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I massi della Valle di san Nicolò

I massi della Valle di san Nicolò
(dal mio diario)

4 agosto 1962. Paolo Baldi ha imparato ad arrampicare con il corso di roccia proprio su questi massi. Immersi tra bosco e prati, sono abbastanza facilmente raggiungibili da Pozza di Fassa e Méida. Andiamo presto di mattina e subito scaliamo il Masso 3 per la fessura della parete sud, abbastanza facile.

Poi passiamo ad altri massi, alcune dei quali non numerati, e la cosa va bene anche lì. Infine andiamo al Masso 4 dove sono alcune vie molto belle.

C’è un tetto, chiamato il Naso, che esce in fuori di mezzo metro. Se si cade si fa un volo di circa due metri sull’erba.

Paolo non v’è ancora riuscito, nonostante che gli istruttori lo avessero assicurato dall’alto. Ora ritenta slegato, e ce la fa. Tento io e lo supero con una stile e un’eleganza pietosi. Poi facciamo altre cose, più o meno difficili. In seguito rifaccio il Naso, mentre lui fa una traversata di tutto il Masso 4. Alle 11.30 ce ne torniamo verso casa a Soraga, dove arriviamo stanchi morti alle 12.15.

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16 agosto 1963. Parto alle 9.19 da Soraga e alle 10.05 sono al Masso 4. Prima di tutto mi rivolgo al panciuto spigolo nord-ovest (il Naso) e lo supero agevolmente. Nella mattinata lo farò altre due volte. Poi faccio la parete nord per il diedro di destra. Quindi riesco anche a fare lo spigolo sud-ovest, deviando però un po’ a destra. L’inizio di questo è certamente V grado. Poi salgo la parete sud. In quella arrivano dei ragazzi con il padre.

Con loro vado al Masso 3 e salgo la fessura della parete sud (più o meno III+). Dopo essere sceso tento lo spigolo sud-est, ma è troppo difficile.

Ci trasferiamo al Masso 2, dove cerco di salire per la parete sud. Ci riesco per una via molto a destra (credo si di IV grado). Dopo torniamo al Masso 4, in tempo per vedere arrivare delle persone che conosco, armate di tutto punto: Paolo Cutolo, Gianni Storchi e un altro, nonché il famoso Pio Baldi, cugino di Paolo. Questi cominciano a piantare chiodi dappertutto. Fanno il Naso direttamente e in artificiale: io mi prendo la libertà di usufruire delle loro staffe. Poi loro tentano la diretta a ovest, ma io sono costretto ad andare via. Mi porta a casa il papà di quei ragazzi di prima, loro sono di Lavagna (GE).

Esercitazione in artificiale “fai da te” sul Naso del Masso 4
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Nel pomeriggio però ritorno ancora là, assieme a Paolo Baldi e ci dirigiamo subito al Masso 1, dove io salgo la parete est (III): Paolo, con i suoi scarponi nuovi, tenta ma non ci riesce. Per il sentierino di discesa sono subito da lui, che non è molto in forma. Facciamo anche una traversata sulla parte destra della parete, abbastanza difficile e non pericolosa visto è a mezzo metro da terra. Poi io cerco di fare una via, certamente più difficile, sulla sinistra della parete est, lungo una serie di cengette orizzontali. Sarà un IV- ma, senza corda, ho paura e rinuncio. Poi passiamo al Masso 2, dove ci perdiamo in tentativi senza concludere niente. Lo stesso al Masso 3. Ritorniamo quindi al Masso 4, il più piccolo ma il più bello di tutti. Paolo, sempre gnecco, fa le cose più semplici, io rifaccio più o meno quello che avevo fatto al mattino. Intanto ecco di nuovo quei ragazzi di Lavagna, con il padre e la madre e pure lo zio. Aiuto il più piccolo a salire il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto con dei cordini legati assieme; poi faccio le altre due vie, facili, della parete nord, il Naso e anche un tetto sullo spigolo nord-est. Infine m’impegno sul giro del masso intero, tenendomi per tre quarti a metà parete e per il resto quasi in cima. Legando il cordino al Naso riesco a superarlo in artificiale dando spettacolo.

Masso 4, spigolo sud-ovest
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22 agosto 1963. Con la corriera delle 9.19 arrivo a Pozza. Da lì a piedi e poi, grazie al gentile passaggio di una Lambretta, arrivo al Masso 6, che è abbastanza distante dagli altri blocchi, l’1, il 2, il 3 e il 4 da me precedentemente visitati. Paolo mi ha parlato di uno spigolo che lui ha fatto con il corso di roccia l’anno scorso: mi ha detto che è molto bello e che sarebbe da rifare. Credo di riconoscere quello spigolo in quello a est. Naturalmente poi saprò che è l’ovest…

Intanto lo spigolo ovest lo faccio quasi tutto; poi lo ritento e questa volta arrivo in cima. Scendo per la via normale, che è un diedro vicinissimo allo spigolo ovest, sulla parete nord.

Quindi tento lo spigolo est, ma non arrivo neppure a metà e torno indietro, aiutandomi con dei cordini allacciati a uno spuntoncino. E’ troppo difficile. Questo mi fa sospettare che Paolo intendesse lo spigolo ovest. Al che me ne vado al Masso 1. Qui rifaccio la parete est, per la via normale di III. Poi mi rivolgo al Naso del Masso 4 e faccio delle esercitazioni in artificiale, con un solo chiodo e dei cordini.

