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Il CAAI è l’elemento più importante del CAI

Il CAAI è l’elemento più importante del CAI
di Spiro Dalla Porta Xidias
Relazione al Convegno Nazionale del CAAI (Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Da quando vado in montagna e vivo per la montagna, il momento più bello, e vi prego di notare che ho iniziato nel 1942, è stato quando sono diventato Accademico.

Per me l’Accademico è l’ideale dell’uomo che va in montagna quindi, contrariamente a quanto ha detto nell’introduzione il presidente del Gruppo Orientale del CAAI, con cui mi scuso, non mi piace il fatto che il mio amico Umberto Martini, presidente generale del CAI, sia andato da una altra parte e non sia venuto qui, perché ad un certo momento io credo che gli anziani come me trovino poco confacente la poca attenzione che il CAI sta riservando all’Accademico.

Sono stato a Grado per assistere e gioire della premiazione della cordata che ha vinto il premio Consiglio, ma il giorno successivo, durante l’Assemblea dei Delegati, non vi è stato alcun momento in cui si parlasse di alpinismo, solo problemi e questioni cartacee.

L’intervento di Spiro Dalla Porta Xidias (a 97 anni suonati in piedi di fronte ai soci del CAAI seduti)
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In un’altra riunione dissi che temo che al posto del CAI arriveremo al CBI (Club Burocratico Italiano).

E’ ora che il Consiglio Generale del CAI rilegga l’articolo 1 dello statuto, che recita (NdR):

Art. 1 – Costituzione e finalità 1) Il Club alpino italiano (CAI), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

Detto questo, per parlare della “libertà” nel mio intervento ho messo in primo piano conoscenza ed etica, perché per essere liberi, non a parole ma internamente, bisogna sapere, conoscere che cosa è l’uomo, chi è l’uomo.

Lo ha detto Platone, l’uomo è fatto di spirito e corpo. Questa nostra civiltà dà importanza solo al corpo, invece è lo spirito che conta e contemporaneamente in ogni uomo c’è un senso di innata elevazione.

L’ho sempre detto: in tutte le religioni e in tutte le tradizioni, la sede dell’aldilà (o il paradiso per chi è credente) si sono sempre collocati in cielo. L’uomo nasce con questo sentimento di elevazione.

Il bambino messo da solo in una prateria dove c’è un masso erratico non avrà pace fintanto che non l’avrà salito.

Allora parliamo di libertà, la parola è grande ma la libertà equivale, in questo mondo in cui si tende a rendere l’uomo simile ai robot, al senso che ognuno di noi trova andando in montagna, perché quando andiamo su di essa ci liberiamo assolutamente di quelli che sono i coinvolgimenti della vita normale.

Cominciamo non solo a guardare ma impariamo a vedere con occhio diverso la bellezza, ad ammirare la natura e valutare l’altezza del monte come un simbolo, non solo come una meta di arrampicata o escursionistica; ma è senso di libertà questa scelta che noi facciamo (che non è logica)? Quando arriviamo in cima a un monte viene da chiedersi “cosa abbiamo guadagnato?”.

Ovviamente niente di materiale, niente soldi se si esclude una piccola parte di professionisti sui quali si potrebbe dibattere se siano alpinisti o atleti.

Neanche fama, perché anche un calciatore, con rispetto parlando, della serie C è più importante di un grande alpinista.

Però con l’ascesa ti sei liberato, quindi hai avuto il senso di fare cose, che non esiste più in questo mondo: seguire un tuo ideale “gratuitamente”.

Parola magica che troviamo proprio nell’andare in montagna.

L’Accademico, oltre all’ascesa, cerca la difficoltà, l’esplorazione. Questa voglia conoscitiva è la cosa più bella, si è detto che l’esplorazione della terra è finita con i grandi navigatori del ‘400 e ‘500: ebbene NON E’ VERO (molto veemente, NdR), perché l’alpinismo ha sostituito l’orizzontale con la verticale.

Ha sostituito quindi una zona più breve e più piccola ma che direttamente punta a quell’alto che è nato con noi.

Libertà è la scelta di fare un’azione; malgrado tutto, anche andando per sentieri, affrontando rischi e pericoli gratuitamente, perché può cambiare il tempo, e già questo è sufficiente in montagna. Ma ognuno di noi la affronta per l’ideale, per la gratuità; in più l’Accademico la affronta scalando, affrontando rischi maggiori; avete sentito il ricordo di questi nostri fratelli che non sono più con noi, ero amico per esempio di Giancarlo Biasin (tono commosso, NdR).

Spiro Dalla Porta Xidias tra Gianni Mazzenga e Lella Cesarin Mazzenga. Caprino Veronese, 11 ottobre 2014
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Questo sta a indicare una scelta etica. Tu segui un ideale e questa è la libertà che la civiltà attuale non ci dà.

Due anni fa il nostro Presidente Generale del CAI voleva convincerci che occorre eliminare il rischio perché la società non ammette più il pericolo: ma per me il “rischio” è poesia.

