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Arte e Alpinismo 2

Arte e Alpinismo Parte 2
Conversazione con Michele Fanni, Milano, lunedì 24 novembre 2014
continuazione da http://www.alessandrogogna.com/2015/04/29/arte-e-alpinismo-1/

Quanto un alpinista viene informato da ciò che lo circonda e quanto è lui stesso ad informare il reale?
Beh, a questa domanda ti posso rispondere facilmente dicendoti che ognuno ha il suo modo… di interagire. Non voglio negare che anche nel mood competitivo non ci possa essere alcuno scambio. Questo sarebbe forse eccessivo, sarebbe spingersi troppo in là nel giudizio. Però dove non c’è competizione, dove c’è soltanto il rapporto individuo – ambiente, allora lì c’è veramente la… creatività, ci sono le possibilità perché si crei qualche cosa di molto bello.

Foto: David Munilla
Arte-Alpinismo-2-Munilla C.MA.28Si può sentire su una via il carattere di chi l’ha aperta, come una sorta di genius loci? Se sì, in che forma si avverte?
Sì, sì! Si può sentire! Come ci sono gli esperti d’arte, cioè quelli che esaminando un quadro ti dicono: «questo è opera di Tiziano, o se no, è uno della scuola del Tiziano». Vedono delle cose che noi umani non vediamo. Per esempio, un esperto di vini ti dice: «questo viene da un’uva che è esposta a nord, su un terreno calcareo…», ti informa di una tale quantità di caratteristiche… Esperti così ci sono, gente in grado di capire chi ha fatto cosa… Tele che magari riemergono dopo duecento anni dalle cantine, è successo anche questo: «Oh, santi numi! Ma qui siamo di fronte a un…!». Poi ci sono le prove, i tasselli mancanti. Per altri oggetti c’è il carbonio 14, una stima, il secolo almeno. C’è gente che vede la manina dell’autore, la vede, la riconosce. E allora perché non accettare che anche nelle vie tu possa riconoscere una firma, un modo di procedere… Io dico di sì. Lo vedi soprattutto nelle grandi opere d’arte di alpinismo. Certo che noi siamo facilitati, perché le vie hanno una loro storia e questa tu un po’ la sai, quindi non è proprio tutta abilità il vedere la mano del creatore. Cioè, se arrivasse uno da Marte e tu gli facessi fare dell’alpinismo, questo si appassionasse e dicesse: «Ah, questa l’ha fatta Cassin!». Allora sì che sarebbe uno bravo a riconoscere il timbro, la firma dell’autore, ma noi non siamo così. Noi comunque abbiamo studiato, abbiamo letto… La via di Hermann Buhl al Piz Ciavazes, adesso sto inventando, o la via Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina, hanno sicuramente un loro imprinting. Un bellissimo articolo di Heinz Grill paragonava Guido Soldà a Hias Rebitsch, non so se l’hai letto… Se non l’hai letto devi leggerlo! Grill dice: «Questo è Soldà e questo è Rebitstch, perché a.,b., c., d….» e snocciola un sacco di differenze, anche culturali, anche legate alla tipologia di queste due persone, che sono ovviamente due individui assai differenti, che facevano cose diverse; addirittura uno italiano e l’altro tirolese. Più imprinting di così…

Gaston Rébuffat
Arte-alpinismo-2-rebuffatGaston Rébuffat sostiene che avendo vissuto prevalentemente tra la linea orizzontale del mare e la linea verticale delle pareti, il suo modo di prendere decisioni, agire, arrangiare la vita di tutti i giorni sia stato estremamente segnato da queste due direttrici di senso. Quanto l’esperienza della verticalità influenza il vivere quotidiano?
Non c’è dubbio! Insomma tu non puoi andare con lo zoppo e poi non zoppicare… almeno un po’, zoppichi anche tu… Se vai in montagna prima o poi dei risultati ci sono. Risultati su te stesso e sul mondo in cui vivi. Te li porti dietro. Che poi si parli di verticale, di strapiombante o di neve, insomma è lo stesso: è un mondo di avventura, è un mondo in cui ti muovi, sei costretto a prendere delle decisioni.

Che nesso c’è tra danza libertà? Probabilmente la danza è davvero libertà. Libertà allo stato puro. Io adesso mi occupo molto di libertà, in alpinismo e nell’arrampicata… Ma un concetto particolare di libertà. Non definizione: libertà non è fare quello che voglio. Allora, quando c’è libertà? Quando si fa quello che si vuole? Fare quello che si vuole non ti costringe ad averci pensato prima per scegliere. Libertà c’è se tu hai la possibilità di scegliere e se hai scelto: scegliere tra diverse opzioni. Io la libertà la intendo in questo senso, se no, sei un animale. L’animale non si pone dubbi e problemi, non è libero. Invece l’uomo è libero quando ha la possibilità di sbagliare, se non c’è la possibilità di sbagliare non è libero. Deve avere la possibilità di sbagliare. Nel momento in cui si mette lì e ci pensa, valuta, più o meno razionalmente, perché non c’è solo il mood razionale, anzi, c’è l’istinto, c’è tutta una serie di cose che ti permettono di valutare il modo, per esempio, di fare una cosa, se farla o non farla, cioè la libertà di andare o non andare, e se vado come vado, e se vado con quali mezzi? E con quali compagni? Quanto mi devo allenare per andare su? Cioè domande alle quali si danno delle risposte e alla fine si sceglie e si va, oppure non si va e si andrà. Questa è la libertà. Fare quello che si vuole, non vuol dire niente. Vuol dire essere un bruto che non pensa, uno che va in montagna “per divertirsi”… (risata).

La danza, e questo però è un problema che mi pongo ora, in questo momento, cioè non vi ho mai pensato in vita mia, ed è anche una domanda che faccio a te… Vedo la danza come un’espressione quasi immediata. Non è vero, so che la danza esige una preparazione, un allenamento tenaci… non è che chiunque può esprimere opere d’arte con la danza… Però ciò che la danza ti suggerisce, e magari non è così, è l’immediatezza, come se il muoversi in un certo modo sia talmente bello, sia così esteticamente stupendo da dareti l’impressione che dietro non ci sia alcuna preparazione. Cioè che questa cosa avvenga così, naturalmente. Il che può anche essere vero. Un capolavoro, magari venuto fuori così, alla prima… Allora mi domando: nella danza quanta libertà c’è? Nel momento in cui assumiamo per un attimo che tu non abbia dovuto fare alcuna scelta e il tuo muoverti sia il frutto di un’emozione che viene da dentro. Allora a quel punto tu non hai fatto alcuna scelta. O se l’hai fatta, l’hai fatta in maniera talmente rapida da coincidere con l’azione. Allora quella è libertà allo stato puro! Sto esagerando…

Ad esempio in alcune discipline orientali, come può essere il teatro Nō, il momento culminante dell’intero percorso artistico si ha quando le capacità tecniche, le competenze sono a un livello tale che finiscono per essere infrante: il danzatore dimentica la tecnica perché la possiede a un tale livello che non ne ha più bisogno…
Un po’ richiama quello che dicevo prima parlando del grande atleta che partecipa a una competizione e che non ha possibilità di fare arte a meno che non sia talmente al di là…

Da trascendere le regole…
Esatto.

Michel De Certeau
Arte-alpinismo-2-Michel_de_certeauRispetto sempre al discorso della libertà e dell’avventura mi lancio un po’ in una domanda che… Michel De Certeau definisce tattica: «azione calcolata che determina l’assenza di un luogo proprio. La tattica ha come luogo solo quello dell’altro. Deve pertanto giocare sul terreno che le è imposto così come lo organizza la legge di una forza estranea. É movimento all’interno del campo visivo del nemico e nello spazio da questi controllato». Allo stesso modo avventura è inoltrarsi in un territorio nemico? Così facendo, a quali domande si cerca di dare risposta?
Non avevo mai pensato ad una cosa del genere ma un collegamento c’è sicuramente. Ricavarsi un proprio spazio in un ambito che si pretenderebbe essere già definito. E questo passa attraverso l’inutilità, per forza.

E’ a stretto contatto con il discorso artistico. Inutilità che…
L’opposto dell’albero della cuccagna per intenderci.

