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La storia del Cervino – parte 6

La storia del Cervino – parte 6 (6-6)

Dopo un tentativo del 18 e 19 luglio 1989 con François Martigny, il 9 agosto 1992 Patrick Gabarrou, questa volta con Lionel Daudet, termina Aux amis disparus, a destra della Piola-Steiner. Si tratta di una grande via che risolve il settore destro del Naso di Zmutt nel punto più breve e strapiombante.

Il 19 luglio 1992, Hans Kammerlander e Diego Wellig, vorrebbero chiudere un’epoca salendo e scendendo in 23 ore e mezza le quattro creste classiche del Cervino. La loro fatica è ammirevole, ma non desta particolare emozione.

Hans Kammerlander (a sinistra) e Diego Wellig di notte nel loro concatenamento. Foto: Dario Ferro
Hans Kammerlander e Diego Wellig in salita notturna durante il concatenamento al Cervino
Che invece è suscitata dalla francese Catherine Destivelle quando questa decide di ripetere il grande exploit di Walter Bonatti nelle stesse condizioni e a distanza di quasi trent’anni: da sola e d’inverno. L’impresa le riesce dal 10 al 13 marzo 1994 e di questa parlerà tutto il mondo.

L’arrivo in vetta di Catherine Destivelle
Arrivo in vetta di Catherine Destivelle, 10 marzo 1994, da p. 183 di Whymper, Carrel & Co.

La nuova mania della velocità produce un ulteriore record il 17 agosto 1995, quando il valdostano Bruno Brunod abbassa notevolmente il record di Bertoglio di salita e discesa dal Cervino: 3 ore e 14 minuti, sempre per la cresta del Leone.

Bruno BrunodBruno Brunod detiene il record di salita e discesa del Cervino, da Cervinia a Cervinia per la cresta del Leone, in 3 ore e 14 minuti (17 agosto 1995). Il precedente record era di Valerio Bertoglio (4 h e 16', 10 agosto 1990). ARCHIVIO IN ROSSO.
Il 14 agosto 2000 il figlio di Marco Barmasse, Hervé, sale con Patrick Poletto lo scudo di roccia tra la cresta De Amicis e la via Casarotto-Grassi. La via viene battezzata Per Nio, massimo VI+. Questa è solo la prima di una serie di esplorazioni che compirà Hervé Barmasse sul suo Cervino.

L’inossidabile Patrick Gabarrou non è ancora pago di avventure sul Naso di Zmutt. Salendo Aux amis disparus aveva notato una linea possibile subito a sinistra, elegante, estrema. E così ritorna con Cesare Ravaschietto e dal 31 luglio al 2 agosto 2001 apre Free Tibet, altro capolavoro che attende ripetizioni. Ma la parete ha ancora spazio per un’altra grande linea, quella scelta dai tedeschi Robert Jasper e Rainer Treppte: dal 22 al 26 agosto 2001 riescono su Freedom, a sinistra della Diretta Piola-Steiner e a destra della Gogna-Cerruti.

Gabarrou e Ravaschietto tornano al Cervino ancora una volta: ma sul versante meridionale, dove scovano una linea di arrampicata sul Picco Muzio, a sinistra del Pilier dei Fiori e a destra della via di Knez (I tre moschettieri). L’indeterminazione di quest’ultima potrebbe far pensare a qualche sovrapposizione. In ogni caso Padre Pio prega per tutti (15 e 16 agosto 2002) ha l’aria d’essere una possibile via gettonata in futuro.

Massimo Farina
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Hervé Barmasse, il 4 ottobre 2002, firma la prima solitaria (e 3a ascensione) della via Casarotto-Grassi al Pic Tyndall. Poi il 19 marzo 2004 con Massimo Farina ripete Padre Pio prega per tutti in prima invernale. L’anno dopo, 25 ottobre 2005, è ancora da solo sulla via Deffeyes della parete sud (1a solitaria). Il 6 aprile 2007 è da solo sulla via del padre (Barmasse-Cazzanelli-De Tuoni) sulla parete sud.

