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Perché ancora con il CAI?

Gianfranco Valagussa è socio CAI della Sezione di Domegge di Cadore, alpinista e Guida naturalistica ambientale regionale.

Perché ancora con il CAI?
di Gianfranco Valagussa
[già pubblicato sulla rivista Le Dolomiti Bellunesi (estate 2016) e su altitudini.it  (11 luglio 2016)]

“La via del ritorno è difficile, molto difficile, ma anche straordinaria. Lungo di essa si prende coscienza di tutte le paure rimosse, di tutti i fantasmi e i mostri del passato che si sono buttati nel cestino. In sostanza si ripercorre all’indietro il cammino del tempo: e un fantastico viaggio nella notte per arrivare alla luce, dove si impara ad essere umili e coraggiosi, a osare quando è il tempo di osare e a non cedere alla tentazione di osare quando non è il tempo di osare, anche se vi sarebbe la possibilità di farlo (Gian Piero Motti, Arrampicare a Caprie)”.

Siamo nati diversi
Non sono in delirio di onnipotenza, non ho iniziato a darmi del “voi” non pretendendolo nemmeno dagli sconosciuti. Nel 1972 ho aderito al “cai”.

Il minuscolo è voluto per affetto verso un ragazzone incontrato un paio d’anni fa su un sentiero. Il passaggio era praticamente distrutto da una frana e alla nostra (non ero solo) domanda perché il CAI non avesse sistemato il percorso, alzò i palmi delle mani sorridendo e rispose “qui servono i cai, non il CAI”. Il CAI del fare per la montagna, non quello delle élite.

Gianfranco Valagussa, il Nonno
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Perché iscriversi in quel 1972? Ho aderito leggendo I falliti di Gian Piero Motti (Rivista Mensile del CAI, settembre 1972). Prima di allora mi era sufficiente leggere sulla tessera la frase di Guido Rey per scartare ogni ipotesi di adesione. Erano anni particolari. Poi ho capito che un sodalizio (1) è tale perché vige una regola semplice da accettare, ma difficile da praticare: la solidarietà.

Il sodalizio oggi risente degli effetti negativi prodotti dalla disgregazione di idee di cui sono vittime tutte le associazioni: partiti, sindacati, chiesa, istituzioni. Quello che manca è un’idea (2) capace di dare respiro all’associazione, favorire la comunicazione.

Semplicemente dovremmo star insieme per realizzare un progetto comune che riguarda, nel caso del CAI, la montagna. Quale progetto? Come si può trovarsi d’accordo su un progetto e decidere di realizzare un fine comune? Qui occorre rifarsi alla storia generica, a questo scopo si organizzano i congressi, i concilia (3). Sapete come avvengono i congressi? Chiedete a chi ci è stato, se non vi fidate di chi scrive.

I congressi, non solo quelli del CAI ovviamente, vengono preparati contattando i possibili partecipanti con cui potrà essere diviso il frutto dell’azione comune, che potrà essere economico, di fama, di potere o altro secondo il fine dell’organizzazione, dell’associazione, del partito, dell’idea quindi. Contano i voti ai congressi.

Punto il dito contro qualcuno? Assolutamente no, si tratta di una idea ipotetica.

Raccolti i voti, costruiti gli organismi, decisi gli incarichi, ci si avvia alla determinazione del futuro gruppo dirigente eletto, di conseguenza, non dai partecipanti ma “con il consenso dei partecipanti”. Il problema è come si ottiene il consenso, come si convogliano gli elettori. In alcune associazioni varrà l’interesse economico, per altre quello ideologico, per altre ancora la condivisione di scopi etici o l’affermazione individuale.

Il collante per egemonizzare i voti è l’etica
Altra parola chiave: etica. Occorre sottolineare che non intendo accomunare una organizzazione specifica a un interesse specifico, le ragioni della adesione sono trasversali. Il raggiungimento del fine non è subordinato alla capacità degli eletti, ma agli eventi naturali o forzati che si succedono nel corso di un mandato. Cosa dico? Rispondo con una domanda. Avete mai chiesto a chi avete eletto cosa ha realizzato del suo programma? Non mi piace vincere facile, quindi non mi riferisco ai partiti nazionali ma al vostro comune o alla associazione alla quale aderite o al sindacato (Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Confcommercio, Associazione Artigiani, ecc.) che rappresenta la vostra categoria economica. Bene, il collante per egemonizzare i voti è l’etica (4).

Cadore, il Regno delle Ciaspe
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La distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è utile o indesiderabile, diventa il nuovo motivo del dopo elezione. È il ribaltamento per cui le nuove esigenze determinano l’abbandono di un’etica per un’altra. Ripeto, per essere chiaro: si dice cosa è bene e su quello si chiede il voto, si fissano le regole per raggiungere lo scopo e prendere il voto, si fanno i conti con ciò che interessa per costruire una maggioranza; ed è a questo punto che saltano gli scopi dichiarati inizialmente per raggiungere i voti necessari. Ovvero un compromesso (5). Le organizzazioni “supermarket” ne sono la testimonianza, sono quelle che rappresentano tutto e il contrario di tutto, aggiungerei, per avere l’appoggio di tutti o di una maggioranza utile alla elezione. Esempi? Siamo tutti d’accordo sulla preservazione dell’ambiente alpino, quindi scriviamo che non vogliamo l’eliski, l’elitour o altri motori in aree naturali, non vogliamo nuove ferrate, non vogliamo nuovi bivacchi, siamo per limitare l’uso del territorio alpino per sport e competizioni invasive. Non serve citare documenti, non siamo burocrati. Poi ci sono le eccezioni, e mi fermo al Cadore.

Eliski: parte dalle Guide Alpine di Cortina la richiesta di praticare l’attività in due zone della conca, l’anno successivo si aggiungono altre Guide di Calalzo e Auronzo (6). La scusa è la regolamentazione, ma oggi sappiamo che non esiste nessun controllo reale e che gli elicotteri svolazzano ovunque, trasportando persone per i più svariati motivi, eliski, elitour, elicaccia, elipranzo. Non serve, come è successo, che qualche rappresentante istituzionale chieda di “denunciare” gli illeciti, bisogna prima dire come le istituzioni effettuano i controlli e chi li effettua.

Moto e ciclocross: basta seguire qualche sentiero facile e vicino agli abitati per diventare testimoni di ciò che avviene. E non tocchiamo il tasto quad. Ma il CAI cosa c’entra? Alla guida di questi comuni ci sono ex dirigenti del CAI e iscritti storici, che magari sono stati conosciuti dagli elettori proprio per il ruolo avuto nell’associazione e per quello votati.

Nuova ferrata in memoria del Vajont, voluta da CAI e Istituzioni locali, ideata da alcuni dirigenti del Soccorso Alpino (per la propria affermazione?) e realizzata da Guide Alpine per consolidare le loro entrate economiche. Avete guardato quali associazioni si trovano tra i patrocinatori delle varie competizioni in quota per il rilancio del turismo cadorino? Fatelo.

Nuovo bivacco a Forcella Marmarole voluto dal CAI centrale e locale, sicuramente con un approccio tecnico di competenza, visto che l’attuale presidente della locale sezione del CAI è un professionista del settore.

Il regno delle ciaspe (o dello sci alpinismo?). Alcune semplici note: le ciaspe (ciaspole nel mondo del turismo invernale) servono per camminare nella neve non battuta, perché batterla? La verità è sulla copertina del primo depliant del Regno delle ciaspe ripreso in un recente articolo anche dal Corriere delle Alpi. Lo scialpinismo è un’esperienza fondata sulla conoscenza delle complesse problematiche della montagna invernale, dove lo scialpinista impara a gestire autonomamente l’ascensione: lo sforzo fisico (la fatica) diventa una componente indispensabile nel raggiungimento dell’obbiettivo e rappresenta un’irrinunciabile completamento dell’esperienza (Roberto Valenti, Ecologia ed Etica, Manuale CAI 1999. Ribadiamo evidenziando che tale concetto è valido anche per le ciaspe.

L’operazione “Regno” è servita anche alle Guide Alpine, in accordo con le istituzioni locali (CAI compreso), a promuovere i corsi per Accompagnatore di Media Montagna, ben sapendo che si tratta di una sovrapposizione con le Guide Naturalistiche, ciò approfittando del tema sicurezza, quando non esistono casi di incidenti in montagna in inverno che abbiano coinvolto queste figure professionali. Lo so che c’è una legge nazionale, non perdete tempo a ricordarmelo.

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È servito ai rifugi il “Regno”? Certamente, e questo è il lato positivo che dovrebbe essere supportato anche da un riferimento culturale contro l’uso dei motori e per mantenere/aiutare queste strutture, che sono soprattutto presidi culturali e di aiuto in un ambiente naturale difficile e delicato. Scrive Vincenzo Torti: “Direi in ultima analisi che promuovere una legge, la quale vieti il volo in ambiente montano al di fuori degli scopi individuati di pubblica utilità (lavori in quota di vario genere e soccorso, rifornimento), sia ormai quasi una necessità anche per evitare, come dice Luca (Maspes), che ci aggiungiamo inaugurazioni di lapidi, croci, trasmissioni televisive con i dirigenti “in alto”, ecc.”.

Ma la mia proposta dov’è?
Si chiederanno i più attenti. Bene, i TAM (organi CAI per la Tutela Ambiente Montano) sono sicuramente, dal punto di vista tecnico ed etico, gli organismi più coerenti con le indicazioni del nostro sodalizio. Diamogli lo spazio che meritano, essendo più tecnici che politici. Al momento dell’iscrizione ci sia la possibilità di destinare una quota percentuale del costo della tessera direttamente a loro, visto che la parola libertà (7) ha senso proprio solo al momento della sua applicazione diretta; senza risorse economiche non esiste autonomia (8) d’azione.

Forse così il nuovo CAI potrà iniziare a crescere, libero. Anzi, intanto che ci sono, aumento la posta in gioco. Oltre a indicare una quota per gli organismi tecnici, si potrebbe destinare una quota consistente alla sezione territoriale di appartenenza (a proposito di libertà e autonomia) sulla quale gravano i compiti più specifici di rapporto con gli iscritti, quelli che restano visti i cali numerici. Penso in modo specifico al cambio delle percentuali: la percentuale di quota oggi destinata alla sezione vada al centro, mentre la corrispondente percentuale resti di libera scelta, con percentuali suddivise tra gli organismi. Oggi la proporzione nella mia sezione di appartenenza è di € 12,50 alla Sezione e di € 29,50 al Centro. Anzi, propongo un elenco di destinazioni a cui sottoscrivere una quota: il rifugio, manutenzione di un sentiero, TAM, Soccorso Alpino, Alpinismo Giovanile, Onc, oppure un generico “alla Sezione”.

Ma comunque sto con il CAI, per poter leggere in un futuro non lontano un articolo dal titolo I nostri fallimenti, dove qualcuno ammetta che l’idea è un’altra e che, permanendo le distanze tra una e l’altra etica, quella dichiarata e quella praticata, si trovi il coraggio di fondare, non rifondare, il nuovo CAI, il nuovo Collegio delle Guide Alpine ed un nuovo Soccorso Alpino (sono Sezioni Nazionali del CAI), perché non è vero che in queste società si decide all’unanimità, in modo bulgaro si diceva tempo fa. Anche lì c’è chi la pensa diversamente.

Solo una volontà comune può effettivamente migliorare l’organizzazione
È evidente che ciò di cui mi voglio occupare è, molto semplicemente, promuovere un dibattito, un confronto di idee che riesca a modificare lo stato attuale dell’organizzazione partendo “dal basso”, nella consapevolezza che solo una volontà comune può effettivamente migliorare l’organizzazione. In una parola: condivisione.

Cadore Motor Games 2014
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Qualcuno sorriderà, altri stringeranno le spalle scuotendo la testa, qualcuno deciderà di scrivermi, per dimostrare il contrario di ciò che ho affermato. Bene, allora lo scopo è raggiunto. Qui sta la ragione per cui non scrivo a un gruppo dirigente, o al singolo blasonato, senza accettare la richiesta riportata da Lo Scarpone (si veda “Il Club Alpino Italiano è un luogo aperto anche alle critica”), perché solo la protesta organizzata può portare a modifiche sostanziali. Ai singoli da soli non viene dato peso (si veda sul Gogna Blog La non risposta del CAI).

Ma prima un’ultima considerazione. In molti ritengono che il CAI deve considerare le ragioni economiche, prima di opporsi e contestare le varie iniziative prese da istituzioni e privati. Ecco alcuni esempi con affermazioni di noti alpinisti e dirigenti che non nomino perché qui non conta chi lo dice: molti si riconosceranno, poiché rappresentano un modo di pensare. “Voi che siete contro, sapete quanto costa un elicottero e quanto lavoro deve fare per mantenersi?” oppure: “Lo sport è il veicolo per lo sviluppo turistico delle zone alpine che non hanno risorse produttive”, ed ancora “Quella funivia ci permetterà di collegarci con le migliori aree turistiche”, o anche “Quella ferrata è un’ottima iniziativa, vista la grande frequentazione” e “Il nuovo bivacco è una grande opportunità per quei luoghi che sono poco visitati”.

Bene, ma lo sviluppo economico prevede una pianificazione, una analisi dei costi e dei successivi guadagni, una analisi del mercato. In quante delle azioni svolte è stato fatto? Per le ferrate? Per gli impianti? Per le attività sportive? O ci si è accontentati di un finanziamento dalle istituzioni locali o nazionali o europee in cambio di visibilità.

Un CAI futuro deve almeno schierarsi contro e non favorire tali operazioni.

Se dovete pubblicizzare la montagna utilizzate un pendio verde o bianco e cime solitarie o una immagine di sciovie e elicotteri, motoslitte e quad? Pensate davvero che una via ferrata abbia a che fare con l’alpinismo?

Un CAI combattivo, più coerente, meno supermarket
Quello a cui penso è un CAI dove le Commissioni di Tutela dell’Ambiente Montano contino più degli organismi politici, dove il volontario che sistema sentieri o aiuta nelle riparazioni del rifugio o bivacco sia considerato meglio di un dirigente.

Un CAI meno attento ai rapporti istituzionali e politici. Un CAI combattivo, più coerente, meno supermarket che accontenta tutti. Un CAI, insomma, che responsabilizzi sulle tematiche dell’ambiente alpino con una organizzazione meno burocratica e soprattutto dove l’autonomia delle sezioni non venga confusa con anarchia di comportamenti.

Durante una comunicazione in aula sul tema delle trasformazioni della vita nelle Dolomiti alla Scuola Media di Domegge ho iniziato chiedendo agli scolari che cos’è il CAI, e la risposta di un singolo scolaro è stata: sono quelli che organizzano le gite.

Sto nel CAI perché ritengo che il futuro della montagna, delle Dolomiti, è nelle mani del nostro sodalizio. Qualcuno sorriderà di nuovo scuotendo la testa, lo ricordo quel sorriso, è la stessa reazione che anni fa avevano alcuni quando si parlava di ghiacciai che sparivano, di raccolta differenziata, di inverni senza neve, di estati senza pioggia, di energie alternative, eccetera.

