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Incredula beatitudine in cima al Civetta

Incredula beatitudine in cima al Civetta
(parete nord-ovest, via Solleder, 140a ascensione, 23-24 agosto 1955)
di Bruno Dado Morandi (CAAI)
(già pubblicato su SUCAI-Roma 1947-1957)

“… gelida mormora un’acqua… (Saffo, Il giardino di Afrodite)”

Rispetto alla sveglia nel cuore della notte e all’uscita dal letto con il freddo delle due e mezza, qualsiasi prova che si debba affrontare in montagna mi pare in genere trascurabile.
Ci trasciniamo fuori dal rifugio cercando di tenere un occhio aperto quel tanto da capire se il cielo è stellato o no, con la parte peggiore di noi che brama segretamente tormente e monsoni; poi, risultando invece sereno il cielo, ci vestiamo cercando di non guardare il letto.

Emil Solleder
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Poco dopo, aperta la cigolante porta del rifugio, i cerchi luminosi delle lampade disegnano ombre mutevoli sui sassi del sentiero mentre ci avviamo in direzione della mole oscura della Torre Venezia. Siamo in quattro, perché fanno con noi una parte del cammino gli amici Armando Aste e Fausto Susatti, che sono diretti alla Cima Su Alto.

Per un paio d’ore si sente soltanto il ritmo lento dei passi sul sentiero e il fruscio dei cespugli di mughi, mentre ciascuno si lascia trascinare dal flusso di pensieri e di ricordi che rende sempre così silenziose queste marce notturne; poi, raggiunto il punto di separazione, ci stringiamo la mano augurandoci buona fortuna, e gli amici spariscono nella penombra, mentre a oriente il cielo comincia a schiarire dietro le masse oscure delle montagne.

Poco dopo, dalla cima del Col Rean, la mole della parete nord-ovest ci si para dinanzi nella luce grigia dell’alba: è immensa ed irreale, e la guardiamo un poco in silenzio, prima di avviarci verso il ghiaione basale.

Ora stiamo salendo i nevai che contornano la grande parete. La neve è durissima e vi è conficcata una grande quantità di sassi, primo segno tangibile del rischio maggiore della via; così traversiamo velocemente e stiamo attaccando le rocce dello zoccolo quando sentiamo delle voci provenire dall’alto, e vediamo che prima di noi hanno già attaccato due tedeschi (si tratta di Erwin Kolb e Walter Kiefer, che uscirono in giornata, NdR). Momento di grande sconforto, perché pensiamo che quei due ci avveleneranno la salita facendoci cadere tanti sassi in testa; e poi una cordata davanti mi distrugge tutto il fascino dell’ignoto.

Considerata un poco la possibilità di ucciderli e stabilito che non è il caso, ci rimettiamo rapidamente l’animo in pace con il classico “Beh, non pensiamoci più” al quale la montagna ci ha abituato per forza. E facciamo bene, perché per il resto della salita il fascino sarà salvato dal fatto che quei due hanno un’ora di vantaggio e sono un poco più veloci di noi e quindi dopo 300 metri non li vedremo più; mentre i sassi lasciati cadere da loro saranno cosa trascurabile rispetto a quelli che ci verranno in testa spontaneamente.

Nell’ultima parte dello zoccolo, non più molto facile, facciamo la conoscenza del secondo protagonista della giornata: l’acqua. Viene giù in una opaca nube di goccioline da un grande strapiombo nero sopra le nostre teste, e appena le mani toccano la roccia bagnata subito divengono insensibili; il più velocemente possibile raggiungiamo la forcellina dalla quale iniziano le difficoltà della via.

Ed ecco davanti a noi la famosa fessura obliqua, uno dei passaggi più celebri di tutta la storia dell’alpinismo: è in questo punto, forse, che nacque il sesto grado sulle Alpi.

Guardiamo un po’ emozionati la lunga fessura che parte orizzontale verso sinistra tre metri sopra di noi, si raddrizza man mano formando qualche strapiombo e scompare in alto nell’immensa parete. Il suo aspetto non è particolarmente minaccioso, dato che più recenti salite estreme ci hanno abituato a ben altro; ma l’aspetto della roccia è straordinariamente suggestivo, poiché la parete strapiombante di destra è perfettamente nera e, bagnata com’è, sembra di marmo, mentre sotto ed a sinistra la roccia è terrosa e di un arancione violento che non mi aspettavo di trovare.

Ricordando il tedesco che pochi giorni prima si è ucciso precipitando da questo passaggio per aver voluto guadagnare tempo non agganciando la corda ai chiodi, me ne infischio del tempo e usufruisco coscienziosamente di ogni chiodo; cosicché è passata più di un’ora quando il mio compagno mi raggiunge al primo punto di sosta, e riprendiamo a salire per la fessura che ora va su dritta.

