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L’altra faccia della lente

L’altra faccia della lente
di Cedar Wright
da www.climbing.com, per gentile concessione
(traduzione di Luca Calvi)

Oggi come oggi, forse, le carrettate di foto sovraesposte e sfuocate di culi e panorami forniteci da Instagram potrebbero portarci a pensarla differentemente, ma le fotografie dedicate all’arrampicata sono davvero una forma d’arte. Io, poi, come scalatore professionista, ho anche avuto la fortuna di poter lavorare con alcuni dei più grandi nomi tra gli artisti del settore. Ho “posato” per una quantità enorme di “scattini”, da quelli “vecchia-scuola” come Heinz Zak, le cui foto a torso nudo dei fratelli Huber che salgono in libera sono divenute davvero quasi delle icone, fino a gente della nuova generazione come Keith Ladzinski, che ha introdotto anche per l’arrampicata la fotografia con “stile da skateboard”. Son stato a mangiar capra con Jimmy Chin prima di andare ad appendermi ad un tetto di un’enorme guglia al centro dell’Africa solo per permettergli di catturare le sue visioni. Ho salito in solitaria avanti e indietro sul 5.9 per Corey Rich per fargli fare il pieno su Climbing. Ho scalato nudo per Dean Fidelman per una sorta di seguito strampalato del suo progetto Stone Nudes (Nudi di Pietra), dal nome di “Stoned Dudes” (Tizi strafatti). Sono anche arrivato a passare sulla slackline sopra un crepaccio in Himalaya per permettere a Tim Kemple di farsi qualche bigliettone.

Dean Fidelman e il progetto Stone Nudes

Questi ragazzi sono alcuni dei fotografi di maggior successo del settore e sono arrivato a scoprire che tendono a fare della discutibile passione di andare a scattare foto d’arrampicata una carriera vera e propria, in quanto non si limitano ad avere buon colpo d’occhio, esperienza tecnica ed un’etica di lavoro ossessiva, no, a tutto ciò sommano uno stile proprio, un vero marchio di fabbrica, unito ad un notevole acume per gli affari. A dirla tutta, se io volessi diventare un fotografo di arrampicata professionista e dovessi trovarmi di fronte alla scelta tra un talento datomi dall’Altissimo ed un senso per gli affari di prim’ordine, beh, andrei a scegliere il secondo. Non importa poi troppo quanto fantastiche siano le tue fotografie: alla fine della giornata devi aver fatto il colpaccio.

Ironicamente (o forse no) i fotografi che riescono a craccare quel codice sono quelli che fanno molti più soldi degli stessi scalatori che vanno a fotografare. A volte questo tende ad infastidirmi, ma la realtà è che le immagini dedicate all’arrampicata hanno ormai cominciato a comparire sulle pubblicità delle carte di credito, delle birre e delle tortilla chips, e nulla potrebbe interessare meno al grande pubblico dell’andare a scoprire chi diavolo sia quello scalatore più o meno noto nella cerchia degli arrampicatori. Ciò che conta è la bellezza complessiva, il senso di suggestione o di potenza che vengono comunicati dalla foto. Spesso prendevo in giro Jimmy Ching dicendogli che quando scattava le foto l’otturatore della sua macchina fotografica non faceva un “click”, ma il “cha-ching” del registratore di cassa. Se, però, adesso siete lì che sognate di mollare il vostro lavoro di impiegati per andare a fare soldi facili con foto di scalata, fermatevi! E’ difficile che una stella possa nascere in una notte. I ragazzi che sono arrivati al top sono veri e propri cesellatori e la maggior parte di quelli che adesso sono i “grandi nomi” per anni hanno fatto fatica a racimolare il necessario per tirare avanti, vivendo nei loro furgoni al limite della miseria, costruendosi a fatica un portafoglio di album, di relazioni e di clienti, prima di poter anche solo pensare a lussuose possibilità quali un ufficio o un’abitazione.