Note
1) Un sodalizio è, citando la Treccani (mica balle), l’unione di persone che si riuniscono per cooperare a un fine comune, comunanza di vita tra amici e compagni, ovvero amicizia, intesa, legame, rapporto.

2) Idea = rappresentazione mentale di una entità reale o astratta, ovvero concetto, immagine; attività della mente rivolta a prefigurarsi una possibile realtà, ovvero eventualità, possibilità, prospettiva.

3) Concilium/Concilia, per il popolo romano era una assemblea o riunione di popoli stranieri, di confederazioni, della plebe, di tutto il popolo. Semplificando il concetto si tratta di un congresso, dal latino congressus, incontro.

4) Etica: “il ramo della filosofia che si occupa della sfera delle azioni buone e cattive e non di quelle giuridicamente permesse o proibite o di quelle più adeguate”.

5) Compromesso = soluzione media adottata per superare un contrasto o una difficoltà.

6) Nella delibera del Comune di Auronzo si legge, tra l’altro, che sui versanti nord delle zone interessate dall’eliski non si trovano animali selvatici nel periodo invernale…

7) Libertà. 1- possibilità di comportarsi in conformità alla propria coscienza, ai propri valori, come realizzazione del proprio io, insomma in relazione a se stessi; 2- possibilità di un agire in rapporto ad altri, siano essi cittadini, autorità, poteri. Le due concezioni possono trovare un fondamento comune nel concetto di responsabilità.

8) Autonomia. In senso ampio, capacità e facoltà di reggersi da sé… Con riferimento a enti e organi dotati di indipendenza, il diritto di autodeterminarsi liberamente nel quadro di un organismo più vasto. L’autonomia normativa consiste nel diritto di emanare norme proprie; l’autonomia finanziaria è la facoltà di stabilire da sé le entrate e le spese; l’autonomia di gestione è la facoltà di dirigere da sé la propria attività.

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CAI ed elicotteri

Per il mese di agosto 2016 il Comune di Ollomont, in collaborazione con le Guide di Valpelline, ha organizzato in sintonia con il CAI di Chiavari una gita in elicottero al Rifugio Franco Chiarella all’Amianthe, base per le ascensioni al Grand Combin.

Credo che iniziative di questo tipo, che impattano così profondamente sui principi etici del CAI (in barba al Nuovo Bidecalogo della stessa associazione), dovrebbero sollevare un confronto immediato tra i soci e l’associazione e non realizzarsi così alla chetichella.

Alberto Conserva (da facebook, 10 luglio 2016): “Personalmente, avendo frequentato la valle di Ollomont per tantissimi anni, avendo potuto usufruire della squisita accoglienza dei soci del CAI di Chiavari, durante l’ ascensione al Grand Combin e in molte altre circostanze, non riesco ancora a credere che la nostra associazione possa prestarsi a un’operazione promozionale dell’uso dell’elicottero in montagna. Sono profondamente sdegnato”.

La gita in elicottero in questione è chiaramente proposta nero su bianco in questo comunicato, nonché sul sito ufficiale del turismo in Valle d’Aosta http://www.lovevda.it

La manifestazione ha titolo L’anima del rifugio: Festa e musica in alta quota nell’incanto del Rifugio Amianthe, e si svolgerà il 4 e il 5 agosto 2016.

A sottolineare che evidentemente per gli organizzatori la sola alta montagna e lo splendido isolamento di questo angolo di Alpi Pennine non bastano a raccogliere partecipanti, eccoli affannarsi per dare al pubblico new attractions, per ridurre alle regola da luna park anche i più meravigliosi momenti di vita.

Viene in mente il pezzo What use? inserito nell’album Half Mute (1980) della band americana Tuxedomoon… “Give me new noise – give me new affection – strange new toys – from another world”.

Una new attraction può essere qualificato il peraltro bellissimo Concerto Divertissement de Mozart: il Kreamuze Clarinet Quartet, composto da Peter Himpe, Yanou Vanermen, Els Van Rillaer e Simon Himpe, suonerà al tramonto per i  convenuti al Rifugio Amianthe, a 2979 m.

In più la Compagnia delle Guide di Valpelline ha deciso di celebrare l’annuale festa delle guide proprio in quell’occasione che, come lo stesso comunicato stampa sottolinea, è o dovrebbe essere “un evento straordinario, una giornata di festa e di celebrazione della vita e del lavoro nei rifugi alpini”. Per il 5 agosto, in compagnia delle guide alpine, chi lo desidera può salire in vetta alla Tête Blanche 3413 m.
Altra gradita attraction sarà di certo il pranzo a base di piatti tradizionali e prodotti della cucina ligure a cura dei gestori della Sezione CAI di Chiavari.

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Peccato dunque che, “per l’eccezionalità dell’evento” siano stati organizzati voli speciali con gli elicotteri della ditta Pellissier il giorno 5 agosto “per dare a tutti l’opportunità di salire in alta quota e di gioire di un evento cosi emozionante”. Prezzi davvero popolari: per ogni passeggero 40 euro solo salita, 85 euro andata e ritorno.

La festa delle guide, organizzata in un luogo così remoto e solitario (ricordiamo che le ore di cammino sono circa quattro da Glacier, Ollomont) non doveva essere banalizzata in questo modo.

Non c’è neppure la scusa di favorire il gestore con una maggior frequentazione: infatti il rifugio è autogestito dai soci del CAI di Chiavari, che a turno provvedono al servizio nei mesi estivi, non certo quindi professionalmente.
Marco Lanata, presidente CAI Chiavari, ha scritto (su facebook): “Faccio presente che questa sezione non ha organizzato alcunché, si è resa disponibile – in qualità di gestore del rifugio – a dare adeguata assistenza logistica alla manifestazione organizzata dal Comune di Ollomont per valorizzare le “terre alte”. Con l’occasione faccio presente che questa Sezione intende collaborare attivamente con gli Enti Locali, cui compete la gestione del territorio, e/o con altri Enti o
Associazioni per migliorare l’ offerta escursionistica/alpinistica della Valle. Considerata la favorevole esperienza dello scorso anno, anticipo che anche per quest’anno è prevista al rifugio una festa con le Guide della Valpelline, cui questa sezione darà adeguata collaborazione“.
In sostanza, la sezione del CAI di Chiavari vorrebbe prendere le distanze dall’organizzazione ma sbaglia le misure, perché ben si guarda dall’ammettere che, se voli d’elicottero ci saranno, sarà anche per la sua fedele acquiescenza agli Enti locali, direi remissiva obbedienza: una risposta che ben traduce lo spirito di quel Club Alpino che nessuno dovrebbe volere.
Ci auguriamo che qualcuno riveda queste decisioni, se non altro per rispettare la volontà della maggioranza dei soci del Club Alpino Italiano, chiaramente espressa nel Nuovo Bidecalogo.

Gae Valle (da facebook, 10 luglio 2016): “Purtroppo non è un caso isolato. Le varie feste dell’alpe sono promosse e hanno successo, perché alla gente interessa provare “l’emozione” del volo e non vivere la cultura della montagna. Operatori turistici, guide, CAI e associazioni varie, sostenute dai media locali e nazionali, promuovono la cultura urbana, il divertimento dei luna park, facili e redditizie attrattive. In Valsesia, nonostante sia Parco Naturale… gli elicotteri girano e come girano!“.

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La burocratica fine del glorioso CAI-Lima

La burocratica fine del glorioso CAI-Lima
a cura del Club Amici delle Ande – Celso Salvetti

La Sezione del CAI-Lima “Eugenio Margaroli”, fondata nel 1973 da Celso Salvetti, non esiste più.
La storia del CAI-Lima è legata al nome di Celso Salvetti, nato nel 1934 in Friuli e alpino per eccellenza. Uomo innamorato della montagna e della natura, è stato un grande amico di tutti gli alpinisti. Gli piaceva essere chiamato “conducente di muli”, suo compito nei mesi di naja nel btg. Tolmezzo. Lo conoscevano tutti, alle adunate degli Alpini spiccava imponente con il suo metro e novanta di statura e l’inseparabile zaino, di scorta al vessillo della sezione Perù dell’ANA della quale è stato presidente per lunghi anni.

Celso Salvetti
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Era famoso per la sua singolare generosità, da tutti stimato come leale e prezioso ambasciatore di tutti gli alpinisti italiani sulle Ande Peruviane.
In occasione del terremoto che nel 1970 sconvolse la zona di Huaraz, fu lui il primo ad arrivare con uomini e aiuti. Ma non è tutto: per le suore della Carità di San Vicente di Paul, finanziò una scuola in un quartiere povero di Lima e collaborò alla costruzione della casa di riposo Giobatta Isola sempre a Lima.
Per queste attività svolte ai fini sociali in Perù, fu insignito Cavaliere Ufficiale e Commendatore della Repubblica Italiana.
Celso Salvetti e stato il fondatore della Sezione Particolare del CAI a Lima, e ne fu il presidente dalla sua fondazione sino al giorno della sua scomparsa avvenuta a Domodossola il 27 aprile 2011.
In continuità di legame con questa particolare sezione, la Presidenza era stata poi affidata alla cara moglie di Celso, la signora Marjeta Starin in Salvetti.

La storia del CAI-Lima sezione “Eugenio Margaroli” (dal nome della guida alpina ossolana, deceduta sul lavoro in Perù) è davvero originale.
Intanto è stata l’unica sezione del CAI fondata all’estero, in Perù appunto.
La vita di Salvetti è stata avventurosa e rocambolesca come poche: partito da emigrante in cerca di fortuna nel 1954, dopo quaranta giorni di nave raggiunse il Perù. Qui si divise fra duro lavoro di miniera a 5000 metri di quota e svariate attività.
Infine Salvetti si stabilì a Lima diventando imprenditore di successo. L’agiatezza economica gli permise di tornare a occuparsi della sua antica passione per la montagna. Alla fine erano più di 150 le sue ascensioni nelle Ande.
Passione coltivata anche contribuendo gratuitamente all’organizzazione logistica e al sostegno delle spedizioni italiane nelle cordigliere andine.

Celso Salvetti a una sfilata degli Alpini
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Negli ambienti alpinistici di mezza Europa si diffuse così la voce di un italiano di Lima che aiutava gli alpinisti. Celso era presto divenuto un punto di riferimento in grado di dar loro una mano a risolvere i problemi che si presentavano.
Dalla casa di Celso Salvetti passarono i nomi più importanti dell’alpinismo italiano, da Riccardo Cassin, Tino Albani, Renato Casarotto, Agostino Da Polenza, Casimiro Ferrari con i Ragni di Lecco, Pinuccio Castelnuovo, Silvio Mondinelli detto “Gnaro”, Graziano Bianchi, Sergio Necchi, Alberto Brocheri, Fabio Masciadri, Giuseppe “Franzin” Cazzaniga, Luciano Vuerich, Fabio Agostinis, Nives Meroi, Romano Benet, Giancarlo Del Zotto, Giuliano Mainini, Rino Zocchi, i fratelli Rusconi, Nino e Santino Calegari, e tanti altri ancora.

Una per tutte va ricordata la spedizione “Città di Trento” del 1971 al Nevado Caraz, nella quale perirono i forti alpinisti Bepi Loss e Carlo Marchiodi.
Anche in quell’occasione Celso Salvetti diede un importante aiuto. Prima nell’organizzazione logistica, per il trasporto dei materiali e per l’organizzazione dei campi, e poi, a seguito della disgrazia, in un paese dove non esisteva il soccorso in montagna, organizzò il recupero e il complicato rimpatrio delle povere salme.

Proprio per i diversi interventi di soccorso, operato sulle montagne Andine, l’allora Presidente Nazionale del Soccorso Alpino Bruno Toniolo gli conferì la Tessera di socio Vitalizio Onorario del CNSA.

Non si può non ricordare anche il ragno di Lecco Casimiro Ferrari, divenuto un grande amico di Celso, protagonista della prima salita sull’Huantsan in Cordillera Blanca nel 1972. Alcuni componenti della spedizione sono stati soci aggregati; Gianbattista Zaroli, Tonino Galmarini, Mario Mazzoleni, e il medico Sandro Liati, anch’egli membro dei Ragni di Lecco.

Celso Salvetti
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Fabio Masciadri (accademico del CAI dal 1958) racconta: “Nel lontano luglio del 1973 organizzai una piccola spedizione esplorativa in una zona delle Ande del Perù, posta tra le cordigliere di Raura e di Huayhuasch, per verificare l’esistenza e l’ubicazione di un gruppo di nevados sconosciuti intravisti in lontananza dall’accademico Pino Dionisi durante le sue ascensioni sui “5000” di Raura. Riccardo Cassin mi indirizzò a Celso Salvetti, che lo aveva aiutato generosamente per la sua spedizione in Cordillera Blanca.
Conobbi Celso e diventammo amici. Immediatamente risolse molti dei nostri problemi. Senza pretendere un soldo ci ospitò al Circolo Deportivo Italiano e ci “trasportò”, con due fuoristrada, fino alla diga di Surasaca, nel cuore della Cordigliera di Raura. Per merito suo riuscimmo a individuare i misteriosi nevados rilevati soltanto sulle recentissime carte fotogrammetriche USA. Celso fu entusiasta della scoperta tanto che nel 1974 e nel 1975 organizzò e finanziò due spedizioni, alle quali partecipò personalmente. Furono esplorati tutti i versanti del gruppo, assai vasto, e salite le cime principali chiamate Millpo
”.

Celso Salvetti era oramai un personaggio conosciuto dagli alpinisti esploratori delle Ande Peruviane, e il CAI di Lima ancora non esisteva. Infatti fu fondato solo nel luglio 1973 grazie all’interessamento di alcuni alpinisti conoscitori delle montagne peruviane divenuti amici di Salvetti, Fabio Masciadri, accademico del CAI e Lodovico Gaetani, allora dirigenti alla sede Centrale del CAI. Soci fondatori: Giuseppe Franzin Cazzaniga (Medaglia d’Oro del CAI conferitagli nel 1999), Mariola Masciadri (curatrice per 11 anni della rivista Lo Scarpone del CAI) e Fabio Masciadri.

Quel che più è rimarchevole però è che il CAI-Lima non ha scritto solo pagine importanti di storia dell’alpinismo passato, ma ha contribuito a scriverne di nuove. Infatti, nel 2004 al CAI Lima è stato attribuito il prestigioso riconoscimento “Premio Paolo Consiglio” per aver patrocinato e organizzato la migliore spedizione alpinistica extraeuropea di quell’anno, compiuta in stile alpino, senza sponsorizzazioni commerciali e portatori d’alta quota. La spedizione era composta dalle guide alpine Fabrizio Manoni ed Enrico Rosso: nel 2003 avevano fatto la prima salita integrale della cresta sud del Nevado Copa 6188 m nella Cordillera Blanca. La via è stata dedicata proprio al fondatore del CAI-LIMA, Celso Salvetti, in segno di ringraziamento per il suo grande e disinteressato impegno a favore dell’alpinismo italiano in Perù.

