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Eccesso di soccorso

Dal 20 agosto 2016 lungo il tracciato dell’Alta Via numero 7 risultava dispersa Janna Schneider, 39 anni, di Münster (Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania). Dopo la conferma da parte dei parenti della donna sulle sue intenzioni di percorrere proprio quell’itinerario, i soccorritori si sono trovati alle 8 di mattina del 21 agosto al rifugio Carota: dopo essersi divisi in squadre, i soccorritori sono stati trasportati nelle zone di ricerca dall’elicottero del SUEM di Pieve di Cadore e da quello dei Vigili del Fuoco. Le ricerche non hanno avuto purtroppo esito, sono passate settimane nelle quali è stato ritrovato il cellulare della donna e si è stabilito che era sua l’auto con targa tedesca parcheggiata al rifugio Dolada, a Pieve d’Alpago.

Joanna Schneider. Foto: cortesia CNSAS
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Il 12 settembre a seguito di richiesta dei familiari, un elicottero privato con a bordo una guida alpina, componente ed ex capostazione del Soccorso alpino dell’Alpago, aveva effettuato una nuova perlustrazione lungo l’Alta Via numero 7, concentrando l’attenzione sulla ferrata Costacurta del Monte Teverone: alcuni escursionisti avevano infatti detto di aver visto qualcosa di giallo. Il soccorritore si è fatto sbarcare all’uscita del percorso attrezzato e, dopo un tratto, si è calato fino a vedere 40 metri più sotto la macchia gialla, non apparsa chiaramente durante il sorvolo. Si trattava di un coprizaino. Continuando a scendere con le corde è stato ritrovato il marsupio contenente gli effetti personali della ragazza e il sacchetto della paleria di una tendina. In un canalone, a fondo valle, è stato avvistato infine il corpo, proprio ai piedi del monte Teverone.

Il corpo della Schneider è stato recuperato il 13 settembre alle ore 14. Ed è proprio di quest’operazione che qui vogliamo parlare, al di là quindi della tragedia e delle modalità nelle quali questa è avvenuta. Pubblichiamo qui una lettera aperta dei presidenti del CNSAS Veneto e Friuli-Venezia Giulia, rispettivamente Rodolfo Selenati e Vladimiro Tedesco.

Eccesso di soccorso
di Vladimiro Tedesco e Rodolfo Selenati
“Con il ritrovamento del corpo senza vita di Janna Schneider si chiude con l’epilogo peggiore una storia che ci ha coinvolto fin dal principio, come le tante, troppe, con le quali, soprattutto d’estate, ci confrontiamo. Ricerche che durano giorni, che ci avvicinano sempre più emotivamente a chi è scomparso, alle quali cerchiamo di dare il massimo, mettendo a disposizione la profonda conoscenza del nostro territorio, le tecniche operative richieste in ambienti così severi e rischiosi, la volontà di essere utili al prossimo e di portare aiuto a chi ne ha bisogno.

Non siamo soliti esprimere giudizi sull’operato degli enti che, come il CNSAS, si prodigano nelle emergenze con la nostra stessa finalità – salvare vite umane – e con i quali collaboriamo attivamente, ognuno per la propria parte di competenza istituzionale. Oggi però non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra profonda amarezza di fronte alla conclusione di questa vicenda.

Sulla ferrata Costacurta del monte Teverone
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I Servizi regionali del Soccorso alpino e speleologico del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, a differenza di quanto succede ogni giorno – spesso decine di volte al giorno – per una competenza delegata dalla legge dello Stato italiano, oggi (13 settembre, NdR) non hanno potuto ultimare l’intervento di recupero del corpo di Janna, completato con un elicottero dei Vigili del fuoco e con personale dei Vigili del fuoco provenienti da Bologna.

Dopo il rinvenimento degli effetti personali della giovane donna ieri sera, questa mattina alle 8 erano pronti a decollare gli elicotteri sia dal Bellunese che dal Friuli, con personale del Soccorso alpino di Alpago e Valcellina disponibile in piazzola. Personale volontario, lo ricordiamo, con preparazione e formazione certificate dalla Scuola Nazionale del CNSAS, riconosciuta da specifiche leggi dello Stato e delle nostre rispettive Regioni. Personale che ha assoluta familiarità con tecniche operative che non hanno, e non possono avere, paragoni di sorta su quei terreni impervi e ostili, oltre ad avere profonda conoscenza del territorio e dei suoi pericoli.

Vogliamo ancora una volta rimarcare il fatto che le competenze primarie degli interventi di soccorso in montagna, ivi incluso il recupero delle salme, è del CNSAS, in quanto lo Stato ci ha attribuito questo ruolo in modo inequivocabile. Il quotidiano e stretto rapporto con i Servizi Sanitari Regionali da anni permette di effettuare innumerevoli interventi nelle condizioni più estreme, frutto di una continua formazione reciproca che porta gli operatori ad essere pronti a risolvere le più variegate tipologie di emergenze in territorio impervio ed ostile e ad essere a disposizione della Protezione Civile nei momenti in cui è necessario il nostro supporto.

Possiamo inoltre immaginare i costi di un elicottero che non parte dal Friuli o dal vicino Bellunese, ma addirittura da Bologna. In più, oltre ad allungare i tempi di recupero dato il lungo trasferimento, viene a mancare una risorsa da impiegare su eventuali incidenti di competenza dei Vigili del fuoco, che potrebbero verificarsi nella loro zona di provenienza. Chi interverrebbe? Il CNSAS no di certo, non avendone la titolarità. L’intervento di individuazione e recupero si è concluso poco prima delle 14. Squadre a piedi avrebbero impiegato meno tempo. Speriamo vivamente che questo tipo di iniziativa non sia replicata e ci auguriamo non sia frutto esclusivo della ricerca di visibilità su competenze non proprie.

Il presidente del CNSAS Veneto, Rodolfo Selenati
Il presidente del CNSAS Friuli-Venezia Giulia,
Vladimiro Todesco”

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La tabella dei conti del CNSAS

La tabella dei conti del CNSAS
di Riccardo Innocenti assieme ad Alessandro Gogna

Leggiamo nella sezione Pubblicazioni, sottosezione Trasparenza e Bilanci del sito del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) una lettera del presidente Pier Giorgio Baldracco con la quale si dà notizia della pubblicazione del bilancio 2014. Un lettera che pare rispondere all’onda dello scontento che attraversa buona parte del mondo del soccorso alpino volontario. Si tratta per ora di brusii e bisbigli che seguono alcune pubbliche prese di posizione (ma anche qualche indagine in corso dell’autorità giudiziaria) riguardanti non certo la qualità tecnica della macchina organizzativa, o tanto meno l’efficienza e i risultati, bensì alcuni episodi di gestione “personalistica”, in taluni casi anche “autoritaria”.

Il nostro blog non è certo estraneo a questo fermento. Vedansi:
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/17/il-soccorso-alpino-ha-unaltra-faccia/ (17.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/19/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/ (19 marzo 2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/  (26.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/  (27.03.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/  (9.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/  (19.06.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/10/29/quale-volontariato-per-il-cai-di-domani/  (29.10.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/11/30/diventare-tecnico-di-elisoccorso/  (30.11.2015)
http://www.alessandrogogna.com/2015/12/14/le-grane-del-soccorso-alpino-lombardo/  (14.12.2015)

Leggiamo ora attentamente la comunicazione del presidente del CNSAS che trovate in originale a questo link:
http://www.cnsas.it-content/uploads/2015/11/BIL_CEE_2014.pdf

 

Premessa al bilancio consuntivo 2014 del CNSAS
di Pier Giorgio Baldracco
Con questo primo passo (il neretto è nostro, NdR), il CNSAS Nazionale, allo scopo di garantire la massima trasparenza amministrativa e gestionale interna, ancorché secondo prassi consolidata questo da sempre avvenga, ha deciso di dare pubblicazione del proprio bilancio consuntivo direttamente sul sito pubblico e in ottemperanza alla 4°direttiva CEE.

Ricordando in premessa che già allo stesso viene data ampia pubblicità, non fosse per il fatto che viene formalmente approvato dall’Assemblea Nazionale attualmente composta dai rappresentanti delle 20 regioni Italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano, rammentiamo, anche, che nessun obbligo di legge corre rispetto al fatto di darne pubblica evidenza.

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Abbiamo deciso di effettuare tale iniziativa per il fatto di aver recentemente assunto la personalità giuridica, per singole richieste pervenute da parte di alcuni nostri soci ed, indubbiamente, anche per le indirette pressioni che talvolta qua e là si scorgono nell’etere. Infine, ma è stato il nostro volere primario, lo abbiamo fatto ritenendo che un’Associazione che riceve finanziamenti pubblici detenga un dovere certamente maggiore di altri soggetti di dare contezza di dove queste risorse vengano impegnate e con quale efficacia rispetto alla delicata mission istituzionale che dobbiamo saper correttamente interpretare nel primario interesse dell’utente.

Se questo è il Bilancio come CNSAS Nazionale, corre l’obbligo anche ricordare, che come Direzione del CNSAS abbiamo provveduto a fare una precisa ricognizione rispetto alle risorse ordinarie a vario titolo trasferite da Enti ed Amministrazioni Pubbliche ai vari livelli regionali del CNSAS.

Ebbene la cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni ha generato un valore pari a 14,9 milioni di euro (comprensivi degli stanziamenti statali 2014 per il CNSAS Nazionale) su base annuale. Molto lontana, dunque, dai 43 milioni vagheggiati nell’etere in un’occasione o dai 22 in un’altra circostanza, sempre nell’etere. Ancora più lontani dai 300/350 milioni di euro comparsi addirittura su qualche blog di sfaccendati Archimede incapaci, parimenti, di accertare il proprio costo rapportandolo magari ad altri modelli organizzativi europei.

Cifre del tutto ed evidentemente provocatorie come è diversamente emerso invece, dalle cifre certificate, quindi reali che sopra abbiamo riportato con attenzione.

Ben vengano, dunque, questi input poiché ci danno, da una parte, la concreta opportunità per dimostrare quanto realmente costiamo rispetto alla pluralità dei servizi resi, dall’altra di verificare e paragonare quanto costano altri servizi (diversi dal CNSAS), davvero lontani da costi standard accettabili in un paese che ama troppo spesso definirsi normale.

Passiamo ora a offrire un altro strumento di analisi che non può che legarsi a quanto sopra riferito.

Cucciolo di Bloodhound
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Facciamo allora solo due conti, affermando che se tutte le Stazioni del CNSAS in Italia dovessero essere forniti di tutti gli automezzi necessari per non impiegare il più delle volte quelli dei volontari…, se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale Mi pare ancora più chiaro ora… quanto “non” costi il CNSAS.

Ecco questi sono i numeri e questi sarebbero i cosi detti costi standard del CNSAS Nazionale: era ora di dirlo senza alcun tentennamento… Se passiamo, invece, a verificare altri numeri che pochi ricordano, cioè l’apporto del CNSAS offerto all’utenza per compiti e doveri di legge e per le proprie finalità d’istituto, possiamo rappresentare come la nostra organizzazione abbia offerto al nostro territorio, alle sue comunità ed all’utenza turistica un valore di n. 31.527 interventi di soccorso per n. 33.343 persone soccorse e con l’impiego di n. 149.414 volontari impiegati (dati 2008/12). Più vicini a noi, nell’ultimo biennio sono sati effettuati n. 14.251 interventi di soccorso per n. 13.874 persone soccorse con l’impego di n. 46.831 volontari.

Valori questi che crediamo diano la cifra di cosa sia e faccia il CNSAS e di cosa siano e facciano quei Volontari. Certo …anche di quanto costano.

 

Il documento prosegue con l’esposizione del Bilancio al 31 dicembre 2014 (Documento 1).

Considerazioni sulla premessa
Il Presidente ricorda che al bilancio consuntivo viene data “ampia pubblicità” ma non ci fornisce alcun esempio di questa. Anzi, la motiva sostenendo apertamente che la “pubblicità” è data dall’approvazione formale in ambito di Assemblea Nazionale. Ma da chi è composta l’Assemblea Nazionale? Dai rappresentanti delle 20 regioni italiane dei rispettivi Servizi Regionali/Provinciali e da 4 rappresentanti del Club Alpino Italiano!

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A nostro avviso il fatto che l’Assemblea Nazionale approvi il bilancio annuale è un’autocertificazione. Essendo poi il CNSAS una sezione del CAI, il fatto che siano presenti quattro rappresentanti del CAI (nominati con mandato triennale dal Comitato Centrale di Indirizzo e di Controllo del CAI) non aggiunge nulla alla credibilità e non collabora per nulla alla gestione corretta.

Sempre nell’ottica di un dignitoso controllo della contabilità del CNSAS, andiamo a vedere chi predispone i bilanci annuali preventivi e consuntivi. Lo Statuto recita che la predisposizione del Bilancio preventivo e consuntivo, nonché il controllo delle spese previste dal bilancio, spetti al Consiglio Nazionale del CNSAS.

Detto Consiglio Nazionale “è costituito dal Presidente nazionale, da due Vice presidenti nazionali e da sei Consiglieri, nominati dall’Assemblea Nazionale, di cui tre al proprio interno, uno su proposta del Coordinamento speleologico e due eletti su una lista di almeno cinque soci proposti dal Presidente Nazionale, secondo quanto definito dal Regolamento generale del CNSAS”.

Di fronte a una tale composizione del Consiglio dobbiamo concludere che, nell’ambito del CNSAS, l’autoreferenziazione delle doppie cariche è davvero la regola.

Cane da macerie a Onna (AQ). Foto: ANSA/SCHIAZZA/DRN
200904006 - ONNA - L'AQUILA - DIS - TERREMOTO: L'AQUILA; AD ONNA ALMENO 24 VITTIME. Soccorritori al lavoro con i cani specializzati nella ricerca di persone sotto le macerie, questo pomeriggio a Onna (L'Aquila). Ventiquattro bare di legno allineate in un campo: questa l'immagine che si e' presentata a quanti si sono avvicinati questo pomeriggio ad Onna, piccolo centro in provincia dell'Aquila dove secondo i sopravvissuti nelle vie principali non esiste piu' un edificio in piedi. Sotto le macerie si cercano numerosi altri dispersi. ANSA/SCHIAZZA/DRN
L’ultima parte della premessa è dedicata a quanto “non costi” il CNSAS. Baldracco fa un conto tutto suo. Dice: “Se a tutto il personale CNSAS dovessero essere forniti tutti dispostivi di protezione individuale e l’attrezzatura diversa necessaria all’attività ed il più delle volte acquistata dai singoli volontari… e ristorate tutte le spese vive direttamente sostenute dagli stessi (soprattutto nelle regioni meno istituzionalizzate) per attività di soccorso e per le varie attività formative, si perverrebbe ad una cifra stimata per larghissimo difetto di oltre 12,5 milioni di euro per il solo CNSAS Nazionale”.

Ammessa e non concessa la veridicità e la coerenza di quest’affermazione, allora noi ci permettiamo scherzosamente (ma non troppo) di andare oltre nell’assurdo e aggiungiamo: visto che, secondo lo stesso Baldracco, il bilancio del Nazionale sta alla somma dei regionali/provinciali (prendendo per buona la somma di 14,9 milioni indicata dallo stesso Presidente) come 1 sta a 4,25, allora si arriverebbe a realizzare che, se il “non costo” del nazionale è di oltre 12,5 milioni (per largissimo difetto), il “non costo” dell’insieme regionali/provinciali sarebbe la bellezza di oltre 53,125 milioni (per larghissimo difetto). Per un totale di oltre 65,625 milioni di euro!

Se questo è un modo per giudicare la generosità dei volontari siamo davvero sbigottiti, anche se nessuno in effetti ne ha mai dubitato.

Se invece, e sempre per scherzo, il CNSAS dovesse essere messo in vendita, sappiate che il valore globale sarebbe di oltre 81,525 milioni (sempre per larghissimo difetto)!

Considerazioni sul Bilancio del CNSAS Centrale
Il CNSAS è un’associazione ed è una sezione nazionale del CAI. A livello centrale ha da poco acquisito la personalità giuridica. Sul territorio opera attraverso i Servizi Regionali o Provinciali (Trentino e Alto Adige). Tutti questi Servizi hanno una loro autonomia associativa. Alcuni hanno personalità giuridica, altri no. Tutti hanno i loro “Bilanci”.

Diciamolo subito. IL CNSAS e i suoi Servizi Regionali e Provinciali non hanno l’obbligo giuridico di fare un Bilancio. Tanto meno di farlo seguendo la IV direttiva CEE che viene citata come ottemperata da Baldracco.

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Peraltro la IV Direttiva CEE, datata 1978, è stata recepita (insieme alla VII Direttiva) con il Decreto Legislativo 9 Aprile 1991, n. 127, modificando l’intero assetto normativo contenuto nel Codice Civile in materia di bilancio di esercizio delle società per azioni.

Ma il CNSAS non è una società, quindi con il bilancio targato IV direttiva CEE non c’entra nulla. Accorgersi ora di dover pubblicare un bilancio targato IV direttiva farebbe pensare che ci si è accorti in ritardo di circa 25 anni di fare una cosa che non è mai stata fatta.

Ma su questo il CNSAS ha ragione. Non lo doveva fare in questi anni e non lo deve fare ora.

Infatti il CNSAS ha sempre prodotto fino ad ora un Rendiconto. E’ quello che viene portato negli organi dell’Associazione. Ed è quello che viene approvato. E’ sempre quello che viene fatto vedere ai rappresentanti che il CAI nomina nell’Assemblea Nazionale del CNSAS per controllare quello che il CNSAS fa. Questi rendiconti non hanno mai avuto una libera diffusione. Se la pubblicazione del Bilancio 2014 è stata il “primo passo“, possiamo prevedere che il secondo sia la pubblicazione del Rendiconto?

Siccome il 95% dei soldi rendicontati è denaro pubblico parrebbe cosa buona e giusta dare massima trasparenza all’uso che se ne fa. Trasparenza: parola magica che, se non si riempie di contenuti, è alquanto vaga.

La notizia buona è che per la prima volta sul sito del CNSAS si parla di trasparenza. E si pubblicano dei dati. Quella cattiva è che quei dati – così come sono stati aggregati e pubblicati – non dicono nulla. Anzi… omettono tanto.

Baldracco nella sua lettera già alla prima riga fa riferimento alla trasparenza. Certo il bilancio dovrebbe essere trasparente: rappresenta il fondamentale documento informativo sulla dinamica “aziendale” e ha rilevanza soprattutto ai fini esterni. Ma se non si è obbligati a presentarlo, se lo si fa si dovrebbe seguire almeno quella rappresentazione veritiera e corretta che tende a esprimere il concetto indicato nella IV direttiva come “quadro fedele”: traduzione dell’espressione inglese del true and fair view.

Invece quello che il CNSAS rende pubblico, cioè accessibile a tutti tramite internet, è un documento redatto in forma abbreviata in cui si capisce veramente poco. Anche un addetto ai lavori non capisce un granché. Sembra che si sia scelto di pubblicare qualcosa solo per tacitare i molti che chiedevano trasparenza.

Ma se si ha già un Rendiconto approvato dagli organi competenti perché non pubblicarlo? Magari perché il Rendiconto dà più informazioni di quelle del Bilancio redatto in forma abbreviata secondo la IV direttiva CEE.

E siccome il CNSAS non lo pubblica, lo pubblichiamo noi (grazie a qualche informatore di buona volontà).

Ecco qui il Rendiconto approvato del 2014 (Documento 2).

Bloodhound
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Chiariamo subito che il Rendiconto segue la logica del Cash Flow, mentre il Bilancio quello della competenza economica. Per collegare le cose tra di loro ci vorrebbe tutta la contabilità analitica e il piano dei conti. Ma in mancanza di queste due cose fondamentali vediamo cosa emerge da un confronto tra i due documenti facendoci una domanda semplice.