Sulla Sébastien Gay Memorial Route
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Il fenomeno Ueli Steck il 14 marzo 2006 sale da solo sulla Bonatti in 25 ore. Questo è uno dei primi exploit cui ci abituerà lo svizzero. Per esempio quello del 13 gennaio 2009, quando sale la via Schmid in un’ora e 56 minuti! E’ curioso osservare che Steck, giunto all’altezza della non distante Spalla, ha traversato rapidamente fino alla cresta dell’Hörnli per liberarsi dello zaino che avrebbe poi recuperato in discesa. Tornato indietro con il solo apparecchio fotografico, ha poi continuato per la via Schmid fino alla vetta. Questo gli è certamente costato qualche minuto in più, oltre a qualche polemica su una manovra che invece, secondo me, era perfettamente lecita.

I fratelli svizzeri Samuel e Simon Anthamatten nella primavera 2008 salgono una via nuova sull’estrema sinistra del Naso di Zmutt, a sinistra anche della Gogna-Cerruti e con uscita a sinistra della variante dei Giapponesi.

La grinta di Jean Troillet impegnato nella prima ascensione della Sébastien Gay Memorial Route
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Il forte himalayista svizzero Jean Troillet (10 Ottomila al suo attivo), assieme ai francesi Martial Dumas e Jean-Yves Fredriksen, dal 17 al 19 giugno 2009 apre una nuova via sulla parete nord del Cervino, a sinistra della Bonatti e a destra della via dei fratelli Schmid. Il 61enne alpinista francese aveva iniziato la via tre anni fa con Sébastien Gay, ma all’epoca i due erano stati costretti a tornare indietro per le cattive condizioni della parete. Purtroppo poche settimane più tardi Gay è morto in un tragico incidente di speedflying, e ora l’indistruttibile Troillet è tornato in parete per concludere il progetto per dedicarlo proprio al compagno scomparso: Sébastien Gay Memorial Route.

La prima sezione della nuova linea di 500-600m s’infila con un tracciato diretto tra la storica via dei fratelli Franz e Toni Schmid e la grande via aperta da Bonatti in solitaria nell’inverno del 1965. Dopo i primi 400 m di difficile terreno verticale al limite dello strapiombante, la nuova via raggiunge la via dei fratelli Schmid per poi ripiegare a sinistra verso la cresta.
La via inizia molto ripidamente” – spiega Troillet – i primi 400 m sono quasi strapiombanti. Bisogna vedere il lato positivo: questo ci ha permesso di proteggerci dalle scariche di sassi. Abbiamo bivaccato in parete su un’amaca. Poi, come si fa sull’Eiger (per le difficili vie moderne della Rote Fluh, NdR), non c’è bisogno di raggiungere la cima quando si inaugura una via nuova. E così abbiamo tagliato sulla Spalla. Il grado di questa via? Abo. Che sta per abominevole“.

Il problema di questo nuovo itinerario è che di certo va a sovrapporsi, in gran parte almeno, alla vecchia via dei Cecoslovacchi di Destra, neppure nominata da Troillet.

Patrice Glairon-Rappaz. Foto: Paulo Robach
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Dal 19 al 22 gennaio 2010, con quattro bivacchi, i francesi Patrice Glairon-Rappaz e Cédric Périllat hanno messo a segno la prima ripetizione (nonché prima salita integrale e prima invernale) di Aux amis disparus (1200 m, VII, A3), la via aperta nel 1992, nel settore più strapiombante del Naso di Zmutt, da Partrick Gabarrou e Lionel Daudet.

Patrice Glairon-Rappaz mette a segno questo colpo dopo epiche salite invernali come la Serge Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses (13-18 gennaio 2000, con Stéphane Benoîst), la Superintegrale di Peutérey (19-28 febbraio 2003, con Benoîst e Patrick Pessi) e la Directe de l’Amitié ancora sulla Nord delle Grandes Jorasses (31 gennaio-6 febbraio 2006, con Benoîst e Paulo Robach). La salita è stata favorita dalla roccia pulita ma ostacolata dal grande freddo e dal vento. Per niente banale anche il finale dell’avventura: un’intera giornata per tornare a valle lungo la cresta dell’Hörnli. «Questa via – ha commentato Glairon-Rappaz – oltre al fatto di svolgersi su una delle più emblematiche e meravigliose montagne delle Alpi, racchiude tutte le specialità dell’alpinismo, restando un punto di riferimento sia per le difficoltà sia per l’impegno complessivo».