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Non solo. Tutti gli anni la “particolare” sezione svolgeva i propri raduni in diverse regioni d’Italia, che invece di esaurirsi in eventi nostalgico-commemorativi, promuoveva, in collaborazione con soci aggregati, ma iscritti ad altre sezioni CAI, incontri e dibattiti per incentivare l’attività alpinistica in alta montagna, in particolare in Perù, stimolando e favorendo la conoscenza reciproca e l’incontro fra alpinisti al fine dello scambio d’informazioni, esperienze e documentazione.

Il Comitato Centrale di Indirizzo e di Controllo del CAI, nella sua riunione del 28 novembre 2015, applicando statuto e regolamento, ha deliberato lo scioglimento della Sezione di Lima, ai sensi dell’Art. 49 comma 6 del Regolamento Generale. Il fatto non è piaciuto a molti, perciò si è tentato di intervenire presso la Direzione Nazionale ma senza successo. Contro una decisione pressoché unanime del massimo organo del CAI non c’è altra possibilità che un ricorso ai Probiviri i quali, come ovvio, non possono che osservare quelle norme statutarie che sono contrarie alla sopravvivenza della sezione.

Il CAI-Lima è stato un contenitore particolare e prezioso, era la memoria storica di molte spedizioni di alpinisti italiani in terra peruviana, un patrimonio di alpinismo epico che ci auguriamo non venga disperso. Per questo motivo è stato fondato il Club Amici delle Ande – Celso Salvetti. Possono aderire al nuovo Club tutti coloro che hanno avuto esperienze nelle Ande, e anche chi lo vorrà fare in futuro: per trovare amicizia, suggerimenti ed esperienza. I soci fondatori sono Marjeta Starin in Salvetti (Presidente onorario), Fabio Masciadri (Presidente, già socio fondatore CAI-Lima nel 1973), Sergio Necchi (Vicepresidente), Paolo Paracchini (Segretario). La sede legale del Club è Casa Masciadri – via Cadorna 2 – 22032 Albese con Cassano (CO). La sede della Segreteria è Casa Paracchini – Borgata Prata 31 – 28845 Domodossola. La prima Assemblea si terrà il 24 e 25 settembre 2016 a Domodossola, con la partecipazione di numerosi amici alpinisti, accademici e guide alpine – tra cui l’amico Kurt Diemberger.

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San Vincenzo da Saint-Vincent?

San Vincenzo da Saint-Vincent?

Vincenzo Torti è il nuovo Presidente generale del Club Alpino Italiano per il triennio 2016 – 2019, eletto sabato 21 maggio 2016 dall’Assemblea dei Delegati che si è tenuta a Saint Vincent (AO), presso il Centro Congressi del Grand Hotel Billia.

Da oggi quindi è in lui che sono riposte le speranze di molti soci, nonché di tutti i volontari che vogliono esprimere, nel Sodalizio, una forte volontà associativa, superando con il loro entusiasmo questo momento di ben avvertita coscienza delle difficoltà di un’associazione cui si presentano grandi e impegnative scelte, inderogabili. Sono anche molti coloro che vorrebbero sì queste scelte, ma le preferirebbero di segno contrario. E ci vorranno dunque la tenacia e la pazienza di un “santo” a riconvogliare le energie positive dell’intera associazione senza rischiare clamorose rotture. Perciò: buon lavoro a Torti!

Riportiamo qui un corposo riassunto del discorso con il quale Vincenzo Torti ha chiesto all’Assemblea di sceglierlo:
E’ un giorno importante, un giorno che unisce idealmente la Valle d’Aosta, che è anche diventata una parte della mia vita, con la sede storica, sociale del CAI al Monte dei Cappuccini, dove abbiamo il nostro Museo della Montagna, la nostra Biblioteca Nazionale, la nostra Sala degli Stemmi, dove il CAI è nato. E non vi potrebbe essere riferimento più prestigioso di quello.

E’ dal tempo del duello Lodovico Gaetani-Leonardo Bramanti, circa 30 anni fa, che l’Assemblea dei Delegati, l’espressione più importante del Club Alpino Italiano, può scegliere tra due candidati.

L’Assemblea dei Delegati del CAI, 21 maggio 2016, Hotel Billia di Saint-Vincent
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La scelta non può essere la conclusione di un’onorata carriera ma neppure una cambiale firmata in bianco. Le persone non sono quello che dicono, bensì quello che fanno. Dovete scegliere su queste basi.

Ho raccolto il messaggio di mio nonno, fondatore del CAI di Giussano, che mi ha iscritto appena nato. Ho cercato di trasmettere questa scuola di carattere (che è la fatica di andare in montagna) alle mie figlie e adesso anche ai nipoti. E’ anche una scuola di onestà (in parete sei quello che fai); è una scuola di solidarietà (la cordata); è una scuola che insegna ad amare e rispettare l’ambiente.

Essere avvocato non è però la ragione per la quale vi chiedo di scegliere me come futuro Presidente Generale.

Quello che ho imparato, l’ho imparato dalla montagna. Lo stesso impegno ho ritenuto di mettere nelle questioni che mi sono state sottoposte da qualunque delle regioni italiane.

Come presidente rispetterei coma una sorta di Dieci Comandamenti le priorità espresse da questa Assemblea: che occorre realizzare assieme nel massimo sforzo espresso da un volontariato di qualità. Il grande numero dei Delegati oggi presenti esprime l’evidente impegno della base: cui si deve rispetto. Rispetto del socio, del suo tempo, del suo entusiasmo e delle sue competenze. Il CAI che immagino io è soprattutto il CAI che dà risposte.

La prima risposta da dare alle Sezioni è la prima delle conclusioni di Firenze: dobbiamo invertire il rapporto tra le Sezioni e la Sede centrale, è quest’ultima che dev’essere al servizio delle Sezioni e non il contrario. Perché i problemi quotidiani nascono lì e lì devono essere risolti. Possiamo dare risposta con la semplificazione, immediata: norme chiare, di più facile attuazione. Possiamo allargare ancora l’ambito delle coperture assicurative, prima ristrette alle attività istituzionali ora aperte anche all’attività individuale. Presto sarà disponibile un rapporto chiaro che sviscera questa importante materia.

Per dimostrare l’inversione di rotta, già oggi si intravvede la possibilità di girare alle Sezioni una parte degli introiti oggi destinati alla Sede centrale. Dobbiamo istituire un fondo di sussidiarietà alle Sezioni in difficoltà per avvenimenti critici imprevisti, o sopravvenienze rispetto a un’iniziativa, o per urgenti lavori a un rifugio. Con il fondo si ottiene trasparenza, si fugano i dubbi provocati da situazioni al limite dell’illecito.

Elio Orlandi, Mariano Frizzera e Carlo Claus. Foto: Alberto Rampini
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Il grande tema dei giovani attende risposta: sono stato relatore a Roma all’assemblea delle associazioni scout e ho parlato della responsabilità dei loro accompagnatori. E’ emerso che hanno bisogno del CAI. Sono 200.000 giovani che amano come noi la montagna, camminano sugli stessi sentieri e vogliono come noi rispettare la natura. Una libera frequentazione che lascia lo spazio intatto anche ai nostri figli e nipoti.

Ho parlato anche con i responsabili della FASI, che mi hanno assicurato di essere pronti per uscire, assieme a noi, dalla fase di autoreferenzialità. Queste espressioni di “avventurosità” possono beneficiare della cultura centocinquantenaria del CAI privata dell’autoreferenzialità.

Sui rifugi ricordo il mio contributo alla risoluzione della questione dell’indennizzo, non dovuto per contratto, della provincia di Bolzano alle Sezioni del CAI: sono 800.000 euro che danno ristoro a tante iniziative in atto e future. Occorre implementare il fondo per i rifugi e dare nuovo vigore a questo nostro importante settore. Altro patrimonio da tutelare è quello dei sentieri, che sono le arterie attraverso le quali noi ci muoviamo in montagna. Lotta dunque a tutti i mezzi motorizzati, moto, motoslitte ed eliski.

Concludo dicendo che per me il CAI deve avere a cuore il rispetto della territorialità e del socio. Un CAI di risposte vere, di coerenza, di trasparenza e di solidarietà”.

Questo discorso, durato più dei 10 minuti concessi, ha suscitato un’interruzione di disapprovazione: ma certamente è stato più circostanziato e programmatico di quello dell’altro candidato, Paolo Valoti, che qui riassumiamo in un passaggio:
Come socio tra soci, confermo la volontà di far crescere al massimo livello l’impegno e la responsabilità per costruire e sperimentare tutti insieme un percorso condiviso, trasparente e partecipativo… per realizzare le priorità e gli obiettivi strategici che abbiamo approvato oggi. Sono consapevole che l’atmosfera di rinnovamento e di fiducia reciproca respirata dal 100° Congresso (Firenze) fino a oggi ci permetterà di continuare a rimboccarci le maniche: forza, pluralità e serenità per rispondere tutti insieme ai bisogni di cambiamento e alle opportunità della base sociale, cioè delle sezioni e sottosezioni del Club Alpino Italiano, un luogo di eccellenze, di relazione e anche di amicizia per tutti, dagli Appennini alle Alpi, dalle piccole alle grandi montagne del mondo”.

L’Assemblea dei Delegati 2016 del Club alpino italiano, che a detta di tutti i partecipanti è stata magistralmente organizzata dal CAI Valle d’Aosta e dalle sue quattro Sezioni (Aosta, Chatillon, Gressoney La Trinité e Verres), ha fatto registrare una massiccia partecipazione: sono intervenuti 448 Delegati, con 503 deleghe, per un totale di 951 voti, a rappresentare 411 Sezioni di tutta Italia. Vincenzo Torti prende il posto di Umberto Martini, in carica dal 2010, non più rieleggibile dopo due mandati alla presidenza in base al regolamento del CAI sui limiti degli stessi.

A Vincenzo Torti sono andati 484 voti, mentre all’altro candidato Paolo Valoti ne sono andati 456.

Vincenzo Torti e Antonio Montani
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Provo una grande emozione per un onore che condivido con l’altro candidato Paolo Valoti, visti i pochi voti che ci hanno separato (28, NdR)”, ha affermato Vincenzo Torti. E ha ringraziato l’Assemblea con queste parole di augurio: “Alla fine del mio incarico non si dovrà assolutamente dire che alle grandi domande abbiamo dato solo piccole risposte”.

Avvocato, classe 1950, Torti è socio della Sezione CAI di Giussano dal 1952, della quale è stato presidente per tre mandati. Tra le cariche ricoperte in passato nel Sodalizio a livello nazionale, è stato componente del Comitato Direttivo Centrale dal 2005 al 2009 e Vicepresidente generale dal 2009 al 2015.
Si è occupato dei problemi legali del CAI e delle sue Sezioni, ha scritto il libro La responsabilità nell’accompagnamento in montagna, ha coordinato la risoluzione di problemi delle Sezioni, dell’Accademico, delle Guide Alpine, la trasformazione storica del Soccorso Alpino.

All’ordine del giorno a Saint Vincent anche l’elezione di uno dei tre Vicepresidenti generali del CAI. Antonio Montani, 44 anni, socio della Sezione CAI di Pallanza (VB), ha preso il posto di Ettore Borsetti, anch’egli non più rieleggibile dopo due mandati.

L’Assemblea ha nominato Elio Orlandi Socio onorario del CAI, dopo la lettura della “laudatio” scritta da Armando Aste.

Da lunedì 23 maggio Vincenzo Torti ha iniziato a operare ufficialmente come nuovo Presidente generale, con lo scambio di consegne con Umberto Martini e la presa di possesso della sala di presidenza di via Petrella 19. I suoi primi atti ufficiali sono tre lettere da lui inviate a tre ben diversi personaggi e per svariate ragioni:
al socio Carlo Sollier, in occasione dei suoi 50 anni di iscrizione al CAI, per manifestargli personalmente, in un momento difficile, gratitudine e apprezzamento di tutto il Sodalizio per quanto questi ha fatto e per “tutto il bene che ha prodotto”.
al socio Cesare Ballabio, grande amico di suo nonno Carlo Cerati (quello che lo aveva iscritto in fasce da neonato al CAI) ma anche compagno di scialpinismo sull’Allalinhorn. Un’occasione, quella dell’elezione, per un grande abbraccio e dichiarazione di stima;
all’accademico Armando Aste per la bella laudatio da questi scritta per l’amico Elio Orlandi, da domenica socio onorario del CAI.

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CAI e fascismo

CAI e fascismo
di Francesco Gleria

Cercherò brevemente di illustrare e motivare gli stretti rapporti che ci sono stati nel ventennio fascista fra il regime e il CAI.

Il rapporto fra CAI e fascismo è stato più complesso di quanto Pietro Crivellaro ci ha fatto intendere nell’articolo apparso su Montagne360 dell’aprile 2013 in occasione della cronistoria a puntate sui 150 anni del sodalizio.

Stemma del Centro Alpinistico Italiano con fascio littorio
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Anzitutto è da chiedersi se l’abbraccio fra CAI e fascismo sia stato cercato dal CAI o non piuttosto imposto dal regime: io sarei più propenso per questa seconda ipotesi e a supporto porto un paio di testimonianze: in primis un intervento del Presidente generale Eliseo Porro in occasione dell’assemblea dei delegati tenutasi a Parma nel marzo del 1925. In quell’occasione Porro informa di aver ricevuto dal Ministro della Guerra un programma, più propriamente una pretesa, atta a far sì che il CAI col concorso del Ministero medesimo preparasse alla montagna le popolazioni valligiane in maniera da averle più idonee alla funzione militare.

E’ questo un primo segnale dell’intenzione del governo fascista di incapsulare il CAI, cui fa seguito nel 1927 la sua inclusione all’interno del CONI. La conseguenza è che il Presidente generale del CAI viene nominato con decreto del capo del governo su proposta del segretario del partito nazionale fascista. A sua volta il presidente generale del CAI nomina i presidenti delle sezioni che dovranno essere iscritti al partito nazionale fascista.

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Mi parrebbe strano che i dirigenti del CAI possano avere liberamente scelto di perdere ogni libertà riguardo alla nomina delle più importanti cariche sociali e più in generale alla gestione del Club.

D’altra parte un articolo apparso sul primo numero della rivista mensile del 1928 a firma del consigliere centrale Mario Pola mette in evidenza come tanto si sia discusso, anche con tante lamentele, sull’inquadramento del CAI all’interno del CONI .

A Eliseo Porro, ultimo presidente generale eletto democraticamente, subentra nel 1929 Augusto Turati, segretario del partito e presidente del CONI che regge la carica per un anno lasciando il posto nell’aprile del 1930 ad Angelo Manaresi che già ricopre l’incarico di presidente dell’ANA (Associazione Nazionale Alpini) ed è altresì sottosegretario presso il Ministero della guerra. Di lì a poco Manaresi assumerà anche la direzione della Rivista Mensile la cui redazione viene trasferita da Torino a Roma dopo che l’anno prima anche la sede centrale aveva subito la stessa sorte.

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Con la presidenza Manaresi, che dura fino all’aprile del 1943 quando cade Mussolini, il CAI è stretto in un abbraccio soffocante dal Regime. Viene fatta piazza pulita di tutte le associazioni alpinistiche: il campo dell’alpinismo deve avere un solo referente: il CAI.

