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La storia del Cervino – parte 2

La storia del Cervino – parte 2 (2-6)

La parete est (in ombra) e la parete nord del Cervino
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John Tyndall, uno dei pionieri della conquista del Cervino, racconta (Hours of exercise in the Alps, 1871) che nel luglio del 1865 si trovava a Gadmen con l’amico Hirst quando fu avvicinato da una guida che gli chiese se conosceva il professor Tyndall. «Si è ammazzato, signore», disse l’uomo, «si è ammazzato sul Matterhorn». Tyndall ascoltò molto attentamente i particolari della sua stessa fine ma concluse che qualcosa di veramente catastrofico doveva comunque essere successo. Presto la notizia della morte di quattro dei compagni di Whymper si fece più precisa e Tyndall decise di andare a Zermatt per cercare di recuperare l’unica salma che ancora non era stata ritrovata, quella di lord Francis Douglas. Tyndall era rimasto impressionato dalla rapidità con la quale gli operai che lavoravano alla strada tra St-Nicholas e Zermatt foravano il granito per sistemarvi l’esplosivo. Buchi di 30 cm in meno di un’ora. Così convinse uno di questi ad assisterlo: lo mandò a Ginevra ad acquistare 900 metri di corda. Il materiale arrivò puntualmente a Zermatt a dorso di mulo. L’idea di Tyndall era di salire sulla montagna con una guida e l’operaio suddetto, giungere al punto esatto in cui si era verificato l’incidente e da lì, con martelli e punte d’acciaio, scendere lungo la linea di caduta con una linea di corda fissa per tentare di trovare il cadavere di lord Douglas. Ma il progetto non ebbe attuazione, causa il persistente brutto tempo che imperversò per due o tre settimane. Fu probabilmente, anche se solo in teoria, la prima operazione di vero e proprio soccorso alpino.

Albert Frederick Mummery
Ritratto autografato di Albert Frederick Mummery, inglese di Dover (1855-1895). Mummery fu tra i più grandi alpinisti dell'Ottocento: effettuò storiche salite sia con la fedele guida Alexander Burgener sia senza guide. Sul Cervino i due, assieme a Johann Petrus e Augustin Gentinetta, salirono per primi la cresta di Zmutt (2-3 settembre 1879).  Mummery fu tra i primi a pensare che il futuro dell'alpinismo fosse in Himalaya, dove morì tentando la salita del Nanga Parbat. ARCHIVIO IN ROSSOLa Cervinomanie, come aveva previsto l’abate Amé Gorret, era ormai esplosa. Il fisico irlandese John Tyndall chiuse la sua partita con il Cervino con una bella affermazione: la traver­sata Leone-Hörnli il 27 luglio 1868 accompagnato dalle guide Jean-Joseph Maquignaz e Jean-Pierre Maquignaz. Il 22 luglio 1871 si registra la prima femminile, per la via dell’Hörnli, da parte di Lucy Walker. Hermann Buhl, il «puro folle» della montagna, dopo la conqui­sta del Nanga Parbat, scrisse nel suo potente libro: «Mummery. È il primo che debbo ragguagliare… Posso ben guardarlo ne­gli occhi, stare in piedi dinanzi a lui mentre gli annunzio: non ho conquistato il Nanga Parbat servendomi dei mezzi tecni­ci moderni, ma assolutamente come Egli intendeva by fair means». Albert Frederick Mummery a 15 anni salì il Cervino, cominciando quindi dove gli altri terminavano; Alexander Burgener, la guida per la quale «il troppo difficile» non esisteva; Ferdinand Imseng, originario del Vallese, contesa guida dagli scalatori in­glesi tra cui William Penhall: sono questi i quattro personaggi del 1879. Il problema era di aprire un nuovo itinerario, sportivo ed esteti­camente valido: secondo il concetto che Mummery avrebbe così ben chiaramente esposto in seguito. Penhall con le guide Imseng e Louis Zurbriggen tentano il 1° settembre 1879, superano la prima parte della cresta di Zmutt fino al secondo dente. Tornano indietro, pen­sando insuperabile il tratto seguente e con l’intenzione di traversare il canalone (che poi fu chiamato Penhall) e salire poi sulla parete ovest. Ma il brutto tempo li respinge. Il 3 settembre ritornano su questo itinerario, mentre Mummery, con le guide Burgener, Johann Petrus e Augustin Gentinetta attaccano la cre­sta. Arriva in vetta per prima quest’ultima cordata, seguita di poco dalla prima. Nello stesso giorno furono così vinte la cre­sta di Zmutt e la parete ovest. Questi itinerari non furono attrezzati in seguito con alcuna corda fissa; per la prima volta forse si era vinto un itinerario senza sovrapposte idee patriottiche o utilitaristiche. Perciò sono da considerare entrambe tra le massime imprese dell’800. Oggi però è in atto una revisione storica dell’itinerario seguito da Penhall e dalle sue guide, quanto meno un’indagine sull’esattezza del disegno e della relazione a firma William Penhall apparsi a suo tempo sull’autorevole Alpine Journal. Non sembra infatti che le difficoltà della sezione di parete corrispondente al tracciato possano essere congrue con quelle affrontabili a quel tempo.

Alexander Burgener
La grande guida Alexander Burgener, di Saas Fee (1845-1910) fu compagno di Albert F. Mummery in tutte le salite che l'inglese effettuò o tentò sul Cervino. Oltre alla conquista della cresta di Zmutt, ricordiamo la prima salita del tetro e ripido canalone nord del Colle del Leone (6 luglio 1880). ARCHIVIO IN ROSSO. La grande guida Alexander Burgener, di Saas Fee (1845-1910) fu compagno di Albert F. Mummery in tutte le salite che l'inglese effettuò o tentò sul Cervino. Oltre alla conquista della cresta di Zmutt, ricordiamo la prima salita del tetro e ripido canalone nord del Colle del Leone (6 luglio 1880). ARCHIVIO IN ROSSO.
Ma dove Mummery e Burgener dovevano veramente compiere qualcosa di sensazionale, fu l’anno dopo. Il 6 luglio 1880 i due salgono l’oscu­ro, ripido, pericolosissimo canale nord del Colle del Leone e scendono poi al Breuil. Quest’impresa, così trascurata, fu l’inizio dell’alpinismo moderno sul Cervino, la ricer­ca della difficoltà pura, non della vetta.

Il 17 e 18 marzo 1882 Vittorio Sella, con le guide Jean-Antoine Carrel, l’antagonista di Whymper, Jean-Baptiste Carrel e Louis Carrel sale per la prima volta il Cervino d’inverno. La salita si svolge sulla cresta del Leone e la discesa sulla cresta dell’Hörnli. Ma l’idea non era sua: l’inglese Thomas Stuart Ken­nedy, nel gennaio 1862, con le guide Peter Hans Perren e Peter Taugwalder senior aveva già tentato la scalata invernale; que­sto tentativo fu importantissimo perché fu il quarto sulle Alpi, do­po la salita allo Strahleggjoch (1832) del bernese Hugi, dopo la salita al Dachstein (Simony, 1847) e dopo quella del Klein Glockner (Francisci, 1853). Come si vede il Cervino signoreggia sulle altre tre imprese. Fu veramente una grande idea e nemmeno troppo utopistica.

Ferdinand Imseng
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Il 27 marzo 1894 Charles Simon con le guide A. Burgener, Aloys e Joseph Pollinger sale la cresta dell’Hörnli d’inverno; nel 1898 il Cervino è vinto da un uomo solo, Wilhelm Paulcke, per la cresta dell’ Hörnli e l’1 settembre 1906 Hans Pfann sale da solo la cresta di Zmutt.

La parete nord del Cervino, tra la cresta dell’Hoernli (a sinistra) e la cresta di Zmutt
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La più diretta e la più difficile delle creste del Cervino, la Furggen, è l’ultima a capitolare. Eppure fu per lungo tempo, come disse René Dittert, «l’oggetto segreto della bramosia dei grandi arrampicatori dell’epoca». Nel 1880 la tentarono Mummery, Burgener e Benedikt Venetz. È il pri­mo insuccesso della formidabile cordata che due anni dopo vincerà il Grépon. Ancora una volta Mummery è il primo a capire che una grande conquista è possibile. Nel 1892 Guido Rey, il poeta, dopo un primo tentativo del 1899, con le guide Antoine ed Amé Maquignaz sale alla «Spalla», da cui Mummery si era ritirato. Sperano di salire il picco terminale con l’aiuto di una corda di 100 metri che Daniel Maquignaz ha fissato nei pressi della vetta. Ma il trucco non serve. Lo strapiombo la fa pen­zolare inutilizzabile nel vuoto. Tre giorni dopo però i tre sal­gono alla vetta per la cresta del Leone, calano scale di corda, scendono lo strapiombo e lo risalgono. Ma questa non è una conquista alpinistica: anche senza codici, le leggi sono indero­gabili. Nel 1905 Geoffrey Wintrop Young e Valentine Ryan, con Franz e Joseph Lochmatter e Joseph Knubel ritentano: c’è da restare perplessi di fronte a questo nuovo scacco della cordata che aveva debellato le più difficili vie delle Alpi Occidentali. Ma il 4 settembre 1911 Mario Piacenza, con Jean-Joseph Carrel e Giu­seppe Gaspard riescono a superare l’ostica cresta, con un’ov­via deviazione a sinistra. Triplici piramidi umane, lanci di corda e chiodi (magari lunghi un piede e pesanti mezzo chilo) avevano maturato i tempi (pur sempre astronomicamente lontani dal moderno artificialismo). Ma ciò che aveva maturato la con­quista della cresta di Furggen fu soprattutto il paziente stu­dio effettuato da Mario Piacenza con ripetute accurate esplo­razioni. Le difficoltà di questa via raggiungono il IV superiore, con una logicità che oggi è dimenticata, travolta dall’uso dei chiodi e dei nut e dalla mentalità del salire diritto. L’aggiramento degli strapiombi di Furggen sulla sinistra, dato il labirinto di rocce in cui fu compiuto, è un vanto ancora mag­giore del successivo (30 anni dopo) superamento diretto. Anche Young commentò questa impresa, con il suo stile pacato e incisivo di sempre: «Che ultimamente, una cordata si sia dav­vero impegnata su questa via dopo aver visto ciò che noi ab­biamo visto, è ancora più sorprendente del fatto che i suoi membri abbiano avuto la fortuna di giungere vivi alla cima». Nel 1929 Fritz Hermann, il 18 e 19 luglio, compie la soli­taria della parete W per la via Imseng. Quest’impresa comun­que non fu più notevole di quella di Pfann del 1906 sulla cre­sta di Zmutt.

I vincitori della parete nord del Cervino, Franz e Toni Schmid
Cervino2-ALPENVEREINARCHIV_SCHMID_NORD1931_00080399_w1923. I viennesi Alfred Horeschovsky e Franz Piekielko tentano arditamente la parete nord del Cervino. Mentre nelle Dolomiti non erano ancora state vinte né la Nord della Furchetta, né la Nord-ovest del Civetta né la Nord del Pelmo, sulle Occidentali già si tentava una parete davvero per quei tempi terrificante. Arrivarono a 500 metri dalla vetta, furono respinti da violen­tissime scariche di sassi, ripiegarono sulla Capanna Solvay (cresta dell’Hörnli). Avevano ormai praticamente superato le più grosse difficoltà, più di metà della parete. Fu un’impresa grandiosa. Il mito delle «tre ultime pareti Nord» delle Alpi ven­ne dopo. Nel 1928, agosto, i vallesani Kaspar Mooser e Victor Imboden compiono un illogicissimo tentativo, in corrispondenza della verticale della vetta, più a destra dei due viennesi. Sal­gono circa 200 metri, bivaccano sotto quella che sarà la «Traversata degli Angeli» di Bonatti, poi respinti dal cattivo tem­po e dalle superiori difficoltà scendono. Il 31 luglio e 1° agosto 1931 Toni e Franz Schmid, di Monaco di Baviera, superano brillantemente la parete. Perché si era creato il «mito» della parete nord? Vi può essere una spiegazione: non sono dell’idea di tirare in campo la competizione, perché non vi fu effettiva competizione. Esteticamente la parete è la più bella del Cervino, che è la più bella monta­gna. Perciò poteva benissimo sostituire il mito della «vetta» del 1865. È stato chiesto: può uno scalatore che ha salito la parete nord desiderare di salire in seguito la vetta del Cervino? Certo che può, ma non sarà mai quel vigoroso desiderio che spinge il più comune dei clienti ad affidarsi ad una gui­da ed affrontare fatiche e paure per lui terribili pur di gua­dagnare la vetta. Nei tardi anni ’20 dunque il mito della vetta era sostituito con quello della parete. Quella stessa evoluzio­ne che già aveva trionfato sulle montagne minori (Dolomiti in testa) aveva finalmente anche nel Cervino un punto fermo: non più la vetta, ma la parete. Le ragioni del ritardo per il Cervino si vedono semplicemente nella superiore bellezza della sua vetta. Si può forse registrare qualche ascensione di australiani o giapponesi sulla cresta di Furggen? No, evidentemente. Ma arrivano invece da tutte le parti del mondo per salire la Matterhorn North Face, proprio come successe per la via normale.

