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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1 (1-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

Gli inizi. Montagna, studio, lavoro in cerca della propria strada. Da Genova a Milano.
“Studiandoti”, ho trovato numeri diversi riguardo alle tue prime ascensioni, 150, 250 o 500. Quante erano?
È vero. Diciamo che tutte e tre le cifre sono vere. Quella di 500 è vera se prendiamo in considerazione anche le ascensioni brevi, cioè tutte le vie che vanno dai tre, quattro tiri in su, non solo sulle Alpi, ma in giro per tutto il Sud, Sardegna, Sicilia: allora arriviamo a 500. Se consideri solo le prime ascensioni alpine, allora siamo sull’ordine delle 250. Se prendiamo quelle che hanno anche un “senso” alpinistico, non solo arrampicatorio, siamo a 150. Vedi tu…

Andiamo ai tuoi inizi. Da che famiglia vieni? C’era il “gene” alpinistico?
No, in casa mia non c’era alcun gene della montagna. Mio padre andava a funghi e basta… Però ti posso raccontare che è successo tutto d’improvviso: a sette anni, dopo aver passato un inverno brutto perché avevo fatto due bronco-polmoniti, ero stato parecchio a casa, il medico ha detto questo bambino va portato un po’ in montagna, perché fino ad allora eravamo solo sempre stati a casa di mia nonna in campagna. E quindi mi hanno portato in Valsugana. A 800 metri di altezza, un paese di nome Bieno. E lì dove ho visto il famoso tabellone escursionistico – è stata una rivelazione improvvisa, era il primo o secondo giorno dopo essere arrivati. Per me era tutto fantastico… Era stato fantastico il viaggio, non facevo distinzione tra montagna o i filari di pioppi in pianura; io non avevo mai visto la pianura in vita mia! Venivo dal mare, per me già la pianura era una cosa diversa… Poi Milano, la stazione di Milano… C’era come fondo questa capacità di meravigliarmi, di emozionarmi per le cose che vedevo. E quindi arrivati in questo paesino dove non conoscevo nessuno, accompagnando la mamma e la nonna a fare la spesa, c’era il tabellone dipinto a mano con i sentieri, le gite da fare. La prima cosa che feci, senza dire niente a nessuno, fu di tornare a casa, prendere un foglio bianco, le matite colorate; poi sono tornato di corsa – manco si sono accorti, quasi, che ero sparito – e ho copiato il tabellone, l’ho disegnato. Ce l’ho ancora, se vuoi te lo faccio vedere!

Con mia madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948. Foto: S. Del Boccio
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del Boccio

Da lì, i giorni dopo, ho cominciato a chiedere ai miei di fare delle gite – li portavo in giro io, stavo per fare 8 anni… Con la scusa di andare a prendere il burro alla malga dov’era più buono, dove costava meno. Poi facevo la raccolta delle cartoline, sempre in giro per paesi diversi per comprare le cartoline! E mi facevo delle gran camminate, da solo, ben inteso…

E scrivi che in quel momento avevi capito che questa sarebbe stata la tua vita…
Beh, non è che io in quei giorni ho firmato un contratto… Ma era così forte quella cosa: ero sicuro che avrei continuato a farla, solo, avrei anche cominciato a arrampicare. Avevo visto delle foto di gente che arrampicava, e questo mi aveva colpito. Quindi sono due cose legate. All’inizio salivo le frane, le frane di terra, se avessi perso l’equilibrio mi sarei ammazzato!

Dopo ho fatto un percorso non-classico, nel senso che andavo veramente da solo, autodidatta per almeno due anni. Sia da solo, sia con qualche pazzo come me che riuscivo a convincere ad andare…

(Rumori di sottofondo – “scusa, questo è il pane che si sta facendo…”.)

Quindi due anni nei quali andavo per conto mio e di nascosto. Di nascosto, perché i miei non volevano. Mio padre, quando si è accorto che avevo comprato dei chiodi e moschettoni, me li ha fatti riportare al negozio! Quando nel 1962 o ’63 andavo nelle palestrine di roccia vicino a Genova era sempre e solo di pomeriggio (in estate andavamo in Dolomiti, prima in Valsugana, poi nella Val di Fassa, ma lì era un altro discorso), ed era sempre di nascosto!

Avevo anche il materiale, tra cui la corda, arrivavo a casa al buio, magari alle 8 di sera e non potevo arrivare con la corda perché ufficialmente ero andato ad allenarmi a Cornigliano, lo stadio di Genova dove si faceva marcia e atletica.

Con mio padre Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980
A. Gogna e Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980

Allora dovevi imboscare la corda?
Qualche volta la lasciavo al compagno, qualche volta dovevo tenerla io, allora la mettevo in cantina ma lì tutta la notte rimaneva incustodita e io ero terrorizzato! Poi la recuperavo la mattina dopo, quando le cose erano più calme. Ma una volta o due, mi ricordo benissimo, l’ho lasciata al giornalaio, il giornalaio che era lì – “scusi, domattina passo a prendere, va bene se Le lascio questa borsa…?”! Dal giornalaio! Poi, finalmente, nel ‘64, ho fatto ‘sto corso di alpinismo e allora a quel punto le cose sono diventate ufficiali. Così ho avuto finalmente dei compagni, spesso più esperti di me. Perché questo era l’altro problema grosso: o andavo da solo o con compagni che non erano all’altezza… Magari erano come me, ma comunque erano impreparati. Si moriva in due piuttosto che da soli… E poi è anche successo, nel ’63, che il mio compagno Alberto Martinelli è caduto e si è spaccato un piede di brutto – tre mesi di gesso… L’ho raccontato di recente sul mio blog dove trovi sette, otto racconti di quei primi tempi. Ma andrò avanti perché ho un diario completo, ti farò vedere, ho cominciato a scriverlo nel ‘62 e fino al ‘66 sono andato avanti, poi basta. Dopo ho preso solo nota delle salite, ma il diario non l’ho più fatto.

Tuo padre cosa faceva di professione?
Aveva una ditta con i fratelli, era un grossista per macchine da scrivere e calcolatrici. Non c’erano i computer…

Forse da lì che arriva la voglia di scrivere! Comunque, scrivi che dopo il liceo sei andato in crisi…
Ma sai, la crisi era dovuta al fatto dello studio. Non avevo voglia di studiare! C’è stata una grossa delusione per aver seguito i consigli della nonna e aver fatto il liceo scientifico. Lei voleva che diventassi ingegnere. Io ci ho provato, ma francamente, guarda, non era il mio caso… Allora, nel ‘65, non potevi fare materie tipo lettere o filosofia (che era quello che io avrei voluto fare) se avevi fatto il liceo scientifico. Se non dando un esame integrativo di greco – di greco! – che avrei dovuto studiare l’estate, finita la maturità che c’era allora, che era una maturità bestiale in confronto a quella di adesso, non lo dico per dire, era molto, molto pesante… Io ho finito il 23 di luglio, sarei dovuto immediatamente partire con il greco per fare l’esame integrativo, altrimenti non entravo. Questo non lo potevo fare, io volevo andare in montagna, figurati. Così mi sono iscritto a ingegneria senza voglia di fare. Francamente sono andato avanti due anni senza far niente. Ecco la crisi da dove veniva. La crisi c’era perché io non sapevo bene cosa fare. E dopo due anni, insomma, ho capito: ingegneria niente e sono andato a fare legge. Però a quel punto, ormai… L’ho fatto solo per evitare il militare. Perché se tu eri iscritto a qualche facoltà non facevi il militare. Infatti ho fatto altri due anni di giurisprudenza, dopodiché ho detto basta, me ne frego e sono andato a fare il militare…! (Ride di gusto…)

Ornella Antonioli, Champoluc, novembre 1973
1973.11 Champoluc, O. Antonioli

Ma la tua passione per la storia dell’alpinismo, per lo scrivere, è già nata in quello stesso periodo?
Sempre della serie “se vuoi ti faccio vedere”: Ho lì una pila alta così di quaderni dove ho copiato le guide dei posti dove io volevo andare – Brenta, Monte Bianco, ecc. – copiate! Le fotocopie costavano troppo. Allora copiavo. A mano. E questo per dirti che avevo veramente voglia di sapere – più che di fare, di sapere. Cioè sapere per me era importante almeno uguale se non più importante del fare. È sempre stato così. E lo dimostra il fatto che passavo ore e ore a scrivere. Un conto era copiare, un conto era scrivere, cioè il diario, ma comunque scrivevo.

E quando sei riuscito a piazzare un primo tuo scritto?
Aldilà di qualcosa che forse avevo fatto sul bollettino del CAI-Sez. Ligure, la prima roba è stata dopo la Walker. Ho fatto la Walker da solo, ma anche lì la cosa è divertente: avevo deciso di farla da solo a gennaio-febbraio 1968. Dopodiché, immediatamente, ho cominciato a scrivere la storia dello sperone Walker…

Che poi sarebbe stato il tuo primo libro, vero?
Sì, lasciando in bianco il capitolo della solitaria non ancora fatta! E quindi quando poi l’ho fatta a luglio, è stato un attimo finire il libro, che poi mi ha stampato l’editore Tamari.

A Gino Buscaini avevi scritto una lettera per proporgli una collaborazione nella stesura delle guide CAI-TCI?
Era stato contemporaneamente, siamo sempre nell’estate del 68. Io avevo capito che non avrei mai fatto né l’ingegnere né l’avvocato, correvo sempre di più in montagna, e quindi mi stavo guardando intorno e avevo scritto a Buscaini, che allora era il responsabile per la collana e che invidiavo (pensavo, caspita, fa esattamente quello che vorrei fare io), molto timidamente gli avevo scritto una lettera in cui chiedevo se c’era modo di aiutarlo, di collaborare in qualche modo. La risposta è stata negativa, gentile ma negativa…

Ma in quel periodo avevi già intuito che avresti potuto vivere di alpinismo?
Ci stavo provando. Era una mia speranza…

Chi c’era che all’epoca faceva così, forse Bonatti, Mauri…?
Vabbè, Bonatti aveva già finito di fare l’alpinista, era diventato un bravissimo reporter, lavorava per Epoca: quindi Bonatti aveva dato l’esempio. Altri – sì, c’era Mauri, poi basta. Messner stava uscendo con dei libri, ma nel mondo italiano è arrivato un po’ dopo. Era il momento in cui io potevo uscire. Infatti è stato anche quello il motivo per cui alla fine del ‘68 mi sono trasferito qui a Milano, abbandonando Genova e dicendo ai miei “grazie per quello che avete fatto, ma adesso io devo trovare la mia strada, non voglio più pesare sulle vostre spalle, già ho fatto quattro anni in cui mi avete sopportato, ma io non voglio fare queste cose, non voglio diventare avvocato, non voglio diventare ingegnere, voglio andare in montagna e basta, e per fare questo me ne devo andare, vivere per conto mio, fare conferenze e vedere cosa succede”.

Alla fine sei poi rimasto a Milano per sempre…
Sì, da allora sono rimasto a Milano.

Giorgio Napolitano consegna il titolo di Ufficiale al merito della Repubblica a Bibiana Bibi Ferrari, 8 marzo 2011
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E poi hai sempre vissuto in un contesto molto urbano…
Molto urbano. Non è che ho bisogno della città… Non ho bisogno del contesto cittadino nella maniera più totale. L’unica cosa per cui sono rimasto a Milano è che in qualche modo non ho mai avuto l’opportunità di trasferirmi in montagna. Non ho mai avuto nessuno che mi regalasse una casa in montagna e le donne – ho fatto tre matrimoni – erano di Milano e quindi non è che si potesse andare chissà dove.

Ma erano legate alla montagna e alla campagna anche loro…
Certo che sì! Ma sai, la prima, Ornella, sapendo il tedesco lavorava alla Braun, la ditta dei rasoi, e quindi per un po’ di tempo è stata lì, poi abbiamo comprato una casa… Non è che puoi cambiare così, ci vogliono anche le opportunità, io queste opportunità non le ho mai avute.

(Telefonata con Guya, sulla spesa, “compra qualcosa di un po’ sfizioso, compra un buon Lagrein che a me piace tanto…” – si scherza sulla pronuncia che lui fa perfetto in tedesco.)

Le tre donne della vita + le due figlie.
Siamo rimasti alle donne…
Ah sì. Alle donne. Io non ho mai avuto questa opportunità di andare via.

Ti sarebbe piaciuto?
Sì. In linea teorica sì. Perché con la prima moglie, a un certo punto lei non lavorava più. Potevamo anche, non avevamo figli, potevamo muoverci. Però… Già la seconda è stato completamente diverso. La seconda… Abbiamo fatto le figlie, lei lavorava a Milano e lavora tutt’ora nello stesso posto. Per fortuna che guadagna molti più soldi di me… È diventata Ufficiale al Merito della Repubblica, “per aver contribuito con Relight Italia, azienda caratterizzata da uno staff di sole donne, alla tutela ambientale attraverso il recupero e il riciclaggio degli apparecchi elettrici ed elettronici”. Meno male che c’è lei, le figlie così possono studiare all’estero – ci vuole un sacco di soldi…

Elena e Petra, Vareina (Svizzera), agosto 1998
1998.08 Vareina, Elena e Petra

Già che siamo alle donne e alla famiglia: le figlie adesso quanti anni hanno?
24 e 22. Petra, la grande, in questo momento è a Berlino e sta facendo il corso B1 di tedesco. Ha già fatto A1 e A2, deve fare B1 e B2. Nel 2015 si è laureata in filosofia qui a Milano con 110 lode, adesso vuole fare un master in Germania o in Austria, o a Colonia o a Vienna, e quindi sta studiando il tedesco. Senza il B2 non ti accettano. Sono contento. L’altra si chiama Elena, sta facendo la tesi a Maastricht in scienze biologiche, fidanzata con Gilles, un ragazzo belga simpaticissimo che io adoro, sono contento anche per lei, molto.

Quindi, con la seconda moglie con il suo lavoro, ecc., non si poteva andare via da Milano… e la terza, anche lei, ha il suo ambulatorio veterinario – fine del discorso. In più, con la prima, per sei o sette anni avevamo affittato una casetta a Champoluc. Una casettina bella che si chiamava “Le fate nere”. Lì ho capito che sarebbe stato un problema vivere su. Perché? Innanzitutto perché non c’erano i mezzi che ci sono adesso, mail, internet, ecc.

Saresti stato comunque lontano da qualsiasi redazione…
Sì, c’era il telefono, però il telefono, insomma, era un po’ poco… Ci ho provato… Siamo anche rimasti un mese su… Ma dovevo muovermi, andare in giro, dovevo fare, ho capito che non si poteva. E’ vero, c’è stato un po’ di sofferenza perché francamente, la vita in via Volta qui a Milano, dove sono stato parecchi anni, poi in Corso Vercelli… peggio ancora, in pieno centro con i tram sotto alle finestre… un casino. Proprio la Milano più odiosa. La città odiosa. Invece dal 2010 siamo qui in Via Morimondo. Qui è un altro discorso. Da qui non mi tiri più via. Da qui andrò via rigido e orizzontale… Non c’è un rumore. È pieno di verde. L’aria, sì, certo, l’aria di Milano non è il massimo, ma restando dentro, tenendo chiuso, poi nei sabati e domenica vado sempre in giro, va bene così. Francamente,  basta con questa storia del dire “ah, se io qui, se io là…”.