Tutti gli universitari fascisti (GUF) devono entrare nelle file del CAI, il che comporta un notevole incremento del corpo sociale (circa 40.000 nuovi soci dei quali molti del tutto digiuni di alpinismo).

Nel 1939 interviene anche una preoccupante modifica nello statuto del CAI che è diretta conseguenza delle leggi razziali “i soci del CAI che debbono infatti esclusivamente appartenere alla razza ariana”.

Dall’ottobre del 1941 il CAI passa alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista: come conseguenza la vigilanza politico-morale degli organismi periferici del CAI è di esclusiva competenza dei segretari federali, mentre le cariche devono essere conferite esclusivamente agli iscritti al partito.

Ora è evidente che chi avesse voluto praticare la montagna negli anni del fascismo non poteva che aderire al CAI, vuoi perché il CAI organizzava gite e campeggi in un periodo in cui la motorizzazione privata era molto scarsa, vuoi per gli sconti nei rifugi, vuoi perché gli iscritti potevano ottenere forti riduzioni nei trasporti ferroviari, vuoi perché all’infuori del CAI non esistevano altre associazioni alpinistiche.

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Se però la catena di comando era saldamente nelle mani del partito, non altrettanto può dirsi della base associativa che per sua natura è individualista. Significativi al proposito sono due interventi, il primo di Manaresi all’atto del suo insediamento quando auspica che nel CAI non vi siano angoli morti di afascismo irriducibile; l’altro più vicino a noi è del presidente della sezione di Vicenza, Lorenzo Pezzotti, che nel 1931 lamenta come la sezione vivacchi e non viva anche perché i migliori alpinisti sono troppo individualisti. Poi dice: “Vorrei sbagliarmi ma a me sembra che sia molto languido nella nostra sezione quello che si può chiamare spirito di corpo”.

Sia Pezzotti, che presiederà la sezione per nove anni dal 1930 al 1938 che Giuseppe Zanetti che gli succederà fino al 1940 manifestano nei loro interventi una entusiastica adesione al fascismo sullo stile roboante del Presidente generale Manaresi.

Con Tommaso Valmarana che succede nella veste di commissario a Zanetti, dimissionario nel novembre del 1940, l’atteggiamento dei vertici della sezione cambia.

Mi basta ricordare questo significativo episodio: nella seduta del 28 luglio 1941 Valmarana rende noto che nei giorni precedenti il presidente generale Manaresi gli ha comunicato di aver accolto il desiderio dell’onorevole Arturo Marescalchi diretto ad ottenere la intestazione del rifugio Vicenza a nome del suo figlio Umberto caduto in guerra. Valmarana dichiara di non accettare questa decisione e che pertanto intende rassegnare le proprie dimissioni.

Angelo Manaresi
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Successivamente tutti i consiglieri presenti esprimono la loro opposizione alla nuova denominazione imposta dalla sede centrale. Il consiglio ritiene poi opportuno che il presidente faccia presente alla presidenza generale tutte le ragioni che ostacolano la proposta denominazione.

Nella seduta del 6 agosto Valmarana dà notizia della risposta avuta alla sua lettera diretta a Manaresi circa la nuova denominazione del rifugio Vicenza: la risposta è pervenuta attraverso il CONI con un telegramma a firma Manaresi che invita i dirigenti della sezione a prendere atto che la decisione circa la nuova denominazione del rifugio è definitiva. Manaresi conclude scrivendo che si aspetta comprensione dagli alpinisti vicentini sempre disciplinati.

Nella successiva riunione del 27 agosto 1941, assente Valmarana perché richiamato alle armi, il vice presidente informa che Valmarana ha parlato con il senatore Marescalchi che intende non sia più dato il nome di suo figlio al rifugio.

E nella successiva riunione del 22 ottobre 1941 Valmarana riferisce di aver conferito anche con il presidente generale Manaresi e di poter assicurare la sezione che il rifugio Vicenza conserverà immutato il suo nome.

A questo riguardo è da segnalare che l’anno prima sempre il presidente generale del CAI aveva approvato la proposta della sezione di Padova di intitolare alla memoria del maresciallo dell’aria Italo Balbo il rifugio Padova nelle Dolomiti orientali.

E saltiamo direttamente al 1945 e ai giorni immediatamente successivi alla liberazione: in data 8 maggio si riuniscono nella sede provvisoria di via Motton San Lorenzo 15 soci, fra cui alcuni componenti del vecchio consiglio.

Il Duce a Monte Terminillo, 1937
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Viene dato atto della irreperibilità del presidente Tommaso Valmarana, ufficiale di collegamento con le truppe alleate e viene anche evidenziato che la sezione ha l’ambito onore di annoverare fra i suoi soci molti esponenti della resurrezione italiana: ricordo Dino Miotti, Raffaele Rigotti, Umberto Stella, Cleto Vedù, Gino Soldà oltre a Toni Giuriolo. Leone Cabalisti, componente del vecchio consiglio e dotato di pieni poteri dal locale CNL, presiede la riunione che procede alla nomina del commissario provvisorio nella persona di Gaetano Falcipieri che a sua volta designa cinque collaboratori.

Nella seduta del 1° giugno 1945, a pochi giorni dalla conferma della morte di Giuriolo (Francesco Meneghello si era recato a fine maggio in Emilia per conoscerne i dettagli) viene deliberato di mutare il nome del rifugio Campogrosso in Toni Giuriolo.

Il 2 settembre 1945 alla presenza del governatore alleato colonnello Richard L. Lollar e del capo di Polizia Baker, di autorità civili e militari italiane oltre che del consiglio direttivo sezionale e delle rappresentanze dei gruppi partigiani e delle vicine sezioni del CAI ha luogo la cerimonia dell’intitolazione del rifugio e dello scoprimento della lapide.

Nella riunione del successivo 12 settembre il consiglio lamenta il comportamento del conduttore del rifugio per la sua esosità in particolare per il costo della colazione offerta in occasione dell’inaugurazione del rifugio. Per la cronaca fu servito il seguente menù: risotto con funghi, vitello arrosto con funghi e purée di patate.

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Le colpe della comunicazione alpina

Le colpe della comunicazione alpina
di Roberto Serafin
(già pubblicato su www.mountcity.it l’8 aprile 2016)

Il mezzo crea il messaggio, come sostenne il sociologo canadese Marshall McLuhan (1911-1980). E il messaggio dei blog purtroppo è spesso sguaiato, inaffidabile. Ciò vale anche per i siti, talvolta, che si occupano di montagna. Non tutti. Non siamo nel ruttodromo sboccato del calcio (espressione di Massimo Gramellini): noi amici della montagna viviamo da e tra gentiluomini o presunti tali. Tuttavia, con i tempi cupi che corrono, il mettersi rudemente in gioco nel web può procurare fastidi a tutte le quote. Ma spesso occorre sporcarsi le mani. E’ un argomento scottante quello dei rapporti tra le pubbliche istituzioni e il web scostumato. Si salvi chi può. C’è sempre il rischio che una polemica diventi virale. Il tema lo affronta animosamente in Gogna blog (http://www.alessandrogogna.com/2016/04/01/torti-vs-valoti/) uno dei due aspiranti alla massima carica del Club alpino, istituzione che recentemente ha censurato con un “foglio d’ordini” o un equivalente sistema (che rimanda, detto inter nos, ai tempi del fascistissimo Centro Alpinistico Italiano) i soci che esprimono dissenso attraverso blog di “privati cittadini” anziché affidare il loro pensiero alle strutture a ciò ufficialmente delegate.

Il sociologo canadese Marshall McLuhan
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I panni sporchi si lavano in famiglia, si sa. Ma se la famiglia è anche un ente pubblico, può darsi che per decenza s’imponga un briciolo di trasparenza anche nelle questioni scabrose. C’è qualcosa di sconveniente in ciò che viene reso noto nei blog di montagna a proposito delle politiche del Club alpino? Il fatto è che non sempre si può e si deve, se si fa del giornalismo serio, essere in sintonia con le istituzioni. Dire che tutto va ben madama la marchesa è come dire che tutto va male. Che critica cinematografica è mai quella che dà cinque pallini a tutti i film che escono sugli schermi? Può darsi che MC come altri confratelli non sia sempre ben visto lassù. Ma è dalla biodiversità che derivano importanti arricchimenti.

Per fortuna non è in gioco la libertà di stampa. In gioco sono le opportunità, gli equilibrismi, i giochi occulti di potere, la corsa alle poltrone in cui ogni bravo “competitore” eccelle o è meglio che cambi mestiere. Ora c’è chi impugna lo staffile come Sant’Ambrogio contro gli infedeli per affermare che nei vituperati blog circolano “parole in libertà” mentre la libertà di parola e di cronaca “dovrebbe essere sempre legata ai valori di etica, gratuità e trasparenza, come quelli praticati nella comune passione per la montagna”. Ma non possono certo essere “parole in libertà” quelle di chi denuncia l’asservimento al mercato florido delle moto fuoristrada o all’impiantistica più devastante o all’eliski praticato ormai soltanto sul versante italiano delle Alpi dove il Club alpino dovrebbe fare da sentinella e invece talvolta preferisce lasciar perdere. Senza i Panama papers, tanto per intendersi, la più grande fuga di documenti della storia, non si sarebbe saputo che negli ultimi quarant’anni centinaia di persone tra le più potenti del mondo hanno nascosto le loro ricchezze nei paradisi fiscali. Anche questo è oggi il giornalismo. Prima di dare lezioni di etica, i competitor del Club alpino dovrebbero chiedersi verso quali frontiere sta andando il giornalismo che con tanto livore stigmatizzano. Nuove sono oggi le modalità di comunicare l’informazione in un mondo sempre più globalizzato: fact-checking, data journalism, explanatory journalism, robot journalism, citizen journalism, social networks… Esiste anche una Carta dei diritti in rete, di cui è ispiratore il giurista Stefano Rodotà, che offre una serie di parametri concreti per consentire di fare un test di democraticità. La materia è complessa e non si presta ad analisi sbrigative. “Oggi purtroppo etica e informazione”, sentenzia invece il competitor che tanto si dice amante della democrazia, “non sempre camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop”. Massimi sistemi a parte, sarebbe più corretto non uscire dal seminato. Di che cosa si stava parlando? Della nebbia che calò quando giunsero al pettine proprio attraverso i blog, questo compreso, i nodi di un accordo sciagurato tra il Club alpino e la Federazione motociclistica italiana. Quanto di più inopportuno le fervide menti di via Petrella avrebbero potuto escogitare mentre sempre più difficile risulta mettere un freno al dilagare impunito dei fuoristrada per boschi e prati. Chi scrive se l’è dovuta vedere sui sentieri dell’Ossola con motociclisti che hanno cercato anche di mettergli le mani addosso visto che non cedeva il passo e aveva deciso d’immortalarli mentre si facevano beffe di lui, costringendolo a rivolgersi ai carabinieri.

Angelo Manaresi (a destra), podestà di Bologna e presidente del Club Alpino Italiano, assieme a Guglielmo Marconi, si reca al Littoriale (ora stadio comunale Renato Dall’Ara) per l’inugurazione della Fiera, Bologna 5 maggio 1934
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E ancora. Traslocare una parte delle attività del Club Alpino Italiano in una “struttura parallela”? Di questa oscura ipotesi si è discusso nei blog “privati” sulla scorta del Congresso nazionale del CAI sul volontariato, considerato che l’associazione appalta lavori all’esterno. Con trasparenza, si spera. C’è forse da stupirsi se un socio parla, al di fuori degli organi istituzionali, dell’eccessiva “e ormai insopportabile” burocratizzazione di questa antica associazione, così palesemente in contrasto con l’aria frizzantina che si respira nella stragrande maggioranza delle sezioni? E’ da censurare chi afferma che sempre più in via Petrella si tenta di trasformare il Club alpino in un’azienda? Altro argomento. Non poteva dilagare che nei blog e, probabilmente, nei social network, l’anacronistica discussione sul volontariato femminile nel CAI al 100° Congresso. Una turbolenza conclusasi a furor di socie con una revisione del documento programmatico. Anche qui i blogger di “privati cittadini” hanno voluto metterci il becco dal momento che le fonti ufficiali tacevano. “Oggi”, argomenta con enfasi l’aspirante alla massima carica del sodalizio, “sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore”. Bella scoperta. Al Redattore, quello con la R maiuscola, il Club alpino chiedeva agli inizi del secolo scorso anche competenze in materia di geologia e botanica e altri requisiti a livello accademico. Un bagaglio notevole. E oggi come si scelgono gli addetti alla comunicazione?

Una copertina della Rivista Mensile del CAI in tempo fascista
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D’accordo. “Bisogna riuscire a informare e comunicare in tempi rapidi, utilizzare il maggior numero di strumenti possibili, farlo sempre con senso di responsabilità ed etica”. E tuttavia, aggiungiamo, bisogna anche che istituzioni importanti e paludate si sappiano aprire in modo responsabile alle richieste dei privati cittadini senza lasciare colpevolmente che i problemi s’incancreniscano. Ci si degni almeno di controbattere pubblicamente, se si hanno validi argomenti, a “privati cittadini” come il professor Marco Vitale, illustre economista e alpinista, che in una recente intervista al sito “Dislivelli” definisce il CAI “conservatore mummificato con una capacità di innovazione sociale e culturale prossima allo zero”. Finora nelle stanze del potere la soluzione scelta in questo specifico caso è stata quella, noblesse oblige, di voltarsi dall’altra parte. Non vedo, non sento, non parlo. Tornando alla dottrina di McLuhan, il mezzo crea il messaggio ma a condizione che si abbiano messaggi da offrire e non solo vibranti proclami in politichese.

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Torti vs Valoti

Torti vs Valoti
Tempo di elezioni anche in ambito CAI. A maggio 2016 sarà eletto il nuovo Presidente Generale del CAI.

Ho rivolto ai due candidati, Vincenzo Torti e Paolo Valoti, tre domande su temi che ci stanno particolarmente a cuore (tutte comunque inserite nella stessa problematica).

“… Fermo restando che siete liberi di non rispondere a queste domande dirette, dentro di me ho la convinzione che mi accontenterete… In caso positivo, vi prego di non superare le 3000 battute totali (le tre risposte assieme). Vi ringrazio in anticipo dell’attenzione e un caro saluto a entrambi“.

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Domande:
1. Il CAI ha recentemente fatto un appello sul suo organo d’informazione affinché il socio, se ha lamentele, proteste o suggerimenti, non li faccia via rete o stampa bensì scriva direttamente al CAI per avere risposta. Cosa ne pensate di questo invito? Necessario, giusto, inopportuno, velleitario?

2. Il socio Luca Gardelli ha recentemente inviato il 2 febbraio una PEC (qui allegata) al presidente Umberto Martini, senza aver a oggi ricevuto alcuna risposta. Perché, 60 giorni dopo a oggi, nessun cenno è pervenuto al Gardelli? Quanto ritenete giusto o inevitabile che un socio (per una vicenda, come certo sapete, ormai pluriennale) debba aspettare tempi geologici per una missiva di risposta qualunque e nel fare ciò sia pure indirettamente invitato a non approfittare dei ben più veloci mezzi del web?