Come spende i soldi pubblici il CNSAS Centrale?

Iniziamo con il dire che il CNSAS Centrale nel 2014 ha incassato 2.439.939,00 euro di fondi pubblici.

Per salari e stipendi ha speso 250.437 euro; 852.096,51 euro se ne sono andati in assicurazioni varie. Per il programma informatico di anagrafica dei volontari Arogis ha speso 32.061,73 euro. Per pubblicare le notizie del CNSAS, anche sul giornalino Il Soccorritore, sono andati via 34.542,12 euro. I circa 30 istruttori della Scuola nazionale tecnici alpini hanno speso, da soli, 231.308,45 euro.

Il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme 134.355,58 euro.

Gli Istruttori della Scuola Forre hanno speso solo 19.399,70 euro.

Bloodhound
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I cani molecolari, quei bei esemplari di Bloodhound (anche chiamato Chien de St. Hubert), che fanno tanta bella presenza in televisione, sono costati in tutto 27.845,19 euro. I cani da macerie solamente 7.856,63 euro.

I viaggi dei componenti della direzione e del consiglio hanno avuto spese per 48.269,17 euro. I viaggi dei componenti dell’assemblea sono costati solo 23.259,43 euro.

Le autovetture che compongono la flotta del CNSAS solo per assicurazione, bollo e manutenzione sono costate 35.902,57 euro. La gestione della Skoda “presidenziale”, incluso il carburante, 4.647,09 euro.

Apprendiamo pure che il CNSAS, oltre ai 2.439.939,00 euro di fondi pubblici, riceve dalla Protezione Civile circa 600.000 euro per il triennio 2014–2016, a condizione che li spenda tutti in progetti fatti con la Protezione Civile. Cosa che nel 2014 è stata fatta spendendo 92.540,83 euro.

La Protezione civile ha anche finanziato nel 2014 un piano di formazione secondo il Dpr 194/2001. In questa maniera sono arrivati altri 115.554,23 euro.

Nel Bilancio 2014 è riportato alla voce “Totale valore della produzione” la bella cifra di 3.737.818 euro. Insomma a livello centrale il CNSAS, nel 2014, ha introiti per quasi 4 milioni di euro.

Chi è curioso può confrontare il Rendiconto del CNSAS del 2014 (Documento 2) con il Rendiconto del 2013 (Documento 3). Così può rendersi conto come variano le spese su due documenti omogenei.

Nel 2013 la Direzione e il Consiglio avevano viaggiato di più: 62.201,68 euro. Le assicurazioni erano costate molto di meno: solo 331.843,01 euro. La Scuola nazionale tecnici alpini ha speso praticamente la stessa cifra anche nel 2014: 231.472,59 euro. Mentre il Coordinamento speleo e la Scuola nazionale tecnici speleo hanno speso insieme molto di meno: 104.774,25 euro. Certo anche i cani molecolari non hanno scherzato con 57.974,03 euro mentre i cani da macerie hanno avuto spese solo per 354,60 euro. Le spese per i materiali nel 2013 sono state di ben 204.336,40 euro.

La Protezione civile nel 2013 ha finito di erogare tutti i 600.000 euro previsti per il biennio 2012/2013 mentre il CAI Centrale ha contribuito con ben 150.000 euro al progetto dell’App GeoResQ.

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Dal confronto dei rendiconti del 2014 e 2013 ci si rende conto che il CNSAS aveva in mente di comprarsi una sede di una certa importanza, visto che nel 2013 aveva accantonato per l’acquisto dell’immobile 370.000 euro in un fondo apposito. Anche se ospitato nella sede del CAI Centrale a Milano, praticamente gratis, il CNSAS ambiva ad avere una sede di rappresentanza di esclusiva proprietà. Sempre da acquistare con i fondi pubblici. Un progetto che si è arenato e cui sembra si sia rinunciato nel 2014. Infatti il fondo viene ridotto a 100.000 euro, con cui a Milano si compra ben poco, e i 270.000 euro vengono spostati al fondo di riserva ordinario. Preoccupazioni per il futuro ci devono essere se nel fondo rischi futuri vengono messi 500.000 euro.

Insomma, dal Rendiconto ci si fa un’idea più chiara delle spese. Ma per essere trasparenti ci vuole il piano dei conti e la contabilità analitica. Facciamo un esempio: gli istruttori della SNATE sono una trentina. 230.000 euro all’anno diviso trenta fa 7.700 euro. Ma qui siamo al concetto della media del pollo di Trilussa. Se io mi mangio un pollo e tu nulla, in media ognuno di noi ha mangiato mezzo pollo.

Con la contabilità analitica si può vedere che Tizio ha incassato 30.000 euro di rimborsi all’anno mentre Caio solo 500 euro.

Questa è la trasparenza vera. Quella sostanziale. Non basta parlare di trasparenza per assolverla. Bisogna praticarla con i dati più dettagliati possibile.

Comunque rimane il dato di fatto che invece di pubblicare il Rendiconto del 2014, che ha una serie di voci abbastanza chiare, in nome della trasparenza si è pubblicato un Bilancio, redatto in forma abbreviata conforme a una direttiva CEE che il CNSAS non deve applicare, in cui si dice il meno di nulla e si continua a non capire come il CNSAS spende i soldi. Questo è l’attuale concetto di trasparenza del CNSAS.

Considerazioni sui bilanci dei CNSAS regionali/provinciali
Per ora abbiamo parlato solo del CNSAS Centrale; ma gli altri Servizi regionali e provinciali che rendiconti/bilanci hanno? Baldracco nella sua lettera parla di “una cifra mediata sullo storico dei bilanci/rendicontazioni” che ha generato un valore di 14,9 milioni di euro su base annuale. Se togliamo i quasi 4 milioni di euro degli stanziamenti statali del CNSAS centrale si deduce che i servizi regionali e provinciali incassano almeno altri 11 milioni di euro.

Ma di questi soldi, della loro ripartizione e di come vengono spesi, si brancola veramente nel buio. Trasparenza zero.

Ai servizi regionali e provinciali i finanziamenti arrivano principalmente in due maniere:

  1. Contributi diretti dalla Regione o Provincia.
  2. Corrispettivi da parte della ASL o dei 118 Regionali per i servizi del personale impiegato nell’elisoccorso.

Ci saremmo aspettati di trovare una tabellina con le 20 regioni italiane e a fianco di ciascuna le due colonne. Una con gli importi dei contributi 1) e una con quelli 2). A questi importi si dovrebbero aggiungere i contributi più diversi: donazioni, corrispettivi per servizi resi, vendita di gadget e spille, ecc.

Niente di niente. Eppure questa è la trasparenza evocata dal presidente Baldracco. Siccome Baldracco non ha steso la tabellina, proviamo a farlo noi.

Modellino di auto del Soccorso Alpino
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Cominciamo prendendo a esempio la Lombardia.

Dal rendiconto CNSAS del 2014 veniamo a sapere che c’è un rendiconto extracontabile che riguarda il Servizio regionale CNSAS Lombardia e l’AREU Lombardia. L’AREU Lombardia è un’Azienda Sanitaria che dal 2008 ha il compito di promuovere l’evoluzione del sistema di emergenza e urgenza sanitaria territoriale.

Dal Bilancio dell’AREU 2014 (Documento 4) sappiamo che il CNSAS Lombardia ha preso dall’AREU Lombardia 3.600.000,00 euro ( vedi pagg. 2, 193 e 300).

Perché nel rendiconto del CNSAS nazionale ne sono rendicontati solo 1.017.134,06 (vedi terzultima pagina del Documento 2)? Di cui ben 720.471,81 euro sono i soldi andati ai tecnici di elisoccorso per le turnazioni che hanno effettuato.

La vicenda della Lombardia è singolare. Basta pensare che fino a poco tempo fa c’era una società, una SRL, che in nome del Soccorso Alpino faceva contratti con l’AREU e quindi incassava i corrispettivi contrattuali. Poi qualcuno ha pensato che non era una cosa che andava bene. Ma siccome il Servizio regionale lombardo del CNSAS non può prendere direttamente i contributi dall’AREU per un servizio di fatto contrattuale, il contratto lo fa il CNSAS Nazionale, che incassa il danaro per rigirarlo a quello lombardo. Non a caso la Guardia di Finanza sta indagando da tempo su queste vicende.

Ricapitoliamo: in Lombardia l’ASL dà al CNSAS 3.600.000 euro. La Regione dà un suo contributo diretto per attrezzature e altro di 1.200.000 euro. Ci sono poi altre entrate minori. In tutto parliamo di quasi cinque milioni di euro.

E in tutte le altre regioni italiane cosa succede?

L’unica regione che non dà finanziamenti al Servizio regionale del CNSAS è la Calabria.

Cane da macerie
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Tutte le altre versano cifre variabili. Alcune regioni sono veramente trasparenti, come il Piemonte che non ha problemi a pubblicare (Documento 5) che il finanziamento regionale è di 550.000,00 euro l’anno. Ci sono anche servizi regionali del CNSAS particolarmente fortunati, come quello del Veneto che oltre a incassare contributi annui tra i 400.000 e i 650.000 euro ha avuto la fortuna di avere, nel 2015, altri 200.000 euro per acquistare la sede di proprietà.

Insomma i canali di finanziamento sono tanti. Anche i prenditori (tranne i soccorritori calabresi) sono tanti.

Chi rendiconta il flusso di tutti questi soldi? Certamente non la trasparenza mostrata da Baldracco. Per non parlare dei servizi regionali che, sui loro siti, non accennano minimamente al bilancio e ai soldi che entrano.

Poi, una volta entrati i soldi, si spendono. E qui sarebbe veramente utile capire come si spendono. A chi vanno? Quale è l’entità dei rimborsi spesa? Se è normale considerare rimborsi spesa cifre di 300 euro giornaliere come diaria, perché alcuni hanno decine di rimborsi spesa e altri nulla? Chi sono i volontari rimborsati e chi i volontari veramente gratuiti?

Conclusione
Nella tabella che segue (Documento 6) sono riportati i dati che si possono desumere da atti pubblici, bilanci, e notizie di stampa. Il lavoro di raccolta dati, possiamo garantirvi, è stato estremamente difficile. Abbiamo dunque una visione parziale, perciò la tabella qui proposta non pretende di essere la verità finale ma solo uno strumento per avere, prima o poi, una lucida visione dei conti. Quindi una tabella cui non dovremmo provvedere noi ma che dovrebbe essere stilata dallo stesso CNSAS. Nell’ottica di questa verità necessariamente approssimata abbiamo inserito, in mancanza sporadica di dati relativi al 2014, alcuni dati pertinenti al 2013 o 2015.

TabellaContiCNSAS-definitiva

Come si può vedere, molte caselle, anche di regioni importanti, sono purtroppo vuote. Per esse non esiste alcuna pubblicazione reperibile pubblicamente. E’ vero che avremmo potuto riempirle con dati ufficiosi in nostro possesso o reperibili per vie traverse, ma non lo abbiamo fatto.

Da notare anche che talune Regioni (la Lombardia, per esempio) danno in più un loro contributo diretto per attrezzature e altro. Ci sono poi altre entrate minori. Che non abbiamo introdotto in tabella.

Con i dati a nostra disposizione (ma per varie ragioni non pubblicabili) utili a integrare la presente e incompleta tabella possiamo tranquillamente affermare che i ricavi totali del CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) raggiungano quell’importo di 22 milioni di cui in altro post di questo Gognablog si parlava e che lo stesso Baldracco cita.

In nome della trasparenza, questa tabella dovrebbe essere integrata (e, dove necessario, corretta) dallo stesso CNSAS Nazionale, con il livello di dettaglio maggiore possibile.

Alla fine, ci sono tre semplici domande:

1) Quanti soldi prende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

2) Quanti soldi spende tutto il CNSAS (nazionale, regionale e provinciale) a qualsiasi titolo ogni anno?

3) Come vengono distribuiti i soldi spesi?

Quando il CNSAS risponderà a queste domande con conti chiari e dati da cui si evincano i finanziatori e i prenditori, allora potremo iniziare a parlare di trasparenza.

Aggiungiamo che pure il CAI, e non solo qualche socio o privato cittadino, dovrebbe esigere che a queste domande vengano date risposte esaurienti.

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Le grane del Soccorso alpino lombardo

2008. Riccardo Riva è capostazione del Soccorso di Mandello. Giacomo Arrigoni è capostazione di Lecco. Decidono di unire le due stazioni di Mandello e di Lecco e dar vita a un’unica Stazione delle Grigne, dietro presa di posizione del Consiglio di Zona della Delegazione Lariana. Il compianto Daniele Chiappa era stato il promotore di questa operazione, da anni, e riuscì a vederla, poco prima di morire (30 agosto 2008).

Daniele Chiappa aveva posto le basi per una migliore definizione di procedure e tecniche, in accordo con il Sistema Sanitario di Regione Lombardia.

Arrigoni diventa capo-stazione delle Grigne, Riva è il vice.

Giacomo Arrigoni
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Vogliono fare per migliorare. Sanno che la loro Stazione Grigne è la parte forte della XIX Delegazione Lariana, guidata da Gianattilio Gianni Beltrami (lo farà per 23 anni), quella che fa più interventi in un anno. Quindi vogliono premere perché la Delegazione Lariana abbia più peso nel Consiglio del Soccorso lombardo. E vogliono fare in modo di ottenere una migliore gestione del finanziamento pubblico.

Se la Regione Lombardia decide di rifare tutte le giacche dei soccorritori, non è che un presidente regionale o un delegato possono decidere che Montura è la marca giusta. E’ una decisione che deve essere presa più collegialmente con il coinvolgimento dei volontari.

Se la regione Lombardia stanzia 100 e a ottobre si è speso 80, non si deve correre a spendere gli altri 20.

Non si può dire a un fornitore: ho 100 disponibili, fammi un preventivo. Bisogna invece prendere un consulente, che dirà che quel lavoro vale 60, e a quel punto si fanno fare tre preventivi da tre fornitori diversi.

Basta gestione verticistica. E’ vero che ai volontari poco importa, ricevono la giacca a vento e sono contenti così. Ma una tale gestione non può funzionare a lungo. Infatti l’ambiente è diventato facile “preda” delle guide alpine, gli elisoccorritori per eccellenza. Non è stata data ai volontari l’opportunità di diventare tali. Fior di alpinisti preparati sono stati messi in un angolo. Per citarne uno, Enrico Lanfranconi, dopo 30 anni di servizio, si è visto escluso dalla possibilità di fare un corso. C’erano molti ammessi ai corsi, che però poi venivano regolarmente dichiarati non idonei. Il cerchio così si è ristretto, con un notevole risultato per le guide: “se in quella giornata c’era il cliente, questi aveva la precedenza; in mancanza del cliente, si pareggiava con l’elisoccorso”. Il gruppo operativo si è ridotto a sole guide alpine, un cerchio ristretto in cui prendere ogni decisione.

E non stiamo parlando solo della XIX Delegazione Lariana: il problema è comune alle altre delegazioni operative del CNSAS lombardo: V Bresciana, VI Orobica, VII Valtellina – Valchiavenna, XIX Lariana, IX Speleologica.

La sede regionale lombarda del CNSAS è a Pescate, quindi è molto comodo per il presidente Barbisotti e per Beltrami prendere assieme decisioni. Decisioni che venivano poi ufficializzate, ma la procedura non era adeguata a una corretta gestione di danaro pubblico.

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La Delegazione Lariana, quando a capo c’era ancora Daniele Chiappa, aveva costituito la Società Soccorso Lombardia Service S.r.l., un’entità privata collegata: serviva per far transitare i soldi della Regione e pagare gli elisoccorritori. Il problema infatti era la regolarizzazione di questi pagamenti. Essendo richiesta la loro presenza e disponibilità giornaliera era evidente che non potevano farlo per puro volontariato e quindi senza essere pagati nel rispetto della legge vigente. E allora si doveva trovare una formula che consentisse questo pagamento in modo più regolare.

All’inizio non giravano tanti soldi, l’elisoccorso era fatto ancora da una maggior parte di volontari non pagati.
Poi le cose sono cambiate nettamente, e la gestione è mutata, creando parecchi malumori. Si parlava apertamente della mancanza di pezze giustificative e di gestione “allegra”. E’ chiaro che ad alcuni la soluzione piaceva sempre meno.

Beltrami ricorda: “La S.r.l. pagava anche gli istruttori “impegnati in un ciclo di addestramento continuo per tenere aggiornati i tecnici ma anche il personale sanitario del 118 presente sull’elisoccorso. Anche quest’altra attività, molto qualificata, non poteva a sua volta essere svolta a livello di volontariato”.

Ma, agli occhi di molti volontari, non reggeva che Gianni Beltrami, delegato della Delegazione Lariana e volontario della Stazione Grigne potesse essere pienamente sodale con l’amministrazione della Soccorso Lombardia Service S.r.l. Il conflitto d’interesse era evidente, perciò è continuamente attaccato.

L’atmosfera si fa incandescente. Nell’ottobre 2010, durante la giornata di formazione avvenuta al Resegone, un istruttore si accorge che una delle due corde alla quale sono appesi tre volontari è fortemente rovinata, in gergo addolorata. Scoppia un vero e proprio caso, sono chieste giustificazioni in merito e nel frattempo la corda “incriminata” sparisce. Ed è così che 29 uomini del Soccorso Alpino decidono di depositare un esposto in magistratura per furto e sabotaggio. Tra di essi non c’è Beltrami. A quel tempo il responsabile tecnico della Stazione Grigne è Fabio Lenti. Questi viene coperto e sostituito da Giambattista Gianola.

All’inizio del 2011, dopo molti anni di appartenenza alla Stazione delle Grigne, forse proprio per non rispondere a domande cui non può dare risposte, Beltrami decide di trasferirsi nella Stazione della Valsassina.

Tra l’altro, subito dopo il fattaccio delle dimissioni (che vedremo tra poco), torna alla Stazione Grigne e, con la proposta di Giuseppe Rocchi attuale capostazione, le cambia il nome in Stazione di Lecco.

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Lenti era anche responsabile tecnico del CNSAS lombardo, quindi responsabile dei corsi di formazione dei volontari (Corsi di TSA, tecnico soccorso alpino). La sensazione è che a questi corsi si accettavano solo alcuni. E le location erano sempre dove per alcune persone era più conveniente farli. I volontari, magari con un’anzianità di 30 anni, erano esacerbati.

Ma è anche vero che le guide alpine non sono sufficienti, da sole, al fabbisogno di certi weekend o della stagione estiva. I volontari sono dunque ancora necessari.

Ecco dunque il perché otto volontari della Stazione Grigne il 4 marzo 2012 consegnano lettera di dimissioni a Giacomo Arrigoni, presidente della suddetta stazione. Si tratta di Riccardo Riva, Christian Meretto, Valerio Corti, Marco Madama, Vasco Lanfranconi, Giulio Rompani, Mario Barelli e Marco Clozza.

Questi, nella lettera di dimissioni, evidenziano tra le altre cose: “il perdurare di continue prevaricazioni su regole statutarie e su leggi sul volontariato e nuove convenzioni da parte della ‘catena di comando’. Si fanno i nomi di Piergiorgio Baldracco (presidente nazionale), Danilo Barbisotti (responsabile regionale) e Gianni Beltrami. Costoro hanno innescato una vera e propria bomba destinata a scoperchiare il più classico dei vasi di Pandora.

