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Cardoso e Stazzema, a vent’anni dall’alluvione

Cardoso e Stazzema, a vent’anni dall’alluvione
a cura del Coordinamento Apuano
(l’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 1916 su quotidianoapuano.net)

Il Coordinamento Apuano esprime solidarietà agli abitanti del paese di Cardoso per la lotta che stanno conducendo, nell’anniversario dell’alluvione del 19 giugno 1996, per rendere la comunità protagonista delle scelte di governo del territorio. In una valle fragile caratterizzata da pendii boscosi franosi, con rischio idrogeologico elevato, gli abitanti in una lettera/petizione inviata al Ministro dell’Ambiente Galletti lamentano l’assenza della messa in sicurezza dei versanti dei monti e l’apertura di una nuova cava nel centro dell’abitato, di fronte alle nuove case e al Palazzo della Cultura, in assenza di indagini idrogeologiche volte alla verifica di possibili interconnessioni con le falde acquifere e senza sapere quali saranno le dimensioni effettive dell’area estrattiva. Un’area industriale nel mezzo di una zona residenziale a vocazione turistica: come potranno mai coesistere i rumori, le polveri, i transiti dei camion i cui orari, oramai, non conoscono limiti, né giorni di riposo con lo svolgimento delle attività commerciali? Un futuro che sgomenta gli abitanti che hanno investito ingenti somme per la ristrutturazione delle case e per l’apertura di nuove attività economiche e che si vedono ora di fronte lo spettro di una rapida svalutazione economica e il depauperamento dei loro beni. L’apertura della cava sembrerebbe, tra l’altro, solo la punta dell’iceberg di un progetto estrattivo esteso e coinvolgente tutta la vallata da realizzare con l’apertura di nuovi siti di escavazione.

Gli abitanti della vallata sono allarmati, inoltre, per la decisione presa dagli amministratori di costruire, poco prima del paese di Cardoso, in località Col del Cavallo, uno stabilimento di produzione di pellet alimentato da un impianto di “pirossigaficazione di biomassa legnosa in regime di cogenerazione” che non brucerà legno di castagno (di cui sono pieni, invece, i boschi della vallata), né fornirà energia termica per gli edifici pubblici, ma che produrrà in compenso emissioni nocive e traffico pesante in entrata e uscita dallo stabilimento, con aggravamento delle disastrate condizioni dell’unica strada che già sopporta i movimenti veicolari derivanti dall’attività estrattiva della pietra di Cardoso. Gli abitanti hanno chiesto inutilmente agli amministratori locali e al Governatore della Regione Toscana il senso di un impianto che esclude l’utilizzo del castagno, l’albero più diffuso sui versanti della vallata, e non serve, dunque, per mantenere i boschi puliti, mentre, invece, potrebbe arrecare danni alla salute pubblica.

Strada Stazzema – Gallicano
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E sempre nell’ambito della corretta gestione del territorio e dei beni comuni grande perplessità e numerose domande si addensano sui lavori effettuati sulla strada Stazzema – Gallicano dove sono stati stoccati quasi i 10.000 mc di scarti di cava, materiale che doveva essere conferito in discarica, ma che attraverso un accordo stipulato tra l’amministrazione di Stazzema e la società DA.VI Srl, concessionaria del vicino sito estrattivo, è stato utilizzato per la manutenzione della via bianca dissestata a causa delle intemperie. Il risultato dell’intervento è, però, un esteso allargamento della strada con innalzamento del manto, in alcuni punti, di quasi un metro con i detriti riversati lungo il ciglio soggetti a scivolamento con pericolo di frane lungo il pendio. Ci chiediamo a questo punto se è stato redatto un progetto di manutenzione per la strada e se la società incaricata dei lavori sia competente in materia e se questa tipologia di lavoro rientri nel proprio oggetto sociale. Il timore è che si sia trovata una facile e vantaggiosa soluzione per lo smaltimento degli scarti e per il ripristino della strada, ma con notevoli effetti impattanti ambientali e con l’aggravio del pericolo frane.

Per discutere di tutte queste tematiche e per mostrare la propria vicinanza agli abitanti della valle, il Coordinamento Apuano ha deciso che il prossimo incontro delle associazioni ambientaliste si svolgerà a Cardoso il 12 luglio alle ore 17.30 presso il Palazzo della Cultura. Sarà un incontro aperto per un confronto a vasto raggio su tutte le problematiche delle Alpi Apuane, per unire e per rendere la comunità l’unica vera artefice della gestione del territorio.

Strada Stazzema – Gallicano
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Alluvione della Versilia del 19 giugno 1996
(da wikipedia)

L’alluvione della Versilia è stata un grave evento alluvionale che colpì parte della regione storica della Versilia in Toscana il 19 giugno 1996 a seguito di un fenomeno temporalesco particolarmente violento avvenuto nel passaggio tra la primavera e l’estate.

Fatti precedenti l’evento
Il mattino del 19 giugno 1996 il cielo della Versilia era terso: le previsioni davano infatti cielo sereno o poco nuvoloso. In realtà quel giorno era in atto sulle creste delle Alpi Apuane uno scontro di aria fredda proveniente dal Nord Italia con aria calda umida proveniente dalla costa, che causò una rapidissima evoluzione meteorologica, favorendo dunque la formazione di un’apparentemente modesta cella temporalesca alta però 12 km e larga circa la metà, assai carica di precipitazioni (temporale convettivo). Violentissimi nubifragi si scatenarono a partire dal primo mattino sulle Alpi Apuane interessando tutto l’alto bacino dei torrenti Serra e Vezza (questi ultimi confluenti in un unico corso d’acqua a Seravezza, il Versilia) sullo spartiacque occidentale, e tutta la parte alta del bacino del torrente Turrite di Gallicano sullo spartiacque orientale. Le precipitazioni interessarono anche parte del bacino del fiume Camaiore. Tutto questo mentre sulla piana della Versilia cadevano soltanto poche gocce di pioggia. In poco tempo le straordinarie precipitazioni (con punte di oltre 150 mm in un’ora sull’alto bacino del Vezza) causarono svariati smottamenti, e i corsi d’acqua si ingrossarono rapidamente. A fronte di una breve pausa, avvenuta in tarda mattinata, le piogge ripresero a cadere ancora più intensamente nell’arco della giornata che va da mezzogiorno sino al primo pomeriggio, per poi scatenarsi il diluvio. Piogge copiosissime scossero le montagne e i valloni nei pressi del paese di Cardoso dove vari torrenti minori danno origine, presso l’abitato, al torrente Vezza.

Intanto in pianura nessuno poteva lontanamente prevedere quanto stava accadendo: nella zona di Pietrasanta, presso il breve tratto di pianura del fiume Versilia erano caduti appena 5–10 mm di pioggia. Si attivò la protezione civile premurandosi, verso le 14.00, di controllare i valori pluviometrici sulle Alpi Apuane scoprendo che uno degli idrometri presso il centro di Pomezzana nell’alta valle del torrente Vezza, registrava un valore cumulativo di precipitazioni da record, con 440 mm in appena 8 ore e una punta massima di 157 mm in un’ora. Nel timore che si potesse verificare qualche onda di piena improvvisa, vennero subito controllati i livelli dei fiumi, soprattutto il Versilia che ad una prima osservazione risultò essere, dopo la grossa onda di piena del mattino, ingannevolmente in calo.

Ore 13.00: il disastro
In realtà il disastro si era già compiuto e un’enorme piena stava per giungere sul fiume Versilia.

Verso le 13.00 in alta valle, il torrente Vezza (tratto alto del fiume Versilia) dava inizio alla sua corsa devastante verso valle presso il centro di Cardoso: qui infatti, a detta di testimoni oculari, vennero dapprima uditi numerosi boati provenienti dalle montagne dopodiché giunsero ripetute ondate di acqua, fango e detriti alte fino a 4-5 metri provenienti dai valloni dei torrenti confluenti presso il paese, che venne dunque investito e distrutto quasi completamente.

La rapidità e la violenza improvvisa dell’evento trovò la sua giustificazione nel fatto che già dal mattino le fortissime piogge, unite alla siccità che da mesi affliggeva la zona, avevano reso ancora più fragili i già instabili versanti delle Alpi Apuane causando enormi frane di terra, detriti e tronchi che avevano bloccato, con sbarramenti temporanei, tutte le valli dei corsi d’acqua a monte di Cardoso che danno origine al torrente Vezza; si erano dunque creati svariati bacini di acqua effimeri che, cedendo poi tutti insieme di schianto nel primo pomeriggio sotto le incessanti precipitazioni, hanno dato luogo a un’onda di piena catastrofica.

