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Patrick Edlinger

Patrick Edlinger
Indimenticabile. E’ l’aggettivo più calzante per tentare di definire la figura di Patrick Edlinger, mancato nella sua casa di La Palud-sur-Verdon il 16 novembre 2012.

Era esploso nei primi anni ’80 all’attenzione degli arrampicatori e dei media, così come lo aveva fatto (ma di fronte al mondo) l’edonismo reaganiano del presidente Ronald Reagan: una prepotente tentazione. Come la nuova emittente tv Canale 5 di Silvio Berlusconi; come le sirene incantatrici della Milano da Bere e dei ristoranti dei garofani rosa.

Patrick si era imposto per quel qualcuno che è, ma bada anche all’apparenza. Essere e avere. Eroe senza macchia e senza paura, ma anche bello.

Edlinger-Bernadoccia-1986-P«Con Jerry Moffat, Maurizio “Manolo” Zanolla, Wolfgang Güllich e Patrick Berhault» disse Fabio Palma, attuale presidente dei Ragni di Lecco «Edlinger è stato uno dei cinque cardini dell’esplosione del free climbing agli inizi degli anni ’80. E più di tutti aveva contribuito alla diffusione mediatica dell’arrampicata grazie al film che lo ritraeva in Verdon, film che lo consacrò sportivo dell’anno in Francia davanti ad Alain Prost e Michel Platini».

E’ vero, Paris Match lo aveva consacrato una vera star, in Francia e all’estero: La Vie au bout des doigts e subito dopo Opéra Vertical, entrambi del 1982, sono ancora oggi film di culto che a quel tempo suscitarono un’ammirazione tale da sconfinare con l’idolatria. Migliaia di giovani furono catturati da quell’atleta biondo che faceva la spaccata oltre i 180°, che correva nei boschi prima di fare le trazioni su un mignolo, oppure che si produceva in quell’esercizio (che poi sarebbe stato chiamato slacklining) prima di salire da solo, slegato e scalzo nel terrificante vuoto del Pilier de Fourmis a Buoux o in Verdon con un sottofondo musicale da brivido, quello di Allein zu dir, Herr Jesu Christ di Johann Sebastian Bach.

Patrick Edlinger supera in libera il tetto di Totem bianco, Valle dell’Orco, 11 giugno 1982
Valle dell'Orco (parco Gran Paradiso), Patrick Edlinger sul passo del tetto della via del Totem Bianco alla Parete del Disertore, 10.6.1982
E’ ancora Palma a spiegarci quest’icona di fede: «E’ stata una delle figure di cui vantarsi, se capite cosa voglio dire. Come nel nuoto uno si può vantare di praticare lo sport di Michael Phelps o nel mezzofondo di correre come Haile Gebrselassie, così un qualsiasi scalatore, di qualunque livello, può dire, io faccio quello che faceva Edlinger, ed essere orgoglioso. E’ un qualcosa che trascende il livello tecnico personale, il proprio carattere, ed entra in quel mondo nebuloso in cui compaiono i termini idea, archetipo, modello. Sono migliaia i ragazzini che hanno cominciato a scalare dopo aver visto in televisione, tanti anni fa, Patrick. Un ragazzo biondo, dal fisico scultoreo, con gli occhi profondi e acuti, sciolto come in un ideale di movimento tridimensionale, forte come nell’immaginazione di un bambino. Se qualcuno vi dovesse prendere in giro perché avete degli idoli, sbattetegli in faccia la storia di Edlinger, e guardatelo con disprezzo».

1982, giugno. Il mitico camper bianco di Patrick stazionava in valle dell’Orco.
«Come uomo era una persona schiva, a volte poteva sembrare burbera ma nascondeva una fragilità molto dolce» lo giudicherà molti anni dopo l’amico Luca Bich. Noi stavamo a guardare.
Io e i miei amici ci crogiolavamo nella solita atmosfera simpatica e anche sinceramente alcolica del disimpegno: vedere Patrick vivere la sua giornata di sportivo ci poteva far pensare di non essere molto interessati alle odiose diete e a quelli che chiamavamo “sacrifici mortificanti a scopo competitivo”, che cominciavano invece a segnare l’esistenza quotidiana di centinaia di arrampicatori.
In quel tempo ci sembrava proprio che libertà e anarchia non avrebbero mai potuto essere scalzate dalla mentalità agonistico-sportiva.

