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Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso

Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso
di Chiara Baù
già pubblicato in Vita sul Pianeta, 27 febbraio 2016

Spesso la bellezza di certi luoghi può trasmettere sensazioni così intense da rapire la mente, ma non immaginavo che l’incredibile estensione di foreste del Canada potesse incidere così profondamente sui miei pensieri. Attratta dalle distese infinite di boschi e montagne, ho sempre tentato di seguire questo istinto, in parte innato, in parte proveniente da una sorta di imprinting datomi dai miei genitori che fin da piccola mi avevano abituato a scorrazzare nei boschi. Sempre con rispetto e un po’ di timore ho dato ascolto a questa voce e ho potuto vivere preziose esperienze, tra le quali la più emozionante è stata indubbiamente quella dell’incontro con l’orso bruno durante un monitoraggio effettuato nel Parco Adamello-Brenta nel periodo di stesura della tesi in Scienze Naturali. Si trattava di Daniza, l’orso reso famoso dai media, ucciso circa un anno fa in seguito a telenarcosi somministrata per la cattura.

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Avevo incontrato Daniza in una piccola radura quindici anni fa proprio durante la tesi di campo, nel secondo anno del progetto Life Ursus. Il compito quotidiano previsto dal progetto consisteva nel rilevare tramite una tecnica di radiotracking la posizione di ogni esemplare nelle ore più improbabili per noi, ma più probabili per gli orsi. Quella mattina erano circa le 5.30 ed ero in compagnia di una delle guardie forestali più esperte; la luce tenue dell’alba si confondeva nella radura nascosta ai confini del bosco. Il segnale era forte, ma vedere un orso è quasi impossibile: l’orso per sua natura non ama farsi vedere. Un anno di continui rilevamenti erano trascorsi senza successo. Nel silenzio di quelle ore mattutine il segnale sempre più forte disturbava la pace del bosco, finché improvvisamente Daniza è spuntata dagli alberi nella piccola radura, a circa cinque metri di distanza; lì si è fermata incuriosita, ci ha osservato roteando il muso, come per chiederci: «Ma a quest’ora del mattino non avete altro da fare che seguire me?». Impietrita, emozionata, avevo davanti a me Daniza, avevo davanti a me l’Orsa. L’avvistamento è stato di breve durata, pochi secondi scanditi dai veloci battiti del cuore, poi con quel tipico andamento dondolante Daniza si è eclissata lentamente nel bosco. Indescrivibile la mia felicità di quegli istanti, indescrivibile la mia amarezza alla notizia della sua eliminazione.

Il richiamo per l’orso bruno ha così iniziato ad appassionarmi, influenzando in parte la mia vita. Durante varie conferenze tenute negli anni successivi sui miei “Incontri con gli orsi” mi veniva chiesto frequentemente: “Perché proprio l’orso?” Non avevo mai una spiegazione razionale ed esaustiva a questa domanda… Forse risponderei come il grande scrittore James Oliver Curwood, autore del libro da cui è stato tratto il film L’orso: “Non so bene perché, ma c’è qualcosa nell’orso che induce ad amarlo”.

Nei rari momenti di incontro con animali selvaggi in libertà avverto ogni volta la sensazione di un fascino primordiale che ci appartiene e che ci fa sentire parte di una natura perfetta e in totale armonia.

Dopo il primo incontro in Trentino il richiamo per un nuovo incontro con l’orso diventava sempre più forte; per anni avevo coltivato il sogno delle foreste selvagge del Canada e ora quel richiamo si stava concretizzando in un trekking a cavallo nella British Columbia per esplorare le foreste di quel grande paese con la possibilità di unire al richiamo dei boschi la passione per il cavallo. Il linguaggio segreto di questo magnifico animale mi aveva sempre affascinato, incuriosita soprattutto dall’alone di mistero che circonda il magico “sussurro dei cavalli”.

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Risalendo il tempo verso ovest, assisto durante il viaggio aereo a un tramonto perenne, godendo di scenari unici, sospesa sopra un mare di nubi da cui occhieggiano di tanto in tanto lunghi tratti di terra, come le solitarie distese della Groenlandia. Atterro la sera, un po’ frastornata, a Vancouver dove dormo la prima notte. L’indomani conosco Frank, il driver del ranch che viene a prendermi a Vancouver e Cauleen, la guida canadese della spedizione; con loro su un piccolo van inizia il viaggio di trasferimento al ranch.