Dopo aver devastato Cardoso la piena proseguì sul torrente Vezza ed investì dapprima il centro di Ponte Stazzemese (dove giunse a lambire il 2º piano delle abitazioni, facendo in parte crollare un intero albergo) per poi raggiungere Ruosina dove sommerse l’intero abitato, cancellando quasi completamente la strada di fondovalle. Ulteriori apporti di acque giunsero nel frattempo al Vezza da ogni valle laterale alimentando sempre più la sua piena.

Alluvione del 19 giugno 1996 a Cardoso
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Verso le 15.00 la piena giunse furibonda presso la cittadina di Seravezza che venne per gran parte sommersa da 2-3 metri d’acqua; in questo tratto il torrente Vezza ricevette poi da destra anche la piena del suo principale affluente, il torrente Serra e mutando da questa confluenza in poi denominazione in “fiume Versilia”, proseguì impetuoso e stracolmo di detriti verso valle, mandando letteralmente in avaria (nel momento in cui segnò il valore di 4,50 m sopra lo zero idrometrico), l’unico idrometro presente lungo la sua asta fluviale. Non si conoscono perciò altri dati relativi all’altezza massima di piena se non quello relativo alla picco massimo di portata, stimato in seguito all’evento, in circa 571 m³/s, valore assolutamente eccezionale e incontenibile per un fiume modesto come il Versilia.

Dopo Seravezza il Versilia sormontò e distrusse tutti i ponti nei pressi dei centri di Ripa, Corvaia e Vallecchia, abbandonando il suo tratto vallivo e trovando sbocco nella pianura della Versilia: in questo tratto il fiume (canalizzato e deviato nei secoli passati in un alveo artificiale che sfocia nel pressi di Cinquale di Montignoso), dilagò letteralmente presso la località San Bartolomeo di Pietrasanta a causa del sormonto e conseguente cedimento di un ampio tratto del suo argine sinistro, creandosi dunque un nuovo corso verso sud, ovvero seguendo l’antico tracciato del suo vecchio alveo di scorrimento, causando così un’estesa inondazione di tutta la porzione ovest del comune di Pietrasanta sino alla frazione di Marina di Pietrasanta, Forte dei marmi e parte del comune di Montignoso.

Nel frattempo la tragedia aveva colpito anche il versante orientale delle Apuane in Garfagnana: nell’alta valle del torrente Turrite il centro di Fornovolasco venne letteralmente devastato dalla piena del corso d’acqua. Più a valle invece i danni furono minimi grazie alla presenza di un lago artificiale sul corso d’acqua che, completamente vuoto per manutenzione, fu in grado di accogliere frenandone l’impeto gran parte della piena salvando il centro situato più a valle di Gallicano. Verso le 18.00 i pluviometri di Pomezzana e Retignano, in Alta Versilia, mostrarono valori cumulativi di precipitazioni rispettivamente pari a 478 e 401 mm in 13 ore. Quello di Fornovolasco, in Garfagnana, 408 mm. Questa tragedia, considerata come una delle peggiori alluvioni che abbia mai colpito la Toscana dopo l’alluvione di Firenze del 1966, causò anche un elevato numero di vittime: alla fine dell’emergenza si conteranno 14 morti, quasi tutti a Cardoso e un disperso.

Colata di detriti di cava di marmo in Alta Versilia, vista dalla strada Levigliani-Galleria del Cipollaio
Alpi Apuane, da strada Cipollaio-Levigliani, cave di marmo

Considerazioni
(a cura della redazione di Gognablog)
Anche senza i detriti di cava che invadevano (e ancora invadono) sia i ripidi versanti delle montagne dell’alta Versilia sia il fondo dei loro torrenti, questa tragedia si sarebbe verificata. Ma di certo le conseguenze sarebbero state assai meno devastanti e tragiche. A vent’anni la situazione è ancora tale e quale, anche perché solo in questi ultimi anni comincia a essere chiara l’origine della maggiore responsabilità nei fenomeni franosi.

A questo proposito, basta consultare cosa scrisse a suo tempo www.ispro.it – l’Istituto Studi e ricerche sulla Protezione e Difesa Civile (http://www.neteservice.it/ilfiumeversilia/alluvione_Versilia96.htm). Si vedrà che non veniva neppure presa in considerazione l’ipotesi che le frane potessero essere ingigantite dalle immani colate di detriti di cava rilasciate sui versanti e che gli effetti dell’alluvione potessero essere apocalittici perché gli alvei erano ingombri di altrettanto materiale. Riportiamo qui i punti 4 e 5, nei quali a questa possibilità neppure si accenna, neppure dove ce lo si dovrebbe aspettare (punto 5):

4) Fenomeni franosi.
I danni più gravi sono in parte da attribuirsi alle numerose ed estese frane che, nella parte montana dell’area colpita, hanno ostruito le vie di comunicazione interrompendo le linee elettriche e telefoniche e interessando anche costruzioni abitate. Le frane hanno anche parzialmente o totalmente ostruito i corsi d’acqua creando bacini effimeri di ritenuta il cui cedimento ha aggravato gli effetti delle piene. Attualmente sono in corso verifiche geologiche a tappeto promosse dal Dipartimento della protezione Civile ed effettuate da gruppi di intervento provenienti dall’Università di Pisa. Da lunedì 24 la ricognizione è seguita, nei casi di maggiore gravità, da esperii del Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche del CNR.

Il materiale franato dai versanti ha contribuito all’innalzamento ulteriore del livello dei torrenti, aumentando anche la quantità di materiale solido trasportato dalle acque. Questa accentuata franosità va ascritta non solamente alle eccezionali precipitazioni, ma anche alle caratteristiche geologiche e morfologiche del territorio, che presenta una formazione rocciosa di arenaria e scisti (detta pietra del Cardoso) coperta da una spessa coltre di detriti particolarmente instabili e franosi. In particolare, nella zona tra Seravezza, Ruosina, Levigliani e Ponte Stazzemese è presente una formazione scistosa, localmente ricoperta da un sottile spessore di detrito argilloso e quindi instabile, che ha causato alcune frane particolari dette «colate di detrito e fango». Non va dimenticato, inoltre, che i versanti sono, nella zona, particolarmente scoscesi, innalzandosi dal livello del mare sino a circa 2000 metri in pochi chilometri.
Il terreno, inoltre, essendo intensamente boscato, risultava particolarmente appesantito e questo ha aggravato il fenomeno franoso.

5) Concorso di concause di origine antropica.
L’Autorità di Bacino del Fiume Serchio, in una relazione preliminare del suo Segretario Generale, segnala, oltre all’eccezionalità dell’evento atmosferico, alcune possibili concause di origine antropica, quali rifacimenti viari non rispettosi delle pendenze trasversali, l’insufficiente ampiezza di talune luci di ponti e la presenza, soprattutto nel fondovalle, di passerelle e costruzioni, nonché la scarsa manutenzione degli alvei nel tratto montano e la mancata potatura di alcuni boschi, causa dell’appesantimento dei terreni. A riguardo del fondovalle, inoltre, viene segnalato che il fiume Versilia segue un percorso artificiale. Queste osservazioni, redatte in forma generica, dovranno essere puntualmente verificate dall’analisi del territorio, con particolare riguardo alla loro collocazione in relazione al punto della rottura dell’argine ed alla dinamica della piena. Si evidenzia, peraltro, che la quantità di materiale confluita nei torrenti e nei fiume a causa dell’intensità delle piogge e dei citati fenomeni franosi, ha contribuito ad appesantire ed aumentare la portata dei corsi d’acqua.

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Altro che lastre, altro che statue

Il 14 aprile 2016, travolti da duemila tonnellate di marmo in una cava di Colonnata (Carrara), sono morti due operai. Vivo per miracolo è un terzo.
Per i dettagli di questa ennesima tragedia apuanica, si veda l’articolo del corrierefiorentino.

Particolarmente intenso abbiamo trovato il commento dello scrittore e musicista Marco Rovelli, che qui riportiamo (da facebook).

