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Piccolo manuale di sopravvivenza alla riabilitazione

Piccolo manuale di sopravvivenza alla riabilitazione
di Hazel Findlay
(pubblicato in precedenza su Climb n. 130 da www.climbmagazine.com, per gentile concessione)
traduzione di Luca Calvi

Clinica fisioterapica Hirsham, Australia, marzo 2015
“La risonanza magnetica dice che hai una “slap-tear” [ovvero una lesione da lacerazione antero-posteriore del labbro (glenoideo) superiore]. Probabilmente ti dovrai sottoporre ad una operazione alla spalla”.
“Da quanto tempo pensate che abbia questa lesione?”
“Probabilmente si è formata quando ti sei fatta male alla spalla la prima volta sei anni fa”.

Hazel Findlay nell’estate del 2011 è al massimo della sua forma. Qui sta ripetendo Once upon a time in the West (E9, 6c), Dyers Lookout, North Devon,UK), diventando così la prima britannica a fare una via di questo grado. Foto: David Pickford.
PiccoloManualeSopravvivenza-HazelFindlay-OnceUponATime

Dovevo rimanere in Australia ancora una settimana. Vivevo a casa di mio padre, a Natimuk, e andavo a scalare con Alex Honnold. Il giorno successivo andammo alla Taipan Wall. Taipan, come di certo saprete se ci siete andati a scalare, è la parete dei sogni. Avete presente la magia pura, il regno del fantastico, la Monna Lisa della geologia? Ecco… La spalla mi faceva male e non è che funzionasse proprio bene, eppure riuscivo lo stesso a scalare. Ero dolorosamente conscia del fatto che i miei giorni di scalata in quel posto erano purtroppo contati: avevo una operazione già prenotata cui sottopormi non appena arrivata a casa e questo non avrebbe significato solo cinque mesi senza scalate, ma almeno tre mesi di allenamenti limitati, nessuna avventura e nessun divertimento.

Nonostante fossi conscia di tutto ciò non avevo nessuna voglia di scalare ed era questa mancanza di voglia a disturbarmi più di tutto. Era come voler amare disperatamente un uomo e, senza sapere perché, non riuscire a stampargli un vero bacio nonostante tutti gli sforzi. Salivo sulla roccia, il corpo sapeva cosa fare e mi muovevo come dovevo, ma non c’ero col cuore. Potevo incollare le mie labbra alle sue, ma non era quello che volevo. Non c’erano unghie a penetrare la carne sotto le costole e nemmeno incontri e scontri di lingue.

Sheffield, clinica privata, aprile 2015
Ero sul tavolo operatorio, con addosso uno di quei camici che ti fa immediatamente sentire vulnerabile e con degli slip monouso che a solo vederli ti fanno sentire sgradevole. Uno degli infermieri mi guardò e mi disse: “Stai cercando di non piangere, vero?”. In effetti, fino al momento in cui mi rivolse la parola non mi era uscita nemmeno una lacrima. Poi grazie alle sue parole, mi resi conto che avrebbero potuto tagliarmi e aprirmi come un libro senza trovare nulla se non una spalla apparentemente funzionante nella norma e questo era il peggiore dei miei incubi.

Erano sei anni che non sapevo cosa mi stesse capitando alla spalla, sei anni in cui avevo provato di tutto, fisioterapia, chiropratica, dieta, yoga, massaggi, medicina cinese, sa solo Iddio cosa non avevo provato. Ero stanca. Se mi avessero aperto per poi dirmi che non sapevano cosa ci fosse che non andava bene, non so se ce l’avrei fatta ad affrontare quel vuoto continuo dell’ignoto, una prospettiva ben peggiore di quella del ben noto mostro della riabilitazione postoperatoria che mi si stava profilando davanti.

Nello stordimento dell’anestesia che faceva fatica a passare e con in più tre chiodi ed un po’ di fasce di kevlar a tenermi assieme la spalla, partimmo per tornare a casa. Nonostante il dolore e l’indolenzimento mi sentivo più tranquilla di quanto fossi mai stata in vita mia. Dopo pochissima resistenza mi lasciai andare ad un sonno profondo con sogni lucidi. Era iniziata la grande avventura postoperatoria e se non altro stavo prendendo il mostro per le corna invece di tirare colpi a vuoto nel buio.

Hazel Findlay
PiccoloManualeSopravvivenza-HazelFindlay

Meersbrook, Sheffield, maggio 2015
Col braccio destro reso inservibile da una fascia, provavo a infilare una giacca in una borsa. Mi stavo preparando ad avventurarmi fuori di casa, un’avventura di per sé davvero minuscola, ma della quale avevo bisogno per preservare la salute. Avevo bisogno di una mano che tenesse ferma la borsa mentre con l’altra infilavo dentro la giacca. La conseguenza era che continuavo a girare in tondo nella stanza su mano e ginocchia, cercando di prendere la borsa con una sola mano. Vista dal di fuori di certo un’immagine davvero divertente, simile a quella di un cane che gira su sé stesso per mordersi la coda, ma in quel preciso momento tutto fuorché divertente.

Fino a quel momento mi ero vantata di essere riuscita a stare calma, cosa che peraltro non era stata per nulla semplice. Guardarmi dentro aveva richiesto dedizione da parte mia e per una volta mi ero trovata a cercare di allenare la mente senza l’ausilio delle scalate o dei grandi spazi aperti. Ovviamente per buona parte il tutto era alimentato dal mio ego: “Io sono più forte di tutto questo” – mi dicevo – “Non finirò in depressione come gli altri”. “Non finirò a mangiar biscotti mentre guardo la TV”. Io, io, io! Fino a quel momento, per una ragione o l’altra, bene o male che fosse, non avevo mai sentito nemmeno un accenno di depressione, l’autocommiserazione non aveva mai fatto capolino e alla paura non avevo mai lasciato manco il minimo spazio. Per una qualche ragione, però, quella combinazione tra borsa e giacca mi sconvolse completamente e mi lasciai cadere sul letto, in preda a una miscela di tremori, lacrime e brutti pensieri infantili. “Perché a me? Perché a me? Questo corpo fino a poco tempo fa era in grado di salire l’8a e adesso guarda che roba, manco riesce a infilare una giacca in una borsa”.

Centro di meditazione Vipassana, Ladakh, luglio 2015
Ero seduta a gambe incrociate in una stanza debolmente illuminata assieme ad altre diciotto donne, lenzuola bianche fissate al pavimento e piena di dolori, così tanti come mai avevo provato prima. Ripensavo all’operazione, ai buchi che mi avevano scavato nelle ossa, ai muscoli tagliati, ad oggetti estranei impiantati ed alla pelle fatta a fette…E quel dolore era ancora nulla rispetto a quello che stavo provando. Dando il meglio di me per non emettere alcun suono, sistemai lievemente la mia posizione e la barra rovente in mezzo alla scapola penetrò ancora più in profondità.

“Concentrati sul respiro”- “Il dolore è nella mente”- “Lo puoi padroneggiare” – mi dicevo.

Tornai col pensiero alle grandi avventure alpinistiche che avevo vissuto: orribili notti gelide sulle portaledge, dolori fortissimi, gambe che non rispondevano più, piedi che arrivavano a odiarmi. Eppure tutto ciò svaniva di fronte a questo dolore. Tra le montagne è possibile trovare sollievo grazie all’aria cristallina, ai cieli aperti e al silenzio. Trovi di che distrarti andando avanti, nei movimenti dell’arrampicata, nella ricerca dell’orientamento, nelle battute del tuo compagno.

C’è la libertà di fermarsi e riposarsi, di sistemarsi gli scarponi, di farsi un tè, di tirar giù qualche parolaccia.

In sala meditazione avete solo la vostra mente. Seduti, a occhi chiusi, tutto ciò che potete vedere sono i vostri mostruosi pensieri erranti, l’unica discussione che avete è quella del vostro dialogo interno, circolare e senza soluzione di continuità, con il respiro come unica interruzione.

Stavo piangendo, e non penso fosse autocompassione, era più che altro emozione pura, semplice, forte. Quel tipo di emozione che solo dieci giorni di meditazione silente possono farvi avere. Fu in quel momento che mi resi conto, con disappunto, che le lacrime mi uscivano solo dall’occhio destro e non dal sinistro, che era ancora asciutto.

Mi resi conto di sentire il corpo diviso in due al punto di arrivare a sentire due persone differenti. Sul lato sinistro mi sentivo una persona normale, provavo sensazioni normali, sottili, mentre sulla parte destra, dalla parte bassa della schiena fino alla testa ero in fiamme per il dolore e l’epicentro di quel dolore rosso fuoco era la mia spalla destra.

Avevo il naso che colava dalla narice destra e sempre a destra, sulla guancia, scorrevano lacrime, mentre la parte destra del collo era pervasa da fremiti di tensione.

Hazel Findlay sul classico Vestpillaren (470 m, Isole Lofoten, grado 6 norvegese/E3) nell’estate 2015. Prime scalate dopo l’intervento chirurgico alla spalla. Foto: Bigballs Films e Cut Media
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Tra una costola e l’altra del mio lato destro c’erano coltelli che colpivano e andavano in profondità. In quello stato meditativo mi sentivo di essere due persone. Fu in quel momento che scoppiai a piangere per quella mia lesione. Un rapporto di dolore e avversione, ma, devo dirlo, anche di amore: dopotutto quella spalla era pur sempre parte di me. Mi sentivo come la mamma di un ragazzino violento e omicida che stava disperatamente e amorevolmente facendo di tutto perché il figlio mettesse la testa a posto. Così, però, non andava.

