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Quale futuro adesso per la Dawn Wall?

Quale futuro adesso per la Dawn Wall?
di Cedar Wright (traduzione di Luca Calvi)
dalla rivista Climbing (www.climbing.com)

Credo che la Dawn Wall sia stata una vera figata, ma che si sarebbe potuto fare anche qualcosa di più!

Se la vostra risposta a questa frase, coniata con la maestria degna di un vero esperto, è “Ma cos’è la Dawn Wall”, allora la mia replica sarà “Senti, va’ a restituire la rivista al suo legittimo proprietario. Non sei uno scalatore, ammesso e non concesso che tu sia un essere umano”.

Per chi ami o anche solo sia appassionato di scalata su roccia la Dawn Wall è un qualcosa di imprescindibile. E’ stata è stata l’ascensione di profilo più elevato di cui sia stato testimone in più di venticinque anni di scalate a Yosemite e, oserei dire, anche l’arrampicata più “da fuori di testa” di sempre.

Tommy Caldwell assicurato da Kevin Jorgeson sull’ultima lunghezza di Dawn Wall
QualeFuturoDawnWall-CLIMBERS4-articleLargeForse c’è una sorta di energia karmica mediatica attaccata alla Parete della Luce di Primo Mattino sul Capitan, perché l’ultima volta in cui si era visto un battage simile a questo attorno ad una scalata su El Cap era stato quando Warren “Son-fuori-di-testa” Harding e Dean “Io-pure” Caldwell erano riusciti a venir fuori con le unghie dalla prima ascensione su quella stessa parete, salendo in vetta dopo una scalata in artificiale epica e carburata a base di vino.

Stavolta, grazie ai social media ed agli smartphone, Tommy e Kevin ci hanno portato dei selfie fatti su una big wall da 5.14d, aggiornamenti quotidiani sulla pelle delle dita e immagini di qualità professionale dedicate a panini imbottiti dall’aspetto invitante e gustoso. Questi ragazzi mangiavano molto meglio di quello che potevo fare io mentre me ne stavo tra le comodità del mio condominio a Boulder in Colorado, grazie ad una squadra dedicata di “sherpa spazzini” che risalivano quotidianamente lungo le fisse per andare dagli scalatori e rimpinguarli di code d’aragosta, caviale, fragole al cioccolato e bottiglie di Crystal.

Quando non occupati a mangiare come veri e propri re oppure ad affrontare scagliette tecniche, minime, buone solo per un’unghia e porosità microscopiche per i piedi, il duo composto da Tommy e Kevin poteva essere visto intento a fare una siesta, a guardarsi Netflix, oppure al telefono, a rispondere a domande mal formulate da parte di giornalisti poco informati. I mezzi di informazione principali, che operano con l’intelletto collettivo di un bambino di cinque anni con una lesione alla testa, avevano stabilito che quella scalata era stata un qualcosa di davvero grande, per quanto non avessero manco mezza idea di cosa si trattasse. Nella loro lotta disperata alla ricerca della comprensione di cosa diavolo stesse accadendo lassù, erano alla fine giunti alla comica ma precisissima conclusione che quelli che stavano scalando la parete lo stavano facendo usando solo “le mani e i piedi”. Vorrei aggiungere che sono stati usati anche i gomiti e le ginocchia, oltre ad altre cose!

El Capitan, Dawn Wall
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Per il circo mediatico di alto livello, in più, tutta la scalata è stata documentata dalla Big Up Production, che aveva mandato una squadra di cineasti ad accamparsi in pianta stabile sulla parete assieme agli scalatori, pronta a documentare ogni spaccata, ogni lofia ed ogni utilizzo del tubo per la defecatio in parete. La troupe cinematografica è riuscita a mettere assieme una vera e propria ragnatela di corde posizionate sopra, sotto, a lato, di fronte e a metà come stesse facendo un carpiato, il tutto per riuscire a fissare ogni momento duro in stupefacenti immagini ad alta definizione. Stiamo parlando di tecniche cinematografiche così avanzate da far fare ad Avatar la figura dell’Andy Griffith Show e da far sembrare l’Uomo Ragno uno che arrampica solo sul 5.4. A volte sembrava che lassù in parete ci fosse una vera e propria piccola città, con tanto di ingorghi di traffico e inquinamento luminoso. Tommy e Kevin potevano addirittura sfruttare le luci dell’operatore alla macchina da presa per illuminare il tratto duro che sarebbero andati a salire in redpoint ogni sera.

