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Il Pilier dei Fiori

Il 14 e 15 luglio 1970, Gianni Calcagno, Leo Cerruti, Carmelo Di Pietro e Guido Machetto salirono in prima ascensione il pilastro sud-est del Picco Muzio, al Cervino.

Il Pilier dei Fiori
di Gianni Calcagno

Genova, sabato ore 13.30
“Ci vediamo lunedì pomeriggio alle tre a Cervinia. Io avverto Carmelo tu pensa a Leo “. Frettolosamente, come la teleselezione impone, la voce pacata del Guido interrompe il mio pasto alla prima forchettata di pastasciutta ridotta ormai a un ammasso semicolloso dal notevole ritardo al quale spesso il mio lavoro mi costringe.

Articolo su Picco Muzio, prima ascensioneGuido Machetto, guida, maestro di sci, rompitasche di professione, nonché ottimo alpinista; mezza dozzina di spedizioni all’attivo. Come l’ho conosciuto?
“Sai, non sono molto allenato… dopo otto ore di marcia devo fermarmi almeno 5 minuti a prendere fiato “. Già, ricordo: eravamo alla Grivola quest’inverno… con uno zaino enorme sulla schiena, arrancando su per il bosco che porta alle baite del Nomenon, trovava la forza di fare dello spirito per la discesa che avremmo “goduto” zig-zagando tra larici, abeti, sterpi e massi vari, a salita effettuata.

“Avverto io Carmelo”. Carmelo Di Pietro: perennemente in lotta con il suo rifugio Maria Luisa in Val Formazza, non ha niente del terrone anche se il nome tale vorrebbe relegarlo… Generosissimo, cordiale, in eterna discussione, a volte lite accesa, con l’inseparabile Guido.

Mi pare di sentire ì loro discorsi: “Carmelo: lunedì si va al Cervino, appuntamento alle 3 alle funivie!”. “Alle tre?!?! Non posso! Ma perché alle tre? Non potremmo partire più tardi?”, e poi giù tante scuse, impegni, lavoro straordinario… A sentire tutte le sue grane ci sarebbe da pensare ad almeno due settimane d’intenso lavoro. “Carmelo! Noi alle tre partiamo da Cervinia, se non ci sei andiamo soli”. Troncando ogni discussione, Guido è certo che non dovremmo aspettarlo più di un paio d’ore.

La seconda forchettata di pastasciutta non vuol saperne di andar giù: “Pensa tu ad avvertire Leo…”.
Leo Cerruti: dinamico proprietario di una piccola azienda di costruzioni elettromeccaniche. Fa i salti mortali per dividere il tempo tra lavoro, montagna e moglie fresca fresca.

Abbandono la pastasciutta diventata decisamente immangiabile per angosciare anche lui. Poi penso alla faccia inorridita del mio principale quando ascolterà la richiesta per quattro o cinque giorni di permesso: “Sai, è una cosa importante, una via nuova al Cervino”.

Leo Cerruti (in primo piano) con Andrea Cenerini, tentativo 1a invernale via delle Guide al Crozzon di Brenta, dicembre 1968
1968.12 Crozzon Cenerini e Cerruti

Una via nuova al Cervino! Quando, con tanto di fotografia alla mano, ti mettono sotto il naso sette od ottocento metri di pilastro inviolato che balza dritto dritto agli strapiombi di Furggen non puoi neanche dire che sia un problema secondario, un voler tracciare una via dove vie non ne esistono.

Cervinia, lunedì
“Prendi nota: alle quindici e ventisette primo temporale sul Cervino. Se Carmelo tarda ancora un po’, alle quindici e ventisette di domani non siamo neanche all’attacco!”.

Ore 17
Con le pronosticate due orette di ritardo arriva puntualmente Di Pietro. Inizia il rito: le tonnellate di materiale che di solito ci portiamo appresso sono vagliate, catalogate, divise in parte uguale e, a ognuno, tocca sempre il sacco più pesante.

Andiamo a bivaccare alla base…

Mi viene da pensare alla diversità enorme, eppure alla perfetta uguaglianza del rito del bivacco. Ormai li conto a decine: estivi, invernali, più o meno previsti, gelidi e pericolosi, insonni, calmi o pacifici, ma sempre meravigliosamente semplici. Un compagno vicino con cui parlare per sentirti protetto, difeso; cui stringerti per aumentare quel tenue calore che porta la vita; con cui dividere l’odio improvviso per le pene che il monte ti infligge; con cui gioire per l’immenso tesoro che la notte ti schiude.

Carmelo di Pietro e Gianni Calcagno, 1a ascensione parete nord-est della Grande Rochère (Alpi Pennine), 1 luglio 1973
Gruppo del Monte Bianco, Carmelo di Pietro e Gianni Calcagno durante la prima ascensione della parete nord della Grande Rochère (1 luglio 1973)
“Carmelo! Prepara la colazione!”.
“Carmelo! Chiudi i sacchi!”.
“Carmelo! La candela!…”. “Carmelo!…. Carmelo!…. Muoviti sguattero!…”.

“Ma lasciatemi in pace!”.

“Senti! Ha anche il coraggio di lamentarsi…. E pensare che l’abbiamo raccolto su da un marciapiede per portarlo alle soglie della gloria alpinistica e lui ha il coraggio di lamentarsi!!!”.

“Vi farò vedere io chi vi tirerà fuori dagli strapiombi là a metà parete! Ve lo farò vedere io!” – risponde Carmelo fingendosi notevolmente adirato – “Sentili come starnazzano a parole, poi, quando saremo lassù, con gesto affettuoso nei miei confronti, quelli si tireranno da una parte e, con la scusa che vado bene sul delicato, gli strapiombi, me li dovrò sciroppare io”. Notte oscura rugata nella sua intimità dalle sciabolate delle nostre frontali.

Attacchiamo: primi ripidi pendii con… Steinbeck, superiamo la terminale con infervorata discussione su Hemingway, traversiamo la rigola con… Kerouac e raggiungiamo le prime rocce con “L’amante dell’Orsa Maggiore”.

Strano posto per strane discussioni, per strane persone con idee strane.

Il chiaro… il sole… Abbandoniamo i nostri libri per addentrarci nell’azione che obbliga a un linguaggio scarno e tecnico.

Guido Machetto
Muzio-machetto01


La fessura fiorita

Ti si para davanti ostacolo inatteso e sperato. Chiazzata di splendidi fiori gialli e cuscinetti di muschio di un tenue verde a fessura-diedro si drizza nel cielo con le placche levigate. Cercansi le difficoltà? Eccotele! Volevi dar sapore alla salita? Eccoti tutto il sole di cui hai bisogno… e forse anche di più.

… Un cuneo, qualche chiodo, una staffa: scintillano nel sole, e non resta che il ricordo di quei fiorellini splendidamente gialli.

Il pilastro appoggiato
Suona in modo strano, sembra tutto vuoto e l’unico modo per superarlo è in “Dülfer”. Col rischio di trovarti in aria con tutto il monte tra le mani. Il cuore inizia a starnazzare a ritmo elevato, conscio del pericolo e allora via con velocità e delicatezza prima che la posizione diventi insostenibile.

Lo strapiombo
L’ultimo chiodo è ormai qualche metro sotto. Le mani avvinghiate a quello che la mente rifiuta di credere un masso appena appoggiato al bordo dello strapiombo, cominciano a essere stanche di sopportare quasi tutto il peso del corpo. I piedi, su appoggi minuscoli, iniziano la loro esotica danza. La bocca si impasta sotto il respiro affannoso. Un attimo di concentrazione: tutti i muscoli vibrano e rispondono al comando di una mente ancora controllata… Colpisti ciò che prima era l’incognita… Ti ergi vincitore incurante sulle ferite del monte.

Leo Cerruti sul Pilier dei Fiori, 14 luglio 1970
I primi a vedere le grandi possibilità arrampicatorie offerte dal pilastro sud-ovest del Picco Muzio furono Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro (14 luglio 1970). Qui è in azione Cerruti. Archivio K3PhotoAgency/Beppe Re, Biella.La placca
Qui il gioco d’equilibrio raggiunge vertici elevatissimi. La minima mossa deve essere il risultato di un severo controllo. Tutto vagliato: perdere il pedone per mangiare l’alfiere. Tessere delicatamente la ragnatela di movimenti che permette il lento progredire: piccoli passi, calmi regolari… Gioco d’astuzia… Scacco alla regina!

La vetta
Forse non è una vera vetta: è senza croce, è senza cartacce, senza orma di piede umano… Però non ha nulla da invidiare alle vere cime, ha il suo bel pendio di neve che sorregge l’aerea cresta che prende forza e si perde nella bruma della notte imminente; è circondata dal vuoto che fascia le sue esili forme. È la fine del nostro arduo cammino. Domani, dopo aver lasciato questa esile punta, spiccheremo un agile balzo, su terreno non più vergine sino a che l’occhio non incontrerà che vuoto e potrà spaziare su un mondo fatto tutto di cime: il nostro mondo.

Bivacco
Folate di neve accompagnano il nostro lavoro… il temporale delle quindici e ventisette viaggia con notevole ritardo. Volano via due ore per ridurre quel tagliente nevoso a una piattaforma capace di ospitare i nostri corpi desiderosi di riposo.

Non siamo ancora entrati nei sacchi piuma che si scatena l’inferno: quelle che prima erano quattro nuvole vaganti per il cielo, si addensano su di noi. Partoriscono il loro gravido carico sulle ali del vento che ci scuote e sconquassa nel nostro piccolo bivacco,

In balia degli elementi, aspettiamo che si plachino per poter ingoiare qualcosa.

In meno di un’ora il paesaggio impazzisce, le stagioni invertono il corso: l’estate cede il posto all’inverno che esplode in tutta la sua potenza. Bianchi spettri di neve si inseguono per la cresta di Furggen nascondendosi tra anfratti e strapiombi, assecondando il gioco del vento, aumentando il suo diabolico morso.

Carmelo di Pietro, 1a ascensione via Machetto allo Scoglio di Mroz, 8 ottobre 1972
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Carmelo di Pietro

Quattro persone, quattro pensieri diversi
Guido: Allungato all’estrema destra ha smesso da tempo di pensare che si tratti solo di un temporale estivo. Con puntate sempre più frequenti alla tragedia del Pilone Centrale, nel sito intimo non ha ancora deciso se dar la preferenza all’idea di forzare verso l’alto – costi quel che costi – o a quella di percorrere a ritroso la via di salita. Venti-venticinque corde doppie in un ambiente spietatamente intasato dalla neve fresca, nella bufera scatenata. Calmo solo apparentemente… il suo cervello lavorerà tutta la notte a cercare inutilmente la soluzione migliore.