Servoz, Francia, settembre 2015
Sono al matrimonio di amici e probabilmente sono al massimo della felicità da un sacco di tempo a oggi. I matrimoni non sono di solito il massimo del posto dove andare per una ragazza single di 26 anni. Tutto quel parlare di amore e di relazioni per tutta la vita alle quali non si può far altro che storcere un po’ il naso e cercare di convincere tutti quelli che vi stanno attorno che sì, a voi piace la “libertà” e “poter stare da soli a pensare”. Strizzata dentro un abitino per nulla comodo, con cocci di vetro sotto i piedi, sinceramente di gioia ne ho più che abbastanza.

Qualche giorno fa sono andata a scalare su roccia per la prima volta dopo cinque mesi. Certo, su difficoltà ridicolmente basse, ma fantastico davvero! Avevo voglia di scalare, anche se con un corpo debole, completamente assorbita da quei movimenti, come una donna piena di sete che si mette a leccare le gocce da una finestra.

Ma è questo ciò di cui ho bisogno in questo momento? No, in questo momento sono felice esattamente dove sono e per fare quel che faccio.

Ho imparato qualcosa di davvero importante, quest’anno, in Australia, sul tavolo operatorio e anche in un centro per la meditazione in Himalaya. Tutto ciò che so è che, ovunque sia stata, non mi sono divertita. Probabilmente dentro di me stava avendo luogo una svolta epocale.

Ci sono molte persone che stanno provando a instillarmi il valore del pensiero positivo, la ricerca del lato positivo delle cose. Se per caso siete tra quelli, mi chiedo come valuterete il mio modo di pensare alternativo.

Il tutto suona più o meno così: se volete essere felici non dovete desiderare nulla, ci sono ottime possibilità che anche quello non vi renderà comunque felici. Non chiedete al mondo di adeguarsi a voi, non vi ascolterà. Non aspettatevi che gli altri facciano ciò che volete, sono troppo presi dal fare ciò che vogliono loro. Non aggrappatevi a ciò che avete, a ciò che non c’è più o a quello di cui pensate d’aver bisogno: non c’è nulla che duri. Se volete essere felici accettate il fatto che il vostro corpo si possa rompere e che non potrete scalare sull’8a per tutta la vita. Questo vi potrà sembrar negativo, ma la realtà è che voi siete i padroni delle vostre miserie e della vostra felicità, indipendentemente da cosa la vita vi stia riservando.

Soprattutto, comunque, se volete essere felici, assaporate l’autunno, la stagione in cui l’anno vecchio risplende di fuoco ardente per poi dissolversi. Perché mai fermarsi a pensare ai passati giorni d’estate quando potete invece scegliere di guardare con calma una foglia, osservandola diventare rossa davanti agli occhi? Quando, poi, potete allegramente osservare quanto siano favolosi i colori di quest’anno.

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Climbing girls 11

Aleksandra Taistra su Full equip, 8c, Oliana. Foto: Michal Leśniewski
ClimbingGirls-11-Aleksandra Taistra on Full equip 8c Oliana Picture by M. Lesniewski

Martina Cufar su Annunaki, 5.12, Indian Creek, Utah
ClimbingGirls-11-Anunnaki. Indian Creek, Utah

Barbara Raudner prova Hexenküche, 8b+, Gimmelwand, Svizzera. Foto: Daniel Hulliger
ClimbingGirls-11-Barbara Raudner trying Hexenküche 8b+ in Gimmelwand,Svizzera,FotoDanielHulliger

Catherine Destivelle
ClimbingGirls-11-Catherine Destivelle

Steph Davis
ClimbingGirls-11-ClimbingGirls-S.Davis-v0-199-051

Duygu Yarsur scala a Citibi, Turchia. Foto: Sander Werelds
ClimbingGirls-11-Duygu Yarsur climbing in Citibi, Turkey. Foto Sander Werelds (1)

DWS (deep water soloing) in Arizona
ClimbingGirls-11-DWS in Arizona - Malu Espinoza Silvestre

Jacinda Hunter
ClimbingGirls-11-Jacinda Hunter

Katie Lambert su Final Cut (5.12c), Yosemite
ClimbingGirls-11-Katie Lambert on Final Cut (5.12c) Yosemite

Paige Claassen su Art Attack, 5.14b. Foto: Rich Crowder
ClimbingGirls-11-Paige Claassen on Art Attack 5.14b, the Italian route is one of the hardest slab climbs in the world photo by RichCrowder

Mayan Smith-Gobat sul Great Arch, Getu Valley, China. Foto: Sam Bié
ClimbingGirls-11-Mayan Smith-Gobat

Pamela Shanti chicken-winging su Gabriel, 5.13c, Zion, Utah. Foto: Jim Thornburg
ClimbingGirls-11-Pamela Shanti chicken-winging on Gabriel 13c, Zion, Utah.FotoJimThornburg

Un ristabilimento di Mariona Marti. Foto: Sam Bié
ClimbingGirls-11-Mariona Marti mantellingphoto Sam Bié

 

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Tirolo in festa

Tirolo in festa

In Tirolo le manifestazioni per il Carnevale si tengono ogni anno; le grandi sfilate tradizionali invece hanno cadenza ciclica ogni 3/5 anni. Ecco le più famose: il Wampelerreiten, ad Axams, si svolge ogni anno. Wampelerreiten significa «cavalcare sulla pancia» ed è un’usanza spettacolare ma anche un po’ rude. È un combattimento tra gruppi di giovani del luogo con enormi camicie imbottite di fieno, tanto da sembrare giocatori di rugby con enormi ingessature: ma sono tutti in gonnella!

Le sfilate dei Muller, Tuxer e Huttler hanno tutte le stesse caratteristiche ma denominazione diversa a seconda della provenienza, che però si localizza principalmente nelle vicinanze di Innsbruck. Ogni anno a Carnevale (generalmente gli ultimi quattro sabati prima della quaresima), la città di Innsbruck sulla piazza davanti al Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl) offre ai cittadini ed ai turisti le esibizioni spettacolari dei Muller, famosi soprattutto per i loro copricapo particolari ed il rituale degli Abmullen, schiaffi con la mano piatta che simboleggiano il risveglio della natura e delle sue forze. Analoghe manifestazioni si svolgono sempre vicino a Innsbruck, a Igls e Thaur.

Le grandi sfilate cicliche invece sono concentrate nell’alta valle dell’Inn e ruotano attorno alla piccola cittadina di Imst ed al suo famoso Schemenlaufen. La sfilata è caratterizzata dai cosiddetti Roller e Scheller che ballano secondo un antico cerimoniale ormai consolidato nei secoli. Essi caricano sulla schiena enormi campane che pesano circa 30 kg, vestiti multicolori, maschere facciali di legno e ricchi copricapi. Anche le vicine località di Wenns e Tarrenz organizzano sfilate simili. Altra sfilata ciclica è il grande Schellerlaufen di Nassereith, manifestazione che assomiglia molto allo Schemenlaufen di Imst e contrappone ai Roller e agli Scheller il gruppo delle streghe. Insolito è il «gioco degli orsi», uno degli elementi più autentici e più antichi del carnevale tirolese. I gruppi vengono accompagnati da Maje, Spritzer e Sackner, le maschere che fanno dispetti al pubblico.

Blochziehen, sei tonnellate per 65 uomini. Foto: APA-FOTO (FISSER BLOCHZIEHEN/ANDREAS KIRSCHNER)
APA16113200-2 - 17122013 - FISS - …STERREICH: ZU APA 269 CI - MŠnner beim traditionellen "Blochziehen" im Tiroler Fiss (undatiertes Archivbild). Nach drei Jahren Pause sollen am 26. JŠnner 2014 wieder die "Schallner", die "Mohrelen" und der "Bajatzl" durch das Tiroler Fiss ziehen. Bei einem der Šltesten Tiroler FasnachtsbrŠuche, der seit 2011 zum immateriellen UNESCO Kulturerbe zŠhlt, wird ein Baumstamm, der "Bloch", durch das Dorf gezogen. +++ WIR WEISEN AUSDR†CKLICH DARAUF HIN, DASS EINE VERWENDUNG DES BILDES AUS MEDIEN- UND/ODER URHEBERRECHTLICHEN GR†NDEN AUSSCHLIESSLICH IM ZUSAMMENHANG MIT DEM ANGEF†HRTEN ZWECK ERFOLGEN DARF - VOLLST€NDIGE COPYRIGHTNENNUNG VERPFLICHTEND +++ APA-FOTO: FISSER BLOCHZIEHEN/ANDREAS KIRSCHNER

Il Blochziehen, è un’usanza che nacque un anno in cui non si celebrò alcun matrimonio nella località: il Bloch è un grande pino che viene tagliato dagli scapoli del paese e guardato a vista perché non sia rubato o danneggiato dai ragazzi dei paesi vicini. Il giorno della sfilata viene addobbato e portato per le vie del centro, accompagnato da orsi, streghe e diavoli. Questa è una manifestazione che si svolge principalmente nelle zone dell’alta valle dell’Inn.