Si capovolge la consueta prospettiva di vita e si sviluppa un discorso di qualità. Effettivamente, riuscendo a liberare il proprio quotidiano da quello schematismo, attraverso un percorso che per quanto minuto, sia innanzitutto personale, si può cambiare il proprio modo di vedere e di realizzare il reale. Sempre in riferimento al discorso sulla visione: mi sembra che tale meccanismo sia presente nell’alpinismo e che a volte possa anche riflettersi nella vita quotidiana. Anche per questo ti ho fatto quelle domande prima sulla capacità di informare o di essere informati… quindi anche in città la possibilità di sviluppare un percorso differente da quello magari già categorizzato e soprattutto gestito da altri. Sono un po’ tutte ipotesi che faccio io…
La guerriglia urbana che tutti noi quotidianamente conduciamo, non mi vengano a dire… quella che tutti conduciamo, perché se no, non sopravvivi. Se no, veramente altro che numero: sei uno schiavo! Perché non c’è nulla che ti faccia pensare di essere in mezzo a qualcosa di gaudioso, di felice. Il dolore che ti accompagna tutto il giorno per mille cose, per gli affetti, il dolore, in generale. Quello non ci abbandona mai, possiamo dimenticarcene per un attimo ma è sempre lì. Poi hai una società che, teoricamente, per evitare di farti provare maggior dolore ti impone un comportamento. Per questioni morali, per questioni etiche, per questioni di obbedienza, di buonsenso, tu comunque devi rispettare delle norme, delle leggi. Non è che puoi metterti a fare il cazzo che vuoi, no? Questo è chiaro. E al limite svolge bene il suo compito anche l’etica… una specie di normativa, che ti viene dalla famiglia e dalla società, a tutti i livelli, che va dal bambino piccolo fino all’anziano. L’etica ha un suo compito, perché appunto la libertà non è fare quello che si vuole, ma è fare ciò che si sceglie in un ambito etico. Il fatto che tu abbia delle norme, delle leggi da osservare, cui teoricamente devi obbedire, ti impone anche praticamente la possibilità di essere libero. Cioè, senza queste norme, allora faresti veramente quello che vuoi tu, e quindi non saresti libero. Con le norme diventi libero, sempre che tu le sappia gestire bene e valutare e diciamo così, rispettare, per quello che vanno rispettate. Cioè per la loro parte buona e non per quelli che poi ne sono gli effetti negativi. C’è una interpretazione che uno deve dare. Però hanno una funzione queste norme, e non è soltanto quella di tenere in ordine una città o un paese. Che non ci siano omicidi, o che non ci siano ruberie, vessazioni… che in realtà ci sono ugualmente, però insomma, magari il fenomeno del delinquere è più contenuto. La mia ottica è utopistica: noi stiamo andando incontro all’assoluta inutilità delle leggi. Leggi=inutili. Le leggi non serviranno… quindi saranno abolite. Questo dovrebbe essere tra settemila anni il punto d’arrivo. Rincorreremo ancora una libertà? Chi lo sa…

Robyn Erbesfield a Orgon. Foto: Philippe Poulet
Arte-Alpinismo-2-Poulet Erbesfield OrgonMi piace molto un verso di una canzone di Giorgio Gaber che recita «libertà è partecipazione»: recentemente è uscito un libro di Roberto Luporini, il coautore di questa canzone, dove si racconta che inizialmente il testo diceva libertà è «spazio d’incidenza», definizione che mi sembra ancor più appropriata e calzante…
Incidenza nel senso che “incidi”, che conti qualcosa…

Come se fossero vettori capaci di trovare una direzione comune, nonostante le differenze…
Vabbé, comunque… ogni tanto perdo il filo…. qual era il discorso?

Volevo arrivare al concetto di terrain d’aventure: come si può definire?
Uno spazio appunto, dove puoi ancora cercare di essere libero. Senza il quale saremo peggio dei numeri. Il discorso è questo e ce lo devono lasciare. C’è gente che non ne ha bisogno apparentemente. Chi dice “vado in montagna per divertirmi”… almeno della montagna ha bisogno, perché se no non si diverte… E quindi il suo spazio lo deve avere.

Lo spazio e quindi, come De Certeau dice: la tattica, che uno deve utilizzare per gestire, creare e difendere questo spazio fa parte della nostra attività quotidiana. Perché è in effetti aggredito, dalle leggi sulla sicurezza, dai divieti insensati. La situazione è grave.

Ad esempio, l’ultima grande polemica che c’è stata, che è ancora in pieno svolgimento: non so se hai sentito di questa Clif Bar che ha tolto la sponsorizzazione ad Alex Honnold, a Dean Potter e ad altri come loro… Allora, c’è chi dice che l’hanno fatto per farsi pubblicità, cioè per dire: «guardate come siamo bravi noi, che improvvisamente consideriamo il dono della vita come la cosa più importante… per questo certi exploit non li sosteniamo…». C’è gente che dice che l’hanno fatto apposta: proprio per guadagnarsi una alea di azienda che vuole il bene dei propri consumatori. Io non mi spingo a dire questo, non abbiamo prove. Magari davvero e più semplicemente, chi è al comando, alla direzione di questa azienda può benissimo aver pensato, in termini molto più tranquilli e meno malfidenti, che sponsorizzare gente che fa del free solo, che fa la slackline senza assicurarsi, oppure base jumping fatto in modo assolutamente folle, ecc… sia riprovevole. Gente che appunto pensa in buona fede che ci sia un genere di exploit da non incoraggiare. Lo ammetto. E quindi non mi interessa sapere con quale motivazione di fondo questa azienda ha fatto le sue scelte, non mi interessa affatto. Quello che mi interessa è andare al problema e dire: c’è gente che fa queste cose, il free solo esiste da quando esiste l’alpinismo, non è che sia una novità di Honnold o Auer, non è che l’hanno inventato loro, c’è gente che andava così già nell’Ottocento… che poi magari Comici invece di avere solo le scarpette, avesse magari anche una corda dietro… non sarà stato il free solo, però capisci che il principio è quello… Che io sia andato sulla Nord delle Grandes Jorasses, sulla Walker, e l’abbia fatta da solo, allora era una follia esattamente come oggi è giudicato follia il free solo. Quindi poco cambia. Sono manifestazioni queste, specialmente per quanto riguarda l’arrampicata, che sono sempre esistite… adesso la slackline è una novità, per quanto abbia le sue origini nel circo… no? Uno cammina e a un certo punto non c’è la rete, è lo stesso identico principio, non è che mi cambia. Il trapezista che fa i suoi esercizi, in compagnia con altri, con la donna, con altri uomini e fa “zinghete, zanghete, zinghete, zanghete”, senza la rete, è uguale alla slackline senza assicurazione. Eppure c’è… da quanti anni c’è? E da quanti anni questa gente si vende per farlo? Perché non lo facevano mica gratis, lo facevano per far spettacolo… c’è una precisa domanda per questo genere di spettacolo, una debolezza umana che c’è sempre stata: le bravure, le abilità, le mettiamo in mostra e ci guadagniamo anche un po’ di soldi, è normale. Poi perché uno lo faccia, questo è un altro discorso.

Il Circo di Montecarlo
Russian Shatirov troupe perform during the Award Gala evening of the 39th Monte Carlo International Circus Festival, in Monaco January 20, 2015. REUTERS/Sebastien Nogier/Pool (MONACO  - Tags: ROYALS ENTERTAINMENT SOCIETY)Perché il circo non è mai stato sponsorizzato? Perché si presume che il circo sia un’impresa commerciale, diciamo, un’equipe di persone, che tra l’altro risponde a un proprietario, a un Orfei, o a un Togni, il quale è il proprietario di tutta la baracca e baracconi. Lui era l’impresario che metteva la lira, pagava i suoi atleti, attori, mimi, clown, chi più ne ha più ne metta, manteneva gli animali con i domatori e girava il mondo con ‘sto cazzo di circo. A noi oggi il circo non piace più tanto, forse un po’ ai bambini o a quelli lì del Principato di Monaco che ci ossessionano con ‘sta storia del circo di Montecarlo. Non se ne può più… Vedere gli animali trattati in quel modo a noi oggi dà fastidio, una volta questa sensibilità non c’era, le cose cambiano. Però non mi sognerei mai di dire che il circo non va fatto perché non si deve rischiare la vita dell’atleta o del campione.

Quindi, anche nel free solo ci sono questi personaggi che affrontano dei grossi pericoli. Ma sono assolutamente convinto e straconvinto, come dice Honnold nella sua risposta, che loro lo fanno per loro stessi, non per uno sponsor che glielo fa fare. Dunque, non caricatevi cari sponsor di questo carico e di questo fardello, che è un fardello unicamente del personaggio, e non sentitevi colpevoli se qualcuno ci lascia le penne. Questo può anche succedere, è molto più vero quando le cose sono molto più complesse, non così semplici come nel caso del free solo. Quando, per esempio, Jerzy Kukuczka, completò i suoi 14 ottomila un mese dopo Messner, non credo che per lui sia stata una passeggiata. Aver “perso” quella competizione montata dai media, dopo aver salito i suoi 14 Ottomila in modo creativo, del tutto avulso dalla volontà di concludere al più presto quella collezione personale… dev’essere stato insopportabile. Chi per primo arrivasse a fare i 14 Ottomila: questo è ridicolo! C’è da piangere! E Kukuczka me lo vedo soffrire in modo atroce: me lo vedo dare delle giustificazioni ai suoi sponsor, che non c’erano da dare, che probabilmente non gli sono state neanche chieste. Anzi sicuramente non gli sono state chieste queste giustificazioni, ma il diretto interessato si sente in questo modo un fallito e in qualche modo deve rispondere a questi qui che continuano a dargli dei soldi. Allora va a fare altre cose, in una spirale di eccitata tristezza così grande da farlo soccombere. Queste cose non si possono dire apertamente, diciamo che è solo una mia immaginazione… però gente come Kukuczka e Casarotto è morta in questo modo, nessuno mi può convincere del contrario.