Se noi si andasse in montagna raggiungendo la sommità per una scala, ciò non avrebbe senso e valore, il senso è invece volere ridiventare liberi con la libertà di scelta, preferendo andare per la via più difficile, che però è la via che ci fa sentire noi stessi.

È stato detto che l’escursionista vede maggiormente la bellezza della natura mentre l’alpinista non sempre può, perché la sua concentrazione è rivolta all’”innalzamento”.

Ma c’è una cosa che Voi tutti avete provato e cioè che quando si scala si fa parte della natura e della parete: si entra in lei. Si È la montagna! E sempre in essa si ritrova la parte più bella dell’essere umano che è stata troppo spesso dimenticata: la “Libertà”.

Quindi oggi come oggi, io penso che l’Accademico rappresenti il senso che deve avere il CAI.

Se il CAI non condivide queste ideologie le dobbiamo rivendicare noi, con queste importantissime adunate, perché gli Accademici volenti o nolenti dicano che siamo QUELLI che, come Preuss era stato chiamato proprio così, “il cavaliere dell’ideale”, siamo quelli che hanno gli ideali, perché solo chi ha un ideale è veramente libero e oltre che scalatore è anche artista e poeta.

L’Accademico è l’elemento più importante che esista nel Club Alpino Italiano.

Spiro Dalla Porta Xidias è nato a Losanna il 21 febbraio 1917 e vive a Trieste.
E’ stato sceneggiatore e alpinista e ha scritto circa 40 libri dedicati alla montagna e ai suoi protagonisti.
Traduttore di molti dei libri classici dell’alpinismo, come le opere di Pierre Mazeaud, Lionel Terray, Anderl Heckmair, Kurt Diemberger, Tony Hiebeler e Helmut Dumler.
Ha vinto 5 premi internazionali di letteratura. E’ stato direttore editoriale di Alpinismo Triestino e ha collaborato molti anni con Il Piccolo, Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino e altre testate di alpinismo.
Socio Accademico del Club Alpino Italiano, in montagna ha effettuato 107 vie nuove su monti in Italia, Grecia, Montenegro e Norvegia. Ha fondato la stazione di soccorso alpino a Trieste, Maniago e Pordenone.
Per meriti riconducibili al soccorso alpino ha ricevuto il conferimento dell’Ordine del Cardo. I suoi incarichi lo hanno visto Presidente dell’Accademico Orientale, Consigliere Centrale del CAI e, infine, attualmente, Presidente del Gism, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.

Chi volesse può leggere qui una sua recente intervista, a cura di Piero Spirito.

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Libertà fuori e dentro di sé

Libertà fuori e dentro di sé
(relazione di Alessandro Gogna al Convegno Nazionale del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Lasciatemi partire un po’ da lontano, ma nemmeno poi tanto, partendo dal materiale che usiamo per andare in montagna, che si può grossolanamente dividere in due tipologie. C’è ovviamente anche il materiale che riesce a fare parte delle due tipologie, ma possiamo dividere in materiale per la progressione e quello per la sicurezza.

Sul materiale da progressione abbiamo fatto passi da gigante: senza volerli elencare (siamo partiti dalla corda di canapa…) in decenni e decenni di alpinismo c’è stato un grande progresso. Anche sul materiale per la sicurezza vi è stata evoluzione: dal semplice “otto” al gri-gri, poi al “reverso” e a tutti gli altri aggeggi esistenti per le varie manovre, fino ai nut e ai friend, attrezzi che comunque alla cordata non garantiscono tanto la progressione quanto la protezione, elevandone quindi il grado di sicurezza.

Più sicurezza riusciamo ad ottenere da attrezzatura perfetta, studiata, tecnologica (corde, telefonino, gps, ecc. ), insomma più sicurezza esterna abbiamo, di meno concentrazione interna noi disponiamo.

Ma perché? Cerco di spiegarmi con un esempio: prendiamo un solitario, di quelli che seguono il filone attuale e cioè il free-solo, dove non si ha nemmeno l’imbracatura (scarpette e basta), quindi privo di qualunque attrezzatura e dotato solo delle proprie capacità psico-fisiche e della propria esperienza. Questo individuo avrà un grado di concentrazione riferito alla sua azione sicuramente spasmodico, enorme, mentre invece se la stessa persona compie la stessa azione con tutta una serie di ausili (che poi è la normalità) che gli permettono maggiore sicurezza è chiaro che la concentrazione è minore se paragonata alla prima ipotesi.

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A questo proposito sarebbe molto bello (lo dicevo a Predazzo qualche giorno fa) se le scuole di alpinismo facessero provare agli allievi per un giorno, un’ora, un minuto le antiche attrezzature, facendoli arrampicare come si arrampicava una volta. Non per far risaltare la bravura di quelli di una volta, ma semplicemente per far capire in un flash cosa ha significato l’evoluzione.

E’ già stato detto precedentemente da Carlo Zanantoni che la sicurezza sta diventando una mania della società, “società sicuritaria”, cioè una società che impone tutta una serie di vincoli, suggerisce e vende una serie di dogmi che spingono tutti verso quella magica parola che è “sicurezza”.