26 agosto 1963. Con Paolo Baldi e Franco Fantini partiamo alle 14.24 e andiamo al Masso 6. Lì Paolo tenta lo spigolo ovest, ma senza riuscirci. Io invece lo faccio. Franco guarda e tenta anche lui di fare qualcosa. Poi io tento la parete nord, ma non ci riesco perché ho paura di impegolarmi e di non saper più scendere. Infine giriamo alla parete sud. Lì c’è una muraglia strapiombante, che Paolo ha visto fare al corso di roccia per dimostrazione. Il primo pezzo è una fessura strapiombante a tetto. Poi c’è una specie di terrazzino e poi la parete. Ebbene, con l’aiuto di un chiodo e di un cordino, raggiungo il terrazzino-piazzuola. Poi, con un salto, torno a terra.

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Ce ne andiamo al Masso 4. Qui c’è una compagnia di romani, tra i quali un certo Luca. Con lui cerco di fare in direttissima lo spigolo sud-ovest. Arriviamo quasi in cima con tre chiodi, ma alla fine devo rinunciare e lui anche: la difficoltà è troppa. Così poi, per recuperare i chiodi, Luca gira la corda a un albero in cima e io salgo con i nodi Prussik, sotto gli occhi estatici dei genitori di Paolo che intanto sono arrivati, della madre di Nicola Ricci e di altre signore anzianotte, mai viste e conosciute.

Levo due chiodi, i più alti. Il terzo lo leva Luca. Con la corda di Luca, Paolo e io insegniamo la manovra della corda doppia a Franco e Nicola, che se la cavano onorevolmente. Mentre Paolo fa le sue esercitazioni, io faccio fare a Franco il diedro di destra della parete nord, assicurandolo dall’alto. Poi faccio il classico Naso, per la prima volta senza aiutarmi con il ginocchio. Quindi mi trasferisco al Masso 1, dove c’è un sacco di gente che si allena. Lì, non assicurato, faccio sulla parete est quella via di cengette che il 16 non avevo avuto il coraggio di fare. Salgo anche la via normale della parete est senza una mano, con la sola destra.

8 luglio 1964. Vado un po’ ad allenarmi, ma non è lo scopo principale, che è invece quello di conoscere un po’ di gente per eventuali gite. Incontro Rino Rizzi, guida di Pera di Fassa, e parliamo di un po’ di tutto. Tra l’altro scopro anche l’ubicazione del Masso 5, fino ad oggi a me sconosciuto: però non è bello, dunque non credo che lo frequenterò molto.

Masso 6, spigolo ovest
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11 luglio 1964. Ho fatto conoscenza un po’ più approfondita con Paolo Cutolo di Roma. Lui, per mezzo di amici, mi ha fatto conoscere Antonio Bernard di Parma, che già conoscevo di vista. Si può dire che Antonio sia il re dei massi, Perché non c’è paretina che non abbia fatto. E non si creda sia solo un alpinista da roccette, anzi… Comunque facciamo subito amicizia e, visto che Paolo e io ce la caviamo piuttosto, ci porta sul diedro del Masso 2, parete nord. Lì ci sono un tre metri da fare in libera, ma pazzeschi. Li attacca e li fa bene, conoscendo gli appigli a memoria. Ci riesco anche io, dopo due o tre tentativi. Così siamo in cinque ad averla fatta: Aldo Gross, Toni Gross, Donato Zeni, Antonio Bernard e io… Poi mi dirigo al famoso (per me) spigoletto sud-ovest diretto del Masso 4, che l’anno scorso mi aveva fatto penare tanto. Quest’anno salgo benissimo, senza neppure pensarci. Con Antonio programmiamo di tornare qui nei prossimi giorni, lui è sicuro che posso fare tutto anche io, basta che mi muova articolando braccia e gambe in modo precedentemente studiato e con qualche trucchetto.

15 luglio 1964. Porto due ragazze Chiara Moltarello e Maria Rosaria (questa con il padre) a vedere come è fatta la roccia: vogliono infatti fare un corso di arrampicata. Chiara è molto appassionata, gli altri due sono solo curiosi.

Masso 6, spigolo est
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Questo però al mattino. Al pomeriggio ritorno a Pozza e m’incontro con Antonio Bernard, che lì ha una bellissima casa estiva. Lui ha tutta l’intenzione di dividere con me lo scettro di “re dei massi”. Infatti quel giorno riesco a fare in libera, sul masso non numerato vicino al numero 5, una via che nessuno aveva mai fatto! Adesso posso dar spettacolo davvero! I miei pezzi forti sono: Masso 2, parete nord; Masso 1, fessurina alla Dülfer centrale con prosecuzione diretta o con deviazione a destra su per una placca davvero liscia; Masso 4: parete ovest direttissima (che l’anno scorso neppure pensavo si potesse fare e che adesso so a memoria), parete ovest via di Sinistra (subito a destra del Naso), spigolo sud-ovest (salita e discesa, V+/VI-), spigolo sud-ovest diretto (questa via l’ho trovata io). Sono tutti passaggi al limite, che in parete non posso neppure sognare, ma che servono per fare le dita.

17 luglio 1964. C’incontriamo di mattina al Masso 4: Pietro Menozzi è il compagno di cordata di Antonio. Anche lui è di Parma e fa medicina. Naturalmente Antonio gli ha già detto del mio titolo di reuccio e a me “tocca” dare qualche saggio di merito. In compenso Pietro, avendo saputo delle mie gare di marcia, mi affibbierà il nomignolo di “Pamich”.

18 luglio 1964. Continuiamo i soliti esercizi, alla presenza di spettatori vari. Antonio mi confida la sua ammirazione per Paul Preuss e per il suo modo di andare in montagna. Tra l’altro lui si è già fatto la via Kiene alla Est del Catinaccio, solo e senza corda. Così decidiamo di fare qualche salita insieme ma slegati. Non so cosa ci sia preso a tutti e due. Per fortuna che poi non abbiamo mai messo in atto quel proposito. Io però ho fatto peggio, sono andato da solo, e per ben più che una volta, dando a credere a tutti, meno che ad Antonio e Pietro, di essere andato in compagnia.