 

Altro che lastre, altro che statue
di Marco Rovelli

Ieri Il Tirreno mi ha chiesto di scrivere un commento sulle due morti in cava. È questo.

La nostra città, in questi giorni, porta il lutto. E non un lutto finto, di prammatica: quelle due morti sono davvero sentite come una lacerazione profonda da questa comunità. Lo si è visto ai funerali, ieri. C’è un radicamento profondo alla terra, da queste parti apuane, e qui terra significa anzitutto montagne. “Lutto” viene dal latino “lugere”, piangere: ecco, quel pianto comune in questi giorni ha fatto tremare questa terra, come ha tremato quando è crollato quel costone della montagna. Ma se le famiglie e gli amici hanno il diritto ai loro tempi per affrontare quel lutto immenso, una comunità ha il compito di non lasciar asciugare quelle lacrime, di non lasciarle assorbire dalla terra e poi continuare come nulla fosse stato.

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No, dopo il pianto del lutto, occorre guardare, subito, con la necessità dell’urgenza, le cose a occhi bene aperti e asciutti, per comprenderle, e trasformarle. Se guardiamo a occhi bene aperti, ci risulterà ben evidente che non c’è nessun tributo umano che dobbiamo pagare alla montagne, nessun sacrificio umano che dobbiamo offrirle in cambio del prezioso marmo. Se andiamo a ripercorrere le troppe morti in cava che si sono susseguite regolarmente nel corso degli anni, troveremo che quasi mai è questione di “fatalità”, di “tragico incidente” – formule vuote che servono solo a assolvere qualcuno da precise responsabilità materiali, di fatto. Vedremo le responsabilità di questo evento, ci torneremo.

Ma intanto ci tocca, se vogliamo essere all’altezza di un’etica comune, spalancare lo sguardo sul costo spropositato che il “sistema marmo” impone a questa terra. Le montagne vengono spogliate, trafitte, distrutte, così come distrutte sono le vite di Roberto Antonioli Ricci e Federico Benedetti: e tutto questo in cambio di briciole. Briciole in termini di lavoro, briciole in termini di ricchezza. Le Apuane, e la vita di chi ci lavora, sono devastate per le tasche gonfie di pochi. Altro che il marmo di Michelangelo, una delle più odiose frottole che continuano a raccontarci: qui si scava a ritmi inimmaginabili solo trent’anni fa, con un decimo degli occupati, mentre i fatturati delle imprese vanno a gonfie vele, per non dire della maggior parte del marmo che se ne va in polvere, in quel grande business del carbonato di calcio. Altri che lastre, altro che statue. Polvere, come polvere è tornata a essere la vita di Ricci e Benedetti.

Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre
AltroCheLastre--Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre

 

 

Bisogna “fare di più” e “intensificare gli sforzi”, si limita a dire l’Associazione Industriali. Fare cosa? Quali sforzi? Parole vuote che si stendono come una coltre di silenzio non solo sulle morti di quei lavoratori, ma sulle vite di chi resta. Che deve affrontare un lavoro che viene meno, una terra sempre più povera, i fiumi inquinati (e abbiamo un presidente del parco – che dovrebbe difendere l’ambiente! – che nega che lo siano). Del resto, dal 1751 in avanti i padroni delle cave hanno sempre intascato profitti enormi senza restituire quasi nulla al territorio. Il punto è chiedersi se vogliamo andare avanti così. Perché quando domina il profitto di pochi, a rimetterci non è solo la povertà del territorio, ma anche la sicurezza del lavoro. E ci troveremo a piangere ancora.
Nella lingua assira l’espressione “aggrapparsi alle montagne”, ricordava Eliade, significa “morire”. Ecco, sta a tutti noi che quel legame tra montagne e morte venga reciso.

Marco Rovelli
Scrive libri e fa musica. E insegna filosofia e storia nei licei. Ha scritto tre libri di quelli che vengono chiamati “reportage narrativi” (o “narrazioni sociali”), insomma ibridi tra saggio e narrazione, su questioni del “margine” della società, nella convinzione che è dal margine che si vede meglio il centro. Due di essi sono su questioni dell’immigrazione cosiddetta “clandestina”: Lager italiani (Bur, 2006), sull’universo concentrazionario di quelli che oggi si chiamano Cie; e Servi (Feltrinelli, 2009), il racconto di un viaggio che ha fatto nell’Italia sommersa dei clandestini al lavoro, dai campi di pomodori e gli agrumeti del Sud ai cantieri del Nord. Un altro, Lavorare uccide (Bur, 2008), sulle morti sul lavoro. Poi ha scritto un romanzo e altri libri ancora (uno cui è particolarmente legato è Il contro in testa (Laterza, 2012), in cui racconta per storie e immagini l’anima ribelle della sua terra apuana). Musicalmente, invece, sarebbe, propriamente parlando, un cantautore, nel senso che canta canzoni che compone, ma non solo: è molto legato anche al patrimonio del canto sociale e del canto popolare, che entra costantemente nel suo repertorio. Il suo cd solista (oltre a quelli che ha fatto con Les Anarchistes) si chiama libertAria.

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La marméttola

La marméttola

Il marmo è una delle risorse principali per Massa Carrara, ma anche un fattore di forte inquinamento (oltre che di danno paesaggistico e ambientale). Lo scarto di lavorazione del marmo riversato fino agli anni Ottanta nei corsi d’acqua ha fatto già sparire ogni forma di vita nel fiume Frigido, che nasce nelle montagne di Massa e scorre giù verso il mare. Stesso dicasi per il Carrione, altro corso d’acqua delle Alpi Apuane, che nasce sopra Carrara, e poi sfocia a mare dopo aver attraversato decine di cave.

Inutile dire che l’acqua vicino alle cave sia molto inquinata. I geologi sostengono che per estrarre il marmo viene utilizzato il filo diamantato che per ogni 100 metri quadrati di taglio disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marméttola, che finisce poi nei corsi d’acqua.

Il Comune di Massa a metà anni ’90 ha già speso circa 5 miliardi delle vecchie lire per ripulire l’alveo del fiume dalla marméttola. Oggi la situazione è assai più grave, una specie di Ilva di Taranto.

Cave di Marmo del bacino di Torano (Carrara)
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La marméttola
(Il Ministero dell’Ambiente contro la marméttola)
di Stefano Deliperi (Gruppo d’Intervento Giuridico onlus)

L’intervento del Ministero dell’Ambiente
Il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare – Direzione generale per la Protezione della Natura e del Mare ha chiesto (nota prot. n. 16603 del 27 agosto 2015)  alla Regione Toscana (D.G. Politiche Ambientali, Energia e Cambiamenti Climatici), alle Province di Lucca e di Massa-Carrara, al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, all’ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana) di intervenire – per gli ambiti di rispettiva competenza – contro “la situazione di inquinamento dei Fiumi Frigido e Carrione, generato dalla presenza di ‘marméttola’, quale prodotto residuo delle attività estrattive delle diverse cave site nelle Alpi Apuane”, ricordando che “eventuali interferenze sullo stato di conservazione dei… siti Natura 2000 risulterebbero… consequenziali ai fenomeni di inquinamento… descritti” in quanto “è stato verificato… che i bacini idrografici che convogliano le acque rispettivamente nel Frigido e nel Carrione sono interessati dalla presenza di diversi siti della rete Natura 2000”.
Il Ministero dell’Ambiente chiede anche l’adozione dei necessari provvedimenti di bonifica ambientale, “stante che la questione interessa la verifica degli obiettivi qualitativi previsti dalla Direttiva ‘Acque’ 2000/60/CE”.
Il Ministero dell’Ambiente chiarisce alle amministrazioni regionali e locali coinvolte che quanto richiesto risulta “importante anche al fine di evitare un nuovo pre-contenzioso comunitario, ovvero la chiusura negativa del CHAP(2012)2233 – Cave di marmo attive nel Parco regionale delle Alpi Apuane (Toscana), già avviato nell’ambito dell’EU Pilot 6730/14/ENVI”.
Sono, infatti, già aperte procedure di indagine da parte della Commissione europea per la cattiva attuazione della normativa comunitaria sulla salvaguardia degli habitat (direttiva n. 92/43/CEE), anche a causa delle attività estrattive sulle Alpi Apuane.
Il Ministero dell’Ambiente, infine, segnala al “collega” Ministero per i Beni e Attività Culturali l’inquinamento da marméttola per ogni opportuna valutazione in ordine alla pianificazione paesaggistica e le attività estrattive.

