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Terremoti nei Monti Sibillini

Terremoti nei Monti Sibillini
(disastri naturali e disastri innaturali, cioè quelli compiuti dagli uomini)
di Paolo Caruso
(articolo già pubblicato su http://www.metodocaruso.com/uploads/MPA/Articoli/TerremotiNeiMontiSibillini.pdf)

Il giorno 28 agosto 2016 insieme all’amico e istruttore IAMA Paolo Aprile compiamo la perlustrazione della zona ovest del Monte Vettore, da Forca di Presta al Vettoretto e, passando per lo Scoglio dell’Aquila, dal M. Redentore alla Cima di Prato Pulito fino alla Sella delle Ciaule (Rif. Zilioli). La perlustrazione, che ha incluso la salita della parete dello Scoglio dell’Aquila, è avvenuta pochi giorni dopo il terremoto principale che ha distrutto Amatrice, Accumoli, Arquata e gli altri paesi limitrofi. L’obiettivo era quello di verificare la pericolosità della zona ed eventuali crolli delle pareti di roccia.

Crepe del terremoto sul sentiero di Forca di Presta
TerremotiSibillini-01 CREPE DEL TERREMOTO SUL SENTIERO di Forca di Presta

Numerose e notevoli le crepe sul terreno, sia sul sentiero che sui lunghi pendii che portano allo Scoglio dell’Aquila. Sotto la parete, in alcuni punti, le lunghe fratture del terreno larghe fino a 30/40 cm. ricordano le “crepacce terminali” dei ghiacciai, ma la differenza è, appunto, che si tratta di terreno più o meno ghiaioso, non certo di ghiaccio.

Crepa del terremoto alla base dello Scoglio dell’Aquila
TerremotiSibillini05 CREPE DEL TERREMOTO alla base della parete

Ci sono stati alcuni crolli di blocchi dalla parete ma tutte le aree più compatte non hanno subito danni evidenti. In alcuni casi, i detriti hanno raggiunto il ghiaione presente alla base della parete.

La salita è avvenuta per l’itinerario La Cresta delle Fate che, come indica il nome, essendo per lo più una via di cresta, era più protetta considerando le eventuali scariche che potevano essere provocate da altre scosse di terremoto. Alla fine degli anni ’90 avevo individuato questo itinerario che ho poi aperto a più riprese con diversi compagni.

Lo Scoglio dell’Aquila
TerremotiSibillini06 SCOGLIO DELL'AQUILA

I criteri di apertura sono stati quelli generalmente utilizzati dagli alpinisti di esperienza: protezioni naturali (clessidre e spuntoni) e veloci (dadi e friend) là dove possibile, chiodi tradizionali e tasselli a espansione nei tratti non proteggibili in altro modo. D’altronde, questo è lo stile di apertura degli itinerari alpinistici che ho sempre prediletto e che ho seguito fin dagli inizi della mia attività alpinistica, a iniziare dalla via Cavalcare la tigre del 1982 sul Corno Piccolo del Gran Sasso. Si potrebbe riassumere in queste due frasi che mi frullavano in testa fin da ragazzo: la protezione giusta al posto giusto e, come seconda, le protezioni devono avere un ruolo secondario rispetto all’itinerario e all’azione arrampicatoria dell’uomo. In altri termini, l’ingegno, la capacità, l’esperienza dovevano prevalere sugli strumenti. Aprire una via nuova per me è sempre stato paragonabile a tracciare un’opera d’arte, in cui i segni dell’uomo sulla montagna dovevano essere di minor impatto possibile. Non è questione di quantità di vie aperte quanto piuttosto di qualità. Aprire le vie per dare sfogo al proprio narcisismo o alla propria mitomane ricerca di vanagloria mi è sempre sembrata cosa molto misera e degenere. Solo in questo modo, fin dalle prime salite compiute ormai molti anni fa, credevo fosse possibile entrare con rispetto nel mondo della montagna per comprenderne l’essenza. Da questo è nata la via più importante che ho aperto, anzi che sto tutt’ora aprendo, la via che ha portato alla nascita e allo sviluppo del Metodo Caruso… ma questa è un’altra storia.

Sulla Cresta delle Fate allo Scoglio dell’Aquila: Paolo Aprile a metà via dopo il terremoto
TerremotiSibillini08 CRESTA DELLE FATE Paolo Aprile a metà via dopo il terremoto

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini
C’è da considerare che siamo nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, l’area protetta più criticata dalle persone che ci vivono e lavorano (e non solo) che io attualmente conosca. Il suddetto parco, a partire dal 2009, ha manifestato chiare tendenze di avversione verso la nostra disciplina e altre attività tradizionali e “sostenibili”, culminate addirittura in preoccupanti divieti, come quello di accesso al M. Bove, la zona forse più importante dal punto di vista alpinistico dell’intero gruppo. Tutto ciò malgrado il bassissimo numero di presenze alpinistiche e turistiche che caratterizza il Parco. Infatti, se non fosse per i grandi flussi attirati dalle fioriture della Piana di Castelluccio e il turismo richiamato in agosto da altre rare ed eccezionali zone, come il lago di Pilato, il parco sarebbe semi deserto. E non stupisce, visto che per anni le informazioni turistiche e quelle su come fruire l’ambiente sono state carenti, o del tutto assenti, così come il coinvolgimento delle popolazioni locali e dei “portatori di interesse”, in barba alle disposizioni internazionali, come la Convenzione di Aarhus, oltreché nazionali. Ciò non ha impedito al Parco di elargire multe a diversi tipi di frequentatori. Multe a chi camminava con il cane al guinzaglio o anche a chi pubblicava su qualche sito una semplice foto con il cane al guinzaglio (vedi il noto caso di Luigi Nespeca)! Multe ai negozi di generi alimentari che utilizzavano il termine “Parco” per indicare l’origine dei loro prodotti; a chi, in assenza delle aree di sosta, parcheggiava toccando con una ruota un ciuffo d’erba; a chi praticava il volo a vela (attività di vecchia data nella zona) e perfino alle guide alpine mentre esercitavano il loro lavoro, come successo al sottoscritto sul M. Bove.

Insomma, nei Sibillini le attività “compatibili” e tradizionali vengono penalizzate, vietate, multate, abolite, in chiaro contrasto con quanto scritto nella legge Quadro sulle aree protette che, invece, indica chiaramente tra gli obiettivi dei parchi quello di favorire queste attività, e in controtendenza rispetto a quanto accade in altri parchi nazionali di montagna, in Italia e all’estero. Citando testualmente la legge, oltre a salvaguardare la natura, i parchi dovrebbero “applicare metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale”, favorire e incentivare le attività tradizionali e sostenibili (tra cui indubbiamente figura l’alpinismo), valorizzare le eccellenze del territorio e coinvolgere i portatori di interesse… In altri termini, un Ente parco dovrebbe collaborare con le comunità locali anche per mettere a frutto, in base a criteri di sostenibilità, quelle risorse che permetterebbero di evitare ulteriori e gravi spopolamenti dei paesi che si trovano al suo interno, e non certo perseguire personalistiche e discutibili visioni di tutela della natura, incluse le attività come la caccia, predilette ad esempio dal direttore uscente del Parco… Le aree protette sono nate per cercare di realizzare scopi più nobili che non l’essere un capriccio privato delle solite “caste”.

Cresta delle Fate, primo tratto deturpato. Visibile uno dei tasselli aggiunti
TerremotiSibillini-11 CRESTA DELLE FATE primo tratto deturpato. Visibile 1 dei tasselli aggiunti

Cresta delle Fate, Paolo Caruso in apertura sul primo tratto deturpato. C’era un tassello, ora sono tre
TerremotiSibillini-12 CRESTA DELLE FATE Paolo in apertura sul primo tratto deturpato. C'era 1 tassello,ora sono 3

Di fatto, l’attuale gestione del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha fallito, proprio perché non è stata in grado di “applicare metodi… idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale”. Con i divieti e con le sanzioni si ottiene esattamente il contrario. E le conseguenze sono evidenti e il malcontento generale ha raggiunto livelli che mai nella mia vita ho potuto riscontrare altrove.

La lunghezza nuova (autonoma) trapanata a raffica
TerremotiSibillini-13 La lunhezza nuova autonoma trapanata a raffica

Io non so se questo Parco ha realmente protetto la natura, di sicuro sono stati commessi gravi errori: da quelli che si dice siano avvenuti al momento della cattura e del rilascio dei camosci appenninici nell’ambito del Progetto europeo di introduzione di questa specie nei Monti Sibillini, agli “ecomostri” (vedi il nuovo rifugio-caserma costruito a Frontignano – Saliere); dalla musica da discoteca a tutto volume che riecheggia (nonostante i divieti…) perfino sotto le pendici del M. Bicco (vicino alla zona vietata del M. Bove), all’erosione provocata dal bike park di Frontignano, ai mezzi motorizzati utilizzati durante la realizzazione e l’accudimento dei cavalli nel discusso Progetto di Conservazione delle Praterie Altomontane.

Il denaro pubblico va speso per cose importanti, ovvero utili e positive per la collettività. Un ente pubblico che non lavora per il bene comune fallisce il suo compito e sperpera risorse che potrebbero essere utilizzate per risolvere i tanti problemi di questo Paese, non ultimi quelli causati dai terremoti.

L’alpinismo nei Monti Sibillini, tra divieti “anacronistici” e strampalati
Veniamo ora a quanto accaduto sulla parete dello Scoglio dell’Aquila. Il 17 luglio scorso vidi una corda fissa proprio sulla parte alta della parete. Mi domandai allora: chissà a cosa serve, considerando pure che il regolamento del Parco dei Sibillini vieta anche l’uso delle corde fisse?

Si rende qui necessaria ancora un’ultima considerazione: a parte le discriminazioni nei confronti degli alpinisti sancite dal DD. 384/ 2014 che è stato pubblicato all’Albo Pretorio, lo stesso Ente ha recentemente vietato l’apertura di nuovi itinerari alpinistici e perfino di “forare” la roccia, sia a mano sia con l’utilizzo del trapano (a motore o a batteria per loro è uguale). Ma non solo: è anche vietato collocare tasselli a espansione ovunque, perfino nelle sporadiche falesie esistenti all’interno dell’area protetta, così come sistemare o sostituire le soste. Dato che c’è in zona un individuo più o meno noto che schioda soste e spit (ma non quando sono indispensabili a lui…) sembrerebbe esserci un nesso tra il divieto di rinnovare e ripristinare le soste e la schiodatura sistematica delle vie…

Allo stesso tempo, è importante avere ben chiaro che questo regolamento del Parco potrebbe creare dei problemi seri, proprio per il fatto che si vieta di risistemare le soste perfino dove il “noto” schiodatore ha tolto le soste già esistenti. Potrebbe essere molto pericoloso per gli alpinisti e potrebbe anche aumentare il rischio di impatto ambientale a causa dei più probabili interventi dell’elicottero e del soccorso. Se ciò avverrà, la RESPONSABILITA’ non potrà che essere innanzitutto dell’Ente parco, poi del Collegio delle Guide marchigiane, in quanto questo regolamento il Parco lo ha partorito di concerto con detto Collegio (!), e infine del “furbo” schiodatore… Qualora succedesse qualcosa di grave (come già stava per accadere a una cordata di Foligno messa in difficoltà da una di quelle soste schiodate) le persone coinvolte potranno far valere i propri diritti.

A questo proposito è degno di nota anche il fatto che nei Monti Sibillini, a eccezione di una quindicina di itinerari aperti dal sottoscritto con vari compagni precedentemente al divieto, e qualche altra sporadica iniziativa di terze persone, la storia dell’alpinismo è praticamente ferma agli anni ’80! Non siamo certo al Gran Sasso in cui, invece, proprio a iniziare da quegli anni si è avuto un grandissimo sviluppo dell’alpinismo che ha dato luogo a esagerazioni evidenti, un vero pullulare di vie e varianti ovunque che generano ragnatele incomprensibili di itinerari. Per questo, qualcuno ha definito il Gran Sasso la falesia d’alta quota peggio chiodata d’Italia. Volendo attenersi a sani principi di salvaguardia della natura, a un certo momento della storia alpinistica di questa montagna, certamente avrebbe avuto senso vietare l’apertura di ulteriori itinerari, di varianti e viuzze. Ma nei Sibillini no. Qui l’alpinismo è quasi morto e la presenza di alpinisti è meno di 1/10 di quella del Gran Sasso! Qual è, dunque, il reale scopo dei gestori del Parco?

Chissà che non si voglia eliminare proprio coloro che si preoccupano realmente della tutela delle nostre montagne così poi, magari, si potrebbero attuare alcune idee malsane, come quelle relative all’eolico, al fine di incassare altri soldi, sacrificando proprio quella natura che sta più a cuore a quelli come noi piuttosto che non a quelli che siedono dietro la scrivania…

Cresta delle Fate, Paolo Caruso in apertura sul secondo tratto deturpato: un tassello nel tratto chiave
TerremotiSibillini-14 CRESTA DELLE FATE Paolo in apertura sul secondo tratto deturpato. 1 tassello nel tratto chiave

Bene, dopo ore e ore passate a cercare di interpretare una confusionaria pagina web nel sito del parco che sembra fatta apposta per mettere in difficoltà i cittadini (altro che trasparenza!), rimbalzando da un documento all’altro con allegati che non si aprono o non si leggono per i caratteri in miniatura, senza mai avere la certezza di aver ben compreso il senso di quanto si legge, deduciamo che anche sullo Scoglio dell’Aquila non si possono più aprire vie, ripristinare soste e utilizzare qualsiasi tipo di tassello a espansione. E’ assurdo ma questo è… Evidentemente si ignora anche che i chiodi tradizionali possono creare più danni dei chiodi a espansione, soprattutto quando questi ultimi vengono utilizzati oculatamente, e pertanto evidentemente lo ignorano anche i rappresentanti del Collegio regionale delle guide marchigiane essendo, di fatto, gli unici interlocutori dell’Ente o, quantomeno, i responsabili tecnici del regolamento in questione. Da considerare il fatto che un regolamento simile non è mai stato applicato prima in nessun altro parco degli Appennini e delle Alpi (e probabilmente neanche all’estero!) e quindi neanche al Gran Sasso, dove la situazione è quella descritta sopra. Nei Sibillini l’Ente parco dovrebbe, al contrario, preoccuparsi di promuoverlo, l’alpinismo, anche favorendo una formazione e una cultura adeguate. Ci dovremmo poi chiedere come sia possibile che un Collegio delle guide (quindi dei professionisti della montagna) possa anche solo sognarselo un simile regolamento; sarebbe interessante conoscere le referenze alpinistiche che sono alla base di queste assurdità… ma anche questa è un’altra storia…

Via nuova stile falesia: tasselli a espansione a raffica, niente protezioni naturali e veloci e, dulcis in fundo, aggiunta di altri tasselli a espansione (con relative perforazioni) dove detta via interseca un itinerario già esistente
Nella zona dove nel mese di luglio avevamo visto la corda fissa, durante la salita del 28 agosto mi accorgo dapprima che sono stati aggiunti 2 tasselli ad espansione in un tiro della Cresta delle Fate che era stato aperto con 1 solo tassello (oltre a 1 chiodo, 1 clessidra e un paio di friends). In pratica ora ci sono 3 “spit” invece di uno solo. Andiamo avanti. Arrivo in sosta e noto che sulla sinistra è stato aperto un tiro di corda di 30 metri circa con uso sistematico di tasselli a espansione, collocati a goccia d’acqua, stile falesia: nel tiro ce ne sono circa 13 oltre ai 4 di sosta (2 alla base e 2 sopra). Continuiamo. Arriviamo alla sosta sul terrazzo erboso ove è presente una clessidra e perfino una fessura che accetta bene le protezioni veloci (dadi e friend): altro “spit” vicino alla clessidra (!). Poi guardiamo il tiro successivo che era stato aperto con 1 “spit” e 1 chiodo, bene… sono stati aggiunti altri 2 tasselli a espansione oltre a 2 di sosta. Il chiodo è sparito. In pratica, in un tratto di circa 20 metri, ora ci sono 4 “spit” oltre ai 2 di sosta, mentre prima ce n’era 1 solo… Niente male considerando che l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che vieta la perforazione della roccia e perfino l’apertura di nuove vie!

Questa via nuova basata sull’uso, anzi sull’abuso, dei tasselli a espansione, perfino deturpando una via esistente, in evidente violazione non solo del regolamento del Parco, ma di qualsiasi regola alpinistica di buon senso, è chiaramente un atto deplorevole o forse provocatorio che fa riflettere molto.

Cresta delle Fate, secondo tratto deturpato. Tre tasselli aggiunti + due di sosta
TerremotiSibillini-16 CRESTA DELLE FATE secondo tratto deturpato. 3 tasselli aggiunti + 2 di sosta

Cresta delle Fate, Paolo Aprile sale il secondo tratto deturpato seza curarsi dei tasselli aggiunti e inutili
TerremotiSibillini-17 CRESTA DELLE FATE Paolo Aprile sale il secondo tratto deturpato seza curarsi dei tasselli aggiunti e inuti

Quanto accaduto è un’ulteriore conferma del fallimento di una gestione del territorio basata sui divieti. E’ noto che ai regolamenti assurdi e dittatoriali, alle vere e proprie repressioni, alle esagerazioni e ai radicalismi di qualsiasi natura non può che generarsi un’estremistica reazione contraria. Anche di questo è e sarà responsabile l’Ente parco. Si potrebbe anche pensare che questo stesso Ente consenta, quantomeno indirettamente, scempi come quello inerente questa via nuova, dato che non risulta che siano stati ancora presi provvedimenti di alcun tipo. Di contro, invece, si vieta l’apertura di nuove vie alpinistiche “regolari” e si sanzionano le guide alpine mentre esercitano il loro legittimo mestiere…

Ho sempre creduto che aprire un itinerario fosse un’arte basata sull’equilibrio tra logicità del percorso, rispetto dell’ambiente naturale e della roccia e, come già detto, dell’utilizzo della protezione giusta al posto giusto, della bellezza, dell’intelligenza, dell’esperienza , di ciò che è naturale e del rispetto…

Ma giungere a deturpare tutto con violenza senza, appunto, il minimo rispetto di ciò che esiste già, credo sia la massima espressione di un atteggiamento ignorante, mitomane, arrogante, egoistico, distruttore, una dimostrazione di completa ottusità e incapacità.