Per rendere le cose ancora più strane, hanno scalato nel bel mezzo dell’inverno. La missione del secolo ha un grandissimo debito di gratitudine verso i combustibili fossili, il CO2, le centrali energetiche a carbone e la mia vecchia Corolla, perché grazie al riscaldamento globale Kevin e Tommy si sono potuti godere tre settimane di tempo quasi perfetto per le scalate in pieno gennaio. Oddio, hanno schivato qua e là qualche bomba di ghiaccio, ma una delle minacce più grandi per il loro successo era rappresentato dal fatto che faceva troppo caldo per scalare durante il giorno! Per arrampicare aspettavano l’arrivo della notte, fattore che portava un piccolo e meno considerato beneficio, ovvero dava agli stilisti una gran quantità di ore di luce per la preparazione e la sistemazione del guardaroba e delle pettinature.

E così tutta quell’epica prova del fuoco è stata presentata in tempo reale grazie alle dirette della NBC. Due settimane di diretta, tanto che alcuni cinici sono arrivati a chiamarla “la Yawn Wall (la Parete dello Sbadiglio)”, perché stare a guardare quei ragazzi che cercavano di spingere oltre il limite l’arrampicata sulla big wall dava un senso di lentezza maggiore di quello che si prova ad osservare i panni che si asciugano. Io, personalmente, non riuscivo a starmene seduto sulla sedia, perché io El Cap l’ho scalato in libera e so che lì non è finita finché davvero non sei fuori da quell’oceano di roccia. Per quel motivo la Dawn Wall aveva iniziato a stressarmi fuori dai modi, non ne potevo più, aspettavo che per amor di Dio mandassero quella trasmissione che così poi potevo tornarmene alla mia vita. Poi, alla fine, grazie alla tenacia, ai tendini al titanio, a un allenamento certosino e al sole invernale, la Dawn Wall è stata liberata. Ditemi, quando mai avete potuto essere testimoni di qualcosa di simile in diretta sul vostro portatile??

Una volta issatisi sulla vetta, Tommy e Kevin erano ormai divinità tra gli uomini e la macchina mediatica aumentava di potenza. L’impresa fu annunciata al mondo come la più grande scalata in libera di una big wall a livello mondiale, della galassia e dell’universo tutto. Mi sentivo così ispirato che volevo addirittura staccarmi un dito per poter assomigliare di più a Tommy che, a quanto pareva, aveva incoraggiato in modo esagerato Kevin durante i suoi credo 579 tentativi di salire in redpoint il quindicesimo tiro. Era comparso su SportsCenter e su Today e non riusciva nemmeno a parlare! I suoi sforzi faticosi per riuscire a dare le risposte ai giornalisti lo facevano sembrare un Gollum con la faringite.

E dov’è che da lì poteva andare a finire la più dura e più insana delle imprese arrampicatorie se non sui divanetti di peluche dell’Ellen DeGeneres Show ? “Tutto quello che stavate facendo era pericoloso!” – ha detto Ellen dopo che Tommy aveva cercato di spiegare che in realtà salire in libera El Cap è relativamente sicuro. La stessa, poi, è andata ad esaminare fin nei più reconditi dettagli gli aspetti relativi al come tagliarsi un dito con una sega da banco ed alla fine li ha lasciati andare ambedue al loro allegro percorso in compagnia di un abbonamento quinquennale a Netflix e di una bottiglia di whiskey – ambedue cose che se per caso voi due non avete intenzione di usare potete sempre passare e lasciare qui, alla redazione della rivista Climbing!

Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson (a ds.)
QualeFuturoDawnWall-yosemite-climbA parte le mie cavolate, la Dawn Wall ha cambiato per sempre le vite non solo di Tommy e di Kevin, ma di tutti gli scalatori. Per molti aspetti questo è stato un avvenimento incredibilmente grandioso e positivo. L’arrampicata ha avuto parte del riconoscimento che si merita come uno degli sport più atletici e impegnativi al mondo. Il grande pubblico, adesso, è per un buon 10% meno all’oscuro di cosa voglia dire scalare una parete. Addirittura alcune persone sono ora in grado di conoscere la differenza tra salire in free-solo, salire in libera e salire sulla vetta dell’Everest!