Carmelo: I ripetuti spostamenti tradiscono il suo nervosismo però non dimostra affatto la paura che piano piano conquista l’animo dell’alpinista, cosciente dell’estremo pericolo, impotente contro la spietata legge della natura. Pensa al suo rifugio, alla moglie, al corso per maestri di sci che farà il prossimo inverno… a stanotte… a domani…

Leo: Costretto dalla neve abbondante a restare immobile su un fianco, schiacciato come una sardina, ripensa al suo lavoro, a tutte la grane che la dovuto (e che dovrà) regolare per potere “godere” questa prima. Si consola pensando che, se tutto va bene, giovedì potrà partecipare alla festa di laurea della sua adorabile mogliettina. Ogni tanto cerca di infondermi e infondersi coraggio: – La ritirata dal Naso di Zmutt sarebbe stata certo peggio!
Certo! Ma quella è acqua passata, appartiene alla categoria dei ricordi impolverati. Pericoli e pene, quando sono scoloriti dal tempo non possono essere di paragone col prossimo futuro… col presente.

Gianni: Data la forma particolare del mio cervello riesco raramente a fare bene più di una cosa per volta. Attualmente la migliore è quella di riposare recuperare al massimo quelle energie di cui domani avremo tanto bisogno, sia per proseguire verso l’alto sia per discendere verso la valle lontana. Arrabbiato con questo Cervino che non sa darmi che bufere e orribili condizioni e pericoli e ritirate allucinanti, cerco di infischiarmi di tutto il suo impegno per renderci le cose impossibili e dormo buona parte della notte. Sogno la mia ragazza lontana, che forse proprio oggi, con la sua bella laurea in mano, sarà venuta a cercarmi in negozio per festeggiare.

La nave affonda, si salvi chi può!
Il giorno non è che il seguito della notte: la bufera non diminuisce. Neve ovunque: sulle creste, sulle pareti, sotto gli strapiombi… sopra di noi, sotto di noi… dentro di noi…

Gianni Calcagno
Muzio-CalcagnoNon si parla più di salire o traversare. Unica direzione valida è il basso dove speriamo che la sferza del vento sia meno violenta, più umana… dove forse non nevica… dov’è la vita. Abbandoniamo nel nostro piccolo spiazzo tutto il superfluo.

“La nave affonda! Si salvi chi può!”.

C’è qualcuno che ha ancora voglia di fare dello spirito… Gli passerà non appena dovrà scendere in doppia su quella corda ancorata all’unico masso appoggiato sul pendio nevoso.

“La tragedia è al terzo atto, primo quadro!”.
E questo terzo atto durerà 15 ore con quadri allucinanti. Corde doppie: fili di ferro sui quali si scivola senza potersi frenare. Abiti gelati, come gelato è tutto quello che hai dentro, anima compresa. Fessure che scovi solo grazie all’istinto di conservazione. Il vento aumenta la prepotenza: spazza tutta la parete con impeto rabbioso e ci scaglia addosso masse di aghi sempre più acuminati, sempre più penetranti. Le ore sfuggono al nostro controllo, ci sfugge anche la dimensione del tempo: un attimo di attesa sembra eterno, ma ora pare un battito d’ala.

Il sasso
Si stacca dall’alto senza un sibilo. Guidato da forze immani, segue la via che è stata tracciata per lui… senza confine, né spazio, né sentimenti. Una voce che giunge come un sussurro: “Sasso…”. La leggera spinta di una mano amica. Poi è come se una mandria inferocita stesse galoppando sulla mia schiena, come se una sarta mi avesse adoperato come puntaspilli o uno squadra di giovani scatenati usasse la mia parte posteriore come pista per qualche ballo indiavolato.

“Se non ti spingevo un po’ più in là te lo prendevi in pieno in testa”.

La discesa continua… non è giorno né notte… una dimensione del tempo in cui t’affanni per non cedere, in cui ti muovi perché è ciò chi ti fa soffrire meno, è ciò che ti porta verso la valle, verso la vita…

Alla base
Una ripida tundra gelida dove il vento infuria in tutto il suo orrore: ti insegue, ti ghermisce, sconquassa, malmena… Si placa e ti lascia barcollante, stordito spossato. Riprende con foga, maggiore, con sadica gioia… infierisce. Ma ormai che importa?
Soffia, urla, strepita, accanisciti pure vento! La tua battaglia ormai è perduta. La volontà ha sempre il sopravvento!

postato il 30 agosto 2014

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La via Freedom al Naso di Zmutt

La prima ascensione della via Freedom al Cervino
di Robert Jasper

Dopo i fratelli Schmid, che conquistando per primi la parete nord del Cervino nel 1931 suscitarono grande scalpore e scrissero una pagina importante nella storia dell’alpinismo, quasi tutte le generazioni si sono avventurate sul Cervino ponendosi nuove sfide. Spesso considerata il simbolo delle Alpi per la sua forma fantastica, la parete nord è sempre stata temuta a causa delle sue rocce friabili.

Dalla prima volta che lo vidi, il Cervino ha rappresentato per me la cima più imponente delle Alpi.

E per un alpinista come me la nord era un grande sogno. Nel 1991 scalai le tre principali pareti nord delle Alpi: sull’Eiger, il Cervino e le Grandes Jorasses, tutte e tre in solitaria. Scalai la nord del Cervino con pessime condizioni in parete dovute al fatto che si stava sciogliendo la neve. Nella parte superiore seguii la variante di sinistra, che con passaggi fino al V grado di difficoltà e le rocce intrise d’acqua richiese tutte le mie energie. Ciononostante dopo cinque ore e mezza raggiunsi la cima e presto feci ritorno alla Hörnlihütte dove mi rinfrancai con una tazza di caffè.

Sulla via Freedom, Naso di Zmutt, agosto 2001
Sulla via Freedom al Naso di ZmuttNel 1994, sempre in solitaria, volli tentare la scalata di una nuova via percorrendo il lato ovest della parete nord del Cervino, più precisamente in corrispondenza del famigerato Naso di Zmutt, che è stato a lungo considerato l’ultimo vero ostacolo nelle Alpi. Dopo un lungo giorno di arrampicate, però, la sera mi trovai costretto a fuggire minacciato da un temporale. Sarebbe stato troppo rischioso continuare la scalata con l’avvicinarsi di un temporale, perciò dovetti far marcia indietro, nonostante fossi già arrivato a metà della via. Su una parete così ripida quando la roccia è ghiacciata non si hanno molte chances ed è impossibile proseguire la salita. Ma anche la ritirata si presentava difficile, poiché la parte inferiore della parete era pericolosa in quanto ghiacciata e mi trovai come in trappola. Poco dopo però il ritorno si trasformò in un vero e proprio incubo. Andai a sbattere a penzoloni contro la parete. Le pietre mi fischiavano nelle orecchie. Con un piede rotto e uno zaino maledettamente pesante sulle spalle traversai la parete ghiacciata e raggiunsi la cresta di Zmutt. Ora per lo meno non mi trovavo più in parete, mi ero allontanato dal punto più pericoloso. Eppure non riuscii a sfuggire al temporale e, dopo un bivacco, il giorno seguente scesi a valle zoppicando.

Esperienze come questa non le si dimentica per tutta la vita! Il progetto del Cervino continuava a ronzarmi in testa, anche se ci vollero un paio di anni prima che i brutti ricordi si affievolissero e lasciassero spazio ai sogni e alla motivazione.

Ogni volta che mi trovavo a Zermatt rivolgevo desideroso lo sguardo alla parete, sperando che nessun altro mi “rubasse„ questa via, in realtà molto logica. Ogni anno temevo di leggere il resoconto di una nuova spedizione sul Cervino, ma la mia via, dove nessuno sapeva che avevo lasciato appeso un grosso sacco, non fu scalata.

Dopo la nostra spedizione sul Bhagirathi nella primavera del 2001, pareva proprio fosse arrivato il momento giusto per il Cervino, però il tempo non sembrava essere d’accordo. Solo in occasione della fiera sportiva che si tenne a Monaco nell’estate, dove ero impegnato, o meglio prigioniero nei padiglioni, in qualità di consulente di alcune aziende nel settore dell’alpinismo, il tempo diventò bello. Non era possibile!

Finalmente! A metà agosto il bollettino meteorologico prometteva una stabile alta pressione. Il mio compagno sarebbe stato Reiner Treppte, come già per il Baghirathi III.
Finalmente alla Hörnlihütte!

Sulla via Freedom, Naso di Zmutt, agosto 2001
Sulla via Freedom al Naso di Zmutt
Lì per la prima volta riuscimmo, anche se dopo alcune difficoltà iniziali, a raccogliere informazioni un po’ più precise. Dopo che il personale del rifugio, una volta appreso dal quaderno delle registrazioni quale via intendessimo seguire, ebbe comunicato la cosa al gestore con un certo allarmismo, additandoci come due incoscienti, questi, dopo un primo discorso piuttosto moderato, ci mostrò alcune fotografie e ci diede tutte le informazioni che aveva relativamente alle condizioni in parete.

Dopo un giorno di brutto tempo, che fummo obbligati a trascorrere seduti al rifugio, finalmente eccoci pronti a partire. Il nostro amico Wolfgang ci aiutò a portare tutto il materiale all’attacco sotto il Naso di Zmutt. Avevamo attrezzatura per un totale di 60 kg.

Eppure, dopo il primo, faticoso giorno in parete ci fu chiaro che non avevamo portato troppo con noi. La prima sezione della salita presentava un misto di roccia e ghiaccio. Arrampicavamo sul ghiaccio affrontando passaggi di varia difficoltà, sino al grado M5+, poco assicurati. Bello, ma molto impegnativo. Con il sacco pesante nei tiri difficili Reiner cercava di gravare il meno possibile sulla corda, cosa quasi impossibile dato il peso. Non c’era altra soluzione che proseguire così, arrampicando con l’enorme zaino sulle spalle. Una vera faticaccia: sudavamo parecchio entrambi.