Vedere Patrick “liberare” il tetto (6c+/7a) del Totem Bianco alla Parete del Disertore, oppure salire a incastro (ma senza brutalità) la Fissure du Panetton sul masso vicino a quello della Fessura Kosterlitz ci aveva galvanizzati: ma ci aveva anche sorpreso osservare che il protagonista di queste avventure badava pure alla scelta delle tinte, alle sfumature di stile, all’apparenza, insomma.

La “filosofia” del Biondo era dunque un miscuglio ben miscelato di edonismo, rispetto per la natura e ricerca del limite, cui il suo fisico, assai muscoloso ma in certo qual modo anche efebico, e i capelli lunghi e biondi tenuti assieme dalla bandana, davano un ulteriore e ben attraente significato estetico.

Patrick Edlinger supera in libera la Fissure du Panetton, Valle dell’Orco, 11 giugno 1982
Patrick Edlinger su Fissure du Panetton, Valle dell'Orco (1982) Parco Nazionale del Gran Paradiso

Nato a Dax (nell’aquitano dipartimento di Landes) il 15 giugno 1960 e figlio di genitori appassionati di montagna, Patrick “le Blond” Edlinger incomincia giovanissimo: «Ho cominciato ad arrampicare con mio padre che praticava l’alpinismo e ho fatto con lui delle salite come il Dome des Neiges agli Ecrins, ma non ero appassionato. Ho poi arrampicato in modo discontinuo in montagna e in falesia dai 15 ai 18 anni. L’arrampicata in  falesia mi motivò allora veramente. Le Calanques, il Baou des Quatre Ouros erano i miei terreni di gioco favoriti… La difficoltà di una via mi stimolava: dovevo vincerla… Non preparavamo le vie e le cadute erano rare. Ho fatto il mio primo volo su una artificiale dove un chiodo aveva ceduto e fu soltanto per aprire il tetto del Baou che ho ‘lavorato’ per la prima volta una via».

Alla fine degli anni ’70 compie alcune notevoli solitarie sul Pelvoux, sul Pic Coolidge e sull’Ailefroide. Ma ben presto si dedica soprattutto all’arrampicata libera, dedicandosi a tempo pieno alle pareti di quel grande mare di calcare che è la Provenza. In particolare si appassiona a un suo giardino privato, la falesia di Céüse, sulla cui fascia di perfetto calcare apre e libera itinerari ancora oggi di grande valore estetico.
Qui Edlinger impone uno stile d’apertura, molto severo e leale, che ha fatto scuola, rendendo l’arrampicata sportiva molto di più che un semplice gesto atletico.

Nel 1982, a Buoux, sale per primo un 7b a vista (Captain crochet) e poi ancora a vista il primo 7c al mondo, La polka des ringards.
Nel 1983 è tra i primi arrampicatori a raggiungere il livello dell’8a. In particolare sale uno dei primi 8a francesi, Ça glisse au pays des merveilles, a Buoux, più o meno nello stesso periodo in cui Marc Le Menestrel a Buoux e Fabrice Guillot alle Eaux Claires aprono rispettivamente Rêve de papillon e Crepinette.
Nel 1988, a Châteauvert, sale per primo l’8b di Are you Ready? e nel 1989 è la volta del free solo di Orange Mécanique, a Cimaï.

Nel 1989, a 29 anni, raggiunge il livello dell’8c, con le ripetizioni di Azincourt (primo 8c in Francia) e Maginot Line, salite per la prima volta da Ben Moon lo stesso anno.

Patrick Edlinger in Verdon
Verdon, 1983. Patrick Edlinger«Imparate a volare»! Volare era, nella sua filosofia, un aspetto irrinunciabile dell’arrampicata. «Il debuttante», scrive nel suo libro Grimper, pratique et plaisir, «deve imparare molto rapidamente a volare già al suo secondo o terzo giorno di scalate. I suoi progressi saranno nettamente più celeri ed egli eviterà certi stress suscettibili di bloccarlo». Consigli che trent’anni fa, quando sul free climbing ancora si indirizzavano sospetti e maldicenze da parte degli alpinisti legati alla tradizione, ebbero un effetto piuttosto dirompente. Proprio lui che diceva queste cose, nel 1995 ha un grave incidente su una via di 7b delle Calanques, in Francia: una caduta di diciotto metri, in seguito alla rottura di un appiglio e all’aver saltato degli spit, gli provoca un arresto cardiaco. Viene rianimato da un medico sul posto e riesce a riprendersi senza gravi conseguenze.