Sono i casi della vita; poi una scelta implica delle rinunce e bisogna anche scendere a dei compromessi…
Esatto. Guarda, se me l’avessero regalata una casa in montagna – che ne so… Probabilmente sarei a Courmayeur… Però sarei stato contento? Chi lo sa. Non ci metto la mano sul fuoco.

Guya Spaziani, lago di Carezza, giugno 2011
Lago di Carezza, Guya

 

Tornando a queste tre donne che penso siano state, o meglio che sono, le donne importanti della tua vita, tutte e tre, potresti dare un “nome” ai tre periodi – quello con Ornella, poi con Bibi e oggi con Guya?
Diciamo che se provo adesso a fare un’analisi, cosa che non mi trovo fare tutti i giorni, in effetti, con Ornella è stato il primo periodo, mi sono sposato abbastanza presto, nel ‘71, avevo 25 anni, dopo tre anni che eravamo assieme. Con lei ho vissuto il periodo esaltante delle grandi scoperte; noi abbiamo fatto un viaggio che è durato un anno. Siamo partiti dall’Italia con 50 lire sul conto corrente – 50 lire sul conto corrente! Siamo partiti e siamo tornati dopo un anno, avendo vissuto un’avventura stupenda, con molta fortuna, perché oggi una cosa così con tutti i paesi che ci sono in guerra, così incasinati, non esci neanche. Anche se lo vuoi fare perché disprezzi il pericolo, non puoi comunque! Manca la possibilità di conoscere la gente, sei costretto a difenderti, non è che puoi andare in giro come vuoi. Per esempio l’Afghanistan è da scartare adesso. Ma anche il Pakistan è pericoloso. Ti fanno pena… Siamo impotenti di fronte a quello che il loro uso, il costume, ma loro dentro si stanno ribellando. Però non possono fare niente. Con in più il discorso dei talebani, ecc. Invece nel ‘74-‘75 è stato un periodo magnifico. E Ornella era stata prima di me in Afghanistan, nel ‘72, c’era ancora il re!

Vi invidio…
Sì, è stato bellissimo. Ne scriverò adesso. Ho un po’ di appunti. Sto facendo questo lavoro, non l’ho ancora fatto perché ero preso con i miei libri. Non le ho mai usate queste cose, neanche rilette.
Vabbè. Con la prima moglie è stato il periodo delle grandi scoperte sia dal punto di vista geografico, diciamo l’Oriente in generale, sia da quello di interessi culturali diversi. Perché tutto è partito dal fatto che Ornella conosceva abbastanza bene i tappeti. Amava i tappeti e li conosceva senza essere una fanatica, però si è fatta una piccola cultura di tappeti. Io di tappeti me ne sbattevo proprio nella maniera più totale. Ma arrivati in Iran – c’era lo scià, c’era ancora lo scià! – prima siamo andati un po’ in giro e lì ho capito cosa erano i tappeti. Mi sono appassionato anch’io. Per tutto il viaggio, Iran, Afghanistan – tappeti dappertutto, tant’è che abbiamo anche fatto un po’ di commercio, girato a casa qualche soldo, comprato qualche tappeto, qualcuno l’ho ancora, per fortuna. Quello lì è bellissimo – ma con il gatto preferisco tenerlo arrotolato… Lo tiro fuori solo nelle grandi occasioni – quelle due ore che ci sono gli ospiti e poi lo richiudiamo! Vabbè, lei è abbastanza brava che le unghie se le fa su quel cosettino bianco – che è proprio sul tappeto, tra parentesi…

L’inizio della ricerca interiore. E ancora le donne.
Comunque i tappeti sono stati la chiave d’ingresso a tutto il mondo orientale, che già mi aveva colpito molto nella mia prima spedizione alpinistica all’Annapurna del ‘73. Il mondo del buddhismo, dell’induismo, quello dello zen, mi stavo già un po’ interessando, ma molto così sai, in modo superficiale… invece in quel viaggio, e specialmente dopo, ho cominciato a interessarmi delle religioni orientali, della cultura orientale, un po’ anche dell’arte, e a quel punto c’è stata l’associazione mentale con il discorso analitico. Quindi, prima ho cominciato a leggere tutti i libri di Sigmund Freud, peraltro trovandoli di una noia mortale, ma me li sono letti comunque tutti, perché mi interessava l’argomento dei sogni. Dopodiché sono passato a Carl Gustav Jung e là mi si è aperto un mondo. Proprio un mondo completamente diverso. Sono andato avanti parecchi anni, per tutti gli anni ‘70 ancora e oltre. Ho fatto anche un’analisi con un signore stupendo.

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Ma come mai dall’Oriente all’analisi?
La storia dell’associazione: nel momento mi sono interessato alle religioni ho vagamente percepito che esisteva un inconscio. La parola “inconscio” la conoscevo già, ovviamente; ma la religione orientale, parliamo soprattutto del buddhismo, ti fa capire che c’è una parte di te che tu non conosci. L’inconscio è stato per me motivo di interesse. E che cosa nella cultura occidentale parla di inconscio? La psicanalisi. Non è che ci fossero altre discipline, era l’unica, è l’unica. Ci sono vari tipi di psicanalisi, però la classica è quella di Freud, poi pian pianino ho capito che c’erano delle differenze enormi e quella che più si apriva ai miei interessi era la disciplina di Jung. È la psicologia analitica. Oltre a quella, ovviamente, mi sono interessato anche a quelli che sono stati gli junghiani, ho letto avidamente e quindi ho fatto l’analisi io personalmente – mi si è aperto un mondo, perché improvvisamente ho capito che il mio agire come avevo fatto fino a qualche anno prima, il mio agire conscio e la mia volontà di fare determinate cose era nulla in confronto alla vita che avevo dentro. Ho dato molta attenzione ai sogni. Ho trascritto almeno 2000 sogni.

Insieme al mio analista, Lino Tosca, e provando un grande piacere ho fatto per qualche anno questo lavoro – non è che sono andato per curarmi – non avevo problemi, non mi sembrava di aver problemi di ordine nevrotico, non più degli altri. Era per puro piacere di ricerca personale, insomma. Tanto che negli ultimi tempi il Tosca mi aveva proposto di intraprendere la carriera di analista. Lì per lì pensavo “ma cosa sta dicendo questo”; invece poi mi ha un pochino convinto nel senso che effettivamente ero portato. Solo che anche lì ho trovato l’ostacolo burocratico. La prima volta era stato per lettere e filosofia; invece qui per fare i loro seminari allora c’era la regola che bisognava essere laureati di qualcosa. Cioè uno poteva essere laureato in economia-commercio e poteva farlo… Invece uno che non era laureato in economia-commercio, no, non poteva farlo. Una stronzata tale che io gli ho anche detto “scusi, mi sembra che questa stronzata non sia all’altezza dell’albo degli psicologi analitici, avete fatto una regola che fa schifo”. “Lei ha perfettamente ragione”. Sì, certo che avevo ragione, però non c’era niente da fare.

Come conciliavi questo interesse fortemente intellettuale con l’alpinismo “crudo e violento”?
Da una parte ho avuto un effettivo calo di prestazioni…

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… perché i tuoi anni più forti erano stati prima?
Sì, nel ‘68, ’69… fino al ‘74. Sono stati sette anni, contiamo anche il ‘67, va, perché anche lì ne ho fatte di cotte e di crude. Insomma, gli anni sono stati dal ‘67 al ‘74. Otto anni. Poi non è che ho smesso, però da una parte c’era questa consapevolezza dell’interiorità che ritenevo più importante delle realizzazioni esterne. Questa è stata sicuramente la motivazione numero uno. Poi c’è stata l’Annapurna dove ho perso mio cognato, ho perso due amici, Leo Cerruti e Miller Rava, allora ti chiedi se vale la pena. Insomma, ti chiedi “sei sicuro di quello che vuoi fare?”. La mia pietra di paragone era Messner. Era ovvio. Perché Messner già nel 1970 aveva fatto il versante Rupal del Nanga Parbat; quando l’ha fatto, io ho detto “questa cosa è sovraumana”, così sovraumana che neanche avevo voglia di inserirmi nella competizione per fare io qualche cosa del genere. Cioè ho capito subito che lui era il primo e che era giusto che fosse così – noi altri venivamo dopo. Questo è stato molto importante, devo dire. Il Nanga Parbat di Reinhold – con il quale ero in contatto, sono stato anche al funerale del fratello a Funes, funerale senza salma –, questo per me è stato rivelante. Non ho smesso di andare in quota – nel ‘75 ho fatto la spedizione al Lhotse che non era una passeggiata, nel ‘79 sono stato al K2 – cioè andavo, ma non era più come prima, quando io avevo l’obiettivo di essere il numero uno al mondo.

Presuntuoso!
Sì, sì, presuntuoso, ma modesto nel senso che non ho mai detto ad altri “io voglio”… Ma dentro di me, questo lo ammetto tranquillissimamente, l’obiettivo era quello. Che non ho raggiunto. Non l’ho raggiunto, ma ho trovato altre strade nel frattempo. Il mio obiettivo non era più quello lì. Era cambiato. E il cambiamento è avvenuto soprattutto durante il mio matrimonio con Ornella in cui ne sono successe di tutti i colori… Lasciamo perdere… Non è argomento di un’intervista per la rivista del Club Alpino Tedesco! Però questo è successo…

Ecco qui il significato della prima moglie, grosso innamoramento iniziale, delle grandi esperienze vissute assieme, anche perché lei aveva le stesse passioni che avevo io, vedevamo le cose nella stessa maniera, non facendo grandi cose ma lei era nell’ottica dell’avventura, anche della ricerca interiore. Questo è stato essenziale, devo ringraziarla per questo. E questa cosa è durata fino all’80, ‘82, lì è cambiato qualcosa, insomma io nel frattempo ho cominciato anche a lavorare in maniera più strutturata, abbiamo fondato le Edizioni Melograno assieme, si facevano dei libri, si lavorava. Però il fatto di non aver avuto figli da una parte ci ha tenuti insieme forse di più del necessario con l’ottica del dopo – c’erano altre donne, insomma – e quando nell’87 è arrivata la Bibi lì è cambiato tutto. A proposito di Bibi: con lei tutto diverso, Bibi non aveva questa profondità anche se aveva altre qualità, voglio dire, quella profondità che aveva Ornella. Lei zero, anzi, ben inserita nel mondo, nelle cose dell’apparenza, materiali, molta attenzione a quello che pensava la gente. Poi nel ‘90 è saltata fuori la storia dei figli, io avevo già 44 anni, figurati, chi ci pensava… Lei sì! Insomma non ha fatto fatica a convincermi e quindi nel ‘91 è nata la prima (e lì è cambiato tutto), è stata un’apertura al mondo. Ho pagato la mia discesa nell’interiore che ho fatto negli anni ‘70 e primi anni ‘80 con una discesa nel mondo esteriore, tramite i figli prima di tutto ma anche con un lavoro molto più aperto: avevo bisogno di lavorare, ho fatto due società, ho fondato poi Montana che è l’unica cosa buona che ho fatto – oggi fatturiamo 5 milioni. L’unica cosa buona, perché le altre sono fallite, chiuse, l’agenzia fotografica c’è, ma non faccio niente, c’è solo di nome, di Montana invece sono socio al 20 per cento, sono nel consiglio d’amministrazione. La società ha avuto un po’ di problemi gli ultimi due anni, ma adesso si è tirata fuori – sono contento di aver fatto Montana. Molto contento.

E poi, per tornare alla terza moglie, le cose sono completamente diverse ancora: lì siamo tornati alla semplicità. Un po’ ci voleva. Dopo l’esagerazione (quasi) dell’interiorità nel periodo con Ornella e l’esagerazione dell’esteriorità (quasi) con Bibi, bisognava un po’ trovare una soluzione.

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Una cosa che mi ha fatto molto male: Con Ornella ho fondato le Edizioni Melograno nell’82. Si lavorava, ma non c’è mai stato il decollo. Via Ornella, arrivata Bibi, nel ‘91 è nata la prima figlia, nel ‘94 la seconda. Combinazione: il ‘94 doveva essere l’anno del lancio al successo, perché finalmente sono riuscito a lavorare con un editore molto più grosso di noi per la collana I Grandi Spazi. Doveva essere la realizzazione alla quale io credevo – non aveva niente a che fare con la ricerca del destino, ma era autorealizzazione. L’assoluta volontà con la quale ho perseguito l’obiettivo per almeno due anni (nel ’94 e ’95), e anche dopo, mi ha allontanato dalla famiglia; con la scusa del lavoro mi sono letteralmente allontanato, ero sempre in giro, era come se non ci fossi. Questa era una cosa terribile che poi ha distrutto il matrimonio, sostanzialmente. Questa è la realtà. Non dovevo fare così. Eh sì…

Ma con Ornella come mai era finita? Hai scritto qualcosa della sbandata con la francese…
Scrivo da qualche parte della francese, veramente?

Certo che scrivi della francese! Niente di grave, ma l’hai accennato… Lo avrò sottolineato…  Scherzo. Ah, guarda qua: “Nel 1975 per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose e di declino totale”. Poi con Ornella siete partiti per il viaggio… Come mai quella sbandata? Nel senso che sembra un bel matrimonio di due che fanno mille cose…
No, no, guarda, le ho sempre messe una marea di corna, proprio… Una marea no, ma comunque un numero abbastanza significativo… Però quella lì mi ha fatto sbandare; ero coinvolto, questo era il problema, le altre volte no. Questa qui sì. E lei me l’ha fatta pagare in seguito… (Ride).

A un certo punto ovviamente Ornella se ne è accorta. Il fattaccio si era svolto in una settimana intensa. Ornella non era in Italia, poi quando è tornata è venuto fuori tutto, un casino bestiale. Al che – considera anche l’epoca del dopo ‘68, quando c’era anche questa cosa  del “parliamone”, ecc. – siamo andati tutti e tre al rifugio Ponti…

… Orrore… “a parlare”?
Sì, così, nella natura… guarda, è stata una cosa che… basta, meglio non dare particolari… Comunque questo era ai primi di agosto 1974. Poi non ci si vede per un po’… Lei abitava a Parigi, non è che l’avevo così vicina… Poi c’è stata un’ulteriore frequentazione sulle Alpi Liguri, fino a che siamo arrivati ai primi di settembre, dove dopo un bellissimo weekend passato assieme, ecc., siamo arrivati a guardarci in faccia e dire “non è possibile”. A parte che anche lei era sposata con un bambino… Quindi con la morte nel cuore, ma abbiamo detto basta. Però sempre con la domanda “sto facendo bene?”, “siamo sicuri?”, “sarebbe bello vedersi ogni tanto”… Passa ottobre nel casino più totale. Poi viene fuori questo progetto con Ornella di partire per l’Asia. Quindi io in quattro e quattr’otto compro un furgone Volkswagen e lo attrezzo un po’ spartano, poi verso i primi di dicembre partiamo. Partiamo e stiamo via dieci mesi. Durante ho fatto anche la spedizione al Lhotse, in questo periodo di due mesi e mezzo il furgone è rimasto a Kathmandu in un garage e Ornella è tornata a casa con l’Hercules che ha portato la spedizione.

