Pubblicato il Lascia un commento

La struttura parallela del CAI

La struttura parallela del CAI
di Carlo Possa (pubblicato su www.mountcity.it il 22 dicembre 2015 e ripreso per gentile concessione)

L’editoriale del presidente generale del CAI Umberto Martini, pubblicato su Montagne360 di dicembre 2015, confesso che mi lascia un po’ perplesso. Uno dei temi più dibattuti, prima e durante il Congresso nazionale del CAI di Firenze, è stato quello del rapporto tra volontariato e professionismo, e in particolare la proposta di creare una struttura parallela con finalità più economiche ed imprenditoriali. Sia nell’ampio dibattito che ha preceduto il Congresso, che negli interventi che si sono succeduti a Firenze, questa proposta – come peraltro era prevedibile – non sembra avere raccolto grande entusiasmo.

Franz Kafka (1905)
Franz Kafka (shown here circa 1905) is considered one of the 20th century's most influential writers. Before his death in 1924, he had published only short stories and a single novella, The Metamorphosis.
Ora, nell’editoriale di dicembre, il presidente Martini scrive che “da diversi interventi è emerso il timore che a una non meglio definita ‘struttura parallela’ potessero essere affidati compiti dell’espletamento di attività che attualmente e meritoriamente vengono organizzate e svolte con l’impegno volontario di soci”, quasi a dire che chi ha espresso timori (in realtà in molti casi si è trattato di contrarietà) abbia frainteso il ruolo di quella “non meglio” definita struttura parallela.

Vorrei ricordare che la non meglio definita struttura parallela è stata invece definita benissimo e con chiarezza (e così chiamata) dallo stesso presidente generale nella sua relazione all’Assemblea dei Delegati di Sanremo e nella relazione morale pubblicata da Montagne360 nel giugno del 2015. “E’ necessario creare una struttura parallela e professionale di gestione che si occupi della produzione di beni e servizi ‘profit’, da quelli immobiliari a quelli culturali, che oltre a far conoscere e diffondere presso il pubblico il ‘brand’ CAI come marchio di qualità legato alla montagna, contribuisca tramite l’autofinanziamento ad alleggerire il bilancio da quelle voci che in modo diretto o indiretto attualmente gravano sui soci”.

La struttura parallela
StrutturaParallela-tunnel-spaziotemporale

Così le parole – nero su bianco – del presidente Martini. Sorvoliamo sull’infelicissimo uso del termine struttura parallela (evocativa di organizzazioni e operazioni molto lontane dallo spirito e dalla storia del CAI), ma che cosa si volesse intendere mi sembra chiarissimo. Chi ha espresso timori o contrarietà ha capito benissimo il progetto di “modernizzazione” del CAI.

Perché – come avevo scritto nel mio contributo alla discussione in vista del Congresso di Firenze – un conto è parlare di servizi, un conto è parlare di attività, o di assetto vero e proprio dell’associazione CAI. Offrire migliori servizi (legali, amministrativi, ecc.) ai soci e alle Sezioni sarebbe una cosa bellissima. Lo può fare una società di consulenza esterna, con cui aprire un rapporto professionale? Benissimo, facciamolo subito. Pensiamo solo se ci fosse una struttura esterna di professionisti in grado di individuare possibili finanziamenti europei, nazionali o regionali per il CAI. Sarebbe utilissima. Ma qui siamo nel campo dei servizi.

La metamorfosi di Franz Kafka
StrutturaParallela-meta_fnl_01

Altra cosa è creare una struttura parallela all’associazione. Nell’idea del presidente Martini si è prospettata una rivoluzione dell’attuale assetto del CAI. Per risolvere problemi reali si correrebbe il rischio fortissimo e pericolosissimo di snaturare l’assetto istituzionale del CAI (e anche i suoi oltre 150 anni di storia). C’è il rischio, come giustamente è stato scritto, di dare vita ad una bad company dove lasciare l’associazione, il volontariato, le assemblee dei delegati, i “casini” delle Sezioni, e una good company, dove allocare una buona fetta della parte economica, i rifugi, il merchandising.

Chi conosce il mondo delle associazioni sa che questo è un percorso che spesso finisce male, con un distacco sempre più marcato tra la parte associazione e la parte impresa, con la prima sempre in affanno a controllare la seconda (finché ci riesce). Sono questi i timori e le contrarietà che sono emersi, e mi sembra in maniera non minoritaria, sia prima sia durante il Congresso. L’editoriale del presidente Martini non mi sembra affatto che allontani i timori espressi, anzi, sembra riaffermare decisioni già prese.

Un’altra perplessità riguarda il tema dell’eccessiva burocratizzazione del CAI. Ormai è insopportabile. Le pastoie burocratiche (così le definisce Martini), che il CAI stesso ha alimentato, stanno in molti casi impedendo alle Sezioni di svolgere il loro ruolo istituzionale. Ci sono Sezioni che non riescono ad organizzare i Corsi; ci sono soci che preferiscono svolgere una attività di promozione verso la montagna fuori dal CAI; diventare “titolato” nel CAI oggi è ormai più complicato e specialmente oneroso che diventare un professionista della montagna.

Burocrazia
StrutturaParallela-burocrazia peso

Scrive il presidente Martini che questi regolamenti (spesso assurdi e contradditori – questo lo dico io) nessuno ce li ha imposti. Allora non capisco: se nessuno ce li ha imposti, perché ci sono? Si dice che gli Organi Tecnici Centrali si sono presi troppa autonomia. Ma sono organi appunto centrali. Chi li doveva controllare? Negli ultimi anni sembra che il CAI a livello centrale abbia operato per smorzare l’entusiasmo dei soci più attivi e per mettere i bastoni tra le ruote delle Sezioni che hanno voglia e capacità di operare.

Se gli Organi Tecnici Centrali hanno preso decisioni controproducenti, non se n’è accorto nessuno? Diciamolo chiaramente: il malumore delle Sezioni verso questa eccessiva burocratizzazione, verso una “regolamentite” spesso asfissiante, non è di oggi. E che gli Organi Tecnici Centrali non siano cosa “altra” rispetto al CAI lo dice lo Statuto Generale: al Comitato Centrale competono la scelta degli Organi Tecnici Centrali, la loro nomina o l’elezione dei componenti e del presidente, le funzioni di indirizzo, di coordinamento e di controllo.

O era sbagliata la strategia, o questa deriva centralistica era condivisa. Prima che il CAI diventi una organizzazione basata solo sui regolamenti, e non sulle Sezioni, sui soci e sulla loro voglia di impegnarsi, dobbiamo cambiare veramente il CAI, non con strutture parallele kafkiane, ma con una struttura centrale agile, dinamica e in piena sintonia con le Sezioni e i soci. Se vogliamo essere un CAI moderno e attrattivo, e non il castello di Franz Kafka, dobbiamo cambiare molto, e subito.

StrutturaParallela-2620159-KafkaCASTELLO_300-283x431

 

Pubblicato il Lascia un commento

Il CAI e la società

Il CAI e la società
di Silvia Metzeltin Buscaini
(tratto da Vertice 29, CAI Valmadrera, per gentile concessione)

Mi ritrovo di nuovo in un ginepraio. Mica m’infilo in ricostruzioni storiche: nella ricorrenza del 150° ne abbiamo già avute a sufficienza. Anche se è vero che per capire qualcosa del nostro presente non possiamo ignorare la storia tradizionale, oggi mi viene da lasciar perdere quel passato ufficiale: per giusto o sbagliato che fosse, che nei rispettivi contesti sociali accompagnassero il CAI motivi quali Dio e la Patria, l’alpinismo eroico e le Alpi al popolo, tutto questo mi sta ormai stretto. Di riflesso, perfino recenti disquisizioni teoriche come quello sulle nuove identità montanare, per non parlare dell’introduzione dell’orso e dell’affare Dolomiti Unesco, mi paiono in qualche modo già superate.

Traversata dello Hielo Patagonico Sur. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
CAISocietà-HieloPatagonico-Sur

Dunque: cerco di rivolgermi all’oggi presente, a quella realtà immediata in cui vivo, senza peraltro capirci molto, così come credo che poco a loro volta ci avessero capito i nostri predecessori, perché di solito le cose si capiscono solo a posteriori e non mentre siamo immersi nella loro evoluzione.

Il CAI e la società? Pur trascurabili molecole, il CAI siamo ognuno di noi e anche la società siamo noi.

Non ce ne accorgiamo, ma siamo come agenti nel rapido fluire dell’evoluzione di ambedue e al momento non vedo qualcosa di stabilizzato da analizzare, neppure in contrapposizione. Men che meno considerando l’attuale dinamica accelerata di cui tutto sembra sfuggirci di mano, non solo la comprensione dell’alpinismo e del CAI, ma soprattutto la comprensione del divenire sociale.