In seguito a questo si ritira dalla scena dei primattori, pur continuando a scalare ad altissimo livello, anche da solo.

«Ho iniziato ad arrampicare in free solo perché quando ho cominciato non c’era nessuno che arrampicava con me» disse nel 2009 intervistato al Trento FilmFestival «e quindi non potevo che arrampicare in solitaria. Le solitarie però sono anche le mie preferite, rappresentano il modo più puro di arrampicare. E’ quello il momento in cui attraverso la scalata scopri te stesso e diventi consapevole di alcune cose che altrimenti non scopriresti». Con la nascita nel 2002 di sua figlia smette la pratica delle solitarie.

Dal 1997 al 2000 è redattore capo della rivista di arrampicata Rock’n Wall.
Nel 2000 accompagna Patrick Berhault, suo grande amico, su dieci salite dolomitiche facenti parte del progetto “grande traversata delle Alpi” di Berhault, che portò quest’ultimo a scalare in 167 giorni 22 delle vie più famose vie dell’arco alpino.

La figura di Patrick, consegnata alla storia, si nutre di alcuni bellissimi libri, tradotti anche in italiano: Rock games – Escalades aux Usa, Verdon – Opéra vertical e Grimper, pratique et plaisir. Ma sono i video e i film a consegnarla alla leggenda: oltre ai già citati, è protagonista di Verdon forever, Arrow head e infine anche di La cordée de rêve (quest’ultimo con Patrick Berhault). La sua notorietà e fotogenia gli permisero di recitare anche in due lungometraggi, Les loups entre eux (1985) di José Giovanni e La belle histoire (1992) di Claude Lelouch.

Edlinger-8247358541_8ab7c1cc40Un altro aspetto della personalità complessa, mediaticamente carismatica, di Patrick è stato il suo rapporto con le competizioni.
Dal lontano ambiente dell’unione sovietica le gare erano arrivate a noi solo nel 1985. Oggetto di irrisione all’inizio, presto sembrarono costituire la regola del gioco per la maggior parte degli arrampicatori.
Destò quindi particolare impressione che nel 1985 diciannove arrampicatori «di punta» francesi scrivessero una lettera aperta, il famoso Manifesto dei 19, prendendo posizione contro le gare di arrampicata.

Eccone i brani più significativi:
«Certi sport, come ad esempio il calcio o il tennis, traggono la loro ragione d’essere dalle competizioni. Ma l’essenza dell’arrampicata è un’altra. La sua finalità ultima è e deve restare la ricerca di una difficoltà tecnica e di un impegno (solitarie, chiodature lunghe) sempre crescente. E già qui compare una contraddizione con le gare. Siamo realisti. Ci si può immaginare una competizione basata sulla difficoltà pura, ma le necessità dei media sono altre. Per essere spettacolare e fruibile al grande pubblico, la gara deve fornire un parametro di misura facilmente comprensibile a tutti; è del resto il problema di altri sport visivamente troppo complessi, come la scherma ed il judo.
Il parametro più comprensibile è la velocità, il verdetto del cronometro. L’arrampicata come lo sci: un circuito professionistico con una monopolizzazione delle falesie…
Forse questa visione delle cose è un po’ troppo individualista. Ma è quella di un’arrampicata vista come rifugio, di fronte a certi archetipi della nostra società, come opposizione a tutti questi sport giudicati, arbitrati, cronometrati, ufficializzati ed istituzionalizzati. Arrampicare a tempo pieno, o quasi, implica dei sacrifici ed anche una certa marginalità. Ma può essere un’avventura, una scoperta, un gioco in cui ciascuno può fissare le sue regole. Noi non vogliamo allenatori o selezionatori, perché arrampicare è innanzi tutto una ricerca personale. Se nessuno reagisce, la competizione concepita e realizzata da una minoranza può rapidamente e troppo facilmente diventare il riferimento assoluto. Domani, ci saranno gare e concorrenti con il pettorale numerato, di fronte alle telecamere della TV, forse. Ma ci saranno anche degli arrampicatori che continueranno a praticare il vero gioco dell’arrampicata. Degli arrampicatori che saranno i guardiani di un certo spirito e di una certa etica».
Seguono le firme di: Patrick Berhault, Patrick Bestagno, Eddy Boucher, Jean-Pierre Bouvier, David Chambre, Catherine Destivelle, Jean-Claude Droyer, Christine Gambert, Denis Garnier, Alain Ghersen, Fabrice Guillot, Christian Guyomar, Laurent Jacob, Antoine e Marc Le Menestrel, Dominique Marchal, Jo Montchaussé, Françoise Quintin, Jean-Baptiste Tribout.