Schleicherlaufen a Telfs
TiroloFesta-Schleicherlaufen-telfs
Lo Schleicherlaufen di Telfs deve il suo nome agli Schleicher. Così vengono chiamate le figure vestite di seta e velluto con campane gigantesche legate in vita, sofisticate maschere di maglie di filo di ferro (uniche in Tirolo) e soprattutto con cappelli spropositati ed improbabili che possono arrivare fino ad un metro di altezza e pesare anche 10 kg. Caratteristica anche la figura del «Portatore delle lanterne» che indossa un cappello con quattro enormi punte, costruito con oltre 3.000 granelli di mais. A queste figure si contrappongono i «selvaggi», caratterizzati da orribili maschere di legno e interamente ricoperti di barbe ricavate dalle piante. Del corteo fanno parte anche il «gruppo degli orsi», la banda musicale ed i carri.

l «roghi delle streghe» a Sillian, nel Tirolo Orientale: questa usanza risale al 1637, quando sulla roccaforte di Heinfels si svolse un processo per stregoneria contro una ragazza di 18 anni, in seguito bruciata sul rogo. Ogni martedì grasso, durante la grande sfilata carnevalesca, un carro con l’«alta corte» ed il carro del boia chiudono la sfilata dei partecipanti. La manifestazione finisce con un «processo» sulla piazza centrale del paese, dove si denuncia la strega che viene poi bruciata sul rogo.

Ogni anno il Carnevale trasforma i centri dei villaggi tirolesi, ma anche le piste da sci, in atmosfere ed ambienti multicolori, ricchi di fantasia, note musicali, specialità gastronomiche e tanta allegria.

Il primo maggio nelle campagne, un po’ dovunque, si innalza l’albero della cuccagna, il Maibaum, ben vigilato perché dai paesi vicini non venga rubato o mozzato per scherzo. La prima domenica di maggio a Zell am Ziller ricorre la Gauderfest, una celebrazione primaverile che risale al 1500. Il nome Gauder deriva da un antico podere della zona e la caratteristica della festa è una grande lotta di arieti sotto l’occhio vigile della protezione animale. All’epoca fu fondata anche una piccola birreria privata che da allora produce birra di alta qualità ed un prodotto tipico: la Zillertaler Gauderbock. Questa birra ad alta gradazione (8,2°) viene servita unicamente durante la Gauderfest. L’antica sede della fabbrica è stata ora trasformata in un grazioso albergo.

Anticamente, nel Tirolo, il giorno del Corpus Domini era occasione di moltissime rappresentazioni sacre e profane ispirate dalla festività cristiana. In parte, queste manifestazioni sono state vietate nel XVIII secolo e oggi si conservano esclusivamente riti religiosi. Una delle più antiche tradizioni legata al Corpus Domini è l’Antlassritt che si ripete ogni anno nelle Alpi di Kitzbühel (a Westendorf, Brixen im Thale e Kirchberg): si tratta di una processione a cavallo, di origini storiche, alla quale partecipano tutti i contadini della zona. I cavalli, accuratamente puliti, ornati di piume, foglie, corone di fiori, ramoscelli di larice e peonie portano le selle delle grandi occasioni. I cavalieri, che avanzano in coppia e vestiti a festa, portano rami verdi, bandiere e lanterne. Guidati dal parroco, che cavalca un destriero bianco, attraversano i paesi accompagnati dalla banda musicale fino alla Schwedenkapelle.

Wampelerreiten ad Axams
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Il Gründonnerstag (Giovedì Santo) non deriva da grün (verde) bensì da grunen che significa «piangere»; anche le campane rimangono in silenzio fino al sabato. Per tradizione il Giovedì Santo era il giorno della coloritura delle uova. I Santi Sepolcri allestiti per il Venerdì Santo, e costruiti appositamente per alcune chiese parrocchiali, furono molto in uso nell’Ottocento, ma la stragrande maggioranza è andata perduta. Alcuni esemplari furono ritrovati dopo la seconda guerra mondiale e fanno di nuovo parte della tradizione pasquale di alcune località tirolesi: a Patsch vicino a Innsbruck, a Ehrwald e a Breitenwang, a Schwaz. Nel periodo pasquale vengono montati anche dei presepi, i cosiddetti «presepi della quaresima», i Fastenkrippen: un magnifico esempio si trova a Zirl nella Kalvarienkirche. Gli Osterfeuer, i «fuochi pasquali», sono un’antica tradizione che si è conservata soltanto nella valle dello Zillertal. Lontano dalle fattorie, su cime panoramiche, vengono accesi grandi falò che illuminano la valle a significare la resurrezione e la fine della Quaresima. I Passionsspiele o «giochi della Passione», che annunciano il messaggio cristiano della pace, sono una caratteristica della scena culturale tirolese fin dal Medioevo ed hanno origine principalmente da voti religiosi. Essi hanno luogo ancora oggi a Thiersee ed a Erl. I Grasausläuter sono un’usanza tipica della bassa valle dell’Inn: vicino a Schwaz e nella Zillertal è «risvegliare l’erba suonando». Ragazzi con grandi campanacci alla vita allontanano simbolicamente i demoni risvegliando la natura e raccogliendo piccoli doni da parte dei contadini.

Tempo d’autunno. Soprattutto nelle Alpi di Kitzbühel questo periodo dell’anno costituisce un’autentica attrazione turistica e festa per gli occhi. A St. Johann si dà l’addio alla stagione con grandi manifestazioni come la «festa dei canederli» e l’Oktoberfest Tirolese. Nella vicina Ebbs molte manifestazioni sono legate all’equitazione, visto che la piccola località ospita il più grande allevamento europeo di Haflinger e molto noto è anche il pentathlon degli uomini forti ovvero le «Olimpiadi dei muscoli» di Ebbs.

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Le ultime sacche di resistenza

Le ultime sacche di resistenza
di Gianfranco il nonno Valagussa

Nota dell’autore: gli asterischi individuano le categorie dove è ancora necessaria qualche bonifica, perché non tutti CAI, Guide, Soccorso fanno parte della ghenga.

Ebbene sì! Stavolta mi avete convinto. Bando alle ciance, la misura ormai da un pezzo era colma.

L’Isis dell’alpinismo deve essere sconfitta. Basta con gli integralisti che pensano all’alpinismo come condizione immutabile dell’andar per monti, al rispetto ambientale, al silenzio, a un’etica stantia che odora di vecchie foto ingiallite. Basta con le corde di canapa. Ma chi cavolo sono ‘sti Dibona, Piaz… Bonatti poi! Cose vecchie che soffocano il giusto sbocciare del nuovo. Chi osa fermare il progresso? Marrani traditori del futuro. Egoisti ed egocentrici, legati a tradizioni sorpassate. Avventura, sentimento… Ma che c… anche l’enrosadira magari dobbiamo garantirvi. Fottetevi, non riuscirete a fermarci! Le Guide Alpine*, certo non tutte purtroppo; il CAI*, vabbè ci sono sacche di resistenza negli Organismi Tecnici*, ma dovranno fare i conti con chi comanda; il Soccorso Alpino* dovrà occuparsi di turismo ed etica della montagna, di sicurezza per le masse, chi meglio dei nostri angeli custodi potrà organizzare il futuro della frequentazione della montagna?

Gianfranco Valagussa
UltimeSaccheResistenza-GianfrancoValagussa

Certo, c’è ancora chi è contrario all’uso dell’elicottero a fini turistici. Balle! Sono solo filosofi che nulla sanno dei problemi dei montanari, di chi vive lontano dalle comodità e che GIUSTAMENTE ne deve poter usufruire. Egoisti! Pensate sti …….. sono anche contro l’utilizzo del mezzo a motore per andare a caccia! Ma non saranno due borghesucci presuntuosi a impedirci di vivere la montagna come vogliamo e non sarà in loro potere decidere come spendiamo i nostri soldi. Eh sì, è questione di libertà. Ma non di quella falsamente compatibile con il rispetto, di chi poi? Sì, il film Everest mi ha allargato l’orizzonte. Anche se si dovrà migliorare l’organizzazione come evidenzia la pellicola, tutti hanno diritto di poter andare sul tetto del mondo. Il messaggio è chiaro e condivisibile. Certo, vedrete che con qualche mezzo sicuro e garantito da Guide di serie A*, CAI istituzionale* e Soccorso Alpino* veritur (garanzia UIAA ovviamente) riusciranno tutti a salire sul tetto (…) in modo sicuro.