24 luglio 1964. Con Pietro Menozzi e Sergio Caroli. Non ricordo neppure più cosa abbiamo fatto, senz’altro le solite acrobazie su due dita.

10 agosto 1964. Con Paolo Cutolo, Paolo Piazza e Franco Mangia. Niente da dire. La figlia del ministro Andreotti, Marilena, ha voluto cominciare ad arrampicare e noi l’abbiamo aiutata. Nel pomeriggio sono sempre là, con Alberto Poirè. C’è tantissima gente: lui non arrampica male, anche se è da ottobre che non tocca roccia.

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19 agosto 1964. Con Pio Baldi, Cesare Badaloni, Piero Badaloni, Imma Bossa, Franco Mangia, un tal Filippo e un altro ancora. Questa volta andato per fare imparare qualcosa ai due Badaloni e a Imma. Poi finisce che le solite acrobazie ci scappano sempre.

20 agosto 1964. Con Piero e Cesare Badaloni, Franco Mangia, Gianni Storchi, Francesco Bossa e un altro. Andiamo al Masso 6, dove non sono ancora stato quest’anno. Qui faccio con due chiodi (perché è bagnata) la parete nord. Mi seguono Piero e Franco, Piero assai male. Poi passiamo dall’altra parte e facciamo un po’ di artificiale.

26 agosto 1964. Questa giornata segna l’apoteosi (e anche la fine) delle mie esibizioni su questi massi. Eh sì, perché questa volta mentre sono al Masso 4 con Pietro Menozzi incontro tre soci della Sezione Ligure del CAI con i quali c’è una certa amicizia: Vittorio Pescia, Giorgio Noli e Gino Dellacasa. Non sto a raccontare per filo e per segno. Dirò solo che gli facevo vedere i vari passaggi e loro provavano, senza riuscire. E naturalmente giù le lodi più sperticate! Dopo il repertorio del Masso 4, passiamo a quello dell’1, ancora più sensazionale. Impossibile contare quante volte provano la famosa fessurina in Dülfer! Sono molto contento di questo, non perché ho piacere che vedano “quanto sono bravo”, ma perché Pescia, soprannominato Luci, è proprio il tipo che andrà a riferire in sede, a Genova, tuto quello che ha visto. In effetti lo farà. Questo servirà a far sì che tra gli amici del CAI di Genova io sia un po’ più considerato. Direte voi… questa è ambizione! E invece no, perché per me l’essere considerato in qualche cosa è ragione di vita: a scuola non sono un super-intelligent, in casa non posso dir nulla delle mie attività, con le ragazze valgo ben poco e cerco di evitare ogni cosa perché sono capace a niente. Almeno avere uno sfogo e non essere un fallito del tutto!

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Lo scempio del “parco giochi” boulder

La scorsa primavera su facebook sono circolate immagini tristemente esplicative di come si possa massacrare un bosco in nome di un’attività per nulla impattante come quella del bouldering.

Giustamente Giordano Mazzini ha definito i lavori per il terzo Gramitico “uno scempio perpetrato in Val Daone, la trasformazione di un bosco in un parco giochi per arrampicatori”.

Il Boulder Park è il primo intervento di Valdaonexperience (www.valdaonexperience.it), un piano pluriennale di sviluppo del turismo outdoor in Valle di Daone, per farne un riferimento per quanti amano lo sport nella natura – climbers, trekkers e bikers.
Nell’ambito di questo “progetto di sviluppo” della valle, nella primavera 2016 si è dato il via alla devastazione del bosco, con taglio alberi, spianamenti enormi, pulizia integrale dei sassi con idropulitrice, indicazione degli stessi con numeri e top con puntellamento di targhette metalliche. Ovvio il piazzamento di cartelloni e striscioni sponsor fissi, più il posizionamento di panche e tavoli nell’area.
Hanno praticamente reso irriconoscibile la zona per farla assomigliare a una palestra a cielo aperto.

GraMitico 2014, il boulder meeting in Valle di Daone
Tutto è nato con l’edizione del primo GraMitico, il raduno boulder che si è tenuto in Valle di Daone (TN) il 13 e 14 settembre 2014. Presenti i due grandi campioni Jacky Godoffe e Christian Core, l’evento radunò quasi 200 partecipanti.

L’edizione 2014 di GraMitico
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-2014-FotoAngeloDavorio-Daoneclimbing.com

Planetmountain riferì a suo tempo che “il meeting è stato l’occasione per fare conoscere ai tanti appassionati di questa giovane disciplina il nuovo Boulder Park voluto dalla Amministrazione Comunale di Daone in località Plana e realizzato grazie anche al sostegno finanziario della Comunità di Valle delle Giudicarie e del Consorzio Turistico Valle del Chiese.
In quest’angolo di foresta ai piedi della cascata di Lert, infatti, sono stati puliti una trentina di massi, è stato livellato il terreno alla base dei blocchi con trucioli di larice, si sono rimossi ostacoli pericolosi, tracciati sentieri di collegamento tra le diverse aree. Si è lavorato, insomma, per creare un’area attrezzata adatta ai tanti sportivi che solitamente praticano questa disciplina nelle sale boulder urbane e vogliono provare l’emozione di scalare su blocchi in granito; per accogliere le famiglie, anche con bambini; per avvicinare a questa pratica sportiva quanti ne sono affascinati incrementando le presenze turistiche con l’attenzione, però, a ridurne l’impatto sulla natura.