Di questi diciannove, forse il solo Patrick Berhault rimarrà fedele allo spirito della lettera e non parteciperà a gare…

Come si vede, Patrick Edlinger non aveva aderito, preferendo guardare dalla finestra la primissima competizione, lo Sportroccia del luglio 1985, a Bardonecchia. Nel 1986 invece prende parte alla seconda edizione di Sportroccia e ne risulta il vincitore. In seguito sono molte le gare cui partecipa, finendo sempre sul podio, anche in quelle del circuito di Coppa del Mondo nato nel 1989.

Ciò di cui davvero Patrick Edlinger è stato l’artefice, al di là delle mode e delle infatuazioni, è lo stesso dolce taglio chirurgico che già l’americano John Bachar aveva praticato con minore appariscenza: la separazione dell’arrampicata dall’alpinismo. La scalata di Bachar ed Edlinger trattiene gradimento estetico e fisico, liberandosi da un certo tipo di leggenda che suonava vecchia per crearne un’altra, cui si stenta a sottrarsi perché carica di nuove suggestioni.

In seguito, soprattutto con il suo exploit del 2000 con Berhault, Edlinger cercò di dimostrare che arrampicata sportiva e alpinismo sono perfettamente complementari e danno a ciascuno le soddisfazioni che cerca. Anche Manolo dice più o meno la stessa cosa quando sostiene che non sa dove inizi e finisca l’alpinismo.

Patrick Edlinger (seminascosto) con Ron Kauk, Jerry Moffat, Lynn Hill e Stefan Glowacz
Edlinger_Moffat_Kauk_Lynn_Glowacz

Sin da giovane Patrick ha saputo vivere i suoi sogni in piena autonomia di giudizio e questo è stato un altro suo grande merito. Non imitare gli altri, sii fedele a te stesso. Mio padre mi avvia all’alpinismo e alle sue avventure codificate? Io non ci sto. I migliori arrampicatori francesi firmano contro le gare? Io no. Quasi tutti hanno paura a scalare slegati sul 7a e sul 7b? Io no. Io seguo i miei sogni.

«L’arrampicata per me è un modo di vivere, non solo uno sport. E’ un pretesto per girare il mondo, per trovare nuovi posti e nuova gente. La cosa più importante è restare libero per tutta la vita, questo è il mio vero programma per il futuro».
Sapeva di essere diventato una leggenda, perciò doveva continuare a sognare.

E’ risaputo che negli ultimi anni Patrick aveva problemi di alcolismo. Per lui era «la battaglia più dura che abbia mai condotto, come una solitaria impossibile, ma ne uscirò» aveva confidato.
Pare che le cause della morte di Patrick siano da imputare a un incidente domestico. Secondo quanto riportato dalla Gazzetta dello Sport il 18 novembre 2012, il climber francese sarebbe, infatti, caduto da una scala ripida di casa sua battendo la testa e provocandosi una forte emorragia.

Tutti prima o poi perdiamo la battaglia della nostra vita, è successo anche a Napoleone. E, quando LA battaglia è persa, non solo non riusciamo più a vivere i nostri sogni: non li abbiamo proprio.

postato il 24 agosto 2014

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L’esperienza di Arco e del Garda Trentino

Un’amministrazione che ha creduto nell’arrampicata: l’esperienza di Arco e del Garda Trentino
di Renato Veronesi (Assessore allo Sport, Turismo, Scuola, Formazione e Comunicazione del comune di Arco-Tn)
Il presente post è tratto dalla relazione che Renato Veronesi fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Ovviamente non tutto è mutuabile dalla nostra esperienza perché ogni realtà ha il suo contesto, però siamo anche consapevoli che dare delle informazioni e cercare di fare rete, mettere insieme dati ed esperienze può servire per i territori e siamo ben felici se da quello che diciamo può venire qualcosa che potrà servire a una realtà molto bella come la vostra a Lecco. Ci sono tratti di paesaggio qui da voi che assomigliano molto alla nostra terra.

