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Lo scalatore come visionario

Lo scalatore come visionario
di Doug Robinson

Nel 1969 esce, sul numero 3 della prestigiosa rivista americana Ascent, un articolo che costituisce una pietra miliare della letteratura alpinistica, fonte di ispirazione per una generazione (e non solo) di scalatori: The climber as visionary, di Doug Robinson.
L’articolo venne tradotto in italiano da Luciano Serra e pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI, n. 7 del 1973. In seguito fu anche ripreso il 6 settembre 2011 da http://unfinishade.typepad.com/climbing/2011/06/the-climber-as-visionary-1.html
Qui per l’occasione fu stilata una seconda traduzione, a cura di Marco Lanzavecchia
Giudirel con il contributo di Davide Psycho e il cesello di Marina Ansia Kammerlander. Questo team – trade mark Fuorivia – ha fatto davvero un gran bel lavoro! E’ con questa traduzione che oggi riproponiamo l’articolo.

Doug Robinson
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Nel 1914 George Mallory, destinato in futuro a diventare celebre per una lapidaria definizione del perché dell’arrampicata (“perché le montagne sono là” – NdR) pubblicò sul Climber’s Club Journal un articolo intitolato L’alpinista come artista. Nel tentativo di spiegare il senso di superiorità che in quanto arrampicatore nutriva nei confronti degli altri sportivi, affermò che l’arrampicatore è un artista. Scriveva che “una giornata ben spesa nelle Alpi è come una grande sinfonia” e giustificava l’assenza di un risultato tangibile – dagli artisti ci si attende la produzione di opere d’arte visibili dagli altri – spiegando che “gli artisti in questo senso, non si distinguono per la potenza con la quale esprimono emozioni, ma per la potenza con la quale percepiscono le esperienze emotive di cui l’Arte stessa è fatta… gli alpinisti sono tutti artistici… perché coltivano l’esperienza emozionale senza altri fini”.

L’asserzione di Mallory giustifica in pieno l’alta considerazione che nutriamo per l’arrampicata come attività, ma non concede spazio alla distinzione fra chi apre una via e chi si limita ad ammirarla.

L’alpinismo può produrre risultati artistici tangibili che sono poi sotto l’occhio di tutti. Una via è un’espressione artistica sul fianco di una montagna, accessibile allo sguardo e quindi all’ammirazione o alla critica da parte degli altri scalatori. Proprio come la linea di una via determina il suo valore estetico, la maniera nella quale è stata salita costituisce il suo stile. Una scalata ha il valore di un pezzo artistico e il suo creatore è responsabile per il suo stile e il suo significato proprio come un artista. Riconosciamo gli arrampicatori particolarmente dotati nel creare linee estetiche e potenti, e li rispettiamo per questo loro talento.

Mallory non si spinse abbastanza lontano nell’attribuire funzioni artistiche all’atto di realizzare nuove salite eccezionali; io penso anche che egli usi la parola artista in modo troppo esteso, quando intende includervi la percezione estetica insieme alla creazione estetica.
Per quello che riguarda la percezione, che è essenzialmente passiva e ricettiva, piuttosto che intraprendente e creativa, io userei il termine “visionario”. Non visionario nel senso comune di sogno ozioso e irrealizzabile, e di costruzione di castelli in aria, ma piuttosto nel senso della capacità di percepire con grande intensità gli oggetti e le azioni dell’esperienza ordinaria, di andare oltre, di coglierne le meraviglie e i misteri, le forme, gli umori e i meccanismi. Essere un visionario in questo senso non comporta nulla di soprannaturale o ultraterreno; consiste nell’avere una visione nuova delle cose familiari del mondo.

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Uso molto semplicemente la parola visionario, che prende origine da visione che significa vedere (ma anche capire, NdR), sempre con la massima intensità ma mai oltre il limite del presente reale e fisico. Per utilizzare un esempio familiare è difficile ammirare la Notte stellata di Vincent Van Gogh senza percepire la qualità visionaria che l’artista esercita nel guardare il mondo. Non ha dipinto nulla che non fosse nella scena originale, tuttavia altri potrebbero avere problemi a riconoscere quello che ha dipinto, e la differenza sta nell’intensità della sua percezione, ovvero nell’esperienza visionaria. Van Gogh dipinge trovandosi in uno stadio più elevato della coscienza.

Il Grand Capucin. Questa è l’unica illustrazione dell’articolo originale. Foto: Steve Miller
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Anche gli scalatori hanno le loro Notti stellate. Prendiamo questo passaggio del racconto di Allen Steck sulla salita al Monte Logan per la Cresta del Colibrì: “Mi voltai un attimo e fui completamente sopraffatto dalla contemplazione della bellissima sensuale semplicità della neve soffiata dal vento”.
La bellezza di quel momento, la forma e i movimenti della neve soffiata gli avevano trasmesso un’emozione talmente potente, così meravigliosamente completa, che l’arrampicatore si era perduto in essa. Si dice sia durato un solo istante, eppure lui fu assorbito al punto di smarrirsi, cosicché l’esperienza fu attraversata dai venti dell’eternità.
Un secondo esempio proviene dal racconto del settimo giorno della prima ascensione della Muir Wall su El Capitan, durata otto giorni ed effettuata in condizioni difficili. Scrive Yvon Chouinard sull’American Alpine Journal del 1966: “Arrivammo a cogliere tutto ciò che ci circondava, con sensi resi più acuti. Ogni singolo cristallo spiccava sul granito, in grande rilievo. Le forme mutevoli delle nuvole non cessavano mai di attirare la nostra attenzione. Per la prima volta ci accorgemmo di minuscoli insetti che erano dappertutto sulla parete, ed erano talmente piccoli da essere a stento visibili. In sosta ne osservai uno per quindici minuti, lo guardavo muoversi e ne ammiravo il colore rosso brillante.
Come ci si potrebbe mai annoiare con così tante belle cose da vedere e sentire? Questa fusione con l’ambiente, questa percezione ultrapenetrante, ci diedero una sensazione di appagamento quale non avevamo sperimentato da anni”.

In questi brani appaiono evidenti le caratteristiche che costituiscono l’esperienza visionaria dell’arrampicatore: la travolgente bellezza di molti oggetti ordinari – nuvole, granito, neve – nell’esperienza dell’arrampicatore, una sensazione di rallentamento e quasi di scomparsa del tempo, una sensazione di appagamento, una sensazione oceanica di suprema bastevolezza del presente. Sebbene tenui nella sostanza, queste sensazioni sono abbastanza forti da intromettersi potentemente nel mezzo di situazioni pericolose e da rimanere là, rimpiazzando temporaneamente persino l’apprensione e la spinta a ottenere il risultato.

Le parole di Chouinard cominciano a darci un’idea dell’origine e del carattere di queste esperienze. Inizia facendo riferimento ai “sensi più ricettivi”. Che cosa ha reso più ricettivi i loro sensi? Il tutto sembra direttamente collegato a quello che stavano facendo, per loro era la settima giornata consecutiva di assoluta concentrazione. Arrampicare tende a indurre esperienze visionarie. Dovremmo indagare quali siano le caratteristiche dell’arrampicata che predispongono a queste esperienze.

L’arrampicata richiede profonda concentrazione. Non conosco nessuna altra attività in cui un intero pomeriggio possa facilmente essere cancellato, senza nessuna traccia. O un rimpianto. Mi sono piombate in testa bufere, e pareva che fossi addormentato, anche se so che per tutto il tempo sono stato in preda a una profonda concentrazione, attento a pochi metri quadrati di roccia e poi a quelli successivi. Sono uscito a fare boulder e sono tornato trovando che lo stufato era bruciato. A volte in pianura quando è difficile lavorare sono invidioso della facilità di concentrazione che si ha arrampicando. Questa concentrazione può essere intensa, ma non ha la stessa intensità dei momenti visionari, è solo un prerequisito.

Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Questa è la prima delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Foto: Ilio Pivano
Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Foto: Ilio Pivano

La concentrazione non è continua, è spesso intermittente e sporadica, a volte ciclica e ritmica. Dopo aver fronteggiato per un po’ i pochi metri quadri di roccia che ci stanno davanti, la corda finisce ed è tempo di fare sosta. Il tempo in sosta è un intermezzo nella concentrazione, un’interruzione, una piccola possibilità di rilassarsi. Lo scalatore passa da una postura aggressiva e produttiva a un’altra passiva e percettiva, da agente a osservatore, e di fatto da artista a visionario. La giornata di arrampicata si svolge attraverso un ciclo di arrampicata-sosta-arrampicata-sosta con una serie regolare di concentrazioni e rilassamenti. Ed è di uno di questi momenti di rilassamento che Chouinard sta parlando. Quando gli arti si appoggiano alla roccia e i muscoli si contraggono, anche la volontà si concentra, mentre in sosta, legati a un arbusto di quercia, i muscoli si rilassano e anche la volontà, che era rimasta concentrata sui movimenti, si espande e torna a vedere il mondo, che appare nuovo e luminoso, creato di fresco, perché prima aveva davvero cessato di esistere. Per contrasto, lo svantaggio delle abituali attività a basso impegno è che non riescono a mettere il mondo fuori dalla porta, il mondo non cessa quindi di essere familiare e finisce per essere di conseguenza ignorato. Arrampicare concentratissimi significa escludere tutto il mondo: e quando riappare sarà un’esperienza strana e meravigliosa nella sua novità.

Il rilassamento in sosta non è totale: l’arrampicata non è finita, ci sono ancora tiri davanti, persino il più difficile, potrebbero volerci ancora giorni. Ci accorgiamo che se il ciclo di intensa contrazione prosegue, e quando questo ciclo diventa routine quotidiana, il rilassamento in sosta produce esperienze visionarie più frequenti e intense. Non è un caso che l’esperienza riferita da Chouinard sia accaduta alla fine dell’arrampicata: stava ponendo i suoi presupposti da sei giorni. La cima, troncando il ciclo e regalando la liberazione finale dalle tensioni, dovrebbe offrire all’arrampicatore alcuni dei momenti più intensi e uno sguardo alla letteratura dimostra che è proprio così. La vetta è anche una liberazione dal deserto sensoriale dell’arrampicata: dalla nuda concentrazione sulla configurazione della roccia passiamo alle ricchezza estetica della cima. Ma c’è ancora la discesa di cui preoccuparsi, un’altra contrazione della concentrazione a cui seguirà un rilassamento alla base della parete.
Seduti su un tronco ci togliamo le scarpe da arrampicata e infiliamo gli scarponi. Guardiamo la valle e siamo pervasi da un’oceanica sensazione di lucidità, distacco, unione e fusione. E’ ciò che resta tra una scalata e la successiva, da un giorno sulle bollenti chiare pareti a quello successivo, tuttavia segnato da sere scure come la pece a Camp 4.

Gian Piero Motti in artificiale all’Orrido di Chianocco (Valle di Susa). Questa è la seconda delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti in artificiale all'Orrido di Chianocco (Valle di Susa)

Quando un percorso è stato tracciato diviene più familiare ed è più facile seguirlo una seconda volta, e lo diventa ancor di più in viaggi successivi. La soglia è stata abbassata. La pratica giova sia alla facoltà visionaria dell’arrampicatore che alla sua tecnica in fessura. E si applica anche al di fuori delle scalate. Secondo John Harlin, anche se lui sta parlando di desideri e non di visioni, l’esperienza può essere “presa in prestito e proiettata”. Si applicherà alla vita dell’arrampicatore in generale, alle sue ore banali in pianura, ma sarà stata l’arrampicata a insegnargli a essere visionario. Se non vogliamo darci troppa importanza, nel prepararci consapevolmente a un’esperienza visionaria, sarà bene ricordare che la bellezza incredibile delle montagne è sempre a portata di mano, sempre pronta a sospingerci nella consapevolezza.

L’ampiezza di questi cicli è molto variabile. Anche se il ciclo della lucidità si chiude tra un tiro e l’altro, altre volte ci vogliono giorni per chiudere un intero ciclo, altre volte ancora la cosa può essere quasi istantanea, come quando tirando un appiglio dopo un istante di incertezza e dubbio, senti all’improvviso il calore del sole attraverso la maglietta e senza esitare ti allunghi alla presa successiva.

Non è detto che l’alterazione della percezione sia intensa. Un piccolo cambiamento può essere egualmente profondo. Il divario tra guardare senza vedere e guardare avendo una vera visione è a volte talmente piccolo che possiamo passare da uno stato all’altro molte volte, nella vita di tutti i giorni.
Ulteriori innalzamenti della facoltà visionaria sono rappresentati da percezioni più profonde di ciò che è già sotto i nostri occhi. La visione è vedere intensamente. La visione è vedere quello che è profondamente compenetrato, e seguire questo processo porta a una maggiore consapevolezza dell’ambiente, intuitiva piuttosto che scientifica. Un’ecologia alla John Muir, che parte non dal concetto generale di alberi, rocce, aria, ma piuttosto proprio da quel dato albero con quel nodo sul tronco, dalle rocce come le vide Chouinard, supremamente distaccate e distanti, riflettenti la loro luce perfetta, e da quell’aria che soffia pulita e rovente dal deserto orientale e che quando si riversa sul bordo della valle per proseguire verso il Pacifico porta la fragranza dei campi di neve del Dana Plateau e delle interminabili cime degli alberi di Toulomne.

Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re. Questa è la terza delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re

Le alterazioni visionarie nella mente degli arrampicatori hanno una base fisiologica. L’alternanza di speranza e paura di cui si parla nei loro racconti descrive stati emotivi che hanno una base biochimica. Questi meccanismi psicologici sono stati utilizzati per millenni da profeti e mistici, e solo per pochi secoli dagli scalatori. Due meccanismi complementari operano indipendentemente: il livello di anidride carbonica e quello della decomposizione dell’adrenalina: il primo derivante dallo sforzo fisico ed il secondo dall’apprensione. Durante la fase attiva dell’arrampicata l’organismo è sottoposto a un duro lavoro: aumenta la concentrazione di CO2 (debito di ossigeno) e si rilascia adrenalina in previsione di difficoltà o movimenti pericolosi, in modo che quando l’arrampicatore approda alla sosta alla fine del tiro si ritrova in debito di ossigeno e con una scorta di adrenalina non necessaria. Il debito di ossigeno si manifesta nei muscoli sotto forma di acido lattico, un vero veleno cellulare, che potrebbe anche essere quello che provoca visioni mentali. L’attività visionaria può essere indotta sperimentalmente somministrando CO2, e questo fenomeno potrebbe spiegare il ruolo del canto in ipoventilazione nelle chiese medioevali così come del controllo della respirazione nelle religioni orientali. L’adrenalina, trasportata dalla circolazione sanguigna in tutto il corpo, è un prodotto instabile se non utilizzato, e presto comincia a decomporsi formando altre sostanze chimiche, la cui struttura ricorda da vicino alcune droghe psichedeliche, che potrebbero aiutare a mettere in luce il meccanismo di azione di questi agenti di espansione mentale. Vediamo che l’attività fisica di arrampicare accoppiata con l’ansia, produce dei cambiamenti chimici nel corpo che sono prodepeutici all’esperienza visionaria. C’è un altro fattore con azione a lungo termine che potrebbe cominciare a rivelarsi nel racconto di Chouinard: l’alimentazione. Sia il semplice digiuno sia la carenza di vitamine tendono a preparare il corpo, apparentemente indebolendolo, all’esperienza visionaria. Questa insufficienza vitaminica provoca un basso livello di acido nicotinico, una delle vitamine del complesso B e noto agente antipsicotico: quindi anche questo fattore alimenterebbe l’esperienza visionaria. Chouinard accenna più volte nel suo racconto alle razioni alimentari ridotte. Per un ulteriore disamina dei meccanismi fisiologici che conducono allo stato visionario, ci sono due saggi di Aldous Huxley: Le porte della percezione e Paradiso e inferno.

Esiste un’interessante relazione tra lo stato visionario dell’arrampicatore e la sua controparte nella subcultura limitrofa dei consumatori di droghe. Queste droghe sono sempre più comuni e molti giovani per la prima volta nella storia arrivano all’arrampicata da un punto di vista già avvantaggiato sull’esperienza visionaria. A queste droghe sono stati attribuiti una serie di nomi erronei sulla base di falsi modelli di azione: psicotomimetici, per la supposta capacità di simulare psicosi, e allucinogeni, visto che le allucinazioni erano ritenute la realtà centrale dell’esperienza da loro indotta. Il loro nome attuale significa invece semplicemente manifestazione della mente, concetto finalmente naturale. Queste droghe forniscono alla gente una finestra aperta sull’esperienza visionaria. Essi ritornano dall’esperienza sapendo che esiste un luogo dove gli oggetti delle sensazioni ordinarie ricordano loro molte esperienze spontanee o di picco e in questo modo confermano o danno luogo a nuove serie di osservazioni. Ma finisce tutto qui. Non c’è ritorno alla realtà intensificata, alla suprema sufficienza del momento presente. La finestra si è richiusa e non può essere nemmeno più ritrovata senza ricorrere alla droga.

Doug Robinson fotografa Galen Rowell per un articolo per il National Geographic Magazine sulla prima salita hammerless della Regular all’Half Dome, 1974. Foto: Dennis Hennek.
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Non sono affatto disposto a dire che i consumatori di droghe comincino ad arrampicare per cercare quella finestra. Non potrebbe venir loro in mente. Chiunque non sia avvezzo a un’attività fisica disciplinata potrebbe avere dei problemi a immaginare che essa produca qualcosa di più che semplice sudore. Ma quando due culture si sovrappongono, e un giovane arrampicatore comincia ad accorgersi della similitudine tra i risultati visionari risultanti dalla sua disciplina arrampicatoria e la sua precedente vita visionaria indotta dalle droghe, allora è sulla soglia del controllo. Ora c’è un chiaro percorso di disciplina, che conduce alla finestra. Consiste in deserto sensoriale, nello sforzo intenso e concentrato, in cicli alternati di concentrazione e rilassamento. Questo percorso non è esclusivo dell’arrampicata, naturalmente, ma qui noi stiamo riflettendo sulle peculiarità che gli elementi del percorso assumono in essa. Io lo chiamo la lenta strada benedetta, perché anche se abbisogna di tempo e di sofferenza, è una via allo stato visionario che non gode di facilitazioni, e nel seguirla l’arrampicatore si ritroverà meglio preparato ad apprezzare la visione in sé, e nel ritornare gradualmente e con gli occhi ben aperti allo stato ordinario di veglia conserverà il ricordo di dov’è la finestra, come aprirla, e porterà con sé alcune delle esperienze vissute.

La lenta strada benedetta garantisce che l’anima dell’arrampicatore, temprata dalla grande esperienza che ne ha fatto un visionario, sia stata affinata in modo da poter gestire la sua attività visionaria rimanendo equilibrato ed attivo (l’emarginazione, che è sostanzialmente uno stato improduttivo, è il risultato di un’esagerata attività visionaria priva di una corrispondente crescita della personalità). L’arrampicata che lo ha preparato a essere un visionario lo ha anche preparato a gestire le sue visioni. Questo non è tuttavia un cambiamento così drammatico. All’inizio è simile al vedere invece che semplicemente guardare. Per sperimentare un cambiamento permanente nella percezione possono essere necessari anni di disciplina.

Doug Robinson. Foto: Shawn Reeder
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Un potenziale trabocchetto è percepire la disciplina de la lenta strada benedetta secondo la ferrea tradizione dell’etica protestante: non può funzionare. L’arrampicata fornisce tutto il necessario rigore della disciplina senza che sia necessario aggiungerne. E quando la facoltà visionaria emerge, quello che è necessario non è un ulteriore sforzo di disciplina ma uno sforzo di rilassamento, una sottomissione al mondo così meraviglioso, consolatorio e pervasivo.

Ho cominciato a prendere in considerazione queste idee nel 1965 in Yosemite con Chris Fredrick. Avvertendo una similitudine di esperienze, o perlomeno un approccio simile alle esperienze, siamo stati seduti a discorrere molte notti insieme, al limitare del campo degli scalatori, e abbiamo trascorso alcuni giorni sperimentando le nostre parole nella gioia del movimento al sole. Chris ha cominciato a interessarsi al Buddismo Zen, e quando mi ha detto della sua religione orientale sono rimasto stupito di non aver mai sentito parlare in precedenza di un sistema che calzava così perfettamente alla realtà circostante senza che fosse necessario nessun aggiustamento o stiracchiamento. Se ben ricordo non abbiamo mai menzionato l’esperienza visionaria in quanto tale, anche se nella sostanza non è stata mai lontana dalle nostre riflessioni. Siamo penetrati in uno di quegli stati mentali paralleli al punto che ora per me è difficile riferire che cosa tirammo fuori. Abbiamo cominciato a considerare certi aspetti dell’arrampicare come il corrispettivo occidentale di pratiche orientali: i precisi e ripetitivi movimenti dell’assicuratore nel dare corda, l’avvicendarsi cadenzato dei piedi nella marcia nei boschi, persino il ritmico movimento dell’arrampicata su terreno facile e regolare, si avvicinavano alle pratiche di meditazione e controllo del respiro. Sia la parte laboriosa che quella visionaria dell’arrampicata sembravano ben adatte a liberare l’individuo dal concetto di se stesso, la prima ridimensionando le sue ambizioni e la seconda mostrandogli di essere solo una parte di un universo genialmente integrato. Abbiamo visto emergere, l’uno nel volto dell’altro, la visione con la sua mescolanza di gioia e serenità, e rientrando dalle scalate ci siamo sentiti spesso come bambini nel giardino dell’Eden: indicavamo, facevamo cenni e ridevamo. Abbiamo esplorato momenti senza tempo e ci siamo stupiti quando la consapevolezza ordinaria era sospesa, mentre la facoltà visionaria era in essere. Ci è accaduto di non rammentare questi momenti di vera felicità e pace: tutto quello che restava – dopo – era la consapevolezza che c’erano stati ed erano stati belli: gli abituali dettagli della memoria erano svaniti. Successe anche a gran parte delle nostre conversazioni: ricordo solo che parlammo e comprendemmo delle cose. Credo che fu nel corso di queste conversazioni che fu piantato il primo seme del concetto dell’alpinista come visionario.

William Blake ha parlato dell’esperienza visionaria dicendo: “Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito”. Inciampando nelle porte dischiuse l’arrampicatore si meraviglia di ritrovarsi nella condizione privilegiata di trovarsi faccia a faccia con l’universo. Trova la risposta nella sua attività e nella chimica della sua mente e comincia ad accorgersi che sta applicando in modo speciale alcune antichissime tecniche di apertura mentale. La visione di Chouinard non è stata un caso: è il risultato di giorni di arrampicata. Chouinard era temprato dalle difficoltà tecniche, dolore, apprensione, disidratazione, sforzi, deserto sensoriale, stanchezza, in una parola dalla graduale perdita del sé. Basta solo copiare gli ingredienti, per consegnarsi ad essa. Gli ingredienti conducono alla porta. Non è necessario raggiungere il livello tecnico di Chouinard, pochi possono farlo, è sufficiente il suo livello di impegno. Non è necessario scalare El Capitan per essere visionari: io non l’ho mai fatto ma arrampicando cerco di spingermi al mio limite, di scalare cose per me problematiche. In questo modo noi tutti attraversiamo questo confine etereo – ognuno il suo – e ci inoltriamo nello stato di visione. Per quanto esso possa essere descritto precisamente, rimane sostanzialmente elusivo. Non diventerete un giorno visionari per rimanerlo per sempre. E’ una condizione nella quale si entra e si esce raggiungendola con sforzi mirati o spontaneamente, in momenti voluti dal caso. Stranamente non è il frutto di un lavoro conscio, ma arriva come il sottoprodotto di uno sforzo in un’altra direzione e su un altro piano. Vive il suo ghiribizzo momentaneo o indugia sospesa nell’aria, arrestando il tempo nel suo divenire, per un attimo momentaneamente eterna, come quando conclusa l’ultima corda doppia vi voltate e siete sopraffatti dalla meraviglia verde della foresta.

Doug Robinson, autore di The alchemy of action, ha aperto un considerevole numero di vie nuove sia su roccia che su ghiaccio. E’ considerato il “padre del clean climbing”. Per saperne di più su Doug Robinson consulta http://movingoverstone.com/ (in inglese).

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Flash di alpinismo 6

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 06 (6-13)
di Massimo Bursi

Clean climbing
Ricorda la roccia, l’altro scalatore – arrampica pulito (Yvon Chouinard e Tom Frost).

Queste sono le ultime parole dell’articolo che nel 1972 Yvon Chouinard e il suo amico nonché socio in affari, Tom Frost, pubblicarono sul catalogo della Chouinard Equipment. L’articolo, intitolato Una parola, incentivava l’utilizzo dei nut al posto dei chiodi. Tale articolo, vero manifesto, vera origine della rivoluzione del Nuovo Mattino, cambiò le abitudini degli scalatori.
Vale inoltre la pena sottolineare che tale articolo cambiò anche le sorti della azienda Chouinard Equipment che smise di vendere chiodi inquinanti e cominciò a vendere nut verdi.

La parola chiave cui Chouinard e Frost facevano riferimento era clean, cioè pulito.
Nel catalogo subito dopo questo manifesto segue un articolo molto interessante di Doug Robinson che spiega cosa si intenda, bene, per arrampicata pulita.
Clean climbing è arrampicare solo con i nut per proteggersi.
Clean perché la roccia rimane inalterata quando passa lo scalatore.
Clean perché niente è martellato nella roccia o estratto a martellate, lasciando quindi indelebili tracce sulla roccia e un’esperienza meno naturale per il prossimo scalatore.
Clean perché la protezione dello scalatore lascia poche tracce del suo passaggio.
Clean è scalare la roccia senza cambiarla; un passo più vicino alla scalata naturale per l’uomo naturale.
Doug Robinson, Yvon Chouinard e Tom Frost riconoscono una doppia valenza nel clean climbing: ambientale e interiore.

Lascia l’ambiente naturale incontaminato, non inquinare, non rovinare la roccia ma soprattutto lascia spazio all’avventura e non banalizzare l’arrampicata a puro esercizio fisico.

Yvon Chouinard, uomo-manifesto del clean climbing, ripreso con i suoi exentric e stopper, fotograto da Tom Frost.
Questa fotografia è presa dal catalogo Chouinard del 1972 che segna l’inizio del Nuovo Mattino.
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Il Pesce
Abbiamo aperto il Pesce con le scarpe da calcio, levandoci i tacchetti. Erano buone per arrampicare (Igor Koller, durante una conferenza).

In tre giorni consecutivi di arrampicata, il 2, il 3 e il 4 agosto 1981, Igor Koller e Jindrich Sustr salirono Der Weg durch den Fisch lungo la parete d’argento della Marmolada.

