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Da donna a donna

Tutte le donne sanno che, se iniziano a scalare, presto si trovano a sfidare molte questioni tecniche. Ma chi di loro immagina che, quando sono su una cengia di roccia, ma anche in macchina o in tenda, sono attese da un mucchio di problemi non strettamente di arrampicata? Qui di seguito Steph Davis, grazie ai tanti anni di esperienza, elenca un po’ di consigli utili.

 

Da donna a donna
(consigli per chi arrampica)
di Steph Davis
(pubblicato su Climbing n. 347, http://www.climbing.com/)

Steph Davis
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La pipì
E’ il singolo problema più grosso. Beh, magari il secondo problema più grosso: però è quello che interviene più di frequente in una giornata. Molta gente non realizza che le cinghie elastiche posteriori che sostengono i cosciali di un’imbragatura si possono allungare. Dimenticate quell’anello metallico sottilissimo che le collega alla fascia superiore dell’imbragatura. E’ quello che vi fa pensare erroneamente che sia necessario ogni volta togliersela per poi rimettersela, in certe situazioni un vero e proprio inferno.

Quando avete lo stimolo a fare la pipì, basta che vi accucciate, tirate giù i pantaloni e le cinghie elastiche lo permetteranno.

Questo funziona sia che siate a terra, o su una cengia o anche su una sosta appesa. Sì, lo so, è ridicolmente ovvio, ma a me ci sono voluti dieci anni per scoprirlo. Dunque, benvenute!

Il ciclo
Vi comincia sempre ogni volta che state partendo? Eh, a me capita spesso… Mi ci è voluto un po’ prima di provare il Keeper Cup di gomma (mi piace più la gomma naturale che il silicone, ma c’è la scelta, il Moon Cup è di lattice). Ah, se lo avessi fatto un bel po’ di anni prima! E’ davvero fantastico per le giornate di lunghe scalate o camminate. Ancor meglio se lo usate anche di notte, per preservare da qualunque perdita sia il sacco piuma che le mutandine. Dovete solo ricordarvi di avere a disposizione un po’ d’acqua per poterlo risciacquare ogni volta che è pieno prima di riutilizzarlo.

IUD
Passo un casino di tempo ad allenarmi, e davvero non voglio compromettere il mio equilibrio ormonale con l’uso della pillola. Uno IUD (Intra uterine device), anche noto come “spirale”, dura dieci anni e lo si inserisce una volta sola (sì, fa male). Ci sono anche altre opzioni, ad esempio il Mirena, che però agisce anche lui sugli ormoni (Il Mirena è un sistema intrauterino che rilascia l’ormone progesterone assicurando cinque anni di contraccezione ma con assorbimento di ormone in piccola quantità, NdR). La spirale è di rame, dunque niente ormoni: per me è la soluzione giusta. Un’altra cosa che avrei voluto sperimentare molti anni prima.

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UTIs
Purtroppo ero spesso perseguitata da varie infezioni alle vie urinarie (Urinary tract infections, UTIs) e certo non mi aiutava lo scalare in montagna o sulle big wall. A volte non potevo cambiare mutandine per giorni (nessuno ha mai detto che l’alpinismo sia sexy o anche solo glamorous). Prendevo antibiotici, ma questo mi portava al circolo vizioso di esserne ancora più affetta. Infatti gli antibiotici distruggono quel microbioma che sta alla base della salute.

Ho imparato poi che il D-mannosio è un semplice zucchero (assai presente nei mirtilli) che si lega ai batteri presenti nella vescica o nella via urinaria e li scarica all’esterno. Ero un po’ scettica la prima volta che ho provato il D-mannosio, ma ha funzionato subito. Se soffrite di UTIs, (la cistite è la più comune), portate con voi qualche capsula di D-mannosio (di solito ne servono una o due al giorno non appena avvertite i sintomi, e nel giro di un’ora la questione è risolta) assieme a qualche antidolorifico (di quelli acquistabili senza ricetta). Se avvertite i sintomi davvero forti, assieme al paio di capsule di D-mannosio assumete anche una pillola di antidolorifico, poi bevete molta acqua. Di solito, nel tempo in cui cessa l’effetto dell’antidolorifico, scompaiono anche i sintomi della cistite.

Ferro
Ho un sacco di amiche che hanno passato, demoralizzate, lunghi periodi di affaticamento e di scarsa energia e ne hanno dato responsabilità allo scalare. Molte donne (specie quelle assai toniche e atletiche che hanno molta cura della propria dieta) vanno in carenza di ferro. E non è così facile assumere ferro. Ingoiare di tanto in tanto (io lo faccio due-tre volte a settimana) pillole con ferro e vitamina C aiuterà perché i livelli del vostro ferro siano giusti e contribuirà a notevoli aumenti di energia. Verdure verde scuro, fagioli e riso integrale sono ricchi di ferro.

Sintetico puzzolente
A volte sembra non poter proprio eliminare quell’odore terribile di ammuffito che permane nelle maglie e camicie sintetiche. Se però le immergete in un secchio con acqua e aceto bianco e poi le tirate fuori per lavarle assieme al resto degli altri vestiti, ecco che alla fine avranno l’odore dei capi nuovi.

Steph Davis
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Climbing girls 19

La francese fenomeno Alizée Dufraisse arrampica a Siurana, Spagna

Aveva 10 anni quando Ashima Shiraishi si è fatta filmare durante le sue salite a Hueco Tanks, Texas, USA, nel marzo 2012: Crown of Aragorn (V13) e Barefoot on Sacred Ground (V12)

Alizée Dufraisse, che aveva salito non molto tempo prima il suo primo 8c+, Pati noso, nel 2012 si è spinta oltre su La Reina Mora, 8c+/9a, a Siurana. Prima femminile.

Per anni Beth Rodden è stata una delle migliori crack climber al mondo. Fino a che non è stata vittima di alcuni incidenti. Nel 2013 ha ripreso ad arrampicare

Coma Sant Pere è una via di 50 metri vicino a Era Bella, a Margalef. Qui la salita di Alizée Dufraisse, inverno 2013-2014

Nel 2013 Carrie Cooper e Jacinda Hunter scappano per un po’ dal caldo estivo, dallo stress del lavoro e dal mestiere di mamma: scelgono una bellissima oasi fluviale

Catherine Destivelle free solo in Mali

Hazel Findlay in Australia

Nel 2010 Jacinda Hunter, infermiera e madre di quattro bambini (due maschi e due femmine) scappa dal lavoro e dalla famiglia per fare bouldering di V11 e libere arrampicate di 5.14b. Questo non significa che non sia una brava mamma. Jacinda e suo marito, Mike, non hanno la televisione e tutta la famiglia arrampica. Breaking the Law, allora la sua via più difficile, è stato a lungo un bel progetto invernale. La prima salita di Fantasy Island (5.14b), American Fork Canyon, Utah

Nel 2014 Steph Davis condivide con noi la sua ricerca di perfezione sulle torri di arenaria di Moab, Utah

Nina Caprez aveva capito che quello sarebbe stato il suo sport nel momento stesso in cui indossò le sue prime scarpette di arrampicata. Cresciuta nel bel mezzo della Svizzera nella valle del Prattigau. Finito il liceo si dà all’arrampicata a tempo pieno. Fa pure competizioni, dove raggiunge il livello di 8b. Ma dopo un po’ perde interesse per questa attività, concentrandosi così sempre più sulla scalata su roccia, dalle big wall della Patagonia e Kirgizstan al boulder in Argentina, dal deep water soloing in Thailandia allo sport climbing in Europa e America.  Uno dei suoi obiettivi è la scalata delle più difficili multipitch al mondo, possibilmente in giornata

Steph Davis è una delle migliori climber al mondo, famosa per le sue prime e per i suoi free solo. Eccola in free-solo su The Diamond (2015), Colorado. Poi su Ultimate Rush

Sasha DiGiulan (qui diciannovenne) ha cominciato ad arrampicare a sette anni. Nel 2012 era la più giovane donna ad aver completato una via di 5.14d. A lungo campionessa nelle competizioni, pratica oggi anche alpinismo ad altissimo livello

Beth Rodden
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Go aid a pitch 02

Go aid a pitch 02 (2-4)
di Gabriele Canu

Patabang, Val di Mello
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Patabang, Val di Mello
… ricordi un po’ confusi e deliranti, ricordi di questo weekend un po’… insolito, via! Val di mello, ore 22. “C’è la luna sui tetti, c’è la notte per strada, le ragazze ritornano in tram”, diceva Francesco. Tranne una, ragazza nota per la sua finezza e proverbiale dolcezza nei confronti delle persone con cui ha a che fare. Giusto per far capire meglio il personaggio, una che del formaggio mangia solo la crosta e butta via tutto il resto (… visto fare con i miei occhi!!). Poi una festa, e poi un enorme masso a fare da riparo alla lunga (…) notte che ci attende. Cantare tutti insieme “we all live in a yellow submarine” prima di addormentarsi certo non aiuta. Lo sguardo di Lui non è certo incoraggiante, ma l’idea è di Lei, uno degli altri due (il più sano) cerca di ricordarsi pure le strofe, l’altro le inventa totalmente. Al mattino si va a scalare… dove si va?… di qua, di là, di su, di giù, insomma, in duecento metri di dislivello riusciamo a salire 12 (!) tiri. Su dritti lungo una placca, poi pare la via sia finita, e si ricomincia prendendo un diedro, una fessura, e poi via, di nuovo placca, attraversando tutto il “giardino” e unendo una sosta e l’altra con una o due protezioni… le uniche che si possono mettere, chiaramente! Poi una doppia, e un mini trekking verso un gran diedro ad arco, che si raggiunge con… placche! A metà del diedro, sosta con anello di calata: beh, in effetti il tiro dopo proprio bello bello non è… chissà mai che si calino tutti da qui!… e non vogliamo a tutti i costi essere diversi, la giornata non è ancora finita e c’è tempo per lanciarsi su un bel canalone rumegoso (san lucano style, ma con più roccia, per di più buona: figurarsi!), e finire sotto la mitica Patabang. Eh, il weekend ha da essere delirante, per cui questa è immancabile! Primo tiro, 80 metri su roccia splendida e prese ergonomiche, fino a pochi metri sotto la sosta, dove, chiaramente, diventa più delicata; ma i secondi, con la corda tirata, non hanno modo di apprezzare a pieno la differenza. E’ il momento del secondo tiro, altri 80 metri, 30 di traverso orizzontale su una vena, polimagò-style, solo che su quella finito il traverso c’è una fessura. Qui c’è un bel muretto nero di una decina di metri, non così stupido, prima di arrivare a mettere una protezione, la prima (e l’ultima) chiaramente. Lo sguardo di lui guardando la sosta da metà muretto, e le parole urlate dall’altro, risuonano potenti “… guarda che l’hai voluta tu la via ingaggiosa!!”. La normale conclusione di una cosa così sarebbe giù a valle, cena, e nanna a riposare i neuroni. E invece uno dei tre, inorridito dalla scelta dell’itinerario della giornata, si allontana, e noi si fa a cambio con due squilibrati fuori come poggioli, i cui discorsi sembrano davvero quelli di ale&franz sulla panchina, solo in versione decisamente alcolica. Uno di questi giunge anche a mangiare una mosca pur di non sembrare un cagasotto. E poi arriva il terzo, che si capisce subito come mai si conoscano e, soprattutto, tendano a frequentarsi. E si comincia a bere seriamente (nessuno escluso, e qui i soliti facinorosi potrebbero dire “sprite?!”), e la serata prende una piega già pronosticata dai più. Pochi ricordi, un po’ (…) annebbiati, ma un lui emiliano rimarrà a lungo nei nostri cuori. Per vari momenti, attimi, frasi. Un benefattore, cosa dire altrimenti di uno che incitava follemente a un lui svaccato in terra in condizioni disastrose “dai, forsa, meglio fuori che dentro, fidati di me!” e poi, come niente, a porre due dita in gola al malcapitato, ovviamente sconosciuto… ah, che seratina! Il ritorno alla macchina sarà un’epopea, dopo 100 metri di strada è come non essere neanche partiti, e così due vanno a prendere la macchina, e i duecento metri in retromarcia per uscire dal parcheggio saranno drammatici. Alle cinque e poco più uno o due ometti vengono lanciati dentro la tenda a smaltire un po’ di sprite, gli altri, due lui e una lei, avendo invece preferito fanta e lemon-soda, hanno solo mal di testa e si concedono una lussuosa notte in macchina. Al risveglio, uno ha ancora il coraggio di andare a scalare una vietta (… e qui i soliti facinorosi… !!), gli altri si dedicano a chiudere un boulder giusto per poter dire di aver chiuso un blocco… al melloblocco, e alla sera la cena fuori è l’ultimo delirio prima del rientro a casa… un’oretta e mezza per tutti, tranne uno…
Data: 7-8 maggio 2011

L’ultimo shampoo del generale Custer ai Pinnacoli di Maslana
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L’ultimo shampoo del generale Custer ai Pinnacoli di Maslana
Sabato, direzione Presolana di Castione. Con tutti gli avvicinamenti possibili, scegliamo il più disagevole che ci viene in mente: dalla Valle dei Mulini. Diversi bergamaschi, alla comunicazione del punto di partenza, rimangono allibiti. Inutili a tal scopo i vani tentativi di giustificarsi spiegando che siamo liguri e che stampare una relazione decente voleva dire toner, carta e usura delle parti meccaniche della stampante. Pure noi comunque rimaniamo allibiti quando ci ritroviamo a ravanare per felci e lamponi, fino a giungere su un’ampia carrozzabile, che ovviamente arrivava lì con piacevole e sinuoso andamento. La lotta con l’alpe è tornata in auge… per non parlare del ghiaione sotto la parete. Esticazzi. Preso frontalmente, da sotto, può essere considerata una variante d’attacco della via. Terminata la suddetta variante di quattrocento metri, al secondo tiro della via ufficiale, ga si ritrova sotto la simpatica placchetta di quinto (…) per uscire in sosta sotto una discreta grandinata. Riparte lore su per il terzo tiro, ancora sotto la grandine, perché le previsioni meteo erano buone… sarà una cosa così, passeggera. Eh sì, passeggera, ma di un treno di trenitalia. E infatti decidiamo di scendere, non appena i fulmini non così distanti smentiscono a gran voce le previsioni meteo. Non contenti della lezione, non disdegniamo un salto a vedere la mitica cornalba (“tanto è di strada”…). Legnate su legnate per ga, e conseguimento del brevetto di volo su un 6a, dove peraltro racimola tutte le ore di volo necessarie. Contento dell’obiettivo raggiunto e festeggiato con lore il risultato, il team gap decide per la fine delle ostilità della giornata. Al mattino si riparte, destinazione maslana. Obiettivo Pegaso, ma visto il meteo del giorno prima (e visto che per oggi davano peggio, che è tutto dire), accorciamo ancora di un tiro per finirne almeno una in due giorni, e la scelta va sull’ultimo shampoo… cioè quando il destino sceglie il nome per te. Riusciamo a finirla, e a trovarla bellissima! Dalla placca del primo tiro, al magico diedrone del terzo, al mitico caminone dell’ultimo tiro, dove lore vorrebbe tirare qualche protezione in ricordo dei vecchi tempi ma, complice la libera di ga sul tiro precedente, è stretto nell’angolo dall’orgoglio personale (e dall’abbondante chiodatura) che lo costringe suo malgrado a finire in sosta in libera. Il tempo nel frattempo sta cambiando, ma due doppie e possiamo scappare. Però appena qui a fianco c’è un conto in sospeso oramai da tre anni… il camino di vent’anni di sfiga è a pochi metri, e dopo la conigliata di anni fa, è il momento di chiudere i conti con il passato. Armato di tutto punto (peraltro inutilmente), è lore che deve procedere all’espiazione dei propri peccati. Tutto suo, all’epoca, il tiro del camino, evitato con una variante a spit che lo attraversava. Operazione, questa, che non era passata inosservata agli amici bergamaschi, e che aveva per questo motivo provocato grossi malumori, de ura e de uta. E allora via, verso nuovi orizzonti!… che incontra dopo una decina di metri, quando qualche nuvola grigio-scura comincia a coprire il sole, e qualche piccola goccia comincia a raccontarci la sua storia. Lore non sembra interessato, anzi sembra quasi infastidito; ga tutto sommato, tranquillo in sosta all’asciutto e con le mutande ancora linde, sembra quasi assistere indifferente agli eventi. Fortuna che non si mette a piovere seriamente, se non quando sale ga, ma con la corda dall’alto è un altro sport. Tre doppie, e poi vien giù dal cielo l’infinito mondo: acqua, acqua, acqua. Quanta, quanta, quanta! Il diluvio universale si abbatte su maslana e sui due poveri quasi trentenni (uno più dell’altro). Ma d’altronde, dopo uno shampoo così, cosa ci si poteva aspettare?!
Data: 22 maggio 2011