Senza il portaledge, la nostra tenda pensile, avremmo dovuto passare già la prima notte appesi nelle imbracature al freddo, a parecchi gradi sotto zero.

I giorni seguenti affrontammo arrampicata impegnativa in un freddo glaciale. Il tempo era sì molto stabile, ma in parete nord potevamo godere molto poco del sole. Questa parte della parete è fredda come un frigorifero. Ci sembrava fosse inverno: temperature come dieci gradi sotto zero erano all’ordine del giorno. E nonostante ciò, noi dovevamo arrampicare per lo più con le scarpette da roccia nei piedi e le mani scoperte. Cambiavamo continuamente: via gli scarponi con i ramponi e avanti con le scarpette da roccia; 30 metri più su altro cambio. Da un po’ stavo appeso sul diedro aperto a strapiombo, il passaggio chiave di grado VIII- A2 della nostra via, ad un’enorme lastra concava e mi stavo chiedendo se il mio peso l’avrebbe o meno fatta cadere. Domanda esistenziale. Ripresi ad arrampicare dopo un’eternità, lasciandomi alle spalle la paura della caduta e la pesante lastra di roccia. Reiner, fermo alla sosta, era già quasi diventato un pezzo di ghiaccio, quando finalmente allestii la sosta successiva e lui potè riprendere la scalata. Rispetto alle normali condizioni della roccia sul Cervino, nell’area del Naso di Zmutt questa si presenta sorprendentemente solida. Ma chi conosce la roccia del Cervino sa che non si può parlare di una qualità della roccia davvero buona.

In vetta al Cervino, dopo la 1a ascensione della via Freedom: Robert Jasper e Reiner Treppte
Sulla via Freedom al Naso di Zmutt
E’ come giocare a scacchi, un gioco dove non ci si può permettere di fare mosse false. Per la giusta tattica è importante l’esperienza! Dobbiamo ancora salire un tiro? Qual è il posto migliore per bivaccare? Lungo tutta la via non si trovavano punti adatti al bivacco, perciò arrampicavamo sempre fino al calar della notte e poi montavamo il portaledge, la tenda pensile. Per lo meno in questo modo disponevamo di una piattaforma in piano e di una casa in verticale. Cucinare, far fondere la neve: ogni volta una cerimonia stancante e senza fine prima che il tè e la cena fossero pronti. Poi verso mezzanotte cadevamo in un sonno profondo finché il suono della sveglia non ci riportava alla realtà. Il mattino lo stesso procedimento, solo al contrario, e più breve e veloce per non perdere troppo tempo. Far fondere la neve, indossare le scarpette ghiacciate e l’imbracatura, rificcare tutto nel sacco e poi avanti di nuovo: arrampicare, congelarsi, tirare continuamente… tutte esperienze che pochi giù a valle hanno provato e che difficilmente possono capire. In realtà non lo può capire nessuno. Quassù la quotidianità ti porta solo a concentrarti sul metro successivo. Il contrasto, così estremo, mi affascina. E’ incredibile quanto il corpo possa riuscire a fare spinto dalla volontà. Tutto si concentra sul procedere nel metro successivo, anche quando si sale strisciando sulla parete come una lumaca lungo l’interminabile via per raggiungere la cima.

Cinque giorni dopo eravamo in cima. Che enorme sollievo all’idea di essere finalmente arrivati, di non dovere più salire!
Gioia per aver conquistato la cima? Non è esattamente ciò che si prova. La cima è solo il punto di svolta della nostra lunga impresa.

Avevamo dovuto razionare le nostre ultime provviste già il giorno precedente, poiché eravamo rimasti in parete un giorno in più rispetto al previsto. Quel mattino divorammo ciò che rimaneva, fiduciosi di scendere velocemente a valle il giorno stesso.

La cima non significava la fine della fatica: avremmo dovuto continuare ad assicurarci e a fare attenzione. Da qui avremmo preso un’altra direzione per scendere di nuovo a valle e far ritorno alla civiltà, cosa che a quel punto desideravamo ardentemente. Ma come avremmo riportato giù i nostri sacchi enormi, anche se nel frattempo, sgravati da alcuni chiodi e dai viveri, erano diventati un po’ più leggeri, restava un mistero.

Sovraccarichi come due muli scendevamo barcollando lungo l’Hörnligrat con le spalle dolenti. Ci calavamo a corda doppia e infine, poco prima che calasse la notte, raggiungemmo la Hörnlihütte. Eravamo a pezzi e mezzi morti di fame. “Siamo al completo!“. Ovunque scarponi, zaini, uomini… Il rifugio era estremamente sovraffollato, pieno di alpinisti che il giorno successivo avrebbero salito il Cervino. “Per favore dateci qualcosa da mangiare!“ Nonostante la cucina fosse già chiusa riuscimmo ancora a racimolare una minestra, un po’ di pane e del formaggio. Non granché dopo una tale sfacchinata, ma meglio di niente. Quindi ci rintanammo nei nostri sacchi a pelo al riparo di un masso un po’ lontano dal rifugio per l’ultimo bivacco, poiché dopo un’avventura così in parete non avevamo nessuna intenzione di sorbirci il continuo russare nel rifugio. “Bentornati nella civiltà!“.

postato il 17 agosto 2014

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Il quasi inestricabile garbuglio di vie sul Picco Muzio

Il quasi inestricabile garbuglio di vie sul Picco Muzio

Il Picco Muzio 4191 m è una poco pronunciata spalla della cresta sud-est del Cervino. Dalla vetta si stacca verso sud-ovest una netta cresta che presto precipita con uno spigolo verticale. Tra questa sottile nervatura e la cresta sud-est del Cervino (cioè la cresta di Furggen) viene così ad essere delimitata una parete sud-est del Picco Muzio, completamente rocciosa e assai incassata di circa 800 m.

Luigi Carrel, Louis Maquignaz e Italo Muzio dopo la 1a ascensione del Picco Muzio, 3-4 settembre 1953
(da libro Carrel, p. 109). Il Picco Muzio è stato scalato per la prima volta solo il 3-4 settembre 1953, ad opera di Carrellino (Luigi Carrel), a sinistra nella foto, di don Luigi Maquignaz e Italo Muzio. Archivi Antonio Carrel, Valtournenche. (da libro Carrel, p. 109). Il Picco Muzio è stato scalato per la prima volta solo il 3-4 settembre 1953, ad opera di Carrellino (Luigi Carrel), a sinistra nella foto, di don Luigi Maquignaz e Italo Muzio. Archivi Antonio Carrel, Valtournenche.
Al di sotto dello spigolo verticale, più o meno a 4000 m, è la sommità di un torrione che a sua volta manda verso il basso due precise nervature, la dorsale sud-ovest (che può essere considerata la continuazione verso il basso della cresta sud-ovest del Picco Muzio) e il pilastro sud-est (che va a chiudere in basso l’incassata parete sud-est). Si crea così una parete triangolare di circa 700 metri di dislivello anch’essa del tutto verticale e rocciosa. Il torrione sarà in seguito denominato Pilier dei Fiori.

La prima ascensione del Picco Muzio fu di Luigi Carrel, con Italo Muzio e l’Abbé Louis Maquignaz, il 3 e 4 settembre 1953. La cordata risalì la parete sud del Cervino per poi abbandonare la via Benedetti e spostarsi a destra a risalire gli ultimi risalti (esposti a ovest e perfino a nord-ovest) a sinistra della cresta sud-ovest del Picco Muzio, con un tracciato senz’altro più vicino al corpo del Cervino che non allo spigolo verticale.

Dall’11 al 13 agosto 1965 i lecchesi Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi riescono ad aver ragione della parete sud-est, con l’uso di qualche chiodo a pressione. Dapprima vincono il canale iniziale di 300 m, incassato e nevoso, poi la parete vera e propria di 500 m. Sarà la via dei Ragni, pericolosa nella parte iniziale, ma via via sempre più godibile su roccia buona. Sulla Guida dei Monti d’Italia Alpi Pennine volume II, a cura di Gino Buscaini, l’itinerario, nonostante la sua importanza, è raffigurato soltanto tramite un disegno: il tracciato è giusto ma poco indicativo date le vaste dimensioni della parete. Un tracciato più informativo lo possiamo trovare soltanto nel libro di Mario Fantin, Cervino 1865-1965. Qui si comprende abbastanza bene, anche se nella relazione non è chiaramente esplicato, che la via si mantiene sempre in parete, poi per una rampa a sinistra raggiunge lo spigolo verticale, lo segue per un tratto e poi se ne allontana ancora a destra fino a portarsi in zona vetta.

Annibale Zucchi durante la 1a ascensione della via dei Ragni, dall’11 al 13 agosto 1965
Annibale Zucchi e Giuseppe Lafranconi aprirono la via dei Ragni al Picco Muzio. La via, aperta dall'11 al 13 agosto 1965 dai due lecchesi, è uno splendido esempio di intuizione in grande anticipo sui tempi: trovare un itinerario estremo su roccia su una montagna simbolo come il Cervino. L'esempio fu poi seguito da Alessandro Gogna e Leo Cerruti sul Naso di Zmutt e da Hervé Barmasse e Patrick Poletto sullo Scudo del Cervino. Archivio Giuseppe Lafranconi, Livigno.

Il 14 luglio 1970 è la volta del pilastro sud-est del Picco Muzio, ad opera di Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro. Dopo una bella salita su buona roccia, che si sta avviando dopo tanti anni a divenire una classica, bivaccano alla sommità del torrione, circa a 4000 m, proprio sotto a dove lo spigolo s’impenna, sotto allo spigolo verticale. Il brutto tempo li costringe ad interrompere, anzi li forza ad una discesa a dir poco drammatica. Il nuovo itinerario così aperto si chiamerà via dei Fiori.

Passano tredici anni, il problema della salita della cresta sud-ovest del Picco Muzio è ancora lì, ed è evidente. Il 28 settembre 1983 la guida Marco Barmasse con Vittorio De Tuoni raccoglie la sfida e sale l’intera dorsale. Nulla di più si viene a sapere dalle riviste.

Leo Cerruti durante la 1a ascensione del Pilier dei Fiori
I primi a vedere le grandi possibilità arrampicatorie offerte dal pilastro sud-ovest del Picco Muzio furono Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro (14 luglio 1970). Qui è in azione Cerruti. Archivio K3PhotoAgency/Beppe Re, Biella.