… E dove c’è la francese, in tutto questo…
Aspetta! Siamo ai primi di giugno 1975, lei è tornata a Kathmandu e pian pianino abbiamo cominciato il nostro ritorno. Ci siamo fermati di qua e di là – in Ladakh per esempio, che era appena stato aperto, era stupendo. Peccato che un giorno dopo essere partiti da Kathmandu la povera Ornella si è beccata un’infezione alimentare dove poteva lasciarci la pelle, ma veramente. Nel momento poi in cui stavamo attraversando la pianura indiana, eravamo a 48 gradi – il massimo… Era dietro, stesa, mi ha detto “tu guida veloce, andiamo in Ladakh, in alto starò meglio”. Siamo stati in Ladakh, si è ripresa, abbiamo preso le pulci, abbiamo girato ancora, tornati al nostro furgone, facciamo altri giri, a un certo punto arriviamo a Peshawar. Peshawar da lì abbiamo preso una corriera, per andare leggeri, a Chitral. Il viaggio a Chitral dura due giorni di bus. E la tappa di notte la fai in un paesino che si chiama Dir. Questo Dir è uno dei posti più dimenticati da Dio, è veramente un posto pazzesco, io non ho mai visto un posto islamico così “rough”, rude; oggi ovviamente una delle capitali dei Talebani. Già allora la donna era vista come diavolo che cammina, gli uomini erano tutti armati… Guarda… Quindi eravamo lì in quel paese che facevamo lo struscio nella via più importante di Dir in mezzo a 3000, 4000, 5000 persone, barbuti… In quel momento alzo l’occhio…

… e c’è la francese che gira per Dir…

(Fa un segno affermativo con la testa e cominciamo a ridere come di matti tutti e due…)

Ornella non voleva crederci… era il suo incubo tutte le notti…! Com’è che diceva la francese? “Les yeux sont mon capital…” Cazzo, non ho mai visto degli sguardi così… Che occhi, che capitale! Anche il sotto, il telaio…

Anch’io non ci volevo credere. Per fortuna era insieme a un francese, in dieci mesi lei aveva fatto conoscenza con il più grande traghettatore di turisti francesi e non in Sahara, il Piero Ravà gallico, si chiamava Pierre Jaunet… E lui ha ceduto a questo “capitale”, si sono messi insieme e poi sempre sono rimasti insieme, a fare viaggi con i clienti. Pensa che oggi lei è mancata…

Che imbarazzo… Trovarci lì… Stiamo faticosamente cercando di tirarci fuori dall’annegamento nel mare, e questo mare ti raggiunge in spiaggia e vieni ributtato in mare… È così.

… e dopo siete annegati?
Questo era solo l’inizio della lunga storia, ci è voluto ancora parecchio… Finché siamo annegati…

L’ambiente e Mountain Wilderness. Libertà e storia come altri temi.
Apriamo un altro capitolo importante, quello dell’ambiente e quindi anche di Mountain Wilderness.
Il discorso dell’ambiente non mi ha interessato prestissimo. Anch’io vedevo gli scempi, vedevo le cose brutte, ma la domanda era: cosa possiamo fare? E quindi non me ne sono occupato, anche perché c’era dentro di me l’altro interesse, quello dell’esplorazione interiore. Sull’inconscio mio, sull’inconscio collettivo di Jung, ero assorbito da quelle cose, mi piaceva proprio. L’idea di difendere l’ambiente lì per lì non l’ho presa in considerazione. Quando però nell’87, novembre, fu fatta l’assemblea a Biella per la fondazione di un’associazione che poi sarebbe stata chiamata Mountain Wilderness, sono stato uno di quelli che da subito hanno aderito, hanno lavorato, l’abbiamo creata noi in quel momento. I fondatori erano di vari paesi, c’era qualcuno dell’Argentina, c’era Hillary, Messner, poi Goedeke dalla Germania, Bonington, vari francesi, era veramente internazionale.

Diciamo che colui che ha avuto l’idea era stato Carlo Alberto Pinelli; essendo un accademico, si è fatto aiutare dal Club Alpino Accademico Italiano. E quindi hanno fatto una specie di commissione e hanno steso una lettera a tutti questi personaggi chiedendo se erano interessati a un movimento di opinioni e di fatti per la salvaguardia dell’ambiente della montagna di tutto il mondo. Io ho ricevuto questa missiva e ho risposto di sì e così mi sono trovato anch’io a Biella. A Biella c’era mezzo mondo, c’erano 2000 persone. E quell’assemblea ha eletto i primi 21 garanti internazionali e io ero uno di questi.

Dopo è stata fondata anche Mountain Wilderness Italia, ne sono diventato segretario, ci ho lavorato, ho preso anche qualche soldino, il lavoro è stato veramente pesante. Dopo che sono andato via io, nessuno ha più fatto quel lavoro, anche perché il tempo dell’associazionismo sarebbe finito proprio in quegli anni ‘93-’94. Figurati che il WWF nel ‘88-‘89 aveva 500.000 soci in Italia, adesso se ne ha 300.000 è tanto! Lo stesso tutte le altre associazioni.

Comunque è un tema di cui ti occupi tanto anche oggi, per esempio nel tuo blog?
Sì. Diciamo che dal punto di vista interiore, il mio interesse rimane sempre quello che ti ho spiegato. La ricerca interiore. Ma di quello se ne può parlare ogni tanto, sai. Non è che ne puoi parlare tanto in giro. Ci sono delle cose – non dico che non si possono dire, però vedo che la gente fa fatica. Se trovi qualcuno che è disposto, è un conto. Ma da così a parlarne spesso non ha tanto senso. L’ho fatto una, due volte, c’è un post che parla di questo, lì ho dovuto lottare con qualche cosa che dentro di me diceva “stai zitto, stai zitto che è meglio”. Il post si intitola La pervicace ricerca del proprio destino. Quello è fondamentale. Sono due puntate. La fondamentale è la seconda. Però anche la prima ha il suo peso, diciamo che è la parte più comprensibile. Quell’argomento per me è sempre il number one. Ma nel blog ne parlo meno, me ne occupo meno rispetto agli altri. Le altre due cose che rimangono sono l’ambiente e la libertà. Che sono due temi enormi. Libertà nel senso dell’essere libero di fare quello che hai scelto di fare, ma che gli altri ti possono impedire o che tu stesso ti impedisci. Quindi libertà in questo senso. È un tema che comprende un sacco di altre tematiche inferiori. Queste sono le due cose che mi interessano di più. Oltre alla storia, sempre, la storia dell’alpinismo, che mi piace molto, curiosità, anche lì ho scritto adesso – anzi te lo regalo, ho scritto questo libro qui su cordate famose di guide e clienti.

(Segue uno scherzoso scambio di lui con il gatto che reclama il suo pasto in anticipo, poi tra noi due sulle guide, figura molto familiare a me…)
Dicevamo, sì, i due temi sono questi, ambiente e libertà, e puoi aggiungere anche la storia.

Il rapporto con il mondo delle guide.
Già che ci siamo, parliamo un attimo della “guida”. Tu sei guida, hai mai praticato il mestiere?
No, io ho praticato assai poco il lavoro classico di guida, nel senso che ho accompagnato ben poche persone – diciamo che due mani mi bastano per dire quante volte sono andato con dei clienti! Ma in realtà il titolo di guida l’ho usato parecchio per altri tipi di lavoro, cioè quelli dei corsi aziendali di formazione. Formazione aziendale che prevedeva dei momenti outdoor – calate, ferrate, ecc. Ne ho fatti parecchi.

(Arriva Guya – porta la spesa e del vento fresco, si mettono a prendersi in giro… Interrompiamo.)

Eravamo alle guide. Hai dovuto fare tutta la formazione come oggi?
Era completamente diverso. È stata una cosa abbastanza travagliata. Sono diventato aspirante guida nell’80. Dopo i tre corsi regolari di roccia, ghiaccio e sci. Dopodiché sono passati tre anni in cui ho esercitato un po’ e poi nel 1983 mi sono iscritto ai corsi per diventare guida. Ho fatto un corso, quello di scialpinismo. Lo scialpinismo però è il mio punto debole nel senso che non scio benissimo, non ci sono portato, uno ce l’ha nel suo DNA certe cose – io questo no, pur essendomi anche applicato, ho raggiunto il livello per diventare aspirante, non è che non so sciare, però ho vari punti deboli. Siccome in quell’anno io ho quasi litigato, o meglio già tre anni prima avevo già quasi litigato, con il direttore del corso (non ero tanto d’accordo con lui), in poche parole non sono riuscito a passare questo corso di scialpinismo per guida, provocando anche il disagio di molti colleghi, di gente che si chiedeva perché. Questo era nel 1983. Passano 12 anni (ride), 12 anni!, arriviamo nel ‘95 e una legge regionale impone alle guide di mettere ordine nel proprio albo. Io ero nell’albo degli aspiranti guide. Quindi essendo nell’albo degli aspiranti guide da troppo tempo – fatto sta che ero insieme ad altre 36, 37 persone in questa condizione “io ero intra color, che stan sospesi” per dirla con Dante. Ci hanno fatto fare un corso che è durato tre giorni e hanno promosso tutti! Tutti! E quindi sono diventato guida senza fare i corsi per diventare guida! Hai capito? Ne ho fatto uno, quello di scialpinismo, e anche male! Roccia e ghiaccio? Mai fatti… Questo era nel ‘95, da allora io sono guida a tutti gli effetti, ho fatto gli aggiornamenti ogni tre anni, quest’anno dovrò andare a farlo ancora. Questa è una storia abbastanza divertente…

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Ma il tuo rapporto con quel mondo com’è?
Il mio rapporto con quel mondo è un rapporto di odio e amore. Tanto io già nel ‘72 ero accademico del CAI. Diventando aspirante guida, praticamente mi hanno buttato fuori dal CAAI (Club Alpino Accademico Italiano), perché una guida non poteva essere accademico , cioè non mi hanno buttato fuori ma mi hanno messo su una lista a parte. Potevo andare alle loro riunioni ma senza diritto di voto. E come me c’erano tanti altri. Quindi aver dovuto rinunciare all’accademico – per carità, non è importante, ma dal punto di vista del significato di far parte dell’Accademico, sicuramente io con i miei pensieri, con il mio modo di andare in montagna ero più vicino al mondo degli accademici che non a quello delle guide. Quindi dover rinunciare a quello degli accademici, insomma, mi dispiaceva. Perché l’ho fatto? Perché ritenevo comunque che le guide fossero in una condizione per la quale bisognava collaborare, per aiutarli a migliorare la loro condizione in Italia. In altri paesi la situazione è completamente diversa. Ma qui in Italia la gente vede la guida ancora con la pipa in bocca, se sanno cos’è… se vuoi, non la distinguono dall’Alpino. Sto esagerando, ma non più di tanto. Quindi dentro di me mi dicevo “questi ragazzi che diventano guide (e oltre tutto è proprio difficile diventare guida – perché i corsi dalla fine degli anni ‘70 sono veramente diventati difficili) secondo me meritano di più, ci vuole una maggiore valorizzazione di questa figura”. Comunque la guida alpina ha detto molto nella storia dell’alpinismo e anche oggi dovrebbe continuare a dire molto. Specialmente in un tempo in cui la responsabilità di chi va in montagna è cresciuta così tanto e il rischio di avere poi anche problemi giuridici penali per l’incidente sono cresciuti notevolmente: già negli anni ‘80 era così, adesso non ne parliamo. Io che mi occupo di comunicazione, che penso di saper scrivere meglio degli altri, magari posso dare una mano. Questa era un po’ la mia mission. Cosa che si è scontrata immediatamente con la parte più grezza e gretta delle guide – con quella mentalità di “noi portiamo la gente in montagna, chi è guida senza portare la gente in montagna è un cittadino…” Questo era negli anni ‘80 ma è ancora un po’ così, anche se adesso ci sono molte guide cittadine. Rispetto a prima è diverso, però un po’ si sente.

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Poi, come per tutti gli organismi (se ci sono delle cose che non vanno bene e che andrebbero messe a posto), è difficile, è difficile fare una critica, mi sono scontrato più volte. Adesso faccio parte del consiglio nazionale, sono riuscito a farmi eleggere, qualcuno ci crede (mentre non sono riuscito a entrare nel consiglio del Collegio Guide della Lombardia, ed è meglio così, così almeno faccio meglio l’altro compito). Diciamo che ci sono dei problemi che probabilmente in Germania non ci sono. Soprattutto partendo dal fatto che in Italia ci sono degli istruttori CAI che tolgono molto lavoro alla guida. Non è che possiamo ribellarci, è la legge. Bisognerà trovare pian pianino un compromesso. Oltretutto ci sono anche degli istruttori che lo fanno per conto loro e questo è veramente illegale. Sono pochi, ma ci sono. Questo però ha poco a che fare con la mia critica costruttiva alle guide. Una delle cose che dovrebbero fare le guide è dire “come gruppo rinunciamo all’eliski perché riteniamo sia un’attività non consona alla mission della guida alpina”. Che poi qualche guida possa anche accettare il lavoro di questo genere, per me è una responsabilità del singolo. Non è vietato. Però dal punto di vista del gruppo sarebbe bello che ci fosse una presa di posizione di questo genere. E quindi io adesso sto lavorando sotto sotto, ho creato un forum, vorrei riuscire pian pianino a contarci, a vedere quelli che potrebbero alzare la mano e dire “ma insomma, veramente, prendiamo posizione”. Sarebbe bello, ma non è facile.

Ma guarda che sarà difficile, se penso al Club Alpino Svizzero… nelle sue posizioni secondo me è diventato meno “ambientale” e più “commerciale”…
Ah bene, anche voi ci tradite… no, quello no! Comunque io difficilmente mollo l’osso. Quindi speriamo che possa andare avanti questa storia, perché poi ho anche detto: “Se domani il parlamento italiano o qualche regione decidesse che l’eliski è vietato (cosa che non succede, ma se succedesse…) io sarei il primo a non essere contento. Sarei scontento di questo. Perché ottenere quello che vuoi tramite un divieto è la cosa più negativa che ci possa essere, invece che ottenerla tramite la convinzione. Se la maggioranza si esprimesse e dicesse no, allora mi andrebbe bene. Ma che questo avvenga tramite un divieto, mi metterei dalla parte opposta, ma veramente! Questo è importante da capire, perché se non c’è un processo culturale ma solo un altro no, allora domani ti vietano anche l’alpinismo perché è un’attività pericolosa… Questo è quello che sto cercando di fare con le guide. Cercare di migliorare la loro immagine tramite la loro evoluzione culturale, che devo dire è molto lenta.