A questo punto delle mie perplessità, mi è giunto in soccorso inaspettato, durante una di quelle conversazioni gradevoli a cena conclusa, in cui si spazia dall’esistenza di Dio alle vicende del quotidiano, scivolando sulle vicissitudini della scuola, il progetto di un simpatico docente di Psicologia, progetto che ha rintuzzato la mia avversione a certe tendenze di massa oggi più che mai in voga.

Mentre io cercavo di spiegare il programma del nostro corso di Studio della Montagna dell’Università dell’lnsubria, in collaborazione costruttiva con il CAI, adatto ad offrire anche apertura di orizzonte esistenziale ai giovani, lo psicologo mi spiega che, con colleghi, lui sta impostando un corso universitario per “imparare a gestire il futuro”, dato che i giovani sono disorientati di fronte ai cambiamenti epocali e non sanno come affrontare la vita. Lo vedi anche tu, mi dice: come fanno questi ragazzi a pensare al futuro, se non trovano lavoro e non possono sposarsi e pagare il mutuo per la casa? È stato sufficiente per rinverdire la mia predisposizione libertaria, quella della mia passione alpinistica, quella della mia relazione anche con il CAI e la società. Ci siamo: sono in pista per una reazione.

È certamente vero che un disorientamento epocale spinge molti, giovani e meno giovani, a non prendere più iniziative, a diventare rinunciatari. Si accettano le imposizioni di modifiche e adeguamenti frenetici, di cui spesso non sappiamo neppure cogliere il senso, che ci coinvolgono nostro malgrado a qualunque età e in qualunque ambito. II CAI non fa eccezione.

Illustrazione alla guida Dolomiti di Brenta. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
CAISocietà-GuidaDolBrenta-BocchettadiVallarga

Ma chi si ferma è perduto. A quanto pare, è proprio così, tanto nell’evoluzione degli organismi come in quello delle culture. I biologi spiegano che la “Regina Rossa” di Alice incalza, che la ricerca sugli antibiotici è sempre in ritardo perché il nuovo batterio è già mutato un’altra volta sotto i nostri occhi. Ci salveremo con la fuga in avanti?

E di questo confuso impasto in movimento caotico, di cui risulto essere formata oggi io stessa, CAI e società compenetrati, cosa posso fare e pensare? Ciò che mi pareva valido ieri, per oggi è già obsoleto, quando non rivelatosi chiaramente fuori tiro. In ogni caso, non è più adeguato alla frenetica contingenza. I miei recenti richiami accorati contro una frequentazione “mordi e fuggi” della montagna, di cui noi alpinisti siamo diventati campioni esemplari, mi appaiono pateticamente inutili. Inviti a considerazioni sociali riguardanti la vita delle popolazioni di montagna? Altrettanto malinconicamente disattesi. Mi sfugge il fine della rincorsa, ammesso che sappia trovare consenso alla rincorsa stessa.

Naturalmente sento di essere ancora alpinista, ma neppure io lo rimango come lo sono stata. L’alpinismo cambia e anch’io mi muovo nel tempo, nonostante metta in azione i freni derivati dall’esperienza e dall’indole incline all’autonomia. Tuttavia anche precorrere i tempi non funziona sempre. Anni fa avevo perfino approvato con entusiasmo anticipatore alcuni sviluppi dell’arrampicata che allora vennero stigmatizzati come eresia nel mondo alpinistico, prima di venire poi tranquillamente praticati dagli stessi detrattori. Però penso di sapermi ora distanziare dalle posizioni drastiche di un tempo, tentando di considerare in ottica più consona con gli sviluppi degli avvenimenti. In questo contesto, poiché riguarda proprio un CAI e la capacità di modificarsi con i tempi, vi ripropongo la rilettura del breve riassunto della vicenda Bonatti, presentato congiuntamente dal CAI Varese e Università dell’lnsubria durante la manifestazione in omaggio alla sua memoria. Una piccola rivisitazione della storia.

Qui mi pare giusto puntualizzare qualcosa che spesso trascuriamo quando ci riferiamo al CAI: un conto è la Presidenza Generale del CAI con i suoi organi centrali sul piano nazionale, altro conto sono le singole sezioni sparse sul territorio. È ovvio che le implicazioni economiche e politiche di una sempre più difficile conduzione nazionale lascino poco spazio a considerazioni sull’alpinismo e a iniziative per lo sviluppo sensato della frequentazione della montagna. Ci basti pensare ai rifugi obbligati a trasformarsi in alberghi in quota, agli intralci burocratici che stanno disincentivando il generoso volontariato spontaneo, ai contenziosi con guide alpine, con altri professionisti a vario titolo e con il soccorso in montagna. Eppure, se consideriamo i trascorsi 150 anni della sua storia, il CAI aveva anche saputo intervenire e mediare in situazioni nazionali complesse. Per quanto riguarda le guide alpine, ricordo il mio stupore negli anni Cinquanta: a me ragazzina spiegarono che le guide alpine in Italia non erano considerate come categoria professionale specifica, bensì inserita in un contenitore generico insieme a venditori ambulanti e prostitute. D’altra parte, se fino a trent’anni fa il CAI dalle molte anime aveva l’interesse di fregiarsi dell’alpinismo come bandiera e gli alpinisti stessi anche di punta se ne fregiavano a loro volta, oggi il CAI deve fare i conti con cambiamenti epocali. L’alpinismo è uscito dalla sua nicchia romantica, è diventato in gran parte attività commerciale e gli alpinisti di punta molto mediatizzati mi paiono spesso più lavoratori dello spettacolo che aventi un legame con il mio modo di andare per monti da “alpinista normale” – normale di una volta.

Il maltempo sta arrivando sul Paine Grande. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
CAISocietà-MaltempoArrivaPaineGrande

Non so bene come possa agire oggi un CAI sul piano nazionale in tale difficile contesto. Strizzare l’occhio a escursionismo di massa e ambientalismo, cercare di porsi come riferimento generale anche dove ha ormai perso il senso di appartenenza, divenendo una specie di onesto “club di servizi”? Potrebbe però anche diventare un mediatore autorevole nel dirimere contrasti tra interessi contrapposti che gravitano intorno all’ambiente alpino, potrebbe esprimere il rigore di attendibilità nell’informazione di settore, ma temo che non ne abbia né i mezzi né la statura. Che riesca a rappresentare gli “alpinisti normali” – vecchi e nuovi – mi pare sempre più aleatorio, dovendosi chinare a troppe istanze esterne, che con una pratica libera e responsabile dell’alpinismo virtuale hanno poco a che vedere.

Il CAI non ha saputo opporsi con efficacia a nessuna delle regolamentazioni e divieti che sul piano giuridico stanno ostacolando la libera frequentazione della montagna: si vede che anche il nutrito gruppo di “parlamentari amici della montagna” non deve avere molta dimestichezza con la pratica dell’alpinismo. Fatemi commentare che quando a un funerale ascolto la per me stucchevole invocazione di lasciar andare un alpinista morto per le ipotetiche montagne del paradiso, penso che prima bisognerebbe difendere il diritto degli alpinisti ancora vivi di andare liberamente sulle montagne reali della nostra terra. Ma devo riconoscere di essere stata perdente di persona nel mio impegno internazionale sulla questione e so quanto sia ingrato esporsi per obiettivi non mercantili. Ora non mi aspetto che qualche opportunistica iniziativa ufficiale, diplomatica e tardiva, abbia esiti oltre la facciata.

Insomma: per tornare al mio interrogativo dubbioso, anch’io sono molecola del CAI, ma di quale CAI? Beh, dalla sua espressione nazionale oggi mi sento lontana. Essa mi appare così invischiata nel rincorrere le trasformazioni dalla società senza imprimerle qualche innovazione significativa, da farmela ritenere di scarso interesse nella corsa esistenziale in cui io pure mi trovo trascinata.

Tuttavia, esiste un altro CAI, che è quello multiforme delle sezioni. Nonostante gli intenti degli operatori del vertice nazionale, a volte più zelanti del necessario, alcune sezioni sfruttano il grado di libertà rimaste nel tentare vie nuove. Mi viene da pensare che qui torni utile la sindrome della “Regina Rossa”, e cioè che ci si debba industriare nel fuggire in tempo all’incalzare delle pastoie burocratiche, comportarsi da microrganismo mutante prima che le autorità inventino l’antibiotico di turno per neutralizzare le iniziative. Vorrei fare un paragone tra gli intralci posti all’Alpinismo Giovanile, che in molti casi ne ha segnato il declino, e la felice disattenzione per i Gruppi Senior, sfuggiti allo zelo dei legislatori per una messa sotto tutela. Così nei Gruppi Senior, nel solco di residuati dell’Alpinismo Eroico che cercano di salvare la propria autonomia, confluiscono allegri i nuovi pensionati, ancora esenti da divise e certificati.