Gli stessi, l’anno dopo, dall’8 all’11 marzo, fanno la seconda invernale (e prima invernale in stile alpino) della Gogna-Cerruti al Naso di Zmutt.

Il 13 marzo 2010 Marco ed Hervé Barmasse hanno aperto una nuova difficile via sulla parete sud del Cervino, 1220 metri che risolvono uno dei “problemi” della grande parete della “Becca” già tentato da molte cordate. Questa via segue una linea naturale, quella di un couloir che solca e divide in due la parete sud del Cervino e che termina all’Enjambée, a 200 m dalla vetta per una lunghezza complessiva di 1220 m. “E’ una linea già tentata da mio padre 24 anni fa – racconta Hervé – e da altre cordate negli anni successivi. Giancarlo Grassi sulla rivista Lo Scarpone aveva descritto questa via come una delle ultime grandi salite delle Alpi, il suo sogno nel cassetto. Non mi dilungo sui gradi M, anche perché le valutazioni dipendono spesso dalle condizioni nelle quali si affronta una via. Credo che sia molto difficile, con protezioni molto distanti – 4 ogni 60 m in alcuni tiri – resa ancor più dura dalla qualità della roccia, che preferisco definire “di difficile interpretazione” per non dire “non buona”, e poi anche se di couloir si tratta, di ghiaccio non ne abbiamo quasi mai trovato”.

Il 9 aprile 2011, dopo 4 giorni in parete e 3 bivacchi, Hervé Barmasse ha raggiunto la cima del Picco Muzio aprendo una nuova via lungo i 700 m del grande pilastro della parete sud, una bellissima piramide che, se si sa ben guardare, si staglia prepotentemente nella fantastica giungla di roccia della parete sud del Cervino. E’ la prima tappa di una trilogia di esplorazioni sulle Alpi che vedrà Barmasse anche sul Monte Bianco e sul Monte Rosa.

Il progetto (oltre alla assoluta verticalità e l’accentuata zona strapiombante finale) aveva un grande punto di domanda: la non proprio buona qualità della roccia che contraddistingue il Cervino. Ergo la sua inaffidabilità. Oltre a questo c’era da aggiungere l’avvicinamento: quei 400 m dell’erto canale di neve (esposto a tutte le scariche di massi del mondo) che porta alla base del pilastro.
Quel 9 aprile, in vetta al Picco Muzio, Hervé ha trovato ad attenderlo quello che lui definisce “il mio maestro”, suo padre. Con lui poi ha affrontato la discesa e l’ultimo bivacco. Non ce l’aveva proprio fatta Marco Barmasse ad aspettare a casa. Non ce l’aveva fatta a pensare a tutto quello che cadeva, o poteva cadere, sulla testa del figlio… in effetti quel pilastro di 700 m fa veramente impressione, e non solo per la roccia marcia.

Ancora nel 2011 registriamo due nuovi record di velocità: il primo sulla cresta dell’Hörnli, da Zermatt a Zermatt (Andreas Steindl, 2 ore e 57 minuti, 23 agosto) e il secondo, incredibile, sulla via Bonatti (Patrick Aufdenblatten e Michael Lerjen-Demjen, 7 ore e 14 minuti, il 27 settembre).

Ancora nel 2011, il 4 ottobre, Robert Jasper e Roger Schaeli in 16 ore e mezza, hanno compiuto la 2a ascensione e 1a RP della Sébastien Gay Memorial Route, (1000 m, F5/A2, 90°), sulla parete nord. Jasper ha così completato il suo progetto di realizzare delle prime salite in libera su tutte e tre le grandi Nord delle Alpi: Eiger, Cervino e Grandes Jorasses. Nel 2003 con Markus Stofer, era stata la volta di No Siesta sulle Grandes Jorasses (M8) e nel 2010, con Schaeli, aveva salito sulla Nord dell’Eiger la Harlin Direttissima con uscita sulla Heckmair (1880 m, M8). Jasper e Schaeli hanno salito i primi difficili 400 metri della Sébastien Gay (con una valutazione di M8), poi hanno continuato per la Schmid  e sono usciti sulla più difficile via di Michal Pitelka (via dei Cecoslovacchi di Sinistra). A metà della via hanno trovato attaccata a un chiodo una cassettina di legno. Successivamente hanno scoperto che si trattava delle ceneri di Sébastien Gay, portate sulla via dal team dei primi apritori dell’itinerario a lui dedicato.