Con questa parola si vorrebbe evitare qualunque esposizione a qualunque rischio.

Portando un esempio semplice, le mamme sono state le prime a recepire questo messaggio e a dire al bambino “non correre perché sudi…”, mia mamma non me l’ha mai detto, al massimo mi diceva “non andare in mezzo al fango perché dopo devo ripulirti…”, esortazione che ha ben altra filosofia.

Questo per dire che siamo in una società che ci spinge a stare seduti sulla sedia e vivere tutto virtualmente senza sperimentare quello che è la realtà.

Sugli alberi è naturale che i bambini continuino a salire, ed anche a cadere… facendosi anche male… perché questa è sempre stata la logica dell’infanzia… in questo modo si cresce, ci si crea una individualità, ti crei dei desideri senza essere sempre legato a un cordone ombelicale.

E poi c’è una “dimenticanza” pericolosissima: non viene evidenziato che non si dichiara che la sicurezza non è mai al 100%. Tutti parlano delle cose sicure, anche il CAI aveva fatto anni fa un manifesto con la dicitura “montagna sicura”.

“Montagna sicura”! No certamente, perché la montagna non sarà mai sicura, ognuno di noi potrà utilizzare ciò che vuole, esperienza, attrezzatura e conoscenze, ma l’incertezza su quello che è il tuo destino rimane ed è questo messaggio che deve passare alla società, mentre culturalmente avviene proprio l’opposto.

Se una ferrata è appena stata costruita con tutte le caratteristiche moderne di sicurezza, è “certificata”: una parola da temere assolutamente poiché gravemente pericolosa.

Purtroppo più sicurezza è disponibile e più (e gli avvocati che mi seguiranno lo spiegheranno meglio) vi sarà la ricerca del responsabile in caso di incidenti e qui non si parla della parola “responsabilità” in senso umano ma “responsabilità giuridica” e cioè quella responsabilità per cui sei passibile di giudizio, quindi con la possibilità di essere anche sanzionato e/o “punito”.

La responsabilità giuridica va letteralmente a braccetto con “sicurezza”.

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Non ho il tempo materiale per dimostrarlo, ma da un’analisi che ognuno può fare potrà dedurlo per conto suo.

Il “Signor Rossi” non può andare come e dove vuole in qualunque modo facendo ciò che desidera. Due anni fa al Festival di Trento si elogiava il GPS affermando che con esso si poteva realmente andare ovunque: ebbene, questa è pura follia, una bugia pubblicitaria che non ha fondamento reale, un inganno del marketing.

La certezza della totale sicurezza in presenza di questi ausili è pura utopia.

La verità e che se questo “Signor Rossi” vuole fare ciò che vuole deve prima farsi le sue esperienze diventando quindi “responsabile”. Non “responsabile giuridicamente” ma responsabile di ciò che lui stesso causa con le sue azioni.

Noi l’abbiamo fatto, in questa sala quasi tutti siamo Accademici, Guide Alpine insomma tutti con un background notevole di esperienze acquisite.

Non ci è stata regalata l’esperienza, non l’abbiamo comprata né trovata per strada ma solamente acquisita gradualmente e accresciuta nel tempo.

Pertanto la sicurezza indotta, e con tale termine intendo quella che si può comprare utilizzando i vari strumenti del mercato, quella che porta a una minore concentrazione, porta anche a meno responsabilità, con una diminuzione della responsabilità individuale inversamente proporzionale all’utilizzo intenso di tecnologia.

Attenzione, questo non significa che non bisogna utilizzare attrezzature esterne, non voglio estremizzare, sto solo cercando di portare l’attenzione su alcuni punti importanti.

Responsabilità. Prima abbiamo parlato di sicurezza ora affrontiamo il capitolo “Responsabilità”.

Cosa è la responsabilità, ma partirei col dire cosa non è.

Sicuramente non è tanto responsabile colui che va in montagna dominato dall’adrenalina, con il gusto del rischio a tutti i costi, della performance estrema tipo “o la va o la spacca”.

Questa persona potrà sicuramente fare delle cose pregevoli: però le farà correndo dei rischi notevoli, proprio perché schiavo di questo suo carattere, delle sue debolezze, di questa “malattia”.

La responsabilità la si acquisisce e questo tipo di alpinisti poco o nulla hanno fatto in questo senso. Evidentemente l’egocentrismo di queste persone, l’inflazione del proprio io oltre i livelli consentiti, portano a correre grossi rischi con una responsabilità tendente a zero.

Ed è quindi ora che per la prima volta pronuncio la parola “libertà” e giungo quindi al nostro tema.

La parola libertà non può esistere se non è connessa con la responsabilità.

Una persona responsabile che ha fatto le sue scelte è libera mentre una persona non responsabile potrà fare quello che vuole ma non è libera, poiché non è libero chi fa quello che vuole ma è libero chi ha scelto che cosa fare.

Credo addirittura, considerando che siamo in un consesso di Accademici, di persone che l’alpinismo l’hanno vissuto per una vita o lo vivranno per una vita, ebbene io credo che nel futuro si misurerà qui il prossimo alpinismo, che è sempre evoluto e cambiato nel tempo: lo si valuterà con la quantità di responsabilità che gli applicheremo, non esclusivamente sui gradi di difficoltà.