Tim Kemple
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Moltissime sono le strade che possono portare ad una carriera di fotografo di successo, ma ciò che trovo davvero interessante sono il modo e lo stile seguiti per ottenere ogni singola foto. Per esempio, più del 50% delle foto di scalata che vedete attualmente sono del tutto frutto di pose. Dopo che lo scalatore ha inviato il progetto, il fotografo sale con lui su fino alla sezione più impressionante o scenica della scalata, lo fa vestire con abiti sgargianti ed aspetta la luce perfetta per catturare la foto che voi poi un domani andrete ad associare alla prestazione dello scalatore. A differenza di ciò, Andrew McGarry e John Dickey, due dei primi con i quali abbia lavorato, credono fermamente nella cattura dell’attimo reale e vanno orgogliosi di immagini più dirette e reali. Un altro di quelli che rispetto in modo assoluto per quel suo stile maggiormente giornalistico è Andrew Burr, il nostro caporedattore fotografico qui alla redazione di Climbing. E’ probabilmente il fotografo che lavora di più in assoluto tra quelli che conosco. Mentre la maggior parte dei fotografi ripone la macchina fotografica davanti alla luce di mezzogiorno oppure per aspettare che lo scalatore sia pronto per posare, Burr continua invece a cercare prospettive ed angolazioni uniche anche in assenza di una luce da favola, preferendo catturare il naturale svolgersi dell’azione. Analogamente mi ricordo anche di Corey Rich che mi ripeteva in continuazione di girare gli occhi sopra la spalla e di spaccare con una gamba perché così si otteneva un bel profilo, così come mi ricordo di quando mi sono alzato all’ora contraria a Dio e agli uomini delle quattro del mattino per permettere al fotografo australiano Simon Carter di catturare la luce del mattino in Yosemite. Beh, sapete una cosa? Erano tutte foto fantastiche.

Andrew Burr su Man Hands, Lillemola Island, Lofoten, Norvegia. Foto: Rob Pizem.
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Vediamo di capirci: non me la sto prendendo con i fotografi che creano un set o qualche sessione di posa. La verità è che tutti i fotografi di arrampicata fanno un po’ tutte e due le cose: catturare il momento ed idealizzare lo stesso. Alcune delle fotografie di scalata più famose al mondo sono frutto di almeno un po’ di posa. In più, talvolta, “posare” può essere un ottimo allenamento per uno scalatore! Una volta, mentre stavo lavorando con Tim Kemple, mi ha fatto ripetere il passaggio chiave di una via così tante volte che mi sono ritrovato con tutti i polpastrelli che sanguinavano e la sera facevo persino fatica a portarmi alle labbra il boccale di birra. Lui, però, era riuscito ad ottenere lo scatto che voleva proprio all’ultimo giro, quando ormai sembrava che a furia di provare e riprovare mi sarebbe scoppiata la testa. Gli ho comunque reso il servizio quando nel 2006 doveva venire a trovare Renan Ozturk e me in Pakistan ed io per pura casualità mi sono dimenticato di avvertirlo che per arrivare da noi c’era un viaggio che durava sette giorni, comprensivo di un bel giro sulla strada più pericolosa del mondo, la Karakoram Highway, più una bella passeggiata da trenta miglia. Dopo quell’avventura ha pensato bene di coniare l’espressione “essere Cedarati”, che equivale a “beccarsi una bella ripassata” ed è per me motivo di gran vanto!

Simon Carter
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Per diventare un grande fotografo d’arrampicata occorre essere anche almeno un decente scalatore ed amare davvero tanto le scalate, altrimenti chi te lo fa fare? Occorre anche essere preparati fisicamente ed avere capacità tecniche, saper risalire lungo una corda a rotta di collo e saper manovrare complicati intrecci di cordame vario perché le foto di scalata prese dall’alto sono ancora il pane quotidiano di quell’arte. Anche l’andare a scattare fotografie in posizioni ad alta inclinazione non è cosa priva di rischi, provate a chiedere a Cory Richards di foto scattate al Deep Water Solo a Maiorca: nella fretta di mettersi nella posizione giusta, aveva armato una doppia ad uno spuntone di calcare apparentemente a prova di bomba ed aveva iniziato a calarsi per scattare le foto. Appena iniziato a scattare, però, l’ancoraggio è saltato e lui si è fatto un tuffo da trenta metri assieme a tutta la sua apparecchiatura fotografica che ovviamente è andata distrutta. Fortunatamente lui non ha avuto alcun danno, a parte quello al portafoglio.