L’arrivo in vetta di Kilian Jornet Burgada
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L’estate del 2013 è caratterizzata dall’exploit di Kilian Jornet Burgada che sale da Cervinia il Cervino e ritorna in sole 2 h, 52’ e 02”. La rilevanza mediatica di questo evento è stata quasi esagerata. Segno che sempre meno si apprezza la fantasia e sempre più si applaude il mero exploit atletico.

Ancora Hervé Barmasse il 13 marzo 2014 concatena d’inverno le quattro creste del Cervino.

Nel frattempo la nostra montagna è teatro di altre imprese. Dopo le ripetute discese (da parte di Toni Valeruz e Jean-Marc Boivin) della parete est (partendo dalla cengia sotto alla Testa), ecco il 17 aprile 2014 la discesa del Canalone Penhall sulla Ovest: Davide Capozzi, Julien Herry e Francesco Civa Dano (i primi due in snowboard, il terzo in sci). Come pure (7 giugno 2014) il promo volo dalla vetta con tuta alare (Géraldine Fasnacht e Julien Meyer).

E siamo così al 2015: il 22 aprile la guida svizzera Dani Arnold abbassa di 10’ il record sulla Schmid: 1h 46’.

Dani Arnold. Foto: Visualimpact.ch/Christian Gisi
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Secondo voi la storia è finita? Oggi ricorre il 150° anno dalla salita di Whymper e compagni. Ma sul Cervino la storia non finirà mai…

Alcune tabelle:
Cronistoria del Cervino (1857-2015)
Cronologia della via Schmid (fino al 3 luglio 1962)
Cronologia delle prime 6 ascensioni invernali della via Schmid
Cronologia delle prime ripetizioni della via Bonatti
Cronologia via Gogna-Cerruti (1969-2014)

Dani Arnold abbassa il record di Steck sulla Nord del Cervino. Foto: Visualimpact.ch/Christian Gisi
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Padre Pio prega per tutti

Padre Pio prega per tutti
di Patrick Gabarrou

Avevo 14 anni e vivevo in una campagna piatta ben lontana da tutti i rilievi quando vidi per la prima volta la più famosa piramide naturale, il Cervino.

Ero in collegio. Quell’anno avevo avuto accesso alla biblioteca dei «grandi». E lì, qualche persona ispirata aveva messo due libri di montagna di Gaston Rébuffat, uno sul Monte Bianco e l’altro sulla «Cima esemplare».

La parete sud del Cervino: al centro spicca il triangolo roccioso del Picco Muzio
Cervino, parete sudDiverranno i miei compagni di lettura, di scoperta e di sogno. Passando da uno all’altro, partivo in viaggio verso il mondo delle altezze, così altrove, lontano e al di sopra dei campi d’erba e di frumento che erano nel moi quotidiano; anche ben oltre il campo di calcio per il quale nutrivo una vera passione. Nacque così la mia vocazione alpina, nutrita dalla rara bellezza di una montagna e dalla storia degli uomini da lei attirati fino alla follia.

Ero già guida quando finalmente a Zermatt ebbi modo di scoprire dal vero quella leggendaria piramide e poi di percorrere per la prima volta quello straordinario filo d’arianna sospeso tra le due cime sopra l’immenso vuoto della Valtournenche e della Mattertal. Sottile emozione, potente, qualche istante dal sapore quasi atemporale. Un pezzetto di terra e di tempo sospeso, sul quale si cammina in equilibrio e coscienti dell’eccezionalità del momento.

Ho avuto modo in seguito, nel corso degli anni, di salire lassù per diversi itinerari, sempre con la più grande ammirazione per quelli che li avevano aperti. Su quest’alta montagna non ci sono itinerari banali, soprattutto quando ci si mette anche la neve: io mi ci sono sempre sentito di passaggio, forse più che altrove.