Gustav Lettenbauer
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Ed ecco che la fessura che stiamo percorrendo sbocca su un ripiano ghiaioso, dominato da un grande camino chiuso in alto da un tetto enorme. Mentre studiamo la situazione, alcuni “frrrr …” ci fanno compiere balzi spettacolari verso un riparo: sono i sassi che cadono da quasi 1000 metri sopra di noi, il cui rombo sarà l’accompagnamento musicale della giornata.

Mi innalzo lungo il camino per studiare da vicino il tetto ed osservo che il suo superamento, forse possibile, non può però essere al livello della tecnica di Solleder, per cui provo a uscire a sinistra e trovo dei chiodi. Pensando a quante volte la conoscenza della storia della tecnica alpinistica eviti di sbagliare itinerario, aggiro lo spigolo sinistro del camino, in massima esposizione e con difficoltà pari a quelle della fessura iniziale, e comprendo di trovarmi sul famoso passaggio del “camino bloccato”.

Qui giunse Solleder nel suo primo tentativo con Lettenbauer e Gaberl: “scavalcai lo spigolo traversando verso sinistra nella parete assolutamente a piombo e straordinariamente esposta … e mi trovai inchiodato davanti a un punto completamente inaccessibile, su appigli microscopici …”; e di qui volò Gaberl, ferendosi a un piede.

E la salita prosegue, per fessure e per parete, molto spesso su roccia bagnata e ogni tanto sotto gelide piogge; ora abbiamo raggiunto la zona delle rocce inclinate dove siamo allo scoperto e ci sentiamo completamente in balia dei sassi. Questo pensiero ci fa raggiungere velocità inusitate e, a 400 metri di altezza, raggiungiamo una larga cengia sopra la quale la parete si innalza nuovamente verticale.

Siamo all’altezza della base del grande nevaio pensile, che sale alla nostra destra per 200 metri; poiché arrampichiamo già da sette ore sostiamo un momento per mangiare un po’ di cioccolata, e per contemplare lo spettacolo affascinante dei torrentelli che escono dalle lingue di neve e dei sassi che iniziano il loro volo verso i ghiaioni basali.

Ma con 800 metri di parete che ci aspettano non abbiamo neanche voglia di fermarci; e riprendiamo la salita, che ci offre subito una robusta traversata che è una delle tirate più difficili della via, alla quale segue una magnifica ed esposta arrampicata su roccia verticale ma solidissima.

Ci stiamo ora avvicinando alla grande gola superiore, le cui costole laterali si innalzano sulle nostre teste come canne d’organo. Cerchiamo di intuire quale possa essere l’accesso alla gola tra gli strapiombi che ci separano da essa, e già siamo dovuti discendere a corda doppia da un attacco sbagliato, quando scorgiamo sulla sinistra una fessura. Mi viene in mente che Solleder deve essere stato anche un uomo fortunato: infatti se si esclude quell’intaglio, la parete appare in quel punto assolutamente sbarrata.

Franco Cravino e Bruno Morandi in vetta al Sasso di Landro dopo l’apertura della via Fiom, 23 agosto 1966
IncredulaBeatitudine-Vecchia sucai sul sasso di landro dopo via fiom (nella fotoDado

Mentre sto superando la fessura che è piuttosto impegnativa il colore della roccia diviene più cupo, e voltandomi vedo che il sole sta tramontando: come sempre in montagna il tempo è volato via in un lampo, e non ci sembra possibile che stiamo arrampicando da dodici ore.

La notte non mi preoccupa dato che abbiamo il sacco da bivacco e qualche indumento di riserva, ma urge trovare al più presto un posto dove ci si possa almeno sedere. Una nicchia al disopra di noi sembra dal basso il luogo adatto, ma quando mentre annotta rapidamente la raggiungo, ho la sgradita sorpresa di scoprire che su di essa giunge un torrentello di scolo della gola.

La delusione è abbastanza forte, dato che fra pochi minuti sarà buio e bivaccare sotto l’acqua può significare rischiare la pelle; la cosa mi fa l’effetto di una provocazione personale, cosicché appena Franco (Duprè, NdR) mi raggiunge con le ultime luci attacco rabbiosamente la verticale parete di sinistra. La provocazione continua, perché per una intera lunghezza di corda la parete si mantiene verticale e le difficoltà sul quinto grado; continuo a salire finché a notte fonda raggiungo una cengia inclinata larga un metro e ricoperta da una caratteristica polvere che la indica come bersaglio preferito dei sassi cadenti. Ma non abbiamo scelta; Franco mi raggiunge arrampicando al buio, troviamo un punto riparato da un piccolo strapiombo e ci sediamo, esauriti dallo sforzo sostenuto nell’ultima mezz’ora. I miei calcoli mi danno una quota di 800 metri dall’attacco.

