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Patagonia 2016

Patagonia 2016
di Matteo Della Bordella
(già pubblicato su http://ragnilecco.com/patagonia-2016/, il 7 aprile 2016)

A volte i sogni più belli si realizzano quando meno te lo aspetti…
Ma la statistica parla chiaro: ogni tre anni che vado in Patagonia, il terzo è un anno eccezionale in cui arrivano risultati tanto sognati quanto ormai inaspettati! Fu così tre anni fa con la Torre Egger ed è stato così quest’anno con la parete est del Fitz Roy.
La cosa bella di questo trend e che credendo nei propri sogni e progetti e provandoci con passione e testardaggine ho ormai imparato che i risultati arrivano, la cosa brutta è che andando avanti per questa strada i prossimi due anni che andò in Patagonia, non raggiungerò i miei obiettivi… ( E i prossimi obiettivi come sempre saranno molto ambiziosi…).

Il gruppo del Fitz Roy
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Quest’anno l’idea di riprovare la Est del Fitz nasce quasi per caso, fino a un paio di mesi prima riprovare a salire questa via non era nemmeno una cosa programmata.
Dentro di me avevo sempre una gran voglia di salirla, ma non me la sentivo più di organizzare una spedizione e dedicare un’intera stagione patagonica solo ed esclusivamente a questo obiettivo, come avevo fatto l’anno passato.
Poi succede che il mio amico David Bacci decide di andare in Patagonia due mesi e mezzo ed è alla ricerca di soci.
Io sono d’accordo per il mese di febbraio per scalare insieme a Silvan Schüpbach e non mi ricordo se sono io a dirlo o è David ma qualcuno salta fuori con un “Beh, a gennaio potremmo fare qualcosa insieme però…”.
Detto e fatto, prenoto anch’io il mio biglietto per il 9 di gennaio. Fare qualcosa insieme, sì… ma cosa?
E qui è proprio David a lanciare la proposta “Ma scusa, se il tempo è bello non vorresti tornare a riprovare la via dei Ragni al Fitz?”.
Quando sento le sue parole mi brillano gli occhi… con me va a sfondare una porta aperta…

Visto che della salita si è già detto e scritto parecchio sia su internet che su articoli che usciranno prossimamente su giornali cartacei, in questo post vorrei riassumere con qualche foto i ricordi e le emozioni più importanti.

La parete Est del Fitz Roy, 1300 metri dalla base alla cima, con la via tracciata da Casimiro Ferrari e Vittorio Meles nel 1976. Una linea, che a quarant’anni di distanza, resta a mio avviso, la più bella, elegante e difficile che ci sia su questa montagna. Foto Silvan Schüpbach.
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Il gruppo dei Ragni di Lecco nel 1976. In alto da sinistra a destra Casimiro Ferrari (capo spedizione), Gianni Stefanoni, Guerino Cariboni, Gianni Arrigoni, Gianluigi Lanfranchi, Floriano Castelnuovo. In Basso, da sinistra a destra: Amabile Valsecchi, Franco Baravalle (medico), Giacomo Pattarini, Vittorio Meles.
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Parete est del Fitz Roy, via dei Ragni, 1976
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Per la terza volta mi ritrovo sotto a questo mostro. Come le altre volte mi sento piccolo e fragile davanti a tanta imponenza, ma la motivazione e la voglia di dare il massimo sono più alte che mai. David supera la terminale con le prime luci dell’alba.
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Sulle perfette fessure dei primi entusiasmanti tiri della via… Essendo la terza volta che li scalo e grazie alle condizioni perfette, riesco a “mettere il turbo”, la scalata è semplicemente fantastica e pienamente nel mio stile. Foto David Bacci.
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Primo bivacco in parete, siamo sopresi da un’inattesa nevicata e ci svegliamo completamente fradici nei nostri sacchi a pelo.
“Non ho mai pensato, nemmeno per un momento a una possibile ritirata”, David mi confesserà una volta raggiunta la vetta. Foto David Bacci.
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Momenti di scalata sulla via dei Ragni al Fitz…una foto che vale più di mille parole! Foto David Bacci.
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“El que crè crea” (Colui che crede, crea). Stretta di mano in cima al Fitz Roy, dopo una grande avventura insieme!
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La mitica “hamburguesa completa” del Porter. David Bacci è riuscito a mangiarne due (offerte da me visto che avevo scommesso che non ce l’avrebbe fatta…)
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Il momento più brutto di questa spedizione. La perdita del “gordo” Inaki Coussirat, grande alpinista, grande persona. Il tuo entusiasmo, il tuo sorriso e la tua energia vitale mi mancheranno, amico (Inaki Coussirat è stato vittima di un fatale incidente sul Fitz Roy il 21 gennaio 2015, NdR).
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Il gruppo del Cerro Torre all’alba visto dalla cima del Fitz Roy, non sono un romanticone, ma questa era davvero una vista da mozzare il fiato. Foto: David Bacci sostiene sia sua, ma in realtà ne abbiamo fatte sia io che lui con diverse macchine fotografiche…
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Con l’amico Silvan Schüpbach arriva il momento di provare a scalare anche il Cerro Torre per lo spigolo sud-est. Una montagna leggendaria e mitica, che tuttavia nelle mie precedenti 5 spedizioni in Patagonia non avevo mai avuto l’onore di attaccare.