Non critico neanche l’apertura delle vie dall’alto in montagna col trapano, come ritengo sia stato fatto, ma per chi non ha le capacità e le competenze specifiche, sarebbe opportuno rimanere nelle sale indoor. Per me è il risultato che conta, e il risultato è una bella via protetta in modo giusto, rispettando la linea e la roccia, ma anche i criteri dell’alpinismo, incluse le protezioni naturali e veloci. Sono contento di percorrere vie aperte da altri quando queste sono belle e ben fatte. Se l’apritore si cala dall’alto, come sembra sia avvenuto in questo caso, è un suo problema, a me non tocca minimamente anche perché l’apritore può influire sulle ripetizioni solo quando la via è stata aperta male. Se invece la via viene aperta correttamente, l’apritore non ha fatto violenza, ha lasciato “emergere” l’itinerario che madre natura ha “disegnato”. Questa allora diventa una bella via. La montagna è un bene comune, non certo privato o del primo strampalato scalatore che chioda in montagna a sua misura o come se fosse in falesia, perfino sopra le vie già aperte, non curandosi neanche dei regolamenti. E dire che personalmente sono sempre pronto a rimettere le mani sulle vie che ho tracciato quando c’è qualcosa che non va. Ad esempio, talvolta ho aggiunto alcune protezioni su vie che ho aperto quando queste risultavano particolarmente sprotette, cosa che di tanto in tanto mi capita di fare in apertura. Molti anni fa credevo anch’io, come oggi tanti ancora credono, che le vie dovessero essere lasciate come le aveva aperte il primo salitore. Ma con le nuove conoscenze e grazie anche all’esperienza, ho capito che questo proprio non è vero. Infatti, non ritengo giusto “costringere” i ripetitori a salire una via troppo sprotetta, o al contrario troppo protetta, o illogica e forzata, proprio perché trattasi di un bene pubblico, non privato: tutti dovrebbero avere il diritto di vivere un luogo pubblico mantenuto il più possibile in modo corretto, senza esagerazioni soggettive. Le vie, quindi, dovrebbero essere aperte bene e il concetto del bene è collegato al giusto. Alcuni penseranno che non è certo facile capire cosa è bene e cosa è giusto, anche perché talvolta si sbaglia, errare humanum est soprattutto per chi invece di fare solo chiacchiere passa all’azione…

Paolo Caruso in riflessione
TerremotiSibillini-19 Paolo in riflessione

Ma ciò che conta è l’impegno che si mette per capire e per migliorare, anno dopo anno. Certamente non è accettabile che qualcuno privo della capacità necessaria, ma anche della cultura necessaria, trapani a distanze ravvicinate, stile falesia, tratti di itinerari alpinistici già esistenti e soprattutto già tracciati con i criteri descritti sopra. Non credo che occorra essere dei geni per capire che la montagna non è la falesia e che pertanto sia qui opportuno rispettare l’essenza dell’alpinismo e la logicità del percorso. Questi episodi costituiscono aberrazioni pericolose che vanno emarginate e bloccate. Agli estremismi e alle astrusità dei regolamenti corrispondono altrettanti estremismi e astrusità. Al posto dell’equilibrio e dell’armonia degli opposti, si passa da un estremo squilibrio a un altro estremo squilibrio… l’antitesi della saggezza occidentale e orientale messe insieme, oltre che dei principi dell’arrampicata, senza neanche bisogno di scomodare quelli che in prima persona mi impegno a portare avanti…

Sono convinto che l’unica via di uscita consista nel mandare a casa, o all’estero, o altrove, entrambe le tipologie di estremisti e allo stesso tempo sviluppare i valori dell’”equilibrio” e del giusto. Tutto diventerebbe più semplice, facile e saggiamente “normale”; non servirebbero neanche tutte le ingenti risorse impiegate per tenere in piedi baracconi all’italiana e l’armonia sostituirebbe poco a poco il malcontento e la miseria umana.

Non si conoscono al momento gli autori del fatto ma li invito, qualora leggessero queste riflessioni, a tornare sul luogo e a ripristinare la roccia così com’era prima, quantomeno nei tratti in cui si sono sovrapposti alle vie già esistenti. Vedremo poi se l’Ente parco farà finta di nulla su quanto è accaduto, ormai sempre più di pubblico dominio…

Ultima riflessione
Mentre scrivo dell’incompetenza, dell’arroganza e della violenza fatta da chi ha compiuto quel… diciamo, “capolavoro” sullo Scoglio dell’Aquila, mi chiedo che senso abbia dare importanza a un simile fatto avvenuto su una parete rocciosa in certi drammatici momenti. Mi vengono in mente i paesi di Arquata e di Amatrice come li ho visti le innumerevoli volte che sono passato lì. Rivivo la sensazione del terremoto, della terra che viene meno, vedo le crepe nelle nostre case, rivivo l’esperienza dell’incendio della mia casa, che pochi per fortuna conoscono… la natura talvolta è dura, forse anche crudele… Ma che dire dell’uomo? Hanno più colpa il terremoto e l’incendio o gli umani che con il beneplacito delle “caste” costruiscono male o “inciuciano” sulla pelle delle persone? E che non si occupano correttamente della prevenzione? E neanche di risolvere definitivamente i problemi causati dai precedenti disastri?

Il pensiero vola ora più lontano. Ricordo le famose e inesistenti armi di distruzione di massa: fu la scusa che avrebbe dovuto nascondere i vergognosi giochi di potere per i quali sono stati distrutti interi Stati e massacrati milioni di persone, con il consenso e l’ignavia dei molti, principale causa per cui quei Poteri, vero cancro del mondo, hanno la meglio (per ora…). Ricordo anche la Libia, la Siria e le responsabilità di coloro che hanno inventato l’ISIS, armandolo e addestrandolo… ma poi la lista diventa troppo lunga e lo sconforto potrebbe prendere il sopravvento… Non ho dubbi. L’uomo è mille e mille volte più pericoloso e dannoso della natura. Bisogna allora fare il possibile per bloccarla, questa IGNAVIA…

Per questo è importante qualsiasi tipo di impegno teso a scardinare la mentalità e l’ignoranza di questo genere di estremismi. La fiducia nelle Istituzioni è alla base dei valori più importanti che abbiamo: quelli che vengono chiamati “democratici”. Fare finta di nulla e continuare a vivere accettando il fallimento delle Istituzioni equivale a rinunciare alla libertà e alla giustizia: il fallimento totale della vita. E scalare le montagne diventa piccolissima cosa, forse attività di poco conto, se non serve anche a comprendere l’importanza di ciò che è in gioco. Intuisco sempre meglio che il fine ultimo dell’alpinismo dovrebbe forse essere l’acquisizione di una maggiore consapevolezza. E’ troppo limitante ricondurre il senso di ciò che facciamo alla narcisistica esigenza di affermare il proprio ego a qualsiasi costo… La ricerca interiore non può che andare di pari passo con l’acquisizione di consapevolezza. E se l’alpinismo non serve a questo fine… ha fallito come ha fallito l’Ente Parco… La comunità degli alpinisti, se mai è esistita, è nulla, inesistente. Questa è la reale “morte” dell’alpinismo. Ma forse, alla fine, è meglio così…

Gli uomini più consapevoli, i pochi rimasti, devono giocare la loro parte, hanno il dovere di fare chiarezza, devono impegnarsi per far crollare, come nel terremoto, tutto ciò che non va e che genera i veri danni alla terra, alla natura e all’umanità.

Camosci Appenninici sotto la Cima di Prato Pulito: lontani dalla zona interdetta all’uomo e contenti di vederci dopo il terremoto
TerremotiSibillini-20 CAMOSCI sotto la Cima di Prato Pulito lontani dalla zona interdetta contenti di vederci dopo il terremoto

Breve aggiornamento sugli ultimi avvenimenti inerenti la “questione” Parco Nazionale dei Monti Sibillini
Le molte vicende e contraddizioni relative all’Ente Parco sono state ampiamente trattate in numerosi articoli all’interno del sito http://www.banff.it/category/gogna-blog/.

Questi i link relativi ad alcuni articoli:
http://www.banff.it/numero-chiuso-nel-parco-dei-sibillini/
http://www.banff.it/monti-sibillini-lettera-aperta-chi-e-nemico-della-natura/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-1/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-2/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-3/
http://www.banff.it/monti-sibillini-una-possibile-alba-1/
http://www.banff.it/monti-sibillini-quando-tornera-il-sereno/4

Come è noto il sottoscritto è stato sanzionato per aver svolto il lavoro di Guida Alpina a divieto decaduto, secondo quanto affermato dall’Ente Parco in una riunione pubblica, e dopo aver fatto regolare richiesta come previsto dallo stesso Ente (!).

Inoltre, il divieto riguardava la zona del M. Bove, area in cui si svolge il discusso “Progetto di Conservazione delle Praterie Altomontane”, menzionato in precedenza. Per realizzare questo progetto, che si svolge proprio presso l’area interdetta del M. Bove, sono stati utilizzati mezzi motorizzati per accudire alcuni poveri cavalli che sono costretti dentro recinti elettrificati, senza riparo e acqua corrente, a mangiare il “falasco” (un’erbaccia coriacea che potrebbe essere falciata da qualche disoccupato con una spesa pari alla metà, della metà, della metà…dei fondi che il parco spende per questo “progetto”).

Ebbene, nel tentativo di svicolare dalle contraddizioni, il Parco nega perfino l’evidenza: il direttore uscente ha scritto al Ministero che quei cavalli NON sono stati accuditi con mezzi motorizzati: GENIALE! Peccato, però, che oltre a decine di prove testimoniali, fotografiche e filmate, esiste un documento del Corpo Forestale dello Stato in cui si conferma, di fatto, che per fini produttivi è lecito utilizzare i mezzi motorizzati addirittura al di fuori delle sedi stradali… Già, abbiamo capito bene: noi a piedi non possiamo andare dove invece, per gli interessi del parco, i mezzi motorizzati scorrazzano quotidianamente per alcuni mesi all’anno… Ovviamente ho chiesto delucidazioni al Ministero competente: sto ancora aspettando di ricevere una risposta per sapere se è lecito discriminare alcuni fini produttivi, come quelli inerenti l’attività di Guida Alpina, considerando inoltre che in questo caso si va a piedi e non si provoca alcun impatto acustico o ambientale dovuto ai motori…

Anche per quanto riguarda le discriminazioni nei confronti degli alpinisti sancite dal DD. 384/ 2014, quello pubblicato all’Albo Pretorio, in cui si fa divieto agli alpinisti di percorrere determinati sentieri, ho chiesto chiarimenti al Ministero preposto: ancora sono in attesa di una risposta.

Il bello è che lo stesso DD. 384/2014 originale, proprio quello pubblicato all’Albo Pretorio, ora è divenuto introvabile nel sito del parco ed è stato sostituito, stranamente e forse irregolarmente, da un’altra versione. Sempre più GENIALE…! Quindi, dapprima è stato imposto e sostenuto un documento assurdo e discriminatorio ma, quando l’Ente Parco si è trovato alle strette, miracolosamente è sparito il documento ufficiale e lo si è sostituito con un altro posticcio.

Logicamente sono anche in mio possesso i documenti in cui, a seguito delle richieste di chiarimenti, l’Ente Parco mi risponde intimandomi di rispettare pedissequamente le norme sancite proprio dal DD 384/2014 originario (!).

Non so se tutto ciò sia lecito ma, stando alle normative, sembrerebbe che ci siano diverse “cosucce” irregolari (!). E se è vero che non siamo in dittatura, prima o poi qualcuno dovrà fornire le necessarie risposte…

Da pochi giorni è arrivato il nuovo Direttore del parco in questione che sostituisce Franco Perco: Carlo Bifulco. Le premesse ci lasciano perplessi, se è vero quanto emerge dai seguenti link:
http://www.irpinianews.it/inchiesta-parco-nazionale-vesuvio-il-direttore-si-e-costituito/
http://qn.quotidiano.net/2007/06/12/17431-truffe_parco_vesuvio.shtml
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/06/13/parco-vesuvio-la-grande-truffa.html.

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Storie di Roccamorice

Cerchiamo di affrontare la querelle sulla risistemazione della falesia di Roccamorice con imparzialità e voglia di dar voce a tutte le parti che di solito ci contraddistinguono, anche se il risultato non è garantito.

Leggendo i post sulla pagina fb Arrampicare a Roccamorice e quelli sul profilo fb di Giordano Renzani, il lettore potrà trovare tutti i dettagli.

La Parete dell’Orso di Roccamorice
StorieRoccamorice-18-S2495-Foto9203

Siamo convinti della buona fede del Renzani e dei suoi soci della banda del trapano, Marcello Ferrini e Romano Costantini: questi ragazzi stavano riattrezzando la falesia con soldi raccolti da amici e piccoli sponsor. Di certo però, nello svolgersi dei fatti, sono inciampati in qualche ingenuità che l’ormai ineludibile e “doverosa” pubblicazione immediata su fb di certo drammatizzava.

Marcello Ferrini, Giordano Renzani e Romano Costantini, la Banda del Trapano
StorieRoccamorice-01-foto profilo-MarcelloFerrini-GiordanoRenzani-RomanoCostantini

La diffida del Sindaco di Roccamorice, Alessandro D’Ascanio, a continuare i lavori di riattrezzatura è stata letta dal mondo dei social quasi a senso unico: l’interpretazione più diffusa è quella per cui il comune aveva già appaltato anni fa un “lavoro” alla guida alpina locale Giampiero Di Federico. Il lavoro, da quanto si dice e si vede sulle foto pubblicate, è stato fatto male, con materiale scadente ed è costato molto. Risistemare ora la falesia significava ammettere questo fatto e, per evitare problemi, il sindaco ora diffida i volontari. C’è chi aggiunge che, allorché la falesia fosse sistemata dai volontari, non ci sarebbe più necessità di appaltare altri lavori…

Queste però, occorre riconoscere a un esame attento, sono solo illazioni, più o meno credibili. Soprattutto per il semplice fatto che il materiale vecchio e scadente di cui è piena la falesia (e che ci è stato ampiamente documentato) non è stato reperito su alcuno di quei 59 itinerari a suo tempo commissionati a Di Federico nell’ambito di Scuola di Roccia, bensì sugli altri circa 250 aperti in varie epoche più o meno “antiche”.

Aggiungiamo che ci sembra davvero estremo che un sindaco giunga al punto di proibire a un volontario un’azione da tutti giudicata socialmente utile. Avrà avuto certamente delle ragioni che però non vengono esplicate. Dovesse in questi giorni verificarsi un sinistro per motivi di cattiva manutenzione, per lui sarebbero guai seri, dopo una tale diffida.

Vediamo perciò, nel dettaglio, come sono andate le cose, naturalmente dopo aver sentito a filo diretto tutte le parti interessate.

La vicenda
Nel Parco Nazionale della Maiella è il più grande sito di scalata dell’Abruzzo, e uno dei più grandi del Centro Italia. Assai frequentato, ha circa 300 vie di tutte le difficoltà e per tutti gli stili di scalata. La Parete dell’Orso è assai vicina al paese di Roccamorice (PE): da qui l’improprio uso di quest’ultimo nome per designare anche la falesia.
Le stagioni ideali per la sua frequentazione sono primavera e autunno, ma si scala anche nei pomeriggi d’estate e di inverno, se c’è il sole. In un anno, il numero di climber che si avvicenda su queste rocce è abbastanza cospicuo, e in ogni caso significativo per le ridotte possibilità di sviluppo di un centro come Roccamorice.

Il B&B Santo Spirito con lo sfondo della Maiella
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La valorizzazione della Parete dell’Orso a Roccamorice iniziò nel lontano 1984 (ma ancor prima con una isolata via nelle vicinanze dell’Eremo di Santo Spirito, ad opera di Giampiero Di Federico e di Giustino Zuccarini). Dopo le prime vie, dal 1984, la guida alpina Di Federico, assieme al Comune di Roccamorice, ideò un progetto di valorizzazione denominato Scuola di Roccia, accedendo a fondi comunitari.

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Il documentarista Sergio Di Renzo, oltre che autore della guida Arrampicare in Abruzzo, è stato il più attivo realizzatore di vie a Roccamorice, ma nel contempo ha realizzato un filmato, Roccamorice, che ben documenta la zona, le sue valenze culturali e storiche e le sue possibilità sportive.

Nell’ambito di Scuola di Roccia furono realizzate 59 vie sulla parete: assieme a Di Federico collaborarono il già citato Di Renzo, Biase Persico e la guida alpina Roberto Rosica. L’equipe scelse di non usare materiale inox (c’è chi dubita di questi, dicendo di aver visto fix inox spezzarsi di colpo) preferendo invece fix hilti a doppia espansione. Nel progetto rientrava la costruzione di un fabbricato come foresteria, ristorante e ufficio a servizio. Modifiche successive, interne al fabbricato, hanno portato alla realizzazione di un Bed&Breakfast (Santo Spirito B&B) con annesso ristorante (Macchie di Coco), opere di sostegno alla frequentazione della parete dell’Orso e dei sentieri agli eremi celestiniani e alle altre preziose mete della Maiella. La proprietà è comunale: il ristorante è ottimamente gestito dallo chef Pasquale Giardini e dalla consorte, Lucia, mentre il B&B e i 59 itinerari sono gestiti dalla guida alpina Giampiero Di Federico (3406650939), [email protected] www.montabruzzo.it.
Il complesso è raggiungibile (seguendo i cartelli “scuola di roccia”). Da Roccamorice (PE) si sale per 4 km circa; a un bivio si prende per Eremo di Santo Spirito e subito dopo (100 m) si gira a destra per il B&B Santo Spirito e il ristorante Macchie di Coco.

Biase Persico
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Roberto Rosica. Foto: Antonio Sanguigni
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Accanto all’opera di Rosica, Persico e Di Renzo, altri chiodatori aprirono nuovi itinerari, citiamo l’aquilano Alberto Rubini, fino a raggiungere un totale di itinerari che ormai si attesta intorno a 300. Per la maggior parte questi lavori si svolsero alla fine degli anni ’80 e negli anni ’90, senza alcun finanziamento e per la sola buona volontà dei protagonisti, storia del resto assai comune in tutte le falesie di arrampicata. C’era da aspettarsi che le condizioni generali dell’attrezzatura della parete, oggi, siano critiche. Per il tempo passato, ma soprattutto per la qualità del lavoro e del materiale. C’era da aspettarsi la forte necessità di una revisione.

Il 19 marzo 2016 quella che ancora non si chiamava la Banda del Trapano riattrezza la sosta di Atena, richioda Semele (5c), Chi non risica non rosica (6c) e Il gigione (7a). Il 20 marzo è la volta di Icaro (7b).

Il 23 marzo, Giordano presenta su fb una lista di 44 vie sulle quali sono da effettuare lavori urgenti; segue il 2 aprile la rinnovata sosta di Ape Maia e il 14 aprile la richiodatura di Poseidone. Nello stesso tempo i tre si attivano per la ricerca dei finanziamenti necessari, con qualche risultato: il 12 aprile con orgoglio pubblicano quest’immagine, la prima “fornitura”.

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La ricerca che non si conclude positivamente è quella condotta presso il Comune. Il sindaco gli risponde che, per ciò che riguarda la falesia, il referente è Di Federico, in quanto gestore dei famosi 59 itinerari. Verso la scorsa Pasqua, Di Federico è contattato via Messenger dal Renzani. Il dialogo si conclude (e questa per diretta testimonianza di entrambi) con la disponibilità a parlarne. Con una differenza d’interpretazione, però: mentre Di Federico si aspetta che Renzani e soci gli mostrino un disciplinare (cioè un complesso di disposizioni che regolano l’esercizio di un’attività) su cui lavorare assieme, questi pensano più che altro a un via libera, solo verbale ma sufficiente, alle procedure già in atto.

Il 17 aprile 2016 nasce la pagina di comunità FB Arrampicare a Roccamorice (animata chiaramente da Giordano Renzani) : il messaggio rivolto agli eventuali simpatizzanti è: “Aiutaci a risistemare la falesia più grande in Abruzzo. Se ami scalare ma vuoi farlo in sicurezza contribuisci anche tu”.