La parete d’argento era un obiettivo ambito su cui aveva messo gli occhi anche Heinz Mariacher il quale aveva fatto qualche tentativo usando il suo metodo di percorribilità. Mariacher provava a salire assolutamente in arrampicata libera e senza utilizzare chiodi a pressione, e se non ci riusciva, o per le difficoltà elevate o perché non in giornata, scendeva in doppia o tagliava su un altro itinerario più facile. Questo metodo, utilizzato da Mariacher, spezzava l’unità temporale dell’impresa ma si concentrava sullo stile e sul come veniva aperto un itinerario seguendo un’etica rigorosa in fatto di chiodatura: una somma di tentativi in libera per spingere il limite sempre più in su.

Quell’estate arrivarono Igor Koller e Jindrich Sustr. Koller rappresentava la mente della cordata: lui conosceva la parete, aveva esperienza, era un eccellente scalatore metodico e ben organizzato.

Sustr invece, e qui si entra nella leggenda, era un abilissimo scalatore molto dotato, tutto genio e sregolatezza di appena diciassette anni. Fu lui che percorse da capocordata i tiri più difficili della via e così come entrò nella scena alpinistica, altrettanto velocemente, ne uscì.

Di lui abbiamo poche fotografie d’epoca dove lo vediamo con un’imbragatura cucita a mano secondo la tradizione di allora dei paesi dell’Est e con un casco assai buffo. Poi sembra che si sia dato alla meditazione, forse arrampica ancora o forse no.

Rispetto a Mariacher, l’approccio di Igor Koller con la Parete d’Argento era decisamente diverso: a lui interessava aprire velocemente l’itinerario e non gli importava se doveva fare alcuni passi in artificiale e forse avrebbe piantato anche qualche spit se le difficoltà lo avessero richiesto. Il risultato è che aprirono la via in tre giorni continuativi di arrampicata, senza spezzarne l’unità temporale, effettuando rischiosissimi passaggi di libera e di artificiale sui cliff. Il tutto senza ricorrere allo spit.

Riscrivi la storia dell’alpinismo considerando solo gli itinerari aperti al primo tentativo: le vie frutto di diversi tentativi non esistono più.

L’incredibile placconata del Pesce vista dall’alto, da una sosta quando il capocordata recupera il proprio compagno. L’idea di salire in un unico tentativo la parete testimonia l’eccezionale livello fisico e psicologico della cordata dei cechi.
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Terreno di gioco infinito
La nostra vita odierna mi sembra come a Nietzsche sommamente pericolosa e il mio compito finora fu sempre fare del male a me stesso e agli altri, in quanto smuovo sotto i nostri piedi il sasso apparentemente sicuro (Eugene Guido Lammer).

Eugene Guido Lammer, cui si è ispirato l’alpinismo eroico germanico di inizio novecento, ha teorizzato che l’uomo vive pienamente nelle condizioni di esaltato pericolo.
Lammer che, con il suo libro Fontana di Giovinezza ha ispirato tanti ragazzi ad affrontare il pericolo a testa alta, è stato responsabile morale di tanti incidenti in montagna.
Lammer che, come era solito dire, ringraziava la montagna di avergli fatto bagnare le labbra al calice della morte, paradossalmente morì di vecchiaia nel proprio letto.
Tutta questa esaltazione del pericolo, che segue i fili conduttori di Nietzsche, Julius Evola, e finendo alle aberrazioni del fascismo e del nazismo, proprio non ci piace.
Preferiamo contrapporre a questo alpinismo eroico fatto di paura e sofferenza la concezione alpinistica proposta dagli inglesi nella seconda metà dell’Ottocento dell’andare in montagna come un’attività sportiva, autonoma e definita.

Sono stati gli inglesi i veri precursori del Nuovo Mattino che hanno introdotto la dimensione del piacere e la concezione delle Alpi come terreno di gioco.
Un terreno di gioco infinito: una volta raggiunte tutte le vette, sarebbe toccato alle creste, poi alle pareti, poi alle invernali, poi agli itinerari, sempre più diretti, sempre più eleganti, infine alle varianti, sempre più difficili.

Tu oggi a cosa giochi?

Patrick Edlinger gioca così su uno strapiombo del Verdon: un gioco che non prevedeva la corda.
Un gioco pericolosissimo che sarebbe piaciuto al vecchio Lammer!
Quando i terreni di gioco delle Alpi stavano esaurendosi negli anni ‘70 alcuni ragazzi hanno cominciato ad aprire itinerari di placca sempre più arditi nelle gole calcaree del Verdon. Per alcuni anni questa fu la Yosemite dell’Europa.

Flash6-03Il rischio come compagno di gioco

La sicurezza è una birra davanti alla TV (Jerry Moffatt).

Si è ragionato molto sulla sicurezza in montagna e sulle vie con o senza chiodi a pressione e sulla falsa sicurezza che può dare una ferrata.
Jerry Moffatt semplifica il problema: se vuoi essere assolutamente sicuro, devi stare a casa.

Arrampicare è sempre un po’ pericoloso.
Tanti alpinisti più o meno famosi, sono scivolati sulla classica buccia di banana e sono morti su tratti semplici, in ferrata, in discesa o scivolando su un sentiero un po’ esposto.
Per non parlare di neve, crepacci o valanghe.
Se poi usciamo dalle Alpi e consideriamo l’Himalaya, lì la sicurezza non esiste proprio.

E’ forse per questo che molti scalatori, raggiunta la maggiore età, passano da un attivismo sfrenato nell’arrampicata ad altri sport, magari di fatica, dove non ci sia la componente del rischio. A volte ci si abitua al rischio e la troppa confidenza ti porta a sottovalutarlo.

Ricorda sempre che, oltre a te e al tuo compagno, legato con voi c’è sempre, invisibile, il rischio. Cerca di dominarlo.

Volo in parete: una volta non si poteva fare. Oggi l’imbragatura, la corda elastica e gli ancoraggi a tenuta di bomba consentono di spingere la dimensione del rischio.
Su certi itinerari si prova e si riprova fino a volare: volare è un rischio che fa parte del gioco.

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Friend
Iniziare un nuovo business è come avere a disposizione una corda da quaranta metri, nessun rinvio e un movimento di grado 5.10 di fronte a te, e tu puoi sentirti così per settimane (Mark Vallance).

La storia di oggi è la storia affascinante di un processo inventivo maturato per anni nella mente di un ingegnere aerospaziale americano, grande appassionato di scalate, che folgorato dall’idea lanciata da Yvon Chouinard e Tom Frost del clean climbing, cercava un modo di proteggersi adeguatamente sulle regolari fessure granitiche.

Ray Jardine iniziò a pensarci, studiare e a realizzare i prototipi del friend nel 1971, e grazie a questi prototipi riuscì ad aprire nuovi fantastici itinerari oggi classiche vie.
Ray Jardine era molto geloso di questi prototipi che teneva rigorosamente rinchiusi in un sacchetto di nylon blu e che estraeva solo in presenza di fidati amici e di fessure micidiali.

Un giorno Chris Walker stava andando ad arrampicare con Ray Jardine e, nell’avvicinamento, circondati da persone estranee, voleva sapere se Ray avesse con sé le cose preziose dicendo: “ehi Ray, hai con te gli amici?”

Se il nome dell’invenzione era facilmente risolto, la produzione industriale di questa invenzione fu un processo lungo e tormentato.

Nel 1972 Mark Vallance, uno scalatore inglese, incontrò e cominciò ad arrampicare regolarmente con Ray Jardine. Mark Vallance era un piccolo imprenditore, visionario, che si appassionò al progetto di Ray Jardine.
Dopo alcuni tentativi infruttuosi, solo nel 1977 nacque, in Inghilterra la Wild Country di Mark Vallance per la produzione industriale e la commercializzazione dei friend. Ray Jardine cominciò ad occuparsi della vendita in America di questo costoso oggetto del desiderio di ogni scalatore. Era iniziata una nuova era.

Se hai un’idea visionaria e ci credi fermamente, investi il tuo tempo, le tue energie e condividila con un amico.

Ray Jardine nella seconda ascensione del tetto di Separate Reality in Yosemite nel 1977. Se oggi, nel nostro zaino abbiamo questo costoso attrezzo che chiamiamo friend lo dobbiamo alla sua ingegnosità.
Inoltre questa splendida immagine è stata selezionata come copertina del libro Settimo Grado di Reinhold Messner, autentico punto di riferimento per il nuovo approccio all’arrampicata.

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La bravura del divertirsi
Quello di divertirsi in montagna ci è rimasto come un chiodo fisso, ancor oggi, se m’incontro con un mio vecchio compare parlando d’arrampicatori, alpinisti, ci è chiaro che non facciamo un problema morale se sia meglio questo modo di fare o quell’altro, ma veniamo al sodo. Si divertono? Sì. Che bravi. No. Son degli stronzi. L’allegria è uno stato di leggerezza e più sei libero, più lei si lascia tentare (Andrea Gobetti).

Andrea Gobetti, vecchio animatore del Circo Volante – il gruppo di amici torinesi che spinse il Nuovo Mattino – noto più per le uscite goliardiche che per le arrampicate, sintetizza la vera essenza dell’arrampicatore: divertirsi e vivere lo stato di leggerezza causato dalla scalata.

Il resto passa tutto in secondo piano.
E’ questa una lezione del sessantotto – una risata vi seppellirà – che si è persa nel tempo.

Quando vado ad arrampicare, troppi ragazzi sono così presi dall’ansia della prestazione e dall’allenamento intensivo che perdono lo spirito iniziale che si cercava: l’evasione dal mondo ordinario, la fuga dalla fabbrica, la fuga dalla scuola e dai laccioli della società.

Peccato che i nuovi vincoli sportivi sostituiscano i vincoli da cui si stava cercando di scappare.
Allora se l’arrampicata diventa troppo importante, troppo seria, non ci si diverte più.

Nella tua arrampicata, cerca di rimanere il bambino di sempre: non voler crescere e diventare adolescente.

I Sassisti della Val di Mello negli anni Settanta: loro sì che sapevano divertirsi! La Val di Mello è egualmente distante dal rigoroso e tradizionale spirito conservatore delle Dolomiti e dal pesante, pacato modo di vivere dei piemontesi. (Mozzati e Madonna)

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Atlantide
Era incredibile, semplicemente incredibile. C’era quella successione continua di pareti di granito, una più bella e più grande dell’altra, dove era ancora tutto da fare, tutto. Era come scoprire una Yosemite dietro la porta di casa. Per me, abituato alle piccole pareti del Galles e del Derbyshire, sfruttate fino all’ultimo appiglio, era un paradiso in terra. C’era più roccia vergine sul solo Caporal che in tutta Snowdonia. Dovevamo solo decidere dove andare, era assolutamente incredibile che ci fossero ancora posti così (Mike Kosterlitz).

In centodieci anni abbiamo consumato quasi tutta la roccia del mondo.
Con la rivoluzione dell’arrampicata libera, negli ultimi quarant’anni, abbiamo esplorato, piantato chiodi, usato, lisciato e consumato pareti che erano lì da migliaia di anni.

E’ rimasto ancora qualcosa di inesplorato o non salito? Sicuramente sì ma in continenti lontani o con lunghi avvicinamenti o con sezioni di roccia pericolose.
Insomma tutto ciò che era bello e a portata di mano è già stato colonizzato. Il problema, il grosso problema è che alcune meravigliose rocce e vie sono state consumate, lisciate dalla ripetizione.

Difficilmente le nuove generazioni potranno provare il magico stupore provato da Mike Kosterlitz nel 1979, fisico universitario, arrivato in Italia per uno scambio culturale fra università, con la forte passione dell’arrampicata.
Mike Kosterlitz, abituato alle piccole falesie del Galles dove ogni metro quadrato di roccia era stato antropizzato e preservato, rimase letteralmente colpito quando gli amici torinesi del Nuovo Mattino lo portarono in Valle dell’Orco ricca di pareti, placche, fessure, spigoli ancora da salire.

Ancora oggi la soddisfazione più grande per noi malati di roccia è trovare una falesia non salita e provare a salire dove non è mai salito nessuno.
E’ anche bello arrampicare in zone note e vedere fasce rocciose ancora da salire e sognare che queste saranno il banco di prova delle nuove generazioni.
Spesso gli scalatori sono molto gelosi di queste loro scoperte ed ecco che i posti nuovi rimangono segreti per qualche anno.

In ogni dove si sogna l’esistenza di una grande e fantastica parete di roccia compatta e perfetta chiamata Atlantide.

I fratelli Yves e Claude Remy, pioneri svizzeri dell’arrampicata moderna, si divertono da almeno trent’anni a trovare pareti di roccia meravigliosa in giro per il mondo nei posti meno battuti: dalla Svizzera ai deserti della Giordania. Forse la loro scoperta più celebre è la parete dietro a casa chiamata, non a caso, Eldorado, in Grimsel, caratterizzata da granito monolitico di colore pastello.

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Un dattero
Un uomo nel deserto vive tre giorni con un dattero: il primo mastica la pelle, il secondo mangia la polpa e il terzo succhia il nocciolo. Se penso a quante cose ho portato con me, quasi me ne vergogno (Carla Perrotti).

Ora capisco perché i Tuareg siano così asciutti: con questa dieta non ingrassano di certo. Ripenso alla mia fatica per perdere un paio di chili di peso. Tutti noi a quante cose superflue siamo attaccati?