Tempi Moderni alla Marmolada
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Tempi Moderni alla Marmolada
“Allora lo, si torna a fare una salita insieme?”… “dai ga, ben volentieri! Immagino che qualche idea l’avrai in testa, e ho come la vaga impressione che non sarà una vietta plaisir… !!! Dai, spara, cosa vuoi andare a fare?… è il caso che mi sieda?!”… “beh, già che si torna a scalare insieme, bisognerà fare qualcosa di… beh, sì va, siediti!!!”. Alla proposta, giunta dopo vari giri, arzigogolati percorsi tra un dettaglio e un altro senza aver il coraggio di chiamare le cose con il loro vero nome, fa seguito un lungo silenzio. Interrotto da un esclamazione contenente il nome della via A STAMPATELLO e una serie di punti esclamativi/interrogativi senza soluzione di continuità, seguita a ruota da una lunga serie di epiteti che non è questa la sede opportuna per elencare. E, attenzione, non è che si parlasse di tempi moderni, eh!… e nemmeno di marmolada, sarebbe scontato! Invece… e chi lo sa, di che si parlava, insomma “… beh, dai, ammesso che si vada davvero a fare sta follia, e ammesso che io non presenti il certificato della mutua il giorno prima della salita, ma bisognerà allenarsi prima, no?!” – “Ok, dai, il prossimo we, visto che è l’ultimo a disposizione prima della folle idea, ci si allena… occhio che però… si picchia duro, eh! Sennò che allenamento è?!”. Così, ecco che lore si presenta all’allenamento, improvvisato all’ultimo giorno, un last-minute deciso e prenotato alla mattina del venerdì: “tempi moderni” in marmolada. La logica sequenza degli ultimi quattro mesi di attività: spigolo demetz al gran cir, l’ultimo shampoo a maslana, steger al catinaccio… tempi moderni in marmolada. Abbastanza lineare!… come allenarsi alla quota salendo, nemmeno in rapida sequenza, Monte Mao e Bric Mindino, e poi salire sul bianco dal pilone centrale. Tant’è, la follia è un dono di pochi, e alle 7 e mezza di “un sabato qualunque, un sabato italiano”, siamo in moto verso il Falier, obiettivo: cengia mediana. Sacchi a pelo, e ci mancherebbe altro… mica siam quelli che Modern Zeiten la fanno in giornata… ma neanche a pensarci:… inarrivabile!… però siamo stati avvertiti dal nostro caro amico: “Oh, grandi scèc! Carichissimi, eh!… però mi raccomando… SE SI FA, SI FA TUTTA!!”. Non ce l’avrebbe passata, solo la parte bassa, non ci avrebbe passato nemmeno l’uscita sulla gogna o sulla messner evitando l’orrido muro terminale… e un monito così, da un così caro amico e socio di fiducia, non potevamo ignorarlo. Ma il terrore di essere colti da un attacco di stanchezza, o di coniglite che dir si voglia, era troppo. Ma quel ca..o di vecchio biplano a motore, maledetto amaro montenegro o no, si sarebbe rimesso a funzionare un giorno!
… tempi moderni è davvero una via grandiosa; tracciato logico in basso, in alto un po’ forzato, sul primo e sugli ultimi cinque tiri; ma voleva il muro terminale, voleva la via indipendente, voleva una via dura, ma interamente in libera… e l’ha trovata, dove sembrava non potesse esserci. La via è davvero “moderna”, per concezione e stile… un sacco di tiri, fossero in falesia, sarebbero unti come la focaccia alle cipolle. E chi si fa solo la parte bassa… si perde la vera via. Di sicuro non ha fatto tempi moderni! In alto difficile, meno chiodata, ma nel complesso a nostro parere più bella della parte bassa (… rigola a parte: Mariacher lo ha definito come il suo più bel tiro, e chi siamo noi per contraddirlo…), un po’ più… “avventurosa”. Incredibile la sequenza per uscire dall’ultimo muro, due obliqui in placca con una sequenza di buchi che sembrano messi lì apposta per rendere il tiro scalabile e proteggibile. Virgolettato, và, che di certo, tra questi ventotto tiri gli amanti dell’R4 qui troveranno gioia!… giunti in cima a Punta Rocca, la gioia è davvero grande. La felicità c’è e si vede, lo sguardo di ga lo dimostra, quello di lo pure, l’abbraccio è di quelli dei “vecchi tempi“… poi però in un attimo quello di lo cambia, diventa smorfia di dolore, prima di trasformarsi in un sorrisino ironico e beffardo: “… maledizione a me e a quando parlo troppo!!!!”. Eh già, perché all’inizio del dialogo, c’era stata una frase degna di nota “… dai, se facciamo tempi moderni, integrale eh!, ti accompagno sulla tua idea folle… ”. Un errore imperdonabile!… ma intanto, si torna a sorridere, c’è tempo di rilassarsi e godersi i ricordi di questa bellissima avventura tra le pieghe della Regina delle Dolomiti: Modern Zeiten è alle nostre spalle… è andata!… belin!
Data: 9-10 luglio 2011

Cinque Muri alla Piramide Armani
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Cinque Muri alla Piramide Armani
… e si comincia a far sul serio! Vallaccia, che posto… non c’ero mai stato, ed è stato un colpo di fulmine. Come pare per chiunque passi da queste parti per la prima volta! Ci si ritrova con lore, a un mese esatto dall’avventura su tempi moderni… e il suo allenamento, vive di ricordi… di quei, ricordi! Salvo, 10 giorni prima, proprio questa via. Con uno forte… ma davvero forte. Troppo, tanto da far dire a lore “Ok, troppo bella, ma voglio tornarci con te, e stavolta la facciamo alternata, che è una via stupenda, ma l’altra volta i tre tiri più duri li ha fatti lui… e voglio provarci!”. Come dire di no a una via stupenda in un posto stupendo, tra l’altro già nel libricino dei progetti?! “… eh, ma bisognerà partire presto, che la via sarà 500 metri!”, “… tranquillo, non c’è fretta: in 6-7 ore, se usciamo, siamo fuori, non è che ci sia tutto sto granché da integrare”. E il che è tutto dire, viste le protezioni in loco. Alla specifica domanda “… ma secondo te sui due tiri duri io sarei passato?!”, la risposta “sull’ultimo tiro sì, sul quarto… ” lasciava dubbi sulla fiducia di lore nel socio. Quindi, per questione di principio, il tiro andava fatto, e sgradato per giunta! “Lo, allora, dove ci becchiamo?” – “ah, ga, non te l’ho detto? sono senza macchina! vengo in treno+bus, alle 7.36 sono a cavalese!” – “malimortaccitua!”. Alle 6.50, sms: “ehm, trenitalia ha soppresso dei treni… non so a che ora arrivo!”. Ga, sorpreso nel dormiveglia mattutino nel suo lettino (leggi “i sedili posteriori”), non ha nessuna intenzione di finire a scalare alle torri del sella e si catapulta giù dal letto e testa i cavalli del suo trabiccolo fino a Ora; alle 7.42, i due oltrepassano cavalese, già di ritorno… direzione vallaccia, direzione cinque muri. La giornata è stupenda, ma fa “freschino”, per così dire; così, giunti all’attacco, è l’ora per ga di vedere i sorci verdi sul primo tiro, un VI+ stile cornei, solo che a cornei, in sta stagione, le temperature son ben altre. E anche la chiodatura, diciamo così! Riparte lore, e ridendo e scherzando mette in saccoccia il VII- del secondo tiro. Tocca a ga il terzo, per riscaldarsi per il quarto; alla faccia dei runout! E’ il momento del tiro su cui lore ha avuto dei dubbi sul socio; il quale piazza in sequenza cordino su clessidra, cliff, chiodo, cliff, cliff, cordino su clessidra, tricam, tricam, friend, chiodo, e poi via in libera verso la sosta, un tratto duro ma scalabile e poi il suo bel runout di 15 metri sul VI. Ma in fondo, come diceva il buon De Beers, “Un runout è per sempre”… E si riparte, per tre tiri tranquilli, fin sotto il galattico muro finale. E qui è il turno di lore. Lo voleva, questo tiro, ci teneva, lo temeva, ma… che tiro, scèc, che tiro!!! Magistrale, grandioso, spettacolare!… e sto ragazzo, che grinta, che ha tirato fuori!… e finalmente ha tirato fuori sto sorriso a 34 denti, per il suo capolavoro, VII+, roccia super, una sola protezione in posto prima dell’inizio del muro: grande lore, questo è scalare!! Un ultimo tiro, con un simpatico passo duro ben (…) protetto (?!?) da un’ottima (????) clessidrina, e la cima della piramide è raggiunta, sotto un bellissimo sole. Incredibile questa via, stupenda davvero!
Data: 11 agosto 2011

Supermatita al Sass Maor
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Supermatita al Sass Maor
… Bonatti diceva in un suo libro: “L’avventura non può più manifestarsi dove nell’uomo scadono l’ingegno, l’immaginazione, la responsabilità; là dove si demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l’ignoto e la sorpresa. E ancora non può sussistere avventura là dove vengono alterate, persino distrutte, peculiarità come l’incertezza, la precarietà, il coraggio, l’esaltazione, la solitudine, l’isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell’impossibile, il gusto dell’improvvisazione, del mettersi alla prova con i soli propri mezzi. Tutte cose che oggi sono ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano. L’avventura è un impegno che coinvolge tutto l’essere e sa cavar fuori dal profondo ciò che di meglio e di umano è rimasto in noi. Là dove il “mazzo” non è stato truccato per vincere a ogni costo, esistono ancora il gioco, la sorpresa, la fantasia, l’entusiasmo della riuscita e il dubbio della sconfitta. Dunque l’avventura.”. Abbiamo trovato tutto, caro Walter. Abbiamo avuto il dubbio della sconfitta, persi in un mare di perplessità e di roccia, senza riferimenti se non l’esperienza e l’intuito. Abbiamo vissuto l’entusiasmo della riuscita, solo a posteriori a dire il vero, usciti sfibrati da un’avventura senza parole, e due giorni di concentrazione massima, non avevamo nemmeno tanta forza di sorridere. In fondo, solo dopo abbiamo capito cosa avevamo combinato. Abbiamo vissuto la sorpresa, la sorpresa di avere sempre una soluzione anche dove la relazione era carta straccia di fronte a quel che ci si presentava davanti. Di avere l’esperienza, per poter gestire le incognite di una salita come questa. Abbiamo avuto la fantasia, la fantasia di inventare una salita che ha stupito molti, la fantasia di quando, ai primi di luglio, ho visto una foto del sass maor con le linee tracciate, ho puntato quella linea, così maestosa, lineare, dritta; troppo bella per rimanere solo un tratteggio su una foto, e mi son detto “qualunque cosa sia, se non è impossibile… voglio provarla!”. E gli occhi hanno letto “supermatita”, Maurizio Zanolla e Piero Valmassoi, agosto 1980. L’avevo già sentita, la conoscevo un po’ di fama, ma in effetti non sapevo niente delle difficoltà. Niente della sua storia. Niente del suo mistero. Vista, letta, acquisita: ho subito pensato che, per quanto assurdo, non potesse che diventare un sogno da realizzare. Un sogno di quelli che sanno farti sentire vivo. Ancora una sorpresa; l’essere qui, ancora con lorenzo. Le cose cambiano, il tempo passa, ma a quanto pare le persone importanti restano. Ed è un bene, ed è bello saperlo, rendersene conto. Ci sono persone che contano davvero qualcosa. Fa bene saperlo. E infine, Bonatti citava ancora il gioco. Abbiamo trovato anche quello. Il gioco dell’avventura, della scoperta. Quello delle vie dove il grado tecnico conta, ma meno di tante altre cose, della determinazione, del coraggio, della voglia di mettersi, davvero, in gioco. Dove il mazzo non è stato ancora (e speriamo non lo sarà mai) truccato. Ed è stato un gioco viverla “così”, come una grande avventura, con un po’ di “paura”, ma anche con la determinazione e la voglia, e con il nostro stile di sempre. Patrick Berhault diceva: “Incredibile non è la difficoltà in sé, quanto la fortuna di avere avuto una voglia così intensa di affrontarla”. Me lo aveva scritto lore tanto tempo fa, e più che mai, in questo nostro “piccolo capolavoro”, abbiamo dimostrato che è proprio così. Non si può raccontare altro di supermatita, è una via mitica, e misteriosa. Ed è bello che rimanga così. Non servirebbe neanche aggiungere niente… forse, se avete pensato anche solo una volta nella vita di andarla a provare, forse avete l’unica cosa che serve. Insieme a tanta, tanta voglia di vivere un’avventura vera. C’è ancora spazio per l’avventura. Lasciamolo. E poi ci sono le foto, che dicono (quasi) tutto. I sogni si raccontano, ma non si spiegano… i gradi non dicono niente (a manolo, a quanto pare, ancora meno… la relazione “così, tanto per…”. Qui bisogna lasciare a casa tutto, portarsi solo un po’ di umiltà, di voglia, e tanta, tanta voglia di sognare. Tutto il resto è qui: l’estetica della linea, la maestosità del Sass Maor, il viaggio in parete, l’esperienza alpinistica ma, prima di tutto, umana. Indimenticabile…
Data: 13-14 agosto 2011