Beltrami dichiara (Lecconotizie.com, 10 marzo 2012): “Sono due anni che ne stiamo discutendo. Gli otto dimissionari hanno una loro visione e una determinata teoria che è diversa da quella che hanno i 250 uomini della delegazione Lariana e i 1100 a livello regionale. Non avendo trovato seguito alle loro aspettative, che sono in netto contrasto con tutto il resto dell’associazione, gli otto volontari in questione hanno deciso di dimettersi e le loro dimissioni sono state accettate. Da parte degli organi istituzionali e dei vari consigli di delegazione nazionali e regionali c’è piena compattezza e riteniamo che quello che i dimissionari sostengono non corrisponda a verità. Dispiace sempre quando si perdono delle persone, ma è altrettanto vero che se non si riesce a trovare sintonia forse è meglio salutarsi”. Poi Beltrami getta acqua sul fuoco: “Quello che è accaduto non è nulla di eclatante. Ci sono già stati dei precedenti, quindi non ne farei un dramma”.

Ma l’acqua sul fuoco si rivela essere altra benzina. I dimissionari contestano che le loro dimissioni ‘siano state accettate‘, sostenendo che in realtà la Stazione delle Grigne ha respinto con una votazione le dimissioni (che poi si sono rivelate irrevocabili).

Emerge pure che, alcuni giorni prima delle dimissioni, ai Volontari della stazione delle Grigne sia pervenuta un’altra lettera di dimissioni, quella del vice di Beltrami (Alessandro Spada, ndr), giunta dopo l’ennesima critica di alcuni che, come riporta la missiva, gli contestavano ‘di non aver fatto nulla per far rispettare statuto e regole dell’associazione, programma di delegazione compreso‘. I volontari dimissionari commentano: “Se per Beltrami, come ha sempre dichiarato ‘quello che è successo non è nulla di eclatante‘, allora a fronte di più raccomandate e messaggi di posta elettronica certificata inviate a tutti gli organi istituzionali interni, sarebbero dovute pervenire altrettante risposte”.

Gianni Beltrami
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Alessandro Spada dichiara a Lecconotizie.com (13 marzo 2012): “E’ vero, ho presentato le mie dimissioni circa tre settimane fa. Poi il Consiglio di zona (Delegato, Vice-delegati e i sette capostazione, ndr) le ha rifiutate confermandomi e rinnovandomi piena fiducia”.

Pochi giorni dopo, altro colpo di scena all’interno della XIX Delegazione del Soccorso Alpino: Giacomo Arrigoni, capo della Stazione Grigne di Lecco, rassegna in modo irrevocabile le dimissioni dal suo incarico.

Due o tre mesi dopo le dimissioni, Riva, Clozza e altri sono chiamati negli uffici della Finanza. I verbali sono depositati dal giudice.

La Guardia di Finanza fa visita alla sede del Soccorso Alpino di Pescate, dove preleva, assieme ad alcuni faldoni, anche dei pc. Due le ipotesi che si fanno sul motivo per cui le Fiamme Gialle si sono mosse: o è stato depositato un esposto in Procura oppure è arrivata direttamente alla Finanza una denuncia, ma l’ipotesi più accreditata sembra essere la prima.

Non è stata una sorpresa il blitz della Finanza, ce lo aspettavamo – commenta senza scomporsi il responsabile della IXX Delegazione Lariana Gianni Beltrami – a seguito delle polemiche che ci sono state davamo per scontato che sarebbero potute arrivare visite di questo tipo, quindi la cosa non ci ha sorpreso e non ci sono problemi di alcun tipo perché è tutto regolare”.

E’ ovvio che si sospetta che sia stato proprio qualcuno degli otto dimissionari a far scattare il blitz. Ma tutti questi smentiscono seccamente. Beltrami: “Non sappiamo ancora nulla su chi possa aver compiuto un’azione simile, ma è evidente che ci sono alcune persone che non vogliono bene al Soccorso…”.

Appare in ogni caso ovvio che a distanza di qualche mese dai bisticci interni la Finanza accenda i riflettori sul CNSAS lombardo, presieduto da Danilo Barbisotti, e sulla Soccorso Lombardia Service S.r.l., di cui amministratore unico è ancora lo stesso Barbisotti.

Barbisotti e tutti i Delegati lombardi del periodo 2008-2010 sono raggiunti da avviso di garanzia. Lecconotizie.com del 1 agosto 2012 ne dà regolare informazione, informando l’opinione pubblica anche delle dimissioni di massa di quasi cinque mesi prima.

Nello stesso momento giunge notizia che la S.r.l. è stata messa in liquidazione. “Sia ben chiaro – precisa Beltrami – che questa decisione è stata presa prima dei controlli della Finanza nella sede di Pescate del CNSAS. Infatti, il suo smantellamento è stato deciso in seguito a uno studio che abbiamo commissionato all’Associazione Biagi, la quale ci ha informati che, essendo quella dell’elisoccorritore una mansione talmente particolare e specializzata, costante, programmata e non saltuaria, può essere pagata direttamente dal Soccorso. E così, siccome mantenere una S.r.l. ha dei costi elevati, abbiamo deciso di chiudere la società”.

Ad agosto 2012 inizia la lunga attesa dei risultati delle indagini delle Fiamme Gialle, mentre il presidente lombardo Barbisotti in una nota stampa fa sapere: “Il Soccorso alpino lombardo ha sempre presentato i bilanci all’assessorato alla Sanità della Regione, che li ha sempre approvati. Ogni singola voce è stata documentata, come avrà modo di verificare la Guardia di Finanza. Le fatture emesse dalla S.r.l. sono il mero costo dell’attività di elisoccorso e della attività dei formatori. La società non ha mai distribuito utili, i membri del Cda non hanno mai ricevuto un emolumento, né un rimborso spese e i bilanci sono sempre stati a disposizione dei soci”.

Danilo Barbisotti (a sinistra) e Alessandro Spada
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La nota continua: “Tutte le figure professionali sono state “pagate” in esecuzione di contratti o lettere di incarico per mansioni realmente svolte. Un’attività di controllo è sempre stata svolta prima di ogni pagamento. Tutti gli obblighi contributivi e assicurativi sono stati assolti e le imposte versate. Il presidente Danilo Barbisotti ha sempre fornito il suo tempo all’organizzazione gratuitamente sacrificando famiglia e lavoro. Esser presidente di una associazione di circa 1000 volontari, che effettua più di 1000 interventi all’anno, non è facile, come pure riuscire a ricoprire questo incarico solo con il proprio tempo libero, non potendolo destinare a svaghi o altre attività”.

Due anni dopo, il 30 giugno 2014, a Barbisotti è comunicato dalla Guardia di Finanza il procedimento a suo carico come presidente della Soccorso Lombardia Service S.r.l., in liquidazione. Girano voci su alcuni particolari delle voci di spesa, famosa quella sui treni di gomme delle auto del soccorso, rinnovati assieme ai treni di altre auto.

Marco Arrigoni, guida alpina e fratello di Giacomo, era assunto dalla delegazione regionale lombarda del CNSAS. Con l’intervento della Finanza, egli ha dovuto dare le dimissioni da volontario per poter tenere il lavoro.

Sembra anche che la fase istruttoria sia già arrivata a 1500 pagine. Nessun comunicato ufficiale è stato mai diramato, nonostante la decisione (verbalizzata) di Consiglio, per informare degli avvisi di garanzia a Barbisotti e ai cinque presidenti di Delegazione. Nessuna spiegazione dei compensi ai volontari sulle piste di sci, nessuna delucidazione sui fidi bancari fino a 250.000 euro.

Dopo 23 anni Gianni Beltrami ha lasciato la XIX  Delegazione Lariana e al suo posto è entrato Antonio Fumagalli, già capostazione del Triangolo Lariano. Il vice delegato è Salvatore Zangari, che succede ad Alessandro Spada, ora vice presidente regionale, che in precedenza aveva ricoperto il ruolo di capostazione per Dongo.
La XIX Delegazione Lariana è ancora parecchio inquieta. Attualmente è costituita dalle stazioni di Dongo (Giorgio Airaldi), Lecco (Giuseppe Rocchi), Lario Occidentale-Ceresio (Lorenzo Peschiera), Pavia oltrepo (Claudio Garlaschelli), Triangolo Lariano (Alberto Redaelli), Valsassina-Valvarrone (Fabio Paruzzi) e Varese (Antonio Bucciol).

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Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo

Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo?

Il 6 novembre 2015, con l’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/11/06/abruzzo-soccorso-alpino-a-pagamento-ed-rc-obbligatoria/, davamo notizia di una proposta di legge regionale abruzzese che prevede, come già in altre regioni, il soccorso alpino a pagamento e la RC obbligatoria per gli alpinisti e scialpinisti.

L’articolo ha destato un grosso interesse, vista la mPateria assai scottante. Lo dimostrano i 56 commenti che ha prodotto (senza contare alcuni che sono stati cancellati per contenuti troppo sanguigni e offensivi): c’è da osservare però che, accanto a considerazioni costruttive, ci si è spesso contorti in più o meno validi attacchi, in più o meno giustificate difese, più personali che altro.
E’ interessante indagare un poco sulla genesi di questa idea.

Paolo De Luca
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Il maestro di sci Paolo De Luca racconta: “A marzo 2015, una domenica mi sono permesso di telefonare a casa del Consigliere Regionale Luciano Monticelli. Io non conoscevo Monticelli, che è stato Sindaco del Comune di Pineto (TE) per due mandati; lo vedevo in Tv e lo leggevo sui giornali. Mi sono presentato e gli ho detto che avevo a cuore questo argomento. Lui ha capito al volo l’importanza di cosa gli stavo proponendo tanto da fissare un appuntamento presso il suo ufficio in Regione all’Aquila. Io sono subito andato da lui e la mia proposta è stata presa seriamente in considerazione da subito. Ad aprile e maggio 2015 abbiamo fatto due riunioni al palazzo dell’Emiciclo. Come risultato la regione Abruzzo ha ritenuto opportuno modificare l’art. 99 della Legge Regione Abruzzo 8 marzo 2005 n. 24, permettendo, nello specifico ambito invernale (sci fuori pista), la libera frequentazione della montagna in ogni condizione, ponendo però obbligatoria, si badi bene, la dotazione individuale per l’autosoccorso (ARTVA, pala e sonda). In questo lavoro sono stato da subito appoggiato dal collega Loreto Bartolomei e successivamente anche dalla Guida Alpina Giampiero Di Federico. E a breve verrà promulgata la legge sul soccorso alpino a pagamento”

Paolo De Luca è anche autore della pubblicazione Incidenti in montagna e soccorso a pagamento.

Su Mountlive.com, con pubblicazione del 16 ottobre 2015, il presidente regionale del CNSAS, Giulio Giampietro ha esposto la posizione ufficiale del CNSAS Abruzzo. In sintesi “No al soccorso a pagamento in Abruzzo… Alla luce di una analisi attenta della situazione regionale e dei dati statistici ad essa connessi, il CNSAS Abruzzo ritiene che sia più opportuno incentivare un’opera di sensibilizzazione alla sicurezza in montagna, piuttosto che procedere alla stesura frettolosa di una normativa che, benché valida per alcune realtà regionali, sia del tutto estranea alla realtà abruzzese”.

Giampietro sostiene che occorre considerare “le cause che determinano l’incidente e la conseguente richiesta di soccorso, sul diritto civile, ma anche morale di essere soccorsi. Un esempio? Ai familiari di un ipotetico sventurato, deceduto in montagna per propria incompetenza, imperizia, incoscienza, inadeguatezza dell’attrezzatura utilizzata o, peggio, perché vittima di reale fatalità, verrà comunque recapitata una fattura per il recupero della salma?”.

Loreto Bartolomei
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Ad attizzare vieppiù la polemica, ecco la notizia che il 6 novembre 2015 è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte il testo della deliberazione sull’aggiornamento delle tariffe per l’utilizzo dell’elisoccorso e/o delle squadre a terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese in zone impervie.
Gli interventi dell’elisoccorso del 118 e delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino non saranno più gratuiti per tutti ma prevedranno, a partire dal 1 gennaio 2016, una compartecipazione delle spese da parte della persona soccorsa in caso di «intervento immotivato, inappropriato, o generato da comportamento imprudente».
Come prosegue il testo firmato dagli Assessori Antonio Saitta e Alberto Valmaggia, le operazioni di soccorso saranno addebitate interamente «per le chiamate totalmente immotivate» e «per le chiamate immotivate che generano l’attivazione di ricerca di persone disperse a causa di un comportamento non responsabile».
In un caso, invece, i costi delle operazioni vengono addebitati in parte (fino a un massimo di 1000 €) all’individuo soccorso se causati «da utilizzo di dotazione tecnica non adeguata rispetto a qualsiasi attività ludico ricreativa e sportiva intrapresa, ovvero dalla scelta di percorsi, o gradi di difficoltà non adeguati al livello di capacità, o dal mancato rispetto di indicazioni di percorso, divieti o limitazioni».
Naturalmente la compartecipazione ai costi del soccorso non si applica in caso di interventi giustificati da motivazioni sanitarie ovvero quando il paziente viene ricoverato in ospedale o in Osservazione Breve Intensiva.
L’aggiornamento delle tariffe relative alle operazioni di elisoccorso prevedono
– un diritto fisso di chiamata di 120 €
– un costo al minuto di volo di 120 €
Relativamente all’attivazione delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, le tariffe prevedono
– un diritto fisso di chiamata per ciascuna squadra di 120 €
– un costo per ogni ora aggiuntiva, oltre la prima, di operazione per ogni squadra di 50 €
Il Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese sottolinea che non percepirà alcun rimborso proveniente da tali compartecipazioni, anche se le operazioni saranno svolte interamente dal proprio personale, poiché la sua attività è già supportata dalla Regione Piemonte ai sensi della legge regionale 67/1980.

Il presidente del SASP (Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese), Aldo Galliano, commenta che «la delibera introdotta dagli Assessori Saitta e Valmaggia ha, dal punto di vista della nostra organizzazione, un elevato valore etico poiché pone maggiori responsabilità su coloro che si avventurano su terreno impervio senza la dovuta preparazione oppure attivano la complessa macchina dei soccorsi in maniera immotivata. Riteniamo corretto che certi interventi, sempre assai costosi, non siano a carico della collettività bensì vedano una compartecipazione economica da parte di coloro che vengono soccorsi”.

L’idea di De Luca e Bartolomei è ulteriormente discussa il 20 ottobre 2015 nel palazzo dell’Emiciclo all’Aquila, sede del Consiglio Regionale della Regione Abruzzo. Sono presenti ai lavori i consiglieri Pierpaolo Pietrucci e Luciano Monticelli. Oltre a Paolo De Luca in rappresentanza del Collegio Regionale Maestri di Sci Abruzzo, ci sono i rappresentanti di CNSAS Abruzzo, SAGF (Soccorso Alpino Guardia di Finanza), SAF (Vigili del Fuoco), Polizia di Stato, CAI Abruzzo, ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili, ???), 118 Abruzzo e Collegio Regionale Guide Alpine Abruzzo.

20 ottobre 2015, palazzo dell’Emiciclo all’Aquila. Al centro, da sinistra: Pierpaolo Pietrucci, Luciano Monticelli e Paolo De Luca
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In questa riunione devono essere stati discussi altri temi, oltre al pagamento del soccorso e all’obbligatorietà di un’assicurazione RC. Infatti, in seguito, Loreto Bartolomei scrive: “In Abruzzo ci sarà prossimamente una legge ancora più completa delle altre regioni. Ci sarà l’obbligo di una polizza assicurativa RC per chi intende fare lo sport dell’arrampicare, usando attrezzature per farlo tipo: corde, chiodi, ramponi, scalette, ecc, come pure chi vuole sciare fuoripista. Una polizza valida anche per i danni che con quelle attività il praticante può arrecare a se stesso.
Chi ne è sprovvisto sarà sanzionato, ma non chi ama passeggiare sui sentieri delle nostre montagne.
E, sopra un certo grado di difficoltà, sarà fatto obbligo dell’accompagnamento di una guida alpina. Saranno indetti dei corsi per una prima preparazione alla frequentazione della montagna in sicurezza, per sé e verso gli altri, con esame finale di idoneità, con sensibilizzazione anche nelle scuole per i giovani studenti… Ricordo a tal proposito che in Abruzzo chi vuole recarsi a cercare funghi deve aver frequentato un corso per conoscerli e poterli raccogliere.
Infine saranno utilizzati reparti dei Vigili del Fuoco per l’elisoccorso, in quanto hanno più volte dichiarato la loro disponibilità a farlo e a terra le squadre del Soccorso Alpino delle varie forze di Polizia, Forestale e Carabinieri (
Il CNSAS non è citato, NdR). Si sta per avverare un sogno, quello di vedere meno elicotteri sorvolare le nostre montagne per il recupero di infortunati e/o di “gitanti fuoriporta”, ma soprattutto meno sperpero di denaro pubblico…”.

Queste affermazioni suscitano un grande vespaio. L’opinione degli appassionati sul soccorso a parziale o totale pagamento è assai divisa, ma in ogni caso se ne può parlare. Anche sull’assicurazione si può discutere, almeno sulla RC (assolutamente meno chiara è la questione su una specie di “casco” individuale).
Siamo invece al limite dell’assurdo quando si accenna agli esamini di idoneità per non parlare della pratica dell’alpinismo con guida alpina obbligatoria.

Daniele Caielli osserva per primo che non si capisce in base a quali leggi nel campo delle attività ludico-sportive-escursioniste queste misure possano essere adottate. Aggiunge: “Quindi per ora sarà in vigore la massima arbitrarietà, terreno propizio a una valanga di ricorsi giuridici. Attenti quindi voi trail runner che andate in montagna con le scarpe basse…”.

Giovanni Busato aggiunge che “se da un lato occorre preservare il libero arbitrio soprattutto in montagna, dall’altra l’imporre per legge un comportamento comporta creare false aspettative o false sicurezze…
La polemica sull’Artva, obbligatorio o meno, è illuminante quando si scopre che una bella fetta di chi lo indossa in realtà non sa come usarlo, o non legge i bollettini valanghe… La stipula di una assicurazione deve essere una libera scelta soprattutto consapevole, frutto di un percorso culturale: altrimenti rimane solamente un fatto formale anzi, magari una scusa per sottovalutare i rischi…, “tanto ho l’ARTVA e, comunque, sono assicurato!!!!!!!!”.

Daniele Piccini afferma che, in questo moderno medioevo della montagna, i pubblici amministratori vorrebbero risolvere il problema delle proprie responsabilità cogliendo una proposta a dir poco approssimativa per varare una legge che fa soltanto comodo ad alcuni: “Il fatto della sicurezza sembra l’ultima preoccupazione del legislatore anche se viene riportata come primaria. Le tesi a sostegno sia del pagamento del soccorso che dell’obbligo (su certi terreni) di ingaggiare una guida alpina o magari un accompagnatore di media montagna portando ad esempio casi limite riscontrabili in qualsiasi attività (chi va a 200 km all’ora con la moto e si schianta deve pagare il soccorso?) sono irricevibili. A chi sostiene che solo a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato e Vigili del Fuoco si debba assegnare il compito del soccorso in montagna, pur nel rispetto dello loro professionalità, voglio ricordare che per tale compito sono formati e giustamente pagati dalla comunità. Non vedo citato in Soccorso Alpino e Speleologico ugualmente professionale ma formato da volontari”.