Il Garda Trentino è quella parte di territorio che si trova a nord del Lago di Garda e che appartiene alla Provincia Autonoma di Trento. Si tratta principalmente di tre comuni: Arco, Nago-Torbole, Riva del Garda che messi insieme tutti gli abitanti non si arriva nemmeno al numero della città di Lecco che mi pare sia di 50.000 unità. Là il numero è intorno ai 40.000 (NdR: vi sono anche altri due comuni, quello di Calavino e quello di Dro con le sue frazioni di Ceniga e Pietramurata, nel territorio dei quali figurano le più belle pareti della Valle del Sarca).

Windsurf a Riva del Garda. Foto: Leo Himsl/K3

surfen, gardasee, bardolino, italien, august 2006 , Lago di Garda, Torbole, windsurfCercherò ora di darvi dei dati sulla situazione turistica, sulla capacità di accoglienza che il nostro territorio, ”il Garda Trentino”, può esprimere.

Le strutture alberghiere sono 161 per un totale posti letto di 11.346.
Provate a fare il paragone con la vostra realtà che io non conosco. Il numero delle strutture alberghiere ad Arco (che ha 17.400 abitanti) è di soli venti alberghi con 1.291 posti letto alberghieri. Le strutture extra alberghiere dell’Alto Garda, escludendo le seconde case, sono 780 con 13.365 posti letto.
Il numero delle strutture extra alberghiere solamente ad Arco è di 198 per un totale di 5.250 posti letto e questo è un numero che deve far riflettere.
Quello che si è fatto ad Arco è diverso da quello che si è fatto a Riva del Garda, eppure sono territori che stanno a quattro chilometri di distanza. Riva del Garda ha una sua vocazione turistica ed una sua storia, mentre Arco ha fatto scelte un po’ diverse nel passato. Il numero delle presenze turistiche nell’intero Garda Trentino nel 2012 è stato superiore ai tre milioni e di questi tre milioni più di settecentomila sono le presenze turistiche ad Arco.

Cosa è accaduto nella mia città? Semplicemente questo: alla fine del milleottocento quel territorio era Impero Austro-Ungarico (siamo prima della Prima Guerra Mondiale) ed il paese era prevalentemente agricolo. C’era il lago, ma non era una realtà così fiorente dal punto di vista turistico. Erano comunque territori piacevoli, che costituivano la parte meridionale dell’Impero Austro-Ungarico. Con il lago vicino, svolgeva il ruolo di un “primo mare”, la prima acqua balneabile che si poteva utilizzare per passeggiare, prendere il sole e riposare. Arco, in quegli anni, era quindi meta per il soggiorno invernale di una parte della corte di Vienna, tanto che quella città che era prevalentemente agricola si trovò improvvisamente ad essere oggetto di frequentazione da parte della nobiltà viennese. È di quegli anni lo sviluppo di una parte della città con la realizzazione di parchi: il parco arciducale ed i giardini centrali. I cittadini hanno investito molto nella piantumazione: si facevano portare piante da tutto il mondo perché la fortuna di quei luoghi era legata a due aspetti di carattere ambientale: 1) la presenza dell’acqua; 2) il clima mite.

Queste due particolarità sono delle costanti. Oggi si parla di “outdoor” e l’outdoor è comunque utilizzo dell’acqua, dell’aria, dei percorsi, delle falesie, delle montagne. Ma la fortuna di quei luoghi di vacanze di quel periodo era il cosiddetto “soggiorno invernale” legato al fatto che il clima permetteva attività all’aria aperta per moltissimi mesi all’anno. Anche oggi lo sport, la vacanza attiva nell’Alto Garda, si sviluppa durante l’intero arco dell’anno salvo un breve periodo di un mese, un mese e mezzo. Sulle nostre falesie si vede gente arrampicare per la maggior parte dell’anno e questo grazie alla mitezza del clima che è servita a quel territorio per il suo sviluppo.