Chi si ferma è perduto a Cima Scingino
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Chi si ferma è perduto a Cima Scingino
C’è sempre un motivo per tutto, nella vita. Figuriamoci per il nome di una via… spesso ci sono dietro strani ricordi, a volte un amore o un caro amico, e altre invece ci sono le emozioni del momento, le sensazioni provate. Ora, secondo voi, cosa può significare il nome di questa via?! Il team GAP, incuriosito dalla descrizione della bibbia del Gaddi – “Poco ripetuta; del resto, il nome della via la dice lunga… “, decide di andare a vedere di persona! Ammesso e non concesso che arrivare in valle alle 2, svegliarsi alle 5 e mezza e partire per due ore e mezza di avvicinamento, a inizio stagione, con lo zero termico a 1700 metri in lento rialzo in giornata fino ai 2400 non fosse l’idea migliore (ma i gappers sono abituati alle idee malsane!), fatto sta che giunti sotto al pilastro, l’aria si mantiene “frizzantina”. Ma oramai, dopo un mazzo così, andiamo a verificare che il sommo tomo non dica stupidaggini! Lore verifica sul primo tiro che i mini-boulder strapiombanti non sono l’ideale per cominciare la giornata, così tocca a ga mettersi sulle placconate del secondo. E l’ampia chiodatura (…) rende difficoltoso il reperimento della retta via. Neanche il misero chiodo di sosta nascosto sotto non dico un ciuffo, quanto piuttosto una cuffa d’erba, e il vicino spit di colore non proprio incoraggiante, danno l’idea della frequentazione dell’itinerario! Eppure, sempre il tomo diceva “un must dell’arrampicata logica e mentale del gruppo”. Strano! Ma la cengia mediana aiuta anche gli stolti a ritrovarsi nel percorso. Eppure lore decide che farla proprio tutta così come i primi salitori sarebbe una palla, così inventa varianti se possibile più dure dell’originale. Poi libera un tratto di A0, così che il tiro, da VI+ e A0, diventa… VI+. Boh, sarà stato morfologico! Ma nei precedenti 50 metri ga tenta di rancare (genovese per “strappare”, NdR) via un’intera fessura di 40 metri, poi si rende conto che è troppo bella e che in effetti non sarebbe un gesto carino, così la lascia lì e anche lore la può scalare. L’uscita in sosta, intanto, comincia a dare dignità all’ipotesi sul nome. Che ga ha occasione di verificare poco sopra, perdendosi più volte in soli 15 metri, poi si ritrova e trova pure uno spit. Esticazzi! Poi prosegue in traverso per facili roccette di VII+ e fino a quando non riesce a piazzare un buon friend, qualche metro più in là, non sa neanche più di essere sul pilastro di cima scingino. Se ne ricorda poco dopo, quando vede al suo fianco l’ultima protezione e poi, “là”, la sosta. “dai, è uno scherzo!”, dice tra sé e sé. E allora poi, non vedendo luccicare null’altro e non intravedendo grandi e yosemitiche fessure, né tantomeno ronchie clamorose, comincia a capire il nome della via… e si adegua di conseguenza. Ma anche lore vuole vederci chiaro in questa faccenda, e così parte con fare arrogante per il successivo tiro, “alla ricerca della protezione perduta”. Secondo voi l’ha trovata?! E così, su un bel passo in traverso a 30 cm dalla sosta e 7 metri dall’ultimo friendino accoppiato a un chiodo di qualche bravo giovanotto che voleva scalare ancora per un bel po’ di anni dopo lo scingino, prende atto che è meglio non fermarsi e giungere alla panoramica sosta, incolume per giunta! C’è un ultimo tiro, con un simpatico passo a uscire dalla sosta, poi un passo di A0 che ga passa in libera perché del chiodo non si fida (?!?), per poi trovare chilometrico dove il buon Tarci (Tarcisio Fazzini, NdR) regala V+ su “fessura erbosa”. Alla faccia dell’erba… sembra una prateria verticale! Le ultime emozioni e siamo in cima al pilastro, non è tardissimo ma fa freddino ed è ora di scendere… riusciamo a ritrovare il sentiero ancora con l’ultima luce, e poi… è storia andata!… bella avventura in un posto magico!
Data: 17 maggio 2012

Vedova Nera, Val di Mello
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Vedova Nera, Val di Mello
Il festival dei chiodi chilometrici a cui abbiamo partecipato in questi giorni sta per terminare, ma prima del termine c’è tempo per la proiezione del cortometraggio “I grandi laschi”. Protagonisti il team gap ed ettore, maggio 2012, dalla trama tutto sommato scontata: i tre vanno a fare sta via, “il capolavoro di Paolo Vitali nella Valle”, trovano eterno, rischiano l’infarto, prendono pioggerellina giusto a metà dell’ultimo tiro, poi il tempo gli concede ancora due minuti per disquisire sulla bontà della sosta, e poi… ma andiamo con ordine! E’ mattina. Alla base delle placche del giardino decidiamo di fare una vietta lì, giusto per scaldare i motori. Passano un ragazzo e una ragazza, simpatici e modesti, e ci chiedono se quelle sono le placche del giardino, e pensiamo “scaleranno qui!”… e invece ce li ritroveremo proprio… sulla vedova! Vabbè, ma tanto non abbiamo mica fretta… ci facciamo condurre dal buon ettore fino alla sommità delle placche del giardino, e mentre aspettiamo i ragazzi sul primo tiro, cerchiamo di dimenticare quanto ci sarà da trovare lungo su questa via. Mentre il bergamasco si lancia sulla fessura, ga osserva il giovin fanciullo là in alto che parte sul famigerato tiro chiave, sale un po’ di metri e poi… bum, ci tira una flamba da far impallidire! Ga e lore si guardano in faccia, e cominciano a pensare di essere nel posto sbagliato al momento giusto… o comunque il contrario! Il giovine riparte, stavolta passa, sembra scalare bene e tranquillo, fino al tratto duro. Ga lo osserva fiondare un bel po’ di volte, e ogni volta è un colpo al cuore. Allora si rivolge a lore e chiede: “allora, che si fa?” – “… e cosa vuoi fare?! si prova!”. Cazzarola. E’ sempre indeciso, è sempre più per la conigliata, belin, una volta che sarebbe sensato, figurati se non si convince del contrario!!!
“… torre di controllo a ga… torre di controllo a ga… vi preghiamo di fornirci la vostra posizione, prego!” – “ga a torre di controllo… la nostra posizione è vicina ai 90 gradi, per la precisione a 4 metri dal friend e a 7 dal primo spit… may day may day!” – “Non siete autorizzato a decollare, ripeto NON siete autorizzato a decollare!” – “Ricevuto!”. Negata l’autorizzazione al decollo, ormai imminente, ga è costretto a stringere i denti onde evitare sanzioni e raggiungere con il cuore ormai in gola “lo spit chiamato desiderio”. Lo sguardo è smarrito. “Vivo!” – esclama – “cazzarola, sono vivo!!!”. Peccato che ora venga il duro del tiro… Uno sguardo, una frecciata verso il prossimo spit – miseria se è lontano! – uno sguardo verso i soci… ed è il momento di andare. Cinque o sei tentativi per capire come alzarsi sopra lo spit, poi parte per la sequenza… e sono due minuti di apnea! E’ due metri sopra il chiodo, e il terrore di sanzioni per il decollo non autorizzato, specie in questo momento di crisi, lo fa desistere dalla voglia matta di smetterla di strizzare cristalli delle dimensioni di un granello di sale grosso, e con un ultimo passo inventato alla ricerca dell’equilibrio su un solo arto (!) raggiunge lo spit. Un viaggio che rimarrà nel cuore ma che è difficile raccontare! Ancora un tiro, con chiodatura allucinante (Vitali è stato veramente straordinario su questa via…) e un ultimo ribaltamento su un enorme fungo che regala deliri, e poi comincia la mitica vena obliqua di 100 metri, passa avanti lore mentre comincia a piovischiare… che si fa?! Le persone normali scenderebbero… ma questo è il team gap!!!… e poi dopo sti 3 tiri, come si fa a pensare di dover tornare?!… e allora lo specialista lore scalda i motori, e via, con 60 metri da brividi (più facile che sotto, ma per niente banale… e 2 (DUE!) spit, senza possibilità di integrare). Nel frattempo non piovischia più… pioviggina! Gli altri due lo raggiungono in fretta… e neanche il tempo di buttare la prima doppia, viene giù il finimondo, acqua, acqua, acqua… quant’acqua scéc!… ma intanto… la mitica (e stupenda!) vedova nera l’abbiamo portata a casuccia!!!
Data: 19 maggio 2012

Via Desmaison al Pic de Bure
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Pilier Desmaison al Pic de Bure
Ore 8.22, ga arriva in sosta al sesto tiro. Lo raggiunge micky, imbacuccato dalla testa ai piedi, scalando con i guanti e visibilmente tremante… ga pone la domanda, già certo della risposta “… dai, micky, si muore dal freddo, sto vento agli ottocento all’ora non ha ancora mollato 3 secondi e fa veramente troppo freddo per scalare… se non te la senti non preoccuparti, tre doppie e ce ne andiamo in luoghi più consoni… vai tranquillo… ”. Sta già per buttare le corde verso una mesta ritirata – summo cum gaudio ma salvando l’onore lasciando al socio il compito di prendere una decisione ormai inevitabile – quando micky fanni – porcaccia miseria la famiglia non mente! – cala il jolly: “no, ga, sì è vero fa un freddo indicibile, ma se tu te la senti per me andiamo… a me sta bene!!”. Lo sguardo di ga non può che essere allibito… ma guarda te sto qui, rigira la frittata!!!… ma con che gente vado in giro?!… l’orgoglio personale ha la meglio, ga non ha più scuse, mo’ bisogna salire! E sarà ancora lotta per altri cinque o sei tiri, fortuna che si va via veloci e le dita non hanno tempo di congelarsi, ma belin che freddo, che freddo, che freddo!!!! Al decimo tiro, arriva un pallidissimo sole, che unito a una sosta appena dietro lo spigolo al riparo dal vento fortissimo, regala un attimo di sollievo ai due malcapitati… che per fortuna, essendo al decimo tiro… sono “già” a metà via!… la giornata intanto diventa splendida, il vento è un pochino calato, le temperature sono comunque rigide, ma ormai il ritmo lo abbiamo preso e scappiamo via veloci… la cima si avvicina! La raggiungiamo intorno alle tre, ed è bellissimo giungere su questo incredibile altopiano nella luce del primo pomeriggio… sembra quasi di sbarcare sulla luna!… e… cavoli, che bella via, peccato non essersela goduta (nota: al quarto tiro, prima di recuperare la corda 3 minuti di pausa… una bollita così alle mani, giuro che non l’avevo mai presa manco su una cascata!!) a fondo, ma linea grandiosa, gran parete, roccia “dolomitica standard”, posto bellissimo, firma di classe… insomma, una gran bella avventura, che valeva il lungo viaggio in terra francese! Grazie micky!
Data: 15 luglio 2012

(continua)

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Climbing girls 18

Martina Cufar su Rêve de larve (8b), le Suet, Haute Savoie. Foto: Nicolas Potard
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L’oggi quattordicenne Brooke Raboutou è un fenomeno annunciato, per via del famoso genitore Didier. Qui aveva 11 anni.

Martina Cufar Potard riesce su Rêve de larve (8b), Suet, Alta Savoia, una via aperta da François Coffy.

Alizée Dufraisse riesce su L’Arcadémicien des Crépis, una via davvero difficile e vecchio stile, dura tecnicamente e mentalmente, come tutte le vie di Ceüse.

Alizée Dufraisse su The middle way, 8a bloc a Hampi, India, mitico passaggio aperto da Chris Sharma. E’ la prima femminile.

Jacinda Hunter e Meagan Martin in contemporanea allo Psicocomp (7 agosto 2014), Park City, Utah.

Nel remoto “Cirque of the “Unclimbables”, l’eleganza di questa torre di granito alta 600 metri è uguagliata solo dalla bellezza dell’arrampicata che offre. C’erano Stephanie Bodet e Beth Rodden, con Arnaud Petit e Tommy Caldwell, filmati da Benoit Robert.

Nell’estate del 2005 Lynn Hill e Katie Brown fecero la prima libera interamente femminile della West Face (V 5.13b/c A0) della Leaning Tower, Yosemite.

Lynn Hill su Midnight Lightning (Columbia Boulder), Camp 4, Yosemite, maggio 1998. Prima femminile.

Sarah Watson torna ad arrampicare dopo un incidente, 2012.

Chloé Graftiaux nel 2009 su Separate Reality (Yosemite). Nata a Bruxelles il 18 luglio 1987 ha praticato ogni genere di attività di alpinismo e arrampicata, fino al fatale incidente sull’Aiguille Noire de Peuterey, 21 agosto 2010

Nina Caprez sulla prima femminile di Silbergeier, Raetikon, Svizzera, assieme a Cedric Lachat. E’ una delle più difficili vie multipitch, chiodata e aperta nel 1993 da Beat Kammerlander.

Mina Leslie-Wujastyk è un’arrampicatrice fortissima che non ha mai fatto trad fino al momento del film. “Naturalmente” il suo primo tentativo è su Unfamiliar, un notoriamente difficile E7, 6c (5.11b), a Stanage, UK. Mina ha a che fare con una via potenzialmente pericolosissima, specialmente lo si vede alla fine. E se non ci si cagava un po’ addosso non si era neppure in Gran Bretagna.

Monique Forestier è andata in Verdon la prima volta nel 2007. Ha scoperto una linea con una singola “tufa” di quasi 60 metri, chiamata Tom et je Ris (8b+). Allora non le è stato possibile tentarla, ma alla fine il sogno si è avverato nell’ottobre 2011.

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La vendita dell’aria fresca

Chi si trovasse a spasso per le Dolomiti di Ampezzo, al rifugio Averau troverebbe in vendita a 5 euro l’una delle graziose bottigliette etichettate “Aria delle Dolomiti”.

Uno scherzo? Forse, ma non proprio. Intanto c’è un prezzo. Fosse anche solo un euro, o solo qualche centesimo, un prezzo impone che non ci si approfitti della credulità della gente. Se c’è scritto che è “aria delle Dolomiti” indubbiamente lo è, se è imbottigliata sul posto (con la luna giusta, però…). E quanto alle percentuali descritte sull’etichetta? Sono corrette? Come hanno fatto tecnicamente a miscelare così tante arie di diversa provenienza? Per fortuna c’è quel 2% finale di aria “di follia purissima” che salva la situazione e ti strizza l’occhio.

I souvenir del rifugio Averau. Foto: Alberto De Giuli
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Senza ombra di dubbio, se di scherzo si tratta, chiunque vada alla cassa a comprarne una dovrebbe vedersela consegnare con un sorriso e con la frase “per Lei, Signore, questo è un omaggio, souvenir del nostro rifugio…” e con il condimento di un’altra strizzata d’occhio.

Comunque, attenzione. Perché l’idea non è nuova. Si favoleggia di una mitica “aria del Maloja” o anche di altra “aria delle Dolomiti” in vendita negli autogrill. Mentre siamo del tutto certi della vendita in Cina di aria canadese e di aria delle Blue Mountains australiane.

Il rifugio Averau
VenditaAriaFresca-_C6K6371 © D G Bandion

In Cina comprano aria in bottiglia dal Canada
Se vi capitasse di abitare a Pechino, magari ricerchereste anche voi una boccata d’aria pulita e fresca. Ve ne fareste scorta! Tra i prodotti più ricercati in Cina, insieme a Gucci e Ferrari, c’è l’aria delle Montagne Rocciose: un affare milionario per chi respira smog concentrato.

E’ del 18 dicembre 2015 la notizia che la società canadese Vitality Air era in difficoltà perché non riusciva a soddisfare la richiesta cinese di aria pulita imbottigliata. Moses Lam, fondatore di Vitality Air, ha iniziato questa attività “per scherzo” (rivela) dopo aver letto che il miliardario cinese Chen Guangbiao vendeva aria pulita in lattina a 1 dollaro al barattolo. Lam mise in vendita su eBay, allo stesso prezzo, sacchetti d’aria delle Montagne Rocciose: la risposta fu entusiastica. Il decollo di quest’idea ha fatto diventare i sacchetti vere e proprie bombole da 7,7 litri, 150 respiri garantiti, 59 dollari.

Troppo caro? Da un’indagine risulta che la più forte domanda viene dalle famiglie benestanti che vogliono far respirare aria buona ai figli chiusi in casa, come pure da case di riposo e night club.

Lake Louise, Alberta, Canada. Quest’aria è esportata in bombolette
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In Cina è «allarme rosso» per emergenza inquinamento
VenditaAriaFresca-a1f644e52faa416e28eb7a22bce76860-kqKI-U108084118867XEG-1024x576@LaStampa.it

E anche quella delle Blue Mountains australiane
Del 3 maggio 2016 (www.lastampa.it) è la notizia che due imprenditori australiani, John Dickinson e Theo Ruygrok, attraverso un macchinario apposito, catturano l’atmosfera pulita delle Blue Mountains e la rivendono in bottiglia alla Cina.