Torrente apuanico pieno di marméttola
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L’azione legale ecologista
Il Ministero dell’Ambiente ha risposto rapidamente alla richiesta di informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti inoltrata (20 agosto 2015) dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus riguardo i continui eventi di inquinamento ambientale altamente pregiudizievoli per la salvaguardia dei fiumi Carrione e Frigido e gli habitat naturali connessi derivanti dalla marméttola (marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua) causata dall’attività estrattiva sulle Alpi Apuane.
Interessati il Ministero dell’ambiente, la Regione Toscana, il Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, i nuclei investigativi di Massa e di Lucca del Corpo forestale dello Stato, i Carabinieri del NOE di Firenze, nonché le Procure della Repubblica presso i Tribunali di Massa e di Lucca e le Istituzioni comunitarie (Commissione europea e Commissione “petizioni” del Parlamento europeo).
Al centro dell’azione legale ecologista sono i pesanti effetti dell’inquinamento da marméttola sui corsi d’acqua (i Fiumi Frigido e Carrione) interessati dagli scarichi derivanti dall’attività cavatoria.

Il report dell’ARPAT sull’inquinamento da marméttola
Ne riferisce ampiamente e approfonditamente la newsletter dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) n. 168 del 13 agosto 2015 con il report sulle “Alpi Apuane e marméttola”.
L’ARPAT descrive puntualmente quanto accaduto negli ultimi decenni: nella parte alta dei bacini imbriferi dei Fiumi Carrione e Frigido sussistono perlomeno 178 cave, di cui più di 118 attive.
A partire dagli anni ’70 del secolo scorso i ravaneti, accumulo di sassi sui pendii costituiti dagli scarti derivanti dal taglio del marmo a fini commerciali, adibiti a sede stradale, sono stati irrorati dalla marméttola, marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua. La marméttola, secondo quanto asserito dall’ARPAT, è “fortemente inquinante”, contaminata “da oli e grassi… e da metalli”. “La marméttola, per l’ecosistema, è inquinante per l’azione meccanica: riempie gli interstizi e impermeabilizza le superfici, perciò elimina gli habitat di molte specie animali e vegetali, modifica i naturali processi di alimentazione della falda, rende più rapido lo scorrimento superficiale delle acque (in pratica è come se il fondo del fiume fosse cementato), infiltrata nel reticolo carsico modifica i percorsi delle acque sotterranee e può esser causa del disseccamento di alcune sorgenti e/o del loro intorbidamento”.
Non meno gravi le conseguenze sul litorale: se è vero che “il tratto di mare prospiciente la foce del torrente Carrione è da considerarsi non balneabile perché il torrente sfocia in zona portuale”, le “Foci del Torrente Frigido e del Fosso Brugiano sono soggette a divieto permanente di balneazione… per motivi igienico-sanitari” perché “l’ambiente risulta ‘molto inquinato o comunque molto alterato’”.

Marméttola a lato torrente soldificata
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Le conseguenze in sede europea
Nel 2014 la Commissione europea – Direzione generale “Ambiente” ha reso noto di aver aperto la procedura di indagine EU Pilot 6730/14/ENVI “diretta ad accertare se esista in Italia una prassi di sistematica violazione dell’articolo 6 della direttiva Habitat a causa di svariate attività e progetti realizzati in assenza di adeguata procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.INC.A.) in aree rientranti in siti di importanza comunitaria (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS) componenti la Rete Natura 2000, individuati rispettivamente in base alla direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli Habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora e la direttiva n. 09/147/CE sulla tutela dell’avifauna selvatica.
Recentemente la Commissione europea – Direzione generale “Ambiente” ha chiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche Europee – Struttura di Missione per le Procedure di Infrazione nuove informazioni complementari, segnalando ulteriori contestazioni e indicazioni di attuazione (nota Pres. Cons. Ministri prot. n. DPE3253 del 27 marzo 2015).
Il rischio è sempre più l’apertura di una procedura giudiziaria per violazione della normativa comunitaria sulla salvaguardia degli Habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora (direttiva n. 92/43/CEE) e, in conseguenza di eventuale sentenza di condanna da parte della Corte di Giustizia europea, di una pesante sanzione pecuniaria a carico dell’Italia (e per essa alle amministrazioni pubbliche che hanno causato le violazioni), grazie soprattutto a omissioni o pressapochismo in materia di tutela ambientale, nonostante le tante istanze ecologiste.
La procedura di infrazione prosegue e si è arricchita di ulteriori violazioni.

Marmettola-foto Cuffaro-image

 

Che cosa accade in questi casi?
Se non viene rispettata la normativa comunitaria, la Commissione europea – su ricorso o d’ufficio – avvia una procedura di infrazione (art. 258 Trattato U.E. versione unificata): se lo Stato membro non si adegua ai “pareri motivati” comunitari, la Commissione può inoltrare ricorso alla Corte di Giustizia europea, che, in caso di violazioni del diritto comunitario, dispone sentenza di condanna con una sanzione pecuniaria (oltre alle spese del procedimento) commisurata alla gravità della violazione e al periodo di durata.
Attualmente sono ben 92 le procedure di infrazione aperte contro l’Italia dalla Commissione europea. Di queste addirittura 18 (circa un quinto) riguardano materie ambientali.
Si ricorda che le sanzioni pecuniarie conseguenti a una condanna al termine di una procedura di infrazione sono state fissate recentemente dalla Commissione europea con la Comunicazione Commissione SEC 2005 (1658): la sanzione minima per l’Italia è stata determinata in 9.920.000 euro, mentre la penalità di mora può oscillare tra 22.000 e 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nel pagamento, in base alla gravità dell’infrazione. Fino a qualche anno fa le sentenze della Corte di Giustizia europea avevano solo valore dichiarativo, cioè contenevano l’affermazione dell’avvenuta violazione della normativa comunitaria da parte dello Stato membro, senza ulteriori conseguenze. Ora non più. L’esecuzione delle sentenze della Corte di Giustizia per gli aspetti pecuniari avviene molto rapidamente: la Commissione europea decurta direttamente i trasferimenti finanziari dovuti allo Stato membro condannato: in Italia gli effetti della sanzione pecuniaria vengono scaricati sull’Ente pubblico territoriale o altra amministrazione pubblica responsabile dell’illecito comunitario (art. 16 bis della legge n. 11/2005 e s.m.i.).
Ovviamente gli amministratori e/o funzionari pubblici che hanno compiuto gli atti che hanno sostanziato l’illecito comunitario ne possono rispondere in sede di danno erariale.

Bidone abbandonato e marméttola a lato fiume
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I procedimenti penali già aperti
Nel maggio 2015 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa ha aperto un procedimento penale relativo all’inquinamento ambientale determinato proprio dagli scarti delle lavorazioni estrattive. Fra le ipotesi di indagine ci sarebbe anche l’eventuale sussistenza di un nesso di causalità con l’alluvione che ha colpito la zona di Carrara nell’autunno 2014 (Nel febbraio 2015 la Direzione distrettuale antimafia di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio di numerose persone accusate dello smaltimento illecito di ben 70 mila tonnellate di marméttola nelle province di La Spezia e Pisa).

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ritiene che si debba fare la massima chiarezza su tali fenomeni di inquinamento ambientale e si debbano porre in essere politiche più determinate ed efficaci per la salvaguardia dei rilevanti valori ecologici, naturalistici e paesaggistici delle Apuane.
Inoltre, Bruxelles è molto più vicina di quanto possiamo pensare.
Il Governo Renzi, le Giunte regionali, gli Enti locali lo capiranno in tempo?

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Addendum (a cura della Redazione)
E’ del 27 settembre 2015 la notizia che, se ci saranno rinvii a giudizio per la vicenda della marmettola nei rii, il Consorzio di Bonifica 1 Toscana Nord si costituirà parte civile nei relativi procedimenti giudiziari, nei confronti di chi ha provocato lo sversamento di materiale dentro gli alvei dei corsi d’acqua: “Perché deve valere il principio secondo cui chi inquina paga”. Ad annunciarlo è il presidente del Consorzio, Ismaele Ridolfi.

