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Comunicare una “nuova” cultura della montagna

Comunicare una “nuova” cultura della montagna
tra carta stampata, comunità digitali e social media
con il significativo contributo di Mountcity.it

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Tra carta stampata, comunità digitali e social media
Stiamo assistendo da qualche tempo a una lotta, silenziosa quanto dura, tra chi vuole informare sulle questioni di montagna. Sinteticamente, ci sono due fazioni: coloro che privilegiano l’attualità della notizia in tempo reale e coloro che invece preferiscono un’informazione più meditata, magari più approfondita. Le due fazioni hanno anche punte più radicali, secondo le quali la comunicazione deve essere “libera” oppure espressa con la somministrazione smorzata e più consona alle tradizionali vie ufficiali. Le due parti “radicali” spesso si dipingono, reciprocamente, come il fuoco che tutto divora e distrugge e come l’acqua che tutto spegne e annega.

In questo sentiero di guerra si è organizzato al Palamonti di Bergamo, il 14 maggio 2016, un convegno a carattere nazionale dal titolo Comunicare una “nuova” cultura della montagna, tra carta stampata, comunità digitali e social media.

Ci fa piacere osservare quel “nuova” tra virgolette: probabilmente sta davvero a significare che se ne avverte l’esigenza a tutti i livelli. Però, mancano nel titolo sia una descrizione concisa di cosa gli organizzatori ritengano “vecchio”, sia un accenno a cosa si ritenga “nuovo”.

L’accenno mancante nel titolo era stato fatto qualche settimana fa da Paolo Valoti (vedi http://www.alessandrogogna.com/2016/04/01/torti-vs-valoti/), attuale candidato alla Presidenza generale del CAI (in competizione con Vincenzo Torti):
Oggi purtroppo etica e informazione non sempre camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop…
È un problema che non riguarda più solo l’informazione giornalistica in senso stretto, ma interessa e coinvolge in modo pervasivo l’intera società e tutti i suoi attori principali, compreso il Club Alpino Italiano in tutta la sua ricca e complessa articolazione nazionale, regionale e territoriale.
Oggi sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore”.

Tutto ciò sembra ampiamente condivisibile. Ma attenzione: è giusto rispettare la privacy istituzionale quando si tratta di un ente pubblico? E’ giusto tacere? E se parliamo della privacy personale: è giusto tacere, quando l’argomento di cui stiamo scrivendo è stato ampiamente già reso pubblico (per legge) dall’Albo pretorio? E’ giusto che certe questioni possano essere tranquillamente accantonate (insabbiate?) confidando che dopo un certo numero preciso di giorni gli atti resi noti nell’Albo pretorio possono essere rimossi? Possibile che ogni volta che si dà notizia di qualcosa che non appare nelle memorie istituzionali si sgridi la presunta “ricerca dello scoop”?

Valoti continua: “Niente da eccepire riguardo alla legittimità degli strumenti e ai modi di ciascuno per comunicare e condividere propri pensieri e immagini con il mondo intero, sono però perplesso circa un uso intensivo o eccessivo dei social media che rischiano di trasformare la comunicazione in una sorta di piazza degli insulti o dettata dal click impulsivo sopra una tastiera”.

Quest’affermazione sembrerebbe una condanna senza molto appello ai nuovi canali d’informazione, quelli che tanta più presa hanno sulla gente quanto diventa ogni giorno più difficile vendere carta stampata. Ma l’affermazione è per fortuna disdetta dallo stesso autore quando subito dopo dice: “Vorrei dire che oggi possiamo e dobbiamo strutturarci e aggiornare i canali informativi e comunicativi, cogliendo quello che la multimedialità e tecnologia ci offre: a fianco della classica carta stampata e i siti internet, dovremo migliorare e potenziare sempre di più strumenti come facebook, twitter e instagram, affinché siano sempre più fonte di notizie utili, di buona divulgazione e di formazione, e anche di sana critica costruttiva.


Il web per una “nuova” cultura della montagna

Tra queste affermazioni, al lettore rimane qualche dubbio: è il CAI favorevole o no al potenziamento dei social? E se sì, è il CAI favorevole anche all’iniziativa privata in questo campo o desidera invece gestire in proprio tutta l’informazione di montagna?

Si sa che, parlando di controllo, questo è indubbiamente più facile con giornali e riviste. I blog e le conversazioni su facebook sfuggono più facilmente ai rituali del controllo, anzi a volte ne sono del tutto esenti.

Ha fatto molta strada negli ultimi tempi la montagna sul web: diversi siti sono eroicamente nati, altri mostrano segni di abbandono o sono addirittura scomparsi. Mentre avanza la banda larga, la montagna è oggi frequentata sul web anche attraverso la fitta rete dei social network. I blog in questione sono in larghissima parte autofinanziati, e perciò indipendenti, immuni da censure esterne. Rappresentano nella loro complessità elementi trainanti ormai ineludibili per la cultura e l’economia delle nostre montagne.

Sarebbe stato dunque giusto che si fossero riuniti attorno a un tavolo (per la prima volta?) rappresentanti dei principali blog di montagna, ma anche dei portali d’informazione ad essa relativi, per scambiarsi opinioni ed esperienze con i rappresentanti della carta stampata e per individuare all’occorrenza obiettivi comuni da raggiungere. Per questo motivo si è guardato con interesse ma anche con perplessità all’iniziativa del Palamonti di Bergamo che annunciava un convegno a carattere nazionale con quel titolo: Comunicare una “nuova” cultura della montagna, tra carta stampata, comunità digitali e social media. Un impegno notevole da parte del CAI se per “nuova cultura” si intende quell’ansia di rinnovamento che Elio Vittorini nel 1945 auspicava nelle pagine del Politecnico. In realtà il compito del CAI dovrebbe andare ben oltre, dovendosi occupare – compito ingrato – di “alfabetizzare” gli italiani perlopiù ignari dell’esistenza delle montagne sul loro territorio decisamente montano.

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Il convegno al Palamonti
E veniamo dunque al convegno nazionale appena terminato. Ha realmente informato e discusso sul tema in agenda, quel “tra carta stampata, comunità digitali e social media” che figura nel sottotitolo?

Qualche perplessità su come è stato impostato il dibattito al Palamonti ci sia concessa. Anche l’osservatore meno attento ha notato che dei 18 relatori, tutti stimati professionisti o comunque noti addetti ai lavori, solo uno (Michele Di Cesare) era etichettato come “coordinatore editoriale di un sito web (www.allrunning.it)”. In più, se si digita in questi giorni l’indirizzo di questo sito appare la scritta “under construction”.