Sulla headwall del Cerro Torre. Un muro di roccia (marcia), verticale e uniforme, con qualche fungo di neve sopra la testa. Dopo averne sentito tanto parlare, aver letto libri e visto film, ti ritrovi in quest’ambiente surreale, dove ogni metro va guadagnato e non ci sono né fessure né chiodi ad indicarti la strada… Foto: Silvan Schüpbach.
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Il mitico compressore di Cesare Maestri, un po’ spoglio, ma sempre in ottima forma!
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Con Silvan in cima al Cerro Torre per una salita “by fair means” dello spigolo sud-est. Era uno dei due modi con cui avrei voluto salire questa mitica montagna (l’altro è dalla parete nord), una linea logica e pura su una montagna leggendaria. Una bella salita, impegnativa e di soddisfazione, anche se sia dal punto di vista psicologico che tecnico, a mio avviso si posiziona a un livello di difficoltà inferiore rispetto alla via dei Ragni sulla Est del Fitz.
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Io e Silvan sulla headwall del Cerro Torre. Due foto scattate da Elio Orlandi, dal paese di El Chalten, che rendono l’idea di quanto siano grandi queste montagne.
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Patagonia 2016, una stagione incredibile. Ma ora è già tempo di guardare ai nuovi progetti per l’estate, ne vedremo delle belle…
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Cerro Torre à la carte

Cerro Torre à la carte
di Marcello Cominetti (da http://marcellocominetti.blogspot.it/, 24 dicembre 2014)

Eravamo a Cortina, era il mese di marzo del 1992 e tra le altre cose di cui stavo parlando con Jim Bridwell saltò fuori quella che riguardava il Cerro Torre. Avevo un cliente che voleva salirlo per la Via del Compressore, quella che allora si pensava erroneamente fosse la “normale” all’urlo di pietra.

The Bird, così chiamano da sempre Jim, si voltò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: “Ma è semplicemente fantastico! Ti serve solo un cliente fortissimo e tu devi essere completamente pazzo”.

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti con al centro il loro compagno-cliente Max Lucco in cima al Cerro Torre, il 14-12-2014
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Luci nella notte australe sopra l’Elmo
CerroTorre-Sopra-l'Elmo,-luci-nella-no

Scoppiammo a ridere entrambi e pochi mesi dopo partii con Cesare (un nome emblematico se si parla del Torre) e Sandro per il Cerro Torre.
Sui pendii sotto la spalla la neve fresca e già marcia era più alta di noi. Rinunciammo dopo non pochi sforzi, ma proprio non ci riusciva di salire. Ci sarebbe voluto uno spazzaneve e pure bello grosso.
Ripiegammo sul Fitz Roy che salimmo per la Via Franco Argentina allora in condizioni perfette.Questo anche per dire che tra le due montagne c’è molta differenza, climaticamente parlando.Bell’avventura davvero e per me come guida alpina. Era la prima volta che una guida saliva lassù con un cliente.
Senza volerlo aprii un’ era, quella del professionismo in quei posti. Bei tempi!

Cominetti e Lucco sotto il Col de la Esperanza e sotto al Torre
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Eravamo belli e soddisfatti, certo, ma a me era rimasto dell’amaro in bocca semplicemente perché il Torre mi piaceva di più. Faceva parte della mia formazione letteraria e mistica molto più del Fitz Roy e l’idea di fare “la guida” su quelle cose così complicate mi attraeva da matti. Non c’erano altri motivi.
Per un alpinista che decide di vivere del mestiere di guida arriva prima o poi un momento in cui si impone una scelta. Continuare inseguendo realizzazioni alpinistiche di punta e fare la guida come complemento e forma di reddito, oppure decidere di fare la guida e basta ma cercando di portare i clienti sulle montagne dei propri sogni.
Scelsi la seconda opzione, anche perché mi lasciava più tempo da dedicare ad altre passioni (oggi che sono più maturo direi alla famiglia) e, non posso nascondere che fare la guida mi permetteva di esercitare quella propensione a fare il “sergente” che non è per nulla un dono di natura.
Ho dei colleghi che a 50 anni continuano a fare gli alpinisti di punta, le guide e gli arrampicatori sportivi allenandosi come ragazzini. Mi sembrano delle persone irrisolte, dietro alla positiva facciata dell’atleta.

Franz Salvaterra versione heavy duty
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Adoro i miei figli, suonare la chitarra, costruirmi casa con le mie mani e… andare in montagna, ovviamente.
Sono stato su tante montagne a fare la guida ma quelle della Patagonia per me rappresentano ogni volta un ritorno a casa, un inno alla libertà e all’incertezza. Il contrario della sicurezza in tutti i sensi, il dubbio e l’impopolarità nonostante sforzi a volte sovraumani.
Io sono uno che detesta il Sistema, non me ne sento parte e se vado a fare la guida sul Cerro Torre è anche perché mi piace correre il rischio di non farcela. Troppi fattori devono combinarsi allo stesso tempo. Molti più di quelli che servono se la stessa cosa la si affronta con gli amici.
Infatti tentai il Torre con un cliente diverse volte e questa “magica combinazione” fu sempre lungi dal verificarsi e ne tornai con beghe umane e economiche, pive nel sacco e maldicenze. Ma mai con delusione. Sapevo che il Torre mi avrebbe lasciato la possibilità di tornarci e io fretta non ne ho mai avuta.

Per questo pochi giorni fa ci ho riprovato.  Ero d’accordo con Max che saremmo tornati insieme a El Chaltén e, se il meteo ce lo avesse concesso, avremmo scalato qualcosa, ma non sapevamo che cosa. Sapevamo bene che fare programmi non serviva, ci dovevamo solo adattare alle condizioni del momento.

Quei grupponi di alpinisti col maglione tutti uguale che partono in pompa magna annunciando che spaccheranno le cime patagoniche, sono decisamente sorpassati, patetici e fanno sorridere. Contano sul fatto che così si tirano su soldi che qualche sponsor concede solo a chi si sa far notare.

La nostra Ferrino Monster all’Elmo. Cerro Egger sullo sfondo
CerroTorre-2Il campo sull'Elmo, Cerro Tore 14-12-14

La mia Azienda sono io, ho provato ad averne una formata da più corpi e teste e alla fine mi ha deluso. I miei sponsor mi vestono dalla testa ai piedi, fino alle piccozze, agli sci, agli occhiali e ai moschettoni e io queste cose me le faccio durare. I vestiti mi piacciono di più quando sono consumati. Non amo il consumismo anche se potrei consumare molto di più.