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Il Capo (the Chief)

Il Capo (the Chief)

Che rapporto ha l’arte con l’etica? E’ un fatto che ci sono brutture in senso lato che possono essere nobilitate dall’arte?

Abbiamo scelto di parlare de Il Capo, un film “corto” di Yuri Ancarani, “vecchio” ormai di cinque anni.

Franco Barattini, il Capo
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Le cave di marmo sono luoghi così incredibili e violenti che quasi ti sembra di essere a teatro o sul set” commenta Yuri Ancarani, il regista di Ravenna (nato nel 1972) che ha girato un “corto” di 15’ sul “Capo” di una cava di Monte Bétogli (Carrara).

 

L’idea del documentario nasce dall’osservazione del lavoro dei cavatori e al loro straordinario modo di comunicare, un linguaggio non convenzionale fatto di gesti e di segni, un codice cui il capocava ricorre per superare l’assordante rumore di fondo. Mentre uomini e macchine scavano la montagna, il Capo controlla, coordina e conduce cavatori e mezzi pesanti utilizzando un linguaggio fatto di soli gesti e di segni. Dirigendo la sua orchestra pericolosa e sublime, affacciata sugli strapiombi e le vette delle Apuane, il Capo agisce in un rumore assoluto, che si fa paradossale silenzio.

“In molti documentari esistenti sulle cave di marmo – dice il regista – i cavatori vengono mostrati come archetipi neorealisti, uomini duri fatti di sudore e imprecazioni. Io invece ammiro la loro intelligenza pratica, è una forma di eleganza che ha molto da insegnarci, e che il mio Capo cavatore possiede: è un uomo che ha stile, nei gesti, nei modi. In un ambiente così duro e pericoloso, ho voluto mostrare un aspetto di delicatezza”.

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L’ufficio stampa aggiunge:Il lavoro è realizzato nell’insolita e affascinante cornice delle Alpi Apuane, tra il bianco accecante delle cave e gli impervi crepacci, un polveroso paesaggio lunare quasi impraticabile. Luoghi inaccessibili, tali da rendere ancora più eroica la continua sfida con la montagna”.

E’ evidente che Ancarani sia stato rapito dall’extraterrestre ambiente che circonda le cave. Ci ha passato quasi un anno a girare: “Ero così preso dal Capo (Franco Barattini) e da come questi potesse far muovere blocchi di marmo giganteschi con gesti così leggeri e precisi”.

Le recensioni
Bruno Carmelo definisce Il Capoun lavoro monumentale, esteticamente e geograficamente parlando”.

Su Indie-eye.it Michele Faggi lo giudica “un sorprendente corto sospeso nel tempo e per certi versi molto vicino all’essenza dei documentari industriali realizzati da Ermanno Olmi“.

2010, 67° Festival del Cinema di Venezia: il regista Yuri Ancarani (a sinistra) e il sindaco di Carrara Angelo Zubbani
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True/False Film Festival, Columbia, è affascinato dalla regalità dei monoliti, così giudica che non si vedeva un capolavoro così dai tempi di 2001 Odissea nello Spazio, dove convergono all’arte elementi della natura, uomo e macchine.
Victoria Large, su Notcoming: “Il film termina con ampie visuali delle montagne che circondano la rumorosa cava, forse la testimonianza dell’energia di quel lavoro, forse espressione di sbalordimento di fronte a tutto ciò che non possiamo spostare”.

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“Il regista sa trovare e riprendere la grazia e l’armonia di questo universo maschio, meccanizzato e violento” scrive Frabrice Marquat su Bref Magazine. E continua: “Ancarani lavora la sua materia cinematografica allo stesso modo brutale in cui il marmo è staccato dalla montagna: senza alcuna infioritura. Né musica, né movimenti di telecamera vanno a disturbare i sapienti piani fissi entro i quali si svolge la sinfonia meccanica”.

Il Capo e la sua cava
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E’ vero. Il Capo, abbronzato, a torso nudo e in short, è senza saperlo un direttore d’orchestra inaspettato. Il suo fisico esprime tutta la durezza del lavoro manuale (viso segnato, sguardo truce e concentrato), nonché i suoi pericoli. Un primo piano su una sua mano ci rivela infatti l’assenza di due dita, di certo un incidente di lavoro.

Poi, il tocco artistico. Il crocefisso sul torace del Capo riesce, nel silenzio, a portarlo in una dimensione eroica: sembra “aver ricevuto un dono di Dio e, dall’alto della sua montagna, gli si avvicina toccando il cielo con le sue dita mutilate (Fabrice Marquat)”.

Osservazioni
Il film è senza dubbio artistico e riesce di certo a nobilitare, santificare quasi, il duro lavoro del cavatore. L’arte è bella perché è libera, fa quello che vuole. Noi siamo invece prigionieri di un’altra arte, quella della natura, di cui vediamo fare scempio quotidiano proprio e principalmente sulle cave delle Alpi Apuane. Eppure, anche il più fanatico ambientalista, non può rimanere indifferente a questo film. Ma il motivo è semplice: il film non ci racconta cosa sta dietro, il marmo svenduto, la pietra ridotta a carbonato di calcio, i laboratori del marmo che chiudono perché ormai lavorato altrove. Non ci fa vedere, il film, la montagna disgregata, esplosa, cancellata dalla geografia. Non ci mostra la massa di detriti che invade i valloni, pronta a farsi trascinare dalla prima piena per investire gli abitati. Non ci informa dell’inquinamento da marmettola, del nuovo mercato del marmo in polvere. Non ci fa vedere le bassezze delle amministrazioni. E soprattutto ci vuole illudere sul fatto che un certo tipo di uomo, di cui certamente l’ottimo Franco Barattini è splendido esemplare, e un certo tipo di vita siano a contatto con l’eternità. L’unica eternità che hanno per pochi secondi è quella che rubano alle montagne, per i pochi secondi in cui i blocchi cadono o si polverizzano. Per il resto questi tipi sono condannati, e lo sappiamo tutti, anche il regista.

Il Capo
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Il film, come del resto la sua critica, insiste su alcune parole chiave. Continua sfida con la montagna, sbalordimento di fronte a ciò che non possiamo spostare, come se l’uomo dovesse per sempre continuare ad aggredire la natura e dovesse farlo usando macchine sempre più Gozilla al suo servizio, come se fossimo condannati a mostrare a Dio quotidianamente la nostra miseria di eroi silenziosi e mutilati.

Suggerisco ad Ancarani di fare altri film, ne ha certamente le capacità e le doti. Probabilmente riuscirebbe a farci commuovere anche sulle vicende di un bravo torturatore di Guantanamo, di un macellaio metropolitano di Shangai o di un fanatico terrorista e boia dell’Isis: tutti professionisti che possono fare il loro lavoro in silenzio religioso e con la croce al petto (o simboli similari).

Per parafrasare Marquat, abbiamo bisogno anche di un universo femminile, naturale e pacifico.

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Marmo, morte e distruzione

Sono in totale quattro (più editoriale in copertina) le pagine dedicate dal quotidiano La Nazione del 30 agosto alle Alpi Apuane. Non era mai successo che su un quotidiano diffuso a livello nazionale il problema Apuane fosse trattato con tanto rilievo. Per questo motivo abbiamo ritenuto importante dare all’editoriale il rilievo che merita. Paolo Marchi (di Salviamo le Alpi Apuane) commenta: “… finalmente, un giornalista, Marzio Pelù, dice veramente come stanno le cose in relazione alla monocultura del marmo… Sono rimasto letteralmente impressionato per quanto viene affermato. Noi di Salviamo le Alpi Apuane, assieme ad altri amici, gruppi e associazioni, sono anni che ripetiamo, informiamo, consigliamo, dicendo le stesse cose che vengono scritte stamani“.

Marzio Pelù
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Marmo, morte e distruzione
di Marzio Pelù (dalla rubrica Buona domenica, editoriale di La Nazione 30 agosto 2015)

Oggi avremmo voluto scrivere di ciò che di bello ha dato la nostra terra in termini culturali: in particolare, del musicista Dante Fermo Marchetti al quale la città di Massa (leggi: il concittadino Franco Frediani con altri amici) ha finalmente dedicato una lapide; e del professor Alberto Dell’Arsina e della necessità di celebrare a dovere la sua storica Scuola di Musica magari in quelle stesse sale di Palazzo Ducale dove per decenni si sono svolti i saggi di centinaia di giovanissimi massesi. Ma la cronaca ci impone altre scelte.

