Posted on Lascia un commento

L’Alpinismo è uno sport?

Le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi al cronometro ne è la dimostrazione più evidente.
D’accordo, c’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale.
La maggior parte pensa che le corse tra amici, o altre manifestazioni simili, siano più giustificate e accettabili di altri agonismi dichiarati, o mascherati, striscianti, perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. Personalmente è dal tempo dell’adolescenza alpinistica che rifuggo qualunque competizione e in più ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna è costretta sullo sfondo.

SellaRonda Ski Marathon
AlpinismoSport-Sellaronda-Skimarathon

 

Mi guardo attorno e vedo che tanti vedono la montagna come teatro di ambizione. Una volta gli ambiziosi si ritagliavano uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; oggi, coloro che sono privi di fantasia non trovano più “novità” e quindi non gli rimane che esaurire il loro protagonismo nella competizione.

Tutti siamo o siamo stati un po’ competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Credo però che sia importante non porre mai la montagna sullo sfondo, lasciandola invece al nostro fianco come compagna ideale.

Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto non vuole neppure passare per fanatico.

A vent’anni, nel 1966, scrivevo questa fantasia, senza immaginare quanto dovesse approssimarsi alla realtà:

L’Alpinismo è uno sport?
Qualunque sport, dal calcio alla pallanuoto, dal ciclismo alle bocce, ha le sue regole, istituite perché con esse si è vo­luto circoscrivere una particolare attività sportiva e distinguerla dalle altre.

Un passaggio del Misurina Ski Raid 2012
AlpinismoSport-Misurina-Ski-Raid-2012

Se queste regole non sono rispettate, gli effetti possono es­sere due: o la prova è nulla oppure rientra in un’altra categoria di sport. Non si può dire ciò dell’alpinismo, che non ha mai avuto regole fisse, ma è bensì in continua evoluzione.

Negli sport invece le regole sono semplici: tempo o stile sono i soli criteri di misura. Chi impiega meno, o chi è più aderente a uno stile ideale e perfetto, vince. Anche in alpinismo esiste lo stile, come pure il tempo. Esiste anche la smania com­petitiva, contro la montagna e contro gli altri, ma ciò non è sufficiente per affermare che l’alpinismo sia uno sport.

Dimostriamolo, senza fatica, per assurdo.

Il Lunarally di Pontedilegno
AlpinismoSport-lunarally-Pontedilegno1024x681

 

Ognuno di noi, per quanto a volte si possa essere digiuni in materia, può confrontare le proprie idee sulla montagna e sul­l’alpinismo con le situazioni, sia pure un po’ caricate, ma co­munque ugualmente assurde, che si verrebbero a creare se l’a­zione dell’andare in montagna fosse caratterizzata solo dallo sti­le e dal tempo.

Questi dunque potrebbero giustificare da soli l’esistenza di un ipotetico «sport alpinistico». Fermo restando che lo sport alpi­nistico equivarrebbe a un qualsiasi altro sport, senza alcun i­deale aggiunto, ma nudo nella sua essenza atletica e ben deli­mitato nelle sue regole codificate, si potrebbero benissimo or­ganizzare le gare a cronometro. Non si avrebbe nessuna diffi­coltà, né tecnica né umana, specie con l’aiuto di un’organizza­zione sapientemente diretta nella classica direzione del ricavo economico.

I concorrenti dovrebbero partire con uguale materiale, pre­senti i giudici di percorso, di partenza e di arrivo. Potrebbe ve­rificarsi qualche spiacevole caso di squalifica per irregolarità; ci sarebbe anche il tempo massimo, oltre il quale gli atleti sareb­bero senz’altro eliminati dalle successive prove.

I giudici provvederebbero ad assegnare i premi ai vincitori, dopo un attento esame dei punti ottenuti e del tempo migliore. Da considerare nella dovuta importanza anche la sicurezza e la prudenza usata dai concorrenti. Alla base della parete ci sa­rebbero le squadre di soccorso, pronte con le barelle per even­tuali infortuni, come pure in vetta; e su tutto il percorso fiori­rebbero le installazioni di teleferiche modernissime per il pronto invio del ferito a valle racchiuso in speciali sacchi Grammin­ger. Ci sarebbero pure, abbarbicate alle cenge, ove possibile, speciali stazioni di ristoro.

