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L’umiltà di entrare nel cuore della montagna

L’umiltà di entrare nel cuore della montagna
(intervista a Carlo Alberto Pinelli)
di Nicola Pech

Incontro Pinelli una mattina di buona ora nella sua casa di Roma, in una delle poche giornate fredde di questo dicembre 2015 anomalo, senza neve. E’ intento a ravvivare il fuoco del camino mentre in cucina bolle l’acqua per il tè.

Carlo Albero Pinelli è uno dei padri fondatori di un alpinismo che ha fatto della tutela ambientale una ragione di vita. Accademico del CAI, regista, scrittore, fine intellettuale, presidente di Mountain Wilderness Italia, con la quale negli anni ha intrapreso progetti di tutela ambientale di grande respiro dal Monte Bianco all’Himalaya ricevendo importanti onorificenze.

Nessuno meglio di lui può soddisfare la mia curiosità di capire cosa hanno in comune la wilderness di Henry David Thoreau e Aldo Leopold, conosciuti durante voraci letture giovanili legate all’esperienza di frontiera americana, con il retroterra culturale di un’associazione di alpinisti europei, nata negli anni Ottanta del secolo scorso. Ci eravamo scritti qualche mail, mi aveva consigliato di leggere Arne Naess, alpinista e filosofo norvegese dell’ecosofia ma, per chiudere il cerchio, volevo fargli qualche domanda.

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Il fuoco del camino scalda la stanza e scioglie ben presto un po’di imbarazzo iniziale. Pinelli è gioviale, ha voglia di raccontare. Gli chiedo subito cosa hanno in comune alpinismo e ambientalismo, quali, secondo lui, i valori intrinsechi comuni.

E’ il grado di autenticità del rapporto con noi stessi, attraverso lo specchio della natura, il dare un senso non effimero, non superficiale, non mistificatorio all’avventura dell’alpinismo. Risulta quindi evidente che la scrupolosa conservazione di un così ricco serbatoio di natura dovrebbe assumere un’importanza di particolare rilievo per tutti gli alpinisti. L’incontro con la wilderness montana, proprio perché permette e favorisce esperienze decondizionanti e restituisce a ciascuno tutt’intera la responsabilità delle proprie azioni, delle proprie decisioni, delle proprie emozioni, può rappresentare un importante antidoto contro gli effetti malsani di un sistema che a causa della sua crescente complessità tende ad appiattire gli esseri umani, a circoscriverne gli ambiti di responsabilità, a rendere prevedibili e pilotabili comportamenti e bisogni, a negare qualsiasi dignità all’anarchia vitale del mondo interiore. Ne deriva che noi non dobbiamo avere nessun timore di connettere e sovrapporre nello stesso discorso valori ecologici-ambientali e valori etici e comportamentali. Proprio in tali connessioni si cela il senso dell’alpinismo come espressione di cultura: vale a dire in ultima analisi la sua qualità. Questo, almeno in teoria: in pratica tutto dipende dalla sensibilità dei singoli, siano essi semplici camminatori o avventurosi scalatori. Purtroppo l’esperienza insegna che a volte proprio gli alpinisti più noti rivelano nei loro comportamenti una visione riduttiva e al limite addirittura distorta dei significati dell’ambiente naturale in cui svolgono le loro eclatanti imprese. Non cessa di stupire la constatazione che costoro, pur mettendo spesso a repentaglio la propria vita per sentirsi davvero “vivi”, non percepiscano l’imperativo morale di lottare con tutte le loro energie contro i tentativi di indebita antropizzazione e banalizzazione di quelle vette selvagge che hanno reso e rendono possibili i loro sogni. Forse ciò dipende dal fatto che essi tendono a porre tra se stessi e la montagna il filtro sterilizzante del proprio “io” e della propria ossessiva aspirazione all’eroismo spettacolare. Per “entrare” davvero nel cuore della montagna occorre invece umiltà.

