e che il cammino sarebbe stato lungo.

Vincenzo nella mia memoria è un ragazzo di campagna forte, furbo, lavoratore. All’aeroporto di Fiumicino mi sembrò invecchiato più del giusto, però più cittadino e con l’accento leggermente roma­nesco. I discorsi suoi furono un vento ligure, appena una brezza benefica nel caos e nella fretta della nostra partenza. Grazie, Vincen­zo, di avermi telefonato quattro mesi prima. Ho avuto la possibilità di rivederti, dopo tanti anni, in un momento in cui la tua figura e tutto ciò che tu sei per me mi erano estremamente necessari. Rivedendo te mi sono rivisto anch’io. Non so se ti ho fatto molta festa ma un giorno tornerò, ti rivedrò e vorrò vivere una serata normale a casa tua e cercare ancora i vecchi tempi che non torneranno mai più.