Fulvio Turvani
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Molto attivo è Fulvio Turvani che in più interventi argomenta: “Sono contrario prima di tutto come soccorritore.
La prima conseguenza di queste leggi è mettere in difficoltà noi. Succederà, succede, che qualcuno per timore di dover pagare tarderà a chiamare i soccorsi. Un soccorso banale alle 15, diventa critico a fine giornata. Il recupero di qualcuno perso su un prato o una cresta, è più facile dello stesso qualcuno che dopo aver provato a scendere, senza sapere dove, si è infilato in un canale o perso nel bosco. Prima o poi qualcuno per non aver chiamato, perché si è perso sano e aveva paura di pagare, lo ritroveremo morto.
Sempre da soccorritore mi chiedo perché chi va in montagna deve pagare, e tutti gli altri no. Gli automobilisti indisciplinati, i fungaioli imprudenti, il ciclista distratto e quello che da 15 anni si rifiuta di ascoltare i consigli del medico…
Perché chi decide di passare la domenica in montagna e sbaglia sì, e chi decide invece di passarla in autostrada e sbaglia no?
… Per un intervento in Grigna, ne faccio 20 su strada. Ma nessuno dice di far pagare l’elicottero a chi correva troppo in auto, a chi non rispetta le distanze di sicurezza, a chi non si assicura di avere le luci dell’auto a posto prima di mettersi per strada.
Ma guai se due ragazzi son saliti in Rosalba con i jeans.
… Solitamente la giustificazione è che gli alpinisti “vanno a cercarsela”… Dicono che i soccorsi costano. Ma sono sicuro che se andiamo a vedere i bilanci delle regioni, o anche solo quelli nel mio caso dell’elisoccorso, si scoprirebbe che i costi per gli interventi che riguardano gli alpinisti sono una frazione di un costo decisamente superiore. Se poi allarghiamo l’orizzonte e guardiamo il costo sociale, ci si rende conto che l’alpinista sprovveduto/diseducato/incosciente, ha un costo sociale ben inferiore a quello del generico cittadino sprovveduto/diseducato/incosciente.
Quindi la domanda torna ad essere “perché gli alpinisti si e tutto il resto dell’umanità no?”.
… In ogni caso chi fa queste proposte si assume la responsabilità di uccidere uno degli ultimi spazi di libertà individuale, di solidarietà tra persone con idee diverse ma consapevoli di dividere un sentimento, chiamiamolo passione, comune.
Ribadisco ancora una volta che son certo che l’aspetto economico vero sia marginale. Per quanto un intervento in montagna sia singolarmente più complicato e costoso di uno in autostrada (ma mica sempre… quanto costa alla comunità la chiusura di un’autostrada per una o due ore?)
”.

In vetta al Gran Sasso d’Italia 2912 m: non proprio in infradito, ma quasi
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Loreto Bartolomei
 cerca di riassumere la situazione, almeno dal suo punto di vista: “Chi frequenta la montagna camminando sui sentieri segnati nulla deve pagare se per caso subisce un incidente: se però andando in ospedale il codice sarà verde, e quindi non viene ricoverato, non subisce medicazioni e torna a casa, oppure addirittura nel caso che il “soccorso” venga portato a valle alla propria autovettura, in questi casi il “furbo” paga il soccorso per intero. Se invece è soccorso un alpinista, dotato dell’attrezzatura necessaria e se l’infortunio avviene per fatalità, insomma quando non poteva onestamente essere previsto: se il “soccorso” è ferito e al pronto soccorso viene medicato, ha dei giorni di ricovero o di convalescenza, nulla deve per il servizio. Se invece l’evacuato viene sorpreso con attrezzatura inadatta, o se andando in ospedale gli viene assegnato codice verde, e quindi non viene medicato, ricoverato, allora deve pagare per intero il soccorso…

L’accompagnamento da parte della guida alpina sarà obbligatorio a partire da un certo grado di difficoltà dell’arrampicata, questo sarà stabilito dal collegio delle guide. Essendo le operazioni di soccorso effettuate da personale (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forestale, Vigili del Fuoco) con ruolo di Polizia Giudiziaria, saranno loro a certificare con un rapporto l’accaduto. Insomma, il tempo dei “furbetti” con infradito che una volta stanchi si fanno riaccompagnare in macchina a valle aggratis, e finito.

Le guide alpine Marcello Cominetti e Stefano Michelazzi intervengono anche più di una volta per ribadire non solo quanto sono contrari all’obbligo di accompagnamento di guida alpina ma anche quanto si augurano che i colleghi si esprimano al più presto al riguardo.

Alberto Benassi prova a concludere amareggiato: “Visto che le montagne non sono di proprietà dei vari Loreto di turno, ma sono di tutti; visto che la libertà di andare in montagna è sacra come è sacra la libertà di andarci in base al proprio stile e capacità. Se passerà questa legge dell’obbligo della guida e dell’obbligo del soccorso a pagamento solo per gli alpinisti, propongo una manifestazione di protesta da fare ad esempio a Prati di Tivo”.

Considerazioni
Paolo De Luca e Loreto Bartolomei hanno fatto per primi una proposta in regione Abruzzo per risolvere un problema decisamente scottante. Di questo dobbiamo dare loro atto, considerando per esempio che una delle prime conseguenze è stata l’abolizione dei divieti sul fuoripista.

Riteniamo però, come già asserito sopra, che mentre sia tutto discutibile e perfettibile, è da respingere qualunque tentativo di rendere obbligatorio un patentino e tanto meno l’accompagnamento di una guida alpina.

 

 

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La delusione di Luca Gardelli

La delusione di Luca Gardelli
Un servizio di altissimo valore non può rinunciare a un processo di miglioramento continuo sul piano etico
di Luca Gardelli

Gardelli-lucaErano i primi giorni di giugno di circa quindici anni fa quando con un amico stavo arrampicando sulla cresta sud del Piz Popena nel gruppo del Cristallo. Previsioni ottime, arrampicata piacevole, poi nel primo pomeriggio il tempo mutò rapidamente e a circa 300 metri dalla vetta si scatenò un temporale con fulmini e grandine di un’intensità inaudita.
Completamente vulnerabili sul filo della cresta rocciosa, allontanammo tutta l’attrezzatura metallica e fummo schiaffeggiati da pioggia, fulmini e grandine per oltre mezz’ora.
Al termine del temporale si concretizzò quindi la nostra esperienza con il Soccorso Alpino che, venuto a conoscenza della nostra difficile situazione, intervenne con l’elisoccorso e in hovering ci ricondusse a valle.

 

Monte Cristallo e Piz Popena dal ponte Rudavoi
Gardelli-1-cristallo-e-piz-popena-dal-ponte-rudavoi.jpg-w=595Da quel giorno iniziai a riflettere sul valore di questo servizio e maturai il desiderio di poter un giorno fornire il mio piccolo contributo ad alpinisti in difficoltà, o comunque frequentatori della montagna in genere. Mi sembrava del tutto naturale e necessario dedicare parte del mio tempo ed energie per aiutare altre persone che come me vivevano nella montagna uno spazio ricco di emozioni e che purtroppo a volte si trovavano nella necessità di essere aiutati come era accanto a me.

Una necessità che esprimeva, attraverso un’azione di volontariato, ciò che di più nobile può rappresentare per un alpinista abituato a vivere con intensità esperienze ed emozioni in montagna.

Iniziò quindi il mio percorso formativo nel Soccorso Alpino, con entusiasmo e serietà, e con la crescente consapevolezza che dedicare parte del proprio tempo in modo gratuito al prossimo, costituisce un indiscutibile arricchimento personale. Era il riconoscimento, in una società come quella attuale che spesso conduce in modo fuorviante a considerare l’individuo come elemento destinato alla ricerca egoistica del proprio interesse e piacere, che il desiderio di felicità cui siamo chiamati forse trova maggior realizzazione quando esso viene condiviso in maniera più estensiva possibile e soprattutto si esprime attraverso un donarsi gratuitamente.

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Con “delusione” viene definito un sentimento di amarezza che scaturisce dal constatare che la realtà non corrisponde alle aspettative; dal latino [delusio], che è dal verbo [deludere] prendersi gioco. L’etimologia ce la descrive come un’amara ironia: una chiave interessante con cui guardare quel sentimento di tristezza, sfumato di rabbia, che nasce quando vediamo disattese le nostre aspettative, quando la realtà non corrisponde a ciò che credevamo, o speravamo.

Gardelli-Soccorso_Alpino_logoNel tempo, la mia esperienza nel Soccorso Alpino, pur nel ricordo di tante cose positive, mi ha condotto a sperimentare direttamente, mio malgrado, questo sentimento.

Progressivamente, notando con sorpresa comportamenti anomali in un contesto di volontariato che dovrebbe manifestare come unico movente lo spirito di servizio per la collettività, mi sono spesso interrogato sul motivo per cui una massiccia dose di autoreferenzialità in alcuni componenti dell’associazione potesse coesistere con gli alti valori che questo servizio esprime. Sia ben chiaro: non credo nel modo più assoluto che esercitare il ruolo di volontario significhi farsi carico unicamente di fatiche e sacrifici. E’ legittimo ritenere che la soddisfazione debba costituire un elemento irrinunciabile, ma il modo attraverso il quale esso va ricercato ed espresso dovrebbe, a mio avviso, essere caratterizzato da estrema sobrietà e sensibilità.

In una qualche occasione, di fronte a episodi di manifesto protagonismo ed esibizionismo, ricordo di aver scritto a tutta la mia Stazione di appartenenza che “non esiste più grande soddisfazione per il proprio operato al di fuori di quella che si può coltivare nel proprio intimo la sera spegnendo la luce prima di addormentarsi, senza quindi cercare la luce dei riflettori”.

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Presi atto purtroppo che tale dicotomia era presente e neanche tanto circoscritta.

Ingenuamente credetti che un contesto operativo, in cui la necessità di migliorarsi trova il presupposto nella totale apertura al dialogo e confronto nel rispetto reciproco, potesse ospitare le mie riflessioni. Così non è stato e oggi il motivo per cui sono qui a testimoniare la mia esperienza va cercato nella sprezzante e aggressiva reazione a questo mio atteggiamento di trasparenza e serietà che credo nel tempo di aver rappresentato.

Di fronte a questa consapevolezza e alle difficoltà crescenti nell’appartenenza a una realtà che esprimeva forti contraddizioni e che credevo in questo senso fosse solo locale, più volte mi sono domandato se abbandonare il Soccorso Alpino. La scelta di rimanere era dettata da un obbligo morale legato alla necessità di testimoniare qualcosa di differente al comune sentire e che forse un giorno avrebbe trovato terreno fertile per dare origine a un cambiamento. Tutto ciò senza presunzione di verità nel merito ma sempre nel tormentato dubbio introspettivo, unicamente espresso su un piano di ragionevolezza e buon senso che alimentava semplicemente una richiesta di dialogo.

Gardelli-L'equipaggio%20AM%20tiene%20il%20Briefing%20pre-volo%20ai%20volontariL’epilogo della mia esperienza nel Soccorso Alpino è legato a una vicenda a cui, a distanza di mesi, ancora oggi mi trovo a riflettere con immutato stupore.

La questione ebbe origine banalmente da una richiesta di approfondimento che avanzai su una attività che la Stazione Monte Falco, cui appartenevo, si apprestava a svolgere.

Questa attività (pulizia di un muro), così come richiesto formalmente per iscritto dal Comune di Premilcuore, fu oggetto di una mia segnalazione per la verifica di conformità alle finalità indicate nello Statuto CNSAS.

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Prima dell’intervento del Presidente Nazionale con il quale egli chiese l’avvio del procedimento disciplinare nei miei confronti (il Presidente Baldracco mi accusò di essermi rifiutato di partecipare a un evento e di aver sporto denuncia all’AUSL!?), in ogni approfondimento da me richiesto a tutti i livelli del CNSAS o non mi furono fornite risposte, o queste furono espresse in modo poco chiaro (non si parlò di Statuto, né di “Protezione Civile”, né di “addestramento”), tanto più che il Capostazione comunicò la programmazione dell’evento senza allegare la consueta “notifica” di addestramento.

Successivamente alla mancanza di risposte ai miei quesiti, dopo settimane e nell’imminenza dell’evento già programmato, richiesi informalmente un parere all’AUSL.

Tale richiesta era conforme a questo percorso di approfondimento, così come lo fu la condotta degli Ispettori che telefonicamente avanzarono richieste di informazioni e fornirono suggerimenti, poi recepiti sia dal Sindaco che dal Capostazione.

L’evento fu così annullato in quanto ritenute fondate le perplessità dell’AUSL, che erano anche le mie.

In seguito, il Presidente Regionale SAER in occasione di un’assemblea di Stazione appositamente convocata, richiese la votazione della mia inidoneità attitudinale, che fu decretata da una nutrita maggioranza dei volontari.

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Questo processo nei miei confronti, perché ritenuto responsabile di aver richiesto dei chiarimenti, mi sembrò un po’ forte, quanto meno in una associazione in cui il confronto dovrebbe essere favorito anche come elemento a tutela della sicurezza reciproca. La percezione da parte dei volontari di appartenere a una associazione in cui invece ogni dubbio che si solleva può determinare emarginazione e intimidazione (se non si rientra nelle giuste “simpatie”), non credo sia favorevole alla sicurezza e alla prevenzione di eventuali errori.

Gardelli-solidarietaTutto ciò per quanto riguarda il metodo, “il come”, se vogliamo.
Per quanto riguarda invece il merito della questione, “il perché”, indicai che:

  • l’attività di pulizia di un muro difficilmente si può ritenere tra i compiti del CNSAS così come stabilito dallo Statuto;
  • al punto c) dell’art. 2 dello Statuto si parla sì di “attività di Protezione Civile” ma in riferimento specifico a “interventi di ricerca e soccorso in caso di emergenze o calamità”, casi molto differenti da quello in esame;
  • nel caso infatti di Premilcuore, a seguito degli accertamenti che condussi attraverso accesso agli atti, il Comune dichiarò che non erano stati prodotti atti specifici per l’attivazione di attività di Protezione Civile, ma esplicitò che genericamente essa poteva rientrare in un programma generale di prevenzione;
  • in altri casi genericamente richiamati, la partecipazione del CNSAS a eventi di Protezione Civile rientrava invece in specifiche attivazioni o accordi a livello regionale o nazionale;
  • in aggiunta, sussistono dubbi normativi fondati in materia di sicurezza in cui, come segnalato nell’intervento informativo degli Ispettori dell’AUSL, questa tipologia di attività anche se esercitata in regime di volontariato, non possa comunque essere oggetto di deroghe in relazione alla specificità, richiedendo DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) da lavoro e formazione specifica;
  • sostenere infine che questo contesto (come fu espresso formalmente dalla Delegazione Regionale) poteva trattarsi di un addestramento mi sembra un’acrobazia che, mi sia consentito, tra persone serie andrebbe evitata e lasciata a una dialettica da bar (vogliamo raccontare che calarsi da un muro eventualmente con una barella Kong ripulendo un muro, per tutta la sua estensione, da erbe infestanti costituisce attività funzionale all’addestramento?) Questo fu il quadro sintetico che originò la richiesta da parte del Presidente Nazionale di attivare un procedimento nei miei confronti e che condusse il Presidente Regionale a chiedere alla Stazione la votazione della mia inidoneità, tra l’altro con un esercizio non previsto dal regolamento che attribuisce questa funzione al Capostazione. Una richiesta di inidoneità che fu volutamente espressa in modo generico ma che neanche troppo velatamente, come risulta da quanto scritto dal Delegato, si può ritenere strettamente connessa alla vicenda di Premilcuore.

Pier Giorgio Baldracco
Gardelli-baldracco_pier_giorgio_cnsas2_86281A questo punto, nonostante il mio attaccamento a questo servizio (per i valori che esso esprime) mi abbia motivato a sopportare nel tempo svariate criticità e, da ultimo, il peso di questa controversia, dichiarai che mi sembrava improbabile che si potesse pensare a un mio reintegro nella Stazione Monte Falco. Si doveva infatti prendere atto che era stato consentito che il clima fosse stato volontariamente deteriorato anche in seguito ad attacchi offensivi ed oltre il limite della decenza come quelli che ricevetti via email ad opera di alcuni volontari, senza che nulla fosse osservato da alcun responsabile.

L’esito del procedimento fu la mia esclusione dal Soccorso Alpino.
Non ci sono dubbi sul fatto che questa vicenda possa fornire numerosi spunti di riflessione. Se in questa circostanza (e forse in quante altre meno note) il Soccorso Alpino ha dato dimostrazione di compattezza e decisionismo, probabilmente sussistono molte perplessità che lo abbia fatto esercitando serietà, onestà e rispetto di fronte alla giustizia e alla verità. Tutto ciò con l’obiettivo di non affrontare con chiarezza e trasparenza un tema scomodo ma fondato, considerando prioritaria l’eliminazione di un fastidioso volontario. Un volontario che ponendo un problema concreto affinché fosse spiegato come affrontarlo, è stato ritenuto egli stesso “il problema”, da eliminare quindi senza troppe spiegazioni.

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Mi ha stupito questo metodo, non tanto per gli attori che l’hanno interpretato a livello locale: mi ha stupito appurare che questa linea era condivisa sia a livello regionale che a livello nazionale, in un susseguirsi di acrobazie intellettuali inenarrabili.

In una delle mie dettagliate memorie difensive che ho prodotto nel corso del provvedimento disciplinare che ha condotto alla mia esclusione, esposi quanto segue: “Scrivo pertanto queste ultime note con il peso della consapevolezza che le energie andrebbero spese per ben altre cose più utili. Ma del resto la necessità di scrivere queste note è conseguente all’affermazione dell’onestà, la serietà e il rispetto, come valori non negoziabili e che costituiscono premesse irrinunciabili soprattutto quando si vuol svolgere un servizio di volontariato come quello intrepretato dal CNSAS”.

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Come è possibile che un’associazione che ha come obiettivo il servizio verso persone in difficoltà possa assumere atteggiamenti come quelli documentati negli atti prodotti nei miei confronti? E’ da ritenersi giustificato in ogni sua condotta colui che adoperandosi per il bene della collettività, esercita uno stile non rispettoso di altri valori in ambiti differenti dal soccorso operativo? Io credo che a queste domande, la risposta possa essere una sola: in ogni contesto sociale non ci si può ritenere idonei, anche se tecnicamente preparati, se come premessa non esiste una piattaforma di valori non negoziabili a cui mai ci si può sottrarre.

E neppure si può mantenere il silenzio di fronte a fatti di illegittimità e ingiustizia quando se ne viene a conoscenza. Quando gli dissi che uno stimato alpinista si era interessato al mio caso, un amico mi chiese: “Ma lui che c’entra?”. Risposi che “… lui c’entra come c’entrano tutte le persone serie che, venute a conoscenza di comportamenti illegittimi, decidono di non stare in silenzio, anche se l’illegittimo non li colpisce direttamente nei propri interessi.

Altrimenti siamo destinati al declino, ad una società fatta di personaggi come Razzi…”fatti li cazzi tua” (Crozza docet)…”.

Ora, il Soccorso Alpino come componente del variegato contesto del volontariato, costituisce nel nostro paese un tassello importante e di alto livello. Ogni giorno la sua azione rappresenta un elemento irrinunciabile nel nostro complesso sistema. Vorrei augurare al Soccorso Alpino una crescita non solo tecnica, ma soprattutto dal punto di vista dei valori che ogni volontario dovrebbe interpretare e che coloro che assumono ruoli di coordinamento dovrebbero veicolare. Senza questo presupposto possono sicuramente essere salvate tante vite umane, ma il futuro che regaliamo ai posteri non sarà certo quello di una società viva e solida umanamente.

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I documentati dubbi di Riccardo Innocenti

In attesa della prossima riunione del CC (Comitato Centrale di Indirizzo e Controllo del CAI) prevista per domani 28 marzo, Riccardo Innocenti ha spedito una seconda lettera a tutti gli interessati “al fine di permettere una migliore analisi della vicenda” che lo vede coinvolto. La lettera contiene le stesse domande (che il lettore già conosce, post del 17 marzo 2015), ma in più fa ordine nell’ingente numero di allegati e allarga la vicenda ad altre inquietanti situazioni.