Umiltà dunque, rispetto della natura in sé e per sé, indipendentemente da un approccio utilitaristico e dall’ambizione personale. Chi sono, secondo te, gli alpinisti che hanno incarnato questi valori?
Senza timore di contraddire quanto ho detto rispondendo alla prima domanda, confesso che resta invece difficile isolare due o tre nomi di grandi alpinisti capaci di essere al contempo sinceri e intransigenti ambientalisti, in grado, se occorre, di anteporre la tutela delle montagne ai propri individuali progetti. Perché di costoro ce ne sono e ce ne sono stati tanti. Certo Messner fa parte del gruppo di testa, anche se ultimamente le sue iniziative architettoniche hanno destato forti perplessità. Nessun dubbio invece su Kurt Diemberger, su Fausto De Stefani, su Patrick Gabarrou, su Alessandro Gogna, sulla compianta Wanda Rutkievicz, su Chris Bonington, su François Labande, su Michel Piola, su Bernard Amy. E potrei continuare per un pezzo! Un ricordo a parte merita il vecchio Renzo Videsott, che si cimentava su vie anche estreme in Dolomiti senza lasciarne la descrizione o “targarle” col proprio nome. Pura gioia dell’arrampicata, libera da ogni personale vanità. Videsott, non è un caso, divenne in seguito il presidente del parco nazionale del Gran Paradiso.

Quali sono le motivazioni che hanno portato alla nascita di Mountain Wilderness nel 1988, durante il convegno internazionale del CAAI a Biella, dove vennero elaborate le Tesi di Biella documento fondante dell’Associazione? Quale il significato di Wilderness adottato dai soci fondatori?
Per capire le ragioni che hanno dato vita a Mountain Wilderness basta leggere la relazione introduttiva di Roberto Osio (ecco un altro nome da aggiungere alla precedente mia risposta!) scritta a quattro mani con il sottoscritto. L’invito a incontrarsi a Biella s’intendeva rivolto a quegli alpinisti che concordavano sulla necessità di trovare con coraggio e con fantasia una via efficace per opporsi alla progressiva designificazione della natura montana, con conseguente e speculare impoverimento della stessa esperienza dell’alpinismo. Era un’esortazione al coraggio e alla sfida, elementi chiave dell’’alpinismo, ad andare oltre all’ovvia opportunità di liberare le montagne dai rifiuti, a esplorare idee e strumenti adatti a non permettere la degradazione della montagna, bene di partenza. In quest’ottica, il termine wilderness, natura selvaggia secondo il vocabolario inglese, va al di là della sua definizione di stampo ecologico-paesaggistico per assumere un significato che potremmo chiamare umanistico, un significato nel quale trovano posto anche valutazioni di tipo psicologico ed etico. Il valore della wilderness risiede nella qualità del rapporto che essa riesce e favorire tra l’uomo civilizzato e la natura. C’è wilderness ovunque l’uomo, che ne senta davvero il bisogno interiore, possa ancora sperimentare un incontro diretto con i grandi spazi e viverne in libertà e in semplicità di cuore la solitudine, i silenzi, i ritmi, le dimensioni, le leggi naturali, i pericoli. C’è wilderness laddove l’ambiente naturale, proprio grazie alla sua autenticità, ci aiuta a scoprire quante poche delle protesi meccaniche e quanti pochi dei gusci protettivi che la società in cui viviamo ci impone siano veramente indispensabili e quanti rappresentino piuttosto soltanto un filtro sterilizzante posto tra noi e la vera voce della natura. La platea era evidentemente composta esclusivamente da alpinisti e questi sono stati, almeno agli inizi, il cuore della neonata associazione. Però col tempo l’attenzione di Mountain Wilderness si è rivolta con pari intensità anche alle popolazioni che hanno avuto il destino di nascere e vivere nelle vallate montane. Una sfida culturale complessa e irta di possibili malintesi. Ma sicuramente inevitabile.