A detta dei fondatori di Green&Clean, l’aria imbottigliata assume una fragranza diversa a seconda dell’ambiente da cui viene estratta: eucalipto per quella montana (Blue Mountains) o sentore di salsedine per quella della costa (Bondi Beach e vento di Tasmania).

Ogni bottiglia è dotata d’inalatore e costa 18 dollari e 80 centesimi, circa 12 euro al cambio attuale. Ogni confezione contiene l’equivalente di 130 respiri a pieni polmoni: quindi, facendo un rapido calcolo, si tratta di quasi 15 centesimi a respiro.

Secondo uno studio dell’Università della California ogni anno un milione e seicentomila persone muoiono in Cina per malattie e complicazioni respiratorie e cardiovascolari, indotte dall’esposizione ad alti tassi di particelle inquinanti. I guai dell’inquinamento per la Cina derivano da una domanda energetica soddisfatta per lo più da centrali a carbone e da un’intensa politica industriale che, se da un lato contribuisce all’espansione della classe media, dall’altro fa sì che un vigile urbano di Pechino viva in media 43 anni (Marina Freri)”.

Aria in bottiglia, in diversi package e fragranze. Foto: Vitalityair
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L’aria delle Dolomiti è incontaminata, lo dice la scienza
Del resto anche la cosiddetta “scienza” non scherza. E’ del 10 marzo 2015 la notizia che la qualità dell’aria delle Dolomiti sia come quella del Polo Nord o della Groenlandia: purissima e incontaminata. Questo giudizio viene dagli scienziati del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Università Ca’ Foscari. Gli esperti hanno esaminato la composizione chimica dell’atmosfera a cominciare dall’estate del 2011, basandosi sui dati raccolti dalla stazione di rilevamento sul Col Margherita (Passo San Pellegrino). Qui è stato installato un sito fisso della rete GMOS (Global Mercury Observation System, http://www.gmos.eu), prima rete mondiale di monitoraggio del mercurio, che si avvale di decine di siti di campionamento per quantificare in tempo reale la presenza di questo contaminante in atmosfera.

Il progetto coinvolge 23 istituti di ricerca internazionali, e il ruolo della stazione del Col Margherita in questa rete mondiale di monitoraggio è quello di studiare i livelli di base di questo elemento in un sito alpino d’alta quota. I dati sperimentali, registrati dagli scienziati di CNR e Ca’ Foscari ad una risoluzione temporale di 5 minuti per 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, sono inviati in tempo reale ai centri di ricerca. Qui vengono elaborati e resi immediatamente disponibili al pubblico attraverso varie piattaforme web”.

Senza mettere in dubbio la serietà di queste affermazioni (ma francamente appare poco credibile che l’aria attorno al Passo San Pellegrino, con il turismo pluristagionale che vi si concentra, sia simile a quella di una deserta e glaciale Groenlandia), ci preme riportare però la frase di chiusura del comunicato stampa, quella che recita “Oltre al pubblico, anche la politica può beneficiare di queste rilevazioni, che diventano strumenti operativi per indirizzare le future politiche ambientali riguardanti le misure di contenimento e mitigazione delle emissioni inquinanti”. Come dire: chi parla di inquinamento nelle Dolomiti stia zitto, perché le rilevazioni scientifiche danno ragione alle politiche di certe amministrazioni, a questo punto non “dissennate” bensì “oculate e lungimiranti”.

Stazione di rilevamento sul Col Margherita (Catena di Cima Bocche, Passo San Pellegrino)
VenditaAriaFresca-Qualità-dell’aria-sulle-Dolomiti-è-come-al-Polo-Nord

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Go aid a pitch 01

Diamo qui inizio alla selezione dei migliori racconti di Gabriele Canu, la cui disarmante totalità è invece raccolta nel sito www.gapclimb.it.

Abbiamo lasciato inalterato il testo originale per ciò che riguarda il linguaggio disinvolto e rivolto a quelli della stessa età (nomi propri di vie, montagne e persone in minuscolo ma senza una regola sempre osservata) mentre altrove (soprattutto nella punteggiatura) abbiamo imposto la nostra vecchiaia con la pretesa di una maggiore comprensione per tutti. Non ce ne voglia l’autore.

 

Go aid a pitch 01 (1-4)
di Gabriele Canu

Anzitutto l’auto-presentazione dei due principali protagonisti, anche se l’autore è quasi sempre uno solo, Gabriele Ga Canu.

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Gabriele Ga Canu
Tra i pochi individui al mondo con un grado lavorato più basso del grado a vista, e un grado più alto su vie di montagna che nei monotiri in falesia. Colui per il quale il vero “circo degli inscalabili” non è l’incredibile gruppo montuoso canadese, quanto piuttosto una falesietta qualunque di rian cornei. Ga vive a 18 km da Finale, scala da 8 anni, ma non ha ancora ben chiaro come si arriva al parcheggio di monte sordo. E quand’anche ci arrivasse, come in tutta Finale, passa l’intera giornata a farsi malmenare dai tiri, il cui ordine di difficoltà pare non fare la differenza in quanto a sganassoni ricevuti. Detiene il record di tentativi falliti sul 5b di Miami Beach all’Italsider, oramai 9 se si considerano tutti i tentativi in cui ha oltrepassato (almeno con metà del corpo!) il primo spit. A suo dire, deve la sua discreta incapacità arrampicatoria ai suoi piedi, lui dice “piatti”, più probabilmente “entrambi sinistri”. Ma pare anche René Desmaison li avesse. E il casco lo porta sempre storto, come anche l’indimenticabile e fortissimo Ernesto Lomasti. Le premesse ci sono tutte. Basterebbe solo imparare a scalare, come quei due…

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Lorenzo Lore Fanni
Uomo di grande valenza morale (… ), è noto per essere il jolly del gap: non scala per mesi, poi torna a rimettere le mani sulla roccia, sbattuto in men che non si dica su una ravanata d’altri tempi vista lago di garda, cinque tiri a maslana, e due weekend dopo viene messo in formazione, come niente fosse, direttamente su tempi moderni in marmolada. Rimane fermo un altro mese, facendo due tirelli qua e là, e appena mister ga lo convoca per un’altra vietta, partecipa alla spedizione sulla mitica matita di manoliana memoria, senza battere ciglio. Come dire, “dove lo metti sta”… ma sta e si tiene, cosa che lo differenzia da un qualunque quaqquaraqua. Amante dell’avventura, riesce a trovarla ovunque, persino a finale, perché, come diceva qualcuno più famoso, “è inutile cercare l’avventura chissà dove, l’avventura è dentro di sé”. Lorenzo dice di amare il quarto grado e i galli forcelli, in realtà dà il suo meglio sul VII grado in placca con un ciuffo d’erba rinviato a tre metri. E quando i chiodi ci sono, eccome se ci sono, non li tira semplicemente, lui li pianta, li coccola, gli toglie i ciuffetti d’erba intorno, li accarezza con un cordino, li fotografa, li osserva con cura, li respira… poi li tira senza pietà. Eccezionale valore aggiunto.

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Elena
Si presenta al test d’ammissione al GAP (peraltro a sua insaputa) in una calda giornata di maggio, per giunta in falesia, e lo fa presentandosi come una tipa che ha come sogno nella vita di salire su Cima Grande per la normale, “al massimo, ma sarebbe un sogno forse irraggiungibile, per lo spigolo dibona”. Chiaramente, ignara di chi aveva di fronte: 78 giorni dopo sarà su Cima Grande, ma – altrettanto chiaramente – passando dalla Nord. Prova a farsi odiare dall’intero web descrivendo la roccia di una certa via “… ‘na schifezza”, e ga prontamente la riporta all’ordine portandola a salire una via nuova su una frana verticale; e da lì, comincerà a parlare di roccia ottima persino sui ghiaioni delle lavaredo. Affetta dalla “sindrome della Signora in Giallo”, risulta in grado di condizionare in chissà quale maniera il meteo, riuscendo a far venire giù il finimondo (comprese due ore ininterrotte di fulmini) in un giorno in cui meteo arabba dava bello stabile. Meteo arabba ci riprova, e lei tra sera, mattino, e giornata, scala la marmolada senza vederla neanche un minuto integralmente. Per ulteriore conferma, riesce a far sbagliare previsioni persino a nimbus; il che è tutto dire. Datele un tiro di sesto su un muro verticale, sale senza problemi (… ); datele un tiro di di secondopiù in traverso, e vi scaglierà contro ogni oggetto a portata di mano. Restia al dormire in macchina fino a un paio di settimane in dolomiti, alla fine delle settimane, tornata a casa, preferisce dormire in macchina che nel letto di casa. Leggere attentamente il foglietto illustrativo.

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Irene
Dopo aver rischiato più volte il passaggio a miglior vita durante la discesa da cima mondini insieme ai Fanni Brothers (lore e il fratello) e a un maestoso temporale, smette di scalare per un decennio. Ci riprova, imperterrita, in una bella giornata di dicembre sulla via del pesce d’aprile, insieme al sottoscritto e a Lore. Giunge viva in cima per cause non ancora precisate. In compenso la meravigliosa doppia da 57 m s’incastra, e s’arriva a noasca a notte fonda; il giorno dopo mi verrà comunicato che la giovine è in stati pietosi e febbricitante. Si dedica allora alla falesia, attività molto più interessante e con soggetti più rilassati e rilassanti. Ma il suo vero animo è da alpinista. Partecipa anche lei alla spedizione extraeuropea sul monte oronaye, ma le va di culo perché sbagliamo in pieno il canale, in una giornata dal clima vagamente patagonico (ma non diamo la colpa al clima…). Fa poi filotto compiendo 3 uscite di seguito con Gabriele (solo perché quelli capaci sono uno in altri luoghi e l’altra in mezzo ad altri pensieri!), collezionando un ottimo bottino: 3 vie, 600 m circa di scalata, 20 tiri. Il tutto in sole 21 ore di scalata effettiva…

Il sito presenta anche gli altri amici, che vedremo di volta in volta. Preferiamo qui passare subito all’esplicazione di cosa è questo GAP.

La fondazione del GAP in vetta al Pizzo Cengalo
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GAP
Il GAP nasce per caso in un giorno di pioggia dell’estate 2008. Io e cri, freschi freschi dalla verdeggiante (… e ci manca, con tutta l’acqua che è venuta nei nostri giorni di ferie… ) svizzera e nell’animo non molto differenti da due bimbi in gita scolastica, siamo ormai giunti nella ridente cittadina di Valmasino sotto il diluvio universale, nell’attesa di incontrare due giovanotti privi di ogni senso, Lore e Ricky, e con loro partire verso il rifugio Gianetti per regalarci, il giorno seguente, il bellissimo Spigolo Vinci.
Ricky viene da Savona, e Lore – come potrebbe essere diversamente? – da Baden im Wuttemberg (o qualcosa del genere), graziosa e ridente località balneare (… ) situata nel sud di quel simpatico e spiritoso paese chiamato Germania. Risulta subito chiaro che l’incontro alla stazione di lecco ad un orario preciso sarà quanto mai improbabile, quasi come vedere Lore scalare un’intera via senza tirare almeno un chiodo. I due loschi individui pensano bene di non incontrarsi a lecco – cosa peraltro scontata – secondo ricky perché qualcuno, sul suo treno, ha tirato il freno d’emergenza a 50 m dalla stazione di milano (patetico), e si vedono in un posto a caso, ad un orario a caso. Di certo si sa solo che io e cri andiamo a prendere posto nel rifugio, e i due disperati partiranno dai bagni di valmasino alla volta del rifugio alle ore 22.30 circa, e dopo aver finito il breve (… ) avvicinamento alla luce delle frontali, aver svegliato tutta la camerata, aver dormito 2,6 abbondanti ore, aver fatto l’avvicinamento allo spigolo (con un tempo da lupi), la via (con un tempo da lupi), la discesa in doppia (con un tempo da lupi), e il ritorno a piedi (con un sole che spaccava le pietre), giungeranno incolumi e fieri di poterlo raccontare – a me e alla cri, chi altro c’era in piedi all’ora in cui siamo infin giunti al ridente paesino…? – concludendo così nel migliore dei modi la prima 24h GAP…
Prima della partenza per l’avventura sopra descritta, durante il viaggio in macchina sotto il mezzo nubifragio del mattino precedente la salita, osservavo la maglietta della cri che già più volte avevo osservato forse senza comprendere a pieno cosa ci fosse scritto.

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“GO CLIMB A ROCK”, “va e scala!”, recitava perentoriamente il testo su quella maglietta, e sotto ti facevano notare che a suggerirtelo caldamente era la Yosemite Mountaineering School! E lì nacque l’idea, perché tra me e me pensavo che con il mio pessimo stile arrampicatorio (io non scalo, né arrampico: io progredisco alla bell’e meglio verso l’alto; il risultato finale è spesso simile, lo schema tattico differisce in taluni punti…), non avrei mai potuto indossare una maglietta del genere. Mi sarei sentito un ipocrita. E così nacque l’idea, perché “go climb a rock”, e non “GO AID A PITCH”, “va e tira i chiodi!”…?

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Ed ecco una nuova, personale visione del Nuovo Mattino… il GAP! poter tirare i chiodi a volontà, e dire che lo si fa “per il gruppo”. E conquistare punti. Quindi non più “libera scalata”, ma “chiodi a volontà”, e punti GAP come se piovessero.

Vi assicuro che trovarsi di fronte a un bel passo di VI, quindi ben oltre le umane possibilità, e avere quantomeno l’obbligo morale di tirare il chiodo, o il meraviglioso piccolo nut ben incastrato nella fessurina, è qualcosa che non può che riempirti d’orgoglio e farti sentire stupendamente vivo.

E passiamo ai racconti, di cui abbiamo fatto una selezione, sapendo di non poter riportare tutto. Chi ne rimanesse particolarmente affascinato può andare alla fonte, la sezione Dove andiamo? di www.gapclimb.it.

Il sito www.gapclimb.it, nella sezione Dove andiamo? presenta un lunghissimo elenco di salite compiute. Cliccando su un nome qualunque si apre una galleria d’immagini molto spesso accompagnata da un breve e spesso esilarante racconto. Nei titoli, al posto di qualcosa tipo via X alla vetta Y, c’è la dizione altamente tecnica di “luogo dell’imbelinamento”, espressione che per eccessiva tecnicità abbisogna di una breve spiegazione. Quasi tutti conoscono il significato della parola ligure-genovese di belin: imbelinamento dunque significa l’azione di andarsi a ficcare da qualche parte, e l’accezione verte più sui pericoli che l’azione comporta che non sull’eventuale piacere.