Lettera di Riccardo Innocenti
Fiano Romano, 25 marzo 2015

Ai Signori Consiglieri Centrali del Club Alpino Italiano: Angelo Schena, Antonio Montani, Eugenio Di Marzio, Franca Guerra, Francesco Romussi, Gabriella Ceccherelli, Giancarlo Nardi, Gianni Zapparoli, Giorgio Brotto, Giovanni Polloniato, Lorella Franceschini, Luca Frezzini, Manlio Pellizon, Mario Vaccarella, Paolo Valoti, Riccardo Giuliani, Umberto Pallavicino, Walter Brambilla;
Ai Signori Presidenti dei Gruppi Regionali;
Ai Signori Presidenti di Sezione del Gruppo Regionale Lazio e ai Componenti del CDR Lazio;
Al Presidente della CNSASA: Antonio Radice
Ai componenti delle Scuole Centrali della CNSASA
Al Direttore Generale del CAI: Andreina Maggiore

e p.c.
Al Signor Presidente Generale del CAI: Umberto Martini;
Ai componenti del CDC;
A tutti coloro che possono esser interessati alle vicende narrate.


Oggetto: Veri volontari e professionisti travestiti da volontari. E’ questo il CAI nel 2015? Un problema etico, politico e giudiziario

Buongiorno,
in data 17 marzo 2015 ho ricevuto una cordiale mail da parte di Antonio Montani, nella veste di coordinatore del Comitato Centrale di Indirizzo e Controllo del CAI, che mi ha comunicato che “ pur non essendo per ora entrati nel merito della questione, abbiamo previsto uno specifico punto all’ordine del giorno della prossima riunione del CC che si terrà il 28/3, per analizzare quanto da lei comunicatoci”.

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Successivamente mi è stato riferito che la lettera, con i suoi allegati, che vi avevo inoltrato il 12 marzo 2015 è stata veicolata su numerosi social network, organi di stampa ed autorevoli blog (cfr.http://www.alessandrogogna.com/2015/03/19/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/).

Sui richiamati mezzi di comunicazione sono state riportate in data 19 marzo 2015 una lettera del Presidente Generale del CAI  e una lettera del Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS.

Preso atto di quanto avvenuto, e dei numerosi commenti apparsi sui richiamati social media, nonché della discussione sviluppata sulla pagina Facebook, mi pare doveroso porvi a conoscenza di tutti gli elementi in mio possesso nell’imminenza della riunione del 28 marzo p.v. al fine di permettervi di analizzare al meglio la questione in discorso.

Faccio riferimento alla richiamata lettera del Presidente Generale del CAI (-Lettera-PG-del-19-marzo-2015) (NdR: da noi pubblicata il 18 marzo 2015) per meglio precisare la mia posizione dopo essere entrare nel merito delle due differenti questioni che vi ho segnalato:

A) La lunga e tortuosa vicenda legale interna ed esterna che mi ha coinvolto con il Soccorso Alpino.
B) L’opportunità politica e la sussistenza dei requisiti legali per retribuire in maniera “professionale” alcuni “volontari” del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico.

Questione A)
Leggendo la lettera del Presidente Generale deduco che la tracotanza burocratica che lo scritto emana non fa altro che evadere la richiesta di semplici spiegazioni per trincerarsi dietro alla convinzione di aver operato nella maniera migliore possibile, rinviando il tutto alle determinazioni che la magistratura civile e penale vorrà dare alle vicende.

Quando mi sono rivolto ai vertici del CAI chiedevo un giudizio politico e morale sulla vicenda che sottoponevo loro. Non angustiosi giri di parole per non dire nulla. Al Presidente Generale del CAI posso solo tributare un rispetto formale per l’incarico che ricopre. Il Presidente Generale soffre probabilmente di amnesia, spero temporanea, perché nella richiamata lettera vengo sempre definito il socio – e penso che dovrei essere io “quel socio” che viene richiamato in premessa – ma soprattutto perché si è scordato di inviarmi la lettera che ha inviato tempestivamente ai media. Eppure dovrebbe ben conoscere almeno la mia mail.

La rendicontazione finanziaria del Servizio Regionale del Lazio del Soccorso Alpino non mi convinceva. Ho chiesto spiegazioni ai responsabili di quel Servizio e non le ho avute.

Ho chiesto spiegazioni al CNSAS nazionale. Ho avute spiegazioni superficiali e con riscontri non verificabili. Con un tempismo degno di una finale olimpica dei 100 metri sono stato espulso dal Soccorso Alpino. Ho continuato a chiedere spiegazioni al CNSAS nazionale e mi è stato risposto che in quanto espulso non mi era dovuto nulla. Ho chiesto un accesso agli atti per vedere i documenti del Servizio Regionale Lazio e mi è stato risposto che la legge 241/90 non viene applicata dal Soccorso Alpino (Allegato n 3).

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Ho presentato a febbraio 2013 due esposti al CDC (4-Allegato n 4 Allegato n 5). Dopo quattro mesi il CDC ha definito la questione emettendo la delibera n. 62. (Allegato n 6). Vi invito caldamente a leggerla! Un vero esempio di cerchiobottismo in cui tutti i problemi posti sul tavolo vengono sistematicamente evasi. Nessuno me l’ha mai trasmessa. Solo dopo un altro mese il Presidente generale mi comunica, con solo tre laconiche righe (Allegato n 7), che i miei esposti di 83 pagine sono stati archiviati. La mia richiesta espressa di essere ascoltato completamente disattesa.

Ho richiesto l’accesso agli atti al Direttore Generale del CAI che con tempestiva solerzia mi metteva a disposizione quanto dovuto. Dall’esame delle memorie dei soci Massimo Mari e Corrado Pesci (Allegato n 8e Allegato n 9) ho constatato elementi nuovi e gravi tanto da proporre (ottobre 2013) un ricorso al CDC sull’archiviazione dei precedenti esposti (Allegato n 10) .

Quanto trovato nelle memorie di Mari e Pesci era di una tale gravità da tornare presso la Guardia di Finanza di Roma per integrare le denunce e gli esposti che avevo già presentato appena entrato in possesso dei documenti avuti tramite un accesso gli atti presso la Regione Lazio. In questo frangente ho querelato il socio Mario Passacantilli (Allegato n 11 e Allegato n 11-bis).

Ho atteso ben sette mesi che il CDC si esprimesse sul mio ricorso. Il Presidente generale del CAI filosofeggia sul significato di atarassia. In effetti sembrerebbe più adatto il termine immobilismo cronico. Ho dovuto inviare una raccomandata di sollecito per chiedere una pronuncia che mi era dovuta (Allegato n 12). Non ho mai avuto la pretesa di avere le risposte che mi piacevano. Ho la pretesa e il sacrosanto diritto di avere una risposta. Non di avere il nulla.

Qualcuno malpensante potrebbe pensare che non rispondere sia un tentativo di insabbiamento. Io lo ritengo semplicemente un inadempimento della funzione. E chi non adempie le funzioni che ha assunto non è atarassico è semplicemente inadeguato a quel ruolo.

Soccorso alpino a Mallnitz, Austria

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Finalmente mi è arrivata la risposta del CDC cui ho chiesto di essere sentito. Una nuova archiviazione. Ho scritto ai Probiviri del Gruppo Regionale Lazio contro la seconda archiviazione del CDC (Allegato n 13) chiedendo espressamente di essere ascoltato. Ad un esposto di 160 pagine mi è stato risposto con 6 (sei di numero) righe che consideravono il mio ricorso inammissibile, e quindi archiviato. Ovviamente nessuno mi ha ascoltato.

Ho scritto un ricorso al Collegio Nazionale dei Probiviri (Allegato n 14) aggiungendo una memoria (Allegato n 15) e finalmente ho trovato qualcuno disposto ad ascoltarmi nell’udienza del 31 gennaio 2015.

Vi è già nota la sentenza. Il mio ricorso è stato accolto.

Avete tutti i documenti in allegato. Chi ha la pazienza di leggere potrà capire perché chiedevo delle risposte. Perché esigevo delle risposte. Risposte che non ho avute.

Perché una moltitudine di organi del CAI non mi ha risposto? Perché tutti si sono sempre rifiutati di ascoltarmi? Perché il principio basilare del contraddittorio – garantito anche dall’art. 111 della Costituzione – è sempre stato disatteso? Lo stesso giudice Enrico Cavalieri, estensore della sentenza del Collegio Nazionale dei Probiviri, ha rimarcato che alle numerose domande che avevo rivolto agli organi deputati le risposte sono state poche ed incomplete.

 

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Alcune delle domande che ponevo ve le riassumo direttamente.

  • E’ normale che Corrado Pesci sia stato eletto Vice Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS quando era iscritto al CAI da meno di tre anni e quando il Regolamento CNSAS ne prevede almeno cinque? E’ normale che Corrado Pesci sia stato eletto Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS quando era iscritto al CAI da quattro anni quando il Regolamento CNSAS ne prevede almeno cinque? La data dell’iscrizione è un dato di fatto. Non è interpretabile. Mai avuto risposta!
  • E’ normale che Massimo Mari, come Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS stipuli una convenzione con l’ARES 118 del Lazio per mettere i tecnici del Soccorso Alpino sugli elicotteri dell’elisoccorso regionale e contemporaneamente venga assunto come dipendente della società Elitaliana che ha in appalto proprio il servizio dell’Elisoccorso da parte dell’ARES 118 del Lazio? Non ci sono regole che impediscono questo lampante conflitto d’interessi? Mai avuta risposta!
  • E’ normale che l’allora Direttore dell’ARES 118 del Lazio Livio De Angelis, mentre Massimo Mari diventava dipendente dell’Elitaliana spa, diventasse volontario effettivo del Servizio Regionale Lazio del CNSAS senza mai essere stato iscritto al CAI? Mai avuto risposta!
  • E’ normale che il dipendente Fabio Bazzani dell’ARES 118 del Lazio dal 26 settembre 2010 abbia in uso esclusivo una moto intestata al Servizio Regionale Lazio del CNSAS che si fa carico di tutte le spese, come assicurazione e bollo, in base a un presunto comodato gratuito mai registrato al P.R.A? E’ normale che Fabio Bazzani sia volontario effettivo del Servizio Regionale Lazio del CNSAS dal 2010 ma si sia iscritto al CAI solamente a metà del 2013? Mai avuto risposta!
  • E’ normale che il CDC, a fronte di una mia richiesta economica di rimborso spese sostenute, accolga la versione di Mario Passacantilli che sostiene senza alcuna ricevuta di avermi corrisposto in contanti la cifra di 1.104,06 euro? A corroborare questa versione Passacantilli esibisce un estratto conto bancario in cui sono presenti cinque prelievi dal Bancomat per 250 euro ciascuno. Questa è la prova che Passacantilli ha preso i soldi dal Bancomat. Non che me li abbia dati. Per questa dichiarazione è stato querelato. Mai avuto risposta!
  • E’ normale che Corrado Pesci, Presidente del Servizio Regionale Lazio, inviti tutti i volontari del CNSAS a presenziare ad un evento elettorale a favore del candidato Francesco Carducci assicurando che “potete chiedere il rimborso per lo spostamento”? Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale inserire nei giustificativi presentati alla Regione Lazio, a fronte dei contributi pubblici erogati, dei rimborsi spesa con firme false o intestati a soggetti estranei al Soccorso Alpino? Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale aspettare da anni 2.769,38 euro a fronte di spese anticipate per conto del Soccorso Alpino e per attività fatte nell’esclusivo interesse del Soccorso Alpino e non ricevere nulla? O meglio quasi nulla perché il 2 febbraio 2015 mi sono stati bonificati ben 126,60 euro. Il CDC lo considera normale.
  • E’ normale appurare tramite un accesso agli atti presso la Regione Lazio che il Servizio Regionale Lazio del CNSAS a fronte dell’obbligo (artt. 3 e 3bis della legge Regione Lazio n. 29/93) di presentare i bilanci presso per gli anni 2007, 2008, 2009, 2010 e 2011 abbia prodotto solo il bilancio 2009 e quello del 2010, anche se solo in forma elettronica? Il CDC lo considera normale.

Tutte le domande che ho posto sono puntuali e corredate in maniera documentale. A precise domande nessuna risposta o risposte evasive e incongrue con le domande poste. Solo il Consiglio Nazionale dei Probiviri ha analiticamente risposto al mio ricorso con argomentazioni razionali e comprensibili in merito a quanto di sua competenza.

Soccorso alpino in Austria

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Quando si dipanò la vicenda di Massimo Doglioni, che lo ricordo è stato il Presidente dell’OTTO Veneto Friuli Venezia Giulia sempre afferente alla CNSASA (NdR: Commissione Nazionale Scuole Alpinismo e Scialpinismo del CAI) nonché Consigliere Centrale del CAI, rimasi prima allibito e poi disgustato da quello che emergeva dai documenti ufficiali che a mano a mano venivano pubblicati che ad ogni buon conto vi allego in ordine cronologico (Allegato n 16). Considerai il provvedimento di radiazione del 12 luglio 2012 a firma del Presidente Generale del CAI la giusta risposta ai fatti che erano emersi. Quando vidi lo stesso Presidente Generale annullare dopo due settimane il provvedimento che aveva emesso perche lui, cioè il CAI, non avevano fatto quel che dovevano nell’iter procedurale pensai veramente che “Scherzi a parte” avrebbe avuto materiale per un buon sketch. E a distanza di tre anni non ho ancora capito se Doglioni oltre ad essere decaduto da Consigliere Centrale sia stato radiato anche dal CAI e/o denunciato alla Magistratura. E i soldi della vicenda che fine hanno fatto?

Quella di Doglioni e la mia vicenda una cosa comune ce l’hanno. Si sono ingarbugliate nelle pastoie burocratiche del CAI. Un CAI che non riesce a dare risposte politiche chiare e precise. Che tiene le cose in sospeso per anni; forse aspettando che la polvere del tempo copra tutto.

Qualcuno mi ha definito autore di atti persecutori e di liti temerarie per aver osato affrontare le decisione del Soccorso Alpino. Quando questa vicenda è venuta alla luce ho scoperto che non sono solo in questo ruolo. E’ bene che conosciate il caso dell’ex volontario del Soccorso Alpino Luca Gardelli. Gardelli è un ingegnere che ha giustamente obiettato che tra i compiti del Soccorso alpino non c’è l’attività di lavori su funi per pulire un canale, pur se la richiesta è stata fatta dal Comune del luogo. A fronte di questa sua obiezione, corredata anche da un conforme parere dell’ASL competente, Gardelli viene espulso dal Soccorso Alpino e il Presidente Baldracco brilla nella durezza espositiva della lettera del 7 novembre 2014 in cui afferma perentorio ” che, valuteremo con il nostro ufficio legale, anche ogni azione nelle sedi giudiziarie competenti, a tutela del CNSAS, vulnerato dalla Sua condotta”. Vi invito a leggere tutti i documenti ordinati in ordine cronologico sulla vicenda di Gardelli (Allegato n. 17) per comprendere quale è l’atteggiamento ricorrente da parte del CNSAS per chi osa, solo osa, sollevare una questione. Un esempio limpido di democrazia dialettica di cui il CAI dovrebbe essere orgoglioso. D’altronde se nel Regolamento del CNSAS compare l’art. 12) sull’inidoneità attitudinale che recita “ l’inidoneità attitudinale si verifica allorquando il socio, pur essendo in possesso di adeguati requisiti tecnici, con la sua condotta non abbia più i requisiti per cooperare in sicurezza e serenità con la struttura di sua pertinenza, ovvero, qualora lo stesso si ponga in conflitto di interessi con il CNSAS, a seguito della sua appartenenza ad altra struttura pubblica o privata operante nel settore del soccorso in ambiente impervio” ogni qual volta qualcuno si azzarda a dire, scrivere e forse solo pensare qualcosa che urti la serenità della struttura di sua pertinenza rischia l’esclusione. Io e Gardelli ora lo sappiamo. E quanti altri come noi? Potremo aprire un’associazione espulsi dal CNSAS per mettere a confronto le varie fattispecie di espulsioni e capire cosa significhi essere “in serenità con la struttura”. Io pensavo di essere in democrazia e di poter esprimere un mio pensiero, evidentemente nel CNSAS i pensieri si possono esprimere solo in serenità. Infatti il detto “stai sereno” che recentemente è venuto di moda probabilmente affonda le sue ragioni semantiche nell’art. 12 del Regolamento CNSAS. Stai “sereno”, se no ti espello! Valutate voi la democraticità di questa norma. Ma valutatela con serenità!

In coda alla prima vicenda segnalata al Consiglio Centrale va riservato un cenno alla lettera del Presidente del Servizio Regionale Lazio del CNSAS (Allegato n 18). Ho rivolto accuse precise e documentate non ai volontari del CNSAS ma ad alcune persone ben identificate per i comportamenti tenuti. Io non falsifico la mia firma per ottenere dei contributi dalla Regione Lazio. Qualcuno lo ha fatto. Anche Pesci si produce in uno straccio delle vesti per il solo fatto che qualcuno abbia potuto dubitare che ci sia qualcosa di non corretto nell’operato del CNSAS. Vi faccio notare che tutte le verifiche che sono state fatte finora sono tutte autoreferenziali, il CNSAS che controlla se stesso. Io con calma aspetto gli esiti dei procedimenti giudiziari civili e penali. Ho capito che il CAI e il CNSAS, fino ad ora, non sono in grado di dare risposte chiare e semplici a domande chiare e semplici. Dal mio punto di vista mi ritengo vittima della macchina del fango che Pesci richiama. Io sono stato espulso pretestuosamente dal CNSAS. Io ho subito un danno reputazionale. Ne chiederò conto al momento debito.

Invece della macchina del fango ci dovrebbe essere la macchina della verità. Pesci dovrebbe spiegare prima di tutto a me e poi al CAI perché il Servizio Regionale Lazio del CNSAS ha presentato alla Regione dei moduli rimborsi spesa con la mia firma falsa? Qual è il motivo?

Analoghe spiegazioni, sui fatti che ho denunciato, hanno dovuto darle molti volontari del Servizio Regionale Lazio del CNSAS che in questi giorni sono stati sentiti dalla Guardia di Finanza di Roma su delega della Procura.

Soccorso alpino in Austria

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Questione B)

Nell’esposto presentato a ottobre del 2013 al CDC (Allegato n 10) e nel successivo sollecito dell’aprile 2014 (Allegato n. 12) chiedevo espressamente conto al CDC della legittimità di retribuire alcuni volontari del CNSAS. Mai avuta alcuna riposta.

Nella lettera del 19 marzo 2015 il Presidente Generale (Allegato n 1) quando tocca l’argomento elude scientificamente il problema. Non ho mai messo in discussione i benefici che le Leggi dello Stato assicurano a chi, facendo parte del CNSAS, si assenta dal lavoro sia dipendente che autonomo.

Chiedo se sia politicamente corretto, dal punto di vista del CAI, e legalmente conforme usare soldi pubblici di finanziamenti statali, regionali e provinciali per offrire delle retribuzioni a volontari del CNSAS.

Un inaspettato aiuto ad avere una risposta mi arriva dal Presidente del CNSAS Baldracco che è autore di un pertinente editoriale apparso (NdR: da noi pubblicato ieri) sull’organo di stampa del Soccorso Alpino nel novembre 2014 che vi invito a leggere attentamente (Allegato n 19). Baldracco afferma che il 5,5% del personale del CNSAS viene retribuito. Che la decisione è stata democraticamente presa dalle assemblee del CNSAS. Siccome il 5,5% sembra un numero piccolo non dovremo scandalizzarci del fatto che alcuni tecnici e dirigenti del CNSAS (non so se anche Baldracco sia tra questi) ricevono una retribuzione. Se i percettori rimanessero gli stessi basterebbe aumentare il numero dei volontari non retribuiti per far sì che il rapporto la percentuale dei “retribuiti” fosse apparentemente più bassa.

Non c’è più da domandarsi se sia vero che questa aliquota del 5,5% di volontari del CNSAS – ma non so quanto sia opportuna la dizione volontari – riceva dei soldi. Li riceve. Lo dice Baldracco.

Politicamente è legittimo che li ricevano? Questa è una domanda cui deve rispondere il CAI.

Giuridicamente è legittimo? Secondo Baldracco sì. Io ho fondati dubbi in proposito.