Per le foto di scalata, comunque, le maree cambiano in continuazione e rimanere sul pezzo e sulla cresta dell’onda potrebbe essere una sfida. Il cambiamento maggiore nella storia recente, forse, è stato portato dalle macchine fotografiche digitali HDSLR, che permettono al fotografo di scattare fotografie e girare video. Questa tecnologia ha fatto la sua comparsa proprio nello stesso momento in cui i contenuti digitali sono diventati parte importante dei bilanci di marketing di tutte le aziende più importanti e tutti i più accorti fotografi hanno rapidamente imparato a girare filmati. C’è chi è rimasto ancorato alla sola ripresa di immagini ferme, ma quelli che poi possono acquistare case e automobili si dedicano sempre più ad un mix sia di fotografie che di filmati.

Cedar Wright
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Sulle tracce di Layton Kor, Sufferfest 2

Sulle tracce di Layton Kor, Sufferfest 2

L’americano Layton Kor (Canby, Minnesota, 1938 – Kingman, Arizona, 21 aprile 2013) fu attivo negli anni Sessanta: per certi versi le sue salite (e il modo in cui erano fatte) sono diventate leggenda.
Suo campo prediletto era l’Eldorado Canyon, vicino a Boulder, Colorado, ma anche The Diamond, Longs Peak, le torri nel deserto del Sud-ovest e anche la Yosemite Valley.

Tra le sue salite più incredibili sono la via Kor-Ingalls a Castleton Tower e The Finger of Fate sul Titan, Fisher Towers; per la sua carriera, nel 2009 ha ricevuto dall’American Alpine Club il prestigioso Robert & Miriam Underhill Award.

Layton Kor su Exhibit_A, Eldorado Canyon, 1963
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Le sue salite più notevoli:

Colorado
* 1959 Diagonal, Lower East Face, Longs Peak, (V 5.9 A3) con Ray Northcutt;

* 1959 T2, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (oggi graduata 5.11a), 1a asc. con Gerry Roach;

* 1960 Yellow Spur, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (5.9 (A1), 1a asc. con David Dornan, 21 febbraio 1960;

* 1962 Psycho, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (III 5.9 A4), 1a asc. con Huntley Ingalls;

* 1962 The Naked Edge, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (III 5.9 A3) con Bob Culp. L’integrale con Rick Horn, 1964 (5.9 A4);

* 1962 Yellow Wall, The Diamond, Longs Peak, (V 5.8 A4), 2a via della parete, con Charles Roskosz;

* 1963 Canary Pass, Redgarden Wall, Eldorado Canyon, (III 5.7 A4-), 1a asc. con Pat Ament;

* 1965 Green Slab, Black Canyon of the Gunnison, (VI 5.8 A4) con Brian Martz.

Deserti del Sud-ovest
* 1961 via Kor-Ingalls, Castleton Tower, Utah; 1a asc. con Huntley Ingalls;

* 1962 Finger of Fate, The Titan, Fisher Towers, Utah. 1a asc. della torre (V 5.8 A3) con Huntley Ingalls e George Hurley;

* 1962 Standing Rock (Monument Basin), vicino a Moab, Utah. 1a asc. della torre con Huntley Ingalls e Steve Komito;

* 1963 via Kor-Dalke-Schafer (IV 5.10 A1), Monster Tower, Canyonlands National Park, Utah; 1a asc. della torre con Larry Dalke e Cub Schafer, 26 dicembre 1963;

* 1964 North Face (III 5.9 A3), Argon Tower, Arches National Park, Utah; 1a asc. con Bradley eCharlie Kemp, 17 gennaio 1964.

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California
* 1963 West Buttress, El Capitan, Yosemite Valley, (VI 5.10 A3+), 1a asc. con Steve Roper;

* 1964 South Face, Washington Column, Yosemite Valley, (V 5.10a A2), 1a asc. con Chris Fredericks, giugno 1964;

* 1965 Gold Wall, Ribbon Falls Area, Yosemite Valley, (V 5.10 A3), 1a asc. con Tom Fender, Maggio 1965.

Altre aree
* 1963 via Robbins, Mount Proboscis, Logan Mountains, Northwest Territory, Canada. 1a asc. con Dick McCracken, Jim McCarthy e Royal Robbins, 4-7 agosto 1963;

* 1966 determinante collaborazione con John Harlin e Dougal Haston nella prima ascensione della Direttissima alla Nord dell’Eiger.