Dieci piani di morbidezza al Sasso Cavallo
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Dieci piani di morbidezza al Sasso Cavallo
“Salve! A che piano va?”. “io al decimo! lei?”, “anch’io!”. E così, si va a fare questi Dieci Piani al Sasso Cavallo, un’idea nata un po’ così per caso e finita un po’ così per caso. Nel tentativo di raggiungere il primo piano, lore testa la “morbidezza” volando al primo chiodo avvolto da un freddo becero: comincia la lotta! Al secondo piano, salgono un po’ di sole e del vento gelido da nord; al quarto, entrano un po’ di nuvole e il sole è costretto a cedere il suo posto. Al quinto piano, si prospetta un problema tecnico: la carenza di spit prelude a un possibile guasto. Lore tenta di contattare un tecnico, ma è domenica e il numero del pronto intervento segnala che “il numero potrebbe essere spento o irraggiungibile”. Allora manda avanti ga, che sul traverso cerca sulla liscia placca il manuale d’istruzioni, senza successo. Cerca allora degli appigli a cui tenersi, ma i risultati non si allontanano troppo dai precedenti. Diceva il saggio “chiodi non ne posso mettere, appigli non ce ne sono, appoggi non ce ne sono, proverò in libera”. Nonostante alle volte la differenza tra “saggio” e “cretino” non sia poi così evidente, in assenza di altre idee ga tira dritto senza pensare alle protezioni, forte dei suoi innumerevoli 6c (ben cinque!) chiusi in tutta la carriera. Giunti finalmente al sesto piano, sale una biondina e lore si sofferma a parlare di zona, fuorigioco e modulo all’italiana; ga attende qualche minuto, poi si stufa e pensa lui a premere il pulsante per il settimo piano. Stupendo muro verticale su roccia inaudita di 6b, continuo, 40 metri, placca&aderenza, 6 spit: puro delirio. Capirà solo più tardi che quella di lore era solo una tecnica per fare melina ed evitarsi il tiro psicologicamente più snervante. Lungo il tragitto lore recupera alcune decine di neuroni persi da ga sul tiro e li infila nel sacchetto della magnesite. All’ottavo piano sale una vecchietta, e ga la tratta malissimo solo perché vorrebbe scendere a pianoterra: il cervello è oramai occupato da un nucleo sovversivo di neuroni apatici. Giungiamo al decimo piano disfatti, ma la gioia è davvero grande. Il tramonto è alle porte, noi vaghiamo in mezzo agli ultimi duecento metri di erba verticale e arriviamo in cima al Sasso con le ultime luci. Il ritorno con le frontali non è niente più che un solito ritorno; la differenza, oggi, è stato il viaggio!
Data: 18 ottobre 2009

Sole Incantatore all’Aguglia di Goloritzé
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Sole Incantatore all’Aguglia di Goloritzé
E così, pare non si possa andare in sardegna a scalare e non passare per di qua… la mitica Aguglia! Inutile spendere parole per un obelisco così ben noto e fotografato… decisamente unico. Mentre i tre dell’ave maria (micky, ricky e lore) si imbelinano sulla sinfonia dei mulini a vento (la via normale più difficile d’italia, pare!), io e emi ci dedichiamo a questa sole incantatore, bella via che conterà qualche milione di ripetizioni. Dopo aver trovato lungo nei primi 10 metri della via, 5b (?!?!) in comune con sinfonia (e micky su di lì correva?!), il resto sembra quasi in discesa! Giunti alla placca di 6b+/c, un ciccinin untina, la discesa diventa verticale e ga insiste con il consueto, singolo e solitario resting ormai parte degli usi&costumi sui tiri chiave. Che due maroni! Poi tocca a emi concludere sull’inscalabile bombè di 6c dell’ultimo tiro (… sembra di tenere il bordo di un bidet!), e in cima a questo splendido monolite, ci godiamo un’oretta di svacco (… svacco… limitatamente alle dimensioni della sommità, ecco!) al sole caldo di una giornata alla fine della quale, al ritorno della macchina alle sette di sera, i gradi erano 18! Così, mentre emi scende giù in doppia e si alza un vento forte e caldo, ga attende i tre ciucchi della sinfonia e quando arrivano, è il momento di stappare la bottiglia di ichnusa in cima all’aguglia, per festeggiare degnamente un altro viaggio e… l’ultima via di questo 2009 davvero intenso e da ricordare!
Data: 30 dicembre 2009

Direttissima Giordani alla Cima alle Coste
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Direttissima Giordani alla Cima alle Coste
Prima inseriamo la presentazione imperdibile di uno dei compagni, Ettore.
Un uomo, uno stile di vita. Alla prima via lunga della sua vita, primo bivacco (imprevisto); in compenso, la via era tra le più impegnative delle orobie! Nonostante ciò, insiste nel credere che l’alpinismo sia una bella roba, e insiste imperterrito. Lo incontriamo su una parete meglio nota come “parete sud della marmolada”, e ne abbiamo subito una pessima impressione. Ce lo ritroviamo il giorno dopo il bivacco (… n’altro?!) sull’uscita messner, capiamo che ormai è destino, e in fondo lo troviamo quasi simpatico. Quasi ci porta in salvo, due giorni dopo, sulla cassin in lavaredo. Non compie il suo progetto di arrivare in vetta prima di scendere, perché arriviamo alla cengia che la gente normale è già davanti alla tv a guardare il carosello, e quando i bambini vengono messi a nanna l’unica cosa di normale che c’è tra di noi è la via di discesa. Girovaghiamo nel gran casino della discesa dalla sud alle luci delle frontali. Il tempo di riprendersi dallo shock, qualche mese, e ci presenta le sue orobie passando direttamente dalla “Regina”, ed è una gran bella giornata e una gran bella avventura. Sulla via tira persino più chiodi di lorenzo, e ciò lo mette in cattiva luce con il team GAP… la paura di aver rivali nel tirar chiodi fa paura. Fortuna che lore è ben conscio delle sue potenzialità. Ci si rivede ancora una volta sul medale, e per l’occasione, seppure in una splendente domenica di dicembre, nessuno si presenta in tutta la parete. Il perché, ad oggi, risulta essere ancora ignoto. Nel frattempo va formandosi il suo stile: vie sperdute e idee dimenticate. Allora qualcuno ancora c’è, che ha voglia di vivere l’avventura fino in fondo: grande!

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Belin! Alla faccia del trovar lungo. La scelta della via di oggi è di lore, ma a fare le spese di questa insana idea non sono solo; ci raggiungono il christian e l’ettore, direttamente da Berghèm de hota al Bar delle Placche. La placconata di Cima alle Coste è bellissima, e in mezzo alle decine di vie moderne di difficoltà abbordabili e chiodatura plaisir… la nostra è l’unica che non presenta queste caratteristiche, passando in centro parete e con chiodatura tradizionale, che persino rabanser definisce “arrampicata impegnativa, in parte difficilmente proteggibile, consigliabile perciò ad arrampicatori ben preparati”. Alla macchina leggiamo questa frase, e lo sguardo tra di noi è di quelli che non hanno bisogno di parole. Nemmeno il sorrisino ironico del christian, che dall’alto della sua esperienza, sa già cosa ci aspetta. Dopo numerose contrattazioni sulla linea giusta da seguire, parte il christian che dopo un po’ di metri comincia a tirar giù moduli CID già compilati in loco delle usuali imprecazioni. E questo tiro è dato V+/VI-… Secondo tiro, prima protezione (un pressione, mica chissà che!) a dieci metri e passo difficile prima di moschettonare; lore rimpiange quei 7 cm di altezza in più che qui farebbero tanto comodo… qualche metro, traverso a sx, di nuovo dritti, e passo impegnativo di dita con il chiodo (buono… ?) 4 metri più in basso… ettore passa dopo aver studiato un bel po’, lore è iscritto al cepu e al posto che seguire la via facile, si sposta mezzo metro a sinistra e rende tutto ancora più complicato. Non vola, ma forse vorrebbe farlo per togliersi d’impaccio e abbandonarsi al suo destino. Poco sopra su due pressione inventa la libera, passa ma quando ha in mano la presa d’uscita, un cecchino gli spara. Sul terzo tiro, ettore apprende l’uso del cliff su un passo precario; VII o A3 secondo filippi e rabanser, VII+ e basta secondo ga che in giornata di grande spolvero ha ragione dell’ostico passo nonostante il blocco tenuto per uscire decida al solo contatto di posizionarsi una cinquantina di metri più in basso. “Vabbè, dai, il più è fatto!“… disse qualcuno. E invece, la salita inizia ora! Buttiamo praticamente via la relazione, tanto fessure e diedri segnati non esistono, la “fessura difficile” è in realtà un pilastrino, la “lama instabile” forse proprio per la sua instabilità non si presenta in loco; l’unica cosa che coincide sono le difficoltà, VI un po’ ovunque, placche difficili da proteggere e corrispondenti run-out da paura… decisamente vietato volare! Se ne accorgono prima ettore poi lore, quando su un tiro di 30 metri, passano un chiodo e poi arrivano dritti dritti in sosta con sette-otto neuroni appesi al caschetto. Con la corda dall’alto non si capisce bene, così Ga ci tiene a vedere anche lui quindici metri di lasco prima di riuscire a piazzare un friend, e la via lo accontenta già al tiro successivo. Christian nel frattempo è passato allo stato solido grazie al freddo… partiti con un caldo becero, alle due senza giacca, diciamo così, “faceva freschino”. Via grandiosa e dal tracciato coraggioso ed elegante, nel cuore dell’enorme placconata con soli 9 chiodi a pressione. Impressionante e difficile, passi impegnativi anche parecchio distanti dalle protezioni, ingaggio notevole, mentalmente un vero viaggio… insomma una grande soddisfazione, e con una compagnia da 5 stelle!
Data: 20 marzo 2010

Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo
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Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo
Niente da dire: un capolavoro! Dura, veramente dura, ma stupenda. Pensare a una linea così, senza spit, fa davvero impressione: grandiosa! Un tiro più bello dell’altro, e tanto, tanto VII+ (… per gli ottimisti: per tutti gli altri, se qualcuno è in grado di dimostrare che L5 è 6b+ io appendo le scarpette al chiodo!). Attacchiamo la via alle 8, ne usciremo una decina d’ore dopo. Devastati. Felici. Soddisfatti! … ma andiamo con ordine. Preliminari del primo campionato italiano “del trovar lungo”; alla partenza si presentano Ga, Lore, Ettore e un altro simpatico Lorenzo, rappresentante del team “Sempre Carichi!“. Il sorteggio vuole che il team GAP affronti Cavallo Pazzo, e agli altri due viene assegnata la Oppio-Dell’Era. Prime polemiche scoppiano già all’attacco, ma l’arbitro decide di non intervenire nella disputa e aspetta che gli animi si plachino. Attacca Ga, su per un bel rumego di VI- che dà la sveglia. Ettore segue a ruota e si porta a sinistra alla sosta della Oppio passando un rinvio sulla nostra sosta; chiesto l’intervento del direttore di gara, il quale però provvede solo a un richiamo verbale nei confronti del bergamasco. Da lì in poi, la sfida proseguirà a distanza. Lore si prende un assaggio di impegno della via già al secondo tiro: passa bene sul duro, poi, convinto che non ci sia speranza, tenta di proseguire dritto invece che usare la comoda lama sei-sette centimetri a destra: un resting e tante parolacce. Ga tenta invece il gran numero: neanche il tempo di passare il primo chiodo del terzo tiro, che già si ritrova di nuovo in sosta. Ma è solo una falsa partenza, venti minuti dopo è già a far sicura a lore, che si trova a suo agio sul muretto di VII, ma quando si ritrova sul VII- non sa da che parte girarsi. Niente in confronto a quel che combina ga in L5: un tiro da fantascienza. Darlo VII+ è completa mancanza di buonsenso: già andar via dalla sosta è di più, e poi vengono 30 metri da brivido, di un’intensità incredibile: ga non tira chiodi, ma in quanto a resting non lesina… e già così arriva in sosta con i neuroni avvinghiati ai cordini, complice anche un discreto runout per sbarcare in sosta, che gli consegnerà tra l’altro il premio della critica. Lore arriva in sosta allucinato e gridando allo scandalo, più per distrarsi da ciò che lo aspetta che altro… uno “spigolo a placche” (?!) con un “singolo iniziale difficile, poi più facile”. Lore si ritrova con la descrizione sino alla prima parte, poi la successione di “singoli difficili” diventa eterna, in compenso, a tre metri dalla sosta, si ritrova con quel “poi più facile”. Nei 27 metri precedenti, rimane il dubbio del significato del termine “singolo”. Finalmente un po’ di relax per ga, quinto grado e si raggiungono i due bergamaschi sulla cengia: anche loro si stanno divertendo, pare! Poche decine di metri su roccia splendida per lore, ed eccoci sotto il tiro chiave: chi dice VII+, chi VIII e VII+/A1 obbligatorio, ma insomma, ga adotta la teoria di uno forte (“andavamo a scalare non per fare grado, ma per fare stile”) e lasciando perdere grado massimo e obbligatorio, si dedica allo stile, passa in libera e si toglie il pensiero! (… e una piccola soddisfazione!) D’altronde, la parete ha cambiato verso: prima muri tecnici ma anche strapiombanti, qui invece prevale la tecnica, e il team GAP torna finalmente a sorridere. Cosa che farà anche nei tiri successivi, che vanno via veloci e la cima si avvicina a grandi passi! Tocca a ga raggiungerla per primo alzando le braccia al cielo. L’abbraccio con lore in cima è di quelli da grandi prestazioni! Poco dopo arriva anche ettore, e infine anche lorenzo: tutti insieme sul Sasso Cavallo a festeggiare la bellissima giornata!
Data: 22 maggio 2010

Via Franz alle Meisules dlas Biesces
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Via Franz alle Meisules dlas Biesces
A metà tra un diedrone al croz dell’altissimo e, il giorno seguente, la mitica cassin alla trieste, si decide di comune (… ) accordo nel team gap per qualcosa di abbastanza facile. Obiettivo raggiungere il parcheggio per la trieste alle 7 di sera, così da preparare il materiale con comodo e poi partire per andare a bivaccare sotto la parete. Bel programmino. Ore 18.20: ga con gli ultimi metri di III grado (cioè, i primi di terzo, ma gli ultimi della via… ) mette piede sulla sommità prativa di sto luogo dal nome impronunciabile. L’unico tiro di sta via in cui, forse, non scappano parolacce… anzi no, in effetti ga forse qualcosa si lascia scappare quando vede la “comoda e veloce discesa” totalmente innevata e tendente al ripido. Dire che la scelta del giorno prima, dopo qualche ora di trasferimento in macchina e una pizza in val di fassa, era rimasta tra una via in moiazza di 450 m D/D+ (un tiro di V, UNO, e tutto il resto III-IV… lore non ci voleva credere!) e questa. Poi si sa, la birra entra veloce in circolo, la stanchezza fa perdere lucidità, il buon rabanser la dà per 4-5 ore, i gradi non sembrano impossibili… e allora lore si lancia in un (davvero poco saggio e imprudente) “vabbè, dai, quella è più lunga ma più facile, questa sembra carina, più corta e non troppo dura… dai, scegli te, a me vanno bene entrambe!”. E il disastro anche stavolta è servito. Il primo tiro è per lore, un V+ di stampo falesistico e che dà una bella sveglia: 15 metri e già si soffia. Poi parte ga, VII- di rabanser: eh… ma tira fuori gli artigli, e giunge in sosta sfinito ma soddisfatto della libera, e contento del seguito: “dai, che il tiro chiave è passato via bene! Ora si va su un po’ più tranquilli!”. Povero cretino! Ancora non ha capito il senso di questa via; prova a spiegarglielo lore sul quinto tiro, una follia di VI-. E certo che come sestomeno… una cosa che non mi spiego (aldilà del mio parere oggettivo, pur scalando da secondo: VI+ tranquillamente, forse VII- e protezioni “obbligatorie”, diciamo così!) è quel “-”. Perché?! Per quale assurdo motivo? La domanda mi si ripresenterà più volte e ancora adesso, a distanza di giorni, non capisco. Cos’ha che non va, per meritarsi un meno?! Comunque per sicurezza lore sbaglia anche un po’ via traversando un po’ troppo presto, e difatti ga parte baldanzoso per il tiro dopo, dato IV, e si invola su un diedrino che di quarto, non ha neanche l’aspetto… il tempo di convertirsi in “modalità sestopiù”, e riesce a trovare la vera sosta e il vero quarto grado. Lore nel frattempo si è mezzo ripreso dal tiro prima, meno male: si riparte per il secondo viaggio! 40 metri “selvaggi”, pochi chiodi, poco da aggiungere e… palla lunga e pedalare, e sul quinto (?!) i metri dal chiodo aumentano, aumentano… fino alla sosta. Lore chiama il cambio, visibilmente sfibrato, e ogni sosta, ormai, il pensiero è ricorrente: “domani, all’ipercoop a fare la spesa, altro che torre trieste!!”. Due tiri più facili ed evidenti, e siamo sotto al secondo VII-, che tocca a ga e, ironia della sorte, si risolve in due metri di sboulderata su uno strapiombo senza piedi, e poi diventa quinto. Insomma che, una volta tanto, ga salvando l’onore passa bene sul duro e si evita i tiri più rognosi… oggi, premio “best player of the game”, decisamente assegnato a lore: prestazione eccellente! Pur di conquistare tal titolo, come guida con cliente, traghetta ga alla salvezza dopo una discesa vagamente snervante, facendo le peste nel traverso nevoso expo, e gradinando tutto il canale di discesa. Grande lore!
Data: 4 giugno 2010