E ora, e questo mi ha convinto, oltre a provocarmi una forte emozione e oltre ogni ragionevole dubbio, MONTE BIANCO. Sì, signori con la puzza sotto il naso, attempati difensori di un’etica alpinistica logorata dalla realtà, questo è il vero progresso difficile da far passare. Questa è la nuova vita dell’alpinismo insieme a bivacchi ultramoderni e futuribili contro la vostra repulsione a tutto ciò che è il giusto cambiamento, a vie ferrate per turisti, con la possibilità per chiunque di salire verso l’ignoto. Perché riservare un’emozione a pochi, e il diritto dov’è? E non vorremmo più nasconderci dietro motivazioni come “per la memoria della catastrofe” o “in ricordo del mio amico morto”. Perché nascondere il desiderio e la bramosia delle masse che anelano alla liberazione dalla schiavitù orizzontale? Giusto dare il mondo verticale a tutti! E Monte Bianco mi ha persuaso, adesso bisogna uscire allo scoperto. Basta nascondersi dietro a statuti ormai sorpassati dove si parla di etica, di ambiente e baggianate simili, basta abbassare la testa, siamo per lo sviluppo o no? Dobbiamo continuare a farci dire dai cittadini falsi ecologisti che non rinunciano ai motori come si vive in montagna? E no, boia d’un Giuda, alziamo la testa, vogliamo bivacchi disegnati da Renzo Piano o Fendi, elicotteri supertecnologici in grado di trasportare velocemente su cento cime solitarie chi lo voglia e nella massima sicurezza con una Guida o Maestro di sci al fianco. Autostrade per salire in quota con parcheggi ampi e comodi, percorsi per sportivi in mtb senza l’ingombro di flemmatici camminatori, piste per sportivi motorizzati con due, tre e quattro ruote. E poi, ci dispiace per i falsamente umili servitori del tempo passato, c’è l’aspetto economico che per i beceri moralisti conta niente, ma per dirigenti del CAI*, membri maggioritari delle associazioni sportive (Soccorso Alp,* Guide alp*, Accomp. di M.M*., Elicotteristi*), registi e organizzatori di reality sono il pane e non solo. La nuova era dell’alpinismo è cominciata. Avete poco tempo per aggiornarvi, in caso di chiarimenti chiamate le istituzioni alpinistiche di rito oppure direttamente la RAI.

Ma non cantiamo ancora vittoria! Perché ovviamente non si fa d’ogni erba un Fascio, vi sono ancora soggetti o pezzi di ogni singola organizzazione che rimangono spersi nei meandri dell’etica ambientalista, difensori della natura e del diritto alla vita di ogni essere vivente. Pusillanimi contro l’uso dei motori, alpinisti silenziosi, camminatori lenti, adoratori di tramonti e mondi colorati senza il dolce profumo dei tubi di scarico. Purtroppo in ogni singola organizzazione e istituzione permangono come un morbo indissolubile.

UltimeSaccheResistenza-esercito

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Most insane ski line ever

Most insane ski line ever
(la più pazza discesa in sci di sempre)

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Questo video è un frammento del film Days of my youth (Il tempo della mia giovinezza), girato nell’arco di due anni da Alan Watts, che racconta l’esperienza di chi ha costruito il proprio stile di vita proprio su questo sport.

Uno dei principali protagonisti è Cody Townsend (http://www.codytownsend.com/), attualmente uno dei più bravi campioni dello sci estremo. In questo filmato si condensa in una manciata di minuti il nuovo livello raggiunto in questa disciplina da Townsend. E il teatro dell’impresa è l’Alaska Tordrillos Mountain Range.

Di fronte a questo genere di imprese ci si stupisce a tal punto da perdere per un momento la cognizione sulla limitatezza dell’uomo.

Per un’intervista (in inglese) a Cody Townsend clicca su http://www.travisrice.com/line-of-the-year-the-crack-qa-with-cody-townsend/

COdy Townsend in the Tordrillo mountains Alaska with matchstick productions.

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Gogna internato in clinica psichiatrica. Il medico “Troppi post”

L’alpinista e blogger Alessandro Gogna internato in clinica psichiatrica. Il medico: “Troppi post”
di Nando Zanchetta (post pubblicato su nandozanchetta.com il 16 settembre 2015, per gentile concessione)

Milano. Lunedì scorso l’alpinista Alessandro Gogna, stimato scrittore e coordinatore del seguitissimo blog sul suo sito banff.it (http://www.alessandrogogna.com/category/posts/), è stato internato in una clinica psichiatrica per gravi disturbi dovuti ai troppi post e alla dipendenza da social network.

GognaInternato-gogna-coperta

I primi sintomi del disturbo si sono manifestati la scorsa settimana, quando a pranzo con alcuni amici in un ristorante, apprezzando le trofie al pesto che stava mangiando, ha chiesto al cameriere dove fosse il bottone per mettere Mi piace e poi condividere.

Tornato a casa ha subito scritto un articolo sul suo blog dal titolo Bonatti, la Nord del Cervino e le trofie al pesto, nel quale affermava che prima di partire per Zermatt per la sua solitaria invernale, l’alpinista bergamasco avrebbe appunto mangiato per diversi giorni solo questo piatto e che la salita non dovrebbe essere considerata valida in quanto basilico e pinoli conterrebbero sostanze dopanti.

Subito dopo aver postato l’articolo nei 634 gruppi Facebook a cui è iscritto, Gogna, non ricevendo che pochi like, si è barricato nel suo appartamento armato di pialla e, dopo aver preso in ostaggio alcuni storici cunei di legno recuperati sul Civetta nel 1972, ha minacciato di darsi alle fiamme utilizzando i trucioli da essi ottenuti, qualora le autorità non avessero immediatamente cancellato la salita di Bonatti dagli annali.

Trofie, basilico e pinoli: sostanze dopanti, secondo Alessandro Gogna
GognaInternato-trofie_pesto
A questo punto sono intervenuti alcuni famigliari che, dopo aver cambiato le password di amministratore del suo blog e del suo account Facebook, lo hanno immobilizzato, messo in condizioni di non nuocere a se stesso e agli altri, e trasportato presso la più vicina clinica psichiatrica.

Il dottor Massimo Micalo che lo ha preso in cura, pur manifestando un cauto ottimismo, ha affermato che la terapia sarà lunga e difficile. «Dottor Zanchetta – ci ha detto lo psichiatra – la disintossicazione deve avvenire gradualmente e pertanto in questi primi giorni gli è stato consegnato in uso uno smartphone, seppure con accesso limitato e con molti siti bloccati. Potrà consultare i siti ufficiali del CAI, del Soccorso Alpino, il sito ufficiale di Chris Bonington e i cataloghi di chiodi storici dei musei di Reinhold Messner. Rigorosamente vietati invece la lista delle funivie del Superski Dolomiti e del MonteRosa Skirama, le foto dei chiodi a pressione di Cesare Maestri sul Cerro Torre, il sito 8a.nu e il blog di Caterina Balivo, che presto condurrà su RAIDUE il reality show Monte Bianco».

Nella seconda fase della terapia gli verranno invece proiettati alcuni film di eroiche storie dell’alpinismo, tra cui Cliffhanger, Assassinio sull’Eiger, La Montagna, con l’indimenticato Spencer Tracy e Mary Poppins, archetipo di libertà nei cieli e ispiratrice del moderno parapendio.

Nella terza ed ultima fase gli saranno consegnati dei libri da colorare con i profili di alcune montagne molto conosciute, tra cui Cervino, Tre Cime di Lavaredo ed Everest, associate ad alcuni oggetti come ad esempio souvenir delle piramidi di Giza in plastica, coppe di gelato, barattoli di marmellata. «Questo dovrebbe far regredire la sua malattia e riportarlo a uno stato di normalità nel quale dovrebbe tornare a riconoscere le montagne come montagne, gli sciatori come sciatori e i reality show come reality show» ha affermato il dottor Micalo.

La famiglia ha ricevuto moltissime attestazioni di vicinanza da parte di importanti personalità della montagna e dell’arte, tra cui Andy Warhol Jr. fondatore della nuova Pop-up art e autore dell’opera 101 Gogna Facebook Notifications, esposta al MoMA di New York, e ispirata proprio alle infinite liste di notifiche generate da Gogna.

Andy Warhol Jr: 101 Gogna Facebook Notifications, MoMA, New York, manifesto della nuova pop-up art
GognaInternato-lista-post-21
Dal giorno del ricovero, molti utenti Facebook, non ricevendo più le oltre venti notifiche giornaliere provenienti da Gogna Official, Gogna Unofficial, I Ragni di Gogna, Gogna Moderna e Donne con le Gogne, credendo in un malfunzionamento del computer, hanno reinstallato l’applicazione Facebook, con gravi perdite di dati.

Scontri si sono registrati tra la polizia e gli attivisti dei movimenti NO BANFF, informati sull’accaduto sin dalle prime ore del mattino, che hanno sfilato con festeggiamenti e caroselli improvvisati davanti alle sedi del Club Alpino Italiano di tutta Italia. Tutto si è risolto con la rottura di qualche bacheca degli avvisi e con il furto di alcune corde di canapa in uso alla Commissione Gite.

I principali provider internet, pur esprimendo costernazione e vicinanza alla famiglia per la situazione dell’alpinista, hanno immediatamente annunciato un sensibile taglio agli investimenti e hanno cancellato gli ordini per gli upgrade hardware necessari allo stoccaggio di tutti gli articoli di Gogna, che ormai hanno raggiunto qualche miliardo di TeraByte. D’altra parte, a Wall Street  il titolo di Oracle, il software per la gestione della base dati di Gogna, ha perso in pochi minuti circa il 10% del valore, prima che la contrattazione venisse sospesa.