3. Diciassette firmatari di due raccomandate, una al presidente Umberto Martini e l’altra al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, spedite il 2 ottobre 2015, non hanno ancora oggi ricevuto alcuna risposta. E sono passati sei mesi esatti. L’argomento delle due raccomandate è la presa di posizione del CAI nei confronti di quei presidenti di Sezione che non rispettano il Nuovo Bidecalogo. Vedete a questo proposito:
http://www.alessandrogogna.com/2015/10/02/quanto-il-cai-e-contrario-alleliski/
http://www.alessandrogogna.com/2016/01/18/la-non-risposta-del-cai/
Cosa ne pensate?  E soprattutto, come intendete procedere in caso di vostra elezione?

Risposte di Vincenzo Torti:
1) Ho letto quanto apparso su Lo Scarpone e sul sito del CAI con cui “Il Sodalizio” invitava tutti i Soci a non utilizzare blog esterni e ad indirizzare, invece, le proprie opinioni o critiche attraverso “canali interni”.

Ad essere sinceri ho trovato la cosa anomala perché, in tanti anni operativi in ambito CAI, non mi era mai capitato di confrontarmi con un documento privo di paternità e di riferibilità e, ancora, perché quel “Sodalizio” da cui l’invito sembra provenire non dovrebbe essere altro rispetto ai Soci, bensì l’insieme dei Soci stessi.

Ho, quindi, voluto considerarlo come un’occasione di riflessione su un tema tanto attuale, quanto delicato.

Vincenzo Torti
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La comunicazione di una grande Associazione come il Club Alpino Italiano non può non ispirarsi a valori quali la trasparenza e la coerenza, evitando il sempre presente pericolo dell’autoreferenzialità: a tal fine temi di sicura rilevanza associativa non possono, come purtroppo è accaduto, trovare spazio, puntuale documentazione e commenti su siti esterni e non trovarne altrettanto nella comunicazione interna, con il risultato di essere affidati ai “si dice” o alle chiacchiere di corridoio, con scarsa, quando non distorta, informazione ai singoli Soci e l’impossibilità per gli stessi di formarsi un’autonoma opinione.

Si tratta, quindi, di fare in modo che anche in ambito CAI le criticità associative, sgradite forse, ma ineludibili, trovino uno spazio gestito con correttezza e rispetto ma, anche, con la dovuta oggettività e tempestività.

Anche l’invito ad indirizzarsi alla Sede Centrale, alla Presidenza, alla Direzione e alle istituzioni territoriali, di per sé assolutamente condivisibile, impone alcune riflessioni, se è vero che il recente Congresso di Firenze ha evidenziato, tra le maggiori criticità, proprio quella della difficoltà di rapporto tra il Centro, il Territorio ed i Soci.

Si dovrà, quindi, intervenire prima su tale problematica, per evitare, poi, che contatti, sollecitazioni o critiche non arrivino a destinazione o rimangano senza risposta.

2) In tutti gli incontri di presentazione della mia candidatura, in sede di Assemblee dei Delegati, ho indicato come obiettivo prioritario “il CAI delle risposte”, per cui non posso che rammaricarmi della circostanza che viene riferita.

Ritengo che un Socio, a prescindere dalla domanda formulata, debba ottenere un riscontro, eventualmente anche negativo, ed in tempi ragionevoli.

3) Ho preso visione del contenuto delle due raccomandate e, per ragioni evidenti, non sono in grado di indicare i motivi per cui il Presidente Generale Martini non abbia ritenuto di rispondere.

Posso, però, chiarire che la mancata risposta da parte del Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte ha una motivazione giuridica, in quanto tale Organo non è investito della potestà disciplinare che, di contro e ove ne sussistessero i presupposti, sarebbe stata del Consiglio Direttivo Regionale.

Personalmente ho espresso in più occasioni quella che ritengo essere la posizione del CAI rispetto all’eliski, forte non solo del Bidecalogo approvato in occasione del 150° di fondazione, ma anche dell’editoriale a firma del Presidente Generale Martini su Montagne 360° .

Sono, però, del tutto consapevole della criticità del tema e delle problematiche che ne sono scaturite, non solo con riferimento ad alcune Sezioni territoriali, ma anche rispetto alla AGAI, nostra Sezione Nazionale, cui aderisce la quasi totalità delle Guide Alpine e, forse, anche quelle che intendono praticare o praticano l’eliski.

Credo che, in ogni caso, la coerenza debba prevalere, non tanto in una prospettiva sanzionatoria, quanto, piuttosto, nel ricondurre la nostra appartenenza ad una Associazione, quale è il Club Alpino Italiano, alla sua fonte, vale a dire ad una libera manifestazione di volontà e di scelta, espressione di un diritto costituzionalmente sancito dall’art. 2.

Il che significa che qualora le scelte individuali, nel tempo, venissero a confliggere con quelle della Associazione, costituitesi ed espresse nei modi statutariamente previsti, le sopravvenute divergenze dovrebbero coerentemente suggerire le dimissioni da Socio o il non rinnovo del rapporto associativo.

A tal proposito mi piace ricordare che un libro di Cesare Rimini, noto avvocato matrimonialista, titolava “Lasciamoci così, senza rancore”: ora, se ciò è possibile dopo un matrimonio, non vedo perché non dovrebbe esserlo anche, e maggiormente, in un contesto associativo, senza dover invocare lo spettro di sanzioni disciplinari o che altro.

Si tratterebbe solo di coerenza, valore che considero un riferimento prioritario in ogni caso e, in particolare, nel CAI che, se pure è Ente Pubblico non economico nella sua Sede Centrale, non deve mai dimenticare o tralasciare di essere, di pensare e di agire come “Libera Associazione”, come ricorda l’art. 1 del suo Statuto.

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Risposta di Paolo Valoti:
Vorrei approfittare delle domande postemi per cercare di condividere con voi la mia opinione sulla libertà di pensiero e di stampa, che sono un imprescindibile principio costituzionale ma che non devono però dare luogo solo a “parole in libertà” in ogni contesto, in ogni tempo e in ogni luogo.

A partire dalla consapevolezza che una parola o espressione può avere una molteplicità di significati e di interpretazioni, accresciuti dagli intenti di chi le manifesta, penso che la libertà di parola e di cronaca deve essere sempre legata ai valori di etica, gratuità e trasparenza, come quelli praticati nella comune passione per la montagna oppure ricercati nella libertà di montagna tra i “pilastri del cielo” e il bisogno di infinito, che ben conosci con la tua lunga esperienza alpinistica e militanza disinteressata per la montagna.

Oggi purtroppo etica e informazione non sempre però camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop.

È un problema che non riguarda più solo l’informazione giornalistica in senso stretto, ma interessa e coinvolge in modo pervasivo l’intera società e tutti i suoi attori principali, compreso il Club Alpino Italiano in tutta la sua ricca e complessa articolazione nazionale, regionale e territoriale.

La crisi dell’editoria e dei media unita allo sviluppo dei social ha cambiato le modalità e i canali attraverso cui viaggiano la comunicazione e l’informazione.

Oggi sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore.

Niente da eccepire riguardo alla legittimità degli strumenti e ai modi di ciascuno per comunicare e condividere propri pensieri e immagini con il mondo intero, sono però perplesso circa un uso intensivo o eccessivo dei social media che rischiano di trasformare la comunicazione in una sorta di piazza degli insulti o dettata dal click impulsivo sopra una tastiera.

Nei diversi scenari su cui si muove oggi la comunicazione globale, anche un’associazione come il nostro Club Alpino Italiano deve adeguarsi, o meglio, deve “sapersi adeguare”: cioè, deve farlo senza perdere comunque di vista i principi etici e sociali e le ragioni della nostra missione e del nostro ruolo nella società e senza snaturare la nostra identità e appartenenza di gente per la montagna.

Vorrei dire che oggi possiamo e dobbiamo strutturarci e aggiornare i canali informativi e comunicativi, cogliendo quello che la multimedialità e tecnologia ci offre: a fianco della classica carta stampata e i siti internet, dovremo migliorare e potenziare sempre di più strumenti come facebook, twitter e instagram, affinché siano sempre più fonte di notizie utili, di buona divulgazione e di formazione, e anche di sana critica costruttiva.

Ma se cambiano le modalità e gli strumenti della comunicazione (lo stesso Governo non a caso sta predisponendo un pacchetto di nuovi provvedimenti di riforma dell’editoria, in questi giorni all’attenzione del Senato), non cambiano le regole etiche e deontologiche a cui chi fa informazione deve attenersi.

L’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha approvato a fine gennaio il Testo Unico della Deontologia Giornalistica, che raccoglie e riassume ben 13 carte e 2 codici deontologici del mondo dell’informazione, proprio con l’intento di porre maggiore attenzione sulla responsabilità sociale di chi oggi fa informazione: regole che investono non solo la carta stampata, la radio e la tv, ma anche i canali di informazione social.

Non è solo una questione di rispetto della legge ma è anche e per prima cosa una questione di ruolo, di coerenza e di un modo di essere dentro la società.

Noi siamo il Club Alpino Italiano, un’associazione che crede con profondità e fermezza nei valori della montagna e nel rispetto non solo della Natura, con codici di autodisciplina e autoregolamentazione come il nuovo Bidecalogo, ma anche e innanzitutto delle persone, noi vogliamo e abbiamo l’aspirazione di poter contribuire a una società migliore, e per primi dobbiamo cercare di dare il buon esempio.

Paolo Valoti
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Avvertiamo forte le responsabilità che ci vengono attribuite non solo nelle attività sociali, culturali e di solidarietà che il pilastro fondamentale del volontariato dei nostri Soci offrono ogni giorno nelle Sezioni e Sottosezioni, negli Organi Territoriali e Centrali e per le nostre comunità, ma anche nelle attività di comunicazione e informazione che ci competono, e che devono assumere per noi una valenza culturale e formativa, oserei dire una forma talvolta anche di contro-cultura, aperta per tutti.

Ecco allora che anche la nostra comunicazione associativa non può e non deve essere frutto di affermazioni individualistiche e di convinzioni strumentali e personalistiche, ma deve sempre essere frutto di un ascolto e confronto democratico tra di noi, di un sentire comune condiviso dei Soci e aperti alla ricerca della convivenza e coesione migliore possibile.

Una prima forma di comunicazione nasce nelle nostre sedi sociali che possono diventare case delle culture per le genti e i monti d’Italia, del confronto e del dialogo sereno, dell’accoglienza e dell’aggregazione con al centro quel necessario rapporto di fiducia reciproca, partecipativa e inclusiva che deve innervare e nutrire tutta la vita associativa, dagli Appennini alle Alpi.

Nell’opportunità di questa intervista e delle domande specifiche spero di avere dato alcuni spunti di risposta per il primo tema, mentre per le altre domande non ritengo di avere né competenza né conoscenza adeguate per entrare nel merito, anche perché per alcuni temi ci sono obblighi di riservatezza dei documenti e di rispetto dei ruoli e di norme.

Per concludere, dobbiamo informare e comunicare in tempi rapidi, utilizzare il maggior numero di strumenti possibili, farlo sempre con senso di responsabilità e etica, e la coscienza che i valori e le parole sono come dei semi da disseminare nei campi fertili o incolti del Sodalizio e della società: “Noi dobbiamo essere come le piante che affidano al vento milioni di semi, con la certezza che almeno alcuni di questi germineranno” (Mario Calvino, agronomo, padre di Italo).

Riuscirci può essere difficile ma non impossibile, basta continuare a essere noi stessi senza tradire la nostra vocazione e la nostra missione per comunicare e condividere con tutti, ma proprio tutti, una cultura unificante, nel vero rispetto reciproco.

È la sola garanzia per il procedere della Cordata e per il Club Alpino Italiano di oggi e di domani, a partire dal territorio, dalle Sezioni e Sottosezioni, ai Gruppi Regionali ai massimi vertici nazionali, tutti insieme affiatati e uniti nei principi comuni di verità, lealtà e franchezza, e con la collaborazione e concretezza di ogni persona, giovane, donna e uomo, dentro il nostro Sodalizio e oltre.

Per maggiori dettagli sulle due candidature, vedi Il Cusna 4-2015, rivista del CAI Reggio Emilia.

Curriculum vitae di Vincenzo Torti

Curriculum vitae di Paolo Valoti

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Montagna e interessi in conflitto

Il 28 novembre 2015, nel salone L. Torelli di Sondrio, si è tenuto il convegno Le alpi in inverno, conservazione della natura e attività turistiche: c’è spazio per tutti?, organizzato da Marzia Fioroni e Mario Vannuccini.
Alla presenza di numeroso pubblico e con la moderazione del giornalista Franco Brevini, per tutta la giornata si sono alternati i relatori.
Il primo è stato Luca Rotelli, che ha parlato di Fauna selvatica e attività turistiche: c’è spazio per tutti sulle Alpi?
E’ seguita la relazione dell’avvocato Vincenzo Torti, che riportiamo integralmente qui sotto.
Altrettanto in tema e applaudito il successivo intervento di Enrico Bassi, sulle conseguenze dirette e indirette sulla fauna selvatica delle principali attività outdoor. Arturo Plozza e Carlo Micheli hanno portato l’esempio della Svizzera, mentre Mariagrazia Folatti ha parlato di normativa in provincia di Sondrio e di esempio di zonizzazione. La guida alpina e pilota di elicottero Maurizio Folini ha dato testimonianza dell’eliski in Valtellina, mentre Franca Garin e Francesco Comotti ci hanno dato dettagli rispettivamente sull’eliski in Valgrisenche e sulle motoslitte a Madesimo, mentre Antonio Perino ha portato l’esempio della Val Maira.
Alessandro Gogna ha messo l’accento sugli aspetti diseducativi di eliski e motoslitte.

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Montagna e interessi in conflitto: divieti, normative o auto-regolamentazione per una effettiva sostenibilità?
di Vincenzo Torti

A un certo punto, il relatore precedente Luca Rotelli ha detto che di fronte ad alcune criticità, in Austria, una certa area è stata sottoposta a divieto di frequentazione.

Ecco che ci troviamo di fronte a uno dei modi di risposta che sono possibili di fronte a situazioni che richiedono un intervento rispetto ad un eccesso di invasività da parte della fruizione.

E’ chiaro che il divieto presenta due aspetti negativi:
– viene a inibire totalmente la possibilità di svolgere una certa attività;
– impone, perché il divieto venga rispettato, tutta una serie di strumenti di verifica e di persecuzione di eventuali violazioni.

Sappiamo benissimo quanto poco efficaci siano questi divieti se le possibilità di controllo sono insufficienti o inefficienti.

