Posted on Lascia un commento

Santnerjoch revisited

Santnerjoch revisited

Estate 1959
(dal mio diario, gennaio 1961)

Quando da Vigo di Fassa arriviamo al Ciampedie in seggiovia vado subito al rifugio, situato sulla cima del Monte Ciampedie. Del rifugio non m’importa nulla, m’interessa poter marcare come fatta la cima del monte. Salvo poi scoprire che questa è un po’ spostata…

Convinco poco facilmente l’intera famiglia comprensiva di nonna ad andare al rifugio Roda di Vaèl. Prendiamo il sentiero 545, oltrepassiamo una frana selvaggia, poi nel bosco in saliscendi più o meno marcato. Mi preoccupo, perché vedo che il sentiero scende più che salire. Incontriamo un signore obeso che cammina con difficoltà. Questi, incontrando la nonna, dichiara che lei non avrebbe mai potuto raggiungere il rifugio, per via della salita dopo la malga di Vaèl. Per quanto la nonna sia propensa, non gli diamo retta e continuiamo. Dopo le Rondolae e due ponticelli di assi arriviamo alla malga. Qui ci riposiamo, con la cornice dello splendido Vajolon. Attacchiamo la salita alla fine della quale si vede il rifugio. Non è così spaventosa, e alla fine ci troviamo tutti assieme nella saletta del rifugio. Proseguiremo verso il rifugio Paolina e con la seggiovia al Passo di Costalunga.

SantnerRivisited--TIC0-0095

La gita al Col Rodella si differenzia dalle altre perché ci trovammo in mezzo a una bufera. Da Campitello, papà e io, non ricordo più per quale ragione, prendiamo la seggiovia prima di mamma e nonna (forse dovevano comprare qualcosa). Arrivati a fine corsa le aspettiamo: fa un freddo cane, non si può resistere. Così decidiamo di salire in vetta al Col Rodella, dove c’è il rifugio. Sono 10 minuti, ma le raffiche di vento sono impetuose. Entriamo e andiamo a un tavolo, tenendo il posto alle donne che stanno per arrivare. Quando le vediamo sono paonazze per il vento e il freddo preso in seggiovia. La mamma aveva difficoltà a parlare ma, nonostante ciò, quando stava per sedersi al tavolo ha biascicato “piccicaticcio” indicando con schifo evidente la superficie non ben pulita. Igiene e pulizia anche se si è mezzi assiderati…

Col Rodella
SantnerRivisited-!B7Pp2y!!mk~$(KGrHqUOKpYEy+jC0B))BMzqC8tRQg~~_35

La gita continua con la discesa al Passo Sella, ma raggiunge il culmine con la risalita alla seggiovia per tornare. Nessuno di noi ha la giacca a vento, solo la nonna ha l’impermeabile. Nevica e c’è una nebbia che entra nelle ossa. I seggiolini sono completamente bagnati, l’inserviente ci mette sopra un cartone, ma il disagio è evidente e continuato fino a Campitello.

Un giorno io e mio padre andiamo al rifugio Vajolet, rapiti dalla bellezza dei Dirupi di Larsec e del Catinaccio. Raggiungiamo il rifugio con un po’ di fatica per via dell’afa. Preferiamo il contiguo rifugio Preuss, dove mangiamo due enormi piatti di pastasciutta al ragù. Poi inizio il lungo processo di convinzione di mio padre per salire la gola che porta al rifugio Re Alberto I. Lui guarda in su e si rifiuta di proseguire dicendo che è pericoloso, che ormai la meta della giornata è raggiunta, ecc. Per sfiancarlo, lo costringo a chiedere al padrone del rifugio se ci possiamo andare. Quello per mia fortuna risponde di sì e così c’incamminiamo, lui piuttosto riluttante.

Riconosce anche lui comunque che non v’è alcuna difficoltà, solo fatica. Arriviamo così al rifugio Re Alberto I 2627 m. Ormai ho ben chiaro in testa il disegno di raggiungere il mitico Passo Santner 2741 m con il quale avrei migliorato il mio record di altezza. E pazienza se nel frattempo l’amico Paolo Baldi aveva migliorato il suo salendo sulla Marmolada per la via del ghiacciaio.