La nostra redazione augura ad Alessandro una pronta guarigione e auspica di poter presto rileggere le interessanti liste di regolamenti da lui pubblicate, gli interventi dei presidenti in 342 cartelle, le doverose e improcrastinabili controrisposte dei vicepresidenti vicari in 456 cartelle, i documenti programmatici della CNSASA (Commissione Nazionale Sali Alto Scendi Alticcio), le schede tecniche del CNSAS (Corpo Nazionale Sauvignon, Aglianico e Sangiovese), gli inviti ai cocktail del CAI-TAM (CAI Tutela Ambiente Mondano) e i comunicati stampa del CAGAI (non è una sigla).

Nell’attesa, non avendo nulla da leggere, i fedeli lettori del suo blog avranno finalmente tempo per andare in montagna.

GognaInternato-camicia-di-forza

 

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La Basilicata è un’utopia

La Basilicata è un’utopia
di Marzio Nardi
(parzialmente già pubblicato su Planetmountain.com)

Era il 1985 e poche settimane prima dell’ultima vacanza che feci con i miei genitori (quella volta in Sud Italia) comperai Mezzogiorno di Pietra di Alessandro Gogna, nella speranza di visitare uno dei luoghi descritti nel libro. Sfogliando quelle pagine, il mio sguardo restò appeso alla foto di un paese in cui le pietre uscivano dai tetti delle Case. Era Castelmezzano, in Basilicata. In quegli anni, la Basilicata e l’Irpinia intera si stavano risollevando da un sisma devastante che per molto tempo le avrebbe cancellate dalle rotte turistiche. Compresa la nostra. Per molti anni ancora ripensai a quelle rocce e al desiderio di poterle visitare, ma alimentata dal carico ormonale e dalle ambizioni, la mia arrampicata prese un’altra direzione. Una direzione simile a quella di tanti arrampicatori dell’epoca passata e odierna. Quella che punta verso l’alto, o meglio, quella che viaggia nel millimetrico mondo dell’appiglio, nella disperata ricerca del più piccolo e in quel viaggio non c’era di certo spazio per delle rocce che uscivano dai tetti. Più di trent’anni dopo, quando ho ormai capito quali sono le dimensioni degli appigli che possono restare sotto i miei polpastrelli e sono diventato un turista della verticale, il mio sguardo si posa una volta ancora sulle pagine di quel libro. Comincia così un altro viaggio. Più libero e più randagio in cui l’appiglio non ha una dimensione ma un’estetica.
E da qui si riparte…

Dolomiti Lucane. In arrampicata su Forza operaia, 8a+. Foto: Federico Ravassard
Il pilastro a Pietra pertosa dove si sviluppa Forza operaia 8a+

“La Basilicata è un’utopia. O ci credi o non ci credi (da Basilicata coast to coast)”: non penso ci sia frase che possa meglio descrivere questo XP lucano (per chi voglia saperne di più sull’acronimo XP, consigliamo una visita a https://it.wikipedia.org/wiki/Extreme_programming, NdR).

Dolomiti Lucane. La più alta è la Torre dello Svevo
Dolomiti lucane

Per me, la Basilicata fu sempre un luogo astratto, qualcosa che avevo difficoltà a focalizzare. Anche dopo aver visto il libro di Gogna.

La Basilicata continuò a essere un concetto astratto per altri 30 anni e restò tale anche cinque mesi fa, quando con Adriano Trombetta e Lorenzo Bona partimmo per una ricognizione di quei luoghi ormai depositati nella mia memoria. Ci vollero due interi giorni di ricognizione per trovare una porzione di pietra sana in mezzo a quell’enorme castello di sabbia delle piccole dolomiti lucane. Nonostante la potenzialità di quelle rocce, la Basilicata continuava ad essere per me un’utopia fin tanto da esser disposto a rinunciarvi convinto che, se nessuno fino a quel momento aveva colto il sasso lanciato da Gogna negli anni ‘80, un motivo concreto c’era…

Dolomiti Lucane, Costa di San Martino, parete sud della Torre dello Svevo. A. Gogna su Mago Sabbiolino, 3a lunghezza, 1a asc.,16 settembre 1981
Pietrapertosa, Dolomiti Lucane, Costa di San Martino, parete sud della Torre dello Svevo, A. Gogna su Mago Sabbiolino 1a asc, 3aL. 16.9.1981

“Trovati una passione e corrile appresso fino in fondo (da Basilicata coast to coast)”. Utopia e passione vanno spesso a braccetto e questo XP non poteva che essere l’occasione per condurle all’altare affrontando il rischio di un matrimonio per procura. Ed è così che, con il mio bastone pastorale trasformato in trapano, ho caricato gli apostoli su due Doblò Fiat dicendogli che il regno dei cieli si sarebbe trovato esattamente 1013 km più a sud.

Se l’euforia di una settimana di vacanza poteva addolcire un viaggio così lungo, non sarebbe stata sufficiente a giustificare un tale sbattimento e i miei apostoli, presto trasformatisi in conquistadores, non vedevano l’ora di mettere mano sull’oro del Sud. Peccato che neppure io sapessi bene dove fosse quell’oro… ma ero comunque certo che da qualche parte l’avremmo trovato. Forse.

Martina Blanchet tra le strade di Castelmezzano. Foto: Federico Ravassard
Martina Blanchet tra le strade di Castelmezzano

Basilicata stray rocks inizia così, camminando su un filo che da un lato si attacca ai miei ricordi e dall’altro all’azzardo. In mezzo nove ragazzi mossi da una passione e disposti a correre.

La corsa è comunque fatica e scoramento. La corsa è gusto di sangue in bocca e male alla milza, insomma correre fa schifo se non lo fai con regolarità e se non metti il tuo corpo nelle condizioni di poterla sopportare. Ma ecco che poi la corsa diventa necessità.

La scala Normanna a Castelmezzano. Foto: Federico Ravassard
La scala Normanna a Castelmezzano

Della corsa hai bisogno e non importa se fa freddo buio o piove. Con quella fatica ti metti in simbiosi e quello che era gas di scarico si trasforma in ossigeno. Allo stesso modo, e con la medesima inspiegabile magia, ciò che era fatica si trasformò in sorriso e la Basilicata smise di essere utopia per trasformarsi in un film.

Uno di quei film americani. Quelli che parlano della squadra di football o di baseball dove i giocatori odiano il loro allenatore, che è un grande stronzo e che gli fa fare le cose assurde solo perché lui non ne è più capace. E che vuole vincere il campionato perché la fidanzata l’ha lasciato e non sa con chi incazzarsi… Ma che poi vincono il campionato e si abbracciano al tramonto con lo stadio che canta l’inno americano.

Alberto Gotta su Mechatronic, 8a+. Foto: Federico Ravassard
Alberto Gotta su Mechatronic 8a+

Proprio come in quei film, a un certo punto, il contorno sfuocato delle cose ha cominciato a prendere forma seguendo una sua logica. Quella per cui se hai voglia di una cosa, fai in modo di ottenerla. Soprattutto quando è così semplice come arrampicare (e non parlo di gradi).

Ed è così che, con fittoni che disegnano le linee, i rinvii in posto, le prese spazzolate e ben segnate, la fantasia si disegna sulla roccia e i movimenti si inseguono come le parole di un discorso che ti spiega quante volte ancora saresti disposto a rischiare il fallimento, se la posta in gioco è quello che stringi sotto le tue mani e quello che vedi attorno a te.

Alberto Gotta su Forza operaia, 8a+. Foto: Federico Ravassard
Alberto Gotta su Forza operaia  8a+

La Basilicata è una regione bagnata da due mari: detto così farebbe pensare a un territorio immenso, mentre in realtà si tratta di una delle più piccole regioni della nostra penisola. La Basilicata, a dispetto del mare che la bagna, presenta più dell’80 per cento del suo territorio tra colline e montagne. Sono spesso zone brulle attraversate da strade su cui si affacciano le centrali eoliche alimentate dai venti che spazzano queste terre. Proprio questi venti hanno scolpito e modellato le Dolomiti Lucane: guglie e pareti di arenaria dalle forme uniche. Queste architetture incredibili sono state testimoni di una fetta importante di storia, dando riparo alle popolazioni normanne, fino a essere rifugio per i briganti del XVIII secolo.

A dispetto dell’incredibile fascino che queste forme trasmettono, l’arrampicata non si è mai interessata a questi castelli di arenaria. Soltanto Alessandro Gogna, nel 1981, ne intravide il suo potenziale, sulla Torre dello Svevo aprì Mago sabbiolino con Andrea Savonitto e la incluse nella sua raccolta di arrampicate nel Sud Italia Mezzogiorno di pietra.

Federica Mingolla su L’urlo di Munch, 8a. Foto: Federico Ravassard
Federica Mingolla su L'urlo di munch 8a

Spesso la friabilità della roccia ha respinto le nostre ambizioni, ma il desiderio di dare un significato arrampicatorio a quelle forme, non ci ha abbattuti e a capo di tre giorni di ricerca, cinque di preparazione e una settimana di arrampicata, abbiamo dato forma alla nostra fantasia mettendo un primo tassello all’arrampicata che sarà.