In più, per una volta, i riflettori sono stati accesi sul posto giusto, indipendentemente dal fatto che i media avessero o meno anche la minima idea del motivo per cui ci fosse tutto quel battage. Si è trattato davvero di un nuovo livello di difficoltà per El Cap, ma, ad essere onesti, è stato anche un passo indietro per quanto riguarda lo stile se paragonato ad altre salite in libera su quella montagna. Molte delle altre difficili salite di Tommy su El Cap sono state realizzate in puro “stile capsula”, senza nessuno a portare cibo, nessun red-point che diventa pink-point, e in parecchie situazioni, come nel caso di Magic Mushroom e del Nose, con Tommy che torna a salire in libera quelle vie in giornata. Questo è probabilmente il passo finale verso lo stile perfetto, eccezion fatta forse per un free solo o per un fantasticabile free solo a vista, nudi, a piedi scalzi e senza magnesite.

E’ questa la grandezza dell’arrampicata, che è tanto uno sport quanto un’arte. Non ci sono regole assolute se non quelle che definiamo noi arbitrariamente, e per l’arrampicata ad essere importante non è tanto il “vincere” quanto lo stile. Evidenzio il fatto che ci sia ancora spazio per il miglioramento dello stile di questa magnifica salita e non lo faccio, credetemi, tanto per fare lo sborone di turno, no, sono uno che potrebbe fare il presidente del Fan Club di Tommy, ma per gettare un guanto di sfida per le generazioni future degli scalatori, che vadano a migliorare lo stile con cui è stata scalata la Dawn Wall! E che opportunità!

Quando ho chiesto a Tommy quali siano stati i compromessi stilistici usati per liberare la Dawn Wall, mi ha detto: “Abbiamo piazzato corde fisse, lavorato passaggi dall’alto, piazzato spit dall’alto, abbiamo usato portatori, avevamo con noi fotografi e avevamo con noi un sacco di materiale”. Ecco, questo è quello che mi piace di Tommy, è un ragazzo cui non piacciono balle e stronzate, ed è il primo ad ammettere l’esistenza di aree in cui ci siano possibilità di miglioramento.

Alla fin fine si suppone che l’arrampicata sia un divertimento e Tommy la mette giù così: “Vedevo la Dawn Wall come un gioco con regole fatte da noi per dare forma alla miglior esperienza possibile. A differenza del baseball, però, oppure del football o di qualsiasi altro sport organizzato, davvero, arrampicare sulle big wall non ha un manuale con regole o giudici, e così abbiamo il gran privilegio di poter avere dibattiti eterni”. Siccome lo conosco da lungo tempo e sono pronto a scommettere che in un qualche remoto meandro della mente lui ora sta cullando l’idea di tornarsene alla Dawn Wall per una salita più pura, gli ho chiesto quale sarebbe per lui lo stile perfetto e la risposta è stata: “A vista, in giornata, due persone che salgono ambedue in libera tutti i tiri. Nessun aiuto, da nessuno, oppure una salita in free solo a vista”.

Beh, certo, migliorare lo stile della Dawn Wall è più facile a dirsi che a farsi, può darsi che ci vogliano vent’anni prima che qualcuno anche solo ripeta la Dawn Wall, ma credo, o almeno spero, che alla fine sarà salita in libera a vista, poi salita in libera in un giorno e poi, alla fine, forse, tra un migliaio d’anni, sarà ripetuta a vista in giornata! Per me è questo il bello dell’arrampicata, c’è sempre un progresso! Ho chiesto a Tommy dove ritiene che le future generazioni arriveranno a portare l’arrampicata su El Cap e mi ha detto: “Penso che andrà in tante direzioni, ci sono così tanti modi per migliorare lo stile. Le vie più facili saranno salite a vista e più velocemente. Si saliranno dalla base al termine le vie esistenti senza fare ricorso alle corde fisse. El Cap sarà salito in free solo. Verranno aperte vie più dure e le gente andrà su quelle vie a farsi il culo così come ce lo siamo fatto io e Kevin”.