Diedro Rosso al Corno Stella
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Diedro Rosso al Corno Stella
… ed ancora un’altra perla da aggiungere a quest’anno probabilmente irripetibile! Questa volta siamo “a casa”, queste sono le “nostre“ montagne, questi sono i luoghi che abbiamo conosciuto da bambini passeggiandoci con i genitori. E’ strano tornare qui, ogni volta, dopo aver girato il mondo. Sei sempre in montagna, sei in questo luogo selvaggio e un po’ dimenticato, eppure, quando sei nelle “tue” alpi, ti senti un po’ a casa. La prima volta che sono stato in marittime, mi aveva portato mio papà, andando al rifugio Remondino… ricordo di aver patito tantissimo quella volta, quanta strada a piedi, che salita ripida! E lore, invece, la prima volta… probabilmente la volta in cui con suo papà, da secondo, aveva salito sul versante sud-ovest, la mitica De Cessole. Il tempo passa, ed essere qui sotto il Corno Stella, “la” montagna delle nostre alpi, dal suo misterioso e poco frequentato versante nord-est, evoca pensieri e ti porta inevitabilmente a pensare al passato, a chi eri e come sono cambiate le cose, i tempi, le persone. Girare i monti sparsi per il mondo è voglia di esplorare, di conoscere, di vedere posti nuovi, di allargare i propri orizzonti… ma è bello ogni tanto tornare “a casa” per confrontarti con quello che eri, e per lasciarti cullare dal silenzio dei ricordi. Carino, romantico, ma… proprio il Diedro Rosso bisognava venire a fare?! … alle quattro del mattino, la sveglia è inclemente, e alzarsi dal letto caldo è un oltraggio al buon senso, ma il team GAP è oramai abituato. Infatti, prima delle 4.40 nessuno è in piedi; è lore a suonare la carica, si riparte per l’ennesimo sbattone dell’anno! Dopo più di mezzora, la porta del bivacco, cigolando, si apre: l’avventura ha inizio! Lo zaino pesa una cosa inspiegabile: peccato non avere una bilancia! Nonostante ciò, la prima mezzora passa veloce. E’ il momento di mettere i ramponi, e appena il canale si raddrizza e si porta sui 40 gradi, ga capisce la differenza tra un paio di scarpe da ginnastica e quelle a suola semi-rigida di lore; e sarà battaglia! L’attacco è talmente facile da individuare, che persino il team GAP non può sbagliare. Nel frattempo il sole comincia a scaldare la vetta del corno… ma i nostri due oggi sono in vena di correre, e quando è ormai pronto a illuminare totalmente il diedro, lore porta ga alla partenza di questo enorme strapiombo. Cominciano le danze! … ma prima di partire, lo zaino perde peso: n° 2 camalot 4, e n°2 camalot 5 fanno il loro ingresso in campo! Ga parte spavaldo, poi tira giù le orecchie: se questo è V+, oggi sarà un disastro! Dopo pochi metri, ga è incastrato con il casco tra le due pareti, e fa la sua bella fatica per riuscire a compiere quei pochi movimenti per tirar fuori un 5 e incastrarlo. Poco dopo incontra la prima protezione-capolavoro dei mitici Ughetto e Ruggeri, nel 1962 con questa invenzione erano riusciti a tracciare una via diretta alla vetta per la parete nord. Tiro sopra, tocca a lore sfruttare il 4 e il 5: si lotta, si sbuffa, ma tutto sommato si scala! Ancora ga per il tiro dopo: questo sono grane! … e qui si vede cos’hanno combinato quei due nel ’62… cunei regolabili sino a 30 cm, roba che nemmeno il camalot 6 potrebbe servire! I cunei son sempre quelli da quasi 50 anni, che siano affidabili o meno chi lo sa… e soprattutto… chi ha il coraggio di volarci?! d’altronde, comunque, ciò che rende grandiosa questa salita è che… se vuoi salire il diedro rosso, a quelli ti devi affidare, non c’è nessun altro modo di salire! … e se quei due pazzi non avessero inventato questo ingegnoso sistema, probabilmente (viste le difficoltà) nessuno sarebbe mai salito su di qui! Insomma, tra un cuneo, un’imprecazione, un altro cuneo, un lancio di cordino su spuntone e la successiva staffata, ga supera sto diedro strapiombante in due versi (!) e arriva in sosta. Sul tiro dopo lore prova l’ebrezza di un tallonaggio su cuneo per uscire da un tratto di VI+ obbligatorio e fastidioso e riuscire a passare una protezione, termine che forse, in questo caso, andrebbe virgolettato. Poi ancora in libera fino alla sosta, meravigliosamente incastrata in posizione tale da non poter girare la testa. Mah! Con lo zainone, intanto, il VI+ diventa VIII-, e ga, al suo turno con lo zaino, ha di che ridire sulla gita nel suo complesso. Quando finalmente se ne libera, comincia a giochicchiare con i cunei: 8 per la precisione, per passare questo enorme tetto strapiombante dove il grande Patrick era passato in libera (7a+…). Ga ci pensa un po’, e non capisce né come abbia fatto lui a salirlo in libera, né come abbiano fatti quegli altri cinquant’anni fa, ma ravanando mica poco, alla fine giunge in sosta, e, ripensandoci, forse si è un po’ divertito! Un ultimo tiro per un diedro un po’ meno strapiombante porta lore al sole della cima, a 30 metri dalla croce di vetta. E’ fatta, è presto, c’è tutto il tempo per scendere dall’altro versante prima del buio… non è il caso di correre. E’ tempo di ripensare alla via, e godersi il (meritato) momento nel caldo sole della cima… un’altra grande avventura è finita nel libro dei ricordi!
Data: 12 settembre 2010

Via dei Finanzieri alla Quarta Pala di San Lucano
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Via dei Finanzieri alla Quarta Pala di San Lucano
L’avversione di ga per i giochini “old-style”, tipo palla prigioniera, bim-bum-bam, la pagliuzza e quant’altro inizia a venir fuori. Al momento di affrontare il famigerato “tiro-thriller” (… e questo lo è davvero: altro che il tiro affrontato tre settimane dopo, al confronto quello è una pacchia!!!), si decide di giocarsela al gioco delle tre pagliuzze. Però, ga non ricorda bene le regole, così, DOPO aver estratto ognuno la sua pagliuzza, gli dicono che vince (cioè parte) quello con la pagliuzza “media”. Che sarebbe niente. Se non che ga, colto alla sprovvista, ci crede! … e dopo 3 minuti si ritrova su muri di erba dritti. Si ricorda che la regola dice ben altro, ma se lo ricorda ormai avvinghiato a due ciuffi d’erba strapiombanti, ed ormai è tardi per recriminare. Maledizione! Che ravanata! … ma, non avendone a basta, decidiamo di fare altri 5-6 tiri sullo zoccolo… certo, l’intuito non ci manca. Troviamo subito modo di salire per muretti rocciosi niente male, ignorando totalmente che, non più di 100 metri a destra, si sale per un costone alberato di una facilità quasi disarmante. Meno male che stavolta abbiamo con noi come “superospite” della puntata il mitico sav, che in dolomiti ha fatto l’infinito mondo, e vuoi dire che, alla prima volta in san lucano, si trovi disorientato?! Infatti al posto che traversare (lungamente) a destra, traversiamo (un po’ meno lungamente) a destra, e poi dritto su per rumeghi e rocce. Insomma che all’attacco della finanzieri, abbiamo già fatto una via… e perso 7 ore e mezza! “E’ tutto allenamento!”, si dice in questi casi. Chissà come mai non c’è una volta che non ci si allena… ?! Alla buon’ora delle 3 attacchiamo la via, in 3 tiri e 160 metri si mette UNA protezione (ottimo cordino su pianticella di 2 cm di diametro). Per fortuna tocca al bergamasco di turno ricominciare a metter su roba, e anzi, arrivato al tiro di A2, vorrebbe che ce ne fosse di più da mettere, ma alla fine si accontenta e lascia un po’ di emozioni anche agli altri due, facendosi rimanere in mano il chiodo che protegge il traverso. Sguardi inorriditi dei soci. Nel frattempo cala il sipario su questa giornata, e l’agognata “nicchia” di cui parla la relazione si rivela essere una cengetta profonda 30 cm e larga un metro o giù di lì. Sarà un’altra (l’ennesima!) notte d’inferno, per la felicità di sav che, normalmente, i bivacchi fa di tutto per evitarli. Ga ed ettore, ormai al terzo (improponibile) bivacco dell’anno, sono assuefatti, cominciano a non capire perché di solito si dorma su un materasso. Il giorno dopo è una normale salita lucanica, si continua a salire, ma non si raggiunge mai la meta. Si arriva alla famigerata placca di VI/A2, bella, sembra di essere in marmolada! … e dura, sembra di essere… in marmolada! e poi è una lunga corsa sotto il sole ormai fin troppo caldo, passando per una piccola variante che regala però grandi emozioni (… ), fino all’ultimo, infinito traverso a sinistra per uscire al colletto del Pizet… giuntici (… ?), la soddisfazione è grande, per una via bellissima in grande compagnia… un grazie soprattutto a saverio per averci accompagnato in quest’avventura, ed anche… per averci “salvato” in discesa, quando, persa la traccia in mezzo alla neve alta, si è inventato un mega traverso ritrovando il sentiero… io ed ettore saremmo finiti, penso, a cencenighe… e il giorno dopo, mi sa!
Data: 2-3 aprile 2011

(continua)

ga e lore
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Una salita di merda

Una salita di merda
di Mike Libecki, come l’ha raccontata a Kevin Corrigan
(racconto tradotto da Climbing n. 346, per gentile concessione)

Nell’estate del 1995 ero in Yosemite, lavoravo al Mountain Shop, quello originale, al Curry Village.

Un giorno una ragazza giapponese di nome Misako entrò dentro. Piccolina e tranquilla, non parlava molto inglese, solo poche parole. Disse: “Sto cercando un compagno per una big wall: Lunar Eclipse, a El Capitan”.
Risposi subito: “A me piacerebbe fare quella via!”.

Eravamo di cultura diversa, eravamo maschio e femmina, non parlavamo la stessa lingua: ma decidemmo ugualmente di provare.

SalitaDiMerda

Le cose iniziarono bene, ci alternavamo al comando, magari un po’ lenti ma sicuri. Sebbene non potessimo comunicare nel vero senso della parola, lavoravamo duro e ci divertivamo: ci sentivamo compagni alla pari.
Ci furono buone vibrazioni tra noi, almeno fino a tre quarti della via. Quando cioè cominciai a non stare bene, probabilmente a causa di una lattina di fagioli avariati. In breve passai da uno stato normale a una maledetta diarrea che mi colpiva ogni qual volta ingerivo qualcosa, più volte al giorno. Era proprio imbarazzante, però avevo ancora energia, dunque continuammo.

Il quarto giorno ero ancora ottimista, malgrado lo stomaco sottosopra e l’incubo doloroso della mia continua voglia di evacuare i sinistri contenuti del mio intestino.
Misako andò in testa sulla prima lunghezza della giornata, io la assicuravo.

La parete sud-est del Capitan. Lunar Eclipse è la n. 30 (A4, 5,7)
SalitaDiMerda-122288_22217_L

Era una giornata molto ventosa.
Poi, senza alcun preavviso, sentii che stavo per farmela addosso. Non avevo scelta, dovevo tirar giù i pantaloni.

L’escremento liquido non cadde nel vuoto di sei-settecento metri come la gravità avrebbe fatto sottintendere. Al contrario, il vento lo sollevò e ce lo scaraventò addosso. Una raffica marrone che si spalmò su ogni cosa, sul sacco da recupero, sulla portaledge, sulla parete, su di me e, peggio di tutto, su Misako.

Ero riuscito a smerdare la mia compagna che era almeno 10 metri sopra di me.

Fu un momento orribile e umiliante, più di quanto si possa immaginare. Non scorderò mai la vista di quella cagarella che ci vorticava attorno e addosso.

Durante la salita persi circa 6 kg e non mi ripresi fino a che, arrivato in valle, non presi un antidiarroico.

Poco tempo dopo fui licenziato, per il motivo che ero andato ad arrampicare troppo spesso.

Con Misako rimanemmo amici. Da allora abbiamo fatto alcuni viaggi assieme, in Madagascar ma anche all’Isola di Baffin. Sono andato anche a trovarla a casa sua in Giappone: ma mai abbiamo riso assieme della tempesta di merda su Lunar Eclipse.

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Natalie Duran su Urban Struggle (5.12b), Malibu Creek, California, USA
ClimbingGirls-17-NatalieDuran-UrbanStruggle-MalibuCreek

Camille Masseran a Remigny, Francia. Foto: Samuel Challéat
ClimbingGirls-17-CamilleMasseranRemignyFranciaFotoSamuelChalléat

Yessa Younker, Tündér-szikla, Ungheria. Foto: FB/BikiniBoulderersCalendar
ClimbingGirls-17-Jessa Younker-Tündér-szikla, Hungary

Brittany Griffith su Mr. Clean (5.11a), Devil’s Tower, Wyoming, USA. Foto: Simon Carter
Brittany Griffith on Mr Clean (5.11a), one of the immaculate lines on Devils Tower, Wyoming, USA.
Daila Ojeda tenta En Gran Blau (8b+/c), Oliana, Catalunya, Spagna. Foto: Simon Carter
Daila Ojeda attempting En Gran Blau (8b+/c), Oliana, Catalunya, Spain.

Daila Ojeda, Star Gladiator (7c+), Castillon, Francia. Foto: Patrick Franza
ClimbingGirls-17-Daila Ojeda, Star Gladiator (7c+), Castillon, France. Photo Patrick Franza

Daila Ojeda a Mallorca. Foto: John Herranz
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Heather Robinson Weidner su Gay Science, Rifle (CO), 5.13d. Foto: Frederick Marmsater
ClimbingGirls-17-HeatherWeidnerRobinsonsuGayScience,Rifle(CO),5.13d-Fotofrederickmarmsater_121029_3325_web

Heather Robinson Weidner su Where Is My Mind, 5.13c, Red Rock
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Nikki Chau arrampica a Frenchman Coulee, Eastern Washington
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Sierra Blair-Coyle. Foto: ESG Photography
ClimbingGirls-17-Sierra Blair Coyle

Olivia Hsu, Breakfast Burrito (5.10d), Drive-By Crag, Red River Gorge, Kentucky, USA. Foto: Simon Carter.
Olivia Hsu, Breakfast Burrito (5.10d), Drive-By Crag, Red River Gorge, Kentucky, USA.

Sierra Blair-Coyle
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Mustafà e la Principessa di Cime Tempestose

Tra le sue molteplici attività, ogni tanto Marco Pedrini scriveva. Produceva poco, è vero, ma tutto sommato possedeva una discreta penna. Di inedito, dopo la sua morte, non è rimasto praticamente nulla. E in ogni caso i suoi scritti non sono conosciuti più di tanto. Proprio per questo riproponiamo un suo racconto assai interessante, già pubblicato in Svizzera, poi su Scàndere 1985 e su Rivista della Montagna, n. 101, ottobre 1988.