Renzo Videsott sul primo tiro della via Solleder al Civetta
Renzo Videsott sul primo tiro della via Solleder al Civetta

Alla tensione di poco prima succede una grande calma, che costituisce il momento più bello di ogni bivacco, e stiamo un poco in silenzio a contemplare in fondo alla valle i punti luminosi delle luci di Alleghe che si riflettono nel lago; poi, accese le lampade, indossiamo subito, per non perdere il calore accumulato, tutti gli indumenti che abbiamo e piantiamo qualche chiodo assicurandoci solidamente alla roccia; perché la cengia, inclinata e coperta di ghiaia, rivela una certa tendenza a scaricarci a valle.

E’ ora il momento della cena, terminata la quale Franco estrae inaspettatamente un’armonica e si mette a suonare: se prima potevo chiedermi come egli avrebbe reagito al suo primo bivacco in parete, con quell’atto la prova è praticamente superata, e so che potrò contare su di lui in ogni occasione.

Il suono dell’armonica va per l’immensa parete, verso il nevaio pensile che biancheggia nel buio sotto di noi, ed è come una baldanzosa affermazione di vita sulla natura immobile; ci sentiamo piccoli uomini isolati con il loro mondo tra grandi montagne, e mi viene in mente che in questa sensazione consiste forse tutto l’alpinismo.

Poi ci infiliamo nel sacco da bivacco, riuscendo più o meno a sdraiarci; dopo aver aggiustato qualche sasso che riesce abilmente a infilarsi fra le nostre costole, iniziamo un magnifico sonno.

Ogni tanto un improvviso “fr …” seguito da violenti boati ci risveglia di soprassalto; ma visto che lo strapiombetto sopra di noi ci ripara dalle pietre che si abbattono poco lontano sulla nostra cengia, ci riaddormentiamo subito.

Quando la luce dell’alba ci risveglia ci sentiamo completamente gelati, perché per quanto si sia coperti è impossibile, in un bivacco senza sacco a piuma, non svegliarsi tremando; compiuti i preparativi di rito riprendiamo l’arrampicata, mentre il nostro corpo anela disperatamente a un po’ di sole, del quale invece farà del tutto a meno perché siamo esposti a nord-ovest.

A questo punto la parete ci propina il suo scherzo più cattivo: esaminata la situazione risulta che per proseguire dovremo superare un camino strapiombante sommerso da un’allegra cascatella.

Sulle prime vorremmo ribellarci a tanta crudeltà, ma cercar di forzare la verticale parete di sinistra con le mani rese insensibili dal freddo mi appare più pericoloso della salita sotto l’acqua, che per quanto sia è sempre in un camino e quindi più sicura; per cui stringo i denti e mi caccio nella cascata.

Cinque minuti dopo mi trovo fradice anche le mutande, e mentre avanzo lentamente e con la massima prudenza sulle viscide pareti del camino, l’acqua che mi scorre lungo tutto il corpo mi procura, più che freddo, una vera e propria indicibile sofferenza.

Uscito dal camino tocca a Franco sperimentare le atrocità; quando mi raggiunge doverosamente tremante è abbrutito, restiamo un poco in dubbio davanti al problematico salto seguente, finché avvisto un chiodo posto una quindicina di metri sopra di noi. Parto subito in quella direzione, ma il tratto per raggiungerlo si rivela durissimo e friabile, per cui posso avanzare solo con estrema lentezza; quando finalmente arrivo a toccare il chiodo, questo mi resta in mano, e la parete al disopra risulta completamente liscia e priva di fessure. Soltanto allora comprendo che il chiodo non rappresentava che un errore di percorso; per poter scendere devo assolutamente metterne un altro, e la cosa mi riesce solo dopo molti tentativi in posizione faticosissima.

Quando finalmente mi ritrovo molto stanco accanto a Franco, tento di attaccare in qualche altro punto, ma ogni volta vengo respinto dalla roccia strapiombante e friabile.

Otto Menardi sulla fessura d’attaco, 11 settembre 1939
IncredulaBeatitudine-OttoMenardi,fessurad'attacco, 11settembre1939

Guardando Franco, capisco che tutti e due abbiamo lo stesso pensiero, ma nessuno vuole comunicarlo all’altro: la sensazione di essere in trappola, perché sono ormai quattro ore che siamo fermi nello stesso punto.

Un momento di scoraggiamento … poi la consueta energica reazione: non sia mai detto che dobbiamo finire “incrodati” sulla tanto desiderata Solleder ! E con nuovo ardore ricominciamo a esaminare meglio tutte le possibilità.