Un’altra bella impresa le guide della Valtournenche la fanno proprio il giorno di Natale del 1987, salendo in prima invernale la via dei Fiori: sono Marco Barmasse, Walter Cazzanelli e Nicola Corradi.

Ed arriviamo al 2002, quando Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto, evidentemente non paghi della grande impresa dell’anno precedente, tornano al Cervino per salire, il 15 e 16 agosto, Padre Pio prega per tutti, a sinistra della via dei Fiori.
Anche questo itinerario, date le difficoltà, ha una lunga gestazione: Gabarrou inizia il 12 luglio 2002 con Nicolas Lorar, continua con Maxime Lopez il 23, poi ancora con Lorar il 26 luglio. Ma è con la forte guida cuneese che l’impresa deve andare a buon fine.

La rivista High (febbraio 2003) si dimostra titubante sulla situazione di questo itinerario, soprattutto per ciò che riguarda lo sviluppo in relazione alla via dei Fiori. Inoltre non lascia capire fino a che punto la cordata sia arrivata, se in vetta al torrione a 4000 m (pilier dei Fiori), oppure in vetta al Picco Muzio, o ancora se abbia proseguito per la via Carrel/Chiara/Perino degli Strapiombi di Furggen.

Patrick Gabarrou nella 1a ascensione di Padre Pio prega per tutti
Cervino, Cervino, Picco Muzio, Padre Pio, Gabarrou-Ravaschietto, 1a ascensione

Ma la realtà è più semplice. Ravaschietto mi precisa che loro si sono fermati circa a 4000 m, in vetta al Pilier dei Fiori (non avevano neppure gli scarponi), poi mi scrive: “Avendo perso la relazione, ti do solo alcune notizie generali per quel che mi ricordo. Sostanzialmente la via si può dividere in due sezioni ben distinte e differenti, sia come impegno e chiodatura, sia come verticalità. La prima parte, aperta da Patrick con Nicolas Lorar consiste in 10 lunghezze di corda ben attrezzate a fix da 10 mm su bella roccia ma un po’ discontinua. Difficoltà dal 4° al 6b. Bivacco nella prima salita. La seconda parte di via, verticale e continua, inizia con un tiro impegnativo e difficile (6c+) con 6 o 7 fix in posto. Seguono altre dieci lunghezze che sfruttano fessure e diedri da proteggere con nut e friend. Difficoltà dal 5c al 6b/c. Roccia a tratti ottima e in altri abbastanza marcia. Ad un certo punto raggiunge la via dei Fiori (anche chiamata via Machetto) a 2/3 di parete e la segue con qualche piccola variante. Nel complesso credo si tratti di una bella via meritevole di una ripetizione. Sviluppo: 700 m. Difficoltà: ED, 6c+ (6c obbligatorio). Materiale: friend fino al 3.5/stopper. Soste a fix. Discesa a doppie”.

Nel marzo 2004 Massimo Farina ed Hervé Barmasse salgono l’itinerario in 1a ripetizione e 1a invernale.

Nel frattempo io avevo letto su una rivista (non ricordo quale) che il 15 e 16 giugno 1983 il fuoriclasse sloveno Francek Knez aveva messo le mani sul Cervino e fatto anche lui una via nuova. La notizia parlava di un nuovo itinerario sulla parete sud, dunque nulla lasciava presupporre un coinvolgimento del Picco Muzio. Anche se mi domandavo dove diavolo potesse aver trovato terreno davvero nuovo sulla parete sud.

Quale non fu la mia sorpresa, nel ricevere la foto con il tracciato autografo di Knez, di vedere che la famosa via nuova si svolgeva in realtà proprio sul Picco Muzio e proseguiva poi verso gli Strapiombi di Furggen… ma non per la vetta del Picco Muzio, bensì a sinistra sul Cervino vero e proprio…

Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto dopo la 1a ascensione di Padre Pio prega per tutti
Patrick Gabarrou e Cesare (Cege) Ravaschietto di ritorno dalla via Padre Pio prega per tutti al Picco Muzio. Archivio Patrick Gabarrou-Ravaschietto, XXX.
Leggiamo assieme cosa scrive Knez, tradotto dallo sloveno dal gentilissimo Janez Skok:
«Nome della via Trije musketirji (i tre moschettieri), 15 e 16 giugno 1983, Francek Knez, Tone Galuh e Jaka Tucic. Grado 5 UIAA.
Partimmo con tempo buono dal lato svizzero. Avevamo scelto la linea che sale direttamente alla vetta… La roccia era per lo più cattiva ma sul difficile era buona. Superammo diedri e placche a volte coperte da un sottile velo di verglas. Il primo giorno facemmo buoni progressi e bivaccammo su una cengia di neve. Il giorno dopo continuammo verso l’evidente barriera di roccia strapiombante (molto probabilmente la stretta parete verticale e strapiombante a sinistra del Picco Muzio e a destra dell’itinerario classico della parete sud) che non prometteva molto bene. Fortunatamente la roccia era buona, piena di buchi e di appigli. Superai il tratto abbastanza velocemente. Mi seguì Jaka, mentre Tone salì a jumar. Continuammo a salire fino alla grande cengia sotto la Testa del Cervino (la Spalla di Furggen, ndr) che raggiungemmo nel tardo pomeriggio quando ormai nevicava fitto. Salii fino a trovare dei chiodi di qualche via già esistente… ma dovetti riscendere causa la neve. Così traversammo a destra sulla cengia (la cengia Mummery, NdR) in parete est per poi scendere sulla cresta dell’Hörnli con l’aiuto di qualche corda doppia in piena tempesta. In serata riuscimmo a raggiungere la Hörnlihiitte, dormimmo lì e poi il giorno dopo riscendemmo a Zermatt».

Janez Skok, che conosce bene il suo amico Knez, commenta in seguito: «La descrizione della salita a jumar di Jaka è confusa, ma due cose sono chiare: primo che una delle due corde si doveva essere fortemente danneggiata, secondo che la parete doveva essere davvero strapiombante. Knez normalmente sottovalutava tutto ciò che faceva, da come si esprime sembra però che lì fosse tutto poco semplice. Pare che abbia piantato due chiodi e su di uno ci si sia addirittura tirato su, cosa inconsueta per lui. Mi scrive che il grado è V, AO in scala UIAA, ma io ne dubito: per me è certamente VI».

Francek Knez
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Il disegno di Knez sembra essere a sinistra della via Padre Pio prega per tutti, anche se non si possono escludere tratti in comune, dato che certamente gli sloveni non hanno lasciato praticamente traccia. Knez era certamente in grado (e lo ha dimostrato più volte sulle sue Alpi Giulie e altrove) di salire da capocordata e del tutto sprotetto tiri fino al 6c. Sono dunque quattro le vie che confluiscono al Pilier dei Fiori sotto lo spigolo verticale, ma i loro tracciati sono tuttora incerti nelle loro relazioni l’uno con l’altro.
In una successiva chiacchierata con Marco Barmasse si è chiarito che, dalla vetta del Pilier dei Fiori, ben riconoscibile per via di un grande blocco incastrato, lui e De Tuoni hanno continuato sullo spigolo verticale tenendosene appena a sinistra (circa una decina di metri) e seguendo una linea di diedri. Giunti sotto ai grandi strapiombi che interrompono la linearità dello spigolo, Barmasse provò a passare a sinistra (con l’intenzione di raggiungere la via Carrel) ma poi preferì provare a destra dello spigolo, per una rampa a destra, scoprendo così di essere sulla via dei Ragni (da evidenti segni tipo cunei e un chiodo a pressione nel loro luogo di bivacco). Seguendo la loro via, ancora per un diedro verticale e un tiro obliquo sotto a grandi strapiombi per poi poter finalmente tornare a sinistra verso la vetta del Picco Muzio.

La parete sud del Cervino con nel settore destro il triangolo grigio del Picco Muzio. Da ds, giallo=Cresta di Furggen, azzurrino=via di Hervé Barmasse, verde=Via dei Ragni, giallo=Via dei Fiori, bordò=Padre Pio prega per tutti, rosso=I Tre Moschettieri, blu=via Barmasse-De Tuoni, giallo=via Carrel alla parete sud (con diramazione gialla a ds, via al Picco Muzio del 1953).
Muzio-Alla-bene-e-meglioFotoBarmasseCervino-corretta

L’itinerario sul Picco Muzio aperto da Hervé Barmasse in solitaria
Muzio-Barmasse-7690

Dal 6 al 9 aprile 2011 Hervé Barmasse ha raggiunto la vetta del Picco Muzio aprendo una nuova via lungo i 700 m del grande pilastro della parete sud-est, raddrizzando notevolmente la via dei Ragni e vincendo il pilastro nella sua linea più impressionante.

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Quelli che han Naso 2

Storia del Naso di Zmutt 2 (2-2)
continua da ieri 16 giugno 2014

Altre avventure
Più tardi nello stesso mese fu la volta dei tedeschi Robert Jasper e Rainer Treppte. Jasper aveva già tentato nel 1994, da solo, una via nuova sul Naso ma il cattivo tempo lo aveva costretto a scendere da metà altezza. In discesa si era pure rotto un piede e certo ebbe le sue pene a tornare alla base. Questo gli rafforzò sempre più la voglia di salire quella via tra la Gogna/Cerruti e la Piola/Steiner. Jasper è fortissimo, famoso sia per le performances di dry-tooling che per alcuni successi  extraeuropei (con Stefan Glowacz al Cerro Murallon in Patagonia, per esempio). Partono il 22 agosto, con l’intenzione di salire con la tecnica delle big wall. La loro via è per un breve tratto in comune con la Piola/Steiner (in corrispondenza della 17° lunghezza di quest’ultima), poi quasi certamente incrocia, quasi all’uscita, la Gogna/Cerruti, dove questa obliqua lungamente a destra per incapacità dei primi salitori di uscire direttamente. Nelle 30 lunghezze totali, la sezione difficile è di 12 tiri, con difficoltà fino al 6c+ e A2. Uscita in vetta il 26 agosto, la via sarà battezzata Freedom.

