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Cardoso e Stazzema, a vent’anni dall’alluvione

Cardoso e Stazzema, a vent’anni dall’alluvione
a cura del Coordinamento Apuano
(l’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 1916 su quotidianoapuano.net)

Il Coordinamento Apuano esprime solidarietà agli abitanti del paese di Cardoso per la lotta che stanno conducendo, nell’anniversario dell’alluvione del 19 giugno 1996, per rendere la comunità protagonista delle scelte di governo del territorio. In una valle fragile caratterizzata da pendii boscosi franosi, con rischio idrogeologico elevato, gli abitanti in una lettera/petizione inviata al Ministro dell’Ambiente Galletti lamentano l’assenza della messa in sicurezza dei versanti dei monti e l’apertura di una nuova cava nel centro dell’abitato, di fronte alle nuove case e al Palazzo della Cultura, in assenza di indagini idrogeologiche volte alla verifica di possibili interconnessioni con le falde acquifere e senza sapere quali saranno le dimensioni effettive dell’area estrattiva. Un’area industriale nel mezzo di una zona residenziale a vocazione turistica: come potranno mai coesistere i rumori, le polveri, i transiti dei camion i cui orari, oramai, non conoscono limiti, né giorni di riposo con lo svolgimento delle attività commerciali? Un futuro che sgomenta gli abitanti che hanno investito ingenti somme per la ristrutturazione delle case e per l’apertura di nuove attività economiche e che si vedono ora di fronte lo spettro di una rapida svalutazione economica e il depauperamento dei loro beni. L’apertura della cava sembrerebbe, tra l’altro, solo la punta dell’iceberg di un progetto estrattivo esteso e coinvolgente tutta la vallata da realizzare con l’apertura di nuovi siti di escavazione.

Gli abitanti della vallata sono allarmati, inoltre, per la decisione presa dagli amministratori di costruire, poco prima del paese di Cardoso, in località Col del Cavallo, uno stabilimento di produzione di pellet alimentato da un impianto di “pirossigaficazione di biomassa legnosa in regime di cogenerazione” che non brucerà legno di castagno (di cui sono pieni, invece, i boschi della vallata), né fornirà energia termica per gli edifici pubblici, ma che produrrà in compenso emissioni nocive e traffico pesante in entrata e uscita dallo stabilimento, con aggravamento delle disastrate condizioni dell’unica strada che già sopporta i movimenti veicolari derivanti dall’attività estrattiva della pietra di Cardoso. Gli abitanti hanno chiesto inutilmente agli amministratori locali e al Governatore della Regione Toscana il senso di un impianto che esclude l’utilizzo del castagno, l’albero più diffuso sui versanti della vallata, e non serve, dunque, per mantenere i boschi puliti, mentre, invece, potrebbe arrecare danni alla salute pubblica.

Strada Stazzema – Gallicano
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E sempre nell’ambito della corretta gestione del territorio e dei beni comuni grande perplessità e numerose domande si addensano sui lavori effettuati sulla strada Stazzema – Gallicano dove sono stati stoccati quasi i 10.000 mc di scarti di cava, materiale che doveva essere conferito in discarica, ma che attraverso un accordo stipulato tra l’amministrazione di Stazzema e la società DA.VI Srl, concessionaria del vicino sito estrattivo, è stato utilizzato per la manutenzione della via bianca dissestata a causa delle intemperie. Il risultato dell’intervento è, però, un esteso allargamento della strada con innalzamento del manto, in alcuni punti, di quasi un metro con i detriti riversati lungo il ciglio soggetti a scivolamento con pericolo di frane lungo il pendio. Ci chiediamo a questo punto se è stato redatto un progetto di manutenzione per la strada e se la società incaricata dei lavori sia competente in materia e se questa tipologia di lavoro rientri nel proprio oggetto sociale. Il timore è che si sia trovata una facile e vantaggiosa soluzione per lo smaltimento degli scarti e per il ripristino della strada, ma con notevoli effetti impattanti ambientali e con l’aggravio del pericolo frane.