(continua)

La parete nord con il tracciato della via originale dei fratelli Schmid
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La storia del Cervino – parte 1

La storia del Cervino – parte 1 (1-6)

Il primo studio estetico, architettonico e geologico del Cervino fu di John Ruskin che lo definì, in maniera assai lapidaria, «the most noble cliff of Europe». La struttura geologica di questa montagna così varia, così incredibilmente composta di ma­teriali sfasciati tenuti insieme da vene di quarzo durissimo, suggerisce l’idea di perfezione, e quindi di nobiltà. Architettura ed estetica si fondono ed hanno nel Cervino il più fulgido esempio di monte isolato e predominante. Ruskin a­veva ragione, e così hanno ragione tutti gli appassionati che vogliono scalare questa montagna per la quale Edmondo De Amicis scrisse che, parlando del tempo al Breuil, non si diceva «c’è sole o non c’è sole» ma «il Cervino è scoperto o coperto». Il Cervino (Cervin in francese, Matterhorn in tedesco) è alto 4478 m ed è un’enorme piramide a quattro facce, al sommo dei ghiacciai del Furggen, del Matterhorn e del Tiefen. La cresta nord-est o dell’Hörnli, la nord-ovest o di Zmutt, la sud-ovest o del Leone, la sud-est o del Furggen delimitano quattro pareti altissi­me. A trecento metri dalla vetta una cengia circolare, che s’interrompe solo sul versante nord, delimita la cosiddetta «Testa». Spalle del Cervino sono il Pic Tyndall 4241 m sul­la cresta del Leone e la Spalla di Furggen 4200 m. Le pareti est, ovest e nord sono assai regolari, mentre la parete sud è solcata da tre crestoni che da ovest a est sono: la cresta De Amicis (termina sul Pic Tyndall), il crestone Deffeyes (termina suIl’Enjambée, l’intaglio tra Tyndall e «Testa»), e il crestone del Picco Muzio 4191 m, vetta staccata e collegata alla Spalla di Furggen da un’esile cresta non difficile. Infine notevole l’anomalia della parete nord-nord-ovest, incuneata tra lo zoccolo della cresta di Zmutt e la parete nord.

John Ruskin
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Mentre Valtournenche deve il suo nome all’originaria Vallis Tornina o Vallis Torniaca (da un toponimo preromano tor), il nome Cervino nasce da un errore ortografico del grande Horace-Bénédicte de Saussure che visitò la Valtournenche nelle estati del 1789 e del 1792. Il puntiglio e il rigore con i quali De Saussure effettuò i suoi rilievi scientifici al Colle del Teòdulo, durante i tre giorni in cui raccolse campioni di rocce e di fiori, si scontra con la lieve disattenzione dello studioso stesso nel momento in cui, descrivendo la valle nel suo Voyage dans les Alpes, ricorda «la grande e superba cima Mont Cervin che si leva ad altezza enorme ad altezza di obelisco triangolare di roccia viva, che pare lavorato a scalpello». L’immagine è pittorica e aderente alla realtà, ma i pendii boscosi che salivano verso il Colle del Teòdulo si chiamavano in loco Mont Servin e De Saussure trascrisse questo nome con Cervin. La grande diffusione che l’opera monumentale di De Saussure ebbe fece dimenticare il nome originale. Cervin rimase e in seguito, per gli italiani, diventò Cervino. Un’altra curiosità: De Saussure pernottò in una baita ai piedi della grande montagna, nella verde conca del Breil. «Breuil è un casale estivo o un complesso di malghe che dipendono dal villaggio di Valtournenche, sito due leghe più in basso, nella valle dello stesso nome». L’originario Breil, termine celtico per indicare territorio acquitrinoso, era diventato Breuil! E il responsabile era sempre De Saussure. Come se non fosse bastato, nel 1936 Mussolini, nella solita foga di eliminare qualunque riferimento a lingue non italiane, fece diventare Cervinia ciò che da Breil si era tramutato in Breuil.

Per i montanari della metà del secolo XIX il Cervino non offriva né pascoli, né messi, né cristalli ma solo valan­ghe, sassi e morte. Anche il camoscio se n’era andato dalle sue rupi, come la marmotta. Occorreva essere dei perditempo e ricchi fannulloni per voler andare in cima. I forestieri, les anglais, a volte, passando dal Breuil per salire al Passo del Teòdulo, chiedevano alle guide Pession, Hérin, Meynet che li accompagnavano se mai nessuno avesse provato a salire lassù, la più bella montagna delle Alpi. C’era chi, come il canonico Georges Carrel, uomo di cultura e molto ascoltato dai montanari, li spingeva a trovare una strada per salire il Cervino: questo avrebbe portato guadagno a tutti; l’esempio di Chamonix con il Monte Bianco doveva fa­re testo. I più non erano convinti da queste «chiacchiere». Solo i Carrel, Jean-Jacques e Jean-Antoine, bravissimi caccia­tori, contrabbandieri, camminatori instancabili, non disprezzavano quelle idee. L’idea piacque anche al seminarista Amé Gorret, più per l’anticonformismo che ispirava che non per pura scelta alpinistica. Così un mattino dell’estate 1857 i tre si trovarono in vetta alla Testa del Leone. Non proseguirono. Il tentativo, se vogliamo, ebbe assai modesti risultati. Fu un «divertimento». Se l’alpinismo va avanti non solo con vittorie e sconfitte, ma grazie all’evoluzione delle idee e del co­raggio (non ancora dei mezzi), quel tentativo del 1857 fu di incalcolabile importanza. Scrive Gorret: «Da allora l’ascensione del Cervino divenne per noi un’idea fissa… Carrel aveva il Monte Cervino in capo; io ci pensavo di gior­no, me lo sognavo di notte. Per me era diventato un incubo». Questo è alpinismo puro, cioè bramosia di vincere, di supera­re le barriere: la rivalutazione di questi pionieri, Amé Gorret e Jean-Jacques e Jean-Antoine Carrel che per primi «vollero» scalare la montagna.

Il Cervino con la cresta dell’Hoernli, tra la parete est (a sinistra) e la parete nord
Il Cervino all'alba da Zermatt

A questo tentativo ne seguirono molti altri un lento assedio di 9 anni. Tanto occorse perché l’evoluzione di un’idea si concludesse con una vittoria: che toccò all’uomo che più l’aveva voluta, Edward Whymper. I fratelli di Liverpool Charles, Alfred e Samuel Parker nel 1860 furono i primi alpinisti senza guide a ten­tare la scalata (per la cresta dell’Hörnli). John Tyndall, nel­l’agosto 1860 e poi nel luglio 1862 tenta il Cervino e raggiun­ge la vetta del Pic Tyndall, l’anticima Sud-ovest, con i compagni F. Vaugham Hawkins e la guida Johann-Joseph Bennen. Thomas Stuart Kennedy nel gennaio del 1862 compì una teme­raria prova sul Cervino. Ma le personalità più rilevanti furono Whymper e Jean-Antoine Carrel. Tanto fu detto e scritto attor­no a questa rivalità-cooperazione. Quali motivi psicologici spinsero quei due grandi alpi­nisti a creare per primi una rivalità (non ancora competi­zione) su una grande montagna? Resta assodato che la vittoria arrise al più preparato, al più evoluto Whymper, ma fu un caso. Pochi giorni dopo infatti il gruppo italiano di Carrel arrivava in vetta per la cresta sud-ovest.

Un particolare importante: quando Whymper e compagni, il 14 lu­glio 1865, raggiunsero la vetta videro chiaramente le guide ita­liane sul Pic Tyndall e le chiamarono. Così queste ultime deci­sero di tornare indietro. Solo qualche giorno più tardi tornaro­no all’attacco per rivendicare la possibilità di salita anche dal loro versante. Ciò dimostra che Carrel e compagni erano all’altezza della situazione e la lotta psicolo­gica contro la montagna era da loro già stata vinta. A proposito di questo episodio, già allora Felice Giordano rile­vò che sarebbe stato molto nobile il proseguire ugualmente fi­no alla vetta, giungendovi magari poche ore dopo. Ma solo chi si è trovato in così grandi avventure, tra le trepidanze del dubbio, dinanzi all’ignoto, sa come in tali circostanze il sopravvenire di una scossa morale valga a paralizzare in un attimo tutte le energie accumulate per anni.

Edward Whymper
Edward Whymper

La storia della conquista del Cervino è in questo un po’ diffe­rente dalle altre; sulla maggioranza delle montagne e più spe­cialmente sulle pareti, si avvicendarono cordate che prepara­vano la strada a quella più forte (e comunque più facilitata dall’esperienza altrui). Sul Cervino invece l’esperienza era pari a entrambe le personalità Whymper e Carrel. E sul Cervino vi furono veramente giochi tattici, strategie, alleanze. Carrel fece il furbo e giocò Whymper con un’astuta menzogna: gli disse infatti che attendeva una «famiglia distintissima» da portare in giro per la Val d’Aosta e quindi doveva declinare la proposta dell’inglese. Invece la «famiglia distintissima» era composta dall’alpinista Felice Giordano e dalle sue guide: una squadra agguerrita e ben decisa a spuntarla. Appena infor­mato della tentata beffa, dopo l’ovvio e momentaneo smarrimen­to, Whymper ragionò che l’italiano non avrebbe potuto sapere della sua eventuale partenza, si precipitò a Zermatt e da lì partì e vinse in lotta ed inseguimento.

La tragedia che occorse alla cordata di Whymper durante la discesa fu argomento di polemiche e di inchieste che forse ancora oggi non sono definitivamente concluse. L’eco di una tale vittoria non poteva che acquistare ancora maggior forza da una disgrazia i cui meccanismi, per forza di cose, non poterono mai essere chiariti.

Jean-Antoine Carrel
Jean-Antoine Carrel, detto il Bersagliere (1828-1890), è stato il degno antagonista di Edward Whymper nella lunga vicenda dei tentativi e della conquista del Cervino. Si aggiudicò, in cordata interamente italiana con Jean-Baptiste Bich, la seconda salita della montagna. Disegno di Leonardo Bistolfi. ARCHIVIO IN ROSSO.

A questo si aggiunga la quasi contemporaneità della salita italiana di Carrel, che originò un’altra serie di accanite discussioni su a chi avrebbe dovuto andare il vero merito della conquista: al forte valligiano che riportò a valle la sua comitiva indenne o al folle alpinista cittadino che, per troppa fretta di vincere, fu accusato di superficialità nella scelta dei compagni e di aver quindi tralasciato le più elementari norme di prudenza?

Felice Giordano
Cervino1-giordano_240

 

Oggi, a distanza di 150 anni, possiamo capire che in realtà il più meritevole di vittoria fu senza dubbio Whymper, che fino all’ultimo fu più «sportivo» di Carrel. Ma ricordiamoci che le differenti condizioni sociali dei due ebbero sicuramente la loro importanza; per Carrel non esisteva la nozione di sport e non c’era solo il Cervino: la famiglia da mantenere, l’esigenza pratica (e non spirituale) di farsi un nome che, con una vittoria divisa con Whymper, non avrebbe mai visto la luce.