Ogni evoluzione è caotica e creativa dalla sua stessa essenza. Quando si cerca di prevederla, di attenersi a un modello, si sbaglia quasi sempre, semplicemente perché non si può. Così oggi posso immaginare un CAI delle sezioni in cammino intraprendente verso qualche sviluppo originale, che forse con il mio alpinismo privato e con quello tradizionale avrà solo poco a che vedere ma che saprà essere innovatore, a costo di imboccare anche qualche vicolo cieco. Penso alla nostra collaborazione aperta tra CAI Varese e Università dell’lnsubria. Penso al merito di irradiazione culturale cittadina del Palamonti della Sezione di Bergamo, coraggioso esempio di capacità imprenditoriale, che nella sua visione sociale va oltre il successo associativo. Penso alla Sezione di Riva del Garda che si è dedicata a coinvolgere soci e cittadinanza per la creazione di un Parco Fluviale, non per recintarlo rinchiudendoci un orso, ma per sottrarlo alla speculazione edilizia e salvarlo per la libera frequentazione responsabile di chiunque. Penso alle iniziative locali delle piccole Sezioni di montagna, le quali offrono attività che coinvolgono in forma congiunta i residenti e i turisti, dai giochi per ragazzi alle facili escursioni, alle mostre e alle serate di cultura. E se poi al loro interno si creano gruppi che si differenziano, perché no? Meglio se distribuiti un po’ in grotta, un po’ in bici è un po’ in canoa e un po’ ad arrampicare, che tutti insieme ammassati sulla stessa cima.

Torre Trieste, disegno a matita di Gino Buscaini realizzato per Silvia nel 1962. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
CAISocietà-T.TriestedisegnatadaGBperSilvia-1962

CAI e società? Trovo in questo possibile tipo di evoluzione un seme comunitario di partecipazione intelligente, flessibile, adatto alle singole realtà. Dove sezioni del CAI e società civile inventano iniziative e collaborano oltre gli steccati giuridici, è possibile intravedere un futuro costruito della realtà di chi a qualunque titolo si senta legato all’ambiente della montagna.

Inoltre non è detto che proprio in questa fattiva ottica rinnovatrice, in fuga dalle pastoie burocratiche e da timorose chiusure mentali, non rimanga nelle Sezioni anche uno spazio per mantenere il meglio delle nicchie romantiche di un tempo. Una nicchia per gli alpinisti “non omologati”, per quelli di ieri, come eravamo io e altri come me, e per quelli di oggi che pur diversi aspirano ancora a qualcosa di simile: quelli che arrivano al CAI in cerca di rapporti privilegiati, di occasioni per esperienze autentiche, di qualche sogno privato da nutrire e realizzare, di desiderio di affermazione e riconoscimento tra pari, di condivisione della passione un po’ irrazionale è un po’ esclusiva. Non è detto che costituiscono solo elementi di disturbo: possono anche costituire un volano, una riserva di energia. Loro stessi possono poi rendersi conto che, per quanto individualisti, vi trovano campo e opportunità per una visione comunitaria alla quale collaborare. Avrei dovuto spiegarlo anche all’amico docente di psicologia…

Credo di essere una molecola CAI-società un po’ di questo tipo. Mi auguro che, nel turbine epocale che ci trascina, il CAI delle sezioni mantenga gli spazi perché anche i “diversi” di oggi vi trovino interesse e accoglienza: rimango irriverente verso le omologazioni e verso una esistenza da protocollo. Continuo a essere grata per aver trovato a suo tempo nel CAI una nicchia per il mio alpinismo, e continuo a ritenere più saggio e felice appassionarsi a una vita di ascensioni che inseguire rassegnata un mutuo per la casa, magari indirizzatavi da un insegnamento universitario per impostare “la gestione del proprio futuro”. E per concludere, una considerazione economica: dopo tutto, una tessera del CAI costa molto meno di un corso di psicologia.

Pubblicato il Lascia un commento

La non-risposta del CAI

La non-risposta del CAI

Mi sarebbe piaciuto avere un bel regalo di Natale: ma a noi, diciassette firmatari di due raccomandate, una al presidente del CAI e l’altra al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, spedite il 2 ottobre 2015, non è stato ancora risposto da alcuno. E sono passati più dei classici cento giorni.

I testi integrali delle due lettere sono reperibili qui, ma vediamo ugualmente di riassumerle.

La prima, quella spedita al Collegio Regionale dei Probiviri del Piemonte, chiedeva sostanzialmente di adottare gli opportuni provvedimenti disciplinari nei confronti delle sezioni del CAI di Formazza e Macugnaga, nei ruoli dei Presidenti Piero Sormani e Flavio Violatto, essendosi queste rifiutate di votare con tutte le altre sezioni dell’Est Monterosa per l’appoggio alla manifestazione del 29 marzo 2015 contro l’eliski in Val Formazza, violando in questo modo il Punto 4 del Bidecalogo, per il quale il CAI “s’impegna a contrastare o comunque scoraggiare l’uso di aerei, elicotteri, motoslitte per finalità ludico-sportive”.

La seconda, quella spedita al Presidente del CAI, Umberto Martini, poneva a quest’ultimo cinque domande:
1) Quali iniziative ha assunto e sta assumendo il CAI al fine di ottenere legislazioni di divieto della pratica dell’eliski?
2) Non è doveroso che il CAI debba inviare informativa ai propri soci sulle località dove viene praticato l’eliski chiedendo di boicottarle?
3) Quale tipo di richiamo al Bidecalogo può essere indirizzato alle guide alpine socie AGAI, quindi socie anche CAI, per far loro comprendere che sull’eliski il CAI non è disposto a nessun tipo di compromesso?
4) Cosa pensa di fare il CAI nei confronti di quei rifugisti che mettono a disposizione i beni del sodalizio per fare da base all’eliski?
5) Il CAI non dovrebbe radiare i soci che fanno eliski o che usano l’elicottero per andare all’attacco delle vie alpinistiche?

Tutti noi capiamo che i tempi tecnici siano molto lunghi, ragioni dei ritardi ce ne sono a bizzeffe: basterebbe pensare all’impegno profuso dal CAI, dai suoi dirigenti e da tutti i volontari, nella preparazione del recente Congresso Nazionale di Firenze.

NonRisposta-vertenza-aperta

 

Ai primi di dicembre abbiamo spedito una seconda missiva agli stessi destinatari con le medesime domande, certi che il meccanismo della raccomandata A/R non sia fallace. Ma anche in questo caso non solo non si è avuta risposta, non si è ritenuto opportuno neppure inviare un cenno di ricevuta con la sia pur vaga promessa di prendere in esame le nostre richieste.

Giunti a questo punto è inevitabile che tra i 17 mittenti qualcuno si faccia delle domande e tenti di rispondersi con delle considerazioni pubbliche.

Se al posto di 17 fossimo stati 170 o 1.700 cosa sarebbe cambiato? Qualcuno si sarebbe scomodato? E per quale motivo avrebbe risposto, per l’intrinseca serietà delle nostre domande o per la paura di dover subire lo scontento di centinaia o migliaia di soci?

Volutamente le lettere erano due, una dai contenuti precisi e ineludibili, cui si poteva rispondere solo sì o no, l’altra più sfumata, con cinque domande che fornivano facili modi di aggirare il nocciolo.

Il fatto che siano state ignorate entrambe ci sconforta ma nello stesso tempo inasprisce la nostra domanda.

Cocciutamente ci domandiamo perché non rispondere: comprendiamo che non abbiamo dato possibilità di scaricabarile, i destinatari erano precisi. Io penso che per qualcuno di loro rispondere è evidentemente motivo di ansia e preoccupazione. La paura di non riuscire a trovare le parole giuste per rispondere alle domande che sono state poste, il timore del sentirsi osservati così da vicino, e talvolta interpretati al di là del proprio controllo, fa sì che il dialogo possa essere vissuto con paura, assieme all’idea che in una manciata di parole ci si possa giocare “il proprio futuro nel Sodalizio”.

So che essere un po’ ansiosi e preoccupati circa le risposte da dare è del tutto prevedibile e naturale. L’ansia, ovvero la paura, è una normale e necessaria reazione dell’organismo, che attiva una serie di meccanismi fisiologici grazie ai quali si diventa più reattivi ed efficaci nel trovare le soluzioni neces­sarie alla sopravvivenza. Ma qui, in questo possibile dialogo, non è in discussione la loro sopravvi­venza.

Un poco di tensione è normale, e fa bene; in più accettare di provare una certa quota d’ansia, evitando così che questa produca un timore sempre maggiore, costituisce un notevole vantaggio.

L’ansia comunque non deve superare un certo livello, oltre il quale diventa distruttiva e controproducente. Il rischio cui si sottopone il “non-rispondente” (del tutto ignaro dei meccanismi dell’ansia e della sua possibile utilità) è infatti quello di continuare ad au­mentare il grado di ansia, attraverso la propria stessa intolleranza ad essa.