Questo significa quantità di libertà, infatti se una persona è responsabile vuole dire che ha scelto, ha scelto tra tante possibilità che aveva e le ha valutate in piena libertà. Anche se non le ha vivisezionate una per una, perché ognuno sceglie a suo modo e si può essere molto istintivi senza essere analitici. Ma della scelta v’è obbligo.

Ci sono parecchi filtri che confondono la lucidità della scelta.

Per esempio immaginatevi dei gruppi di scialpinisti che salgono verso una cima con condizioni non idonee e vedendo i primi che sono arrivati in vetta e affrontano già la discesa pensano “se sono saliti loro, possiamo farlo anche noi”. Questo è un filtro, poiché non è detto che un fatto vissuto da un altro prima di te aumenti la tua sicurezza, stai semplicemente facendo “il pecorone” dietro a qualcun altro, quindi non hai scelto, cioè non sei stato e continui a non essere libero.

Oppure prendiamo una cordata di due alpinisti che salgono a comando alternato: a un certo punto a uno dei due spetta un tiro che lui si accorge subito non essere alla sua portata. Magari lo sapeva anche prima, vi sono relazioni, informazioni e quant’altro per conoscere prima la difficoltà… ma ci prova lo stesso: e nel momento in cui ci prova, si trova in pericolo. Potrebbe anche rinunciare, ma non lo fa subito… e più sale più rischia di farsi del male.

Domanda: perché è andato su, quando invece avrebbe potuto dire al compagno “vai su tu, sei più forte, è meglio per entrambi” oppure dire “torniamo indietro, abbiamo sbagliato a scegliere questo itinerario”?

La famosa traversata della via Cassin alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo
Libertà DentroFuori-KL-Alpintipps-Westliche-Zinne_Cassin_CIMG6104Eppure andare solo perché è il suo turno nell’alternanza e perché non vuole apparire un codardo di fronte al suo compagno è una grande sciocchezza. Chiunque potrebbe dirglielo!

In quel momento la sua non è stata una scelta libera ma viziata dal filtro dell’emulazione, dal filtro del piccolo orgoglio che ognuno di noi ha.

Abbiamo parlato prima dell’istintivo, una categoria a me particolarmente simpatica, io credo di averne d’istinto, ma certamente meno di altre persone.

Uno che aveva un istinto grandioso era Angelo Dibona che andava ovunque, dal Delfinato alle Dolomiti, facendo prime ascensioni notevolissime, pazzesche, con clienti e in luoghi dove non era mai stato prima: era solo l’istinto a spingere questo grande personaggio.

Non vi erano calcoli e nemmeno materiali dietro queste salite e nemmeno quelle tecniche di sicurezza che comunque sono venute molti anni dopo.

Un altro personaggio che ho visto come istintivo è Manolo… ma ce ne sono tanti altri.

Poi vi sono le persone riflessive, e qui mi sento già più vicino, quelle che hanno bisogno di riflettere, valutare, leggere, confrontarsi e dopo di che decidono che cosa fare.

In entrambi i casi c’è libertà di scelta: il riflessivo perché ha fatto un’analisi mentre l’istintivo perché ha un dono. Quest’ultimo sarà in difficoltà solo quando quel “dono” gli verrà tolto. E quel dono è tanto meno in pericolo quanto il soggetto starà attento a non cadere in certe sicurezze, in certe ipersicurezze… tipo ”l’ho fatta duecento volte, cosa vuoi che mi succeda la duecentounesima”.

Avendo escluso le categorie degli egocentrici e degli adrenalinici, rimangono i riflessivi e gli istintivi: loro sono l’esempio della libertà che noi cerchiamo.

Spiro giustamente parlava prima di “ideale”, un valore estremamente importante che nella nostra società odierna sembra avere poco peso. Però è vero che l’ideale nella storia ha fatto progredire la vita umana, nel nostro caso l’alpinismo. E ritengo che non si possa cancellare così facilmente, l’ideale c’è, rimane nella persona che segue il suo istinto, una sua volontà. E anche il riflessivo, in certe regole che si è imposto di seguire, trova il suo spazio di libertà.

Nelle imprese alpinistiche si può fare una distinzione. Le imprese possono essere creative o possono essere nate da una competizione.

Faccio un esempio.

Georg Winkler che sale sulla sua torre omonima, da solo, a 17 anni, senza nessuno intorno. La torre non era certamente una meta di nessuno, probabilmente non aveva avuto nessun tentativo. Ebbene, quella è stata una impresa creativa, un’impresa della fantasia. Winkler ha visto una foto, un disegno e sulla base di questi dati scarni va e sale.

Ci sono stati tanti esempi creativi, mi vengono in mente Boardman e Tasker sul Changabang, gli è riuscita un’impresa incredibile per quel tempo, sono andati là e hanno fatto. Avevano certamente una grande esperienza, ma nessuno aveva in mente il pilastro ovest del Changabang.