Carlo Alberto Betto Pinelli tra due bambini afghani
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L’Ecologia Profonda a cui si ispira MW, con la sua critica alla società industriale, con l’idea della semplicità di mezzi e della ricchezza di fini, come si concilia con gli exploit alpinistici che hanno usato e abusato della tecnologia, sia per quanto riguarda i materiali sia per quanto riguarda la medicina?
Questa è un po’ una domanda trabocchetto. Ma la risposta a ben pensarci non è troppo complicata. Se perseguissimo l’utopia della purezza assoluta, rifiutando ogni sostegno tecnico, dovremmo arrampicare nudi dalla testa ai piedi e ovviamente legati a liane e non a solide corde sintetiche. Scarponi e ramponi: nemmeno parlarne! Abbandonare le vecchie piccozze dei nostri nonni per utilizzare attrezzi più moderni ed efficienti (questo è solo un esempio tra mille), non significa cedere a colpevoli compromessi consumistici: vuol dire semplicemente accettarsi come esseri umani e non come scimmie antropomorfiche. Diminuire i margini del rischio è lecito; illecito invece è emarginare il rischio e annullarlo più o meno del tutto, prevaricando per giunta sulle possibilità di scelta degli altri. La posizione di Mountain Wilderness, contraria all’abuso degli spit e al proliferare delle vie ferrate, segue questa linea. Rientra a pieno titolo nella risposta il problema dell’uso delle bombole d’ossigeno per vincere (che orrenda parola!) le più alte vette del pianeta. Credo che un simile uso andrebbe vietato dalle autorità dei paesi himalayani, o per lo meno deprecato con forza dall’UIAA e da tutto il mondo alpinistico serio. Troppi pseudo-alpinisti raggiungono vette un tempo prestigiose utilizzando tali mezzi, del tutto assimilabili a medicinali dopanti. Non prendiamocela con Hillary e Tenzing, ma ormai evitiamo di imitarli.

Per concludere non posso non chiederti del CAI e dell’atteggiamento bivalente nei confronti dei grandi temi ambientali. Penso all’eliski ma non solo.
Preferisco non parlare male del CAI, associazione che mi ha accolto giovanissimo e grazie alla quale sono diventato un alpinista. Resto con orgoglio socio del CAAI e della sezione di Roma, della cui scuola di alpinismo sono stato istruttore e direttore. Ho fatto parte del Consiglio Centrale e ho presieduto la TAM centrale. Depreco però che un’associazione così illustre e benemerita continui ad assumere posizioni tentennanti, a volta addirittura ambigue, quando si tratta di affrontare i temi scottanti della difesa delle montagne (i casi dell’eliski e della nuova funivia della punta Helbronner insegnano!). Mi sembra che i vertici del CAI continuino a nutrire il segreto terrore di essere assimilati a una qualsiasi associazione ambientalista militante, per definizione “poco equilibrata”. Un’associazione capace cioè di difendere la wilderness montana con le unghie e con i denti, anche correndo il rischio di aderire a slogan e a iniziative “garibaldine” non sempre suffragate al cento per cento da prove scientifiche, ma animate solo da un pericoloso “spirito profetico”. Non manca poi nel CAI il timore di assumere posizioni non condivise da tutto il suo sfaccettato corpo sociale. Così facendo lo storico Sodalizio troppo spesso si è auto-emarginato dal campo di battaglia. Che peccato!

Il tè nel frattempo è finito e anche la nostra chiacchierata. Mi congedo e Pinelli mi regala dei fogli con le “famose” Tesi di Biella e la relazione introduttiva di Roberto Osio. Leggo fino in fondo e forse questo, più di altre considerazioni, rivela il senso di quello che Pinelli mi ha lasciato: “Nessun alpinista, neppure il più famoso, può arrogarsi il diritto di giudicare dall’esterno le motivazioni interiori di altri alpinisti, magari più giovani, né criticare le loro scelte sulla base di regole del gioco che dovrebbero essere libere, ma vengono invece contrabbandate come confini morali. In montagna, regno della libertà, tutti i percorsi, tutti gli approcci sono leciti per definizione. Leciti ma a un patto: che non demotivino, o sterilizzino, o limitino gli altri approcci”.

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Dalla conquista della notte alla sconfitta del giorno

Dalla conquista della notte alla sconfitta del giorno
di Carlo Alberto Pinelli
(dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Una provocatoria riflessione
Horace-Bénédict de Saussure nel Voyages dans les Alpes scrive che i suoi primi tentativi di raggiungere la vetta del Monte Bianco avrebbero avuto un esito migliore se le guide reclutate a Chamonix non avessero sempre preteso di risolvere l’ascensione nell’arco di una sola giornata, dalle prime luci dell’alba al tramonto. “La gente del posto” annota lo scienziato ginevrino “non crede che sia possibile tentare di trascorrere una notte intera sui ghiacci, allo scoperto, senza gravissime conseguenze”.