Fuori di testa tanto quanto tutto il circo che le gira attorno, la Dawn Wall è un’immagine che arriva dal futuro sempre più avanguardistico delle arrampicate sulle big wall. Allo stesso modo in cui negli anni ’60 gli scalatori avrebbero fatto fatica ad immaginare che El Cap sarebbe arrivato ad essere scalato regolarmente in libera, per noi oggi è altrettanto impossibile andare a scandagliare quali e quante imprese possano intraprendere gli scalatori del futuro su quella parete.

Tommy dunque pensa che ci sarà un giorno in cui qualcuno giungerà tranquillamente alla base della Dawn Wall senza informazioni o relazioni per poi scalare a vista la via in una giornata? Il sunto che ci ha regalato è piacevole e calzante: “E’ difficile immaginarlo adesso come adesso, ma El Cap ha sempre dato prova, una volta dopo l’altra, di essere più grande dell’immaginazione”.

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Che avrebbe detto Warren?

Che avrebbe detto Warren?
di Giuseppe Popi Miotti

E Warren…? Il mitico Warren Harding? Per alcuni di noi basta quel nome a suscitare emozione. Nei nostri occhi passa un lampo d’intesa ed un sorriso malizioso. A volte sbirciando chi ci sta vicino, ed arrampica, il sorriso diventa complicità: noi sappiamo, noi capiamo, noi in qualche misura abbiamo condiviso e condividiamo. Guardiamo l’appiattito mondo della scalata moderna e nella nostra mente, per quanto non voluto, si fa strada un misto di orgoglio e sconsolatezza.

Ma, in fondo, cosa avrebbe detto Warren di tutto ciò?

«Hey, perché ti preoccupi di loro? Lascia perdere queste cretinate. Se a loro va bene così, a te va bene così. Non pensare di fare sempre le cose con giudizio: preoccupati piuttosto di stare bene, di bere bene, e di scalare finché il cuore ti reggerà.»

Detto questo, il vecchio “Batso” ritorna nelle nostre menti e nei nostri cuori affaticati di montagna, di passioni, di amori e malumori… di sogni; monumento ribelle contro i benpensanti, le morali ed i moralisti, contro tutti i buoni propositi, le chiese e le parrocchie, contro i farisei ed i conflitti d’interesse di tasca e di spirito. Stella fissa per chi non vuole mollare e crede che ci sia sempre una via d’uscita anche nella situazione più disperata.

Caro Warren, protagonista di monumentali scalate e alluvionali bevute, sei di un’altra epoca, di un’altra cultura, ma non fa differenza. Ci insegni la tranquilla, pervicace resistenza alla stupidità, compresa la nostra, e il tuo messaggio resterà per tutti quelli che lo vorranno cogliere. Harding il selvaggio, Harding che ha aperto la sua Via a colpi di martello, Harding il cocciuto, arido e duro come il granito, Harding che sapeva ridere dei golden boys dell’arrampicata come di se stesso.

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Warren, che hai da dire di tutto ciò?
«Aah! Che dire! Le cose stanno così! E poi, si può sapere cosa stai farneticando? Che si fottano tutti! Guardali: sono anni che eiaculano ettolitri di inchiostro sulla carta, e adesso su internet, con le loro morali di scalatori. Hanno vomitato sentenze su quello che si deve fare e sul modo in cui lo si può fare. Come dei santoni vogliono imporre le loro leggi; e siccome sono le loro, si sentono anche gli unici in diritto di violarle. E perché mi rompi le scatole domandandomi pareri? Devi proprio chiedere ad altri quello che è giusto e quello che non è giusto? Hey, ragiona con la tua testa!»

Però, Warren, devi ammettere che in questo ambiente non ti ci ritrovavi neppure tu.
«Okay, Okay! Ma quando voi avete cominciato, io avevo già finito. Quindi non c’entro, non voglio entrarci proprio. Perciò, se hai finito di scocciare, dammi un bicchiere di vino.
Vabbèh! Ogni tanto guardo le riviste e non posso che restare nauseato. A guardarli sembrano tutti dei soldatini, con quei loro caschetti che li fanno somigliare a un esercito di formiche operaie. Con quella loro tracotante espressione di certezza, belli, puliti, tirati a lustro, bravi, bravissimi, ma senza un’oncia di Spirito.»