L’esempio contrario che mi viene in mente è la Nord delle Jorasses. Certamente una grandissima impresa, poiché in questo contesto non vogliamo sminuire nulla. Ma a monte vi era una competizione, vedi la Nord dell’Eiger, competizioni incredibili durate per anni.

Si era già quasi arrivati alle soluzioni, perciò chi la risolve, pur bravissimo, deve anche dire grazie agli altri “competitors”: mentre nei casi di creatività il salitore non dovrà ringraziare nessuno.

Questo per introdurre la pericolosità della competizione, anche e soprattutto in termini di libertà.

Qualche tempo fa qualcuno voleva identificare l’alpinismo come competizione, ma se l’alpinismo è una forma d’arte, e lo è, e su questo siamo tutti d’accordo, l’accostamento non regge.

Se l’alpinismo fosse soltanto competizione, allora per fare la più grande impresa si potrebbero mettere insieme gli alpinisti per una gara. Allora occorrerebbe, per avere un opera d’arte, prendere cento pittori, metterli assieme in uno studio enorme e dire “mettevi lì e fate un’opera d’arte, così vediamo chi la fa più bella”.

Pura follia, perché il pittore ha bisogno della sua solitudine, della sua concentrazione e non della competizione con altri.

La competizione è pericolosa esattamente come quel famoso materiale del quale parlavo all’inizio, cioè il materiale per la sicurezza. Perché la competizione è quella situazione mentale in cui l’alpinista, o meglio l’individuo, non è più a contatto strettissimo con la natura e con la montagna, non ha più come partner la montagna, unico punto di riferimento, ma ha a cuore la volontà di vincere i suoi competitori. Se no, che competizione sarebbe?

Ciò è molto pericoloso, limitando l’istintività pone in situazione a rischio fisico. Ed è soprattutto è un fattore che limita la libertà di scelta, cioè la libertà che è in noi, di fare o non fare un’azione. La competizione è fuorviante perché allontana dalla montagna e da noi stessi.

Sono convinto che il rapporto tra la montagna e l’alpinista sia essenziale, dove la montagna fa sempre la parte del padrone, del più forte. Purtroppo certi alpinisti, in certi momenti, e chiunque di noi può essere ingannato, non si accorgono di modificare questo salto tra noi e la montagna, un dislivello che diminuisce se siamo in competizione con qualcuno, perché non interessa più la montagna, che diventa un semplice sfondo di palcoscenico e non più il partner. E nel momento in cui viene a mancare questo dislivello tra noi e la montagna viene meno quella scarica incredibile di energia, di forza, di bellezza e di arte che si ha invece quando realmente noi entriamo in contatto con la cosa più bella di una scalata, cioè l’inseguimento di quel nostro obiettivo che abbiamo scelto “liberamente”.

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L’istruttore del CAI

La figura dell’istruttore di alpinismo nelle sezioni del CAI
di Carlo Ventura (da Astimontagna, CAI Asti, luglio 2014, con qualche lieve modifica)

L’iter formativo degli istruttori di alpinismo in ambiente CAI è particolarmente complesso, lungo e severo. Intanto la frequenza di regolari corsi di alpinismo in scuole sezionali ufficialmente riconosciute costituisce un iniziale passaggio obbligato.

Ad esempio, un giovane per quanto atletico e brillante, pur frequentando già la montagna, non basta che dimostri delle doti naturali e predisposizione per questa disciplina: non è ammessa l’autodidattica. Ovvero dovrà comunque sottoporsi all’apprendimento delle tecniche fondamentali, collaudate, aggiornate e uniformi suggerite dagli organi tecnici centrali e periferici del CAI.

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Nel frattempo, nell’ambito della scuola, acquisirà basi culturali e mentalità adatte a sua volta all’insegnamento. Dopodiché insieme agli allievi più meritevoli e, come si dice più portati e affidabili, verrà invitato a collaborare e a inserirsi gradualmente nel corpo-istruttori della scuola di appartenenza. Prima, per un periodo almeno biennale, come aiuto-istruttore, poi come istruttore sezionale. Intanto dovrà maturare un’adeguata esperienza individuale in alta montagna tale da costituire un curriculum sufficiente, sia su roccia che su ghiaccio, a essere ammesso in seguito ai corsi regionali per conseguire la qualifica di Istruttore di alpinismo. Questi sono corsi biennali di formazione e selezione che si concludono con un esame teorico-pratico piuttosto rigoroso.

A questo punto, dopo un’adeguata permanenza in questo ruolo, coloro che contribuiscono in modo più attivo alla vita della scuola sezionale, se avranno maturato un’ulteriore esperienza d’alta montagna di livello superiore, potranno essere ammessi al corso per Istruttori Nazionali di alpinismo della Scuola Centrale del CAI. Corso che si svolge solo ogni due anni e che consiste in alcuni stage in montagna, molto selettivi e di alto grado alpinistico.