Carlo Alberto Pinelli al Mountain Wilderness Wakhi Project, 2014. Foto: Anna Sustersic<<<<
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Quando cerchiamo di immaginare quali fossero le difficoltà, i timori, i blocchi psicologici che limitavano gli exploit dei padri fondatori del turismo verticale, spesso tendiamo a prendere in considerazione i materiali e il vestiario inadeguati, la paura dell’ignoto, le troppo elementari conoscenze delle tecniche alpinistiche necessarie per superare i ripidi pendii ghiacciati o i ponti di neve sui crepacci e così via. E sottovalutiamo quello che probabilmente rappresentò per lungo tempo uno dei più seri ostacoli con cui quei nostri predecessori dovettero fare i conti. Per calpestare vittoriosamente una vetta non bastava soltanto dimostrarsi all’altezza delle difficoltà tecniche e delle incognite che l’itinerario prescelto presentava. Era necessario anche affrontare una o più notti all’addiaccio, a quote e in luoghi inospitali, dove nessun uomo di buon senso fino ad allora aveva mai pensato di poter cadere addormentato senza risvegliarsi automaticamente nell’Aldilà. In altre parole: il successo dell’alpinismo dei primordi dipese in buona misura anche dalla conquista della notte. Una conquista che – al pari di molte altre – nascondeva in sé i germi di molte gravi future contraddizioni e degenerazioni.

È probabile che già in epoche precedenti a de Saussure alcuni ostinati cercatori di cristalli e cacciatori di stambecchi e camosci, sorpresi in quota dal maltempo o dalla nebbia, siano stati costretti a bivaccare sotto un sasso aggettante senza per questo lasciarci la pelle o impazzire. La storia però ha dimenticato le loro disavventure e ha assegnato il merito di aver infranto il tabù per primo al giovane e stravagante cacciatore Jaques Balmat di Chamonix. Costui, durante uno dei tentativi compiuti dalle guide della valle verso la vetta del Bianco, fu abbandonato dai compagni, smarrì la via del ritorno e venne arrestato all’imbrunire da un enorme crepaccio. In conclusione dovette trascorrere un’interminabile nottataccia nella bufera.

Un’esperienza di certo non piacevole, ma a quanto pare non abbastanza traumatica da indurlo ad abbandonare la “corsa alla vetta”. Anzi. Come è noto fu proprio lui, l’anno successivo e dopo un altro bivacco, a raggiungere per primo il culmine del Monte Bianco, insieme all’intrepido dottor Michel Paccard, quel fatidico 8 agosto del 1786 che oggi consideriamo – forse a torto – come la data ufficiale della nascita dell’alpinismo. Horace-Bénédict de Saussure, che aveva, come diremmo noi ora, “sponsorizzato” l’impresa, raggiunse anche lui la vetta, l’anno successivo, accompagnato da diciotto guide, da un domestico personale e da una cassa di bottiglie di Champagne. Per rendere meno disagevole l’avventura egli fece costruire in precedenza lungo il percorso due rudimentali ricoveri di pietra. Il secondo, posto sulle rocce dei Grands Mulets, resistette pochi inverni e nessuno ne conosce più l’esatta ubicazione. Esso tuttavia può essere considerato a ragione come il prototipo di tutti i rifugi d’alta quota delle Alpi. Ma i tempi, per quel genere di manufatti, non erano ancora maturi. Fu solo nel 1853, quando ormai l’ascensione al Monte Bianco era diventata quasi di moda tra i turisti più avventurosi, che le guide di Chamonix decisero di edificare di nuovo ai Grands Mulets una vera a propria capanna di legno e pietra. Si trattava, come è facile immaginare, di un tugurio puzzolente e privo di qualsivoglia sospetto di comfort. Niente cuccette e niente tavolato: i visitatori dovevano coricarsi alla meglio su mucchi di paglia ridotti a strame fetido. Anche se a noi oggi la cosa può sembrare inverosimile, abituati come siamo a ben altri scempi, quel primo modestissimo tentativo di antropizzazione della wilderness alpina causò notevoli dissensi e fu denunciato come una autentica profanazione.