Una cengia porta verso sinistra; anche se sembra condurre fuori strada, proviamo a seguirla. Mentre sto traversando il mio compagno è colpito in pieno da una scarica di sassi, ma il casco da motociclista gli salva la pelle e se la cava con qualche ammaccatura.

Proseguiamo per la cengia, saliamo la fessura che segue … e sbuchiamo su una costola, con davanti centinaia di metri di parete più facile, avendo aggirato la gola che di qui si rivela impraticabile. La “crisi” è superata.

E’ questa l’unica volta della giornata in cui rimpiangiamo di non aver avuto la relazione della via, perché da questa avremmo subito appreso che l’itinerario non percorreva la gola come credevamo e che in quel punto bisognava traversare a sinistra, risparmiando così quattro ore di tentativi.

E su ancora per fessure e pareti e camini, le tirate di corda si susseguono una dopo l’altra: “ancora cinque metri !” “sono arrivato, leva i chiodi” “ recupero…vieni pure !” e la testa di Franco, che con il casco sembra un soldato russo, riappare davanti ai miei piedi.

Riprendo i moschettoni e via per una nuova tirata… Ancora una fessura strapiombante bagnata e poi di nuovo parete, mentre secondo i miei calcoli dovremmo aver superato i mille metri.

Intanto il cielo si è riempito di nuvole nere, e mentre l’aria satura di umidità ci fa attendere il temporale da un momento all’altro, grandi folate di nebbia ci avvolgono del tutto e non si vede più niente.

Saliamo ancora un poco poi siamo costretti a fermarci perché abbiamo sopra di noi una fascia di strapiombi di cui la nebbia ci impedisce di scorgere la soluzione; e restiamo fermi per una mezz’ora, cercando di vedere qualcosa nei piccolissimi buchi che ogni tanto si aprono per un momento nella nebbia, e ricominciando a rabbrividire nei nostri vestiti bagnati. Stiamo quasi per tentar di forzare il passaggio in un punto qualsiasi, quando riusciamo per un momento a scorgere l’itinerario logico, e ripartiamo per la parete che sembra non finire mai. La roccia è ora cosparsa di chiazze di neve instabile ed è friabilissima, per cui devo procedere con la massima prudenza e rimettere a posto ogni sasso che smuovo, per non uccidere il mio compagno che dopo tante fatiche proprio non se lo merita.

Salgo ancora, e comincio a pensare di essere capitato nell’inferno degli arrampicatori, dove gli alpinisti cattivi saranno costretti a salire per l’eternità lungo una parete che non finirà mai. I miei calcoli mi danno già superati i 1200 metri, ma non spero ormai più di uscirne un giorno, quando, del tutto inaspettatamente, mi trovo su di una cresta; a venti metri da me sorge dalla nebbia la croce che segna la cima del Civetta.

Un momento di incredula beatitudine, poi un urlo “Siamo fuori !” al quale da trenta metri sotto rispondono i rimbombanti evviva del mio compagno.

Poco dopo, presso la croce, ci scambiamo la tradizionale stretta di mano mentre il cielo partecipa anche lui ai festeggiamenti con violente raffiche di vento e di nevischio.

Nonostante la fitta nebbia che avvolge ogni cosa e la neve che ora viene giù decisa, ci tratteniamo un poco in cima, perché tanto più fradici di come siamo non potremmo diventarlo nemmeno frequentando piscine. Alcuni miei ingenui tentativi di accendere una sigaretta con i fiammiferi bagnati che si spappolano cadono fra l’ilarità di Franco che non fuma e può quindi ironizzare su mie precedenti affermazioni che senza una sigaretta in cima non è possibile apprezzare una salita.

Poi, avvolteci addosso le corde fino a rassomigliare all’uomo dei pneumatici Michelin, ci avviamo per il ghiaione, alla ricerca del rifugio Torrani che sorge un centinaio di metri sotto la cima. Quando, dopo qualche timore di non riuscire a trovarlo in mezzo alla nebbia, scorgiamo finalmente addossata a un roccione la capanna di pietra, eleviamo un pensiero di riconoscenza a chi con la costruzione di quel rifugio ci evita un secondo disastroso bivacco: non conosciamo infatti la via di discesa e certo con la nebbia non riusciremmo a trovarla prima della notte.

La parete nord-ovest de Civetta dai Piani di Pezzei
parete nord ovest della Civetta dai Piani di Pezzei

Nel rifugio non vi è cenno di vita, ma la porta è semplicemente accostata; l’interno si rivela costituito da un unico ambiente con sei cuccette, un tavolino e un fornello a gas. Ma credo che se trovassimo ad attenderci odalische con flabelli la nostra esultanza non potrebbe essere maggiore: ci sentiamo intorno quattro mura che ci proteggono dal vento che fischia di fuori, e finalmente possiamo toglierci i vestiti bagnati che ci affliggono dalla mattina.