Il primo tratto di autostrada si snoda attraverso verdi ed estese pianure per poi immettersi in immense vallate scavate dal fiume Frazer, navigabile ai tempi della corsa all’oro del 1858. La conversazione con i miei nuovi compagni di viaggio cade subito sull’argomento orsi e non appena racconto dei miei studi sulla reintroduzione di orsi bruni nelle Alpi, capisco non solo di aver catturato la loro attenzione e curiosità, ma di aver creato un affiatamento e una sintonia immediati.

Solitamente nel Parco Adamello-Brenta in Trentino Alto Adige il letargo degli orsi inizia a fine novembre in coincidenza con l’abbassamento delle temperature e l’arrivo della neve. Ma nelle foreste della British Columbia ci si può aspettare la neve anche ai primi di ottobre… cosa che purtroppo nel mio caso avrebbe ridotto le probabilità di incontro con l’orso.

Mentre per le marmotte si parla di un vero e proprio letargo, per l’orso si tratta di ibernazione che può essere considerata come un evento fuori dal comune. Il letargo infatti non è assoluto; a volte, se il tempo è mite, l’orso può uscire dalla tana per brevi periodi, nelle ore più calde della giornata.

Può quindi capitare nel bel mezzo dell’inverno di osservare le sue impronte nella neve. Da notare che nelle latitudini a nord il letargo è più profondo rispetto alle latitudini a sud.

Ricordo sempre in proposito quello che mi capitò a Madonna di Campiglio durante un inverno particolarmente mite con temperature al di sopra della norma: mentre sciavo lungo una pista fui sorpresa improvvisamente dal passaggio di mamma orsa che con tutta calma attraversava la pista di sci con i suoi cuccioli.

Ma in Canada in quell’ottobre le temperature sembravano seguire il ciclo normale dell’inverno.

Anche se disturbato l’orso può abbandonare il ricovero, costretto tuttavia a reperirne uno d’emergenza. Durante l’ibernazione la temperatura del corpo scende di alcuni gradi, non molti in realtà, proprio per consentire una rapida ripresa del metabolismo. Il ritmo cardiaco rallenta con 8 battiti al minuto rispetto ai consueti 40. Ne risentono anche il consumo di ossigeno che viene dimezzato e la sensazione di fame che si riduce sensibilmente.

Non sono ancora chiari i fattori che causano l’ibernazione dell’orso. Probabilmente essa è dovuta alla riduzione del fotoperiodo, all’abbassamento delle temperature e alla scarsità di cibo disponibile. Si pensa che esista anche un fattore chimico in grado di stimolare il sonno invernale; il cosiddetto HIT, hibernation induction trigger, ma si tratta di un’ipotesi ancora da dimostrare.

La combinazione di tutti questi fattori agirebbe direttamente sul sistema nervoso dell’orso, inducendo due risposte: una fisiologica (entrata in ibernazione) e una comportamentale (inattività e scelta di un sito di svernamento).

Il letargo dura solitamente fino ai primi di aprile, mentre lo stato di immobilità viene raggiunto gradualmente dopo 2-3 settimane dall’entrata in tana e durante tutti questi mesi si ha un adattamento metabolico, cui appartiene il riciclaggio degli aminoacidi in proteine. Infatti durante il letargo l’orso bruno non urina e non vengono espulse le feci.

L’organismo è in grado di riciclare l’urea prodotta dal corpo. L’azoto ivi contenuto viene integrato negli aminoacidi, i quali forniscono le molecole per nuove proteine, la cui decomposizione produce glucosio (sostanza energetica). Nel periodo del letargo le funzioni corporee sono invece ridotte in misura minore rispetto a quelle di altre specie di animali, quali le marmotte.

Dopo circa sei ore di viaggio imbocchiamo una strada sterrata che affianca l’immensa distesa di acqua blu del Carpenter lake solcata da tronchi galleggianti, quindi la Gun Creek road che conduce al ranch, base di partenza del trekking a cavallo.

Conosciuto lo staff del ranch, scelgo col loro aiuto la sella più adatta e la lunghezza esatta delle staffe: è fondamentale verificare ogni particolare con attenzione, perché una volta partiti nessun cambiamento sarà possibile.

Scopro, nel frattempo, di essere l’unico componente della spedizione, perché a quanto dice la guida, nel mese di ottobre nessuno intende avventurarsi con i cavalli tra le montagne, sia per il problema del freddo, sia per possibili rischi legati al maltempo della stagione; il periodo più propizio è l’estate, quando maggiore è la frequenza di turisti. Tutto questo però acquista per me un carattere di incredibile unicità, consentendomi di essere protagonista di un’avventura!