Ma allora che dialogo poteva esserci tra i diciassette esperti della carta stampata e l’uno? Quale completezza d’informazione può essersi ottenuta?

Secondo la maggior parte di coloro che sono intervenuti, un primo obiettivo il convegno lo ha ottenuto. L’aver messo dietro a un tavolo tutti quegli operatori che in questo momento gestiscono la comunicazione ufficiale del CAI (e soprattutto delle sue Sezioni) è stato certamente positivo, tanto da augurarsi che l’esperienza venga ripetuta ogni anno. Che i responsabili dei vari bollettini sezionali abbiano potuto esprimere la loro passione e naturalmente anche le loro difficoltà, altrettanto. Come pure il fatto che siano stati espressi i più differenti punti di vista sul digitale e sul social. Ma, sempre secondo gli stessi relatori, l’assenza di una regia, la sovrabbondanza di interventi, l’impossibilità (per via di tempi sforati) di qualunque dialogo e l’assenza dei grandi protagonisti del digitale ne ha fatto anche un’occasione mancata.

Nella prima sezione del convegno, dove si è parlato degli strumenti che abbiamo a disposizione per la comunicazione, molto apprezzato è stato l’intervento di Paolo Pardini, direttore del TGR Lombardia, che lamentando bonariamente che dal titolo fosse stata esclusa la televisione, ha comunque insistito perché la montagna venga il più possibile “raccontata”, se non si vuole che i media s’interessino a lei solo in caso di tragedie. Più dotto e mirante alla cultura in generale è stato il presidente regionale dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta. La relazione di Michele Di Cesare è stata invece incentrata sulla potenza che ha oggi il mezzo digitale, fornendo con chiarezza numeri e potenzialità impressionanti. Purtroppo era assente Laura Guardini del Corriere della Sera.

Nella seconda sezione, mirata a ciò che la comunicazione del CAI sta facendo e a ciò che potrebbe fare, è emersa la netta opinione che solo con la carta stampata si può ottenere il livello culturale che il CAI può e deve fornire. Quindi solo dopo il filtro degli approfondimenti e rinunciando all’attualità in tempo reale. Non si può correre il rischio della deriva della rapidità, inaccettabile per le inevitabili distorsioni della verità. Di questa opinione si sono dichiarati quasi tutti i relatori, Iglis Baldi de Il Cusna (CAI Reggio Emilia), Mirco Gasparetto di Le Alpi VeneteFulvio Marko Mosetti di Alpinismo goriziano. Più radicale l’intervento di Maria Carla Failo, del Bollettino della SAT (Trento), che ha rifiutato ogni possibile compromesso con il mondo del digitale. Secondo Giuliana Tonut invece (Alpinismo triestino, XXX Ottobre Trieste) i media tradizionali e i nuovi – social e web in generale – possono e debbono integrarsi nella comunicazione tout court e anche in quella del CAI. Più in particolare, Nanni Villani di Alpidoc, illustrando l’attività doppia che la sua rivista sta conducendo, ha sostenuto la necessità che i mezzi di comunicazione digitale debbano essere affidati a giovani, che per definizione posseggono la struttura mentale dei tempi odierni. Questo affidamento dev’essere fatto promuovendolo e sostenendolo, quindi credendoci fino in fondo e avendo e dando fiducia che solo così si possa riconquistare l’interesse perduto delle generazioni più lontane dagli anni “anta”. Anche Marco Decaroli, della Rivista della Sezione Ligure, si è dichiarato favorevole all’interazione con i social e con il digitale, a patto che non si ceda al cosiddetto “potere dell’algoritmo” in base al quale le scelte editoriali non sono più conseguenti al libero arbitrio della redazione ma seguono il pericolosissimo sentiero della ricerca del maggior numero di clic.

Una particolare lode va ai due rappresentanti del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, Alessio Fabbricatore e Walter Milan. Quest’ultimo ha in particolare presentato l’apertura del CNSAS a una comunicazione “social” e con un rapporto diretto con il cittadino. Hanno rifatto il sito internet e aperto una pagina pubblica su facebook, Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, e stanno lavorando perché i contenuti della loro rivista cartacea siano disponibili sul web e possano essere letti e condivisi online. Insomma, vogliono portare sotto gli occhi della gente quello che il soccorso fa sulle montagne e nelle viscere della terra.


Panorama web
Il panorama del web nel settore montagna è ben ricco e variegato. Lo dimostra la selezione che qui pubblichiamo (limitata alla lingua italiana e a quei siti che vadano oltre l’informazione aziendale), effettuata sulla base di una ricerca di www.mountcity.it: nell’insieme una serie di voci importanti e qualificate con le quali chi voleva ipotizzare una “nuova” cultura della montagna non poteva che cercare di dialogare. A questi vanno aggiunti i siti del CAI (http://www.cai.it, http://www.caimateriali.org/homepage.html, http://www.cnsasa.it/home/home.asp, http://www.cnsas.it/) e delle sue Sezioni, come pure quelli dedicati al meteo in montagna, alle webcam e all’attrezzatura per alpinismo.

ALPINIA NET
http://www.alpinia.net/
Il portale viene considerato il punto di riferimento web dell’editoria di montagna in Italia, con più di 1.850 libri di montagna recensiti e oltre 350 editori di montagna che collaborano. Ogni mese viene nominato “Il libro imperdibile del mese” e, tra questi, ogni anno “Il libro imperdibile dell’anno”. Viene rilasciata una Newsletter mensile con circa 14.000 iscritti.

ALTITUDINI
http://altitudini.it
Nel vasto spazio virtuale dedicato alle terre alte, questo sito si è affacciato nel 2013 come “un luogo d’incontro, scambio di opinioni e punti di vista, crocevia di persone che in quota vivono quotidianamente o passano parte del loro tempo”. Nato come blog della rivista Le Dolomiti Bellunesi (primo passo editoriale verso internet e ponte fra la montagna “di carta” e la montagna “social”), si è trasformato sotto la guida di Teddy Soppelsa in un blog-magazine dedicato alle attività outdoor, alla vita e alla cultura in montagna, “dove le Dolomiti sono le coordinate centrali di un arco alpino che si estende oltre i confini geografici, per potersi confrontare anche con le vette di altri continenti”. In questi anni di attività “Altitudini” ha anche organizzato tre concorsi nazionali di scrittura su web denominati “Blogger Contest” con la partecipazione di decine di concorrenti molto qualificati.