Il 21 aprile sono pubblicati due brevi video che documentano la situazione agghiacciante di alcuni ancoraggi:
https://www.facebook.com/romano.costantini/videos/10207943470657967/

https://www.facebook.com/romano.costantini/videos/10207943964710318/.

L’attività continua: 5 maggio, Bramhan richiodata; 17 maggio, nuova sosta di Baby (5b); 18 maggio, Betacam (6a), nuova sosta; 18 maggio, Apollo 11 e Bes (7a+), sostituita sosta.

Il 16 maggio, altro preoccupante video, questa volta sulla situazione dei moschettoni di sosta:
https://www.facebook.com/falesiaroccamorice/videos/1060871400638905/.

“Ricordatevi che è una grotta, non un WC” è la raccomandazione di Giordano Renzani, dopo l’operazione di pulizia della falesia
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A questo punto della vicenda si inserisce una notizia che, se in apparenza riguarda altro luogo, in realtà fa precipitare le cose.
Il 26 giugno Leonardo D’amario (con Nando Zanchetta) scrive che “alla falesia delle Gole del Sagittario una “protezione” è venuta via al semplice tendersi della corda tra l’assicurato è l’assicuratore (per fortuna era il primo rinvio)”. Si dà il caso che proprio in quella falesia fosse impegnato in prima persona proprio il Di Federico, il quale prontamente risponde: “la falesia di Anversa (Gole del Sagittario) non è ancora aperta al pubblico. I lavori sono in corso. I fittoni trovati ed estratti e posati sul tavolo sono stati messi nei fori senza alcun collante per verificare la moschettonatura ottimale di alcune vie, in vista di poterle poi fissare con resina. Pertanto si consiglia vivamente di non accedere ancora alla falesia prima del collaudo finale (sarebbe pericoloso). Peraltro c’è la sbarra che indica di non accedere. Pertanto prima di digitare (parlare) si prega di azionale il cervello”.
Renzani ribatte: “Comunque sia mi sembra materiale di pessima qualità, roba da ferramenta”!!!

Il tendicavo della discordia
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Di Federico non si scompone: “Ho sempre ritenuto pericoloso il tanto decantato fix in acciaio inox. Il fittone/tendicavo resinato che uso, a una prova che feci qualche anno si è rotto a una trazione di 4.817 kg. Figurarsi al taglio”.

Interviene Edoardo Fronterotta: “La certificazione “fai da te” non è riconosciuta da nessuno tranne che dall’inventore della cosa… non c’è nessun cartello o segnale che indichi i lavori in corso… la sbarra sta là da sempre e non indica nulla… un semplice cartello “lavori in corso” basterebbe”.

A dispetto di questo screzio, il 1° luglio i tre sono di nuovo operativi e inviano un ringraziamento speciale a Federico Di Felice e al gruppo Notte Fonda di Avezzano per il contributo materiale ed economico. Il 14 luglio Renzani scrive: “Continuate a sostenere il nostro lavoro, lasciate un contributo nei bussolotti dei bar di Roccamorice. Noi ce la metteremo tutta, un ringraziamento speciale a tutti voi!!”. E il 20 luglio, altro grazie di cuore ad Antonio Di Martino per il grande contributo materiale.

Il 19 luglio appare chiaro che qualcosa non sta marciando per il verso giusto. “Qualcuno vuole fermare la nostra messa in sicurezza!!!” è l’allarme. Il sindaco li convoca, loro disertano. D’Ascanio li va a incontrare alla base della falesia, gli ricorda che, al di là un qualunque finanziamento concesso o negato, c’è comunque bisogno di un disciplinare su cui concordare i lavori. In quell’occasione sembra siano volate parole un po’ grosse, non tali da far proseguire civilmente la questione. Da una parte si contesta il formalismo burocratico, dall’altra la “rabbiosa voglia di protagonismo”.

Spit “obsoleto”
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E così, proprio mentre anche la vecchia sosta di Avantino (5b) può andare in pensione, ecco formalizzata la diffida del 29 luglio, già anticipata a voce.

Arrampicare a Roccamorice scrive il 27 luglio: “Oggi il sindaco di Roccamorice ci ha intimato di interrompere la nostra opera di sostituzione delle vecchie protezioni pericolanti. In caso contrario ci denuncerà ai carabinieri. Forse è stata fraintesa la nostra intenzione che non vuole essere quella di sostituirci al Manutentore ufficiale incaricato dal comune, ma semplicemente vogliamo rendere sicure ALCUNE vie su cui arrampichiamo che presentano evidenti problemi dovuti alla vetustà delle protezioni che non sono mai state sostituite da decenni, e cioè da quando furono chiodate dagli originari apritori. Non è nostro compito giudicare il lavoro di manutenzione svolto fin ora né usurpare il ruolo di nessuno, noi vogliamo solo evitare di rischiare gravi infortuni, se non la vita, arrampicando. Voi tutti avete visto, anche grazie alle foto pubblicate su questa pagina, lo stato delle protezioni che abbiamo sostituito, non ci sembra aver commesso alcun reato. Forse il problema è che siamo in Italia, nel paese dove se fai qualcosa senza scopo di lucro, senza chiedere fondi pubblici, ti fai sicuramente qualche nemico pronto a usare tutti i mezzi per fermarti. NOI VOGLIAMO SOLO ARRAMPICARE IN SICUREZZA, CHI CE LO IMPEDIRA’ SI ASSUMERA’ LE SUE RESPONSABILITA’. Il Sindaco di Roccamorice ci ha detto che sono andate da lui decine di persone a lamentarsi della nostra attività, che poi non è assolutamente un’attività sistematica di manutenzione ma solo, ripeto, di sostituzione delle vecchie protezioni marce e ridotte all’osso. A questo punto invitiamo tutte le persone che ci seguono a sostenerci per far capire alle autorità che stiamo agendo solo per la nostra/vostra incolumità. Nel frattempo, per evitare polemiche, abbiamo comunque fatto un lavoro utile per tutti, abbiamo ripulito il sentiero di accesso alla falesia. Se anche questo è vietato, arrestateci”.

Segue una ridda di commenti, ne riportiamo solo alcuni:
Romano Costantini: “Infatti dovevamo chiedere un finanziamento, ungere gli ingranaggi e poi spendere i soldi per cazzi nostri come da anni si è fatto a Roccamorice (falesia). Finanziamenti su finanziamenti presi da un buffone incapace e incompetente che non ha mai fatto un cazzo nella sua vita, se non inculare il prossimo e inventare favolette nascondendosi dietro una patacca, immagino pagata. Manutentore di cosa? Di materiale artigianale? Avesse cambiato mai una sosta o uno spit in 30 anni di onorata carriera trascorsa sotto l’ombrellone al Giallon… Forse meglio così vista la sua esperienza e capacità nel chiodare (falesia Anversa). Purtroppo è vero, siamo in Italia, il paese dei balocchi, dei corrotti, degli incompetenti messi a gestire cose più grandi di loro solo perché si sono comprati una patacca. Ma andate a fanculo pagliacci”.

Simone De Laurentiis: “Quando finirà qualcuno degli acconsezienti di questo soggetto all’ospedale poi se ne renderanno conto di quale buffone gestisce tutto l’impiccio… ma d’altronde lui ha le sue vie chiodate DOC dove portare i clienti… Mi dispiace perché qualcuno ci dovrà andare di mezzo… Poi se partiranno le indagini nessuno più scalerà a Rocca…

Materiale nuovo e vecchio
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Stefano Di Marco: “Vivendo a Roma ho sempre sentito parlare di Roccamorice come un bellissimo posto dove arrampicare ma allo stesso tempo con il rischio concreto di farsi male a causa delle protezioni non a norma e del tutto usurate.
Adesso, che ci sono persone che stanno sistemando finalmente le vie mortali di Rocca, mosse dall’amore e dalla passione verso questa bellissima parete, verso la comunità dei climber, anche amici romani stanno tornando a frequentare la falesia generando cosi esternalità positive per tutto il territorio. Trovo assurdo che le autorità stiano intralciando il duro e faticoso lavoro di riqualifica fatto completamente gratuitamente!
Per una volta, un paese come Roccamorice ha l’opportunità di dimostrare che le cose nel nostro paese possono cambiare se si hanno le idee chiare e la voglia di fare, spero che chi di dovere non si faccia sfuggire questa preziosa occasione.
Forza ragazzi! Sono con voi!!!
P.S. Se esiste un Manutentore “ufficiale” delegato dal Comune di Roccamorice e lo stato della falesia e delle vie è completamente in stato di abbandono (fino a poco fa) come è possibile che il Comune stesso non si senta preso per il culo e non si mobiliti a risolvere questa situazione?
(Qui appare chiaro che nessuno è avvertito del fatto che un vero Manutentore della falesia non esiste, NdR)”.

Una garanzia!
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Marco Costantini: “La legge è chiara… Mi dispiace, ma è così… Sicuramente nessuno mette in dubbio la necessità di intervento e l’opera pia che state facendo… Ma state comunque andando contro la legge e i regolamenti del caso… Spero comunque che si risolva con un po’ di buon senso… A nessuno conviene aprire procedimenti penali… (Logicamente economicamente)”.

Arrampicare a Roccamorice: “Caro Marco, in Italia la legge non è affatto chiara, nel quadro legislativo non esiste la figura di chiodatore, o di chi può chiodare”.

Marco Costantini: “Ma non era meglio andare al comune e chiedere una riqualificazione della parete? Anche con fondi donati dal privato? Se tanto ci sta a cuore sta cosa..Non era meglio seguire una giusta procedura coinvolgendo le amministrazioni di competenza? Bho io sono d’accordissimo sul fatto che Rocca ha gravi disagi.. Ma le cose di iniziativa quando non ci competono portano sempre problemi.. Fare un bel progettino… Magari vi sta sul cazzo sempre il solito “tizio”? Ok nel progetto si fa il nome di qualcun altro...”.

Materiale recuperato da Roccamorice
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Arrampicare a Roccamorice: “Il bello è che ci siamo mossi così, il sindaco era favorevole, anzi disposto anche a darci dei soldi per il materiale. Di colpo questo misterioso retrofront!”.

Mario Bultrini: “La legge ancora non c’e, ma ci stanno lavorando. Si chiama progetto REASTA… Se dovesse passare questa legge, sarebbe la fine della libertà delle attività in montagna, attività da sempre fatte per passione, spirito di avventura e dedizione, senza fini speculativi…”.

Luca Bibez: “Grazie Mario. Ma ne approfitto per ribadire che non me ne frega una mazza se una legge considera un intervento di manutenzione abusivo se cambio una catena o sposto uno spit in una falesia che conosco e frequento. Qualcuno penserà che sono un egoista, io la penserò diversamente e punto. E la prossima volta che chiodo, lo faccio sapere tra 10 anni. Venitemi a censire. Piuttosto pago il canone RAI…”.

Ercole Di Donato: “Tutto o quasi tutto si può fare ma con educazione e rispetto, senza denigrare in modo così astioso e con livore, le persone, tra l’altro senza nominarle…”.

Arrampicare a Roccamorice: “Non sono le polemiche che ci interessano, sono sicuro che quando ne avranno la possibilità gli attori in gioco si chiariranno di persona. RIPETO A NOI NON INTERESSA DENIGRARE NESSUNO. VOGLIAMO SOLO ARRAMPICARE IN SICUREZZA”.

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Leonardo D’amario tenta di fare un po’ d’ordine: “Domande: La falesia e pubblica o privata? C’è un manutentore? Se c’è, fa manutenzione con soldi pubblici o privati? Se sono fondi pubblici, dov’è possibile vedere in modo chiaro e trasparente quanti soldi vengono stanziati per la manutenzione e ovviamente giustificati da fatture di acquisto di materiale certificato? Poi, e si e parlato di legge chiara, si può postare un link con questa legge?”.

Romano Costantini è particolarmente aggressivo nei confronti di Di Federico. Riferisce (senza citare il nome) che, al tempo del primo contatto, le parole di Di Federico furono “fate pure, poi a giorni salgo e ne parliamo”. E aggiunge: “probabilmente avrà capito che con noi non si mangiava e quindi è passato all’attacco. Ma tanto ha già perso prima di cominciare… Poi se le cose stanno così allora i lavori deve farli lui e non fare corsi abusivi da 300 € a botta per insegnare a chiodare per poi far fare il lavoro a ‘sti poveri fessi che lo seguono pure. O passare gruppi di clienti ad amici suoi non “PATACCATI” facendoli pagare per escursioni. Poi siamo noi gli abusivi… Ma chi è il re della valle?”.

Ercole Di Donato: “Scusa Romano Costantini, ma a chi ti riferisci? Abbi il coraggio di dire nome e cognome, oppure telefonare al bersaglio delle tue velenose critiche!”.

Marco Colazilli: “… Se è vero che qualcuno si è lamentato col sindaco è perché è stato sollevato un polverone, sono state offese persone e messo in dubbio professionalità. Sono amico sia del “Manutentore ufficiale” che di alcuni di voi e fa male vedervi scontrare anche perché l’obiettivo di tutti è quello di avere una falesia sicura, perciò siccome la birra a Rocca é buona, andatevene a fa una insieme e seppellite l’ascia di guerra… offro io!”.

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Laura Capone: “… Ragazzi, potete avere tutte le ragioni di questo mondo e lottare per una giusta causa. Ma in quelle poche righe, a mio parere, le avete sciupate tutte, con queste accuse diffamatorie, a prescindere da chi sia il “soggetto” preso a riferimento e dal comportamento avuto da quest’ultimo…”.
Romano Costantini: “Sbaglierò i modi… forse… Ma non accetto minacce da chi non sa o non vuole sapere di cosa si sta parlando. Una legge che fa morire le persone? No grazie! Vi ricordo che la falesia di Roccamorice è stata chiodata da persone non “titolate”. Quindi qui si fa manutenzione “ufficiale” su una falesia abusiva? Ammazza che coerenza!!!!! Ma non fatemi ridere. Purtroppo qui comanda il denaro altro che chiacchiere”.

Antony Castolo suggerisce ad Arrampicare a Roccamorice la massima trasparenza nella raccolta dei fondi e nel rendiconto delle spese. Arrampicare a Roccamorice in seguito a questa richiesta pubblica un rendiconto aggiornato al 31 luglio.

Il 29 luglio la pagina fb ClimbAdvisor – Climbing in Italy pubblica un appello scherzoso che riportiamo:
Roccamorice: il sindaco ha preso seri provvedimenti contro una banda di ragazzi, che da qualche tempo, armati di trapano, sostituiva le pluridecennali protezioni delle vie con altre nuove di acciaio inox, acquistate con i contributi di alcuni sostenitori. Pare che questi giovanotti abbiano dato fastidio a diverse persone, e che solo dopo una serie di lamentele circostanziate il sindaco abbia loro intimato di interrompere immediatamente la loro opera di riattrezzatura delle vie. Pare, invece, che al sindaco non sia giunta alcuna voce in sostegno di questi tre facinorosi (Giordano Renzani, Romano Costantini, Marcello Ferrini). Ora noi ci rivolgiamo a voi: se scalate a Roccamorice, o intendete andarci a scalare, prima o poi, scrivete al sindaco [email protected], e chiedetegli di provvedere urgentemente alla valutazione dello stato delle protezioni della falesia e ad una eventuale riattrezzatura. Oppure, in alternativa, di affermare che le protezioni che ci sono vanno benissimo così, e prendersi la responsabilità di far scalare la gente in quella falesia. Oppure di chiuderla, dando un colpo mortale all’economia della cittadina. Oppure di trovare una soluzione pacifica, facendo rientrare il lavoro di questi tre simpatici attaccabrighe in una attività istituzionale. Non state a guardare le loro faccette da romanzo criminale: sono dei figli di famiglia, bravi ragazzi. Hanno pure i capelli corti”.

Giampiero Di Federico
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A dispetto di questo appello, sempre il 29 luglio, è diffuso su fb un documento estratto da Undici proposte per Roccamorice, di Giampiero Di Federico, presentato alla cittadinanza il 21 aprile 2013. In quel documento, al punto 7, la guida alpina ricorda l’estrema necessità di provvedere alla manutenzione continua dell’attrezzatura della falesia, di cui tra l’altro prevede uno sviluppo fino a 600 vie. Naturalmente lo scopo del rispolvero di quel documento va nella direzione di dimostrare quanto il Di Federico sia “bifronte”: una rappacificazione e un definitivo chiarimento si allontanano sempre di più.

Sul sito di Nando Zanchetta https://nandozanchetta.com/ il 30 luglio esce il post Carpenteria d’Abruzzo: nuova chiodatura a Roccamorice. Uno scritto che, sia pur con il consueto e graffiante humor surreale, non getta certo acqua sul fuoco.

Continua la discussione su fb:
Lorenzo Di Tullio suggerisce “di segnalare le carenze manutentive con l’elenco delle vie che attualmente hanno una chiodatura fatiscente e fare un bel documento da presentare al comune (via PEC) e pubblicarlo in rete. A quel punto chiedere lumi sulla manutenzione ufficiale… insomma bisogna sollecitare il comune sulla pericolosità di un tot di vie...”.

Gli risponde pessimista Luca Bibez: “Caro Lorenzo, fai un elenco delle carenze, ma a nome di chi, di quale società di consulenza per la gestione pareti? Mi sembra chiaro che qui da un lato c’è la Legge (vedi Kafka), ovvero la burocrazia, la lentezza, l’ottusità, la malafede, l’incompetenza. E dall’altra c’è chi pratica l’attività, ama i luoghi, ama la vita: la propria e quella di chi viene e verrà a Roccamorice. Non vedo punti di incontro”.

Lorenzo Di Tullio: “Fai una segnalazione come una qualsiasi cittadino. Poiché il comune contesta proprio l’attività di chiodatura volontaria continuerà a diffidare tutti gli altri. Se invece si comincia a segnalare che ad esempio su 200 vie presenti una tot % è pericolosa documentandolo con foto o altro, forse qualcuno si pone la domanda sulla sicurezza… E’ comunque una pessima pubblicità!!! Forse la falesia verrà chiusa… può essere solo un bene in quanto ad oggi il Comune non reputa la manutenzione un problema di cui occuparsi o perché qualcuno gli dice che tutto è sicuro…”.

Antonello Di Giovine: “Se veramente e in maniera seria si vuole risolvere il problema, occorre esporre il problema in procura e adesso ancora meglio perché vi è una diffida ufficiale fatta dal sindaco quindi il procuratore al 99,9 % aprirà un indagine preliminare con la certezza che questa volta quelle vie saranno sistemate definitivamente… Se non si ha il coraggio di scrivere con carta bollata si continua a giocare a giro giro tondo. Ripeto: esposto con allegato diffida e un elenco di firme pronte ad assumersi la responsabilità… altrimenti chiacchiere da bar o da fb”.

Nel frattempo coloro che non sono stati diffidati continuano il lavoro: in agosto Romano Costantini richioda Videa (7b+) e Ficobus (6b+), anche se Franco Idea consiglia un po’ più di discrezione, per non rischiare di beccare altre diffide. Gli risponde Renzani: “Tutto vero ma il nostro lavoro va avanti grazie al sostegno di tutti i climber e non solo. Mi sembra giusto far vedere che i loro soldi finiscono in parete. Hanno diffidato me, siamo tante persone… Vediamo se diffidano tutti”.