Cartolina con un disegno di Samivel, L’heure de la soupe
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Simili edifici,” scrisse allora un alpinista inglese “grazie ai quali una curiosità banale può comodamente giungere ad ammirare scenari grandiosi, tradiscono il loro scopo. Sappiatelo! Se le comodità fanno due passi avanti verso il pittoresco, il pittoresco si ritira d’altrettanti passi!“.

Basterebbe sostituire l’antiquato temine “pittoresco” con il più moderno “paesaggio naturale” per ritrovare in questa breve frase una sorprendente modernità. Confesso che non mi dispiacerebbe poter stringere la mano a quell’inascoltato profeta. La sua sensibilità poteva e può apparire eccessiva; ma certo i suoi occhi interiori vedevano molto lontano.

Dalla metà del XIX secolo in poi i rifugi – sempre estremamente spartani – si moltiplicarono lungo l’arco delle Alpi. Al principio del XX secolo il solo Club Alpino Italiano ne possedeva già quasi cento. Quelle costruzioni, bisogna ricordarlo, erano ancora presenze discrete, rudimentali, spesso non prive di una sottile poesia. I loro profili, se da un lato inevitabilmente addolcivano un poco la selvaggia grandiosità degli ambienti che li circondavano, dall’altro lato contribuivano a donare a quella stessa grandiosità sovrumana un termine di paragone comprensibile; se preferiamo: ne permettevano per immediato contrasto una più intensa e struggente chiave di lettura. A mio avviso nessuno ha saputo descrivere con maggiore delicatezza di Samivel questo prezioso servizio di intermediazione culturale ed emotiva offerto agli alpinisti dalle sperdute capanne degli anni eroici.

Paul Gayet-Tancrède alias Samivel (Parigi, 11 luglio 1907 – Grenoble, 1 febbraio 1992)
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“… E tutta quella sterminata notte carica d’abissi ruotava intorno alla minuscola conchiglia di latta dove riposavano gli uomini. Là dentro c’era uno spazio addomesticato, ancora fremente di gesti umani, pieno di oggetti familiari, rassicuranti e ben delimitati: il profilo rustico di una panca, il rosseggiare delle ceneri nella stufetta, il rumore rasposo delle coperte sul tavolato. Nient’altro che cuori amici. Una specie di particolare tenerezza delle cose fatte per essere usate dall’uomo, fedeli come cani, uscite per una volta dal torpore interminabile in cui erano condannate a vegetare i nove decimi dell’anno e felici di servire finalmente a qualcosa, di giocare il loro gioco, di essere tavolo, panca, casseruola, coperta e non più oggetti incomprensibili sperduti nel caos delle pietre (…) Perché la capanna navigava, come un’arca carica di tepore e di vita, tra le lunghe onde del silenzio e della morte“.

Se mettiamo a confronto il carattere della maggioranza dei rifugi attuali, trasformati in alberghetti tanto confortevoli quanto congestionati, con l’atmosfera magica descritta da Samivel, l’abisso appare impressionante.

La “fragile arca” è stata spazzata via quasi ovunque, per far posto a solidissimi “transatlantici“, all’interno dei quali gli ospiti ritrovano fin troppe delle comodità lasciate in pianura; tra queste ovviamente l’affollamento eccessivo. Però addossare ogni colpa all’aumento vertiginoso dei frequentatori della montagna è una spiegazione che non basta a soddisfarci. Perché tende a trasformare quanto è avvenuto in una fatalità ineluttabile e cancella ogni responsabilità per le politiche di incentivazione indiscriminata delle attività alpinistiche praticate dai vari club alpini, pro loco, agenzie di viaggio, associazioni di guide, ecc.

Certamente non è possibile identificare il momento preciso in cui, nella pianificazione dei ricoveri alpini, la via del rispetto ambientale, della discrezione, dell’essenzialità fu abbandonata per scelte che hanno portato al trionfo delle attuali offerte. Se c’è un rifugio che ha riassunto in sé molti degli aspetti più discutibili della conquista della notte in alta quota, quel rifugio è senza dubbio la capanna Regina Margherita al Monte Rosa.