I blocchi di granito, il bosco, i ruscelli che scorrono ai piedi dei massi creano un ambiente di favola, un vero e proprio paradiso, ideale per una vacanza all’insegna dello sport nella natura. Il Boulder Park sarà completato nella prossima primavera con percorsi segnalati che porteranno grandi e piccoli a scoprire passo per passo tecniche, movimenti ed equilibri del muoversi sulla roccia. E, accanto a questi, saranno realizzati anche alcuni servizi come aree sosta, toilette, segnaletica in loco e in avvicinamento, perché l’area si caratterizzi quale punto di incontro e condivisione”.

GraMitico Valdaone 2015
Dal 11 al 12 luglio 2015 la Valle di Daone ha ospitato la seconda edizione di GraMitico, con la partecipazione di più di 400 climbers e la presenza di campioni come Marzio Nardi, Roberto Parisse e Roberta Longo.

L’evento è stato voluto dalla Pro Loco di Daone e dal Comitato Speed Rock in partnership con il Comune di Valdaone, promotore del progetto Valdaonexperience che si propone di “valorizzare” la valle e tutte le numerose attività che offre: “Vorremmo fare scoprire la bellezza del boulder nella natura a chi lo pratica nelle sale delle grandi città facendo scoprire il tocco del granito, l’aria fresca del bosco, la musica delle cascate”. Da qui la nascita del Boulder Park La Plana, in cui sono stati segnalati tre circuiti di blocchi con diverse difficoltà tra cui il Sentiero della Lince per i più piccoli. Negli intenti del progetto si vuole gradualmente creare un’area attrezzata con il doppio obiettivo di facilitare e incrementare la pratica ma allo stesso tempo ridurne l’impatto sulla natura, perciò sono state sistemate le aree di caduta per facilitare la posa dei crashpad ed eliminati gli ostacoli pericolosi in modo da rendere l’area accessibile a boulderisti di tutte le capacità ed età.

Il problema è che, a nostro avviso, quanto i boulderisti che praticano sono davvero rispettosi dell’ambiente, tanto lo spianamento e l’adattamento alle esigenze di sicurezza sono l’esatto contrario.

L’edizione 2015 di Gramitico
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Primavera 2016: confrontare con la foto sopra per il taglio degli alberi
ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone2016FotoMicheleGuarneri

GraMitico Valdaone 2016
La logica del progetto è ben riassunta in questa pagina:
http://www.valdaonexperience.it/boulder/arrampicata-x/boulder-park-la-plana/gramitico-2016/ in occasione del terzo Gramitico che si è tenuto il 2 e 3 luglio 2016. Ecco alcune affermazioni:

“Hai conosciuto il bouldering nelle sale indoor della tua città? Gramitico è l’occasione di scoprire la magia dell’arrampicata sui massi di granito tra abeti e cascate del nuovo Boulder Park della Foresta di Plana”.

ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-guida

Il Boulder Park è un vero parco giochi per gli appassionati dell’arrampicata boulder: decine di massi di stupendo granito sono stati puliti, il terreno livellato e liberato da ostacoli, tracciati sentieri nella foresta, segnati percorsi anche per principianti e bambini, arredate aree di sosta”.

E’ stata fatta accurata catalogazione dei massi, tutti di modeste dimensioni, non più alti di 3-4 metri. Attualmente vi sono 14 zone con circa 600 blocchi puliti e ben accessibili: Occhio d’Aquila, Plaz, La Plana, L’occhio del ciclope, Cascata, Curva Lago, Diciotto Dodici, Fiume, Subacqueo, Doss dei Aser, SS, Mr. Nice, Nudole.

Anche la terza edizione dell’evento è stata un successo. Alle 14 del 2 luglio il sole ha fatto finalmente capolino e si è fatto sentire scaldando in poche ore i blocchi del Boulder Park La Plana. Nel primo pomeriggio tutti i boulderisti si sono radunati al boulder park e, crash pad in spalla e magnesite alla mano, hanno iniziato a esplorare l’area e a mettersi alla prova sui sassi di granito che contraddistinguono il territorio.

La giornata è poi proseguita al campo base in località Limes dove gli iscritti a GraMitico hanno decretato i vincitori del contest The Magic Line 2016. Ad aggiudicarsi la vittoria è stato il duo Jenny Lavarda – Riccardo Vencato.

Il boulder meeting GraMitico si è confermato ulteriormente come occasione per avvicinare tutti all’arrampicata su blocchi in un contesto outdoor, spaziando tra top, beginner, no big, family e kids.

ScempioParcoGiochiBoulder-Gramitico+ValDaone-DAONEBoulder

Come viene ben spiegato in http://www.valdaonexperience.it/boulder/arrampicata-x/boulder-park-la-plana/, il Boulder Park la Plana, situato a 12 km da Daone, progressivamente si sta adeguando con lavori di adattamento alle famiglie e ai bambini, oltre che ai boulderisti, con l’obiettivo dichiarato di “incrementare le presenze turistiche con l’attenzione a ridurne l’impatto sulla natura”.

Dunque nuova segnaletica, un’idonea sentieristica, sistemazione della base blocchi così da rendere più facile e sicuro l’utilizzo delle attrezzature e tecniche di assicurazione anche per chi  è uscito poche volte dalle sale indoor o per chi è poco esperto; poi aree sosta, toilette, itinerari di collegamento tra i blocchi, tracciati con diverse difficoltà.