ARCOWALL
http://www.arcowall.com/
Le falesie di Arco e della Valle del Sarca.

ARRAMPICATA-ARCO
http://www.arrampicata-arco.com/
Sito di eccezionale interesse sull’arrampicata in Valle del Sarca e non solo. Attualmente chiuso per via di alcuni problemi, non si dispera di farlo riaprire al più presto.

BANFFITALIA
http://www.banff.it
Sito dell’edizione italiana del Banff Film Festival World Tour, con molte sezioni dedicate all’informazione.

CAMOSCI BIANCHI
https://camoscibianchi.wordpress.com/about/
E’ un blog di discussione sulla montagna, escursionismo, cultura e tradizioni alpine. Con la speranza (e l’augurio!) che possa divenire un luogo d’incontro virtuale in cui scambiarsi idee, consigli e affrontare argomenti utilizzando le tecnologie moderne a sostegno della cultura e della tradizione. L’utilizzo del materiale è libero con le…dovute maniere.

DISLIVELLI
http://www.dislivelli.eu/blog/
E’ il sito ufficiale dell’Associazione Dislivelli nata nella primavera 2009 a Torino, dall’incontro di ricercatori universitari e giornalisti specializzati nel campo delle Alpi e della montagna, allo scopo di favorire l’incontro e la collaborazione di competenze multidisciplinari diverse nell’attività di studio, documentazione e ricerca, ma anche di formazione e informazione sulle terre alte. Al sito è collegato “Torino e le Alpi” (http://www.torinoelealpi.it/) un programma della Compagnia di San Paolo declinato in maniera interdisciplinare e applicato alle montagne piemontesi, valdostane e liguri con l’identificazione di interventi e obiettivi concreti. Un bando ad hoc mira a raccogliere ricerche e studi di fattibilità su modelli operativi innovativi, buone pratiche di gestione e pianificazione territoriale.

DISCOVERY ALPS
http://www.discoveryalps.it
E’ definito “il portale delle Alpi” e vanta una lunga presenza sul web che risale al 2011. Aggiornato quotidianamente con un’esauriente newsletter, è stato fondato ed è esemplarmente coordinato e implementato da Luca Lorenzini, classe 1973, direttore responsabile, insieme con diversi validi collaboratori tra i quali l’ex campionessa Beba Schranz e Oriana Pecchio, medico di montagna, alpinista e valorosa giornalista. Il sito può considerarsi specchio delle passioni di Lorenzini, che vive in Valtellina: tratta fotografia, neve, montagne, ciaspole, trekking, cultura delle Alpi, …e sapori! E’ stato recentemente rinnovato con una grafica aggressiva e originale.

FALESIA
https://www.falesia.it/
Arrampicata sportiva in tutta Italia.

FONDAZIONE MONTAGNA SICURA
http://www.fondazionemontagnasicura.org/
La Fondazione ha come missione il consolidamento e lo sviluppo di una cultura della sicurezza in montagna, congrua con le specificità del territorio della montagna in generale e dell’arco alpino in particolare e attenta alle esigenze delle popolazioni, dei turisti che frequentano questi territori, degli specialisti, delle amministrazioni locali e di enti e organismi diversi.

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GOGNA BLOG
http://www.gognablog.com/
Nato nel dicembre 2013, è gestito dall’alpinista e scrittore Alessandro Gogna, garante di Mountain Wilderness di cui è tra i fondatori, il sito offre quotidianamente importanti ed esclusivi contributi sull’alpinismo e l’ambiente. Di quando in quando fa capolino il Gogna giovane delle prime esperienze attraverso una rilettura dei suoi diari, altre volte Alessandro ci offre godibilissimi sprazzi della sua vita avventurosa.

GULLIVER
http://www.gulliver.it/home/
Sito che propone un aggiornatissimo database sulle salite di escursionismo, alpinismo e arrampicata dell’area nord-occidentale dell’Italia, con interessanti commenti da parte dei ripetitori.

INTRAIGIARUN
http://www.intraigiarun.it/
La redazione ha il compito di occuparsi della scelta dei “racconti di alpinismo e non solo da pubblicare”, della ricerca delle notizie, delle “spigolature”, delle “curiosità” e della preparazione dei profili autore. La redazione cura anche l’aspetto estetico del sito, ovvero l’impaginazione dei racconti, la scelta dei colori, dei font e delle immagini. Il materiale preparato, di norma una volta alla settimana, viene fornito ai webmaster per la pubblicazione sul sito. Il lavoro principale e continuativo di redazione viene svolto da Gabriele Villa. Se desiderate contattare la redazione per inviare un racconto, un commento o qualsiasi altro suggerimento riguardo al sito potete inviare una e-mail all’indirizzo: [email protected]

MILANO IN VETTA
http://www.milanoinvetta.it
In questo portale “di chi ama la montagna” l’elemento forse più utile e stimolante è l’esauriente calendario degli eventi in Lombardia. Corsi di alpinismo ed escursionismo, mostre, incontri, rassegne sono elencati con i relativi link alle fonti: tra queste il Cai, Trekking Italia, Sentierando e altre organizzazioni che fanno di Milano una…mountcity in piena regola. Accuratamente descritti sono i fotoitinerari, interessante l’iniziativa “Hai un racconto nel cassetto?”, una rubrica aperta ai contributi di chi ha descritto un’escursione, una gita, un viaggio, un’impresa in montagna. Inviare il proprio racconto (da una a tre pagine di testo) a: [email protected]

MONTAGNA TV
http://www.montagna.tv/cms/
Numerose e di prima mano sono le “notizie della montagna in tempo reale” anche accompagnate da filmati originali, con particolare riguardo per exploit nell’aria sottile degli ottomila. La redazione raccoglie e pubblica notizie da varie fonti, anche di agenzia, e brillanti inchieste giornalistiche La testata vive sotto l’egida dell’associazione “Ev-K2-CNR”, ente privato autonomo senza scopo di lucro, ed è registrata anche presso il Tribunale di Milano vantando una lunga tradizione nella comunicazione attraverso il web. Recentemente la rivista “Meridiani Montagne” si è ritagliata uno spazio per la promozione dei suoi fascicoli.