Per discutere di tutte queste tematiche e per mostrare la propria vicinanza agli abitanti della valle, il Coordinamento Apuano ha deciso che il prossimo incontro delle associazioni ambientaliste si svolgerà a Cardoso il 12 luglio alle ore 17.30 presso il Palazzo della Cultura. Sarà un incontro aperto per un confronto a vasto raggio su tutte le problematiche delle Alpi Apuane, per unire e per rendere la comunità l’unica vera artefice della gestione del territorio.

Strada Stazzema – Gallicano
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Alluvione della Versilia del 19 giugno 1996
(da wikipedia)

L’alluvione della Versilia è stata un grave evento alluvionale che colpì parte della regione storica della Versilia in Toscana il 19 giugno 1996 a seguito di un fenomeno temporalesco particolarmente violento avvenuto nel passaggio tra la primavera e l’estate.

Fatti precedenti l’evento
Il mattino del 19 giugno 1996 il cielo della Versilia era terso: le previsioni davano infatti cielo sereno o poco nuvoloso. In realtà quel giorno era in atto sulle creste delle Alpi Apuane uno scontro di aria fredda proveniente dal Nord Italia con aria calda umida proveniente dalla costa, che causò una rapidissima evoluzione meteorologica, favorendo dunque la formazione di un’apparentemente modesta cella temporalesca alta però 12 km e larga circa la metà, assai carica di precipitazioni (temporale convettivo). Violentissimi nubifragi si scatenarono a partire dal primo mattino sulle Alpi Apuane interessando tutto l’alto bacino dei torrenti Serra e Vezza (questi ultimi confluenti in un unico corso d’acqua a Seravezza, il Versilia) sullo spartiacque occidentale, e tutta la parte alta del bacino del torrente Turrite di Gallicano sullo spartiacque orientale. Le precipitazioni interessarono anche parte del bacino del fiume Camaiore. Tutto questo mentre sulla piana della Versilia cadevano soltanto poche gocce di pioggia. In poco tempo le straordinarie precipitazioni (con punte di oltre 150 mm in un’ora sull’alto bacino del Vezza) causarono svariati smottamenti, e i corsi d’acqua si ingrossarono rapidamente. A fronte di una breve pausa, avvenuta in tarda mattinata, le piogge ripresero a cadere ancora più intensamente nell’arco della giornata che va da mezzogiorno sino al primo pomeriggio, per poi scatenarsi il diluvio. Piogge copiosissime scossero le montagne e i valloni nei pressi del paese di Cardoso dove vari torrenti minori danno origine, presso l’abitato, al torrente Vezza.

Intanto in pianura nessuno poteva lontanamente prevedere quanto stava accadendo: nella zona di Pietrasanta, presso il breve tratto di pianura del fiume Versilia erano caduti appena 5–10 mm di pioggia. Si attivò la protezione civile premurandosi, verso le 14.00, di controllare i valori pluviometrici sulle Alpi Apuane scoprendo che uno degli idrometri presso il centro di Pomezzana nell’alta valle del torrente Vezza, registrava un valore cumulativo di precipitazioni da record, con 440 mm in appena 8 ore e una punta massima di 157 mm in un’ora. Nel timore che si potesse verificare qualche onda di piena improvvisa, vennero subito controllati i livelli dei fiumi, soprattutto il Versilia che ad una prima osservazione risultò essere, dopo la grossa onda di piena del mattino, ingannevolmente in calo.

Ore 13.00: il disastro
In realtà il disastro si era già compiuto e un’enorme piena stava per giungere sul fiume Versilia.

Verso le 13.00 in alta valle, il torrente Vezza (tratto alto del fiume Versilia) dava inizio alla sua corsa devastante verso valle presso il centro di Cardoso: qui infatti, a detta di testimoni oculari, vennero dapprima uditi numerosi boati provenienti dalle montagne dopodiché giunsero ripetute ondate di acqua, fango e detriti alte fino a 4-5 metri provenienti dai valloni dei torrenti confluenti presso il paese, che venne dunque investito e distrutto quasi completamente.