Lo sport alpinistico sarebbe ammesso alle Olimpiadi e per i fanatici delle invernali ci sarebbero pure i Giochi alpinistici invernali. L’iniziativa olimpica non mancherebbe di favorire lo sviluppo dello sport alpinistico: la partecipazione infatti sareb­be assai vasta, visto che «alle Olimpiadi non importa vince­re; l’importante è partecipare». Va da sé che lo sport alpini­stico sarebbe ammesso al CONI e il CNSA (Commissione Na­zionale Scuole d’Alpinismo) assorbito.

I tempi sarebbero misurati al centesimo di secondo, i con­correnti dovrebbero partire con il numero sulla schiena e non avrebbero con loro chiodi, essendo già in posto quelli necessa­ri. La partenza e l’arrivo sarebbero misurati da una speciale cellula foto-elettrica, mentre i giornalisti in vetta, protetti da un apposito bivacco-stampa collocato dalla benemerita Fon­dazione Berti, batterebbero nervosamente i tasti della mac­china da scrivere per stendere il pezzo prima dell’ultima corsa della funivia.

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Güllich

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Guellich

Sulla vetta, o sulle staffe in mezzo alla parete, sarebbero di­slocati in gare particolarmente importanti gli operatori televisi­vi e i radiocronisti. Sui monti circostanti si provvederebbe alla sistemazione (tribuna o gradinata) del pubblico pagante, men­tre il servizio d’ordine non permetterebbe lo spettacolo ai por­toghesi e la polizia conterrebbe l’eccessivo entusiasmo dei tifo­si. Mentre sui piazzali adiacenti ai rifugi, ormai tutti serviti da un’ottima rete stradale, si adopererebbero i posteggiatori abu­sivi e non; elicotteri speciali sorvolerebbero la zona e le sue adiacenze per avvertire atleti e pubblico di eventuali perturbazioni atmosferiche.

Ai concorrenti sarebbe vietata ogni azione che potesse dan­neggiare i successivi: proibito schiodare, proibito spaccare gli appigli a martellate, otturare le fessure, bagnare la roccia con liquidi di qualsiasi genere, provocare frane; vietati gli urti, gli ostruzionismi, i catenacci. Prudenza nei sorpassi, anche se per­messi sia a sinistra che a destra. Vietato provocare e insulta­re gli arbitri.

A gara terminata si provvederebbe come di consueto al con­trollo antidoping. A giudizio della giuria se i tempi registrati possano o meno essere omologati nell’albo d’oro di ogni via.

Le guide a riposo potrebbero così impegnare il loro tempo facendo gli allenatori o massaggiatori, e gli anziani campioni, o gli incorruttibili accademici, coronerebbero la loro brillante car­riera da giudici o arbitri.

Nelle gare per solitari sarebbe severamente proibita ogni forma, anche elementare, di autoassicurazione; le atlete non do­vrebbero assolutamente indossare, in nessun caso, abiti succin­ti o comunque offensivi alla morale e alla “tipica” auste­rità dell’ambiente alpino.

Al di fuori delle competizioni si potrebbe anche assistere al puro esercizio di stile, all’essenziale estetica dell’arrampica­ta: atleti che amino concepire il passaggio come una serie di movimenti accordati da un fluire logico e leggero degli arti, che trascorrano i loro pomeriggi a salire e risalire su un masso, fare e rifare lo stesso passaggio, fino alla plastica perfezione del movimento, forza e grazia non disgiunti, in sobrio equilibrio.

Alla fine dell’esibizione, ultimo tocco, non mancherebbe il coro frenetico di battimani e strida da parte degli ammiratori.
(1966)

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz e Marco PedriniBardonecchia 1985, S. Glowacz, e M. Pedrini

 

 

Posted on Lascia un commento

Climbing girls 15

 

Ignota in location ignota
ClimbingGirls-15-ignota-climb-girls-920-16

Jodie Houghton, location ignota
ClimbingGirls-15-jodie-houghton

Angelika Rainer, Annual Ouray Ice Festival, 2015. Foto: OIPI by Rhys Roberts.
ClimbingGirls-15--AngelikaRainer-PhotoCourtesy-Of-OIPI-by-Rhys-Roberts-Annual Ouray Ice Festival,2015

