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Il segreto del Campanile – 4

Il segreto del Campanile – 4
(la verità obliqua di Severino Casara) (4-4)

Xe fàssile
Xe fàssile fare i fenoci col culo dei altri è un divertente e sboccato proverbio veneto che provoca, come tanti altri del suo genere, simpatia e aggregazione sociale: è un’enunciazione il cui scopo sembra quello di unire attorno a un’idea comune, da tutti sottesa, ma che in realtà tende a far accettare con umorismo delle verità che in modo diretto non sarebbero mai accolte.

Infatti, ci siamo chiesti che cosa voglia veramente dire questo motto?

Foto eseguita il 16 luglio 1950: si vede il tratto roccioso degli Strapiombi Nord ancora inalterato
Foto eseguita il 16 luglio 1950 dove si vede il tratto roccioso degli Strapiombi Nord ancora inalterato.

Foto eseguita il 17 settembre 1950 dove si vede, al centro e sotto la fessura orizzontale, la traccia lasciata dal grosso blocco di roccia franato. L’evento è dunque avvenuto nei giorni tra il 17 luglio e il 16 settembre 1950. Foto: Severino Casara
Foto eseguita il 17 settembre 1950 dove si vede, al centro e sotto la fessura orizzontale, la traccia lasciata dal grosso blocco di roccia franato. L’evento è dunque avvenuto nei giorni tra il 17 luglio e il 16 settembre 1950. Foto: Severino Casara.

Proviamo a spogliarlo della manifesta “volgarità” o anche soltanto della sapida espressione dialettale. Suonerebbe: “è facile fare gli omosessuali con il corpo degli altri”. Questa espressione può avere due significati, il primo semplicemente avverte dell’eccessiva facilità del parlare di cose che non ci riguardano, il secondo (più cervellotico e quindi probabilmente da scartare) suggerisce papale papale che in un rapporto omosessuale è più “maschile” avere la parte attiva che quella passiva.

Proviamo ora a fare qualche sostituzione, per avere maggiori chiarimenti. Per esempio, proviamo a costruire un «è facile fare la bella donna con il corpo di miss Italia»: direi che qui siamo nel vero, praticamente cadiamo nell’ovvio. Oppure «è facile fare i piloti se si ha l’auto di Schumacher»: qui non si è più nell’ovvio bensì nel falso, perché tutti sappiamo che non basta guidare un’auto di Formula Uno per essere bravi piloti. Sembra evidente che la frase originale non fonda la sua “verità” su un procedimento logico, tanto è vero che, se operiamo alcune semplici sostituzioni, il significato diverge a tal punto da sfiorare gli opposti del vero e del falso.

Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962
Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962.

Queste due affermazioni non mutano senso se costruiamo gli opposti. Infatti sia «è difficile fare la bella donna se si ha il corpo di una vecchia megera» sia «è difficile fare i bravi piloti se si guida un vecchio catorcio» conservano entrambi i loro significati originari, il primo ovvio, il secondo falso (perché anche con un catorcio si può essere bravi piloti).

Proviamo allora a scrivere ciò che il nostro proverbio originario sicuramente afferma in modo complementare, cioè proviamo a costruirlo con gli opposti: «È difficile essere omosessuali con il nostro corpo». Ovvio? Certo, ma non per tutti. Per esempio, gli omosessuali ci riescono benissimo.

E allora, che vuol dire il nostro proverbio, ricco di cotanta saggezza popolare? Razionalmente, logicamente nulla.

La sua “verità” è espressa per intuizione, quell’intuizione che è alla base di ogni psicologia, individuale o collettiva. Fa parte di quelle verità che non sopportano il sillogismo, che non possono essere costrette nella logica, e che hanno radice nelle nostre profondità. Probabilmente anche la verità che siamo andati cercando con il caso Casara fa parte di questo genere di verità.

Mentre “omosessuale”, “corpo” e “altri” sono tre sostantivi dal significato sufficientemente fisso da non poterlo discutere più di tanto, è sull’aggettivo “facile” (o “difficile”) che non ci siamo concentrati abbastanza.

Severino Casara (a sinistra) con Spiro Dalla Porta Xidias
Casara (a sinistra) con Spiro Dalla Porta Xidias.

In genere il giudizio di facile o difficile lo riserviamo a “cosa che o dobbiamo o desideriamo fare”. Un compito di latino può essere facile o difficile, come un determinato tipo di lavoro. Siamo infatti nella sfera del dovere perché, facile o difficile che sia, ciò che importa è che dobbiamo farlo. Ma, facile o difficile sedurre una donna, facile o difficile compiere un’impresa sportiva, facile o difficile credere in Dio: cosa li accomuna? Il desiderio, la volontà che abbiamo, conscia o inconscia di amare, di agire, di credere.

Ora, siccome possiamo tranquillamente escludere che il nostro proverbio voglia sottendere un qualunque tipo di “dovere”, cosa ci rimane in mano? Probabilmente solo il desiderio.

Sì, il proverbio fonda la sua “verità” dando per scontato che in ciascuno di noi in fondo ci sia un desiderio di omosessualità (in alcuni evidente, in altri represso, in altri ancora del tutto inconscio). Se si accetta l’esistenza di questo desiderio, allora si comprende bene perché in qualche modo siamo portati a deridere l’omosessualità altrui, semplicemente più manifesta della nostra o semplicemente e crudelmente attribuita senza alcun fondamento.

Mauro Corona in posa per salire al primo chiodo Fanton
Mauro Corona sta salendo al primo chiodo Fanton.