MOUNTAIN BLOG
http://www.mountainblog.it
“The outdoor lifestile journal” viene definito questo sito che ha mosso i primi passi attraverso una partnership editoriale con la sede centrale del Club Alpino Italiano. Oggi viene definito un blog magazine indipendente che ha come obiettivo la comunicazione integrale della montagna. “Comunicazione integrale perché coinvolge un pubblico di utenti il più ampio possibile, dagli esperti appassionati delle discipline più estreme, ai semplici amanti delle camminate nella natura e di uno stile di vita outdoor”.

MOUNTAIN WILDERNESS
http://www.mountainwilderness.it/
Pubblica le ultime news di Mountain Wilderness Italia, movimento ambientalista nato nel 1987 per rispondere con efficacia e tempestività alla pressante domanda di aiuto che le montagne sembrano rivolgere a tutti coloro che le amano davvero. Periodicamente MW pubblica anche un esauriente notiziario diretto da Luigi Casanova.

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MOUNTCITY
www.mountcity.it
Nato nel 2013, il sito si propone di contribuire a costruire in città un’immagine delle Alpi che superi lo stereotipo della montagna parco-giochi. Dialoga volentieri con le commissioni culturali della Sezione di Milano del Cai e della Società Escursionisti Milanesi. Come da progetto, il principale bacino d’utenza riguarda la “capitale morale” seguita da Torino e Roma. La newsletter è supportata da Focus Himalaya Travel. Mostrando una particolare vocazione al sociale, MountCity è partner del Premio Meroni della SEM e del progetto pilota “Quartieri in quota” inserito nel più grande progetto dei “Quartieri tranquilli” coordinato da Lina Sotis. E’ anche partner del Brescia Winter Film (BWF). Recentemente ha fatto pate della cordata che ha organizzato la settimana “Mountcity. Montagne a Milano”. La tutela dell’ambiente è il tema più frequentato. Recentemente ha inserito l’area “Quassù”, incontri nelle terre alte a cura di Laura Guardini.

MOUNT LIVE
http://www.mountlive.com
E’ considerato un “quotidiano telematico” registrato al Registro Stampa del Tribunale con un direttore (Fabio Zampetti), una redazione e un editore. Viene aggiornato quotidianamente e l’idea di base è realizzare un prodotto che giunga a tutti coloro che vivono di montagna, quindi “non ad uso esclusivo del mondo sportivo”. Ciò lo si può evincere dalle tante categorie di news presenti sul portale. Frequenti le interviste e interessanti le rubriche gestite da appassionati ed esperti di settore.

ON-ICE
http://on-ice.it
Portale italiano molto carino, con numerose relazioni e proposte.

OROBIE
http://www.orobie.it
Va di pari passo con la bella rivista mensile diretta da Pino Capellini, offrendo un ventaglio importante di aggiornamenti e di rubriche che ne fanno una realtà autonoma, anche con denunce di emergenze ambientali nelle valli bergamasche. Offre la possibilità di caricare le proprie foto.

ORSU
http://www.orsu.it/
Si presenta come un portale di proposte escursionistiche nelle montagne di Lombardia con dettagliate schede tecniche. Si possono trovare spunti per escursioni di uno o più giorni o anche per trekking, idee per l’estate ma anche per divertenti ciaspolate. Sono presenti più di 50 itinerari escursionistici, cui sono associate fotografie per un totale di più di 1800 scatti a cura di Giorgio Orsucci, eccellente fotografo oltre che blogger di classe.

OUTDOOR MAGAZINE
http://www.outdoormag.it
Nato nel 2006, il periodico mensile viene inviato in abbonamento postale gratuito a più di 7.000 operatori del mercato: aziende, distributori, agenti rappresentanti, rivenditori specializzati e non, catene, scuole, guide alpine, atleti e associazioni. Nel sito si legge che “dà voce a tutti i protagonisti ma senza rinunciare a fare informazione in modo incisivo, incalzante e diretto, attraverso inchieste, approfondimenti, interviste, analisi e argomentazioni d’interesse per operatori della rivendita, della distribuzione e dell’industria”. A quanto inoltre si apprende, dal 2009 Outdoor Magazine “presidia” anche il mercato americano, dove attraverso DNF Media è presente con la pubblicazione Outdoor Magazine USA (www.odrmag.com).

PLANET MOUNTAIN
http://www.planetmountain.com/home.html
E’ il più completo dei siti dedicati principalmente all’alpinismo e all’arrampicata. “The Mountain on line since 1996” viene orgogliosamente annunciato nella home page che impone subito la scelta tra la versione italiana e quella in inglese. Nel 2016 si annuncia quindi il ventennale del sito. Di particolare interesse la rassegna di prodotti, sempre aggiornata, e quella riservata ai video.

PLAYALPINISMO
www.playalpinismo.com
La Gazzetta dello Sport ha opportunamente varato di recente questo nuovo canale video on demand. Agli appassionati, è stato proposto per iniziare un cartellone di 140 film “che verrà continuamente arricchito con i migliori titoli italiani e internazionali”. Il tutto alla cifra lancio di 9,90 € al mese.

QUARTOGRADO
http://www.quartogrado.com/
Il sito quartogrado.com si presenta come un portale d’accesso a relazioni, foto e altro materiale per gli appassionati di scalata in montagna – ormai integrato in una “rete” con i siti gemelli (vedi sotto), ed allo stesso tempo anche come vera e propria integrazione e supporto alla ormai “collana” di guide che sono state pubblicate dalla casa editrice Idea Montagna.

RAMPEGONI
http://www.rampegoni.it/falesie.htm
Raccolta di falesie nel Triveneto.

RIFUGI E BIVACCHI
http://www.rifugi-bivacchi.com/
Il progetto è nato agli inizi del nuovo millennio da un’idea di Giuseppe Popi Miotti. Nel tempo, e grazie anche al conseguimento di due finanziamenti Interreg Italia-Svizzera, il sito è cresciuto e ha migliorato le sue caratteristiche. Attualmente, oltre a Miotti, il team di gestione del sito è composto, da: Ivano Gianoli, presente fin dalle origini del progetto nella veste di grafico; Gianluca Ioli, progettazione e programmazione portale (webmaster); Valentina d’Angella e Silvia Miotti, pubblicità e marketing. Con i suoi 2.943 Rifugi e Bivacchi censiti oggi è il sito internet che contiene il più completo database dei rifugi e dei bivacchi delle Alpi italiane, francesi, svizzere, austriache, slovene a cui si sono aggiunti ora gli Appennini e le Isole. Le circa 400 schede schede delle Alpi centrali sono già ora consultabili in 4 lingue: italiano, inglese, francese e tedesco.