Altra fornitura per Roccamorice
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Il 29 agosto Arrampicare a Roccamorice scrive: “… il “piano criminoso” di questi giovani non è quello di risistemare le poche vie di Roccamorice che sono loro rimaste da liberare (come farebbe qualsiasi climber di buon senso, ammesso che possa esistere un climber di buon senso), ma di attuare una vera e propria forma di disobbedienza civile. La matrice eversiva di questi gesti appare evidente, in quanto si tratta di una azione “attuata da un singolo individuo o più spesso da un gruppo di persone, che comporta la consapevole violazione di una precisa norma di legge, considerata particolarmente ingiusta, violazione che però si svolge pubblicamente, in modo da rendere evidenti a tutti e immediatamente operative le sanzioni previste dalla legge stessa” [cit. Wikipedia]. L’obiettivo di questa forma di lotta politica è “di evidenziare, mediante la propria disobbedienza, l’ingiustizia, a suo avviso palese, della norma di legge e le conseguenze che essa comporta” [cit. Wikipedia]. Purtroppo pare che esistano ancora giovani che non rinunciano a tenere la schiena dritta e a far valere le loro opinioni, giuste o sbagliate che siano, senza guadagnarci nulla e rischiando addirittura di pagare di persona. Cosa succederà a queste teste calde? Come reagiranno le istituzioni, colpite nella gestione del denaro pubblico, che è uno dei loro punti più nevralgici? Chi mai vorrà difendere questa banda di sovversivi? Ci sarà qualche scocciatore di giornalista che vorrà fare una inchiesta? Ci sarà qualche sciagurato che li difenderà? O questi ragazzi rimarranno soli? Vi terremo informati. Certo che mai ci saremmo aspettati, quando abbiamo fatto questa allegra pagina che doveva dare spunti per gite in montagna o fuori porta, e scalatine tranquille, di dovere raccontare di tali crimini. Eppure questa banda di scapestrati ci ha fatto trovare in mezzo a questa faccenda, e noi abbiamo deciso di non tirarci indietro e di fare la nostra parte. Non saremo scapestrati pure noi, che ci consideriamo tanto savi? Speriamo di no.
Firmato: Romano Costantini Giordano Renzani
”.

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Alcune riflessioni sull’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta

Alcune riflessioni sull’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta
di Matteo Giglio
(già pubblicato il 29 luglio 2014 sul sito dell’autore)
(Attenzione: qualcuna delle situazioni denunciate potrebbe nel frattempo essere stata sistemata, NdR)

Prendendo spunto da un recente spiacevole episodio accaduto in una piccola falesia della Valgrisenche, vorrei fare alcune considerazioni generali relative all’attrezzatura dei siti di arrampicata.
Illustro brevemente il fatto che mi ha spinto a scrivere questo post.
Scalando nel settore denominato La Confession, lungo la strada per la Valgrisenche, ho trovato un fix che ruotava in quanto il bullone era allentato. Purtroppo è un inconveniente abbastanza diffuso con il nuovo materiale inox. La parte destra della suddetta falesia infatti è stata interessata recentemente da una richiodatura completa di tutti gli itinerari con fix inox e catene longlife in sosta. Sono quindi salito con un attrezzo per stringere il bullone in questione e, con un po’ di disappunto, ho notato che continuava a ruotare senza stringere: segno evidente che l’espansione del tassello non aveva funzionato. Con un rinvio ho quindi provato a strattonare a mano verso l’esterno il fix… ed è successo quello che nessuno vorrebbe che succedesse: si è sfilato completamente! La stessa cosa si è ripetuta qualche fix più in alto, con un altro tassello!
Ora, non credo che il mio braccio riesca a tirare 22 kN, quindi il fatto che ho appena descritto è l’esempio lampante della scarsissima tenuta di un ancoraggio mal posizionato. Piantando fix succede ogni tanto (soprattutto su rocce scistose) che l’espansione del tassello non prenda a dovere; dovrebbe essere cura dell’attrezzatore rimuoverlo e sostituirlo con uno funzionante. A volte però ciò non avviene, motivo per cui occorre essere sempre estremamente critici nei confronti del materiale cui ci si appende!

Tre immagini di Matteo Giglio, guida alpina
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Uno dei fix fuoriusciti nella falesia della Confession (Valgrisenche)
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Purtroppo quello descritto non è un caso isolato tra le falesie abitualmente frequentate sul territorio della Valle d’Aosta. L’anno scorso, ad esempio, si era verificato un piccolo incidente (fortunatamente senza conseguenze) per la fuoriuscita di un fix nella falesia di Vollein, anch’essa interessata recentemente da richiodatura.

Si tratta di episodi che devono fare riflettere tutti i frequentatori delle falesie. Non sempre materiale nuovo e luccicante è sinonimo di sicurezza. Esistono determinate procedure per piantare un ancoraggio (meccanico o chimico); se non vengono rispettate, gli elevati carichi di rottura dichiarati dai produttori non possono essere rispettati!
Le problematiche relative al corretto posizionamento di un ancoraggio sono infinite. A partire dal punto esatto in cui viene collocato (come e perché), fino alla corretta procedura di messa a dimora. Tutte cose che un attrezzatore dovrebbe ben conoscere… per evitare errori grossolani che, il più delle volte, vanno a discapito della sicurezza di chi ci si appende.

Approfitto per illustrare altri casi di lavori effettuati non proprio a regola d’arte. Sono solo alcuni esempi ma abbastanza rappresentativi anche per altri siti non menzionati.

In molte falesie si trovano moschettoni (grandi) di ferro non certificati posizionati in sosta. Dopo poco tempo non funziona più la chiusura della leva, diminuendo considerevolmente la tenuta fino a valori assolutamente non accettabili!
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Falesia di Excenex: sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
AlcuneRiflessioniChiodatura-Excenex-1WFalesia di Excenex: altra sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
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Falesia della Confession: riattrezzatura di una sosta con tasselli longlife mal posizionati e parzialmente danneggiati (riquadro rosso), vecchi tasselli non rimossi (cerchi rossi) e punta di un trapano piegata lasciata in loco (freccia rossa). Decisamente antiestetico!
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Falesia della Confession: riattrezzatura di una sosta utilizzando una porzione di roccia poco solida (almeno per il punto più basso, inserito in corrispondenza di una evidente piccola discontinuità, vedi freccia rossa) e con vecchi tasselli rimossi in maniera grossolana e poco estetica (cerchi rossi).
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Falesia della Confession: riattrezzatura con materiale inox nuovo… e qualche rinvio fisso con materiale di recupero! Un controsenso. Per risolvere il problema, bastava posizionare il fix poco più in basso.
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Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura delle vecchie soste mediante aggiunta di nuovo materiale senza rimuovere il vecchio ancoraggio. Troppo materiale, confusionario, decisamente antiestetico: sarebbe bastato rimuovere tutto e piazzare un nuovo ancoraggio su due punti.
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Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura mediante installazione di fix inox con applicazione di silicone a protezione di tassello e bullone. Decisamente antiestetico, poco pratico in caso di manutenzione e del tutto inutile visto che il tassello è già in materiale resistente agli agenti atmosferici.
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): stessa problematica dei tasselli fuoriusciti alla Confession, l’espansione non ha funzionato, andrebbe sostituito.
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): in questo caso il tassello è stato sostituito… ma andrebbe collocato un po’ più lontano dalla porzione interessata dal vecchio tassello (e nascosto con della resina).
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Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): la distanza del nuovo tassello da quello sostituito è corretta… ma il vecchio sarebbe da eliminare e nascondere (antiestetico).
AlcuneRiflessioniChiodatura-Gare-Ovest-basso-2Ribadisco che sono solo alcuni esempi documentati; purtroppo ce ne sono molti altri che evidenziano una situazione eterogenea dell’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta. Accanto a validi esempi di attrezzatura impeccabile si trovano casi molto grossolani con evidenti errori potenzialmente pericolosi e/o decisamente antiestetici.

L’obiettivo di questo post non vuole essere una sterile polemica nei confronti di chi ha svolto lavori che non possono definirsi a regola d’arte (errare humanum est…), ma sensibilizzare gli arrampicatori nei confronti di un argomento poco approfondito da un gran numero di fruitori delle falesie. Visto che l’alpinismo e l’arrampicata sono sport che si praticano a proprio rischio e pericolo, è bene essere informati su tutto.
L’unica considerazione che si può fare nei confronti di chi si accolla l’onere di sistemare vecchi itinerari di arrampicata (o aprirne di nuovi) è quella che bisognerebbe smettere di lodare e ringraziare, a priori e senza aver valutato la qualità dell’operato, chi lo fa. Nel momento in cui uno decide di ri-attrezzare itinerari di arrampicata dovrebbe farlo con grande responsabilità nei confronti di tutti i fruitori e con altrettanto grande senso estetico. Lavori mal fatti, oltre a essere brutti da vedere, sono pericolosi: pertanto andrebbero evidenziati e corretti… non idolatrati oppure ignorati! In sostanza, la buona volontà non serve a nulla se non è accompagnata da rigore, precisione e serietà.

Colgo infine l’occasione per condividere un lavoro informativo che è stato fatto recentemente dalla Commissione Tecnica dell’Unione Valdostana Guide Alta Montagna sulla tematica della chiodatura. Si tratta di un piccolo compendio/promemoria destinato alle future guide alpine. Un piccolo passo nella conoscenza della materia, sperando che possa servire in futuro a perfezionare sempre più l’argomento. Il punto di partenza di questa dispensa, occorre specificarlo chiaramente, è stato il lavoro svolto da uno dei più meticolosi ed apprezzati chiodatori del ponente ligure, Marco Pukli: sul suo sito, nella sezione “articoli”, si trovano due bei capitoli intitolati “Robe da chiodatori”. La loro lettura sarà sicuramente di stimolo e ispirazione per le nuove generazioni di chiodatori…
(vedi più comodamente http://www.alessandrogogna.com/2016/04/19/roba-da-chiodatori-1/ e http://www.alessandrogogna.com/2016/04/26/roba-da-chiodatori-2/, NdR).

Scarica la dispensa sulla chiodatura

Un piccolo sogno? Riuscire a sensibilizzare amministrazioni ed enti locali sul tema dell’arrampicata sportiva, in maniera da trovare i fondi necessari per una corretta sistemazione e manutenzione delle falesie… attività che finora è sempre stata svolta (tranne rarissimi casi) in maniera del tutto amatoriale.

L’arrampicata sportiva conta sempre più adepti e dovrebbe essere considerata alla stregua delle altre attività turistiche di montagna su cui la Valle d’Aosta ha investito tanto e continua tuttora ad investire.

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Lo sviluppo dell’arrampicata nella valle del Sarca

Lo sviluppo dell’arrampicata nella valle del Sarca tra modernità e tradizione

Il 7 maggio 2016, nella sede della SAT di Arco, erano presenti tanti alpinisti, per fare alcuni nomi Giuseppe Ballico, Fabio Calzà , Gianpaolo Calzà, Marco Furlani, Gino Malfer, Silvia Mazzani, Stefano Michelazzi, Alberto Rampini (presidente del CAAI), Angelo Seneci, Giuliano Stenghel e tanti altri.

Il presidente della SAT di Arco, l’accademico Fabrizio Miori, introduce la serata. Parte dalle motivazioni per arrivare ai valori di cui si dovrebbe parlare tutti assieme. Un sito estremamente seguito, www.arrampicata-arco.com, è stato chiuso dal proprietario Heinz Grill per il timore che l’attuale stato delle vie, coperte qua e là di terra forse più del solito in questo periodo, non permetta una serena frequentazione delle stesse: il sito cioè si chiude per non indirizzare gli arrampicatori verso itinerari attualmente in “disordine”.

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Questo provvedimento è motivato e accompagnato dallo stato d’animo di Grill e dei suoi amici, ben esposto in http://www.alessandrogogna.com/2016/04/20/la-momentanea-vulnerabilita-di-heinz-grill/ e le cui cause non stiamo ora a riassumere. Stato d’animo che forse richiedeva solidarietà da parte della comunità degli arrampicatori, cosa che si è verificata in misura davvero notevole.

E allora, che fare adesso per testimoniare a Grill ulteriore stima e amicizia? La risposta è fare una storia dei valori messi in campo, da quel lontano 8 ottobre 1972 in cui Ugo e Mauro Ischia, Giuliano Emanuelli e Fabio Calzà aprirono il primo itinerario della valle, la via Umberta Bertamini al Colodri. Ecco allora 44 anni di storie, in cui si riconoscono la libertà di espressione, la responsabilità, il rispetto per tradizioni, luoghi e cultura. Fino ad arrivare a parlare di amicizia e soprattutto di gratuità.

Certo non è possibile ripercorrere in una sera tutta questa storia, ci saranno solo accenni. Ma di certo occorrerà invece riassumere tutta la vicenda nell’attuale vita concreta di Arco e della valle del Sarca, rilevando le eventuali criticità e tratteggiandone possibili soluzioni.

Prima di invitare Heinz Grill a parlare, Miori fa riferimento a una delle critiche allo stile di apertura di Grill, quella che riguarda il tagliare alberi: e subito dopo racconta del vecchio Bepi del Colodri che tanti anni fa, senza arrampicare, si calava sulle pareti per fare legna.

Heinz Grill, visibilmente commosso di tanta attenzione, racconta di come è nata l’idea di aprire itinerari nuovi in valle. Dopo aver ripetuto la maggior parte degli itinerari esistenti, anche i più difficili, Grill giunge alla conclusione che la valle ha bisogno di itinerari meno alpinistici, percorsi che si rifacciano più a criteri di estetica e di eleganza che non a modelli di difficoltà estrema. Un applauso scoppia in sala quando Grill afferma che “la valle aveva bisogno di vie facili”. E anche scoppia una grande risata quando Grill dà la colpa all’amico Ivo Rabanser, quello che lo ha spinto a iniziare il lungo cammino delle vie nuove in valle (e altrove). Ricorda l’episodio di quando hanno aperto con Florian Kluckner la via Aphrodite a San Paolo. Dopo aver tagliato qualche pianta lungo la via, giungono in cima e scoprono che l’altro versante era stato completamente disboscato! Poi Grill prosegue, liquidando come “non molto profondi” questi argomenti. Spiega come sia arrivato a realizzare che un minimo di potatura e soprattutto la pulizia della roccia nella zona dove si arrampica possano davvero “creare” la via, assieme alla “forma” che le viene data in sede di scelta sul dove passare, favorendo la continuità del movimento e scoraggiando i picchi di difficoltà. Soprattutto “scoprendo” la forma che la roccia ha di suo. Anche la chiodatura, che non si può certo definire “sportiva” segue una logica, quella della forma. Chi ha fatto un buon numero di vie di Grill & Co. sa bene cosa sia la caratteristica di tutti i suoi itinerari: continuità di movimento, ottenuta cercando il facile nel difficile e il difficile nel facile, con soluzioni tanto ardite quanto esteticamente perfette, come fossero nate in quello stato di dormi-veglia in cui il sogno si sposa con la realtà. La forma della roccia e della via come allenamento al riconoscimento delle forme nella vita sociale. Le vie, una volta create, non rimangono tali se non si ha attenzione per esse, ecco il perché della situazione lamentata. Grill riferisce di aver ripetuto la via di un noto scalatore che però mette troppa attenzione allo sminuire le vie degli altri: e in quell’occasione si è trovato malissimo, senza serenità, finendo per seppellire sotto un sasso la guida di cui quello scalatore era autore!

Dopo queste confidenze, Grill conclude con la notizia che tutti speravano, la prossima riapertura del sito.

Miori lo ringrazia per il grande dono di questi tredici anni di aperture, poi fa notare quanto sforzo debba fare quest’uomo per esprimersi in italiano, la nostra lingua, esplicando concetti che, tra l’altro, non sono certo banali ma vogliono filtrare la sua intera esperienza.

Sede della SAT di Arco, 7 maggio 2016
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Ivo Rabanser racconta di quando, vista la sua scarsa resa scolastica, la mamma lo scaraventò in convento. “Scusate, volevo dire collegio…”, tra la risata generale. Alla libreria dell’Athesia passava ore e ore a leggere le guide di arrampicata. Lo avevano colpito le innumerevoli volte che veniva citato “H. Grill” quale autore di prime solitarie impressionanti e mai più pensava un giorno che sarebbe diventato suo amico. Ma ricorda bene d’essere stato subito incuriosito da questo H. Grill che faceva le solitarie di vie come la Canna d’Organo, l’Ideale, Schwalbenschwanz e Don Chixote, solo per rimanere alla Marmolada e senza citare quelle nel Karwendel, nel Wetterstein o Kaisergebirge. Rabanser racconta di come l’imprinting di Grill fosse quello dell’alpinista abituato soprattutto ad andare da solo, quindi pochi chiodi e assicurazioni scarse. E di aver contribuito a modificarlo nelle salite fatte assieme, a volte ricorrendo al trucco di portarsi qualche chiodo di nascosto!

Un giorno Heinz arriva a casa sua, in val Gardena. Parlandogli assieme scopre quanto fosse aperto alle opinioni altrui, al contrario di tanti alpinisti che pensano di essere il Verbo.

Quando poi passano all’azione, scopre la bellezza del lavoro in equipe. I fortissimi Franz Heiss e Florian Kluckner (presenti in sala), assieme ad altri scalatori e scalatrici (come Barbara Holzer, Sandra Schieder e Sigrid Koenigseder) fanno gruppo per la creazione dell’opera, che non è un’unica via, ma è l’insieme delle vie aperte (più di un centinaio solo nella valle del Sarca). Ivo è poi colpito dalla capacità di condivisione a opera finita, nella convinzione che i ripetitori faranno più bella ancora la via. Dice di non essere all’altezza della preparazione spirituale e filosofica di Heinz, ma lo meraviglia di continua quella sua capacità di essere focalizzato sull’obiettivo al massimo grado: per portare la via a compimento Grill diventa un martello!

A questo punto occorre osservare che di tutto questo non c’è nulla di scontato. Forse siamo stati noi a dare per scontato, così quando improvvisamente il sito chiude allora d’improvviso ci rendiamo conto di cosa ci sta mancando. Come non è scontato l’esercizio di amicizia nell’ambito del gruppo, quando una persona si veglia all’una di notte ad Arco, va da sola ad Agordo, aiuta quelli che vanno allo Spiz di Lagunàz a fare i 1000 metri di dislivello con il materiale, poi scende, sale in vetta alla Quarta Pala di San Lucano, sta in cima fino a che non li vede uscire in vetta e poi gli va incontro per aiutarli nella discesa! E’ vero che il progetto in questo modo non può che impreziosirsi. In ultimo, Ivo cita ancora la gratuità e fa un esempio. Alle soste delle sue vie Heinz pone, invece delle normali piastrine, degli anelli fatti dal fabbro che costano 4 euro l’uno. Una piastrina costerebbe 1,5 euro. Potrebbe sembrare un capriccio, il suo, ma alla fine il suo sistema è più efficace ed elegante. Rabanser conclude invitando Heinz a non farsi scoraggiare dai pochi che lo hanno criticato.