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Il giorno successivo, appena alzata, incredula per ciò che sto vivendo, sistemo le briglie al cavallo, do una mano negli ultimi preparativi e monto in sella. Siamo in tre: oltre a me, Cauleen, la guida, e Cinthya, la ragazza del ranch. La guida è armata di fucile e mi mette in guardia sul comportamento da assumere nell’eventualità di incontrare l’orso: reagire con molta calma, evitare movimenti bruschi e improvvisi, tentare di arretrare senza voltare le spalle all’animale e soprattutto non fissarlo negli occhi: uno sguardo troppo diretto può essere interpretato come segno di aggressione… Ascolto con attenzione le istruzioni di Cauleen e mentre procedo sul sentiero miriadi di sensazioni le più diverse mi prendono, dal timore all’eccitazione per la natura estremamente selvaggia di questo paese con la sua magia e il suo mistero.

Il percorso a cavallo ha inizio in un bosco di latifoglie ingiallite dall’autunno ormai inoltrato. Un’ora dopo siamo a costeggiare un torrente, dai riflessi a tratti d’argento, grazie al sole che si specchia nella corrente turbinosa. Fa molto freddo e durante una sosta accendiamo un piccolo fuoco… il calore della legna che brucia ci scalda e con rinnovata energia riprendiamo il sentiero. Pian piano ci alziamo di quota, portandoci al limite della foresta; davanti ai nostri occhi svettano le cime delle Chilcoutin Mountains, la catena di montagne meta del nostro trekking. Il nome Chilcoutin, di origine indiana, significa “Popolo dalle acque azzurre” e infatti i ghiacciai, che un tempo ricoprivano la zona, hanno lasciato tracce della loro esistenza in una miriade di laghi dai colori smeraldo e turchese.

Mentre cavalchiamo mi arrovella di continuo il pensiero di incontrare l’orso da un momento all’altro, e scrutando piccole caverne formate da massi e muschio mi chiedo: “Che sia già in letargo e nascosto in quell’anfratto?”.

Le tane più adatte al letargo sono le cavità naturali della roccia, le piccole caverne parzialmente scavate e adattate oppure, raramente, cavità situate alla base di ceppaie o di grossi tronchi.

All’interno delle tane spesso si trovano giacigli formati da cumuli di foglie, erba e ramoscelli secchi, licheni, muschi e tutto quello che in autunno si può racimolare all’intorno per rendere il suolo il più asciutto e morbido possibile. Le tane solitamente non vengono occupate per più di un anno; se la presenza antropica disturba in maniera eccessiva, l’orso esce alla ricerca di un ricovero più tranquillo.

Raggiunto il termine della grande vallata, si spalanca dinanzi a noi un altopiano coperto da una fitta boscaglia: sul tronco di un pino, un cartello con l’immagine stilizzata di un orso avvisa: “CAUTION” il che mi dà ulteriore conferma di quanto vicina possa essere questa presenza.

Lentamente ci addentriamo nel bosco, territorio di grizzly e orsi neri, e con un certo timore mi guardo cautamente intorno, mentre i cavalli avanzano tra i pini in una quiete assoluta… ho l’impressione di sentirmi spiata dallo sguardo dell’orso.

Lungo l’altopiano boscoso ecco che intravedo le sponde dello Spruce Lake (“Spruce” è l’abete rosso, spiega Cauleen), un magnifico lago incantato… un’atmosfera di grande armonia che penetra ogni angolo della mia immaginazione… rimango ferma un attimo, attonita ad ammirare il paesaggio che mi circonda.

Una piccola baita in legno dall’aspetto fiabesco si nasconde tra alcuni pini in riva al lago: Cabin, come la chiamano i canadesi, sarà il campo base dove pernotteremo tutta la settimana.

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Appena scesa da cavallo, Cauleen mi prega di scaricare il cibo avanzato dai saddle-bag, le sacche laterali appese alla sella, una precauzione indispensabile perché l’orso non si avvicini ai cavalli fiutando l’odore di cibo… sono semplici accorgimenti per evitare un contatto diretto con l’animale… Le finestre sono chiodate, ennesimo stratagemma per impedire incursioni notturne… Sembra che l’orso abbia la forza di 12 uomini.

D’altronde l’olfatto è il senso più sviluppato in un orso che, in condizioni di sopravento, è in grado di fiutare odori a una distanza di 12 km.