Michel Bricola e Patrick Berhault
Arte-alpinismo-2-michel bricola et patrick berhault


Anche dal libro di Michel Bricola su Berhault sembra che si profili uno scenario del genere dietro all’incidente mortale…
Sì? E’ uno strano modo di affrontare questo argomento del free solo, o tornando indietro anche di Berhault, Kukuczka, ecc… Perché in effetti da una parte dico molto apertamente che lo sponsor non deve sentirsi responsabile, cioè non deve sentire una colpa “morale”, dall’altra è anche vero che è lo sponsorizzato a rinchiudersi da solo in quella trappola. Non abbiamo le prove, non è che si deve fare un processo, però insomma… C’è stata in taluni casi una maggiore facilità a mettersi in posizione di pericolo rispetto a se non ci fosse stato alcuno sponsor dietro. E allora mi sentirei di valutare caso per caso. Perché qual è il pericolo? il pericolo è che Clif Bar non sponsorizzi più? Ma chissenefrega, non succede niente. Se un domani, nessuna azienda sponsorizzasse più questi exploit, tu credi che ci sarebbero meno incidenti? E’ un’ipotesi che lascia il tempo che trova. Comunque se uno vuole andare a “pericolare”, ci va! Non c’è dubbio.

Johann Wolfgang Goethe
Arte-Alpinismo-2-goetheA me sembra soprattutto un’apertura di mercato verso quel nuovo bacino commerciale di arrampicatori che popola le città, i quali probabilmente non chiedono grandi exploit, ma piuttosto falesie plaisir dove possano andare anche loro in piena sicurezza… a me fa molto ridere, per esempio, la pubblicità sulle riviste di questi rinvii allungati per poter “barare” nei moschettonaggi…
Ah sì, i furbi! … beh, adesso diventa quasi tattico… quasi canonico…
Io volevo aggiungere una cosa: che secondo me, al contrario, è forse ancora più pericoloso non sponsorizzare quel tipo di attività. Perché se tu non la sponsorizzi ed effettivamente tutte e quante le aziende non la sponsorizzassero (ci vuole una certa massa, non basta la Clif Bar)… che cosa succede? Succede che viene a crearsi quasi la convinzione nel pubblico che se tu non fai il free solo, allora è tutto sicuro… (risata). Cioè l’individuazione del nemico ti porta a pensare che gli altri siano amici. Non è così! Tu individua pure un nemico, ma tieni presente che ce ne sono anche altri, cioè non è che ce n’è uno solo. Ce ne sono altri. E soprattutto, quando tu hai evitato il tuo nemico, non abbracciare tutti gli altri come se fossero amici, perché non è vero! Questo è sbagliato! …Stiamo andando fuori tema, però io ritengo estremamente importante il tema della libertà. In caso di sponsorizzazione, uno è costretto a pensare: «ma l’accetto o non l’accetto?». Comincia a farsi delle domande… In assenza, che fa? … Non so, la sponsorizzazione fa parte del mondo di oggi, non è che tu la puoi eliminare, non è che si può tornare a quando non c’erano sponsorizzazioni… Come fai? È estremamente complesso questo problema, io non ho ancora preso posizioni, ma un giorno lo farò. Dirò: «Ma signori, attenzione perché la sponsorizzazione ha i suoi pregi, che non sono semplicemente quelli di aiutare questi personaggi economicamente per rendergli possibili cose che altrimenti non avrebbero modo di fare… non è solo quello, c’è tutto un insieme di cose!». Nell’ambito di quella famosa tattica per muoversi in questa società, io credo che esse siano essenziali.

Carlos Castaneda
Arte-alpinismo-2-Castaneda-cmcsonrisalazo.jpg.w300h404Ho sentito spesso parlare, riguardo alla comunità alpinistica degli anni Sessanta e Settanta, di un comune interesse per i libri di Carlos Castaneda e in generale per la musica rock, se non addirittura prog (ho letto che Gian Piero Motti amava molto i Gong); quali erano i riferimenti culturali condivisi per i giovani alpinisti di allora?
Io direi che il fenomeno Castaneda, soprattutto i primi tre o quattro libri, perché poi ne ha fatto una quantità…, i primi tre o quattro, A scuola dallo stregone… poi L’isola del Tonal… i primi tre o quattro li ho letti, e anche con una certa avidità, nel senso che mi interessava molto quello che diceva quel Castaneda. Lo trovavo stimolante per un’intera civiltà occidentale. Si potevano fare accostamenti con l’alpinismo, perché comunque un viaggio nell’avventura, un viaggio vero improntato all’avventura, può anche essere un’esperienza tipo quelle raccontate da Castaneda, che magari erano indotte dai funghi, mentre le nostre esperienze non sono mai state indotte dai funghi. Se i risultati possano essere simili, non so, non avendo io mai assunto funghi o acidi. Però mi interessava e so anche che interessava a un casino d’altra gente. Un’associazione particolare con la comunità alpinistica non ce la vedo, anche perché sai che non è mai stato nella cultura dell’arrampicatore, o dell’alpinista, il drogarsi.

A esempio, a livello teorico, io trovo una grande possibile vicinanza tra un certo tipo di alpinismo e le tesi situazioniste di Guy Debord sulla deriva e la psicogeografia…
Io qui ti confesso la mia ignoranza, non so cosa sia il situazionismo, se me lo spieghi forse posso aiutarti…

Se vuoi riportarti a quel momento, forse il più “grosso nemico”, sempre tra virgolette, dell’alpinismo e dell’attività avventurosa in genere, non era come oggi la société securitaire, il peggior nemico in questo momento: allora era il marxismo, nella sua declinazione, non tanto di “Carlo Marx e il Capitale”, quanto di vita collegiale. C’era un po’ questo mito per cui le decisioni andavano prese democraticamente, perché c’era una collettività, la società e perché sarebbe stato tutto molto bello se questa società avesse dato spazio al singolo e se il singolo avesse introiettato completamente la società, ecc… Con leggi, non dico di tipo evangelico, però insomma, comunque del vogliamoci bene, parità di diritti, parità di doveri, e queste cose qui… Il peggior nemico era il marxismo perché diceva, me lo sento risuonare ancora nell’orecchio: l’alpinismo è una fuga dalla realtà. Ed era una condanna questa, cioè non era approvativo, era un giudizio negativo quello che veniva dato.

Guy Debord
Arte-Alpinismo-2-GuyDebord-300n1Questo giudizio della fuga intanto dice che sei un vigliacco. Poi dà una grande importanza alla realtà, ma cos’è ‘sta realtà? Per loro la realtà era la realtà concreta della società, e cioè il vivere civile insieme, ecc… Questa era la realtà. Con tutte le cose che non vanno bene: la gente che soffre, che sta male, oppure che è emarginata, oppure drogata e chi più ne ha ne metta… etilica… Questa era (ed è) la società. E quindi secondo loro, ogni energia che aveva l’individuo doveva essere rivolta a cercare di migliorare questa società, un credo di questo genere. Invece, chi va in montagna scappa, va fuori dalle balle, non gli interessa niente del proletariato, perché allora si parlava di proletariato, di capitalismo, di società imperialista, ecc… del colonialismo, di come i neri sono stati trattati… cioè tutte queste brutte cose sembravano concentrate in quella frase di tre parole per dire: sei un vigliacco. Sei un irresponsabile, ecco, un irresponsabile. Questo era il problema di allora, per ciò che riguarda lo spazio tattico. Spazio tattico, invece, era proprio questa fuga, perché tu in realtà, non è che te ne scappavi dalla società, in realtà ti trovavi i tuoi spazi. Questo era … ma chi lo sapeva allora!? Io non lo sapevo allora, non lo avevo mai pensato in questi termini. Pensavo, non proprio che fosse una fuga, perché sentivo che comunque anch’io ero legato alla società, non ero così fuori… però nello stesso tempo sentivo che questa società sarebbe stata meglio se si fossero conservati degli spazi in cui agire in questo senso. Cosa che invece in quel giudizio lì non c’era. È stato utile anche quel giudizio lì, perché io ne ho preso quasi subito le distanze. Se le mie passioni politiche prima erano sfegatatamente di sinistra, anche se non sono mai andato nelle piazze, da quel momento ho cominciato a prendere le distanze e dire: «attenzione! Essere di sinistra è un conto, andare a sposare le tesi di questi qui è un altro!». Cioè questi qui davvero vogliono portarti alla direzione unica. Io non ci sto, tutto qua. Posso anche aver sempre votato a sinistra, per carità, però di lì ad esserne parte davvero integrante… me ne sono sempre tenuto distante, anche perché non mi va. Le esperienze che ho avuto con i gruppi e con le associazioni sono sempre andate a finire in modo che dici: «vabbé, l’uomo è veramente debole…». Quindi non crederci… Non è che io sia sfiduciato, amareggiato, per carità, son successe delle cose brutte, però vabbé… Ci credo ancora che ci possano essere dei miglioramenti, un attimo fa ti ho detto che arriverà il giorno in cui non ci saranno più leggi perché non ce ne sarà più bisogno. Se uno la pensa così allora vuol dire che non è proprio così sfiduciato. Però nello stesso tempo ti accorgi di quello che succede ed è veramente un mondo di merda… era molto, ma molto meglio allora. E con questo non voglio fare come quei vecchi che dicono: «Ah! Ai miei tempi…», ai miei tempi c’erano un sacco di cose che non andavano bene, però che oggi un giovane abbia più difficoltà che allora ad emergere e a diventare quello che lui stesso è, questo è verissimo. Oggi è più difficile. E non per colpa vostra, bensì per colpa del sistema, della storia. Forse la colpa è semplicemente data dal fatto che sono sessantacinque anni, o sessantotto che non ci sono più guerre… ecco, questo può essere… oh, naturalmente nessuno se le augura!