Quest’immagine è la rielaborazione fatta da Mario Crespan della foto Marchetti. La didascalia è tratta, con qualche variazione descrittiva da 46° parallelo del dicembre 2002, pag. 50.
Da questa rielaborazione, dopo il confronto con altre foto sulle quali compaiono riferimenti noti di scala, tenuto conto altresì di possibili errori di parallasse dovuti all’angolo di ripresa non perfettamente ortogonale alla parete, si può desumere in via ipotetica, ma con discreta approssimazione, quanto segue:
1) la lunghezza della traversata dal primo chiodo Fanton di sinistra allo Spigolo a Sega è di max 7,00 metri (ma dal grafico sembrerebbero essere 6,30);
2) Dal primo chiodo Fanton (x0) al gruppo chiodi Fanton (x1) risultano max 3,15 metri (ma dal grafico sembrerebbero 2,90) e dal gruppo chiodi Fanton allo Spigolo a Sega risultano max 3,85 metri (ma dal grafico sembrerebbero 3,30);
3) l’altezza rispetto al terrazzo di partenza della fessura di traversata non si può valutare con precisione, ma può ritenersi intorno ai 4 metri (per poterci infilare le mani ed iniziare a traversare a destra, occorre dunque salire coi piedi almeno per un paio di metri, o poco più);
4) la sporgenza x2 fa staccare la corda Fanton poco sopra, e in quello spazio Casara può benissimo aver effettuato il lancio della sua corda (con tutta la pazienza occorrente, beninteso);
5) il blocco è crollato (come è riportato anche nella Guida Berti, Dolomiti Orientali, Vol. II, 1982, pag. 190) ma, probabilmente, non ha modificato le difficoltà del passaggio.
Tali misure configurano un aspetto sottovalutato. A Casara, quando aveva ancora la mano sinistra aggrappata all’estremità della corda Fanton, mancavano solo pochi metri in libera fino allo Spigolo a Sega (2,90-3,00), essendo giunto fin là aggrappato alla corda. Nelle medesime condizioni (ma ovviamente assicurati), anche Paolo Fanton e Franz Schroffenegger si erano spinti fino a sfiorare con la mano lo Spigolo a Sega già nel 1913
Quest’immagine è la rielaborazione fatta da Mario Crespan della foto Marchetti (vedi tav. 43). La didascalia è tratta, con qualche variazione descrittiva da 46° parallelo del dicembre 2002, pag. 50. Da questa rielaborazione, dopo il confronto con altre foto sulle quali compaiono riferimenti noti di scala, tenuto conto altresì di possibili errori di parallasse dovuti all'angolo di ripresa non perfettamente ortogonale alla parete, si può desumere in via ipotetica, ma con discreta approssimazione, quanto segue: 1) la lunghezza della traversata dal primo chiodo Fanton di sinistra allo Spigolo a Sega è di max 7,00 metri (ma dal grafico sembrerebbero essere 6,30); 2) Dal primo chiodo Fanton (x0) al gruppo chiodi Fanton (x1) risultano max 3,15 metri (ma dal grafico sembrerebbero 2,90) e dal gruppo chiodi Fanton allo Spigolo a Sega risultano max 3,85 metri (ma dal grafico sembrerebbero 3,30); 3) l'altezza rispetto al terrazzo di partenza della fessura di traversata non si può valutare con precisione, ma può ritenersi intorno ai 4 metri (per poterci infilare le mani ed iniziare a traversare a destra, occorre dunque salire coi piedi almeno per un paio di metri, o poco più); 4) la sporgenza x2 fa staccare la corda Fanton poco sopra, e in quello spazio Casara può benissimo aver effettuato il lancio della sua corda (con tutta la pazienza occorrente, beninteso); 5) il blocco è crollato (come è riportato anche nella Guida Berti, Dolomiti Orientali, Vol. II, 1982, pag. 190) ma, probabilmente, non ha modificato le difficoltà del passaggio. Tali misure configurano un aspetto sottovalutato. A Casara, quando aveva ancora la mano sinistra aggrappata all'estremità della corda Fanton, mancavano solo pochi metri in libera fino allo Spigolo a Sega (2,90-3,00), essendo giunto fin là aggrappato alla corda. Nelle medesime condizioni (ma ovviamente assicurati), anche Paolo Fanton e Franz Schroffenegger si erano spinti fino a sfiorare con la mano lo Spigolo a Sega già nel 1913.


Conclusione ovvero Liberazione
Una schiamazzante gita di normale comitiva si disgrega nella risalita di un solitario e selvaggio ghiaione: ne emerge una figura superiore, consapevole del fascino misterioso suscitato da anfratti di brulla roccia che circondano un simbolo divino, fuori da regole, gerarchie, orari e logica. Una visione che dapprima si nega, poi ammalia, poi minaccia e terrorizza, con un potere magnetico che va diritto in fondo all’anima.

Il Campanile è un luogo ambiguo, inviolabile ma violabile, dove l’ago magnetico confonde sud e nord, la storia alpinistica si emulsiona con gli impulsi del momento, il fattibile con l’impossibile. In quel momento della cultura si vedono solo le macerie.

L’azione di quel giovedì 3 settembre 1925 è un capolavoro dell’inafferrabile perché è dimostrato che qualunque interpretazione da sola non basta a lacerare il velo di indicibilità dell’accaduto. Nessuno può spiegare come sono andati i fatti, nessuna via di scampo a questo. Ci è data una verità che non accettiamo e ne vorremmo una che non ci è data. È così che l’azione si può riappropriare del suo senso, divorando cultura e sovrapposizioni.

La tensione, l’angoscia di questi lunghi anni che abbiamo raccontato (e che raccontiamo più a lungo e con più dovizia di particolari in La verità obliqua di Severino Casara, di Italo Zandonella Callegher e del sottoscritto, Priuli&Verlucca, 2009) non si sciolgono alla fine come neve al sole, anzi sempre di più ci immergono in quel particolare stato di sogno-realtà che è l’unica isola di salvezza possibile tra Scilla e Cariddi, l’eccessiva razionalità e il minaccioso esoterismo.

SegretoCampanile-4-laveritaobliqua_ridimensionare
Nel dissolversi d’ogni pretesa e di ogni aspettativa, lo spettatore può scorgere ciò che vuole, desidera o teme.

Quel procedimento retorico che consiste nell’accostare a una parola un’altra di senso contrario, l’ossimoro, è stato colonna portante del nostro racconto, una continua serie di scatti fotografici dell’insanabile frattura romantica tra il nostro io cosciente (cultura, rappresentazione, logica) e la natura (azione e mistero). E non per nostra volontà. Quanto più accettiamo questo dissidio, tanto più veniamo attratti dallo stesso magnetismo che attrasse Casara, quindi avviandoci, almeno parzialmente, alla comprensione delle verità più oblique.

Solo così possiamo liberarci, arricchiti del caso Casara. Dopo aver formulato ipotesi e supposizioni, accumulato dubbi su dubbi, incertezze su incertezze, o prove su prove, arriviamo di fatto a nulla. Anzi, ci accorgiamo che più ci sembra di essere vicini alla soluzione più ne dubitiamo, sia perché il giocattolo ci si romperebbe in mano, sia perché alziamo la soglia di quel concetto che in termini giuridici si definirebbe “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ricordiamo ancora qui il nostro bisogno di finzione, la nostra insondabile sete d’ignoto, che andiamo a cercare in terre lontane e selvagge ma anche, in mancanza, nei casi della vita che abbiano l’aspetto di enigma, ai confini della logica e quindi senza possibilità di decodificazione.

Qui si vede lo spirito libero. C’è chi sta a suo agio nella civiltà schematica dei preconcetti e delle regole, c’è invece chi ne vuole fuggire e non sa che così facendo porterà nutrimento vitale anche agli altri, a quelli che rimangono.

C’è chi vuole limitare la libertà di spirito in nome di un mondo più ordinato, quindi migliore, e c’è chi si nutre invece d’innocenti ribellioni, perché curioso della natura e insofferente all’ordine costituito.

Il fascino del caso Casara è proprio nell’apparente intenzione del destino di impedire allo spettatore di giungere ad una soluzione logica o prevedibile, indovinando in modo perfetto, come nessuna fantasia umana saprebbe fare, tempi, luoghi, attori. Casara, oggi, con il satellitare (magari anche solo con il cellulare) avrebbe chiamato Berti, o la mamma. Per il futuro potremmo sistemare una live camera sotto tutte le pareti, per vedere cosa vi succede esattamente, come tra le corsie di un supermercato. Ma forse non basterebbe a uccidere l’azione.