Arrampicata sportiva ad Arco. Foto: Leo Himsl/K3

climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneDopo le guerre, ovviamente, Arco perde quel bacino d’utenza rappresentato dalla nobiltà austriaca di fine Ottocento e diventa a tutti gli effetti parte dello Stato Italiano ed è evidente che anche da un punto di vista economico la città e anche l’intero territorio ne hanno risentito.
Comunque, sempre grazie al clima, nel periodo dopo la Seconda Guerra Mondiale Arco conosce uno sviluppo per quanto riguarda la cura della tubercolosi.

Molte delle ville austriache di notai, architetti, avvocati vengono trasformate in ospedali e poi in veri e propri sanatori. Ad Arco, fino agli anni settanta, si contavano più di ventuno sanatori. La cura della TBC allora si svolgeva soprattutto con le cosiddette esposizioni elioterapiche. I sanatori diedero lavoro in quegli anni, ma quando negli anni settanta chiusero i battenti lasciarono un’eredità pesante.

Arco era diventata una città che sapeva ospitare, ma sapeva ospitare soprattutto malati. Si veniva da un turismo sanitario che indubbiamente aveva dato da vivere a intere generazioni per il notevole indotto generato dagli ospedali, ma il nome che “girava” era un nome condizionato… Allora gli amministratori, chiusa la parentesi dell’ospitalità sanitaria, hanno dovuto inventarsi qualcosa.

Nel frattempo è nata anche l’industria (della carta e della meccanica di precisione) però la prospettiva su un territorio così, che è di una bellezza unica, non poteva essere quella di un’industria che interveniva in modo pesante sul territorio stesso.

Per cui, al di là delle fabbriche che sono nate, e che per fortuna ci sono ancora, gli amministratori hanno pensato di far crescere la città ed il territorio intorno al tema dell’ospitalità turistica. Arco diventa zona di cure e di soggiorno, all’inizio un po’ timidamente e poi, verso gli anni Ottanta, mentre Torbole e Riva del Garda vedono esplodere il fenomeno windsurf, Arco deve ripensare la propria offerta turistica senza poter fare conto sulla risorsa lago, ma guardando all’entroterra.

Negli stessi anni i climber cominciano a prendere d’assalto le poche pareti attrezzate. Questi climber giravano in ciabatte, fascetta nei capelli, moschettoni e corda a tracolla, venivano soprattutto dal nord Europa su furgoni Westfalia e mangiavano su fornellini da campeggio. Era difficile immaginare che sarebbero stati lo sviluppo del turismo. Ma allora alcuni amministratori comunali illuminati, invece che domandarsi: “Ma insomma, cosa vengono a fare questi qui!” e assecondare il pensiero della gente su questa specie di invasione, hanno pensato che quella poteva anche diventare un’opportunità. Si sono resi conto che per riportare il territorio ai fasti di fine Ottocento-inizi Novecento, doveva essere accolto anche questo tipo di turismo legato all’arrampicata.

Questo fenomeno, da sfida degli anni Ottanta è diventato “asse portante del turismo” con la presenza di tutta una serie di eventi e di manifestazioni, dal primo Sport-Roccia fino ad arrivare al “Rock Master Festival” e ai mondiali tenuti nel 2011.

Arrampicata sportiva ad Arco. Foto: Leo Himsl/K3

climbing,gardasee,italien , arrampicata ad Arco , donneCon questi passaggi oggi il tema dello sport outdoor, della vacanza attiva, dell’arrampicata è diventato un vero e proprio fatto culturale, ma non solo: anche un fatto importante dal punto di vista economico.
Il “Rock Master” come manifestazione è affiancato anche dal “Bike Festival” perché una cosa non esclude l’altra per le potenzialità del territorio.
È con i grandi eventi sportivi che il nome del territorio continua a girare.

Cito solo brevemente i dati di natura economica. Abbiamo detto che nel 2012 abbiamo avuto più di tre milioni di presenze (+ 3.7% sul 2011), dato confermato anche per il 2013, pur a fronte di una primavera di maltempo. Per restare solo ad Arco, abbiamo circa 700.000 presenze (2012) di cui il 60% è legato alla cosiddetta “vacanza della motivazione”: vado in quel luogo non solo perché è bello e me ne hanno parlato, ma soprattutto perché lì si può fare una determinata cosa.
Chi desidera fare vacanza attiva (la vela, la canoa, l’arrampicata, equitazione, trekking, escursioni…) sceglie il nostro territorio.