Patrick Gabarrou e Cesare (Cege) Ravaschietto di ritorno dalla 1a asc. di Padre Pio prega per tutti al Picco Muzio
Patrick Gabarrou e Cesare (Cege) Ravaschietto di ritorno dalla via Padre Pio prega per tutti al Picco Muzio. Archivio Patrick Gabarrou-Ravaschietto, XXX.
L’inverno seguente, il Naso di Zmutt è ancora al centro dell’interesse. Lionel «Dod» Daudet ha questo progetto in fondo al cuore (con etica e approccio particolari, senza radio, né telefono), salire la trilogia delle Nord (Grandes Jorasses, Eiger e Cervino) per le loro vie più difficili, da solo, d’inverno e con trasferimenti in bici o in sci.

Il 12 gennaio 2002 inizia la sua avventura sulla via Eldorado alle Grandes Jorasses (dal 7 all’11 aveva portato, da solo, 70 kg di materiale fino all’attacco!). Gli occorrono dodici giorni, fino al 23 gennaio, per aver ragione (salendo in capsule style) di questo mitico itinerario estremo, aperto nel 1999 da Valeri Babanov. Era logico però che anche altri fossero solleticati da un’idea del genere, la trilogia invernale per le vie dirette e difficili. Tra questi, certamente Stéphane Benoist e Jérôme Thinières che salivano la via Rolling Stones alla Punta Walker (dal 9 al 13 gennaio), mentre «Dod» saliva da solo su Eldorado alla Punta Whymper.

Scesi dalle Grandes Jorasses, i due compari raggiungono Zermatt per tentare la Gogna/Cerruti. Si aggiunge loro un terzo, Olivier Larios e attaccano il 17 gennaio, quando Daudet è ancora a metà parete sulle Grandes Jorasses…

In seguito i tre francesi avrebbero giudicato la Gogna/Cerruti nel complesso maggiormente impegnativa rispetto alla Rolling Stones delle Grandes Jorasses. Riescono a salire non più di 150 m al giorno, su una roccia secondo loro più ripida e delicata che sulle Jorasses, con difficoltà fino al 6a e all’A3. Superano lentamente un tratto dove evidentemente era franato qualcosa. Ad un certo punto, ben in alto, a viveri quasi finiti e con Thinières stanco e sofferente per inizio di congelamento, i tre si accorgono che il vento sempre più gelido ha portato un peggioramento del tempo. Sono sotto ad uno spit che però non riescono a raggiungere.
Quale spit, di che via? Stiamo parlando di uno spit sulla Gogna/Cerruti, messo evidentemente da altri, o di uno spit di Freedom? Non perdono ulteriore tempo in domande oziose e iniziano la ritirata nella tormenta. La stessa tempesta che rallenterà la fine dell’impresa di Daudet alle Grandes Jorasses.

Alla ritirata sono pure costretti i nizzardi Patrick Pessi e Patrice Glairon-Rappaz che nel frattempo salivano la direttissima Piola/Steiner.

Lionel Daudet
Naso2-Portrait-Lionel
Dopo la prima ripetizione e prima invernale e solitaria di Eldorado, il trentaquattrenne Daudet persevera nel voler realizzare il suo progetto di trilogia. Parte da Chamonix con gli sci per raggiungere Zermatt via Haute Route, ma è costretto dal pericolo di valanghe a divallare su Arolla e da qui a Zermatt in bici. Vuole salire la via aperta da lui e Gabarrou, farne la prima integrale, oltre che invernale e solitaria.
Parte il 13 febbraio dalla Hörnlihütte e già la prima notte si accorge che la sua portaledge non è stata riparata bene per i danni riportati sulle Grandes Jorasses. In più c’è vento forte: il 15 e il 16 rimane bloccato all’interno della tendina, con temperature fino ai -30°. Credendosi sufficientemente forte per resistere, Daudet aspetta il ritorno del bel tempo, continua a salire il 18, ma poi il 19 una bufera di maggiore violenza lo arresta. Ormai ha deciso di scendere, ma può cominciare solo il 21. Al nono giorno di parete inizia una complessa ritirata per raggiungere il ghiacciaio alla base, colpito da congelamento alle mani e ai piedi. Dopo 12 ore prima di calate da grande esperto poi di nuotate nella neve fresca, Daudet riesce a riguadagnare la Hörnlihütte alle 20.30 e far partire la chiamata di soccorso. Notte orrenda, dolori atroci. Il 22 un elicottero dell’Air Zermatt lo trae in salvo e lo trasporta immediatamente a Berna con piedi e le mani in avanzato stato di congelamento. Perderà otto dita. E nella convalescenza avrà modo di scrivere un libro bellissimo, La montagne intérieure, pieno di avventure e di riflessioni, come quella sulla wilderness «Il faudra bien un jour que l’homme comprenne combien il est important pour lui-même que des lieux vierges de son empreinte subsistent, comme autant de taches blanches sur les cartes des premiers explorateurs. Le droit au rêve, et, plus encore, le droit à l’éveil devraient faire partie de notre Constitution (pagg. 217/218)».

Ecco il brano di Daudet (tratto dal suo libro) che ci racconta la sua ritirata invernale da Aux amis disparus.
«Je longe la formidable paroi du Nez, toujours à se vriller sur elle-même, comme tourmentée par des forces incommensurables, inouïes. J’ai attaché à moi le portaledge encore monté. Certes, c’est encombrant et gênant, mais on ne sait jamais… Une sécurité: si de nouveau la tempête revenait… Et la rencontre. Une simple broche à glace avec une petite sangle rose en guise de rencontre. La rencontre avec d’autres «hivernaliers», d’autres hommes de l’ombre. C’est un cercle très fermé, un cercle un peu à part dans le monde des alpinistes. Quelques semaines auparavant, deux cordées étaient venues et avaient buté, quasiment à la sortie du Nez: Patrick Pessi et Patrice Glairon-Rappaz dans la voie Piola-Steiner ‘81, Jérôme Thinières, Stéphane Benoist et Olivier Larios dans la Gogna-Cerruti ‘69. Ce sont des acteurs d’une montagne dure. Leurs ascensions discrètes participent d’un bel alpinisme, bien vivant, et j’éprouve beaucoup d’estime pour ces voyageurs effacés. L’esprit se détend un peu, la route du bas est peut-être tracée et je reprends leurs ancrages. Je fais venir mon énorme sac jusqu’à moi, poursuis cette descente désormais jalonnée et perds rapidement de l’altitude. Dans ma tête, soudain, comme un éclair d’indécence et d’amertume à perdre si rapidement ces mètres chèrement gagnés. Mais très vite, la claire vision de ces jonquilles qui ne cessent de dodeliner, frivoles et rieuses, dans les verts alpages de mon cœur, chasse ce sentiment: il n’y a rien à regretter.
J’ai perdu les ancrages de mes prédécesseurs: peut-être était-ce une sangle accrochée à un becquet, que le vent aura arraché? Ou un abalakov désormais enfoui sous la neige? Pas grave. Merci les gars. Vous m’avez fait gagner un temps précieux. Un temps bien plus précieux que je ne l’aurais jamais imaginé! Car, une fois les gelures installées, commence une course contre la montre. Plus vite elles sont traitées, plus grandes sont les chances de récupérer un maximum de phalanges… et Dieu sait si les millimètres sont précieux dans ces cas-là.
A cent lieues de soupçonner quoi que ce soit (la fatigue? la difficulté à évaluer la gravité d’une gelure?) , je poursuis ma descente en reprenant des rappels de cent mètres, les précédents devant être à soixante. Toujours la vigilance, ne pas aller trop vite, passer outre une manip de sécurité: j’aborde la partie mixte du bas de la face, où mon sac risque fort de se bloquer. Choisir, donc, un itinéraire présentant le moins d’accroches possibles, ce qui, au vu de toutes ces roches saillantes, ne me paraît pas du tout évident. Néanmoins, l’expérience des Grandes Jorasses aidant, je ne m’en sors pas trop mal: plutôt que de descendre systématiquement jusqu’au bout de ma corde, il m’arrive de m’arrêter avant, si je sens un passage douteux…
Un rappel depuis la rimaye et je retrouve la base, l’horizontalité et c’est délicieusement bon de ne plus être suspendu, encordé en permanence ! Ahanant comme un bûcheron, je tire mon sac relié à l’extrémité de ma corde et l’abandonne là, sur le plat du glacier, avec le portaledge, le tout arrimé à un bloc de glace. Dans quelques jours, je reviendrai te chercher. Dans quelques jours, c’est ça…».

Robert Jasper impegnato nella prima ascensione della via Freedom

Robert Jasper impegnato nella prima ascensione della via Freedom al Naso di Zmutt (22-26 agosto 2001). Archivio Robert Jasper.

La disposizione degli itinerari
Pochi hanno provato a capire come sono disposte le vie sul Naso di Zmutt, dopo 45 anni di storia. E ancor meno si sono illusi d’esserci riusciti completamente, me incluso.

Volker Leuchsner gentilmente mi ha fornito un numero della rivista tedesca Klettern (dicembre 2001): gli itinerari sono tracciati in modo grossolano su una foto piccola in cui non si distingue alcun particolare: e quando ho chiesto a Robert Jasper di disegnarmi su una bella foto aerea il suo itinerario, lui mi ha risposto che il miglior tracciato lo potevo trovare su Klettern! Allora ho insistito, e il risultato è quello che potete vedere qui.

Nel luglio 2002 sulla rivista inglese High appare una fotografia a cura di Lindsay Griffin, l’accuratissimo estensore della rubrica Mountain Info. La parete appare completamente nera perché in ombra, gli itinerari sono segnati in modo assolutamente impreciso.

Michel Piola, da me interpellato e riferendosi al suo articolo apparso su Alpinisme et Randonnée gennaio 1982, riconosce che «En fait, pour le topo, la voie est dessinée proportionnellement un peu trop à droite… Une info: en 2002, un auteur suisse (Paul Borer, ndr) a écrit un livre assez complet sur le Cervin, Matterhorn – Faszination, Herausforderung, Geschichte, avec le tracé des voies du Nez de Zmut notamment. Il avait déjà tenté de positionner toutes les voies, dont celle de Robert Jasper qui, peut-être, a des sections communes avec la nôtre. C’est en tout cas ce qu’on dit les niçois (Pessi e Glairon-Rappaz, ndr) qui ont répété notre Directissime en hiver il y a 2 ou 3 ans (2002, senza completare la salita, ndr) et trouvé le matériel – dégaines en place – au niveau de notre 2e bivouac et de notre 17e longueur. A vérifier, car moi je serais bien incapable de retracer avec précision la voie sur une photo…».