RURALPINI
http://www.ruralpini.it/
Si propone di rilanciare l’alpeggio facendo coincidere gli obiettivi dell’allevamento di montagna e del turismo. Curatore è Michele Corti ([email protected]), ideatore del Festival del pastoralismo, milanese con secolari radici nel mondo degli allevatori/casari e degli agricoltori. Corti è docente presso l’Università degli Studi di Milano dove insegna Zootecnia di montagna.

SALI IN VETTA
www.saliinvetta.com
Il portale è nato dalla passione di due amici per la montagna il 28 marzo 2011 con lo scopo “di aiutare le persone a praticare e conoscere gli sport alpini: sci, mtb, trekking, telemark, ecc”. Particolarmente accurate le informazioni per organizzare al meglio una vacanza in montagna e gli aggiornamenti sulle condizioni della neve. Nella sezione “Dormi qua, mangi là” vengono recensiti hotel e i ristoranti. Numerose le webcam in ogni versante delle Alpi per fornire in tempo reale un’idea della situazione meteorologica e delle condizioni meteo.

SASS BALOSS
http://www.sassbaloss.com/
Dalla loro presentazione: “I Sass Balòss sono in realtà quattro persone normali che un bel giorno hanno deciso di riconoscersi in un gruppo per due passioni che li accomunano quotidianamente: la passione per la montagna e quella per Davide Van De Sfroos. Nelle pagine seguenti potrete scoprire chi sono e cosa fanno, con la certezza che non ritornerete su questa pagina perché sconvolti dalla lettura. Ma non importa… a questo punto potreste risultare contagiati e inguaribili”.

SCIVOLARE
http://www.scivolare.it/
Lo sci al di là delle piste.

SCOOP NEVE & VALANGHE
http://www.scoop.it/t/nevevalanghe
Offre quotidianamente “notizie e novità dal mondo della neve e della montagna”. E’ un “suddito” della prestigiosa testata “Neve&Valanghe” dell’Associazione Italiana Neve e Valanghe (Aineva) e ha la prerogativa (e il pregio) di rilanciare le notizie più interessanti catturate, dopo una corretta autorizzazione, nei siti di montagna più importanti e anche nelle pagine web dei quotidiani locali. Un tripudio di link, ma organizzato in modo intelligente.

SKIALPER
http://www.skialper.it/
La testata cartacea è diffusa in edicola. Esce cinque volte nella stagione invernale, da novembre ad aprile. Collaboratori sono Filippo Barazzuol, Leonardo Bizzaro, Francesco Brollo, Renato Cresta, Giorgio Daidola, Marco De Gasperi, Danilo Noro, Omar Oprandi, Luca Parisse, Alessandro Pilloni, Emilio Previtali, Alo Belluscio, Damiano Levati, Luca Parisse, Federico Ravassard. La commissione tecnica è formata da Sergio Benzio, Alessandro Da Ponte, Nicola Giovanelli, Eros Grazioli, Massimo Massarini, Denis Trento, Massimo Tresoldi. Direttore responsabile è Davide Marta ([email protected]), vicedirettore Claudio Primavesi ([email protected]), segretaria di redazione Elena Volpe ([email protected]). Per chi volesse acquistare la rivista è scaricabile la app per smartphone o tablet.

SWEET MOUNTAINS
www.sweetmountains.it
www.facebook.com/sweetmountains
Il progetto di “Dislivelli” riguarda una selezione di località alpine del settore occidentale “non griffate” dove trascorrere vacanze in pace con se stessi e l’ambiente. Nel 2015 è stata raddoppiata la rete dei luoghi coprendo quasi completamente le Alpi piemontesi e valdostane. Il sito è stato rinnovato in profondità e si merita una visita.

TORINO E LE ALPI
http://www.torinoelealpi.it
E’ un sito che “conosce, racconta e vive la montagna”, vetrina d’iniziative legate al territorio. Bandi per progetti culturali, norme per accedere ai fondi UE e quant’altro fanno di questo portale patrocinato dalla Compagnia San Paolo un utile strumento anche per chi opera in montagna e per la montagna.

TREKKING ITALIA
http://www.trekkingitalia.org
Numerose le proposte di questa associazione senza scopo di lucro iscritta nel Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale. Dal 1985 si impegna per avvicinare, conoscere, rispettare e difendere la natura, rivalutando quelle capacità  di percezione e di relazione dell’uomo che le abitudini di vita moderne hanno assopito. Digitando la parola chiave è possibile scoprire la destinazione per la prossima avventura…

TREKKING & OUTDOOR
http://www.trekking.it
“Vivere, scoprire, viaggiare” è l’invito di questo sito collegato al mensile cartaceo che vanta un’esemplare anzianità di servizio offrendo itinerari, reportage, news di prima qualità insieme con una particolare attenzione per le risorse ambientali e culturali in Italia e altrove nel mondo.

VIE FERRATE
http://www.vieferrate.it/
Il sito più aggiornato sulle vie ferrate e sulle novità attinenti.

VIE NORMALI
www.vienormali.it/
Vuole essere un portale di riferimento per gli appassionati di montagna, escursionismo e alpinismo, in cui trovare informazioni dettagliate sulle vie normali di salita alle cime italiane ed estere dell’arco alpino, degli Appennini e delle isole. Si possono trovare schede tecniche e relazioni di salita a centinaia di cime italiane e dell’arco alpino. In ogni scheda sono riportati i dati relativi alla salita: quota, versante, dislivello di salita e totale, ore di salita e totali, grado di difficoltà, attrezzatura necessaria, descrizione dettagliata del percorso di salita, immagini ed altre notizie utili.

VIE STORICHE
www.viestoriche.net
Oggi più che mai occorre coltivare la memoria e condividere i saperi. Ne sono convinti Rosalba Franchi e Dario Monti, marito e moglie, che da diversi anni si prendono cura del sito, nato all’inizio per documentare gli antichi percorsi di pellegrinaggio medioevali. “Siamo partiti da Santiago de Compostela”, raccontano Rosalba e Dario, “per approfondire i diversi percorsi francesi e la Francigena in Italia. Ci siamo quindi occupati di vie storiche e passi attraverso le Alpi. Intanto è cresciuto anche l’interesse per i Sacri Monti e alcuni racconti di viaggio. Ora, in particolare, ci stiamo dedicando alle vie d’acqua e a Expo che, concludendo il suo ciclo, è entrata nella storia con il suo storico Decumano”. Il sito è facile da consultare, il flusso delle informazioni scorre piacevolmente senza indulgere in ricercatezze accademiche. Un bel colpo d’occhio su queste vie storiche di ieri, oggi e domani.