Un rifugio commisurato all’ambiente: La Cabane des Dix, Vallese
Cabane des Dix, Vallese

Intanto perché l’edificio fu innalzato, per la prima volta nella storia, proprio sulla vetta di una grande montagna; poi perché per costruirlo fu minata e spianata la stessa vetta; infine perché la faraonica, indecente ristrutturazione compiuta una trentina di anni fa, ha rappresentato una penosa testimonianza del ritardo culturale di ampi settori del Club Alpino Italiano.

Non sono oggi l’unico alpinista “romantico” che reputa che per i rifugi sia giunto il momento della resa dei conti e che urga affrontare un riesame globale dell’intero problema. La conquista della notte, proliferando sempre di più, in assenza di ogni regola, è sul punto di causare la sconfitta del giorno. Vale a dire la degradazione delle esperienze autentiche che l’alta montagna può ancora offrire a chi le si avvicina direttamente, rinunciando ad ogni protesi superflua.

A tale proposito le Tesi di Biella, elaborate nel 1987, al termine del Convegno dal quale è nata l’associazione Mountain Wilderness, dicono: “Il desiderio – teoricamente comprensibile – di convertire il maggior numero di persone alla pratica della montagna, facilitandone l’avvicinamento, ha innescato spesso processi di deleteria antropizzazione. Per fronteggiare la crescente domanda si è fatto ricorso all’apertura di nuovi rifugi, all’ampliamento progressivo di quelli esistenti, alla messa in opera di vie ferrate e di altri incentivi al consumo. Ma questa politica contiene gravi errori di valutazione. Essa infatti trascura i valori della wilderness – e della solitudine che la caratterizza – come cardini irrinunciabili della qualità dell’alpinismo. Noi crediamo che la progettazione e la capienza dei rifugi non debbano inseguire la richiesta dei potenziali frequentatori, ma vadano calibrate sulla quantità di presenze che gli ambienti naturali, più facilmente fruibili grazie a tali ricoveri, possono sopportare senza perdere di significato“.

Il nuovo rifugio Gonella al Miage (Monte Bianco)
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Oggi stiamo assistendo a un ulteriore, insidioso passo in direzione del declassamento dell’esperienza interiore dell’alta montagna. Insidioso proprio perché apparentemente positivo. Mi sono chiesto più di una volta cosa mi metta a disagio quando vedo le foto di rifugi e bivacchi ricostruiti su progetti all’avanguardia, firmati da veri e propri architetti. Sto pensando al nuovo rifugio Gonella al Miage, al bivacco “spaziale” dedicato a Gervasutti ai piedi della Est delle Grandes Jorasses, al nuovissimo e scintillante “colosseo” del Goûter, sulla via normale francese al Monte Bianco. In questi casi non sono solo le accresciute dimensioni a rendermi perplesso (anche se continuo a restare fedele alla convinzione, utopica quanto si voglia, secondo la quale quando un rifugio si rivela insufficiente a ospitare il crescente flusso dei visitatori, la soluzione non dovrebbe essere quella di ampliarlo, ma semmai di chiuderlo, per salvaguardare la qualità dell’ambiente montano circostante). Ciò che mi rende perplesso è anche la qualità dell’intervento architettonico. Quei rifugi, frutto di un design raffinato, mi disturbano perché li trovo “belli”. Belli però di una bellezza aggressiva e autocompiaciuta, riflesso del gusto estetico di un preciso momento storico. Una bellezza “databile” che, in quanto tale – precisamente in quanto tale – stride con il fascino primordiale dell’ambiente selvaggio circostante. Non rinnego quanto ho appena scritto commentando il toccante paragrafo di Samivel. Ma le modeste e disadorne capanne di un tempo traevano il loro significato di “ponte” tra gli esseri umani, figli del loro tempo, e la grandiosità atemporale dell’alta montagna proprio dall’essere solo umili zattere di salvataggio, architettonicamente insignificanti: tane di emergenza, sprovviste di indizi visivi capaci di collocarne la costruzione in una fase stilistica precisa. Le soluzioni architettoniche che caratterizzano i rifugi e i bivacchi di cui sto parlando ci trasmettono invece un doppio messaggio, mistificatorio e arrogante (anche se ancora fortunatamente marginale): primo, gli esseri umani sono in grado di “abbellire” la wilderness montana e, secondo, di conseguenza hanno il diritto di imporre su di essa la firma indelebile della propria storia, figlia del mondo della pianura. All’addomesticamento dello spazio, causato dalle eccessive dimensioni dei rifugi, si sovrappone così un parallelo e forse non meno deleterio addomesticamento dell’ultima superstite dimensione “fuori dal tempo” che avevamo la fortuna di poter sperimentare.