Espongo a papà il mio desiderio, ma lui si arrabbia tanto che non insisto. Gironzolo nei dintorni, sotto alle meravigliose Torri del Vajolet, tocco il Passo Laurino, dal quale però non si vede panorama, solo gole aspre e rocce appuntite.

Sono proprio scontento, e mio padre, vedendomi così abbattuto, mi chiede se poi, una volta al Passo Santner, c’è ancora qualcosa d’altro da salire. Lo rassicuro che non c’è altro, a meno di non fare scalata sul Catinaccio.

Esce dal rifugio per vedere il cammino che c’è, la risalita di un ghiaione non lunghissimo. Poi s’informa se c’è panorama. Io gli dico che c’è ed è magnifico. Alla fine c’incamminiamo, e davvero dopo poco tempo arriviamo al passo. Mio padre rimane estasiato, contentissimo alla fine che io abbia insistito così tanto.

Sono felice di essere a 2741 m, ma facendo finta di niente salgo ancora un po’ verso il Catinaccio per racimolare qualche altro metro, direi fino a 2750 m. Mio padre è stato molto contento di quella giornata, ancora oggi me ne parla ogni tanto come della gita più bella.

I rifugi Preuss e Vajolet sotto alla Punta Emma, la Torre Winkler e le Torri Principali del Vajolet
SantnerRivisited-6974603

Santnerjoch rivisited
(scritto nel 2011, ricordando quei luoghi)

C’era una pozza d’acqua trasparente che rifletteva il colore uniforme di rocce nuvolose, più che altro un ricordo malinconico del regno di re Laurino, assai tetro. Una costruzione a rifugio, una teleferica che ronzava e trasportava un carico di birre e aranciate, due bambini che la manovravano, biondi e silenziosi. All’interno del rifugio il custode rigovernava i tavoli, era pomeriggio inoltrato, diceva che l’estate è breve, i turisti sono tanti, ma per pochi giorni l’anno… Lui era sempre lo stesso di una decina di anni prima e le Torri del Vajolet sembravano più piccole di quando le volevo scalare da solo: gli anni non erano passati per nulla e le guglie mi sembravano più docili, più miti. Forse però ero cambiato solo io. Loro si erano forse alleggerite di qualche sasso. Quella conca era sempre stata molto triste, perché la favola del meraviglioso Re Laurino era solo tale e se le rocce s’illuminavano talvolta di rosa era per ricordare il perduto Giardino delle Rose.

SantnerjochRivisited--TIC0-0106

La gente urlava per sentire l’eco, ma l’ambiente restava cupo allo stesso modo. L’unica nota gentile era l’accostamento delle tre torri, immutato. Il laghetto era poco profondo, si potevano contare i sassi: era proprio una pozza che rifletteva lo scuro della gola.

Un bambino lanciava dei sassi, era grazioso, moro e vestito alla tirolese, ma era italiano. A stento riconoscevo d’essere io. Quanti sassi erano stati gettati in quella pozza negli anni della mia assenza? E quanti se ne dovevano ancora gettare prima che lo scarso recipiente fosse colmo e non potesse più racchiudere un laghetto ma solo un acquitrino? L’odore dei rifugi non era più buono: a quel misto di minestrone, ragù e legna arsa s’era aggiunto un vago puzzo di gasolio. Se fossi stato il padre di quel bambino gli avrei detto di smettere di gettare i sassi, e non mi sarebbe importato se il piccolo si fosse bagnato un po’ le scarpe.

A che servivano le raccomanda­zioni di un genitore? Non è stato trovato il prodotto che smacchia le tracce d’erba dai calzoni? “Quante volte ti ho detto di stare attento a fare cadere i sassi, è pericoloso”. Prima mi diceva di non correre perché eravamo in salita, poi bisognava fare attenzione perché eravamo in discesa “e se ti metti a correre non ti puoi più fermare”.