Non aiuta cercare aiuto in eventuali corresponsabilità, men che meno aiuta pensare di essere “neutrali”. La neutralità è esclusa dal Bidecalogo.

Una risposta è sempre meglio del silenzio. Perché? È un meccanismo psicologico che parte dalla dominanza: se ignori qualcuno stai inconsciamente dicendo che non è degno della tua attenzione, e abbassi la sua importanza. Visto che a nessuno piace essere considerato una nullità, gli altri si arrabbiano. Silenzio equivale a ignorare l’altra parte.

Non serve essere geni della comunicazione, bastano tre secondi scarsi per far capire all’altro che non lo stai ignorando. Anche se la risposta non è da manuale dei rapporti sociali, è sempre meglio del silenzio. Lo dice anche il proverbio: il contrario dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza.

NonRisposta1
E, giunti sempre a questo punto, vale la pena valutare il comportamento dei destinatari, che di certo hanno messo in atto i primi tre gradini dei meccanismi di difesa primari: il ritiro, la negazione e il controllo onnipotente (vi tralascio i successivi, assai più drammatici, fino a quello finale, la scissione dell’Io!).

Il ritiro: eccessivamente stimolato e bombardato da richieste il soggetto (bambino o adulto) si “addormenta”, si ritira per allontanarsi da una realtà sentita come opprimente e frustrante. In negativo tale meccanismo in età adulta allontana la persona dalla partecipazione attiva alla soluzione dei problemi, il soggetto si ritira in se stesso chiudendo ogni porta con il mondo circostante ed evitando di mettersi in gioco. In positivo esso è una fuga psicologica e fisica dalla realtà che non viene però distorta ma se ne prendono le distanze.

La negazione: consiste nel negare una realtà oggettiva anche innanzi a fatti evidenti e concreti, in tal modo si affrontano le cose spiacevoli rifiutando di accettare che accadano ed esistano (con la non-risposta si sta procedendo in questa direzione ad ampi passi). L’esempio è quello di una persona che si rifiuta di fare una visita medica perché teme l’esito negativo.

Il pensiero onnipotente: sentirsi il centro dell’universo e non accettare l’esistenza degli altri e il fatto che essi agiscono in maniera indipendente, è segno di pensiero soggettivo ed egocentrico. Questo pensiero predispone a non riconoscere i propri limiti e soprattutto le proprie responsabilità, viene minato l’interscambio paritetico.

Queste considerazioni sono pungenti, ma hanno il solo scopo di provocare quella reazione che, in regime d’interscambio paritetico, sarebbe ovvia e soprattutto rapida.

Vogliamo ancora credere che le risposte, se mai ci saranno, avranno le qualità della precisione. Non immaginiamo risposte intellettuali, razionalizzanti o compartimentate.

Se così non sarà, la vita – ci mancherebbe altro – continua. Con le dovute conseguenze, però.

NonRisposta-images

 

 

Pubblicato il Lascia un commento

CAI-MiBACT

Nelle pieghe dell’Accordo CAI-Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT)

Il 30 ottobre 2015 a Roma il Ministro dei Beni e Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini e il Presidente generale del CAI Umberto Martini hanno sottoscritto il “Protocollo d’Intesa per la valorizzazione della rete sentieristica e dei rifugi montani per un turismo sostenibile e responsabile”.

Questo è il link per poter leggere il conciso documento in versione integrale.

Considerazioni
Che cosa hanno in realtà concertato assieme il CAI e il MiBACT? Questa è la domanda che si pone qualunque socio del CAI o comune cittadino dopo aver letto il Protocollo d’Intesa.

Nelle premesse sono elencate le ragioni di un tale protocollo e soprattutto sono esplicitate le autorizzazioni legali che obbligano il CAI ad occuparsi di questa problematica.

Erminio Quartiani (vice-presidente del CAI), Umberto Martini (presidente del CAI) e Dario Franceschini
CAI-MiBACT-21990229104_7b9368a935_z
Tra queste, è fondamentale il riferimento alla definizione di turismo sostenibile adottata dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (OMT): “le attività turistiche sono sostenibili quando si sviluppano in modo tale da mantenersi vitali in un area turistica per un tempo illimitato, non alterano l’ambiente (naturale, sociale ed artistico) e non ostacolano o inibiscono lo sviluppo di altre attività sociali ed economiche”.

In seguito, gli otto articoli che costituiscono il protocollo, dovrebbero spiegarci cosa in concreto si farà. Ma ancora una volta non si va oltre agli enunciati, purtroppo privi di una qualunque programmazione che ci chiarisca gli obiettivi pratici e la fattibilità economica.

Negli Allegati è un preciso elenco di sentieri: per quanto riguarda le tappe del Sentiero Italia ne è stata scelta una per regione, poi c’è un’antologia di sentieri relativi alla Grande Guerra ‘15-’18 e infine un’altra che abbraccia luoghi tipici della lotta partigiana. In totale sono 34 percorsi.

L’articolo 2 impegna le parti a “promuovere in ambito nazionale e internazionale la conoscenza e la diffusione dell’offerta del turismo sostenibile, rappresentata in particolare in ambito montano dalla rete sentieristica e dai relativi percorsi escursionistici e dalle proposte presenti nell’Allegato A”.
Cosa significa “promuovere in ambito nazionale”? Con quali mezzi, con quali fondi? Se si può presupporre che il CAI possa farlo, in virtù delle migliaia di potenziali volontari che si possono accollare il compito, con quale schema operativo può farlo il MiBACT?

Lo stesso articolo 2 impegna a “valorizzare l’offerta di accoglienza dei rifugi montani”. Pongo la stessa domanda fatta poco fa per i sentieri.

Ancora nell’articolo 2 è espressa la volontà delle parti di collaborare affinché “le Autorità nazionali, regionali e locali contribuiscano, secondo le rispettive competenze, alla preservazione e manutenzione dei sentieri e delle opere alpine oggetto del presente protocollo”.

Non vi sembra che sia il solito invito al buon senso e alla buona volontà cui non seguirà alcuna applicazione pratica?

E quando, alla fine dell’articolo 2, si dice che verrà costituito un apposito comitato bilaterale per provvedere alla realizzazione di quanto appena enunciato, il sospetto di velleitarietà diventa ancora più acuto.
Quanto detto all’articolo 3 è invece credibile. Con molta, ma molta, buona volontà (e con molti volontari) il CAI può effettivamente arrivare a predisporre il Catasto Nazionale dei Sentieri.

L’articolo 4 è assai pretenzioso: collaborare con le Regioni per addivenire ad una uniformità della segnaletica orizzontale e verticale sentieristica a livello nazionale. Il problema è grosso, conosciamo benissimo l’attuale labirinto di segnali vecchi e nuovi che deturpa l’ambiente e disinforma l’escursionista. Ma cosa vuole dire “collaborare con le regioni”? Viene il dubbio che, constatata l’enormità del compito, si ricorra alla ricerca di partner. Nella conseguente divisione di responsabilità del “tutti assieme” si sfuggirà meglio (e in modo legale) alla prima emergenza, derubricandola a obiettivo della prossima legislatura. Nella stessa ottica è da leggere l’articolo 5 che vuole coinvolgere l’Associazione Nazionale Comuni d’Italia nella manutenzione della rete sentieristica e dei rifugi interessati al presente protocollo.
L’articolo 7 promette di costituire un Comitato paritetico di sei membri, allo scopo di coordinare le attività del presente protocollo, entro 15 giorni dalla firma. La partecipazione al Comitato è a titolo gratuito.
A oggi dunque questo Comitato dovrebbe essere già stato costituito…

Il comune cittadino è quotidianamente bombardato, seppellito direi, da centinaia di dichiarazioni d’intenti, le classiche promesse di una volta. Anche l’appassionato di montagna e il socio del CAI, nel loro piccolo, lo sono.

Francamente faremmo volentieri a meno di questo tipo d’informazione, quella che promette senza dire come e quando, fidandosi del fatto che i destinatari della promessa siano i primi a dimenticare.

E nel caso che al Protocollo siano seguiti (ma non pubblicati) un sia pur vago budget e una tempistica credibile, ci si domanda come mai non se ne dia alcuna notizia.

Quindi, in definitiva: che cosa hanno in realtà concertato assieme il CAI e il MiBACT?

Pubblicato il Lascia un commento

Perché non credo nel CAI dei servizi

Perché non credo nel CAI dei servizi
di Paola Romanucci
(scritto a mo’ di contributo per il Gruppo di lavoro Associazionismo e Servizi del 100° Congresso Nazionale del CAI e già pubblicato su http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=11 il 29 ottobre 2015)

 

Scusandomi per aver trovato solo ora il tempo (ma “è il volontariato, bellezza”), cercherò di spiegare perché non credo al CAI evocato dai documenti congressuali che demanda a un’“azienda profit” di erogare servizi ai soci “e al resto del mondo”.