Il nuovo refuge du Goûter, Monte Bianco
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Un ponte verso il nulla

Un ponte verso il nulla
di Carlo Alberto Pinelli

Molti anni fa, di fronte al proliferare sregolato delle piste per lo sci di discesa, con il corollario delle loro aggressive e devastanti infrastrutture speculative, qualcuno di noi – al culmine della frustrazione – arrivò ad augurarsi che l’arrivo di un clima sempre più tropicale finisse per rendere l’innevamento così scarso e saltuario da scoraggiare investimenti indirizzati all’ulteriore sviluppo delle stazioni sciistiche. Un paradosso, naturalmente, ma non privo di una sua amara logica. Oggi che effettivamente quelle condizioni climatiche si stanno avverando (diciamolo francamente: purtroppo!) e il mantello nevoso da cartolina natalizia cede spazi sempre maggiori alle margherite – malgrado il costoso utilizzo dei cannoni spara-neve – i messaggi che ci giungono dai principali centri invernali sono tutt’altro che rassicuranti e anzi si allontanano sempre più da quelle che dovrebbero essere riflessioni sensate e saggi ridimensionamenti. Poco rassicuranti soprattutto per chi difende il valore etico e culturale di un sano rapporto tra gli esseri umani e la montagna. Tralascio di accennare qui allo scandalo del progettato collegamento funiviario tra la valle d’Ayas e Cervinia, perché di ciò si parlerà in altra sede e assai presto. E mi concentrerò su “scandali” diversi, forse meno macroscopici ma alla radice altrettanto inquietanti.

Punta Helbronner come saràPonte-nulla-01

Per far fronte al progressivo calo delle presenze degli sciatori gli operatori turistici europei stanno escogitando affannosamente nuove proposte alternative, capaci di riempire di un pubblico pagante, comunque vada la stagione, le migliaia di alberghi sovra-dimensionati, frutto della speculazione e dell’avidità consumistica. Purtroppo le proposte non vanno in direzione della riscoperta (e riproposizione in forme appetibili) del fascino della “frequentazione dolce”: passeggiate nei boschi a piedi o a cavallo, visite culturali, trekking con ciaspole verso le zone più alte, corsi di cucina tipica, incontri con i saperi tradizionali, ecc. ma insistono a offrire il miraggio patinato di una montagna da operetta, vissuta sempre più come una ludoteca in cui, senza pericolo e con limitata fatica, si possono gustare forti e volatili pseudo-emozioni, anche in mancanza di neve. Insomma, una squallida parodia, ricalcata sui peggiori stereotipi urbani.

Ho visto recentemente che la pubblicità delle stazioni sciistiche dell’alta Provenza invita il pubblico a visitare “Il paese della Cuccagna”. Qualcuno da quelle parti deve aver letto molto superficialmente Pinocchio!

Due o tre altri esempi chiariranno meglio il senso di quello che sto scrivendo. A Titlis, in Svizzera, è stata costruita una funivia con cabina rotante per raggiungere un ponte “tibetano”, sospeso nel vuoto e lungo ben 107 metri. A Solden in Austria, e all’Aiguille de Midi in Francia sono in funzione piattaforme protese sul vuoto, con pavimento di vetro: il brivido della vertigine è garantito! Perfino in Cina, nelle montagne Tien Amen, c’è ora un ponte-giocattolo, disteso tra una guglia e l’altra, a quota 4700 metri. Alla Punta Helbronner, sul confine tra Italia e Francia, entrerà in funzione un ristorante vero e proprio, gestito da Eataly. Anche in questo caso gli infreddoliti frequentatori lo raggiungeranno servendosi di una avveniristica cabina rotante. Non sarebbe male organizzare picchetti con striscioni di denuncia di fronte agli sfavillanti locali di questa tanto lodata catena di ristorazione. Qualcuno si candida?