A parte le energie necessarie per raggiungere tale obiettivo, ammesso che pochi sono in grado di superare una selezione così severa, se si fanno due conti, si constata che, ben che vada, occorrono minimo circa una decina d’anni per diventare istruttore nazionale e, una volta raggiunto ciascuno dei vari step sopracitati, non è che lo si mantenga automaticamente per un tempo illimitato. Nossignore, si è sottoposti a una periodica e frequente verifica circa la continuità delle funzioni didattiche nelle proprie scuole, l’attività personale in montagna, l’aggiornamento tecnico in sessioni periodiche a frequenza obbligatoria, proposte da organismi superiori.

Il tutto da conciliare con impegni personali di famiglia, di lavoro, di studio, condizioni di salute, età e quant’altro. Quindi da tutto ciò si può ben capire che per fare e continuare a fare l’istruttore di alpinismo nel CAI, oltre ad una smisurata passione per la montagna, occorrono una buona dose di costanza e di tenacia.

Altro aspetto fondamentale della figura dell’istruttore di alpinismo, come pure di tutte le altre qualifiche di istruttore ed accompagnatore del CAI, è la responsabilità sia civile che penale, ma soprattutto morale, nei confronti di chi si affida a noi.

Discorso questo molto complesso e articolato, che non si può semplicisticamente liquidare, come magari piacerebbe a qualcuno, ampliando sempre di più e perfezionando le coperture assicurative. Non c’è polizza che ci possa sollevare dalla responsabilità morale, che personalmente ritengo la più onerosa!

Carlo Ventura, sulla Placca di 40 metri della Palestra dei Laghetti (Appennino Ligure), 5 luglio 1964IstruttoriCAI-VenturaCarlo,Laghetti,5-VII-1964
Per quanto attiene invece alla responsabilità giuridica colgo l’occasione per un approfondimento di merito che magari molti sottovalutano o non considerano a sufficienza. Questo tipo di responsabilità non è mai derogabile o rinunciabile da parte di operatori qualificati e ufficialmente riconosciuti come gli istruttori del CAI, sebbene volontari non professionisti. Si badi bene, ciò vale anche se si partecipa ad attività del CAI in incognito, senza comparire tra gli organizzatori responsabili e persino durante lo svolgimento di una qualsiasi attività collettiva ricreativa e senza alcun compenso, privatamente e fuori dall’ambiente del CAI. Facciamo un esempio di tutt’altra natura: una persona qualunque, in possesso di un’imbarcazione di discrete dimensioni e titolare di patente nautica, quindi con una lunga e documentata esperienza marinaresca, viene invitato a partecipare in comitiva a una gita sulla barca di proprietà di un amico comune. In caso di disgrazia, il giudice inquirente potrebbe invitarlo a dimostrare di aver suggerito e imposto (anche con la forza e contro la volontà del proprietario dell’imbarcazione) ogni accorgimento utile e indispensabile a scongiurare, nei limiti ragionevoli del possibile, situazioni di grave pericolo. La stessa cosa vale anche in montagna. Si abbia ben presente che, in caso di grave rischio, gli operatori qualificati del CAI devono obbligatoriamente assumersi le responsabilità che la loro esperienza impone.

Infine, strettamente correlato al concetto di responsabilità giuridica, si è aperto negli ultimi tempi un vivace dibattito, che varrebbe la pena di approfondire, circa la libertà dell’alpinista su di un terreno di avventura come la montagna. Questo argomento era già stato oggetto di interessanti interventi alla assemblea nazionale di Soave del 17 novembre 2012, da parte di Alessandro Gogna, come pure dell’avvocato Vincenzo Torti e del past-president Annibale Salsa.

È stato poi ripreso e approfondito in una recente lettera dello stesso Gogna, quale portavoce dell’Osservatorio del CAI per la libertà in montagna e in alpinismo, indirizzata al Pubblico Ministero torinese Raffaele Guariniello, che indaga sulle ultime sciagure da valanga provocate dallo sci fuori-pista. Egli così si esprime: “La libertà in alpinismo… è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri. La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici”.
Concludendo poi: “Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti”.

Reduce dall’ennesimo incidente, lasciatemi aggiungere: non sempre le disgrazie in montagna sono dovute alla fatalità. Spesso hanno la loro componente di errore umano, d’imperfezione tecnica, di sottovalutazione delle difficoltà, ecc. Critiche pertinenti che si possono accettare. Chi non sbaglia mai? Non si è mai finito d’imparare. Ciò non di meno, specialmente noi istruttori e soprattutto nella pratica didattica, dobbiamo assumere dei comportamenti, usare tali cautele di prudenza e tali misure di sicurezza da impedire assolutamente di poter essere considerati degli spericolati. Le scuole di alpinismo sono un efficace antidoto alla frequentazione selvaggia della montagna, possono e devono educare i giovani allievi a una pratica dell’alpinismo consapevole e responsabile.

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La lunga notte dei Sibillini 3

A proposito del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, qui di seguito riporto due lettere di Paolo Caruso, una del 27 ottobre e l’altra del 28 ottobre 2014. Come appendice, riporto uno scambio di missive originato da una lettera di Alessandro Fabbrizio del 5 agosto 2014. Terza parte (3-3).