Beh, allora, Warren, vuoi raccontarmi un po’ di te?
«Qui va già meglio, va già meglio! Sono nato nel giugno del 1924, e sono figlio della Grande Depressione. I miei dovettero sudare le proverbiali sette camice per allevarmi dignitosamente in quegli anni terribili, e sono certo che il mio caratteraccio e la mia forza derivano da un miscuglio di geni e di dure esperienze fatte in quegli anni. Anche la mia voglia di emergere viene da lì. Ho sempre avuto un grande rispetto per quello che i miei genitori hanno fatto per me. Così, appena ho potuto, ho comperato una casa per mia madre e l’ho voluta mantenere finché ha campato. Però devo ammetterlo, non sono mai stato un grande lavoratore! Anzi, non escludo di essere diventato uno scalatore quando capii che, come operaio stradale, ero una frana. Il lavoro serviva solo per ottenere l’indipendenza che desideravo: mi serviva per guadagnare quel tanto che bastava; ma il mio vero lavoro era quello che facevo sulla roccia, appena potevo scappare da tutto e da tutti”.

Ah! Il tuo caratteraccio, la tua leggendaria resistenza sulla roccia e con l’alcol, la tua vita senza compromessi, la tua indipendenza di giudizio. Che hai da dirmi?
«E’ probabilmente una combinazione genetica di materiale; e grazie ad essa mi posso limitare a guardare la stupidità umana senza per questo essere Democratico, Repubblicano, Cristiano o Musulmano. Guardo e penso: ‘Che ammasso di stupida fottuta stupidità’. Riandando alla mia infanzia, ricordo di essermene sempre fregato dei pareri saggi. E fortunatamente non ho mai fatto rapine, bruciato e saccheggiato, anche se mi hanno arrestato cinque volte per guida in stato di ubriachezza. Per parere saggio intendo qualcuno che viene e ti dice: ‘Oh Warren, questo è tutto sbagliato’. E io gli rispondo: ‘Oh, veramente? Bene, francamente questo è quello che pensi tu. Ora mi stai dicendo che hai una soluzione migliore e che io la dovrei adottare? No, non penso proprio che lo farò.’ In vero non mi è mai capitato di comportarmi così, ma la mia indole mi porta a dire: ‘Hey amico, tu fai le tue scalate che io faccio le mie’.

Le grandi pareti, il buon vino, ma anche le donne e la velocità: questo sì che è vivere.

Ti confesserò che prima di iniziare a piantar chiodi, mi sono dedicato per alcuni anni alle corse automobilistiche. Da lì viene la mia folle passione per le auto sportive ed in particolar modo per le Jaguar. Mi dirai che sono auto un po’ snob per uno come me, ma se con qualche lavoretto permetti al motore di liberare tutta la sua forza… dovresti vedere.

E c’è un nesso fra le belle donne, le grandi pareti e le Jaguar. In tutti i casi si tratta di mondi misteriosi e magnifici dove l’aspetto estetico, le linee, i colori, le ombre e le curve assumono significati che ancora non ho ben compreso, ma che mi stimolano irresistibilmente. Su una parete, come con una donna, specie se la signora ha marito, ti senti sempre sul filo del rasoio. Spendi tutto te stesso prima nei preliminari, poi nella conquista e infine nell’atto stesso della… scalata; alla fine, sulla meta raggiunta, che c’è di meglio di un buon bicchiere di vino, per placare la sete del guerriero?»

Warren Harding nel 1957 apre il Nose

Harding-images1Lo sai che dopo la tua morte ti hanno messo anche sull’Enciclopedia Britannica?
«E’ una soddisfazione! Me lo sono meritato! Io non sono mai stato contrario alla pubblicità, che c’è di male nell’informazione? E poi, mica ho fatto poco. Se penso che, seppure indirettamente, devo parte della mia notorietà a Royal Robbins, quel “super ragazzo d’oro”, mi vien quasi da ridere. In Italia sarebbe stato un Legionario di Cristo o uno di quell’organizzazione che voi chiamate Comunione e Liberazione.