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Il destino dell’exploit

Il destino dell’exploit

Gli alpinisti trentini sono sempre stati di casa sulle belle pareti di calcare che incombono sull’alta valle del Sarca. A cominciare da Bruno Detassis e il suo capolavoro sul diedro del Piccolo Dain, continuando poi sulle grandi pareti del Brento e del Monte Casale che hanno poco da invidiare alle più note muraglie della Marmolada o del Civetta.

Negli anni ’80 però questa valle diventò la mecca dei giovani arrampicatori europei: “riscoperta” inizial­mente da “maghi” come Manolo, Roberto Bassi o Heinz Mariacher, per l’abbondanza di splendide vie e per la ricercatezza di alcuni itinerari decisamente estremi, la valle diventò il centro di arrampicata più importante d’Italia, anche a causa dell’enorme afflusso dei giovani arrampicatori di lingua tedesca. Le rocce di Arco infatti, e del Sarca in generale, erano le prime muraglie solatie e a temperatura più mite che i ragazzi potevano incontrare nelle loro migrazioni settimanali verso sud. I campeggi, per fortuna già abbastanza attrezzati per via delle presenze estive dei turisti lacuali, crebbero velocemente e si creò un discreto indotto attorno alle varie tribù di arrampicatori.

La parete sud del Lhotse
parete sud del Lhotse

 

E fu così che, quasi per necessità, lo sport di compe­tizione in arrampicata, inaugurato internazionalmente a Bardonecchia (in provincia di Torino) nel 1985, trovò in effetti ad Arco una naturale e molto più ovvia prosecuzione. Ogni anno, su strutture artificiali, ad Arco si tiene il Master che laurea i più forti campioni, e richiama la presenza di appassionati da ogni parte d’Europa. Possiamo dunque dire, di fronte a queste prove di laboratorio, che la parola exploit proprio qui, in questa valle, abbia trasformato il suo stesso signifi­cato. Con le gare questa parola, prima attribuita alle imprese alpinistiche, ha cominciato a essere usata per le performance della competizione sportiva. Ma ciò che è organizzato lo è in funzione dello spettacolo, per catturare anche l’interesse di spettatori incompetenti e casuali: dunque exploit si confonde con quell’epidermica sensazione che prende il tifoso o con quel momentaneo senso di liberazione di quando si urla per la vittoria di un atleta. Qualcuno pensa che la parola stia perdendo signifi­cato. Gli exploit veri nel frattempo esi­stono ancora, le cronache specializzate parlano chiaro e basta leg­gerle atten­tamente, con cognizione di causa. Ciò che si è modifi­cato è l’attenzione che viene loro con­cessa, da parte del mondo al­pinistico e da parte dei media.

Il mondo alpinistico, quello che è attivo e ha in programma imprese mai tentate, è sempre, e ovvia­men­te, attento a ciò che succede. È un’at­tenzione non esibi­ta, proprio come un tempo. Forse si fanno meno conferenze, ma i giovani sono perfettamente infor­mati di quanto suc­cede nel mondo alpinistico. Invece giornali e televi­sioni, dopo la sbornia degli anni ’60 e ’70, dopo il tripudio di Messner degli anni ’80, hanno gradual­mente dimenticato gli exploit alpinistici. In effetti oggi non v’è più mor­bosa attenzione verso eroi e miti, con Messner si è bruciato tutto, an­che un’epoca. Riguardo a Manolo, si è saputo più sui suoi campanili e sulle sue creazioni irripetibili sul Totoga che dei suoi grandi capolavori in montagna. Le prodezze invernali di Simone Moro e Daniele Nardi al Nanga Parbat sono confinate in una nicchia, almeno fino al momento del successo (che comunque dura un momento). Le ardite realizzazioni di giovani che poi si ritrovano nominati al Piolet d’Or sono riconosciute solo appunto se c’è la nomination.

È chiaro che sto parlando dell’Italia, ma anche altro­ve, pren­diamo ad esempio la Francia, l’attenzione rivolta a suo tempo a Patrick Edlinger o a Catherine Destivelle, nuovi cam­pioni del prorompente e malinteso free climbing, è stata assai superiore a quella concessa a Christophe Profit o a Jean-Marc Boivin, moderni alfieri dell’alpinismo classico. Ben lontani i tempi di René Desmaison, Yannick Seigneur, Lionel Terray e Maurice Herzog.

L’attenzione dei media si scatena solo se c’è il morto, oppure se Barack Obama manda il telegramma di congratulazioni.

Ma alla fine io credo che tutto ciò sia un bene per l’alpinismo.

Gli exploit di oggi, chiarita la distinzione tra competi­zioni e alpinismo, non sono rivestiti dell’attenzione del profano e sono confinati in un mondo elitario che nulla concede al pubblico, proprio come nel secolo scorso. Si potrebbero elencare le possibilità di nuovi exploit sulle Alpi o nel mondo. Ci sono sufficienti pareti e creste per incrementare il livello di impegno e di difficoltà, com­piendo imprese sempre più “pulite” da tutti i punti di vista. Ma sarebbe troppo lungo.

Siamo tutti curiosi di sapere che cosa succederà in questo prosieguo del nuovo millennio. Anche quella che doveva essere la salita del 2000, l’himalayana parete sud del Lhotse, è stata archiviata ben 10 anni prima dai russi; la salita impossibile (solo perché pluritentata), l’infinita Cresta di Mazeno al Nanga Parbat è stata salita in stile alpino, senza che fosse mai stata salita in stile spedizione prima, da Sandy Allan e Rick Allen; la cordata di Steve House e Vincent Anderson ha salito la più alta parete del mondo (la Rupal del Nanga Parbat) per via nuova e in stile alpino; e la grande traversata patagonica Cerro Standhardt-Cerro Torre è stata fatta in 24 ore nel gennaio 2016 da Colin Haley e Alex Honnold.

La grande traversata del Cerro Torre. Foto: Rolando Garibotti
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Che cosa ci rimane? Ci resta una storia da vivere e da co­noscere, senza porci tante affannose domande. Se non ci fossero più storie da raccontare, perderemmo tutti gli scrittori. E questo mi sembra improbabile.