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Paolo Caruso, 27 ottobre 2014
Cari amici,
siamo stati molto occupati e solo ora possiamo aggiornarvi su alcune vicissitudini relative al Parco dei Sibillini. Il 20 di ottobre il Parco ci ha inviato un’altra comunicazione, il documento n. 6158 del 17.10.2014 che leggeremo appena possibile e a cui entro 30 giorni eventualmente risponderemo.

Innanzitutto ci fa piacere farvi sapere che la sanzione alla Guida Alpina Paolo Caruso è stata annullata (!). Nel documento 5730 del 30 settembre 2014 si legge infatti: “La sanzione le è stata levata dal Corpo Forestale dello Stato…”. Ringraziamo quindi il Direttore e il Corpo Forestale per aver riconosciuto il non sussistere del fatto ai danni del suddetto. Speriamo che presto, a seguire, venga anche riconosciuto il diritto di TUTTI gli alpinisti, di poter finalmente riprendere, dopo ben 6 (sei) anni, la pratica dell’alpinismo come avviene in tutti i parchi di montagna del mondo. Complimenti a tutti per il buon esito della faccenda, d’altronde eravamo certi che alla fine il buon senso avrebbe prevalso (!).

Nonostante la buona notizia, riteniamo comunque opportuno condividere alcuni punti importanti per i quali siamo ancora in attesa di risposte esaustive. Se non riusciremo a ottenerle entro breve tempo, non staremo ulteriormente a rinnovare le nostre richieste al Parco come per altro siamo stati già costretti a fare e ci rivolgeremo alle autorità preposte.

Vogliamo iniziare da quanto affermato dal Presidente Olivieri nella sua mail del 09/09/2014:
in merito alle e-mail di Paolo Caruso e ai relativi commenti, contenenti molte imprecisioni […]. Non posso, infine, non manifestare il mio disappunto per queste continue polemiche fondate su informazioni approssimative e che talvolta appaiono provocatorie e strumentali al mero raggiungimento di interessi particolari.“

ACQUISIZIONE DI INFORMAZIONI
Noi abbiamo diritto all’accesso alle informazioni che devono essere disponibili e pubbliche. Vogliamo ricordare che in diverse occasioni siamo stati costretti a richiedere al Parco chiarimenti, approfondimenti, documenti citati a motivazione delle scelte dell’Ente e non disponibili. Il Parco ha risposto a tali richieste con riluttanza, dopo numerosi solleciti e talvolta non ha proprio risposto. Abbiamo inoltre richiesto di essere tenuti aggiornati e di essere coinvolti nei processi decisionali in materia di regolamentazione delle attività alpinistiche. Ciò non è avvenuto, sebbene previsto e auspicato dalle leggi italiane ed europee. Perfino la promessa del Direttore riscontrabile nella sua e-mail del 28/05/2013 in cui si richiedeva la nostra disponibilità a partecipare a “non meno di 4 incontri” è stata puntualmente e inspiegabilmente disattesa. Il Parco non può che biasimare se stesso per non aver comunicato in modo efficiente ed esaustivo con i propri stakeholders e per non averli adeguatamente coinvolti nelle diverse fasi dei processi in atto, in modo da evitare la situazione che si è venuta a creare.

A questo proposito, facciamo presente che la Convenzione di Aarhus, come ben specificato anche nella e-mail di Silvia Bonifazi, evidenzia l’importanza e l’obbligo di un coinvolgimento reale, non certo di “facciata”. Non è di sicuro sufficiente il verbale di un’unica riunione (quella dell’8 luglio ‘14) in cui per altro sono state semplicemente comunicate decisioni già prese dal Parco in modo unilaterale e senza alcuna concertazione, per dimostrare il rispetto di tale Convenzione. Come non è sufficiente limitarsi a concedere un tempo di 5 gg (come è avvenuto in occasione dell’incontro dell’8 luglio e della pubblicazione degli atti all’Albo Pretorio, dopo ben 6 anni di attesa!!) per far pervenire eventuali commenti e suggerimenti che poi sembrano non essere stati minimamente presi in considerazione nel Regolamento pubblicato all’Albo Pretorio (vedi le “Richieste di modifica e integrazione ai decreti 48 del 28/08/2014 e 384 del 29/08/2014” proposte dalla Guida Alpina Paolo Caruso e dal dott. Marco Speziale) per parlare di processo “condiviso”. Lo ripetiamo e sottolineiamo con forza: il Regolamento emanato dal Parco dei Sibillini è frutto di un’attività che vede coinvolto come unico portatore di interesse (questo si particolare) il Collegio delle Guide Alpine delle Marche. E ciò costituisce grave irregolarità e inadempienza.