Sigmund Freud
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Il rapporto con l’alpinismo moderno e il lavoro oggi. Il “Gogna blog”.
Ti sei scelto un campo di battaglia difficile… Invece l’alpinismo di oggi, lo segui sempre, sei uno dei pochi…
… vecchi…

Vecchi, ok, l’hai detto tu, che sanno cosa vuol dire – cioè non solo segui, ma capisci! E a differenza di un Messner li sostieni anche.
Con Reinhold c’è stata anche una mezza discussione su questo…

(… interruzione per “la solita aspirante modella” che sbaglia porta per il casting e suona, risate…)

Lui aveva detto che l’alpinismo è finito con Bonatti e con lui… A me sembrava veramente una stupidata, lì ho pensato “devo assolutamente dire qualcosa”. Allora ho scritto che l’alpinismo c’è ancora e come, ci sono dei giovani che fanno delle cose meravigliose, lo stesso Messner è dentro il Piolet d’Or e sa bene cosa vuol dire essere nominato al Piolet d’Or e cosa vuol dire fare delle salite fantastiche e completamente fuori dell’immaginazione anche di soli 20 anni fa. Aldilà, oltre, ma oltre, oltre, oltre! Il fatto che l’altro giorno Alex Honnold e Colin Haley abbiano finalmente completato la traversata delle montagne del Cerro Torre, che avevano già fatto l’anno scorso, tra l’altro, arrivando a due tiri (due tiri!) sotto la cima, è straordinario. Ma io mi ritrovo a pensare “ma allora, se l’hanno fatto due volte, è quasi una roba normale, hai capito? Non è una roba che uno dice “cosa hanno fatto?”. No, questi fanno un’impresa che sono in grado di ripetere l’anno dopo tranquillamente in 24 ore! Cioè fino a sei, sette anni fa ci mettevano cinque, sei giorni – lo stesso Haley con Rolando Garibotti. E poi ci sono quelli che magari dicono, questo non è mica un alpinista, scala solo in Yosemite – sì, abbiamo visto – ha fatto la traversata del Fitz Roy con nientedimeno che Caldwell, e quest’anno e l’anno scorso questa traversata di queste quattro guglie, Cerro Standhardt, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Se tu non vedi questo, sei cieco. Ma veramente. Non diciamo che l’alpinismo è finito. Poi era anche un po’ ridicolo perché guarda che Bonatti aveva detto la stessa cosa nel ‘68 – ah beh, si è visto… State zitti, dai… Quando ci vuole, ci vuole. Infatti si sono ben guardati dal mettersi a litigare con me su questa cosa. Indifendibile.

Carl Gustav Jung
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A parte questo, con Messner che rapporti hai?
Ottimi. Ma non vuol dire che adesso non posso dire come la vedo io… Mi sono per esempio anche permesso di criticarlo sul come aveva scritto sul Cerro Torre. Tu puoi benissimo scrivere un libro sul Torre, sulla vicenda di Maestri ecc., per carità. Ma fai una cosa seria! Non che tu cominci a dire due cose nelle prime due righe e poi le ripeti uguale in fondo avendo dimostrato niente. Questo non mi piace, questo è fucilare le persone. Poi, che tu abbia ragione non lo discuto neanche, può darsi benissimo che Maestri non sia arrivato in cima, anch’io dentro di me sospetto che non sia arrivato in cima, ma non puoi affermarlo così, non va bene. Mi ha risposto, gentilmente, rimanendo della sua idea. Amici come prima…

Tu puoi, io non posso… Come giornalista nella sua lista nera non posso…
Comunque, il discorso era nato con l’essere informato sulla cronaca, eh beh, la risposta è sì, io sono al corrente della cronaca. Cerco di esserlo, difficilmente scrivo sul blog qualche cosa di cronaca perché ci sono già altri che lo fanno, e bene, come Planetmountain: non mi va di essere in concorrenza con loro, sono molto più rapidi di me, non voglio competere. Sarebbe assurdo se mi mettessi a scrivere le stesse cose. Poi non ho le capacità di scriverne il giorno dopo, io ho bisogno di un attimo di tempo per approfondimenti, non mi va di fare l’articolo con le notizie dell’ANSA.

Parlando del tuo lavoro di ogg: perché lavori ancora?
Il mio lavoro è non pagato, molto semplicemente!

Ma perché ti piace continuare? Nel senso che alla tua età potresti fare il pensionato!
Pensionato che non ha una pensione… Comunque ci ho pure pensato. Non lo faccio perché se vuoi mi sento più giovane di quanto sono, dentro di me non ho 70 anni, ne ho molti di meno, soprattutto provo delle emozioni, ci sono delle cose che mi spingono a scrivere. I problemi sono soprattutto quelli che ti ho detto prima, cioè la libertà, l’ambiente: se vuoi, mettici pure la gestione di certi enti, tipo il soccorso alpino, tipo le scuole d’alpinismo per esempio. Su questi enti ho fatto degli articoli pesanti di critica e anche di accusa come vengono gestiti in Italia, all’estero non ho idea, i miei limiti sono questi. Il giorno che avrò una redazione con qualcuno che mi traduce istantaneamente in inglese o in tedesco quello che io scrivo in italiano, sarò solo contento. Ma questo non c’è ora, e quindi mi limito ai problemi italiani. E i problemi italiani sono questi qua. Abbiamo il CAI che fa acqua da tutte le parti, per il tipo di gestione molto, molto burocratica. In questo ambiente prendono corpo gestioni condotte al limite del legale e oltre. Non sono molti casi, ma sono significativi. Però devo provarlo, e ci stiamo provando.La lotta è lunga e dura. Speriamo adesso che a maggio prossimo venga eletto Vincenzo Torti come nuovo presidente con il quale ho un buon feeling e con il quale penso si potrebbe fare un bel lavoro. Fa parte del futuro… Il presente è al contrario molto molto scuro. Non ci siamo. La gente mormora… chi è dentro per esempio nel soccorso alpino come volontario sa bene che se si mette a fare una critica verrebbe sbattuto fuori, è già successo, almeno tre persone che conosco io, ma chissà quanti altri. La maggior parte ci tiene un po’ ad avere il distintivo, c’è gente che ti manda delle lettere anonime dicendo avete ragione, continuate così, e io gli rispondo, “caro X, sono molto felice che tu dia una mano morale con la tua lettera, sappi però che dal punto di vista pratico non serve a nulla, tu devi firmarti con nome e cognome, se no non riesco a fare nulla”.

Il Capo tra i vecchi Liguri, Toirano, 26 maggio 2013. Foto: Ezio Marlier
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Comunque tornando a prima, tu pubblichi tutti i giorni?
Sì, io pubblico tutti i giorni.

E cosa ti sta più a cuore – blog, social media, rivista classica?
Nell’ordine io ho sempre preferito il libro. E dopo il libro c’era la rivista. Il libro è morto. Perché in Italia ormai vengono pubblicati solo i libri di Simone Moro, Reinhold Messner ed Hervé Barmasse – l’unica editoria di montagna è questa; libri che parlano di Bonatti, quello va sempre bene, o libri pubblicati da Messner, Moro o Barmasse. Fine. Beati loro, sono contento per loro. Però lasciami dire che non è una bella situazione. Tutto il resto non esiste. Ma perché non esiste? Perché non viene venduto! Tutto ciò che si pubblica al di fuori di questi nomi rimane lì. Lo vedo con i miei libri, si fa fatica, si vendono 1500, 2000 copie – fa ridere. Allora necessariamente uno deve abbandonare l’idea del libro; oppure lo pubblichi tu, ma allora rimane in cantina da te… La rivista? Che riviste di montagna ci sono in Italia in questo momento che valgono la pena? Non ci sono! Per cui anche la rivista la devi mettere da parte. C’era Alp, ma non c’è più.

E allora cosa rimane? Rimane internet, rimane il blog – non c’è un’alternativa. Tu mi hai chiesto cosa preferivo. Ma io ti dico che non c’è alternativa! Non è che io lo preferisca. Allora, due anni fa, mi sono messo a fare questa cosa e devo dire che mi piace molto. Lo faccio molto volentieri, tutti i giorni. È pagato zero. Può esserci qualche ritorno economico, se vuoi, nel momento in cui faccio magari delle serate, convegni, qualcuno che mi chiama ancora c’è. Ma il lavoro non è pagato, anzi – è dentro nel sito di Banff e ci sono altre persone che curano la comunicazione di questo – con queste due persone c’è un accordo: sì alla sponsorizzazione per quello che riguarda Banff (per esempio Salewa), ma adesso sponsorizzare anche il blog, che vorrebbe dire che leggendo il blog ti ritrovi anche lì la pubblicità, finché è possibile cercherò di evitarlo. Nel caso in cui diventassimo qualcosa in più, vedremo, ma al momento voglio che sia così. Per cui proprio zero, zero rimborsi. Ma lo faccio così volentieri che va bene così. Cerco sempre altri che mi aiutino, gente che scriva, possibilmente di un certo livello, ma poi devi sempre lavorare il pezzo, impaginarlo, redigerlo. C’è Luca Calvi che mi dà una mano con le traduzioni, molto bravo, ci sono due, tre avvocati che mi rileggono certi pezzi… (Ride.) Sul serio – mi sono arrivate una querela più due, tre lettere di minacce – puro terrorismo, tanto non avrebbero fatto mai niente, avevano torto marcio.

La parola, in generale, è sempre stata più importante per te della foto?
Ho fatto tanto lavoro con la fotografia, penso di aver fatto dei bei libri, no? Allora, io riconosco una grande importanza all’immagine, sia alla foto che al video.

(Deve tirare fuori il pane dalla macchina per il pane, un attimo di interruzione.)

DueAnzi19.000Parole-1-vignette, Massimo Bucchi, confronto, ven, 24lug15

Anche nei miei post metto sempre delle foto, sono convinto che qualche immagine ci debba essere. Poi dipende anche dall’articolo. Però il testo, la parola secondo me rimane comunque sempre la cosa più importante. Ma perché? Per un motivo solo: la parola, il testo, la lettura sono più importanti dell’immagine e del video perché la lettura permette di esercitare liberamente la fantasia. Cioè la fantasia del lettore è più stimolata dalla lettura che non dall’immagine. Questo lo trovo un dato di fatto. Perché? La lettura sono parole. Quindi ti immagini la scena, il panorama, il quadro generale di cui si scrive. Con la fotografia una buona parte di tutta questa fantasia viene eliminata, e non parliamo del video. Questo non vuol dire che non si possano fare delle bellissime foto e dei bellissimi video, questo è un altro discorso. Però per ciò che riguarda la fantasia, io non ho dubbi sul fatto che la parola sia quella più stimolante. E quindi è quella che ti fa più crescere; leggere e scrivere fa più crescere che non usare l’immagine. Questo vorrei che tu lo scrivessi, perché per me è importante.

… fa anche più sognare…
Certo, fantasia vuol dire sognare, usa pure la parola sogno. A tal punto che il mio blog si distingue anche per un’altra cosa che qualunque markettaro del marketing digitale ti sconsiglia di fare: loro dicono “se vuoi essere incisivo, devi fare la pagina, e non dovresti costringere a “scrollare” giù. Una pagina lì pronta e basta, punto. Io odio – capito, odio – questo genere, quando ero bambino c’era il Reader’s Digest, lo leggevo, dicevo che schifo, una cosa che già non mi piaceva allora, immagina. Questa pappetta preconfezionata, questa paginetta che fanno gli altri organi d’informazione, lo facciano pure loro. T’interessa? Lo leggi. Non ti interessa? Non leggi. Non me ne frega niente. Non ho da vendere niente. Anche lì è il bello. Sto crescendo come numero di lettori, fa piacere, per carità, ma mettersi a lavorare perché questi numeri schizzino in alto, non mi interessa, devono crescere naturalmente, crescere senza che io cambi me stesso. Se a me piace questo tipo di presentazione non superficiale deve rimanere non superficiale. Poi non è vero che internet fa solo gossip – per fortuna esistono i link, e c’è gente che va a cercare articoli di un anno fa, e ogni tanto vengono fuori commenti su un articolo di mesi fa. Se uno fa un commento, questo va comunque a tutti quelli che avevano fatto un commento prima e quindi la cosa continua a girare. Questi sono pregi che internet ha a differenza della carta stampata. E quindi se vuoi fare cultura, questo è un sistema. Se tu dai invece pappetta che sembra liofilizzato, va bene, va benissimo, non sto dicendo che è sbagliato, solo che non fa per me.

(continua)

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Da Julius Kugy ai giorni nostri – 1

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 1
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate seguenti:
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-2/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-3/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-4/

Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta Xidias, Mauro Florit con Stefano Zaleri, Roberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

Presentazione di Arturo Castagna, presidente del Gruppo Orientale del CAAI:
L’alpinismo in Friuli Venezia Giulia è sempre stato affascinante, coinvolgente, misterioso; gli alpinisti ancora di più. Julius Kugy con le sue idee e azioni ha orientato l’alpinismo dell’area montuosa, accentuando l’esplorazione dell’impossibile; basti pensare alla “via Eterna”. Quanti alpinisti locali si sono distinti per questo agire tanto rivolto alla scoperta e per le loro idee? Cozzi, Comici, Piussi, Ursella, Lomasti, Cozzolino, tanto per citarne alcuni. Ognuno in periodi diversi, ma tutti con un comune denominatore: l’esplorazione dell’ignoto con un’etica severa! Non sono stati da meno i loro successori: tra questi posso indicare Mazzilis, ma ve ne sono tanti altri ancora, alcuni dei quali poco o per nulla noti. Tutti, forti dell’eredità di chi li ha preceduti, hanno innalzato i valori e il livello tecnico, quasi fosse una missione tipicamente locale.
Non sono mancati ostacoli legati alla posizione di confine, all’etnia a volte diversa; gente abituata a confrontarsi, a misurarsi con chi sta dall’altra parte, esprimendosi in montagna con una veste di assoluto rigore. Sulla scorta del trascorso e delle esperienze maturate nelle varie epoche, ci si chiede quale sarà la tendenza alpinistica in Friuli Venezia Giulia
”.

Sulle orme di Julius Kugy
relazione di Spiro dalla Porta Xidias

Cappello di presentazione di Francesco Leardi:
Spiro Dalla Porta Xidias, nato a Losanna nel 1917 e poi trasferitosi a Trieste, è stato il primo relatore della giornata. Ho potuto ricostruire il suo intervento, come quello di Podgornik, grazie alla registrazione di Carlo Barbolini che ringrazio, poiché entrambi hanno parlato a “braccio” e ben difficilmente all’intervento di Spiro, che ho cercato di trascrivere il più fedelmente possibile, potrà mai essere reso il giusto onore per la sua meravigliosa, se posso utilizzare questo termine, ode all’alpinismo di un’altra epoca, che poi tanto “altra” non è, leggendo attentamente tra le righe, considerate le splendide, geniali e attuali figure di Kugy, Zanutti, Cozzi, Comici… Insomma un intervento che è stata una meravigliosa recitazione che non dimenticherò mai.
Chiedo scusa anticipatamente se ho omesso alcuni nomi che non ho percepito dalla registrazione e sui quali non ho trovato documentazione.
Ho riportato l’esordio iniziale ricollegandomi alla presentazione del nostro Presidente Arturo Castagna che ha introdotto Spiro con la frase “
il signor Spiro“…”.

Spiro Dalla Porta Xidias
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Spiro Dalla Porta Xidias:
Giungendo a una capanna alpina un giorno fui chiamato “signore”. Sono sicuro si trattasse della prima volta, e davvero mi è venuto un brivido perché mi è parso di vedere la pietra tombale. Arrampicavo ancora, quella volta, ed ero reduce da una via con Roberto Mazzilis, quindi per me è stato un momento terribile… Quel momento è stato circa 35 anni fa, e capite perciò quanto la cosa mi abbia portato bene. Desidero scusarmi se dimenticherò qualche nome perché poi i nomi che farò non saranno sulla base di capacità tecnica, o magari

delle grandi imprese portate a termine, ma semplicemente si tratterà di quei nomi che hanno contribuito a indirizzare l’alpinismo del Friuli Venezia Giulia per più di un secolo sempre verso la stessa direzione.