Dopo l’XP dell’Isola d’Elba del 2014, anche quest’anno devo ringraziare la mia ciurma per non avermi dato in pasto ai pesci. Ringrazio in modo particolare Adriano Trombetta perché ha saputo dare una logica alle mie idee, Federico Ravassard per aver racchiuso in immagini quello che le parole non sanno dire e Lorenzo Bona per la sua pazienza e per quello che saprà raccontarci nel video che seguirà a questo scritto. Poi anche Michele e Antonio dell’agriturismo Il Molino della Contessa per l’ospitalità e infine Lorenzo Palazzo (dell’amministrazione di Castelmezzano) per l’entusiasmo.

Ah, anche se non mi leggerà, voglio ringraziare Rocco Papaleo per il suo incipit nel film Basilicata coast to coast. We are part of this…

Marzio Nardi su L’urlo di Munch, 8a. Foto: Federico Ravassard
Marzio Nardi su l'urlo di Munch

RELAZIONI
Falesia di Castelmezzano: arrivando dalla Basentana, 1 km prima dell’abitato, superare la galleria e parcheggiare nell’unico spiazzo che trovate sulla destra. Salire il ripido sentiero sulla destra e raggiungere quindi la via ferrata. Proseguendo sulla via ferrata in direzione Pietrapertosa (a destra) dopo 10’ vi trovate sul prato posto alla base della Falesia.

Boulder a Castelmezzano: diverse strutture nella zona della Scala Normanna si prestano ad aprire dei passaggi. Alla fine del paese, proprio di fronte all’ultima casa trovate una sitstart di 7b. Poco più avanti sulla destra proseguendo sulle scale tre passaggi dal 7a al 7c. Infine, ai piedi della scala Normanna, sull’evidente muro di 7/8 metri: Chiavalaschiavachescavalascala, passaggio tra l’highball e la solitaria in odore di 7b.

Pietrapertosa. Dall’abitato di Pietrapertosa andare al decollo del “volo dell’angelo” proseguendo sull’unico sentiero. Dopo 3’ vi trovate sulla destra l’evidente pilastro di 50 metri. La via Forza operaia percorre l’intero pilastro nel centro (8a+).

Roccia. La roccia delle Dolomiti Lucane è tutta arenaria. Indubbiamente è una roccia molto tenera e spesso friabile. Nelle zone compatte regala delle forme che sono dei gioielli unici di estetica, che è uno dei motivi che ci ha portati fin laggiù.

Nati non fummo per viver come bruti…

Castelmezzano. Foto: Federico Ravassard
Castelmezzano

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Non è avventura se è una gara

Non è avventura se è una gara

Dalla realtà storica al reality
L’alpinismo è una delle attività più squisitamente romantiche che l’uomo abbia concepito: abbandonata la serena contemplazione propria del sentirsi una sola cosa con il creato, ecco nascere la contrapposizione dell’uomo alla natura, la volontà di vittoria sulle più grandi forze e sulle più immani manifestazioni del mondo selvaggio e verticale.

Negli anni ’30 questa complessa attività umana subì gli influssi del nazionalismo, le più grandi vittorie erano viste come successi della propria patria, la competizione cominciò a permeare in modo massiccio i tentativi al Nanga Parbat, i serrati attacchi alla Nord della Cima Grande di Lavaredo, la corsa alle Jorasses e all’Eiger. Si fecero largo le prime figure eroiche, uomini che venivano eretti a esempio della capacità di sfidare la natura proprio là dove questa mostrava di più i denti.

Nell’elenco delle conquiste nazionali osserviamo che la squadra aveva un’importanza basilare in quasi tutte le spedizioni. Questo approccio, quasi militare, era considerato vincente. Anche se c’erano eccezioni che urlavano la diversità dell’eroismo del singolo, da Hermann Buhl sul Nanga Parbat a Walter Bonatti sul K2. Ci fu l’esempio futuristico di Buhl, Kurt Diemberger, Markus Schmuck e Fritz Wintersteller che nel 1957 salirono il Broad Peak in stile alpino. Ma le spedizioni, nella quasi totalità, continuavano a essere mastodontiche: cito i Cinesi all’Everest, le spedizioni italiane al Gasherbrum IV, all’Everest (Monzino) e alla Sud del Lhotse, prima Norman Dyrenfurth e poi gli inglesi di Chris Bonington alla Sud-ovest dell’Everest, i francesi al pilastro ovest del Makalu, allo Jannu, alla Magic Line del K2.

Quest’ultima, del 1979, segnò un termine. Erano maturi i tempi dello stile alpino sulle montagne extraeuropee. Ma erano anche i tempi degli alpinisti sponsorizzati. L’attenzione della stampa, dopo gli eroismi di Walter Bonatti, Cesare Maestri e René Desmaison, si rivolse ad altri personaggi, se possibile più individualisti, che portarono ancora più avanti i limiti dell’estremo. Un compito davvero difficile, anche perché per farlo occorreva diminuire gradualmente il proprio margine di isolamento, fino all’exploit seguito in tempo reale.

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Ma gli anni ’80 sono stati anche quelli dell’arrampicata sportiva, nata in contrapposizione ai grandi rischi dell’alpinismo. La visione sportiva, già presente negli anni ’30, dopo un lungo cammino di una cinquantina d’anni aveva fatto così tanta strada da pretendere una disciplina a se stante.

Oggi assistiamo allo svolgersi di tante specialità diverse, è diventato impossibile primeggiare in tutti i campi. L’individuo deve accettarlo e trovare la propria strada sviluppando comunque al meglio le proprie doti relative alle singole discipline. Così si scopre che Tommy Caldwell e Alex Honnold, campioni assoluti in varie discipline su roccia, si rivelano fenomeni anche in traversate patagoniche impensabili fino solo a pochi anni fa. Scopriamo che il fenomeno Hans-Joerg Auer, da acrobatico saltimbanco spericolato sul Pesce in Marmolada diventa uno dei migliori alpinisti da spedizione in stile alpino, vincendo anche un Piolet d’Or.

I concorrenti a Monte Bianco – sfida verticale: (da sinistra), Enzo Salvi, Filippo Facci, Dayane Mello, Stefano maniscalco, Arisa, Jane Alexander e Gianluca Zambrotta
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Questa è, in poche righe, l’evoluzione dell’alpinismo. E, in questo quadro, si è voluto inserire un gioco televisivo che si richiamasse a tutte le suggestioni dell’alpinismo per poi tradirle una per una. E’ un reality, e lo hanno battezzato Monte Bianco – sfida verticale.

Ieri sera, 9 novembre 2015, c’è stata la prima di cinque puntate.

Un gioco, dunque qualcosa di diverso dall’alpinismo, sia come regole sia come filosofia di base.

Quando pensiamo al reality, ci vengono in mente alcune puntate, intraviste distrattamente, del Grande Fratello, LIsola dei Famosi, Pechino Express o altre ancora in cui abbiamo inciampato “zappando” con il telecomando.

La realtà non è uno sport, dunque è giusto e sacrosanto che un reality non usi regole sportive. Ma questo però è l’unico aggancio conservato con la realtà, perché il gioco vuole regole che non divertano i protagonisti bensì gli spettatori.

L’azzardo perciò è un artificio cui questo gioco ricorre spesso: è l’unico sistema che ha l’uomo comune per uscire dalla mediocrità di facebook se non è in cima ai suoi desideri il seguire la strada normale, cioè l’applicazione e l’esperienza di anni di fatiche, fatiche e ancora fatiche.

Anzi, nel reality applicato alla montagna, proprio chi ha dovuto affrontare anni e anni di spasmodici sforzi per avere un’esperienza e un titolo da guida alpina rischia di trovarsi in bilico tra l’ammirazione sconfinata e il ridicolo della situazione. Perché parlo di ridicolo? Perché è evidente a uno spettatore attento che la guida è costretta a giocare in un altro campo, proprio come il concorrente che da cantante, o da attore o da calciatore, si trova su terreno per nulla conosciuto. Anche la guida alpina quindi se la deve giocare, per continuare a essere credibile. E non tutti ci riescono sempre…

E’ un gioco. L’alpinismo resisterà anche a questo.

Caterina Balivo e Simone Moro
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Self-control
Ho assistito alla prima puntata di Monte Bianco imponendomi d’essere oggettivamente aperto, senza prevenzioni, senza saccenti storcimenti di naso.

Non ho fatto miei alcuni giudizi che ho letto allorché giravano i primi trailer:

Il trailer… fa veramente cagare. Un danno all’immagine della Montagna come luogo di svago e avventura consapevole e alla gente comune che la pratica o che vuole avvicinarsi. TV SPAZZATURA! (Andrea Savonitto)”;

oppure: “Tecnicamente è stranamente accettabile (non deve averlo fatto un regista o montatore Rai…), ma devo dire che finora ero stato neutrale e superficiale, ma così… beh, una roba vomitevole. Passo dalla parte dei critici a dismisura e a questo punto la prima guida alpina che mi dice che è promozione della montagna le sputo in un occhio (Fabio Palma)”.

Mi sono imparato diligentemente i nomi dei concorrenti che, all’inizio definiti celebrities, sono promossi dall’entusiasta conduttrice Caterina Balivo Alpinisti; la prima fitta dolorifica alla mia sensibilità l’ho ricevuta sentendo affermare che Simone Moro è “il più forte alpinista del Mondo”. Odio queste battute, mi irritano. E’ ovvio che Moro sia nella assai ristretta cerchia dei migliori al mondo, ma per favore non andiamo oltre, neppure per scherzo. Si dirà: è una battuta. E’ vero, ma le battute, in questo genere di spettacoli, sono tutto. Infatti sono ciò che rimane.