Tocca a me ora parlare. Inizio con la considerazione che riflettere sulla libertà è poco pacifico, perché costa fatica. Questa società non è affatto libera e si avvia a esserlo sempre meno. Ma la colpa è soprattutto nostra, non di fantomatici burattinai che ci vogliono togliere libertà facendoci diventare sempre più “consumatori”. Noi ce la mettiamo tutta a perdere libertà nel momento in cui vogliamo sempre maggiore sicurezza, una condizione utopistica che, al massimo della realizzazione, di sicuro nega anche la più piccola libertà. Riflettendo, a me sembra che ci togliamo libertà quando non diamo fiducia. La fiducia è un sentimento importante: la chiediamo molto più spesso di quanto la concediamo. Che c’entra la fiducia con la libertà? Semplice: fiducia vuole dire scegliere, ed è la scelta che ci rende uomini liberi e responsabili. Senza scelta c’è l’asservimento alle pulsioni incontrollate e alle ideologie. dare fiducia è faticoso e in più dev’essere spontaneo, altrimenti non vale. Inutile dunque scagliarsi contro chi non ha capito ciò che Grill ha davvero fatto in questa valle. Non otterremmo nulla. Lui stesso non lo ha fatto e ha reagito con maturità. Avrebbe potuto avere una reazione più violenta, ad esempio avrebbe potuto schiodare tutti i primi tiri delle sue vie, ma sarebbe stato un gesto intollerabile. Grill ci dice che siamo noi a fare belle o brutte le vie, dunque se le vie sono sporche la responsabilità è dell’ambiente umano che c’è attorno. La chiusura del sito è stata salutare per questa presa di coscienza. Personalmente interpreto questa realtà come la visione che ciascuno ha di un oggetto (ma anche di una creazione, cioè oggetto+forma) come può essere una via. Possiamo trovarci nella condizione psicologica di vedere brutto ciò che prima vedevamo bello.

Quindi dobbiamo dare più fiducia perché lo stato delle cose cambi e perché ci sentiamo più liberi. Più fiducia a chi ha creato e ha dato gratuità. A chi, in definitiva, ha anche cercato di unire due mondi culturalmente così diversi come quello tedesco e quello italiano. E lo ha fatto in questa valle che, guarda caso, è al confine sia geografico che storico: un laboratorio di cultura nuova e di unione, tra la cultura dell’ulivo e quella del grande Nord.

Dunque, se ci fossero meno indifferenti e più fiduciosi vivremmo tutti meglio, liberi: e faremmo vivere meglio chi ha fatto tanto per noi.

Ma non confondiamo la fiducia con la gratitudine. Siamo grati quando qualcuno ci ha regalato qualcosa, dunque è facile essere grati. Solo con la fiducia si fa un passo avanti, si libera quello spirito che poi vola attraverso i vicoli di questa città… Questa città che dovrebbe mettere in programma di dare la cittadinanza onoraria ad Heinz Grill.

Ivo Rabanser, Heinz Grill e Stefan Comploi, primi salitori del Pilastro Massarotto allo Spiz di Lagunàz
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Miori riprende la parola per introdurre un altro argomento di grande importanza: il libero accesso alle pareti. Parte dalla citazione della cosiddetta Parete proibita (dove peraltro gli arrampicatori continuano ad andare) per arrivare alle “pareti perdute” come di certo sono le falesie di Nuovi Orizzonti e della Rupe secca, oggi entrambi del tutto vietate e in effetti non frequentate. L’informazione è data al pubblico soprattutto per sollecitare una discussione e impostare il futuro quanto necessario dialogo con l’Amministrazione e i proprietari dei terreni. Infatti sono presenti in sala gli assessori Stefano Miori (alla Cultura) e Marialuisa Tavernini (Turismo e Sport). La domanda retorica infatti è: “possiamo noi, sistema Arco, permetterci di avere “pareti perdute”?”.

La parola poi passa a Diego Mabboni, proprietario dei negozi di articoli sportivi Redpoint. Anch’egli riconosce i grandi meriti di chi ha attrezzato le vie della valle del Sarca (“bonificando” e creando con grande intuizione), quindi in primo luogo di Grill e della sua squadra. Si fa portavoce di qualche critica, citando l’esempio delle “strisce bianche” sulla roccia, frutto di una pignola pulizia nel raggio di almeno 1,5 metri a destra e altrettanto a sinistra della linea di arrampicata. Queste strisce sono in effetti abbastanza ben visibili da lontano, anche se il tempo che passa ne attenua ogni giorno il contrasto con il resto della falesia. Mabboni cita poi che in nessun caso è stato mai usato materiale, di recente introduzione sul mercato, che si mimetizza facilmente con la roccia.

Incontri da Ruggero (la Lanterna, sotto la parete San Paolo): Ivo Rabanser, Giuliano Stenghel e Marco Furlani
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Lucia e Laura Furlani sulla via Linda alla Parete di San Paolo
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Viene in seguito aperto il dibattito: qui, per brevità, ci limitiamo a citare alcuni interventi, sottolineando però che la totalità delle opinioni espresse rimarcava, talvolta in termini davvero entusiastici, la qualità dell’operato di Grill e amici. Una voce discordante è quella di una signora, di chiare origini tedesche, che si lamenta della scarsa propensione degli arrampicatori a usare i servizi igienici (ove questi sono), costringendo i proprietari come lei a provvedere a una periodica pulizia degli oliveti. Sigrid Koenigseder si dà disponibile a collaborare per organizzare, magari annualmente, altri convegni come questo in cui dibattere temi importanti come appunto la libertà e la sicurezza. E’ dell’opinione che la magia di un luogo e di un ambiente si vivifichi soprattutto con lo scambio di idee. Marco Furlani sottolinea la sensibilità con la quale Heinz si è comportato. Prima di aprire vie ha ripetuto le vie esistenti, anche le più difficili, cercando di interpretare lo spirito con cui erano state aperte. Solo in seguito ha cominciato ad aprire. Continua Furlani: “E poi un giorno Grill mi ha fatto una domanda: Tu, che qui in valle hai aperto dei capolavori, ci dai il permesso di ripeterli e fare una risistemazione della chiodatura e della pulizia, un re-styling che riporti questi itinerari a quelle dignità di forma oggi altamente apprezzate? Ovviamente gli ho risposto che aveva carta bianca! Ma c’era il problema che le mie vie sono tutte abbastanza lunghe, e hanno richiesto mesi di lavoro! Chi altro se non Grill si è sobbarcato colossali impegni come questo?”. Subito dopo Furlani confuta quanto detto da Mabboni, sostenendo che non sono le strisce bianche o il luccichio di qualche spit a deteriorare un ambiente. Sono piuttosto le “pagode” al Laghel, o il complesso di “Olivoland” a deturparlo. E conclude raccontando che, proprio quel giorno, lui ha portato sua figlia Lucia e la moglie Laura sulla via Linda. In cima, Lucia ha disegnato un cuore sul libretto di via, con su scritto “Ti voglio bene, Heinz!”.

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Davide Battioni, di Parma, lancia l’idea di una collaborazione con il gruppo di Heinz: si può partire dalla sostituzione di un cordino obsoleto ma si può arrivare anche a giornate organizzate in cui, coordinati da Grill, tanti arrampicatori possono contribuire concretamente alla manutenzione delle vie (che tra l’altro Battioni definisce “monumenti”). Questa proposta è accolta con entusiasmo dal pubblico e da Miori. Stefano Michelazzi, dopo aver condiviso la positività dell’idea di Battioni, sottolinea che, come guida alpina, deve ringraziare Grill per le vie che ha aperto, che permettono alla sua categoria di esercitare anche in periodi in cui arrampicare in Dolomiti sarebbe inopportuno o impossibile. Anche albergatori e negozianti, come del resto aveva già detto Mabboni, sono beneficiari di questo grande movimento arrampicatorio. Michelazzi è perciò solidale con la mia proposta di chiedere che venga concessa a Grill la cittadinanza onoraria.

Sergio Calzà, past president della SAT sezione di Arco e autore dellaprima splendida guida di arrampicata della valle Vie di roccia e grotte dell’Alto Garda, lancia la proposta di premiare tutti coloro che hanno valorizzato la valle con l’apertura delle vie e magari anche il comitato del Rock Master.

Miori, dopo aver illustrato la figura di Sergio Calzà (informando che fu proprio lui, ai primi degli anni ’80, a ideare e costruire con qualche amico la via ferrata dei Colodri), riprende il discorso della proposta di cittadinanza onoraria, sostenendo che, al di là dei lunghi tempi di discussione in sede comunale, la proposta potrebbe, secondo il costume, diventare addirittura merce di scambio tra consiglieri… cosa che certamente non gioverebbe a Grill e alle idee ben più nobili che lo hanno fin qui sostenuto. Personalmente non si oppone di certo, ma invita tutti a non aspettarsi un facile risultato.

Infine, tocca a Grill chiudere e lo fa con queste parole: “Cari amici, cari arrampicatori, sono molto commosso della vostra simpatia e stima per il nostro lavoro nella valle del Sarca. Non mi ero accorto di quale importanza avesse il nostro sito per voi tutti. La mia vita è stata sempre un’altalena tra la condanna e la stima. Questa serata e tutte le voci, soprattutto quelle di Alessandro Gogna e Ivo Rabanser ma anche dei numerosi altri, mi hanno aiutato molto per ritrovare il valore del nostro lavoro. Durante la serata è nata l’idea della collaborazione: l’attenzione da parte dei partecipanti e ripetitori alle vie d’arrampicata è una vera forza. Questa energia non avrà effetto solo su di noi ma sarà presente anche nelle vie, le quali sono diventate al momento vittime di troppa terra e crescita“.

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Roba da chiodatori – 2

Roba da chiodatori – 2 (2-2)
di Marco Pukli, gennaio 2012

Pubblichiamo l’interessantissimo saggio pubblicato a suo tempo dall’autore sul suo sito. Il tema è Sulla corretta tecnica di chiodatura di una via d’arrampicata sportiva su roccia con ancoraggi resinati. A questo link la versione in pdf dell’intero documento. La natura assai tecnica, anche se di assai piacevole lettura, di questo saggio ci ha consigliato di riprenderne qui, a mo’ di presentazione, solo le considerazioni che l’autore pone alla fine del suo studio e la conclusione.

Della necessità dell’errore in fase di chiodatura
Fino a quando la via non è terminata il chiodatore deve avere la possibilità di sbagliare. Gli errori che può fare un chiodatore sono pressoché infiniti, dal mettere un chiodo nel posto sbagliato a non accorgersi di una pietra pericolosa a piazzare la sosta in un posto assurdo.

L’errore è anzi parte integrante del processo di creazione di una via nuova. Volere evitare gli errori ad ogni costo, voler fare delle vie nuove senza prima sbagliarle un po’, significa frenare e forse anche impedire la possibilità di creare delle belle vie. In fase di chiodatura è pertanto necessario creare quelle condizioni dove l’errore sia ancora possibile poiché, essendo l’errore un passaggio indispensabile del processo di chiodatura, senza la possibilità di sbagliare non esiste la possibilità di creare una bella via nuova. Al limite, si riesce a fare qualche “vietta”, nulla di più.

Chiodo installato male; la testa del chiodo non tocca nemmeno la roccia. A questo link la versione in pdf dell’intero documento.
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In ogni caso, per quanto si cerchi di fare le cose il meglio possibile, un certo lavoro di rifinitura e verifica della via appena creata è sempre necessario.

Dopo aver terminato i lavori in parete, il chiodatore dovrà scalare la sua opera, controllare che tutto vada bene e correggere gli eventuali difetti riscontrati.

Eh sì, perché è quasi impossibile che tutto vada bene al primo colpo, c’è sempre un qualcosina da aggiustare: una presa ancora da pulire, una pietra che muove, un chiodo messo nel posto sbagliato.

Il lavoro di chiodatura di una via può considerarsi concluso solo dopo che il chiodatore ha scalato la sua via e ha effettuato gli ultimi ritocchi.

Un breve cenno sull’arte di mettere nel posto giusto i chiodi
I chiodi vanno messi con precisi criteri. Non vorrei ora iniziare con le solite tiritere sulla disposizione dei chiodi su una via, poiché ne ho già parlato abbastanza nel saggio “Roba da chiodatori – 1”. Ma certe cose è comunque bene ricordarle, non si sa mai.

Allora:
La chiodatura di un itinerario va effettuata in base al livello degli arrampicatori ai quali l’itinerario stesso è destinato. Se attrezzi un 6b, lo devi chiodare per chi scala sul 6b, non per chi scala sul 9a+. Se poi sei proprio tu quello che scala sul 9a+, e quindi te lo sei chiodato per te stesso, con i chiodi a 7 metri uno dall’altro, allora sei proprio uno sxxxxxx!

Bisogna rispettare l’ambiente delle vie già esistenti. In linea generale, non incrociare altre vie, (tranne i casi in cui delle vie facciano dei lunghi traversi e occupino vasti tratti di parete molto interessanti).

Non chiodare vie nuove troppo vicine ad altri itinerari. Tra una via e l’altra ci deve essere spazio, molto spazio; le vie devono “respirare”. Non c’è cosa più brutta che due vie troppo vicine. E’ sempre meglio avere una via in meno che una via che disturba un’altra.

Non voler chiodare tutte le linee disponibili in un settore. Spesso il posto migliore dove mettere un chiodo è da un’altra parte, su un’altra parete.

Come dicevo, i chiodi vanno messi con una certa accortezza. Per trovare il punto giusto è sempre assolutamente necessario provare tutti i passaggi della via, per molte volte, finché non si è assolutamente sicuri di aver individuato il posto migliore. Per lavorare in questo modo, è necessario preparare la via: bisogna allestire una “pre-chiodatura” provvisoria necessaria per provare i movimenti e per individuare il posto in cui installare i chiodi, nonché per l’installazione vera e propria. Detta attrezzatura provvisoria sarà eliminata una volta chiodata la via, “cancellando” poi ogni traccia (per esempio tappando i buchi dei tasselli provvisori utilizzati).

Ecco alcuni criteri da seguire sempre; ogni ancoraggio deve:
– Impedire la caduta per terra o contro ostacoli;
– Essere immediatamente prima di un passaggio difficile rispetto alla difficoltà complessiva della via;
– Essere dalla parte della mano libera dell’arrampicatore, salvo casi eccezionali e giustificabili;
– Essere alla giusta altezza anche per i più piccoli di statura;
– Ridurre al minimo, per quanto possibile, l’attrito della corda;
– Disturbare il meno possibile il concatenamento dei passaggi;
– Essere posizionato in modo da non ostruire prese e appoggi;
– Essere sufficientemente distante da spigoli e bordi (non inferiore a 25 cm);
– Dare in generale possibilità di movimento al rinvio senza che questo, in fase di caduta dello scalatore, s’incastri o urti in modo anomalo sulla roccia.

Una divagazione estetica molto importante
Una via d’arrampicata sportiva su roccia ha motivo di esistere solo se è bella.

Chiodo ben installato; la testa del chiodo è infissa nel sistema “roccia / resina”. A questo link la versione in pdf dell’intero documento.
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Per chiodare una bella via bisogna senza dubbio conoscer alla perfezione la “tecnica” di chiodatura; ma la tecnica, in sé, non basta, anzi, in sé non serve proprio a nulla.

E’ vero che un chiodatore può iniziare ad avere un proprio stile solamente dal momento in cui è in grado di affrontare tutte le difficoltà tecniche, ma è ancor più vero che la tecnica può condurre il chiodatore solo fino a un certo punto.

La tecnica può condurre il chiodatore nei pressi della strada che porta alla creazione di una bella via, ma la trasformazione da semplice “itinerario” a “bella via”, a opera d’arte se vogliamo, è possibile solo attraverso un grande salto, un balzo verso la bellezza.

Il risultato finale sarà che un bravo chiodatore, attraverso le sue vie, grazie al suo stile, ci saprà mostrare la roccia, la parete scalabile, attraverso le linee più belle e sicure.

Con questo voglio dire che la chiodatura ha un peso molto importante nell’estetica di una via d’arrampicata su roccia.

La bellezza di una via d’arrampicata è data dalla natura nella quale la via si svolge, entro i limiti e i vincoli imposti dalla via d’arrampicata stessa (i chiodi in parete appunto, la chiodatura). La natura, attraverso la via d’arrampicata, si apre alle esperienze dello scalatore. Più i vincoli della via d’arrampicata (che sono appunto rappresentati dalla chiodatura), danno la possibilità di creare condizioni che favoriscono esperienze profonde e intense, più la via è gradevole.

L’esperienza, la storia delle vie finora attrezzate, ci ha insegnato che le vie più belle assai raramente sono state attrezzate da una persona alla quale difetta quel pregio artistico che sarebbe invece sempre auspicabile in un chiodatore. Infatti, quando troviamo una via particolarmente male attrezzata, possiamo stare certi che ciò che manca al chiodatore non è la conoscenza tecnica, bensì il senso estetico.

Purtroppo, anche dominando alla perfezione ogni regola tecnica di questo mondo, un chiodatore con scarso senso estetico, volgare (intendendo per volgare appunto quella mancanza di pregio estetico che invece sarebbe auspicabile), tenderà a utilizzare per le proprie opere comunque tecniche e materiali mediocri. Non è che non sappia “capire” le cose belle: non le sa creare.

I risultati si vedono subito: chiodi piantati qua e là a un po’ casaccio, vie chiodate ovunque indipendentemente dal loro interesse estetico, materiale scadente, itinerari che sono delle “linee rette”, dritte come i binari della ferrovia nel deserto, anziché delle linee naturali, sinuose, a serpentina, che scorrono fluide e leggere nelle pieghe della parete.

Ancoraggio Cosiroc FFME 12,5 x 90 ben installato. Non muoverà mai! A questo link la versione in pdf dell’intero documento.
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Vediamo infine alcuni semplici e veloci esempi pratici basati su considerazioni estetiche, per far sì che il lavoro del chiodatore possa sempre restare all’interno dei confini del buon gusto.

– Una via d’arrampicata su roccia non dovrebbe essere troppo corta, diciamo non meno di una dozzina di metri. Ovviamente questo in linea generale, poiché nella realtà ogni falesia è un discorso a parte. Per esempio, nei “settori scuola” le vie corte sono molto utili;

– Una via d’arrampicata dovrebbe essere su roccia solida e sicura;

– Una via d’arrampicata dovrebbe essere sempre a una certa distanza da altre vie, in modo da “respirare” per bene e non “disturbare” le linee limitrofe;

– Meno vie si chiodano meglio è. Non chiodare tutto il chiodabile, ma creare solo cose “importanti”, belle e tecnicamente perfette, e il resto lasciarlo stare. Chiodare poche vie nuove dà solo vantaggi;

– Esteticamente, il chiodo “più bello” è quello che non c’è; sarebbe meraviglioso poter scalare senza chiodi in parete. Ma visto che ciò non è possibile, che qualche chiodo qua e là deve esserci per forza, altrimenti ci spiaccichiamo in terra, il chiodo più bello è quello che “quasi” non c’è, quello che “quasi” non ti accorgi di averlo moschettonato, d’averlo visto, di averne sentita la necessità. Un chiodo ben messo, messo nel posto migliore, aiuta lo scalatore a rendersi libero.