Ciò che mi ha sempre colpito è l’atmosfera che ti avvolge non appena si ritorna alla base: sembra tutto altissimo e inaccessibile. Ed è difficile credere veramente di essere appena stati lassù, dove la roccia si confonde con il cielo, solo qualche ora prima. Dopo aver veleggiato per qualche istante tra terra e cielo, giù mi ritrovo sempre l’ometto che sono.

E così questa montagna non ha mai smesso d’esercitare su di me il maestoso fascino del primo incontro, e ogni volta che la vedo, da qualsiasi angolatura di visuale geografica, mi fa vibrare di particolare emozione. La vivo come un dono prezioso, come fosse l’unico concessomi, al cuore della realtà del paesaggio, del sogno, del ricordo: un istante di grazia.

Se la parete nord del Cervino, con il suo slancio ritorto verso l’alto, è universalmente nota, non si può dire lo stesso dell’immensa parete sud. Un mondo formidabile e complesso, quasi sconosciuto, anche a quelli che hanno salito la cresta del Leone.

Solo i grandi scalatori di Valtournenche, i Carrel, i Barmasse e compagni hanno dimestichezza con quei luoghi. Loro hanno vissuto tanto tempo in quell’abisso verticale, ma ancor più hanno passato una vita sotto e assieme alla grande parete, nel corso delle stagioni, delle nuvole e delle schiarite, come fosse di famiglia.

Per parte mia, solo qualche anno fa, non la conoscevo che vagamente. Le relazioni, spesso poco precise, sottolineavano la sua grande ripidezza, in generale la mediocrità della roccia e il pericolo di caduta sassi. Nulla che facesse venir voglia di approcciarla ma, al di là della scalata, da lungo tempo io ne ammiravo l’architettura di questa sfinge valdostana, sognando di decifrarne i rilievi, gli angoli segreti e le grandi linee di forza.

Un giorno di primavera vi andai sotto. Fu giusto prima dell’arrivo del cattivo tempo, una giornata piena di gioia semplice, di serenità e di spazi, come sempre li desideriamo e ce ne abbeveriamo. Andavo qua e là in mezzo ai fiori, mi fermavo e ripartivo a piacere, in quell’essere senza fretta di un camoscio indisturbato. Ero deliziosamente immerso nella grandiosità dell’altezza, ma anche concentrato con disegni e binocoli per interpretare quel grande libro di pietra che, gigantesco e tormentato, mi riempiva lo spazio al di sopra.

Patrick Gabarrou nella prima ascensione di Padre Pio prega per tutti. Foto: Cesare Ravaschietto
Cervino, Cervino, Picco Muzio, Padre Pio, Gabarrou-Ravaschietto, 1a ascensioneMi sorpresi moltissimo a scorgere, al centro di quella massa enorme, un magnifico slancio roccioso, di quel gneiss solido che spesso si ritrova in Vallese. Alto circa 700 metri, come appresi giusto lì dalla guida del club alpino svizzero, non era sfuggito alla famosa cordata di Calcagno, Cerruti e Machetto, quelli che assieme a Gogna e Manera a quel tempo esploravano, con classe e fortuna, le selvagge e grandi pareti ancora inviolate delle Alpi occidentali. Avevano salito il bel Pilastro dei Fiori che delimita a destra il grande triangolo roccioso che avevo notato. La guida proseguiva: «tecnicamente interessante, svolgentesi in gran parte su roccia sana, senza pericolo di caduta sassi e in generale con buone soste, questo itinerario è il più sicuro del versante sud. Quando si proseguirà l’ascensione oltre al Picco Muzio per gli strapiombi di Furggen, si sarà realizzata la più bella ed elegante salita al Cervino».

C’era di che risvegliare una forte attrazione per l’apertura di una via proprio al centro dell’obelisco.

Luglio 2002. Un anno dopo l’apertura di Free Tibet, vado in ricognizione alla base della parete con il mio amico Nicolae Morar, proprio per essere sicuri che ne valesse la pena. Verdetto più che positivo.