Quando salii da piccolo al rifugio Re Alberto e poi al Passo Santner con mio padre per vedere il panorama su Bolzano, non c’erano altri bambini. Al rifugio Preuss avevamo consumato due enormi piatti di spaghetti al ragù. Pieni e gonfi ci eravamo diretti verso il Gartl. Mio padre era riluttante, non aveva senso quella fatica in mezzo a rocce grigie e panorama non ce n’era. Per fortuna sfilavano altre comitive: ricordo molti tedeschi, qualche italiano ciarliero, nessun bambino. Ma dopo tutti quegli anni il Gartl brulicava di famigliole con ragazzini, bambini, piccoli in spalla. I genitori erano tesi, alla loro paura di cadere s’aggiungeva il terrore di veder sdrucciolare la prole. Pensavo che i bambini se la sarebbero cavata benissimo se non fossero stati impietriti e angosciati da continue minacce. Così non era più un gioco, era solo fatica e lividi sulle ginocchia.

Preferivo ricordare la volta con papà, sarebbe stato contento di me se gli facevo vedere che non cadevo perché da piccolo non avevo mai voluto essere portato sulle spalle. Volevo raccontare agli amici che lassù c’era la teleferica che andava da sola, un laghetto in mezzo alle rocce a strapiombo, e che il custode mi aveva regalato una caramella e che se gridavo la voce rimbalzava quattro o cinque volte.
SantnerjochRivisited-santner b copy

Posted on Lascia un commento

Il Catinaccio

Il Catinaccio
(dal mio diario)

Soraga di Fassa, 13 luglio 1962. Sveglia alle 7.30. Mi alzo, mi vesto, mi lavo, mangio. Ultimi preparativi con il sacco da montagna, che è gigantesco. Sono vestito con pantaloni alla zuava e scarponi entrambi nuovi.

Mi carico sulle spalle il gravoso compagno, saluto mamma e nonna e da Zester scendo a Soraga collaudando così gli scarponi: per ogni evenienza ho con me le scarpe da tennis in caso di dolori insopportabili.

Compro il pane e aspetto la corriera sotto sguardo incuriosito dei villeggianti poltroni e fanatici dell’automobile.

La parete est del Catinaccio dalla conca del Gardeccia. Foto: Paolo Lazzarin
Italia, Trentino, Dolomiti, Val di Fassa, Catinaccio

Quando arriva, salgo assieme ad altra gente. Dopo un po’ di coda, da Vigo prendo la seggiovia per il Ciampedie. Senza indugio attacco a camminare, già affascinato dal prato e dai boschi di questo luogo, immerso tra i Mugoni e il Larséc, con lo sfondo del Catinaccio e delle Torri del Vajolet, un fascio di cuspidi e pinnacoli. Mentre sorpasso (non si finisce mai di sorpassare…) altri gitanti, uno mi urla dietro: “Largo alla freccia delle Dolomiti!”.

Io continuo imperterrito sui lievi saliscendi della mulattiera nel bosco rado. Al rifugio Catinaccio prendo dell’acqua, poi oltrepasso il rio dei Davoi e il rifugio Gardeccia 1949 m. Dominata dai Dirupi di Larséc, qui davvero imponenti, la conca sembra proprio chiudersi poco oltre, a nord, alle Porte Neigre, sopra alle quali svettano le Torri del Vajolet. La liscia ed enorme parete est del Catinaccio fa da immediato sfondo a questa pace e grandiosità. Numerosi fienili e qualche costruzione che fa capolino da qualche macchia boschiva impreziosiscono l’ambiente, già suggestivo di suo.

Il versante ovest del Catinaccio visto dal Passo Santner. E’ segnato l’itinerario della via normale con le calate a corda doppia
CATINACCIO-normale_sito

Passando per gli ultimi pascoli e fienili m’incammino verso quella che sembra la chiusura della valle. Con alcune serpentine nei detriti mi avvicino al salto roccioso delle Porte Neigre e, dopo aver incontrato il sentiero che viene dal rifugio Coronelle, rasentate le rocce della Punta Emma, piego verso destra e, con alcune curve, sono sulla spianata dei rifugi Vajolet e Preuss 2243 m. Il piccolo pianoro cade verso sud e verso est con arditi salti rocciosi; a ovest si alzano il superbo gruppetto delle Torri del Vajolet, l’omonima e dirupata Gola, la Punta Emma e, di scorcio, la sempre più possente parete est del Catinaccio.