Senza contare che proprio davanti alle finestre prospicienti il lago sono stati conficcati nel terreno numerosi chiodi, le cui punte acuminate fungono da deterrente per scoraggiare gli orsi che più volte hanno tentato di sfondare la baita alla ricerca di cibo.

Nonostante la porta sia sbarrata da un asse di legno, ennesimo stratagemma per impedire l’ingresso a orsi affamati, con forza riusciamo a schiodare l’asse e a entrare.

Ormai il sole è tramontato e un’aria gelida accarezza le distese di pini che circondano Spruce Lake. Accendiamo la legna nella stufa, cuciniamo una zuppa calda e finalmente ci concediamo un meritato riposo. Nel sottotetto della baita ci addormentiamo rinchiuse nei sacchi a pelo, mentre la legna finisce di ardere…

Penso all’orso fuori nel bosco…

Allo Tayax Camp e ritorno a Spruce Lake
L’indomani al mio risveglio la legna già scoppietta nella stufa… Cauleen si è alzata per prima ad accendere il fuoco e mi avverte subito di aver notato impronte di orso in riva al lago… subito mi precipito sulla riva per scrutarne le tracce.

Le impronte sono inconfondibili dato che essendo un plantigrado, l’orso poggia completamente la pianta della zampa a terra. L’orma dell’orso è simile per forma a un piede umano, però più larga e con le dita tutte uguali. Sono sempre visibili i cuscinetti delle cinque dita, tutti sulla stessa linea e i robusti artigli. Come in tutti i plantigradi, il cuscinetto del tarso, il nostro calcagno, è sempre visibile nell’orma della zampa posteriore.

Probabilmente si tratta di un esemplare maschio ancora intento a cercare il ricovero invernale.

Le femmine saranno le prime a entrare in letargo, soprattutto quelle gravide

La gestazione dura dai 6 ai 9 mesi ed è differita. La blastocisti smette di dividersi e rimane libera nell’utero per un tempo abbastanza lungo (probabilmente regolato dal fotoperiodo) prima di iniziare il vero e proprio sviluppo embrionale. La gestazione effettiva dura solamente 8 settimane. Questo spiega le dimensioni ridotte dei cuccioli che quando nascono pesano intorno ai 300/400 grammi, circa 1/1500 rispetto al peso della madre. I cuccioli nascono generalmente tra metà gennaio e metà febbraio e sono ciechi.

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Per avere un po’ di energia le madri si nutrono della placenta e iniziano a produrre il latte, denso e viscoso, molto concentrato per evitare la dispersione delle risorse idriche, e contenente un’elevata quantità di grassi. Nonostante le dimensioni ridotte delle mammelle, i cuccioli riescono a succhiare i litri di latte necessari a una rapida crescita (2 litri circa al mese).

Nascendo di così piccole dimensioni, i cuccioli hanno comunque minori esigenze nutrizionali, proporzionate alla disponibilità della madre, che arriva a perdere il 30% del suo peso tra gravidanza, allattamento e letargo (in confronto al 20% delle femmine non gravide).

Tayax Camp è la destinazione della giornata, a circa 7-8 ore di cavallo… con la tazza di tè bollente in mano esco per godermi le prime sensazioni del mattino in riva allo Spruce Lake…

Le cime delle montagne sono già spruzzate di neve. L’aria è frizzante e pungente, nessun rumore attorno, solo un’immensa pace… sono consapevole di essere lontano dal mondo di tutti i giorni, ma mi sembra di aver custodito da sempre quelle sensazioni di libertà e armonia.

Selliamo i cavalli, “GET ON!“ è il comando per montare a cavallo e nel silenzio più totale ci addentriamo nel bosco. Sarà suggestione, ma ho ancora l’impressione che l’orso ci stia spiando, è comunque una sensazione che mi dà rinnovata energia…

E’ raro l’incontro con altri animali nella foresta. Di tanto in tanto scambiamo qualche parola, mentre a cadenza regolare lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli sulla traccia di sentiero rompe il silenzio del bosco. Nella salita a Tayax camp prima costeggiamo e poi attraversiamo il torrente, seguendo la traccia che si snoda tra gli abeti offrendoci ad ogni passo panorami nuovi.

I graffi incisi dalle unghie di un grizzly sul tronco di un abete ci calano di nuovo nella realtà, ricordandoci la sua misteriosa presenza. Spesso gli orsi nei loro tragitti preferiscono seguire i sentieri piuttosto che vagare in mezzo al bosco… è quindi facile osservare le loro tracce lungo il percorso.