Secondo la normale tradizione alpinistica, una vittoria è sem­pre importante e un tentativo si dimentica sempre, tranne in caso di competizione, quando possa servire ad esaltare maggior­mente il vincitore. Questo asseconda solo la morale corrente del «successo» ma non sfiora neppure la vera storia dell’alpinismo e cioè quella delle idee e dell’azione intesa come svi­luppo, non come atto che si può riassumere con una vittoria. Per questa ragione la mia breve storia del Cervino comprende­rà non solo le vittorie, ma anche i più significativi ardimenti.

(continua)

Il Cervino da sud. A sinistra è la cresta del Leone (Testa del Leone, Colle del Leone, Pic Tyndall, vetta). Foto: Mario Piacenza
Cervino, dal Lago Goillet

 

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Cronologia della via Gogna-Cerruti al Naso di Zmutt

Salite al Naso di Zmutt, via Gogna-Cerruti

1a) 14-17 luglio 1969, 1a ascensione, Alessandro Gogna e Leo Cerruti;
2a) 21-28 gennaio 1974, 1ª invernale, Edgar Oberson (Svizzera) e Thomas Gross (Cecoslovacchia);
3a) 12-13 luglio 1982, 1a solitaria, André Georges (Svizzera);
4a) 17-18 luglio 1986, concatenamento in 24 ore di cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche e di Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti), Jean-Marc Boivin (Francia) e André Georges (Svizzera);
5a) 31 agosto–1 settembre 2006, Simon e Samuel Anthamatten (Svizzera);
6a) 10 settembre 2010, in 14 h dal rifugio, Patrick Aufdenblatten (Svizzera) e Michael Lerjen-Demjen (Svizzera);
7a) 8-11 marzo 2011, 2a invernale, 1a invernale in stile alpino, Cédric Périllat-Merceroz (Francia) e Patrice Glairon-Rappaz (Francia);
8a) 3-5 ottobre 2011, Cyrille Berthod (Svizzera) e Nicolas Jaquet (Svizzera);
9a) 26-27 settembre 2014, 1a ripetizione italiana, François Cazzanelli, Marco Majori e Marco Farina.

Il giudizio di Michael Lerjen-Demjen:
Ciao Alessandro! che onore! Come stai? Sì, abbiamo salito la tua via nel settembre 2010, in 14 ore dal rifugio. Nel 2012 la Servus tv voleva farci su un film, però Patrick (Aufdenblatten) non aveva tempo, io avevo solo una settimana. Siamo stati lassù con l’elicottero a filmare qualche lunghezza di corda con un mio amico argentino, ma faceva troppo caldo per scalare! Alla fine è venuta fuori una roba che non mi piaceva per niente, figurati che ero contento che le cose fossero andate così, è stata la dimostrazione che sono le montagne a fare le regole e non i cinematografari. Tornando alla tua via, io ho scalato molte vie sul Cervino, la Sud, la Bonatti, la Diretta alla Furggen, ma la tua è la più difficile e la più esposta! Mi tolgo il cappello! Spero di avere i coglioni come i vostri, ma i tempi cambiano e noi abbiamo delle previsioni meteo che voi manco le sognavate! Vorrei tornare sulla tua via l’anno prossimo e cercare di salirla da solo nel minor tempo possibile, l’obiettivo sarebbe fare tutte e tre le vie della Nord (Schmid, Bonatti e Gogna) in meno di 24 ore! Stammi bene e speriamo prima o poi d’incontrarci.
Michi

Da sinistra, Simon Anthamatten, Samuel Anthamatten e Michael Lerjen-Demjen al ritorno dalla prima ascensione dello Jasemba

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Samuel e Simon Anthamatten
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Il giudizio di Simon Anthamatten:
Wow! Ricevo una mail da Alessandro Gogna! Scusa, ma la tua via del Naso di Zmutt è una pietra miliare nella mia carriera alpinistica, oltre che la logica evoluzione della via Schmid e della via Bonatti. La settimana scorsa, quando François (Cazzanelli) mi ha scritto per dirmi della sua ripetizione, semplicemente gli ho risposto: per me la via più elegante su questa montagna, grande François!
Caro Alessandro, prima di tutto grazie per la grande ispirazione. La Gogna-Cerruti è stata anche la mia prima volta sul Cervino. Poi l’ho salito un mucchio di volte, anche su una via nuova giusto accanto alla tua, ma per me onestamente è la tua via sulla mia montagna di casa a rappresentare la più bella avventura, anche per me che l’ho solo ripetuta. Dopo la via Schmid è la via più logica e di sicuro la più bella tra quelle del Naso!

Simon Anthamatten e Ueli Steck in vetta al Tengkampoche, Piolet d’Or 2009
Cronistoria-ueli-steck-simon-anthamatten-tengkampoche

Cyrille Berthod (dal sito http://cyrilleberthod.ch/) racconta:
Ecco un sogno di tanto tempo fa che si realizza, la salita della via Cerruti-Gogna al Naso di Zmutt, sul versante nord del Cervino.
Quest’estate si sono avute condizioni eccezionali su questa parete. Il cattivo tempo e le temperature fredde del mese di luglio l’hanno ricoperta di uno spesso strato di ghiaccio che ha permesso anche a sette cordate al giorno di salirla, condizioni assai rare per una parete in genere ben poco accogliente…

Quest’autunno le condizioni sono ancora al top e adesso c’è anche un bell’anticiclone. Ed è la volta della via Bonatti a sorprenderci: Michael Lerjen-Demjen e Patrik Aufdenblatten, due amici di Zermatt, la salgono in meno di 8 ore… nessuno l’aveva mai fatta senza almeno un bivacco!
Beh, adesso tocca a noi approfittarne. Chiamo Nicolas Jaquet e anche lui è dello stesso mio parere: la Schmid la conosciamo, la Bonatti perché no, la Gogna, grande obiettivo.

Finalmente ci decidiamo per la Gogna. Per noi questa è un’occasione in cui non possiamo sbagliare. Decidiamo di attaccare la via il primo giorno, bivaccare il più alto possibile e uscire in vetta il giorno dopo.
Il primo giorno tutto va bene malgrado qualche lunghezza su roccia cattiva e gli zaini pesantissimi. In serata raggiungiamo il nostro bivacco, una cengia innevata e a 5 stelle (dopo naturalmente aver scavato nella neve).

Cyrille Berthod
Cronistoria, Cyrille BerthodSveglia alle 7, la scalata riprende. Le lunghezze dure si susseguono, la roccia non è sempre ottima, ed è meglio non perdersi su questa parete rovescia e strapiombante. Fa freddo e spesso ci ritroviamo le dita gelate. Del resto ce l’avevano detto, questa è la salita dove occorre mettere in pratica tutto ciò che si è imparato e dove fare tutto quello che ci hanno detto di non fare mai.

Usciamo finalmente dal muro sul fare della notte, troviamo un improbabile posto da bivacco che però migliora dopo 45 minuti di lavoro di piccozze.
Per la notte ci restano 4 farmers, qualche haribo Cola e un litro e mezzo da bere: ma questo ci deve bastare anche per domani! La bomboletta di gas è vuota, così non perdiamo tempo e ci richiudiamo nei sacchipiuma.

Ancora sveglia alle 7, per via del gas finito niente neve da sciogliere. Così iniziamo subito a salire il tipico terreno della Nord del Cervino, raggiungendo così la cresta di Zmutt, qualche vecchia traccia e quindi la cima alle 14. Da lì, rapida discesa per la cresta dell’Hoernli e giù direttamente a Zermatt a farsi una gigantesca panache. Grazie Nico!

La cordata dei fratelli Anthamatten impegnata nella loro via nuova sul Naso di Zmutt (2008)
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Naso di Zmutt: Aux amis disparus

 Sulle tracce del “Gab”
di Carlo Caccia (tratto da http://www.iborderline.net/, 1 febbraio 2010

A fine gennaio 2010, con quattro bivacchi, Patrice Glairon-Rappaz e Cédric Périllat hanno messo a segno la prima ripetizione (nonché prima salita integrale e prima invernale) di Aux amis disparus (1200 m, VII, A3), la via aperta nel 1992, nel settore più strapiombante del Naso di Zmutt, da Partrick Gabarrou e Lionel Daudet.

Patrice Glairon-Rappaz non va in letargo. Dopo epiche salite invernali come la Serge Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses (13-18 gennaio 2000, con Stéphane Benoîst), la Superintegrale di Peutérey (19-28 febbraio 2003, con Benoîst e Patrick Pessi) e la Directe de l’Amitié ancora sulla Nord delle Grandes Jorasses (31 gennaio-6 febbraio 2006, con Benoîst e Paul Robach), nei giorni scorsi ne ha combinata un’altra dello stesso genere salendo in prima ripetizione (nonché prima integrale dalla base alla vetta e prima invernale), con il giovane Cédric Périllat, la proibitiva Aux amis disparu nell’estremo settore destro (il più strapiombante) del Naso di Zmutt della parete nord del Cervino 4478 m. La via, conclusa da Patrick Gabarrou e Lionel Daudet tra il 5 e il 6 luglio 1992, è lunga 1200 metri e presentando difficoltà di VII e A3 ha richiesto a Glairon-Rappaz e Périllat ben quattro giorni di scalata, favorita dalla roccia pulita ma ostacolata dal grande freddo e dal vento. Per niente banale anche il finale dell’avventura: un’intera giornata per tornare a valle lungo la cresta dell’Hörnli. «Questa via – ha commentato Glairon-Rappaz – oltre al fatto di svolgersi su una delle più emblematiche e meravigliose montagne delle Alpi, racchiude tutte le specialità dell’alpinismo, restando un punto di riferimento sia per le difficoltà sia per l’impegno complessivo».

Un momento della salita di Glairon-Rappaz e Périllat (foto di Patrice Glairon-Rappaz, www.petzlteam.com)
AuxAmis-cervino21La lunga storia di una grande via

«Il Cervino, di cui si crede di aver visto tutto al primo colpo d’occhio – spiega Patrick Gabarrou (Alp n. 235, luglio-agosto 2006, p. 96) – possiede anche uno stupefacente giardino segreto che non si rivela se non a chi marcia verso gli alti luoghi dove gli uomini hanno edificato la capanna Schönbiel. Già lungo il cammino, dal luogo incantato dei casolari di Zmutt, si vede sorgere dalle viscere della montagna un’irreale visione; è una stupefacente prua di pietra strapiombante, conficcata nell’estremamente ripida parete a destra dell’immenso piano verglassato della parete nord. È il Naso di Zmutt, il più grande strapiombo delle Alpi Occidentali […]. Dopo parecchi tentativi con Pierre Gourdin e François Marsigny, nel 1992 riuscii finalmente a salire, in compagnia di Lionel Daudet, questo straordinario rilievo della grande piramide delle Alpi. A tal punto unico nel suo slancio, che l’offrimmo Aux amis disparus di tutti gli alpinisti».

I primi due tentativi del “Gab” risalgono addirittura al 1989: il primo in assoluto, con Gourdin, a vuoto per un malore di Pierre; il secondo bloccato dal vento sotto il grande strapiombo (dopo un bivacco a metà del risalto roccioso dal quale, grazie ad una cengia provvidenziale, Patrick e François raggiungono la cresta di Zmutt). Il 19 luglio 1990 ecco il terzo tentativo: ancora con Gourdin e – sentite un po’ – con un trapano a batteria per forare la roccia. La cordata, come in precedenza, segue la prima parte della Gogna-Cerruti (Alessandro Gogna e Leo Cerruti, 14-17 luglio 1969, 1200 m, VI+ e A3, ED+), prosegue fino all’inizio della sezione rocciosa e, raggiunto il punto massimo del 1989, guadagna altri 30 metri grazie ad uno spit e ad alcuni chiodini a pressione. Ma non c’è niente da fare: la ritirata, per la solita cengia, è ancora una volta inevitabile. Nel 1992, infine, ecco la puntata decisiva: Patrick si lega con il giovane Lionel Daudet e, vista la stagione assai secca con frequenti scariche di sassi lungo la parte bassa della parete, «dopo i tre tentativi si sente moralmente autorizzato ad approcciare le grandi difficoltà salendo per la cresta di Zmutt» (Alessandro Gogna, Alp n. 235, p. 90). L’uscita d’emergenza diventa così un ingresso particolarmente comodo e il 5 luglio, scovato un sistema di sottilissime fessure, Daudet riesce a completare senza altri fori nella roccia la lunghezza lasciata in sospeso due anni prima. «Il giorno successivo – scrive ancora Gogna –, a causa della perdita di una scarpetta da arrampicata di Gabarrou, Daudet è sempre capocordata. Prima altre quattro lunghezze di artificiale e poi un po’ di libera permettono di uscire finalmente dal Naso». La via, anche se non ancora percorsa integralmente (nel febbraio 2002 ci avrebbe provato lo stesso Daudet senza compagni, lottando invano per nove giorni e subendo gravi congelamenti), è di fatto completata ma Gabarrou non è soddisfatto: la scalata “a puntate” e quei buchi sullo strapiombo non lo lasciano dormire… Il nostro trova così la pace soltanto nel 2001 quando, tra il 31 luglio e il 2 agosto, con Cesare Ravaschietto passa poco a sinistra di Aux amis disparus: la “prua” è leggermente più modesta, d’accordo, ma lo stile di Free Tibet (1200 m, VII/VII+ e A2+ con dadi, friend, qualche chiodo e due spit soltanto per bivaccare, a causa della roccia cattiva) è superiore, tale da lasciare il “Gab” e il suo fortissimo compagno «sazi di fatica, di emozioni, di bellezza».