Ma non mi fermo e continuo rapido verso il rifugio Re Alberto I. Attraverso qualche chiazza di neve e per il sentiero ripido e a gradini rocciosi arrivo alla conca con il piccolo laghetto ancora ghiacciato, accanto al rifugio, ai piedi delle famosissime Torri.

Appena oltre al rifugio, verso il Passo Santner, dato che non sono ancora ben allenato, mi siedo per terra e mangio la frutta sciroppata. Mi sento un po’ stanco, forse è colpa dello zaino enorme. Mi riprendo e riparto, fino a raggiungere in breve il Passo Santner 2741 m e il suo rifugetto. Anche qui non mi fermo e proseguo diretto, salendo una placca di neve, all’attacco del Catinaccio.

La più alta delle calate in doppia della via normale al Catinaccio
Catinaccio-IMG_5702_1-550x412
Quante volte avevo guardato le fotografie di questa bellissima muraglia arrossata dalle luci del tramonto (la famosa enrosadira). Questo è il punto in cui la parete è meno alta, poco più di 150 metri. E la via che voglio salire è stata vinta per la prima volta il 31 agosto 1874 da Charles Comyns Tucker e Thomas Henry Carson con la guida François Devouassoud.

Salgo dapprima dolcemente sulla neve, poi ripidamente fono al piede delle rocce della parete ovest. Attacco a sinistra del punto dove la neve arriva più in alto in un ripido camino e, superato un tratto un poco strapiombante, proseguo nel camino verticale, con buoni appigli e appoggi, fino a che si allarga a piccola gola rocciosa. L’enorme sacco che porto mi ha creato qualche difficoltà, così appena il terreno me lo permette mi libero del fardello e lo deposito sotto a una lapide.

Più agilmente proseguo uscendo a sinistra in parete, ancora su ripide rocce appigliate. Ora dovrei tornare a destra nel camino, ma mi viene un attacco di fifa. Sono solo, il tempo è brutto e c’è un vento che porta via. Guardo scoraggiato la parete superiore che mi sembra un muro; guardo in basso al Passo Santner: due cordate si stanno preparando per la stessa mia via. La speranza rinasce in me, progettando di aspettarli e di accodarmi.

Per un po’ sto lì a gingillarmi, poi quando reputo sia il momento scendo senza fretta fino al mio zaino. Qui vengo sorpassato dalla prima cordata che è appena uscita dal camino. Apro lo zaino e mi metto il berretto, poi li seguo. La cordata è eterogenea, con uomini e donne, credo anche di diversa nazionalità. In tutto sono sette, compreso il capo. Lentamente ci snodiamo fino al punto da me raggiunto prima, poi andiamo oltre. Sono guardato benevolmente da alcune signore alpiniste della cordata. Alla fine pieghiamo a destra, circa dieci metri sotto a tratti di parete giallo-rossi pervenendo così al margine sinistro della gola abbandonata prima. Parlano di III- nel camino e di II in parete. Giunti in una caratteristica nicchietta mi separo da loro e, per un ultimo tratto di camino poco inciso, salgo per una dozzina di metri fino alla forcellina sulla cresta nord-nord-est. Qui erigo un ometto (non si sa mai) per il ritorno e proseguo a destra sulla cresta.

Ora non ci sono più difficoltà e viaggio spedito, sorpassando anche una cordata di un giovane e un anziano, che non so da dove spuntino.

Intanto arrivo a un’altra forcelletta e, di fronte a un dirupo, non so che fare. Non mi sembra si possa aggirare a sinistra: e di fronte mi fa un po’ paura. Così mi risolvo ad attendere i due di prima. I quali, arrivati, attaccano di fronte. A me questo non va, perché sono slegato, e riguardo se posso passare a sinistra. Questa volta ci riesco, arrivando all’orlo superiore del risalto proprio quando il giovane si appresta a fare sicura al vecchio.