Infatti mi porto dietro sempre il minimo e a volte anche meno.

La sera del 10 dicembre Max è arrivato a El Chaltén sconvolto da un viaggio lunghissimo e appena l’ho visto, ancor prima di salutarlo, gli ho detto: “Domani si parte per il Torre”.
Non ho ben capito se il suo primo sguardo fosse di stupore o di disperazione, ma la mattina dopo abbiamo riempito gli zaini e siamo partiti. Mi sembrava contento.
Della serie di combinazioni favorevoli di cui parlavo sopra, faceva parte Franz (Salvaterra), un venticinquenne trentino conosciuto qui l’anno scorso. Forza, capacità, simpatia, entusiasmo e testa sul collo quanto basta, tutti concentrati in un ragazzo solare e dotato di estrema leggerezza di spirito. Per me è la persona con cui affronterei l’oceano a bordo delle nostre ciabatte certo di sbarcare in America!
E poi mi dicevo: se un negro è diventato presidente degli Usa, una guida alpina poteva fare il suo mestiere anche sul Cerro Torre. La proporzione non è esagerata.
Poco prima di risalire il ghiacciaio Grande alla base del versante sud della montagna ci siamo accorti di avere dimenticato in paese le snowbars, ovvero dei lunghi picchetti in alluminio che servono ad assicurarsi sulla neve inconsistente dei funghi ghiacciati della ovest del Torre, la Via dei Ragni, quella che intendevamo salire.
Lo stipite della baracca di Maestri di cui ne troviamo dei resti sul ghiacciaio poteva fare il caso nostro, bastava spezzarne una parte per ottenere più o meno quello che avevamo dimenticato.
Improvvisazione, approssimazione, fantasia, precisione solo quando serve, ecco le doti necessarie se vuoi anche divertirti. Secondo me.
La notte al campo detto Niponino è coperta dal nevischio e da una volpe che aspetta gli alpinisti quando si approssima una breccia di tempo buono. Lei lo sa e ti rosicchia anche le corde se le lasci fuori perché su un ghiacciaio non c’è nulla da mangiare e anche un pezzo di nylon è un manicaretto se le costole ti spuntano dal pelo sempre più per la fame. Le nostre corde ci fanno da cuscini e quindi si salvano ma un lacciolo di una picca di Franz finisce nello stomaco del mustelide. Poco male, a questo si può rimediare facilmente.
L’indomani il Col Standhardt è una vera e propria ascensione. E’ tutto di ghiaccio e sembra più ripido del solito. Le cime del Gruppo del Torre sono incrostate di “escarcha”, neve umida compressa sulle pareti verticali dal vento gelato. Noi che andiamo a salire una via tutta di ghiaccio non siamo preoccupati.
Dal Col ci si cala con la corda dentro al Circo de los Altares, un anfiteatro di montagne sullo Hielo Continental dalla bellezza estrema, difficile da dire anche per uno che scrive bene come Baricco, figuriamoci per me… bisogna andarci per provarla.

Max e Marcello (che mostra fiero la patacca UIAGM) in vetta
CerroTorre-IMG_6765-Max-e-Marcello-Tor
Il tempo sta migliorando come da previsioni meteo. Si capisce che sta arrivando il bello, specie se da queste parti ci hai passato mesi della tua esistenza, l’aria non profuma più di sale del Pacifico, segno che il vento non soffia più da ovest, dalla fabbrica delle perturbazioni.
Una brezza meridionale ci sospinge la mattina dopo verso il Col de la Esperanza con la luna piena in faccia che tramonta dietro al Domo Blanco. Saliamo velocemente un paio di tiri di misto e proseguiamo sulla neve dura che diventa sempre più ripida fino al Colle che Bonatti e Mauri avevano battezzato così nella speranza di salire sul Torre nel 1958.
Il tentativo dei “lumbard” finì dove ci fermiamo anche noi per la notte, sul fungo di ghiaccio più grande che i Ragni di Lecco avevano chiamato l’Elmo per via della sua forma tondeggiante.
Sole e zero vento, fa quasi caldo, montiamo la nostra tendina arancione colorando ulteriormente un luogo sospeso nella sua unicità. La cima del Torre è appena lì sopra, quella della Egger è quasi alla nostra altezza e a sud gli Adelas sembrano meringhe sul carrello di una pasticceria senza soffitto. Gardando all’orizzonte verso il lago Viedma viene da chiedersi dove tutto questo abbia fine e se ne abbia davvero una. Sul versante opposto lo Hielo Patagonico Sur sembra di vapore bianco come quello che soffiano le locomotive, solo che è immobile.
Ci riposiamo senza essere troppo stanchi ma ci piace goderci un posto simile, mica capita tutti i giorni. E neppure tutte le volte che si scala da queste parti, aggiungo!
Ci idratiamo a dovere e, sotto un sole accecante, andiamo a dormire.
L’indomani ci sveglia la prima cordata in arrivo. Siamo quelli che hanno deciso di dormire più in alto perché la nostra tattica (guai a non averne una efficace) prevedeva di sfruttare entrambi i giorni di tempo buono: ieri e oggi, appunto.
Le altre 5 cordate hanno preferito dormire più in basso, sotto al Col de la Esperanza dove c’é una spalla pianeggiante con pochi crepi ottima per tenda e truna.
Ci riaddormentiamo ma per poco perché lì fuori c’é sempre più trambusto. Una decina di persone da queste parti sono una grande folla e alle 3 e mezza decidiamo di fare colazione e partire anche noi. Gli ultimi sono i nostri amici dell’Esercito, Majo, Farina e Francoise. Con loro c’è un rapporto speciale e ci fa enormemente piacere incontrarci in un posto così singolare.
I tiri si susseguono rapidi e personalmente provo a fondo cosa significhi scalare sul “bagnoschiuma” verticale, un terreno di cui avevo solo sentito parlare e che prevede l’uso di speciali alette montate sulle piccozze e l’utilizzo di mani e piedi come sulla roccia senza piccozze inventandosi a ogni passo equilibri improbabili.
Questa via pare non abbia uguali. Da quando si arriva al Col de la Esperanza si entra in un mondo unico, fatto di giganteschi cavolfiori. La prima cosa che ti chiedi è come facciano a stare lì appesi. Tutto è fortemente bianco, e il nostro gioco, o meglio quello della via, è insinuarsi nelle poche pieghe tra una palla gigante e quell’altra, salire un diedro di rocce verglassate, una cascata strapiombante di ottimo ghiaccio colato su una placca di granito perfetta e infilarsi letteralmente dentro al nucleo di quelche cavolfiore grazie a dei tunnel verticali che non si sa bene perché esistano.