Quante cose siamo costretti ad avere? Quanta carta, plastica, lattine, imballaggi dobbiamo eliminare?

Quando arrampichi in parete hai sulla schiena tutto il necessario per uno o due giorni di sopravvivenza e ti senti ricco.
Ricordi con quanta cura selezioni il materiale alpinistico necessario, le scorte di cibo e di vestiario?

Se ciascuno di noi ponesse la stessa attenzione meticolosa nella vita di tutti i giorni forse ci basterebbe uno zaino un po’ più grande per condurre una serena vita essenziale.

Avete notato che gli scalatori sono tutti uguali? Pochi vestiti ma funzionali, attrezzatura ridotta all’osso, pochi soldi in tasca, quelli necessari per il prossimo viaggio, ma tanta carica ideale, tanta motivazione.

Facciamo il deserto attorno a noi e portiamoci appresso solo lo stretto indispensabile. Liberiamoci dal consumismo, anche in montagna.

Ad Alain Robert serve veramente poco per scalare il camino di un grattacielo: un paio di scarpette e un sacchetto di magnesite.

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Gradini
Tornate sani, tornate amici, arrivate in cima: in questo preciso ordine (Roger Baxter Jones).

La mia chiave di lettura di questa espressione è la seguente: precedenza alla vita, all’amicizia e alla serenità di aver raggiunto l’obiettivo.

Un’altra chiave di lettura potrebbe essere: “Fai quello che devi fare, ma senza rischiare troppo e senza rovinare l’amicizia con il tuo compagno”.

In ogni caso il concetto è chiaro, bisogna stabilire una gerarchia di valori da rispettare e la salute è sul gradino più alto.

Nessuna cima, nessuna parete vale un tuo dito. Senza il tuo dito non potrai più accarezzare la tua ragazza. Senza il tuo dito non potrai fare boulder. Senza il tuo dito tuo figlio non potrà prenderti per mano.

Su un altro gradino valoriale si trova l’amicizia con il tuo compagno di cordata.
C’è sottinteso un concetto forte e non scontato: il compagno con cui ti leghi diventa o è già un tuo amico.
Non è un semplice socio o partner che ha un obiettivo in comune con te. E’ un amico.
L’amicizia vale più della cima da raggiungere.

Infine, solo se è possibile, allora potrai anche raggiungere la cima. La cima è fredda, non ha vita. La cima sarà lì anche l’anno prossimo. La cima ti aspetta sempre.

Amico guarda dentro te stesso e non barare. Se finora ti è andata bene, non andarne fiero, ricordati che non è stato solo merito tuo. Semplicemente non era il tuo Momento.

Quante volte ti sei legato con un compagno solo per l’ambizione di “fare la via” e quel compagno era l’unica persona libera che potesse venire con te? Quante volte hai rischiato troppo e stupidamente?

Estate 1961. Monte Bianco, Pilone Centrale del Freney, cordata francese al bivacco prima della salita: Antoine Vieille, Pierre Kohlman, Robert Guillaume e Pierre Mazeaud.

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Estate 1961. Monte Bianco, Pilone Centrale del Freney: dopo la disperata impresa, Pierre Mazeaud unico sopravissuto francese in stato di evidente shock. Assieme ai francesi c’era anche la cordata italiana di Walter Bonatti, Andrea Oggioni e Roberto Gallieni.

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Una nuova via
Partiti in due siamo andati all’arrembaggio della fantasia, filibustieri del tempo contro il nulla (Chantal Mauduit).

L’ignoto. Che cosa è l’ignoto per uno scalatore?
Molto spesso l’ignoto è trovarsi su un muro di roccia e non sapere come fare a scalarlo, se si possa salirlo e una volta in alto se si potrà mai piantare un chiodo per far arrampicare il proprio compagno.
L’ignoto è forzare con la fantasia una linea che esiste solo nella tua testa e che cerchi inutilmente di spiegare al tuo compagno, che proprio non riesce a comprendere.

Aprire una via è il vero sforzo creativo dello scalatore che getta il cuore oltre l’ostacolo e che con una manciata di chiodi crea la via.

La via avrà un nome, una relazione, un tracciato, forse alcune ripetizioni, ma da quel momento quella non via non ti apparterrà più, apparterrà al popolo dei climber.

Magari un giorno qualcuno dirà che ci sono pochi chiodi e che è troppo pericoloso o forse ci sono troppi chiodi e la via così tracciata è diventata una ”scala per galline”.

Infine la tua via cambierà i connotati, di te rimarrà solo un nome e una data su un libro, a te quella via ricorderà per sempre un momento unico, un giorno particolarmente creativo e in cui non avevi paura di salire il muro dell’ignoto barbaramente attaccato a piccoli appigli.

Aprire una via è liberare la fantasia del bambino scalatore.

Yosemite, uscita dalla via Pacific Wall da parte di Jim Bridwell e compagni nel 1975. Un grande sforzo creativo coronato dal successo. Forse a loro del successo non gliene fregava niente. Sapevano che lì c’era uno spazio ed una linea naturale che bisognava percorrere.

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continua

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Tra sogno e realtà

Tra sogno e realtà
di Stefano Michelazzi

Più volte mi son chiesto e mi chiedo: “Cosa significa oggi Alpinismo?”
Al di là di un sentimento soggettivo, che riguarda le motivazioni personali di ogni alpinista e che determina il “Perché lo fai?”, al di là di un sentimento anarchico di espressione, sempre individuale, sul dove, come, quando, per poter dire di fare o esercitare una determinata attività, c’è bisogno, in qualsiasi campo di determinare dei limiti.
Non limiti all’esercizio dell’attività stessa, ma confini entro i quali, questa attività assume nome e caratteristiche essenziali, che le infondono un’identità.

"The Girls Go Rock Climbing" -- The girls are left hanging in the air for an edgy fashion photo shoot on a rock-climbing wall, on America's Next Top Model on The CW. Pictured: Lisa Photo: Matthew Jordan Smith/Pottle Productions Inc ©2007 Pottle Productions Inc. All Rights Reserved.

Non si può dire di fare alpinismo ad esempio, scalando in falesia, perché oltre alla riduzione quasi meccanica del rischio, il quale è universalmente riconosciuto come una componente fondamentale dell’alpinismo, i tracciati di arrampicata vengono “disegnati” calandosi dall’alto e quindi valutando sia la fetta di parete migliore che l’apposizionamento di protezioni a priori. In alpinismo è insito il dover essere in grado di salire dal basso, e nel caso, essere capaci di piazzare le protezioni ove se ne senta la necessità. Varianti e variabili ovviamente ce ne sono, date anche solo dal fatto che aprire una via nuova, comporta un impegno completamente diverso dal ripeterla. Resta comunque beninteso che un alpinista che voglia definirsi tale, deve saperlo fare rimanendo entro quei confini che appunto, determinano questa attività.

La nascita dell’arrampicata sportiva, la quale da molti (me compreso) è stata vista come un possibile mezzo di allenamento “a secco” per future salite di ben altro spessore, oltre che un movimento fine a se stesso, ha ormai da una ventina d’anni “invaso” il campo dell’alpinismo, specie con il confezionamento di vie cosiddette “Plaisir”, le quali spessissimo vengono aperte dall’alto, a volte non rispettando salite preesistenti e creando un movimento di “banalizzazione del limite” spesso sostenuto a gran voce con la motivazione della sicurezza, ma che nasconde invece una spinta derivata da motivazioni commerciali (per le aziende è importante esibire grandi foto che attraggano l’attenzione e stimolino sentimenti d’imitazione) e molte volte, anche, incapacità personali sia in fatto di tecnica, sia in fatto di accettazione del rischio (se non me la sento torno a casa ma se mi butto nel ballo devo ballare…).

Così oggi si è costretti a vedere considerati exploit alpinistici salite come quella della normale all’Everest, totalmente pre-masticata con la posa di corde fisse e con l’ausilio di guide le quali spesso supportano completamente lo pseudo-alpinista.

Esemplari le due salite, del “più giovane” (13 anni) e del “più vecchio” (80 anni) seguiti e coadiuvati nella salita, tutti e due, da uno stuolo di guide e portatori e utili ”record” a chi commercia brutalmente la montagna per lanciare il messaggio: “Tutti ce la possono fare…! Prova anche tu!”.

Cito soltanto ad esempio estremo, la salita in “libera” della “via del Compressore” al Cerro Torre, per compiere la quale David Lama, coadiuvato da Peter Ortner, si è servito di elicotteri anche per il recupero dalla cima, dell’apposizionamento di impianti fissi (spit) per creare punti di sosta per la troupe televisiva che seguiva la salita, corde fisse (materiale rimasto oltretutto in parete…). Grande prestazione sportiva, non c’è che dire, ma l’alpinismo dove si mette in questo caso? Dove sono l’avvicinamento con le sue incognite (in Patagonia anche in fatto di tempo atmosferico), la discesa dalla cima, che ogni alpinista, anche il più mediocre sa essere parte integrante ed a volte fondamentale per la riuscita e il ritorno a casa?

Arroganza umana, la definisco io.
Volere, pretendere, anche oltre ai limiti dettati dalla natura stessa, imporsi su tutto e conquistare a ogni costo, con una possibile meta economica da raggiungere…

Avranno un valore storico queste situazioni? Ci sarà un ricordo, qualcosa che rimanga come icona dell’alpinismo futuro?
Ho dei seri grandi dubbi su questo, se non forse, sperando nel riequilibrio da parte delle future generazioni di “simboli negativi” di un’infezione sistemica che ha colpito anche quel mondo onirico chiamato alpinismo.

Paul Preuss il “cavaliere della montagna”, ai primi del ‘900, diffondeva nell’universo dei “conquistatori dell’inutile” un virus, altamente infettivo, che ancora oggi miete vittime: l’arrampicare le pareti senza compromessi…!
Ad oggi il virus è meno letale, ha perso un po’ della sua verve e permette a chi ne viene colpito, di “godere” di una fase cronica, grazie a tanti cocktail etici che ne hanno affievolito in parte i sintomi acuti.
Ciò non toglie che in un universo di sognatori, questa etica ferrea (scherzi sui virus a parte…) riesce ancora ad attecchire.

Personalmente, ho praticato diversi stili d’arrampicata in parete, ma l’arrampicata pulita, definita oggi con un termine d’oltreoceano “Clean Climbing”, è sempre stato lo stile che più mi ha attratto.
Non certo si può dire che io sia ferreamente preussiano, ma tento di accettare i compromessi solo quando il limite va oltre il classico ed impone maggiori attenzioni.

Negli anni ’80, quando entrai a far parte di questo mondo, il tendere a migliorare e quindi superare i limiti classici, portando se possibile il livello tecnico raggiunto in falesia anche in montagna, era una “sfida” molto gettonata e uno stile che ovviamente mi ha segnato e ha segnato di conseguenza, le mie soddisfazioni e delusioni alpinistiche.

Il “Nuovo Mattino” e tutto ciò che fu rivoluzione in questo senso, era per me qualcosa di sconosciuto.

Martina Cufar

TraSognoeRealta-MartinaCufar01A Trieste, dove sono nato e dove ho appreso i rudimenti di quella che considero un’arte non riconosciuta, non era mai passato, vivevamo da sempre in un universo “privato” che si è sviluppato per conto suo e ciò che da altre parti fu rivoluzione, da noi non fu altro che continuazione di qualcosa nato molto tempo prima, ma che nessuno aveva mai pensato di valutare, codificare, e nel caso esportare, come fu invece per il free climbing o altri stili apparsi sulla scena proprio con questi stravolgimenti di obiettivi etici.
Non a caso, miei concittadini, come ad esempio Enzo Cozzolino, appaiono oggi (ma anche ieri…) vent’anni avanti.

E’ forse stato il fatto, che dalle mie parti, l’alpinismo è sempre stato considerato un gioco e quindi, complice un isolamento morfologico, questa cultura si è sviluppata per conto suo? Probabile…

In alpinismo, l’antagonismo, debolezza presente più o meno in ogni attività umana, si è manifestato per lungo tempo nella corsa alle pareti, la realizzazione cioè di nuovi itinerari su cime o pareti vergini, poi la scarsità di obiettivi, ha maturato nuovi modi di intendere questa sfida “al migliore”, i concatenamenti sono un esempio ben calzante.

La componente sportiva insita in questa disciplina molto più complessa, ha cominciato quindi a non avere un risultato da raggiungere o, molto scarso.

L’avvento dell’arrampicata sportiva e il conseguente aumento dei livelli di capacità tecnica, è stato quindi un toccasana in questo senso. Portatore di nuovi obiettivi che si sono espressi nella ricerca di sempre maggiori difficoltà, differenziate magari dallo stile di esecuzione.

Ma oggi…?
Sembra chiaro che, se l’arrampicata sportiva ha cominciato a risentire del limite fisico umano, l’alpinismo (viste le sue caratteristiche di impatto psicologico e non solo) non abbia più molte carte da giocare in questo senso…
Rimangono ancora pareti vergini e addirittura cime inviolate, ma spesso l’impegno in termini di tempo e investimenti ci mette un paravento davanti e non vengono più considerati obiettivi primari.

Quindi, dove approderà ora l’alpinismo, ritornando alla domanda di base, aldilà delle solite polemiche che lo mantengono vivo da sempre?