La parete nord del Cervino con il Naso di Zmutt in primo piano (foto di Beat Perren tratta da Alp, n. 235, p. 89). Sono tracciate le vie (da sinistra a destra): Gogna-Cerruti (Alessandro Gogna e Leo Cerruti, 14-17 luglio 1969, 1200 m, VI+ e A3, ED+), Freedom (Robert Jasper e Rainer Treppte, 22-26 agosto 2001, 1200 m, VIII-, A2 e M5+), Piola-Steiner (Michel Piola e Pierre-Alain Steiner, 29 luglio-1° agosto 1981), Free Tibet (Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto, 31 luglio-2 agosto 2001, 1200 m, VII/VII+ e A2+) e Aux amis disparus (Patrick Gabarrou e Lionel Daudet, 5-6 luglio 1992, 1200 m, VII e A3)
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Padre Pio prega per tutti

Padre Pio prega per tutti
di Patrick Gabarrou

Avevo 14 anni e vivevo in una campagna piatta ben lontana da tutti i rilievi quando vidi per la prima volta la più famosa piramide naturale, il Cervino.

Ero in collegio. Quell’anno avevo avuto accesso alla biblioteca dei «grandi». E lì, qualche persona ispirata aveva messo due libri di montagna di Gaston Rébuffat, uno sul Monte Bianco e l’altro sulla «Cima esemplare».

La parete sud del Cervino: al centro spicca il triangolo roccioso del Picco Muzio
Cervino, parete sudDiverranno i miei compagni di lettura, di scoperta e di sogno. Passando da uno all’altro, partivo in viaggio verso il mondo delle altezze, così altrove, lontano e al di sopra dei campi d’erba e di frumento che erano nel moi quotidiano; anche ben oltre il campo di calcio per il quale nutrivo una vera passione. Nacque così la mia vocazione alpina, nutrita dalla rara bellezza di una montagna e dalla storia degli uomini da lei attirati fino alla follia.

Ero già guida quando finalmente a Zermatt ebbi modo di scoprire dal vero quella leggendaria piramide e poi di percorrere per la prima volta quello straordinario filo d’arianna sospeso tra le due cime sopra l’immenso vuoto della Valtournenche e della Mattertal. Sottile emozione, potente, qualche istante dal sapore quasi atemporale. Un pezzetto di terra e di tempo sospeso, sul quale si cammina in equilibrio e coscienti dell’eccezionalità del momento.

Ho avuto modo in seguito, nel corso degli anni, di salire lassù per diversi itinerari, sempre con la più grande ammirazione per quelli che li avevano aperti. Su quest’alta montagna non ci sono itinerari banali, soprattutto quando ci si mette anche la neve: io mi ci sono sempre sentito di passaggio, forse più che altrove.

Ciò che mi ha sempre colpito è l’atmosfera che ti avvolge non appena si ritorna alla base: sembra tutto altissimo e inaccessibile. Ed è difficile credere veramente di essere appena stati lassù, dove la roccia si confonde con il cielo, solo qualche ora prima. Dopo aver veleggiato per qualche istante tra terra e cielo, giù mi ritrovo sempre l’ometto che sono.

E così questa montagna non ha mai smesso d’esercitare su di me il maestoso fascino del primo incontro, e ogni volta che la vedo, da qualsiasi angolatura di visuale geografica, mi fa vibrare di particolare emozione. La vivo come un dono prezioso, come fosse l’unico concessomi, al cuore della realtà del paesaggio, del sogno, del ricordo: un istante di grazia.

Se la parete nord del Cervino, con il suo slancio ritorto verso l’alto, è universalmente nota, non si può dire lo stesso dell’immensa parete sud. Un mondo formidabile e complesso, quasi sconosciuto, anche a quelli che hanno salito la cresta del Leone.

Solo i grandi scalatori di Valtournenche, i Carrel, i Barmasse e compagni hanno dimestichezza con quei luoghi. Loro hanno vissuto tanto tempo in quell’abisso verticale, ma ancor più hanno passato una vita sotto e assieme alla grande parete, nel corso delle stagioni, delle nuvole e delle schiarite, come fosse di famiglia.

Per parte mia, solo qualche anno fa, non la conoscevo che vagamente. Le relazioni, spesso poco precise, sottolineavano la sua grande ripidezza, in generale la mediocrità della roccia e il pericolo di caduta sassi. Nulla che facesse venir voglia di approcciarla ma, al di là della scalata, da lungo tempo io ne ammiravo l’architettura di questa sfinge valdostana, sognando di decifrarne i rilievi, gli angoli segreti e le grandi linee di forza.

Un giorno di primavera vi andai sotto. Fu giusto prima dell’arrivo del cattivo tempo, una giornata piena di gioia semplice, di serenità e di spazi, come sempre li desideriamo e ce ne abbeveriamo. Andavo qua e là in mezzo ai fiori, mi fermavo e ripartivo a piacere, in quell’essere senza fretta di un camoscio indisturbato. Ero deliziosamente immerso nella grandiosità dell’altezza, ma anche concentrato con disegni e binocoli per interpretare quel grande libro di pietra che, gigantesco e tormentato, mi riempiva lo spazio al di sopra.

Patrick Gabarrou nella prima ascensione di Padre Pio prega per tutti. Foto: Cesare Ravaschietto
Cervino, Cervino, Picco Muzio, Padre Pio, Gabarrou-Ravaschietto, 1a ascensioneMi sorpresi moltissimo a scorgere, al centro di quella massa enorme, un magnifico slancio roccioso, di quel gneiss solido che spesso si ritrova in Vallese. Alto circa 700 metri, come appresi giusto lì dalla guida del club alpino svizzero, non era sfuggito alla famosa cordata di Calcagno, Cerruti e Machetto, quelli che assieme a Gogna e Manera a quel tempo esploravano, con classe e fortuna, le selvagge e grandi pareti ancora inviolate delle Alpi occidentali. Avevano salito il bel Pilastro dei Fiori che delimita a destra il grande triangolo roccioso che avevo notato. La guida proseguiva: «tecnicamente interessante, svolgentesi in gran parte su roccia sana, senza pericolo di caduta sassi e in generale con buone soste, questo itinerario è il più sicuro del versante sud. Quando si proseguirà l’ascensione oltre al Picco Muzio per gli strapiombi di Furggen, si sarà realizzata la più bella ed elegante salita al Cervino».

C’era di che risvegliare una forte attrazione per l’apertura di una via proprio al centro dell’obelisco.

Luglio 2002. Un anno dopo l’apertura di Free Tibet, vado in ricognizione alla base della parete con il mio amico Nicolae Morar, proprio per essere sicuri che ne valesse la pena. Verdetto più che positivo.

Risalendo le distese fiorite, poi i ghiaioni e i nevai che portano ai piedi della grande muraglia, avemmo lo stesso pensiero : dedicare questa via a Padre Pio, questo Francesco d’Assisi del XX secolo canonizzato giusto un mese prima. Un uomo che non ha soltanto portato per cinquant’anni le stigmate della Passione di Cristo su mani e piedi, ma che per una vita intera ha rappresentato donando tutto se stesso le gioie, le speranze e le sofferenze dell’umanità. Un uomo in carne e ossa che vedeva oltre il visibile che il percorso terrestre dell’uomo è un richiamo impensabile, dunque molto reale, all’eternità.

L’estate fu imbronciata e capricciosa, ma tornammo là due volte assieme a Nicolae Morar e Maxime Lopez, scalando nonostante piogge e temporali, fino ad attrezzare una decina di lunghezze, talvolta con infissi là dove la roccia per la sua compattezza non si prestava all’uso delle protezioni mobili.

E a metà agosto ritrovai finalmente «Super Cege», il Cesare Ravaschietto moi compagno su Free Tibet. Era sempre uguale. Due giorni dopo tocchiamo la cima di quell’eccezionale triangolo roccioso dopo aver disegnato sui fianchi della «Cima esemplare» una magnifica linea moderna, da noi offerta a tutti gli alpinisti amanti dell’ambiente, delle lunghe scalate e dei fiori.

Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto di ritorno da Padre Pio prega per tutti
Patrick Gabarrou e Cesare (Cege) Ravaschietto di ritorno dalla via Padre Pio prega per tutti al Picco Muzio. Archivio Patrick Gabarrou-Ravaschietto, XXX.

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Leonesse in inverno

Leonesse in inverno
di Wanda Rutkiewicz (1978)

Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una diffi­cile parete alpina, la Nord del Cervino, che fino ad allora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’ave­vamo scalata.

Wanda Rutkiewicz
Rutkiewicz-402958Quattro di noi vennero a Zermatt nel febbraio 1978 con l’idea di essere la prima cordata femminile a scalare la parete nord del Cervino in inverno. Eravamo: Anna Czerwinska, Irena Kesa, Krysty­na Palmowska e io, come leader.

Il nostro programma era di fare un campo base al rifugio del­l’Hornli, 3260 metri, il quale non era molto attrezzato per un soggiorno invernale. Ma da lì avremmo portato gli approvvigiona­menti più in alto al rifugio Solvay, a 4003 metri sulla Cresta dell’Hornli, dove ci saremmo acclimatate e avremmo fatto un’ar­rampicata di ricognizione, importante visto che era la via da cui speravamo di scendere dopo aver raggiunto la vetta. Riuscimmo a fare tutto questo dal 21 al 28 febbraio, anche se le condizioni della montagna erano difficili e c’era un grande rischio di va­langhe dopo lunghi periodi di neve pesante. Sulle Alpi Pennine c’era bassa pressione, con venti provenienti da ovest. Ulteriori nevicate erano state previste, così ci trattenemmo a Zermatt per qualche giorno. Per assicurare buone comunicazioni dal rifugio dell’Hornli e durante la scalata, prendemmo in prestito un radio­telefono e ci accordammo con l’eliporto locale per avere un rap­porto continuo sulle condizioni del tempo. Il 3 marzo ci arrampi­cammo ancora sull’Hornli, non con perfette condizioni metereolo­giche, ma sperando che almeno si stabilizzassero.

Il 7 marzo alle tre del mattino uscimmo dal rifugio, per comin­ciare all’alba la scalata della parete nord del Cervino. Verso la metà del primo pendio di neve, un uomo e una donna giap­ponesi ci raggiunsero. Avevano seguito le nostre tracce, e per un po’ arrampicammo insieme, cosa che si aggiunse al pericolo gene­rale. Essendo in due, i giapponesi avrebbero dovuto superarci, ma non erano in grado. Accelerarono soltanto la notte del secondo giorno di arrampicata, grazie all’aiuto di un altro gruppo di tre giapponesi, che avevano superato entrambi i gruppi arrampicando molto velocemente, e che erano in grado di portare con loro gli altri due.