Mauro Corona, vestito da scalatore dell’inizio del secolo scorso, sul ballatoio della discesa Piaz del Campanile di Val Montanaia
M. Corona sul ballatoio della discesa PIaz del Campanile di Val MOntanaia

Casara scompare all’improvviso dai monitor. Non è vivo, non è morto, è passato, non è passato sugli Strapiombi Nord. Non si sa, l’orologio si è fermato, il diaframma ottico è rimasto chiuso per una frazione di spazio temporale, a dispetto dell’ordine di scatto.

Per questo il caso Casara è un piccolo gioiello, perché nella nostra dimensione terrena non riusciamo a estirparne l’illusione. In cima è arrivato. Le note della campana saranno state le stesse? O possiamo immaginare una distorsione del suono, come un’eco a rovescio che termina la breve interruzione del tempo? Una nota vibrante che sottolinea de profundis l'”irrealtà” degli Strapiombi Nord saliti e la tragica realtà della discesa ancora da compiere. Fine della ri-creazione.

Già dalle prime evoluzioni di Severino sulla corda Fanton la roccia sembra osservare, scrutare, porsi in agguato, ma senza lasciarsi indagare. C’è una regia maledetta e magnifica che induce il primo attore a suicidarsi e lo spettatore del dopo a salire verso l’alto e ad abbandonarsi alla comune e suadente ipnosi. Ma ci sarebbe ugualmente regia grandiosa se la realtà fosse diversa, con un Severino che sale in cima e medita il grande inganno, magari scende con la sua corda un tratto sugli strapiombi, sì, dall’alto per vedere meglio, per concertare alla perfezione il suo bluff quasi secolare. Casara conosceva i nodi prusik per risalire su una corda fissa? Nulla vieta di pensarlo. E come mai non ha pensato che qualcuno dei suoi compagni di gita, preso da un raptus simile al suo, non avesse rantolando raggiunto infine la Forcella del Campanile? E non stesse magari ad osservarlo con i binocoli? C’era così tanta nebbia? Come si vede, la suspense continua.

Quel giovedì 3 settembre 1925 ha forte intenzione di consegnare alla memoria non tanto un fatto straordinario, sia pur denso di significati, ma un mito vero e proprio, dominato dal sogno, ovvero la fusione tra realtà materiale e spirituale, tra azione e pensiero. Cioè a dire un modello di evento originario, vivente e da vivere al di là del tempo, e scaturito dalla forza primordiale delle Dolomiti. Visto che siamo nel XXI secolo, proviamo a inchinarci?

Da Forcella Montanaia su Croda Cimoliana e Campanile di Montanaia
Da Forcella Montanaia su Croda Cimoliana e Campanile di Montanaia (Dolomiti d'Oltrepiave, PN).

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Il segreto del Campanile – 3

Il segreto del Campanile – 3
(la verità obliqua di Severino Casara) (3-4)

L’ultimo capitolo
Esiste un dattiloscritto di 27 pagine, titolato Il Campanile di Val Montanaia dal nord, che Italo Zandonella Callegher ha ricevuto da Lelia Casara. Fa parte di un libro inedito, il cui titolo avrebbe dovuto essere Sulle Crode del Piave, quel terzo libro sulle sue scalate che Casara non pubblicò mai, mentre la sorella non smise di pensare a un “miracolo” editoriale. Che avvenne solo nel 2013, quando Italo Zandonella Callegher ne curò la pubblicazione (Sulle Dolomiti del Cadore-Severino Casara, Nuovi Sentieri), peraltro piena di curiosità e sul livello delle precedenti. Non si sa con esattezza quando Casara lo scrisse, anche se possiamo situare una data incerta attorno ai primi anni ‘70.

Disegno su carta intestata di Francesco Terribile con il riassunto degli avvenimenti sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia dal 1913 al 1931
Disegno su carta intestata di Francesco Terribile con il riassunto degli avvenimenti sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia dal 1913 al 1931.

Volutamente non ne ho parlato finora, per rispettare il tempi storici delle nuove acquisizioni documentali. Nella speranza che da uno scritto, compilato negli ultimi anni di vita, emergesse qualche dato nuovo, qualche suggerimento o allusione. Se si vuole, che dalla penna sfuggisse qualcosa che per decadi era stato con rigore tenuto dentro.

Lago di Misurina: da sinistra, Severino Casara, Emmy Eisenberg-Brioschi ed Emilio Comici
Lago di Misurina: da sinistra, Severino Casara, Emmy Eisenberg-Brioschi ed Emilio Comici.

Il racconto parte dal principio, da come Casara incontrò i suoi compagni gitanti inesperti, fino alla conclusione dell’avventura a Domegge. Poi continua con l’episodio della fotografia di Marchetti, il racconto della posa della campana sul Campanile, la prima Messa in vetta, l’articolo di Buzzati riportato per intero fino all’episodio finale del tentativo alla parete est con Comici.

La prosa è assai curata, anche se qua e là con ancora qualche piccola imprecisione di ortografia. Nelle intenzioni dell’autore si vede grande attenzione ad un pubblico vasto, ma si nota pure una rinuncia a certo linguaggio lirico che tanto aveva caratterizzato gli scritti precedenti. Forse i tempi avevano cambiato anche lo scrittore, non solo l’uomo.

Severino Casara rivive nel luglio 1938 le sensazioni del suo bivacco sul Ballatoio del Campanile di Val Montanaia. Foto: Emilio Comici
Casara rivive nel luglio 1938 le sensazioni del suo bivacco sul Ballatoio del Campanile di Val Montanaia. Foto: Emilio Comici.

Di certo però Casara rimane attento a non contraddirsi e, anzi, prova a spiegare con maggior precisione le sue evoluzioni in quei pochi minuti. Con un linguaggio che risente soprattutto dei chiarimenti tecnici che in cinquant’anni di discussioni avevano pian piano sovrastato eroismo e follia iniziali.

Ne risulta un’apparente grande credibilità. Se prima frasi, fatti ed emozioni sembravano pompate, sostenute da un’esaltazione a noi estranea, ora il tono è gradevole, propenso a spiegare, pronto anche all’autocritica, almeno per gli aspetti più folli dell’intera avventura.

Se leggiamo attentamente, e soprattutto se confrontiamo con le sue relazioni precedenti, appaiono oscuri sei punti di contrasto. Vediamoli uno per uno (a dire busie ghe vole bona memoria).

Nel capitolo scompaiono le scarpette: non sono neppure nominate. Nei racconti precedenti (26 settembre 1930), Casara si liberava degli scarponi alla Tacca del Campanile, ma successivamente delle scarpette, dal terrazzino di attacco. E lo precisava anche quando, sceso per la via normale, arrancava faticosamente tra ghiaioni e baranci per recuperare zaino, scarponi e, poco più basse perché gettate dall’alto, le scarpette.