Foto: David Munilla
Arte-Alpinismo-2-Munilla CH. 40. YSiamo anche quasi sette miliardi di persone al mondo….

Ma restando in Italia: in Italia eravamo 55, 56 milioni, adesso siamo 57… cioè non è che siamo cresciuti poi tanto… non è quello il problema dell’Italia. Il problema dell’Italia è un altro: è crederci… ma lì… vabbé, adesso andiamo in discorsi… ma per dire… non son sfiduciato, assolutamente, al limite sono più ottimista di altri, però con i piedi per terra, perché se ti lasci andare un attimo, ti fanno fuori.

Ora ti faccio un’osservazione io su come hai utilizzato il termine romanticismo: io credo che tu abbia utilizzato questa parola nell’accezione oggi in uso comune, che secondo me però è sbagliato. Cioè non è sbagliato, è giusto se si dà alla parola romanticismo un significato che non è il suo. Se noi diamo il significato di “sognatore”, cioè, se noi sostituiamo al significato di romanticismo, quello di “sognatorismo”, adesso invento, allora è perfetto. Ma siccome romanticismo non è il “sognatorismo”, perché non lo è filosoficamente e culturalmente parlando. La parola romanticismo vuol dire un’altra cosa: esprime un movimento di idee che è venuto fuori alla fine del Settecento, ai primi dell’Ottocento, che non è quello dell’essere sognatori. È come usare una parola a sproposito. Perché? Perché il romanticismo è una filosofia, diciamo, anche se è qualcosa di più, è un atteggiamento verso la vita, che ha creato produzione di opere d’arte, dalla letteratura alla musica… Ma prendiamola solo come filosofia, per capirci. Quello che esattamente è stato il romanticismo è la contrapposizione tre l’Io e la Natura. Se prima, nella stessa visione neoclassica dell’Illuminismo, oppure prima ancora, ai tempi antichi, non c’era questa grande distinzione tra Io e Natura, con il romanticismo si crea questa divisione, perché probabilmente doveva crearsi, era quasi fatale che succedesse. Improvvisamente l’uomo non si vede più creatura fatta da Dio assieme alla Natura, ma si vede come entità a sé stante, cioè l’Io dell’uomo cresce. La quantità di coscienza del proprio esistere, del proprio essere, aumenta in modo enorme rispetto a come era per le generazioni passate, anche di artisti come Dante. In Goethe c’è questa contrapposizione e in tutti i romantici… La divisione tra Io e Natura. Questo che cosa vuol dire? Da una parte, c’è comunque un rapporto di amore verso la natura che poteva esserci anche prima, non è che improvvisamente ci mettiamo ad odiare la natura, perché la riconosciamo come altro da noi. Prima invece era proprio parte nostra, l’Io era meno sviluppato. Fa parte di un processo di crescita questo, è come se vedessimo l’Io bambino che diviene adolescente. Viene voglia di conquistare la Natura, cioè nasce nell’individuo, in parecchi individui, la necessità di porsi, non tanto contro, quanto vedere che c’è questa realtà diversa da te, e quindi scontrarsi, incontrarsi, definiscilo come ti pare. Un rapporto con questa entità che una volta si chiamava creato, ma adesso si chiama Natura. E’ lo Sturm und drang: sconvolgere totalmente la visione che fino a quel momento era stata chiara su come ci si poneva nell’ambito naturale. Tutto è completamente cambiato: d’improvviso ha un senso andare a fare delle cose inutili del tipo conquistare una cima. Non perché ci porti il barometro su e misuri la pressione, ma perché vai in cima a questa montagna. Questo è il romanticismo: cioè, il prendere coscienza che l’uomo può migliorare, sentirsi più grande, emozionarsi, diventare poeta e diventare artista, se ha un obiettivo, che non è ad esempio, quello di scrivere una poesia, che vabbé, rimane e nessuno lo toglie, ma è quello di andare, cazzo, a conquistare l’Everest. Conquistare il Monte Bianco. Prima era: «Monte Bianco? Ma chissenefrega del Monte Bianco!». Improvvisamente viene fuori il Monte Bianco, perché il Monte Bianco è la montagna più alta delle Alpi, che è un oggetto naturale, che ci sovrasta. Allora ecco che viene voglia di salire sul punto più alto. Prima esisteva questa voglia? Certamente no! Questo è il modo d’agire romantico. Poi, dall’Ottocento, si passa al Novecento, arriviamo alla civiltà industriale, al capitalismo, al post-capitalismo…? Dicono che è da un bel po’ di anni ormai che il romanticismo è morto. Ma se lo si usa in quell’accezione di “sognatore”, di “sentimentalista”. Se invece si rimane nella vera accezione filosofica di romanticismo, beh allora non c’è periodo più macroscopicamente romantico di questo. E perché? Perché noi siamo ancora sempre di più contrapposti alla natura. Cioè non è neanche come ai tempi di Goethe, qua noi la natura l’abbiamo… la stiamo aggredendo tutti i giorni, noi stiamo aggredendo l’ambiente, stiamo distruggendo l’ambiente. Questo è un dato di fatto: noi stiamo pensando di essere i re di questo pianeta, noi vogliamo sconfiggere la morte, esplorare lo spazio e di più ancora… Stiamo pensando questo, ci stiamo sostituendo a Dio, cioè il nostro Io si sta gonfiando sempre di più e si sta contrapponendo alla Natura, oggetto da conquistare, sempre di più. E dunque noi ora siamo più romantici di quelli dell’Ottocento. Allora la parola romanticismo bisogna stare attenti ad usarla…

…Se un giorno, vuoi perché abbiamo tutta una serie di papa Franceschi, vuoi perché viene fuori il neo spiritualismo, vuoi perché verrà fuori chissà cosa… tutto può essere, magari tutta una serie di attività societarie spirituali che porteranno, quasi certamente in modo traumatico, a un nuovo tipo di pensiero, allora forse ci si potrà dimenticare della parola romanticismo. Perché a quel punto probabilmente avremo riacquistato la consapevolezza di come sia tutto uno il Creato. L’organismo pianeta terra è uno solo, noi non siamo i padroni. Cioè una visione di umiltà, sostanzialmente.

Su Outer Limits, 5.10c, Cookie Cliff, Yosemite
Arte-Alpinismo-2-Outer Limits

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Arte e Alpinismo 1

   Arte e Alpinismo Parte 1
Conversazione con Michele Fanni, Milano, lunedì 24 novembre 2014

Che cosa voleva dire per un giovane degli anni Sessanta andare ad arrampicare?
Beh, allora, se per anni Sessanta e ragazzo si intende, per esempio, quello che potevo essere io, nel 1960 avevo quattordici anni, nel ’65 ne avevo diciannove e nel ’70 ne avevo ventiquattro. Parliamo di quell’età lì, ero un ragazzo giovane insomma.

John Bachar su Midnight lightning, Yosemite (1978)
John Bachar, campo 4, Midnight Lightning su Columbia BoulderDirei andare in montagna, perché non stiamo parlando di arrampicare: non c’era alcuna divisione tra arrampicata e alpinismo. Il primo che io ricordi, il primo dal quale abbia sentito dalla sua viva voce di mountaneering e climbing, dicendo che erano due cose molto diverse, è stato John Bachar, 1978. Quindi addirittura dopo il Nuovo Mattino. Di Nuovo Mattino possiamo già parlare dal ’74, ’75, ’76, però si era affermato l’uso della parola free climbing e quindi era diventata quasi inutile la divisione tra alpinismo e arrampicata, perché c’era già quella tra alpinismo e free climbing. Questo nel ’78 è successo: sono andato in California, ho conosciuto John Bachar, ho parlato con lui. Se tu hai letto il mio libro La Parete avrai visto che c’è tutta una serie di fotografie di John Bachar quando fa il suo Columbia Boulder [Midnight Lightning]. C’è una serie di fotografie pazzesche, molto belle… direi che questo è un discorso che ben si associa a quello della danse escalade. Perché non è neanche più la performance di vittoria: lui quel sasso lo aveva già fatto, evidentemente lo faceva, non dico una volta al giorno, ma insomma… lo faceva spesso. Una roba per noi impossibile. Questa oramai era una danza, l’esecuzione di un pezzo. Sostanzialmente non era più un discorso del tipo “ci riesco o non ci riesco”, ma se ”ci riesco bene o ci riesco male”; questo discorso secondo me si avvicina molto a quello artistico. Una volta per salire un blocco (restiamo un attimo sul bouldering) c’era un valico: o lo fai o non lo fai; o cadi (anche senza cadere, non ce la fai a salire), oppure lo fai. Ma nel momento in cui lo facevi valeva tutto cioè, ovviamente non dico chiodi o cose strane, però se tu riuscivi a salire con i tuoi mezzi questo era avercela fatta. Però magari, se uno ti filmava o ti fotografava vedeva di quelle cose penose… Uno sforzo… Uno sbanfamento tale che francamente… si va bene ce l’hai fatta… però! …Al limite del limite, e soprattutto non certo una visione estetica piacevole. Per carità, tutto bene, però c’era questa differenza e la si avvertiva. Invece appunto lui, Bachar ha fatto ‘sta cosa… dove noi non riuscivamo neanche ad alzarci da terra, non solo io, anche altri; venivamo dall’Italia e credevamo di essere chissà chi… Questo ci ha colpiti e ci ha dato un indirizzo…