Ignota in location ignota
ClimbingGirls-15-ignota-climb-girls-920-32

Sasha Digiulian
ClimbingGirls-15-Sasha Digiulian

Angelika Rainer su Clash of the Titans (WI10+) a Helmcken Falls, Canada. Foto: Klaus Dell
ClimbingGirls-15-AngelikaRainersuClash of the Titans WI10+ a Helmcken Falls, Canada, FotoKlaus Dell

Martina Cufar su Vizija, il suo primo 8c, a Misja Pec, Slovenia
ClimbingGirls-15-martina_cufar8c_Martina Cufar en Vizija, su primer 8c, en Misja Pec, Eslovenia

Jessa Younker deepwater soloing sul calcare di Poda Island, Thailand. Foto: David Clifford.
ClimbingGirls-15--Jessa Younker deepwater soloing from a limestone cliff on Poda Island, Thailand. Photo David Clifford

Pamela Shanti
ClimbingGirls-15-PamelaShanti-8491404a666fb4ee2e6653902f84d25f

Majka Burhardt sul ghiaccio del New Hampshire
ClimbingGirls-15-Majka Burhardt-NewHampshire-tumblr_ms830rt3YH1sglxs1o1_1280

Ignota in location ignota
ClimbingGirls-15-Jessa Younker-Women-Boulder-Climber

Giovanna Pozzoli in location ignota
ClimbingGirls-15-ignota-tumblr_moe4gqcssl1qktas3o1_500

Martina Cufar, Oltrefinale. Foto: Luka Fonda
ClimbingGirls-15-MartinaCufar-FotoLukaFonda_mala-1401543890

Posted on Lascia un commento

Una normale uscita del corso

Torre Castello e Rocca Provenzale sono belle guglie di quarzite sulle quali tante volte sono andato ad arrampicare. Sullo Chambeyron, ancora più sopra, non ci ho mai messo piede, ma tanto tempo fa ero stato partecipe di un’uscita del corso di scialpinismo della Sezione Ligure del CAI: nel programma figurava la salita della Cima Sautron. Stiamo parlando del 1965 e, dati i 50 anni passati, per non correre il rischio di raccontare cose distorte dal tempo, sono andato a rileggermi i vecchi diari, allo scopo di riferire come una gita, che doveva essere una lezione di corso, un momento di aggregazione (gita sociale) e in definitiva, un’esperienza, si rivelò invece un disastro di disorganizzazione personale nel quale trionfò un generale spirito di competizione del “tutti contro tutti” ed annegò miseramente ogni tentativo di esperienza.

NormaleUscitaCorso-M_Viraysse_01

Oggi penso che le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi all’orologio ne è la dimostrazione più evidente. La maggior parte pensa che le corse tra amici o altre manifestazioni simili siano più giustificate e accettabili di altri agonismi perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. C’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale. Ho sempre rifuggito qualunque competizione e ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna si relega sullo sfondo. La maggior parte della gente vede la montagna come teatro di ambizione: lo so bene, perché era così anche per me. Agli ambiziosi è possibile ritagliarsi uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; mentre i meno dotati di fantasia non trovano più “novità” e quindi esauriscono i protagonismi nella competizione. Tutti siamo competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Non mi sembra di aver mai posto la montagna sullo sfondo, l’ho sempre voluta al mio fianco come compagna ideale, anche nei momenti più competitivi. Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto deve guardarsi dal passare per fanatico.

A riprova di quanto dico, ecco il racconto originale di quella giornata (4 aprile 1965):

Una normale uscita del corso
(dal mio diario)
Dopo un bel bivacco (si fa per dire) nella macchina di Gianni Calcagno, sulla piazzetta di Acceglio in Val Maira, anch’io son pronto a partire con gli altri, usciti freschi freschi dall’albergo. E così in breve siamo al Lago del Saretto. Dopo veloci preparativi, nonostante il numero dei partecipanti a questa uscita del corso di scialpinismo, ecco che i primi si muovono, infreddoliti. Gianni e Lino Calcagno vanno con Maria Grazia alla Rocca Castello, noi con gli sci cerchiamo di raggiungere Giuseppino Grisoni, Carlo Morozzo e Giovanni Scabbia che, partiti primi, stanno già filando come treni. Sono solo e mi concentro nello sforzo di raggiungerli.