Krysty­na Palmowska
rutkiewicz-krystyna-palmowskaGiunte alla fine del pendio di ghiaccio della parte inferiore della parete, arrivammo a una parte intermedia molto difficile, un largo canalone roccioso, in parte ricoperto da ghiaccio e ne­ve. Ma c’era meno neve di quanto ci aspettassimo, meno che d’e­state, e il ghiaccio era molto duro perché era ancora sotto zero. Sistemammo il primo bivacco dopo aver arrampicato per 500 metri, quasi a metà della parete; quello dopo fu alla fine del canalone, 250 metri più in alto, e venne raggiunto di notte con l’aiuto delle lampade frontali. Il terzo ed ultimo bivacco, l’unico dav­vero comodo, sarebbe stato sistemato sulle nevi sommitali, a circa 250 metri dalla cima. Di notte avevamo giacche e pantaloni di piumino e co­perte da bivacco.

Dopo il secondo bivacco, dato che la roccia sopra il canalone era molto ghiacciata, scegliemmo un percorso alternativo, tecnicamen­te più difficile, ma più breve: una traversata esposta sulla de­stra su roccia fragile. Era spiacevolmente paurosa, e inoltre se­guita da un breve tiro verticale di V grado. Dopo questo il per­corso era innevato, su terreno roccioso ma non troppo difficile, verso la Cresta di Zmutt, e portava proprio sotto la vetta. Sfor­tunatamente, si era alzato il vento, solo tempestoso all’inizio, poi sempre più forte il terzo giorno, finché fu come un ura­gano. Non potevamo raggiungere la vetta come speravamo. Una volta giunte sulla Cresta di Zmutt, decidemmo di scendere per trovare un riparo da quel vento feroce. Quel giorno e il successivo, il vento costante e le temperature di -10°C provocarono a Irena Kesa congelamenti e ipotermia. Non appena capimmo le sue reali condi­zioni, il problema più urgente fu di trovare un riparo per pro­teggerla da un’ulteriore perdita di calore corporeo.

La parete nord del Cervino è nota per la scarsità di luoghi ripa­rati dalle intemperie. L’unico punto che trovammo era sulla Cre­sta di Zmutt, solo 20 o 30 metri dalla vetta. Krystyna Palmowska salì sulla cima, mentre il resto di noi portò Irena nel bivacco e la avvolse di coperte più velocemente possibile. Era il primo po­meriggio. Anche se non immaginavamo alcun tipo di salvataggio con quel vento e quella visibilità ridotta, avevamo già chiamato aiu­to per radio durante una sosta temporanea a 80 o 100 metri dalla vetta. Non avendo nostre ulteriori notizie, i giornalisti a Zer­matt pensavano che avessimo lasciato perdere il tentativo, anche se il percorso diventava ora abbastanza facile. Nonostante il buio e il vento a 120-130 km/ora, alle otto di sera arrivò un e­licottero, guidato dal fantastico Toni Loetscher. René Arnold e Alfons Lerjen si calarono sulla corda per evacuare Irena, e anche Krystyna dalla vetta. Anna Czerwinska ed io avevamo sperato, nel­la mattina, di scendere da sole giù verso la Cresta dell’Hornli, ma gli uomini del salvataggio insistettero per l’abbandono dell’impresa per le impossibili condizioni. Irena fu trasportata immediatamente dalla vetta alla clinica di Visp, dove rimase dal 10 al 14 marzo. Dopo passò dieci giorni in una clinica di In­nsbruck specializzata in casi di congelamento. Grazie alle opera­zioni di salvataggio e alla cura immediata, non ci furono amputa­zioni e Irena si riprese completamente.

rutkiewicz-Na-jednej-linie_Wanda-Rutkiewicz,images_big,13,978-83-244-0129-1La prima scalata invernale della parete nord del Cervino fatta solo da donne suscitò grande interesse in Svizzera e in altri paesi alpini. La radio, la televisione e la stampa riportarono ogni dettaglio con precisione. Erano state fatte delle fotografie durante l’ascesa, quando le condizioni lo permettevano, sia dall’elicottero sopra di noi, sia da lontano con un teleobiettivo da 500 mm. L’equipaggio dell’elicottero di soccorso corresse l’e­quivoco che avessimo abbandonato l’impresa quando avevamo segna­lato per radio il problema di Irena e confermarono poi che in realtà avevamo raggiunto la vetta. Titoli di giornali e riviste acclamarono la nostra “Grande Vittoria” e “L’impresa magnifica delle donne polacche”. Il bollettino della sezione di Zermatt del Club Alpino Svizzero dedicò un’intera edizione alla nostra scala­ta, facendo notare che era la prova definitiva che le donne fos­sero in grado di raggiungere altissimi livelli nell’alpinismo e di sopravvivere anche nelle condizioni più sfavorevoli. “Le donne polacche hanno aggiunto un nuovo capitolo alla lunga storia della conquista del Cervino,” si disse, “dalla prima salita di Whymper nel 1865 e dalla prima scalata della parete nord nell’estate del 1931 da parte dei fratelli Franz e Toni Schmid.”

E’ vero che ci furono altre voci, all’estero e in patria, che scelsero di mettere in questione l’adattabilità delle donne a questo tipo di sfide. E certamente rimane la questione perenne: perché l’alpinismo? Nessuno è stato capace di dare una risposta soddisfacente. Bisogna accettarne la validità senza una reale giustificazione. Nel nostro caso, i fatti stessi erano sufficien­ti. Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che finora era stata scalata solo da uo­mini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. A metà marzo di quell’anno, l’elicottero do­vette salvare un gruppo di uomini austriaci sulla parete nord del Cervino, e pochi giorni dopo morirono quattro uomini tedeschi .

Trovammo ripagante l’attenzione ricevuta in Svizzera. Durante la sua permanenza in ospedale, Irena fu circondata di gentilezza e simpatia da molti sostenitori. Il suo primo bouquet fu del pilota svizzero dell’elicottero di salvataggio, una delle più difficili operazioni di soccorso che tutti dicono abbia condotto.

Irena Kesa
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La storia di Irena
Irena Kesa era la più giovane delle quattro. In quel periodo era una studentessa di educazione fisica con idee rigide sulla dieta. Aveva ridotto il fabbisogno calorico evitando zuccheri e grassi e sostituendoli con latte, pesce e riso: una dieta insufficiente per un’impresa con un freddo invernale così estremo.

Cominciò a soffrire di geloni il secondo giorno, anche se c’erano già state delle avvisaglie durante la ricognizione sulla Cresta dell’Hornli, quando aveva perso i guanti nel bel mezzo di un tiro di corda e aveva continuato senza. Al rifugio Solvay si era la­mentata della perdita di sensibilità di mani e piedi e noi altre facemmo a turno per massaggiarla. Sembrava tutto a posto, forse era solo un po’ tesa, quando eravamo pronte per la scalata prin­cipale.

Irena ha scritto di quella sensazione di tensione prima della scalata: “Non è che avessi paura della Parete di per sé, visto che avevo fatto arrampicate ben più difficili tecnicamente, ma questa era più spossante dal punto di vista delle condizioni del tempo. Avevo paura che fosse troppo per noi e che avremmo dovuto tornare in Polonia a mani vuote.
Il fatto che dovessimo sederci e aspettare presso l’Hornli, senza fare niente, e che così tante persone stavano aspettando di sali­re, era uno stress con forte impatto su di me, anche se non dice­vo nulla. Sentivo il fardello di responsabilità e un senso di ob­bligo nei confronti della missione. Tutto sembrava puntare nella direzione del fallimento, e io sentivo che tutto quello che a­vremmo raggiunto sarebbe stata una totale confusione.

In un articolo sulla rivista polacca Taternik, ha raccontato del­le sue condizioni precarie durante la scalata: “Sentivo gli ef­fetti del freddo accumularsi fin dal bivacco della notte prece­dente sulle parete nord del Cervino. Sforzandomi, cercai di con­trollare il terribile dolore nelle dita della mano destra, e solo allora capii che anche le gambe erano coinvolte. Il dolore delle dita non diminuiva, ma peggiorava e gradualmente apparirono delle vesciche. Tutto diventò un tremendo sforzo, persino preparare il bivacco o filtrare il tè. Cercai di addormentarmi. La mattina, il vento era calato un po’, anche se c’era un freddo terribile. Do­vevamo comunque partire. Le altre erano forti e in forma, ma io mi sentivo sempre peggio. Verso mezzogiorno non ero più in grado di muovere le gambe. Avevo perso la sensibilità in tutte le arti­colazioni, non potevo neanche reggere la piccozza. Avevo diffi­coltà di respirazione. Sentivo che stavo lentamente perdendo la vita. Le ragazze decisero di chiamare aiuto via radio. Io mi misi nelle loro mani.

Anna Czerwinska
rutkiewicz-nie_bede_pojedynczym_ziarnkiem_piasku_640x480Wanda Rutkiewicz
Forse più di chiunque altra, Wanda Rutkiewicz fu responsabile dell’emergere delle donne tra le fila degli alpinisti di classe mondiale. Alla fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70 si dedicò quasi esclusivamente a spedizioni tutte femminili, facendo importanti salite sulle Alpi e sull’Himalaya. Era un capo spedi­zione con molto talento e grande ispirazione, un’alpinista con risorse straordinarie e determinata che ebbe successo su otto dei più difficili ottomila. L’ultima volta fu vista sul versante nord del Kangchenjunga, nel maggio 1992, mentre bivaccava per un ten­tativo in solitaria alla vetta il giorno seguente.
http://it.wikipedia.org/wiki/Wanda_Rutkiewicz

Wanda Rutkiewicz
1973 r. Wanda Rutkiewicz, polska alpinistka i himalaistka. /bpt/ PAP/CAF-Teodor Walczak

postato il 27 ottobre 2014

 

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Il Naso di Zmutt in solitaria

Solitaria alla Gogna-Cerruti sul Naso di Zmutt (12-13 luglio 1982)
di André Georges

Michel Vaucher nel suo libro Le 100 più belle salite delle Alpi Pennine la descrive così: «Centesima salita della nostra scelta di difficoltà progressiva, la via del Naso di Zmutt è eccezionale per numerose ragioni. Via d’eccezione il Naso di Zmutt lo è per l’insieme e il cumulo di problemi che pone all’alpinista. Essa comincia per una severa scalata mista, roccia e ghiaccio, che si svolge al riparo da pericoli oggettivi poiché è protetta dalla grande parete verticale o strapiombante del “Naso”. Superare la parete del “Naso” è un’impresa lunga e difficile, a causa dell’esposizione e per il fatto che la roccia non molto solida non si lascia chiodare facilmente. L’uscita infine è senza dubbio meno esposta, ma si svolge in un ambiente da parete nord nei paraggi della Cresta di Zmutt. Il dislivello importante, la configurazione del terreno, l’altitudine, le difficoltà varie e sostenute, l’impegno totale: queste sono le caratteristiche della via Gogna e Cerruti che non può ammettere che alpinisti molto competenti e agguerriti, capaci di far fronte a tutte le situazioni possibili. Un’azione di salvataggio in parete sarebbe in effetti molto aleatoria. Per tutte queste ragioni il Cervino per la Gogna-Cerruti regge il confronto con i più grandi itinerari aperti in montagna».

André Georges con la compagna Rosula Blanc e il loro cane Anuun
Georges-1710Ci furono numerosi tentativi prima del successo di Alessandro Gogna e Leo Cerruti nel luglio 1969. Fu al prezzo di più giorni di sforzi e con installazione di corde fisse che essi vennero a capo della loro salita. E fu la stessa cosa per la prima invernale. Le prime ascensioni del Naso di Zmutt sono state sempre fatte con delle corde fisse. Bisognerà aspettare un buon numero di anni perché la salita sia compiuta da una cordata tradizionale.

Nota di Alessandro Gogna: l’affermazione di Georges è falsa per ciò che riguarda la mia salita con Leo Cerruti. Nel tentativo con Gianni Calcagno del 1968 arrivammo in cinque ore a superare il terreno misto di 400 m. Nessuno ci aveva mai messo piede. Nell’ottobre successivo la squadra di Minuzzo, Mauro, Albertini e Patrile lavorò sullo stesso terreno ricoprendolo di corde fisse e arrestandosi all’inizio della parete verticale, esattamente dove eravamo arrivati noi in cinque ore. Nel luglio dell’anno dopo, quando effettuammo la prima ascensione, vedemmo bene gli spezzoni delle corde lasciate dai valdostani ma non ce ne servimmo per via del deterioramento subito nell’inverno e nella primavera. Poi, in tutta l’ascensione vera e propria, noi non usammo alcuna corda fissa, non avevamo altro che due corde e un cordino. Tutto ciò è ampiamente documentato nel mio libro Un alpinismo di ricerca, che evidentemente André Georges non ha letto, sicuramente per questioni di lingua. Se poi lui ha trovato altre corde fisse, allora deve attribuirle esclusivamente ai salitori invernali, Edgar Oberson e Thomas Gross.