Intanto, continuo con facile e aerea arrampicata fino alla cima, 2981 m, dove ci sono già due austriaci. C’è un sole pallidissimo. Mi preme scendere. In dieci minuti arrivo al forcellino con l’ometto e mi ributto nella parete occidentale, incontrando varie cordate. Scendo con la schiena alla parete, cioè male: però mi riesce più comodo. Arrivo allo zaino, me lo carico addosso e mi accingo alla discesa del camino.

la cosa si prospetta alquanto ardua. Dapprima cerco di abbassarmi oltre l’orlo, ma non ci riesco per la paura che il peso mi sbilanci; poi ritento levandomi il sacco e scendendo con difficoltà mezzo metro più basso: niente da fare, non riesco a riprenderlo. Mi vergogno a dirlo, ma a quel punto uso un sistema che, se qualcuno mi vedesse, sarebbe giudicato da matti. Mi metto con il sedere sull’orlo del camino, con i piedi cerco gli appoggi e poi, buttando la pancia nel vuoto, cerco di voltarmi con la faccia alla parete. E ci riesco, ma poi scivolo con il piede sinistro. Per fortuna mi tengo con le mani all’orlo del camino. Rimetto il piede a posto e scendo in spaccata abbastanza bene. Alla fine, stufo, faccio un gran salto e finisco nella neve. Scendo sul nevaio e, raggiunte le rocce e la ghiaia, apro il sacco e mangio.

Devo friggere un uovo: con l’aiuto di due signorine riesco a non carbonizzarlo completamente. Insomma, è buono. Dopo ingurgito pane e prosciutto, frutta e zucchero.

Gruppo del Catinaccio (Dolomiti occidentali), Croda di Re Laurino e Catinaccio (Rosengarten) dai Prati di Cobleggio. Foto: Federico Raiser
Gruppo del Catinaccio (Dolomiti occidentali), Croda di Re Laurino e Catinaccio (Rosengarten) dai Prati di Cobleggio
La “gita” è finita, ma io non voglio che sia tale. Decido così di scendere al rifugio Coronelle, lungo la via ferrata. La sfida è di non toccare con mani piedi alcuna opera metallica. Scendo su neve, poi risalgo ad una forcella tra la montagna e gli Aghi di Schroffenegger. L’ambiente è fantastico, scosceso e selvaggio, gradini, camini e cengette. Solo una volta non riesco a evitare una scaletta di ferro che, noto, copre gli appigli. Dopo il cengione, scendo al rifugio, ancora evitando la ferraglia. Verso ovest la vista domina la vastissima zona di prati e boschi che si allunga fino a Bolzano, vedo anche i ghiacciai tra l’Adamello e le Alpi Venoste. Di buon passo seguo il sentiero sotto alla Roda di Vael, poi aumento l’andatura per raggiungere una comitiva che sta girando sotto la Punta di Masaré e credo sia poco distante dall’Aquila di Christomannos. In questa specie di gara raggiungo il rifugio Roda di Vael e la sottostante Malga Vael, dove mi fermo a mangiare tonno, pere e pesche. Continuo a pancia piena fino nel bel mezzo del Vajolon, aggiro il costoncino roccioso delle Rondolae e proseguo fino al rifugio Ciampedie. Qui non degno neppure di un’occhiata la seggiovia e mi butto giù per il sentiero 544, tortuoso e ripido, fino a Vigo di Fassa. Evito anche di prendere la corriera, perché togliendomi gli scarponi, che a questo punto mi fanno un po’ male, e sostituendoli con le scarpe da tennis m’incammino verso Soraga.

 

Posted on Lascia un commento

Precursori del VI grado nel gruppo del Catinaccio

Precursori del VI grado nel gruppo del Catinaccio
di Antonio Bernard (da Annuario CAAI 2007-2008 per gentile concessione)

1910, 3 ottobre: di buon mattino, due persone salgono verso la base della Torre Delago, con l’intenzione di vincere quella slanciata e inviolata parete nord-ovest che tante volte hanno ammirato dai prati di Plafètch, prossimi al loro paese natale. Sono due guide di Tires, localmente molto stimate, anche se non facenti parte dell’élite alpinistica di quegli anni: i loro nomi sono Franz Wenter e Franz Schroffenegger. Nel tardo pomeriggio, i 450 metri di quel verticale precipizio che sovrasta la conca di Pra Catinaccio sono ormai quasi del tutto sotto i loro piedi. Solo un lungo tiro di corda li separa dalla vetta. Potrebbero proseguire diritti, come faranno poi i rari ripetitori, e uscire più agevolmente per la fessura Pichl, in quegli anni celebre e a loro ben nota, ma preferiscono trovare un percorso che sia autonomo dall’inizio alla fine. Così, provano a esplorare verso destra un’esile cengia che li porta, dopo aver aggirato un aereo spigolo, sul versante ovest. Qui si presenta loro una fessura-diedro, chiusa da strapiombanti strozzature. Senza esitazioni l’attaccano e per essa giungono in cima, forse senza usare alcuna forma di protezione.