Monte Viraysse, canalino nord-est
NormaleUscitaCorso-20080406191210

 

La giornata è splendida e si conferma sempre più tale di mano in mano che si sale verso il Colle Sautron. Questa uscita di corso, che è anche gita sociale, presto diventa una specie di gara. Ci sono tutti, gli atleti dello sci in salita della Sezione Ligure: Stefano Revello detto Marno, Antonio Cevasco, Giorgio Vassallo e Dino Romano. Per un momento m’illudo di poter, per un giorno, far parte della crema, poi mi devo arrendere di fronte al mio equipaggiamento raccogliticcio. Il cinghino delle pelli si rompe, non riesco più a stare al passo degli altri, mi devo fermare a confezionare con un po’ di spago una riparazione malfatta che durerà poco. Mi fermo ancora, rabbiosamente inveisco contro la mia cronica mancanza di denaro, il non poter essere dotato di un equipaggiamento come gli altri. Con le mani ghiacciate riparo ancora le mie povere cose, poi rialzo la testa e vedo gli amici così lontani da perdere ogni speranza. Al Colle Sautron arrivo quinto. Dietro è una serie sgranata di gruppetti, gli ultimi davvero allo sbando. Non sembra proprio l’uscita di un corso serio.

Non posso più proseguire con gli sci. Cerco di convincere i nuovi arrivati a proseguire a piedi, cerco di dimostrare loro che non si sfonda molto. In realtà mi stavo inserendo, senza volerlo, nella lotta interiore che ciascuno di loro stava affrontando. Continuare o no? Solo quel pazzo di Gogna può pensare di salire a piedi. Intanto i più decisi erano partiti. Scabbia, Marno, Grisoni, Vassallo, Romano e Cevasco. La mia idea di andare a piedi prende un risvolto imprevisto, il cambio di meta: Rita Corsi e Carlo Morozzo decidono di salire sul monte di fronte, il Viraysse. Renzo Conte e altri quattro o cinque scenderanno subito. Gianni e Margherita Pastine, con altri allievi, affrontano anche loro il canale di neve del Viraysse, non senza difficoltà. Io sono arrabbiatissimo, perché invece di salire alla Cima Sautron di 3166 m devo accontentarmi del Viraysse 2838 m. Per colpa di quelli che hanno preferito salire in sci! Preso da questo velenoso sentimento di impotenza, non mi accorgo neanche di raggiungere la vetta del povero Viraysse.

Tornati al colle, subito dopo scendo a stem e spazzaneve, insieme con Rita e Carlo, nel vallone, lungo, meraviglioso e su una neve magnifica. Cado più volte, ma non me la prendo. Sono qui per imparare. Ormai è passato mezzogiorno da un pezzo, siamo a quota più bassa e la neve di colpo cambia consistenza, gli sci affondano. Tutte le volte che cerco di voltare rischio di cascare con la faccia nella neve. Anche gli altri però ogni tanto si trovano sprofondati fino al collo. Mal comune mezzo gaudio.

Giunti al lago, ci riposiamo al sole. Ho i piedi doloranti, non vedevo l’ora di togliermi gli scarponi. I momenti belli dello scialpinismo sono pochi, pensavo. Mi consolavo pensando che quelli che dovevano scendere dalla Sautron avrebbero trovato condizioni ancora peggiori.

In attesa di Gianni, mi arrampico sui sassi circostanti con gli scarponi a punta quadrata. Poi finalmente scendiamo tutti ad Acceglio. Doveva essere la penultima uscita del corso, invece sarà l’ultima. Ormai i nomi da diplomare sono stati decisi: tra gli esclusi, Dellepiane, Martini, Fogliati, Fascioli ed un altro… Così i diplomati siamo Romano, Scabbia, Bisio ed io.

Una delle prossime sere a Genova ci sarà la consegna dei diplomi con tutte le formalità del caso, nonché la proiezione del filmino e delle diapositive del corso. Non diventerò mai uno sciatore bravo.

Posted on Lascia un commento

Il sogno di un Mezzalama con uso moderato di elicotteri

E’ di poche ore fa la conclusione del XX Trofeo Mezzalama, con la vittoria maschile della squadra italiana di Matteo Eydallin, Michele Boscacci e Damiano Lenzi (5h10’49”) e con quella femminile di Emelie Forsberg (svedese), Axelle Mollaret (francese) e Jennifer Fiechter (svizzera) (6h35’09”).