L’esposizione poi delle regole delle varie giornate che costituivano la prima puntata mi ha richiesto ulteriore sforzo di accettazione.

La prova “vertigine” consisteva nell’essere calati dalla propria guida giù da una parete di una settantina di metri, con tratti nel vuoto. Il ridicolo di questa manovra, ineccepibilmente condotta dalle guide, era il famigerato tempo con il quale si misurava la velocità di esecuzione delle singole cordate. Ci vuole poco a capire che, al di là delle prime comprensibili esitazioni di chi sta per essere calato per la prima volta nell’abisso, la velocità della manovra era soprattutto determinata da quanto velocemente la guida lasciasse scorrere la corda. E in effetti la prova è stata vinta dalla cordata gialla. Anna Torretta calava il campione di karatè Stefano Maniscalco a una velocità tale che si vedeva a occhio nudo che si stavano aggiudicando la prova. Ma in realtà questo esercizio è servito solo a determinare, misurando il tempo in cui il concorrente si decideva a dare fiducia, la cordata più “lenta, quella verde della cantante Arisa con la guida Matteo Calcamuggi. Fiducia non si accorda con velocità, peccato questa abbia fagocitato nello spettacolo la descrizione dell’esperienza di fiducia, che di solito richiede i suoi tempi. Comunque la scena di Arisa che esita, piagnucola e si dimena sull’orlo dell’abisso, esitando a ordinare a Matteo di lasciarla scendere è una delle meglio riuscite. La paura è tale e quale quella che ho visto in centinaia di persone che ho calato per la prima volta: e Arisa ha il dono d’essere simpatica, come quando dice che lei “non si fida di nessuno” o come al risveglio in tenda (ore 6.00) quando fruga nel borsino alla ricerca del fard e mormora: “Metti che incontro lo stambecco della mia vita!”.

Dayane Mello
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Qualunque pretesa di oggettiva sportività è fugata dalla consegna pomeridiana di una gavetta alla cordata vincente: sapranno solo la mattina dopo la penalità che la cordata vincente leggerà aprendo la gavetta. Stefano Maniscalco il mattino dopo darà la penalità a chi vorrà lui. Lo vedremo molto imbarazzato, uno sportivo come lui, a consegnare una penalità per nulla sportiva al calciatore Gianluca Zambrotta. Per nulla imbarazzata, anzi molto sicura di sé, è la brasiliana Dayane Mello che ci delizia in prolungati lavaggi in mutandina nelle gelide acque del torrente della Val Ferret.

Lo spettacolo si dipana alternando brevi interviste e altrettanto brevi scenette con battuta. Sentiamo il giornalista Filippo Facci (cordata nera con Andrea Perrod) dire: “Non sono venuto qui a fare nodi… non me ne frega niente”. E infatti è l’ultimo di sette a realizzare il nodo a otto, una prova obbligatoria. Facci sembra molto sicuro di sé quando afferma: “Sono venuto qui per salire in cima al Monte Bianco: altro non mi interessa!”. Altri, nelle presentazioni, sono meno risoluti ma più intelligenti: per esempio, Jane Alexander afferma d’essere una persona un po’ insicura in certe cose, dunque quella è la sua motivazione, ritrovare sicurezza; oppure Enzo Salvi, che paragona il suo essere lì come a una curiosità per i mondi di Heidi che ti sorridono.

Quando Dayane (cordata viola con il semi-rasta Stefano De Giorgis) riesce a vincere la prova velocità su placca la sentiamo dire che “vincere sulla montagna è magico”. Ma con quella bocca può dire quello che vuole…

Le tre prove di scalata parallela che seguono evidenziano, a mio parere, che l’itinerario di destra era leggermente più facile di quello a sinistra: la prova è che i concorrenti vincenti sono tutti e tre a destra, mentre le musiche qui sono alzate di volume nel tentativo di creare suspense emotivo!

Ma ancora mi ostino a trovare parametri sportivi in qualcosa che ne è estraneo! Come quando i tre perdenti si ritrovano sulla prova boulder, anche questa cronometrata, ma su itinerari diversi!

Insomma, alla fine, a rischio eliminazione si ritrovano Arisa e Matteo. La brasiliana sentenzia che assieme a loro, il giorno dopo a contendersi il non essere eliminati, sarà la cordata blu, Enzo Salvi con Alberto Miele.

I quattro dovranno scalare la vetta delle Pyramides Calcaires, ci sono interviste a Salvi e Arisa. Quest’ultima dice, assai credibilmente, che se anche sarà eliminata, i ricordi di questi due giorni “se la batteranno” nella classifica delle prove della sua vita.

La cordata eliminata: Arisa (Rosalba Pippa) con Matteo Calcamuggi
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La presenza di Simone Moro, un misto di regista del gioco e sovrintendente tecnico, è basilare. Finalmente gli sentiamo dire: “In montagna non è che per forza dobbiamo andare a cronometro, l’abbiamo fatto qui per la classifica”. E meno male, cominciavo a temere che tutti, dopo questa puntata, fossero autorizzati a intenderlo così… Comunque nelle scene d’azione non ci sono smagliature tecniche, non si vedono gli orrori di altri filmati, cioè cose che non stanno né in cielo né in terra. A parte un caso. Sulle Pyramides Calcaires a un certo punto, e per un attimo, si vede Enzo Salvi muoversi barcollando perché ha i crampi alle gambe mentre la sua guida non lo sta assicurando in quanto sta scendendo un diedro per tornare da lui e massaggiarlo. E’ pur vero che la guida gli dice di non muoversi, ma è altrettanto vero che lo spettatore lo vede muoversi, e male. Un episodio che non doveva verificarsi, una scena diseducativa che doveva essere tagliata.

La parte più bella della puntata è comunque in queste scene della salita alle Pyramides Calcaires: Arisa sta salendo con Calcamuggi e fa fatica, tanta. Qui la ragazza esagera, tratta male la sua guida. Poi dice di saperlo di essere insopportabile, vuole dal suo compagno il suo vero essere: “Tu sei il continuo elogio di te stesso e del tuo lavoro… non posso farcela!”. Oppure: “Ma mandami affanculo… mandami a cagare… così so chi sei, so che sei vero!”.

Dopo qualche scena della loro breve discesa, assistiamo al ricongiungimento con il resto della squadra tramite uno smaccato trasporto in elicottero. E veniamo a sapere che Arisa e Matteo sono eliminati. Lacrimuccia finale.

Caterina Balivo
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Basta così
Insomma, di montagna poca. Avremo altre quattro puntate, dove di certo se ne vedrà un po’ di più. Ma le lascio a chi piace questo spettacolo, a chi vuole sapere chi vincerà. Vi prometto che il Gogna Blog non se ne occuperà più.

Monte Bianco si presenta come un innocuo gioco ma rischia di ridurre l’alpinismo a una goliardata senza motivazione, a un Amici miei senza la bravura di Ugo Tognazzi e soci e senza l’arte di Mario Monicelli. Come se la cultura fosse rappresentata dal nozionismo di Lascia o raddoppia o del Musichiere, come se la canzone davvero popolare fosse quella del Festival di Sanremo. Quando ci piaceva Carosello.

Non è alpinismo, non è avventura. Non è avventura se è una gara! Chiamiamola “spietata esperienza adrenalinica”.

E’ una falsa spinta a conoscere la natura della montagna quella di aggirarsi in elicottero per filmare la fuga di uno stambecco terrorizzato.

E infine: un gioco-spettacolo ha bisogno di finzione, lo si sa. Alfonso Cuarón non è andato nello spazio per filmare Gravity, come Brian De Palma non è andato su Marte con Mission to Mars. Allo stesso modo, chissà quali astuzie e tecniche vengono messe in opera allorché guardiamo altri reality, quello con i pasticceri per esempio. Sono tutti giochi. Un gourmet avrebbe parecchio da ridire. Figuriamoci un astronauta.

Non dimentichiamo però che se qualcuno si entusiasma per la pasticceria nel vedere quel reality, al massimo potrà cucinare dei dolci schifosi illudendosi che sia facile; non scordiamoci che nessuno di noi, pur emozionandosi alla vista di Gravity o Interstellar, non avrà mai occasione di andare nello spazio e di viaggiare nel tempo. Invece gli spettatori di Monte Bianco potrebbero galvanizzarsi a questo genere di sfida e alle scene “mozzafiato” (sempre questa parola!) che la montagna ci regala. E’ alla loro portata. I portatori sani di adrenalina potrebbero conoscere una rapida evoluzione a malattia. E non sono pronti, perché in montagna non hanno mai sudato, non hanno mai pensato a un obiettivo che non fosse il Monte Bianco o l’Everest, le montagne che t’insegnano a scuola. Lo scoprire poi ogni debolezza dei concorrenti, invece di portare a più miti consigli, potrebbe favorire la convinzione che noi… no, noi non abbiamo bisogno della guida. Quei fessacchiotti sì, noi no.

Caterina Balivo
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Climbing girls 07

Lynn Hill sale il Nose al Capitan (1a ascensione in libera)
ClimbingGirls-07-Lynn Hill free ascent the Nose of El Capitan.