Le reazioni
Su facebook, chi maggiormente si dà da fare per difendere l’operato di ruspe e motoseghe è Angelo Davorio: “Già 10 anni fa la foresta era stata usata per il taglio legname, ma pochi se ne erano accorti… il Trentino vive di vendita legname che si voglia o no, resta cmq una fonte rinnovabile… Bisogna farsi un bel giro nel bosco, se il bosco è lasciato a se stesso fa schifo. Questa foto mi ricorda la prima foto della falesia di Lert alta dopo il taglio legna: i commenti erano “avete fatto un raduno di fuoristrada?“. Bene, dopo 6 anni che nessuno va a scalare là, basta andare a vedere come si è ripreso il bosco…”.

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Molti, tra i quali anche Stefano Tononi, sostengono che “C’è comunque modo e modo di attingere risorse dal bosco”. E Davorio ribatte: “Certo, ma dubito che la forestale che gestisce i boschi da sempre e conosce il territorio faccia le cose a cazzo… Io mi preoccuperei di più dei lavori da Pieve di Bono a Lardaro località Forti (svincolo Daone) per creare una bretella stradale, lì si che hanno disboscato e verrà sversato cemento a go go, ma in questo caso nessuna lamentela…”.

Ste Mont: “Sì, vabbè, alberi pluricentenari segati anche se ben distanziati, i medi doppi van bene lì dove stanno, un micro clima distrutto; al posto del fresco e ombra nel “bouder park” ci sarà la valle della morte… Sotto l’elefante è successo l’anno scorso e quest’anno… oleeeeeee!”.

Ribatte Davorio: “Dubito sui pluricentenari, nelle due guerre e durante i lavori era tutto pelato soprattutto la zona di Manon…”.

Il dialogo tra i due va poi nella direzione di andare a contare i cerchi dei tronchi, per capire se si tratta di alberi centenari.

Sistemazione a trucioli alla base dei massi
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Valdo Chilese conferma che altri alberi pluricentenari sono stati abbattuti in quantità, mentre Tommaso Brentari commenta la grandezza dei tronchi abbattuti e parcheggiati ancora in loco.

Stefano Punto a Capo: “Ho visto pure io la situazione, ma cosa vuoi farci è un anno che ne sono a conoscenza. Più di una volta ho espresso il mio parere e detto della condizione di sporcizia della zona causata dai loro cartelli, ecc., ecc.; ma solo belle parole e niente altro, vedrai che quando arriverà il momento in cui salterà fuori il cash per il raduno si attiveranno tutti per far piazza pulita prima dei soldi poi, forse, della merda lasciata lì da un anno a questa parte”.

Giulia Bertoloni: “E’ davvero molto triste, soprattutto nel tanto “ben dipinto” Trentino. Come dice Stefano Tononi ci sono modi e modi di utilizzare la risorsa bosco. Le risorse vanno utilizzate nel modo corretto e rispettoso dei microambienti e macro ambienti. Di sicuro questo scempio è stato fatto senza tenere conto di queste peculiarità dell’ambiente boschivo. Ehi, ma siamo in Italia, dove gli inceneritori vengono definiti ecologici! Povera Plana”.

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Manuele Gecchele: “Da conoscitore del mondo forestale e agricolo posso confermare che ormai gli alberi sono quasi oro e prima di effettuare dei tagli sono effettuate parecchie valutazioni… Soprattutto per zone particolari come la Val Daone… Supporto pure io il “non radere al suolo il bosco”, ma una corretta gestione della zona porta solo benefici… Ovviamente il tutto va sempre e comunque fatto nel rispetto della natura e dei suoi abitanti (che non siamo noi). A volte basterebbe piantarne tre di piccoli al posto di uno anziano… Come fanno in Svezia…”.

Ribatte Stefano Punto a Capo: “Quindi il fatto che io oggi passando ho trovato una plana disastrata, dove ci sono resti di rami, striscioni, sentieri impraticabili, e uno spiazzo che a voler vedere è pari al parcheggio delle auto disboscato… è stato frutto di parecchie valutazioni??? Io credo che le valutazioni siano state fatte più sul denaro che sulla salvaguardia del territorio. Il fatto che questa non sia casa nostra, non sia territorio nostro è un grosso errore perché io sono italiano e ho tutto il diritto di dimostrare il mio disappunto. Spero solo che quest’anno tutti i vari gruppi assidui frequentatori della valle si uniscano per cercare di trovare una soluzione accettabile e basta con questa è casa nostra e decidiamo noi”.

Per Valdo Chilese “la verità è che più lavori fanno più soldi prendono e del risultato non gliene sbatte un fico secco, anzi! L’importante è fatturare. Si tratti di alberi, roccia o acqua. La Plana oggi è lo specchio di questo modo di agire. Quando poi il sindaco dice che la valle è loro e che ne fanno quel che vogliono… beh, si commenta da sé il livello di culturale dell’amministrazione comunale”.

Tommaso Brentari: “Comunque sì, hanno esagerato… irriconoscibile…”.

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Giordano Mazzini: “Chi pulisce blocchi è molto rispettoso, c’è una forte etica.
Semplicemente, con fondi pubblici, certi personaggi hanno convinto l’amministrazione che bisogna avvicinare l’arrampicata in ambiente a quella in palestra, per attrarre gente.
Hanno completamente pulito con idropulitrice i blocchi, piazzato piastrine con i numeri sui blocchi, installato segnaletica, panche, tavoli, riempito di cartelloni degli sponsor e, cosa peggiore, disboscato ampiamente e senza logica per l’arrampicata (le foto mostrano una striscia 10×30 m di disboscamento). Non è più un bosco in una zona wilderness, ora è solo un parco giochi. Tutto ciò allontanerà gli arrampicatori, oltre a farli incazzare
”.

Pi Oelle fa una battuta: “Andiamo a farci i rave… ora che c’è spazio!”.