Tornando agli anni Sessanta, non c’era questa differenza tra alpinismo e arrampicata che è arrivata davvero dopo. C’era, se consideriamo che era ben chiara, la distinzione, ad esempio, tra alpinismo nelle Dolomiti e alpinismo nelle Occidentali. Si è parlato spesso di questa contrapposizione: gli occidentalisti che dicevano che i dolomitisti scalavano i paracarri; i dolomitisti invece dicevano che gli occidentalisti scalavano dei pendii di neve… Insomma era un po’ così, c’era questa contrapposizione anche un po’ goliardico-scherzosa, qualcuno che invece si prendeva più sul serio, ma vabbé, pazienza per lui… Però era tutto alpinismo, almeno questo bisogna dirlo. Anche lo scalare la Guglia De Amicis con il lancio della corda, come ha fatto Piaz… beh, lì però si parlava di funambolismo…

C’era la visione legata unicamente all’alpinismo e la faceva da padrone la parte cosiddetta eroica, cioè la parte degli anni Trenta quando si parlava di alpinismo eroico… che poi è rimasta anche negli anni Cinquanta; lasciamo perdere i Quaranta, c’era la guerra… non che non si sia fatto niente, si è fatto anche lì, però, lasciamoli un attimo perdere gli anni Quaranta. I Cinquanta sono stati un po’ più focalizzati sulle vittorie sulle ultime pareti, l’esagerazione dell’artificiale, anche se poi c’erano tutte le eccezioni a quel tempo…

John Bachar su Midnight lightning, Yosemite (fine anni ’90)
Arte-alpinismo-105857126_medium_e56e93La Philipp in Civetta è stata fatta nel 1957, dunque allora già lì c’era una contrapposizione tra artificiale e libera. Il Naso del Capitan, vabbé, non è che si può qualificare arrampicata libera o artificiale, è il Naso. Il Naso è il Naso. È stato fatto nel 1958, però già nel 1961 Robbins, Pratt e Frost fanno la Salathè e questa è chiaramente una contrapposizione di liberismo rispetto all‘artificialismo tipo Warren Harding sul Naso. Questo lo leggi, lo vai a vedere sui testi, se vuoi. Robbins aveva quell’idea lì. Non che non abbiano usato chiodi, per carità, li hanno usati anche loro, però indubbiamente molti meno, su una via che probabilmente è anche più difficile del Nose.

Le discussioni erano queste e specialmente in Italia si era legati a quello che era il discorso eroico degli anni Trenta. A me viene da sorridere perché quando avevo quell’età lì – che poi è anche l’età tua – pensavo agli anni Trenta come a una cosa geologicamente distante, ad un’altra era, ma molto vicina, perché comunque era talmente importante sapere, conoscere e apprezzare i vari Cassin, Vinatzer, Gervasutti, Heckmair; tutta ‘sta gente qua, che erano i miei miti sostanzialmente. Erano tutte persone degli anni Trenta… vive o morte… Buhl, per carità grande personaggio, però non era degli anni Trenta, vabbé, poi insieme a Buhl è venuto fuori anche Bonatti, etc… Gli anni Trenta erano in qualche modo, come dire, un punto di partenza: perché quando si andava a ripetere delle vie, andavi a ripetere le vie degli anni Trenta, se ci pensi… È vero che Buhl ha fatto anche lui delle vie nuove, anche molto difficili, però tanto per cominciare erano in Tirolo o chissà dove. Cioè non è che puoi andare ovunque. Piussi faceva delle cose spettacolari, ma le faceva dalle sue parti nelle Alpi Giulie e nelle Alpi Carniche. Le ultime grandi prime, assieme a quelle di Bonatti, anche quelle grandi prime, la Est del Capucin, il Dru, etc… Ma se prendi in considerazione la massa delle grandi prime tra le quali potevi scegliere per andare a ripetere, erano quasi tutte degli anni Trenta. Ed è per questo che eravamo legati agli anni Trenta. Io vedevo questo periodo che va, appunto, dal 1929 all’inizio della seconda guerra mondiale, lo vedevo come una cosa geologicamente distantissima. Ma se vado a vedere attentamente, prendiamo un anno esempio, non so, il 1937 che è l’anno in cui è stato fatto il Badile, la Nord-Est del Badile di Cassin, 1937… 1947 eh… nel ’47 avevo un anno. 1957 son vent’anni e 1967, quando io ci avevo ventun anni, sono trent’anni… Trent’anni non è poi un granché. Non è così terribile. Se io oggi, che è il 2014, vado indietro di trent’anni, arrivo al 1984 (risata), cioè la bellezza di venti anni dopo il Nuovo Mattino, venti! 30 più 20 fa 50! Questo periodo del 1984 non lo vedo come vedevo gli anni Trenta quando ero giovane, lo vedo in maniera completamente diversa.

Si sono compressi i tempi…
Sì, ma è solo per sorridere sulla nostra capacità o incapacità di vedere le cose in maniera oggettiva. Comunque siamo legati al nostro ciclo naturale, e non c’è niente da fare. Davvero, io ricordo questi anni Trenta e li vedevo distantissimi, adesso non vedo così distanti gli anni Ottanta… Anzi dal punto di vista delle differenze ce n’è di più adesso, perché voglio dire, tutto il discorso tecnologico, informatico, le invenzioni, l’esser stati sulla luna, tutte queste belle balle qua, sono state cose che hanno davvero cambiato tutto. Nel 1989 mi hanno chiesto: «Scusi, ma lei ce l’ha un fax?», come dire “è attrezzato?”. Gli dico: «Sì guardi, l’ho messo giù 15 giorni fa». «Ah, allora le faccio un fax, benissimo…». Oggi il fax appena appena si sa che cosa era… O il telex, cazzo era il telex? Ci sono stati dei cambiamenti spaventosamente importanti, più grossi dei cambiamenti tra anni Trenta e anni Sessanta, a parte la guerra. Quindi è una visione soggettiva la nostra, una visione che noi dobbiamo comprendere, accettare, farcene una ragione, è una visione soggettiva. Quindi, non sarà mai per nessuno qualche cosa di davvero oggettivo. È un mito quello dell’oggettività, anche nella scienza secondo me, comunque questo è un altro discorso.

Isabelle Patissier
Arte-Alpinismo-Asolo 05Allora, tu mi hai chiesto come vivevamo l’alpinismo negli anni Sessanta. T’ho risposto che lo vedevamo come se quelli fossero stati i trogloditi, ma trogloditi bravi, quelli… che riuscivano con la clava ad ammazzare il mammut. Nello stesso tempo cercavamo anche un po’ di… non sfigurare, ecco. Di non sfigurare nei loro confronti, di fare qualcosina di nuovo, di fare delle cose nuove nel nostro piccolo.

È venuta poi la mania a fine anni Sessanta, con l’articolo di Messner Lassassinio dell’impossibile, di non usare più assolutamente i chiodi, o di usarli il meno possibile. Rigettare tutta la parte dei chiodi a espansione, chiodi a pressione, quindi spingere verso un’arrampicata libera.

Certamente uno potrebbe dire: ma l’arrampicata libera sicuramente è più vicina all’arte che non l’arrampicata artificiale, ma sai che invece non sono di questa opinione? Perché se tu vedi uno bravo fare artificiale, vedi che anch’essa è un’arte. Non è assolutamente vero che soltanto l’arrampicata libera sia artistica. Certo, è il mio parere. Ricordo persone che arrampicavano in artificiale come oggi nessuno sa più fare nella maniera più totale, è proprio un’arte dimenticata, a parte qualcuno mezzo matto che fa l’A5, l’A5+, perché ci sono ancora matti così. Però è indubbiamente una nicchia. C’era quello che ora fa l’elicotterista, Valerio Folco, il più bravo in Italia in questa specialità, un piemontese… Fino a 10 anni fa ha fatto delle cose meravigliose, è andato anche in Yosemite, ha ripetuto, ha fatto… Io non l’ho mai visto in azione, dal vero, e quindi non ti so dire a che livello potesse essere dal punto di vista che ci interessa oggi, posso però garantirti che certe persone che arrampicano in artificiale sono nel campo dell’arte… Perché mi sto riferendo sopratutto alle ripetizioni, perché chiaramente in apertura è diverso. Lì vedi la bravura, vedi come uno si muove, però è tutto talmente lento, quasi noioso da un certo punto di vista, quello che gli fa sicura è lì che si rompe i coglioni… parlare di arte tipo danza mi sembra un po’ difficile. Ma invece quando tu ripeti, e sai già dove mettere il chiodino… o c’è già il chiodino… allora vedi le movenze fatte in un certo modo, insomma quella per me lo è… una danza… non è che siamo così distanti. Io te lo dico perché questa è la mia opinione. Quello che voglio dire alla fine di questo ragionamento è che negli anni Sessanta non è che non si parlasse di danza perché c’era l’artificiale! Sto cercando di dimostrare che anche l’artificiale poteva rischiare di far parlare di danza – però nessuno ne parlava. Questa è la verità. Nessuno pensava che potesse esserci una analogia.