La parola sport alpino mi ha sempre fatto un poco male, mi sa troppo di superficiale e che si cerchi nel monte un’impalcatura da arrampicare, invece di cercare la sua anima. Il mio non è un libro sportivo, non è neanche una guida o una raccolta di itinerari; esso tenta di descrivere i monti come fonte di felicità poiché tali sono stati nella mia vita, e vorrebbe essere un rendimento di grazia, un cantico dei cantici innalzato a gloria e laude della montagna (Julius Kugy)”.

Julius Kugy ha tracciato fin quasi all’apice quello che è stato poi tutto il percorso del nostro alpinismo perché abbiamo in lui i motivi dell’esplorazione.

Julius Kugy
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Tra i pionieri Kugy, non solo è stato lo scopritore, si dice, delle Alpi Giulie. Egli ha segnato anche importantissimi itinerari nelle Occidentali e oltretutto è stato anche quello che ha indicato l’elemento di base dell’alpinismo di questa regione, che dovrebbe essere la base di tutti gli alpinismi, cioè la spiritualità, e lo ha fatto poi con un’arte tutta particolare. Oggi i libri di Kugy vanno per la maggiore perché, come dice lui, non solo non sono relazioni tecniche, non sono neanche un semplice racconto di passaggi, sono poesia… quindi ci ha indicato, e noi abbiamo avuto per 150 anni in seguito, queste tre direttive. Mi si dirà sì, d’accordo, Kugy è stato un grande scrittore, ma è stato anche un pioniere che andava dietro alle sue guide. Ma il fatto che si vada dietro a un compagno, Accademico, Guida o amico, conta fino ad un certo punto, secondo me, nell’alpinismo. Quando è stata fatta la prima invernale all’Eiger ben pochi, credo, si ricordano il nome del capocordata Anderl Mannhardt, ma tutti si ricordano di Hiebeler, perché è stato Hiebeler a ideare e guidare spiritualmente la cordata. E questo faceva Kugy; si è detto che fosse un alpinista che si preparava ai bivacchi, ma perché li preparava? Perché il bivacco, e Voi me lo insegnate, è certamente un momento, qualche volta terribilmente duro, anche di comunione con la montagna come pochi possono essere.
E poi Kugy non era un alpinista da poco, ricordandoci che alla sua epoca fece la Brenva e la Est del Rosa che erano tra le vie più difficili dell’epoca, ed aveva anche un concetto moderno della scalata, che sarà anche il concetto base di Comici. Quando Kugy dopo tanto tempo riesce finalmente per la prima volta a realizzare il suo desiderio, una via alla Nord del Montasio, non è contento, perché raggiunge la cresta e non propriamente la vetta e allora lui, proprio il pioniere, tira fuori la questione di tutto l’alpinismo dall’epoca del sesto grado in poi: la via diritta, ci vuole la via che dalla base raggiunge direttamente la vetta. E su questa logica poi farà la Nord del Montasio.

Napoleone Cozzi
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Abbiamo detto, Kugy era un “isolato”, una cosa assolutamente tipica dell’alpinismo dei miei tempi, e credo anche tuttora. Aveva qualche amico, a parte il suo splendido rapporto con le guide, tipico anche nelle Occidentali di Guido Rey, ma mancava di quel senso di aggregazione, del gruppo: non solo la cordata fa la forza dell’alpinismo ma anche il gruppo e chi viene dopo Kugy, che già arrampicava nella sua epoca, colmerà questo vuoto; è stato fatto il nome di Napoleone Cozzi che sarà nel tracciato di Kugy un esploratore con delle prime importantissime, anche per noi, dal punto di vista della bellezza delle guglie superate. Ha perso l’occasione sul Campanile di Val Montanaia ed è stato defraudato in modo vergognoso da Guenther Von Saar che si fece spiegare tutto approfittando del fatto che lui era un poco brillo, aveva bevuto molto per festeggiare la prima ascensione della cresta del Cridola. Ma poi non fece solo la prima alla Torre Venezia, ma riuscì con grande genialità per l’epoca ad arrivare in vetta alla Torre Trieste, chiamata proprio così in onore di questa città che oggi ci ospita, e ricordiamoci anche della via italiana al Civetta. In più Cozzi fu un artista non tanto per quello che scriveva, infatti tutte le sue vie sono illustrate da acquarelli fantastici. E cosa fa Cozzi di diverso da Kugy?

La prima formazione in Italia di un gruppo di specializzati, la “squadra volante”, dove non è solo, ma con Zanutti, Carnielli, Cepicic, Marcovigh: sono in cinque amici che formano un gruppo che farà fare un ulteriore passo avanti all’alpinismo tanto da arrivare alla vigilia della prima guerra mondiale a preparare il salto futuro, il passaggio al sesto grado.

Emilio Comici
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Il sesto grado ha molte radici nel Friuli Venezia Giulia: non solo abbiamo Emilio Comici ma sulle sue orme abbiamo la “squadra volante” e la sua eredità qui a Trieste, abbiamo il GARS che è la Scuola, la prima Scuola di roccia; e con Comici viene portato avanti quel senso di arte della montagna. Comici è artista non solo per quello che ha scritto, il “famoso pensiero eroico” che i nostri cari colleghi di Torino, vedi Pietro Crivellaro, hanno creduto di prendere in giro per la parola eroica. A parte che allora dissi a Crivellaro: “Va ad arrampicare sulle vie di Comici con quelle che erano in quell’epoca le condizioni, la corda di allora, le scarpette di quella volta e chiodi che pesavano l’ira di Dio. I miei amici triestini anziani, quelli che hanno quasi la mia età, si ricordano bene perché anche noi abbiamo cominciato così. Vai a farle con il capocordata che ti faceva dei tiri di quaranta metri con le corde di canapa, magari con un chiodo solo o forse nemmeno…”.

Ma non è questo il concetto: Comici è chi veramente indirizza, catalizza, e quindi decide, su quello che sarà ed è il senso dell’arrampicata, la teoria della goccia d’acqua cadente dalla cima alla base.

Comici poi in un certo senso unisce noi Accademici alle Guide perché comincia da Accademico e in seguito, per amore della montagna, nella maniera più assurda perché finanziariamente era un salto nel vuoto, lascia un posto sicuro nei magazzini generali di Trieste per andare a fare la Guida Alpina (e purtroppo l’Accademico, in una riunione al Passo Pordoi lo obbliga a dare le dimissioni… e lui non avrebbe voluto).

Comici è diventato un mito per la qualità delle sue vie e so che molti tra i giovani amano cercare le vie di Comici anche se ora si è ben oltre quelle difficoltà, perché sono sempre delle bellissime vie su belle pareti, bei tracciati su belle montagne. Inoltre a un certo punto, scioccamente, un occidentale (anche se friulano di provenienza), Giusto Gervasutti, ha voluto dire che Comici aveva questa particolare personalità ma che altri hanno fatto più vie e più difficili delle sue. Più difficili certamente, ci sarà Vinatzer forse, ma se andate a cercare il numero di vie estremamente difficili, come ho fatto io per scrivere la sua biografia, ebbene, Comici fu il primo per la sua epoca.

Celso Gilberti
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Ma dobbiamo parlare del Friuli Venezia Giulia e contemporaneamente, quasi a colmare questo allontanamento dell’Accademico, ecco un friulano che davvero ha fatto delle cose stupende seguendo la via ideale, via della bellezza sull’alpe… Celso Gilberti. Comici era un istintivo, mentre Gelso era un intellettuale, che purtroppo ha avuto pochi anni di attività. Così di Celso Gilberti ci restano soprattutto due grandi vie, basta parlare della Busazza e dell’Agner, mentre alla vigilia della sua laurea, dove avrebbe preso la lode per il suo rendimento altissimo, morirà per uno stupido incidente in Trentino, sulla Paganella, perché arrivato in vetta, e con il suo secondo ormai su terreno facile, abbandonò la sicurezza per andare verso gli amici non prevedendo l’improvvisa caduta del compagno che lo trascinerà nel vuoto. Celso Gilberti a mio giudizio è stato il capostipite di tutto l’alpinismo friulano, e infatti a seguirlo c’è stato un Accademico, suo compagno sull’Agner, Oscar Soravito che formerà anche lui un gruppo di amici; non c’è più il nome a identificarlo, “squadra volante”, GARS o Bruti della Val Rosandra che sia, però ci sarà tutto un gruppo di giovani che seguono Soravito e sul suo esempio teorico entreranno quasi tutti nell’Accademico. Uno di questi, brillantissimo, fu Piero Villaggio. E con questo sviluppo ormai in parallelo di Trieste e Udine e più avanti della Carnia si arriva alla seconda guerra mondiale dove a Trieste nasce un fenomeno particolare, quello dei Bruti della Val Rosandra; particolare perché si forma in una palestra dove penso molti di voi siano stati, e che dovreste aver visto allora… la Val Rosandra era davvero selvaggia una volta, questa strana palestra è uno di quei pochi casi, se non l’unico in Europa, dove non trovi la sensazione di palestra ma senti la montagna, la sua atmosfera. Ed allora quella volta, poiché proprio lì cominciai ad arrampicare, lì sentivamo l’appello della montagna e cercavamo l’esplorazione sperando di poterla portare più avanti, finita la guerra, in montagna. È con questo spirito che nascono i Bruti, ragazzi giovanissimi che poi formeranno il gruppo rocciatori della XXX Ottobre.

Guglielmo Del Vecchio
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Tra tutti dovrei fare tanti nomi ma ne faccio uno solo, un nome grandissimo, quello di Guglielmo Del Vecchio. Ha portato l’esplorazione in tutte le Dolomiti, nelle Dolomiti Occidentali in particolare. Era quello che oltretutto ha fondato il gruppo della XXX Ottobre e ha seguito in tutto e per tutto le direttive di Kugy, fuorché nello scrivere, perché era un modesto, e aveva una tale ritrosia da non essere conosciuto come meriterebbe. Si conoscono i nomi dei cortinesi, dei torinesi, dei milanesi, perché avevano alle spalle una sezione già forte, mentre la XXX Ottobre era stata appena fondata, ma Guglielmo Del Vecchio è stato quello invitato come ospite d’onore ai primi festival di Trento e fino a pochi anni fa, prima che un’orribile malattia ce lo portasse via, era ancora con lo spirito che aveva quando faceva le sue grandi vie.

E contemporaneamente, non solo abbiamo visto come nel Friuli il gruppo degli udinesi, degli Accademici udinesi, inizi a crescere, ma cominciano a nascere anche in quelle che sono le zone di montagna altre realtà; abbiamo la zona di Tolmezzo, la zona di Cave del Predil, dove un grande personaggio, Cirillo Floreanini, che per lavoro si trova proprio a Cave del Predil, fonda quella che sarà questa grandissima Scuola che ha dato alpinisti fortissimi all’Italia, quali Ignazio Piussi e Bulfon, e abbiamo contemporaneamente quella che sarà la stella del Friuli che ci porterà avanti fino a Cozzolino, un personaggio peraltro non molto conosciuto in Italia, Sergio de Infanti.

Ma a Trieste, compagno di del Vecchio in molte scalate, c’è un altro Accademico, Piero Zaccaria, che è un nome meno noto ma comunque fortissimo, che ha avuto la capacità di formare quello che è stato il gruppo degli universitari triestini… Nino Corsi, Bruno Crepaz, per nominare gli Accademici, con altri non Accademici, cui si dovrà la prima spedizione extraeuropea sezionale fino al Ladakh. Questo sarà un filone che la XXX Ottobre seguirà moltissimo perché in quel gruppetto di ragazzi c’è anche un altro Accademico, Walter Mejak, poco noto, fortissimo, che condurrà insieme alla sua compagna di cordata, Bianca di Beaco, ben 15 spedizioni, fatte così, con la propria macchina, andando con pochi soldi, perché il carattere di Mejak non era facile e non andava d’accordo con la Presidenza della Sezione.

Bianca Di Beaco
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Si partiva con una macchina e succedevano cose strane. Per andare in Ladakh per esempio, erano con due Volkswagen e a un certo momento una si ferma con il motore rotto e Mejak, che era un genio per tutto quello che riguardava la meccanica, in pieno deserto smonta il motore, lo stende su un telo e con i pezzi da sostituire torna ad Ankara, compra i pezzi di ricambio, ritorna alla vettura guasta, li sostituisce, e ripartono tutti per la spedizione. Con questo ho nominato anche Bianca di Beaco. Bianca è stata la prima donna italiana ad andare sul sesto grado da capocordata e sarebbe sufficiente a delinearla. Ma lei riprende anche il fatto poetico, scrive in maniera splendida ed è veramente l’anima di una parte dell’alpinismo triestino di quell’epoca.

E proseguiamo pian pianino così, attraverso chissà quanti nomi che ho tralasciato dei miei compagni di cordata, e di chi ancora in questa sala che ha meriti particolari, ad esempio Omero Manfreda che continua da tanti anni ad andare in montagna perché lo spirito dell’Accademico è non solo quello di essere sulle grandi difficoltà, ma innanzi tutto quello dell’amore per la montagna, che deve essere il concetto etico di cui forse parleremo più tardi.

Ma detto tutto questo arriviamo al fenomeno Cozzolino. Enzo Cozzolino, non saprei come introdurlo, è venuto fuori improvvisamente, questo grande alpinista, grandissimo non solo per le vie eccezionali fatte, non solo per le grandi solitarie, ma soprattutto per l’arte, perché Cozzolino aveva una capacità grafica di disegno eccezionale. Sui libri del gruppo rocciatori della XXX Ottobre per ogni sua via nuova c’è un disegno degno di una mostra.

Enzo Cozzolino
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Cozzolino scriveva in una maniera bellissima e preparava un libro, lo so perché l’ultimo anno della sua vita eravamo molto vicini, molto amici e ho delle sue lettere che sono veramente un capolavoro artistico. Ma vi è un mistero. Quale è il motivo per cui Cozzolino cercava, trovava, inventava sempre vie nuove?

In realtà Cozzolino ha fatto pochissime grandi ripetizioni, solo numerose e grandi vie nuove, insomma era un esploratore. Ecco ancora l’esplorazione, iniziata con Kugy e andata avanti con tutti questi nomi, e scusate se ne ho dimenticati chissà quanti, ma a me non piace leggere, a me piace parlare come fosse una discussione, che ci muove tutti verso il motivo comune che ci ha portati in questa sede… purtroppo la mia età non mi permette di essere sempre presente ai convegni dell’Accademico, dovrei trovare un autista che mi porti ma non mi piace nemmeno telefonare a tutti per chiederlo, altrimenti verrei certo di più. C’è dunque il mistero Cozzolino, cioè che cosa gli faceva cercare le vie nuove e disdegnare le classiche, contrariamente all’altro grandissimo triestino, José Baron, che invece amava ripetere tutti i grandissimi itinerari nella maniera più pura e veloce. E rimane, il mistero Cozzolino! Ad ogni modo io credo che la strada indicata da Kugy, seguita quindi per quasi un secolo fedelmente e tuttora ancora professata, sia l’apporto all’esplorazione, ed è quella la via dell’alpinismo di Trieste e del Friuli Venezia Giulia.