Max Lucco nel tubo finale che porta in vetta
CerroTorre-6Max Lucco nel tunnel terminale Cerro Torre 14-12-14
I miei amici Rolo Garibotti e Doerte Pietron, alpinista e “scenziato” della logica il primo e alpinista e fisica la seconda, hanno da poco concluso uno studio, in collaborazione con un eminente metereologo statounitense, sul queste formazioni.
Non padroneggiando così bene la lingua di Shakespeare mi sono perso la lettura del trattato e quindi non ne so di più di quello che Rolo e Doerte mi hanno raccontato mentre scalavamo vicino a casa…ma giuro che lo leggerò.

In cima mi soffermo a pensare a tante cose ma quella che più mi occupa la mente è mia madre. Sapeva che volevo scalare questa montagna e si era letta un sacco di libri in merito, e si era fatta venire una paura terribile. Lassù era tutto così luminoso e tranquillo che se ci fosse stata anche lei avrebbe capito tante cose e soprattutto che non valeva la pena di angustiarsi così a lungo per me. Ma siccome non poteva esserci la capisco eccome.
Il mio cliente Max (Lucco) e Franz sono felici almeno quanto me e tra abbracci, commozioni e foto di rito sbotto serio dicendo da vecchia guida: “Ora guai a chi fa una cazzata scendendo da qui”.
Si tratta in fondo di concentrarsi bene per qualche ora, perché scendere da una palla di neve non è un affare da prendere sottogamba. Non ci sono le soste con i chiodi nella roccia. Qui dobbiamo farcele tutte noi assieme agli altri dividendoci il compito per i molti ancoraggi che servono.
La sera al Filo Rosso montiamo la tenda tutta storta su un crostone di neve dura che emerge tra la neve marcia dal sole di tutto il giorno.
Si sta scomodissimi ma la stanchezza e la contentezza di aver salito una montagna come è il Cerro Torre ci fanno fare una cena da principi e una dormita da re!
Nel lungo ritorno a piedi attraverso Paso Marconi del giorno dopo ho modo di pensare se quello che abbiamo scalato è una montagna come le altre, più bella delle altre, oppure è un mito.
Mi rispondo che abbiamo scalato entrambi e che forse scalare un mito è più duro e difficile che scalare una cima anche aguzza e particolare come il Torre.
Con Franz già pensiamo di tornarci a fare le guide con chi ce lo chiederà.
Si perché siamo un ottimo team e Franz, mi sono dimenticato di scriverlo prima, è diventato Aspirante Guida Alpina il giorno prima di partire per El Chaltén. Non male come inizio di carriera professionale, non male davvero.

 

 

 

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Ancora su Maestri e sul Cerro Torre

La vicenda di Cesare Maestri e il “suo” Cerro Torre è pressoché nota a tutti, ma costituisce uno dei più grandi rebus dell’intera storia dell’alpinismo. Rebus non ancora risolto, a dispetto dei numerosi tentativi.

Per i meno informati possiamo riassumere la storia in poche righe. Il Cerro Torre, con il suo caratteristico cappuccio di ghiaccio, è una delle più slanciate ed estetiche montagne della Patagonia, nota in tutto il mondo.
Cesare Maestri partecipò alla spedizione dei trentini, guidata da Bruno Detassis, nell’estate australe del 1957-58. Fallita questa, egli ritornò l’anno dopo, approfittando dell’entusiasmo e delle capacità organizzative del trentino Cesarino Fava che allora viveva in Argentina.
Maestri disse di essere giunto in vetta il 31 gennaio 1959, assieme al tirolese Toni Egger, grande rocciatore ma soprattutto esperto di ghiaccio, dopo aver attaccato dal versante est, per poi passare sulla parete nord dopo il passaggio per lo stretto intaglio del Colle della Conquista. Anche il trentino Cesarino Fava faceva parte del team, ma la volta decisiva non andò su con loro e rimase sul ghiacciaio sottostante, a supporto dei compagni. Fu proprio Fava a ritrovare, dopo sei giorni, il solo Maestri, in stato confusionale. Egger era morto cadendo durante la discesa, travolto da una slavina.
Quella salita era tanto avveniristica da essere ritenuta impossibile con i mezzi – in primo luogo le piccozze – di allora. Così tutti coloro che, nei decenni seguenti, sono saliti sul Torre hanno cercato, invano, le tracce che la confermassero. Intanto Maestri protestava la propria sincerità e tornava 11 anni dopo sulla montagna per aprirvi, provocatoriamente, una nuova via, chiamata la via del Compressore. Lo spregiudicato uso di un pesantissimo compressore per piantare i chiodi a pressione fu causa di altre polemiche, andate a sommarsi a quelle vecchie.