Sono andato a controllare sul libro di Borer, una pregevole storia condensata del Matterhorn, ricca di spunti e di notizie anche nuove. Ma quanto ai tracciati delle vie sul Naso…

Mentre m’interesso a questa «storia» collaboro con Christian Beckwith alla stesura di un bel saggio monografico sulla rivista americana Alpinist: e anche qui vedo che, nonostante le preziose indicazioni del grande esperto Hervé Barmasse, i tracciati del Naso sono lacunosi ed imprecisi.

E infine Cesare Ravaschietto, che mi ha fornito gentilmente il «topo», si dichiara “incapace” di disegnare su una foto la via da lui aperta con Gabarrou.

Ma la colpa di tutto questo non è dei singoli attori. Io stesso ho faticato parecchio, nonostante l’aiuto di una relazione tecnica stesa a suo tempo e assai precisa, a tracciare sulla bella foto di Beat Perren il mio itinerario con la minor indeterminazione possibile… La responsabilità è del Naso stesso, una parete avvitata su se stessa che ha permesso l’apertura di cinque itinerari (finora), tutti che possono per motivi differenti essere definiti diretti o direttissimi, senz’altri punti di riferimento che strapiombi di roccia stratificata a rovescio.

Su una parete che non è rettangolare o triangolare bensì è trapezoidale, qual è infatti la via più diretta? Quella più breve, o quella più lunga ma più integrale? Quella più al centro o ancora magari quella più strapiombante?
Come si fa a tracciare gli itinerari su una fotografia quando l’intera parete si mostra alla luce del sole del tramonto (e quindi con i dettagli) solo per poco più di un mese all’anno?

Dopo la prima ascensione della via Freedom sul Naso di Zmutt, Robert Jasper (a sinistra) e Rainer Treppte sono in posa in vetta al Cervino
Dopo la prima ascensione della via Freedom sul Naso di Zmutt, Robert Jasper (a sinistra) e Rainer Treppte sono in posa in vetta al Cervino. Archivio Robert Jasper.
Ritorno al mistero
La grandiosità della montagna (e con essa la grandiosità della natura selvaggia) è stata erosa per quasi 250 anni dalla sete di conoscenza dell’uomo, nasce il legittimo sospetto che il mistero, nocciolo nucleare della grandiosità apparentemente inconoscibile e inconquistabile, stia per esaurire la sua carica vitale.

Scrivere di montagna sottintende la condivisione dell’interesse per la conoscenza specifica. Ma ci siamo mai chiesti quanto noi, oggi, crediamo veramente a questo ideale? Siamo sicuri che vogliamo, da un punto di vista collettivamente inconscio, porci ancora come antagonisti della natura selvaggia e quindi descriverla sempre meglio?

Se sai tutto della storia dell’alpinismo, pieno di ammirazione come sei per i fasti passati, vedi il grigiore espressivo di oggi agitarsi nella retorica; se non sai nulla del passato, ancora peggio: la tua ignoranza ti porta ancora di più ad osannare e a incensare la cronaca odierna e a non vedere quanto stai fuggendo. Ignoranti o no, ci richiamiamo conti­nuamente a ideali che intimamente rifiutiamo. E più il dub­bio interiore su questi ideali è forte, più il discorso è retorico, cioè vuoto.

Dopo l’orgia industriale e nel pieno dominio dell’informatica virtuale e globale, nasce il sospetto che lo scopo di questo oceano d’informazioni sia di far riacquistare alla montagna (e quindi un po’ anche al mondo) tutto il suo vigore e il suo mistero. Dentro noi alpi­nisti moderni c’è come una censura spontanea che c’impedisce l’ingresso nell’arte e nella letteratura maggiori. Quanto più la montagna è tecnicamente conosciuta, descritta, sfrut­tata, tanto più coercitiva è l’autocensura. Quanto più l’alpinismo diventa tecnico e mediatizzato, tanto più s’avvicina ad un prodotto della civiltà industriale, in piena opposizione a una ve­ra esperienza umana.

E appare chiaro che questa contraddizione non può rivelarsi che nel nostro intimo, diventando quindi un nuovo tabù.

In ogni caso l’avvenire della documentazione storico-geografico-culturale degli accadimenti alpinistici si troverà nel problema più grave della sua storia, e potrà uscirne solo con un salto di qualità. Il Naso di Zmutt è solo un piccolo esempio.
Il salto di qualità che ci attendiamo potrebbe essere lo scalare, scrivere e leggere ancora: ma assieme al Mistero, nel silenzio e nel rispetto. I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi (Goethe).

Il Naso di Zmutt con le sue vie. Da sinistra a destra, via Gogna-Cerruti, via Piola-Steiner, via Freedom, via Free Tibet e via Aux amis disparus. Foto aerea di Beat. H. Perren, Zermatt
Itinerari di salita al Naso di Zmutt: da sinistra a destra, via Gogna-Cerruti, via Piola-Steiner, via Freedom, via Free Tibet e via Aux amis disparus. Foto aerea di Beat. H. Perren, Zermatt

postato il 17 giugno 2014

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Quelli che han Naso 1

Storia del Naso di Zmutt 1 (1-2)
Il compito del giornalista, secondo la più nobile scuola, quella inglese, è di raccontare semplicemente i fatti appena successi. Sembrerebbe semplice, limitarsi a ciò che effettivamente è accaduto, evitando commenti ed interpretazioni.

Leo Cerruti e Gianni Calcagno, 1a invernale parete nord-est della Grivola, gennaio 1970

Leo Cerruti e Giani Calcagno, Grivola, prima ascensione invernale della parete NE, via Cretier

Ciò presuppone una documentazione certa, basata su fonti selezionate. Se tutti i giornalisti si attenessero a questo semplice principio, un primo corollario sarebbe la rinuncia alla stampa scandalistica, basata sul pettegolezzo e sul prurito curioso. Le conseguenze di questa mutilazione sarebbero disastrose, sai quanti giornali dovrebbero chiudere. E infatti nessuno si sogna un’eventualità così radicale, perché i lettori (ma anche coloro che scrivono) hanno bisogno del mistero.

Ciò che alimenta il mistero da consumare durante la lettura di un giornale è semplicemente l’ignoranza del giornalista: non si può essere documentati su ogni avvenimento in modo tale da non suscitare mai nel lettore alcun tipo di domande. Ci sono fatti che vengono “comunicati” con dovizia di particolari e fatti che rimangono anche per anni nell’oblio di qualche scarna riga di diario personale.

Sappiamo qual è il compito dello storico? Una prima risposta è “raccontare con obiettività ciò che è successo molto tempo prima”, quindi sembrerebbe lo stesso del giornalista, solo un po’ posticipato. E una seconda, a me sembra, che compito dello storico sia farsi divorare dai dubbi, perciò soprattutto scavare negli archivi dimenticati, accostarsi a testimoni possibili, connettere relazioni tra fatti: costruire insomma una storia che in qualche modo tragga alimento dal mistero di ciò che un tempo fu dimenticato ma che ne produca un altro sulla base di ciò che ancora non si è capito.

Già Gino Buscaini, in Alpi Pennine II e a proposito degli Strapiombi di Furggen, osservava, senza però trarre conclusioni: «Notevoli e ingannevoli discordanze si riscontrano nei vari racconti d’ascensione. Tra le pubblicazioni consultate, inoltre, non ve n’è una che riporti un tracciato esatto (Montagnes du Monde 1946, 15; Monografia CAAI, 1965; Cervino 1865-1965, pagg. 121-25; Les Alpes 1944, 94). Questi fatti non sono appannaggio esclusivo dello spigolo sud-est, ma imperano in tutta la bibliografia del Cervino. Tuttavia questo spigolo deve avere un particolare potere di invogliare i salitori a scrivere racconti emozionanti, dai quali è praticamente impossibile trarre una relazione tecnica (vedi anche Bollettino del CAI 1946, 180-4, racconto Perino)».

Il Naso di Zmutt
Dopo l’exploit di Bonatti sulla parete nord, per qualche anno sembrò che nulla di nuovo il Cervino potesse aggiungere alle brame di nuovo degli alpinisti. Poi ci si accorse del “Naso di Zmutt”, il pauroso profilo di rocce strapiombanti che delimita a destra la parete Nord e che precede il profilo della cresta di Zmutt. Una struttura rocciosa a sé, una parete a sé, un “must” per chi cercava il massimo impegno in alpinismo. Un luogo, soprattutto, dove tentare di forzare ancora una volta un’impresa senza chiodi a pressione.

Pierre-Alain Steiner nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di ZmuttLa cordata di Michel Piola e Pierre-Alain Steiner impegnata nella prima ascensione alla via diretta del Naso di Zmutt (29 luglio-1 agosto 1981). Archivio Michel Piola.

Allorché nell’agosto 1968, dal 4 al 6, con Gianni Calcagno misi le mani sulla grande parete nascosta, del Naso di Zmutt non si sapeva nulla. Salimmo i primi 400 metri per arrivare a quello stretto couloir ghiacciato che caratterizza l’inizio della grande parete rocciosa, più o meno dove molti anni dopo, nel 1981, Piola e Steiner avrebbero iniziato la loro direttissima. Il tempo non ci fece alcuna grazia, anzi fu giocoforza fuggire con un grande obliquo a destra e raggiungere così in piena tempesta i Denti di Zmutt, per poi scendere per la cresta e raggiungere a notte fonda il rifugio dell’Hörnli.

Michel Piola nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di Zmutt
Pierre-Alain Steiner fotografa il compagno Michel Piola durante un bivacco nella prima ascensione della via diretta al Naso di Zmutt (29 luglio-1 agosto 1981). Archivio Michel Piola.

Nell’ottobre successivo seguii con apprensione il tentativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini e quando, l’estate successiva, riuscii a ritentare con Leo Cerruti, vidi che il freddo ottobrino e un’indubbia diversa concezione di risolvere i problemi avevano costretto la cordata dei quattro ad un’attrezzatura sistematica dei primi 400 m. Ricordo pure l’episodio comico di quando raggiungemmo il loro punto massimo, alla fine della nostra diciottesima lunghezza di corda: ci aspettava un ingente mazzo di materiale abbandonato. Ci facevano così gola quei bellissimi cunei metallici di provenienza americana e dal costo elevato (i bong) che li scambiammo con i nostri ingombranti e “cheap” cunei di legno.