L’arrivo a Cervinia dei primi classificati Eydallin, Boscacci e Lenzi

Mezzalama-11193353_779380115490592_3275479128479042829_n

La preparazione di un evento come il Trofeo Mezzalama 2015 appena concluso richiede uno sforzo organizzativo del tutto senza confronti con ciò che era necessario al tempo delle prime edizioni. Anzitutto la spettacolarizzazione dell’evento esige la massima velocità degli atleti, quindi una pista altamente preparata da giorni e giorni di lavoro di guide alpine (e di elicottero). Sempre per la regola dello spettacolo facile e assicurato, giornalisti, fotografi e organizzatori raggiungono i posti di osservazione in elicottero, anzi spesso sostituiscono l’osservazione con il sorvolo; in ultimo, ma non certo meno importante, la sicurezza. I criteri per la sicurezza di atleti e spettatori hanno da tempo innalzato gli standard: per osservarli occorre un grande lavoro, con enorme dispendio di voli nei giorni immediatamente precedenti allo svolgimento della gara.

Molto si è detto e scritto sui disturbi che l’eliski provoca alla fauna, già debilitata dalla lunga stagione invernale, e sul fastidio che lo scialpinista prova nel dividere con altri la «sua» montagna. Ma le decine di migliaia di passeggeri che anche quest’anno hanno usufruito di un passaggio in elicottero per scendere con gli sci non sono dei nemici: sono un pubblico da educare. Le leggi non bastano da sole, anche perché talvolta sono aggirabili. L’eliturismo, su tutte le Alpi e in barba a tutti i divieti di atterraggio, permette il sorvolo di qualunque valle! Sono famosi quei voli di elicottero nella zona dell’Alpe d’Huez (in Francia), per raccogliere sciatori che erano saliti in funivia alle Grandes Rousses e che poi, scesi fuori pista sull’altro versante, avevano appuntamento con l’elicottero. La legge francese infatti proibi­va di portare in alto gli sciatori ma non di riportarli in basso! Oggi un evento pubblicizzato e documentato come il trofeo Mezzalama, il rally di scialpinismo più seguito di tutti, registra in vetta alle montagne del percorso la presenza di centinaia e centinaia di persone. Questa montagna diventa dunque un palcoscenico, uno sfondo teatrale sul quale si mostra lo spettacolo-competizione, con elicotteri che volano nel frastuono in ogni direzione. Sicurezza e ambiente non vanno assolutamente d’accordo, almeno se per sicurezza s’intende la riduzione della montagna a uno sfondo. La sicurezza in montagna è importante, ma ancora più importante è la sicurezza dentro. È la wilderness la miglior guardiana della nostra vera sicurezza. Eliski ed eliturismo sono un vizio.

Ma in montagna l’uso dell’elicottero va ben oltre l’eliski e l’eliturismo. L’elisoccorso ha modificato la pratica alpinistica e in alcuni gruppi montuosi l’ha perfino stravolta. L’avventura è una grande cosa, ma una vita umana salvata è più importante. Però ci sono gli abusi facili: i due elicotteri che intervengono per lo stesso infortunio, dove magari basterebbe un’autoambulanza. Sarebbe importante una regolamentazione. Ecco poi i voli di studio, per la conoscenza scientifica del territorio, come pure quelli per la manutenzione degli impianti radiotelevisivi e telefonici. Siamo abbastanza vigili sulle reali motivazioni di questi voli?

I rifugi alpini sono oggi costruiti, ristrutturati e soprattutto riforniti con l’elicottero, il che incentiva ogni genere di consumo. È vero che il rifugio svolge un servizio turistico, quindi sociale. Ma l’elicottero ne stravolge le funzioni. Si dice: ma la gente vuole un servizio efficiente. Ma più il servizio è efficiente, più la montagna è svenduta.

L’arrivo a Cervinia delle prime classificate femminile Forsberg, Mollaret e Fiechter

Mezzalama-arrivofemm-11193215_779402795488324_648749141446544378_n

Ci sono fotografi e documentaristi che fanno libri di montagna e film usando l’elicottero. Scorci, panorami vanno a solleticare la curiosità di chi ha visto poco delle montagne e crede di aver già visto tutto. Un panorama aereo di montagna non è immorale in se stesso. È immorale l’uso che se ne fa, il dare a un pubblico grezzo, e a poco prezzo, l’illusione di conoscere di più. Una veduta aerea è cattiva educa­zione. Perché eliminare subito il fascino del mistero di ciò che non si è visto ancora?