Non sono segni di marcatura del territorio ma vengono utilizzati dagli orsi come ausilio per il riconoscimento di altri esemplari. I graffi vengono lasciati ad altezze superiori a un metro, obliquamente rispetto all’asse del tronco. Non sono visibili tutte e cinque le impronte delle unghie, ma solo tre o quattro.

Avanziamo in un’ampia radura dove l’erba è ormai gialla e secca, e finalmente arriviamo a Tayax camp, tappa per i trekking dei mesi estivi… le tende sopraelevate sono ancora montate. Accanto sorge una piccola capanna che ha ospitato cacciatori di big horn, le capre selvatiche tipiche di queste montagne. Sostiamo in mezzo a un prato vicino al campo e ci godiamo il pranzo al sacco non prima di aver lasciato liberi i cavalli al pascolo.

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Approfittiamo quindi di una radura aperta priva di alberi per una breve galoppata, godendo appieno l’ebbrezza della velocità per poi riprendere l’andatura normale, al passo, in silenzio, come sempre… Il percorso di ritorno è il medesimo dell’andata, ma la luce ha toni più caldi, il sole si appresta a tramontare e i colori assumono sfumature più pacate; di tanto in tanto il terreno è costellato di piccoli stagni che riflettono immobili le montagne circostanti.

Siamo molto stanche, le ore a cavallo sono state numerose, ma con la stanchezza c’è anche tanta soddisfazione e gioia… pian piano ci avviciniamo alla baita e i cavalli accelerano improvvisamente l’andatura, intuendo l’approssimarsi della sosta. Non occorre più che Cauleen mi ricordi di scaricare gli avanzi di cibo dalle sacche laterali della sella; è diventato un gesto istintivo che mi fa intuire di essere entrata a pieno titolo nello spirito della spedizione: i miei compiti si svolgono ormai con naturalezza assoluta. Tolgo la sella dal cavallo, trasporto nella baita alcuni ceppi di legna, aiuto a preparare la cena. Due righe sul mio taccuino in pelle per non dimenticare neanche un particolare della giornata e subito mi addormento con gli ultimi scoppiettii della legna che arde, mentre lo sconfinato cielo stellato dell’ovest canadese fa da cornice alla notte e al riposo.

Da Spruce Lake al Rundy Pass

Un saluto a Spruce Lake dal piccolo molo davanti alla capanna diventa una sorta di rituale quotidiano: un profondo respiro, stregata dal fascino del lago al mattino, sfiorato dai raggi del sole che ancora non hanno raggiunto il campo e poi via di nuovo in sella.

Improvvisamente la quiete del bosco è interrotta dal curioso ticchettio del wood-pecker, il picchio che battendo ritmicamente il becco sul tronco dell’albero dà luogo a un bizzarro martellio che riecheggia tra i pini.

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Salendo di quota lo scenario appare sempre più ovattato dalla neve in una strana atmosfera in cui ogni piccolo ramoscello sembra essere pietrificato. Ci avviciniamo alla cima della montagna, rapite da un ambiente saturo di gelo e magia. Le tracce del passaggio di un grizzly, visibili nella neve, ci svelano i suoi movimenti in direzione del bosco. Probabilmente la prima caduta della neve lo ha spinto a cercare luoghi riparati, ma pur con qualche timore non perdo la speranza di incontrarlo. Un’aquila, vigile custode di queste montagne, sembra sorvegliarci dall’alto volteggiando con eleganza.

Intanto il cielo si è fatto denso di nubi sempre più scure che fanno presagire l’avvicinarsi della bufera.

Una breve sosta per colazione e ci avviamo sulla via del ritorno. Nonostante l’attività fisica moderatamente impegnativa, l’appetito rimane una costante… Confrontandomi con l’orso che incamera 7-10.000 calorie al giorno con un apporto minimo di 4-5000 calorie nelle due settimane successive all’ibernazione, non posso che sentirmi a mio agio, accettando pezzi di pancetta affumicata che Cauleen mi propina di continuo per combattere l’intensità del freddo.