Conclusione
Se il lavoro di chiodatura con ancoraggi resinati è ben fatto, viene assicurata un’eccezionale sicurezza e durata nel tempo. Inoltre, è il sistema più discreto, che si vede meno, con il minor impatto ambientale.
Chiodare una via d’arrampicata sportiva su roccia è però diventata un’attività (un’arte?) talmente complessa che, per raggiungere un sufficiente livello tecnico, è ormai necessaria un’adeguata formazione.
In pratica, è necessario che “l’apprendista chiodatore” impari almeno i fondamenti del “mestiere” da un chiodatore esperto.
Ma attenzione: per diventare “veri” chiodatori serve, al di là di ogni possibile didattica, anche una certa
dose di talento naturale.
Resta però il fatto che, senza adeguata formazione, anche chiodatori geniali e potenzialmente molto dotati possono arrivare a fare delle belle e grandi minchiate.

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Roba da chiodatori – 1

Roba da chiodatori – 1 (1-2)
(digressione sui chiodi piantati male e sui chiodi piantati bene)
di Marco Pukli, giugno 2008
Le fotografie sono dell’Archivio di Marco Pukli.

Il 17 febbraio 2015 Maurizio Oviglia faceva una bella intervista a Marco Pukli su www.planetmountain.com, Marco Pukli e l’arte di attrezzare una falesia. Ad essa rimandiamo per ulteriori dettagli rilasciati dall’autore. Il seguente saggio è invece stato pubblicato dall’autore stesso (qualche anno fa) sul suo sito.

Le regole del gioco
Le vie d’arrampicata sportiva su roccia ben chiodate e quelle mal chiodate si assomigliano tra loro, ma ogni via veramente mal chiodata racchiude in sé una “bruttezza” che la contraddistingue da tutte le altre.

1.
Forse sono un po’ troppo severo nei miei giudizi, o più semplicemente dopo vent’anni di analisi critica di ogni via che scalo, comprensiva di valutazione attenta e pignola di tutti i chiodi che vedo, mi sono un po’ rincoglionito. Fatto sta che, oggi più che mai, mi sembra che di vie d’arrampicata sportiva Attrezzate a Regola d’Arte (*), quindi chiodate come dio comanda, ce ne siano ben poche.

Ecco allora che mi chiedo: quali possono essere stati i motivi che ci hanno portato ad avere così poche via “ARA” e così tante vie chiodate alla belin di cane?

(*) Per via d’arrampicata sportiva Attrezzata a Regola d’Arte, d’ora in poi “ARA” (denominazione che fa un po’ ridere ma che in fondo in fondo ha un suo senso), intendo quel genere di via quale potrebbe essere, volendo fare solo alcuni esempi tra Liguria e Provenza: Chant de Florette a Peillon; Itinéraire d’un grimpeur gâté a Gorbio; Les cochons dans l’espace alla Loubiére; Fatal Fury a Castillon; Tik alla Rocca di Corte; Lo spigolo dei bucanieri a Toirano; Amen al Grottone di Tanarello; La folle speranza al Terminal; Tapas a Euskal; Cyndi Wau Wau alla Fontana; Cianbalaur a Monte Cucco; Raiëu a Superpanza; Oltremitica a Bric Scimarco; Ombra a Rocca di Perti.

Chiodo su blocco venato
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2.
Chiodare una via “ARA” significa, tra le altre cose, offrire un “servizio” a chi scala, svolgendosi la via su una parete che deve essere considerata un bene comune, in quanto parte integrante di quel mondo sul quale, bene o male, tutti noi dobbiamo vivere.

La roccia e gli appigli, la terra nei buchi e l’aria che li circonda, il vento e il sole, appartengono all’umanità intera (“appartengono” per modo di dire). I chiodi sulla via, invece, non sono di nessuno e rappresentano un mero servizio che qualcuno (il chiodatore) ha voluto offrire agli altri (gli scalatori), col solo scopo di rendere scalabile un tratto di parete. Sono partito da questa idea un po’ strampalata di “servizio di chiodatura” per arrivare a esprimere una serie di idee che, quando mi vennero in mente, considerai molto importanti, e che ora posso così riassumere: lo scopo del chiodatore deve necessariamente contemplare sia l’estetica che la fruibilità delle proprie creazioni.

Come a dire: ogni via “ARA” deve “sempre” essere sia bella che scalabile.

3.
Penso che una via si possa considerare perfettamente attrezzata solamente se:

a) è interamente “scalabile”, ovvero è chiodata in modo che una qualsiasi persona con un livello tale da essere in grado di effettuare i passaggi della via in libera possa arrivare in catena sano a salvo. Se una via è di 7a, in linea di massima chi scala sul 7a deve riuscire a scalarla. Notare bene il “sano a salvo”: la via è OK solo quando è scalabile entro ragionevoli margini di sicurezza. Quindi, non solo non ci si deve rompere il collo o finire all’obitorio spezzati in due, ma non ci si deve neppure far male al punto da essere costretti a una convalescenza di due mesi nel letto di casa per aver battuto i talloni su una sporgenza;

b) scalandola si ha a che fare con qualcosa di veramente bello. Resta inteso che non sarà poi la sola bellezza intrinseca della via a spalancare in modo gratuito le porte dell’estasi: per raggiungere un minimo di godimento bisognerà dar sempre fondo a tutte le proprie capacità. Al di là del tipo di chiodatura, l’arrampicata è uno sport bastardo che non regala niente a nessuno.

Resinato correttamente “incassato”; il moschettone lavora perfettamente
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4.
Il “volo”, ossia la caduta mentre si tenta un passaggio, su una via “ARA” deve essere sempre previsto, poiché è parte imprescindibile del gioco, fermo restando che in condizioni normali non ci si deve mai fare male. Per me, il volo ha un senso soltanto se:

a) il chiodo è messo bene e al posto giusto;

b) non si rischia di andare a sbattere da nessuna parte in modo violento;

c) il chiodo non si trova “troppo” sotto i piedi.

Col chiodo troppo lontano (anche quando tutto va bene, con la corda non girata dietro a una gamba e il volo ben impostato), normalmente si prende troppa velocità durante la caduta, e si rischia (in molti casi anche in forte strapiombo) di andare a sbattere violentemente contro la parete.

In ogni caso, tralasciando il problema della distanza tra il chiodo e lo scalatore al momento del volo, ciò che veramente fa la differenza tra un passaggio ben protetto e uno pericoloso, è come il chiodo protegge il passaggio.

Se lo protegge bene, il chiodo è messo al posto giusto; se lo protegge male, è messo al posto sbagliato.

Semplice e ovvio, come concetto, ma per riuscire a metterlo in pratica bisogna essere, oltre che tecnicamente ben preparati, anche sensibili artisti.

5.
Il chiodatore dovrebbe quindi sempre cercare di proteggere al meglio possibile innanzitutto le sezioni difficili. Per ottenere questo risultato è necessario attuare una lunga serie di accorgimenti. Per esempio, dopo aver preventivamente “pulito” ogni appiglio e ogni appoggio, bisognerà provare e riprovare sistematicamente tutta la via, dall’inizio alla fine, installando poi i chiodi solo dopo aver acquisito la certezza di avere individuato il posto migliore dove metterli.

La via dovrà sempre e necessariamente essere armata con corde fisse, in modo da potervi lavorare a lungo e in sicurezza.

Su una via provata e analizzata con cura dal chiodatore, ben difficilmente si troveranno passi di blocco mal protetti, “runout” senza senso e moschettonamenti quasi “imprendibili”, cosa invece molto frequente su tutte le vie “chiodate a occhio”.

Questo è comprensibile: è pressoché impossibile chiodare una via “ARA” semplicemente calandosi dall’alto e mettendo i chiodi dove “sembra” che possano andare bene. Così non funziona, i chiodi risulteranno poi messi un po’ a casaccio e la via perderà per sempre quella sua “purezza” dovuta a una chiodatura perfetta, caratteristica che avrebbe invece potuto mantenere grazie a un lavoro eseguito con mano d’artista.

6.
Nella tabella che segue ho cercato di elencare alcune delle attività più importanti da eseguire correttamente per chiodare bene una via, sbagliando le quali potrebbero scaturire tutta una serie di inconvenienti. Questi inconvenienti si riscontrano effettivamente con notevole frequenza nelle nostre falesie. Non vorrei drammatizzare, ma certi settori sono addirittura una sorta di “museo degli orrori”, dove gli errori del chiodatore si sovrappongo uno all’altro creando una “miscela esplosiva” di pericoli latenti, celati in vie che solo in apparenza sono ben chiodate (perché magari con chiodi nuovi e ravvicinati), ma che nella cruda realtà dei fatti sono brutte e pericolose (chiodi messi male? resina inadatta? moschettonamenti impossibili?).

Tanto per fare un esempio, si pensi che, normalmente, a un chiodatore capace ed esperto, per chiodare bene un tiro “ARA” sono necessarie due giornate di lavoro (ovviamente non retribuito, ed è giusto e necessario che sia così).

Ebbene, c’è invece chi in due giorni è riuscito a “sfornare” più di 10 vie nuove.

Troppo poco, il tempo impiegato, e non dico il risultato. L’incapacità di dedicare il tempo occorrente alle varie fasi di lavorazione necessarie per realizzare una via, è uno dei principali sintomi che mettono a nudo il deficit tecnico e artistico di un chiodatore.

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Il rispetto di queste regole non offre, ovviamente, alcuna garanzia di risultati perfetti. Per contro, la loro violazione assicura una chiodatura catastrofica.

7.
E’ capitato a tutti di trovare interi settori con vie chiodate in modo osceno, mentre non sono probabilmente in molti quelli che hanno avuto la fortuna di scalare in falesie perfettamente attrezzate.

Peccato, perché – oltre ad essere più belle – le vie ben chiodate risultano sempre “meno impegnative” rispetto a quelle aventi la stessa difficoltà intrinseca, ma chiodate male. Questo è dovuto al fatto che lo scalatore, quando scala una via ben chiodata, non “sente” su di sé quelle particolari difficoltà derivanti dalla cattiva chiodatura (che lo costringe a far peripezie per proteggersi). Riceve quindi la sensazione di scalare una via “più facile” rispetto ad altre valutate con lo stesso grado, ma chiodate peggio. Resta inteso che questa è una sensazione ingannevole: l’impegno richiesto per salire, dovuto all’eccessiva tensione per superare passaggi mal protetti e ai grandi sforzi per moschettonare, non rappresenta mai la reale difficoltà della via, bensì un artificio creato esclusivamente dalla cattiva chiodatura.

La difficoltà della via è data dai passaggi da affrontare in libera, “al netto” dei moschettonamenti, soprattutto se questi sono maldisposti. Quante volte mi è capitato di fare dei 6b+ che, per via di una chiodatura assurda, richiedevano un impegno da 7a+! E quante volte ho scalato vie perfettamente attrezzate di 7a, ben presto degradate a 6b+ solo per la loro “virtù” di essere ben chiodate!

In pratica, in certe zone sembrerebbe che per chiodare un 7a+ sia sufficiente chiodare male un 6b+, e per chiodare un 6b+ sia necessario chiodare bene almeno un 7a.

Personalmente detesto questo genere di vie: mi viene voglia di non farle, o di scalarle con la corda dall’alto, in modo da escludere i difetti dovuti alla cattiva chiodatura e assaporarmi quindi il gusto di scalare la via “pura” così com’è, senza quegli errori del chiodatore che la hanno corrotta.

Fix su muro poco strapiombante; notare l’angolo corretto, tra la linea rossa e quella verde, e l’angolo reale, in blu; anche se il chiodo può sembrare installato perfettamente, la placchetta è leggermente storta. La tensione sul tassello è elevata, anche senza sollecitazione da parte degli scalatori
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8.
Azzardo un aforisma, quasi una sentenza: quando una via è brutta o pericolosa è sempre colpa del chiodatore.

Ho già elencato tutta una serie di possibili errori che bisogna evitare. C’è però un ulteriore aspetto da considerare, assai particolare e interessante, anche se un po’ inquietante: il chiodatore potrebbe aver attuato di proposito delle scelte che hanno portato la via a essere, per certi versi, pericolosa.

In pratica, l’ha fatto apposta.

Esempio tipico, è il chiodatore che crea una via proteggendo male i passaggi difficili in modo da “selezionare”, e quindi escludere, il maggior numero possibile di scalatori. Inutile aggiungere che questo succede solo su vie che per lui sono “facili”, o giù di lì. La sua sicurezza è sempre garantita, quella degli altri no.

Alla base di questo tipo di azione c’è quasi certamente la convinzione che “chiodare” non sia un servizio da offrire al prossimo, ma un modo per impossessarsi di un qualcosa (di che cosa, poi, resta tutto da capire), sul quale fare ciò che si vuole indipendentemente dagli altri, e dai loro diritti.

Questo atteggiamento è scorretto: le vie vanno chiodate per chi le scala, non per chi le chioda, e il chiodatore non ha alcun diritto pratico sulle “sue” vie, se non quello di scalarsele.

Inoltre, in arrampicata – in qualsiasi genere di arrampicata, dall’alpinismo estremo alla scalata domenicale di coppia – la ricerca del rischio è una disciplina che ognuno deve cercare di gestire da sé, con la propria testa e con le proprie forze, e nessuno dovrebbe permettersi di voler imporre le proprie condizioni. Tra questi “nessuno” figurano anche i chiodatori.

9.
Ma – ahimé – di chiodatori che pensano che le falesie siano “loro” solo perché vi hanno attrezzato le vie è pieno il mondo.

Una delle conseguenze di questa strana visione del “bene comune”, è che le vie prodotte passando attraverso questa mentalità risultano spesso attrezzate a immagine e somiglianza del personale “livello” di scalata del chiodatore, e non del livello intrinseco della via, come dovrebbe invece sempre essere. Faccio un esempio: su una falesia chiodata da uno che scala sull’8a, troveremo dei ”facilissimi” 6b chiodati in modo a dir poco imbarazzante, vicini a degli 8a attrezzati meravigliosamente.

In pratica, le vie che si avvicinano al “limite” del chiodatore saranno chiodate bene, mentre le altre saranno terreno “off limits” un po’ per tutti.

Ecco allora spuntare strani settori con due o tre “7c+ bloc” chiodati benissimo, e quindici 6a/b di resistenza attrezzati in modo osceno. Eh sì, perché, caso strano e veramente inspiegabile, non è che il chiodatore un po’ birichino (eufemismo) eviti di attrezzare le vie più facili! No! Chioda tutto, a raffica, in modo seriale. Non lascia nessun spazio libero, tappezzando la parete di vie. Si prende tutto, facile e difficile, bello e brutto, lungo e corto, marcio e sano, interessante e disgustoso.

L’unica cosa che tralascia è di non fare errori.

Marco Pukli su L’angolo dei poeti, al settore destro della Rocca Garda, Albenga, attrezzata con tasselli meccanici, come le altre 4 vie del settore
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10.
Non è raro trovare itinerari dei 7a chiodati in modo talmente bizzarro che se per disgrazia va a farle uno che realmente scala solo sul 7a succede un “patatrac” (rumore di talloni sfondati…), soddisfacendo appieno il “senso di giustizia” di quel chiodatore che – evidentemente – voleva intorno a sé solo gente in grado di scalare “ben oltre” il 7a.

Sembra proprio che certi chiodatori vogliano “giudicare” gli scalatori basandosi sull’altrui abilità nella scalata, condannando quindi all’inferno i brocchi e i tranquilli, ma promettendo il paradiso ai fortissimi e agli intraprendenti, agli eroi.

Ecco che allora diranno ai “dannati”: «le nostre sono vie chiodate lunghe». Ma cosa vuol dire – santiddio! – chiodate lunghe? Nessuno ha mai notato che su tantissime di queste vie, lasciando invariato il numero degli ancoraggi in loco ma disponendoli in modo migliore, queste risulterebbero chiodate normali? Quelle non sono vie chiodate lunghe, sono soltanto vie scandalose.

Sembra una barzelletta, ma di vie così ce ne sono tantissime. Interi settori che pur promettendo itinerari “ARA”, in realtà sono trappole, nelle quali è sempre facile cadere, visto che parliamo di belle falesie costellate di vie, su roccia sana, alte 30 metri, al sole, distanti 10 minuti di cammino dalla macchina – e non della parete nord dell’Eiger (la quale, nel suo essere oggettivamente pericolosa, resta una parete onesta).

Farsi male su una via d’alta montagna, di stampo alpinistico, è un conto (in alta quota il fattore rischio è inevitabile, e deve necessariamente far parte del gioco) mentre farsi male su una via “ARA” è un altro.

Come a dire: se decido di partire in compagnia dell’audace Reinhold per una grande via del Monte Bianco, in inverno, mi attrezzo e mi preparo in un certo modo, mentre se vado a scalare con la bella Nastassja una dolce mattina di primavera ad Albenga mi predispongo diversamente.

11.
Non sono poche le persone che, vittime ingenue di queste trappole, vi si sono fatte male. Chissà in quanti hanno passato giorni su giorni doloranti a leccarsi le ferite, magari pure con la vergogna di non aver saputo gestire correttamente il rischio connesso alla pratica dell’arrampicata su roccia!

Pensandoci bene: è realmente possibile gestire a dovere un determinato tipo di pericolo, quando questo viene generato proprio dalle opere di colui che avrebbe dovuto fare tutto il possibile per scongiurarlo?

Chi è che non ha saputo “stare al gioco”, lo scalatore che s’è fatto male o il chiodatore?

12.
I chiodatori “poco affidabili” sono, nel complesso, un po’ pericolosi, e non mi sembra giusto assecondarli, giustificarli o addirittura incoraggiarli più di tanto; anzi: bisognerebbe sempre riuscire ad immaginare quanto più bella avrebbe potuto essere una via se, al posto di un chiodatore mediocre (o semplicemente egoista), ne fosse arrivato uno veramente bravo.

Perché una via grosso modo scalabile ma priva d’interesse estetico, oppure mal chiodata, è una via che non dovrebbe esistere.

Marco Pukli con famiglia
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13.
E’ ora che si inizi a capire che non tutti i chiodatori sono benefattori senza i quali non si saprebbe dove andare a scalare. Perché se è vero che è il lavoro di attrezzatura a rendere possibile la scalata, è anche vero che il mero fatto di poter scalare, se ristretto a un’attività priva di valore, di per sé rappresenta un qualcosa di assolutamente insignificante.

Non è quindi il predicato “scalare” a farla da padrone, bensì come il soggetto, lo scalatore, vive l’esperienza della scalata.

Fintanto che l’uomo non la valorizza, l’arrampicata, in sé, è destinata a restare un termine quasi privo di senso, un’azione come tutte le altre, uno sport senza via d’uscita.

Per uscire da questo nulla, la scalata deve quindi, dopo essere divenuta possibile, risolversi nella bellezza. Ciò che conta, in fondo, è l’intensità estetica che grava su una via, alias “quanto” la si può sentire bella.

La persona che scala va incontro a questa possibilità estetica; ma per far sì che l’opportunità di valorizzare l’arrampicata si concretizzi, la chiodatura presente sulla parete non dovrà in nessun modo compromettere né la purezza della roccia, né le possibilità insite nello scalatore di afferrarne i significati.

14.
Non si sa bene perché, non si capisce come, ma a volte s’avvera il miracolo e – sia benedetto San Bernardo di Mentone – la roccia riceve su di sé una sfilza di chiodi messi a regola d’arte, chiodatura perfetta eseguita con la diligenza del buon padre di famiglia.

A condizione che sia ben fatto, e solo a questa condizione, il “lavoro” del chiodatore “ARA” diventa allora qualcosa di veramente importante, poiché è proprio grazie ad esso che ogni scalatore potrà avere l’opportunità di vivere sulla roccia – e sulla propria pelle – delle esperienze di un certo valore, valore che sarà tanto più alto quanto più intense saranno le esperienze vissute.