Risalendo le distese fiorite, poi i ghiaioni e i nevai che portano ai piedi della grande muraglia, avemmo lo stesso pensiero : dedicare questa via a Padre Pio, questo Francesco d’Assisi del XX secolo canonizzato giusto un mese prima. Un uomo che non ha soltanto portato per cinquant’anni le stigmate della Passione di Cristo su mani e piedi, ma che per una vita intera ha rappresentato donando tutto se stesso le gioie, le speranze e le sofferenze dell’umanità. Un uomo in carne e ossa che vedeva oltre il visibile che il percorso terrestre dell’uomo è un richiamo impensabile, dunque molto reale, all’eternità.

L’estate fu imbronciata e capricciosa, ma tornammo là due volte assieme a Nicolae Morar e Maxime Lopez, scalando nonostante piogge e temporali, fino ad attrezzare una decina di lunghezze, talvolta con infissi là dove la roccia per la sua compattezza non si prestava all’uso delle protezioni mobili.

E a metà agosto ritrovai finalmente «Super Cege», il Cesare Ravaschietto moi compagno su Free Tibet. Era sempre uguale. Due giorni dopo tocchiamo la cima di quell’eccezionale triangolo roccioso dopo aver disegnato sui fianchi della «Cima esemplare» una magnifica linea moderna, da noi offerta a tutti gli alpinisti amanti dell’ambiente, delle lunghe scalate e dei fiori.

Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto di ritorno da Padre Pio prega per tutti
Patrick Gabarrou e Cesare (Cege) Ravaschietto di ritorno dalla via Padre Pio prega per tutti al Picco Muzio. Archivio Patrick Gabarrou-Ravaschietto, XXX.

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Free Tibet

Free Tibet
di Patrick Gabarrou
Questo articolo è apparso per la prima volta in italiano su ALP Grandi Montagne n. 34. Traduzione dal francese di Flaviano Bessone

Il Cervino si presenta al turista che sbarca dal treno a Zermatt nella perfezione dì una compiuta struttura piramidale. E la parete nord s’impone in potenza e maestosità: fan­tastica, archetipica, evidente. Oggetto dei desideri dei più grandi alpinisti degli anni ’30, impressiona, attira, soggioga. Sempre allo stesso modo.

Cesare Ravaschietto su Free Tibet, prima ascensione
Cervino, Cesare Ravaschietto su Free Tibet, prima ascensione
Cesare Ravaschietto sul tetto di A2+ di Free Tibet, (Naso di Zmutt, Cervino), prima ascensione
Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensioneMa il Cervino, di cui si crede di aver visto tutto al primo colpo d’occhio, possiede anche uno stupefacente giardino segreto che non si rivela se non a chi marcia verso gli alti luoghi dove gli uomini hanno edificato la capanna Schönbiel. Già lungo il cammino, dal luogo incantato dei casolari di Zmutt, si vede sorgere dalle viscere della montagna una irreale visione; è una stupefacente prua di pietra strapiombante, conficcata nell’estremamente ripida parete a destra dell’immenso piano verglassato della parete nord. È il Naso di Zmutt, il più grande strapiombo delle Alpi occidentali. La sera al tramonto, dalla capanna, la parete svelerà un po’ del suo complesso rilievo, ma senza che se ne possano afferrare tutti i dettagli. Solamente superando la cresta di Zmutt ci si potrà avvicinare all’enigma proposto dall’austera parete. Dopo parecchi tentativi con Pierre Gourdin e François Marsigny, riuscii finalmente nel 1992 a risalire, in compagnia di Lionel Daudet, questo straordinario rilievo della grande piramide delle Alpi. A tal punto unico nel suo slancio, che l’offrimmo Aux amis disparus di tutti gli alpinisti. Due cose però mi avevano lasciato ancora un po’ di fame di perfezione. La parete, lavorata dalle cadute di pietre di un’estate secchissima, ci aveva obbligati a raggiungere la base del Naso dalla cresta di Zmutt e, in più, avevamo dovuto forare la roccia per 25 metri sul filo del pilastro strapiombante. Una seconda prua dello stesso stile, ma più modesta, delimita a sinistra il Naso, formando un immenso diedro fessurato, sormontato da grandi strapiombi. E con lui il sogno di una possibile fantastica scalata naturale. Fu quasi dieci anni più tardi che mi ritrovai ai piedi di quel grande muro scuro, con gli enormi sacchi che accompagnano questo genere di imprese (anche optando per bivacchi minimalisti). E fu in quel momento che il mio compagno, sino ad allora assai entusiasta e motivato, capì quello che ci aspettava e diede improvvisamente forfait. Che fare? Decisi di sperare nella fortuna e di prendere il rischio di lasciare i sacchi e tutto il loro prezioso contenuto nascosti nel labbro di una terminale relativamente sicura, sperando che il tempo si mantenesse bello e che io riuscissi a trovare in piena estate un compagno libero e di alto livello. La fortuna mi arrise meravigliosamente nella persona di Cesare Ravaschietto, una guida italiana tanto eccezionalmente forte quanto discreta, un vero “fuoriclasse” come dicono i suoi compatrioti. Messi in contatto da un’amica comune, ci conoscemmo sul sentiero che porta al Cervino, e dal giorno seguente facemmo cordata comune con una fiducia reciproca che non fece che aumentare nel corso dell’ascensione. Alla terminale perdemmo un’ora preziosa a cercare i sacchi, già profondamente sotterrati. Quel giorno sapevamo di dover arrampicare contro il tempo, poiché la meteo aveva annunciato un notevolissimo rialzo della temperatura. Effettivamente qualche sasso rotolava già nel pendio iniziale. Subimmo anche una vera caduta di pietre all’uscita del ripidissimo terreno misto iniziale, che avevamo salito molto veloci malgrado i sacchi. Ci mancò di poco e potemmo apprezzare la forza mentale di ciascuno di noi. Non una parola. Solamente l’azione concentrata, rapida, efficace sul grande pendio di ghiaccio che stavamo seguendo. Dopo un passaggio misto, ripido e delicato, ci ritrovammo attaccati alla base del grande muro di roccia scura, finalmente al riparo dalla caduta delle pietre che cominciava ad abbattersi da tutte le parti con furore selvaggio. La roccia in alto era mediocre e la scalata abbastanza aleatoria, ma almeno la nostra sicurezza non dipendeva che da noi stessi.