E che cosa è l’esplorazione, a cominciare da Cristoforo Colombo per arrivare agli alpinisti? Sono convinto che questi continuino quella che era stata l’esperienza dei grandi navigatori. Al concetto dell’orizzontale noi abbiamo sostituito quello della verticale, certamente meno lungo e duraturo… ma, cari amici, noi salendo ci avviciniamo al cielo.

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Guide Alpine e CAI, una sinergia possibile?

Guide Alpine e CAI, una sinergia possibile?
di Alessandro Beber
(pubblicato su l’Adige.it del 25 maggio 2015)

Ho iniziato ad arrampicare frequentando un corso primaverile presso la Scuola Graffer di Trento, poi alcuni anni dopo ho deciso di rimanere vicino alla mia passione per la montagna sostenendo gli esami per diventare Guida Alpina.
Negli anni ho appreso che in Italia, Trentino compreso, tendenzialmente non corre buon sangue tra le rispettive istituzioni del Club Alpino Italiano e quello delle Guide. Mi sono interrogato a lungo sulle motivazioni, ma non ne ho mai trovate di soddisfacenti.

Sembra che la bega sia iniziata più di un secolo fa, quando l’alpinismo era considerato un’attività d’élite riservata all’alta borghesia e agli aristocratici, i quali giudicavano riprovevole monetizzare l’attività di accompagnamento in montagna. In quel contesto erano infatti nate le prime Guide Alpine, solitamente dei valligiani con conoscenza specifica della zona che si mettevano a disposizione dei «signori» per indicare le vie di accesso alle cime o per portare i carichi di queste prime rudimentali spedizioni.

Alessandro Beber
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Ma l’intellighenzia all’interno dei Club Alpini nazionali, che pur talvolta usufruiva dei servigi delle Guide, volle tenere ben distinte le cose, sentenziando che il denaro era questione troppo vile da mischiarsi con la purezza d’intenti del vero alpinismo, e gettando così le basi di una scissione che perdura ancora oggi. Ovviamente ne è passata di acqua sotto i ponti, il mondo e la società sono cambiati, ma questo malcelato contrasto non è ancora pienamente superato.

Tanto per fare un esempio, le Guide Alpine in quanto «professionisti», tuttora non sono ammesse all’interno del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), una sorta di circolo che riunisce gli alpinisti di punta al quale si accede per meriti sul campo, anzi in parete. Peccato che nel frattempo (ormai più di 50 anni fa, a dire il vero…) siano subentrate le sponsorizzazioni, che permettono ad alcuni di dedicarsi alle scalate in cambio del rientro pubblicitario fornito alle aziende tramite le proprie imprese, ma questa eventualità non è stata giudicata in contrasto con i valori del CAI…
(NdR: al momento è in corso in seno al sodalizio un processo di cambiamento che per ora, dopo una recente modifica allo statuto, accetta solo la “riammissione” all’Accademico di soci che, diventati guide alpine, erano stati estromessi).

Da parte loro le Guide spesso accusano il mondo del volontariato di sottrarre una parte importante del loro bacino d’utenza e quindi si ritengono penalizzati nell’esercizio del proprio lavoro, posizione altrettanto curiosa perché è come se i giornalisti lamentassero un attacco da parte della scuola che insegna a leggere e scrivere a tanti studenti, pretendendo l’esclusiva su tutto ciò che concerne la parola.

Io credo che basterebbe gettare lo sguardo poco lontano, oltralpe ad esempio, dove nelle istituzioni del DAV tedesco e dell’Alpenverein austriaco, il mondo dell’associazionismo e quello dei professionisti convivono pacificamente e anzi collaborano in maniera proficua.

Certo bisognerebbe un attimo rivedere le rispettive posizioni, mostrandosi disposti a riconoscere da un lato che l’opera di sensibilizzazione e avvicinamento alla montagna operata all’interno degli ambienti CAI è un valore da preservare e una forza non sostituibile, e dall’altro che le competenze e la preparazione di persone che per lavoro in montagna passano più di duecento giornate all’anno, contano qualcosa e anzi possono rappresentare un valore aggiunto.

Stando nella realtà trentina, molte sezioni della SAT (Società Alpinisti Trentini) collaborano da tempo e in maniera proficua con le guide alpine, anche per un discorso di alleggerimento delle responsabilità che oggigiorno diventano sempre più pesanti e risultano difficilmente sostenibili da chi sta prestando con passione la propria opera di volontariato (e non vorrebbe ritrovarsi imputato!), ma sarebbe bello ricevere in questo senso un segnale, da parte dei vertici istituzionali, che sdoganasse una collaborazione naturale tra due realtà animate in fondo dalla stessa motivazione, ovvero uno smisurato amore per la montagna.

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Il CAAI è l’elemento più importante del CAI

Il CAAI è l’elemento più importante del CAI
di Spiro Dalla Porta Xidias
Relazione al Convegno Nazionale del CAAI (Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Da quando vado in montagna e vivo per la montagna, il momento più bello, e vi prego di notare che ho iniziato nel 1942, è stato quando sono diventato Accademico.

Per me l’Accademico è l’ideale dell’uomo che va in montagna quindi, contrariamente a quanto ha detto nell’introduzione il presidente del Gruppo Orientale del CAAI, con cui mi scuso, non mi piace il fatto che il mio amico Umberto Martini, presidente generale del CAI, sia andato da una altra parte e non sia venuto qui, perché ad un certo momento io credo che gli anziani come me trovino poco confacente la poca attenzione che il CAI sta riservando all’Accademico.

Sono stato a Grado per assistere e gioire della premiazione della cordata che ha vinto il premio Consiglio, ma il giorno successivo, durante l’Assemblea dei Delegati, non vi è stato alcun momento in cui si parlasse di alpinismo, solo problemi e questioni cartacee.

L’intervento di Spiro Dalla Porta Xidias (a 97 anni suonati in piedi di fronte ai soci del CAAI seduti)
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In un’altra riunione dissi che temo che al posto del CAI arriveremo al CBI (Club Burocratico Italiano).

E’ ora che il Consiglio Generale del CAI rilegga l’articolo 1 dello statuto, che recita (NdR):

Art. 1 – Costituzione e finalità 1) Il Club alpino italiano (CAI), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

Detto questo, per parlare della “libertà” nel mio intervento ho messo in primo piano conoscenza ed etica, perché per essere liberi, non a parole ma internamente, bisogna sapere, conoscere che cosa è l’uomo, chi è l’uomo.

Lo ha detto Platone, l’uomo è fatto di spirito e corpo. Questa nostra civiltà dà importanza solo al corpo, invece è lo spirito che conta e contemporaneamente in ogni uomo c’è un senso di innata elevazione.

L’ho sempre detto: in tutte le religioni e in tutte le tradizioni, la sede dell’aldilà (o il paradiso per chi è credente) si sono sempre collocati in cielo. L’uomo nasce con questo sentimento di elevazione.

Il bambino messo da solo in una prateria dove c’è un masso erratico non avrà pace fintanto che non l’avrà salito.

Allora parliamo di libertà, la parola è grande ma la libertà equivale, in questo mondo in cui si tende a rendere l’uomo simile ai robot, al senso che ognuno di noi trova andando in montagna, perché quando andiamo su di essa ci liberiamo assolutamente di quelli che sono i coinvolgimenti della vita normale.

Cominciamo non solo a guardare ma impariamo a vedere con occhio diverso la bellezza, ad ammirare la natura e valutare l’altezza del monte come un simbolo, non solo come una meta di arrampicata o escursionistica; ma è senso di libertà questa scelta che noi facciamo (che non è logica)? Quando arriviamo in cima a un monte viene da chiedersi “cosa abbiamo guadagnato?”.

Ovviamente niente di materiale, niente soldi se si esclude una piccola parte di professionisti sui quali si potrebbe dibattere se siano alpinisti o atleti.

Neanche fama, perché anche un calciatore, con rispetto parlando, della serie C è più importante di un grande alpinista.

Però con l’ascesa ti sei liberato, quindi hai avuto il senso di fare cose, che non esiste più in questo mondo: seguire un tuo ideale “gratuitamente”.

Parola magica che troviamo proprio nell’andare in montagna.

L’Accademico, oltre all’ascesa, cerca la difficoltà, l’esplorazione. Questa voglia conoscitiva è la cosa più bella, si è detto che l’esplorazione della terra è finita con i grandi navigatori del ‘400 e ‘500: ebbene NON E’ VERO (molto veemente, NdR), perché l’alpinismo ha sostituito l’orizzontale con la verticale.

Ha sostituito quindi una zona più breve e più piccola ma che direttamente punta a quell’alto che è nato con noi.

Libertà è la scelta di fare un’azione; malgrado tutto, anche andando per sentieri, affrontando rischi e pericoli gratuitamente, perché può cambiare il tempo, e già questo è sufficiente in montagna. Ma ognuno di noi la affronta per l’ideale, per la gratuità; in più l’Accademico la affronta scalando, affrontando rischi maggiori; avete sentito il ricordo di questi nostri fratelli che non sono più con noi, ero amico per esempio di Giancarlo Biasin (tono commosso, NdR).

Spiro Dalla Porta Xidias tra Gianni Mazzenga e Lella Cesarin Mazzenga. Caprino Veronese, 11 ottobre 2014
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Questo sta a indicare una scelta etica. Tu segui un ideale e questa è la libertà che la civiltà attuale non ci dà.

Due anni fa il nostro Presidente Generale del CAI voleva convincerci che occorre eliminare il rischio perché la società non ammette più il pericolo: ma per me il “rischio” è poesia.

Se noi si andasse in montagna raggiungendo la sommità per una scala, ciò non avrebbe senso e valore, il senso è invece volere ridiventare liberi con la libertà di scelta, preferendo andare per la via più difficile, che però è la via che ci fa sentire noi stessi.

È stato detto che l’escursionista vede maggiormente la bellezza della natura mentre l’alpinista non sempre può, perché la sua concentrazione è rivolta all’”innalzamento”.

Ma c’è una cosa che Voi tutti avete provato e cioè che quando si scala si fa parte della natura e della parete: si entra in lei. Si È la montagna! E sempre in essa si ritrova la parte più bella dell’essere umano che è stata troppo spesso dimenticata: la “Libertà”.

Quindi oggi come oggi, io penso che l’Accademico rappresenti il senso che deve avere il CAI.

Se il CAI non condivide queste ideologie le dobbiamo rivendicare noi, con queste importantissime adunate, perché gli Accademici volenti o nolenti dicano che siamo QUELLI che, come Preuss era stato chiamato proprio così, “il cavaliere dell’ideale”, siamo quelli che hanno gli ideali, perché solo chi ha un ideale è veramente libero e oltre che scalatore è anche artista e poeta.

L’Accademico è l’elemento più importante che esista nel Club Alpino Italiano.

Spiro Dalla Porta Xidias è nato a Losanna il 21 febbraio 1917 e vive a Trieste.
E’ stato sceneggiatore e alpinista e ha scritto circa 40 libri dedicati alla montagna e ai suoi protagonisti.
Traduttore di molti dei libri classici dell’alpinismo, come le opere di Pierre Mazeaud, Lionel Terray, Anderl Heckmair, Kurt Diemberger, Tony Hiebeler e Helmut Dumler.
Ha vinto 5 premi internazionali di letteratura. E’ stato direttore editoriale di Alpinismo Triestino e ha collaborato molti anni con Il Piccolo, Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino e altre testate di alpinismo.
Socio Accademico del Club Alpino Italiano, in montagna ha effettuato 107 vie nuove su monti in Italia, Grecia, Montenegro e Norvegia. Ha fondato la stazione di soccorso alpino a Trieste, Maniago e Pordenone.
Per meriti riconducibili al soccorso alpino ha ricevuto il conferimento dell’Ordine del Cardo. I suoi incarichi lo hanno visto Presidente dell’Accademico Orientale, Consigliere Centrale del CAI e, infine, attualmente, Presidente del Gism, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.

Chi volesse può leggere qui una sua recente intervista, a cura di Piero Spirito.

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Libertà e responsabilità in prospettiva filosofica

Libertà e responsabilità in prospettiva filosofica
di Italo Sciuto (docente di filosofia morale presso l’Università di Verona)

(Intervento all’assemblea del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta
(Purgatorio, I, 71-72)

Nel comune sentire e parlare degli alpinisti, sembra che la pratica dell’alpinismo si possa interpretare bene alla luce del Catone dantesco: il quale, appunto, pone la libertà come valore supremo, superiore addirittura alla propria vita. Per l’alpinista, come dice bene Alessandro Gogna nella sua ben nota lettera al procuratore di Torino circa la libertà in montagna, la libertà è un “diritto” che va garantito sempre, anche in presenza di un rischio inevitabile; anzi, il “diritto alla libertà” implica anche il “diritto al rischio”. D’altra parte, però, l’agonismo che in buona parte caratterizza l’alpinismo di cui maggiormente si parla con ammirazione (“conquistare” cime, “aprire” vie, compiere “prime” invernali etc.) fa anche pensare a un altro, grande e decisivo personaggio dantesco: Ulisse, che abbandona la comoda e sicura vita nella sua isola e affronta “l’alto mare aperto” per “divenir del mondo esperto”, cioè per compiere una “prima”, ossia superare le colonne d’Ercole per esplorare l’ignoto “mondo sanza gente” ove mai nessuno ha messo piede. La passione che muove l’Ulisse dantesco, dunque, non è soltanto l’aspirazione di chi vuole essere o si sente libero, ma anche l’hybris di chi vuole affermare la propria volontà di potenza. Tuttavia, la motivazione con la quale Ulisse convince i suoi compagni a seguirlo nel “folle volo” fa riferimento alla natura dell’uomo, alla sua essenza, che implica la responsabilità di compiere un dovere preciso:

Considerate la vostra semenza:
nati non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, 118-120).

Il nostro alpinista dantescamente atteggiato, dunque, si muove tra libertà e responsabilità. Ma come vanno intesi questi due termini, facili da pronunciare (i politici, in particolare, ne han piena la bocca benché ne sia vuota la mente) ma ben difficili da comprendere e spiegare?

Italo SciutoCAAI-Sciuto_DSC1688_resize1. La difficile e inafferrabile questione della libertà.
Nella sua storia millenaria, il concetto di libertà è stato analizzato infinite volte e secondo varie prospettive (metafisica, psicologica, politica), con fondamentali differenze nei vari contesti storici dall’antichità a oggi. Nella riflessione attuale, è largamente prevalente la prospettiva politico-sociale, che si è imposta in Occidente a partire dalla modernità. Possiamo sintetizzarla con le celebri ed efficaci formule di uno dei padri del pensiero politico moderno, Montesquieu: “la libertà politica non consiste affatto nel fare ciò che si vuole. In uno Stato, vale a dire in una società nella quale esistono delle leggi, la libertà non può consistere che nel poter fare ciò che si deve volere e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve volere”; in breve, “la libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono” (Lo spirito delle leggi, libro XI, cap. III). Si tratta della libertà che viene detta “repubblicana”, per distinguerla dalle altre principali concezioni moderne su cui, per brevità, non possiamo soffermarci: quella “liberale”, quella “libertaria” e quella “comunitaria”. Si tratta, dunque, di una libertà nella e non dalla legge, che potremmo anche definire libertà positiva, mentre oggi è largamente prevalente una concezione liberale-libertaria che è essenzialmente negativa. Si tratta insomma di capire la difficile idea che si è liberi non già nonostante, ma grazie ai doveri.