Il Cerro Torre visto da ovest. Foto: Rolando Garibotti
maestriI primi dubbi espressi pubblicamente furono di Carlo Mauri, il noto alpinista di Lecco. In seguito il caso venne ripreso da Ken Wilson, l’editore di Mountain Magazine. Molto è stato scritto sull’inconsistenza del racconto di Maestri e di Fava e su ciò che può essere successo o non successo. Oltre agli eccellenti articoli di Wilson, tra le opere più importanti c’è il libro di Tom Dauer, Cerro Torre, mito della Patagonia; l’articolo di Rolando Garibotti A Mountain Unveiled, dapprima pubblicato nel libro di Dauer, poi ripreso dall’American Alpine Journal; il libro di Reinhold Messner’s Grido di Pietra; più recentemente il libro di Kelly Cordes The Tower: A Chronicle of Climbing and Controversy on Cerro Torre. Tutti coloro che hanno esaminato i fatti sono giunti alla stessa conclusione: il racconto di Maestri è una fandonia.

A questo punto interviene un nuovo fatto: Rolando Garibotti fa una scoperta che a suo avviso potrebbe gettare nuova luce sull’intera vicenda. Qui sotto riportiamo integralmente il suo articolo, tradotto dall’inglese. In fondo al post, chi ha ancora il coraggio di proseguire, può leggere alcune mie considerazioni.


Completando il puzzle: un fatto nuovo nella pretesa salita del Cerro Torre del 1959
di Rolando Garibotti con il contributo di Kelly Cordes
(originalmente postato su Alpinist.com, 3 febbraio 2015, ma prima ancora su pataclimb.com, 2 febbraio 2015)

Negli ultimi quarant’anni l’affermazione di Cesare Maestri di aver salito conToni Egger la vetta del Cerro Torre nel 1959 è stata largamente screditata.
Un’abbondanza di evidenze ha dimostrato che il punto più alto da loro raggiunto è solo a un quarto (circa 300 m) dell’intero percorso, il cosiddetto nevaio triangolare. Ciò che era rimasto un vero mistero riguarda ciò che Maestri ed Egger (aiutati da Cesarino Fava) avessero davvero fatto in quel lasso di tempo, in quei sei giorni da cui Egger non fece ritorno.

Maestri era senza dubbio un alpinista fenomenale e un pensatore indipendente e d’avanguardia, che certamente merita rispetto per tutto ciò che d’altro aveva fatto. Ma di certo questo giudizio non poteva precludere un’indagine su quanto lui affermava. Anche perché stiamo parlando dei fatti relativi alla prima ascensione di una delle più belle montagne conosciute al mondo. Ad oggi, nessuno ha mai costruito una difesa della salita di Maestri del 1959 basata sui fatti, a contrasto delle numerose contraddizioni, inconsistenze ed evidenze accumulate contro la sua versione.

Ma ora c’è una prova al riguardo di come e dove Maestri ed Egger abbiano passato quei sei giorni. I giorni precedenti, con l’intero team a trasportare il materiale, con i viaggi su e giù per il ghiacciaio sotto alla Est, con le corde fisse fino al nevaio triangolare, sono stati raccontati con dovizia di particolari, dal diario di Fava, nonché dai diari dei tre giovani studenti universitari che erano a supporto del team e naturalmente dal diario dello stesso Maestri.

Su una piccola cima situata subito a nord del Col Standhardt, Rolando Garibotti tiene in mano la foto tratta dal libro di Cesare Maestri Arrampicare è il mio mestiere: la didascalia è “Toni Egger sulle placche d’attacco della parete del Cerro Torre”. Invece ciò che si vede è (in primo piano il versante ovest del Perfil de Indio, in secondo il versante ovest dell’Aguja Bifida. Foto: Rolando Garibotti
maestri_2_1_3Nel libro Arrampicare è il mio mestiere (Garzanti, Milano, 1961) una foto a colori su una pagina fuori testo, adiacente a pag. 64, ripresa da Maestri mostra Toni Egger mentre sale apparentemente slegato su quelle che la didascalia definisce le placche d’attacco della parete del Cerro Torre.

Due anni fa Ermanno Salvaterra e io avevamo notato quella foto mentre lavoravamo a un libro che ancora oggi non è stato pubblicato: conoscevamo bene il terreno, ci accorgemmo che la foto non è stata fatta sul Cerro Torre. Ma non sapevamo dove invece fosse stata scattata. L’immagine è tagliata in modo tale da non rivelare molto dello sfondo. Circa un anno fa Kelly Cordes mi chiese di insistere in quest’indagine: e così feci un altro sforzo. Dopo molte ore di studi su migliaia di immagini dell’intera zona, con l’aiuto di Dorte Pietron, trovai qualcosa che somigliava molto alla foto in questione. Bingo!

La foto di Maestri è stata infatti presa sulla parete ovest del Perfil de Indio, una piccolo torre a nord del Col Standhardt, tra l’Aguja Standhardt e l’Aguja Bifida, sul versante ovest del massiccio, cioè quello opposto a quello sul quale loro stavano operando.

Che significa? Nei suoi molti racconti delle sue spedizioni del 1958 e 1959, Maestri non riferisce mai di alcuna ricognizione sul versante ovest del massiccio.
I sei giorni in cui Maestri dice di aver fatto con Egger l’attacco finale al Cerro Torre da est son quelli peggio raccontati. Cosa avvenne davvero?