Il dislivello è di 1050 metri per tre zone ben distinte, 400 metri di terreno misto, 400 metri di parete  verticale o strapiombante e 200 metri sulla parete nord vicino alla Cresta di Zmutt. Difficoltà ED+, salita di ampio respiro che richiede qualità alpinistiche molto complete. La relazione da un decina di passaggi di sesto grado e in più della scalata artificiale a volontà. Leggendo la descrizione dell’itinerario ci si pone delle domande. Per l’orario, Michel Vaucher dice: «La salita deve essere possibile in tre giorni con due bivacchi poiché molto materiale è rimasto in posto dopo la prima invernale».

André Georges ed Erhard Loretan
Georges-3037960Con tutte queste indicazioni si è un po’ scettici. Oso andarci?
Sono sempre stato attirato da questa parete austera e impressionante. E ogni volta che passavo in zona la guardavo col binocolo. Soprattutto dalla capanna Schönbiel, passavo lunghi momenti ad osservare tutti i dettagli della parete. Avevo una visione completa dell’ascensione. Tutte queste osservazioni erano soprattutto una preparazione psicologica. Quando si è sulla via, il percorso si individua difficilmente a causa della verticalità e dell’ampiezza della parete. Col passare delle osservazioni e delle riflessioni, mi familiarizzavo con questa parete. All’inizio, quando pensavo a questo progetto, mi pareva del tutto pazzesco e invece, col passare del tempo, è diventato qualcosa di realizzabile nella mia mente.
Avevo ragione, e l’ho realizzato. Poco a poco, l’idea è maturata e sono partito per il Cervino.

L’ultima funivia mi conduce allo Schwarszee. Salgo alla capanna Hörnli; questa volta vado. Alla capanna sono invaso a momenti da una sentimento d’inquietudine. Dormire è impossibile, non smetto di andare e venire. Il mio sacco è pronto, tutto è sistemato con precisione per il primo mattino, ma salgo e scendo le scale per un nuovo controllo. Il pensiero di questa ascensione ha distrutto il mio equilibrio. Che ora è? Il tempo passa lentamente, poi più veloce. Ne succedono di cose nella mia testa durante la sonnolenza: salgo tre volte la Gogna nella notte. Le idee girano in un totale disordine. Improvvisamente il piccolo rumore del mio orologio-sveglia mi tira via dai miei sogni. Rimbalzo dal letto come una molla. Mi vesto, mi carico il sacco sulle spalle e scivolo fuori nella notte. Dopo appena una mezz’ora di marcia, una grande caduta di pietre davanti al mio naso viene a disturbare la mia tranquillità. Grazie per l’accoglienza! Questi blocchi venivano dalla via normale e sono scivolati giù dal pendio di neve che si utilizza per raggiungere la base della parete nord. Fortuna sfacciata, cinque minuti prima mi sarei trovato sull’asse della caduta. Aspetto un momento, tutto ha ripreso la sua calma, esito, qualche passo incerto e mi lancio più velocemente possibile in queste due lunghezze di ghiaccio ripido che portano sul Matterhorngletscher, sempre pronto a mettermi il grande zaino sulla testa a guisa di protezione. Attraverso il ghiacciaio evitandone i crepacci e raggiungo la terminale alle sei di mattina. Il morale è super, ora andrei in capo al mondo! La terminale è difficile, un muro di ghiaccio verticale dove progredisco grazie all’ancoraggio delle mie piccozze. Un pendio glaciale e le prime rocce si raddrizzano in modo inquietante al di sopra. Qualche passaggio è difficile ma riesco a progredire lentamente senza assicurazione. Il pendio si addolcisce: bei passaggi misti. Da qui il muro del Naso di Zmutt è impressionante; lo strapiombo al termine del muro è in alcuni punti di cento metri, a tal punto che le rare pietre che cadono dalla cima della parete fanno una caduta di 500 metri senza toccare la roccia. Qui almeno non ho più preoccupazioni per la caduta di pietre. Poso lo zaino, fisso la corda e salgo regolarmente tirando il prusik sulla corda per autoassicurarmi. Salire, scendere in doppia e risalire col sacco recuperando il materiale lunghezza dopo lunghezza. Arrivato su una bella piattaforma, mi ci installo, sono già le diciotto. La fatica comincia seriamente a farsi sentire, mi preparo il bivacco, un bel raggio di sole viene a sfiorarmi – il solo della giornata – ed è ben piacevole. Con l’amaca ben tesa, la notte sarà buona. Sono appollaiato come un’aquila con 700 metri di vuoto sotto le chiappe. Mi sento bene in questo mondo da pazzi. Dal mio nido osservo alcune colate che cadono nel vuoto a cinquanta metri dalla parete. Il grande strapiombo è proprio sopra di me. Sveglia alle sei, un panino e partenza! La nozione della verticalità è persa. I passaggi sopra di me mi sembravano semplici ma quando ci arrivo è il contrario, tutto è strapiombante e complicato. Marcia o compatta, con o senza fessure, la roccia non smette di cambiare lunghezza dopo lunghezza. L’uscita del Naso è veramente spettacolare ed esposta. Là il solitario non ha interesse a fare delle errate manovre di corda poiché potrebbe restare appeso nel vuoto e attendere il disgelo. Tre volte la manovra acrobatica per venir fuori da questo grande tetto. Ho avuto ben più filo da torcere del ragno. Ho sì cercato di imitarlo, ma in modo vergognoso…

Georges-9782828911935All’uscita del Naso, il terreno è più facile: lo stesso della parete nord classica. Posso progredire di nuovo senza assicurazione. Alle undici calco la cima del Cervino.

Mi sono impegnato al massimo lungo tutta la salita ma non arrivo a credere di essere riuscito a realizzare la Gogna in solitaria. Una salita di questa importanza è un’altra vita, una storia che non so più se fa parte di me. La concentrazione era talmente grande che io ero in un altro mondo in quei due giorni. Comunque il mio chiodo fisso si era concretizzato.

Per notizie su André Georges vedi http://www.andregeorges.ch/

postato il 14 ottobre 2014

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Naso di Zmutt: via Gogna-Cerruti, prima ripetizione italiana

Naso di Zmutt: via Gogna-Cerruti, prima ripetizione italiana
di François Cazzanelli, Marco Farina e Marco Majori

Disarmante… Immensa…
“Il più grande strapiombo delle Alpi Occidentali”, così Patrick Gabarrou definisce il Naso di Zmutt: una parete misteriosa e austera incassata nell’immensa muraglia del versante nord del Cervino. Difficile da decifrare, ogni volta che cambia la luce sembra che la sua forma muti ed escano nuovi diedri e tetti. Una sfida completa, severa, dove nulla è scontato in un ambiente tra i più repulsivi che abbiamo mai visto.

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Tutto comincia con un messaggio su Whatsapp di Marco Majori il 21 settembre sulla chat della SMAM: “Cosa pensate di fare questa settimana?” dopo qualche battuta e scambio di idee il piano è deciso: andiamo a vedere il Naso di Zmutt. Da lì nelle nostre teste hanno iniziato a girare un sacco di pensieri: “Sarà pulita la parete? A chi chiediamo? Saremo capaci di uscire? La via sarà tutta a posto o sarà crollato qualcosa come spesso accade sul Cervino?”

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Poche storie, l’unica cosa da fare è partire e andare a vedere, qualcosa faremo. Il 25 settembre ci ritroviamo tutti a casa di François, prepariamo gli zaini, beviamo un caffè e ci muoviamo subito verso il colle del Breuil. Arrivati al rifugio dell’Hörnli ci aspetta una spiacevole sorpresa: il campo base provvisorio, installato poiché i proprietari del rifugio stanno compiendo delle ristrutturazioni, è chiuso! Iniziamo bene: già un bivacco la prima notte. Non ci scoraggiamo, ci sistemiamo al meglio e alle 4 iniziamo a muoverci. Attacchiamo la prima parte della via al buio: si comincia subito con dei pendii belli dritti che conducono a una goulotte ripida ma con ghiaccio ottimo. Superato il canale ghiacciato con quattro lunghezze iniziamo ad attraversare verso sinistra per portarci alla base del Naso. Giunti sotto lo strapiombo la vista è impressionante: si ha la sensazione che il tetto in ogni momento possa chiudersi su se stesso inghiottendoci. Il freddo pizzica e i movimenti sono rallentati, Majo fa un movimento sbadato in sosta e perde un guanto. Da qui in avanti Marcolino Farina passa al comando e iniziamo a scalare su roccia, la giornata è lunga e dopo aver superato un diedro in artificiale con le ultime luci del giorno arriviamo alla esile cengia dove Alessandro Gogna e Leo Cerruti bivaccarono per la seconda volta. Ci fermiamo e iniziamo a sistemarci per la notte, assicuriamo una corda dove possiamo appenderci e sistemare il materiale, ripuliamo dalla neve i nostri piccoli scalini, prepariamo da bere e mangiamo. Ci aspettano ore interminabili, ma non c’è vento e una stellata fantastica ci fa compagnia, sulla cengia troviamo un sacco di materiale abbandonato: chiodi moschettoni e corde, testimonianze indelebili di vecchi tentativi. Scorre il tempo e alle 6 di mattina ancora al buio siamo di nuovo in azione, con ordine e calma prepariamo da bere, smantelliamo il bivacco, mangiamo qualcosa e ripartiamo. Marco è di nuovo davanti, si comincia con un muro compatto, solcato solo da una piccolissima fessura che ci costringe a usare le staffe. Il nostro socio scala veloce e sicuro, Majo a un certo punto commenta dicendo: “Faina scala come se non ci fosse un domani… che livello!!”

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Passano le ore e i tiri si susseguono veloci, purtroppo non ne vediamo mai la fine, ci scambiamo due battute per fare morale: “Ma se chiamassimo l’elicottero?”
Marco: “Piuttosto crepo, ma sull’elicottero non salgo”.

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Il morale è alle stelle siamo motivatissimi e improvvisamente ci troviamo al sole alla base dell’ultimo salto: sono le 17.30 dobbiamo muoverci. Farina si supera un’altra volta e alle 18.15 arriviamo sul bordo del Naso, ma purtroppo non è ancora il momento di esultare perché dobbiamo raggiungere con la luce le tracce della cresta di Zmutt. Mettiamo i ramponi e prendiamo in mano le picche, saliamo velocemente su terreno misto e appena accendiamo le frontali troviamo le tracce, da qui però mancano ancora 250 m di dislivello fino alla vetta e la stanchezza inizia a farsi sentire. La progressione diventa più facile e la concentrazione cala, Majori perde un altro guanto che sparisce nel buio della notte, François recupera alla rinfusa le corde e in ben due soste si aggomitolano tutte facendoci perdere minuti preziosi. Dopo qualche cappellata alle undici di sera giungiamo tutti e tre in vetta al Cervino. Siamo gasati ma tuttavia consapevoli di dover mantenere la concentrazione per la lunga discesa notturna che ci aspetta. Beviamo un the, mangiamo qualcosa e siamo di nuovo concentrati per la discesa: per riposarci dobbiamo arrivare alla capanna Carrel. La notte è perfetta, non fa freddo, non c’è neanche una bava di vento, scendiamo con calma senza prendere rischi e alle cinque di mattino mettiamo piede in capanna, giusto il tempo di bere una coca e ci buttiamo nei letti. Il giorno dopo alle 9 siamo svegliati dal papà di François, Valter che ci è venuto incontro, rifacciamo gli zaini e scendiamo, per le tredici abbiamo le gambe sotto il tavolo a casa Cazzanelli.

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Che avventura, siamo euforici e soddisfatti, la nostra dovrebbe essere la settima ripetizione assoluta e prima italiana. Non abbiamo ancora realizzato bene quello che abbiamo fatto, questa salita ci rimarrà per sempre nel cuore, sicuramente è la via più completa e severa che abbiamo mai affrontato fino ad ora. Un viaggio mistico nel cuore del Cervino dove nulla è scontato e banale. Complimenti agli apritori che nel 1969 si sono superati aprendo una via futuristica e complicata che sicuramente ha portato un passo avanti l’alpinismo dell’epoca.