Il rischio dell’estinzione c’è, è presente specialmente in quel contesto di manipolazione culturale che ogni giorno si presenta in termini di articoli sulla sicurezza, sulla difesa della vita, e vari altri argomenti che personalmente considero di bigottismo umano generale e di timore di vivere (se abbiamo paura di vivere come facciamo a non averne di morire?)…

TraSognoeRealta-CORSO D'ALPINISMO AVANZATO (AR1)

C’è il rischio che l’alpinismo con la sua concezione di accettazione del rischio e quindi di ciò che umanamente non è controllabile, con la sua componente onirica assolvente a quel bisogno di libertà del quale l’animo umano necessita, per non sentirsi al pari di una macchina, scompaia dal vocabolario delle future generazioni, per lasciare spazio a surrogati controllati da una società, la quale sta rendendo tutto sempre più simile ad un paradiso artificiale, nella quale tutto viene mercificato e dove ormai già si vedono i segnali di una considerazione dell’essere umano al pari di un numero di matricola.

Non è questa la vera morte dell’Uomo?

Forse l’istinto di conservazione, insito in ognuno di noi, alla fine avrà la meglio e si troveranno spiagge diverse dove dirottare il sogno, ma credo che siamo noi stessi, oggi, a dover dare stimoli nuovi alle nuove generazioni affinché non abbandonino quel bisogno ancestrale di illusioni e fantasie e perché no… utopie.

postato il 3 luglio 2014

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Il gheppio e l’aquila

Soltanto un’evoluzione del classico!
di Stefano Michelazzi

Trad, clean, free… anglofonie di ciò che qui da noi ci “sforziamo” di eseguire in alpinismo da sempre…
Certo l’Italia, non è il Paese delle scoperte, delle invenzioni, del nuovo, dell’evoluzione.
No, “qui da noi” scopriamo, inventiamo ed evolviamo ciò che i nostri connazionali fanno all’estero…

Eleonora Lavo su Il gheppio e l’aquila

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Chissà perché, poi, accade ciò? Quale razionale motivazione si può dare a tutto questo, che abbia un senso…?
Sarà forse che l’italia sembrava fatta, ma in realtà mai lo è stata e che gli italiani i quali restavan da fare, scelgono l’”esilio” piuttosto dell’oblio?

Forse anche sì…!
Ma… restiamo in alpinismo, forse di qualcosa si riesce a venire a capo…
“Classico è bello!”, bella salita sul Sass de Ciampac di Rossin, Festi e Sarti dell’estate 1990, nel dolomitico gruppo del Puez, ma ancor più bello per me, come definizione di uno stile alpinistico che molto mi rappresenta.

E’ da poco che mi è stato assegnato il primo premio a quel concorso indetto da Mountain Wilderness e CAAI, relativo allo stile Clean climbing grazie alla quasi o totale assenza di protezioni fisse nelle mie realizzazioni su roccia.
Considerazione delle mie salite che, devo ammetterlo, mi ha dato una bella soddisfazione, specie nell’era dello spit e della “SICUREZZA” a ogni costo.

Ma Clean climbing che cosa significa?
Lo so che le mie salite, e di conseguenza il mio fare alpinismo, derivano principalmente da una “filosofia” datata primi del ‘900 e imputabile a Paul Preuss, esempio umano sicuramente particolare, il quale influenzò e, come comprensibile almeno nel mio caso, influenza ancora ciò che è il salire le pareti.

Quindi il Clean climbing, almeno in Dolomiti, non è storia recente!
Aumentano le capacità, grazie a equipaggiamento e tecnica, e deve di conseguenza aumentare il livello delle salite!
Almeno io la penso così…

ERGO…:
Se in alcuni casi “infierisco” sulla roccia, piazzando protezioni atte a tutelare la mia incolumità e di conseguenza la mia “incapacità” ad assumermi rischi, per me, troppo grossi, devono questi ultimi essere maggiori di quelli che furono per colui che considero un Maestro di stile, altrimenti non avrei posto in essere alcun avanzamento, anzi, mi sentirei di aver barato…
E’ con queste considerazioni che tento di portare avanti, faticosamente a volte, ciò che per me significa salire le montagne.

Stefano Michelazzi in apertura su Il gheppio e l’aquila

Michelazzi-1613912_10202636507646386_4384951553537566648_nEd è con queste considerazioni che pochi giorni fa, l’8 maggio 2014, assieme alla mia compagna di vita, la quale mi ama alla follia (altrimenti mi avrebbe già mandato a espletare le mie necessità fisiologiche sulle ortiche…), risalgo il bellissimo sentiero che conduce sotto alle pareti del Monte Carone, una cima ben visibile dalla strada della Gardesana occidentale, la quale un paio d’anni fa aveva attratto il mio interesse alpinistico ma che, finora, aveva “resistito” a causa di vari impegni, i quali mi avevano impedito di tentare una qualsivoglia forma di salita.

Una prima ispezione alle pareti (parliamo di un’estensione di circa 700/800 metri), si era attestata su di una torre dalla linea logica e a “goccia d’acqua”, con una tipologia di roccia molto simile a quella che si può trovare in Verdon…

Immaginate l’eccitazione e la voglia di “farla mia”… considerando anche che nessuno fino ad ora ci ha mai messo le mani… Insomma una chicca!!!

La giornata è abbastanza bella, il sole risulta solo momentaneamente coperto dalle nubi, la quota di circa 1400 metri e l’esposizione a sud fanno sì che la neve ormai se ne sia andata via tutta, perciò un “assalto” sembra quasi dovuto…!
Risaliamo il sentiero fin sotto alle pareti e da qui, abbandoniamo il battuto per addentrarci nella “wilderness”, che appare abbastanza semplice da percorrere e pure abbastanza breve.

Insomma dopo 10 minuti passati a superare qualche ghiaioncello e a trovare il giusto passaggio tra gli alberi e gli arbusti, mai troppo intricati, raggiungiamo il piede della parete e l’attacco della nostra “idea meravigliosa” (niente a che fare con Cesare Ragazzi e i suoi capelli…).

Beh… non voglio annoiare nessuno con racconti che nulla hanno di adrenalinico, perché la salita scorre regolare, i passaggi, seppure abbastanza impegnativi, li superiamo senza grossi problemi oggettivi e arriviamo in cima verso le 5 della sera avendo scalato una parete stupenda, che ci lascia dentro il gusto di aver scoperto un posto nuovo e, nel contempo di esserci divertiti su di una roccia fantastica e aver utilizzato lo stile classico, malgrado uno spit su di un passaggio al primo tiro e su due soste, ma questo come dicevo prima, fa parte dell’evoluzione…

Roccia bellissima, ambiente stupendo, godimento assicurato! L’ambiente è unico e magico, il panorama è unico, la discesa facile e molto caratteristica… che volere di più?
Appunto, che volere di più? La parete è tutta da esplorare… quindi riceverà sicuramente da parte mia ancora diverse visite…

La torre l’abbiamo battezzata “Torre del Muezzin”, perché quello sembra e la via l’abbiamo dedicata a due amici, i quali ci han fatto compagnia tutta la giornata.

Michelazzi-10367186_10202636509006420_8279268029008522654_nBuona salita a chi verrà da queste parti!

Torre del Muezzin (Monti del Garda – Monte Carone)
Il gheppio e l’aquila
Stefano Michelazzi ed Eleonora Lavo, 8 maggio 2014
130 m. circa
VII+/A1 (VIII-)
NdR
Volendo proprio dare un nome di moda al sistema di protezione usato in questa salita, non è clean climbing (che non ammette i chiodi), bensì trad (che perfino ammette lo spit purché piantato dal basso). Questo senza voler nulla togliere alla gloriosa esperienza italiana di salita su roccia rispetto a quella inglese… Vedi a questo proposito il post Clean climbing, trad climbing e new trad .

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postato il 6 giugno 2014

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Il trad come possibile antidoto all’assuefazione allo spit

Il dibattito sull’uso di mezzi artificiali in arrampicata e in alpinismo è vecchio quasi quanto le due attività stesse, probabilmente inizia con Albert Frederick Mummery quando il grande alpinista inglese cominciò a parlare di scalare le montagne “by fair means”. Dunque una “rivoluzione” tutta britannica, che seguiva del resto l’invenzione (sempre britannica…) dell’alpinismo.
Il dibattito arrivò poi alla forma assoluta ed estrema di Paul Preuss, quindi si stemperò nel tempo del Sesto Grado in un ventaglio di forme intermedie.

Una sosta trad
Trad-Climbing_anchorSi riaccese nella seconda metà degli anni Sessanta, prima in America (Royal Robbins), poi in Europa (Reinhold Messner, Enzo Cozzolino, ecc.). Venne il Nuovo Mattino e con lui il dibattito trovò corpo: l’alpinismo si divise, si creò il free climbing che per certi versi si contrappone all’alpinismo padre.
Con il Nuovo Mattino non si pretese più di fare salite che potessero essere comprese in un’etica che si voleva Una (che una però non era), ma ci si accontentò di farle in modo che appartenesse fisicamente a una delle Etiche.

Sempre del mondo anglosassone è l’invenzione dello «stile alpino», che esprime in modo perfetto, con il suo ridotto uso di materiali, ossigeno, uomini e corde fisse, la contrapposizione alla conquista con mezzi illimitati.

Nell’ambito del free climbing, e mentre a esso si contrapponeva l’arrampicata sportiva con la sua filosofia del gesto atletico in piena sicurezza, dunque assicurato da protezioni fisse, ecco nascere già negli anni ’70 altre varianti, come il real climbing, clean climbing… e negli anni del Duemila ecco il trad climbing e perfino il new trad.
Sulla possibile confusione tra clean e trad abbiamo già dedicato un post (vedi qui), ma è indubbio che si senta che il dibattito deve essere ulteriormente approfondito.

 Caroline Ciavaldini e il suo equipaggiamento tradTradClimbing-CarolineCiavaldini-original_photo_13292Il 27 aprile 2014, nell’ambito del Festival di Trento e nella sala conferenze della Fondazione Kessler, il CAAI e Mountain Wilderness hanno ritenuto di grande attualità organizzare il convegno Trad climbing: una nuova etica in alpinismo?, sia per sgombrare il campo da equivoci banali sia per tratteggiare quello che potrebbe essere un futuro.

Moderato da Alessandro Gogna, che ha curato un’introduzione al problema, il convegno si è trovato d’accordo subito su due punti fondamentali. Primo, si sta parlando di etiche, dando quindi per scontata la libertà di seguirne una, due, tutte o nessuna. Le etiche sono come dei codici di gioco, si può giocare con quelle regole (senza barare quindi), oppure dire chiaramente di aver adottato altre regole, seguendo quindi un’altra etica, oppure inventandone una nuova. Secondo, con il termine “trad”, cioè tradizionale non si vuole corrispondere affatto a un semplicistico «ritorno al passato», si vuole semplicemente aggregare quegli arrampicatori che, condividendo i valori tradizionali, praticano un’arrampicata moderna per molti versi originale.

La sala della Fondazione Kessler a Trento, 27 aprile 2014
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 113L’arrampicata trad non evita i chiodi, ma il loro uso è limitato alle situazioni in cui non sono sostituibili, vengono preferiti i mezzi di protezione a incastro senza che il gioco vada a scapito della sicurezza. L’obiettivo dello scalatore trad è quadruplice: “fare” la salita (“chiuderla”), non sfruttare le protezioni per la progressione (RP), sistemarle personalmente e dedicare uguali sforzi (di tempo e di capacità) alla serie di movimenti in arrampicata libera e alla strategia di protezione (a volte davvero elaboratissima). L’arrampicatore trad rifiuta in genere la filosofia del “o la va o la spacca”, e sta magari delle ore a studiare come proteggersi. Ecco perché, al momento, il trad si esprime soprattutto sui monotiri.

Riguardo alle condizioni per cui ci possa essere un trad, l’impressione è che quelle vissute sulle pareti e le falesie del Regno Unito non siano esperienze trasferibili “tout court” sulle verticalità nostrane. Tuttavia, il movimento trad c’è ed è vivo anche da noi: non dimentichiamo che il CAAI è alla terza organizzazione (2010, 2012 e settembre 2014) del Trad climbing meeting in Valle dell’Orco (Parco del Gran Paradiso), istruttiva occasione d’incontro internazionale.
Nel 2010 si era anche tenuto, in quell’ambito, il convegno Arrampicata trad(izionale), quale futuro? E a questo proposito, assai valide sono le conclusioni del dolomitista Manrico Dell’Agnola, quando commentò che “nomi fra i più autorevoli dell’alpinismo mondiale credono che l’arrampicata dovrebbe fare un passo indietro, non tecnicamente, ma tecnologicamente e questo reputo sarebbe un bene per l’alpinismo e per la montagna”.

Convegno sul Trad a Trento (27 aprile 2014): Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alessandro Gogna, Maurizio Oviglia e Alberto Rampini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 147I protagonisti del convegno di Trento sono stati scalatori che non hanno bisogno di presentazioni: Maurizio Oviglia, Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alberto Rampini. Di essi, solo il primo ha praticato esperienza trad e clean in senso stretto.
«Il Traditional climbing va anzitutto spiegato – ha argomentato il moderatore Gogna – perché non è un ritorno al passato e, se è facile da praticare sul granito dove si possono usare dadi, friend, cordini, è più difficile sulle Dolomiti e su certi calcari. Qui è necessario spesso usare il chiodo il quale, messo e levato, col tempo spacca le fessure. Lasciato o non lasciato, ma comunque usato, non può essere “clean”.
Ci sono rocce diverse, storie diverse e arrampicatori diversi, parliamo di codici che uno accetta di usare se vuole giocare a questo gioco. Io sono però uno strenuo difensore della libertà individuale di interpretare, negare o fare delle cose intermedie o diverse: ci sono tanti alpinismi diversi e parlarne può essere utile per sapersi muovere e distinguere culturalmente. Non credo che occorra dare troppa importanza a questi nomi, anche perché c’è chi dà più importanza all’impresa in generale. È la codificazione di un gioco, poi sta a noi valutarlo».