Lynn Hill sale il Nose al Capitan (1a ascensione in libera). Ultima lunghezza
ClimbingGirls-07-On the day Lynn Hill made history, the last pitch of The Nose, El Capitan, Yosemite, 1993

Steph Davis in Patagonia
ClimbingGirls-07-S.Davis-v0-199-040

Nina Caprez “chiude” Symboise (8b+). Foto: Mike Fuselier
ClimbingGirls-07-Nina Caprez sending Symboise 8b+Photo by Mike Fuselier

Lynne Hempton in Dolomiti. Foto: James Rushforth
ClimbingGirls-07-Lynne Hempton in Dolomites-fotoJamesRushforth

Holly Mauro sulla Klahanie Crack a Shannon Falls. Foto: Alain Denis
ClimbingGirls-07-Holly Mauro on Klahanie Crack at Shannon Falls photo AlainDenis

Hazel Findlay si allunga alla ricerca dell’appiglio dopo su Adder Crack, 5.13c, 1a ascensione, a Squamish, BC. Foto: Paul Bride
ClimbingGirls-07-Hazel Findlay stretches for the next hold on Adder Crack, her 5.13c R first ascent in Squamish, BC. Photo by Paul Bride

Climber e località ignote
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Ashima Shiraishi solo qualche anno fa
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Camilla Macedo. Foto: Roniel Fonseca
ClimbingGirls-07-CamillaMacedo, Foto Roniel Fonseca

Climber ignota, Carbondale, Colorado. Foto: Andrew Bisharat
ClimbingGirls-07-Carbondale, Colorado. Photo by Andrew Bisharat

Daila Ojeda. Foto: Pete O’Donovan
ClimbingGirls-07-Daila Ojeda. Foto Pete O'Donovan

Christina Schmid su Thomas (6a+, 5.10b), Cinque Torri. Foto: Rainer Eder
ClimbingGirls-07-Christina Schmid on Thomas (6a+ 5.10b) Cinque Torri.FotoRainerEder

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Quel che un non-vedente riesce a vedere

Quel che un non-vedente riesce a vedere

Il 3 agosto 2015 Gabriele Scorsolini, giovane quindicenne non-vedente, accompagnato dall’amico (e guida) Paolo Caruso e da Luigi Martino, è riuscito a salire la via normale della Punta Anna nei Monti Sibillini (la via Vagniluca-Cecchini-Kamenicky, 1969, AD+ con variante finale di IV e V).

La prima salita alpinistica di Punta Anna effettuata da un non-vedente, al di là della notizia, ha messo in evidenza alcune gravissime criticità che sono conseguenza non solo dei regolamenti del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ma soprattutto della scarsa disponibilità di questo Ente ad accettare il dialogo per concertare soluzioni condivise e giuste.

L’avvicinamento a Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-02 Paolo e Gabriele prima di P. Anna

Eppure qualsiasi cittadino auspica che una Pubblica Amministrazione lavori per il bene comune anche introducendo regolamenti intelligenti o quantomeno sostenibili e sufficientemente in armonia con le normative italiane ed europee.

Quando sono in montagna e quando arrampico mi sento libero, una libertà difficile da raggiungere nella vita quotidiana. Non vedere non è un problema, posso sviluppare altre percezioni… questa è una cosa importante che trovo nell’arrampicata e nella montagna. Ho avuto la fortuna di iniziare imparando le tecniche del Metodo Caruso direttamente con l’ideatore, cosa che mi permette di muovermi liberamente e in modo corretto ma soprattutto di capire e di sviluppare le intuizioni che sono determinanti quando arrampico”.

Gabriele arrampica da pochi mesi ma ha già sviluppato una capacità che molte persone vedenti impiegano anni per raggiungerla.

Nella ripida discesa verso l’attacco della Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-03 la ripida discesa verso P. Anna

Per me arrampicare non è difficile, mi diverto tantissimo, la difficoltà principale la trovo forse nei sentieri intermedi, né facili né difficili. Se riesco a poggiare le mani, posso controllare bene il mio peso e utilizzare le gambe al meglio, mentre i sentieri con molte irregolarità mi costringono a una camminata più lenta e faticosa. Lavorare sulla tecnica è fantastico, già solo avendo imparato a controllare il “doppio peso” le mie potenzialità si sono moltiplicate. Arrampicherei sempre, falesia, montagna, ovunque. Arrampicare in un certo modo mi fa “guardare” lontano e mi aiuta a capire i pericoli e anche le deformazioni e le false illusioni dell’ambiente della scalata. Sono contentissimo di ottenere dei risultati, ad esempio di aver salito Punta Anna, ma so che quello che voglio è imparare, migliorare, ma soprattutto capire e stare a contatto con la natura, con la roccia e con le persone con cui sono in sintonia e di cui mi fido”.

Anche per quanto riguarda i lunghi avvicinamenti, tipo quello di Punta Anna, Gabriele ha qualcosa da dire: “La montagna per me è libertà, ma da quando sono venuto a conoscenza della discriminazione che subiamo noi alpinisti nei Monti Sibillini ho capito che i veri limiti da superare per l’umanità sono l’ignoranza e la mancanza di umiltà. Chi riveste ruoli di potere dovrebbe stabilire regole giuste e non certo discriminatorie. Non potendo vedere sono molto sensibile al rumore e alla velocità dei mezzi a motore e per questo sono convinto che anche i camosci sono disturbati da queste cose, ma non certo dall’alpinismo. I camosci vanno d’accordo con gli alpinisti, lo capisco io a quindici anni ma sembra che non lo capiscano i signori del Parco… Mi sono informato molto su tutta la questione per capire che simili divieti sono assurdi: per esempio al Gran Sasso non sono mai stati imposti divieti a seguito dell’introduzione dei camosci e i camosci si sono moltiplicati subito.

Gabriele in arrampicata sulla Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-04 Gabriele in arrampicata

Nei Sibillini si verificano cose incredibili, si vieta l’alpinismo e allo stesso tempo si consente il transito ai mezzi motorizzati. Vorrei dire a chi ha scritto il regolamento 384 e a tutti i funzionari del Parco che li invito a venire con me in montagna, non certo per competizione, anche soltanto a camminare ma dopo averli bendati, così che possano provare quello che io provo: sono sicuro che acquisterebbero altri occhi, ma non quelli che permettono di vedere quanto invece quelli che permettono di capire, gli occhi interiori, così come sono sicuro che si spaventerebbero di più per il rumore improvviso di una moto che scorrazza invece che per il passaggio degli alpinisti.

In più, dopo aver salito Punta Anna, (secondo il regolamento) saremmo dovuti scendere con la pioggia per un sentiero che non è adatto a me e non è neanche tracciato invece che percorrere uno dei sentieri ufficiali che sono utilizzati da tutti ma, secondo i signori del Parco, vietati a noi alpinisti.

A volte rimango stupito dalla scarsa lungimiranza dei “vedenti”: non è difficile capire che bisogna accettare il dialogo per fare bene le cose e soprattutto ascoltare le persone più competenti perché non ascoltare queste persone equivale a far dilagare la degenerazione e l’ingiustizia. Al Direttore vorrei dire che non sono contrario alla caccia, anche mio padre è cacciatore, ma forse sarebbe il caso che un cacciatore come il direttore del Parco capisse che gli alpinisti non fanno alcun danno, almeno quelli ben preparati come ritengo che noi siamo, al contrario dei cacciatori che bene o male uccidono gli animali. Come i cacciatori possono cacciare dove e quando consentito, in quanto esperti nel loro settore, così gli alpinisti dovrebbero poter fare gli alpinisti nel loro territorio, cioè nelle montagne, per le competenze che hanno, magari insieme ai camosci con cui non c’è alcun conflitto. Che vietino il transito dei mezzi a motore nelle zone critiche, ma non l’alpinismo! Come si fa a non capire la differenza tra le due attività? Il giorno della salita a Punta Anna non abbiamo incontrato alcun camoscio nella zona della parete; invece li abbiamo visti e ho sentito i loro richiami da un’altra parte, sul M. Bove Sud. E allora, signori del Parco, cosa facciamo? Diciamo ai camosci che devono andare a Punta Anna e li obblighiamo a starci o togliamo il divieto da Punta Anna e vietiamo il passaggio agli uomini sul M. Bove Sud…?”.

Gabriele sale le lame del traverso
QuelcheunNonVedente-Sibillini-06 Gabriele sale le lame del traverso

Gabriele da capocordata. Luigi Martino lo assicura. Foto Paolo Caruso
QuelcheunNonVedente-Sibillini-07 Gabriele da capocordata con Paolo

Gabriele sull’ultima lunghezza della via
QuelcheunNonVedente-Sibillini-08 Gabriele sale l'ultimo tiro

Gabriele e Paolo in vetta alla Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-10 Sulla vetta di P. Anna

Il ritorno con temporale per il sentiero VIETATO agli alpinisti
QuelcheunNonVedente-Sibillini-11 il ritorno con temporale per il sentiero VIETATO agli alpinisti

I camosci incontrati sul M. Bove Sud (e non a Punta Anna)
QuelcheunNonVedente-Sibillini-12 i camosci li incontriamo sul M. Bove SUD e NON a P. Anna