Le sue pubblicazioni
* Kor, Layton; Bob Godfrey (1983). Beyond the Vertical, Boulder, CO, USA: Alpine House. ISBN 0-9611748-0-3.

* Kor, Layton (1964). El Capitan’s West Buttress, su American Alpine Journal (New York, NY, USA: American Alpine Club).

Bibliografia
* Jones, Chris (1976). Climbing in North America, Berkeley, CA, USA: pubblicato per l’American Alpine Club dall’University of California Press, ISBN 0-520-02976-3.

* Levin, Steve (2009). Eldorado Canyon, A Climbing Guide, Boulder CO, USA: Sharp End Publishing. ISBN 978-1-892540-65-2.

* Reid, Don; George Meyers (1993). Yosemite Climbs: Big Walls, Evergreen CO, USA: Chockstone Press. ISBN 0-934641-54-4.

Nel nuovo film di Cedar Wright, Sufferfest 2, è come se aleggiasse la figura leggendaria di Layton Kor, come lui fosse ancora lì a guardare cosa fanno i giovani d’oggi sulle sue tracce, su quelle meravigliose quanto infide Fisher Towers.

Le Fisher Towers
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Sufferfest 2
(USA, 2014, 26 min)
Produttore e regista: Cedar Wright

Alex Honnold e Cedar Wright, due dei più importanti climber oggi sulla scena mondiale avevano intrapreso un viaggio in California in bicicletta per salire tutte le cime di oltre 4000 metri della California. Definito questo viaggio “il peggiore della loro vita”, lo hanno poi chiamato Sufferfest, un inno alla sofferenza. I due hanno giurato di non ripetere mai più un’esperienza simile ma… non hanno tenuto fede alla loro promessa e hanno addirittura inventato qualcosa di peggiore, una Sufferfest 2 detta anche “Desert Alpine”. Questa nuova avventura ha portato i due climber ad arrampicare 45 strutture rocciose nei deserti di Colorado, Utah, Arizona e New Mexico con un viaggio – in bicicletta naturalmente – di oltre 700 miglia, fino alla riserva Navaho in Arizona. Giunti a destinazione, i due hanno personalmente lavorato all’installazione di 6 sistemi a energia solare per offrire corrente e illuminazione a sei abitazioni tra le più remote dell’area: un progetto parte della Alex Honnold Foundation.

Castleton Tower, Castle Valley, Utah
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Alex Honnold
Nonostante sia uno degli arrampicatori più famosi a livello mondiale, supportato da sponsor come The North Face, Black Diamond, La Sportiva e Maximum Ropes, Alex Honnold continua a vivere in un furgone che, in pratica, è tutto ciò che possiede.

È una cosa abbastanza comune per gli arrampicatori” – dice – e il furgone tutto sommato è un lusso, molto più scomodo stare in una berlina, per esempio, come pure molti fanno”.

“Quando arrampichi, di fatto cerchi di seguire le condizioni meteo climatiche migliori. Stai fermo in una determinata area fino a quando il tempo inizia a peggiorare, ti sposti a Sud e cambi stile. Non c’è un periodo dell’anno in cui non è possibile arrampicare”.

Non esiste tempo libero per Honnold e sebbene sia per definizione un nomade, non è certo un eremita. Il suo stile di vita viene condiviso da molti suoi compagni climber nell’infinita ricerca di pareti sempre più impegnative.

Sull’arrampicata in free solo – che rappresenta circa il 5% della sua attività – Alex Honnold dice che se fatta bene, non è qualcosa di così adrenalinico, ma che piuttosto infonde un grande senso di calma e di armonia. L’adrenalina si scatena solo se qualcosa va storto. Raggiungere la sommità di una parete in free solo… “È qualcosa di molto soddisfacente, quasi commovente. È quel tipo di esperienza che la gente definisce spirituale. Guardare i colori del tramonto sulla campagna innevata, apprezzare i colori della natura e di ciò che ci circonda, questo è ciò che io chiamo un’esperienza spirituale. Per me è molto facile eliminare le cose che non contano. Arrampicare per me è la cosa più importante e quindi accetto di vivere in un furgone, di non avere la doccia, o il riscaldamento, tutte cose che di solito si danno per scontate. Ma non si tratta di un grande sacrificio perché ho capito che arrampicare è la cosa più importante per me. È il mio obiettivo e sono disposto a fare tutto ciò che serve per realizzarlo”.