Perché la montagna non è un servizio essenziale, ma una scelta che è bello lasciare aperta a più opzioni: imparare a frequentarla in modo consapevole e autonomo, da soli o con il CAI, oppure affidarsi a professionisti.

C’è spazio per tutti.

Perché l’obiettivo legittimo di una soggetto professionale che “offre servizi” nell’ambito della montagna è di trarne un giusto profitto.

L’obiettivo di un volontario del CAI è di trasmettere ad altri la propria passione e conoscenza, per il puro gusto di farlo.

Un sapere modesto e limitato, se vogliamo: ma il proprio, non quello di altri.

A piedi, sugli sci, in sella a una bici o in parete, questa è forse la radice più profonda di ogni “volontario della montagna”.

Interporre i professionisti tra la passione dei volontari e i soci finirebbe per essiccare quella radice che ci identifica e ci lega, noi tutti così diversi, dentro lo stesso sodalizio.

E un CAI che scegliesse di “offrire servizi” tramite soggetti professionali sarebbe presto orientato a incontrare sempre di più la “domanda” di montagna “facile e sicura”: ciaspolate, scialpinistiche medio-facili, ferrate; perché no, utilizzo di mezzi di risalita e magari perfino eliski.

Con buona pace del Bidecalogo.

Campoli Appennino
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Perché un CAI che diventa intermediario di incarichi e di lavoro non appassiona, non coinvolge ed entrerebbe presto in contraddizione con i propri principi fondatori.

Per avere in cambio, cosa: più iscritti? Più soldi pubblici? Più peso politico? Una cosa è collaborare con i professionisti della montagna (e il CAI lo fa da sempre): altra, è appaltare le attività sociali a soggetti professionali, snaturando la nostra identità più vera.

Perché è vero che fanno paura, queste responsabilità sempre più pesanti sulle spalle di tutti noi, in una società sempre più isterica che nega l’etica della responsabilità personale e promuove quella della colpa altrui.

Ma poi, uno pensa ai volontari che operano in zone di guerra e gli viene da sorridere.

Scegliamo di farlo, siamo liberi di smettere.

E la montagna stessa si è fatta carico di insegnarci che libertà e responsabilità sono facce della stessa medaglia.

Perché questa zona grigia del para-volontariato, che si estende dalla sanità alla protezione civile, mina le basi stesse di uno Stato efficiente e trasparente, che con i soldi delle nostre tasse dovrebbe costruire professionalità, bandire concorsi seri, selezionare personale preparato, disporre assunzioni vere; e contemporaneamente, dovrebbe sostenere l’iniziativa privata e promuovere un mercato basato sulla libera concorrenza.

Pretendere e consentire di “campare di volontariato” genera quel sottobosco opaco di clientelismo e competenze sovrapposte in cui, almeno in Italia, si disperdono le risorse pubbliche.

Facciamocene una ragione, la nostra non è una società improntata al rigore protestante: quello che può funzionare in Germania, non è detto che funzioni alla nostra latitudine (e viceversa).

PerchéNonCredo-slide-009
In realtà, alcuni dei problemi posti dai Gruppi di lavoro, cui hanno inteso rispondere con la prospettiva di una struttura profit che offra servizi in parallelo all’associazione del volontariato tradizionale, potrebbero essere oggetto di un rovesciamento di prospettiva.

Ad esempio, il tema del “CAI dei servizi” potrebbe essere ribaltato nel tema, reciproco e speculare, del rispetto degli ambiti di competenza dei professionisti, cui il sodalizio non dovrebbe sovrapporre una propria “offerta di montagna”: se (se) scegliamo di condividere che il CAI non “porta” in montagna, ma “forma” alla montagna, allora è forse tempo di interrogarci sulla utilità e pertinenza di iniziative come Il mio primo 4000, almeno laddove risultino decontestualizzate da una formazione specifica (tipo corsi avanzati di alpinismo).

Così come il problema dello sbilanciamento nel rapporto numerico tra base e titolati potrebbe trovare soluzione adeguata non nella rincorsa all’aumento indiscriminato degli iscritti e nel conseguente appalto di accompagnamento e/o formazione ai professionisti; ma, al contrario, investendo energie e risorse su formazione e aggiornamento dei titolati, da un lato; e calibrando le attività sociali in base alla qualità e non soltanto alla quantità.

E’ merito della loro qualità e non certo del loro numero, se i nostri soci sono una percentuale quasi irrilevante nel popolo degli infortunati e soccorsi in montagna.

Per contro, su alcuni aspetti come la progettazione finanziaria, il merchandising, l’editoria, che impongono vere e proprie specializzazioni, si può probabilmente ipotizzare l’utilità all’interno del sodalizio di una struttura dedicata.

Ad esempio, è un dato di fatto che le cessate risorse pubbliche dello Stato e degli enti territoriali possono essere efficacemente sostituite grazie alla capacità di intercettare presso le Regioni i flussi di finanziamento europeo, alla condizione di mobilitare professionalità specifiche (e, dunque, remunerate), su progetti elaborati all’interno del sodalizio in conformità ai suoi scopi e principi.

Ancora, ogni volta che il CAI diviene propositore e referente di interventi di riqualificazione del territorio montano (come il ripristino o il consolidamento di un sentiero o di una via ferrata), occorrono progettazione, direzione dei lavori, esecuzione di lavori specialistici, attività di certificazione e di conformità.

In questi casi, è la stessa complessità del quadro normativo che impone al sodalizio di “integrare” consulenze e incarichi professionali e, quindi, di procurare le fonti di finanziamento.

Ma il limite invalicabile di questa “esternalizzazione” dovrebbe coincidere con il nucleo delle attività propriamente sociali: corsi, gite, trekking, ma anche convegni, congressi, formazione, hanno senso e valore soltanto se sono espressione autentica delle risorse del corpo sociale e dei suoi valori fondanti.

Taeschhorn, Dom e Lendspitze (Mischabel, Vallese)
PerchéNonCredo-Taeschhorn-Dom-Lendspitze

E poiché il linguaggio contribuisce a determinare la nostra identità, concludo esprimendo una forte e condivisa perplessità sull’uso montante di un lessico più proprio del mondo imprenditoriale.

Un recente editoriale di Montagne360 si invitava a non temere il termine “prodotto” con riferimento ai sentieri.

Nella sua relazione, il gruppo di lavoro su “Il CAI di oggi” pone il tema delle sezioni in termini aziendali (Considerato che a questo punto una decisione sbagliata è un costo, una decisione tardiva è un costo, una non-decisione è un costo le strutture territoriali sono effettivamente all’altezza del ruolo che dovrebbero ricoprire?).

Ecco, è anche su questo lessico che in molti misuriamo la lontananza siderale tra due concezioni del CAI: da un lato, quella di chi ritiene che “vendere” i sentieri o “verificare costi e risultati di gestione” delle sezioni sia indispensabile per “stare sul mercato”, con un sodalizio sempre più popoloso in cui un “ramo di azienda” attiva risorse finanziarie, crea e gestisce un indotto professionale e lavorativo di incarichi, commesse e appalti.

E, dall’altra parte, quanti (come me) credono e vogliono che il CAI sia, prima di tutto, un luogo territorialmente diffuso e diversificato, magari un po’ caotico e a volte poco efficiente, ma comunque qualificato, in cui si insegna e si impara a frequentare l’ambiente montano in modo responsabile, consapevole, sostenibile e solidale.

Uno spazio basato sul piacere sottile, intenso e condiviso di svolgere attività “personali, spontanee e gratuite” frutto di discussioni litigi e compromessi, di lavoro faticoso ma liberamente scelto, di conoscenze ed esperienze piccole e grandi, ricevute e restituite, che si fondono e crescono in progetti corali.

Un luogo costruito sul “capitale” della passione e dell’esperienza dei suoi soci.

E sulla libertà, inestimabile e fuori mercato, di decidere che sì, un corso di alpinismo con quattro istruttori e otto allievi può “seminare” più cultura della montagna di un trekking per 40 persone affidato a un’agenzia turistica.

Pubblicato il Lascia un commento

Questo matrimonio non s’ha da fare

Questo matrimonio non s’ha da fare
(
Il nuovo racconto della montagna)

Il numero di settembre 2015 di Montagne360 si apre con un editoriale di Luca Calzolari che non possiamo non leggere con molta attenzione.
Il titolo del pezzo è Un nuovo storytelling per la montagna? e qui lo riporto integralmente.