Inoltre, va osservato che in questa concezione “repubblicana” della libertà l’aspetto fondamentale è posto nel fare (o meglio nell’agire) più che nel volere, con ulteriori precisazioni circa la libertà “da” e “di”, ossia “negativa” e “positiva”, su cui molti filosofi si sono acutamente impegnati con esiti sempre più complessi e raffinati. Ma, soprattutto, va rilevato che allora, in questo modo, la questione della libertà non viene svolta in ambito metafisico (in cui si tratta di affrontare il concetto di causalità e l’opposizione tra libertà e necessità), ma in quello morale o, meglio, etico. E in prospettiva etica sono due le concezioni che, a partire dalla celebre formulazione di Max Weber agli inizi del ‘900, vanno tenute presenti: l’etica della convinzione, secondo cui si deve agire seguendo princìpi fondamentali assoluti prescindendo dalle conseguenze che ne possono derivare (per esempio: “si deve sempre dire la verità” o, in negativo, “non si deve mai mentire”), e l’etica della responsabilità, secondo cui si deve certamente agire secondo princìpi, ma condizionati dal possibile esito della loro applicazione (se dire la verità mette in pericolo di vita una persona, si deve mentire). Le due concezioni etiche, naturalmente, non si escludono reciprocamente e, di fatto, in qualsiasi forma di agire eticamente valido si usano entrambe. Per il nostro discorso, tuttavia, dobbiamo insistere specialmente sull’etica della responsabilità (su cui rimane fondamentale Hans Jonas, Il principio responsabilità, scritto negli anni ’70 del secolo scorso).

2. L’arduo impegno della responsabilità.
Come il concetto di “libertà”, e forse ancor più, oggi si deve radicalmente ripensare il concetto di responsabilità, perché il “fare” e l’”agire” in cui siamo coinvolti (come agenti e/o pazienti) sono condizionati sostanzialmente da un fatto nuovo, sconosciuto ai secoli passati: l’onnipotenza della tecnica, in virtù della quale non siamo più in grado di prevedere gli effetti, le conseguenze del nostro fare. Oggi, per lo sviluppo enorme e dominante della ragione strumentale e cioè della semplice capacità di realizzare scopi, al massimo del poter fare corrisponde il minimo del saper prevedere: più aumenta e si velocizza la capacità di realizzare scopi (secondo il fatale principio da tutti a parole negato ma in realtà universalmente applicato “si può, quindi si deve”), più diminuisce la possibilità di prevedere l’esito cui potrà portare la loro realizzazione, ma questa capacità di previsione è essenziale, se il fine del nostro fare e agire dev’essere il bene comune, o l’utilità generale: il maggior benessere per il maggior numero. In tale contesto, va sostenuto il principio di cautela ma va anche radicalmente ripensato il concetto di responsabilità in tutti i suoi principali significati: giuridico, politico, etico.

Per limitarci a quest’ultimo significato, che per il nostro discorso è certamente il più importante, dobbiamo rilevare che parlando di libertà non possiamo limitarci a distinguere, come si diceva, libertà “da” e “di”, “negativa” e “positiva”. Dobbiamo inserire anche il concetto della libertà “per”, ossia l’idea del fine cui tende o dovrebbe tendere l’agire libero; e anche il concetto di libertà “verso”, cioè l’idea dei soggetti altri cui essa va diretta. In particolare, e in sintesi, nell’attuale situazione dobbiamo tener presente, in tutte le nostre azioni, l’effetto che esse potranno avere sulle condizioni di vita delle generazioni future, di cui siamo appunto responsabili. E non è il caso di conferire troppo valore alla celebre battuta di Groucho Marx ripresa da Woody Allen (“ma in fondo, cos’hanno fatto per me le generazioni future perché io mi debba occupare di loro?”), appunto perché non hanno fatto nulla di male e quindi non meritano di essere danneggiate dai nostri comportamenti. Inoltre, e soprattutto, il principio di cautela impone di porre, di fronte a ogni pregevole innovazione tecnica, la decisiva domanda: quale sarà il peggiore uso che di questa positiva innovazione si potrebbe fare, e quindi si farà?

In tale contesto, diventa difficile ma essenziale trovare un principio d’azione adeguato (l’agire umano è dotato di senso e valore soltanto se è guidato da princìpi che, per quanto possibile, tendano all’universalità), non essendo più sufficiente il pur venerabile imperativo categorico kantiano (“agisci in modo che la massima della tua azione possa valere in termini universali”), appunto perché limitato al presente. Seguendo Jonas, possiamo adottare questo nuovo imperativo adeguato alla situazione attuale: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra” (H. Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 1993, p. 16). In altri termini, si può dire che un’azione è responsabile se corrisponde al relativo dovere, e che dunque sarà irresponsabile ogni “esercizio del potere senza l’adempimento del dovere” (ivi, p. 119). Ma questo adempimento, nella presente età dominata dal “Prometeo scatenato” della tecnica, dev’essere guidato da ciò che Jonas chiama “euristica della paura”, in virtù della quale, quando progettiamo una qualsiasi impresa, dobbiamo interrogare i timori prima dei desideri e prestare ascolto alle profezie di sventura più che a quelle di salvezza, più alla minaccia che alla speranza e alla promessa; dobbiamo agire per scongiurare il male supremo più che per conseguire il bene sommo: in sintesi, dobbiamo praticare un sano scetticismo per evitare il rischio di uno spietato ottimismo che potrebbe condurci sull’orlo dell’abisso.

Mutatis mutandis, e cioè con gli opportuni adattamenti, direi che un simile principio dovrebbe guidare anche l’attività dell’alpinista che voglia essere libera e responsabile: essendo forse la più adatta per capire che la vera libertà, per l’attuale agire umano che aspiri a realizzare un’autentica auto-nomia, è la responsabilità.

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Il convegno del CAAI: Libertà e alpinismo

Montagna e responsabilità
di Eugenio Cipriani (da Il Giornale di Vicenza di giovedì 16 ottobre 2014)

Diversi decenni fa Giorgio Gaber cantava “libertà è partecipazione”, ma per il Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) riunitosi sabato 11 ottobre 2014 a Caprino, in campo alpinistico la frase dovrebbe suonare “libertà è responsabilità”. Equazione sulla quale pressoché tutti i presenti all’evento, vale a dire relatori e soci del club che sono poi intervenuti al dibattito, si sono trovati d’accordo. Numerosissimi gli Accademici presenti al convegno: circa 130.

OLYMPUS DIGITAL CAMERADopo il benvenuto da parte delle autorità locali ha fatto gli onori di casa il veronese Arturo Franco Castagna, presidente del gruppo Orientale del CAAI e che, con il neo Accademico scaligero, il caprinese Cristiano Pastorello, è stato l’organizzatore dell’evento.

A far da moderatore, invece, è stato Alessandro Camagna, presidente della sezione scaligera del CAI. Castagna, dopo aver ricordato che proprio quest’anno cadono i cinquant’anni dalla morte di Giancarlo Biasin al quale ha idealmente dedicato il convegno, ha poi lasciato la parola al primo dei cinque relatori, nonché decano del Club e past-president del gruppo Orientale, il triestino Spiro dalla Porta Xidias. Il past-president, dopo aver lamentato la scarsa attenzione che il Club Alpino Italiano presta nei confronti dell’Accademico, ha affermato che la libertà equivale a ciò che si prova andando in montagna ma, ed è questo il nodo cruciale per Spiro, solo se l’approccio alla montagna è cavalleresco e puro, estraneo cioè alla ricerca del primato o, peggio ancora, del lucro. L’alpinista come cavaliere dell’ideale, quindi, sempre alla ricerca di un’elevazione spirituale che solo la montagna, raggiunta attraverso la pratica dell’alpinismo, che implica assunzione di rischi ma anche di responsabilità, sa offrire.

Un’ipotesi, quella di Spiro dalla Porta Xidias, forse un po’ datata in un mondo dove, come evidenziato dal secondo relatore, Carlo Zanantoni del gruppo orientale, si sta rendendo ormai necessaria la realizzazione di una rete di osservatori per la libertà in montagna, vale a dire persone o gruppi di persone attente a monitorare nella propria area situazioni, circostanze, malcostumi o normative che limitino o possano condurre in futuro ad una restrizione della libera fruizione degli spazi alpini da parte di escursionisti ed alpinisti.

CAAI-VR-foto_43_02Su queste affermazioni si è inserito poi l’intervento, forse il più atteso, del celebre alpinista genovese Alessandro Gogna, uno dei primi ad aver messo da tempo in evidenza, sia durante diversi convegni che sulla stampa, la necessità di tenere alta l’attenzione intorno a questo argomento. Gogna ha esordito dicendo che con l’evoluzione dei materiali, intesi nella duplice accezione di materiali per la progressione e materiali per la sicurezza, poco a poco si è avviato negli alpinisti un lento, subdolo, incessante processo di deresponsabilizzazione. In pratica, se un tempo la scarsità e la poca affidabilità del materiale (spesso fatto in casa) rendevano necessaria un’attenta preparazione anche e soprattutto psicologica del singolo scalatore che si assumeva “in toto “la responsabilità di ogni manovra e di ogni decisione, ora questo succede solo in parte. Tutti i materiali, ha evidenziato Gogna, sono oggi assoggettati a severi test condotti a livello internazionale (marchio UIAA) e quasi più nessuno, a meno che non si tratti di un esaltato irresponsabile, affronterebbe un itinerario di arrampicata con materiale fatto in casa o recuperato nel baule del nonno! Ma la deresponsabilizzazione va ben oltre, ha detto sempre Gogna, e abbraccia lo stesso terreno di scalata. A partire dalle scuole di alpinismo che, perlopiù, organizzano corsi approfittando di falesie perfettamente attrezzate, fino ai singoli alpinisti e persino alle Guide alpine oggi è tutta una ricerca della via protetta in maniera “moderna”, cioè con soste e passaggi assicurati da protezioni che, almeno in teoria, dovrebbero essere a prova di caduta (spit-fix o anelli resinati, catene alle soste di calata, ecc.). Quando tutto è preparato e preconfezionato, secondo Gogna, tende a verificarsi una sottovalutazione del rischio ed una sopravvalutazione delle proprie capacità con esiti nefasti. Similmente, il sapere di poter contare sempre sulla possibilità, tramite il cellulare, di chiedere immediatamente soccorso è un fattore in più di deresponsabilizzazione. Si potrebbe guardare a questo aspetto in maniera bonaria, giudicandolo nient’altro che frutto dei tempi: come nessuno oggi si sognerebbe più di guidare un’auto con i freni a tamburo alla stessa stregua nessuno, se non in occasione di una rievocazione storica, arrampicherebbe con una corda di canapa, chiodi di ferro fatti in casa magari lungo un itinerario friabile e pericoloso! Però questo atteggiamento di deresponsabilizzazione nasconde un altro fenomeno, anch’esso frutto dei nostri tempi, ma che rappresenta un pericolo non meno grave nei confronti della libertà dell’alpinismo.

Deresponsabilizzarsi implica parallelamente, ha sottolineato infatti Carlo Bonardi del CAAI Centrale nel proprio intervento, trovare un colpevole in caso di incidente, sia esso il compagno, l’azienda costruttrice dei materiali usati, oppure l’apritore-preparatore dell’itinerario. Insomma, vi è il pericolo che anche in alpinismo dilaghi, come già successo qualche volta e come ogni giorno accade infinite volte nella nostra società nelle situazioni più disparate, il ricorso all’articolo 43 del Codice penale, laddove si distingue il reato fra colposo e doloso. E’ veramente triste, ha esclamato ad un certo punto Spiro dalla Porta Xidias, che si sia giunti oggi a dover trattare argomenti quali colpa, dolo e sanzioni a proposito di un’attività come l’alpinismo che da sempre ha simboleggiato un mondo, sia in teoria che in pratica, ben al di sopra delle miserie quotidiane!

Lo sfogo del decano triestino è stato da tutti applaudito, ma a smorzare l’entusiasmo dei convenuti e a riportarli con i piedi per terra e la mente attenta ai problemi della società attuale ha provveduto Giancarlo Del Zotto, che ha parlato di sicurezza in montagna fra regole, sanzioni e consumismo. Bisogna fare attenzione, ha detto Del Zotto, a non confondere la libertà in montagna con l’irresponsabilità o con l’approssimazione, atteggiamenti entrambi tipici del nostro tempo. Al contrario, l’alpinista deve evolversi nel proprio cammino esperienziale sempre più verso un’accresciuta responsabilità personale che lo induca ad operare ogni scelta in funzione delle possibili conseguenze, in primo luogo quelle negative, che da essa potrebbero derivare. Quindi, ancora una volta, il senso di responsabilità è emerso come elemento basilare per garantire la libera fruizione della montagna anche in futuro senza divieti e senza codifiche, senza esami di ammissione e senza patentini.

CAAI-VR-4_ag_01Quinto ed ultimo intervento è stato quello del docente di Filosofia morale all’Università di Verona, Italo Sciuto, che ha paragonato l’alpinista ad un personaggio dantesco sospeso fra Catone l’uticense (“… Libertà va cercando, ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”) ed Ulisse (“… fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”). Ma l’alpinista, ha sottolineato Sciuto, deve comunque agire secondo un principio di responsabilità (di nuovo la parola-chiave del convegno) in modo che le conseguenze del proprio agire siano compatibili con la possibilità che le generazioni future possano vivere una vita autentica ed autonoma come è (o dovrebbe essere) la nostra. In più, ha aggiunto il docente di Filosofia morale, di fronte all’onnipotenza della tecnologia occorre esercitare un sano scetticismo non disgiunto da una buona dose di timore.

Fra gli interventi succedutisi nella seconda parte del convegno durante la quale si è svolto un dibattito prevalentemente incentrato sui rischi penali legati alla realizzazione di vie nuove e\o di palestre naturali di roccia, uno dei più seguiti è stato quello di Maurizio Dalla Libera, Presidente della Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Scialpinismo (CNSASA) il quale ha ricordato che anche le Scuole di alpinismo, assieme ad altri organi tecnici centrali del Club Alpino Italiano, si sono occupati del tema della libertà in alpinismo ed ha pure aggiunto, riallacciandosi in parte a quanto detto da Alessandro Gogna, che la montagna è e deve restare un luogo fruibile liberamente dagli alpinisti senza obbligo di conseguire apposite patenti e senza la necessità di essere accompagnati da un professionista, a meno che non si cerchi deliberatamente tale ausilio. Inoltre, ha aggiunto Dalla Libera, se in palestra è giusto curare il gesto, in montagna si deve curare soprattutto lo spirito ed un buon punto di partenza è essere pienamente responsabili di ciò che si sta facendo. Anche per questo, ha concluso il presidente del CNSASA, è opportuno che gli istruttori di alpinismo sappiano guardare oltre alla praticità ed alla comodità delle vie facilitate dalla presenza di protezioni fisse (le cosiddette “vie plaisir”), ma si sforzino piuttosto di accompagnare i propri allievi, sia per motivi tecnici che etici e storici, sulle vie classiche.