Paludati in coperte ci prepariamo, con i viveri che troviamo, una cena per quattro; la fame ormai rabbiosissima ci rende del tutto incuranti del listino prezzi appeso a un trave che ci dice le somme enormi che domattina introdurremo nell’apposita cassetta. Franco rivela insospettate capacità nel preparare la minestra (ma come è noto un fisico deve saper fare di tutto) mentre io, che non so fare niente, vengo adibito ai lavori pesanti, come la ricerca di altri viveri e l’apertura di scatolette.

Dopo aver ingerito eccezionali quantitativi di cibo, è il momento della sigaretta, che riesco finalmente ad accendermi; e restiamo un poco in silenzio ad ascoltare il fischio del vento e a fissare la lampada a gas. Dentro di me si distende un sentimento che è molto vicino alla felicità.

IncredulaBeatitudineCivetta-02-Civetta-Solleder-P1310604

Cerco di immaginare il temporale che spazza le gole della parete nord, e davanti ai miei occhi cominciano a sfilare le immagini della salita, la fessura iniziale e il bivacco e il passaggio nella cascata. Ho ancora per un poco coscienza del vento che urla di fuori e scuote le finestre del rifugio, poi sprofondo nel sonno.

Così finì la nostra ascensione della parete nord-ovest del Civetta. L’indomani mattina, indossati nuovamente i nostri simpatici abiti che non avevano nemmeno tentato di asciugarsi, partimmo per il rifugio Vazzoler, con un tempo ormai brutto stabile e una nebbia ancora più fitta di quella del giorno precedente.

Fin dall’inizio riuscimmo senza alcuno sforzo a sbagliare strada e invece di imboccare la via ferrata che scende verso il Vazzoler, ci avviammo ignari per la via normale. Dopo qualche centinaio di metri di rocce facili e qualche ora di marcia per un sentiero che, nonostante il nostro intenso desiderio che girasse a destra, tendeva pertinacemente a sinistra, spuntò improvvisamente dalla nebbia il rifugio Coldai, situato all’estremità opposta del gruppo.

Di qui dovemmo quindi percorrere ancora le quattro ore di sentiero che dal Coldai portano al Vazzoler, ripassando così sotto alla parete nord-ovest; alla sua base ci arrestammo un poco, ma la nebbia avvolgeva tutto e lasciava scoperti solo i nevai basali e le rocce dello zoccolo.

Solo per un attimo si aprì un breve pertugio, e apparve un tratto della parete tutto nero di pioggia; poi lo squarcio si richiuse come un sipario.

Franco Alletto (in sosta) e Bruno Morandi
IncredulaBeatitudine-Vecchia sucai dado morandi e franco alletto

Bruno Morandi durante il tentativo (16-17 agosto 1956) al gran diedro della parete nord della Cima Grande di lavaredo (futura via Abram-Schrott)
IncredulaBeatitudine-Dado Lavaredo

Bruno Morandi, di Roma, ingegnere, sindacalista della FLM, ha praticato l’alpinismo a livelli altissimi senza sceglierlo come mestiere. E’ membro del CAAI. Riccardo Innocenti ricorda che pilotava un piccolo aereo con cui cercava anche nuove falesie.

Renzo Bragantini scrive di lui: “La persona che più mi colpì, al momento del mio ingresso nell’ambiente alpinistico romano, fu Dado Morandi: non ho mai arrampicato con lui, ma ho avuto da subito la sensazione di persona dotata di eccezionale carisma. Parlava, spesso ravviandosi i capelli con la mano, con ritmo lento e vagamente strascicato, voce caratterizzata da un caratteristico sgranamento nel registro basso, un frequente accenno di sorriso sul volto (segno dei modi squisiti che lo contraddistinguevano, insieme forse ad una vaga timidezza): era non solo un fortissimo arrampicatore, ma un uomo di non comune cultura, mai esibita, e perciò destinata a lasciare impressione più duratura. Ricordo che, nei viaggi che riportavano a Roma allievi e istruttori dopo la lezione al Morra, rimanevo ad ascoltarlo a lungo, mentre intrecciava, con calma naturalezza, discorso politico e culturale e racconto alpinistico. E ho sempre in mente il resoconto della sua ripetizione della Solleder al Civetta, apparso nel primo numero unico della Sucai, che non riesco più a ritrovare nella montagna di libri che assedia la mia casa: pochi pezzi sanno dare con altrettanta semplice intensità il senso dell’avventura piena su una grande montagna. Da tanti anni nulla so di lui, e la cosa mi ferisce come un segno d’ingratitudine da parte mia“.