Non c’è una legge che lo autorizzi espressamente. Sostenere che non c’è nessuna legge che lo vieti non significa che sia un comportamento corretto da praticare. Non è questo il luogo per complicati pareri giuridici e non vorrei assimilarmi a Baldracco e ai raffinati ragionamenti giuridici che ha svolto nel suo editoriale in cui io mi sono un poco perso. D’altronde Baldracco ha già sostenuto nel 2008 in un altro editoriale, insieme all’Avv. Giorgio Bisagna, alcune riflessioni sul volontariato (Allegato n 20) che instradano gli eventi degli anni successivi.

I volontari del CNSAS sono circa 7.000. Baldracco afferma che il 5,5% riceve una retribuzione. Sono quasi 400 persone. Ecco chi sono i professionisti travestiti da volontari.

Durante la mia permanenza all’interno del CNSAS ho conosciuto molti Istruttori nazionali tecnici della SNATE e della SNAFOR che sono venuti a fare formazione e ad esaminarmi. Tutti tecnicamente molto preparati. Ma ero convinto che fossero dei volontari. Sapevo che erano Guide Alpine e quindi ero convinto che grazie alla legge 18.2.92 n. 162 e alla circolare dell’INPS n. 60 del 04.03.1993 potevano fare domanda di rimborso al Ministero del lavoro e della Previdenza Sociale secondo quanto previsto dall’art 3 del Decreto 24.03.1994 n. 379 e chiedere per ogni giornata di impegno quale volontario del Soccorso Alpino la cifra di 74 euro al giorno (Allegato n 23).

Ora scopro che non sono dei volontari, ma dei professionisti retribuiti con 366 euro al giorno dietro presentazione di fattura. Si vede che i 74 euro erano giudicati insoddisfacenti.

Ero riconoscente che questi istruttori impiegassero il loro tempo per fare formazione e fossero comunque ristorati come volontari con 74 euro al giorno. Ora che scopro che questa non era la verità, sento tradito quel vincolo associativo che reputavo mi unisse a loro. Io ero un volontario, loro no. E per me c’è una bella differenza di prospettiva.

Ma gli Istruttori della SNATE e della SNAFOR sono meno di 40. Chi sono tutti gli altri che ricevono una retribuzione dal CNSAS?

Vorrei sapere chi sono e quanto ciascuno riceve. Lo vorrei sapere come socio CAI e come cittadino, perché quei soldi vengono da fondi pubblici.

E vorrei anche sapere se qualcuno di questi professionisti travestiti da volontari oltre a ricevere dietro fattura una retribuzione abbia poi chiesto anche l’indennità di 74 euro al giorno.

Spero che dal CAI arrivino le risposte. Perché oltre al CAI potrò chiedere, se è legittimo quello che avviene, solo alla magistratura contabile e a quella ordinaria.

E mi sono accorto di non essere il solo a porsi dei dubbi.

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Il Consigliere Provinciale Claudio Civettini della Provincia Autonoma di Trento chiede nell’interrogazione n. 1252 del 29 gennaio 2015 (Allegato n 21) come vengono usati i 1.540.000 euro che il Trentino stanzia a fronte del Servizio Provinciale del CNSAS.

Il Sindacato Autonomo dei Vigili del Fuoco CONAPO chiede conto, al sottosegretario di Stato del Ministero dell’Interno con lettera 29/15 del 16 febbraio 2015 (Allegato n 22) della legittimità dei 750.000 euro che la Regione Umbria ha stanziato per il Servizio Regionale Umbro del CNSAS.

A cosa servono i circa 10 milioni di euro che pervengono al CNSAS centrale a ai suoi Servizi Regionali e Provinciali? Servono a retribuire qualcuno? A quei 5,5% “volontari” del CNSAS quante risorse vanno?

Il Presidente Generale giustifica questo stato dei fatti. Giustifica il fatto che il 5,5% dei componenti del CNSAS sia remunerato. Lo giustifica politicamente? Lo giustifica legalmente?

Soccorso alpino nella Lesachtal, Austria

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Nel frattempo mi sono stupito del clamore suscitato dalla vicenda. Ho ricevuto numerose richieste di chiarimenti e di documenti da parte di giornalisti che stanno guardando con interesse a questo caso e all’uso dei fondi pubblici che il CAI fa. Sono sicuro che percepiate quanto sia importante dare all’opinione pubblica, tramite la stampa e i media, un’articolata spiegazione insieme alla necessità di rendere conto in maniera chiara e trasparente dei fondi pubblici di cui il CAI e il CNSAS sono destinatari per evitare, come un giornalista mi ha suggerito, di creare un caso “Montagne pulite” dove l’aggettivo non ha che vedere con l’aspetto ecologico ma con la più nota vicenda di “Mani pulite”.

Infine, per quanto riguarda il primo capoverso della lettera del Presidente Generale (Allegato n 1) non corrisponde al vero che mi sia mai lamentato per la mancata nomina nell’organico della Scuola Centrale di Alpinismo. Non mi sono mai lamentato con nessuno e non ho mai presentato alcun reclamo formale.

Dal 2000 ininterrottamente, nella veste di Istruttore Nazionale di Alpinismo, ho fatto parte della Scuola Centrale di Alpinismo. Le mie capacità tecniche, didattiche e morali sono state sempre valutate idonee da tre differenti Direttori della Scuola e da tre differenti Commissioni Nazionali che hanno sempre proposto il mio nome per la permanenza nell’organico della Scuola Centrale di Alpinismo. Fino al 2013 quando il Consiglio Centrale dell’epoca non ratificò per la prima volta la mia permanenza.

All’interno del sodalizio rivesto la carica di Presidente della Commissione Interregionale Scuole di Alpinismo, Scialpinismo, Sciescursionismo e Arrampicata Libera dell’area Centro Meridione ed Isole che è uno degli OTTO (NdR: Organi Tecnici Territoriali Operativi del CAI) che afferisce alla Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo, Scialpinismo, Sciescursionismo e Arrampicata Libera. In questa veste l’8 dicembre 2011 inviai al Presidente Generale e al CDC del CAI una lettera (Allegato n 2) in cui si contestava in maniera vibrata il progetto di riordino degli OTCO (NdR: Organi Tecnici Centrali Operativi del CAI) e i compiti che si volevano affidare all’UNICAI (NdR: Unità formativa di base del Club Alpino Italiano). Fu l’inizio di un animato confronto – tra CNSASA e vertici del CAI – che portò una moltitudine di istruttori che fanno capo alla CNSASA al congresso straordinario di Soave del 17 novembre 2012 in cui difesi pubblicamente le tesi in cui credevo e, insieme all’impagabile Avv. Giancarlo Del Zotto, presentai una serie di mozioni che vennero acclamate dall’intera assise con un consenso del 99%. Il progetto di riordino degli OTCO si bloccò e l’UNICAI rimase una struttura priva di contenuti salienti. La mia esposizione pubblica non venne gradita dai vertici del CAI e in stretta relazione a quello che successe nelle vicende che culminarono nella riunione di Soave quando venne il momento di rinnovare le cariche delle Scuole Centrali non ricevetti il gradimento politico del Consiglio Centrale che avrebbe dovuto ratificare il mio nome. Mi ritrovai in buona compagnia perché anche quel galantuomo di Maurizio Dalla Libera che come Presidente della CNSASA si batté in prima linea contro il progetto di riordino della CNSASA e UNICAI si ritrovò fuori della rosa degli appartenenti alla Scuola Centrale di Scialpinismo, a cui aveva dedicato più di vent’anni di vita.

Ben conscio di quali sono le regole e della possibilità di una censura di tipo politico che il CC può effettuare sui nomi che compongono l’organico delle Scuole Centrali presi atto del veto posto e non mi lamentai allora né tanto meno ora nella precedente lettera che vi inviai. Ho la consapevolezza che sia il Direttore della Scuola Centrale e la CNSASA hanno continuato a proporre il mio nome per entrare formalmente in organico e questo mi basta per comprendere la considerazione che hanno avuto nei miei confronti e nel mio operato. Battersi contro il progetto OTCO/UNICAI valeva bene la possibilità di venire giudicato politicamente incompatibile e quindi epurato.

Comunque mi auguro che il CC riveda la sua posizione sulla richiesta che ha fatto la CNSASA di includermi trai componenti della Scuola Centrale di Alpinismo e che l’alternarsi di nuovi membri in seno all’organo porti a diverse determinazioni.

Faccio l’Istruttore del CAI da più di 25 anni. Da dieci sono il Direttore di una Scuola. Ho fatto parte a lungo della Scuola Centrale di Alpinismo e so che nelle Scuole centrali del CAI ci sono fior fiore di alpinisti, di Accademici e Guide Alpine. Mai nessuno di questi ha mai chiesto un euro per il loro impegno da volontari. Come nessuno degli oltre 7.000 Istruttori del CAI percepisce un compenso, in stretta ottemperanza alle disposizione della  legge 2 gennaio 1989, n. 6.

E so bene che se 400 persone ricevono dal CNSAS una qualche retribuzione, gli altri 6.600 soci sono veri volontari che si sacrificano con abnegazione e non chiedono nulla.

Lo Statuto del CAI recita al primo comma dell’art.16: “Il CC esercita funzioni di indirizzo politico-istituzionale e ne controlla i risultati”. Mi auguro che esercitiate pienamente la vostra prerogativa entrando nella problematica delle questioni che vi ho prospettato.

Nel rimanere a vostra completa disposizione per ogni chiarimento e per fornirvi ogni ulteriore documento che possiate ritenere utile vi porgo i miei più cordiali saluti.

Riccardo Innocenti

 

NdR.
Oltre a ciò che avete appena finito di leggere, possiamo aggiungere altra carne al fuoco. La vicenda è stata in questi giorni ripresa da Lecconotizie.com. Veniamo informati che la vicenda (Innocenti) è “Un vero e proprio tsunami… che in quel di Lecco ha richiamato alla memoria le vicissitudini che, nell’agosto del 2012, travolsero il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico Lombardo con la Finanza che fece visita alla sede di via Roma a Pescate.
Una vicenda preceduta, pochi mesi prima, dalle dimissioni (poi respinte) del vice-delegato Alessandro Spada  (oggi vice presidente del SASL – Servizio Regionale Lombardo del CNSAS) e, a seguire, da una sorta di “fuggi fuggi” con 8 volontari che rassegnarono le dimissioni perché in forte polemica con i vertici della delegazione e non solo, allora guidata da Gianattilio Beltrami. Gli otto motivarono la decisione dal “perdurare – come riportato nella loro lettera – di continue prevaricazioni di regole statutarie, leggi sul volontariato e nuove convenzioni da parte della ‘catena di comando  (vedi articolo 1  – vedi articolo 2).
A questi otto, si aggiunse, due giorni dopo, il dimissionario Giacomo Arrigoni a quel tempo Capo Stazione Le Grigne di Lecco (vedi articolo 3). Beltrami commentò i fatti sostenendo che i nodi “erano arrivati al pettine” (vedi intervista del 20 marzo 2012). Mentre, sulla visita della Finanza presso al sede di Pescate al momento non si hanno ancora responsi“.

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La banale irrequietezza di un inattuale purismo

 NdR: Questo editoriale è antecedente alla tematica esplosa in questi giorni in seguito alle domande poste al CAI e al CNSAS da Riccardo Innocenti. Anche se la data (novembre 2014) sottende che in questo scritto Baldracco avesse ben presente il contenzioso con Innocenti, non ci si può aspettare egli risponda in questa sede alle sue precise domande. Inoltre: il presidente nazionale CNSAS parla di “anonimi”, ma di certo non si riferisce a Innocenti.
Comunque riteniamo questo editoriale corposamente esplicativo del punto di vista ufficiale, pertanto lo riproduciamo integralmente.


Editoriale di Pier Giorgio Baldracco
(dall’organo ufficiale del CNSAS, Soccorso Alpino e Speleologico, novembre 2014)

Ci troviamo oggi a tematizzare (portare a tema, cioè ad analizzare in forma estesa ed intensa) un problema che pensavamo essere stato definitivamente assimilato, quindi da tempo anche digerito. Un problema soprattutto compreso con un percorso razionale reale (quello fatto almeno da metà degli anni ‘8O ad oggi) e con una riflessione matura che, con evidenza in qualche sparuta sensibilità, non c’è stata.

Pier Giorgio Baldracco, presidente nazionale CNSAS

BaldraccoCi riferiamo a quella corrente, per fortuna del servizio che eroghiamo oltremodo modesta nei numeri (crediamo una decina di persone in tutto), che ritiene che nel 2014 il personale del CNSAS dovrebbe essere composto collusivamente da personale volontario, cioè senza che vi siano, come avviene da almeno 25 anni nella realtà più istituzionalizzate, figure indennizzate di sorta.

Su questa prospettiva, invero assai tardiva nei tempi in cui si è manifestata, crediamo, anzi siamo convinti, che si possa ancora discutere in modo aperto senza alcun problema o infingimento. Siamo qua apposta per aprire discussioni e non già per inibirle.

C’è però un problema sostanziale e, per certi versi, metodologico: manca, infatti, l’interlocutore di queste tesi, il soggetto cioè che con la propria sensibilità e convinzione e, soprattutto, con la propria etica e moralità determini la propria presenza… con una firma, con un volto, con un nome e cognome, insomma con un gesto per dire ci sono…!

Troppo comodo, infatti, propugnare queste tesi, come è recentemente avvenuto, nascondendosi dietro lo strisciante anonimato di chi non ama per l’appunto firmarsi, di chi non ritiene corretto avvalersi degli strumenti statutariamente previsti ed utilizzabili nelle var¡e Assemblee per illustrare il proprio pensiero, ma – lo ripetiamo – preferisce omettere la propria firma, quindi la propria verità, o almeno, quelle che potrebbero essere le proprie ragioni.

Senza timore, un po’ di storia non proprio recente: passato remoto per alcuni, prossimo per altri, sul tema delle figure indennizzate all’interno del CNSAS.

Con l’evoluzione dei servizi di elisoccorso e con i processi di istituzionalizzazione del CNSAS avvenuti a partire da metà anni ‘80 si sono velocemente modificati alcuni tratti della nostra organizzazione che, diversamente, non sarebbe stata in grado di affrontare le complesse problematiche e le autentiche sfide che in quegli anni si andavano delineando.

Sfide per lo più vinte con la tenacia e la determinazione di chi ha interpretato la lungimiranza di una visione moderna, di chi ha realizzato azioni concrete in grado di generare positività eccezionali per i servizi correlati all’urgenza ed emergenza medica e che ora diamo con troppa semplicità per scontale.

Obiettivi che hanno impegnato duramente la nostra organizzazione sia nei rapporti esterni sia in quelli interni e che, alla fine, hanno garantito, per dirla in estrema sintesi, una contrazione degli indici di mortalità e degli esiti invalidanti in migliaia di missioni per altrettanti incidenti e conseguenti infortuni. Questo crediamo sia un valore primario, non sindacabile con i “se” o con i “ma”, soprattutto se questi sono espressioni postume ed anonime.

Ciò è avvenuto nella Val d’Aosta, nel Trentino-Alto Adige e nel Bellunese, poi in Piemonte e Lombardia, dove per primi, a metà degli anni ’80 (trent’anni fa, dunque) sono sorti e si sono consolidati i moderni servizi di elisoccorso, poi mutuati in buona parte del territorio nazionale.

Questo percorso che ha creato ex-novo una particolare tipologia del soccorso medicalizzato estremamente avanzato e specializzato, modello che ora altri cercano di scimmiottare (ma è altra storia questa), congiuntamente al legame che è andato per forza di cose consolidandosi con il Servizio sanitario nazionale, ha generato la necessità di qualificare con sempre maggiore attenzione le nostre risorse immateriali (gli uomini).

Gioco forza il CNSAS, per evitare quella sindrome tutta italiana che crea ovunque figure tuttologhe, alla prova dei fatti invece modeste espressioni di efficacia e sicurezza, è stato costretto, da una parte a contenere fortemente i numeri per offrire un rapporto presenze(turni)/interventi estremamente elevato (equivale, lo si voglia o no, ad innalzare i parametri della sicurezza e della qualità), dall’altra, a fare dei percorsi formativi, ora peraltro obbligatori per legge, un irrinunciabile obiettivo di qualità, forse il più importante.

La stessa dinamica, occorsa per fare nomi e cognomi ai Tecnici di elisoccorso e alle Unità cinofile turniste presso le basi di elisoccorso, è avvenuta anche per le figure preposte alla formazione e via via ad altri soggetti che, per i riconoscimenti di legge attribuiti nel medio periodo al CNSAS e per le caratteristiche estremamente tecniche delle stesse, vengono indennizzate.

Questa accertata evoluzione (innegabile sia stata tale) che è andata profilandosi con varie modalità e che, alle volte, è anche sfociata in momenti di autentica, forte dialettica (non è un problema ricordarlo, quindi ammetterlo…, ma siamo sempre negli anni ’80 inizio anni ’90), è stata resa ufficiale con alcuni passaggi salienti che forse sono stati già dimenticati o volutamente misconosciuti.

Le tappe di quei passaggi, alcune delle quali precorse a livello di singoli Servizi regionali e provinciali con assoluta liceità, sono state oggetto di profonde ed approfondite discussioni che hanno riconosciuto in modo netto e chiaro l’evoluzione che il CNSAS stava velocemente affrontando e l’indirizzo che il CNSAS avrebbe assunto con la determinazione necessaria negli anni futuri.

Solo per portare un esempio, a Castelnuovo ne’ Monti (RE), nel 1997, durante il Congresso nazionale dei quadri del CNSAS cui spettavano poteri di indirizzo sulla attività dell’organizzazione, si deliberò che “Il CNSAS perseguiva l’obiettivo di adeguare l’organizzazione dell’attività di soccorso anche al Servizio di urgenza ed emergenza medica del SSN, uniformando la formazione dei propri quadri tecnici alle normative che disciplinano il volo SAR” e che “l’attività del CNSAS (…) viene svolta preferibilmente attraverso convenzioni stipulate con enti pubblici”. Principi strategici e operativi/organizzativi che di fatto hanno riconosciuto, sancendolo, quanto stava avvenendo con importanti eccellenze sul territorio e che stava garantendo un soccorso sempre più qualificato nel primario interesse dell’utenza e non già del tecnico di turno.

Guido Bertolaso e Pier Giorgio Baldracco

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Quegli stessi principi furono integralmente recepiti di lì a pochi anni nella nuova legge sulla disciplina del Soccorso alpino, approvata in via definitiva dal Senato della Repubblica in data 8 marzo 2001, che sarebbe poi la Legge n. 74/01.

Proprio con l’approvazione della Legge n. 74/01 sono stati consolidati principi giuridici già di fatto operativi sin dal 1963 all’atto del licenziamento del primo provvedimento (Legge n. 91/63), quindi rivisitate ed ampliate profondamente funzioni e responsabilità del CNSAS. Ripetiamo funzioni, ma soprattutto responsabilità, nell’erogazione di un pubblico servizio a tutti gli effetti di legge.

Infatti, le puntuali attribuzioni previste dalla 74, sia all’art. 1 sia e soprattutto all’art 2, comma 2, hanno imposto e ancora impongono una struttura che sappia effettivamente garantire ciò che lo stesso Stato ha disposto che il CNSAS debba fare, tra l’altro in alcuni scenari in forma esclusiva, e i vari processi formativi sottesi a questi obblighi. Proprio questi doveri, che devono poi anche tramutarsi in una assunzione di responsabilità assoluta, non permettono più di scherzare con gli atti e con la storia.

Al riguardo dell’iter legislativo della 74, preme tra l’altro ricordare come il testo proposto nel 2000 dallo stesso CNSAS dopo diversificati vagli assembleari fosse addirittura più spinto di quello poi licenziato (PDL – Conte, Castelli, Giaretta, Zilio e Dondeynaz al Senato e Detomas, Brugger, Zeller, Widmann e Olivieri alla Camera al quale si rimanda).