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François Cazzanelli – Marco Farina – Marco Majori, 26-27 settembre 2014
Sezione Militare di Alta Montagna – Reparto Attività Sportive del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur.

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Si ringraziano: Montura, Grivel Mont Blanc, Kong, Scarpa, Wild Climb, Cébé, Salice e Pellissier Sport di Valtournenche.

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postato il 5 ottobre 2014

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Free Tibet

Free Tibet
di Patrick Gabarrou
Questo articolo è apparso per la prima volta in italiano su ALP Grandi Montagne n. 34. Traduzione dal francese di Flaviano Bessone

Il Cervino si presenta al turista che sbarca dal treno a Zermatt nella perfezione dì una compiuta struttura piramidale. E la parete nord s’impone in potenza e maestosità: fan­tastica, archetipica, evidente. Oggetto dei desideri dei più grandi alpinisti degli anni ’30, impressiona, attira, soggioga. Sempre allo stesso modo.

Cesare Ravaschietto su Free Tibet, prima ascensione
Cervino, Cesare Ravaschietto su Free Tibet, prima ascensione
Cesare Ravaschietto sul tetto di A2+ di Free Tibet, (Naso di Zmutt, Cervino), prima ascensione
Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensioneMa il Cervino, di cui si crede di aver visto tutto al primo colpo d’occhio, possiede anche uno stupefacente giardino segreto che non si rivela se non a chi marcia verso gli alti luoghi dove gli uomini hanno edificato la capanna Schönbiel. Già lungo il cammino, dal luogo incantato dei casolari di Zmutt, si vede sorgere dalle viscere della montagna una irreale visione; è una stupefacente prua di pietra strapiombante, conficcata nell’estremamente ripida parete a destra dell’immenso piano verglassato della parete nord. È il Naso di Zmutt, il più grande strapiombo delle Alpi occidentali. La sera al tramonto, dalla capanna, la parete svelerà un po’ del suo complesso rilievo, ma senza che se ne possano afferrare tutti i dettagli. Solamente superando la cresta di Zmutt ci si potrà avvicinare all’enigma proposto dall’austera parete. Dopo parecchi tentativi con Pierre Gourdin e François Marsigny, riuscii finalmente nel 1992 a risalire, in compagnia di Lionel Daudet, questo straordinario rilievo della grande piramide delle Alpi. A tal punto unico nel suo slancio, che l’offrimmo Aux amis disparus di tutti gli alpinisti. Due cose però mi avevano lasciato ancora un po’ di fame di perfezione. La parete, lavorata dalle cadute di pietre di un’estate secchissima, ci aveva obbligati a raggiungere la base del Naso dalla cresta di Zmutt e, in più, avevamo dovuto forare la roccia per 25 metri sul filo del pilastro strapiombante. Una seconda prua dello stesso stile, ma più modesta, delimita a sinistra il Naso, formando un immenso diedro fessurato, sormontato da grandi strapiombi. E con lui il sogno di una possibile fantastica scalata naturale. Fu quasi dieci anni più tardi che mi ritrovai ai piedi di quel grande muro scuro, con gli enormi sacchi che accompagnano questo genere di imprese (anche optando per bivacchi minimalisti). E fu in quel momento che il mio compagno, sino ad allora assai entusiasta e motivato, capì quello che ci aspettava e diede improvvisamente forfait. Che fare? Decisi di sperare nella fortuna e di prendere il rischio di lasciare i sacchi e tutto il loro prezioso contenuto nascosti nel labbro di una terminale relativamente sicura, sperando che il tempo si mantenesse bello e che io riuscissi a trovare in piena estate un compagno libero e di alto livello. La fortuna mi arrise meravigliosamente nella persona di Cesare Ravaschietto, una guida italiana tanto eccezionalmente forte quanto discreta, un vero “fuoriclasse” come dicono i suoi compatrioti. Messi in contatto da un’amica comune, ci conoscemmo sul sentiero che porta al Cervino, e dal giorno seguente facemmo cordata comune con una fiducia reciproca che non fece che aumentare nel corso dell’ascensione. Alla terminale perdemmo un’ora preziosa a cercare i sacchi, già profondamente sotterrati. Quel giorno sapevamo di dover arrampicare contro il tempo, poiché la meteo aveva annunciato un notevolissimo rialzo della temperatura. Effettivamente qualche sasso rotolava già nel pendio iniziale. Subimmo anche una vera caduta di pietre all’uscita del ripidissimo terreno misto iniziale, che avevamo salito molto veloci malgrado i sacchi. Ci mancò di poco e potemmo apprezzare la forza mentale di ciascuno di noi. Non una parola. Solamente l’azione concentrata, rapida, efficace sul grande pendio di ghiaccio che stavamo seguendo. Dopo un passaggio misto, ripido e delicato, ci ritrovammo attaccati alla base del grande muro di roccia scura, finalmente al riparo dalla caduta delle pietre che cominciava ad abbattersi da tutte le parti con furore selvaggio. La roccia in alto era mediocre e la scalata abbastanza aleatoria, ma almeno la nostra sicurezza non dipendeva che da noi stessi.

Patrick Gabarrou in bivacco su Free Tibet, Naso di Zmutt, Cervino
In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.Così la lunga giornata filò senza tregua fino a condurci su un vago posto da bivacco assolutamente mediocre. Vista la qualità della roccia preferimmo mettere uno spit per l’assicurazione notturna della cordata. Al di sopra delle nostre teste il grande diedro strapiombante e la sua enigmatica uscita m’impressionava molto, e lasciava visibilmente di stucco il mio compagno. Sotto di noi si slanciava la parete inclinata, solcata dalle pietre che continuavano a cadere. Impossibile prendere in considerazione una discesa in caso di problemi. La salvezza passava dall’alto, nella speranza che esistesse una porta d’uscita. Tutto ciò si agitava nella mia testa durante la notte, con l’impressione di essere entrato in una trappola; ma quando confidai le mie angosce a Cesare, egli si limitò a dire che sperava di passare la notte seguente almeno su un accenno di cengia, e poi ripiombò in un profondo mutismo.

Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensione, nella parte superiore della via
Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensioneL’alba non ci sorprese in quanto non avevamo veramente dormito. Cege, eccezionalmente sicuro ed efficace, prese la testa della cordata su una roccia friabile e poco evidente. A ogni tiro proponevo di dargli il cambio, ma lui sembrava infaticabile. Si alzava con una potenza tranquilla molto impressionante. Era assolutamente più forte di me e, anche se ero capace di arrampicare in testa, non potevo certo farlo con lo stesso brio e la stessa rapidità. Fu dunque lui che emerse poco prima della notte dal grande labirinto strapiombante ed ebbe la felice sorpresa di scoprire la miracolosa piccola cengia orizzontale dei nostri sogni. Mentre eravamo tutti intenti ad addobbarla col secondo spit della via, un’infinità di luci cominciò a riempire lo spazio ai nostri piedi e fino ai limiti dell’orizzonte. Avemmo allora il raro privilegio di assistere per delle ore, come bambini stupefatti, alla meravigliosa Festa delle Alpi, che ogni anno in Svizzera illumina la notte del 1° agosto. Ci addormentammo così nel cuore della montagna, sazi di fatica, di emozioni, di bellezza.

Lo schizzo di Free Tibet
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postato il 30 settembre 2014

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Michel Piola spergiuro al Cervino

Spergiuro al Cervino
di Michel Piola

1° agosto 1291. Sulle rive di un lago molto incassato (il futuro Lago dei Quattro Cantoni), nel luogo detto della prateria del Grutli, tre solidi Waldstatten si stringono le mani con determinazione: attraverso questo patto che segna la nascita della Confederazione Elvetica, essi prestano un giuramento di assistenza reciproca nell’ottica di sbarazzarsi della tirannia degli Asburgo, la famiglia austriaca autocratica.

l° agosto 1931, 640 anni dopo. Sull’esile pinnacolo di una delle più celebri montagne del mondo, il Cervino – quel giorno ben freddo – i due fratelli monacensi Hans e Toni Schmid si stringono le mani con soddisfazione dopo una delle più belle prime ascensioni fra le due guerre.

l° agosto 1981, rispettivamente 690 anni e 50 anni più tardi. Doppio anniversario alla sommità di un  Cervino sempre leggermente incappucciato: una cordata di giovani “dandy inglesi” giunti per miracolo fino a lì e due gagliardi singhiozzanti di piacere non si stringono nemmeno le mani, ben troppo dolorose per far ciò. E se non hanno neppure un solo pensiero rispettoso per i loro illustri antenati, è unicamente perché la ragione dell’inquietudine li spinge egoisticamente a preoccuparsi della lunga, lunghissima discesa che li attende.

La prova che, di certo, mi esprimo in tutta conoscenza di causa, è che, appena due mesi prima…

Pierre-Alain Steiner nel primo terzo della via Direttissima al Naso di Zmutt, Cervino
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981Giugno 1981, sulla parete nord per la via Schmid
Emergendo dalla foresta, il paesaggio a dominanza clorofilliana contemplato fino a quel punto si trasforma in un mondo più minerale: il Breithorn, il Castore e il Polluce, fino al massiccio del Monte Rosa, prendono improvvisamente più rilievo nella forte luce di quel pomeriggio già alla sua fine.

I tornanti del sentiero che a lungo avevano esitato tra il versante nord est ombreggiato e il grande pendio chiaro, poiché spoglio, che domina Zermatt, sembrano ora definitivamente decisi, assegnandosi la meta dell’ultimo pilone dello Schwarsee, là in alto, mentre la brezza della sera serpeggia con piacere solleticando i cavi dell’inutile teleferica…

Ci voleva proprio tutta la poesia del mondo e di questa serata riunite per dimenticare le piccole inezie imposte da un destino un po’ troppo scherzoso che ci ha fatto trovare chiuse le porte della funivia quando ci eravamo basati sull’orario trasmesso dall’ufficio del turismo di Zermatt, ufficio che aveva omesso di segnalarci come fosse valido solamente a partire dall’indomani…

Ci sono Pascal Sprungli, con cui ho calzato le mie prime scarpette d’arrampicata, e Tom, un amico australiano assai simpatico che è venuto ad aiutarci fino alla capanna.
L’ambiente è comunque al bello fisso quando spingiamo a fine serata i battenti del rifugio dell’Hörnli, soprattutto dopo i parallelismi ricordati con la nostra simile disavventura accaduta nel 1976 alla Diretta americana dei Drus, salita a piedi da Chamonix, racconto valorizzato da terribili «mille miliardi di punti di aiuto» e da eloquenti «in completa artificiale», linguaggio assai roboante che non sfigurerebbe in uno degli album di quel celebre disegnatore che è Hergé.

Dopo solo due ore di riposo e con l’ottimismo che distilla con più prodigalità i suoi benefici di un riposo insufficiente o di un gelo notturno curiosamente assente, lasciamo la capanna nel momento in cui la sveglia trilla ancora o quasi.

Narrare l’ascensione della via Schmid sarebbe piuttosto disdicevole: come far credere a delle persone sensate che si è trattato per noi di una scalata canicolare, effettuata in maglietta sotto un sole di piombo presente dalle cinque del mattino alle dieci di sera, che sono state le nostre braccia sprofondate fino ai gomiti in una massa nevosa inconsistente e tiepida a rimpiazzare le nostre piccozze-da-trazione-ultimo-grido mentre assetati ci dissetavamo alle numerose cascate che correvano lungo il pendio?

Pierre-Alain Steiner assicura Michel Piola dal luogo del primo bivacco (Direttissima al Naso di Zmutt)

Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981Solo due punti non sarebbero stati in disaccordo con i racconti dei nostri predecessori: i qualificativi d’esecrabile per la roccia e d’interminabile per la discesa.

Quanto a noi stessi… Ebbene non fummo noi stessi che spingemmo le porte del rifugio dell’Hörnli un po’ più tardi, ma piuttosto due involucri vuoti di pensiero e di volontà, due specie di mascheroni clowneschi insomma, giganti e meccanici, e anche poco fieri. E anche flosci… zitto!