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Il trad come possibile antidoto all’assuefazione allo spit

Il dibattito sull’uso di mezzi artificiali in arrampicata e in alpinismo è vecchio quasi quanto le due attività stesse, probabilmente inizia con Albert Frederick Mummery quando il grande alpinista inglese cominciò a parlare di scalare le montagne “by fair means”. Dunque una “rivoluzione” tutta britannica, che seguiva del resto l’invenzione (sempre britannica…) dell’alpinismo.
Il dibattito arrivò poi alla forma assoluta ed estrema di Paul Preuss, quindi si stemperò nel tempo del Sesto Grado in un ventaglio di forme intermedie.

Una sosta trad
Trad-Climbing_anchorSi riaccese nella seconda metà degli anni Sessanta, prima in America (Royal Robbins), poi in Europa (Reinhold Messner, Enzo Cozzolino, ecc.). Venne il Nuovo Mattino e con lui il dibattito trovò corpo: l’alpinismo si divise, si creò il free climbing che per certi versi si contrappone all’alpinismo padre.
Con il Nuovo Mattino non si pretese più di fare salite che potessero essere comprese in un’etica che si voleva Una (che una però non era), ma ci si accontentò di farle in modo che appartenesse fisicamente a una delle Etiche.

Sempre del mondo anglosassone è l’invenzione dello «stile alpino», che esprime in modo perfetto, con il suo ridotto uso di materiali, ossigeno, uomini e corde fisse, la contrapposizione alla conquista con mezzi illimitati.

Nell’ambito del free climbing, e mentre a esso si contrapponeva l’arrampicata sportiva con la sua filosofia del gesto atletico in piena sicurezza, dunque assicurato da protezioni fisse, ecco nascere già negli anni ’70 altre varianti, come il real climbing, clean climbing… e negli anni del Duemila ecco il trad climbing e perfino il new trad.
Sulla possibile confusione tra clean e trad abbiamo già dedicato un post (vedi qui), ma è indubbio che si senta che il dibattito deve essere ulteriormente approfondito.

 Caroline Ciavaldini e il suo equipaggiamento tradTradClimbing-CarolineCiavaldini-original_photo_13292Il 27 aprile 2014, nell’ambito del Festival di Trento e nella sala conferenze della Fondazione Kessler, il CAAI e Mountain Wilderness hanno ritenuto di grande attualità organizzare il convegno Trad climbing: una nuova etica in alpinismo?, sia per sgombrare il campo da equivoci banali sia per tratteggiare quello che potrebbe essere un futuro.

Moderato da Alessandro Gogna, che ha curato un’introduzione al problema, il convegno si è trovato d’accordo subito su due punti fondamentali. Primo, si sta parlando di etiche, dando quindi per scontata la libertà di seguirne una, due, tutte o nessuna. Le etiche sono come dei codici di gioco, si può giocare con quelle regole (senza barare quindi), oppure dire chiaramente di aver adottato altre regole, seguendo quindi un’altra etica, oppure inventandone una nuova. Secondo, con il termine “trad”, cioè tradizionale non si vuole corrispondere affatto a un semplicistico «ritorno al passato», si vuole semplicemente aggregare quegli arrampicatori che, condividendo i valori tradizionali, praticano un’arrampicata moderna per molti versi originale.

La sala della Fondazione Kessler a Trento, 27 aprile 2014
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 113L’arrampicata trad non evita i chiodi, ma il loro uso è limitato alle situazioni in cui non sono sostituibili, vengono preferiti i mezzi di protezione a incastro senza che il gioco vada a scapito della sicurezza. L’obiettivo dello scalatore trad è quadruplice: “fare” la salita (“chiuderla”), non sfruttare le protezioni per la progressione (RP), sistemarle personalmente e dedicare uguali sforzi (di tempo e di capacità) alla serie di movimenti in arrampicata libera e alla strategia di protezione (a volte davvero elaboratissima). L’arrampicatore trad rifiuta in genere la filosofia del “o la va o la spacca”, e sta magari delle ore a studiare come proteggersi. Ecco perché, al momento, il trad si esprime soprattutto sui monotiri.

Riguardo alle condizioni per cui ci possa essere un trad, l’impressione è che quelle vissute sulle pareti e le falesie del Regno Unito non siano esperienze trasferibili “tout court” sulle verticalità nostrane. Tuttavia, il movimento trad c’è ed è vivo anche da noi: non dimentichiamo che il CAAI è alla terza organizzazione (2010, 2012 e settembre 2014) del Trad climbing meeting in Valle dell’Orco (Parco del Gran Paradiso), istruttiva occasione d’incontro internazionale.
Nel 2010 si era anche tenuto, in quell’ambito, il convegno Arrampicata trad(izionale), quale futuro? E a questo proposito, assai valide sono le conclusioni del dolomitista Manrico Dell’Agnola, quando commentò che “nomi fra i più autorevoli dell’alpinismo mondiale credono che l’arrampicata dovrebbe fare un passo indietro, non tecnicamente, ma tecnologicamente e questo reputo sarebbe un bene per l’alpinismo e per la montagna”.

Convegno sul Trad a Trento (27 aprile 2014): Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alessandro Gogna, Maurizio Oviglia e Alberto Rampini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 147I protagonisti del convegno di Trento sono stati scalatori che non hanno bisogno di presentazioni: Maurizio Oviglia, Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alberto Rampini. Di essi, solo il primo ha praticato esperienza trad e clean in senso stretto.
«Il Traditional climbing va anzitutto spiegato – ha argomentato il moderatore Gogna – perché non è un ritorno al passato e, se è facile da praticare sul granito dove si possono usare dadi, friend, cordini, è più difficile sulle Dolomiti e su certi calcari. Qui è necessario spesso usare il chiodo il quale, messo e levato, col tempo spacca le fessure. Lasciato o non lasciato, ma comunque usato, non può essere “clean”.
Ci sono rocce diverse, storie diverse e arrampicatori diversi, parliamo di codici che uno accetta di usare se vuole giocare a questo gioco. Io sono però uno strenuo difensore della libertà individuale di interpretare, negare o fare delle cose intermedie o diverse: ci sono tanti alpinismi diversi e parlarne può essere utile per sapersi muovere e distinguere culturalmente. Non credo che occorra dare troppa importanza a questi nomi, anche perché c’è chi dà più importanza all’impresa in generale. È la codificazione di un gioco, poi sta a noi valutarlo».

Maurizio Oviglia, aiutato da alcune immagini e un breve film, ha illustrato come lui stesso ha fondalmente contribuito alla nascita del trad in Italia, soprattutto in Sardegna, con la scoperta di alcune aree dove questo può essere praticato senza troppe difficoltà. Oviglia, in questa ricerca, era partito dalla constatazione del forte sbilanciamento presente a fine secolo XX: in Italia non c’era quasi falesia che non fosse chiodata a spit, i vecchi itinerari schiodati che si prestavano al trad praticamente tutti richiodati in modo definitivo. Ecco dunque l’esigenza di trovare alcune cosiddette “aree clean”, autonome e di principio non violabili dalla filosofia sportiva, anche per “un’alternativa di arrampicata più gustosa ai giovani alpinisti”. Oggi la situazione non è molto diversa, ma qualcosa si comincia a vedere (Valle dell’Orco, Valle di Mello, Cadarese, Capo Testa, Carloforte, ecc.).

Maurizio Oviglia arrampica trad in Valle dell’Orco
TradClimbing-5634Maurizio Giordani ha espresso il suo parere rievocando quella che è stata la sua storia personale, soprattutto la sua scelta di eleggere la parete sud della Marmolada come terreno privilegiato in cui cercare di progredire e di eccellere. Il percorso gli divenne sempre più chiaro dopo lo Specchio di Sara e i pochi spit usati in quell’occasione: aprire un itinerario di difficoltà equivalenti, ma senza l’uso di neppure uno spit. Giordani ci ha detto di esserci riuscito quando aprì Andromeda e che per questo la sua soddisfazione fu immensa, come a sottolineare la gioia che si può provare ad aver agito “clean”, pulito: una gioia che si affianca a quella della conquista, almeno a pari merito.
Aver ottemperato all’intenzione di non appropriarsi totalmente dello spazio in parete, ma di lasciarlo intatto a beneficio degli alpinisti che saliranno dopo.

Anche Ivo Rabanser si serve di un po’ di esposizione autobiografica per sottolineare come per lui ciò che conta è l’autonomia e l’estetica di un itinerario, in altre parole il risultato di un impegno, di una performance. Senza nulla togliere al valore dei vari codici, Rabanser afferma con decisione di essersi trovato a sottometterli alla via, vista in modo globale. Inoltre, per Rabanser, «una via aperta con protezioni mobili implica una difficoltà più alta per i ripetitori, la via non si semplifica con il passare del tempo. Quindi questa tecnica consente agli alpinisti di restare più autonomi e farebbe riacquistare capacità che si stanno un po’ perdendo, come quella di piantare i chiodi».

Infine Alberto Rampini ha spiegato in modo sintetico e magistrale l’etica in vigore in Gran Bretagna, in particolare in Cornovaglia: no chiodi, no soste, no discese attrezzate, nessun nome all’inizio della via, no “gardening”… perfino, su certi terreni, no alle suole Vibram per l’approccio!

Alberto Rampini su William’s Chimney, Trewevas Head, Cornwall
TradClimbing-Alberto-Rampini-on-William's-Chimney-Trewevas-Head,-CornwallE questa pratica, là diffusa a livello popolare, è stata trasportata in altri terreni, questa volta di vera montagna, come sulla catena dell’AntiAtlante, in Marocco. E proprio nell’audiovisivo che Rampini ci ha mostrato sul Marocco si è potuto avere una vaga idea di come potrebbe essere il “trad” del futuro. Tra quelli che sono stati là, qualcuno è tornato spaventato: ma l’opinione prevalente è che sia soprattutto una questione psicologica, da assuefazione allo spit.

Il convegno si è chiuso con la consegna dei premi del Concorso Clean Climbing 2013.

Premiazione Concorso Clean Climbing 2013: Carlo Alberto Pinelli, Arturo Castagna, Alessandro Beber, Stefano Michelazzi, Giovanni Nico, Tomas e Silvestro Franchini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 207

L’intervista di Mountainblog a Carlo Alberto Pinelli

L’intervista di Mountainblog ad Alessandro Gogna

postato il 16 maggio 2014

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Concorso a premi Clean Climbing 2013

L’associazione Mountain Wilderness Italia e il Club Alpino Accademico Italiano hanno indetto nei mesi scorsi un
concorso a premi, rivolto a tutti gli alpinisti interessati a riscoprire il valore e il fascino dell’arrampicata che non
lascia tracce. Si è inteso in questo modo rafforzare il messaggio lanciato dal CAAI con i meeting “International
TRAD Climbing” nella valle dell’Orco (2010 e 2012). Lo scopo non è quello di suggerire la superiorità del “clean
climbing” rispetto alle tecniche di assicurazione e protezione moderne, ma di contribuire a divulgare la possibilità
di affiancare alle vie di arrampicata integralmente protette da spit e chiodi uno stile di arrampicata diverso, che si
ispira alla tradizione ma la interpreta con uno sguardo nuovo, maggiormente consapevole delle sue valenze psicologiche, culturali e ambientali.

ConcorsoPremi-Learn-Climb-Intro-Trad_v2_m56577569831497457

La Commissione nominata dal Club Alpino Accademico Italiano e da Mountain Wilderness Italia per esaminare e giudicare le relazioni delle vie “trad” inviate prima della scadenza del 31 Agosto 2013, si è riunita a Firenze il 23 Novembre 2013 ed ha emesso il proprio verdetto.
La Commissione ha notato con soddisfazione che quasi tutte le relazioni presentate sono state redatte con cura, attenzione
e onestà, non dimenticando di inquadrare le singole vie all’interno di una cornice storico/geografica chiara ed essenziale. L’uso saltuario di protezioni fisse (chiodi e spit) è stato sempre apertamente dichiarato e ciò va ad onore dei partecipanti. La scelta dei vincitori nelle due categorie previste dal bando non è stata facile, in presenza di numerose relazioni riguardanti vie di indubbio alto livello.

Al termine della disamina la Commissione ha proclamato vincitore nella categoria “vie di montagna multipitch”
Stefano Michelazzi (Trieste, 08/01/66), guida alpina, con la seguente motivazione:
Per le numerose vie di grade interesse tecnico e ambientale, aperte dal presentatore in stile trad puro, con limitatissimo uso di chiodi e per di più su roccia dolomitica, tradizionalmente ritenuta difficile da affrontare in questo
stile
. Le vie sono attentamente relazionate (in parte già oggetto di divulgazione a mezzo guida uscita nel 2010).

ConcorsoPremi-stefano_michelazziStefano Michelazzi

La Commissione ha proclamato vincitore nella categoria “falesie” Tomas Franchini (Cles, 09/03/89), con la
seguente motivazione:
Giovane e molto promettente alpinista trentino, presenta vie di trad puro, anche multipitch, su una falesia di roccia
granitica nel Gruppo della Presanella. Per localizzazione e tipo di salita, la falesia, già nota, merita un rilancio
nella nuova ottica di arrampicata in stile rigorosamente “clean”.

ConcorsoPremi-index
Tomas Franchini

Inoltre la Commissione ha ritenuto opportuno assegnare una “Menzione speciale” ad Alessandro Beber
(Trento, 08/06/86) per la documentazione relativa alla via “Ceremagica” aperta nel gruppo dei Lagorai (cima di
Ceremana), con la seguente motivazione:
Via logica, di grande fascino ed eleganza, che si svolge in un ambiente poco frequentato. La via, presentata con
una documentazione completa, precisa ed accurata, supera una parete di porfido ben fessurato e di facile proteggibilità anche con mezzi tradizionali. L’utilizzazione di un certo numero di chiodi per soste e passaggi pone tuttavia la via ai limiti delle caratteristiche richieste dall’iniziativa “Clean Climbing
.

Jon Winter on Bulls Crack HVS 5a at Heptonstall Quarry England UK - Jon Winter laybacking the wide crack of Bulls Crack.  Quarried Gritstone like Heptonstall in Yorkshire offers more positive climbing the natural grit's traditionally sloping routes. Almost all routes rely on entirely traditionally placed protection.
Jon Winter su Bulls Crack HVS 5a a Heptonstall Quarry, England, UK

La Commissione era composta da:
Sergio Cerutti (INA) Carlo Alberto Pinelli (CAAI – MW)
Maurizio Giordani (AGAI – MW) Alberto Rampini (INA – CAAI – MW)
Alessandro Gogna (AGAI – MW)
Giacomo Stefani (CAAI)
Mauro Penasa (CAAI)

Il giorno 6 dicembre 2013, presso il notaio dr. Fabrizio Cappucci, con studio in via del Corso 303 a Roma, si è svolta l’estrazione a sorte, tra tutti i partecipanti, del premio in denaro (pari a 1500 euro) destinato a un viaggio nel paradiso roccioso del deserto di Wadi Rum in Giordania (o, a scelta, nel selvaggio gruppo roccioso dell’Anti Atlante marocchino, o nelle isole Lofoten – Norvegia). Atto notarile Rep 883. Racc. 614.
Ha vinto il candidato Giovanni Nico (Negrar, 11/07/91) al quale vanno i nostri complimenti e auguri.

postato il 4 gennaio 2014