Altro particolare curioso è la spiegazione della presenza del chiodo che gli serve da peso per il lancio della sua corda sull’arco dello spezzone Fanton. Casara racconta ora che lo aveva in tasca, rimasto lì “non so come”. Scarpette e chiodo sono il tipico materiale di chi ha in programma comunque qualche arrampicata: come giustificarne la presenza se nell’assunto generale del racconto si ribadisce che all’inizio non v’era alcuna intenzione di salire il Campanile? Perfino la corda messa nello zaino è giustificata dandone la responsabilità a Berti, che l’aveva consigliata sia per eventualmente aiutare qualcuno della comitiva in difficoltà sul gradino che s’incontra salendo alla Forcella del Campanile, sia per la salita alla Cima Emilia. E dunque le scarpette sono taciute e il chiodo è là per caso.

Non rinomina il pendente di corda (da lui citato il 1° novembre 1930) appeso al gruppetto di chiodi Fanton, quindi non precisa se alla fine di esso era appeso il quinto chiodo Fanton oppure no.

L’azione procede, ed arriviamo al volo sui chiodi Fanton. Qui sparisce lo svenimento (o anche il capogiro come altrove era stato definito). Non se ne parla proprio, perciò dopo il volo pendolare Casara si issa semplicemente ai chiodi e disfa l’anello dell’autoassicurazione per poter traversare.

Infine con grande insistenza si dedica a sottolineare che la via da lui seguita è stata la fessura orizzontale: di conseguenza è radicalmente modificata la descrizione delle sue evoluzioni sullo spezzone, sia rispetto alle sue versioni 26 settembre e 1° novembre 1930, sia soprattutto alla primitiva relazione sul libro di vetta e a quella apparsa sulla guida Berti, che con tanto accanimento Piaz e Carlesso avevano cercato di riprodurre senza risultato. Invece che di modifica potremmo parlare di censura, perché non si accenna né all’aver messo la gamba nello spezzone, né all’aver avvicinato ginocchio o, peggio, piede sinistro ai chiodi Fanton. Proprio per evitare che ancora si critichi una posizione che, oggettivamente, non solo è assurda se non impossibile, ma probabilmente del tutto inutile e controproducente se l’obiettivo è la traversata.

Infine, quando Casara si accorge di non essere sulla via normale? Quanto effettivamente sa della storia del Campanile? Nella relazione 26 settembre 1930 aveva detto che, visti i chiodi, aveva capito subito di non essere sulla via normale. In questo ultimo capitolo dice: «Conoscevo pallidamente la sua storia alpinistica, e non avevo mai letto la relazione tecnica della salita, ignorando anche il versante della via. Sapevo che in meno di due ore si poteva raggiungere dalla base la cima e che le difficoltà erano relative». Poi, giunto al terrazzino: «Ma qui cominciano i dubbi. La muraglia del mostro si erge strapiombando, rossigna e striata di nero. Più nero spicca sul lato sinistro un diavolo rampante. Ricordando vagamente la storia della prima salita mi sovviene che von Glanvell scoprì la chiave proprio su una muraglia rossigna e strapiombante, con una traversata che a vederla pareva assolutamente impossibile a compiersi, ma che al toccarla invece l’aveva trovata bella e non difficile».

Severino Casara durante il bivacco della prima ascensione con Comici al Salame (29 agosto 1940). Foto: Emilio Comici
Casara durante il bivacco della prima ascensione con Comici al Salame (29 agosto 1940). Foto: Emilio Comici.
L’accenno a von Glanvell è azzeccato: se si conosce solo l’esistenza di una traversata famosa, e se lì ci sono dei chiodi… beh, quella è la traversata. Purtroppo questa è la prima volta che Casara fornisce siffatta spiegazione. Che in ogni caso continua a non spiegare come un alpinista che vive ossessivamente di montagna, che si nutre di cultura e storia alpinistica relativa, che conosce i Fanton a tal punto da scegliere loro come prime persone cui telefonare da Domegge, che conosce Berti a tal punto da arrampicare con lui ed essere il più valente collaboratore nella stesura della sua futura guida delle Dolomiti Orientali, possa solo “pallidamente” conoscere la storia del Campanile con i versanti e i tentativi Fanton annessi e connessi.

Si ha l’impressione che l’ansia di Casara non sia soltanto quella di dimostrare la sua salita agli Strapiombi Nord, ma anche quella di farne accettare la “casualità”, perciò l’ineluttabile destino di un’impresa che neppure lui aveva mai voluto.

Narro, ergo sum
Al lettore che ci ha seguito fin qui e che non ha ancora esclamato ghe ne go do maroni de sto Casara, chiediamo la pazienza di leggere queste ultime note conclusive.

Abbiamo assistito all’evolversi della storia e dell’alpinismo, nascita, vita e lento deperire degli ideali, con conseguente nascita di nuovi valori. Il vecchio e il nuovo spesso in lotta tra loro. Siamo sicuri che l’alpinismo sia solo ciò di cui si parla? Siamo certi che relazioni scritte, dicerie brutali, formalità burocratiche e indagini scientificamente violente siano le sole unità di misura per valutare un’esperienza alpinistica? In più, da un po’, c’entra anche il denaro.

Molto tempo fa si scriveva perché lo scrivere, dopo l’azione, era spontaneo, un piacere dell’uomo di cultura. Finché l’alpinista era scienziato, poi esploratore romantico, anche quando era un milite-patriota. L’avvento della componente sportiva ci ha resi più vergognosi, come se il successo della nuova moda fosse autorizzato a oscurare i vecchi valori, da cui sembra un dovere prendere le distanze. Nel paesaggio intellettuale di oggi l’alpinismo è vetusto, meno credibile di un tempo. Se si vuole cercare la verità dell’alpinismo occorre frugare nei racconti che se ne sono fatti, perché quello è lo spazio in cui si può operare un cambiamento.

Severino Casara tra Paula Wiesinger e Hans Steger. Foto: Walter Cavallini
Casara tra Paula Wiesinger e Hans Steger. Foto: Walter Cavallini.
Per godere dell’alpinismo occorre preservare la sua finzione di fondo, cioè pensare con dedizione alla grande differenza che c’è tra il mondo civilizzato e quello selvaggio. Anche in un’epoca come la nostra in cui sembra che di wilderness sia rimasto poco. Più o meno la stessa finzione che un autore di libri gialli condivide con il lettore. Sappiamo bene che l’avventura che possiamo vivere oggi si appoggia su quella vissuta ieri, ma ci comportiamo come non fosse così. Sappiamo bene che c’è un’erosione in atto, continua e spietata, del margine di avventura, potremmo definirla una crisi permanente. A ben vedere, ciò che abbiamo sempre chiamato evoluzione, è stato solo il graduale consumo della risorsa avventura, come se ogni prima ascensione fosse una nuova voce di spesa in un conto economico per nulla infinito. I pionieri hanno richiamato gli eroi, questi gli atleti e questi ancora gli spettatori e gli impresari, in modo che la montagna sempre meno si differenziasse dal resto delle attività sociali o individuali del grande circo che è il mondo. Parlare di evoluzione è stata una scelta ottimistica, contrariamente a questo discorso che sembra tendere al pessimismo. Da questa contrapposizione pare che solo i discorsi e lo scrivere siano essenziali, l’agire assai meno, specie l’agire non divulgato o divulgato in modo “diverso”. Essenziali diventano dunque telefonini, satellitari, GPS, segnaletica, carte geografiche, monografie, radio, giornali, televisioni, internet, competizioni codificate, rally, vie ferrate, attrezzature a spit, previsioni meteo, premi tipo “piolet d’or”: tutto questo fa “sicurezza”, cioè l’opposto di avventura, per spendere più in fretta il capitale di rimanente “selvaggio”. Chi oggi scrivesse la relazione di un’impresa su un foglio di carta e basta sarebbe dileggiato, anche per questo esitiamo a scrivere di montagna. Si è sempre più soli a difendere l’azione e a sostenere che vi può essere azione anche senza rappresentazione con gli attuali criteri (foto, filmati, testimonianze). Chi racconta, esiste. Narro, ergo sum. La rappresentazione e i discorsi diventano più importanti dell’azione.