Questa fotografia aggiunge un’altra evidenza, scattata in un luogo in cui andarono ma che mai Maestri menzionò. E questo luogo è abbastanza vicino a quello dove avrebbero dovuto essere, e certamente non è posto dove si possa andare senza intenzione di farlo. E poi dimenticarsene. Probabilmente, di fronte alle enormi difficoltà che si prospettavano nella continuazione della loro salita da est, i due presero in considerazione la parete ovest, dove Walter Bonatti e Carlo Mauri avevano trovato una linea di debolezza ed erano saliti fino a buon punto l’anno prima. Dal loro campo base sul versante est, l’unico modo per raggiungere la parete ovest del Cerro Torre è proprio quello di salire i pendii sotto al Col Standhardt, scavalcarlo e scendere a corda doppia a ovest (decadi dopo questo percorso è diventato uno dei modi più comuni per approcciare il versante ovest). Nella foto di Maestri, si vede Egger scalare sotto (ovest) e subito a nord del Col Standhardt, ovviamente mentre ritorna al versante est del massiccio. È una grande lezione d’intuito nel reperire una via. Nell’ultima decade le cordate che cercavano di raggiungere quello stesso colle dall’ovest si sono trovate a battagliare con terreno ripido e difficile su un itinerario più diretto. La linea scelta invece da Egger e Maestri è molto più facile (III). Dal Col Standhardt, i due riscesero poi i pendii ventosi e valangosi che li avrebbero portati alla parte superiore del ghiacciaio del Torre, dove I resti di Egger furono ritrovati nel 1974 (vedi foto più sotto).

L’approssimativa linea di salita che Egger e Maestri avrebbero seguito se fossero arrivati alla location della foto da ovest. Foto: R. Garibotti
maestri_2_1La morte di Egger rimane un mistero. Con queste nuove informazioni è possibile che sia stato vittima di un incidente scendendo dal Col Standhardt. L’unico a conoscere la verità rifiuta di parlare, lasciandoci tentare di mettere insieme i pezzi della verità. L’aspetto più controverso della versione di Maestri e Fava vede l’inaccurata informazione da loro data alla famiglia Egger sulla morte di Toni. Al loro ritorno, Maestri e Fava non riportarono indietro alcun indumento di Egger, e neppure materiale personale o appunti di diario (si sapeva che Toni era abituato a scrivere un diario preciso delle cose che faceva). La sorella di Toni è ancora viva, ha quasi novant’anni e vive nei dintorni di Lienz (Tirolo orientale, Austria). Sarebbe giusto che Maestri desse una spiegazione a lei (e al mondo) su ciò che avvenne in quei sei giorni del 1959.

L’ultima lezione dataci da Egger è il reperimento di quella via, astuta e ingegnosa. Speriamo che l’ultima di Maestri sia un ritorno alla verità, cristallina e una volta per tutte.

Ciò che prova la foto:
– che l’immagine che Maestri ha pubblicato nel suo libro non è stata scattata sul Cerro Tore come invece lui afferma;

– che Egger e Maestri visitarono il versante ovest del Cerro Torre, quello opposto all’orientale dove loro volevano salire, probabilmente per provare la salita da ovest (non si vede altra motivazione);

– che, dato che quei sei giorni sono i soli a non essere stati relazionati, fu proprio in quel periodo che loro andarono sul versante ovest, proprio in quei sei giorni in cui Maestri ha sempre detto di aver compiuto la salita della montagna da est e nord;

– che la macchina fotografica non andò perduta come Maestri afferma.

Hanno contribuito a questo articolo, originariamente pubblicato su pataclimb.com: Leo Dickinson, Colin Haley, Dorte Pietron ed Ermanno Salvaterra.

La risposta di Maestri
(Maestri-la-gazzetta-dello-sport-06-02-2015-by- cerca a a pag. 26, 6 febbraio 2015)
L’articolo di Garibotti fa il giro del mondo in pochi minuti, ed ecco il giornalista Alessandro Filippini che telefona (più di una volta) all’ottantacinquenne Cesare Maestri per informarlo del fatto nuovo e avere eventuali chiarimenti.

Dopo un primo rifiuto del grande arrampicatore di interessarsi alla questione (mi avete rotto i coglioni, non sono mai stato sulla Ovest, dev’essere la foto di qualcun altro, l’editore avrà sbagliato didascalia) Filippini riesce a fargli ricordare che sì, una volta durante la spedizione del 1957/58 stette via “una decina di ore con Luciano Eccher, arrivando fino a un colle” per dare un occhio all’Ice Cap (lo Hielo Continental).

Filippini conclude che la fotografia non è stata scattata durante la contestata prima salita, bensì nella spedizione trentina dell’anno precedente, con ciò riportando a zero lo “scoop” di Garibotti: “ha solamente scoperto… un refuso!”. Confortato in questo giudizio, sulla stessa pagina, da una breve analisi di Reinhold Messner che giunge alle stesse conclusioni, parlando di prova per nulla definitiva.

Ovviamente Garibotti giudica “scontata, se non deplorevole” la risposta di Maestri (in Addendum, 7 febbraio 2015).
Aggiunge che i dettagli della spedizione 1957/58 sono stati minuziosamente relazionati da Bruno Detassis. Una spedizione che battezzò ogni piccola cima e colle raggiunti, includendo anche realtà geografiche del tutto insignificanti: ma che non nominò la salita al Col Standhardt, di sicuro una meta più importante di tante altre, un vero e proprio “blank on the map”.

Garibotti aggiunge che il libro di Maestri è stato rieditato quattro volte senza che fosse fatta alcuna correzione alla didascalia.

Il fatto che la foto sia stata fatta sul versante ovest suggerisce che i due volessero fare ben di più che dare uno sguardo allo Hielo Continental…

E conclude la sua prima appendice giudicando “assai triste che la sciarada continui a nascondere la verità a spese della famiglia di un uomo che non c’è più”.

In un secondo Addendum dell’9 febbraio 2015, Rolando Garibotti continua implacabile, riproducendo la pagina del Bollettino della SAT (1958,2) in cui è l’intera lista delle salite (dove appunto non figura il Col Standhardt), completa di chi e quando le fece, stilata dal “leggendario Bruno Detassis”.