La salita al Naso di Zmutt ha rappresentato per me il massimo di ciò che ho potuto esprimere con la mia attività alpinistica. Logico che negli anni seguenti io abbia seguito con interesse tutto ciò che sulla parete succedeva.

Dopo un silenzio di quasi cinque anni, dal 21 al 28 gennaio 1974 lo svizzero Edgar Oberson e il cecoslovacco Thomas Gros compiono la prima invernale e prima ripetizione della nostra via, facendosi recuperare sfiniti in vetta  dall’elicottero.

Dal 29 luglio al 1° agosto 1981 gli svizzeri Michel Piola e Pierre-Alain Steiner salgono una via assai più diretta (la direttissima), con l’uso di qualche spit.

Perché qualcuno doveva pensare anche alle sezioni ancora più ostili della grande parete. E quella era una cordata che in quei tempi stava rivoluzionando l’arrampicata alpina, spaziando dall’Eiger al Monte Bianco con uno stile che prevedeva di portare i massimi livelli su roccia del periodo in un contesto severo come quello dei grandi giganti alpini. I due giudicarono che la via, in futuro, sarebbe diventata classica, da percorrere in arrampicata libera e da salire in giornata, merito delle difficoltà non estreme e della roccia buona incontrata durante l’apertura.

Pierre-Alain Steiner nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di Zmutt
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981

Il 12 e 13 luglio 1982 lo svizzero André Georges sale la Gogna-Cerruti in prima solitaria, mentre dal 26 al 31 dicembre 1982 ancora gli svizzeri Daniel Anker e Thomas Wüschner salgono in prima invernale la direttissima Piola-Steiner, seguiti alla fine dello stesso inverno, dall’8 al 14 marzo 1983 dai polacchi Jan Wolf e Krzysztof Kraska che non ne sapevano nulla. Esiste la voce che, di questa via, il 28 luglio 1986 lo sloveno Janez Jeglic abbia effettuato la prima solitaria (con variante nel secondo terzo), ma su Alpiništicni odnik Domžale, in uno scritto alla memoria (dopo la sua scomparsa il 30 ottobre 1997 al Nupse), è riportato che nel 1986 egli fece da solo la parete sud “per la via delle Guide”. Il che spiegherebbe come mai, sia pur fortissimo, Jeglic avrebbe impiegato solo un giorno per la direttissima Piola-Steiner… Purtroppo la prematura scomparsa di Jeglic non ci può dare informazioni sicure.

Il 17 e 18 luglio 1986 ecco il concatenamento in 24 ore di cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche e di Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti), da parte di Jean-Marc Boivin e André Georges.

Gabarrou il testardo
Nel 2001 entra in scena il “Gab”. Lasciata la Hörnlihütte il 31 luglio 2001, Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto seguono la Gogna-Cerruti nella parte iniziale di ghiaccio e misto, proseguono per il pendio di ghiaccio fino quasi alla sommità di questo. Sono lì per salire il Naso nella sua sezione più breve ma anche più strapiombante. E Gabarrou è già stato lì.
Patrick Gabarrou e François Marsigny su Aux amis disparu sul Cervino, tentativoPatrick Gabarrou e François Marsigny su Aux amis disparus sul Naso di ZmuttCervino, tentativo
Leo Cerruti e Gianni Calcagno, Grivola, prima ascensione invernale della parete NE, via Cretier
Dunque vediamo: il primo ricordo è del 1989 con Pierre Gourdin (tornati per un malanno fisico di quest’ultimo); qualche settimana dopo con François Martigny il 18 e 19 luglio, quando il vento più furioso aveva fermato i due sotto al grande strapiombo che stavano chiodando e dopo un bivacco più o meno a metà altezza del risalto verticale e strapiombante (6a+/6b e A2 e A3); con una traversata su cengia ed un’altra lunghezza difficile erano riusciti a scappare sulla cresta di Zmutt e quindi raggiungere la cima.
Gabarrou ci era ritornato ancora con Pierre Gourdin l’anno dopo, questa volta con un trapano e due batterie per forare quella roccia incredibilmente dura. Gourdin era riuscito a progredire altri 30 metri di lunghezza grazie ad uno spit e i piccoli chiodi a pressione da 6 mm finché, ormai distrutto fisicamente e moralmente, aveva deciso di calarsi dopo aver sistemato una sosta. I due, come nel precedente tentativo, avevano traversato verso destra risalendo poi la cresta di Zmutt. Era il 19 luglio 1990.
Nell’ambiente dell’élite alpinistica i tentativi di Gabarrou avevano fatto decisamente epoca, si racconta perfino che Erhard Loretan e Jean Troillet abbiano chiamato Gabarrou al telefono annunciandogli «se non finirai la tua via, ci andremo noi!». Nel 1992 il nuovo compagno di Patrick era il giovane aspirante guida alpina Lionel Daudet. Dopo i tre tentativi, Gabarrou si sentiva ormai moralmente autorizzato ad approcciare le grandi difficoltà salendo per la cresta di Zmutt ed evitando quindi la parete inferiore. Anche perché l’estate assai secca stava creando scariche di sassi frequenti. I due si erano calati proprio per quel camino che a Gabarrou era già servito due volte per scappare dalla parete. Daudet il 5 luglio aveva ripreso la lunghezza di artificiale abbandonata da Gourdin e per un sistema di fini fessurine era riuscito a continuare senza altri spit. Il giorno successivo Daudet era sempre stato capocorda, a causa della perdita di una scarpetta d’arrampicata di Gabarrou. Prima altre 4 lunghezze di artificiale, poi un po’ di libera avevano permesso finalmente di uscire dal Naso e raggiungere la parte finale della cresta di Zmutt, poi la vetta. Gabarrou e Daudet avevano dedicato la via a tutti gli amici scomparsi, Aux amis disparus, appunto. Una via che ancor oggi attende un percorso integrale dalla base fino in vetta. In questa impresa ci proverà lo stesso Daudet nell’inverno 2002.

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare un bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, ClusesIn prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.Con Ravaschietto dunque Patrick intende realizzare un altro sogno, la linea di fessure e diedri a sinistra di Aux amis disparus e questa volta gli riuscirà alla prima, con conclusione il 2 agosto, non distante dal suo cinquantesimo compleanno. La via nuova, con difficoltà fino al 6b+ e A2+, 80°, M5+, si chiamerà Free Tibet. Usate solo protezioni ad incastro e qualche chiodo, mettendo spit solo ai posti da bivacco.

Free Tibet di Enrico Martinet, La Stampa 13 ottobre 2001
Ride, Patrick Gabarrou, mentre racconta di aver avuto una «paura folle». Ha consegnato la sua estate a Free Tibet, come ha battezzato la nuova via sulla parete nordovest del Cervino, un imbuto con un grande lenzuolo di neve, che poi diventa verticale per raggiungere il Naso di Zmutt. «La più difficile del Cervino», sentenzia Gabarrou, alpinista francese, guida alpina di fama, con alle spalle una carriera infinita.
Non era solo, però. È andato a guardarsi la ver­tiginosa quanto buia parete che già conosceva molto bene (ha compiuto una via parallela dedicata Aux amis disparus), poi ha telefonato al rifugio Morelli, nelle Alpi Marittime, per cercare
«un certain Cesare Ravaschietto». L’ha trovato, gli ha spiegato che cosa volesse fare, si è sentito rispondere «non conosco la via, ma lasciami due giorni e arrivo». Una storia un po’ simile a quella di Riccardo Cassin quando compì l’impresa alla Nord delle Grandes Jorasses….
… Sul Cervino Gabarrou e Ravaschietto hanno fatto due bivacchi e sono rimasti tre giorni. Hanno risalito il loro grande diedro senza cercare di evitarlo. Non è una via logica, ma un itinerario volutamente complicato. Quel diedro, dice Gabarrou, «è alto 120 metri ed è il più alto e il più difficile di tutte le Alpi occidentali». Arrampicata estrema, possibile per due alpinisti che hanno imparato a stimarsi proprio su quella parete così complessa. Patrick, definito da Cesare «vecchia roccia», chiama la guida di Cuneo «il fortissimo», oppure «lo stambecco». Spiega: «Cesare è stato una vera sorpresa per me. Un alpinista completo e di grande livello». E, quanto al nuovo itinerario, aggiunge: «Non ho mai trovato una roccia tanto dura. Neppure il granito del Bianco è così. Su quel diedro puoi scordarti di piantare chiodi, il martello rimbalza come sul ferro».

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou impegnato da secondo su un difficile diedro. Foto: Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, ClusesIn prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou impegnato da secondo su un difficile diedro. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.

Nello stesso momento in cui Gabarrou e Ravaschietto lasciano la Hörnlihütte, gli spagnoli José Isidro e Xavi Metal partono anche loro per l’impresa che gli varrà il Piolet de Oro 2001 (versione ispanica del Piolet d’or), la prima spagnola della direttissima Piola-Steiner. L’itinerario dunque si avvia, con due bivacchi, a diventare la classica della parete: la cordata iberica conferma le valutazioni di 85°-90° per il primo terzo, poi 11 lunghezze fino al 6b+ e A0, e infine il tratto finale di circa 330 m a 60° e 65° su terreno misto per raggiungere la vetta italiana. Usata un’intera serie di friends, con misure e mezze misure, assieme ad una selezione di una decina di chiodi.

Continua domani, 17 giugno 2014

postato il 16 giugno 2014

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Il coraggio supplementare di Hervé Barmasse

Hervé Barmasse su e giù dal Cervino
Il primo ad avere l’idea di salire su e giù dalle quattro creste del Cervino, concatenando quindi i quattro “spigoli” della perfetta piramide, fu Marco Barmasse. Ancora non c’era il record di velocità di Valerio Bertoglio, che sarebbe arrivato il 10 agosto 1990, 4h16’ per salire e scendere dalla vetta per la cresta del Leone.

L’11 settembre 1985, sull’onda delle nuove possibilità sportive date dalla nuova realtà dei concatenamenti, Marco affronta per prima la cresta di Furggen, compiendo la prima solitaria degli Strapiombi; scende di corsa fino alla Hörnlihütte, traversa sotto alla Nord del Cervino, risale la cresta di Zmutt e scende per la via italiana del Leone, concludendo la sua cavalcata al rifugio Duca degli Abruzzi, dopo 15 ore. Ai piedi aveva gli scarponi di plastica e una corda da 12 mm in spalla.