Una possibilità alternativa che abbiamo incontrato nel corso degli anni in determinate situazioni è che ci fosse l’opportunità di fare incontrare tra loro i portatori di interessi in qualche modo in conflitto, i quali decidano in qualche modo di collaborare, di sedersi a un tavolo, di firmare un accordo. Cioè stabilire assieme le regole di come gestire determinate attività. E’ una via suscettibile di utilizzo che però richiede come condizione tassativa che gli interlocutori si riconoscano legittimati tra loro e a un certo punto trovino il punto di equilibrio esattamente come accade in un normale contratto quando uno offre e l’altro chiede e si trova il punto di armonia nel prezzo convenuto.

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Qual è la strategia che è stata fin qui attuata? Rispetto a queste due soluzioni, il Club Alpino Italiano, del quale sono stato fino a pochi mesi fa il vice-presidente, ha fatto una scelta ben diversa, che trova le sue origini nelle Tavole di Courmayeur del 1995. Allora si disse: quali sono gli interessi in conflitto nella frequentazione della montagna, partendo dalle esigenze primarie della montagna stessa? Il CAI si dichiarò votato all’auto-regolamentazione, all’auto-disciplina. E questa ispirazione di fondo è stata confermata nel corso degli anni e ribadita ulteriormente nel Nuovo Bidecalogo che è stato deliberato e approvato, dopo un importante lavoro di preparazione, dall’Assemblea Nazionale dei Delegati di Torino proprio in occasione del 150° di fondazione del CAI.

In quell’occasione, il CAI con questo documento, che non ha una valenza giuridica di obbligo, come non ce l’ha qualunque altro documento di obbligo morale, impegnava tutti i suoi iscritti (quindi anche gli accademici e le guide alpine dell’AGAI oltre a tutti i soci) a rispettare quei principi e quel codice di auto-regolamentazione che, dopo lunga discussione e approfondimento, l’Assemblea Nazionale dei Delegati aveva approvato, la direttiva cioè di come vivere la montagna secondo il Club Alpino Italiano.

E’ chiaro che, quando si appartiene a una associazione che si definisce libera e che tale è, può accadere poi che non tutti gli iscritti si trovino a tenere comportamenti coerenti con queste scelte di fondo. Qui nascono le contraddizioni che sono state rilevate e sono oggetto della nostra discussione. Questo è normale, direi fisiologico, in un contesto associativo che vede la presenza di oltre 300.000 associati. Ma è altrettanto vero che la risposta che il CAI può e deve dare, a cominciare dal suo vertice, deve essere coerente, perché tanto vale un’istituzione (o un’associazione) nel panorama di una società civile quanto afferma dei valori, ma poi li adotta e li attua e li realizza. Perché se restiamo nel mondo della teoria, di teoria ne facciamo tanta tutti ma poi dobbiamo andare alla verifica pratica per scoprire se siamo coerenti con i valori che andiamo enunciando.

Ecco perché, ritornato socio semplice, non ho potuto che apprezzare in modo pieno l’intervento del Presidente generale Umberto Martini il quale, a caratteri cubitali, superando qualche perplessità sul fatto che l’eliski fosse ricompreso o meno in un certo passaggio del Bidecalogo, ha detto che il CAI ritiene di non poter condividere la pratica dell’eliski, inteso come utilizzo di elicottero in montagna a scopo ludico, sportivo o turistico, invitando conseguentemente i soci del CAI a non praticare quest’attività.

Lo stesso vale per le motoslitte, avverso alle quali ancora il CAI ha preso una decisa posizione cercando di motivarla non per un preconcetto o un pregiudizio che non avessero la loro logica spiegazione, ma dando ampie e motivate argomentazioni del perché altro è utilizzare gli strumenti della tecnica (ed è stato ben ricordato, quando Luigi Bombardieri, un precursore, diceva “ma se vogliamo arrivare prima ed essere efficaci in un intervento di soccorso alpino, abbiamo lo strumento prezioso dell’elicottero”), altro è invece declinare l’uso dell’elicottero oltre la linea intermedia che è data dal rifornire i rifugi in modo più celere ed efficace, quando cioè si va oltre un certo limite. La posizione del CAI è, quando la strumentazione in oggetto serve alla tutela dell’uomo e quando è usata con ragionevolezza, allora possiamo usare tutte le tecniche; non quando le stesse tecniche sono utilizzate per abusare della montagna.

Coerentemente con questo, faccio due esempi recentissimi che mi hanno colpito per la loro positività.

Una sezione del CAI, la SEM-CAI di Milano, presieduta dall’amica Laura Posani, ha ricevuto un’offerta incredibile da una società svizzera per vendere il rifugio Zamboni-Zappa, che sta alla base della parete est del Monte Rosa; con il ricavato di questa possibile vendita la sezione avrebbe potuto sanare le passività della sezione, per vari motivi corpose, e avanzare ancora del denaro. Piccolo particolare: la destinazione e l’utilizzo di questo storico rifugio sarebbe stata quella di costituire un centro, una base di partenza, per attività di eliski. La SEM ha risposto “no grazie, teniamo debiti e rifugio”.

Ancora un’altra sezione, la Sezione Valtellinese, a fronte dell’apertura di un Comune locale verso le attività di eliski, ha risposto con una delibera con la quale ha preso posizione avversa, con motivazioni fortemente ancorate al richiamo della tutela dell’ambiente, pur consapevole che questo avrebbe comportato un giudizio negativo rispetto a potenzialità turistiche e quindi di lavoro.

Un noleggio di motoslitte a Livigno
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Questi sono due ottimi esempi di un CAI che fa così come dice. Perché se pure è vero che l’auto-disciplina, alla quale vengono richiamati tutti i soci del Club Alpino Italiano, non ha una valenza giuridica (o meglio, si tende a dire che non abbia una valenza giuridica ma sia solo un obbligo morale) è altrettanto vero che ciò non è del tutto preciso.

E’ vero, è un impegno morale verso quell’intelligenza del limite che ricorda spesso il past-president, l’amico Annibale Salsa, preziosissimo per il CAI quando dice “l’auto-disciplina significa sapersi dare un limite”. Cogliere, nel limite che ciascuno si sa dare, l’intelligenza, la ragione valida per cui ce lo diamo. Può essere il limite soggettivo (io non mi espongo oltre una certa difficoltà perché le mie personali capacità non mi consentono di andare oltre, cioè io mi fermo laddove rischio più di quanto potrei rischiare); ma la stessa intelligenza del limite la possiamo poi applicare in tutti i casi che ci ha descritto il primo relatore: in tutte quelle criticità sarebbe un’espressione di intelligenza del limite quella di non andare a sovraccaricare un’area quando magari la valle accanto è deserta. Qui il CAI potrebbe essere di grande aiuto, fornire per tempo adeguate informazioni. Mi dispiace aver sentito che, su tante pubblicazioni di scialpinismo, pochissime hanno dato indicazioni di questa natura che invece sarebbero state così preziose: vuole dire che il CAI ha ancora molto da fare, in questa funzione che non è solo informazione (vedi le 34 guide che fanno solo informazione sugli itinerari), ma anche declinazione di quello che hanno fatto le altre tre guide, cioè un intervento di formazione. Fornire cioè l’informazione, ma dare anche quelle capacità critiche di lettura su ciò che ci si propone di andare a fare.

Ci vuole un CAI che non ha alcuna paura di affermarsi con una vocazione di educatore del limite. I nostri soci devono comprendere il limite e devono proporlo come nuova chiave di lettura. Non è libertà fare tutto ciò che si vuole, è libertà fare con intelligenza tutto ciò che è compatibile.

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Ecco perché la risposta all’eliski non deve essere il divieto. In montagna già il divieto viene utilizzato in modo anomalo, improprio, quello che gli amministrativisti del diritto chiamano “sviamento del potere”, di derivazione dal francese “détournement du pouvoir”. Che cosa succede? Io utilizzo uno strumento per uno scopo diverso: in realtà io pongo un divieto quando ho timore che nella gestione di un certo territorio mi espongo a una responsabilità. Se poi qualcuno si fa male? Se poi succede qualcosa di negativo? Allora il divieto risolve tutto alla radice. Ma questo non è l’auto-limite che uno intendeva darsi: questo è un limite etero-determinato che arriva dall’esterno e che si sarebbe potuto evitare con un uso intelligente di quel territorio semplicemente con una presenza corretta. Ecco che, rispetto al divieto, la convenzione poteva essere un passo in avanti.

Faccio un esempio: in un recente passato c’è stato un incontro tra il presidente del CAI e il presidente della federazione motociclistica italiana. L’incontro c’è stato, cordiale. Ci si presenta, ci si conosce, io sono il CAI, io sono la Federazione Motociclistica. Ma l’interrogativo sottostante è: quali possibilità concrete di accordo possono esservi tra chiede e propugna di percorrere i sentieri di montagna con una moto e un CAI che dice che i sentieri si formano camminando e che il cammino non ha mai rovinato un sentiero mentre le moto sì. Come può il CAI mediare con una politica di usa e getta, con chi si è divertito ma poi addossa ad altri il compito della ricostruzione? Secondo me è un dialogo tra sordi, al di là della cordiale frequentazione civica non ci può essere altro.

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Perché a volte gli interessi si trovano in un conflitto insanabile. E allora arrivo a uno dei temi che può essere uno dei principali per l’interesse di questo incontro: la motoslitta, l’eliski, l’inverno. Perché il CAI ha detto no? Perché certamente già nel corso degli anni abbiamo accettato una serie di cambiamenti, le piste di sci, le stazioni, un gran numero di frequentatori che hanno impattato con la montagna. Ma c’è stato chi, anche qui in questo convegno, ha denunciato le sue emozioni altamente negative quando si è trovato in mezzo al frastuono dopo aver supposto silenzioso quel luogo. Qui nessuno vuole fare il purista a oltranza: un conto è usare gli strumenti della tecnica, altro conto è abusarne e poi andare a trasformare quell’ambiente di montagna che noi amiamo, e che è la vera ricchezza. Lo sbaglio di molte amministrazioni poco accorte e poco lungimiranti è nel farsi illudere da qualche immediato risultato e non saper guardare avanti nel tempo. I nostri progenitori avevano invece molto attentamente considerato che ci fosse una montagna da conoscere e da tutelare. Io credo che la tutela sia funzionale alla nostra frequentazione. Se avremo saputo tutelare bene la montagna, avremo una frequentazione gratificata, e avremo raggiunto quel tipo di ambiente che noi sogniamo dopo l’attività settimanale in città. Questo lo dico per chi non ha la fortuna di vivere a ridosso delle montagne.

Ma una tutela per poter frequentare deve assolutamente raccordarsi con una frequentazione capace di tutelare: e così il circolo virtuoso si completa. Continueremo così tutti assieme a frequentare la montagna che ci piace, in modo corretto, senza indulgere alle moto, alle disneyland, ai parchi-gioco.

La montagna è cosa seria. Mi piace ricordarlo: nel testamento di Luigi Bombardieri, la cui figura è stata così opportunamente ricordata, uomo che è morto esattamente nell’anno in cui io sono nato, perciò per me quasi un passaggio di testimone, la montagna doveva essere scuola di carattere, scuola di onestà, di solidarietà e infine scuola di rispetto per l’ambiente. Questo è il modo con cui ci dobbiamo rapportare alla montagna, questo è il modo di cui il CAI deve, con sempre maggiore serietà, farsi propugnatore.

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Ulteriori precisazioni (alcune risposte di Torti a domande rivoltegli)
Se noi riceviamo un’eredità ambientale compromessa, non penso esista alcuna buona ragione per trasferirla a nostra volta ancora più compromessa. Se c’è un modo per poter invertire la rotta, credo che sia un buon dovere agire in quel senso.

Nei confronti dei soci che hanno opinioni diverse, io credo che debba essere sottolineato fino a essere esausti che noi apparteniamo a una libera associazione e che ci associamo liberamente. Nel momento in cui vogliamo esprimerci o vivere diversamente da quei valori che la nostra associazione esprime, la soluzione più coerente è quella di uscirne, non di essere censurati. E’ una questione di lealtà. Se dobbiamo essere leali con la montagna, dobbiamo esserlo anche verso noi stessi. E’ una questione di onestà: scuola di onestà. Scusa, tu la pensi diversamente. La maggioranza ha deciso come te? Ok, mi faccio da parte. Non c’è nulla di male, perché nessuno è obbligato a far parte di un’associazione. Sarebbe questa la linea da perseguire, senza bisogno che alcuno faccia notare ad altri di essere fuori regola. Chi pensa diversamente non è obbligato a far parte della famiglia. Questa dovrebbe essere la giusta chiave di lettura per continuare a rispettarci, nelle nostre differenze.

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Scherzando sul come

Si tratta di una (vecchia) lettera di Carlo Alberto Pinelli indirizzata al CAI e datata 22 novembre 2009. A quel tempo Annibale Salsa era il Presidente Generale del sodalizio.

Scherzando sul come
di Carlo Alberto Pinelli
(pubblicato il 22 novembre 2009 su http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=191)

Chi sceglie il male minore dimentica troppo in fretta che sta scegliendo un male (Hannah Arendt).

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Supponiamo che si introduca in casa tua uno sconosciuto armato di accetta. Supponiamo che costui, spinto da ragioni di interesse, voglia massacrare tua madre con quell’accetta. Sono certo che tu grideresti a squarciagola il tuo “NO!” e lotteresti con tutte le forze per disarmare lo sconosciuto e respingerlo fuori dalla porta di casa. Poi ti precipiteresti a telefonare alla polizia. Giusto? Giusto. Tuttavia se tu fossi un attuale dirigente del Club Alpino Italiano, nella suddetta situazione ti comporteresti in modo piuttosto diverso. Inviteresti il potenziale assassino a sedersi in salotto e gli chiederesti garbatamente: “Come vorrebbe procedere? Perché sa, non approvo l’uso dell’accetta”.

Sto scherzando, naturalmente, fiducioso nel ben noto senso dell’umorismo dell’amico Annibale Salsa. A farmi venire in mente questa scenetta paradossale e irriverente è stata la scoperta dell’ultima trovata escogitata dal sinedrio del CAI centrale per evitare ancora una volta di assumere una posizione netta di fronte alla progressiva (a volte smaccata, a volte strisciante) antropizzazione turistica degli ultimi spazi vergini delle nostre montagne. Nelle Orobie come altrove.

“Noi non siamo i sostenitori del sì o del no, ma del come”, vanno ripetendo ormai in ogni occasione, vittime della loro tradizionale e ossessiva aspirazione a presentarsi sempre e comunque come persone moderate, con i piedi per terra e con la testa sul collo.

Fa addirittura tenerezza questa ricomparsa in salsa verde della insopprimibile vocazione Dorotea dello storico Sodalizio fondato da Quintino Sella. Naturalmente sarebbe da sciocchi demonizzare per principio il ricorso al “come”. Vale a dire la possibile ricerca di un compromesso accettabile. Però una cosa è ridurvisi dopo aver inutilmente sperimentato ogni altra forma di lotta, e tutt’altra cosa è assumerlo aprioristicamente come linea guida generale, quasi fosse un distintivo araldico da esibire con orgoglio per differenziarsi dal volgo becero ed emotivo degli ambientalisti “talebani”.