28 luglio, capanna dell’Hörnli
Luglio 1981: già due mesi da quando in questo stesso posto mi ero proprio promesso di non ritornare mai più!
Ma se sono qua in situazione di spergiuro è perché oggi la sfida è grandiosa: non capita in effetti tutti i giorni di prepararsi ad aprire un nuovo itinerario su una delle più grandi pareti di tutte le Alpi.

Quando Pierre-Alain Steiner, già conosciuto nel piccolo mondo degli alpinisti come eccellente ghiacciatore, mi telefonò per propormi di aggiungermi a lui e alla cordata di Alexis Long e Patrick Gabarrou (al quale si deve attribuire il merito di aver scoperto questa nuova via), non esitai troppo a lungo, anzi proprio per niente, secondo l’adagio che dice che l’occasione fa l’uomo ladro. In effetti, dopo la via aperta nel 1979 sulla parete nord dell’Eiger e la seconda invernale della parete nord-est del Pizzo Badile del mese di gennaio 1981, era quella l’occasione per perfezionare il bellissimo “trittico” delle tre più belle pareti nord elvetiche.

Disgraziatamente, alcuni impedimenti di ordine professionale ridussero slealmente la nostra esperta équipe a una entità meno internazionale.

Arrivati così a fine pomeriggio alla capanna dove non c’è meno neve in questo inizio di estate disastrosa che al mese di giugno (di certo abbiamo potuto beneficiare dell’orario estivo della funivia…), trangugiamo una rapida cena prima di andare ad effettuare un trasporto fino ai piedi della parete nord, dividendo così il materiale in quattro carichi uguali (20 kg) più adatti all’itinerario glaciale e difficile, in particolar modo il passaggio della barra dei seracchi del Matterhorngletscher, com’è quello che porta alla terminale sotto il Naso di Zmutt.

Di ritorno alle undici di sera, incrociamo una cordata in partenza per la via Schmid, assai sorpresa dal nostro incomprensibile maneggio notturno.

Martedì 29 luglio. Siamo all’alba al deposito di materiale sotto il Matterhorngletscher dove possiamo osservare a piacimento la parete mentre ordiniamo i nostri zaini “grattacielo”. L’itinerario pare evidente almeno nel suo primo terzo, glaciale, dove una bella goulotte serrata da due dirupati speroni lega arditamente i primi nevai al grande pendio centrale che si perde sotto la parete rocciosa del Naso.

A Cesare quel che è di Cesare: è al ghiacciatore della cordata, Pierre-Alain, che è assegnato il titolo di “grande leader delle prime lunghezze”. La goulotte è così risalita in tre tempi (tre movimenti) più o meno rapidamente secondo i partecipanti: in primo luogo il leader con una rimarchevole economia di punti di assicurazione (uno solo), poi me stesso purtroppo secondo un’assenza di etica assai desolante (grazie piccole maniglie jumar) ma con una reale efficacia vi assicuro – e la seconda compensava la prima -, e alla fine, ma certo, il nostro fedele “Hole-Bag”, al quale accordiamo i vergognosi favori dell’ultimo della classe in lentezza, e cioè nell’ordine: promesse, incoraggiamenti, moine, suppliche, disprezzo, ingiurie e minacce! Ahimè! Nessuna di queste misure pedagogiche otterrà l’effetto previsto e ultimo della classe era e ultimo delle classe resterà…

Direttissima al Naso di Zmutt
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981Fu il diavolo in persona, che con una semplice buffetto, mi fece andare il culo sopra la testa?
Temendo di non trovare un posto favorevole al bivacco continuando più in alto, decidiamo di arrestarci alla fine del grande pendio nevoso, proprio ai piedi del Naso di Zmutt.
Nessun dubbio, saremo ben installati: un nut a sinistra e soprattutto due eccellenti chiodi piantati al massimo in una fessura orizzontale ci faciliteranno un riposo molto apprezzato dopo questa lunga giornata.

Seduti sul nostro balconcino, con i piedi che si dondolano nel vuoto evidenziando la prospettiva fuggente del pendio, ci scambiamo le nostre impressioni su questa prima giornata mentre sorvegliamo gelosamente il fornelletto sul quale sembrano prepararsi cose deliziose.

Ma la Signora Gravità ci avrebbe presto rubato senza pietà i nostri beni più preziosi, senza aver curato, da parte nostra, le più elementari precauzioni.

Poi, dopo un ultimo sguardo sul panorama, guadagniamo le nostre rispettive camere da letto: Pierre-Alain si accomoda sulla stretta banchetta tagliata nel ghiaccio vivo mentre, da grande fannullone poco portato alle fatiche del terrazzamento, io mi accontento di sospendere un’amaca al più alto dei chiodi.

Come nei porti quando la brezza fa tintinnare le sartie contro gli alberi maestri, i soli rumori che disturbano ben presto il silenzio sono opera dei moschettoni appesi in grappolo che si raccontano a forza di piccoli tintinnii le loro fortune e sfortune della giornata.
Ah, che ne sappiamo di tutto quel che si è detto durante quelle ore!
È la notte delle confidenze.
La Grande Notte dell’Insolito.

Da questo Insolito mi risveglio d’improvviso all’ora in cui il calendario esita fra il giorno precedente e quello seguente,  constatando – stupore – che plano con attenzione in un fluido sottile chiamato aria, questo etere del povero. Per parlare correttamente, io volo: ah, amici miei, che impressione!
Ahimè, devo presto smettere di poetare accorgendomi che non è la Fenice che io incarno ma piuttosto Icaro, figlio di Dedalo, con tutta la temerarietà fatale al nostro simpatico antenato.

Pierre-Alain Steiner al primo bivacco sulla Direttissima al Naso di Zmutt
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981

Temerarietà, o imprudenza, che m’ha fatto agganciare la mia amaca a un solo chiodo che – è la prima conclusione che si impone – si è visibilmente strappato.

Quando, dopo questo corto intermezzo aereo, mi poso senza dolcezza su un tappeto di ricezione, d’altro canto ben morbido, chiamato Pierre-Alain, il mio avvenire immediato si rivela ancora molto incerto: in effetti Newton, la sua celebre mela e un’autoassicurazione lasca di ancora due metri mi invitano a proseguire l’esperienza in direzione della piccola macchia chiara del Matterhorngletscher, laggiù in fondo…

Per fortuna Pierre-Alain, senza rancore per questo risveglio inabituale – lui che crede per un istante a una gigantesca caduta di pietre – interviene quanto mai a proposito nel meccanismo del destino, afferrandomi con dei riflessi e una determinazione del tutto a suo onore.

Ouf! Liberatomi dal saccopiuma e ridendo ancora dello sgarbo tiratomi da quel diavolo di chiodo burlone, mi accomodo sul secondo chiodo per proseguire un sonno che non sarà più disturbato se non da divertenti sogni che vedono un certo Satana-Mefisto-Lucifero accanito a farmi sprofondare, con un semplice buffetto a ripetizione, il culo al di sopra della testa durante tutta la notte.

Apprendendo all’alba da Pierre-Alain che quel chiodo sul quale ho finito la mia notte movimentata si leva con le mani (tutta la fessura si era aperta), abbiamo un pensiero comune per la destra damigella che è il mio Angelo Custode, che non ha dovuto addormentarsi a lungo per evitare una spiacevole recidiva…

Il posto del leader incombeva su di me per tutta la parte rocciosa centrale, così cacciammo gli scarponi ben in fondo al sacco da recupero per intraprendere in scarpette la scalata di una ripida fessura sulla sinistra del bivacco.

Fessura che seguiamo per due lunghezze prima di tirare a destra, per superare un diedro che porta – sorpresa – a un piccolo nevaio che garantisce un buon posto da bivacco. Non c’è bisogno d’altro per incitarci a depositare tutta la nostra chincaglieria su questa aerea cornice, ben presto trasformata in due strette ma confortevoli terrazze.

Alla fine del pomeriggio decidiamo di attrezzare ancora due lunghezze con delle corde fisse. La scalata, difficile e delicata, è allora apprezzata al suo giusto valore su una roccia soleggiata e solida, liberati dal giogo dei sacchi da issare.

Ben presto di ritorno, il pasto mandato giù, ogni preoccupazione scomparsa, ecco, vi dico, una buona serata al focolare: la fiamma rosseggiante di un ipotetico camino si vede persino rimpiazzata con talento dal disco gigante del sole, già a ovest, che sottolinea la successione delle creste unite con coerenza da colli e cime dai nomi prestigiosi di Dent Blanche, Mont Durant o Obergabelhorn. Da buoni allievi, imitiamo il nostro antenato, l’Astro dei Tempi, nascondendoci sotto i nostri piumini per rimandare a domani la nostra prossima e glaciale apparizione.

Pierre-Alain Steiner sulla Direttissima al Naso di Zmutt
Pierre-Alain Steiner durante la prima ascensione della Direttissima al Naso di Zmutt (Foto M. Piola, da Bernardi)Due mocciosi sul Naso di Zmutt
Se fare colazione a letto è il non plus ultra del comfort per l’uomo comune, la stessa azione applicata all’alpinista, vista l’ampiezza dei movimenti limitati, rivela più semplicemente necessità o elementare prudenza. Necessità alla quale ci sacrifichiamo ancor più volentieri dato che questa mattina la temperatura è piuttosto fresca e che sappiamo che si tratta, anche se stranamente la giornata è appena iniziata, del penultimo pasto delle prossime ventiquattro ore. Per fortuna la risalita delle corde fisse si rivela velocemente un eccellente riscaldamento, come la traversata – cioè il pendolo – obbligatoria dal bivacco per raggiungere l’asse dei punti di ancoraggio, si mostrerà un perfetto risveglio psichico.

Il fatto è che oggi è il caso di “uscire” dalle difficoltà rocciose superando i famosi strapiombi finali del Naso. Arrivati al capolinea della nostra monorotaia in nylon, attraversiamo a destra per raggiungere l’inizio di una gigantesca rampa leggermente obliqua che andiamo a risalire fino a sbattere contro l’ultimo strapiombo.

Scalata superba, libera per la maggior parte, ed effettuata su una roccia che da eccellente diviene eccellentissima (ah, il contrasto con la parete nord) e sempre più ripida.

Fino a che i capricci della natura fan sì che divenga sempre meno verticale… perché diviene strapiombante!

Un’ultima lunghezza, un ultimo strapiombo, un’ultima fessura per uno sforzo che non sarà l’ultimo e ci ritroviamo tutti e due alla ventiquattresima sosta, felici come due monelli che hanno appena fatto un bello scherzo a un “grande”.

I due terzi più difficili della via sono in tasca ed è esultando nel sapere che non ci può più succedere niente che proseguiamo, cercando nel frattempo un buon posto da bivacco.

Niente… tranne il cattivo tempo. Ma è una tempesta appena abbozzata, dei fiocchi di neve, dei cristalli, così belli nella loro trasparenza, e delle colate di neve polverosa così silenziosa che è col sorriso della tranquillità che serriamo quella sera i lacci dei nostri sacchi da bivacco.

Michel Piola
Michel PiolaLa vetta
Tutto sembra d’altra parte arrangiarsi al meglio ed è quasi al sole che dopo due grandi lunghezze sbuchiamo sulla Cresta di Zmutt, a un centinaio di metri dalla vetta italiana. Dopo averla raggiunta alle undici, non ci rimaniamo che il tempo di mettere a posto il materiale in eccesso ora inutile, prima di tuffarci nella discesa per mantenere un distanza ragionevole da un gruppo di inglesi slegati in equilibrio precario e pericoloso per quei luoghi.

Ed è naturalmente alla capanna dell’Hörnli che chiudiamo il cerchio iniziato quattro giorni prima, ammirando i falò accesi nella valle dagli abitanti di Zermatt per onorare il primo agosto, mentre… sorseggiamo lo champagne offerto dal custode!

E poi domani arriverà il momento finale, insomma, magistrale buffonata troppo conosciuta: la valorosa traversata di una Zermatt estiva, affollata, indecente e superficiale, come oranghi ignorati in un serraglio variopinto, dove solo i cavalli delle carrozzelle sapranno mantenere una parvenza di dignità umana.

Ma che dico, questa è un’altra storia.

postato il 14 settembre 2014