Se il 60% di chi viene ad Arco è un turista sportivo, immaginando una capacità di spesa che va dagli 80 ai 100 euro al giorno, ci siamo resi conto che la ricaduta sul territorio è nell’ordine dei trenta, trentacinque milioni di euro. Non sono piccole cifre per una realtà di 17.000 abitanti.

Se proiettiamo questo su tutta la realtà del Garda Trentino con tre milioni di presenze e il 50% fa vacanza attiva, fanno 120 milioni di euro. Questo è quanto generato dal turismo legato alla vacanza attiva, ma non tutti quelli che vengono da noi arrampicano o vanno in bicicletta. C’è anche un turismo tranquillo: famiglie, passeggiate, centri storici… Quanto si sia andati lontano dai primi ragazzi in ciabatte e fascetta lo dice anche il dato che ad Arco con 17.000 abitanti ci sono 17 negozi specializzati nella vendita di articoli sportivi legati all’arrampicata.

La più grande concentrazione credo al mondo, perché sono più i negozi dove trovare le scarpette e i moschettoni che nemmeno i supermercati. Il numero dei supermercati ad Arco è inferiore ai negozi specializzati. Questo ha generato un’altra cosa interessante, cioè il turismo commerciale: Non vado lì con la mia attrezzatura per arrampicare, ma vado lì per comprare l’attrezzatura.

Castel Toblino e pescatori, Lago di Toblino

Castel Toblino, Lago di Toblino, Valle del SarcaQuesta è la situazione nel suo complesso.
Perché è stato possibile questo al di là del clima, delle bellezze naturali, delle palestre di arrampicata che ci sono ad Arco come in altre zone? C’è stato un gruppo di amministratori che in queste cose ha creduto. Il Pubblico ha indubbiamente investito: la Provincia autonoma sensibilizzata dagli amministratori locali ha creduto e investito (ad Arco abbiamo anche creato il Climbing Stadium che qualcuno di voi avrà visto, costato 1,5 milioni di euro). Abbiamo ritenuto che quello fosse il cammino e molte energie le abbiamo concentrate lì.

Anch’io faccio con fatica il bilancio del mio Comune, ma non posso impoverire il settore strategico su cui abbiamo puntato, per cui eventualmente le risorse si tolgono da altre parti. Non si può tagliare su ciò che riguarda lo sport e il turismo che sono il futuro del nostro territorio. È impossibile anche pensare di inserire nei piani urbanistici nuove aree industriali anche se quello che abbiamo ce lo teniamo e speriamo che possa andare avanti.

La prospettiva è quella di avere un ulteriore sviluppo nella direzione del turismo legato all’outdoor. Negli ultimi anni si sono moltiplicati molti agriturismi, B&B, case vacanze e tutto il corollario per accogliere questi turisti, ma l’abbiamo fatto all’interno di un progetto.
Gli sport d’acqua, d’aria e di terra possono essere svolti in tutti i paesi della nostra zona, però le amministrazioni si sono guardate negli occhi e si sono dette: ” È inutile che ci scimmiottiamo vicendevolmente”.

È giusto che se un territorio ha una vocazione “più sua” possa svilupparla, ma la cosa importante è che gli Amministratori e i Sindaci si sono messi intorno a un tavolo, hanno chiamato intorno a quel tavolo “Ingarda”, la nostra agenzia di sviluppo turistico, e lo hanno esteso ai rappresentanti della Provincia, delle Guide Alpine, della SAT, cioè a tutti i soggetti interessati al tema dell’outdoor per realizzare un progetto che raccogliesse tutte le aspettative di questo territorio.

Quindi non c’è un comune che fa una cosa e un altro comune che ne fa un’altra. Per scelta di tutti, a capo dell’intervento c’è l’Azienda di Promozione Turistica che stende manualmente il progetto, poi ci sono le amministrazioni comunali che richiedono azioni sul proprio territorio, quindi si decide tutti quanti insieme perché la prospettiva è questa. Il settore pubblico fa da pungolo e da stimolo, poi vengono i privati e allora tutto si muove in maniera omogenea. Gli obiettivi vengono raggiunti perché ci si crede.

Dal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e sui ColodriDal Castello di Arco sulla Valle del Sarca e i Colodri

postato il 24 maggio 2014