Non è cosa da poco. Per quanto ne so io, l’intensità di queste esperienze è superata solo da ben poche altre cose al mondo.

(continua)

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Chiodare… un sogno

Chiodare… un sogno
di Michele Guerrini

1976. Con il bus di linea n.8 dalla stazione di Vicenza arrivo in piazza a Lumignano e dopo una breve camminata, sotto la famosa PARETE (a quel tempo esisteva solo la “classica”), con il compagno Francesco (Pellizzari).

La falesia di Lumignano classica
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Scaliamo la Maruska e poi proviamo il Diedro della Sbrega come ci aveva consigliato Don Gastone durante un pomeriggio di allenamento nella palestra di Gogna.

15 metri senza un chiodo poi finalmente ne trovo uno ad anello, ma subito dopo non riesco a passare… Pianto un chiodo, lo accoppio a un nut e recupero il compagno.

Dopo alcuni tentativi siamo costretti a fare una doppia… (naturalmente recupero il nut e quindi mi calo sul chiodo che ho appena piantato).

A quel tempo si scalava con il casco, fettucce a tracolla, moschettoni sciolti all’imbrago (completo), dadi (i friend non erano ancora arrivati…) chiodi e martello.

1977. Torno a Lumignano e ripeto la Maruska ed il diedro della Sbrega (sperando di trovare il mio chiodo che nel frattempo avevano già tolto…), fessura Rossi, spigolo Conforto e provo lo Spigolo della Sbrega (allora gradato VI e A0), che a fatica riesco a fare (in A0).

1978. Sono due anni che mi alleno frequentando la palestra di roccia di Gogna (VI) e questa volta con Francesco (Marin) vado a Lumignano e ognuno per conto proprio ci scaldiamo salendo (slegati) la Conforto, scendendo dalla Rossi, poi pancia classica e ci leghiamo per provare lo Spigolo della Sbrega che viene così liberato (VI+).
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Nei mesi precedenti Ugo (Simeoni) ha chiodato una placca con chiodi a pressione (unici ancoraggi artificiali utilizzabili su placche compatte) e così proviamo anche quella… Sarà forse il primo VII grado di Lumignano.

Anche Renato (Casarotto) ha chiodato due vie: uno spigolo tra la Conforto e la nuova via Simeoni (con 5 chiodi normali, uno dei quali “rubato” al mercato di Feltre) e una a destra della pancia classica proprio sopra l’Ulivo di Mario che segna l’arrivo del sentiero alla falesia.
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Penso che la via di Renato sia stata la prima a essere chiodata calandosi dal bosco soprastante, provata con la corda dall’alto e poi ripetuta dal basso (un chiodo a pressione accoppiato a un Cassin dal profilo a U dopo i primi 8 metri e subito dopo un bel blocco di sinistro da eseguire in modo deciso in quanto la discesa non sarebbe stata delle più semplici; il secondo accoppiato con un camp in acciaio duro ai piedi del passo chiave e l’ultimo a circa 8 metri dalla sosta formata da un cordone su albero…).

1979. Diego (Campi) chioda a pressione (ma con chiodi artigianali dal profilo quadrato anziché tondo/conico e “testa” saldata), una placca a sinistra della Rossi (primo tiro VII- e il secondo A2), poi traccia una linea a destra del famoso Tetto Rosso (Arco d’oro) realizzando una via di A2 sempre con i suoi chiodi a pressione distinguibili anche dal colore rosso (rosso di sera…); chioda un paio di vie sulla Piramide e anche Macedonia a chiodi normali (il primo piantato solo per metà della sua lunghezza in un piccolo foro nella roccia giallo/marcia dell’attacco… passo chiave…).
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Nel torrido luglio dello stesso anno, dopo aver letto decine di numeri della famosa rivista inglese Mountain e un sacco di bei libri (tra i quali Yosemite climbers di George Meyers e Montagna vissuta di Reinhard Karl), mi lancio dal basso nell’apertura di una via con l’amico Michele (Piccolo, papà di Carlo) con l’aiuto di chiodi normali, cliff, ancorette varie, chiodi a pressione, piedi sulle staffe e braccia gonfie a battere con il martello il perforatore a mano.

Quando però la pancia si fa più verticale esco dalle staffe e con un passo che mi rimarrà nel cuore per tutta la vita scalo la placca successiva fino ad una nicchia dove fortunatamente trovo delle clessidre per formare la sosta… (sosta attuale 2015). Nasce Margherita.

1980. Ripeto dal basso la pancia Casarotto che con i suoi 3 chiodi nei 25 metri di parete è una bella dimostrazione di forza di volontà, poi la Simeoni, la placca di Diego e tutte le vie più dure di Lumignano.

Inizio a chiodare altre vie nuove, ma questa volta utilizzo un perforatore a mano per chiodi a espansione con filettatura da 8 mm (Petzl da speleo): Marylin, Pistacchio, Phisical e molte altre.

Conosco Heinz (Mariacher) di cui ho letto le imprese sulla Marmolada e che ho visto scalare ad Arco con Roberto (Bassi) e a Lumignano con Luggi (Rieser, quello della Mephisto) mentre liberava Durlindana (primo 6c di Lumignano, via chiodata da Michele Piccolo in solitaria dal basso con chiodi normali, di cui uno ora è visibile al terzo spit, e chiodi a pressione oltre le famose ancorette, cliff, ecc…).

1981. Heinz mi fa vedere un tassello autoperforante (molto simile al Petzl) più lungo dei precedenti e con una filettatura da 10 mm… la manna per la sicurezza!!!!

Finalmente si riesce a chiodare in modo decente (comunque sempre a mano), anche le soste (la maggior parte delle quali è su piante…).

1982/83. Vado in Verdon con Propoli (Marco dal Zennaro), Giorgio (Poletto), Silvano, il Brocca e altri simpatici mestrini. Mi si apre un mondo sull’alta difficoltà e sulla chiodatura…

Al ritorno dalla Francia compro un Bosch a 24 Volt e proseguo la chiodatura di Lumignano iniziata anni prima, ma con ritmi notevolmente più veloci (vado a chiodare solo nei fine settimana, ma riesco a realizzare una via al giorno…).
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Mi faccio fare, da una ditta dell’alto vicentino che lavora l’acciaio inox, 2000 piastrine con spessore da 2 mm e una buona parte la dò anche ad Heinz che nel frattempo sta chiodando ad Arco.

1986. Chiodo alcune vie con golfari (maschi) da 10 mm: mi sembra che tutto sommato vadano bene e mi fanno risparmiare un sacco di bulloneria, la trazione del volo è sempre corretta, che siano piantati su placca come in strapiombo. Ho terminato le piastrine e con questo “sistema” risparmio anche quelle. Visivamente però non mi piacciono, sono grossi, si arrugginiscono… così smetto di usarli lasciando alcune vie chiodate con questo sistema.

Chiodo quasi tutte le altre vie di Lumignano con i tasselli precedenti… Atomic Cafe, Passo Falso, El Somaro, MisterX, Ginevra, Papillon, Sharura, Technicolor, Il mago della Propoli, ecc.

1996. Sono rimasto 6 anni senza scalare, un po’ ribelle alla piega “sportiva” che aveva preso l’arrampicata dopo aver assistito alla manifestazione di Bardonecchia (anche se in quella occasione ci siamo divertiti parecchio visti gli eventi ad opera di Wolfgang Güllich, Marco Pedrini, Marco Ballerini…).

Nel frattempo mi sono dato al motocross, enduro e qualche gara internazionale come la Lignano Sabbiadoro.

Il richiamo della roccia però è profondo (anche perché in moto mi sono rotto più ossa, legamenti e articolazioni che in tutta la mia vita alpinistica…) e quindi decido di diventare Guida Alpina, professione che mi piace e presenta notevoli responsabilità reali e morali (anche da chiodatore).
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Torno a Lumignano e trovo molte mie vie richiodate (con tasselli resinati e Upat, segno della tecnologia che sta cambiando…).

Vedo la via di Casarotto (la pancia) richiodata a tasselli e con un numero di protezioni che la rende sicura più di prima (ovvio) ma che “snatura” il valore storico della via e quello di chi la ripeteva con la chiodatura originale.

E’ praticamente diventata uno dei tanti 6b del mondo (Casarotto è morto sul K2 in solitaria aprendo una via nuova e ora la sua via di Lumignano con lui).

Molte mie vie subiscono lo stesso trattamento: dove i passaggi erano obbligatori, è ora presente una protezione in più, così da renderle “scalabili” anche ai più “paurosi” (Goccia d’arsenico, Odore dei sogni, ecc.).

Non è aumentata la sicurezza in quanto anche prima non si “moriva” se si cadeva (ma si facevano voli un po’ lunghetti); per contro si è tolta la possibilità di quel controllo mentale necessario alla salita e soprattutto non si è tenuto conto della storia (idea iniziale del chiodatore e sviluppo per la realizzazione).

Chiodo altre vie e comincio l’opera di richiodatura di alcuni itinerari. I golfari di “éclair d’argent” mi si spaccano non appena provo a svitarli!!!

Ho scoperto infatti che alla fine del perno era presente uno scarico da filetto che diminuiva il diametro in modo da creare una linea di frattura… (no comment).

La richiodatura verrà fatta soprattutto con tasselli di varie ditte presenti sul mercato (Hilti, Upat, Fischer, Raumer, Petzl, ecc…) e piastrine zincate o inox.

Con il tempo userò anche resina bicomponente epossidica, ma la messa in opera risulterà molto più lunga e meticolosa.

2006. La frenesia da chiodatore ormai ha preso il sopravvento e oltre ad aver richiodato la Nuova (sempre a Lumignano) e aver aperto altre vie sulla stessa parete, apro anche i miei “orizzonti” verso altri lidi e pareti, comprese 6 nuove vie sul Monte Pasubio chiodate praticamente da solo o (raramente) in compagnia di pochi amici disposti a “lavorare” a 200 metri da terra (in tutto una quarantina di tiri).

Intanto imperversa la “moda” della resina e quella brutta abitudine da parte di qualcuno di aggiungere delle “leccatine” della stessa qua e là per “creare” appoggi inesistenti in precedenza o di scavicchiare un po’ di più qualche tacca, lista o buco che prima si presentava solo come “intermedio”.
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L’etica anche in falesia sta cambiando a favore del grado che cresce fino al 9a.

2016. Si scala sul 9b+, ma i chiodatori sono sempre gli stessi (solo più vecchi).

Come Guida Alpina ho seguito un aggiornamento sulla chiodatura a novembre 2015 (mese che purtroppo ricorderò per la tragica perdita di mia madre proprio all’ultimo giorno di corso).

Devo dire che i tre giorni passati con i 40 colleghi sono stati interessanti dal punto di vista tecnico e credo che verrà realizzato un manuale sull’argomento della chiodatura d’itinerari su roccia. Ma non potrà mai essere spiegata in un testo tecnico la passione, l’esperienza, la conoscenza, insomma il “Vissuto” (ANIMA) che ogni arrampicatore ha acquisito nella sua vita alpinistica (e artistica).

La realizzazione di nuovi itinerari è come la creazione di un’opera d’arte, visibile a tutti, ma nella quale solo all’artista è data la possibilità di conoscerne intimamente i segreti e il valore.

Alcune vie di roccia sono opere d’arte, passate alla storia per la loro bellezza indipendente dal grado.

Fin dall’inizio della mia storia di chiodatore ho investito tempo e denaro (il lato economico è meno rilevante, ma va ricordato che una via costa circa 40/50 euro e tenendo conto che ho tracciato più di 350 tiri…), ma soprattutto mi sono messo in discussione e come artista ho avuto la fortuna di emozionarmi di fronte ad alcuni capolavori e vissuto dei sogni (vedere una linea, chiodarla e ripeterla) con il piacere di trasmetterli anche ad altri.

Non tutte le frittelle escono col buco e non tutte le vie meritano fama e gloria, ma rimangono comunque nel cuore di chi le ha create.

Ora è giunto il momento di realizzare un progetto che prevede la rivisitazione e la riattrezzatura (mettendo in sicurezza gli itinerari e correggendo alcuni errori del passato) di tutta la falesia di Lumignano.

Molte linee le conosco per averle realizzate, altre sono opera di altri scalatori che conosco o di cui ho sentito parlare e molto diversi da me.

Vorrei che ci fosse coerenza, onestà storica e chiarezza su tutta l’opera che verrà eseguita (parlo di etica e non di sicurezza visto che si è già fatta una scelta tecnica univoca per tutto il materiale da usare…).

Mi piacerebbe che la maggior parte delle vie “scavate” fosse riportata “al naturale”, magari ponendosi dei limiti legati al grado o alla fattibilità con ragionevolezza, senza intransigenza e integralismi, per non stravolgere troppo guide cartacee e frequentatori assidui… (sì ad un 6b scavato che diventa 6c naturale, no a un 6b scavato che diventa 9b naturale per un gap troppo elevato, no ad un 8a scavato se diventa impossibile da naturale per non cancellare vie comunque storiche).

Si è dimostrato in effetti che molte vie (il 90%) sopra la chiesa e sotto l’eremo possono essere scalate senza scavati cambiando al massimo un grado o un grado e mezzo.

Michele Guerrini su Astrofisica, Soglio d’Uderle (Monte Pasubio). Foto: Stefano Maruzzo
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Sarei dell’idea di togliere invece tutte le prese artificiali avvitate (settore Americani e un paio al Brojon).

Lascerei/rivaluterei tutti quegli itinerari storici sopra i quali sono state tracciate nuove linee senza una preventiva informazione sulla data di apertura o sul suo apritore (se quando si chioda si trova un chiodo arrugginito “forse” qualcuno in passato ce lo aveva messo prima di noi…)

Sono state chiodate delle nuove vie sopra dei vecchi itinerari aperti dal basso con chiodi normali e stopper da Carlo Franzina (poi morto in solitaria mentre percorreva lo spigolo Casarotto, a pochi metri dalla sommità della falesia) a destra della Piramide.

Questi e altri criteri derivano da una visione personale e un vissuto legati al momento storico durante il quale è nata e si è successivamente sviluppata questa meravigliosa attività, con valori (regole?) che nessuno al tempo ha scritto (nemmeno Kurt Albert, che fu il primo a bollare le vie liberate con un punto di vernice rossa) ma che erano condivisi da tutti indipendentemente dalla nazionalità o dai gradi raggiunti.

Per citare il pensiero dell’amico Tilo (Umberto Tilomelli), dal punto di vista etico-antropologico l’attrezzatura delle pareti d’arrampicata si sta trasformando come l’arrampicata stessa.

Chi comincia ad arrampicare oggi è assimilabile a chi si iscrive a un corso di pittura, a un corso di cardiofitness o a un corso di cucina… cerca distrazione e divertimento attraverso un’attività ludica e quindi chiede ogni comfort.

Chi ha scelto la montagna quando tutto era da inventare (vie, sicurezza, attrezzatura, etica, difficoltà) ha fatto una scelta di vita, non (solo) scelto un’attività sportiva di svago.

La distanza che separa chi dedica tempo, energie, risorse e fatica per chiodare e pulire una via, mantenere praticabile il sentiero e chi pretende di arrivare e fare il grado che ha come proprio obiettivo, senza faticare, senza rischiare, senza sporcarsi e avendo anche a disposizione le giuste vie di riscaldamento è una distanza incolmabile.

Spero che alcuni di questi pensieri possano suscitare riflessioni personali e interesse come sono sicuro che in altri scateneranno dissenso (ma tutti i chiodatori sanno che c’è sempre qualcuno cui lo spit sarebbe andato meglio più a destra o a sinistra o qualche altro che non vede l’ora che finisci la via e già ti chiede di provarla o ancora chi ti libera i tiri prima ancora che riesci a provarli…).

Chi chioda si mette in discussione e chi non chioda spesso discute e basta…

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Il pastrocchio del Pollino

Il 15 febbraio 2016 il Parco Nazionale del Pollino ha pubblicato sull’Albo Pretorio la Disciplina provvisoria delle attività di arrampicata e alpinismo nel territorio del Parco Nazionale del Pollino (PNP).

Diciamo subito che l’ostacolo del burocratese si oppone subito a una facile comprensione di quanto decretato. I più, già dal titolo, si chiedono perché “provvisoria”. Se si legge attentamente la Premessa, impariamo che già nel D.P.R. 15 novembre 1993, istitutivo del Parco Nazionale del Pollino, le allegate misure di salvaguardia sono definite anch’esse “provvisorie” (art 3, comma 1): dopo 23 anni l’unica cosa a non decadere rimane la provvisorietà!

Le misure di salvaguardia di allora sono evocate oggi per via della disposizione per la quale nell’area protetta vige il divieto di cattura, di uccisione, di danneggiamento e di disturbo della fauna selvatica, ad eccezione di quanto eseguito per fini di ricerca e di studio previa autorizzazione dell’Ente Parco.

Nessuno discute la priorità, ribadita in Premessa, che l’Ente Parco Nazionale del Pollino ha tra le sue finalità principali la conservazione, per le generazioni presenti e future, del territorio, dell’ambiente, degli ecosistemi e del paesaggio del territorio del Parco, atteso il loro elevato contenuto in biodiversità, valore ecologico, scientifico, storico e culturale.

Lo stesso Ente riconosce, sempre in Premessa, che le attività di arrampicata e di alpinismo rappresentano, se praticate nella corretta maniera, uno dei modi migliori e privilegiati per la fruizione del Parco.

Siamo altresì d’accordo quando il Parco precisa che le stesse (attività) tuttavia vanno effettuate con le dovute attenzioni per l’ambiente nel quale si svolgono al fine della tutela e della conservazione di ecosistemi, habitat e specie all’interno del territorio del Parco.

Non è dunque nella Premessa che troviamo motivi di profondo disaccordo con questo provvedimento.

In arrampicta nel Parco del Pollino
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Al paragrafo 1 leggiamo le Definizioni. E qui ci scontriamo subito con un’attribuzione di significati alle parole arrampicata e alpinismo che non dà alcuno spazio, grazie all’evidente confusione e conseguente inesattezza, alla veridicità di quanto affermato nelle prime righe della Premessa, cioè che la presente disciplina provvisoria, (sia) scaturita da un procedimento partecipato con tutti i soggetti interessati e portatori di interessi.

Se davvero i soggetti interessati fossero stati presenti, un casino del genere a livello lessicale non sarebbe stato possibile! Forse erano presenti soltanto i portatori di interessi…

Dando per buoni i nuovi significati lì esposti, apprendiamo che sostanzialmente si parla di “arrampicata” quando ci sono protezioni fisse e si parla di “alpinismo” quando queste non siano permanenti.

A sinistra, la Falconara; a destra, la Timpa di San Lorenzo
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Saltiamo il paragrafo 2, quello dei Divieti generali, dove giustamente tra l’altro si sottolinea che è vietato scavare appigli artificialmente, e passiamo al paragrafo 3 (Disciplina generale), diviso in otto punti.