Royal era uno scalatore molto bravo, ma, come tutti quelli lì, era anche dannatamente troppo furbo per me. Quando, nel 1958, mi fottè la salita alla parete Nord-ovest dell’Half Dome, che eravamo d’accordo di finire assieme, io trovai logico e necessario gettarmi in un’impresa ancor più difficile e grandiosa. Restava da salire l’immane scoglio di El Capitan, ma, ovviamente, non invitai Robbins. Ci andai con Wayne Merry e Gorge Withmore e non mollai l’osso finché all’alba di quel 12 novembre, dopo 45 giorni su e giù per la parete, corde fisse, 675 chiodi e 125 chiodi a pressione, non misi piede sulla sommità. Ero sfinito: avevo perforato la roccia strapiombante per tutta la notte al lume della lampada frontale. Il giorno mi accolse lassù, in cima alla via del Nose; e mentre la prima luce definiva i contorni delle cose, faticavo a capire chi fosse il conquistatore e chi il conquistato. Ma di certo El Cap sembrava essere in condizioni migliori delle mie.»

Però dopo quella salita, e poi anche dopo quella alla “Parete della prima luce del mattino”, sei stato sottoposto ad uno spietato fuoco di fila da parte dei puristi dell’arrampicata. Royal Robbins in primis.
«Ah! ah! La mia risposta è… ‘che si fottano’. L’arrampicata è una cosa così dannatamente stupida. La gente moralizza su di essa, ma la gente, incluso il sottoscritto, fa cose stupide. Perché istituzionalizzare l’arrampicata? Se fosse come il baseball, la dovrei istituzionalizzare: fare regole e quant’altro. Ma l’arrampicata non è il baseball. Anche se a tanta gente piacerebbe che lo fosse. E cos’è questa merda sui chiodi a pressione? Anche se sei Ron Kauk… se c’è una parete compatta e non puoi piazzare protezioni, metti i chiodi a pressione. Che cos’è questa fobia? Io guardavo semplicemente quelle pareti e dicevo, ‘Hey, voglio farmi quella grande, incasinata goduria’. E la facevo… Ne ho fatte un sacco!

E Royal che stesse zitto! Quel lindo chierichetto del granito! Come se io non avessi dato prova di essere uno scalatore completo anche in arrampicata libera: chiedi in giro anche ai “moderni” cosa si pensa dell’Harding Slot, su Astroman, alla Washington Column; anche se qualche aiutino lo usai, eh.»

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La “Parete della prima luce del mattino” o Dawn Wall è stata qualcosa di veramente rivoluzionario. Tu e Dean Caldwell avete dimostrato che si poteva stare in parte per quasi un mese senza contatto alcuno con la base! Ricordo di aver letto il resoconto di Caldwell, su un vecchio numero del Reader’s Digest, rimanendone impressionato. In particolare mi colpì l’osservazione di Caldwell negli ultimi giorni di salita: “Eravamo partiti con le piante ancora verdi ed ora i colori dell’autunno stavano rivestendo la Valle…”
«La “Parete della prima luce del mattino” era un grande sogno, una gigantesca sfida dove la tecnica e l’uomo dovevano fondersi alla pari per produrre un risultato mai visto. Non ti dico la fatica di recuperare i sacchi nei primi giorni di salita: come puoi immaginare, insieme all’acqua, e a tutto il resto, avevo messo un’adeguata scorta di vino e di brandy. Facevamo circa una lunghezza di corda al giorno e, come in tutte le precedenti scalate, ho sempre cercato di avere il controllo assoluto di quello che facevo. Ma dopo giorni e giorni che vivi sulla verticale tendi a perdere il giudizio e la visione esatta delle cose. Ecco perché ad un certo punto ho fatto un volo di 15 metri! Ma anche solo perché ero Harding, e perché quella sarebbe stata la mia ultima grande impresa, non potevo mollare. Riprendemmo e fummo colti dal maltempo. Restammo per circa 110 ore nelle nostre amache, inumiditi e tremanti di freddo. I viveri stavano terminando quando il tempo si rimise. Quei rompiscatole del Parco si sentirono in dovere di venirci a soccorrere, e cominciarono a portare in cima al Cap, materiali e uomini. Allora, visto che non c’era altro modo di farmi capire, scrissi un bigliettino mettendolo in una scatoletta di tonno vuota, che lanciai in basso. C’era scritto: ‘Un soccorso è ingiustificato, non è voluto e non sarà accettato.’