Fonte: http://www.planetexperts.com/climbing-toward-sustainable-future-interview-alex-honnold

Cedar Wright
Da quando Cedar Wright, a 21 anni, scopre l’arrampicata, la sua vita si trasforma completamente, si trasferisce a vivere in un furgone e va in Yosemite. Per cinque anni lavora nel Search and Rescue team.

Cedar è salito su El Cap in free climbing in un giorno ed ha aperto vie di arrampicata in tutto il mondo.

Si autodefinisce “Bon Vivant, narratore, genio poetico, arrampicatore dirtbag con una strana passione per la sofferenza, per la roccia instabile e per le ragazze di facili costumi. Ma la verità è che Cedar non vuole essere rinchiuso in una definizione”. Cedar è anche regista e musicista.

Qual è la novità in Sufferfest 2?
Nel primo Sufferfest abbiamo parlato a lungo di energia alternativa e di come continuare a fare ciò che amiamo fare, esercitando però un minor impatto ambientale. Alla fine, poiché Alex ha contribuito a diversi progetti di beneficenza legati all’utilizzo di energia alternativa, quando abbiamo iniziato a parlare di questo nuovo Sufferfest mi disse che avrebbe voluto lavorare in prima persona a qualcuno dei progetti che sta aiutando. Così, dato che io ero interessato alle torri dei deserti nel Sud-ovest e a quello che i nostri sponsor stavano facendo laggiù in termini di energia alternativa, il nostro progetto si è rivelato un modo di fare qualcosa di utile, di vivere un’avventura, e raccogliere fondi sensibilizzando la gente sulle condizioni di vita nella riserva Navajo.

A che livello si colloca il film sulla scala della “sofferenza”?
La cosa divertente è che questi due film potrebbero fare a gara per quale meglio incarna lo spirito della Sufferfest. Come i territori che abbiamo attraversato erano molto diversi ma entrambi unici, lo è stato anche il modo in cui abbiamo “sofferto”. Possiamo dire che, incredibilmente abbiamo sofferto molto di più il freddo qui che non sulle montagne più alte della Sierra, in California.

Quali sono i vostri programmi futuri?
Un Sufferfest 3? Se lo faremo saremo solo io e Alex e credo che questa volta non sarà soltanto un viaggio in bici, dovrà essere qualcosa di più… epico. Forse una combinazione di scialpinismo e kayak? Forse. L’idea del progetto Sufferfest, comunque, è di trovare mete ambiziose, uscire dalla zona di comfort e cercare qualcosa di nuovo. Possibilmente raggiungendo la meta… ma non necessariamente!

“Soffrire” sembra essere il tuo motto del momento, che cosa ti attrae in questo tipo di avventure?
Onestamente, si tratta di un tipo di sofferenza… da privilegiati, ed è una sorta di “effetto collaterale” della completa domesticazione della razza umana. Viviamo una vita così sicura, al riparo delle nostre case, che per sentirci davvero vivi dobbiamo essere noi a inventarci qualcosa, come queste maratone di endurance, per esempio. Ma non bisogna dimenticare che questo tipo di sofferenza è un lusso, mentre ci sono in tutto il mondo milioni di persone che hanno a che fare con problemi reali come la povertà per esempio. Provo una forte empatia per queste persone e so che noi non sappiamo nulla di quello che è la sofferenza vera.

Al di là della capacità di catturare lo spettatore, quali sono gli elementi che fanno un buon film di arrampicata?
Penso che un buon film di arrampicata debba avere 4 componenti:
La prima è il personaggio e per me è l’elemento più importante, ci deve essere una figura capace di coinvolgere e con caratteristiche uniche. La seconda cosa è la trama, il protagonista deve attraversare una soluzione conflittuale per poi giungere a uno scioglimento della tensione. La terza è la scenografia, che nel caso dei film di arrampicata è forse l’elemento più facile, perché la bellezza non manca mai nella natura e infine il tema, un elemento troppo spesso sottovalutato e invece importante: qual è il messaggio, la filosofia, o semplicemente l’atmosfera che vogliamo trasmettere con il nostro film?

Fonte intervista: http://www.verticallifemag.com.au/2014/09/interview-cedar-wright/

Titan Tower, Fisher Towers, Utah

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