Comprendo e condivido la necessità, espressa dall’autore, di giungere a una nuova comunicazione della montagna, a un nuovo racconto di essa, che sappia superare l’attuale mania del no limits spettacolarizzato (che Calzolari definisce giustamente una proposta turistica di consumo spicciolo di emozioni altrui) conciliandosi con l’escursionismo consapevole e il viaggio d’emozione.

Condivido la necessità del cambio dell’attuale percezione: non condivido il “tipo di dimostrazione” che Calzolari ne tenta. Dico che, per giungere al sospirato QVD (quanto volevasi dimostrare), i procedimenti logici di Calzolari sono viziati da un consistente “peccato originale”.

NuovoRaccontoMontagna-ramsau_berggehen

Su questo blog insisto da tempo contro l’anglicismo in ogni settore. Ci sono pochi casi in cui i termini inglesi non sono superflui. Nella maggioranza dei casi sono fuori luogo, ma si sposano perfettamente con la colonizzazione (sottile ma comunque violenta) dell’uso del linguaggio aziendalistico (e simili). Adattarsi al linguaggio e alla pratica di quello che io ritengo un vero e proprio nemico della cultura libertaria dell’alpinismo, alla fine vuole dire restarne avviluppati, il primo passo per restarne anche fregati.

Perché la rete sentieristica in questo momento è definita valore teorico di sviluppo? E perché questo valore (teorico o no) deve diventare asset strategico? Perché teorico? Forse i sentieri non esistono? E per l’asset strategico: il CAI spinge a che la gente viva emozioni quiete ma profonde o piuttosto desidera essere proprietario di un bel catalogo di prodotti e colluso ingenuamente con operatori turistici che sono mossi dalle più evidenti motivazioni commerciali?

Poco oltre, in questa nuova vision e mission del CAI, leggo la frase “In questo momento cruciale dobbiamo fare anche noi un salto. In primo luogo non dobbiamo avere paura della parola ‘prodotto’. Esistono dei buoni prodotti. La rete sentieristica è una infrastruttura e un prodotto. Come infrastruttura è al servizio di un buon prodotto: l’escursionismo. E’ prodotto quando si trasforma in proposta organizzata…”.
Se si insiste con questi termini, dal punto di vista comunicativo e strategico/pratico non è cosa di poco conto: nella percezione comune l’escursionismo non sarà più esclusiva proprietà della persona che lo pratica ma solo frutto (prodotto) dell’opera altrui, cioè non avrà più nulla a che fare con chi in tempi lontani ha costruito con il sudore della sua fronte i sentieri, e nemmeno con chi li sta percorrendo (il fruitore), bensì riporterà solo a chi li ha valorizzati, inseriti nella nuova narrazione delle Terre Alte e dell’offerta turistica, anzi nel nuovo storytelling. Tra l’altro mi viene da osservare che il famoso valore aggiunto, proprio perché aggiunto, non può e non deve fare a meno del valore di partenza!

E’ vero che l’escursionismo diventa prodotto quando si trasforma in proposta organizzata. Ma è proprio questo il punto negativo: qualunque proposta organizzata uccide quella poca fantasia che ancora abbiamo, ci costringe a scegliere tra un ristretto panorama di prodotti e in definitiva ad agire come fruitori, cioè clienti del grande supermarket della montagna.

Se qualcuno proponesse a due giovani innamorati, che stravedono l’uno per l’altra, di gestire i propri sentimenti, come reagirebbero questi? Per loro vale più la gioia di stare insieme mista alla paura di perdersi oppure la quieta considerazione che una moderata gestione possa far durare più a lungo il loro rapporto?

E possiamo considerare questo bellissimo rapporto tra due esseri umani un prodotto? Meglio, un buon prodotto? O stiamo soltanto sovrapponendo codici e linguaggi inappropriati a un mondo che li respinge per definizione? Vogliamo fare marketing anche per l’andare in chiesa e public-opinion poll (sondaggi d’opinione) tra le tifoserie di calcio? Vogliamo inserire il concetto di trend anche tra genitori e figli per ottenere una migliore gestione familiare? Per recuperare quella figura paterna oggi così in affanno vogliamo inebetirci di termini che spaccano il capello in quattro senza però capire per nulla quello che sono le reali esigenze di un figlio?

Alpinismo, escursionismo e le altre attività nella natura sono di un’altra dimensione, quella che è sempre stata solo nostra. Non c’è bisogno di ricorrere ad altre immagini assurde per capire che questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai (come disse il Bravo a don Abbondio).

Tutto ciò avrebbe infatti gravi conseguenze, che i più non vedono: il discorso sulla fruizione (vedi il basilare saggio di Carlo Bonardi pubblicato su questo blog, che a suo tempo non fu ritenuto degno di pubblicazione su Montagne360) porta all’acquisizione compiuta da altri, che alla fine potranno farne quello che riterranno, in campo di proprietà, manutenzione, assicurazioni, grane giuridiche.

Sono d’accordo con Calzolari quando dice che la rete sentieristica non deve essere considerata un accessorio di un territorio: ma considerarla (e farla diventare) un forte prodotto turistico significa essere complici di un grave scippo culturale, probabilmente la negazione più violenta e antistorica della tradizione di 150 anni di Club Alpino Italiano.

NuovoRaccontoMontagna-GxqoNLfntp0gPlwwFw3q2PYWfTtxBa7bMe1AdEaA4iE

Pubblicato il Lascia un commento

Quale volontariato per il CAI di domani

Tra due giorni si terrà a Firenze il 100° congresso del Club Alpino Italiano. E questa volta il tema è Quale volontariato per il CAI di domani. Qui il programma.

E’ sicuramente un tema di grande attualità e merita un palcoscenico così importante.

Pur essendo molto lodevole e interessante l’iniziativa dei tre forum http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=9 (associato al gruppo di lavoro Volontariato nel CAI di oggi), http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=10 (associato al gruppo di lavoro Volontariato nel CAI di domani) e http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=11 (associato al gruppo di lavoro Associazionismo e Servizi), dall’esterno non sembra che il modo in cui è organizzato il congresso (tavole rotonde preimpostate e relatori già designati) possa favorire un proficuo scambio di idee nuove, che vengano veramente dalla base dei soci: un’orchestra simile sembra più a favore di linee d’indirizzo che i vertici politici del CAI hanno già delineato da tempo e probabilmente hanno in mente di sviluppare nel futuro. In linea con le proposte di modifica alla Legge 266/1991 e alla Legge 74/2001.
Di queste, si ricorda che la prima legge regola il volontariato organizzato e istituisce delle strutture per lo sviluppo e la crescita del volontariato su base regionale (i Centri di Servizio per il Volontariato), che forniscono gratuitamente alle Organizzazioni di Volontariato servizi nel campo della promozione, della consulenza, della formazione, della comunicazione e molti altri; e la seconda elenca le disposizioni per favorire l’attività svolta dal Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.
Dalle pagine di questo blog auspico che siano tenute in debito conto le istanze della base, quali a esempio quelle espresse in un recente documento elaborato dai Direttori Scuole Alpinismo Lombarde, oppure quelle già esposte in http://www.banff.it/cai-volontariato-in-pericolo/ del 12 agosto 2015.

 

Quale volontariato per il CAI di domani
di Riccardo Innocenti

Il tema del volontariato mi è caro. Mi considero un volontario. Sono socio del CAI da oltre trent’anni e come istruttore d’alpinismo faccio volontariato impartendo da vent’anni lezioni agli allievi dei corsi senza ricevere alcuna retribuzione.

All’interno del CAI tutti dovrebbero essere volontari. Anche coloro che fanno parte del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico. Una sezione nazionale del CAI con ampia autonomia. Ma tutti i volontari del Soccorso Alpino lo sono veramente?

In quest’ultimo anno sono venute alla luce alcune vicende che mi fanno interrogare sul termine volontario e se questo possa essere applicato a tutti i componenti del Soccorso Alpino. E sulle attività che i volontari del Soccorso Alpino fanno o dovrebbero fare.

QualeVolontariato-logo_congresso

Illuminante è stata la storia di un volontario emiliano che è stato cacciato dal soccorso alpino perché si è rifiutato di pulire dalle erbacce un muro stando appeso alle corde. E’ la vicenda di Luca Gardelli (http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/).

Ho letto con interesse lo scritto di risposta (del 15 giugno 2015) a firma del Presidente del Soccorso Alpino dell’Emilia-Romagna Danilo Righi (http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/). Righi fa un ampia dissertazione, scomodando anche la categoria dell’etica, per non chiarire le domande più semplici che ogni lettore si è posto.

E’ legittimo e lecito per il Soccorso Alpino intervenire su richiesta di un Comune per ripulire un muro come una ditta che deve adempiere a un contratto?

E’ giusto espellere dal Soccorso alpino un volontario che non ha adempiuto ciecamente all’ordine impartito e ha sollevato una serie di dubbi e posto domande a cui nessuno ha risposto?

Dato che Righi non risponde io propongo il mio punto di vista.