Ci sono pescatori che in primavera si fanno portare in elicottero sui laghetti ghiacciati. Per ore buttano le lenze in buchi da loro scavati nel ghiaccio e alla sera si fanno riprendere. Ci sono gestori di rifugi che organizzano voli di elicottero per liete serate in romantica baita alpina; ci sono feste e inaugurazioni di paese in cui le autorità scorrazzano per i ristretti cieli delle valli.

Ci sono stati alpinisti che per le loro imprese hanno usato l’elicottero come un taxi, a ciò incitati da una fetta consistente di pubblico e naturalmente da stampa e televisione. L’elicottero ha permesso riprese in diretta di queste imprese, con ciò trasformando l’alpinismo da leggenda creativa e catalizzatore dell’immaginifico ad attività banal­mente sportiva che si può vedere e vendere minuto per minuto alla moviola. La moviola è più forte. Se la televisione ti addormenta come un coglione, la moviola ti lobotomizza. C’è da dire che ci si può abituare anche alle immagini estreme, alla no limits. Ma il rischio di indigestione o di obesità diventa sempre più sensibile.

Infine, l’uso dell’elicottero più inaccettabile di tutti è quello legato ai film pubblici­tari. I voli sono autorizzati «per il bene della valle», ma chi ne trae vantaggio è solo il prodotto pubblicizzato. Le montagne fanno da sfondo sfolgorante alla tragedia di tutte le tentate vendite televisive.

Posted on Lascia un commento

La svalutazione della montagna – 01

La svalutazione della montagna 1 (1-2)
Ho sempre visto l’alpinismo, e quindi le attività relative all’alpinismo, come opera d’arte. Costruire un’impresa alpinistica può avere come risultato un piccolo oggetto di artigianato, un’opera d’arte, oppure niente o una cosa brutta ma tutti cercano di costruire come meglio possono. Dal punto di vista storico le opere d’arte sono le più importanti.

La Torre Winkler, esempio di impresa senza competizione
Rifugio Vajolet, Punta Emma, Torre Winkler e Torri principali del Vajolet. Dolomiti OccidentaliPer studiare le opere d’arte dell’alpinismo, e quindi le grandi imprese leggendarie, dobbiamo calarci nei tempi in cui sono state effettuate, soprattutto considerare i tentativi che le hanno precedute, anche perché spesso la vittoria nasconde un po’ le energie che sono state spese sia dallo stesso protagonista vincente, sia da quelli che lo hanno preceduto. Ciò che individua un’opera d’arte, e ne è la base, è una grande carica trasgressiva, una carica di energia che scavalca ciò che prima era fattibile e oltre il quale si pensava non si potesse andare. Quindi è un elemento di rottura.

Dopo possiamo analizzare che cosa è stato fatto nel passato; ipoteticamente si possono dividere le grandi imprese in due categorie: quelle che hanno avuto degli elementi di gara attorno a loro e quelle che invece non hanno avuto un ambiente circostante di competizione. Tra la seconda categoria, per fare solo qualche nome, potrei citare la salita di Georg Winkler sulla Torre Winkler, nel 1887; un Tita Piaz che sale sulla Punta Emma, nel 1900; un Hans Vinatzer che sale la Stevia, nel 1932, e praticamente «inventa» il 7° grado; in tempi più vicini posso citare un Reinhold Messner che sale il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc e «inventa» l’8° grado o quasi; in territori lontani mi piace dire di Hermann Buhl al Nanga Parbat, oppure di Pete Boardman e Joe Tasker sul Changabang che fecero nel 1976 qualche cosa che allora era incredibile; o, ancora, Reinhold Messner che nel 1978 sale l’Everest senza usare bombole d’ossigeno, cosa che nessuno allora neppure concepiva. Non solo non c’era gara, ma neanche la si pensava cosa possibile; lui era l’unico a pensare a quella sfida. E ha dimostrato di aver ragione. Ultimo esempio, i norvegesi che salgono il loro pilastro di Trango, oggi visto da molti arrampicatori come una delle più belle vie del mondo. E a questo punto passiamo all’altro elenco di esempi, quello delle salite che invece hanno avuto un’atmosfera di competizione intorno.