1959, 30 agosto: allo spuntar della luce, Dietrich Hasse e Sepp Schrott hanno appena terminato il loro bivacco su una cengia della parete nord-ovest della Torre Delago, poco sotto la vetta. Sono due alpinisti fortissimi: specialmente il primo è famoso per aver vinto l’anno prima sia gli strapiombi della Ovest della Roda di Vaél che quelli della parete nord della Cima Grande di Lavaredo. Fra il posto del loro bivacco e la vetta incombe un muro giallo, friabile e strapiombante. Così decidono di percorrere per alcuni metri verso destra la cengia sulla quale hanno bivaccato: al suo termine trovano un punto vulnerabile e, con l’ausilio di 6 chiodi di protezione, vincono gli ultimi 40 metri, superando difficoltà che giudicano di sesto grado.

L’immagine ritrae il gruppo delle guide alpine di Tires (circa 1910): Franz Wenter è seduto, Franz Schroffenegger è in prima fila, secondo da destra
Precursori-VI-Catinaccio-schroffenegger-geschichte-und-tradition

1994, luglio: nel tardo pomeriggio, il sottoscritto si trova assieme a un amico, nel corso di una ripetizione della “Hasse-Schrott”, sulla stessa cengia dove bivaccarono i primi salitori. È un giorno che si rivelerà poi tristissimo, poiché al ritorno in valle sapremo che, alla stessa ora in cui ci trovavamo su quella cengia, l’amico Graziano Maffei cessava di vivere sulla Marmolada, tradito da un invisibile crepaccio. Ma noi questo ancora non lo sappiamo, sereni e soddisfatti della salita che sta per concludersi.

“Dove porterà questa cengia verso sinistra?”.

Il tempo per assecondare la curiosità c’è tutto, per cui mi sposto in quella direzione per una rapida esplorazione. La sottile cengia porta al di sotto della fessura Pichl e giunge alla sosta della “Schroffenegger-Wenter”. Quindi ritorno a destra, notando che non vi sono altre uscite possibili verso la vetta. Raggiungiamo allora la cima per l’unico punto percorribile: quello della via “Hasse-Schrott”. In conclusione: nel 1910, Wenter e Schroffenegger non possono che aver percorso il medesimo tratto di parete successivamente salito da Hasse e Schrott, superando difficoltà giudicate poi da tutti di sesto grado!

1910, 5 ottobre: soltanto due giorni dopo, Wenter e Schroffenegger sono ancora impegnati nell’apertura di una via, questa volta sull’imponente parete nord della Croda di Re Laurino. Il loro progetto è quello di vincere una serie di camini e fessure che la tagliano diagonalmente, nella sua parte inferiore, da destra verso sinistra. A circa un terzo della salita pervengono a una grotta quadrangolare, entro la quale un masso incastrato offre possibilità di assicurazione. Uscire diretti dalla grotta non è possibile, ma appena alla sua sinistra si presenta un camino sempre più stretto, che diventa infine una fessura assolutamente liscia. Con grande fatica i due si innalzano, poco alla volta e per pura aderenza, lungo questa fessura di circa 22 metri, che giudicano di “difficoltà eccezionale”. Da qui in poi, la parete non presenta più seri problemi ed essi pervengono in vetta, dopo aver superato in sole quattro ore e mezzo gli oltre 500 metri di dislivello.