Mustafà e la Principessa di Cime Tempestose
di Marco Pedrini

C’era una volta in un paese lontano lontano, una bellissima principessa che viveva con suo padre, il sovrano del reame di Cime Tempestose, in un grande castello. Dovete sapere, miei cari e piccoli lettori, che questo castello non si trovava in una città oppure su un’isola, bensì in cima alla più alta ed inaccessibile fra le tante guglie di Cime Tempestose. Le sue pareti erano così lisce che nemmeno gli uccelli vi si potevano posare, e così alte che pur inclinando fortemente la testa all’indietro non se ne scorgeva la sommità.

Su ciascuna delle alte torri sorgeva pure un castello, abitato dal suo signore e dalla sua famiglia, mentre il resto del popolo viveva nella cittadina della pianura, che come per contrasto alle torri di roccia, era tutta pianeggiante e fiorita, ricoperta com’era da piante e coltivazioni.

La copertina del numero della Rivista della Montagna che ospitò lo scritto di Marco Pedrini
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La vita del reame scorreva tranquilla e serena. Un solo avvenimento poteva scuotere tutti gli abitanti del paese: l’annuncio del matrimonio della figlia di uno dei signori. Il pretendente, per meritare la mano della futura compagna, doveva raggiungere la cima della guglia scalandone le pareti, e più la candidata a nozze era bella, più la parete scelta doveva essere difficile.

Narra la leggenda che al fondatore del paese fosse stata data come sposa una dea, ma che per esserne degno, egli avesse dovuto raggiungerla sulla cima di una montagna circondata da tremendi precipizi, e dove nessun sentiero conduceva. L’uomo superò la prova, sposò la dea, in quel luogo costruì il suo castello e fondò il suo paese, che chiamò «Reame di Cime Tempestose». Molti anni più tardi il sovrano e la regina volarono in cielo, ma non scomparve il costume che per meritare una moglie, bisognava scalare la parete della montagna sulla quale essa viveva.

Da intere generazioni quindi, sin da giovane età, i figli dei signori, oltre a cavalcare, danzare e usare le armi venivano istruiti nell’arte dell’arrampicamento e nella conoscenza degli strumenti necessari: corde, scarponi, chiodi, moschettoni e scale. Aver conquistato l’innamorata scalando la parete del suo picco costituiva il più grande motivo d’orgoglio che un signore poteva vantare, di gran lunga superiore all’aver vinto o aver ucciso un drago gigantesco.

Ogni mezzo e tecnica di progressione erano quindi validi pur di raggiungere la cima della torre: chiodi e cunei da conficcare nelle crepe della roccia, e su cui poi innalzarsi faticosamente, corde, scale, ecc. Si diceva pure che in certe imprese, dove la roccia era così liscia da non poter neppure aggrapparsi con la punta delle dita, venivano praticati dei fori ove conficcare una piccola stanghetta di metallo, sulla quale ci si poteva quindi innalzare. Voi capirete, miei cari lettori, che una simile attività era prerogativa esclusiva dei signori dei castelli, non solo per l’impossibilità di reperire il costoso materiale necessario, mai più utilizzato dal signore vittorioso, ma gelosamente conservato per essere poi consegnato – a tempo debito – al figlio primogenito, ma anche per l’assenza di una parete anche di pur modeste dimensioni, nella vallata, dove poter imparare la difficile arte dell’arrampicamento.

La più alta conformazione rocciosa nel raggio di molte miglia della cittadina, era infatti un semplice sasso, che misurava sì e no 5 pollici d’altezza.

Ricorreva quell’anno il ventesimo anniversario della principessa Virginea – quello era il suo nome – anno quindi per lei importantissimo, poiché era costume che le donne si sposassero entro e non oltre tale data, pena rimanere zitelle per tutta la vita. Ma essendo Virginea la più bella fanciulla del reame, la parete da scalare sarebbe stata quella di levante, la più liscia e inaccessibile.

Si narra che solo una volta, molte e molte lune addietro, era stata data la scalata a quella parete, poiché in palio era la mano di una principessa la cui beltà era conosciuta sin oltre i sette mari e i sette deserti. Ma dei numerosi concorrenti nessuno riuscì a raggiungere il castello, cosicché scaduto il tempo massimo – decretato dal solstizio d’autunno – la fanciulla si trovò a dover vivere da sola per tutto il resto della sua vita.

Tutti i signorotti si preparavano all’impresa, anche se in ognuno di loro, dietro la spavalderia, si celava il timore di affrontare la parete impossibile.

Non mancava molto tempo infatti, al solstizio di primavera, l’inizio della stagione buona, e data d’inizio del grande concorso. Le sacre regole – contenute nel libro degli antichi – parlavano chiaro: – chiunque potrà prendere parte al concorso usando qualunque artificio in suo possesso, anche se le leggi cavalleresche dovranno essere osservate in qualunque momento. Chi per primo raggiungerà, entro e non oltre il secondo solstizio, il castello per la parete di levante, riceverà in isposa la principessa Virginea.

Nella cittadina della pianura viveva un giovane, di nome Mustafà, alto, forte e coraggioso, ma ahimè non nobile. I suoi riccioli neri non passavano certo inosservati tra le ragazze della sua città, ma il suo cuore batteva soltanto per gli occhi della principessa.

Essi si erano visti solamente quando Mustafà venne inviato a consegnare una missiva al castello, raggiungibile unicamente per un sentiero incredibilmente irto e difficoltoso, e quando il Re era sceso – accompagnato dalla figlia – per parlare al suo popolo. Ciò nonostante i due si erano innamorati perdutamente l’uno dell’altro; ma le antiche tradizioni avrebbero impedito loro di sposarsi – a meno che Musfatà non fosse riuscito a superare la terribile parete prima di tutti gli altri. Ma come era possibile ciò? si chiedeva Mustafà, e vi chiederete anche voi, miei piccoli lettori, visto che egli non possedeva il materiale e se anche ne fosse entrato miracolosamente in possesso, non aveva la più pallida idea di come si utilizzassero le corde o si conficcassero i chiodi.

Un giorno Mustafà aveva avuto notizia – da un mercante girovago – che, nella foresta oltre il grande fiume, viveva un vecchio uomo venuto da molto lontano: addirittura da una valle del nuovo mondo, nella quale sembrava vi fossero picchi e pareti altissime e lisce, il tempo sempre bello, gli alberi giganteschi e secolari e i raccolti abbondanti. Ma quel che più era strano era che gli abitanti della valle, o almeno i più forti e coraggiosi, salivano su per quelle pareti, a rischio magari anche della vita, senza che nessuna donna li aspettasse sulla cima.

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Immediatamente Mustafà intraprese il viaggio sperando di dare una soluzione ai suoi problemi. Dopo alcuni giorni di cammino riuscì finalmente a scovare il vecchio al quale raccontò tutta la storia chiedendogli consiglio.

«Vedi Mustafà – rispose il vecchio – ti separa dalla tua annata una parete liscia e per adesso inaccessibile, eppure tu non la devi considerare tua nemica e magari cominciare ad odiarla.

Non è certo colpa sua se si trova sul tuo cammino, dove si trovava già molte lune prima che tu o la principessa veniste al mondo. Questa parete la dovrai considerare in quanto tale, rispettarla e amarla per la sua natura. Nella valle da cui provengo, queste cose le abbiamo capite già da un pezzo, ed è per questo che riusciamo a scalare le nostre pareti, anche e soprattutto dove esse si presentano così lisce e repulsive da sembrare impossibili ai profani.

Rispetta dunque la tua parete e lei ti ricambierà; amala se puoi e lei si lascerà salire da te, come la donna si concede solo al più sincero dei suoi corteggiatori, e non al suo nemico. Rispettare la parete significa anche evitare di conficcarvi inutili chiodi o scale in una progressione più simile a un calvario che non ad un piacere terreno o spirituale. Madre natura ti ha dato braccia forti e gambe muscolose, mentre la parete ti offre appigli e prese a sufficienza.

Impara a fare buon uso di tutto ciò e vedrai che basterà. Tu ora stenti a credere che sia possibile salire con il solo ausilio di mani e piedi dove la roccia si presenta liscia e verticale, ma si tratta dello stesso stupore provato dal profano di fronte a un saltimbanco o a un mangiatore di spade, che a lungo devono esercitarsi, prima di poter eseguire il loro numero con disinvoltura.

Tieni, questi sono per te, li ho sempre conservati in ricordo delle mie imprese più belle, ma è giunto il momento che servano nuovamente a qualcosa. Con i tuoi sandali non potresti certo andare lontano».

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E senza smettere di parlare egli porse a Mustafà delle strane calzature dalla suola nera e liscia, dei cubetti di metallo di varie forme e dimensioni, su cui aggrapparsi dopo averli infilati nella roccia, quando gli appigli non sarebbero stati sufficienti, una pozione dal profumo forte e delicato da ricordare i misteri dell’oriente, da spalmare sulle mani per rendere la pelle dura come una corazza, e soprattutto una polvere bianca da usare solo – così egli disse – nei momenti di estremo bisogno. Indi iniziò a mimare tutta una serie di movimenti e posizioni, come se davvero stesse scalando una roccia altissima, con una sicurezza e precisione che lasciavano intuire che grande maestro egli doveva essere stato in quella difficile arte, accompagnando ogni gesto con nomi e spiegazioni diversi l’uno dall’altro, ma che ormai non ricordo più. I suoi occhi presero a brillare di una strana luce e il suo sguardo pareva correre lungo le pareti e su per i picchi della sua valle lontana.

«Tutto questo va bene – replicò Mustafà – ma come faccio a mettere in pratica i tuoi insegnamenti se non dispongo di una roccia più alta di un bimbo appena nato? Non ho neppure il tempo di recarmi nella tua valle, se davvero essa è così lontana come dici, per imparare a salire là dove ai comuni mortali è vietato per natura?».

«Caro Mustafà – rispose il vecchio – tanti piccoli sassi possono formare una grande parete molto alta, così come tanti granelli di sabbia possono formare un intero deserto. Raccogli perciò moltissimi sassi e costruisci un muro presso casa tua, sul quale imparare a salire usando solo mani e piedi, fin quando questo è possibile. Anche se le prime volte ciò ti sembrerà estremamente difficile e il muro ti ricaccerà continuamente al suolo, alla fine imparerai a muoverti con sicurezza ed eleganza anche sul piano verticale, come ora già ne sei capace in quello orizzontale. Imparerai anche a dominare la paura del vuoto, in modo da poter affrontare qualunque passaggio al meglio delle tue possibilità. Ricordati infatti che se anche la parete della torre sarà cento o mille volte più alta di quella che costruirai, le difficoltà vere e proprie non aumenteranno con l’aumentare dell’altezza alla quale essi si troveranno. Ora vai, ma non dimenticare che più ti preparerai a questa impresa e più inizierai a voler bene alla parete e più l’affronterai a cuor leggero».

Di ritorno alla cittadina, Mustafà mise al corrente gli amici delle istruzioni ricevute, e subito tutti si misero ad aiutarlo nella costruzione del muro, secondo quanto detto dal vecchio. Non appena questo fu ultimato, il giovane si provò a scalarlo, ma per quanti sforzi facesse, non gli riusciva di raggiungere un’altezza superiore a quella toccata spiccando un semplice salto. Solo allora si ricordò delle cose ricevute, e seppur scettico, si infilò quelle strane calzature, così strette e corte da fargli un male terribile ai piedi, ed il miracolo avvenne: in pochi secondi egli raggiunse la sommità del muro, anche se nel punto dove le prese erano più grosse e vicine. Il suo cuore iniziò a battere forte e il suo pensiero corse immediatamente alla sua amata, ora non più così lontana e irraggiungibile come gli sembrava fino a poco prima.

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Nei giorni successivi la sua abilità cresceva a vista d’occhio, le sue dita erano diventate forti come il ferro e grazie alla pozione dure come una corazza.

Egli poteva muoversi tra un appiglio e l’altro con una sicurezza e facilità degna di un gatto. Nessun passaggio gli resisteva più, neppure quelli situati molto in alto: li osservava a lungo procedendo per tentativi, scendeva poi sino a un buon appiglio dove riposare braccia e dita, quindi riprovava sino a sferrare il tentativo vittorioso.

La notizia del giovane che si preparava per il grande concorso giunse però anche alle orecchie dei signori dei vari castelli, i quali mandarono un ambasciatore del re per chiedere di proibire a Mustafà la partecipazione alla prova.

«Le scritture parlano chiaro – disse il Re, la cui equità era ben nota – chiunque può partecipare, quindi anche Mustafà! Sarà la parete stessa a determinare il suo valore e a decidere chi dovrà essere il vincitore».

Giunse finalmente il solstizio di primavera: l’inizio della grande gara. Tutti i concorrenti, Mustafà compreso, si ritrovarono ai piedi della parete di levante, inutile dire che il suo equipaggiamento ridottissimo, ma soprattutto le sue strane calzature erano oggetto di curiosità e anche di scherno da parte dei suoi avversari, coperti di corde e chiodi sino ai denti.

Molto più in alto, sulla cima della guglia, il cuore di Virginea batteva per il suo amato, temendo non solo l’abilità e la perizia di certi concorrenti, ma anche i grandi rischi che lo attendevano.

Il primo raggio di sole diede il via. La parte iniziale non era molto difficile, le prese erano sufficienti e ben salde. Mustafà aveva in breve distanziato gli altri concorrenti, notevolmente appesantiti dalla grande quantità di materiale che portavano con sé. Tempo dopo, il giovane raggiunse una zona dove la roccia diventava molto compatta. I soli punti deboli erano delle crepe regolari e parallele, ma anche lisce e repulsive, che la solcavano, fino a dove molto più in alto, riapparivano nuovamente gli appigli, tanto necessari alla progressione. In realtà il vecchio aveva parlato di un sistema per salire avvalendosi solo di queste crepe dove incastrare mani e piedi, ma per quanto egli provasse, riusciva solo a rovinarsi le dita e le mani, senza progredire di una sola bracciata. La soluzione venne coll’idea di scendere al suo muro, costruirvi una fessura identica a quella della parete e lì imparare a salirvi senza rischiare una caduta mortale. Gli altri concorrenti erano intanto giunti anche loro alla zona delle crepe, e subito avevano iniziato a salire conficcando grossi chiodi – uno dopo l’altro – profondamente nella roccia.

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La loro ascesa era lenta ma continua, e col passare dei giorni essi si avvicinavano sempre più alla terza parte della grande muraglia. Quando finalmente Mustafà riuscì a salire e scendere con sicurezza la fessura ricreata nel muro, ritornò alla parete e velocemente ne superò la prima parte, che già conosceva, per poi raggiungere le fessure che lo avevano respinto; i suoi movimenti erano ormai veloci e sicuri, le sue mani si incastravano tenendo come e meglio dei chiodi degli avversari. Dove essi avevano impiegato molti giorni Mustafà salì in poche ore, raggiungendo così pure lui la terza parte, quella costituita da placche compatte, che seppur non molto ripide, erano lisce come il vetro. Alcuni concorrenti avevano ormai già rinunciato, ma i più forti erano ancora ben agguerriti, e quel che era peggio, ben più alti di Mustafà. Alcuni avevano usato, per superare le placche, quei chiodi da infilare nei fori praticati nella roccia. Il sistema era lentissimo, ma l’avanzata assicurata. Grazie alle suole lisce e molto aderenti, Mustafà poteva salire passando accanto ai buchi praticati dagli altri senza doversene servire.