Stavamo lavorando proprio a un servizio sulle cave e sulle Apuane, quando è arrivata la tragica notizia della morte di un operaio a Colonnata. Così alle pagine 4 e 5 si sono aggiunte la 2 e la 3 che raccontano dell’ennesimo infortunio in una cava di marmo: il 1.258° negli ultimi dieci anni (significa uno ogni tre giorni, NdR). Sì, avete letto bene: milleduecentocinquantotto infortuni in dieci anni, otto dei quali mortali. L’ultimo, quello al ieri (a Brunello Maggiani, NdR).

Forze politiche, sindacati e imprese devono stringere un nuovo patto per la sicurezza e devono tornare ad affrontare il tema con serietà e zelo, con impegno prioritario e costante” ha detto il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, appena appresa la notizia.

“Un nuovo patto”, quindi, ha detto il governatore Rossi. Io faccio questo lavoro da vent’anni e da vent’anni sento parlare di “patti”, “protocolli”, “accordi”… ma non è mai cambiato mai nulla! Non è che bisogna ripensare radicalmente il sistema-cave?

Come si fa, ancora, a non vedere che è un sistema che, così com’è strutturato, causa morte (come potete leggere qui a fianco…) e distruzione (alle pagine 4 e 5)? E che oltretutto non genera beneficio comune alcuno? Infatti, a quanti giova? Se il prezzo da pagare è così alto, fra vite umane spezzate o rovinate (c’è chi muore, ma c’è anche chi perde braccia e/o gambe in quegli infortuni e magari nemmeno si viene a sapere, non dimentichiamolo), fra montagne irrimediabilmente distrutte e fiumi uccisi dalla marmettola, equilibrio idrogeologico perduto forse per sempre… vale davvero la pena continuare così? Ma perché? E per chi?

È ancora sostenibile, nel 2015, sventrare le montagne (s)vendendole a blocchi che non vengono ormai più nemmeno lavorati nel territorio che beatamente se ne priva come se niente fosse? Possibile che un settore straricco come quello lapideo non debba rendere quantomeno benestante la popolazione che subisce quotidianamente incalcolabili danni umani, sociali e ambientali?

Possibile che gli enti locali (res publica, ricordate?!?) si ostinino a non pretendere di più da chi “detiene” le nostre montagne, in modo da pretendere di meno dai normali contribuenti?

E soprattutto: possibile che nel 2015 si muoia ancora di lavoro?

Domande, domande, domande che resteranno, come sempre, senza risposta. Intendendo per risposta qualcosa di concreto. Non l’ennesimo “patto”.

Ai posteri l’ardua sentenza, verrebbe da dire. Ma i posteri sono i nostri figli e i nostri nipoti. E lasceremo loro soltanto macerie. In tutti i sensi.

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I sepolcri imbiancati dell’Expo

Sì, lo ammetto. Ho molte resistenze a visitare l’Expo, per un cumulo di motivi che vanno dalla pigrizia alla massa di altri impegni, dalla mia non accettazione della filosofia di fondo di quest’iniziativa (vedi post) alla mia malcelata voglia di snobbare tutto quanto osannato ai quattro venti.

Poi mi dico: ma magari ci sarà qualcosa di buono, no?

E mentre così mi arrovello, ecco la segnalazione di Giulia Castelli, che mi scrive: “Caro Alessandro, guarda questo comunicato stampa, direi che è vergognoso! Se questa è sostenibilità…?”.

Il comunicato in questione (del 31 marzo 2015) è di Rosi Fontana (Press & Public Relations): è stato inviato per presentare e divulgare l’opera Il Seme dell’Altissimo dell’artista Emilio Isgrò,  posizionata all’ingresso principale di Expo. Riguarda la Henraux, società che gestisce le cave di marmo in Apuane, sponsor di Expo.

Nel testo del comunicato si vuole spiegare come l’idea artistica del seme in marmo (Il Seme dell’Altissimo) sia nata come evoluzione di quel Seme d’arancia del 1998, realizzato in fiberglass dall’artista Isgrò nella sua natia Barcellona Pozzo di Gotto, Messina.

Il Seme dell’Arancia, Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
SemeAltissimo--Il_Seme_d'AranciaSecondo il comunicato “Il tema dell’Expo di Milano 2015, Nutrire il pianeta, Energia per la Vita, e la scultura monumentale di Emilio Isgrò, il Il Seme dell’Altissimo, si stringono in un significativo e simbolico abbraccio interculturale. L’arte, con le sue valenze emblematiche, estetiche e concettuali, non poteva trovare simbolo più pregnante de Il Seme dell’Altissimo di Emilio Isgrò per declinare e interpretare in chiave estetica il filo che conduce sull’idea e sulla necessità dell’equilibrio fra le disponibilità e le risorse dell’universo atte a nutrire e preservare il pianeta stesso”.

 

E’ vero, il seme è principio primo e origine dello sviluppo potenziale. Ma quello di Isgrò è megalomane, sviluppato per un miliardo e cinquecento milioni di volte rispetto alla sua misura in origine, una scultura di sette metri d’altezza realizzata in marmo bianco del Monte Altissimo, quella montagna già martoriata all’irragionevole eccesso, a dispetto delle proteste popolari e dell’appartenenza al Parco Regionale delle Apuane.

Ma già, dimenticavamo: la Henraux è sponsor ufficiale di Expo2015. Quella stessa Henraux, tra i maggiori responsabili del più grande disastro orografico, intende “dialogare con il mondo intero tramite la bellezza, l’arte e la sua poesia”.

C’è un pensiero che mi frulla per la testa: in genere l’arte trascurare le dominanti istanze culturali per esprimersi in una dimensione superiore. E allora, fino a che punto l’arte può estraniarsi dal neonato rispetto per le rocce?

Dopo averci informato che l’opera sarà posizionata al Gate Ovest, quindi in posizione privilegiata, e “installata su un ventaglio di gradoni in marmo bianco, sede dell’opera stessa e luogo privilegiato per respirare la sorprendente creazione”, il comunicato prosegue delirando che il seme, simbolo di fecondazione, è “pregnante di significati, e leggibile in forme svariate per ogni diversa angolazione: ora ossatura, ora origine, ora grembo gravido di vita. Questo è quanto accade al seme nel suo colossale sviluppo, un’immagine che proietta la forma in direzioni diverse ma univoche. Una forma che ha trovato la sua sede nel blocco di marmo bianco da cui viene svelato, così anche la montagna è seme”.

In realtà qui riprendono i concetti che è lo stesso artista a esprimere nel suo scritto Un seme per l’Italia. In questo scritto è lucidamente raccontata la genesi dell’opera, pur rimanendo rigorosamente su un piano teorico senza nulla concedere alle pur valide curiosità del popolo cui l’opera è destinata.

L’idea di utilizzare una così possente massa di marmo è sua o della Henraux? A cosa dobbiamo questo connubio per molti versi mostruoso? Come si può, in nome dell’arte, ignorare completamente i diritti delle rocce e le aspirazioni della parte sana della popolazione apuana? Come si può sacrificare una grande idea, quella della conservazione, in nome di un’arte non richiesta, pretestuosa e vana?

Non saranno certo le tonnellate di marmo utilizzate in questo caso a rovinare definitivamente l’orografia e il sistema delle Alpi Apuane. Sono ben altri i processi che in questo momento tendono inesorabilmente alla distruzione totale. Ciò che stupisce è la proterva ignoranza di un mondo grande, di un nobile movimento che tende a salvare il salvabile. Un movimento che vorrebbe la sicurezza degli abitanti.

Emilio Isgrò
SemeAltissimo-Emilio-IsgròIl comunicato, come tutti i comunicati, mette al fondo le note relative a colui che ha pagato tutto quanto, cioè la Henraux.

Quando si usa la frase “dalla sua costituzione, nel 1821, ad oggi, Henraux ha tracciato nel settore del marmo un percorso di sola eccellenza” si cancella d’un colpo solo la lotta che migliaia e migliaia di cittadini apuani sostengono quotidianamente, a livello culturale e giudiziario, per cercare di avere un territorio normale e non a rischio estinzione, o per cercare di difendersi dalle inondazioni provocate dagli spaventosi ammassi di detriti provocati dalle cave.