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La tempesta è sempre più vicina e poco prima di rientrare nel bosco inizia a nevicare… il verde degli alberi lascia spazio a un candido mantello bianco, che fa scomparire gli aghi dei pini e degli abeti. L’ambiente assume una veste natalizia e il lento cadere di innumerevoli fiocchi di neve sempre più fitti attutisce ogni benché minimo rumore. La bufera sopraggiunge con violenza, ma gli alberi della foresta ci proteggono e in poco tempo i cavalli tracciano una nuova pista sul sentiero ormai completamente imbiancato. E’ la prima forte nevicata della stagione, un annuncio dell’inverno imminente e ci sentiamo fortunate di partecipare al solenne esordio del misterioso mondo invernale. Lungo l’intero percorso è necessario cavalcare tenendo i piedi all’esterno delle staffe data l’abbondante quantità di neve che va accumulandosi sul sentiero e il rischio di scivolare e cadere. Costeggiando la riva sinistra del lago ci imbattiamo in una piccola baita di legno che arricchisce la bellezza del paesaggio… ogni tanto occorre scuotere dalla mantella il pesante strato di neve che si carica man mano. Mentre osservo le tracce lasciate da pochi animali non ancora in letargo, mi chiedo dove si sia nascosto l’orso di cui avevo scoperto la pista il giorno precedente, forse si è allontanato verso il basso alla ricerca di una comoda tana invernale per il letargo.

Sotto la fitta nevicata raggiungiamo finalmente, stanche e infreddolite, la baita per asciugare i nostri abiti e riscaldarci al tepore della stufa.

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La stufa è ora il nostro punto di riferimento e le vecchie pentole appese si alternano con le nostre giacche fradice. Il freddo acuto ci costringe a consumare una gran quantità di legna per cui più volte devo attingere dalla legnaia ceppi di legno da tagliare con l’accetta, orgogliosa comunque del mio improvvisato ruolo di boscaiola.

Il giorno successivo, calata la tormenta, occorre condurre i cavalli nel tardo pomeriggio in un alto pascolo perché possano foraggiarsi con un’erba di qualità migliore sia pur frugando col muso nella neve. Nei giorni precedenti questo era compito esclusivo di Cauleen che faceva il percorso cavalcando a pelo, senza sella per poi lasciare i cavalli nel pascolo e tornare a piedi col buio attraverso la foresta. Non ho mai osato chiedere a Cauleen di condividere quel momento che lei riteneva il migliore della giornata. Se me lo avesse proposto, avrei acconsentito, altrimenti avrei capito che sarebbe stato giusto così… Fortunatamente Cauleen quel pomeriggio mi invita a cavalcare a pelo assieme a lei. Le sono grata della prova di fiducia ed emozionata di sperimentare questa cavalcata veloce, non esito un attimo ad accettare.

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Tolte le selle, le redini, le staffe… due regole al volo per evitare di cadere e tenere la posizione corretta… ecco che sono in sella e via di volata verso l’alto pascolo. E’ una sensazione primordiale quella di cavalcare a pelo perché consente di percepire ogni movimento del cavallo, in perfetta aderenza col corpo dell’animale, e di nuovo sotto la bufera di neve… una specie di ritorno alle origini, un viaggio a ritroso nel tempo, l’antica e più autentica usanza di andare a cavallo come una volta gli indiani, un crescendo di sensazioni forti mentre sfioro in velocità i tronchi degli abeti… ora capisco perché Cauleen considerava quello il momento più bello e più vero della giornata! Arrivati al pascolo, lasciamo liberi i cavalli nei prati, mentre la neve continua a coprire il loro manto; solo il suono della campana al collo ci permetterà di ritrovarli più facilmente il mattino seguente, anche se difficilmente capita che si allontanino dal luogo in cui vengono lasciati.

Rimaniamo a osservarli per qualche tempo mentre tranquillamento brucano tra la neve per cercare l’erba più gustosa: il tempo sembra essersi fermato, quasi a blindare per sempre un momento particolare.

Ci mettiamo in cammino per tornare alla baita sprofondando nella neve, in silenzio, felici… mi sono abituata all’idea di incontrare l’orso e devo riconoscere che gran parte della paura è svanita, non solo, ma sempre più acuto è diventato il desiderio dell’incontro con questo animale venerato dagli indiani del luogo… La neve sembra portarci in un’altra dimensione, il lago con la baita di legno assume un aspetto sempre più affascinante… mi sento a casa, da giorni ho una sensazione di totale benessere; la realtà di questa esperienza, fatta di aspetti estremamente semplici, mi dà una grande serenità.