In quest’ottica ecco che anche la parola verità muta significato, perché diventa un “effetto speciale” del nostro racconto e non più adesione reale e completa ad un’azione della quale noi per primi non conosciamo il significato. Al fuoco primigenio si sostituisce il fuoco pirotecnico, per stupire, per convincere, per vendere. In fondo l’alpinismo ci piace ancora perché non v’è alcun criterio che permetta di distinguere tra vero e falso, neppure di fronte a noi stessi, neppure nel pieno dell’azione che solo in un secondo tempo sarà mediata e contaminata dal ricordo. Perché l’azione “è”, vero e falso in essa non esistono, non sono neppure categorie mentali.

Severino Casara con Antonio Berti cercatori di funghi in Val da Rin nel 1948
Casara con Antonio Berti cercatori di funghi in Val da Rin nel 1948.
Nell’alpinismo ci sono anche lati di prestigio (nazionale o personale) e mercantili che presumono un “buon” prodotto, non dei falsi. Se s’infiltra il non-vero è l’intero alpinismo a essere scardinato nei suoi postulati (e con essi anche i corollari prestigiosi e/o commerciali). L’azione rimane intatta, la rappresentazione non è più credibile. Ecco perché ci teniamo tanto alla rappresentazione e ai discorsi. Ma colui che ha più a cuore l’azione, sentendosi in minoranza, può fare azioni di disturbo? Può dissimulare in modo che non si creda più all’alpinismo ma soltanto all’azione in montagna? Può esprimersi in un’azione difficilmente raccontabile, così difficilmente rappresentabile da tenere in scacco i giudici per novanta anni? E soprattutto: può raccontare e scrivere in modo privo di scopo, cioè finalmente servile all’azione e non agli attori? Una massima zen recita che “la meta suprema del viaggiatore è di ignorare dove sta andando”.

 

L’assassinio dell’azione
Lunga è la storia delle contestazioni alpinistiche. Solo per rimanere in Italia e nella seconda metà del secolo XX, ecco negli anni Cinquanta la guida di Primiero Gabriele Franceschini, negli anni Sessanta Toni Marchesini, di Bassano; poi, fine anni Sessanta, è la volta di Cesare Maestri e del tuttora contestato Cerro Torre; negli anni Ottanta, complice la morte del fratello Günther che non può più testimoniare, v’incappa pure Reinhold Messner per il caso del passaggio diretto sul Pilastro di Mezzo del Sass d’la Crusc. Quindi, ancora anni Ottanta, capita al lecchese Dante Porta. E arriviamo al caso più attuale (anni Novanta), l’accusa al fuoriclasse sloveno Tomo Česen di non aver salito né la parete nord dello Jannu né la Sud del Lhotse. Di tutti questi personaggi il solo ad essersi liberato completamente delle accuse è Messner, vuoi per la sua statura dell’alpinista, vuoi per la minore importanza del caso, praticamente un dettaglio. A tutti si imputano exploit esagerati, nebulosità di racconto, omissione di particolari, mancanza di testimonianze o anche (per Česen) falso di prove.

Questi (e magari ne dimentichiamo qualcuno) sono i casi più noti: ma non dimentichiamo che la tendenza a raccontare bugie non è propria di poche persone e si manifesta a più livelli di gravità. Quante volte abbiamo visto fotografie con il grado di ripresa artefatto, o saputo di “libere” che non erano “libere”, di chiodi davvero usati, di orari accorciati, di difficoltà volutamente abbassate… la casistica è infinita. Peccati veniali, certo, ma spie di una caratteristica inconfessata di molti di noi.

Schizzo firmato da Attilio Tissi e da lui stesso compilato il giorno del sopraluogo sul Campanile (29 agosto 1948). Ancora una volta i chiodi Fanton sono segnati erroneamente! La posizione giusta è quella demarcata in rosso
Schizzo firmato da Attilio Tissi e da lui stesso compilato il giorno del sopraluogo sul Campanile (29 agosto 1948). Ancora una volta i chiodi Fanton sono segnati erroneamente! La posizione giusta è quella demarcata in rosso.

Letteratura e film sono i modi moderni per raccontare ciò che una volta faceva il poema epico. In letteratura e film siamo disposti ad accettare qualunque fantasia, anche la più sfrenata, dal pornografico al serial-killer, dal surreale al fantascientifico, alla condizione però che l’autore metta bene in chiaro che si tratta di opera d’invenzione. Ciò che non sopportiamo è l’accostamento tra fantasia e verità, come se questa commistione fosse il peccato più grande, il vero tabù di oggi. Non siamo più gli incantati ascoltatori dell’aedo che cantava l’Odissea o l’Iliade, dove realtà e fantasia erano una sola cosa: commenti storici, chiose ed esegesi ci hanno insegnato a dividerle. Non sopportiamo chi non vive dentro di sé questa opposizione precisa, ma osanniamo Roberto Benigni che recita così magistralmente la Divina Commedia da sfondare gli indici di gradimento. Perché tutti abbiamo ancora bisogno della favola grandiosa, dell’opera d’arte che ci nutre di serenità ma è maturata nella sofferenza dell’azione.

Campanile di Montanaia (parete ovest) visto salendo a Forcella Segnata, 5.08.1985
Campanile di Montanaia (parete ovest) visto salendo a Forcella Segnata, (Dolomiti d'Oltrepiave, PN. 5.08.1985
Sì, è vero. Abbiamo ancora bisogno della favola, forse della finzione. Se ci ripugna attribuirla a noi stessi (ma non faremmo male), non esitiamo ad attribuirla agli altri inventando fatti e aneddoti sul loro conto, seguendo gli stessi percorsi tortuosi della leggenda ma immiserendoli con la bava viscida di calunnie consapevoli o inconsapevoli. Anche se lo si fa per scherzo, è una delle peggiori violenze, ripugnante anche per l’insita codardia.