Ma se lo vuoi sapere, in cuor mio immaginavo già cosa sarebbe successo se fossimo stati raggiunti da quel branco di zelanti samaritani della roccia. Ci sarebbe stata battaglia! Eravamo decisi! A colpi di martello, di bottiglie di vino e di brandy, li avremmo scacciati!

A novembre, il 18 novembre, ancora una volta in quel mese, misi piede sul Cap, raggiunto per una nuova via. C’erano ad attenderci centinaia di giornalisti, fotografi ed amici. Quando arrivai in cima, crollai sulle ginocchia e piansi come un bambino. Poi mi unii alla più grande bisboccia della mia vita; sulla cima del Cap. Finita la festa, portammo via tutto, lasciando ogni cosa come era prima!

Avevo ormai 42 anni. Per me il tempo delle grandi pareti stava finendo, e doveva finire in gloria!»

Però hai continuato a scalare anche dopo.
«Quando la scalata ti entra nel sangue non puoi mai veramente smettere. Scalare e bere buon vino sono state le mie due più grandi passioni, e ho cercato di viverle fino in fondo. La seconda mi ha fregato, e anche quando i medici cercarono di convincermi a smettere per allungarmi la vita di qualche anno, ho preferito continuare a gustare il nettare di Bacco. Per questo sono grato a Galen Rowell, che quando venne a trovarmi, tre giorni prima che morissi, mi fece il più bel regalo: svegliatomi dal mio stato semi comatoso gli chiesi un bicchiere di vino ed egli molto gentilmente si sentì in dovere di darmelo…
Comunque, per tornare alla scalata, voglio ricordare che nel 1989, ho rifatto anche la mia via del Nose: alla tenera età di 65 anni fui il più vecchio scalatore ad aver mai concluso quell’ascensione!»

Poi Robbins tentò di ripetere la New Dawn per schiodarla e cancellarne la memoria.
«Aaahh! Ma ti rendi conto! Quel pazzo invasato integralista!!! Lui e tutti quelli come lui possono andarsi a fottere!!! Ma che cosa pensano? Di avere la verità? Di essere gli unici a poter dire come devono stare le cose? Però, dopo qualche tiro, anche Royal ha dovuto convenire che la via era bella ed audace, e ha smesso di togliere i chiodi a pressione.
In ogni caso resta un gesto maledettamente tracotante.

 

Harding-135970_29061_L Immagino tu abbia saputo che la Dawn Wall è stata ripetuta in completa arrampicata libera. Che ne pensi? Non ti pare un risultato eccezionale?
Senza dubbio si tratta di un exploit di altissimo livello, ma, scusa se mi permetto, non l’avrebbero fatto se prima un certo Warren Harding non avesse “visto” e poi salito quella via. Individuare, leggere, creare la via con la mente per poi realizzarla, non importa con quali mezzi è secondo me l’aspetto più bello e importante; quello che viene prima di tutti gli altri. Comunque bravissimi Tommy Caldwell e Kevin Jorgesen, veramente bravissimi. E audaci.

Mi piace questo Caldwell, che non è parente di quello che fu con me sulla Dawn Wall nel 1970, ma pratica una scalata che unisce le più moderne tendenze alla grande tradizione del passato. La sua bellissima traversata per cresta del massiccio del Fitz Roy ne è la dimostrazione: sono sicuro che anche Royal, Yvon e gli altri, ne sono contenti. Anche Galen, che nel frattempo mi ha raggiunto, è entusiasta.

Però, dicci la verità: Allen Steck, Robbins, Chouinard, Pratt, Frost e tutta quella banda non ti andava troppo a genio.
«Mah! Io ho sempre pensato che non si deve prendere la vita troppo seriamente, non si deve prendere se stessi troppo seriamente e non si deve prendere l’arrampicata troppo seriamente. Questi erano tutti dei bravi ragazzi, convinti di fare qualcosa di veramente importante per sé, per l’arrampicata e forse anche per l’umanità. Che schifezze!