Oltre alla ripetizione della via Solleder al Civetta, il suo nome (ma soprattutto il suo soprannome) è legato ad alcune vie sulle falesie romane, come la Dado al Morra  o i Tetti di Dado al Circeo. Qui sotto è un incompleto elenco delle salite più importanti di Bruno Morandi:

Punta di Frida (Tre Cime), spigolo est-sud-est, via Del Vecchio-Zaccaria, 7a ascensione, con Antonio Bonomi, 16 agosto 1952;
Punta di Frida (Tre Cime), parete nord, direttissima Morandi-Bonomi, 1a ascensione, con Antonio Bonomi, 21 agosto 1952;
Torre Trieste, spigolo sud-ovest, via Tissi, 31a ascensione, con Silvio Jovane, 14 agosto 1953;
Cima Piccolissima di Lavaredo, parete est, via Morandi-Jovane, 1a ascensione, con Silvio Jovane, 28 agosto 1953;
Cima d’Ambiez, parete sud-est, via Fox-Stenico, 10a ascensione, con Massimo Soli, 17 agosto 1954;
Salame del Sassolungo, parete nord, via Comici, con Massimo Soli, agosto 1954;
Gran Sasso (Corno Grande, vetta occidentale), parete est, via Direttissima, 2a ascensione, con Franco Alletto, 5 settembre 1954;
Gran Sasso (Corno Grande, vetta centrale), sperone nord-ovest, via Consiglio-Morandi, 1a ascensione, con Paolo Consiglio, 24 luglio 1955;
Torre di Babele, spigolo sud, via Soldà, 9a ascensione, con Franco Duprè, 18 agosto 1955;
Torre Venezia, parete sud-sud-ovest, via Ratti-Panzeri, 3a ascensione, con Franco Duprè, 21 agosto 1955;
Croda Antonio Berti, parete ovest, via Comici, con Francesco Della Valle, Silvio Jovane e Franco Alletto, 29 luglio 1956;
Cima Una, parete nord, via Steger (Weg der Jugend), con Franco Alletto, 7 agosto 1956;
Sasso di Landro, spigolo nord-est, via FIOM, 1a ascensione, con Franco Cravino e Bruno Trentin, 23 agosto 1966.

Ricordiamo che Morandi ha partecipato alla famosa operazione di soccorso a Cesare Maestri e Luciano Eccher sul Campanile Basso; Inoltre, il 16-17 agosto 1956, con Enrico Leone aveva per primo cercato di risolvere il problema del gran diedro a destra della via Comici sulla parete nord-ovest della Cima Grande di Lavaredo: a causa di un incidente, i due erano stati costretti a ripiegare sulla via Stoesser. La via fu poi ripresa e terminata nel 1961 da Erich Abram e Sepp Schrott.

Friedl Mutschlechner sulla via Solleder al Civetta, anni ’70
Friedl Mutschlechner sulla via Solleder al Civetta. Dolomiti orientali, Belluno

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La diretta “Renato Reali” alla Cima Terranova

La diretta Renato Reali alla Cima Terranova
di Alberto Dorigatti
Pubblicato su Rivista Mensile del CAI 1972, pagg 326-329

1970. È ormai la fine di settembre, e ci stiamo dirigendo alla base della Cima Terranova; mi sono compagni in questa nuova avventura Holzer, Gogna ed Allemand. Il nostro progetto è vincere direttamente la parete nord ovest, sfruttando una fessura-camino che si innalza 40 metri sopra lo zoccolo e con andamento verticale raggiunge la vetta. Ricordo lo zoccolo, non difficile ma di una friabilità impressionante; infatti dovevamo salire molto uniti per evitare la caduta incessante di sassi in un vasto colatoio di scaglie appoggiate. Terminato lo zoccolo, nella problematica fascia gialla di 40 metri, troviamo un’esile fessurina che ci dà la possibilità di entrare nella più compatta fessura direttrice. Superato questo primo ostacolo, che purtroppo senza pensare ad un probabile ripiegamento schiodiamo completamente, dopo una seconda lunghezza meno impegnativa arriviamo ad un minuscolo punto di sosta, sopra il quale una stretta cengia svasata ci ospiterà per la notte.

Alessandro Gogna sulla prima lunghezza, 10.09.1970 Alessandro Gogna sulla prima ascensione della diretta alla parete nord ovest di Cima Terranova, 2a lunghezzaVeramente è ancora presto per parlare di bivacco, ma gli acrobatici numeri che Sandro deve fare nella lunghezza successiva, con un’estenuante ricerca di possibili buchi o fessure e la conseguente lentezza di progressione, consigliano l’allestimento del bivacco che risulterà scomodo nonostante il paziente lavoro di ampliamento.