Osserva che la salita a quel colle comporta mille metri di dislivello, un percorso complicato tra i ghiacci, un couloir a 60° e passaggi di V grado su roccia: una “gita” che difficilmente si può trascurare, specialmente se paragonata alle altre elencate. E aggiunge che ugualmente anche in altre pubblicazioni successive non se ne parla mai: American Alpine Journal, 1959, p. 317; Rivista Mensile del CAI, 1958/3-4, p. 112, p. 114; CAI-Alpinisti Italiani nel Mondo, 1972/2, p. 836; Lo Scarpone, 1957/23, p. 1; Lo Scarpone, 1958/1, p. 1; Lo Scarpone, 1958/2, p. 1; Lo Scarpone, 1958/5, p. 1; Lo Scarpone, 1958/21, p. 3; Bollettino SAT, 1959/3, p.13; Italiani sulle Montagne del Mondo, p. 273-274; Maestri C. (1961), Arrampicare è il mio mestiere, Garzanti, Milano, 1961 (p. 57-86); Maestri C. (1981), Il Ragno delle Dolomiti, Rizzoli, Milano.

Il massiccio del Torre visto da est. Foto: Rolando Garibotti
maestri_3Alcune mie considerazioni
Non sono mai intervenuto direttamente in questa annosissima questione, ho però letto con meticolosità tutto ciò che è stato scritto, e non solo in italiano. Ho ascoltato con interesse i pareri di centinaia di alpinisti. La vicenda della didascalia sbagliata ha innestato nuovi dubbi, che Garibotti ritiene possano essere prove.

Personalmente credo che né questa scoperta della didascalia erronea, né la salita di Garibotti, Salvaterra e Alessandro Beltrami, battezzata Arca de los vientos, che voleva ripercorre l’itinerario del 1959 ma che poi se ne distaccò sensibilmente al di sopra del Colle della Conquista, né altre considerazioni che qui sarebbe troppo lungo riportare, abbiano mai potuto scalfire più di tanto la versione di Maestri.

Riproduzione della foto originale di Maestri, a pagina 64 di Arrampicare è il mio mestiere.

maestri_4C’è ancora la possibilità che il racconto di Maestri sia vero, perché le condizioni assai ghiacciate di quegli anni (le foto di allora lo provano e anche quella più moderna qui sotto di Rolando Garibotti potrebbe suggerirlo) potrebbero aver reso possibile una salita sotto e sopra al Colle della Conquista pressoché interamente su ghiaccio. Sfruttando i “cavolfiori” anche con le piccozze di allora non è detto che uno come Egger non potesse salire. Le numerose spedizioni che hanno tentato di ripetere questo itinerario, fino alla conclusiva di Garibotti, Salvaterra e Beltrami, non hanno trovato alcuna traccia? Su ghiaccio mi sembra normale. La quantità di materiale adoperata per raggiungere il nevaio triangolare stona con l’assoluta mancanza di tracce sul terreno superiore? La scelta del duo di salire dopo il Colle della Conquista per la parete nord in quello stile che in seguito sarebbe stato chiamato “alpino” potrebbe spiegare perché in basso tanto materiale e in alto nulla.

La recente apertura de la Directa de la Mentira conferma ancora una volta l’assenza delle prove di passaggio di Egger e Maestri.

A mio avviso c’è solo un modo per ridare a Maestri credibilità, certamente non completa. Dal racconto di Maestri sembrerebbe che la loro discesa in parete nord si sia svolta lungo quello che oggi è la parte finale del tentativo Burke-Proctor o del tentativo Ponholzer-Steiger. Maestri riporta che, dopo essere arrivati in cima e dopo essere scesi a lungo in parete nord, usando chiodi a espansione o chiodi da ghiaccio per costruire gli ancoraggi per le doppie, “circa 100-150 metri al di sopra del Colle della Conquista” decisero di traversare verso est, in modo da giungere dall’alto sul famoso nevaio triangolare, senza dover ripassare sulla lunga traversata che collega il nevaio al Colle della Conquista, da loro percorsa in salita. Maestri racconta di aver evitato di ripercorrere al contrario la traversata e di essere arrivato in doppia sul nevaio triangolare, dall’alto, dunque è su questo settore di parete immediatamente al di sopra del nevaio che dovrebbero concentrarsi le ricerche dei chiodi a espansione lasciati. Quello è un terreno più ripido della parete nord, dove certamente gli eventuali ancoraggi possono essere tutto meno che chiodi da ghiaccio: dunque reperibili! Ma nessuno ha mai ripercorso quel settore tra il gran diedro degli inglesi Phil Burke e Tom Proctor (1981) e il tentativo Ponholzer-Steiger.

Rimarrebbe comunque la considerazione che, pur se dovessero essere lì ritrovati degli ancoraggi a espansione, non sarebbe quella comunque una prova definitiva, perché si potrebbe sempre obiettare che i due siano sì saliti per un pezzo sulla parete nord (quei 100-150 m o anche un po’ oltre) ma magari non fino alla vetta.

Nella foto qui sotto (di Rolando Garibotti) sono elencati gli attuali percorsi che solcano la parete nord del Cerro Torre. Da notare la Burke-Proctor (10) che proviene dal grande diedro strapiombante della parete est (qui non visibile). Vi si deve aggiungere il tracciato della Directa de la Mentira (Colin Haley e Marc-André Leclerc, 2-3 febbraio 2015), sei lunghezze di corda che raddrizzano Arca de los Vientos passando direttamente sullo spigolo nord. La presenza di ghiaccio in questa foto assai recente può suggerire che più di 50 anni fa lo spessore fosse maggiore.   Maestri-torre_N_01

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Cerro Torre 1959: si farà luce?

Una possibile ricerca dei chiodi a pressione sulla via di discesa di Maestri ed Egger

Matteo Della Bordella e Luca Schiera, sono in partenza per la Patagonia, diretti alla parete nord del Cerro Torre. I due alpinisti del gruppo dei Ragni di Lecco, tenteranno di salire la parete lungo la linea seguita da Cesare Maestri e Toni Egger nel 1959.
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Luca Schiera

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Matteo Della Bordella

Ogni volta che si parla di quell’impresa di ben più di cinquant’anni fa si scatenano, accanto a moderati o ai pochi indifferenti, almeno due fazioni: i critici, nel tempo sempre più sicuri del loro verdetto di condanna, e i garantisti, che preferirebbero quel lontano episodio continuasse a essere avvolto nel mistero, nella leggenda della parola data.