Se facciamo un minimo di autocritica, riguardando negli anni passati, c’è un aspetto per cui non si tornerebbe indietro volentieri e questo riguarda le mille chiacchiere scambiate con gli amici, nella sezione del CAI, al bar, in rifugio, a volte in bivacco. Non tutto era da buttare, anzi. Ma spesso c’era chi si vantava più di altri, chi raccontava non per il piacere di farlo ma per stupire o far ridere a tutti i costi. Qualcuno era più crudele di altri.

E poi c’era la vittima, sempre assente, a volte perfino deceduta: colui che, consapevole o non, pagava il conto delle risate della compagnia.

Sì, non si tornerebbe indietro per tali bravate verbali: e possiamo pentircene. Ciascuno di noi può guardarsi indietro e ricordarsi di episodi che non gli fanno onore. Se non se ne ricorda è un fortunato, perché nulla può scalfire le sue certezze. Fortunato per ora, perché a lui ancora più grave sarà l’incertezza della fine.

A creare il caso Casara non è stato l’esecutore materiale Tissi. Il mandante del caso Casara va ricercato nella fame di finzione che abbiamo. Se fosse stato per Tissi, il clamore non avrebbe investito altri che gli stretti interessati. Se fosse stato per Francesco Terribile o per Angelo Manaresi la vertenza non sarebbe certo stata così plateale, transecolare, perché non avrebbe oltrepassato gli angusti confini di menti limitate e le piccine finzioni di burocratiche funzioni sociali. Ad ingigantire il caso hanno contribuito più i dubbi che si sono infiltrati nelle menti “buone” che non la cattiveria di chi naturalmente è portato alla finzione nella vita. Sono proprio le menti “buone” le più avide di fantasia e le più propense a credere che la rason del poareto no la vale on peto.

Casara era un diverso. Che avesse una particolare sensibilità e un temperamento artistico lo ha dimostrato con i libri, con le foto, con i film e con le conferenze. Che fosse un alpinista creativo lo ha dimostrato con le vie nuove sparse nelle Dolomiti. Che fosse un disadattato lo si vede nell’osservare la doppia realtà che viveva. Se Casara fosse stato un “macho” difficilmente sarebbe stato perseguitato così. Non era un omaccione, anzi. Era un signore alto, di bei modi, elegante, gentile e premuroso. Talvolta un po’ infantile, talvolta esaltato e febbrile. L’esatto contrario della gioventù fascista che curava il corpo, si “dava all’ippica” e salutava con il braccio a 120°.

Poi possiamo addentrarci nel pericoloso discorso dell’omosessualità, per il quale altri libri potrebbero essere scritti nel tentativo di dimostrarla o negarla. Se Casara si fosse sposato… se avesse avuto figli… se almeno avesse avuto una fidanzata… tutte quelle amicizie maschili… Se le crudeli barzellette sui carabinieri hanno almeno una base, quella della cieca obbedienza al potere (e quando è troppo è troppo, come quando fucilavano i disertori), le barzellette sugli omosessuali che base hanno se non quella della paura che ne abbiamo noi “maschi veri”?

(continua)

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Il segreto del Campanile – 1

Il segreto del Campanile – 1
(la verità obliqua di Severino Casara) (1-4)

Sul versante nord, quello disceso con ardite corde doppie da Tita Piaz e compagni, il Campanile di Val Montanaia presenta una parete verticale e strapiombante di 30 metri di altezza: essa si appoggia su un breve zoccolo posto più in alto degli altri versanti di almeno 120 metri ed è coronata da una cuspide di 60 metri di dislivello. È naturale che ben presto qualcuno tentasse di salire gli Strapiombi Nord, onde avere una via più breve e più diretta alla vetta. Toccò ai fratelli Berto, Paolo e Luisa Fanton, con i due austriaci Otto Bleier (cliente) e Franz Schroffenegger (guida), prodursi invano per due lunghe giornate (4 e 10 ottobre) nel tentati­vo di superare ad ogni costo la parete. Era il 1913: i Fanton e i due austriaci erano alpinisti di grande valore, con al loro attivo moltissime prime e ripetizioni qualificanti. Il racconto di Bleier è molto circostanziato (Österreichische Alpenzeitung, 1915) e vogliamo riassumere qui i punti principali. Con una lunghezza non difficile raggiunsero le terrazze sotto la parete. Da qui videro subito la possibilità di traversare a destra al punto debole, molto esposto ma breve, circa 10 metri. Da lì, e cioè da uno spigolo che per la disposizione rovescia degli appigli venne chiamato Spigolo a Denti di Sega, si poteva proseguire con minori difficoltà fino al Ballatoio, cioè alla cengia-collare che segna la fine degli strapiombi e l’inizio della cuspide. La relazione Bleier dice che Paolo Fanton non era presen­te al primo tentativo, mentre una fotografia di Luisa Fanton, dalla quale è stato tratto il disegno apparso sulla prima edizione della guida Berti mostra quattro alpinisti in piramide, il 4 ottobre 1913. Dal buon terrazzino quindi, con quadruplice piramide, Berto Fanton riuscì a piantare un chiodo a circa 3 metri di altezza. Da qui una stratificazione dolomitica, molto spesso inter­rotta e cieca, si dirige a destra verso lo Spigolo a Denti di Sega. Nell’intento evidente di traversare a corda, i quattro riuscirono a piantare un gruppetto di chiodi più a destra e poi ancora un altro chiodo, ancora più a destra. Di questo ultimo chiodo, il più a destra di tutti, non è fatto cenno nella relazione Casara e nel disegno della guida Berti (1929), ma esso è ben visibile nella foto che Arnaldo Marchetti fece il 23 settembre 1923. Sfiniti, abbandonarono il tentativo, lasciando i chiodi uniti da uno spezzone di corda. Mentre Bleier era convinto dell’inutilità di insistere, Berto Fanton continuò ad essere ottimista; ma la guerra lo falciò.

Da Forcella Montanaia sul Campanile di Montanaia (Dolomiti d’Oltrepiave, PN): gli Strapiombi Nord sono in ombra
Da Forcella Montanaia su Campanile di Montanaia (Dolomiti d'Oltrepiave, PN).

3 settembre 1925. Una comitiva di gitanti saliva faticosamente i ghiaioni di Forcella Montanaia. Un giovane di 22 anni, di Vicenza, già buon alpinista, li precedeva e li in­citava. Ma il gruppo, scoraggiato dall’afa e dal pendio erto, non avrebbe mai raggiunto la forcella. Severino Casara, mu­nito di una corda da 20 metri, in poche decine di minuti aveva scalato la vicina Cima Emilia. Alle 14 si aggirava nella nebbia alla base settentrionale del Campanile. Ed ecco, in sintesi, il suo racconto. Egli crede di aver a che fare con la via normale, salvo ad accorgersi all’ultimo momento di essere su un altro itinerario. Lo spezzone Fanton gli indica la strada.