L’attività che era stata proposta non è di competenza del Soccorso Alpino. Può essere eseguita “ufficialmente” solamente da aziende che hanno le necessarie certificazioni di legge. Infatti non è stata più eseguita e l’Azienda Sanitaria Locale ha dato parere negativo sul fatto che un’attività del genere fosse eseguita nella maniera e nei modi in cui il Soccorso Alpino intendeva compierla.

Gardelli è stato cacciato dal Soccorso Alpino, e la sua cacciata è stata eseguita seguendo scrupolosamente tutta la normativa interna in tema, solamente perché pensando con la sua testa, ed essendo un bravo cittadino, si è rifiutato di fare una cosa illegittima. Benché gli fosse stata ordinata attraverso il sistema gerarchico funzionale (di stampo paramilitare) che è proprio del Soccorso Alpino.

Questa vicenda ci da l’occasione per chiederci una semplice cosa: quali sono le attività del Soccorso Alpino?

Certo non quello di lavorare come una ditta edile su corda per ripulire un muro. Anche se Righi cerca di farci credere che quella è un attività da Soccorso Alpino. Il Soccorso Alpino del CAI dovrebbe essere un’associazione di volontari che salva le persone in Montagna, in Grotta e in tutti gli ambienti ostili. Dovrebbe!

E veniamo a che cosa è il volontariato: il tema del congresso di Firenze del CAI.

Il volontariato è una cosa che si fa gratis, al massimo con un rimborso delle spese vive sostenute. E quando i lettori pensano al volontariato credo che il 99% di loro pensi al volontariato nella stessa maniera.

Invece il Soccorso Alpino ha un enorme disponibilità di fondi:
A livello centrale il CNSAS riceve dal CAI una parte dei fondi pubblici statali. Nel 2013, 1.405.170 Euro di cui 1.255.099 Euro come fondi pubblici e 150.000 Euro come contributo del CAI.

Ognuno dei 21 servizi regionali/provinciali del Soccorso Alpino riceve dalla propria Regione/Provincia fondi di importi diversi. Da qualche decina di migliaia di euro a qualche milione di Euro. Complessivamente le Regioni Italiane erogano ai servizi regionali del CNSAS fondi per oltre 20 milioni di Euro (ho aggregato i dati consultando tutti i bilanci pubblici delle 20 regioni italiane).

I servizi regionali del Soccorso Alpino stipulano dei contratti di servizio con le Aziende Sanitarie Locali per far salire i tecnici di elisoccorso sugli elicotteri del 118, che è il servizio di emergenza sanitaria nazionale. Per ogni contratto ricevono altri fondi per pagare fino a 350 euro al giorno i tecnici di elisoccorso e per pagare i servizi della struttura del soccorso alpino.

Una legge dello Stato, la n. 162 del 18.2.92 e la circolare dell’INPS n. 60 del 04.03.1993 garantiscono ai volontari del Soccorso Alpino un particolare status che li differenzia da tutti i volontari italiani della protezione civile. Se i volontari CNSAS sono lavoratori dipendenti hanno diritto di assentarsi dal lavoro per esercitazioni e soccorsi e il datore di lavoro deve corrispondergli lo stesso lo stipendio che può successivamente farsi rimborsare dall’INPS. Nel 2013 l’INPS ha speso per questi rimborsi 240.103 Euro. Se i volontari CNSAS sono lavoratori autonomi possono chiedere al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale il rimborso per ogni giornata impiegata in esercitazione e soccorsi di 74 Euro al giorno. Nel 2013 il Ministero ha rimborsato 322.540 euro.

Quindi le entrate dirette del Soccorso Alpino sono in totale di oltre 22 milioni di Euro annui. Sono moltissimi soldi per una struttura di volontariato. Non viene data pubblicità ai bilanci, sia del CNSAS centrale che dei servizi regionali, che non sono pubblicati sui siti e non sono sottoposti al controllo del CAI. Il Soccorso Alpino è diventato “un’entità” paragonabile ad una media azienda in cui tutto avviene in maniera autoreferenziale. Non ci sono controlli esterni. Il Soccorso alpino si controlla da solo. Da solo giustifica l’impiego di decine di milioni di euro di fondi pubblici.

Il Nelson Mandela Forum di Firenze, sede del prossimo 100° congresso nazionale del CAI
QualeVolontariato-NelsonMandelaForum-449260960581cUntitled-1

Per fare un esempio, si evince dal bilancio del CNSAS 2013 che un gruppo di 37 persone che fanno gli istruttori nelle due scuole nazionali tecniche del CNSAS hanno ricevuto in un anno 254.068,77 Euro a fronte di diarie giornaliere di 366 Euro cadauna e di rimborsi di tutte le spese sostenute per il loro impegno. Compensare con 366 Euro, più il rimborso spese, al giorno dei “volontari” è sicuramente singolare.

Analogamente chi svolge il compito di tecnico di elisoccorso sugli elicotteri dei 118 regionali riceve fino a 350 Euro al giorno.

Il Presidente del Soccorso Alpino Pier Giorgio Baldracco ha affermato che il 5,5% dei 7.000 volontari del Soccorso Alpino riceve una retribuzione. Questa retribuzione quindi riguarda circa 400 persone. E’ corretto chiamare volontario chi riceve una retribuzione?

In questa maniera si è trasformata quella che era una nobilissima attività di volontariato in un attività ottimamente retribuita per un nutrito gruppo di fruitori. Bastano cinque giorni di “servizio volontario” al mese per costituire un vero stipendio. Un’attività del tutto analoga viene svolta dai Vigili del Fuoco con i nuclei Speleo Alpino Fluviale (SAF) che stanno a bordo degli elicotteri dei VVFF, ma per tutto il mese. Ma che non vengono compensati con cifre del genere, bensì con quello di un onesto stipendio di dipendente statale.

In Italia esistono diverse entità pubbliche che si occupano di soccorso alpino:
La Guardia di Finanza opera con il SAGF (Soccorso alpino della Guardia di Finanza) e gli elicotteri del corpo. Fanno parte del SAGF militari specializzati nel soccorso in montagna anche con l’ausilio di unità cinofile per ricerca e valanghe. Vi sono 26 stazioni del SAGF dalle Alpi all’ETNA;

I Vigili del Fuoco operano con i nuclei SAF (Soccorso Alpino e Fluviale) e gli elicotteri del corpo. Gli operatori SAF sono specializzati nelle tecniche di soccorso in montagna e sono capillarmente presenti in tutte le province italiane;

Il Corpo Forestale dello Stato ha istituito il Soccorso Alpino Forestale (SAF) per favorire le operazioni di soccorso in montagna che opera con tre stazioni in Italia e in stretta sinergia con il Centro Operativo Aereomobile del Corpo che mette a disposizione gli elicotteri necessari all’intervento;

L’Esercito Italiano tramite il Comando Truppe Alpine mette a disposizione numerosi nuclei di militari specializzati nel soccorso in montagna e soprattutto nel soccorso sulle piste da sci;

La Polizia di Stato e i Carabinieri hanno personale specializzato nel soccorso sulle piste da sci;

Tutte le Forze Armate italiane (Esercito, Aereonautica, Marina e Carabinieri) mettono a disposizione elicotteri per il trasporto di personale specializzato per effettuare soccorsi in montagna.

Tutti questi enti pubblici hanno soccorritori professionisti che vengono retribuiti allo scopo. Da quando “i volontari” del CAI hanno stipulato convenzioni con le ASL e con i 118 ogni richiesta di soccorso è dirottata sui “volontari” lasciando praticamente disoccupati tutti gli altri. E le convenzioni con le ASL sono profumatamente rimborsate.

E’ compito del Soccorso Alpino fare convenzioni con le ASL? Il Soccorso Alpino è obbligato a fare queste convenzioni? NO! Lo fa liberamente. Proponendosi come interlocutore contrattuale a dei soggetti, le ASL che hanno bisogno di alcuni servizi. Ma facendo così di volontariato non c’è più niente.

IL CNSAS interpreta l’art 80 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 a proprio esclusivo favore. La norma dice che al CNSAS è di norma attribuito il soccorso in montagna, in grotta, in ambienti ostili e impervi e che al CNSAS spetta il coordinamento dei soccorsi in caso di presenza di altri enti o organizzazioni, con esclusione delle grandi emergenze o calamità. Attraverso questa norma il CNSAS (volontari) vorrebbe coordinare tutti i Corpi dello Stato (professionisti) deputati al soccorso. Questa situazione genera una contrapposizione funzionale tra chi il soccorso lo fa di mestiere e per questo è pagato dallo Stato e chi lo fa per volontariato.

Foto: Soccorso Alpino Valdostano
Ayas

Il 29 marzo 2015 Giovanni Busato, in passato Vicepresidente del Soccorso Alpino del Veneto, si è espresso, con un commento (ore 16.22) all’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/, sostenendo che per avere professionalità bisogna pagare i volontari. Ma se li paghiamo che volontari sono??