“L’accetta magari no. È troppo sanguinolenta. Cosa ne direbbe di usare invece una overdose di sonnifero?” Le generazioni dei dirigenti CAI passano ma il ritornello rimane sostanzialmente sempre lo stesso: “Bisogna saper coniugare le ragioni della difesa dell’integrità delle montagne con le legittime aspirazioni delle genti montanare”. Tale proposito (anche se nello Statuto non se ne trova traccia), di per sé non sarebbe privo di una sua parziale giustificazione e risponde alla constatazione che lo scontro frontale molte volte non porta i risultati sperati. Però è troppo facilmente utilizzabile, in chiave demagogica, come alibi per defilarsi dall’obbligo di assumere le proprie prioritarie responsabilità nei confronti dell’ambiente naturale montano. Quelle sì, sancite dallo Statuto! Ammiro davvero la tenacia e la pazienza con cui le commissioni TAM continuano vanamente a suggerire al CAI Centrale di uscire allo scoperto con coraggio, rinunciando ai soliti farisaici “distinguo”.

Per dire chiaro e forte che la montagna è la nostra madre e che di conseguenza non permetteremo a nessuno di metterne a repentaglio la vita. Né con l’accetta, né con il sonnifero. E ringrazio le commissioni TAM perché insistono a coltivare una speranza che un tempo animava anche il mio impegno, ma che poi, nel mio caso, è appassita di fronte al muro di gomma di una associazione patologicamente sospettosa (o paurosa?) di ogni netta presa di posizione. Non vorrei essere frainteso: il CAI ha moltissimi meriti e resta, almeno per me, un ineludibile punto di riferimento sentimentale e tecnico. Però quando si tratta di tutelare i valori di fondo della montagna i suoi massimi dirigenti restano sovente paralizzati dalla co-presenza all’interno dell’associazione di troppe anime discordanti e di troppi contrastanti interessi.

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Qualcuno ha tentato di spacciare questa pluralità di punti di vista come una “ricchezza”. Ma le vere ricchezze non portano alla stagnazione! Se fossi ancora il presidente della TAM a questo punto chiederei formalmente al Consiglio Centrale, quale premessa a qualsiasi forma di collaborazione, di accettare e fare propri i seguenti cinque punti:

  1. Lo sviluppo dello sci di pista e le attività turistiche ad esso collegate hanno rappresentato oggettivamente la più estesa e radicale manomissione dell’ambiente montano mai intrapresa dall’uomo; e hanno arrecato un gravissimo pregiudizio alla vocazione formativa dell’Alpe, così come era stata ipotizzata dai padri fondatori del Club Alpino.
  2. Ciò non di meno è indubbio che tali manomissioni hanno causato un miglioramento anche notevole del tenore di vita di un certo numero di comunità valligiane. Questo risultato va considerato di per se stesso positivo, anche se ad esso si sono accompagnati spesso, oltre alla rozza antropizzazione degli spazi naturali, la perdita della identità delle popolazioni coinvolte e la loro abdicazione dalle più valide radici culturali e sociali, degradate a livello di un folklore superficiale, opportunistico e senza anima. Luci e ombre di un capitolo positivo che ormai dovrebbe comunque essere considerato concluso. E assolutamente non riproponibile.
  3. Se da un lato è giusto che una grande associazione come il CAI non volga programmaticamente le spalle alle aspirazioni a sempre maggiori livelli di benessere materiale delle popolazioni montanare, dall’altro sarebbe improprio e fuorviante porre tale problema sullo stesso piano delle vocazioni prioritarie di carattere culturale ed etico sancite dallo Statuto. Tanto più che, per fortuna, nella assoluta maggioranza dei casi stiamo parlando di comunità tutt’altro che indigenti e dunque non bisognose di una mobilitazione esterna di carattere umanitario.
  4. In sintesi: l’invasione dello sci di pista con le sue impattanti infrastrutture ha da tempo ormai superato di molto la capacità di carico delle montagne italiane, imponendosi come una monocoltura infestante che di fatto restringe sempre più la possibilità di fruire degli spazi montani vergini in forme rispettose e di goderne l’incontaminata bellezza, inoltrandovisi “in punta di piedi”. Ricordiamolo: basta il cavo quasi invisibile di una funivia per contaminare una vetta (vale a dire una meta ideale, intrisa di simboli vitali), trasformandola in un banale belvedere.
  5. La conclusione non può essere che una: è necessario opporsi con decisione a qualsiasi ulteriore progetto volto ad ampliare i cosiddetti “domaines skiables”. Le nostre montagne ne sono già troppo saturate e stravolte. Davvero, oggi non c’è più spazio per il “come”! Il saggio avvocato Giuseppe Ceriana, illustre socio del CAI di Torino, purtroppo da tempo scomparso, amava ripetere: “Il nostro compito è quello di difendere le montagne. I montanari odierni sanno difendere da soli – e fin troppo bene – i propri interessi”.

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La tabella dei conti del CNSAS

La tabella dei conti del CNSAS
di Riccardo Innocenti assieme ad Alessandro Gogna

Leggiamo nella sezione Pubblicazioni, sottosezione Trasparenza e Bilanci del sito del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) una lettera del presidente Pier Giorgio Baldracco con la quale si dà notizia della pubblicazione del bilancio 2014. Un lettera che pare rispondere all’onda dello scontento che attraversa buona parte del mondo del soccorso alpino volontario. Si tratta per ora di brusii e bisbigli che seguono alcune pubbliche prese di posizione (ma anche qualche indagine in corso dell’autorità giudiziaria) riguardanti non certo la qualità tecnica della macchina organizzativa, o tanto meno l’efficienza e i risultati, bensì alcuni episodi di gestione “personalistica”, in taluni casi anche “autoritaria”.

Il nostro blog non è certo estraneo a questo fermento. Vedansi:
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/17/il-soccorso-alpino-ha-unaltra-faccia/ (17.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/19/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/ (19 marzo 2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/  (26.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/  (27.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/  (9.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/  (19.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/10/29/quale-volontariato-per-il-cai-di-domani/  (29.10.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/11/30/diventare-tecnico-di-elisoccorso/  (30.11.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/12/14/le-grane-del-soccorso-alpino-lombardo/  (14.12.2015)

Leggiamo ora attentamente la comunicazione del presidente del CNSAS che trovate in originale a questo link:
http://www.cnsas.it-content/uploads/2015/11/BIL_CEE_2014.pdf

 

Premessa al bilancio consuntivo 2014 del CNSAS
di Pier Giorgio Baldracco
Con questo primo passo (il neretto è nostro, NdR), il CNSAS Nazionale, allo scopo di garantire la massima trasparenza amministrativa e gestionale interna, ancorché secondo prassi consolidata questo da sempre avvenga, ha deciso di dare pubblicazione del proprio bilancio consuntivo direttamente sul sito pubblico e in ottemperanza alla 4°direttiva CEE.

Ricordando in premessa che già allo stesso viene data ampia pubblicità, non fosse per il fatto che viene formalmente approvato dall’Assemblea Nazionale attualmente composta dai rappresentanti delle 20 regioni Italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano, rammentiamo, anche, che nessun obbligo di legge corre rispetto al fatto di darne pubblica evidenza.

TabellaCostiCNSAS-bar


Abbiamo deciso di effettuare tale iniziativa per il fatto di aver recentemente assunto la personalità giuridica, per singole richieste pervenute da parte di alcuni nostri soci ed, indubbiamente, anche per le indirette pressioni che talvolta qua e là si scorgono nell’etere. Infine, ma è stato il nostro volere primario, lo abbiamo fatto ritenendo che un’Associazione che riceve finanziamenti pubblici detenga un dovere certamente maggiore di altri soggetti di dare contezza di dove queste risorse vengano impegnate e con quale efficacia rispetto alla delicata mission istituzionale che dobbiamo saper correttamente interpretare nel primario interesse dell’utente.

Se questo è il Bilancio come CNSAS Nazionale, corre l’obbligo anche ricordare, che come Direzione del CNSAS abbiamo provveduto a fare una precisa ricognizione rispetto alle risorse ordinarie a vario titolo trasferite da Enti ed Amministrazioni Pubbliche ai vari livelli regionali del CNSAS.

Ebbene la cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni ha generato un valore pari a 14,9 milioni di euro (comprensivi degli stanziamenti statali 2014 per il CNSAS Nazionale) su base annuale. Molto lontana, dunque, dai 43 milioni vagheggiati nell’etere in un’occasione o dai 22 in un’altra circostanza, sempre nell’etere. Ancora più lontani dai 300/350 milioni di euro comparsi addirittura su qualche blog di sfaccendati Archimede incapaci, parimenti, di accertare il proprio costo rapportandolo magari ad altri modelli organizzativi europei.

Cifre del tutto ed evidentemente provocatorie come è diversamente emerso invece, dalle cifre certificate, quindi reali che sopra abbiamo riportato con attenzione.

Ben vengano, dunque, questi input poiché ci danno, da una parte, la concreta opportunità per dimostrare quanto realmente costiamo rispetto alla pluralità dei servizi resi, dall’altra di verificare e paragonare quanto costano altri servizi (diversi dal CNSAS), davvero lontani da costi standard accettabili in un paese che ama troppo spesso definirsi normale.

Passiamo ora a offrire un altro strumento di analisi che non può che legarsi a quanto sopra riferito.

Cucciolo di Bloodhound
TabellaCostiCNSAS-cucciolo2

Facciamo allora solo due conti, affermando che se tutte le Stazioni del CNSAS in Italia dovessero essere forniti di tutti gli automezzi necessari per non impiegare il più delle volte quelli dei volontari…, se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale Mi pare ancora più chiaro ora… quanto “non” costi il CNSAS.

Ecco questi sono i numeri e questi sarebbero i cosi detti costi standard del CNSAS Nazionale: era ora di dirlo senza alcun tentennamento… Se passiamo, invece, a verificare altri numeri che pochi ricordano, cioè l’apporto del CNSAS offerto all’utenza per compiti e doveri di legge e per le proprie finalità d’istituto, possiamo rappresentare come la nostra organizzazione abbia offerto al nostro territorio, alle sue comunità ed all’utenza turistica un valore di n. 31.527 interventi di soccorso per n. 33.343 persone soccorse e con l’impiego di n. 149.414 volontari impiegati (dati 2008/12). Più vicini a noi, nell’ultimo biennio sono sati effettuati n. 14.251 interventi di soccorso per n. 13.874 persone soccorse con l’impego di n. 46.831 volontari.

Valori questi che crediamo diano la cifra di cosa sia e faccia il CNSAS e di cosa siano e facciano quei Volontari. Certo …anche di quanto costano.

 

Il documento prosegue con l’esposizione del Bilancio al 31 dicembre 2014 (Documento 1).

Considerazioni sulla premessa
Il Presidente ricorda che al bilancio consuntivo viene data “ampia pubblicità” ma non ci fornisce alcun esempio di questa. Anzi, la motiva sostenendo apertamente che la “pubblicità” è data dall’approvazione formale in ambito di Assemblea Nazionale. Ma da chi è composta l’Assemblea Nazionale? Dai rappresentanti delle 20 regioni italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano!

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A nostro avviso il fatto che l’Assemblea Nazionale approvi il bilancio annuale è un’autocertificazione. Essendo poi il CNSAS una sezione del CAI, il fatto che siano presenti quattro rappresentanti del CAI (nominati con mandato triennale dal Comitato Centrale di Indirizzo e di Controllo del CAI) non aggiunge nulla alla credibilità e non collabora per nulla alla gestione corretta.

Sempre nell’ottica di un dignitoso controllo della contabilità del CNSAS, andiamo a vedere chi predispone i bilanci annuali preventivi e consuntivi. Lo Statuto recita che la predisposizione del Bilancio preventivo e consuntivo, nonché il controllo delle spese previste dal bilancio, spetti al Consiglio Nazionale del CNSAS.

Detto Consiglio Nazionale “è costituito dal Presidente nazionale, da due Vice presidenti nazionali e da sei Consiglieri, nominati dall’Assemblea Nazionale, di cui tre al proprio interno, uno su proposta del Coordinamento speleologico e due eletti su una lista di almeno cinque soci proposti dal Presidente Nazionale, secondo quanto definito dal Regolamento generale del CNSAS”.

Di fronte a una tale composizione del Consiglio dobbiamo concludere che, nell’ambito del CNSAS, l’autoreferenziazione delle doppie cariche è davvero la regola.

Cane da macerie a Onna (AQ). Foto: ANSA/SCHIAZZA/DRN
200904006 - ONNA - L'AQUILA - DIS - TERREMOTO: L'AQUILA; AD ONNA ALMENO 24 VITTIME. Soccorritori al lavoro con i cani specializzati nella ricerca di persone sotto le macerie, questo pomeriggio a Onna (L'Aquila). Ventiquattro bare di legno allineate in un campo: questa l'immagine che si e' presentata a quanti si sono avvicinati questo pomeriggio ad Onna, piccolo centro in provincia dell'Aquila dove secondo i sopravvissuti nelle vie principali non esiste piu' un edificio in piedi. Sotto le macerie si cercano numerosi altri dispersi. ANSA/SCHIAZZA/DRN
L’ultima parte della premessa è dedicata a quanto “non costi” il CNSAS. Baldracco fa un conto tutto suo. Dice: “Se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale”.

Ammessa e non concessa la veridicità e la coerenza di quest’affermazione, allora noi ci permettiamo scherzosamente (ma non troppo) di andare oltre nell’assurdo e aggiungiamo: visto che, secondo lo stesso Baldracco, il bilancio del Nazionale sta alla somma dei regionali/provinciali (prendendo per buona la somma di 14,9 milioni indicata dallo stesso Presidente) come 1 sta a 4,25, allora si arriverebbe a realizzare che, se il “non costo” del nazionale è di oltre 12,5 milioni (per largissimo difetto), il “non costo” dell’insieme regionali/provinciali sarebbe la bellezza di oltre 53,125 milioni (per larghissimo difetto). Per un totale di oltre 65,625 milioni di euro!

Se questo è un modo per giudicare la generosità dei volontari siamo davvero sbigottiti, anche se nessuno in effetti ne ha mai dubitato.

Se invece, e sempre per scherzo, il CNSAS dovesse essere messo in vendita, sappiate che il valore globale sarebbe di oltre 81,525 milioni (sempre per larghissimo difetto)!

Considerazioni sul Bilancio del CNSAS Centrale
Il CNSAS è un’associazione ed è una sezione nazionale del CAI. A livello centrale ha da poco acquisito la personalità giuridica. Sul territorio opera attraverso i Servizi Regionali o Provinciali (Trentino e Alto Adige). Tutti questi Servizi hanno una loro autonomia associativa. Alcuni hanno personalità giuridica, altri no. Tutti hanno i loro “Bilanci”.

Diciamolo subito. IL CNSAS e i suoi Servizi Regionali e Provinciali non hanno l’obbligo giuridico di fare un Bilancio. Tanto meno di farlo seguendo la IV direttiva CEE che viene citata come ottemperata da Baldracco.

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Peraltro la IV Direttiva CEE, datata 1978, è stata recepita (insieme alla VII Direttiva) con il Decreto Legislativo 9 Aprile 1991, n. 127, modificando l’intero assetto normativo contenuto nel Codice Civile in materia di bilancio di esercizio delle società per azioni.