Ferrata Tridentina
Ponte-nulla-tridentina1Con un filo di ironica esagerazione potremmo parlare di un concentrico tentativo di circonvenzione di persone alle quali, volutamente, non vengono forniti gli strumenti conoscitivi e culturali necessari per comprendere le dimensioni dell’inganno che stanno subendo e per accostarsi con piacere e curiosità a un rapporto con la montagna davvero alternativo.

Quando noi di Mountain Wilderness in un recente passato denunciavamo il rischio che l’esperienza dell’incontro con la montagna venisse ridotta a un infantile divertimento da luna park, davamo ingenuamente alle nostre affermazioni un significato soltanto analogico. Ora invece ci troviamo di fronte ad una realtà letterale. I ponti “tibetani” oscillanti, i passaggi su corda “alla tirolese”, le carrucole, ecc. offrono gli stessi identici brividi a buon mercato della grotta delle streghe dei vecchi luna park. Parchi tematici per frequentatori “mordi e fuggi”, di bocca buona.

Ricordate la campagna che la nostra associazione fece per arginare lo sviluppo delle vie ferrate? Allora moltissimi tra i frequentatori delle Alpi ci accusarono di estremismo elitario. “Perché” ci chiedevano “ve la prendete proprio con chi si impegna a raggiungere una vetta accettando di venire aiutato nell’impresa da qualche cavo metallico e da poche scalette? Non ci sono misfatti più gravi contro i quali puntare il dito?” Sì, in effetti c’erano allora e ci sono anche oggi. E tuttavia, con il senno di poi, bisogna riconoscere che la ragione stava già in quegli anni dalla nostra parte. I principi apparentemente innocui – o quasi – che giustificano le vie ferrate si sono rivelati semenze infide dalle quali è sbocciata la malapianta delle attuali macroscopiche aberrazioni. Il brivido della verticalità e della vertigine, il fascino di paesaggi ammirati dall’alto, il divertimento atletico, tendono a divenire gusci vuoti quando vengono conseguiti artificialmente, eliminando o riducendo al minimo il rischio calcolato, l’intelligenza nella scelta dei vari passaggi, l’intuizione dell’itinerario migliore, in una parola l’immersione nella montagna autentica, affrontata contando solo sulle proprie forze fisiche e energie psichiche. Non è un caso, ma piuttosto una deriva inevitabile, se il modello delle vie ferrate, esportato nel resto dell’Europa, si sia degradato a una grottesca caricatura. Un gioco da kindergarten per adulti di fronte al quale non si sa se piangere o ridere! Basta scorrere, ad esempio, la guida “Randoxigene-Via Ferrata”, edita dal Consiglio Generale delle Alpi Marittime francesi per rendersene amaramente conto.

Sento già la solita voce che esclama indignata: “Ma allora voi condannate ogni forma di divertimento all’aria aperta! Se pensate che divertirsi sia una colpa assomigliate troppo ai Telebani!” Cosa rispondere? Intanto premettendo che ciascuno può comportarsi come meglio credere purché (sottolineiamolo!) quei suoi comportamenti non interferiscano negativamente con le aspettative e i desideri di altri esseri umani. E poi il termine divertimento possiede diversi e anche opposti significati. C’è un divertimento epidermico, esclusivamente ludico, che ci allontana da noi stessi; e c’è un divertimento che può aiutarci a entrare più profondamente in noi stessi. Sinceramente non riesco a individuare molta dignità in un divertimento che altera, anche visivamente e in modo indelebile, il messaggio della montagna e allontana i suoi adepti dalla possibilità di aprirsi all’esperienza della natura incontaminata; non solo, ma rende anche impraticabile la fruizione degli stessi luoghi per chi fosse interessato a viverli in modo diverso. Il veleno che il modello delle vie ferrate secerne è sottile, inavvertito, facilmente sottovalutabile. Proprio per questo può essere assai pericoloso.

A conti fatti credo che dovremmo avere il coraggio di riprendere – magari in forme nuove e con parole d’ordine più articolate – questa nostra vecchia battaglia. Senza tema di scandalizzare qualcuno e di andare, come sempre, coraggiosamente contro-corrente.

Ristorante girevole dello Schilthorn

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