Lo Stato versa al Soccorso Alpino una somma non irrilevante. Le regioni molto di più! E la Lombardia è tra le prime anche in questo campo!

Leggendo gli atti dei documenti riportati nel sovracitato articolo (http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/), il 30 marzo 2015 un anonimo mi ha inviato una missiva con tradizionale busta spedita via posta ordinaria all’indirizzo del mio legale (che mi rappresenta e tutela in un contenzioso giudiziario con il Soccorso Alpino del Lazio e nazionale) con allegati due verbali secretati del Soccorso Alpino Lombardo.

Già la stampa (e pure la magistratura) si era occupata e si occupa di vicende che riguardano quel consesso. Qui alcuni link:

10 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/terremoto-nel-soccorso-alpino-si-dimettono-8-volontari-54107/

13 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/soccorso-alpino-i-dimissionari-sputano-fuoco-54642/

16 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/soccorso-alpino-altra-bomba-anche-arrigoni-si-e-dimesso-55045/

20 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/montagna/soccorso-alpino-beltrami-i-nodi-sono-arrivati-al-pettine-55613/

Ma ce ne occuperemo anche noi nel prossimo futuro.

Se si ha buona pazienza di leggere i verbali (Allegato1 e Allegato2), e se questi sono autentici e non sono una burla, data la fonte anonima, ci si rende conto di quanto il Soccorso Alpino Lombardo si è dato da fare per prendere i soldi dalla Regione Lombardia, atteso che la legge impedisce di prenderli sic et simpliciter. Serve un altro ente che li prende e poi te li gira. Anche il Soccorso Alpino ha le sue scatole cinesi…

I lettori di questo blog si chiederanno: organizzare scatole cinesi per prendere milioni di euro in fondi pubblici è la vera attività del Soccorso Alpino? E anche questa è un’attività di volontariato?

Probabilmente se lo dovrebbero chiedere anche tutte le migliaia di volontari del soccorso alpino che fanno i volontari senza prendere un euro… Quelli sono veri volontari anche se inquadrati in una struttura che se sollevi la manina e poni qualche domanda scomoda a cui rispondere ha delle bellissime procedure per cacciarti in maniera democratica come è successo a Luca Gardelli. Un cittadino onesto che non voleva fare cose illegittime e ha fatto l’obiettore. L’obiettore del Soccorso Alpino ha un’unica strada davanti… diventare un ex!

Ma è questa la strada che il CAI intende seguire quando parla del volontariato nel futuro?

Perché il CAI non controlla quello che fa il Soccorso Alpino? Perché il Presidente Generale del CAI Umberto Martini non si accorge dei milioni di euro che arrivano nelle mani dei volontari del Soccorso Alpino per fare attività di volontariato? Ma il CAI lo deve controllare il Soccorso Alpino? E se non lo controlla commette una mancanza?

Oppure, è questo che il CAI vuole per il futuro? Il volontariato pagato come in Lombardia o per i 400 operatori del soccorso alpino che, per affermazione diretta del loro Presidente Baldracco, prendono una retribuzione?

Sarebbe bello che le tavole rotonde del 100° congresso del CAI affrontassero questo argomento.

E sarebbe bello sapere che impalcatura contrattuale ha escogitato il Soccorso Alpino lombardo per incassare i fondi pubblici dato che le leggi dello stato non sono state modificate e quei soldi non li potevano incassare direttamente. E chissà come li prendono ora dato che hanno stipulato una nuova convenzione che arriva fino al 2016.

Nel frattempo qualcosa si muove. Nel Lazio, dal 2015, in caso di intervento in ambiente tipicamente montano o impervio, il 118 chiama i Vigili del fuoco (professionisti del soccorso) e non il Soccorso Alpino (volontari del soccorso).

Comunque, per evitare fraintendimenti sui verbali che mi sono arrivati in busta anonima, ho presentato alla competente Procura un’articolata denuncia.

Pubblicato il Lascia un commento

A quando le 430 tonnellate di CO2 in meno?

Il 24 agosto 2015 il Club Alpino Italiano ed Enel hanno firmato un accordo per garantire alle Sezioni e ai rifugi del CAI la fornitura di energia elettrica proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili, certificata dal sistema delle Garanzie d’Origine dal Gestore Servizi Energetici (GSE).

La notizia viene diffusa tramite un comunicato stampa congiunto CAI – ENEL.

Rifugio Federico Chabod, Gran Paradiso
Quando430Tonnnellate-CAI-ENEL-chabod1
Enel e CAI hanno stimato che il consumo annuo di energia elettrica prodotta da fonti sostenibili da parte della Sede centrale del CAI, delle sedi delle 511 Sezioni sparse in tutta Italia e dei 774 rifugi e bivacchi alpini e appenninici eviterà di immettere nell’ambiente una quantità di CO2, uno dei principali gas responsabili dell’effetto serra, pari a circa 430 tonnellate annue.

Andreina Maggiore (Direttore del CAI): “Questa convenzione ci consente di muovere un altro passo concreto a supporto delle strategie di tutela e conservazione dell’ambiente montano, mission istituzionale del CAI”.

Nicola Lanzetta (Responsabile Mercato di Enel): “Abbiamo messo a disposizione del CAI consulenti preparati in grado di individuare la soluzione che si adatta meglio alle proprie esigenze. Crediamo molto nell’uso razionale dell’energia per questo abbiamo inserito nell’accordo la possibilità di individuare, assieme al CAI, soluzioni per migliorare l’efficienza energetica di sedi e rifugi, riducendo così i consumi di energia elettrica, sempre nel pieno rispetto dell’ambiente circostante”.

Considerazioni
Che il CAI assieme a Enel punti sull’energia rinnovabile è un intento che va nella giusta direzione. E’ giusto che sedi cittadine, ma soprattutto rifugi, bivacchi alpini e appenninici si preparino ad essere alimentati da energia pulita.

A denunciare uno dei più grandi problemi della società contemporanea, il riscaldamento globale, hanno già provveduto eminenti scienziati e le più grandi organizzazioni mondiali, dal WWF a Greenpeace passando per Legambiente, continuano a emettere segnali di SOS per l’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera.

Il rifugio San Leonardo al Dolo, Civago (RE)
Quando430Tonnnellate-CAI-ENEL-rifSanLeonardoAlDolo-202_6_PNATE

Occorre cambiare abitudini radicalmente e convergere verso l’utilizzo di energie rinnovabili e pulite.
Se gli Stati Uniti parlano del Clean Power Plan, programma che mira a ridurre le emissioni di gas serra del 32% entro il 2030, anche l’Italia deve correre ai ripari, e questo accordo è sulla linea giusta. Un gesto che dovrebbe mettere a freno i numeri da capogiro che, stando a quanto rivela l’Enel, parlano di un consumo annuo di energia elettrica pari a 1.100.000 kWh.
Una buona notizia dunque. Che però nulla ci dice riguardo alla tempistica. E sappiamo che senza un progetto ogni accordo rischia di diventare lettera morta.
Speriamo non sia questo il caso e che ci sia già da ora un team al lavoro.

Qualche molto ragionevole dubbio se lo pone Fabio Valentini (Mountain Wilderness): “Che i rifugi alpini smettano di utilizzare gli inquinanti e rumorosi gruppi elettrogeni a gasolio è di per sé una buona cosa; del resto piccoli generatori idroelettrici o impianti microeolici (ne esistono ad esempio ad asse verticale, visivamente poco impattanti http://www.greenstyle.it/pag/16432/minieolico-ad-asse-orizzontale-o-verticale), se ben inseriti nell’ambiente, possono risultare accettabili; naturalmente è utile anche il fotovoltaico/solare (http://www.infopannellisolari.com/380/pannello-solare-o-pannello-fotovoltaico-vantaggi-e-differenze.html), però acqua e vento girano anche di notte.

Altro discorso per quello che riguarda le sedi CAI, che sono in città e dunque utilizzerebbero l’energia di rete proveniente da rinnovabili.

Se l’ecosostenibilità di un rifugio porta a risultati come quelli visti nelle ultime realizzazioni (https://figliodellafantasia.wordpress.com/2013/08/09/e-il-green-building-arriva-anche-sul-tetto-del-mondo/), credo proprio che occorrerà stare attenti…”.

Aldo Cucchiarini, di La Macina Ambiente, commenta: “La notizia è in sé positiva, ma fa insorgere delle domande; dobbiamo intendere che il CAI si disimpegnerà (si fa per dire) in futuro dalle battaglie contro i parchi eolici sui crinali?

La nuova Monterosa Huette
Quando430Tonnnellate-CAI-ENEL-Il-nuovo-rifugio-Monte-Rosa-Sac