Ma il CNSAS non è una società, quindi con il bilancio targato IV direttiva CEE non c’entra nulla. Accorgersi ora di dover pubblicare un bilancio targato IV direttiva farebbe pensare che ci si è accorti in ritardo di circa 25 anni di fare una cosa che non è mai stata fatta.

Ma su questo il CNSAS ha ragione. Non lo doveva fare in questi anni e non lo deve fare ora.

Infatti il CNSAS ha sempre prodotto fino ad ora un Rendiconto. E’ quello che viene portato negli organi dell’Associazione. Ed è quello che viene approvato. E’ sempre quello che viene fatto vedere ai rappresentanti che il CAI nomina nell’Assemblea Nazionale del CNSAS per controllare quello che il CNSAS fa. Questi rendiconti non hanno mai avuto una libera diffusione. Se la pubblicazione del Bilancio 2014 è stata il “primo passo“, possiamo prevedere che il secondo sia la pubblicazione del Rendiconto?

Siccome il 95% dei soldi rendicontati è denaro pubblico parrebbe cosa buona e giusta dare massima trasparenza all’uso che se ne fa. Trasparenza: parola magica che, se non si riempie di contenuti, è alquanto vaga.

La notizia buona è che per la prima volta sul sito del CNSAS si parla di trasparenza. E si pubblicano dei dati. Quella cattiva è che quei dati – così come sono stati aggregati e pubblicati – non dicono nulla. Anzi… omettono tanto.

Baldracco nella sua lettera già alla prima riga fa riferimento alla trasparenza. Certo il bilancio dovrebbe essere trasparente: rappresenta il fondamentale documento informativo sulla dinamica “aziendale” e ha rilevanza soprattutto ai fini esterni. Ma se non si è obbligati a presentarlo, se lo si fa si dovrebbe seguire almeno quella rappresentazione veritiera e corretta che tende a esprimere il concetto indicato nella IV direttiva come “quadro fedele”: traduzione dell’espressione inglese del true and fair view.

Invece quello che il CNSAS rende pubblico, cioè accessibile a tutti tramite internet, è un documento redatto in forma abbreviata in cui si capisce veramente poco. Anche un addetto ai lavori non capisce un granché. Sembra che si sia scelto di pubblicare qualcosa solo per tacitare i molti che chiedevano trasparenza.

Ma se si ha già un Rendiconto approvato dagli organi competenti perché non pubblicarlo? Magari perché il Rendiconto dà più informazioni di quelle del Bilancio redatto in forma abbreviata secondo la IV direttiva CEE.

E siccome il CNSAS non lo pubblica, lo pubblichiamo noi (grazie a qualche informatore di buona volontà).

Ecco qui il Rendiconto approvato del 2014 (Documento 2).

Bloodhound
internet - bloodhound -
Chiariamo subito che il Rendiconto segue la logica del Cash Flow, mentre il Bilancio quello della competenza economica. Per collegare le cose tra di loro ci vorrebbe tutta la contabilità analitica e il piano dei conti. Ma in mancanza di queste due cose fondamentali vediamo cosa emerge da un confronto tra i due documenti facendoci una domanda semplice.

Come spende i soldi pubblici il CNSAS Centrale?

Iniziamo con il dire che il CNSAS Centrale nel 2014 ha incassato 2.439.939,00 euro di fondi pubblici.

Per salari e stipendi ha speso 250.437 euro; 852.096,51 euro se ne sono andati in assicurazioni varie. Per il programma informatico di anagrafica dei volontari Arogis ha speso 32.061,73 euro. Per pubblicare le notizie del CNSAS, anche sul giornalino Il Soccorritore, sono andati via 34.542,12 euro. I circa 30 istruttori della Scuola nazionale tecnici alpini hanno speso, da soli, 231.308,45 euro.

Il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme 134.355,58 euro.

Gli Istruttori della Scuola Forre hanno speso solo 19.399,70 euro.

Bloodhound
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I cani molecolari, quei bei esemplari di Bloodhound (anche chiamato Chien de St. Hubert), che fanno tanta bella presenza in televisione, sono costati in tutto 27.845,19 euro. I cani da macerie solamente 7.856,63 euro.

I viaggi dei componenti della direzione e del consiglio hanno avuto spese per 48.269,17 euro. I viaggi dei componenti dell’assemblea sono costati solo 23.259,43 euro.

Le autovetture che compongono la flotta del CNSAS solo per assicurazione, bollo e manutenzione sono costate 35.902,57 euro. La gestione della Skoda “presidenziale”, incluso il carburante, 4.647,09 euro.

Apprendiamo pure che il CNSAS, oltre ai 2.439.939,00 euro di fondi pubblici, riceve dalla Protezione Civile circa 600.000 euro per il triennio 2014–2016, a condizione che li spenda tutti in progetti fatti con la Protezione Civile. Cosa che nel 2014 è stata fatta spendendo 92.540,83 euro.

La Protezione civile ha anche finanziato nel 2014 un piano di formazione secondo il Dpr 194/2001. In questa maniera sono arrivati altri 115.554,23 euro.

Nel Bilancio 2014 è riportato alla voce “Totale valore della produzione” la bella cifra di 3.737.818 euro. Insomma a livello centrale il CNSAS, nel 2014, ha introiti per quasi 4 milioni di euro.

Chi è curioso può confrontare il Rendiconto del CNSAS del 2014 (Documento 2) con il Rendiconto del 2013 (Documento 3). Così può rendersi conto come variano le spese su due documenti omogenei.

Nel 2013 la Direzione e il Consiglio avevano viaggiato di più: 62.201,68 euro. Le assicurazioni erano costate molto di meno: solo 331.843,01 euro. La Scuola nazionale tecnici alpini ha speso praticamente la stessa cifra anche nel 2014: 231.472,59 euro. Mentre il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme molto di meno: 104.774,25 euro. Certo anche i cani molecolari non hanno scherzato con 57.974,03 euro mentre i cani da macerie hanno avuto spese solo per 354,60 euro. Le spese per i materiali nel 2013 sono state di ben 204.336,40 euro.

La Protezione civile nel 2013 ha finito di erogare tutti i 600.000 euro previsti per il biennio 2012/2013 mentre il CAI Centrale ha contribuito con ben 150.000 euro al progetto dell’App GeoResQ.

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Dal confronto dei rendiconti del 2014 e 2013 ci si rende conto che il CNSAS aveva in mente di comprarsi una sede di una certa importanza, visto che nel 2013 aveva accantonato per l’acquisto dell’immobile 370.000 euro in un fondo apposito. Anche se ospitato nella sede del CAI Centrale a Milano, praticamente gratis, il CNSAS ambiva ad avere una sede di rappresentanza di esclusiva proprietà. Sempre da acquistare con i fondi pubblici. Un progetto che si è arenato e cui sembra si sia rinunciato nel 2014. Infatti il fondo viene ridotto a 100.000 euro, con cui a Milano si compra ben poco, e i 270.000 euro vengono spostati al fondo di riserva ordinario. Preoccupazioni per il futuro ci devono essere se nel fondo rischi futuri vengono messi 500.000 euro.

Insomma, dal Rendiconto ci si fa un’idea più chiara delle spese. Ma per essere trasparenti ci vuole il piano dei conti e la contabilità analitica. Facciamo un esempio: gli istruttori della SNATE sono una trentina. 230.000 euro all’anno diviso trenta fa 7.700 euro. Ma qui siamo al concetto della media del pollo di Trilussa. Se io mi mangio un pollo e tu nulla, in media ognuno di noi ha mangiato mezzo pollo.

Con la contabilità analitica si può vedere che Tizio ha incassato 30.000 euro di rimborsi all’anno mentre Caio solo 500 euro.

Questa è la trasparenza vera. Quella sostanziale. Non basta parlare di trasparenza per assolverla. Bisogna praticarla con i dati più dettagliati possibile.

Comunque rimane il dato di fatto che invece di pubblicare il Rendiconto del 2014, che ha una serie di voci abbastanza chiare, in nome della trasparenza si è pubblicato un Bilancio, redatto in forma abbreviata conforme a una direttiva CEE che il CNSAS non deve applicare, in cui si dice il meno di nulla e si continua a non capire come il CNSAS spende i soldi. Questo è l’attuale concetto di trasparenza del CNSAS.

Considerazioni sui bilanci dei CNSAS regionali/provinciali
Per ora abbiamo parlato solo del CNSAS Centrale; ma gli altri Servizi regionali e provinciali che rendiconti/bilanci hanno? Baldracco nella sua lettera parla di “una cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni” che ha generato un valore di 14,9 milioni di euro su base annuale. Se togliamo i quasi 4 milioni di euro degli stanziamenti statali del CNSAS centrale si deduce che i servizi regionali e provinciali incassano almeno altri 11 milioni di euro.

Ma di questi soldi, della loro ripartizione e di come vengono spesi, si brancola veramente nel buio. Trasparenza zero.

Ai servizi regionali e provinciali i finanziamenti arrivano principalmente in due maniere:

  1. Contributi diretti dalla Regione o Provincia.
  2. Corrispettivi da parte della ASL o dei 118 Regionali per i servizi del personale impiegato nell’elisoccorso.

Ci saremmo aspettati di trovare una tabellina con le 20 regioni italiane e a fianco di ciascuna le due colonne. Una con gli importi dei contributi 1) e una con quelli 2). A questi importi si dovrebbero aggiungere i contributi più diversi: donazioni, corrispettivi per servizi resi, vendita di gadget e spille, ecc.

Niente di niente. Eppure questa è la trasparenza evocata dal presidente Baldracco. Siccome Baldracco non ha steso la tabellina, proviamo a farlo noi.

Modellino di auto del Soccorso Alpino
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Cominciamo prendendo a esempio la Lombardia.

Dal rendiconto CNSAS del 2014 veniamo a sapere che c’è un rendiconto extracontabile che riguarda il Servizio regionale CNSAS Lombardia e l’AREU Lombardia. L’AREU Lombardia è un’Azienda Sanitaria che dal 2008 ha il compito di promuovere l’evoluzione del sistema di emergenza e urgenza sanitaria territoriale.

Dal Bilancio dell’AREU 2014 (Documento 4) sappiamo che il CNSAS Lombardia ha preso dall’AREU Lombardia 3.600.000,00 euro ( vedi pagg. 2, 193 e 300).

Perché nel rendiconto del CNSAS nazionale ne sono rendicontati solo 1.017.134,06 (vedi terzultima pagina del Documento 2)? Di cui ben 720.471,81 euro sono i soldi andati ai tecnici di elisoccorso per le turnazioni che hanno effettuato.

La vicenda della Lombardia è singolare. Basta pensare che fino a poco tempo fa c’era una società, una SRL, che in nome del Soccorso Alpino faceva contratti con l’AREU e quindi incassava i corrispettivi contrattuali. Poi qualcuno ha pensato che non era una cosa che andava bene. Ma siccome il Servizio regionale lombardo del CNSAS non può prendere direttamente i contributi dall’AREU per un servizio di fatto contrattuale, il contratto lo fa il CNSAS Nazionale, che incassa il danaro per rigirarlo a quello lombardo. Non a caso la Guardia di Finanza sta indagando da tempo su queste vicende.

Ricapitoliamo: in Lombardia l’ASL dà al CNSAS 3.600.000 euro. La Regione dà un suo contributo diretto per attrezzature e altro di 1.200.000 euro. Ci sono poi altre entrate minori. In tutto parliamo di quasi cinque milioni di euro.

E in tutte le altre regioni italiane cosa succede?

L’unica regione che non dà finanziamenti al Servizio regionale del CNSAS è la Calabria.

Cane da macerie
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Tutte le altre versano cifre variabili. Alcune regioni sono veramente trasparenti, come il Piemonte che non ha problemi a pubblicare (Documento 5) che il finanziamento regionale è di 550.000,00 euro l’anno. Ci sono anche servizi regionali del CNSAS particolarmente fortunati, come quello del Veneto che oltre a incassare contributi annui tra i 400.000 e i 650.000 euro ha avuto la fortuna di avere, nel 2015, altri 200.000 euro per acquistare la sede di proprietà.

Insomma i canali di finanziamento sono tanti. Anche i prenditori (tranne i soccorritori calabresi) sono tanti.

Chi rendiconta il flusso di tutti questi soldi? Certamente non la trasparenza mostrata da Baldracco. Per non parlare dei servizi regionali che, sui loro siti, non accennano minimamente al bilancio e ai soldi che entrano.

Poi, una volta entrati i soldi, si spendono. E qui sarebbe veramente utile capire come si spendono. A chi vanno? Quale è l’entità dei rimborsi spesa? Se è normale considerare rimborsi spesa cifre di 300 euro giornaliere come diaria, perché alcuni hanno decine di rimborsi spesa e altri nulla? Chi sono i volontari rimborsati e chi i volontari veramente gratuiti?

Conclusione
Nella tabella che segue (Documento 6) sono riportati i dati che si possono desumere da atti pubblici, bilanci, e notizie di stampa. Il lavoro di raccolta dati, possiamo garantirvi, è stato estremamente difficile. Abbiamo dunque una visione parziale, perciò la tabella qui proposta non pretende di essere la verità finale ma solo uno strumento per avere, prima o poi, una lucida visione dei conti. Quindi una tabella cui non dovremmo provvedere noi ma che dovrebbe essere stilata dallo stesso CNSAS. Nell’ottica di questa verità necessariamente approssimata abbiamo inserito, in mancanza sporadica di dati relativi al 2014, alcuni dati pertinenti al 2013 o 2015.

TabellaContiCNSAS-definitiva

Come si può vedere, molte caselle, anche di regioni importanti, sono purtroppo vuote. Per esse non esiste alcuna pubblicazione reperibile pubblicamente. E’ vero che avremmo potuto riempirle con dati ufficiosi in nostro possesso o reperibili per vie traverse, ma non lo abbiamo fatto.

Da notare anche che talune Regioni (la Lombardia, per esempio) danno in più un loro contributo diretto per attrezzature e altro. Ci sono poi altre entrate minori. Che non abbiamo introdotto in tabella.

Con i dati a nostra disposizione (ma per varie ragioni non pubblicabili) utili a integrare la presente e incompleta tabella possiamo tranquillamente affermare che i ricavi totali del CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) raggiungano quell’importo di 22 milioni di cui in altro post di questo Gognablog si parlava e che lo stesso Baldracco cita.

In nome della trasparenza, questa tabella dovrebbe essere integrata (e, dove necessario, corretta) dallo stesso CNSAS Nazionale, con il livello di dettaglio maggiore possibile.

Alla fine, ci sono tre semplici domande:

1) Quanti soldi prende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

2) Quanti soldi spende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

3) Come vengono distribuiti i soldi spesi?

Quando il CNSAS risponderà a queste domande con conti chiari e dati da cui si evincano i finanziatori e i prenditori, allora potremo iniziare a parlare di trasparenza.

Aggiungiamo che pure il CAI, e non solo qualche socio o privato cittadino, dovrebbe esigere che a queste domande vengano date risposte esaurienti.