Quando si usa la frase “l’Esposizione universale di Milano vede, con la collaborazione di Henraux Spa in qualità di “Marble Official Sponsor”, la pregevolezza del marmo delle Apuane declinata in eccelsa ed iconica forma d’arte”, si dice una possibile verità isolata da una realtà dei fatti che proprio per l’isolamento alla fine la distorce e ne fa caricatura.

Ammettiamo per un momento che sia vera la loro affermazione: “L’intento, da duecento anni ad oggi, è sempre stato, e continua ad essere, quello di attrarre e sostenere l’utilizzo del marmo nell’elaborazione di opere d’ingegno in cui possano essere coniugate e rinnovate le antiche tradizioni manifatturiere con le nuove esigenze concettuali della creatività presente.

Nella sua lunga storia, Henraux ha contribuito allo sviluppo tecnologico dell’industria lapidea e al progresso civile delle comunità della Versilia; ha esportato nei cinque continenti i suoi marmi per l’edificazione di palazzi pubblici e privati, di grattacieli, di luoghi di culto. Dovunque ha fatto apprezzare la grande cultura del marmo e la sua millenaria tradizione che oggi si traducono nella qualità dei materiali, nell’innovazione tecnologica, nell’accuratezza delle lavorazioni e sono espressione del made in Italy nel settore lapideo”.

Ammettiamo cioè, solo per un momento, che la Henraux, contrariamente ad altre imprese, sia l’unica attualmente ad avere a cuore questo genere di cose.

Ma allora come mai i laboratori e gli studi hanno chiuso? Come mai la lavorazione del marmo è stata spostata all’estero? Come mai, pur avendo la meccanizzazione dell’estrazione ridotto i costi e i tempi, aumentando anche l’offerta, come mai i prezzi sono scesi in modo decisamente preoccupante? Come mai esiste la corruzione? Come mai il marmo è svilito e svenduto grazie all’apertura di un altro mercato che nulla ha a che fare con l’arte, quello della riduzione di quella roccia (una meraviglia del creato) a polvere di carbonato di calcio?

Il Seme dell’Altissimo al Gate Ovest di Expo
SemeAltissimo-640x480A dispetto di tante parole, alla gente appare chiaro che l’operazione Henraux-Expo è null’altro che uno sbiancamento d’immagine (il marmo è bianco, il carbonato di calcio dei dentifrici sbianca, eccome). Il classico sepolcro imbiancato. Se l’operazione funzionasse, anche Expo teoricamente dovrebbe recuperare prestigio. La statua invece rischia d’essere comunque un sepolcro bianco.

Forse, se non avesse allineato tante immagini per iscritto, l’artista Isgrò potrebbe salvarsi. Non sta a me giudicare la bellezza dell’opera, probabilmente s’imporrà come opera d’arte, chissà. Ma quelle immagini scritte pesano, sono troppo allineate con lo sponsor, troppo elusive di altra realtà ben più grande e spaventosa. E il dubbio che forse il fiberglass avrebbe aiutato a una maggiore umiltà rimane fortissimo.

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Lettera aperta a Enrico Rossi

In merito alle questioni riguardanti il Piano di Indirizzo Territoriale che Regione Toscana sta discutendo, a seguito delle polemiche che sono sorte a causa di un discutibile maxiemendamento inserito all’ultimo minuto che favorisce la cementificazione della costa e l’attività estrattiva in particolare sulle Alpi Apuane, pubblichiamo il disappunto dell’Associazione Rifugi Alpi Apuane e Appennini.

I quindici rifugi interessati sono dislocati su un territorio che interessa le regioni Emilia-Romagna e Toscana: non sono d’accordo con le giustificazioni e i compromessi al ribasso che il lodo Rossi sta cercando in queste ore. E’ con soluzioni lungimiranti e con il coraggio di scelte controcorrente e consapevoli che si pianifica l’indirizzo territoriale di un territorio, è il destino dei territori che è in gioco. Infatti niente si dice della filiera della “green economy” mentre invece con leggerezza si procede alla svendita dei Beni Paesaggistici e Culturali.
La Regione Toscana e il suo Presidente con il linguaggio ottimistico e sibillino della politica parlano di aumento delle coltivazioni marmifere del 30%: purtroppo il marmo si espianta e le montagne non ricrescono. Interessi economici dell’industria del marmo, richieste e investimenti dai paesi arabi, la giustificazione della difesa dell’occupazione e una visione tutto sommato miope, vocata al presente e ripiegata intorno a questa crisi, stanno avviando il Consiglio Regionale a snaturare il piano equilibrato preparato dall’Assessore Anna Manson (stimata urbanista, molto critica verso i provvedimenti di queste ore).
Numerose sono le prese di posizioni di molte associazioni regionali come Slow Food, Legambiente, FAI, Italia nostra, Mountain Wilderness, Club Alpino Italiano: che infatti il 7 marzo 2015 hanno manifestato a Firenze contro lo stravolgimento del Piano Paesaggistico. Cosi come loro, anche i gestori di rifugio sostengono la petizione on-line.

La parete nord del Pizzo d’Uccello, Alpi Apuane

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Lettera aperta a Enrico Rossi, Governatore della Regione Toscana

dell’Associazione Rifugi Alpi Apuane e Appennini

«”Che sono quei monti?” chiesi molto incuriosito, quasi impaurito. “Sono le Alpi Apuane”, mi fu spiegato. Ammirai a lungo lo spettacolo inconsueto che mi faceva pensare, non so perché, alla creazione del mondo: terre ancora da plasmare che emergevano da un vuoto sconfinato, color dell’incendio (Fosco Maraini)».

Presidente Enrico Rossi,
l’immagine che in genere la Toscana dà di sé, a cui contribuiscono anche i media, è quella conosciuta del poggio, del vigneto e delle mura, che in sintesi e in modo un po’ retorico la vuole come Chiantishire. Eppure noi sappiamo che così non è e lo dice assai bene il Piano del Paesaggio.

Enrico Rossi
rossi-1La Toscana accoglie una straordinaria varietà di culture e di paesaggi (umani e naturali) tra rilievi, la costa, la campagna e le città. La sua identità affonda nel riassunto di questa ricchezza ambientale.

Il Piano di Indirizzo Territoriale, tutto sommato equilibrato nelle versione originaria, con l’ultimo emendamento ci pare allontanarsi dal Dettato della Convenzione Europea del Paesaggio, è preoccupante se fosse a causa e per via di un interesse economico e ci sorprende che si parli di un solo modello produttivo, in un quadro complessivo di governo del territorio.

L’attività estrattiva è molto ma non è il tutto in Alta Toscana, non rappresenta la sua identità e non è una via obbligata. E se comunque fosse nota la disponibilità delle risorse, non è dà una maggiore produzione che si dà valore al marmo e al suo settore, semmai è il contrario. E a rimetterci non è solo il suo paesaggio.

Comprendiamo le ragioni delle piccole realtà delle valli più interne, che dovendo sopravvivere guardano al marmo come occupazione, d’altra parte se non è dato altro, per chi vive di montagna non c’è scelta: o si va via o ci si adatta.

La cava è si paesaggio, ma è al beneficio cioè relax, cultura, salubrità, ispirazioni psico-fisiche, che guarda l’utente di rifugi, agriturismi ed alberghi. Benessere e salute sono anch’essi “capitale”, la natura del loro valore è radicata nell’ambiente o nelle aree protette (come il Parco Regionale Alpi Apuane), per questo ci pare si promuovano.

Una visione economica accettata vuole le aree verdi come un possibile elemento di sviluppo e come orizzonte economico-sociale sostenibile per le aree marginali. Il turismo verde promuove “una filiera corta” locale e unica, connessa al paesaggio, alla sua identità e alla sua cultura non delocalizzabile. L’attivazione di risorse dei luoghi, secondo quella visione, attiva un circolo virtuoso che investe il benessere delle comunità locali.

Rossi-2547Anche la Regione ha creduto a quel disegno e ne parlava convinta non molto tempo fa. Sulle montagne, green economy e il bene comune diventavano, in divenire, opportunità per le comunità dei montanari, gli svantaggiati o gli invisibili se vuole.

Sembra passato un secolo ma non è successo niente e di quella visione olistica, dei suoi principi solidali è rimasta soltanto un’intenzione. Sul mercato del turismo, la Regione Toscana ha privilegiato i numeri promuovendo flussi, destinazioni ed i prodotti ad alta redditività.