Alessandro Solero: “Non sono dell’ambiente boulderismo (quindi non so il vostro pensiero) però non mi sembra una cosa così grave…

Giordano Mazzini: “Lo è… Il bouldering è tra le attività meno impattanti in assoluto e chi dedica il proprio tempo per sé e per gli altri a pulire blocchi e aree mai farebbe una cosa del genere.
Qui stanno rovinando un luogo che è frequentato solamente da arrampicatori. Stanno spillando dei soldi per lo “sviluppo” di una zona che alla fine si ritroverà senza affluenza proprio per i lavori che stanno compiendo
”.

Alberto Ziggiotto: “Sono stato anch’io ieri, c’è stato molto sarcasmo e disprezzo da parte di tutti per i lavori svolti. A parole si scherzava ma in realtà ci faceva veramente schifo. Spero che dopo tre anni di questa politica siano arrivati un po’ di soldi di turisti boulderisti in più in valle. Se no, magari, sarebbe meglio cambiare politica”.

Più lapidari sono Serena Solai (“Sono sconcertata… uno schifo”), Alessio Conz (“Quando nel West iniziano a costruire ferrovie i pionieri si spostano”) e Andrea Gennari Daneri (“Una graMitica puttanata”).

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La via dell’iniziazione

Silvia Miotti, arrampicatrice, filosofa, scrittrice di testi teatrali, è figlia di Giuseppe Miotti e discendente illustre della dinastia delle guide Fiorelli da parte di madre.

Questa sua sentita testimonianza è un excursus che dai crucci, i dilemmi e le gioie iniziali che hanno caratterizzato la sua esperienza di scalatrice bambina, arriva fino al senso d’azione della sua generazione. Stati d’animo radicali, conflitti vinti e legami indissolubili verso colui che l’ha iniziata all’arrampicata, dietro il quale sta l’autorità della “figura paterna” – “con la quale è facile entrare in conflitto ma diventa molto difficile riavvicinare una volta che ci si è allontanati, come ebbe a dire Gian Piero Motti nella sua ultima monografia.

La prima scalata di Silvia (Sasso Remenno, ovvero “il viaggio sul ventre di una balena grigia”)
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La via dell’iniziazione

(dai primi crucci all’identità generazionale)
di Silvia Miotti
(dall’Annuario del CAAI 2013-2014)

L’approccio all’arrampicata
L’approccio al bouldering e all’arrampicata con mio padre è stato preceduto da un deciso rifiuto. Arrampicai la prima volta al Sasso Remenno da piccola a 4 anni e mezzo. Un’età bellissima… nella quale dimentichi quasi tutto e sei totalmente priva e al tempo stesso libera dal senso logico, specialmente se sei femmina. Per questo dimenticai in fretta anche l’arrampicata, che mi era sembrata più che altro un viaggio sul ventre di una balena grigia enorme e rovesciata, non so proprio perché. Seguirono altre sporadiche arrampicate, divertenti.

In seguito persi di vista mio padre che per un periodo di tempo piuttosto lungo fuggiva sulle “sue” montagne, nascondendomi l’amore che provava per loro. Mentre lui saliva e scendeva, incessantemente e mai sazio, io crescevo, con quella indifferenza volutamente calcolata degli adolescenti che cela in realtà l’opposto l’interesse verso ciò a cui ti opponi. Riponevo tutto ciò che riguardava la montagna nello stesso calderone, sia l’arrampicata che l’ambiente. Nemmeno mi piaceva la retorica della “vita all’aria aperta” che sentivo nei discorsi attorno a me.

Così mi dedicai a tutt’altro, seguendo un percorso solitario attraverso i più disparati generi letterari e musicali. Più tardi è arrivato il teatro, fondamentale per ciò che di me ha fatto affiorare, rivelando la mia diversità in rapporto all’ambiente in cui ero cresciuta, ma pure uno sport di squadra come la pallavolo o la danza tribale capoeira, una forma di lotta a ritmo di musica originaria dell’Africa, divertente per noi occidentali quanto terribile per il continente nero.

Silvia, “mai mollare”. “Maimollare” perché quel giorno, traversando sul Sentiero Roma, il papà ha capito di che razza di “coccio” fosse fatta la signorina.
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Con mio padre ci siamo incontrati di nuovo anni dopo e sempre nel “suo” territorio, quindi non certo ad armi pari, in un campo neutrale che mi avrebbe favorita.

Il mio ritorno verso l’arrampicata è stato prima di tutto un movimento contrario rispetto a ciò che avevo fuggito inizialmente: un ritornare alle mie radici, a mio padre prima di tutto e alla mia famiglia da parte di madre in seguito. A quanto pare, non potevo proprio evitare le montagne, le rocce e tutto quello che le riguardava: sentivo, ma ancora non lo capivo, che erano parte di me e che, per trovare una mia strada indipendente, avevo bisogno di sapere da dove arrivavo e, cosa ancora più difficile, “chi era” mio padre.

Ora, dopo aver saputo ed essermi appassionata alla storia dell’alpinismo e dell’arrampicata, dopo aver ascoltato storie della famiglia e aver visitato i luoghi di culto di mio padre, termine che non mi piace, ma probabilmente piacerebbe a lui, posso parlare con più consapevolezza del mio carattere e di come la sua figura è ai miei occhi cambiata.

La figura di mio padre
Mio padre è rimasto per moltissimi anni una “figura indecifrabile” che alimentava in me una specie di “segreta idolatria” nei suoi confronti e verso i suoi “rituali tecnici e montani”, coadiuvati dagli arnesi meccanici necessari ad assicurarsi e progredire sulla roccia, come chiodi e friends, dei quali non comprendevo affatto il funzionamento e che, ai miei occhi di bambina, apparivano come giocattoli fantascientifici, misteriosi e stranissimi.