Disegno di Annibale Caffi (da fotografia di Luisa Fanton): i fratelli Fanton, Bleier e Schroffenegger piantano i quattro chiodi sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia, 4 ottobre 1913
Disegno di Annibale Caffi (da fotografia di Luisa Fanton): i fratelli Fanton, Bleier e Schroffenegger piantano i quattro chiodi sugli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia, 4 ottobre 1913.

Si toglie gli scarponi e rimane in calze di lana. Getta la corda in alto fino a farla passare dentro lo spez­zone: così può salire al primo chiodo e traversare funambolicamente al gruppetto di tre chiodi sulla destra. Da lì la prosecuzione sembra impossibile, ma egli si lega alla sua corda passata nell’anello di uno dei chiodi Fanton, con 2 me­tri di lasco. Nel tentativo di salire in obliquo a destra vola per due o tre metri ed è trattenuto dal vecchio spezzone. Allora, preso da frenetica follia, slega la corda dal chiodo e, aiutandosi prima con la mano sinistra su di esso, poi con il piede sinistro in bilico sullo spezzone in tensione tra i vari chiodi, riesce, anche grazie alla sua elevata statura, ad afferrare con la mano destra una Fessurina orizzontale che gli permette di slanciarsi d’improvviso a destra e con alcune bracciate di raggiungere lo Spigolo a Denti di Sega. Si riposa sotto shock su un piccolo appoggio, poi sale su minori difficoltà evitando a sinistra un piccolo tetto e raggiungendo il Ballatoio.

Ritratto di Severino Casara, Vicenza, ottobre 1930. Foto: Studio fotografico Ferrini
Ritratto di Severino Casara, Vicenza, ottobre 1930. Foto: Studio fotografico Ferrini.

Sale sulla vetta e qui segna sul libro di aver eseguito la 67a ascensione al Campanile, prima per gli Strapiombi Nord. Scende al Ballatoio e lì bivacca, col maltempo. Il giorno dopo riuscirà a scendere per la via normale, aiutato da due targhe delle Ferrovie dello Stato por­tate lassù per scherzo e per segnare la via. Sfinito, risale alla Forcella Montanaia e scende al Rifugio Padova, dove può finalmente rifocillarsi. Lì stende una dettagliata relazione. Nel frattempo dai suoi compagni era stato dato l’allarme: il dr. Antonio Berti e uno dei Fanton gli vanno incontro, sapu­to ch’egli era ormai sceso al Padova. Casara è in stato confusionale: rimarrà quasi una settimana nella villa di Berti a Gogna di Cadore, sotto stretta cura, a delirare «mamma mia, cado, cado».

Severino Casara il mattino dopo la sua salita dal nord del Campanile di Val Montanaia e dopo il bivacco sotto la cima, ormai sulle ghiaie del canalone che scende dalla Forcella del Campanile verso il rifugio Padova, incontra tre alpinisti padovani che gli offrono tè, marmellata e biscotti (4 settembre 1925)
Severino Casara il mattino dopo la sua salita dal nord del Campanile di Val Montanaia e dopo il bivacco sotto la cima, ormai sulle ghiaie del canalone che scende dalla Forcella del Campanile verso il rifugio Padova, incontra tre alpinisti padovani che gli offrono tè, marmellata e biscotti (4 settembre 1925).

11 settembre 1930. Sono passati cinque anni e nel frattempo la guida Berti era stata pubblicata, con il disegno e la relazione di Casara. I bellunesi Attilio Tissi, Giovanni Andrich (reduci dall’ottava salita e prima senza bivacco della via Solleder alla Civetta), Attilio Zancristoforo e Francesco Zanetti cercano di ripetere l’itinerario Casara, così come è descritto nella guida. Ma non vi riescono, nonostante la sta­tura fisica di Tissi almeno pari a quella di Casara. Con gran­de uso di chiodi riescono a superare lo strapiombo con salita obliqua a destra, del tutto in artificiale e con l’uso di piramide. Al loro ritorno accusano Casara di avere mentito, per­ché la Fessurina orizzontale in alto a destra del gruppo di chiodi Fanton semplicemente non esiste.

La foto ingannatrice. Gli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia con la corda del tentativo Fanton, ripresi dal fotografo Marchetti il 23 settembre 1923, dunque due anni prima della salita Casara. La corda è attaccata a sinistra ad un chiodo (1) nella fessura orizzontale (A) e, a destra dell’arco, a tre chiodi (2) nella stessa fessura. Essa si prolunga poi in alto vicino alla fessura superiore (B), parallela a quella sottostante A, sostenuta da un quinto chiodo (3). In seguito, secondo ciò che racconta Casara, il quinto chiodo si staccò lasciando il tratto di corda pencolante dai tre chiodi (2) della fessura inferiore (A). Casara, nel 1925, trovò pertanto la fine destra della corda Fanton sui tre chiodi della fessura A, col capo pencolante dagli stessi: fessura ch’egli seguì per raggiungere lo Spigolo a Sega e poi la parete articolata e il Ballatoio, come segnò il giorno dopo in uno schizzo abbozzato nel libro del rifugio Padova. Sempre secondo la ricostruzione di Casara, pochi giorni dopo la salita, egli, avuta dal Marchetti questa foto, segnò una linea retta a destra dell’estremità della corda Fanton, che qui nella foto è meno di un metro più in alto del punto dei tre chiodi dai quali pendeva la corda all’atto della salita. In tal modo, ingannato dalla foto che faceva finire la corda verso la fessura alta (B) egli segnò questa quale passaggio anziché quella bassa (A) dove finiva la corda quando egli salì. 4-4 =Spigolo a Sega. 5=Tetto. 6=Gibbosità. 7=Appoggio. Foto: Arnaldo Marchetti
La foto ingannatrice.  Gli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia con la corda del tentativo Fanton, ripresi dal fotografo Marchetti il 23 settembre 1923, dunque due anni prima della salita Casara. La corda è attaccata a sinistra ad un chiodo (1) nella fessura orizzontale (A) e, a destra dell'arco, a tre chiodi (2) nella stessa fessura. Essa si prolunga poi in alto vicino alla fessura superiore (B), parallela a quella sottostante A, sostenuta da un quinto chiodo (3). In seguito, secondo ciò che racconta Casara, il quinto chiodo si staccò lasciando il tratto di corda pencolante dai tre chiodi (2) della fessura inferiore (A). Casara, nel 1925, trovò pertanto la fine destra della corda Fanton sui tre chiodi della fessura A, col capo pencolante dagli stessi: fessura ch'egli seguì per raggiungere lo Spigolo a Sega e poi la parete articolata e il Ballatoio, come segnò il giorno dopo in uno schizzo abbozzato nel libro del rifugio Padova. Sempre secondo la ricostruzione di Casara, pochi giorni dopo la salita, egli, avuta dal Marchetti questa foto, segnò una linea retta a destra dell’estremità della corda Fanton, che qui nella foto è meno di un metro più in alto del punto dei tre chiodi dai quali pendeva la corda all'atto della salita. In tal modo, ingannato dalla foto che faceva finire la corda verso la fessura alta (B) egli segnò questa quale passaggio anziché quella bassa (A) dove finiva la corda quando egli salì. 4-4 =Spigolo a Sega. 5=Tetto. 6=Gibbosità. 7=Appoggio. Foto: Arnaldo Marchetti.