Una montagna e  una “via che non c’è” da più di mezzo secolo continuano a essere l’epicentro di una saga alpinistica nella quale anche i Ragni hanno giocato un loro ruolo, e non certo secondario…

Viene spontaneo chiedersi quanto di tutto questo conti nella scelta di due giovani come Della Bordella e Schiera, o quanto invece loro lo considerino un obiettivo alpinistico come gli altri, con una montagna da salire lungo la linea e nello stile che sembrano più consoni alle loro capacità.

Della Bordella (fonte www.ragnilecco.com):
Quando io e Luchino abbiamo raggiunto nel febbraio 2013 la vetta della Torre Egger, il Cerro Torre era proprio lì davanti a noi che ci guardava dall’alto in basso, una presenza imbarazzante e impossibile da ignorare; in quel momento ho realizzato che quella sarebbe stata la prossima montagna che volevo scalare in Patagonia.

Oltre a questo, è doveroso ricordare il fatto che nel 1974, proprio quarant’anni fa, i Ragni Casimiro Ferrari, Mario Conti, Daniele Chiappa e Pino Negri conquistarono la vetta della montagna per il versante ovest, compiendo la prima ascensione confermata del Cerro Torre.

Tuttavia questo non è il motivo principale della nostra decisione. Nonostante la grandezza e l’imponenza del Torre, non sono molte le possibilità di salita che questa montagna offre. C’è la (ex) Via del Compressore: che personalmente con i chiodi a pressione non mi è mai interessato ripetere, ed anche adesso dai racconti di altri scalatori non mi attira più di tanto.

C’è la via dei Ragni del 1974, una via mitica, e probabilmente la linea più logica che porta in cima al Torre; salire il Torre per questa via sarebbe fantastico, ma trattandosi di una via interamente di ghiaccio e misto, non si addice molto alle mie caratteristiche, visto che preferisco nettamente la roccia, né forse avrei le capacità tecniche per una salita del genere.

Ed infine, escludendo una manciata di vie super impegnative sulla parete est e sud, c’è la via di salita per la parete nord: per la tanto discussa Maestri-Egger del 1959 o per la confermata Arca de los vientos del 2005.

Mentre Arca de Los Vientos si sposta sul filo destro dello spigolo nord (versante nord-ovest), la linea della Maestri Egger sale a sinistra dello spigolo, in parete nord. Ed è qui che io e Luca Schiera, cui successivamente si unirà Silvan Schupbach, tenteremo di salire a partire dal prossimo 15 gennaio 2014.

Perché proprio la parete nord? Al contrario di quello che può pensare qualcuno non andiamo sulla Nord del Torre alla ricerca dei chiodi di Maestri ed Egger. Certo, la storia di questa salita, avvolta nel mistero, è affascinante e anch’io ho letto molto in proposito, ma in fin dei conti che Maestri sia salito o no per me non è così rilevante.

Il motivo principale che ci spinge verso questa parete è che a mio avviso si tratta di una linea di salita molto logica e che si presta all’arrampicata libera. Certo, magari mi sbaglierò, ma dai racconti di altri alpinisti e dalle foto, mi sono fatto l’idea che su questa parete, qualora si trovasse nelle condizioni giuste, si può scalare in libera. Perché alla fine, è bene ricordarlo, sono un amante dell’arrampicata libera, che si parli di Patagonia, di Yosemite o di Grigna…

Poi chiaramente il primo obiettivo sarà salire comunque, ma la libera è il modo più divertente, veloce ed efficace che conosco. L’idea di salire questa parete non è certo venuta a noi per primi, generazioni di alpinisti hanno provato a ripetere la Maestri-Egger e solo nel 2005 Salvaterra e compagni hanno avuto successo, salendo però una linea leggermente diversa da quella descritta da Maestri e da quella che vorremo provare noi.

Il più grande problema, legato a questa parete che ha già respinto i tentativi di moltissime cordate (basti pensare che solo Toni Ponholzer, Tommy Bonapace e Franz Steiger hanno effettuato più di 20 tentativi su questa linea) oltre alla meteo, sono le condizioni  della via.

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Cesare Maestri

Si tratta sicuramente di una delle pareti della Patagonia che più difficilmente si trova nelle condizioni giuste per essere scalata: spesso è incrostata di neve e ghiaccio e spesso scarica ghiaccio dal fungo sommitale.

Quello che noi cerchiamo sono le condizioni che ci hanno permesso l’anno scorso di salire la Torre Egger: non troppo freddo, non troppo caldo, tempo stabile e parete pulita, praticamente trattandosi di Patagonia è come vincere alla lotteria… e visto che alla lotteria abbiamo già vinto l’anno scorso, vincere ancora non sarà facile!“.

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Toni Egger

Fin qui Matteo Della Bordella, giustamente molto attento a non farsi invischiare in alcuna polemica. Però da loro la comunità alpinistica si aspetta comunque una testimonianza.Per aiutarli possiamo suggerire, più che di cercare dei chiodi o altre tracce sull’itinerario di salita 1959 così come descritto da Maestri, di esplorare la parete nord un po’ più a sinistra, su quella verticale del “deposito materiale” che Maestri dice di aver raggiunto in corda doppia dall’alto della vetta, con una discesa resa possibile dai chiodi a pressione e funestata poi dalla scarica di ghiaccio che travolse Egger. Se chiodi a pressione furono infissi, non possono essere scomparsi. E’ lì la chiave del mistero Maestri-Cerro Torre-1959.