Parete nord del Cervino
Foto aerea da nord-ovest del Cervino. Sono ben visibili la parete nord (a sinistra), il Naso e la cresta di Zmutt. In ombra, la parete ovest. Foto www.marcomilani.com.Il 19 agosto 1992 arrivarono Hans Kammerlander e Diego Wellig, il loro obiettivo era quello di percorrere tutte e quattro le creste del Cervino in salita e in discesa, praticamente un raddoppio dell’exploit di Marco Barmasse, in meno di 24 ore.

Partirono da quota 3424 m a mezzanotte scalando la cresta di Zmutt, scesero dalla via normale svizzera alla Hörnlihütte, salirono la cresta di Furggen, scesero sulla via italiana sino alla capanna Carrel da dove, ripartirono per arrivare in vetta e nuovamente scendere sulla via normale svizzera, per poi risalire ancora dalla stessa e scenderla nuovamente arrivando poco prima della mezzanotte alla Hörnlihütte.

Al di là del rispetto sportivo dovuto a una simile impresa, è evidente il concetto esagerato, volto a colmare il vuoto creativo. Un’impresa non vale il doppio di un’altra se la si raddoppia. Quantità non è uguale a qualità, tanto per contraddire il detto di Georges Livanos (che peraltro si riferiva alla quantità di chiodi necessaria per ottenere una buona sosta su roccia marcia).
Salire e scendere dal Cervino quattro volte in salita e quattro in discesa francamente rischia di emozionare poco chiunque.

Al paragone di questa, la recente impresa di Hervé Barmasse, al di là dell’emotivo suggerimento datogli dall’impresa del padre Marco, è più convincente. Lo stesso percorso del padre, da solo, ma anche d’inverno.

Hervé Barmasse
CoraggioSupplementare-barmasse-herve-barmasse-17Le 17 ore (fino alla capanna Carrel) sono la conseguenza di un buon stato di forma, una lucidità mentale e del fatto che con il materiale ridotto al minimo e nessuna protezione adeguata al freddo, non potevo permetterti di rimanere troppo tempo sulla montagna”.

Dunque giovedì 13 marzo 2014 Hervé Barmasse, in solitaria, ha compiuto il primo concatenamento invernale delle quattro creste del Cervino e la prima solitaria invernale della cresta di Furggen per la via degli Strapiombi.

Un inverno differente da quelli passati, ricco di precipitazioni nevose come non si vedevano ormai da tempo, ha reso la scalata dal punto di vista dell’ingaggio certamente più interessante, complicata e rischiosa. In ordine d’importanza delle difficoltà direi, la consapevolezza che se decidi di scalare in solitaria, sai che non puoi permetterti di sbagliare. Devi gestire il rischio, le tue paure, le tue forze e il ritmo della scalata. Creste affilate con neve sino alla vita e instabile, passaggi di 5, 5 superiore, a 4300m nel caso degli strapiombi e il freddo. Il materiale nello zaino centellinato: una borraccia d’acqua e due barrette, 4 friend, 40 m di corda che poi ho tagliato a 23 per ridurne il peso, 3 fettucce, 6 moschettoni e un chiodo da ghiaccio; oltre a piccozza e ramponi che ho tolto solo sul primo tiro degli strapiombi. E per finire, l’incognita della cresta di Zmutt che non avevo mai percorso.
Sono partito alle 5.45 dal bivacco Bossi, alle 10.10 ero in vetta, dopo aver affrontato gli strapiombi autoassicurandomi solo sul primo tiro. Mi sono fermato circa 15 minuti. Alle 14.10 Sono arrivato alla Hörnlihütte. La discesa dalla via Svizzera è stata eterna per via dell’abbondante neve, in estate con i clienti la percorro impiegandoci la metà del tempo. Non pensavo di incontrare condizioni così brutte. Mi sono riposato un’ora e alle 15.15 sono ripartito e ho attraversato la base della parete nord. Alle 16.00 circa ho iniziato a salire la cresta di Zmutt per arrivare nuovamente in vetta al Cervino alle 20.15. Anche su questa cresta, in particolar modo sui dentini di Zmutt e nella sua parte finale la neve profonda sino alla vita mi ha fatto tribolare non poco. Alle 22.45 ho guardato nuovamente l’ora. Ero già all’interno della capanna Carrel e mio padre, che mi aveva atteso in rifugio, stava cercando di scongelare una birra – così racconta Hervé Barmasse in un’intervista a Vinicio Stefanello.

Il 21 agosto 2013 lo spagnolo Kilian Jornet Borgada aveva stabilito il nuovo record di salita e discesa del Cervino da Breuil-Cervinia, con il tempo di 2h52’02”. Jornet aveva impiegato 1h56’15” e circa 55’ per la discesa. Ha abbassato di 22 minuti il precedente record di Bruno Brunod di 3h14’ stabilito nell’agosto 1995.

L’arrivo di Kilian a Cervinia è salutato da una folla festante di turisti, la maggior parte dei quali sogna di salire, prima o poi nella vita, il Cervino: a molti sembra quindi un sogno sempre più realizzabile, senza riflettere più di tanto sulla siderale differenza tra le capacità di una persona normale e quelle di un atleta professionista. Chi invece il Cervino l’ha salito, in tempi normali e magari con guida, non è in genere così entusiasta dell’abbattimento di questi record. Ognuno vede la propria attività alpinistica come vuole, e la basa su motivazioni del tutto personali, ma in fondo ci tiene a quella volta che è salito in cima, un momento capace di riempire d’orgoglio anche dopo tanti anni. L’alpinista non è necessariamente così generoso con i suoi simili.

I grandi protagonisti di oggi dovrebbero tenere ben chiaro in mente che vengono applauditi platealmente (vedi Piolet d’Or) se vanno in terre lontane a esplorare l’inosabile, una sfida che ha senso in questo momento solo per loro e che allargherà la sua influenza solo in seguito; vengono applauditi un po’ meno se riducono, con precisione cronometrica e oggi, il margine di gloria di coloro che li hanno preceduti. Ecco perché, per affrontare le difficoltà alpinistiche di quello che ha fatto Hervé, ci vuole una bella dose di coraggio supplementare.

Il sito di Hervé Barmasse

Biografia di Hervé Barmasse

Postato il 4 aprile 2014

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Ultimi piani di devastazione

Cervino e Monte Rosa: uno studio per unire i comprensori sciistici.

Non c’è limite al peggio, neppure in tempo di crisi. Il mercato dello sci in Italia può essere anche in sofferenza, ma i sogni megalomani continuano a sprecarsi, magari alleandosi con il paese turistico alpino che più di tutti fattura: Zermatt.

Con la soddisfazione di chi non riflette troppo su quello che viene a sapere, Pamela Calufetti su Montagna.Tv del 16 gennaio scrive testualmente: “Pochi giorni fa, sull’Ansa della Valle d’Aosta, è però comparsa una notizia che “fa sperare” in uno sviluppo di quest’idea. Sarà infatti avviato uno studio per valutare l’unione dei comprensori, iniziativa che rientra nell’ambito di un progetto cofinanziato dall’Unione Europea e dai comuni di Valtournenche, Ayas, Gressoney Saint-Jean e Gressoney-La-Trinité”.

Con aspettative gonfie d’orgoglio Calufetti conclude che “se l’unione si realizzasse, il complesso Cervino-Monte Rosa diventerebbe il comprensorio sciistico più grande d’Europa. Il maxi-comprensorio sarebbe infatti composto da oltre 500 km di piste e collegherebbe sei vallate tra Italia e Svizzera”.

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Uno degli impianti di risalita del comprensorio sciistico del Cervino (Photo courtesy of Wikimedia Commons)

Ho voluto approfondire: Neveitalia cita Christoph Bürgin, presidente del consiglio municipale di Zermatt, per il quale “costruire qualche cosa che vada oltre i 300 Km di piste di  Zermatt/Cervinia/Valtournenche e si estenda verso il comprensorio italiano del Monterosa Ski manderebbe in visibilio i frequentatori di Zermatt e potrebbe creare intorno al Cervino e al Monte Rosa il primo carosello di piste in Europa con un’offerta di piste intorno ai più bei 4000 delle Alpi, senza uguali al mondo”.christoph

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Il presidente e vice-presidente del consiglio municipale di Zermatt, Christoph Bürgin e Romy Biner-Hauser. Dovremo a queste menti illuminate lo sfascio finale delle Alpi?

Capisco l’entusiasmo di Monterosa Ski e di Matterhorn Ski Paradise, ma dobbiamo considerare che il gruppo del Monte Rosa non è di loro proprietà, e neppure i loro clienti sciatori possono vantare alcun genere di diritto. Allo sci è già stato sacrificata una porzione tale di territorio da autorizzare a gridare allo scandalo se l’ingordigia non dovesse essere frenata. Da autorizzare blocchi ai cantieri e manifestazioni a non finire. Non c’è neppure bisogno di evocare questioni ambientali o di ecosostenibilità, stiamo parlando di un valore così grande che trascende qualunque ambizione umana e mira economica. Noi abbiamo le pezze al culo, gli svizzeri no, ma entrambi stiamo parlando di un ponte di Messina… Cervino e Monte Rosa ce li invidiano in tutto il mondo e noi non siamo capaci di amministrare con serietà questo dono di Dio. Il maxicomprensorio manderebbe in “visibilio” i visitatori di Zermatt? Mi viene da dire prosaicamente “chissenefrega”.

Si sta blaterando di un collegamento ferroviario tra la valle di Ayas e Zermatt che passi per Saas Fee e di una cabinovia che attraversi il Lyskamm. E si dice che in Svizzera hanno già investito 400 mila fsv in questo studio, ponendo l’accento sulla sostenibilità del progetto. La cabinovia costerebbe circa 30-40 milioni di fsv, una bazzecola in confronto al denaro già investito (350 milioni di fsv) per il turismo a Zermatt.

Le conseguenze di questa devastazione sarebbero gravissime, a me sembra un’altra TAV! E sarebbero già terribili se ci si limitasse al collegamento di cabinovia lungo il vallone delle Cime Bianche.

Il prossimo progetto però dev’essere l’ascensore interno al Cervino, altrimenti il “visibilio” del turista non si produrrebbe più: è risaputo, la droga ha bisogno di dosi sempre più massicce.