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Rientrata alla baita mi accingo a preparare lo zaino da caricare sui cavalli per il ritorno al ranch. Lascio la firma e un pensiero scritto sul libro di casa, proprio come si usa fare nei rifugi alpini, quasi per immortalare la presenza sul posto. Aiuto negli ultimi preparativi e a inchiodare l’asse di legno sulla porta per impedire all’orso di entrare a caccia di cibo. Selliamo i cavalli e nel pomeriggio iniziamo la via del ritorno: la temperatura si è alzata e la neve lascia il posto a una fitta pioggia che abbevera il bosco. La strada in discesa è lunga, ma il ticchettio della pioggia ci tiene compagnia. E’ tardi e pian piano cala il buio sulla foresta: mi ritrovo così a cavalcare tra scure sagome di abeti proprio quando pensavo di aver vissuto già tante emozioni. Fortunatamente il cavallo che mi precede ha il manto bianco, così riesco a intravvederlo nell’oscurità, prestando attenzione a non graffiarmi con i rami che mi sfiorano il viso. Il silenzio tra noi è ancora più profondo. Un attimo di paura nel percorrere un tratto ripido e scosceso lungo il torrente: Cauleen mi avvisa di lasciare una distanza di circa quindici metri dal suo cavallo per evitare che il passaggio di due animali troppo vicini provochi una frana del terreno, ma senza paura superiamo sani e salvi il tratto pericoloso.

Ormai è buio fitto e per fortuna la vista dei cavalli è migliore della nostra. Per qualche istante provo a chiudere gli occhi per sentirmi avvolta dalla magia di quel luogo, priva del corpo, liberi i pensieri, uno spirito della foresta. Il profumo nell’aria di legna bruciata ci annuncia la vicinanza delle case, finché iniziamo a scorgere le prime luci, come per incanto in mezzo agli abeti; sono le finestre illuminate del ranch. I proprietari ci vengono incontro, in ansia per il buio e la pioggia che abbiamo affrontato e soprattutto preoccupati nei miei confronti, ma li tranquillizzo subito con una gran risata, cui si uniscono le mie compagne, come me ubriache di stanchezza.

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L’indomani dopo colazione mi aspetta un’ultima galoppata nel bosco e mi preparo a tornare a Vancouver. Cauleen mi aspetta vicino al pulmino per regalarmi una banda intrecciata con crini di cavallo, da avvolgere sul cappello. Salgo sul pulmino e ripercorro la strada sterrata che mi aveva portato al ranch… mi guardo ancora intorno… Mai distrarsi nei territori dell’orso… pochi chilometri di strada che si snoda parallela a un torrente impetuoso, ed improvvisamente eccolo!!! Proprio lungo la riva! Cercato per giorni nelle sperdute foreste della British Columbia, arrivo a incontrarlo a due passi dal ranch, vicino alla strada sterrata… Non mi sembra vero… Stava attraversando il torrente per eclissarsi di nuovo nel bosco, avanzando con quella tipica andatura goffa e dondolante che lo caratterizza, è il cosiddetto ambio, come si definisce il suo incedere dovuto al movimento contemporaneo della parte anteriore e posteriore destra del corpo seguito dalla parte sinistra.

Forse si tratta di un esemplare maschio che ancora non ha trovato il luogo più adatto per il letargo invernale. Probabilmente la nevicata dei giorni precedenti lo ha spinto a un’altitudine inferiore… oppure è lo stesso esemplare di cui avevamo osservato le impronte sulla riva dello Spruce Lake.

Forse è semplicemente venuto per un saluto dopo averci spiato a lungo… chi può saperlo… so solo che il richiamo dell’orso dopo l’esplorazione delle foreste del Canada ha continuato ad appassionarmi, spingendomi a scoprire altre, uniche destinazioni, alla ricerca di nuovi incontri con orsi e grizzly in luoghi solitari e, tanto per proseguire, una prossima volta nelle terre dell’Alaska.

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Abbiamo fatto eliski in Canada… ma siamo felici?

 Abbiamo fatto eliski in Canada… ma siamo felici?
di Marcello Cominetti (pubblicato su marcellocominetti.blogspot.it il 19 febbraio 2013)

Calma, calma, mica sono andato in Canada a sciare perdendomi anche solo qualche giorno di Dolomiti in una stagione bella come questa…

Non è infatti di eliski in Canada che voglio parlare, ma di chi ci va.
E’ vero, generalizzare è troppo facile, ma lo farò ugualmente, anche se so benissimo che tra chi va in Canada a fare eliski ci sono ottimi sciatori appassionati.

Eliski nelle Canadian Rockies
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Questo scritto delirante prende spunto dal fatto che sempre più numerosi freerider, prima di venire a sciare fuoripista con me, scrivono tra le loro credenziali che hanno sciato in Canada usando l’elicottero. Premetto che non sono né pro né contro l’eliski in generale perché molto dipende da dove lo si fa: può essere molto remunerativo o molto stupido, ma non è di questo che voglio parlare.