Il mio entusiasmo per le competizioni è sempre stato meno che tiepido e la mia posizione sull’apertura di vie nuove a spit è assai moderata. Credo infatti che gli spit denobilitino un’impresa. Forse sarebbe me­glio che si facessero più tentativi senza, prima di decide­rsi a usarli. Ma for­se è chiedere troppo. Comunque una volta si faceva così, a rischio di farsi soffiare la “prima” da qual­che altro. E quanto alle gare, l’impo­verimento che determinano nelle qualità di un giovane talento comincia per fortuna a essere più evidente, dal momento che abbiamo esempi di personaggi alpinistici favolosi anche se provenienti dal mondo della competizione.

Sono ottimista, credo che l’alpinismo cambierà ancora le sue rego­le non scritte. Modificandosi l’at­teggiamento nei confronti dell’ex­ploit, si cambiano anche le regole. È sempre stato così, tra mille di­scussioni. Non so quali saranno le nuove direzioni, dopo che abbiamo visto affermarsi il disinteresse per il raggiungimento della vetta, lo stemperarsi della rigidezza degli inverni e lo spit usato nelle maniere più diverse. Il moltiplicarsi delle vie sulla pa­rete sud della Marmolada, per esempio, alcune fatte in solitaria e d’inverno, non può che modificare l’atteggiamento che si ha verso ciò che una volta era una vera e propria conquista dell’uomo. For­se la direzione è proprio quella del togliere impor­tanza all’impresa, quell’im­portanza “per gli altri”, magari a beneficio dell’im­portanza per i protago­nisti, nel loro interiore. Ed è proprio per questa crescita intima che la forza di volontà maturata nella fatica degli allenamenti e della competizione potrà dare risultati ed exploit fino a ieri del tutto inattesi.

Nell’alpinismo esplorativo di quelle regioni, anche alpine, dove ancora molto resta da conoscere, ci sarà un cambio d’intenzioni. Non più esplorazione per conquistare, per allargare l’umana espansione geogra­fica, bensì per ritrovare luoghi che rispecchino quel­la parte sco­nosciuta di noi stessi.

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Consenso ai parchi e informazione

Consenso ai parchi e informazione

I cittadini residenti nelle aree protette e nei parchi dovrebbero essere i primi a dare consenso e partecipazione alle aree protette. Parchi e aree protette non devono essere entità geografiche sottoposte ai vincoli più assoluti quanto realtà cui si dovrebbe fare riferimento, territori nei quali vi sia un’armonia completa tra natura ed attività umane. Si è esagerato nel presentare come dannose tutte le attività dell’uomo, denunciando solo danni irreversibili piuttosto che ipotizzare i termini di una convivenza che nessuno ha mai potuto dimostrare impossibile. Ovunque, ma soprattutto nei paesi più antropizzati, l’istituzio­ne di un’area protetta provoca la contrarietà di chi vi esercita attività in qualche modo produttive; qualche volta anche quella di coloro che vi praticano degli sport. Si ha infatti pau­ra dei divieti e delle restrizioni.

Accanto alle necessarie compensazioni economiche per le limita­zioni alle imprese, è quindi necessaria una strategia d’informa­zione e di educazione a tutti i livelli di età che dimo­stri che un Parco non è uno sfizio della civiltà del turismo di massa o di élite ma al contrario è stru­mento eccellente, oltre che di conservazione dell’habitat, di va­lorizzazione delle qualità e delle tradizioni della popolazione locale: deve vincere l’idea che il Parco restituisce vitalità e dignità a popolazioni che in un passato recente sono state costrette ad abbandonare la montagna. Nuovo lavoro quindi, ma anche fiducia in un futuro vero, per vivere solo degli interessi senza mai intaccare il capitale. Mai quindi sperperare le qualità a volte uniche del proprio territorio in nome di un falso sviluppo economico, bensì utilizzare con sapienza le nuove opportunità e il contemporaneo «bisogno di natura».

Nel parco nazionale dell’Aspromonte
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La mancanza di questa strategia dell’informazione e dell’educa­zione ha portato solo danni, ha favorito la diffusione in­teressata di notizie per generare allarme, rafforzare il fronte della contestazione e contrastare le amministrazioni dei parchi.

La legge 394 del 1991, proprio in considerazione di questa evi­denza, ha previsto l’erogazione di risorse finanziarie per l’in­formazione del cittadino e per l’educazione ambientale, con lo scopo di divulgare quali e quanti benefici ci siano a vantaggio dei singoli e della collettività: purtroppo, nel quadro generale delle difficoltà di applicazione di questa legge così importante a lungo sospirata, anche questo aspetto è risultato deludente perché non si sono ancora viste iniziative serie di educazione ambientale. Non saranno certo le campagne pubblicitarie o gli sponsor ad ottenere queste finalità: finché dovremo salvare la natura comprando bollini che ci fanno partecipare a concorsi di qualunque tipo non andremo molto lontano. E la mercificazione continuerà ad avvolgere anche le migliori idee, approfondendo vieppiù il solco psicologico tra fruitori ed abitanti della natu­ra.

Lo scopo della comunicazione in generale, e quindi anche in campo ambientale, è quello di ridurre ad in­teresse del singolo spettatore ciò che all’inizio è un vago interesse di molti. Da una parte si punta al coinvolgimento emotivo dello spet­tatore, cercando di avviare un processo psicologico alla fine del quale il singolo si ritrovi a dare un valore a quanto ha ap­pena visto, tramite la sensazione di poter far qualcosa per quel problema o quell’evento; dall’altra si fa uso della spettacolarizzazione, allo scopo di catturare al massimo l’attenzione, far vedere «cose mai viste». Questa seconda tecnica non favorisce la maturazione dello spettatore, credo anzi che lo spersonalizzi perché lo spettacolo al­la fine risulta più importante della sua presa di coscienza. Occorre al contrario stimolare al massimo la fantasia del­lo spettatore o del lettore, dando le informazioni e le immagini strettamente necessarie a questo processo, senza mai eccedere e fornirgli in anticipo ciò cui potrebbe arrivare da solo semplice­mente riflettendo, in seguito, perché incuriosito e coin­volto.

Vi sono molte barriere a una comunicazione efficace. Proverò qui ad elencarne alcune.