Maurizio Oviglia, aiutato da alcune immagini e un breve film, ha illustrato come lui stesso ha fondalmente contribuito alla nascita del trad in Italia, soprattutto in Sardegna, con la scoperta di alcune aree dove questo può essere praticato senza troppe difficoltà. Oviglia, in questa ricerca, era partito dalla constatazione del forte sbilanciamento presente a fine secolo XX: in Italia non c’era quasi falesia che non fosse chiodata a spit, i vecchi itinerari schiodati che si prestavano al trad praticamente tutti richiodati in modo definitivo. Ecco dunque l’esigenza di trovare alcune cosiddette “aree clean”, autonome e di principio non violabili dalla filosofia sportiva, anche per “un’alternativa di arrampicata più gustosa ai giovani alpinisti”. Oggi la situazione non è molto diversa, ma qualcosa si comincia a vedere (Valle dell’Orco, Valle di Mello, Cadarese, Capo Testa, Carloforte, ecc.).

Maurizio Oviglia arrampica trad in Valle dell’Orco
TradClimbing-5634Maurizio Giordani ha espresso il suo parere rievocando quella che è stata la sua storia personale, soprattutto la sua scelta di eleggere la parete sud della Marmolada come terreno privilegiato in cui cercare di progredire e di eccellere. Il percorso gli divenne sempre più chiaro dopo lo Specchio di Sara e i pochi spit usati in quell’occasione: aprire un itinerario di difficoltà equivalenti, ma senza l’uso di neppure uno spit. Giordani ci ha detto di esserci riuscito quando aprì Andromeda e che per questo la sua soddisfazione fu immensa, come a sottolineare la gioia che si può provare ad aver agito “clean”, pulito: una gioia che si affianca a quella della conquista, almeno a pari merito.
Aver ottemperato all’intenzione di non appropriarsi totalmente dello spazio in parete, ma di lasciarlo intatto a beneficio degli alpinisti che saliranno dopo.

Anche Ivo Rabanser si serve di un po’ di esposizione autobiografica per sottolineare come per lui ciò che conta è l’autonomia e l’estetica di un itinerario, in altre parole il risultato di un impegno, di una performance. Senza nulla togliere al valore dei vari codici, Rabanser afferma con decisione di essersi trovato a sottometterli alla via, vista in modo globale. Inoltre, per Rabanser, «una via aperta con protezioni mobili implica una difficoltà più alta per i ripetitori, la via non si semplifica con il passare del tempo. Quindi questa tecnica consente agli alpinisti di restare più autonomi e farebbe riacquistare capacità che si stanno un po’ perdendo, come quella di piantare i chiodi».

Infine Alberto Rampini ha spiegato in modo sintetico e magistrale l’etica in vigore in Gran Bretagna, in particolare in Cornovaglia: no chiodi, no soste, no discese attrezzate, nessun nome all’inizio della via, no “gardening”… perfino, su certi terreni, no alle suole Vibram per l’approccio!

Alberto Rampini su William’s Chimney, Trewevas Head, Cornwall
TradClimbing-Alberto-Rampini-on-William's-Chimney-Trewevas-Head,-CornwallE questa pratica, là diffusa a livello popolare, è stata trasportata in altri terreni, questa volta di vera montagna, come sulla catena dell’AntiAtlante, in Marocco. E proprio nell’audiovisivo che Rampini ci ha mostrato sul Marocco si è potuto avere una vaga idea di come potrebbe essere il “trad” del futuro. Tra quelli che sono stati là, qualcuno è tornato spaventato: ma l’opinione prevalente è che sia soprattutto una questione psicologica, da assuefazione allo spit.

Il convegno si è chiuso con la consegna dei premi del Concorso Clean Climbing 2013.

Premiazione Concorso Clean Climbing 2013: Carlo Alberto Pinelli, Arturo Castagna, Alessandro Beber, Stefano Michelazzi, Giovanni Nico, Tomas e Silvestro Franchini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 207

L’intervista di Mountainblog a Carlo Alberto Pinelli

L’intervista di Mountainblog ad Alessandro Gogna

postato il 16 maggio 2014

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IL RE-STYLING POST-MODERNO

Un altro modo possibile di restaurare le vie classiche
di Maurizio Oviglia

Ho letto attentamente l’articolo sul “re-styiling intelligente” delle vie classiche: il tema mi sta molto a cuore ma, visto gli autorevoli commenti al suddetto articolo e, visto che mi sentivo sostanzialmente in sintonia con essi, non mi sembrava il caso di intervenire per ripetere gli stessi concetti. Tuttavia vorrei fare alcune considerazioni alla luce dell’evoluzione che la scalata e i materiali hanno avuto negli ultimi 30 anni e porre l’attenzione su un possibile “altro” modo di riproporre le vie del passato, che non mi sembra sia stato considerato negli interventi precedenti…

Una via famosissima e frequentatissima: la Via Piaz alla Torre Delago. Vi sono state recentemente chiodate le soste con resinati e catene inox. Lungo i tiri sono rimasti presenti i chiodi originari, mentre le doppie si eseguono su un solo anello cementato. Foto Maurizio Oviglia
Una via famosissima e frequentatissima: la Via Piaz alla Torre Delago. Su questa via sono state recentemente chiodate le soste con resinati e catene inox. Lungo i tiri sono rimasti presenti i chiodi originari, mentre le doppie si eseguono su un solo anello cementato. Foto Maurizio Oviglia

Metto subito le mani avanti dicendo che mi è capitato spesso di compiere queste operazioni di “ristrutturazione” e che dunque mi son trovato più volte con il dubbio se stessi facendo una cosa giusta, eticamente corretta e/o condivisa da tutti. Sono solito infatti pormi degli interrogativi prima di agire, ma nonostante questo mi è capitato qualche volta di “sbagliare”, oppure cercare di rimediare ad “errori” del passato. In ogni periodo storico siamo influenzati da “mode” o sarebbe meglio chiamarle consuetudini, convinzioni diffuse, che determinano enormemente il nostro agire. Finché apriamo un nuovo itinerario non vi sono molti problemi, ognuno ha il suo stile, il suo metro e le sue capacità; ma quando si mette mano a quelli degli altri diventa tutto un altro paio di maniche. Ovviamente è molto più facile lasciare le cose come stanno, in questo modo non si sbaglia di sicuro. Tuttavia viviamo in una società in perenne evoluzione e quindi è normale confrontarsi con spinte innovative o moderniste, che in generale spesso si traducono in un bisogno di maggiore sicurezza e comodità. Evidentemente non basta chiedere agli apritori se siano d’accordo o meno ad “ammodernare” le loro vie, perché il concetto che una via sia proprietà del suo apritore appare ormai superato. In tema di vie classiche, magari molto famose, penso che esse siano in un certo senso patrimonio comune, della collettività, dunque dovrebbe essere una specie di assemblea o un organo ritenuto competente a deciderne eventualmente la sorte. Volendo fare un esempio, se anche Igor Koller fosse favorevole a spittare il Pesce in Marmolada, non credo che questa sarebbe un azione condivisa ed approvata da tutti… anzi! Probabilmente si finirebbe per giudicare Igor incapace di intendere e di volere! La scappatoia più semplice, e normalmente condivisa dalla maggioranza delle comunità mondiali, è dunque quella di mantenere la via nella maniera in cui è stata aperta, in modo che chi desideri ripeterla lo possa fare con lo stesso spirito e impegno dei primi salitori.

L’inglese Tom Randall apre, (al meeting della Valle dell’Orco del 2010) una nuova fessura appena sotto la famossissima Fessura della Disperazione. La nuova “Espirazione”, si noti, non utilizza i chiodi normali anche nelle fessure fini, come è ormai da quasi 30 anni nell’ottica della scalata britannica senza martello. Foto Maurizio Oviglia

L'inglese Tom Randall apre, (al meeting della Valle dell'Orco del 2010) una nuova fessura appena sotto la famossissima Fessura della Disperazione. La nuova "Espirazione", si noti, non utilizza i chiodi normali anche nelle fessure fini, come è ormai da quasi 30 anni nell'ottica della scalata britannica senza martello. Foto Maurizio Oviglia

Tuttavia sappiamo bene, ed abbiamo verificato, che le cose non sempre vanno così. Proprio per il fatto che alcune vie sono belle o prestigiose, divengono automaticamente ambite da un numero sempre crescente di ripetitori. Non so se il termine “classica” indichi esattamente questa tipologia di via, sta di fatto che con questo aggettivo indichiamo probabilmente le vie che contano un gran numero di ripetizioni. Al contrario, una via difficile raramente ripresa, difficilmente diventerà una classica, e probabilmente nessuno sentirà la necessità di compierne un restyling. Come dicevo, la maggiore frequentazione porta normalmente ad un’aggiunta di materiale da parte di chi normalmente non è all’altezza della via, o comunque del livello posseduto dai primi salitori. Ciò, inevitabilmente, snatura il carattere e l’impegno originario della via stessa.

Accettato il fatto che la maggior frequentazione porta ad una aggiunta di materiale fisso, anche da parte di chi restaura l’itinerario,  dobbiamo ora fare un’ulteriore distinzione. A seconda del terreno (la roccia), del luogo e della sensibilità locale verso la tradizione, questa “aggiunta” potrà limitarsi all’infissione di chiodi normali, alla chiodatura con tasselli ad espansione delle soste, all’aggiunta di alcuni tasselli lungo i tiri, fino ad arrivare alla completa chiodatura ad espansione dell’itinerario. E’ bene far notare che, anche se ogni aggiunta riduce e snatura l’impegno originario della via, generalmente solo i chiodi normali e il materiale amovibile (lasciato sul posto) viene considerato lecito, mentre l’infissione di tasselli solitamente solleva perplessità e critiche, talvolta molto accese. Il problema non è affatto nuovo e la comunità alpinistica vi si è confrontata spesso, basti ricordare la chiodatura (e schiodatura) delle celebri vie di Yosemite, oppure la schiodatura di alcune vie di roccia del Monte Bianco alla fine degli anni settanta, che erano diventate progressivamente delle vere e proprie scale di chiodi. Nel caso si tratti di vie molto famose, ad esempio la Bonatti al Gran Capucin o la Rébuffat all’Aiguille du Midi, ogni tentativo di ripristinare la chiodatura originaria (in genere promosso da una ristretta élite) è sempre stato fortemente osteggiato da una comunità che ormai si era abituata alla situazione più agiata, senza porsi minimamente il problema se la via ripetuta fosse la stessa che avevano affrontato i primi salitori. Sicuramente si instaura la tendenza, per questo tipo di vie, a indulgere nel collezionismo. Il pensiero comune dunque diviene: se le cose sono più semplici, tanto meglio, potrò presto dedicarmi alla prossima! Questa tendenza è stata spesso incoraggiata dalle guide alpine o dai rifugisti, che hanno un interesse direttamente economico dal fatto che le vie classiche siano più semplici e sicure.

La Messner alla seconda Torre del Sella è divenuta famosa per essere una via poco chiodata con molti passaggi obbligatori, testimonianza del talento e della bravura di un giovane Rehinold Messner. Eppure, visto in un’ottica post-moderna, potrebbe esserlo ancora meno, eliminando cioè qualche chiodo e variante e lasciando spazio ai friend piccoli. Foto Maurizio Oviglia

La Messner alla seconda Torre del Sella è divenuta famosa per essere una via poco chiodata con molti passaggi obbligatori, testimonianza del talento e della bravura di un giovane Rehinold Messner. Eppure, visto in un'ottica post-moderna, potrebbe esserlo ancora meno, eliminando cioè qualche chiodo e variante e lasciando spazio ai friend piccoli. Foto Maurizio Oviglia

Dopo questa lunga premessa vengo dunque al punto. Ciò che non ho riscontrato negli illustri interventi che mi hanno preceduto è una decisa presa di coscienza del fatto che, nel considerare un restyling di una via, dovremmo tendere, più che ad aggiungere, rimpiazzare o cementare il materiale esistente, a ripristinare le condizioni di partenza dell’itinerario stesso, togliendo tutto quanto c’è di superfluo. Tuttavia vi è un altro aspetto generalmente non preso in considerazione: in questi anni le protezioni amovibili, intendo i nut ed i friend, sono diventate decisamente più sicure di quanto fossero un tempo. All’aumentata sicurezza dei materiali non è seguita purtroppo (almeno nell’Europa Mediterranea) la presa di coscienza che si possano utilizzare questi materiali anche dove prima si era ricorso ai chiodi (e agli spit), perché sostanzialmente la nostra cultura alpina è quella del chiodo. E, quella odierna, è quella “sportiva” che per definizione nega l’utilizzo delle protezioni mobili.