Una delle caratteristiche dell’idolatria è il timore che incute la sua immagine autoritaria e l’attività idealizzata che ne deriva, unitamente al desiderio inconfessabile di “affrontare” l’idolo e i suoi rituali per ridimensionarli attraverso una conoscenza più approfondita.

Le montagne proiettavano un’ombra strana sulla mia crescita interiore: conoscevano mio padre meglio di me e questo ovviamente non mi piaceva. Forse le montagne persino mi angosciavano come figure di sue “amanti”: matrigne e custodi di un “femminino perverso” che rubava, a me femmina per giunta, le attenzioni che mi sarebbero spettate. Nello stesso tempo, desideravo “innalzarmi” anch’io, per qualche segreta strada ancora indefinita, emulando il movimento degli adepti della “setta” dell’arrampicata.

Popi e Silvia Miotti sul PizzoBadile
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Più che altro avrei imparato ad emulare, in maniera del tutto personale, le loro inquietudini, la loro voglia di novità, la curiosità mai appagata, veicolando questa ricerca esplorativa a modo mio. Ricordo di aver letto una frase che diceva: “Se vuoi andare verso l’infinito allora esplora il finito, ma in tutte le direzioni”. Così ho cercato di fare… e certo non sono neanche a metà del mio percorso.

Ogni volta che mio padre tornava dalle montagne era come se svuotasse lo zaino dalle sue pesanti inquietudini, ed io mi limitavo a raccogliere quello che Sisifo lasciava sbadatamente cadere troppo vicino a me.

Quelle inquietudini – che non ho ereditato da mia madre – hanno inevitabilmente contribuito a lasciare una traccia di “fragilità” nel mio carattere, che tuttora risente della “mancanza di curiosità” che caratterizza il desiderio di cercare, facendo prevalere l’irrequietezza che spinge con frenesia irrefrenabile alla conquista delle montagne. Non è del tutto negativo avere insite le inquietudini di un alpinista, ma non è neppure semplice conviverci e in particolare non lo è stato per me in passato.

Quando ho ricominciato ad arrampicare e a conoscere di conseguenza la storia e le storie di mio padre e della mia famiglia da parte materna molte cose sono andate al loro posto, ma solo dopo aver affrontato, legata a mio padre da seconda, numerosi e per me complicatissimi “diedri edipici” – e sottolineo edipici perché il legame “da seconda” aveva una valenza di dipendenza psicologica unita alla venerazione mista a timore che avevo per lui. In realtà mio padre non fu mai intransigente, mi obbligava semmai indirettamente, attraverso l’immagine che avevo di lui.

Seguirono altrettante più tranquille “placche junghiane” in cui il padre assumeva il ruolo di “vecchio saggio-maestro”. Ancora adesso ci sono parti del vissuto di mio padre che non mi sono chiare, ed è senz’altro giusto così.

Oggi capisco di più mio padre, provo come è naturale un grande affetto per lui e lo ringrazio per moltissimi insegnamenti che mi ha dato, anche se poi ho sempre cercato di imparare da sola.

Dovrei ringraziarlo proprio per avermi permesso un confronto così serrato, costante e implacabile con una personalità così diversa dalla mia e nello stesso tempo tanto importante per me. Ho arricchito il mio carattere di tantissime sfumature, che un domani mi saranno senz’altro d’aiuto.

Se è vero che dalle battaglie a cui si sopravvive si apprende sempre qualcosa, da questa la mia personalità è uscita arricchita e rafforzata grazie anche all’incontro con la “montagna vera” che ha forgiato, modificato, plasmato mio padre. Probabilmente, l’essere femmina e non maschio mi ha momentaneamente protetta da un raffronto ancor più duro.

Popi e Silvia sul Torrione Porro
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Il bouldering dei coetanei
Ma va fatta una premessa inerente il mondo nel quale mio padre si è formato e quello con il quale ha avuto a che fare, così diverso da quello dei miei coetanei che arrampicano. Credo che l’alpinismo, e poi l’arrampicata siano, da quando esistono, degli “sbocchi di sfogo” per quella naturale tendenza dell’uomo alla curiosità per il rischio e il pericolo. I primi che stabilirono le regole del “nuovo gioco” furono per certi versi fortunati e probabilmente appagati molto più dei praticanti di oggi, per via dei loro “impulsi di scoperta”, della “esposizione al rischio” e via dicendo. Alcuni furono veramente degli scopritori e probabilmente negli slanci di quelle persone trovava posto anche un desiderio autentico e non emulativo, permeato di “suggestioni spirituali”, di creatività e immaginazione…

Oggi suppongo non sia facile, entrare in contatto con questa originalità. D’altro canto è aumentato tantissimo il numero di persone che si possono dedicare al gioco del bouldering. Una volta erano pochi gli adepti perché non c’era la moda e, a meno che la convinzione non fosse al “cento per cento”, facilmente abbandonava chi non disponeva di mezzi economici adeguati. Ora, grazie alle attuali condizioni sociali, diventa molto più immediato l’approccio a questa pratica.

L’arrampicata ormai soddisfa una serie di esigenze “socialmente accettate” e condivise: il “ritorno alla natura” e alla vita, “all’aria aperta” con una dose calibrata di adrenalina che dovrebbe ridimensionare lo stress di una quotidianità sempre più “calcolata, predisposta e pressante”… “l’essere in forma” facendo uno sport che ti rafforza fisicamente… l’avere degli amici con i quali organizzare delle uscite divertenti in ambiente mite… il sentirsi “diversi dagli altri” praticando un’attività tutto sommato ancora originale”… e per necessità di diversificarsi dagli altri, conseguenza di una società che soffre sempre di più il confronto, la rivalità positiva e negativa. Questa è forse la motivazione più importante.