1) La tendenza dei nostri sistemi educativi al miglioramento e­sclusivo della prestazione individuale orienta al successo esclu­sivamente individuale: così si spiega perché non vi sia mai col­laborazione tra chi vuole informare, nel timore che altri parte­cipino alle sue informazioni.

2) La convinzione diffusa che nelle questioni sociali e nella so­luzione dei problemi debbano esserci vincitori e vinti.

3) La smania di cercare a tutti i costi il colpevole di qualche danno invece che privilegiare la ricerca di una soluzione.

4) La non disponibilità ad accogliere positivamente e a portare avanti le idee altrui, rinunciando magari alle proprie o ad un’integrazione.

5) Nell’ambito della comunicazione ambientale siamo sottoposti alla moda corrente, che allega un interesse spettacolare e super­ficiale alle tematiche ecologiche. Con questo tipo di informa­zione, spazzatura e immondizia, perché più appariscenti e spettacolari, diventano più importanti dell’urba­nizzazione selvaggia, della regimazione incosciente dei corsi d’acqua, dell’inquinamento e dello sfruttamento criminoso di ogni pendio sciabile.

6) Chi fa informazione più seria e dettagliata spesso non riesce ad abbandonare quel linguaggio tecnico e scientifico che allonta­na immediatamente l’interesse del pubblico non competente.

7) E infine la tendenza ad isolare i problemi, nella convinzione che le soluzioni siano possibili solo affrontando una tematica per volta, impedisce a tutti, informatori compresi, la visione globale, senza vera regia d’insieme e quindi senza reale strate­gia.

Nel parco nazionale della Majella
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Questo tema assai spinoso è stato dibattuto approfonditamente in occasione del seminario Aree protette e Parchi: la par­tecipazione dei cittadini, tenutosi a Sondrio nel novembre 1992 e da me organizzato per conto del Comune di Sondrio. Alla conclusione furono stilate dai convegnisti le 11 Tesi di Sondrio: di queste, ben cinque riguardano il ruolo dell’informazione e dell’educazione per un maggiore consenso alle aree protette. Le riporto qui di seguito:

«6. Il valore del patrimonio naturalistico, ambientale, storico del Parco viene riconosciuto ed apprezzato con un’adeguata infor­mazione; pertanto il ruolo dell’educazione, in particolare dei giovani, è di cruciale importanza per l’affermazione dei principi della conservazione.

7. Per diffondere e valorizzare l’idea del Parco bisogna utiliz­zare metodologie di comunicazione non solo prossime ed occasiona­li ma soprattutto di vasto respiro e permanenti.

8. Alla scuola è richiesto un forte impegno e contributo per la formazione nei giovani di una sicura coscienza ambientale, attua­ta con programmi specifici e attività sperimentali.

9. Gli organi di gestione di ogni Parco devono promuovere azioni d’informazione e sensibilizzazione a livello locale, nazionale ed internazionale, costituendo una rete di comunicazione ampia e comparata.

10. Devono essere stimolate la ricerca e la sperimentazione di mezzi e strumenti di comunicazione da destinare alle scuole, alle comunità locali, alle organizzazioni ambientaliste per contribui­re alla diffusione dei principi della conservazione».

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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Nuovo Bidecalogo Punto 3. Vie di comunicazione e trasporti

Il Nuovo Bidecalogo del CAI, approvato a Torino il 26 maggio 2013, dedica il Punto 3 alle vie di comunicazione e ai trasporti. Potete consultare il documento finale e la presentazione del past-president Annibale Salsa, i due documenti sui quali ho lavorato per esprimere un mio parere sul Punto 3.

Il documento fa un’analisi corretta ed esauriente della situazione:
– denunciando l’invasività delle nuove vie d’accesso in atto;
– dicendo a chiare lettere che non è necessario estendere ulteriormente la rete stradale nelle Alpi e negli Appennini, perché già ora ogni località è “largamente” accessibile;
– constatando che il traffico “fuoristrada”, sia estivo (4×4, quad, trial) che invernale (motoslitte) è decisamente in aumento;
– registrando l’incremento di voli a scopo turistico (eliski) e commerciale.

Annotiamo che, per precisione, accanto all’eliski, occorreva citare la piaga dell’eliturismo.

Bidecalogo-3-0000000714-800x600-fSubito dopo, il Bidecalogo esprime una posizione debolmente “neutra”, ricordando genericamente che, se è importante lo sviluppo delle regioni di montagna (al quale danno grande contributo le vie di comunicazione), lo è pure la tutela del patrimonio ambientale. Più incisivo è quando spezza poi una lancia per il trasporto su ferrovia a servizio delle comunità locali.

Questo è un punto assai importante che Annibale Salsa, nella sua presentazione, ha svolto assai bene. Egli ci ha ricordato che il Protocollo Trasporti della Convenzione alpina “da anni si insiste, a livello politico e di opinione pubblica, sull’indifferibilità del trasferimento graduale delle persone e delle merci dalla gomma alla rotaia“. Poi con forza ha aggiunto, interrotto dagli applausi, “che ci vuole più coerenza da parte delle Amministrazioni regionali e più vigilanza da parte del CAI“.

Una situazione prevedibile, chioso io, visto che l’Italia ha svogliatamente firmato per ultima (tra i vari paesi alpini) il Protocollo Trasporti.

Infine il Bidecalogo espone con precisione gli impegni del CAI, al riguardo di costruzione di nuove strade, di ampliamenti, di regolamentazione della circolazione. S’impegna poi con parole ferme a rendere valido su tutto il territorio nazionale il “divieto assoluto di esercitare il turismo motorizzato (4×4, quad, enduro, ecc., e motoslitte in inverno)”. Non si dimentica neppure dei natanti a motore sui laghi alpini ed appenninici!

Ma qui tralascia incredibilmente l’intero capitolo dell’eliski e dell’eliturismo. Non una parola è scritta al riguardo. La cosa è stupefacente, assodato che il tema era ben presente nell’analisi della situazione. Per fortuna che, in corner, l’argomento è ripreso nel Punto 4 (che vedremo prossimamente), altrimenti non saprei cosa dedurre da questa esclusione: semplice caduta di stile o silenzio voluto?

Bidecalogo-3-Grossglockner-in-moto-7

http://www.alessandrogogna.com/2014/08/15/nuovo-bidecalogo-punto-2-il-bene-ambientale/

http://www.alessandrogogna.com/2014/09/15/nuovo-bidecalogo-punto-4-turismo-in-montagna/