Nel primo sono elencate le aree dove sono vietate sempre e comunque le attività, sia di “alpinismo” che di “arrampicata” (intesi nel nuovo significato di cui si serve l’ordinanza). L’impressione che ne deriva è che ci sia stata molta avarizia di zone concesse. Nel secondo l’impressione si accentua, perché si specifica che nella zona A della zonizzazione del Piano per il Parco adottato dall’Ente e in fase di approvazione alla Regione, le attività di “arrampicata” sono praticabili esclusivamente dal 1 settembre, fino al 31 dicembre.

Il terzo punto stabilisce che non si può fare “alpinismo” alla Timpa Falconara dal 1 gennaio al 31 agosto.

Quarto punto: “Nei siti indicati ai punti precedenti, nella Riserva Naturale Orientata Gole del Raganello e nella Riserva Naturale Orientata Valle del Fiume Argentino vige altresì l’ulteriore divieto di attrezzatura permanente delle pareti”.

Qui uno comincia a domandarsi: ma quando si decidono a concedere qualcosa? La risposta, per esclusione, viene data al quinto punto: “Fatte salve le aree indicate ai precedenti punti del presente paragrafo nel resto del territorio del parco le attività di “arrampicata” e di “alpinismo” sono consentite sulle vie esistenti e in particolare quelle indicate nel catasto dei sentieri dell’Ente Parco e sulle vie che saranno identificate nell’ambito del catasto delle vie di arrampicata e alpinismo nel PNP di cui al successivo paragrafo 4”.

Al sesto punto: “Nell’intero territorio del parco, fermo restando i divieti di cui ai precedenti punti del presente paragrafo, l’eventuale apertura di nuove vie e percorsi attrezzati è soggetta all’autorizzazione dell’Ente Parco, con le modalità indicate al successivo Paragrafo 5”.

Al settimo punto si obbliga il frequentatore a comportamenti etici nei confronti della natura. Finalmente, all’ottavo punto si stabilisce che nel PNP ogni attività di bouldering è liberamente praticabile.

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Il paragrafo 4 (Catasto delle vie di arrampicata e alpinismo nel PNP) è un capolavoro d’intralcio burocratico alla libera attività, perché obbliga le Associazioni ed i Soggetti interessati a “indicare le vie ed i percorsi esistenti entro sessanta giorni dall’approvazione della presente disciplina”. Il che equivale a dire che se nessuno si prenderà la briga, a puro titolo di volontariato, di compilare il catasto allora nessuna delle attuali vie presenti sarà percorribile!

E ciò vale pure per i nuovi itinerari: “rientrano nel catasto anche le nuove vie alpinistiche o di arrampicata, autorizzate dall’Ente secondo quanto previsto dal successivo paragrafo 5”.

Per comodità ora riporto per intero il paragrafo 5.

Paragrafo 5 – Autorizzazioni per apertura nuove vie
1.
Nelle aree ove l’attività di arrampicata- alpinismo è consentita è necessario che i soggetti interessati, che intendano predisporre pareti attrezzate e vie di arrampicata/alpinistiche, richiedano l’autorizzazione all’Ente Parco;
2. La richiesta deve contenere:
a) rappresentazione cartografica del tracciato, almeno in scala 1:10:000
b) lunghezza, descrizione del percorso e delle modalità di avvicinamento/accesso
c) modalità di attrezzatura (n° prese etc..)
d) relazione tecnico-descrittiva
3. In ordine alle modalità di attrezzatura di pareti e vie si dovranno tenere in conto le seguenti indicazioni:
i. Per il superamento delle difficoltà tecniche si possono utilizzare delle metodologie di assicurazione finalizzate a prevenire incidenti che compromettano l’incolumità personale, senza modificare l’ambiente.
ii. Oltre al materiale di assicurazione tradizionale possono essere utilizzati chiodi a espansione per l’attrezzatura delle soste. Per evitare danni alla roccia con le continue chiodature e schiodature; il numero di ancoraggi tra le soste deve restare limitato al minimo indispensabile.
iii. L’adattamento delle vie esistenti con le metodologie moderne per il mantenimento delle condizioni di sicurezza non deve comportare un deterioramento ambientale e paesaggistico, deve salvaguardare l’interesse sportivo, senza denaturare o sminuire l’aspetto e l’interesse storico delle vie.
iv. Gli itinerari sono attrezzati in maniera da ridurre al minimo il rischio di incidenti in caso di caduta che, per le difficoltà elevatissime che si cerca di superare, ha una elevata probabilità di verificarsi.
4. L’Ente Parco, verificata la mancanza di presupposti ostativi, procede al rilascio della autorizzazione entro 60 gg, in presenza di motivi ostativi rigetta la richiesta.
5. Nella Riserva Naturale Orientata Gole del Raganello e nella Riserva Naturale Orientata Valle del Fiume Argentino non è in ogni caso consentita l’apertura di nuove vie alpinistiche e di arrampicata.

Il paragrafo 6 (Interdizioni) precisa che è facoltà del parco l’interdizione, temporanea o indeterminata, a qualunque sentiero o via (di arrampicata o di alpinismo); precisa pure che a detta eventuale chiusura può esservi deroga a beneficio di gruppi limitati di turisti (a numero limitato), esclusivamente se accompagnati da Guide Alpine o Accompagnatori di Media Montagna o da Referenti del Club Alpino Italiano o Stranieri o da Guide Ufficiali ed esclusive del Parco Nazionale del Pollino, previa autorizzazione dell’Ente Parco.

In genere, questo escamotage a favore di gruppetti in qualche modo titolati è accompagnato da motivazioni di “sicurezza” che qui mancano. In altre realtà si pensa di ridurre la frequenza turistico-arrampicatoria con la scusa che ciò andrebbe ad aumentare la sicurezza in generale. La mia opinione è che chiunque ha diritto di andare dove vuole: non esiste un titolo di demerito relativo a quanto uno può essere esperto, tutti siamo esperti fino a prova contraria e non può essere un parco a stabilire chi agisce in modo sicuro e chi invece è imprudente. Se invece la motivazione è la pura e semplice riduzione del numero dei frequentatori, senza alcun riferimento alla sicurezza, allora a maggior ragione è totalmente ingiusto e impugnabile che la restrizione non valga per chi va accompagnato da un professionista o per chi è intruppato sotto l’egida di qualunque Club e valga invece solo per i privati cittadini che nella natura hanno predilezione per l’essere “cani sciolti”.

In arrampicata sulla Falconara, via Thor
PastrocchioPollino-Falconara,viaThor

 

Altre considerazioni
Faccio miei alcuni commenti apparsi su facebook.

Emanuele D’Amico si domanda: “Per il punto 2c, ma che significa numero prese??? Penso sia sufficiente la descrizione dell’itinerario no?!
E per il punto 4, i tempi chiaramente sembrano lunghetti, bisognerà pensarci un bel po’ prima di aprire una via… uno se la programma in estate per andare poi in autunno??”.

Marco Rigliaco osserva che rappresentare una via, per esempio di 200 m di sviluppo, necessita di un disegno di almeno 10 cm di altezza, dunque la scala dev’essere di “almeno 1:2.000” e non di “almeno 1:10.000”. Giustamente conclude che “questi amministratori non sanno neanche cosa stanno regolamentando e vietando”.

Giuseppe Popi Miotti ipotizza che chi ha redatto il documento, al comma c) del punto 2, per “prese” intendesse dire ancoraggi. E continua: “Il punto 4 è un po’ fantasioso nel senso che se io dovessi aprire una via dovrei prima scendere al Pollino, vedere dove farla, inoltrare richiesta e poi attendere fino anche a 60 giorni per poi riscendere (potrei anche fermarmi lì ma…) e aprire. Si tratta del solito documento burocratico che a mio avviso dovrebbe essere chiarito per bene perché la burocrazia è o troppo ottusa o troppo acuta, in ogni caso potenzialmente esiziale in quanto incapace di elasticità”.

Franco Formoso giudica che “questo è, né più e né meno, il modo per tagliare le gambe all’arrampicata e all’alpinismo nel parco, perché come si fa a descrivere lunghezza, in modo preciso, numero di prese e cosa mettere se uno prima non l’ha provata… che io sappia si decide nel momento in cui si sale cosa mettere e in base a quello che si trova!! poi bisogna fare la relazione e aspettare 60 gg. per la risposta???”. E continua: “Ma è assurdo!!! e tutto ciò nelle poche aree dove è consentito?? Bah… io vorrei sapere se chi ha redatto questa disciplina conosce il significato di arrampicata e alpinismo e se ha una vaga idea di cosa sia aprire una via alpinistica!”.

Stefano Ardito: “Pastrocchio tipico di enti e leggi italiani. Si inizia con un principio positivo, riconoscendo che l’alpinismo è un modo per godere della natura, e che le vie sono un patrimonio del Parco. Se pensiamo ai Sibillini, alla Majella, al Cònero, alla Riviera di Ulisse (Gaeta) e a decine di altri posti dove alpinismo e altre attività di avventura sono appena tollerati, questo è un passo in avanti importante. Poi prende il sopravvento la burocrazia, e il buon principio lascia il posto a un inverecondo pastrocchio, quasi certamente inapplicabile. Numero prese? Tracciato preventivo? Due mesi per una risposta? Finirà che l’estensore del regolamento andrà a raccogliere applausi in giro, e che le vie continueranno a essere aperte come sempre. Salvo acchiappare e multare un milanese o un tedesco di passaggio…”.

Il Monte Sellaro
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Pino Calandrella: “Esaminando il testo mi sembra chiaro ed evidente che si voglia impostare il discorso sul burocratese, tanto più è difficile e complicato farlo tanto più sarò scoraggiato a farlo. Prendendo atto di quanto già hanno fatto notare gli altri, vorrei offrire una sfumatura leggermente diversa. Scendendo nel dettaglio, due elementi mi sembrano rilevanti: il punto IV del comma 3, “Gli itinerari sono attrezzati in maniera da ridurre al minimo il rischio di incidenti in caso di caduta che, per le difficoltà elevatissime che si cerca di superare, ha una elevata probabilità di verificarsi”, e il Comma 4 “L’Ente Parco, verificata la mancanza di presupposti ostativi, procede al rilascio della autorizzazione entro 60 gg, in presenza di motivi ostativi rigetta la richiesta”. Quest’ultimi, l’uno sulla scorta dell’altro, puntano il dito sul concetto di rischio, che di fatto, salvo su vie sportive, non è completamente riducibile. Tradotto: le vie sportive potrebbero essere troppo impattanti e l’alpinismo per la sua stessa natura potrebbe non essere mai autorizzato dall’Ente Parco.
Se ci sarà l’opportunità di fare dei ricorsi al Tar propongo una raccolta fonti via internet per coprire le spese, poiché si tratta di un modo di procedere che, se possibile sul piano legale, va arginato sul nascere
.

Un decreto di questo tipo, in Italia, scatena anche lo scetticismo generale (vedi il commento di Stefano Ardito poco sopra): per Francesco BevilacquaE’ una “cagata mostruosa”, come direbbero Fantozzi e il rag. Filini. Andiamo ad arrampicare dove vogliamo. Tanto questa roba è inapplicabile. Oltre che illegittima. Si presta a un bel ricorso al TAR (per il ricorso al TAR è anche Nino Abbracciavento)”; per Giuseppe Popi Miotti, “Fra un paio d’anni nessuno, neanche fra chi deve controllare (vorrei vedere come fa) si ricorda più di ‘sta roba qui. Resta il fatto che esiste e che penderebbe come una spada di Damocle a colpire magari qualche ignaro turista/apritore o qualche sfortunato scalatore di… frodo. So di essere sempre un bastian contrario ma io francamente lascerei scivolare la cosa nell’oblio e spenderei le mie energie per continuare a scalare”.

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Rolando “Roly” Galvagni

   Rolando Roly Galvagni
Intervista di Giacomo Rovida

Il chiodatore è una figura che mi ha sempre affascinato, soprattutto mi ha affascinato l’idea che qualcuno potesse passare del suo tempo a creare qualcosa per gli altri.

Sì, perché siamo tutti contro gli spit, tutti contro le funivie però alla fine le vie protette bene dove c’è uno spit in più piuttosto che uno in meno e dove l’arrampicare diventa un piacere sono anche quelle più frequentate.

Anche in Dolomiti negli ultimi anni stanno nascendo tantissime vie impegnative ma con protezioni buone o ottime e dove l’arrampicata è un piacere verticale. Forse alpinismo e l’arrampicata sportiva possono convivere?

Purtroppo il mondo della montagna spesso è dislocato dalla realtà, sembra quasi che assumersi una dose maggiore di rischio, affrontare qualcosa di “mortale” sia un valore, qualcosa che renda speciale chi lo fa. Spesso i “massimi” sistemi dell’alpinismo nostrano sputano sentenze su chiodature e su etiche dimenticandosi che c’è una bella fetta di torta (forse la più grande) che cerca di divertirsi senza rischiare troppo. Arrampicata e alpinismo possono convivere, basta conoscere la storia e capire dove si può fare una cosa e dove un’altra.

Roly Galvagni e Diego Filippi, gli “Amici del Sottobosco”
Galvagni-Roly&DiegoGli amici del sottobosco.

Forse tirare una riga di spit sulla Sud della Marmolada (che ha una storia e una tradizione) è sbagliato, ma valorizzare una parete sconosciuta dolomitica con una bella via magari plaisir può essere una bella idea e perché no può incentivare il turismo della zona.

Rolando Galvagni (conosciuto da tutti come Roly) è uno dei chiodatori più prolifici e apprezzati della Valle del Sarca e delle Dolomiti. Le sue vie sono ripetute e amate da tantissimi arrampicatori.

Ho deciso di intervistarlo (senza conoscerlo di persona) perché mi dava l’idea di incarnare perfettamente l’ottica del chiodatore per gli altri, del creatore di opere verticali pronte per essere ammirate e gustate da tutti noi.

Per fortuna in giro per l’Italia ci sono tanti “Rolando” che si impegnano nel chiodare e che fanno divertire tutti noi peones, perché l’arrampicata è un gioco e niente di più.

E se a qualcuno non va bene, beh, ci sono tantissime vie con spit a 15 metri, con passaggi di VIII obbligati e senza soste ma, chissà come mai, là non c’è mai la coda.

Roly Galvagni su Kill, Rupe di Terlago
Galvagni--Born to kill Rupe di TerlagoCome sempre iniziamo dalle presentazioni. Chi sei? Dove vivi? Cosa fai nella vita?

Roly Galvagni, 48 anni, agricoltore. Vivo a Egna, un paese a sud di Bolzano.

Come hai conosciuto la roccia e hai iniziato a scalare?
Ho conosciuto la montagna frequentando la locale sezione del CAI. Per alcuni anni ho fatto solo ferrate e salite di alta montagna, poi ho iniziato ad arrampicare ma in maniera molto incostante e spesso con compagni occasionali.

Sei uno dei più prolifici chiodatori della zona di Arco e non solo. Quando è scattata la passione per la chiodatura?
Grazie del complimento. Non sono proprio così prolifico, le mie vie sono in genere molto ripetute e danno l’impressione di essere molte di più.
La passione mi è stata trasmessa vedendo l’amico Florian Lindner, infaticabile chiodatore locale, dal quale ho imparato molto anche se le sue vie erano dannatamente dure e demodé (ha sempre avuto una passione per i camini ostici).

La maggior parte delle tue vie sono un piacere verticale, ben protette e su roccia ottima, sono insomma vie aperte “per gli altri”. Perché hai scelto questo stile?
Penso sia un po’ l’obbiettivo di ogni apritore, cercare una linea possibilmente sana con una chiodatura rapportata alle difficoltà. Non conosco chiodatori che aprono vie solo per se stessi. Senza una prospettiva di condivisione queste vie non avrebbero senso.

Da Arco alle Dolomiti: come sono state accettate le tue vie in quel contesto alpino così ricco di storia e tradizioni?
Il mondo dell’arrampicata è uno spaccato di varia umanità e di conseguenza queste vie vengono considerate in maniera soggettiva. C’è chi le apprezza e chi si sente in dovere di schiodarle, e, come qualche anno fa, farsi promotore di una raccolta di firme per salvaguardare “la sacralità delle rocce”.

Per la chiodatura che materiali (trapano anche) usi? Ritorni mai sulle tue vie a sistemarle o a controllare lo stato dei materiali?
Uso un trapano Makita. In montagna, se riesco, uso anche chiodi normali o protezioni veloci. Mi è capitato spesso di tornare a risistemare delle vie, rettificandole o per aggiungere qualche protezione.

Come decidi dove aprire una via? Quando scatta la scintilla per una parete?
Penso sia una questione di stati d’animo. A volte ci capita di vedere una certa parete con occhi nuovi, magari colpiti da un dettaglio o incuriositi da qualcosa che non ci si può spiegare. E’ un bel gioco che ha a che fare con l’immaginazione, creatività e passione.

In un posto come le Dolomiti c’è ancora spazio per aprire nuove vie?
Penso proprio di sì. In questi ultimi dieci anni sono state valorizzate tante strutture nuove in montagna e per chi avrà voglia di superare la fatidica soglia dell’ora, o dell’ora e mezza di avvicinamento, si aprirà tutto un mondo.

Uno dei problemi dei chiodatori è sicuramente il costo del materiale. Tu come ti muovi? Riesci a trovare dei finanziamenti per i tuoi progetti?
E’ da anni che il CAI Bolzano ci viene generosamente in aiuto per buona parte delle esigenze. Abbiamo ricevuto materiale da alcuni negozi di Arco e dal progetto Bolt for book di Versante sud. Con i proventi di una serata con Diego Filippi abbiamo acquistato del materiale inox per richiodare la parte bassa di Destinazione paradiso a Cima Coste. Ci sono stati anche bei gesti di generosità da parte di singole persone. Ringrazio tutti di cuore.

 Roly Galvagni su Indian Summer, Val di Mezdì (Sella)
Galvagni-Indian summer.Val Mezdi (1)Credi che l’arrampicata possa valorizzare il territorio? Vie ben protette sono un’attrazione turistica non indifferente, visto i numeri che sta avendo l’arrampicata. Non credi ci debba essere un rapporto più fitto tra enti e chiodatori?
Ma tu stai parlando di massimi sistemi! La mia è una modesta attività sottotraccia. E poi, per esperienza, so che quando entrano in ballo enti o istituzioni le cose prendono una piega… diciamo strana. Grazie all’interessamento di Marco Furlani qualche anno fa siamo stati invitati a una cena con alcuni amministratori del comune di Dro che ci hanno ringraziato per l’attività svolta.

Hai voglia di consigliarci le tue tre vie che reputi più belle?
Ogni via è stata una piccola grande esperienza umana con cari amici, quindi hanno un valore più affettivo che tecnico. Ne dico tre con diversi compagni. Delenda Carthago con Max Maceri alla I Torre del Sella, L’impero dei sensi al Monte Casale con Michl Pfitscher, Casino Royale a Cima Coste con Diego Filippi.

Che progetti hai per il futuro? Continuerai a chiodare?
Non so cosa farò da grande e non so che piega prenderanno gli eventi in una società che non sa riconoscere personalità, ma solo moduli e attestati. Un chiodatore in fondo è una figura astratta, un qualcosa di non “inquadrato”. Continuerò a chiodare finché ne trarrò piacere personale, finché non ci saranno “saggi” a scrivere 10 comandamenti e finché non mi sequestreranno il trapano.

Roly Galvagni su Orizzonti di Gloria, Lagazuoi
Galvagni-orizzonti di gloria