La rapidità e la violenza improvvisa dell’evento trovò la sua giustificazione nel fatto che già dal mattino le fortissime piogge, unite alla siccità che da mesi affliggeva la zona, avevano reso ancora più fragili i già instabili versanti delle Alpi Apuane causando enormi frane di terra, detriti e tronchi che avevano bloccato, con sbarramenti temporanei, tutte le valli dei corsi d’acqua a monte di Cardoso che danno origine al torrente Vezza; si erano dunque creati svariati bacini di acqua effimeri che, cedendo poi tutti insieme di schianto nel primo pomeriggio sotto le incessanti precipitazioni, hanno dato luogo a un’onda di piena catastrofica.

Dopo aver devastato Cardoso la piena proseguì sul torrente Vezza ed investì dapprima il centro di Ponte Stazzemese (dove giunse a lambire il 2º piano delle abitazioni, facendo in parte crollare un intero albergo) per poi raggiungere Ruosina dove sommerse l’intero abitato, cancellando quasi completamente la strada di fondovalle. Ulteriori apporti di acque giunsero nel frattempo al Vezza da ogni valle laterale alimentando sempre più la sua piena.

Alluvione del 19 giugno 1996 a Cardoso
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Verso le 15.00 la piena giunse furibonda presso la cittadina di Seravezza che venne per gran parte sommersa da 2-3 metri d’acqua; in questo tratto il torrente Vezza ricevette poi da destra anche la piena del suo principale affluente, il torrente Serra e mutando da questa confluenza in poi denominazione in “fiume Versilia”, proseguì impetuoso e stracolmo di detriti verso valle, mandando letteralmente in avaria (nel momento in cui segnò il valore di 4,50 m sopra lo zero idrometrico), l’unico idrometro presente lungo la sua asta fluviale. Non si conoscono perciò altri dati relativi all’altezza massima di piena se non quello relativo alla picco massimo di portata, stimato in seguito all’evento, in circa 571 m³/s, valore assolutamente eccezionale e incontenibile per un fiume modesto come il Versilia.

Dopo Seravezza il Versilia sormontò e distrusse tutti i ponti nei pressi dei centri di Ripa, Corvaia e Vallecchia, abbandonando il suo tratto vallivo e trovando sbocco nella pianura della Versilia: in questo tratto il fiume (canalizzato e deviato nei secoli passati in un alveo artificiale che sfocia nel pressi di Cinquale di Montignoso), dilagò letteralmente presso la località San Bartolomeo di Pietrasanta a causa del sormonto e conseguente cedimento di un ampio tratto del suo argine sinistro, creandosi dunque un nuovo corso verso sud, ovvero seguendo l’antico tracciato del suo vecchio alveo di scorrimento, causando così un’estesa inondazione di tutta la porzione ovest del comune di Pietrasanta sino alla frazione di Marina di Pietrasanta, Forte dei marmi e parte del comune di Montignoso.

Nel frattempo la tragedia aveva colpito anche il versante orientale delle Apuane in Garfagnana: nell’alta valle del torrente Turrite il centro di Fornovolasco venne letteralmente devastato dalla piena del corso d’acqua. Più a valle invece i danni furono minimi grazie alla presenza di un lago artificiale sul corso d’acqua che, completamente vuoto per manutenzione, fu in grado di accogliere frenandone l’impeto gran parte della piena salvando il centro situato più a valle di Gallicano. Verso le 18.00 i pluviometri di Pomezzana e Retignano, in Alta Versilia, mostrarono valori cumulativi di precipitazioni rispettivamente pari a 478 e 401 mm in 13 ore. Quello di Fornovolasco, in Garfagnana, 408 mm. Questa tragedia, considerata come una delle peggiori alluvioni che abbia mai colpito la Toscana dopo l’alluvione di Firenze del 1966, causò anche un elevato numero di vittime: alla fine dell’emergenza si conteranno 14 morti, quasi tutti a Cardoso e un disperso.