Di questa notte mi è rimasta particolarmente impressa l’invidiabile tranquillità con cui Heini, al limite della cengia, ha trascorso la notte seduto con la sola giacca a vento ed un paio di moffole ai piedi. Seduto su un piccolo ripiano vi è rimasto immobile tutte la notte, come uno dei tanti rapaci che, chiusi in minuscole gabbie, attendono con rassegnazione la libertà; Heini attendeva l’alba, ma pareva non avesse molta fretta. Il giorno dopo un repentino cambiamento di tempo ci consiglia la ritirata, una spettacolare corda doppia volante di 70 metri ci porta allo zoccolo e qui con altre peripezie alla base.

1971. Abbiamo fretta di portare a termine questa salita; è un problema così evidente che temiamo qualcuno che lo porti via. Alla fine di luglio ci accordiamo per la salita, questa volta Allemand non può essere dei nostri, e questo ci rincresce; Aldo Leviti prende il suo posto, per il resto tutto come l’anno precedente. Abbiamo fatto le cose così in fretta che ci si ritrova tutti e quattro assieme, alle 2 e 30 di notte nella dependance del Rifugio Vazzoler. Abbiamo le ore contate, impegni di lavoro di due di noi ci pongono dinnanzi a qualche difficoltà; o si passa questa volta oppure il problema è rinviato, con le probabili conseguenze. Assieme ad Aldo ero arrivato al rifugio già nel pomeriggio, Heini ci stava aspettando; incontro anche dei carissimi amici, due fratelli di Bassano, che avevo conosciuto dieci giorni prima sulla Tissi della Venezia, trovo anche l’amico Piero Ravà in attesa per la Busazza. Passiamo alcune ore ridendo e discutendo, parliamo della misera attività di questo pessimo inizio di stagione, ed è appunto in momenti come questi che mi chiedo il perché di tante polemiche assurde; siamo tutti giovani, contenti di ritrovarci così per caso, ci stimiamo reciprocamente, ed allora mi accorgo, e mi convinco sempre di più, che se vogliamo serbare un bel ricordo di questi incontri, dobbiamo assolutamente rispettare le idee altrui, lasciando ad ognuno il suo; l’alpinismo deve essere sinonimo di evasione e di libertà.

Con queste convinzioni, sebbene ancora un po’ torbide, mi sto portando ancora una volta alla base della Terranova. È ancora buio, ma vogliamo fare presto, vogliamo assolutamente passare e in fretta. Dopo lo zoccolo, fatichiamo nuovamente sulla lunghezza schiodata l’anno prima; sembra incredibile, ma in questa lunghezza le difficoltà aumentano con il nostro progressivo passaggio, un pilastrino staccatosi mi lascia un bel segno sul volto. Alcuni giorni dopo, mi compiaccio di queste ferite e guardandomi allo specchio mi convinco quasi di essere più bravo, più forte; illusioni, ma chi non ha mai peccato di narcisismo?

In un tempo abbastanza breve arriviamo al terreno vergine che ci serba particolari difficoltà inaspettate. Nella fascia centrale le difficoltà diminuiscono sensibilmente, la roccia non è però molto buona e l’attenzione deve essere perciò raddoppiata. La progressione si fa sempre più spedita, la giornata volge al termine, vogliamo uscire evitando il bivacco in parete. Siamo alla base di una strapiombante fessura, il cui aspetto ci preannuncia forti difficoltà; è quasi buio, la certezza però di essere a soli 80 metri dalla cima ci rincuora.

Heini Holzer sulla diretta Renato Reali alla Cima di Terranova
Heini Holzer, parete NW della Cima di Terranova, 1a ascensione, 1971

Alle 22 circa la via diretta è una realtà, la dedichiamo a Renato Reali, nostro comune amico. La tensione delle ultime ore è scomparsa, non ci interessa se il bivacco è scomodo e ventato, siamo felici come ogni alpinista può immaginare, le nostre emozioni ci accomunano a tutti coloro che come noi trovano nella montagna i propri valori ed ideali.

La notte si sonnecchia, si parla un po’, per lo più però ognuno è assorto nei suoi pensieri.

Ricordo gli inizi della mia attività, mi compiaccio di aver conosciuto molti amici, veri amici, con i quali ho potuto migliorare imparando a mie spese ciò che la montagna esige; passione e tanta forza di volontà. Mi accorgo anche con soddisfazione che essa è uno dei tanti problemi di cui mi interesso; essa non mi limita, e questo vuol dire molto. Domani sarò in città, avrò altri pensieri, troverò amici che di montagna non capiscono un accidente, e che in altri sport e svaghi trovano la loro evasione, mi aggregherò a loro. Poi ancora una volta cercherò in montagna una nuova avventura non so dove e con chi, questo ha poca importanza, sono certo che non rimarrò deluso.