Ci sarebbe piaciuto presentare le Apuane e gli Appennini, raccontando i paesaggi montani dal punto di vista del gestore di rifugio, ma per chi ha senso oggi una storia di bosco, di alpeggio o ipogea?

E’ vero, l’ecoturismo è un settore turistico di nicchia. L’ecologia è una scelta etica o di estetica, per il turista o per l’impresa, laddove il valore è il rapporto costruttivo con l’ambiente. Eppure per molte realtà come le nostre, per addetti, famiglie, piccole imprese e indotto locale, l’ambiente è oggi la risorsa economica.

Fra Alpi Apuane e Appennini un’economia verde è in essere, senza clamori e un po’ in sordina si è avviato un sistema che integra accoglienza, attività (a cavallo, a piedi, in bicicletta), produzioni agroalimentari tipiche e silvo-pastorali.

Anche il rifugio è integrato in questi contesti, ed evolve acquisendo il ruolo di Presidio Culturale, cioè una vetrina del territorio e delle identità dei luoghi. Con poco appoggio, con risorse individuali e di enti o associazioni, avanza così, sul terreno e da anni, il turismo-natura, eppure incontra il favore crescente di toscani e non.

Ecco perché in tempo di Expo, dedicato al cibo e alla sostenibilità, in questi momenti in cui la domanda che ci riguarda tutti è cosa e per chi si pianifica, allora Le chiediamo: quanto resterà di sostenibile per la Toscana e la montagna del futuro?

Sarebbe riduttivo se gli orizzonti temporali o della rappresentanza, per la politica ruotino intorno a faccende percentuali o a contingenze ed emergenze ripiegate sul presente, sarebbe poca cosa per la politica e per le persone. Immaginiamo che lo sguardo della politica toscana miri in alto, per sua storia e per cultura, il cielo della Regione è al di sopra dei 1200 metri.

Vogliamo sperare ancora che l’indirizzo territoriale che il Legislatore immaginerà per le terre di Toscana, abbia come fine il destino dei paesaggi, della collettività e di chi sarà dopo di noi.

Ci auguriamo e Le auguriamo che il P.I.T. sia l’occasione per una svolta storica e lungimirante, una sfida che per la politica potrebbe essere anche suggestiva.

I rifugisti e le rifugiste dell’Associazione Rifugi Alpi Apuane e Appennini

Associazione Rifugi Alpi Apuane e Appennini
via della Liberazione 12 – 55032 Castelnuovo di Garfagnana (Lu)
tel.: 0583 65169, email: [email protected], www.associazionerifugialpiapuaneappennini.it
C.F. 90007590467, p. IVA 02093950463

Il rifugio Enrico Rossi alla Pania. Foto: Marco Milani
Rifugio Rossi, Alpi Apuane.

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No CAV, Sui Sentieri della Distruzione

No CAV, sui sentieri della distruzione
Su Facebook, il 19 giugno 2013, Rosalba Lepore scriveva: “Penso che Sui sentieri della distruzione debba diventare un evento cadenzato, ripetuto, una catena umana itinerante sui luoghi della devastazione presenti nelle Apuane. Ci sono vari siti emblematici e martiri che possono ospitare il nostro grido di dolore e di lotta: Tacca Bianca-Monte Altissimo, Monte Sagro, Monte Serrone, Monte Corchia, Pizzo d’Uccello, etc. La mia idea è quella di creare eventi unificanti, in nome della salvezza delle Apuane, dove le associazioni del territorio collaborano per raggiungere uno scopo concreto e vitale. Una singola manifestazione, pur partecipata, non può incidere durevolmente e, soprattutto, non può far pressione su coloro che hanno il mandato di governo del territorio
Pochi giorni dopo ci sarebbe stata una delle manifestazioni previste, quella del 23 giugno.

Il Monte Carchio
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Il gruppo dei manifestanti
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Già dall’inizio dunque le manifestazioni avevano queste caratteristiche:
– partenza da vari punti diversi;
– percorso di vari sentieri di avvicinamento, molte volte intatti altre volte preludio al vero e proprio scempio (come le marmifere);
– ripetuta informazione ai partecipanti su ciò che sta avvenendo sulle Apuane: una storia decennale di violazioni della legge, di rapina e saccheggio dei beni della collettività: montagna, biodiversità, acqua;
– infine, come rivoli di un grande fiume, affluenza al luogo del ritrovo e, assieme a coloro che magari sono arrivati con i mezzi motorizzati, visita della cava o, come a Campocecina, osservazione dall’alto l’infernale bacino estrattivo di Torano.

Il 2 marzo 2014 a Campocecina erano previste più di trecento persone, la nevicata e le previsioni meteo negative hanno allontanato un centinaio di persone. Erano circa duecento manifestanti sotto la neve e ciò ha suscitato l’interesse dei media perché non accade tutti i giorni di partire dalla valle, affrontare un notevole dislivello e manifestare con fumogeni elevando scritte Salviamo le Apuane sotto un’abbondante nevicata.

L’ultima manifestazione (la quarta) dell’evento itinerante Sui Sentieri della Distruzione si è svolta il 18 maggio 2014, e questa volta erano più di un centinaio. L’hanno firmata Associazione Amici delle Alpi Apuane, Salviamo le Alpi Apuane, No al Traforo della Tambura, Amici della Terra della Versilia, Salviamo le Apuane, Indipiendientes Apuanos, WWF Lucca, La Pietra Vivente, CAI Viareggio – TAM, ARCI Versilia, CAI Lucca –TAM, tutti gruppi ambientalisti della provincia di Massa-Carrara e di Lucca per dire “no alle escavazioni” e “sì al rispetto dell’ambiente”.

SuiSentieriDistruzione 2Il gruppo è salito dal versante montignosino fino in vetta al Monte Carchio, o quel che di un monte resta, una vetta panoramica, devastata dall’attività estrattiva, sita sul crinale che divide la provincia di Massa-Carrara da quella di Lucca. Il sito ora è dismesso, le cave sono state abbandonate per lasciare il posto a uno scenario desolante e pure orribilmente sfregiato da alcuni ripetitori. Il Monte Carchio 1082 m non ha più la caratteristica cuspide sommitale ed è il simbolo e la storia di quel che resta di un sito quando cessa l’attività estrattiva: mancato ripristino ambientale, assenza di rivisitazioni culturali e sociali, periferia ad alta quota senza senso. Il panorama è molto bello sulla marina e sul Monte Altissimo, dove sono visibili altri impattanti segni dell’uomo.

Che cosa c’è quindi sul Monte Carchio? La gita acquista vita all’interno di un ambiente caratterizzato da una vegetazione che va dalla macchia mediterranea, ai castagneti, agli uliveti e ai boschi di conifere. Poi c’è un passaggio obbligato sul Monte Pepe che conserva anche resti archeologici. Il sentiero proseguirà poi per Cerreto e giunge alla chiesina del Pasquilio. Da qui l’itinerario prosegue fino a Termo del Pasquilio. L’ultimo atto è la salita alla cima, senza vita, solo detriti, vetta dilaniata e schernita dal grappolo di ripetitori. Sarebbe veramente interessante fare un confronto con l’aspetto che aveva nell’Ottocento il vecchio monte, detto anche Penna del Carchio.
Con un breve ma commosso discorso ufficiale gli ambientalisti hanno per l’ennesima volta chiesto l’approvazione del piano paesaggistico regionale e quindi la chiusura delle cave nel Parco delle Apuane.

Dunque, No CAV!

Una delle organizzatrici, Rosalba Lepore, ha commentato: «Non è possibile pensare a stralci o a valutazioni complessive positive che escludono le salvaguardie per le aree del Parco regionale delle Alpi Apuane. In questa chiave io leggo l’approvazione del Consiglio superiore dei beni culturali e più il Piano viene esaminato più si fa stringente e improcrastinabile l’anomalia di un’area tutelata sulla carta, devastata nella realtà».

Per una maggiore informazione leggere questo documento di Rosalba Lepore.

Chi volesse visionare un breve filmato sulla manifestazione:
http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2014/05/18/news/salviamo-le-apuane-i-no-cav-occupano-il-monte-carchio-1.9252452

Sopra Campocecina, 2 marzo 2014
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La “vetta” del Monte Carchio
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postato il 10 giugno 2014