Altro fattore che dovrebbe fare riflettere con autenticità senza nascondere la testa nello zaino è una serie di dati inconfutabili. L’attività di soccorso, cioè le missioni di soccorso, sono aumentate del 63.17% e l’impiego del personale CNSAS del 58,11% (raffronto 1993-2002 e 2003-2012), mentre quella formativa, ancorché di computo complesso, si attesta su un aumento stimato del + 44/48% rispetto ad un dato medio degli anni ’80 e ‘90. Numeri che paiono di per sé dei valori, senza necessità dunque di ulteriori commenti.

Pensare di comprimere questi parametri, cioè il nostro diffuso e costante impegno, è per sua stessa natura impensabile. Gli uni non dipendono da noi (l’attività di soccorso), gli altri (l’attività formativa), sì, ma è innegabile che depotenziare o addirittura annullare il ruolo delle varie Scuole così come oggi consolidate per erogare formazione quali-quantitativamente avanzata è operazione piuttosto miope. Istruttori che sono tali cinque o sei volte all’anno, ci sia permesso di dirlo, non possono essere considerati tali. Omettere la filiera della certificazione garantita dalle Scuole e prevista dal richiamato disposto normativo è azione oltre che impossibile, anche assai banale.

Oltre a questi aspetti sostanziali e, quindi, confutabili solo facendo i cattivi maestri, aspetti che fanno comunque comprendere con estrema facilità come oggi sia impensabile non indennizzare talune delle figure appartenenti alle Scuole nazionali/regionali, vi sono degli altri fattori sui quali varrebbe la pena effettuare una pur veloce riflessione e che verificano l’assoluta legittimità del percorso.

Riprendiamo allora alcuni pensieri di carattere giuridico, profondi, quindi non superficiali. Il primo è il fatto che le specialità legislative ascritte al CNSAS (disposizioni cosiddette speciali) determinano la compatibilità della corresponsione ai soci di indennizzi e compensi per attività estremamente qualificate e specifiche anche in regime di Legge n. 266/91. Il secondo, conseguente, è che in ogni caso Statuto (e Regolamento) a livello locale devono espressamente prevedere questa fattispecie, dando precisa attuazione anche all’art. 54 dello Statuto del CNSAS nazionale come dopo illustrato.

Va da sé che non si comprenderebbe come mai anche il legislatore, prima nel 2000 con il licenziamento della Legge n. 383/00 e poi il Governo nel 2012, con specifica Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri, abbia voluto affermare il principio secondo il quale in alcune Associazioni vi possono essere soci che per qualificate (quantificate) e riconosciute specialità (tra l’altro previste per legge in alcuni casi), possono essere indennizzati.

Queste salienti caratteristiche del variegato settore del volontariato trovano puntuale corrispondenza in altre esemplari analisi note e che svuotano gli argomenti dei nostri latori anonimi.

Come andavamo poco sopra dicendo, proprio in queste settimane il Governo sta mettendo mano alla doverosa riforma del cosiddetto Terzo settore, dopo che dalla legge quadro del 1991 (Legge n. 266 per intendersi) più nulla era stato realizzato per riordinare un comparto della società assai delicato e che rimane in alcune realtà italiane la colonna vertebrale di taluni servizi socio sanitari. Ad eccezione del D.Lgs n. 460/97, infatti, e della Legge n. 383 prima richiamata, nulla è stato teorizzato in termini di reale rivisitazione della disciplina di riferimento né tanto meno ovviamente licenziato.

Ciò si auspica possa essere, già a breve, all’attenzione del Parlamento per fare definitiva e reale chiarezza su cosa possa chiamarsi davvero Terzo settore/No profit e cosa non possa chiamarsi tale, cioè non lo sia affatto. Percorso virtuoso per smascherare quelle forme truffaldine, giusto per usare un eufemismo, in cui il profit appare evidente anche ad occhi poco esperti, ma al contempo percorso per esaltare quelle forme che garantiscono ancora al nostro Paese di definirsi tale.

Tornando al nostro ragionamento, ci sentiamo di affermare con estrema tranquillità d’animo che menare scandalo nel 2014 rispetto al fatto che alcune figure (circa il 5.5% o dell’intera struttura del CNSAS) abbiano una qualche forma di indennità, cioè con una trentina di anni di ritardo rispetto a quando poteva essere fatto con assoluta legittimità (n.b.: a metà dunque della sessantennale storia del CNSAS…), appare una battaglia ipocrita e senza ombra di dubbio subdola se esplicitata nella forma dell’anonimato. Là ove questa forma meschina è da sempre propria del cattivo maestro che insinua il dubbio nascondendo lo sguardo e non già di chi manifesta le proprie idee, idee magari forti quanto convinte e conferite nelle sedi opportune, che sono poi quelle assembleari dove la democrazia è per fortuna ancora del tutto garantita.

Il problema, come la stragrande maggioranza, anzi la quasi totalità dei lettori avrà compreso, non è allora riconoscere (nda: dopo oltre 25 che riconoscere poi sarebbe?) che qualche socio del CNSAS nelle forme già descritte possa ricevere un’indennità, ma far caso mai sì che questo avvenga con estrema trasparenza: in poche parole con il dovuto rigore, tanto più trattandosi di risorse di pubblica provenienza. Lo stesso rigore che deve essere garantito tanto nei processi interni al CNSAS (previsione delle modifiche Statutarie e Regolamentari necessarie, attuazione delle Delibere e gli atti correlati conseguenti, ecc.), quanto in quelli in applicazione del vigente ordinamento nel settore del diritto del lavoro (per quanto questo sia in magmatico movimento) e in quello fiscale.

Il CNSAS, anche a livello nazionale, dopo che in molti Servizi regionali e provinciali era già stato fatto, ha voluto, fortemente voluto, togliere il velo (invero assai leggero) e prevedere all’interno del proprio Regolamento generale nel modo più trasparente possibile il fatto che “con apposito Regolamento approvato dall’Assemblea nazionale si definisce la possibilità di attribuire, per le attività svolte dai responsabili di struttura e per quelle qualificanti e specializzanti la funzione del CNSAS, una indennità sostitutiva, qualora alle stesse non siano applicabili i benefici della Legge L. 162/92 o del D.P.R. n. 194/01 (art. 54)“.

Ciò è avvenuto nel massimo di severità procedurale ed è soprattutto avvenuto con passaggi di carattere istituzionale (le Assemblee) unanimi nell’accogliere le tesi proposte, farle proprie e renderle operative.

Negare il principio di rappresentanza secondo il quale si è articolato questo ultra ventennale percorso fa torto alla dignità di quelle cariche democraticamente elette che governano i processi decisionali del CNSAS ed equivale a collocarsi fuori dalla storia. Anzi, equivale a collocarsi con la schiena rivolta ad un futuro già invece presente nello scorrere incessante di ogni missione di soccorso. Volenti o nolenti così stanno le cose.

Pier Giorgio Baldracco firma un accordo con l’Aeronautica Militare (2009)

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Noi crediamo, e diversamente non saremo qui ad interpretare con la fatica di ogni giorno, con la responsabilità di sempre e con la continuità richiesta, che spetti al CNSAS darsi regole chiare e per questo non interpretabili, far sì che queste vengano applicate – come abbiamo detto – con severità ed andare, comunque, avanti perché altre sono le sfide vere che ci attendono. Le sfide future e non quelle passate, perché tali non sarebbero neppure.

Tutto il resto, spiace dirlo, è malsana attività di retroguardia, banale irrequietezza di chi interpreta un inattuale ed improponibile purismo, sbagliando però proprio e paradossalmente nel manifestare una purezza che non trova alcuna applicazione proprio perché non c’è. Il vigliacco anonimo è di per sé un impuro.

Con quest’ultimo sassolino tolto dagli scarponi che ancora sappiamo calzare, ora però decisamente più comodi, crediamo di aver messo un punto importante ad un pensiero che forse non sarebbe dovuto neppure essere proposto, ma che abbiamo lo stesso voluto avanzare a tutti voi proprio in ragione del percorso sino ad ora effettuato e che non deve trovare ombra alcuna.

Ciò con buona pace anche dei tanti amici del CNSAS nascosti nei vari social network che ogni tanto buttano là sindacalizzate provocazioni quali, ad esempio, “ma secondo voi un tecnico di elisoccorso del soccorso alpino lavora gratis e, poi, può prendere soldi?”.

Diamo una sola, esemplare, risposta ai latranti provocatori: “Sì, se è stato previsto da uno Statuto, da un Regolamento generale e da un Regolamento di attuazione, dall’applicazione dell’ordinamento vigente in campo del diritto del lavoro e dalle vigenti normative e disposizioni nel settore fiscale, oltre dalla assoluta particolarità della legislazione di riferimento del CNSAS“. Aggiungiamo che “se questa attività è riconosciuta sin dal 1963 da Leggi dello Stato italiano, tutto ciò non è solo legittimo, ma anche doveroso nelle forme e nei controlli riferiti“.

Ora andiamo oltre, perché altri, come detto, sono i problemi veri da affrontare. La formazione di qualità del nostro personale che sta abbracciando uno spettro sempre più ampio, l’organizzazione e gestione della nostra struttura che sta diventando sempre più impegnativa, l’attività di soccorso reale sempre più marcata, l’informazione e la prevenzione… i soliti temi se vogliamo… che seppur più complessi da affrontare, non hanno però ancora fatto cambiare la nostra storia appassionata per la montagna e per chi la frequenta, che non hanno fatto ancora mutare il nostro autentico approccio alla solidarietà e alle forme in cui questa si manifesta.

Siamo ancora qui infatti, dopo 60 anni, a cercare di migliorare giorno dopo giorno, senza timore di farlo, a testa alta, con i nostri limiti, ma anche con la nostra voglia di spostare gli ostacoli oltre le miserie che in questo spazio abbiamo voluto in una certa maniera raccontare.

Questa forza ci è data dalla trasparenza che abbiamo voluto proporre ieri e che anche domani sapremo usare nei passaggi più difficili che attendono ogni grande ed importante organizzazione, quindi anche il CNSAS.

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CAI e SASL rispondono a Riccardo Innocenti

 

Riceviamo, e doverosamente pubblichiamo, sia la comunicazione del presidente generale del CAI Umberto Martini, sia il comunicato stampa della Presidenza del Servizio Regionale Lazio (SASL) del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.

La risposta di Umberto Martini, presidente generale del CAI
Con riferimento alla pubblicazione della lettera inviata da Riccardo Innocenti ai Consiglieri Centrali del CAI, dal titolo “Il Soccorso Alpino ha un’altra faccia?”, ritengo doveroso intervenire immediatamente.

Premetto che, non appena pervenuta tale comunicazione, l’argomento è stato posto all’O.d.G. dell’imminente Consiglio Centrale del CAI per ogni più opportuno approfondimento.

Quel che, però, va immediatamente contestato è la pretesa “atarassia” da parte del “CAI in senso lato”: si tratta, infatti, di una affermazione gratuita, della cui infondatezza avrebbe dovuto essere ben consapevole, per primo, l’estensore della lettera, poiché ricevere risposte non condivise non equivale a non ricevere risposte.

Umberto Martini
umberto martini
Ma andiamo con ordine.

  • Il socio esordisce dalla sua mancata nomina quale componente della Scuola Centrale di Alpinismo. Competente a tali nomine è il Comitato Centrale di indirizzo e controllo che, all’interno della rosa dei candidati proposti, effettua le proprie scelte in piena autonomia di valutazione e attraverso una apposita votazione segreta: se la candidatura non ha raccolto i voti necessari questo non significa “imperturbabilità epicurea” (questo è il significato di atarassia), bensì espressione di libera scelta da parte dell’Organo a ciò deputato.
  • Il socio ha segnalato fatti inerenti la gestione da parte del Direttivo del Soccorso Alpino Lazio e ammette che il C.D.C. si è occupato del caso, concedendo a coloro che vi erano interessati modi e termini per fornire documenti e spiegazioni. All’esito di un attento esame di quanto emerso, il C.D.C. ha ritenuto, motivandolo, di archiviare l’esposto, pubblicando la relativa delibera il 28 giugno 2013. Anche in questo caso non vi è stata alcuna forma di atarassia, ma un intervento tempestivo cui è seguita una specifica valutazione. La circostanza che le conclusioni cui il C.D.C. è pervenuto non siano condivise dal socio, non implica né immobilismo, né errore di valutazione. Quella da lui espressa è e resta un’opinione.
  • Il socio si duole di quella che considera una illegittima radiazione dal CNSAS. Al riguardo, come evidenzia e documenta il medesimo, è pendente un giudizio avanti il Tribunale civile di Roma e un ricorso che verrà ulteriormente trattato nell’ambito della giustizia interna e, più esattamente, avanti il Collegio dei Probiviri del CNSAS. Anche in questo caso non si comprende perché, in attesa di giudizi il cui esito non può darsi per scontato a favore dell’una o dell’altra posizione, una delle parti abbia dovuto dare enfasi al contenzioso, autoattribuendosi delle ragioni, mentre sarebbe certamente più corretto attendere il pronunciamento delle Autorità competenti. Il rilievo vale soprattutto rispetto ad affermazioni relative a pretesi “comportamenti opachi e contra legem” che, ove mai, tali potranno essere qualificati solo all’esito dei giudizi in corso.
  • Si afferma, altresì, che sono state avviate indagini da parte della Procura di Roma, in seguito ad esposti e querele “non ritenute infondate”. Anche in questo caso è doveroso attendere l’esito di tali indagini e, qualora si ipotizzassero illeciti, dovrà aversene conferma da parte di un Tribunale penale. Fino ad allora, non è consentito anticipare affermazioni che potrebbero risultare prive di fondamento.
  • Quanto al rilievo che la vicenda ha assunto, si tratta semplicemente dello strepitus che il socio estensore della lettera ha inteso provocare e, a tal proposito, non può non stigmatizzarsi tale comportamento, sottolineandosi che il buon nome del Club Alpino Italiano si tutela non solo affrontando, nei modi previsti, eventuali criticità e ponendovi i dovuti correttivi, ma anche, se non soprattutto, attendendo gli esiti di proprie iniziative giudiziali e accettando opinioni e valutazioni diverse dalle proprie.
  • Per quanto attiene, infine, il volontariato del CAI risulta codificata, come è noto, la scelta di pretendere dai propri soci che cariche ed incarichi non possano essere retribuiti, ma consentano un solo rimborso delle spese a fronte di idonea documentazione. Tale principio è stato costantemente ribadito nel tempo, ma il CNSAS, benché Sezione Nazionale del Club Alpino Italiano, gode di un elevato grado di autonomia organizzativa, funzionale e patrimoniale, non solo per proprio statuto, ma anche in forza della legislazione nazionale che, per le finalità cui è preposto, gli attribuisce una particolare posizione nel mondo del volontariato. Basti considerare, a titolo esemplificativo, l’art. 1 commi 2 e 3 della Legge 162/92, le cui statuizioni, senza che per questo venga rinnegata la qualifica di “volontari” in capo a coloro che operano nel CNSAS del CAI, prevedono che a fronte dell’astensione dal lavoro nei giorni di operatività o di esercitazioni, competa loro il trattamento economico e previdenziale, se dipendenti o una indennità, se lavoratori autonomi. Si tratta, all’evidenza, di una precisa scelta del legislatore che non snatura il volontariato di questi soci ed anzi lo riconferma in modo letterale, pur prevedendo la corresponsione di denaro a loro favore.

* * *

In conclusione: il Club Alpino Italiano intende tener fede ai propri ideali di correttezza e trasparenza e ai principi che ne hanno sempre ispirato il comportamento, ragione per cui ove criticità, irregolarità o quant’altro emergessero saranno adottati i provvedimenti associativi del caso.

Sino ad allora, però, è legittimo attendersi rispetto per quanto in corso di valutazione e accertamento o per quanto già deliberato, senza fughe in avanti che potrebbero indurre a interpretazioni negative delle ragioni che vi sono sottese.

Il Presidente generale, Umberto Martini

 

La risposta del CNSAS, Servizio Regionale Lazio – Presidenza
Innocenti2-Soccorso_Alpino_logoAlla C.A.

Dott. Umberto Martini, Presidente Generale del Club Alpino Italiano;
Ai Signori Consiglieri Centrali del Club Alpino Italiano;
Dott. Fabio Desideri, Presidente Club Alpino Italiano – Regione Lazio;
Ai Presidenti delle sezioni CAI di Alatri, Amatrice, Leonessa, Antrodoco, Aprilia, Cassino, Colleferro, Esperia, Frascati, Frosinone, Gallinaro, Latina, Palestrina, Rieti, Roma, Sora, Tivoli, Viterbo;
A Giorgio Baldracco, Presidente Nazionale del CNSAS;

e P.C.
Agli organi di Stampa;
Ai volontari del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS)

Gentili Presidenti, gentili Soci del CAI,
non è nostro uso farci trascinare in polemiche o addentrarci nel campo, a noi del tutto estraneo, delle dispute e delle controversie. Siamo però costretti – con questa nostra lettera – a difendere con orgoglio quello a cui teniamo di più: la nostra onestà e il nostro onore.

Da settimane rimbalzano sulla stampa e sui principali social network accuse infamanti rivolte al Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, con bersaglio principale il Servizio Regionale Lazio (SASL).

Un socio CAI, Riccardo Innocenti – ex appartenente al CNSAS e radiato per gravi motivi disciplinari – ha intavolato una personale battaglia contro il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, tentando di infangare il CNSAS alludendo a presunte opacità nella gestione finanziaria.

L’accusa è grave e infamante. Vigliacca, perché va a colpire al cuore l’orgoglio e l’onore di chi ha scelto volontariamente di dedicare il proprio tempo, la propria fatica, la propria professionalità a portare aiuto e soccorrere gli appassionati, i turisti e gli abitanti della montagna. E’ una pugnalata che colpisce tanti Soci CAI volontari del CNSAS che non percepiscono alcuno stipendio od obolo per il loro sacrificio.

Molti dei Volontari del soccorso alpino del Lazio, fra cui i dirigenti, hanno deciso che i rimborsi a loro destinati restassero – e restino – nelle casse del SASL. Un gesto nobile e responsabile in questi tempi di “vacche magre”, dove i finanziamenti pubblici spesso non coprono neppure il necessario ricambio di attrezzature e mezzi di soccorso.

Le accuse di Innocenti, sono state respinte dopo essere state verificate. Infatti, i documenti da lui prodotti a sostegno delle sue tesi sono stati correttamente presi in esame dagli stessi Enti pubblici, dagli organi nazionali del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico e dal Consiglio direttivo centrale del CAI, come richiesto dallo stesso Innocenti. Tutte le accuse sono cadute miseramente nel vuoto, verificate e vagliate nell’ordine:

 Da analisi degli stessi organi regionali del Soccorso Alpino Lazio, accusati da Innocenti;

 Da analisi del Consiglio Nazionale del CNSAS, che per volere del Presidente Baldracco ha affidato il compito di revisione dei bilanci a una società esterna di revisori dei conti. Società che ha certificato, sotto responsabilità di legge, che i conti del SASL (Soccorso Alpino e Speleologico Lazio), erano privi di qualsiasi anomalia o frode;

 Da analisi degli organi nazionali del CAI (Club Alpino Italiano), che non appena coinvolti nella vicenda hanno richiesto al Soccorso Alpino Lazio tutta la documentazione relativa a contributi pubblici, donazioni private, spese effettuate e sostenute da tutti i volontari del servizio regionale, dirigenti compresi. Anche qui il CAI non ha ravvisato alcun comportamento fraudolento o alcuna distrazione di fondi;

 Da analisi della Regione Lazio, organo che assicura da anni i finanziamenti pubblici al SASL. Anche gli uffici tributari della Regione hanno richiesto tutti i documenti fiscali, non riscontrando alcuna anomalia, confermando anzi il regolare stanziamento di fondi a beneficio del CNSAS Lazio, sottolineandone la fondamentale importanza per il lavoro effettuato da anni nel soccorrere le vittime degli incidenti montani (in un Lazio che pochi sanno essere per il 70% del territorio coperto da montagne e rilievi).