Alberto Dorigatti sulla diretta Renato Reali alla Cima di Terranova
Alberto Dorigatti, parete NW della Cima di Terranova, 1a ascensione, 1971

Il vento ci disturba ancora; mentalmente riascolto qualche pezzo di musica underground, forse però un mangianastri portatile mi darebbe più soddisfazione. L’indomani scivoliamo veloci lungo la valle del Giazzèr, grandiosa, interminabile; al suo sbocco, alzando lo sguardo accenniamo a qualche nuovo problema.

Alessandro Gogna, Alberto Dorigatti e Heini Holzer fotografati da Aldo Leviti la mattina del 31 luglio 1971 in vetta alla Cima di Terranova
Dopo il bivacco in vetta alla Cima di Terranova, 31.07.1971. A. Gogna, Alberto Dorigatti, Heini Holzer. Foto: Aldo Leviti

RELAZIONE TECNICA
Cima Terranova 2900 m – Parete nord-ovest (Gruppo della Civetta) – 1a salita diretta Renato Reali.
Salita effettuata il 30 luglio 1971. Ore di salita impiegate circa 17. Bivacco in vetta. Salita a comando alternato da: Alberto Dorigatti, Alessandro Gogna, Aldo Leviti, Heini Holzer.
800 metri (400 + 400 di zoccolo). Difficoltà: ED (VI). Tutti i chiodi impiegati sono rimasti in parete salvo specifica menzione. Totale 71 chiodi, tolti 3, 2 cunei.

Dalla base alla fine dello zoccolo si segue la via Livanos oppure si segue un marcato canalone che scende dalla parte sinistra della parete gialla. (II e III con passi di IV). Roccia friabile. Si attacca circa 50 metri a sinistra della via Livanos-Gabriel-Da Roit in corrispondenza della prima grande fessura delle tre che solcano la parete. Questa prima fessura parte dalla vetta della Terranova e con andamento verticale solca tutta la parete fino ad interrompersi 40 metri sopra lo zoccolo dando poi luogo ad una esilissima fessura gialla friabile e discontinua nel mezzo della parte gialla.
Si attacca la fessura e la si segue sino ad uno scomodo nicchione (40 m, 19 ch., 16 rimasti, A2 con un passo di VI). Sosta 1.
Uscire leggermente a sinistra del nicchione e proseguire nel camino 15 m poi uscire a destra e traversare 6 m sino ad un buon terrazzino (20 m, 2 ch., 1 cuneo, IV e V poi un passo di A1, ancora IV +). Sosta 2.
Obliquare a sinistra 20 m, poi diritto in fessura 15 m (14 ch., V, A1 e A2). Sosta 3 su staffe.
Continuare nella fessura per circa 15 m sino ad una grotta (12 ch., A2 con passo di V). Sosta 4.
Uscire dalla grotta a destra e proseguire nella fessura camino per 40 m sino a piccoli terrazzini (10 ch. A2 e V +). Sosta 5.
Continuare nel diedro 10 m sino ad un buon terrazzo (5 ch., 1 cuneo di plastica, A1 e A2 con uscita di IV +). Sosta 6.
Traversare 15 m a sinistra poi obliquare a destra in un canale (35 m, II e III). Sosta 7.
Continuare nel canale per 30 metri (II e III). Sosta 8.
Traversare a destra 10 m poi salire un camino nascosto leggermente obliquo a sinistra e salire poi per gradoni (30 m, III +). Sosta 9.
Salire un camino a campana e la fessura seguente (25 m, IV-). Sosta 10 su terrazzo, chiodo di sosta tolto.
Traversare a sinistra 12 m e salire nel camino sino ad una strozzatura con masso incastrato (40 m, III con un passo di IV +, 1 ch.). Sosta 11 nel camino.
Salire sotto una strozzatura, traversare 5 m a sinistra e poi direttamente sino dove la parete si abbatte. Salire poi alla base del camino verticale (40 m, III e IV, alcuni passi di IV, 1 ch.). Sosta 12.
Diritti nel camino 35 m poi traversare a destra 4 m ad un terrazzino (IV, V e V+, un tratto di A2, 6 ch., 1 cuneo). Sosta 13.
Salire una fessura 5 m, poi per gradoni alla vetta (40 m, IV poi II e III). Sosta 14 in vetta.

Cima di Terrranova, parete nord-ovest, via diretta Renato Reali
Dal rifugio Tissi su Cima De Gasperi, Su Alto e Terranova

postato il 20 settembre 2014