Nella quarta parte la parete ridiventava verticale, e le crepe così sottili che non si poteva neppure infilarvi la punta delle dita. Mustafà usò allora i dadi di metallo più piccoli che aveva ricevuto, e subito dopo essersi issato su di uno poteva velocemente e silenziosamente ritirare il sottostante.

Inoltre, mentre lui poteva anche usare i chiodi piantati dagli altri ma non recuperati, gli altri non potevano fare lo stesso, poiché lui riusciva a recuperare i suoi dadi di metallo. Il più forte degli avversari aveva intanto già raggiunto la parte terminale della parete, quella che dava l’accesso alla cima della guglia su cui sorgeva il castello. Questa parete non era molto alta, ma così liscia e compatta che sembrava davvero impossibile. Nonostante i suoi tentativi egli non riusciva più a progredire nemmeno di un solo pollice, e a Mustafà sembrava di non riuscire neppure a piantare i suoi chiodi più sottili, poiché le fessure e le crepe anche più piccole erano completamente scomparse. Per utilizzare i chiodi speciali, dopo aver praticato i fori necessari, non restava ormai tempo a sufficienza. I giorni si erano già accorciati e presto sarebbe arrivato il solstizio d’autunno, termine ultimo della prova. Quando anche Mustafà raggiunse la parete terminale, erano rimasti solo loro due; tutti gli altri concorrenti avevano ormai rinunciato all’impresa. Ma lì capì perché il suo avversario non aveva potuto proseguire: un muro liscio sbarrava loro la via, niente fessure, niente crepe, gli appigli non erano degni di tale nome, così piccoli e lontani com’erano, che le dita non riuscivano neppure ad afferrarvisi; neppure le scarpe così aderenti bastavano da sole perché le dita scivolavano irrimediabilmente sulle prese.

Seppure con un po’ di titubanza, Mustafà estrasse il sacchetto della polvere bianca e vi intinse le dita. La vista di una figura femminile, lassù tra le mura del castello, gli diede nuova fiducia e vigore.

Grazie alla polvere del vecchio, le dita ora aderivano perfettamente agli appigli, anche quelli più sottili e scivolosi. A poco a poco Mustafà si innalzava lungo quel muro impossibile, generando stupore e disprezzo nell’avversario che naturalmente non poteva seguirlo.

«Inganno, inganno, è sleale quel che fa – si mise a gridare quest’ultimo verso il castello, dove nel frattempo era apparso il sovrano – il mio avversario usa una polvere magica per salire la parete, e quindi deve essere squalificato».

«Non è magica – rispose Mustafà – e d’altronde ne puoi usufruire anche tu, attaccandoti agli appigli che ho utilizzato io e sui quali è rimasta un po’ di questa polvere».

Egli vi si provò, ma ugualmente non riuscì a proseguire di gran che, poiché le sue dita si aprivano come fossero di burro e i suoi pesanti scarponi grattavano la roccia senza peraltro trovarvi una presa. Mai nelle sue preparazioni aveva incontrato difficoltà simili e tantomento aveva visto qualcuno salirvici sopra.

«È sleale, c’è un trucco» – riprese allora. Rispose il Re, facendo nuovamente prova di grande saggezza: «Qualunque artificio è concesso, e d’altronde questa polvere non è di certo peggiore dei buchi da te praticati nella terza parte della parete».

Mustafà intanto seguitava a salire e più saliva più sentiva crescere in lui il piacere di trovarsi lassù, e di salire come una mosca su di un vetro. Molti dei movimenti assomigliavano a quelli esercitati sul suo muro, altri invece li inventava sul momento. Intanto si sentiva che la roccia non gli era più per niente ostile, anzi sembrava contraccambiarlo presentandogli ogni volta un appiglio al punto giusto, una presa dove sembrava invece non esserci più niente cui appoggiarsi. Neppure il grande vuoto tra le gambe lo turbava più. Gli tornarono allora alla mente le parole del vecchio e decise allora che tutte queste sensazioni erano così belle e forti che non avrebbe potuto tenerle per sé, ma una volta in cima ne avrebbe parlato a tutti, cosicché anche altri un giorno ne avessero potuto gioire. In breve raggiunse la cima della parete, dove trepidante lo aspettava Virginea. Lassù i due giovani si baciarono a lungo, appassionatamente, finché il Re interruppe proclamando a tutti la data delle nozze, fissate al sorgere della prossima luna.

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Durante la festa data in loro onore per l’annuncio del matrimonio, e alla quale erano stati invitati tutti gli abitanti di Cime Tempestose, Mustafà si mise a raccontare la sua lunga storia e terminò dicendosi pronto a insegnare a chiunque volesse provare ciò che egli aveva imparato nell’arte dell’arrampicamento, grazie alle lunghe esercitazioni fatte sul muro presso casa sua.

«Il mio muro è una piccola parete e non vuole certo pretendere di sostituirsi a un’intera montagna, ma forse potrà aiutarvi a meglio capire e affrontare quest’ultima, come un pizzico di sale non può sostituire il vostro pranzo, ma può però renderlo di miglior gusto».

Per primo si fece avanti uno dei concorrenti, che avendo potuto osservare da vicino Mustafà mentre scalava la parete, affascinato dalla sua grande bravura, voleva provare personalmente quanto affermato dal giovane. A poco a poco parecchi cittadini si misero a provare, e poi anche tutti i concorrenti battuti, abbandonando però chiodi e scarponi nei loro armadi.

Persino l’avversario più agguerrito, colui che aveva gridato al trucco, convinto da un amico vi si cimentò, e in breve divenne uno dei più forti arrampicatori del reame.

Il consiglio dei 10 saggi venne allora riunito per cambiare la tradizione dello sposalizio, visto che ormai la gente saliva sulle pareti e sulle montagne, non più per conquistare una donna, ma per il piacere intrinseco alla scalata stessa, e più la parete era difficile, più il piacere era grande.

Mustafà dal canto suo venne nominato «sommo arrampicatore» oltre che principe e cavaliere dell’Ordine dei Giusti. Da allora le fanciulle smisero di vivere in cima alle torri e di rischiare di rimanere zitelle per tutta la vita, anzi qualcuna si cimentò pure nella scalata delle rocce, in compagnia del marito.

Al sorgere della nuova luna vennero infine celebrate le nozze tra Virginea e Mustafà, che per tanti e tanti anni continuarono ad amarsi, e nel reame di Cime Tempestose tutti vissero felici e contenti.

Voi capirete, miei cari lettori, che cose del genere possono succedere solo nelle fiabe, eppure chi mi raccontò questa storia lo fece con tanta bravura che per un momento mi parve una cosa successa per davvero.

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L’ultimo weekend da uomo libero

Il nostro amico Erio è il moderno portatore del vessillo della lotta con l’Alpe.
È colui che sogna di arrivare su una vetta dolomitica fra le saette sfrigolanti.
Colui che fantastica di bivacchi imprevisti su pareti innominabili.
Colui, insomma, che ancora non è uscito dal bonattiano credo: avventura=sofferenza.
Purtroppo per lui gli è toccato in sorte un gruppo di compagni di cordata edonisti ed epicurei, e questi suoi ardimentosi propositi si spengono quasi sempre in un sonoro coro di pernacchie e vaffanculo.
Costringendolo perciò a sfogare le sue giovanili e prorompenti energie nella procreazione.
Alle soglie della terza paternità, si è concesso un’avventura “come dice lui”…

(e oggi, agosto 2016, i figli sono diventati quattro, NdR)

 

L’ultimo weekend da uomo libero
(non ci sono più gli alpinisti di una volta… o forse sì?)
di Erio Grillo
(già pubblicato il 28 novembre 2011 su Climbing pills)

“Piuttosto barbello!” dicevo a gennaio, quando per il freddo mi fu proposta una falesia in Brentino piuttosto di una via.
“Sul 7a vado io!” dicevo alla Valchiria (quella bassa delle due) quando c’era da scegliere l’alternanza dei tiri per stare dietro al Michelazzi su GIRL. Per poi prodigarmi in rari spettacoli di scimmiottesco artif.

Erio Grillo
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E quindi? Come concludere al meglio questo bel periodo di uscite su vie e di forma fisica discreta?
Come avrebbe detto Bonatti… no, lasciamo stare Bonatti che poi il Rel ci ricama per i prossimi due anni.
Insomma, come dicevo nella mia vanagloriosa mail di inizio settimana:

“Cerco itinerario alpinistico, senza compromessi, possibilmente con bivacco. Nel caso non si voglia star in mezzo alla neve e al vetrato, mi può stare bene una via con dislivello minimo di 600 m, ma possibilmente di più”.

Scartato il Moz che ha qualcosa di zifulo, Rel perché col re del “bumpa-bumpa” non ci avrei mai bivaccato, il Pelée che è andato a far benzina in Piemonte, le valchirie che studiano, il Ceo ed il Braga che con la plebaglia scarsamente istruita come me non ci scalano, oltre una serie di amici che si è tirata indietro con la più colorita e fantasiosa sfilza di scuse mai sentita… non resta che il progetto nel cassetto!

Sul Mottarone, patria incontestata del granito rosa, del caldo che t’ammazza e delle cacchette di variegati tipi di caprini, nel 2006 è stata aperta da nientepoppodimenoche il Grill&co. la via più lunga di tutta l’Ossola: la Cresta delle Principesse. Con qualcuno mi ero già confessato in merito: la via mi attraeva da almeno un paio di annetti. Poche informazioni su internet, sviluppo eccellente e qualità della roccia garantita.
Non so perché, ma me la sono sempre immaginato da solo come uscita. Chiaramente per poi trovarmi sempre tutte le scuse per evitarla.

Quindi preparo lo zaino venerdì infilandoci l’utile e l’inutile, per un onorevole peso degno di una spedizione himalayana.
Studio la relazione, il meteo, alba e tramonto, la strada, le foto dal satellite, qualche oracolo, sacrifico un agnello, consulto un aruspico e vado a dormire.
Sveglia alle 5. Alla partenza alle 7.00, messaggio e telefonata col Moz col quale mi confesso, zaino in spalla (puttana galera quanto pesa!) e sentiero. Chiaramente speravo di perdermi nell’ora e mezza segnalata come necessaria per salire. Inspiegabilmente non riesco nemmeno a procurarmi questa scusa. Eppure le vaghe tracce…

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Attacco che sono le 9.00 e, avendo letto che i professionisti col mio modello di scarpa da avvicinamento fanno fino al 6c, mi lancio sui primi due facili tiri. Rapidamente prendo confidenza con le manovre e perdo quella nei confronti delle mia scarpe. Passo alla pedula e mi lancio sul primo 6b della via. Primi metri atletici su fessure svase ma buone, poi incastro la spalla e salgo con i piedi in spalmo. Soffio come un mantice, mi contorco per darmi corda e… cazzo in libera?!

Entusiasmo! Poco, si intende. Giusto il tempo di rifare il tiro con lo zaino in spalla e mi ridimensiono.
Come nella migliore delle vie alpinistiche (pur essendo praticamente vista lago e a una quota alla quale i tamarri motociclizzati pascolerebbero felici) gli spit sono pochi e trovare l’itinerario è questione di fiuto ed esperienza. Ne consegue chiaramente un drammatico intrico di corde, manovre, disarrampicate ma anche qualche trofeo (un bel paio di fettucce nuove di pacca!!).

La prima pausa me la prendo all’arrivo del sole, verso le 13. Con sconforto mi accorgo che dei 4 litri di liquidi che mi son portato ho quasi finito la razione giornaliera. Attendo le 14 per ripartire, sperando cali l’intensità del sole.
Per il puro piacere dei miei piedi il sole, probabilmente per accrescere il valore dell’impresa, non molla la presa. Salito il primo grosso sperone, iniziano a susseguirsi le guglie. L’arrampicata è di puro movimento e spesso in traverso ascendente, sempre un diletto quando ripasso col pachidermico zaino.

Arrivo al tiro di A1 con un piacevole gusto di copertone in bocca.
Provo a riposarmi ma, come il porno attore pronto all’azione, non è che si può star lì a far salotto!

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Vi risparmio le epiche cinghialate, i grugniti e i tremori alla gamba tesa nel cordino. Riesco a uscirne, con una quantità di acido lattico sufficiente a farmi acuire l’ingegno per issare lo zaino dalla sosta piuttosto che in spalla.

Per arrivare a metà della via manca ancora un 6b, con il quale immediatamente l’Alpe ridimensiona le mie aspirazioni di libera. Poco sopra il secondo spit una lama mi si affeziona e mi tiene compagnia in rapida discesa. Esco dopo alcuni traversi da brivido e un tratto a cavalcioni di una lama di granito, giungendo sul cocuzzolo di una delle guglie. Un breve giro per capire dove proseguire, peraltro senza capire una mazza, e sono le 19. Ora per il bivacco! Purtroppo trovo un posto quasi in piano e non posso dormire sulle staffe, ma in compenso posso sfoggiare ampi segni della lotta coll’alpe sulla mia pelle: il granito chiede dazio!

Mi sistemo, mangiucchio qualcosa senza particolare appetito e mi godo tutto il tramonto e la quiete. Con rammarico metto via l’acqua, ormai poco più di un litro, e tiro fuori la lettura serale: Livanos e i suoi sagaci scritti mi tengono compagnia per un’oretta, alla luce della frontale. Qualche sms di amici mi tiene compagnia. E mi faccio la più epica delle dormite dal primo figlio ad oggi!!!!

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Il giorno dopo, durante la minzione del primo mattino, trovo l’ispirazione, sotto forma di spit.

Individuato quindi l’itinerario mi rimetto in marcia. Oggi mi aspettano meno difficoltà, ma riequilibro tutto con un inesauribile numero di calate funamboliche, in posizione pressoché orizzontale grazie allo zaino formato Platinette.

Con piacevole sorpresa trovo anche l’immancabile libretto di vetta: lascio un breve messaggio in cui cito moglie, Moz e Marta, rimetto tutto a posto, autoscatto e via!

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Quando il sole torna all’attacco sono le 11.30 e sono alla cresta di II grado. La percorro tutta per una lunghezza di almeno 3 tiri di corda e finalmente arrivo ai canaloni terminali. La via proseguirebbe su 4 tiri di difficoltà sostenuta, aggettivo col quale definisco qualsiasi cosa sopra il III grado.

Proprio per non farmi mancare nulla, opto per avventurarmi per i canaloni. Forse anche per lo stato dei piedi che, dopo aver portato a prendere aria lo zainone per due giorni, è penoso quasi quanto la mia lingua, che ormai mostra anche una geometria drenante design by Pirelli.

I canaloni non vengono meno alla mia fiducia e si dimostrano all’altezza della mia voglia di avventura: quintali di granito appoggiato su pendenze oltre il 30%, e tenuto in loco solo da una mistica malta composta principalmente da fango e cacca di caprini. Soprattutto cacca.

Per un paio di volte vedo l’azzurro dell’orizzonte, solo per sboccare in un nuovo canale. Alla terza volta, forse anche in virtù delle roboanti imprecazioni che hanno accompagnato ogni scolletto, scorgo due gambe. Poi quattro. Poi una ventina. Praticamente la congrega della parrocchia San Marco in vetta al Mottarone a prendere il sole.

Sono le 15.10 quando entro nel primo bar e mi bevo mezzo litro di acqua ancor prima che mi abbiano finito di spillare la ben meritata birretta.

Ora, ho il cuore in pace.
Grazie a tutti voi che mi avete portato, volenti o nolenti, in giro per le Alpi.
Ci si rivede sulla plastica (che lì vi bastono tutti! Sì, pure attè, Jack!!)

Marco Rel Lanzavecchia ci rammenta che le doti fecondative dell’Erio sono eccezionali e multiformi. Le due annate particolarmente nevose del 2010 e del 2011 sono state la conseguenza di un suo intervento fecondativo qui documentato.
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