Qualcuno si è mai sentito artista o questa suonava come un’espressione eccessivamente retorica, troppo legata proprio a quell’alpinismo eroico (richiamo ad esempio, a L’arte di arrampicare di Emilio Comici)?
A dare nome al titolo del libro non è stato Comici, ma è stato l’autore: Casara. E notoriamente Severino Casara era un personaggio che noi oggi sbagliando potremmo definire estremamente romantico, o molto retorico, anche molto… logorroico. Quando incominciava a scrivere non finiva più. Il titolo è di Severino Casara, non di Comici.

Valerio Folco sul Capitan
Valerio Folco belaying Tom McMillan. El Capitan, Yosemite, CaliforniaPoi però c’è da dire che a parlare di alpinismo come di una forma d’arte sono stati in tanti. Sono stati veramente tanti, magari non hanno scritto un libro, magari non hanno neanche scritto un articolo, però…

C’è un articolo già di Mallory, mi sembra… [L’alpinista come artista pubblicato nel 1914 sul Climber’s Club Journal, NdR]
Non mi vengono in mente particolari nomi, ma sono sicuro che la parola “arte” è stata usata e strausata, Bepi Mazzotti sicuramente, ma tanti, tanti altri la hanno usata. Bisognerebbe fare una ricerca nei libri… Non è così facile, non è che lo vedi nel titolo. Lo stesso Guido Rey, quando descriveva la lotta coll’Alpe “utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede”: il suo motto sarebbe stato scritto sulla tessera del CAI per anni!. Già nel 1910 dunque si parlava di alpinismo come un’arte.

Io più volte ho scritto nei miei articoli, già da quarant’anni, ho scritto che l’alpinismo è una forma d’arte. È una forma d’arte, una forma. Ce ne sono tante… questa è una forma d’arte, si può essere d’accordo, si può non essere d’accordo, ma io la pensavo e la penso così. E non la vedo assolutamente come un’espressione retorica…

Ma c’era dunque una consapevolezza rispetto alla portata culturale dell’attività alpinistica?
Ma sai, anche lì c’era di tutto. Personalmente quando avevo la tua età e anche meno, mi dava un enorme fastidio sentire i miei compagni dire: «Ah, io vado in montagna per divertirmi…» Mi ha sempre dato fastidio. Da allora è una cosa che personalmente non sopporto più di tanto. Non perché non mi piaccia divertirmi, anzi mi piace molto divertirmi con gli amici, etc… in montagna prima di andare e dopo essere andati. Non è questo il punto. Il punto è: «perché vai in montagna?», «Vado per divertirmi…». Questa è una balla gigantesca che si dice, si racconta, proprio per dei sentito dire, per star dietro al gregge, cioè non c’è alcuna voglia da parte di chi si esprime in questo modo di andare ad indagare veramente se stessi per capire perché cazzo ci va. Perché con uno che mi risponde “vado per divertirmi”… ho tutte le possibilità e armi per dimostrargli il contrario. Se ci penso e vedo cosa succedeva allora… gente che rantolava di qua e di là, che faceva i passaggi in modo disgustoso, che ci riusciva per il rotto della cuffia, etc… «Ma questo si sta divertendo?». Ed erano, guarda caso, proprio quelli lì, la maggior parte di quelli che ti dicevano: «Ah, io vado in montagna per divertirmi…». Gli dava fastidio qualunque tipo di riflessione. Riflessione non voglio dire analitica, ma anche semplicemente dei pensieri: esprimere le proprie emozioni, queste cose qua, per loro era fastidioso… «Io vado in montagna per divertirmi», come se il divertimento fosse l’unica cosa che loro accettassero. Potrei farti nomi e cognomi… Persone per altri versi ottime, non sto dicendo che erano delle teste di minchia, però c’era questo punto preciso che a me dava fastidio. Spesso mi sono messo a discutere con questa gente, a dire: «Ma cosa stai dicendo?! Dentro di te c’è qualcosa di più!». Questo qualcosa di più è quello che stiamo cercando anche oggi. E tu non mi puoi dire che vai in montagna per divertirti… e basta! Allora, perché non vai a giocare a biliardo: gioca a calcio… «No, a me piace la montagna…»… «Dio bono! Se ti piace la montagna ci sarà un motivo! Cosa ha la montagna in più che il biliardo? O per te potrebbero essere la stessa cosa?» E lì cominciavano a traballare le loro convinzioni. La ricerca di un motivo per cui si andava in montagna era certamente l’ansia, che in alcuni si manifestava di più, in altri magari non si manifestava affatto, di cercare una motivazione a questo nostro agire. Questa è solo un abbozzo di consapevolezza.

Che significato hanno per te le parole autodeterminazione e autolimitazione? Che rapporto intercorre tra queste azioni, lo spazio di libertà proprio dell’alpinismo e la prospettiva artistica?
Allora, siamo sempre lì: c’era certa gente che era talmente troglodita che non vedeva alcun rapporto. Uno che ti dice “vado in montagna per divertirmi”, basta, è tagliato fuori. Uno così, lo prendi per quello che è, magari un caro amico, però con il quale non puoi metterti a parlare di certe cose perché non le accetta e basta. Però chiaramente accanto a persone del genere c’era tutta una serie di persone che, invece, queste domande se le facevano eccome. In varie maniere, diverse. Tu mi parli, lo hai detto un attimo fa, di regole, no? Allora, le regole ci sono sempre state, e le regole le abbiamo cambiate negli anni. Non è come il gioco degli scacchi che è così da non so quante centinaia o migliaia di anni, non ne ho idea, so che comunque il gioco degli scacchi è quello. E non è che ci sono le varianti, non c’è alcuna variante… Questo è bellissimo tra l’altro: è l’unico gioco che io sappia che non ha varianti. Penso… tutti i giochi: scala quaranta, tutti i giochi di carte, hanno la variantina. A Oslo si gioca in una maniera, a Palermo si gioca in un’altra, insomma… Oppure: in Lombardia e in Calabria… E invece il gioco degli scacchi…

Georg Winkler
Arte-alpinismo-Georg_WinklerIl gioco alpinismo, se lo si intende per un attimo come gioco, non ha nulla a che fare con gli scacchi, perché al contrario, abbiamo avuto dal 1800 in poi, tutta una serie di cambiamenti che hanno determinato un’evoluzione, o un’involuzione… : un cammino che dimostra soltanto che ci sono stati dei grandi cambiamenti. All’inizio valeva tutto. Le regole: quali regole? Avessero potuto andarci in elicottero lo avrebbero fatto, non c’era nessun bisogno di andare su a piedi. Perché lo scopo era quello di andare in cima al Monte Bianco. Poi però, quando si parlava di scalare il Cervino, evidentemente era già diverso, perché sul Cervino, vabbé, l’elicottero non c’era ancora, però in ogni caso, mal si sarebbe sopportata un’invasione militare tipo quella creata nel XVI secolo per il monte Aiguille, dove addirittura un mezzo esercito è andato a costruire una specie di ferrata per salire in cima per il re di Francia. Questo non andava già più bene a Whymper. Quindi, se non sbaglio, qui c’è già un grosso cambio di regola, enorme. Si cominciava a ragionare in termini sportivi, non dico proprio di fair play, però ci stiamo avvicinando. Arriva Mummery e parla di fair play, cioè la lotta giusta con il monte, la lotta ad armi pari… il fair play. E poi c’è stata tutta l’evoluzione che conosciamo: ogni decade ha avuto le sue principali caratteristiche. Negli anni Cinquanta c’è stata questa vittoria a tutti i costi sulle pareti più lavagnose, a costo di mettere dentro tutta una serie di chiodi… bucando con il perforatore, poi questo è cambiato, con L’assassinio dell’impossibile, con Enzo Cozzolino, con… mettici anche me, ci sono veramente tanti personaggi che hanno cambiato questa regola. La regola è diventata: andare su con meno chiodi, sopratutto non con chiodi per cui si doveva forare la roccia. Anche se, contemporaneamente, arriva un Cesare Maestri che nel 1970 addirittura ti usa il compressore, quindi… La storia è strana per questo: non c’è mai un momento in cui tutti procedono assieme: c’è una parte di persone che va in una direzione così, e ci sono altri che seguono. Ma quelli che seguono a volte credono di essere davanti…(risata). Perché io sono sicuro che tanta gente che ha visto il fenomeno del compressore sul Cerro Torre di Maestri, avrà pensato: «Cazzo, che figata! Questo è l’avvenire!». Non aveva mica poi tutti questi torti, perché guarda adesso noi cosa facciamo con i trapani. Quindi non è che Maestri fosse così fuori di testa!… C’era chi gli dava del coglione… ma quale “coglione”…? Quello ha esattamente anticipato i tempi che sono venuti dopo. Con altre regole, per carità, perché poi c’era il discorso della libera, però alla fine non siamo così distanti. Capisci? Quello che voglio dire è che un fenomeno, perché è stato un fenomeno, è stato una roba… una tantum. Sembrava dovesse essere una tantum ed invece è diventato normale. Usare una apparecchiatura elettrica per attrezzare una via è diventato di una normalità quasi sconcertante, persino troppo. Quindi, allora aveva ragione Maestri? No, non aveva ragione Maestri, però quello che è successo è questo. Adesso forse ho un po’ perso il filo… Le regole! Le regole continuano a cambiare, ma tu guarda. Oggi le regole, ad esempio, che ci sono sul discorso del trad: cosa puoi fare con il trad, cosa non puoi fare, piuttosto che con l’arrampicata libera con tutte le sue definizioni: on sight, flash, rotpunkt (risata).