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Nonostante siano state ripetutamente respinte le tesi di Riccardo Innocenti, lo stesso ha continuato l’opera di discredito e attacco ingiustificato nei confronti del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.

Per ultimo, dopo aver preso sonore “buche” da CNSAS Nazionale, CAI, e Regione Lazio, si è rivolto alla giustizia obbligando con un esposto gli organi giudiziari a occuparsi del suo caso, con la richiesta di un suo reintegro coatto nel Soccorso Alpino. Ma come?! Chiedere addirittura ai giudici di essere riammesso in quello che si considera con tale disprezzo?

Viene da pensare che Innocenti, con questa escalation di “sparate” sulla stampa e sui social media contro il Soccorso alpino voglia costruirsi un sorta di aura da “vittima” di chissà quale complotto, per rafforzare tesi del tutto avulse dalla realtà davanti ai magistrati. Tentativi maldestri di arrivare con la “macchina del fango” dove finora ha fallito. Ma siamo certi che anche i giudici, in una prossima udienza, troveranno nei confronti del CNAS Lazio un’unica cosa: un assurdo, morboso accanimento di una persona che ha voluto riscattare errori e mancanze personali gettando palate di fango su una realtà, quella del Soccorso Alpino, profondamente trasparente e pura.

Da parte nostra resta il profondo amaro in bocca per tutto il tempo speso fra carte e burocrazia, quando il nostro pane quotidiano è fatto di corde, roccia, montagne. Ma non ci fermiamo. Il nostro onore, il nostro impegno e la nostra passione non sono alla mercé di alcuno.

Invitiamo gli amici del CAI e gli amanti della montagna che ancora non ci conoscessero, a venire a conoscerci da vicino. Troveranno nelle nostre Stazioni di Soccorso quei Volontari e soci CAI che, per davvero, rischiando la propria vita si mettono al servizio del prossimo.

Per quanto riguarda l’autore di questi attacchi spregevoli, Riccardo Innocenti, nessun rancore. Non merita neppure quello. Nei suoi confronti proviamo soltanto profonda tristezza, per il tempo perso da tutti noi per dimostrare l’infondatezza delle sue accuse e per la sensazione che le sue assurde accuse potrebbero a volte far pensare al motto: “fa più rumore un albero che cade che un foresta che cresce”.

Vogliamo però con forza che la nostra posizione sia diffusa il più possibile, anche all’interno del CAI. I Soci meritano di conoscere nei dettagli chi sono, cosa fanno e come operano i fratelli del Soccorso Alpino.

Il Presidente del SASL, Dott. Corrado Pesci

CORPO NAZIONALE SOCCORSO ALPINO E SPELEOLOGICO
Medaglia d’Oro al Valore Civile
Servizio Regionale Lazio – Presidenza
Sede legale e amministrativa: Via Natale Balbiani, 20 – 00133 Roma – telefono: 348 6131300 – fax: 06 85376430 internet: www.soccorsoalpinolazio.it – email: [email protected]
Codice Fiscale: 97027570585 parificato alle amministrazioni dello stato per qualsiasi imposta, tassa o diritto (legge n. 91 del 26/1/1963)

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Il Soccorso alpino ha un’altra faccia?

Recentemente una lettera è stata inoltrata, con alcuni allegati, ai Consiglieri Centrali del CAI. Autore ne è Riccardo Innocenti, avvocato, protagonista di una vicenda con il Soccorso alpino che lo ha portato anche sulla stampa…
In questa lettera e negli allegati si trova dunque la documentazione che riguarda la vicenda. Chi è curioso può leggere a lungo.
C’è da rimanere perplessi, perché tra altre cose ben poco chiare sembra proprio che alcuni volontari del soccorso alpino siano stati regolarmente pagati/rimborsati più di 300 euro al giorno.
Attendiamo tutti delle risposte.

Il Soccorso alpino ha un’altra faccia?
di Riccardo Innocenti

Fiano Romano, 12 marzo 2015

Ai Signori Consiglieri Centrali del Club Alpino Italiano: Angelo Schena, Antonio Montani, Eugenio Di Marzio, Franca Guerra, Francesco Romussi, Gabriella Ceccherelli, Giancarlo Nardi, Gianni Zapparoli, Giorgio Brotto, Giovanni Polloniato, Lorella Franceschini, Luca Frezzini, Manlio Pellizon, Mario Vaccarella, Paolo Valoti, Riccardo Giuliani, Umberto Pallavicino, Walter Brambilla

Al Direttore Generale del CAI: Andreina Maggiore

e p.c.
Al Signor Presidente Generale del CAI: Umberto Martini

Ai componenti del CDC

Oggetto: vicende del CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso alpino e speleologico)

Buongiorno, mi chiamo Riccardo Innocenti e sono un socio della Sezione di Leonessa del Club Alpino Italiano.
Il mio nome è stato portato alla vostra attenzione nel corso del 2014 per essere ratificato quale componente della Scuola Centrale di Alpinismo.

Nel corso della seduta del Consiglio che ha trattato la mia vicenda prese la parola il Sig. Baldracco in qualità di Presidente del CNSAS per invitarvi a non ratificare il mio nominativo in quanto personaggio poco gradito al CNSAS nonché autore di contenziosi civili e penali con lo stesso CNSAS.

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Per quasi quindici anni ho fatto parte del CNSAS Servizio Regionale del Lazio impegnandomi come volontario e conseguendo molte delle qualifiche tecniche del Corpo fino a quella di Tecnico di elisoccorso. Durante la presidenza del CNSAS Lazio tenuta dal socio Massimo Mari (2008/2012) l’attività di volontariato fu seriamente condizionata da una presunta mancanza di fondi che sarebbero dovuti pervenire dalla Regione Lazio. Mi attivai presso la Regione Lazio per favorire lo sblocco dei fondi attesi e fu con mio grande stupore che scoprii che i fondi erano stati sempre erogati (più di 225.000 euro in quattro anni) e sempre incassati dal CNSAS Lazio. Ma con più grande stupore ritrovai tra gli atti della Regione Lazio – richiesti ufficialmente con un accesso agli atti – una serie di documenti a dir poco sorprendenti come rimborsi spese a mio nome con firma falsa e numerosi documenti che attestavano l’avvenuto rimborso ai vertici del CNSAS Lazio di spese effettuati dai volontari, come l’acquisto delle divise, che però ai volontari non erano mai state rimborsate. Purtroppo i fatti riscontrati erano tanti e tali da non poter pensare a un errore di rendicontazione.

Dal 2102 ho raccolto una grande mole di documenti e ho chiesto in primo luogo spiegazioni al CNSAS nazionale, quindi proprio al Sig. Baldracco, di come si sarebbero potute verificare certe cose a partire da alcune nomine fatte in capo a persone prive dei requisiti – previsti dai regolamenti CNSAS – per essere nominati. Il CNSAS Nazionale ha istruito in maniera sommaria una pratica riguardo alle molteplici cose segnalate per concludere che andava tutto bene così. Nel frattempo il CNSAS Lazio mi ha immediatamente espulso dal soccorso alpino con motivazioni assolutamente pretestuose. Il CNSAS Lazio ha sostenuto che ero meritorio di espulsione poiché non avevo partecipato a una giornata di reperibilità domenicale. Non è valsa la spiegazione che quel giorno stavo svolgendo le mie funzioni di Ufficiale delle Forze Armate Italiane presso una struttura della NATO in Veneto e non potevo “disertare” per fare il volontario del CNSAS nel Lazio. Contro questa espulsione ho avviato una causa presso il Tribunale civile di Roma (Allegato-1-Atto-di-citazione-notificato).

SoccorsoAlpino-canyonSingolare è stato l’atteggiamento del CNSAS nazionale subito dopo la mia frettolosa espulsione. Alle mie rinnovate richieste di spiegazioni sui vari fenomeni segnalati mi è stato risposto che in quanto espulso non avevo più diritto a nessuna spiegazione. Alla mia richiesta di accesso agli atti presso il CNSAS nazionale lo stesso Sig. Baldracco si è premurato di rispondermi per iscritto che il CNSAS non rispetta la legge 241/90 e non fa fare l’accesso agli atti.

A fronte di questi fatti ho ricorso a tutti i gradi della giustizia interna del CAI. Per primo al CDC, che a fronte delle spiegazioni dei chiamati in causa ha archiviato il procedimento. Valutando l’archiviazione non corretta e falsata da dichiarazioni mendaci dei chiamati in causa, ho ricorso di nuovo al CDC, e poi al Collegio dei probiviri del Lazio e infine al Collegio Nazionale dei Probi Viri che, finalmente, ha accolto il mio ricorso e rinviata tutta la vicenda allo stesso CNSAS nazionale che si era sottratto celermente ad ogni confronto con motivazioni non condivisibili (Allegato-2-Sentenza-del-Collegio-Nazionale-dei-Probiviri).

Tutto quello che ho denunciato alla giustizia interna del CAI è stato denunciato alla Procura di Roma con una serie di esposti e querele che non sono state ritenute infondate e per la quali la Procura ha delegato la Guardia di Finanza per una complessa indagine di polizia giudiziaria che è tutt’ora in corso.

Ho sempre ritenuto il buon nome del Club Alpino Italiano il bene più alto da tutelare per tutto il sodalizio. Comportamenti opachi e contra legem che danneggiano la reputazione del CAI andrebbero immediatamente circoscritti e analizzati dallo stesso CAI.

Invece in questa vicenda ho constatato l’atarassia più completa da parte del CAI in senso lato. Di fronte a precise denunce si sono date delle non risposte.

Vorrei invitarvi a mettermi nei miei panni: se voi aveste trovato delle richieste di rimborso con firme false a vostro nome che cosa avreste pensato? Che cosa avreste fatto? Bisognava fare finta di niente? Dal CDC mi è stato risposto che le firme sono false (c’è una querela di falso) ma non si sa chi le ha apposte. E’ vero: non si sa chi le ha apposte. Ma si sa che grazie a quelle firme false sono stati incassati dei fondi pubblici. Io non li ho mai ricevuti. I vertici del CNSAS Lazio sì, e se li sono tenuti.

Come vi sareste sentiti se, invitati a pagare di tasca propria centinaia di euro per acquistare la divisa ufficiale del CNSAS Lazio e dopo aver acquistato i capi d’abbigliamento, aveste scoperto che le fatture di quei capi (per decine di volontari) sono state rimborsate integralmente dalla Regione Lazio mentre a me, come agli altri volontari, che avevamo speso i propri soldi, non è stato rimborsato nulla?

Questa vicenda di cui vi ho sommariamente descritto i contenuti è sia all’attenzione della giustizia interna del CAI che di quella penale e civile presso l’Autorità Giudiziaria di Roma.
Da queste strutture mi aspetto le dovute risposte.

Ma tutta questa vicenda ha preso un rilievo nazionale sugli organi di stampa. Il 13 febbraio 2015 il Fatto Quotidiano ha pubblicato questo articolo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/13/soccorso-alpino-volontario-denuncia-comportamenti-opachi-sui-rimborsi/1384866/ (Allegato-3-Articolo-13-02-2015-il-Fatto-Quotidiano).

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Ritenete che il livello reputazionale del CAI e del Soccorso Alpino ne esca rafforzato?

Ritenete che la replica del Sig. Baldracco entri nel merito dell’articolo o sia solo un maldestro tentativo per tentare di sviare i lettori dal problema principale che l’articolo pone?

Sostenere che “… che per il sig. Innocenti sia difficile assumersi la responsabilità dei propri errori – andarsene per i fatti propri durante un turno di guardia attiva senza avvisare i responsabili del soccorso – e ancor di più accettarne le conseguenze. Quando non lo si fa, si può facilmente cadere nella tentazione di trasformare la realtà per renderla più accettabile a sé stessi e agli altri.…” mi offre l’opportunità di chiedere conto, nuovamente, all’Autorità Giudiziaria se il concetto di servire il proprio paese sotto le armi sia correttamente espressa con l’espressione “andarsene per i fatti propri” o integri gli estremi della diffamazione a opera del Sig. Baldracco.

Solo per fare un esempio pensate che l’opinione pubblica condivida il fatto che siano stati spesi migliaia di euro di soldi pubblici per allestire una autovettura SMART a due posti con le insegne, i lampeggianti e le sirene del soccorso alpino? Tutti voi pensate che la SMART sia la macchina più idonea per fare il soccorso alpino? Se la SMART del Soccorso Alpino finisce a Striscia la Notizia io non mi sorprenderei. E Voi?

Il CAI è paladino di un sano modo di fare volontariato. Di un modo di pensare, di un modo di porsi all’interno della società civile. E portatore di un’immagine costruita in decine d’anni da tante persone che hanno dato il loro impegno di volontario in nome del CAI. Ma in questo contesto di puro volontariato c’è qualcosa che stona.

Il CNSAS nazionale riceve ogni anno direttamente dallo Stato circa 1.500.000 euro. L’INPS eroga più di 200.000 euro all’anno quale rimborso alle aziende i cui dipendenti si assentono dal lavoro per esercitazioni o interventi del CNSAS. Il Ministero del lavoro eroga circa 300.000 euro all’anno ai volontari del CNSAS liberi professionisti e/o lavoratori autonomi per le mancate giornate di lavoro in occasione di esercitazioni o interventi del CNSAS. In totale sono più di 2.100.000 euro ogni anno.

Le Regioni contribuiscono ai vari servizi regionali del CNSAS con importi che variano da 30.000 euro a 2.800.000 euro all’anno. In totale i servizi regionali del CNSAS incassano in questa maniera circa 8 milioni di euro ogni anno.

In totale stiamo parlando di oltre 10 milioni di euro che sono destinati a una associazione di volontariato.

Una cifra del genere, destinata ad un ente che fa del volontariato la sua bandiera, dovrebbe essere investita nel migliore dei modi e alla collettività dovrebbe essere assicurata la massima trasparenza sull’uso dei fondi assegnati.

Purtroppo non è agevole reperire i bilanci del CNSAS centrale e quelli dei singoli Servizi regionali (non sono presenti sul sito del CNSAS centrale né tantomeno sui siti dei servizi regionali e neanche su quello del CAI). Tanto meno esiste un bilancio consolidato del CNSAS.

La maggior parte degli operatori del CNSAS sono persone che operano nel vero spirito del volontariato. L’opera del CNSAS è meritoria per tutti gli interventi portati a termine che sono stati riconosciuti negli anni con le più alte onorificenze della Repubblica. Ma non è in discussione il valore e la competenza di questi unici ed inimitabili volontari.

Vi possono essere vicende non edificanti come quella in cui sono stato coinvolto nel CNSAS del Lazio. Ma non sono la norma.

Invito a posare la vostra attenzione su alcuni radicati comportamenti che da tempo sono la prassi nel CNSAS nazionale.

All’interno del CNSAS nazionale operano 8 Scuole Nazionali. In tutto e per tutto assimilabili alle Scuole centrali degli OTCO del CAI.

Cito la Scuola Nazionale Tecnici (SNATE con 25 operatori) la Scuola Nazionale Forre (SNAFOR con 12 operatori), oltre a quelle per medici, per unità cinofile, per lo speleo sub e per i medici. Queste Scuole sono riconosciute da una legge dello Stato.

La legge dello stato non dice però che, per fare un esempio, gli Istruttori della SNATE siano retribuiti per ogni giornata del loro “impegno” con 336,00 (trecentotrentasei/00) euro. Riconoscimento economico che viene erogato a fronte di regolare fattura, inclusa di IVA.

Siamo in presenza quindi di una particolare figura di volontario che viene pagato come un professionista. In realtà tutti gli Istruttori che operano nelle scuole nazionali del CNSAS sono Guide Alpine che prestano il loro impegno “volontario” al modico compenso di 336 euro al giorno.

Oltre a questo modico compenso giornaliero – ovviamente “tipico” di ogni attività di volontariato – il CNSAS consente che ogni spesa a piè di lista di questi Istruttori per viaggi, vitto e spostamento sia poi rimborsata integralmente oltre al compenso che viene “fatturato” da questi volontari.

Alcuni di questi Istruttori hanno fatturato decine di giornate di presenza annuali per compensi, senza i rimborsi spesa, di migliaia di euro l’anno.

Chiedo a voi illustri componenti del Consiglio Centrale, se ritenete legittima questa prassi di remunerare con tali cifre questi “Volontari” che operano nel CNSAS e quindi nel CAI?

E’ normale spendere qualche centinaia di migliaia di euro dei fondi nazionali del CNSAS per remunerare poche decine di operatori che si fregiano del titolo di volontari?

I dati del bilancio CNSAS del 2013 indicano che su 1.420.226,23 euro di finanziamento gestione ordinaria ben 254.068,77 sono destinati alla SNATE e alla SNAFOR cioè a 37 persone Allegato-4-bilancio-CNSAS-2013 che assorbono ben il 18% delle risorse complessive.

E’ assolutamente lontano dal mio punto di vista morale giustificare un tale trattamento per un volontario. Che volontariato è quando è retribuito 336,00 euro al giorno?

Non solo questi istruttori delle Scuole del CNSAS ricevono questo tipo di retribuzione; perché di vera e propria retribuzione si tratta!

Chi svolge il compito di tecnico di elisoccorso sugli elicotteri, che di solito le Regioni adibiscono al servizio 118, riceve compensi analoghi per ogni turno di lavoro fino a 350,00 (trecentocinquanta/00) euro al giorno.

L’operatore dei Vigili del Fuoco, della Guardia di Finanza o dell’Aeronautica che svolge lo stesso compito – con regolare contratto di lavoro dipendente – riceve al massimo 1.500,00 euro al mese come stipendio. 1.500 euro al mese per fare il tecnico di elisoccorso tutti i giorni.

Non è peculiare che il “volontario” del soccorso alpino del CAI con soli 4/5 giornate di “lavoro” guadagni lo stesso importo?

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Che cosa è il volontariato e cosa è il professionismo? Chi sono i “professionisti” del Soccorso Alpino del CAI? Queste sono le domande a cui dovrebbe rispondere il Sig. Baldracco che paga decine di migliaia di euro all’anno a dei “Volontari”.

E’ questo il volontariato che il CAI promuove? Non credo che in questo particolare momento storico, di crisi finanziarie e di spending review, l’opinione pubblica colga il sofisticato motivo per cui dei volontari sono compensati con tali cifre.

Se la stampa portasse all’attenzione dell’opinione pubblica questo regime di rimborsi ai volontari si potrebbe avere un danno d’immagine e reputazionale? Sarebbe difficile da spiegare che il CAI è una cosa è il CNSAS è un’altra cosa.

Se il giornalista Massimo Gramellini fosse stato al corrente di questi fatti la sua esternazione durante la trasmissione televisiva Il tempo che fa sarebbe stata diversa? Oppure ne è al coerente e le sue affermazioni si basano su questi fatti?

Ritengo mio dovere informare questo consesso sulle vicende che vi ho segnalato. Vicende che intendo segnalare all’Autorità di controllo ministeriale sul CAI, alla Corte di Conti e alla competente Procura della Repubblica in quanto coinvolgono l’uso di fondi pubblici.

Mi auguro che il Direttore generale del CAI, per la sua competenza, verifichi che i finanziamenti pubblici che sono di pertinenza del CNSAS siano impiegati – in maniera sostanziale e formale – secondo le norme vigenti.

Sono convinto che questa vicenda possa farvi trarre spunti di riflessione sul ruolo del volontariato nel CAI.

Nel rimanere a vostra completa disposizione per ogni chiarimento e per fornirvi ogni documento che possiate ritenere utile vi porgo i miei più cordiali saluti.