Silvia sulla via del Nonno (Mauri-Fiorelli), spigolo sud della Punta Torelli
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Una volta l’alpinismo era per pochi e l’arrampicata era considerata quasi una pratica antisociale o quantomeno non era considerata una convenzione sociale, si trattava di una “attività originale” riservata a pochi “personaggi originali”. Oggi, e in parte non possiamo che dirne male, è la stessa società a dirci che i “valori veicolati” dall’arrampicata sono buoni, mentre non è così per l’alpinismo, attività decisamente più complessa e meno immediata. Proprio la sua caratteristica di adattabilità sociale ha fatto sì che l’arrampicata sia stata indirizzata a “scopi educativi”, sfruttata a “fini economici”, raccontata nei libri con “scopi didattici” e via dicendo.

Questo non significa che non ci siano più originalità e avventura. Di sicuro ci sono ancora, ma secondo me a livelli molto diversi rispetto a tempi passati e lo stesso vale anche per moltissimi altri campi. Credo che molte attività umane, anche quelle nate con intento di rivoluzionare la società stessa partendo da un punto di vista totalmente nuovo, vengano facilmente assimilate e assorbite dal sistema collettivo e trasformate in oggetti parzialmente diversi da quelli iniziali.

L’arrampicata di oggi sta sicuramente dando il suo contributo per canalizzare in maniera più che positiva la voglia dell’uomo moderno di tornare a sentire, anche solo in minima parte, la spontaneità e l’aspetto selvaggio del mondo naturale.

Per ora è così, e chiedermi fino a che punto l’uomo si “potrà accontentare” mi sembra un quesito interessantissimo e intrigante al quale ora non saprei rispondere.

La mia filosofia dell’arrampicata
Per quanto riguarda la mia filosofia della arrampicata, non vorrei parlare di “sfida”, di ricerca del “mio limite”, di “emozioni forti”, forse neppure di “attaccamento viscerale” alla montagna, dal momento che la montagna mi piace molto, come però mi piace anche il mare. Andare in montagna è realmente avventuroso e regala “emozioni autentiche” solo per chi lo vive in “maniera totale” e certamente chi considera l’arrampicata la sua “ragione di vita” avrà altro da dire.

Personalmente ho arrampicato con differenti motivazioni. La più importante è stata di certo quella iniziale, che scaturiva dalla necessità di dare una risposta alle “mie inquietudini di eredità paterna”, ma a volte l’ho fatto anche solo per “sentirmi in forma”, cosa che non ho mai riscontrato in altri, per raggiungere una “condizione di benessere” in me stessa, divertendomi con chi lo faceva e facendo “qualcosa di nuovo” ma anche semplicemente imitando, forse per far semplicemente parte di un gruppo, come fanno tanti senza però ammetterlo a se stessi.

Silvia su Waiting List a Punta Fiorelli
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Boulderisti anziani
Al pensiero dei “boulderisti anziani” non associo ciò che “è ora” mio padre, più che altro immagino dei novantenni sui sassi che tutt’oggi non ho ancora visto e forse vedremo quando lui e i suoi amici lo saranno in futuro. Ora non parlerei di mio padre come di un boulderista “già anziano”, come non definirei in questo modo nessuno dei coetanei con i quali arrampica.

I boulderisti della sua generazione hanno un’età nella quale non mi posso immedesimare, dal momento che sono diventati dei simboli di riferimento per i più giovani, avendo avuto “il privilegio” di essere stati pionieri. Troppe cose sono comunque cambiate dal periodo storico da loro vissuto, al punto che ciascuno cerca di adeguarsi a suo modo in questo “passaggio epocale” per loro nuovo.

Anche per l’arrampicata sembra valere la divisione tra apocalittici e integrati: chi accetta il progresso e le sue conseguenze come un “fatto inevitabile”, cavalcando il flusso del cambiamento, e chi invece ne vede più che altro i pericoli e le degenerazioni rispetto ai tempi andati. Quell’Arcadia esistita, che purtroppo noi possiamo soltanto vivere nei ricordi e nelle fantasie di chi l’ha vissuta.

Postfazione
(a cura della redazione)
Scrivo a Popi per avere qualche foto di prima mano. Faccio riferimento all’articolo, uscito sull’Annuario dell’Accademico. Il 5 luglio 2015 mi risponde: “Ciao Sandro, da tempo ho smesso di aggiornarmi riguardo alle testate alpinistiche. Quindi non ho tutti i recenti numeri dell’Annuario del CAAI. Tanto meno so sempre bene quello che scrive la Silvia. Anzi… ma sei sicuro che sia lei? E di cosa tratta l’articolo? Puoi indicarmi il soggetto delle foto?“.

Lo rassicuro che non ci si può sbagliare. E’ lei. Gli mando il file con il testo. Il giorno dopo mi risponde: “Beh… conoscendola devo dire che mi ha fatto ridere e un po’ commuovere. L’ho sentita ieri e le ho chiesto dell’articolo. Come quasi sempre ha dato poca importanza alla cosa dicendo che sì, che si ricordava di una specie di lavoro che aveva fatto per Ivan Guerini, ma poi ha glissato e siamo andati a parlare del clima di Londra e altre cose. Lo scritto è bello e piace pure a me. A questo punto mi toccherà anche prendere l’Annuario dell’Accademico, anche perché fra un po’ rientra per le vacanze estive…“.