E’ necessario dunque riconsiderare le cose sotto differenti punti di vista, non solo quello portato dalla cultura “sportiva” che si è diffusa da noi negli ultimi 30 anni, secondo la quale un itinerario debba possedere per forza una chiodatura fissa per essere considerato sicuro. Gli ultimi 10 anni, in cui si è parlato molto di un presunto “ritorno del trad” in paesi quali l’Italia, la Francia e la Spagna, che si erano in precedenza votati all’arrampicata sportiva (in questi paesi il 99 per cento delle falesie è stato chiodato a spit, oltre a un buon numero di vie lunghe in bassa valle e in montagna) hanno portato senza dubbio a importanti prese di coscienza da parte degli scalatori:

–          esistono anche altri stili di scalata oltre quello definito sportivo;

–          esistono persone che li vogliono praticare e hanno il diritto di farlo anche al di fuori di un contesto montano;

–          devono esistere degli itinerari e/o delle aree ad essi dedicati, già definite provocatoriamente “riserve”.

Ciò nonostante, come dico spesso, l’Italia non sarà mai l’Inghilterra, e nemmeno la California (che ha un’etica un po’ più morbida di quella britannica). Abbiamo una diversa storia e una diversa cultura, dunque sarebbe impossibile pretendere che improvvisamente le protezioni amovibili acquistino la stessa dignità che hanno nei paesi anglosassoni, o possano talvolta sostituire gli spit mantenendo inalterata la sicurezza. Tuttavia non possiamo rimanere arroccati nelle nostre convinzioni e dobbiamo aprirci ed abbracciare mentalità diverse, facendo tesoro di quella che è stata l’evoluzione degli ultimi 30 anni negli altri paesi, accogliendola come patrimonio comune.

Top Secret al Garibaldi (7 Fratelli, Sardegna) è un esempio eclatante di restyling post-moderno. Aperta nel 1984 in semi-artificiale tradizionale, fu spittata parzialmente nel 1995 nel tentativo di renderla frequentata, cosa che non avvenne mai. Nel 2012 gli spit vennero rimossi rendendola una splendida via clean di arrampicata libera in fessura. Foto Sara Oviglia

Top Secret al Garibaldi (7 Fratelli, Sardegna) è un esempio eclatante di restyling post-moderno. Aperta nel 1984 in semi-artificiale tradizionale, fu spittata parzialmente nel 1995 nel tentativo di renderla frequentata, cosa che non avvenne mai. Nel 2012 gli spit vennero rimossi rendendola una splendida via clean di arrampicata libera in fessura. Foto Sara Oviglia

Se vediamo le cose sotto questo punto di vista dovremmo considerare, nel momento in cui ci accingiamo a restaurare una via, non solo l’effettuarne una pulizia dalla vegetazione aggiungendo materiale fisso, anche questi fossero cordini, chiodi e altre protezioni non ad espansione. Ma anche la rimozione dei chiodi presenti, nei punti dove oggi è ragionevole proteggersi agevolmente con i friends. E, a maggior ragione, rimuovere gli spit aggiunti successivamente alla prima salita a lato delle fessure ben proteggibili. Insomma valutare la possibilità che alcuni itinerari classici, certo non tutti, possano essere non solo oggetto di restilyng “intelligente” come pare auspicare Gogna, ma ricreati in un’ottica clean, che tiene conto dell’evoluzione della scalata non solo a livello di sicurezza, ma anche di capacità psico-motorie. Ormai l’arrampicata sportiva compie 30 anni ed è universalmente accettata e insegnata: abbiamo a disposizione migliaia di falesie dove poterci allenare e centinaia di palestre al coperto dove andare nei giorni di cattivo tempo. Sono stati abbattute barriere sino a pochi anni fa impensabili, ma anche limitandoci al livello medio dei praticanti, almeno teoricamente, dovremmo essere molto più forti e capaci di chi ha aperto gli itinerari classici che vogliamo ripetere. Utilizziamo allora questo “margine” per ricreare, almeno là dove sia possibile, gli itinerari classici in modo pulito, rinunciando ai punti fissi, accettando serenamente i propri limiti quando essi sono al di sopra delle nostre possibilità. Non servono più vie classiche fruibili, più ripetitori che alimentino l’economia di alcuni centri di arrampicata già di per sé famosi. Di tutto questo ne abbiamo già abbastanza. Serve un generale cambiamento di cultura, del modo di porci verso gli itinerari del nostro passato. Potremmo dunque definirlo un restyling post-moderno?

Maurizio Oviglia (CAAI)

La Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, una grande classiche che tuttavia è quasi completamente chiodata, al punto che a volte i chiodi si saltano. Togliere qualcosa? Foto Maurizio Oviglia

La Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, una grande classiche che tuttavia è quasi completamente chiodata, al punto che a volte i chiodi si saltano. Togliere qualcosa? Foto Maurizio Oviglia

postato il 19 marzo 2014

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L’ultima sentinella del cimitero

La chiodatura a spit dell’ultima via classica della Rocca Sbarua, la diretta integrale alla Torre del Bimbo, a cura di Adelchi Lucchetta, equivale all’abbattimento dell’ultima sentinella del cimitero.

Dino Rabbi, Giorgio Rossi, Franco Ribetti e Alberto Marchionni avevano raddrizzato negli anni ’60 una significativa via che Guido Rossa e compagni avevano aperto nel maggio 1956 sul Bimbo, una bella torre al margine della Sbarua, la famosa “palestra” degli arrampicatori torinesi la cui fama in seguito si è allargata ben oltre la sua collocazione. Ne erano risultate tre bellissime lunghezze di arrampicata libera e artificiale che si andavano ad aggiungere alle ultime tre della via Rossa: nome dato, Diretta al Bimbo.

UltimaSentinella-20838Sbarua

Le generazioni sono passate, la Sbarua è diventata sempre più popolare. Ricordo il rispetto con cui venivano affrontate fessure come la famosa “duelfer” di Giusto Gervasutti o placche tipo la Vene di Quarzo di Gabriele Boccalatte, entrambe assolutamente sprotette (ma la prima oggi ben proteggibile con dadi e friend). Poi sono arrivati nuovi itinerari, nuove capacità sportive: e con essi gli spit. Che presto invasero anche gli itinerari classici e le vie di artificiale.

Rimanevano solo la seconda lunghezza della Fessura Beuchod e la Diretta al Bimbo a testimoniare il valore di altri tempi: con la chiodatura di quest’ultima è davvero finita un’epoca. Anche perché, se continua così, pure la bella fessura di Gabriele Beuchod, da lui aperta in libera nel 1977 e ancora oggi miracolosamente illesa, sarà presto omogenea con il resto di quello che ormai è un rocciodromo come tanti.

Una fessura alla base del Bimbo, già salita in stile classico, poi richiodata e “ribattezzata”.
UltimaSentinella-attaccoviadirettaBimboSbaruaP1020303Adelchi Lucchetta, da tempo puntiglioso chiodatore, anche in questo caso ha agito come se la Sbarua fosse sua, non ha neppure accennato a chiedere ad altri una condivisione. Evidentemente parte dal presupposto che non esiste altro interesse che l’arrampicata sportiva e tutto va sacrificato a questa.

La mania di riattrezzare in ottica sportiva, di “risanare” una via (come diceva Juerg von Kaenel), ricorda l’atteggiamento della maggioranza degli alpinisti “estremi” degli anni ’50 e ’60, quando le vie dei grandi Cassin, Comici, Ratti, Vinatzer, Carlesso, ecc. venivano ripetute e chiodate in modo capillare, tanto che il sesto grado conclamato (e provato) delle prime ascensioni scadeva in uno squallido esercizio, quello che anni dopo si sarebbe chiamato A0. Ma tutti se ne guardavano bene dal protestare, dava lustro fare un cosiddetto sesto grado, iperchiodato o no. Ci sono voluti due decadi prima che Messner, Cozzolino e pochi altri facessero chiarezza e risollevassero le sorti dell’arrampicata libera.

In un ambiente in cui anche i custodi dei rifugi sono conniventi con le chiodature perché notano che il flusso maggiore di arrampicatori si convoglia sulle vie chiodate a spit e quindi “sicure”, come possiamo pensare a un’inversione di tendenza o almeno a una convivenza?

Possiamo chiedere, solo per rimanere in Sbarua, il ripristino di alcune vie (tipo Gervasutti, Rivero, Cinquetti o altre) sperando che qualcuno ascolti? O dobbiamo scatenare una schiodatura selvaggia?

Mi si fa sempre più chiaro che la pacifica convivenza tra arrampicata sportiva e trad stenta a decollare. Mi viene il dubbio che in questi anni sia meglio lottare per avere aree completamente clean, ma già in questo non sappiamo se avremo successo o meno. La via diretta alla Torre del Bimbo è morta, era l’ultima sentinella di quel Cimitero.
Possiamo recitarne solo il de profundis, è il funerale minimo che possiamo farle sui social e sulle riviste. Mi viene in mente che si potrebbe anche confezionare un cartello da mettere alla base della via, tipo quelli che comunicano la morte di uno del paese (facilmente rimovibile). Almeno susciterebbe casino.

La famosa fessura in “duelfer” della via Gervasutti alla Sbarua, oggi protetta a spit
UltimaSentinella-20838

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Basta bonifiche in alta montagna?

8 tonnellate di rifiuti tra Broad Peak e Baltoro. Maurizio Gallo: è ora di cambiare!
Notizie tratte da http://www3.montagna.tv/cms/?p=54985 e da http://www.montagna.tv/cms/?p=35230

Con l’ultima spedizione di Keep Karakorum Clean (estate 2013) sono state raccolte e avviate a differenziazione e smaltimento ben 8 tonnellate di spazzatura. Nessuna novità rispetto agli anni scorsi, trekker e alpinisti continuano infatti tranquillamente a insozzare con il loro passaggio sia i ghiacciai che le montagne.

Raccolta rifiuti di Free K2 (1990) sullo Sperone degli Abruzzi al K2Free K2, 1990 , bonifica, corde recuperate in attesa di essere rimosse dal Campo Base del K2

Il responsabile di Keep Karakorum Clean, la guida alpina Maurizio Gallo, nel 2010 aveva condotto Keep Baltoro Clean e Keep K2 Clean, organizzate entrambe dal Comitato EvK2Cnr, con il risultato di eliminare oltre 13 tonnellate di spazzatura.

A questo punto leggiamo con piacere che lo stesso Gallo comincia a chiedersi che senso abbia inseguire con tanta abnegazione e puntiglio l’insensibilità ambientale dei frequentatori. Che senso ha spingersi ai campi alti del Gasherbrum II, del Broad Peak, del K2 stesso per ripulirli?

Occorre precisare che l’usanza di ripulire luoghi così lontani (grandiosi ma ecologicamente deboli) risale a Free K2 (organizzata nel 1990 da Mountain Wilderness): e occorre anche ricordare che la prima spedizione di questo genere a occuparsi pure dei campi tappa e dei villaggi è stata quella del Club Alpino Italiano nel 2004, da me condotta. Nel 2003 erano state installate le prime toilet a Juhla, Paju, Urdukas.

Ci fa dunque piacere leggere che “dal 2005 a oggi qualcosa è cambiato e migliorato, soprattutto da parte degli abitanti del posto che stanno sviluppando una vera (e fondamentale) sensibilità al problema”.

Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

Gallo, nel 2011, aveva pubblicato dopo la sua lunga esperienza una serie di norme comportamentali di indubbio valore (anche se a oggi ancora inefficaci, a suo stesso dire):

Fare un check dei viveri prima della partenza, eliminando imballaggi inutili.
Predisporre la raccolta differenziata durante il trekking. Ciò significa bruciare la carta, raccogliere plastica e lattine e prevedere bidoni per il trasporto dei rifiuti fino alla fine del trekking, anche se significa pagare dei portatori dedicati.
Controllare regolarmente lo staff cucina per verificare la gestione i rifiuti.
Pianificare la salita con precisione, cercando di portare in quota solo il materiale indispensabile. Riportare in basso, di volta in volta, ogni rifiuto e ogni materiale non utilizzato, anche le tende eventualmente rotte. Se non si è in grado di farlo da soli, prevedere dei portatori d’alta quota per il recupero materiale lungo la via di salita a spedizione finita, anche se ciò implica un costo aggiuntivo.
Lasciare il campo base per ultimi, dopo aver verificato che tutti i rifiuti sono stati portati via.
Raccogliere eventuali rifiuti lasciati da altri lungo il cammino e portarli a valle.
Riconoscere che il rispetto dell’ambiente è un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e alla vetta.
Controllare periodicamente la raccolta differenziata dei rifiuti, essere disposti a spendere tempo e soldi per la pulizia delle montagne e soprattutto aver presente che rispettarle è importante tanto quanto scalarle. Questo, in sintesi, il “decalogo” di regole che ogni spedizione alpinistica dovrebbe rispettare, in qualsiasi luogo remoto si rechi.

Ma oggi Gallo, che stima che dal 2005 in poi siano state raccolte almeno 40 tonnellate di immondizia, con rabbia scrive “E’ ora di finirla, né io, né i pakistani che da ormai 8 anni se ne stanno occupando, possiamo continuare a cercare di tamponare una situazione insostenibile”.

Ghiacciaio del Baltoro, nei pressi di Concordia, bonifica

Riduzione volumetrica rifiuti (2004)

Nel mio libro Rifiuti Verticali, dopo la lunga storia della mia personale esperienza, concludevo un po’ pessimisticamente (2012):

“Il sentimento individuale è l’unica forza umana veramente creativa, dunque in grado di contrastare la ripetitività compulsiva e la noia coatta di individui che vorrebbero cancellare del tutto il sentimento in ossequio al pensiero. La prima cosa che ci si dovrebbe domandare, a un certo punto della propria vita, è: – Quanta spazzatura è in me?
Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale”.