Patrick Gabarrou in bivacco su Free Tibet, Naso di Zmutt, Cervino
In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.Così la lunga giornata filò senza tregua fino a condurci su un vago posto da bivacco assolutamente mediocre. Vista la qualità della roccia preferimmo mettere uno spit per l’assicurazione notturna della cordata. Al di sopra delle nostre teste il grande diedro strapiombante e la sua enigmatica uscita m’impressionava molto, e lasciava visibilmente di stucco il mio compagno. Sotto di noi si slanciava la parete inclinata, solcata dalle pietre che continuavano a cadere. Impossibile prendere in considerazione una discesa in caso di problemi. La salvezza passava dall’alto, nella speranza che esistesse una porta d’uscita. Tutto ciò si agitava nella mia testa durante la notte, con l’impressione di essere entrato in una trappola; ma quando confidai le mie angosce a Cesare, egli si limitò a dire che sperava di passare la notte seguente almeno su un accenno di cengia, e poi ripiombò in un profondo mutismo.

Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensione, nella parte superiore della via
Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensioneL’alba non ci sorprese in quanto non avevamo veramente dormito. Cege, eccezionalmente sicuro ed efficace, prese la testa della cordata su una roccia friabile e poco evidente. A ogni tiro proponevo di dargli il cambio, ma lui sembrava infaticabile. Si alzava con una potenza tranquilla molto impressionante. Era assolutamente più forte di me e, anche se ero capace di arrampicare in testa, non potevo certo farlo con lo stesso brio e la stessa rapidità. Fu dunque lui che emerse poco prima della notte dal grande labirinto strapiombante ed ebbe la felice sorpresa di scoprire la miracolosa piccola cengia orizzontale dei nostri sogni. Mentre eravamo tutti intenti ad addobbarla col secondo spit della via, un’infinità di luci cominciò a riempire lo spazio ai nostri piedi e fino ai limiti dell’orizzonte. Avemmo allora il raro privilegio di assistere per delle ore, come bambini stupefatti, alla meravigliosa Festa delle Alpi, che ogni anno in Svizzera illumina la notte del 1° agosto. Ci addormentammo così nel cuore della montagna, sazi di fatica, di emozioni, di bellezza.

Lo schizzo di Free Tibet
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postato il 30 settembre 2014