Erano bravi, ma forse avevano un po’ troppo il pallino del primo della classe e, se mi consenti, scarsa fantasia e umiltà. Ho scalato con quasi tutti loro, ma devo dire che secondo me avevano ben poco senso dell’umorismo e raramente sono riusciti a ridere di se stessi.

Così, contro questo tenebroso modo di pensare, con i miei amici più cari ho operato per anni nel fare cultura alternativa: se Steck faceva la rivista Ascent con tutti quegli articoli seriosi, noi facevamo Descent. E poi fondammo la “Lower Sierra Eating, Drinking and Farcing Society” che più che un’organizzazione era l’opposto.

Contro questi benpensanti della roccia, ho scritto anche un libro ironico e autoironico, che si intitola “Dawnward Bound: A mad guide to Rock Climbing”, ancor oggi è un cult fra gli scalatori più aperti.

Anche quando Chouinard, quel gatto mammone, ha inventato una linea di ferraglia e attrezzi per scalare, io non son stato da meno. Ti lascio però immaginare i prodotti della mia B.A.T. Basic Absurd Tecnology. Ah, ah, ah!!!

E allora, per finire, che cosa diresti del tuo stile, della tua filosofia?
«Ahhh, ancora con questa fissa della filosofia, ma che diavolo vi prende a tutti? Il mio era semplicemente un sogno, un sogno e una necessità. Sognavo di essere su quelle pareti color ocra, lisce e mostruose; sognavo di fondermi con loro e di uscirne strisciandoci sopra come una lucertola o come un verme. Pareti remote come quella del Monte Watkins o la Sud dell’Half Dome, erano un’immersione nel mondo selvaggio di cui un selvaggio come me aveva probabilmente bisogno. E non per conquistarlo, ma piuttosto per ritrovarsi. Per tornare a casa con la rassicurazione che quello spirito, da qualche parte, esisteva ancora, oltre che dentro di me. Poco m’importava dello stile pulito alla Robbins: le pareti che sceglievo non erano certo delle autostrade e poi, comunque, ho dovuto inventare anche alcune tecniche speciali per evitare un eccessivo uso dei chiodi. Mai sentito parlare del bat hooking (Tecnica inventata da Harding per evitare di metter troppi chiodi a pressione. Consiste nel praticare un foro di poco più di un centimetro nella roccia e di usarlo come sede per un cliff hanger (gancio appuntito) su cui si appende poi la staffa. In tal modo si risparmia tempo nella chiodatura. Ogni 4, 5 o più fori si mette quindi un chiodo a pressione sicuro. NdR)?».

Hai qualcos’altro da dirci?
«Bah! Direi che il silenzio è forse la cosa di cui il mondo dell’arrampicata moderna avrebbe più bisogno. Il tranquillo silenzio alla base della grande parete, fra i pini che sussurrano al vento, il sole che scalda e un buon bicchiere di vino rosso.

Bere metteva in pericolo la mia vita, ma non m’importava; semplicemente pensavo di voler vivere finché non sarei morto! 

Ed alla fine mi sono sentito pronto: gli pneumatici della mia auto erano consumati, avevo speso tutti i miei soldi e non c’erano dieci centesimi da parte…

Quindi senza troppi rimpianti me ne sono andato…

A proposito, amico, ho sentito dire che dalle tue parti fanno del buon vino. Non è che me ne hai portato una bottiglia? Eeh?!»

La parete sud-orientale del Capitan dove si svolge Dawn Wall. A sinistra, il Nose
Yosemite National Park, California, USA, Capitan

Warren “Batso” Harding ci ha lasciato per cirrosi epatica il 27 febbraio 2002.

Questa intervista impossibile è stata resa “possibile” per una serie di coincidenze. In particolare alcuni brani delle risposte di Warren Harding derivano da un’intervista che lo scalatore rilasciò nel 1999, alla giornalista Jane “Bromet” Courage.

La presente intervista è stata costruita avvalendosi di materiale storico e documentato. I toni e alcune affermazioni, che possono a volte apparire esagerati, sono stati pensati anche per enfatizzare lo stile rude, provocatorio e scanzonato dell’intervistato

Altri spunti e idee derivano da scambi di opinioni con un altro Hardinghiano di ferro, Paolo Masa, e a Silvia Miotti che hanno fornito diversi suggerimenti e preziose idee.