Scoppia immediatamen­te la polemica sugli Strapiombi Nord, nonché la corsa alla ripetizione dell’itinerario originale. Casara ammette che l’ubicazione dei chiodi Fanton, così come è indicata sulla guida, è errata. La Fessurina orizzontale è dunque più bassa, è all’altezza dei chiodi. Ribatte che però la sua relazione del rifugio Padova è esatta e più corretta infatti appare anche alla commissione d’inchiesta presieduta da Antonio Berti. Tita Piaz e Raffaele Carlesso tentano la traversata assicurati dall’alto, ma non rie­scono. Luigi Micheluzzi non tenta neppure. Poi è la volta di Celso Gilberti che, assicurato da Renzo Granzotto, riesce nel maggio 1931, piantando altri due chiodi, a raggiungere lo Spigolo a Denti di Sega: è però costretto dal brutto tem­po a ritornare indietro.

Lo schizzo di Annibale Caffi della Guida delle Dolomiti Orientali 1928 che, ricavato dalla foto Marchetti di alcuni anni prima, riporta erroneamente l’estremità destra della corda del tentativo Fanton vicino alla fessura superiore, sostenuta da un quinto chiodo. Questo, secondo la versione Casara, in seguito si staccò lasciando pencolare il mozzicone di corda dai tre chiodi infissi nella fessura sottostante, da lui in seguito percorsa. Ingannato così dalla foto, e ricordando di aver traversato dopo la fine della corda, Casara nello schizzo indicò erroneamente da percorrere in una ripetizione la fessura alta, anziché quella sottostante all’altezza dei tre chiodi
Lo schizzo di Annibale Caffi della Guida delle Dolomiti Orientali 1928 che, ricavato dalla foto Marchetti di alcuni anni prima, riporta erroneamente l'estremità destra della corda del tentativo Fanton vicino alla fessura superiore, sostenuta da un quinto chiodo. Questo, secondo la versione Casara, in seguito si staccò lasciando pencolare il mozzicone di corda dai tre chiodi infissi nella fessura sottostante, da lui in seguito percorsa. Ingannato così dalla foto, e ricordando di aver traversato dopo la fine della corda, Casara nello schizzo indicò erroneamente da percorrere in una ripetizione la fessura alta, anziché quella sottostante all'altezza dei tre chiodi.

In questo schizzo, rifacimento di quello originale Caffi pubblicato nella guida del 1928, si vede come Casara dice di aver trovato la corda del tentativo Fanton il giorno della salita. Attaccata a sinistra ad un chiodo nella fessura bassa orizzontale e, dopo l’arco, a destra a un gruppo di tre chiodi infissi nella stessa fessura, col pendente lasciato dal quinto chiodo più in alto, staccatosi, in precedenza, dalla parete. Il salitore che, tratto in inganno dalla foto, aveva segnato il suo percorso sulla fessura alta dove finiva la corda Fanton col suo prolungamento, corresse in seguito l’errore indicando la fessura reale più bassa, che porta qui il n°2, e nella quale, al suo passaggio, finiva la corda Fanton. Lungo tale fessura passarono poi le cordate successive che ripeterono la via. La questione del distacco della corda è tuttora discussa, in quanto Tissi e compagni trovarono certamente un quinto chiodo in posto (a meno che questo non sia stato reinfisso in altri tentativi sconosciuti ed effettuati tra il 1926 e il 1930). Casara in più non precisa se all’estremità dello spezzone fosse ancora fissato il chiodo fuoriuscito o se questo fosse ancora infisso nella roccia senza però essere collegato allo spezzone. È molto difficile che un chiodo fuoriesca da solo (tra il 1923, anno della foto Marchetti, e il 1925) ed ancora più improbabile è che il nodo con cui lo spezzone era fissato al chiodo si sia sciolto da solo. Dunque occorre pensare che ci sia stato qualche ipotetico tentativo di prima ascensione tra il 24 settembre 1923 e il 2 settembre 1925
In questo schizzo, rifacimento di quello originale Caffi pubblicato nella guida del 1928, si vede come Casara dice di aver trovato la corda del tentativo Fanton il giorno della salita. Attaccata a sinistra ad un chiodo nella fessura bassa orizzontale e, dopo l'arco, a destra a un gruppo di tre chiodi infissi nella stessa fessura, col pendente lasciato dal quinto chiodo più in alto, staccatosi, in precedenza, dalla parete. Il salitore che, tratto in inganno dalla foto, aveva segnato il suo percorso sulla fessura alta dove finiva la corda Fanton col suo prolungamento, corresse in seguito l'errore indicando la fessura reale più bassa, che porta qui il n°2, e nella quale, al suo passaggio, finiva la corda Fanton. Lungo tale fessura passarono poi le cordate successive che ripeterono la via. La questione del distacco della corda è tuttora discussa, in quanto Tissi e compagni trovarono certamente un quinto chiodo in posto (a meno che questo non sia stato reinfisso in altri tentativi sconosciuti ed effettuati tra il 1926 e il 1930). Casara in più non precisa se all’estremità dello spezzone fosse ancora fissato il chiodo fuoriuscito o se questo fosse ancora infisso nella roccia senza però essere collegato allo spezzone. È molto difficile che un chiodo fuoriesca da solo (tra il 1923, anno della foto Marchetti, e il 1925) ed ancora più improbabile è che il nodo con cui lo spezzone era fissato al chiodo si sia sciolto da solo. Dunque occorre pensare che ci sia stato qualche ipotetico tentativo di prima ascensione tra il 24 settembre 1923 e il 2 settembre 1925.

Il 26 luglio 1931 due cordate di triestini, dirette da Giulio Benedetti e Giordano Bruno Fabjan, riescono a completare l’itinerario di Gilberti e quindi dimostrare la possibile esistenza di una via Casara. Sulla traversata però piantano altri due chiodi in più di Gilberti. E siamo quindi a quattro chio­di, più quelli dei Fanton. Assumendo la traversata di circa 10 metri, non calcolando il chiodo iniziale Fanton (metro di traversata zero) e valutando a due il gruppo di chiodi Fanton + uno (l’ultimo più a destra della rela­zione Bleier), siamo a quota 7, una media di un chiodo ogni 142 centimetri, quindi siamo ad apertura di braccia con martello.

La polemica continuò, riaccesa perché anche i triestini sosten­nero che non si poteva passare senza chiodi. In seguito per molto tempo non ci furono fatti degni di nota: Antonio Berti sosteneva che non si poteva ingannare così un medico e che il delirio di Casara era genuino. Emilio Comici difese l’amico Casara, siccome dopo tante ascensioni fatte insieme egli riteneva di dovergli credere.

(continua)

Severino casara in arrampicata (anni ’30)
Casara in arrampicata