Il Sassolungo venne salito nel 1863 perché Paul Grohmann aveva saputo che cinque giorni prima aveva provato un altro; egli si precipitò in Val Gardena e vinse la montagna. Ancora più storica fu la lotta sul Cervino, un’epica competizione tra Edward Whymper e Jean-Antoine Carrel; oppure il Campanile Basso, o la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, dove si videro parecchie cordate tentare, e finalmente una salire, nel 1933. Le più evidenti di tutte: la Nord delle Grandes Jorasses, e la Nord dell’Eiger. Allora ci fu un articolo di Renato Chabod che raccontò la «Corsa alle Jorasses», quindi siamo in pieno tema; ma si può dire anche «Corsa all’Eiger»; oppure, 1966, la direttissima dell’Eiger che tanto impegnò le televisioni di tutto il mondo per un avvenimento durato oltre un mese, conclusasi poi con la vittoria e con la tragedia. E infine l’impresa mediatica per eccellenza, la salita di tutti gli 8000.

La via Boardman-Tasker al Changabang, altro esempio di salita senza competizione
Changabang, via Boardman-TaskerLa parete nord delle Grandes Jorasses, teatro di competizione
Grandes Jorasses parete nord: le condizioni il giorno 7 luglio 1968Le salite del primo elenco, senza distinzione, sono leggendarie e sono state storicamente molto importanti, segnando, proprio con il loro stesso esistere, le generazioni e le salite che sono venute dopo. Inoltre i protagonisti si sono meritati non solo la gloria, ma anche i riconoscimenti di bravura, coraggio, creatività, fantasia e immaginazione. Nelle altre salite invece, pur essendo altrettanto leggendarie, pur essendo altrettanto importanti, è come se la responsabilità di quanto è avvenuto, cioè di quanto è stato creato, fosse stata suddivisa tra più persone, proprio perché c’era una competizione in atto: non è attribuibile solo ad una persona o ad una cordata. Penso, ma è un punto di vista soggettivo, che proprio quando c’è competizione, l’impresa diventi più prevedibile, più «scontata».

Quasi il contrario di quello che si vuole: quella stessa tensione che la competizione dovrebbe creare, proprio per il fatto che c’è gara, viene a diminuire in sede di valutazione storica.

Perché diminuisce la tensione? Perché è evidente che al risultato comunque ci si era quasi, perché più persone ormai pensavano allo stesso obiettivo. L’esempio massimo di questo si è avuto proprio nel 1986 con la conquista di tutti e quattordici gli Ottomila da parte di un solo alpinista: secondo me una competizione quasi inesistente, ad arte creata dai media, non so perché, e senza voler responsabilizzare nulla e nessuno. Quando Messner aveva già salito non dodici ottomila, ma sedici, perché questa era la realtà, che importanza storica poteva esserci nel salire i due soli che gli mancavano?

Il Cervino, teatro della più grande competizione della storia
Cervino, parete nord e seraccata, Vallese,

È un dettaglio, voglio dire, è un dettaglio che ha arricchito evidentemente, è un dettaglio che ci voleva, un dettaglio necessario, un dettaglio assolutamente insopprimibile, ma soltanto un dettaglio. Se grandezza ci fu in quest’idea dei quattordici Ottomila non è stato alla conclusione, ma quando per la prima volta fu pensata una cosa del genere, e quindi qui bisognerebbe chiedere a Messner quanti anni prima, tre, quattro, cinque, dieci? In quel momento si è avuta la creazione, la scarica di energia, la carica trasgressiva che dicevo prima. Sostengo quindi che la competizione non è l’elemento decisivo per l’opera d’arte, ma al contrario deve esserci un dislivello proprio tra l’uomo e la montagna, montagna più alta e uomo più basso, affinché questo dislivello possa permettere proprio la famosa scarica che dicevamo prima, questo fulmine che deve scoccare, questa scintilla; allora veramente esplode la grandezza di un’impresa alpinistica o anche di altri tipi di imprese. Ritengo che questo dislivello sia dato soprattutto dalla fantasia che l’individuo ha; quindi privilegiando quello che è il rapporto personale, quello dell’individuo con la montagna, il suo rapporto di amore con la parete. Un rapporto romantico sul quale oggi gravano molte minacce.

continua

postato il 12 ottobre 2014

Posted on Lascia un commento

La distrazione di Yuan Yang