Fine anni ’80: l’accademico bolzanino Roberto Rossin si trova sulla stessa fessura di 22 metri, con un amico. Non si hanno notizie precise di ripetizioni, anche se la via dovrebbe essere stata ripresa in precedenza da Erich Abram e, forse, da pochissimi altri. Chi conosce Rossin sa che non è un alpinista abituato a sopravalutare le difficoltà che incontra, tutt’altro. Ebbene, egli racconta di aver incontrato in quella fessura difficoltà tali da fargli dubitare, sul momento, che potesse essere stata già salita in precedenza. Ogni dubbio, però, viene presto dissipato, ormai verso il termine della lunghezza di corda, da un vecchissimo chiodo artigianale, sul tipo di quelli confezionati all’inizio del ‘900: certamente un chiodo delle due guide di Tires. Nessun dubbio, la fessura è da ritenersi di sesto grado (nella guida di Arturo Tanesini Sassolungo, Catinaccio, Làtemar, CAI-TCI, 1942, il passaggio è arbitrariamente valutato di IV+, NdR).

Precursori-VI_Catinaccio-index

1911, 30 luglio: un diciottenne è appena giunto per la prima volta nelle Dolomiti, provenendo dalla sua Baviera. Non gli piace perdere tempo: già nello stesso giorno del suo arrivo, il 29 luglio, sale per la prima volta la Torre di Dona. Quindi il 30 luglio, dopo aver pernottato al rifugio d’Antermoia, ultimato in quello stesso anno, apre da solo una via nuova sulla parete sud della Torre del Lago. Non appena disceso riparte, nella medesima giornata, con Hans Kämmerer e vince la gialla parete sud della Croda del Lago, che si specchia nelle acque del lago d’Antermoia. Questo giovanissimo alpinista risponde al nome di Hans Dülfer.

1956, 15 agosto: dopo la ripetizione della via (1943) da parte di due alpinisti tedeschi, la guida Franz Aichner si porta all’attacco della via di Dülfer alla Croda del Lago, assieme ad un cliente tedesco. Al ritorno lascia scritto nel libro del rifugio che la via presenta un tratto di VI grado, nel quale ha lasciato infissi alcuni chiodi; la stessa guida sfida chi non credesse a questa valutazione a ripetere la salita. L’itinerario è in seguito ripreso raramente ma tutti i ripetitori preferiscono seguire una più logica variante diretta in corrispondenza della sezione giudicata di VI. Il tratto originale, quindi, non risulta più percorso dopo Aichner.

La parete sud della Croda del Lago vista dal rifugio Antermoia
Rif. Antermoia e Croda del Lago

2005,14 luglio: durante sopralluoghi per la compilazione della mia Nuova guida del Catinaccio, uscita nel 2008, decido di raccogliere la sfida lanciata da Aichner, visionando l’itinerario originale. Almo Giambisi, noto alpinista himalayano e gestore del rifugio Antermoia, è felice di accompagnarmi sulla gialla parete che vede tutti i giorni sopra il suo rifugio, anche se è privo di ogni allenamento. Partiamo, ci innalziamo con cautela lungo roccia pessima. Giunti al punto in cui la variante tracciata dai ripetitori prosegue diretta, attraversiamo a sinistra a ricercare il percorso originale. Qui si presenta una strapiombante pancia solcata da una fessura-diedro, vinta la quale pare cessare ogni difficoltà. Protetto dai chiodi infissi da Aichner, mi innalzo in spaccata. Ma, oltre la pancia, una sorpresa mi attende: un tetto, non visibile dal basso in quanto nascosto dalla bombatura della parete, mi obbliga alla stessa scelta che fu anche quella di Dülfer: aggirarlo per il muro nerastro di destra oppure tentare di ridiscendere. Avendo a disposizione mezzi tecnici più moderni, decido di proseguire, come fece al tempo Dülfer, probabilmente senza avere messo alcuna protezione. Gli otto metri che seguono non hanno difficoltà inferiori a quelle di vari “6a” incontrati in falesia, solo che qui non ci sono chiodi, né tanto meno spit! Sono comunque più impegnativi del noto passaggio sul diedro Dülfer al Catinaccio d’Antermoia, per il quale qualcuno ha già scomodato il VI grado.

Antonio Bernard (a destra) con Alessandro Gogna in vetta alla Pietra di Bismantova dopo la 1a ascensione della via del GAB, 10 giugno 1968
Pietra di Bismantova, 1a asc. via del GAB, 8-10.06.1968. A. Gogna e A. Bernard in vetta