Colata di detriti di cava di marmo in Alta Versilia, vista dalla strada Levigliani-Galleria del Cipollaio
Alpi Apuane, da strada Cipollaio-Levigliani, cave di marmo

Considerazioni
(a cura della redazione di Gognablog)
Anche senza i detriti di cava che invadevano (e ancora invadono) sia i ripidi versanti delle montagne dell’alta Versilia sia il fondo dei loro torrenti, questa tragedia si sarebbe verificata. Ma di certo le conseguenze sarebbero state assai meno devastanti e tragiche. A vent’anni la situazione è ancora tale e quale, anche perché solo in questi ultimi anni comincia a essere chiara l’origine della maggiore responsabilità nei fenomeni franosi.

A questo proposito, basta consultare cosa scrisse a suo tempo www.ispro.it – l’Istituto Studi e ricerche sulla Protezione e Difesa Civile (http://www.neteservice.it/ilfiumeversilia/alluvione_Versilia96.htm). Si vedrà che non veniva neppure presa in considerazione l’ipotesi che le frane potessero essere ingigantite dalle immani colate di detriti di cava rilasciate sui versanti e che gli effetti dell’alluvione potessero essere apocalittici perché gli alvei erano ingombri di altrettanto materiale. Riportiamo qui i punti 4 e 5, nei quali a questa possibilità neppure si accenna, neppure dove ce lo si dovrebbe aspettare (punto 5):

4) Fenomeni franosi.
I danni più gravi sono in parte da attribuirsi alle numerose ed estese frane che, nella parte montana dell’area colpita, hanno ostruito le vie di comunicazione interrompendo le linee elettriche e telefoniche e interessando anche costruzioni abitate. Le frane hanno anche parzialmente o totalmente ostruito i corsi d’acqua creando bacini effimeri di ritenuta il cui cedimento ha aggravato gli effetti delle piene. Attualmente sono in corso verifiche geologiche a tappeto promosse dal Dipartimento della protezione Civile ed effettuate da gruppi di intervento provenienti dall’Università di Pisa. Da lunedì 24 la ricognizione è seguita, nei casi di maggiore gravità, da esperii del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche del CNR.

Il materiale franato dai versanti ha contribuito all’innalzamento ulteriore del livello dei torrenti, aumentando anche la quantità di materiale solido trasportato dalle acque. Questa accentuata franosità va ascritta non solamente alle eccezionali precipitazioni, ma anche alle caratteristiche geologiche e morfologiche del territorio, che presenta una formazione rocciosa di arenaria e scisti (detta pietra del Cardoso) coperta da una spessa coltre di detriti particolarmente instabili e franosi. In particolare, nella zona tra Seravezza, Ruosina, Levigliani e Ponte Stazzemese è presente una formazione scistosa, localmente ricoperta da un sottile spessore di detrito argilloso e quindi instabile, che ha causato alcune frane particolari dette «colate di detrito e fango». Non va dimenticato, inoltre, che i versanti sono, nella zona, particolarmente scoscesi, innalzandosi dal livello del mare sino a circa 2000 metri in pochi chilometri.
Il terreno, inoltre, essendo intensamente boscato, risultava particolarmente appesantito e questo ha aggravato il fenomeno franoso.

5) Concorso di concause di origine antropica.
L’Autorità di Bacino del Fiume Serchio, in una relazione preliminare del suo Segretario Generale, segnala, oltre all’eccezionalità dell’evento atmosferico, alcune possibili concause di origine antropica, quali rifacimenti viari non rispettosi delle pendenze trasversali, l’insufficiente ampiezza di talune luci di ponti e la presenza, soprattutto nel fondovalle, di passerelle e costruzioni, nonché la scarsa manutenzione degli alvei nel tratto montano e la mancata potatura di alcuni boschi, causa dell’appesantimento dei terreni. A riguardo del fondovalle, inoltre, viene segnalato che il fiume Versilia segue un percorso artificiale. Queste osservazioni, redatte in forma generica, dovranno essere puntualmente verificate dall’analisi del territorio, con particolare riguardo alla loro collocazione in relazione al punto della rottura dell’argine ed alla dinamica della piena. Si evidenzia, peraltro, che la quantità di materiale confluita nei torrenti e nei fiume a causa dell’intensità delle piogge e dei citati fenomeni franosi, ha contribuito ad appesantire ed aumentare la portata dei corsi d’acqua.