La Torre Winkler seminascosta dalla nuvola
Rifugio Vajolet, Punta Emma, Torre Winkler e Torri principali del Vajolet. Dolomiti OccidentaliMa mettendo a paragone i diversi sistemi di regole e norme tra ieri e oggi, tu noti una forte differenza? Si restringe lo spazio di libertà effettiva per lo scalatore, c’è un appiattimento delle possibilità?
No, un appiattimento no. A me fa sempre impressione quando si vogliono adottare, diciamo, dei comandamenti, delle regole, acriticamente. E questo mi dà fastidio, da una parte. Ma mi dà anche fastidio quando proprio ce ne freghiamo totalmente. Il menefreghismo totale a volte porta a degli atteggiamenti tipo quello di Maestri, per fare un esempio, a volte porta semplicemente all’isolamento: «vabbé, ma quello lì cosa sta facendo? Pensa di essere a vent’anni fa, che può fare ciò che ora non si può più fare… ». Sembra che il non poter usare più alcuni mezzi sia l’evoluzione. Da una parte è vero, perché c’è il principio per cui una cosa è tanto più bella quanto è più pulita. Ovvero che per farla sono state usate meno mezzi, meno tecnologie, meno tutto. Il famoso “diminuisci!” invece di “aggiungi!” e avrai l’opera d’arte. Tu togli invece che mettere, questo è un po’ il concetto. In effetti Michelangelo, quando prende il blocco di marmo, toglie, non è che aggiunge. Toglie pietra. Secondo determinati criteri evidentemente… Se lo faccio io di togliere pietra non verrà mai fuori una Pietà, verrà una schifezza. Però lui invece era capace. Per il pittore è già diverso perché ha una tela bianca, quindi è chiaro che lì deve aggiungere, per forza, perché se non aggiunge niente, lascia la tela bianca… Qui è già meno evidente il discorso del togliere. Vedi che si può ragionare all’infinito su come si costruisce un’opera d’arte, dipende quale opera d’arte. Magari, in alpinismo, non è sempre detto che l’opera d’arte si ottenga togliendo, chi l’ha stabilito? Prendi l’esempio della pittura: devi aggiungere! Allora, cosa facciamo? Aggiungiamo o togliamo? Secondo me è un problema che ogni generazione e soprattutto ogni individuo deve risolversi. A ciascuno i propri. Non possiamo, noi che abbiamo già fatto, dato, sofferto, amato, gioito, non possiamo andare, noi, a intervenire su una cosa del genere. Riassumendo, ritengo che le forme d’arte siano tante. E tutti gli exploit che si sono registrati nella storia dell’alpinismo stanno a dimostrare che c’è un’enorme differenza tra loro e io mi auguro che questa differenza rimanga, anche se oggi abbiamo appunto queste limitazioni che apparentemente sembra che costringano, sembra che vogliano ridurre l’azione in un ambito preciso perché il tutto possa essere misurabile, a spese della forza creativa. Questa è poi la penosa realtà. Dev’essere tutto misurabile. Prendiamo un campione dell’arrampicata che va in Sardegna e scala su una via nuova: come tutti noi mortali, prima di scalarla in libera come oggi l’usanza comanda, semplicemente la apre. E quindi sostanzialmente va lì e fa come tutti i cialtroni di questa terra e si appende ai ganci e fa quelle robe oggi tanto detestate dai più. Poi in altra occasione si mette in testa di aprire una via on sight. Benissimo, basta dirlo, non c’è nessun problema. Io mi sono occupato di tutte queste cose, perché ho scritto un libro che ho finito da poco e che si chiama La pietra dei sogni. La storia dell’arrampicata al Sud Italia, Sicilia, Sardegna… una continuazione di Mezzogiorno di Pietra. Mi sono occupato di queste cose e ho visto che coloro che aprono una via ci tornano un giorno dopo, due giorni dopo, un settimana dopo, un anno dopo e la fanno o vogliono farla e non la considerano fatta, fino a che non la fanno in libera. Non è strano? Perché questo va contro qualunque tipo di comportamento del passato, cioè una volta una via quando era fatta era fatta, basta! Adesso no. Adesso la apri: la devi aprir dal basso, perché se la apri dall’alto non va bene, e quando l’hai aperta dal basso la devi anche poi fare in libera, o tentare quantomeno di farla in libera. Questa è la forma d’arte che perseguono.

Un giovane Massimo Mila
Arte-alpinismo-milaMassimo Mila a proposito del concetto del fare scrive: «E, poiché le parole hanno una loro saggezza segreta, questa ebbrezza estasiante di sentirsi dio nell’identità di conoscere e di fare, l’alpinista la racchiude inconsciamente in quel curioso particolare linguistico del suo frasario: fare una punta.[…] L’alpinista crea la montagna nell’atto stesso di dominarla, di prenderne possesso palmo per palmo, testandone con la mano gli appigli, riconoscendone le strutture[…].» A questa prospettiva assai pragmatica del fare, non si era sostituita negli anni Sessanta e Settanta una ben più poetica pratica dell’immaginare? Quasi fosse più importante immaginare che fare…
Ma questo è sempre vero, non è soltanto vero per quel periodo lì, credimi. Si verifica sempre. In quel periodo lì, forse ci si faceva più attenzione, ma è sempre stato vero. Per esempio… Recentemente ho scritto sul Gognablog un pezzo dove parlo di alpinismo creativo e di alpinismo non creativo. Lo hai letto tu? In questo articolo c’è la distinzione, che per me è grossa, tra alpinismo creativo e alpinismo competitivo. Io sostengo che le grandi imprese che ci hanno fatto sognare sono equamente distribuite tra quelle creative e quelle competitive, però quelle creative sono sicuramente quelle che ci hanno fatto sognare di più. Voglio dire che quando Georg Winkler va a farsi la sua torre, nelle Torri del Vajolet, ci va da solo, a 17 anni, con un equipaggiamento ed un’esperienza ridicoli, se si pensa a quello che in questo campo è successo dopo. Ma soprattutto ci va perché ha visto che c’è quella torre. Non è che per anni qualcuno si fosse messo a parlare di quella torre in particolare… “Dio bono quand’è che saliranno quella torre? … quanti l’hanno già tentata… quanti non hanno fatto ritorno? Allora Winkler legge e dice: «Cazzo, ci vado io a salire quella torre…». No, non è andata così: lui è andato là, ha visto la torre e l’ha fatta. Non pretendo che sia stato l’unico a veder la torre, per carità, altri probabilmente l’aveno vista prima… ma non si era creato un problema da risolvere, era un’idea di quel ragazzo. È diverso, molto diverso. E’ andato e l’ha fatta. Quando noi vediamo in tempi più recenti gente come Joe Tasker e Pete Boardman che fanno il Changabang e lo fanno per il pilastro ovest, da soli, senza portatori, senza aiutanti, in due, fanno ‘sta paretazza pazzesca nel 1976, beh, questo ha dato un violentissimo scossone all’alpinismo. Perché ha fatto capire quanto fossero enormi le possibilità di sviluppo e di evoluzione al di là degli Ottomila, al di là di questa serie di 14 Ottomila dove ci si stava concentrando. Ha aperto un mondo gigantesco, e nessuno aveva mai provato a fare la Ovest del Changabang. Quindi nella loro azione c’è davvero una massiccia quantità di creatività. Questo voglio dire… fantasia, creatività. Le imprese le vedi così. Poi prendiamo un Cassin: senza voler nulla togliere a Riccardo Cassin, che fa la Nord delle Grandes Jorasses, o a un Anderl Heckmair che fa la Nord dell’Eiger, è un discorso diverso, lì c’erano stati tentativi dei migliori per un decennio. Cioè gente che per dieci anni aveva tentato di fare ‘ste pareti e non c’erano riusciti. Questa gente qui, Cassin, Heckmair, ecc., arrivati in punta avrebbero dovuto inginocchiarsi e invece che dire “deo gratias”, dire: «ringraziamo tutti quelli che ci hanno indicato la strada». Perché questi sono quelli che hanno avuto davvero l’idea, non loro. Senza nulla togliere ripeto, perché è normale. Anch’io ho fatto delle prime ascensioni che erano, come dire, “sulla lista” e altre come lo Scarason dove invece veramente nessuno ci andava nemmeno per sbaglio… No, non è vero, qualcuno ci aveva pensato, il povero Armando Biancardi ci aveva pensato, quando ha portato lì Armando Aste e Cesare Maestri e quelli gli hanno fatto praticamente il segno dell’ombrello… Biancardi era un sognatore… Anche Sandro Comino ci aveva pensato, lo hai letto il libro Scarason, no? Hai letto come è andata? Addirittura era stato già tentato dai due torinesi Mimo Folli e Aldo Tardito, un tentativo serio… anche il savonese Carlo Aureli, mio caro amico, ci aveva messo le mani. Lo Scarason non era una roba ex novo, no. Lo so perfettamente, però di lì a paragonare lo Scarason alla Nord delle Jorasses che erano dieci anni che la tentavano i più forti del mondo, qualcosa di diverso c’è! C’è modo di far delle distinzioni, senza volersi mettere lì con l’accetta, però le distinzioni le fai. Questo della creatività e della competizione è un punto estremamente importante per quello che ha a che fare proprio con l’arte.