So che il problema della gestione della pulizia nel parco del Karakorum è attualmente seguito dal SEED – Social, Economic and Environmental Development – un progetto promosso dal Comitato EvK2Cnr e dalla Karakorum International University e realizzato nel quadro dell’accordo della conversione del debito per lo sviluppo tra Italia e Pakistan. So che si vagheggia di multe assai salate, come pure so (ma ora sembra lo sappia anche Gallo) che tuttavia sarebbe ingenuo pensare che un sistema di multe possa bastare da solo, senza un corretto processo di maggior attenzione al tema ambientale.

Toilet sul Baltoro. Foto: Keep Karakorum Clean

BastaBonifiche-Toilet-sul-Baltoro-225x300Anche se in questi anni sono state installate altre toilet tra Urdukas e Concordia e i turisti hanno imparato ad usarle (Gallo riferisce che ogni anno vengono portate via dalle due alle tre tonnellate di rifiuti organici), per i rifiuti il comportamento degli alpinisti e trekker è il solito: chi se ne frega dei rifiuti accumulati giorno per giorno nelle cucine lungo il trekking o al campo base, l’importante è scalare o scattare fotografie o video, ai rifiuti ci pensano gli spazzini…

“Sono anni che sento parlare di spedizioni con protocolli ecologici – conclude Gallo – di spedizioni di pulizia sponsorizzate, ma è l’attenzione personale che deve cambiare. Tutto è rimasto come 60 anni fa quando il K2 è stato salito per la prima volta? Magari! Il ghiacciaio è cambiato, il numero di persone che lo frequenta anche, gli studiosi continuano a monitorarlo, ma gli usi e costumi degli alpinisti e trekker sono anche peggiorati. Riportare a casa tutto. La regola è molto semplice! Vogliamo una volta per tutte metterla in atto?”.

A Gallo sembra che, quando si parla di modi nuovi di fare alpinismo, il rispetto dell’ambiente debba essere un obiettivo di pari importanza all’acclimatazione e al raggiungimento della vetta.
L’acclimatazione e l’ansia del successo sono tarli che un alpinista si porta dietro da casa, in viaggio ci pensa continuamente e agisce con questo obiettivo. La pulizia deve essere la stessa cosa.

Questa mi sembra la considerazione che più meriti rispetto: la condivisione di questa idea a livello mondiale forse salverà il Baltoro e la sua gente.

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NO SPIT A CAPO TESTA!

A Santa Teresa Gallura, si trova un Sito di Interesse Comunitario dove le rocce granitiche formano delle forme geomorfologiche paesaggisticamente molto belle, uniche in tutta l’Isola.
Il sito si chiama Capo Testa, ma è da tutti conosciuto come Valle della Luna. Le sue pareti arrivano sino a 120 m di altezza sul mare e sul luogo si arrampica in stile classico (trad) sin dal 1975. Celebrata sia in 100 Nuovi Mattini che in Mezzogiorno di Pietra, nel corso degli anni la Valle della Luna è divenuta una Mecca per questo tipo di arrampicata.

R. Bonelli sulla 2a L del Collo dell'Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981Roberto Bonelli sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981

A Cala Spinosa, una delle calette di Capo Testa, si trova una falesia di arrampicata sportiva, creata dalla libera iniziativa di un singolo, che in passato è stata oggetto di vandalismi tesi a eliminare gli spit che rivestivano la parete. In diversi punti spit arrugginiti occhieggiano.

Al Comune è stato consigliato che per dare rilancio al territorio le pareti andrebbero attrezzate e si pensa già alla creazione di 100 vie di arrampicata sportiva. Spinti da un’associazione che in quest’iniziativa avrebbe il suo tornaconto, il consiglio comunale non si accorge neppure che lì si arrampica già da quarant’anni, ed è convinto che in questo modo si creerebbero presenze e posti di lavoro, tralasciando il fatto che l’associazione non conta tra le proprie fila alcuna guida alpina autorizzata ad accompagnare eventuali frequentatori.

A. Gogna e Ivo Mozzanica sulla via del Cannellone alla Parete di Luna (Capo Testa). 26.06.1980

Alessandro Gogna e Ivo Mozzanica sulla via del Cannellone alla Parete di Luna (Capo Testa). 26.06.1980

In questi giorni stanno ultimando il Piano di Gestione che poi porterebbe a stanziare i finanziamenti per le opere. Pare che si possano fare osservazioni e rilievi entro e non oltre il 20 di gennaio. Pochissimo tempo!!!!!!
L’arrampicatore di Sassari Marco Marrosu, che per primo si adoperò assieme a Lorenzo castaldi che quella zona fosse dichiarata Area Clean (no bolting zone), cioè un’area di arrampicata priva di strutture fisse per l’assicurazione (spit, soste, catene, ecc.) intende inviare le sue osservazioni al Comune e all’Assessorato all’Ambiente per spiegare come non sia necessario bucare per forza la roccia, come sia dannoso l’impatto e come la comunità alpinistica non gradirebbe.Mountain Wilderness potrebbe contattare anche il nuovo presidente del CAI sardo, Gian Piero Demartis, per convincerlo ad appoggiare questa posizione e darvi più forza. Naturalmente occorre che molti prendano posizione. Ce la possiamo fare.

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Falesie di arrampicata: Aree Clean

Così come esiste la divisione tra arrampicata sportiva e arrampicata trad, allo stesso modo dovrebbero esistere zone dedicate all’una e all’altra disciplina: oggi invece accade che lo spit sia imperante quasi ovunque nelle falesie italiane. Io aggiungerei che anche i centri di arrampicata indoor, per essere davvero evoluti e al passo con i tempi più moderni, dovrebbero dotarsi di aree in cui gli scalatori possano mettere loro stessi le loro protezioni.

FalesieArrampicata-classes_traditional
Come nacque la prima area clean (no bolting zone)
Ai primissimi anni del nuovo secolo, in occasione della redazione della quarta edizione della sua guida di arrampicata sportiva della Sardegna Pietra di Luna, l’accademico Maurizio Oviglia ebbe modo di confrontarsi (dapprima in modo piuttosto burrascoso) con alcuni scalatori sassaresi al riguardo di una falesia da lui chiodata a Santa Teresa di Gallura. Solo la discussione con Marco Marrosu e Lorenzo Castaldi di Sassari si è avviata a toni costruttivi, tanto che alla fine i tre personaggi coinvolti si ripromisero di trovare un accordo per la salvaguardia delle vie tradizionali in Gallura (di cui lo stesso Marrosu e Castaldi, in cordata spesso con Alessandro Gogna, erano gli autori).

Prima dell’uscita della guida (2002) giunsero quindi a un accordo scrivendo a chiare lettere nelle prime pagine del libro (con tanto di cartina) che in tutto il nord Sardegna, e nella fattispecie la zona nota geograficamente come Gallura, le vie spittate non erano gradite e che anzi, qualora ne fossero state aperte, esse avrebbero potuto essere oggetto di schiodatura.

Ma lasciamo parlare Oviglia: “Di fatto si trattava della prima proposta di Area clean (no bolting zone) in Italia e questo accordo, di fatto deciso solo a tre, fu in linea di massima rispettato, se si eccettuano alcune vie a spit (ormai corrosi) aperte a Capo Testa da Sandro Zilioli di Brescia, una via sul Monte Pulchiana aperta da scalatori di Lecco e una sulle torri di San Pantaleo aperta da un Istruttore CAI di Firenze. Posso dire che, considerate le premesse, è stato un successo forse anche, direte voi, dovuto al fatto che la roccia della Gallura non è particolarmente adatta all’arrampicata sportiva. Ma la Gallura è grande come metà Piemonte ed è un territorio pieno di roccia!”.

E’ possibile dichiarare “clean” altre zone?
Il prossimo anno 2014 uscirà la nuova edizione di Pietra di Luna dedicata alle vie lunghe e, per la prima volta dopo la guida CAI-TCI Sardegna (1997), vi saranno incluse un buon numero di vie tradizionali. Mentre Marco Marrosu è sempre attivo e agguerrito in questo senso, purtroppo Lorenzo Castaldi ha perso la vita per una scarica di ghiaccio sulla parete nord del Gran Zebrù. In Sardegna sono dunque rimasti in due (contro tutti?) a difendere questa idea?
Come si può facilmente immaginare in dodici anni sono emersi nuovi interessi e problematiche. Molti agriturismi e comuni in tutta Italia vedono di buon occhio l’attrezzatura di vie spittate e spesso sono sollecitati da personaggi di dubbio spessore alpinistico e culturale che sperano di trarne qualche utile economico. Vengono anche realizzate vie ferrate, spesso senza chiedere preventivamente parere a nessuno, e nemmeno a norma, in zone ad alto interesse ambientale.

Non deve essere un “muro contro muro”
“E’ giusto pensare che l’eventuale allargamento di zone clean o le nuove “nomine” d’ora in poi, per una questione di metodo e strategia, passino attraverso un processo di discussione e confronto piuttosto che attraverso una guerra di religione che, portando al muro contro muro, avrebbe effetti controproducenti” dice Giacomo Stefani, presidente del Club Alpino Accademico Italiano, da sempre favorevole al mantenimento di aree nelle quali sia possibile un’arrampicata “trad” (vedi organizzazione di due edizioni del Trad meeting in Valle dell’Orco). In effetti il CAAI si è sempre battuto contro il proliferare delle spittature selvagge e richiodature delle vie storiche (vedi documento della Presolana del 1999 e convegno del Passo Pordoi del 2007).

Occorre dunque cercare alleati, occorre che sempre più praticanti e appassionati condividano questa idea, prima di procedere ad altri “blitz”.
Sicuramente schierata pro le aree clean sarà l’Associazione Mountain Wilderness, ideatrice del concorso Clean Climbing appena concluso.

Il triste esempio di Salinella
Ricordiamoci che è più facile preservare che ripristinare.
Nell’ottobre 2011, in occasione del Climbing Festival di San Vito lo Capo,  avevo pregato pubblicamente di schiodare sei o sette monotiri che ai primi degli anni ’80 i Sassisti di Sondrio avevano aperto con scalata tradizionale a Salinella, la falesia più vicina e più comoda del comprensorio di San Vito. Di questi bellissimi monotiri c’era traccia storica nel mio libro Mezzogiorno di Pietra, che chiunque abbia scalato nel Sud Italia e nelle isole almeno ha sentito nominare. Responsabili dell’imponente lavoro di chiodatura a Salinella erano stati i fratelli inglesi Jim e Scott Titt, assieme agli austriaci Joseph Gstottenmair e Karsten Oelze e al catanese Daniele Arena: duecento le vie spittate.

Nessuno capì neppure cosa stavo dicendo. Ripetevo: “cosa possono importare 6-7 lunghezze su 200? Che danno possono avere i chiodatori, o gli utenti assatanati di spit, o ancora un’amministrazione comunale magari assetata di sempre più ingenti quantità di roccia arrampicabile in modo sportivo?”. Chiedevo semplicemente un po’ di rispetto della storia… perché neppure i nomi originali avevano conservato, proprio con l’intento di cancellare ogni traccia, di banalizzare. Ebbene, la proposta è stata accolta con sorrisetti sia dagli inglesi che dai siciliani, e le vie in questione sono ancora là, banalizzate.
Dunque il ripristino è assai improbabile, e in ogni caso un’azione di schiodatura non sarebbe certo condivisa.

FalesieArrampicata-rackCome procedere dunque?
Un ristretto comitato potrebbe stilare una carta delle zone in cui potrebbe essere vietato o limitato l’uso degli spit. Nel limite del possibile occorrerebbe anche l’appoggio delle istituzioni.

Oviglia (per la Sardegna): “Stabilire delle aree clean dove è totalmente proibita l’infissione di spit (ad esempio la recente area trad dedicata al clean climbing da me valorizzata sulla costa SW della Sardegna, in località Capo Pecora, che ha già catturato l’immaginazione e i favori di moltissimi climber europei… o altre aree della Gallura ad altra concentrazione di vie tradizionali o protette); poi altre aree in cui è proibito spittare nelle fessure, compresi i camini, e se si usano spit si deve farlo in modo parsimonioso e in apertura dal basso; e infine altre zone, chiaramente più estese, dove vige l’assoluto rispetto delle vie classiche esistenti. Una di queste potrebbe (dovrebbe) essere il Supramonte intero. Come è noto alcune vie classiche sono state spittate (Surtana, Lanaitto, Gonone) ma ora sta succedendo anche su vie che hanno fatto la storia dell’arrampicata italiana (ad esempio Tempo Reale di Marco Bernardi). E questo è veramente un grosso danno”.

Proviamo a spingere nelle zone dove l’arrampicata sportiva è in ritardo!

E poi comunicare, dibattere. L’esempio del Trad in Valle dell’Orco, le bellissime vie trad di Cadarese (Val Formazza), l’intero e splendido castello delle grandi vie dolomitiche dovrebbero essere testimonianza di un nuovo modo di pensare che affonda le radici nella tradizione. Maurizio Oviglia ricorda: “quando pubblicai la prima falesia clean sulla Rivista della Montagna nel 2001, Roberto Mantovani ricevette diverse lettere che mi accusavano di istigare i giovani al suicidio. Oggi però le cose stanno cambiando, c’è forse maggior rispetto, almeno la consapevolezza da parte degli sportivi di non essere gli unici ad avere diritti sulle rocce!.