Le più acclamate compagnie nordamericane di eliski hanno da anni messo a punto una formula, quasi sempre vincente, che permette a uno sciatore medio neppure troppo allenato di inanellare molti metri di dislivello in discesa (vertical feets) per aggiudicarsi gadget come giacche a vento, occhiali a maschera, berretti e guanti con su ricamata la prestigiosa dicitura “25.000, 45.000… vertical feets”. A parte il fatto che questi “riconoscimenti” sono a pagamento e non sono neppure a buon mercato, la cosa che più mi meraviglia sono i personaggi che li ottengono e che poi li sfoggiano con orgoglio snobbando il più delle volte chi non li ha.

Alberto De Giuli in azione lungo la diretta dei Ciamurch-Sella-Dolomiti

Eliski-Canada-DEGiuli-CiamurchOra, io faccio la guida da trent’anni e ne ho viste di tutti i colori, belli e brutti, ma parlando di sci “libero” mi ricordo che nelle nostre Dolomiti nei primi anni ’80 accompagnavamo fior di sciatori giù per canali ancor oggi considerati belli ripidi.

Ho avuto la fortuna di lavorare nelle Dolomiti con i francesi della scuola di sci estremo fondata da Patrick Vallençant di Argentière/Chamonix e portavamo gruppi di sciatori nei canali Holzer e Joel al Pordoi o allo Staunies sul Cristallo, nella Val Scura del Sassongher, solo per fare qualche esempio, quando questi canali venivano scesi rarissimamente e da pochi specialisti.

Il ripido era di moda in Francia e i miei colleghi d’oltralpe chiamavano la Val Mesdì del Sella Val Merdì, perché la trovavano noiosa e improponibile a chi si iscriveva a degli “stages di sci estremo”.

Ma ancora oggi, quando le previsioni meteo annunciano copiose nevicate, i miei amici di Chamonix, Verbier e del Monterosa vengono a sciare qui appena fa bel tempo. Sarà che le Dolomiti sono un terreno per il fuoripista tutt’altro che banale? E che noi guide alpine di queste montagne, abituati al ripido e con la corda sempre pronta nello zaino, non siamo così malaccio?

Siamo forse arrivati in ritardo su molte cose ma di certo non c’è terreno che ci impensierisca più di tanto.
Questo tanto per darvi un’idea. Stop.

Mattia Maldonado a telemark in Val Chedul
Eliski-Canada-MaldonadoOggi se qualcuno mi dice che ha fatto eliski in Canada so già che è un turista danaroso appesantito dal benessere e spaventato mortalmente dall’incertezza; che è stato messo comodo su un elicottero che lo ha depositato in cima a una discesa perfetta e che l’elicottero lo ha poi raccolto in fondo non appena la pendenza non gli consentiva più di scivolare a valle per portarlo in cima a un’altra discesa perfetta. Un beverone a base di cocacola per idratarsi e un paio di sci “fat” (come lui) ai piedi, per rendere il tutto fattibile et voilà, lo sciatore si sente invincibile e pronto ad affrontare ogni pendio.

Ma non nelle Dolomiti, dove ci sono le rocce, le pareti da aggirare, qualche metro a scaletta da fare e magari anche qualche metro in cui bisogna darci dentro con le braccia per spingere un poco o fare un po’ di lisca di pesce fino al pendio successivo.
Pochi giorni fa uno mi ha detto seccatissimo perché doveva risalire circa tre metri di dislivello in salita: “sono venuto a sciare in discesa!”
Certo è che con tutti quei caschi, paraschiena, occhialoni e accessori d’ogni foggia e peso, uno si muove pesantemente. Sciando fuoripista raramente si soffre il freddo. E’ uno sport, quindi ci si scalda.
Meglio essere leggeri, ma vaglielo a dire…
Insomma, se tra le credenziali che uno sciatore esibisce nel suo curriculum c’è l’eliski in Canada io tremo e mi dico: oddio cosa potremo fare senza cacciarci nei guai?
E’ come se uno mi dicesse che per scelta usa solamente uno sci, che ha lo zaino pieno di sassi o comunque qualcosa che lo impedisca terribilmente.
Certo tutta quella polvere, le tracce perfette, l’elicottero, i sigari cubani, i riconoscimenti a pagamento e tutti i soldi che uno deve sborsare per una settimana bianca come quella, rendono sicuramente soddisfatti quei personaggi che apprezzano questo modo di vivere la montagna d’inverno.

La felicità, però, è un’altra cosa.

Eliski in Canada
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