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Incarnare l’idea, creare lo spazio per dare corpo all’opera d’arte…
Per l’opera d’arte che cosa devi avere? Devi avere l’idea, che ti arriva, che hai, che ti sei costruito, che ti sei abbozzato, comunque un’idea, che è solo dentro di te, nella tua psiche “bacata”. E dopo di che, osare metterla in pratica, cazzo! Osare metterla in pratica: questa è la vera arte! E se hai successo, allora hai raggiunto davvero il massimo. Io la vedo così. L’alpinismo creativo è la massima forma artistica di alpinismo. Non c’è dubbio, sono due cose che vanno proprio a braccetto. Io sostengo che la Cassin alla Walker non è un’opera d’arte, è un’impresa ciclopica. Casomai c’è stato un tentativo di opera d’arte quando nel 1929 vi furono i primi a tentare di salire quella parete, casomai. Non credo che tanta gente sia disposta ad accettare questo tipo di ragionamento, però ci proviamo…

Prima parlavamo di Mila. Mila mi dà l’occasione di riflettere su quanto veramente le espressioni che noi usiamo per parlare con i nostri simili, o che scriviamo, sono parziali, non possono che essere parziali. Mila dice “l’alpinista crea la montagna nell’atto stesso di dominarla...”.
Io ero un grande ammiratore di Massimo Mila, e un giorno ho avuto l’occasione di andare in giro con lui. Era già molto anziano, però andava ancora in montagna, e siamo andati con uno di quei trekking, sai uno di quei primi trekking che si facevano nei primi anni ’70. Siamo andati al Mount Kenya, e io ero il tour leader. E lui pian pianino è venuto su al rifugio, la Lenana Hut, circa a 4800 metri. Da lì puoi andare in cima al Kenya, oppure accontentarti di fare una cimetta che è lì sopra e che si chiama Punta Lenana, di poco superiore a 5000 metri… Chiaramente l’obiettivo di Massimo Mila, ottantenne o giù di lì, era di salire la Punta Lenana… e ricordo quella sera che eravamo proprio lì al rifugio, più o meno all’altezza del Monte Bianco. Eravamo lì sei o sette persone, e qualcuno ha iniziato un discorso su non so più bene quale argomento, ma che non era alpinistico o di montagna… forse un pochetto politico… davvero non ricordo… Però mi ricordo invece che, a un certo punto, Mila interpellato ha detto: «Guarda, a me interessa esclusivamente la montagna». (risata) Detto da lui! Ma come fai a credergli?! Cazzo, è uno che ha scritto quello che ha scritto, una mente, un esperto musicologo a livello mondiale… e mi viene a dire che a lui interessa esclusivamente la montagna!? Ma forse voleva prendermi per il culo… e infatti ci prendeva per il culo… E poi leggo la sua frase e me lo vedo dire queste cose, «fare la punta»… perché poi “fare la punta” è proprio torinese, non lo dicono da nessun’altra parte… Vabbè, questo non so se c’entra…

Comunque tornando al discorso degli anni ’60, ’70, eccetera, questo era un po’ l’atteggiamento. Di arte se ne era parlato, molta gente ne aveva anche scritto, però c’era anche tanta massa che non capiva nulla di queste cose e diceva “vado in montagna per divertirmi…”.

E’ plausibile che a inizio anni Ottanta la risposta all’agonismo professionistico sia stato un inaspettato avvicinamento al mondo dell’arte e della danza?
Allora, io sono un sostenitore, anche se non fanatico, perché non sono un bravo ballerino… dell’idea della danse escalade.
Non voglio dire che invidio Le Menestrel, sto dicendo che l’idea che nell’arrampicata ci possa essere, no… che ci sia e che io riesca ad osservare qualcosa che possiamo definire come danza, mi piace. E dicendo questo cerco anche di capire il perché, parto da una constatazione, non da una riflessione, parto da un’emozione, e vorrei arrivare a comprenderla, non per giustificarla, perché l’emozione non è che debba essere giustificata. A me la danza piace perché è creativa. Creativa per il fatto che i gesti che vengono concatenati in un’armonia sono molto spesso differenti: non c’è un modo per farli, ce ne sono milioni, e in ogni individuo c’è una differenza che gli fa interpretare la danza in quel modo preciso. C’è quindi un grandissimo spazio per la creatività. Al contrario invece di tutto ciò che è competizione, e prendiamo ad esempio anche le gare indoor di arrampicata o di boulder, dove ci sono regole molto precise, dove comunque c’è un premio, la vittoria… la vittoria! Nella danza non c’è! Invece nella competizione c’è la vittoria che, guarda caso, comporta anche il concetto contrario, la sconfitta, e tu navighi tra vittoria e sconfitta. E non dirmi che ci sono anche i premi della medaglia d’argento e della medaglia di bronzo… che importano? Ci sono, per carità. Le Olimpiadi funzionano così, e capisco che in una competizione mondiale arrivare terzi sia indubbiamente una soddisfazione della madonna, però è un po’ una contraddizione: se c’è una competizione ci deve essere il primo e basta. Tanto è vero che, quando uno prende poi il quarto posto, la famosa medaglia di legno, è incazzato come una biscia. La competizione esige che ci siano dei vincitori e dei perdenti. Perfetto, va benissimo, non sto dicendo che faccia schifo, l’unica cosa è che in tutto ciò io non vedo creatività, e non vedendo creatività non vedo arte, a meno che colui che si muova in un contesto competitivo lo faccia in maniera tale da superare anche la competizione stessa… Gli do questa possibilità, però diventa sempre più difficile, devi fare come Cassin sulla Walker, devi fare qualcosa di sovrumano. Tanto è vero che Manolo, che è l’artista per eccellenza, l’Artista con l’apostrofo e la A maiuscola, non ha mai partecipato a una competizione. C’è stata gente che non ha capito un cazzo e ha detto: «perché è stato un vigliacco e non ha voluto confrontarsi con gli altri». Lasciamoli dire, la verità è che è stato coerente con se stesso. Punto. E se lo capisci bene, se non lo capisci è un problema tuo.

Maurizio Manolo Zanolla
Arte-alpinismo-Manolo_-_Trento_2013Anche lo stesso Berhault…

Anche Berhault certo… l’unico, nel Manifesto dei diciannove firmatari contro la competizione in arrampicata, a essere fedele a ciò che aveva firmato. Questo la dice lunga su quello che era Berhault: gente come Berhault e come Manolo ha nel sangue, nel DNA, questa cosa e non adegua la propria creatività a niente, neppure agli sponsor. Anche gli sponsor possono fare questo effetto costrittivo, che, essendo costrittivo non ti permette di poter esprimere la tua arte. Nel caso di Berhault e di Manolo direi che non è mai successa una cosa del genere.

La danza è veramente la rivoluzione dello spirito che si ribella alla costrittività, al raziocinio e alla sportivizzazione delle cose. Alla regolamentazione e al paragone tra i vari individui… Per me è importante, è estremamente importante questa operazione di rifiuto della competitività, ma con questo non voglio dire che la competitività sia esclusa… La competitività c’è ovunque, è una parte nostra, non possiamo eliminarla forzosamente, non sto dicendo questo. Però un conto è essere leggermente competitivi, altro conto è agire solo ed esclusivamente in funzione della competizione. Considera il rapporto creativo che abbiamo con la montagna, con la roccia, con il ghiaccio. Questo tipo di rapporto tra l’individuo, che sta praticando l’attività, e il milieu entro il quale si svolge tutto questo (che può essere la montagna, può essere una parete verticale di roccia, uno strapiombo, una scogliera)… è preciso, è veramente il rapporto che c’è tra il pittore e la tela, tra Michelangelo e il suo blocco di marmo. È un rapporto molto importante. Nel momento in cui c’è la competizione, questo rapporto crolla abissalmente, perché evidentemente (parlando di montagna) la montagna non è più un partner, il tuo partner, ma diventa uno sfondo nell’ambito del quale ci si misura con il tuo antagonista. A questo punto c’è l’antagonista che prende il posto del tuo partner. La cosa può avere i suoi vantaggi, le sue bellezze, ma indubbiamente la montagna perde dignità, perde importanza… nella tua testa intendo, perché di fatto lei rimane là. Ma nel tuo modo di agire è chiaro ed evidente, matematico, che la montagna perde la sua dignità, o se non la perde la diminuisce. La presenza del competitore, dell’antagonista, provoca senza ombra di dubbio questa diminuzione dell’importanza di quello che una volta era il tuo partner. Questo secondo me è estremamente importante per capire… Allora se noi crediamo che una forma d’arte, tra cui c’è sicuramente anche la danza, abbia bisogno di un partner e di un discorso emotivo in cui svolgersi, creatività e fantasia, beh, allora dobbiamo scartare tutto quello che promuove la competizione.

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Zoe Bundros. Foto: Jim Thornburg
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