GLI INTERESSI “PARTICOLARI”
Il Presidente Olivieri forse non si rende conto che disappunto, insieme a sconforto e indignazione, sono esattamente i sentimenti che il Parco suscita in noi, insistendo nel difendere provvedimenti inappropriati e discriminanti, continuando ad evitare azioni costruttive. Al Presidente vogliamo ricordare inoltre che non è corretto (e, anzi, si colloca al limite della diffamazione) parlare di “interessi particolari” e insinuare che le nostre azioni siano mirate al raggiungimento degli stessi. In questo modo potrebbe essere messa a tacere ogni forma di dissenso civile! Ricordiamo invece al Presidente che dovrebbe più correttamente riferirsi a noi come “portatori di interesse” o stakeholders, concetto ben diverso e che definisce “Qualsiasi gruppo o individuo che può influire o essere influenzato dal raggiungimento degli obiettivi di una organizzazione” (Freeman, 1984). In quanto gruppo di alpinisti amatoriali e professionisti, appassionati di montagna a 360 gradi, siamo stati negativamente colpiti dalle decisioni del Parco dei Sibillini in materia di alpinismo e siamo preoccupati di una possibile escalation, a danno anche di altre attività. Riteniamo un nostro diritto-dovere quello di interloquire con l’Ente e chiedere di essere ascoltati, anche perché le proposte che portiamo avanti sono serie, ben circostanziate e assolutamente compatibili con la tutela della fauna, la flora e gli habitat del Parco. Ma partono dal presupposto che la convivenza tra uomo e natura sia possibile e auspicabile, obiettivo per altro indicato dalle direttive degli organi internazionali.

L’importanza e il ruolo degli stakeholders sono riconosciuti dalla normativa italiana ed europea, ma se il Parco non sa distinguere la differenza tra “interessi privati” e “portatori di interesse”, non stupisce che non sappia come gestire correttamente il rapporto con questi ultimi, e in particolare con noi. Di conseguenza, è forse il caso di rispedire definitivamente al mittente le affermazioni su menzionate e richiedere l’utilizzo di termini più appropriati e civili, oltre al riconoscimento dovuto (Convenzione di Aarhus). Sarebbe consono all’importante ruolo rivestito dalla Dirigenza del Parco scusarsi piuttosto che insistere in insinuazioni offensive. Ci sembra, inoltre, importante ricordare a tutti che il dissenso nei confronti dell’operare del Parco non è certo limitato a un paio di persone (nello specifico Paolo Caruso e Marco Speziale) come il Direttore e il Presidente, strumentalmente, vogliono far credere. Il fronte del malcontento, anche al di là dei soggetti sottoscrittori del presente documento in rappresentanza di un gruppo ben più numeroso di persone, è invece ampio e variegato, come dimostra anche la lettera aperta del Presidente del CAI Martini al Ministro dell’Ambiente.

ALBO PRETORIO
Il 3 settembre 2014 sono stati richiesti al Parco gli atti citati nei decreti n. 48 del 28/08/2014 e n. 384 del 29/08/2014 pubblicati all’Albo Pretorio, che non erano stati resi pubblici. Tali atti sono stati inviati soltanto dopo 43 giorni e diversi solleciti! A tale proposito, il Direttore nel documento 5730 del 30-09-2014 scrive;

l documenti richiamati in motivazione non devono, in ogni caso, essere necessariamente allegati […] va escluso il diritto di accesso volto ad esercitare un potere esplorativo di vigilanza attraverso il diritto all’acquisizione conoscitiva di atti o documenti […] sebbene il numero elevato di mail inviate (otto, se si considera solo il periodo dal 3 al 15 settembre 2014) sia tale da lasciare perplessi […].”

A parte il fatto di dover essere costretti a richiedere più volte gli stessi atti, cosa che non dovrebbe certo essere necessaria, ma il fatto paradossale è essere accusati di esercitare un “potere esplorativo” e di “inviare un numero elevato di e-mail” a causa di ciò. In realtà, come detto, buona parte di queste mail sono state scritte semplicemente perché il Parco non ha ottemperato a quanto previsto dalla legge, inviando gli allegati ben dopo il tetto massimo dei 30 giorni previsti, scadenza evidenziata perfino dallo stesso Direttore del Parco nel documento 5730 (!), e solo dopo diversi solleciti. Quindi il Parco lamenta di ricevere le troppe mail che ci costringe a scrivere per poter esercitare il nostro legittimo diritto di conoscenza!!! Sembra assurdo ma questi sono i fatti, per altro ben dimostrabili. 

Vogliamo inoltre precisare quanto contemplato dalla legislazione in tema ambientale. Infatti, la normativa vigente, come ricordato dal Parco, non consente istanze volte a un controllo generalizzato della PA, con un’unica importante eccezione:

“[…] l’art. 3, d. lgs. n. 195 del 2003 (con il quale è stata data attuazione alla direttiva 2003/4/Ce sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale) chiarisce che le informazioni ambientali spettano a chiunque le richieda, senza necessità, in deroga alla disciplina generale sull’accesso ai documenti amministrativi, di dimostrare un suo particolare e qualificato interesse […] la medesima disposizione estende il contenuto delle notizie accessibili alle “informazioni ambientali” (che implicano anche un’attività elaborativa da parte dell’amministrazione debitrice delle comunicazioni richieste), assicurando, così, al richiedente una tutela più ampia di quella garantita dall’art. 22, L. n. 241 del 1990, oggettivamente circoscritta ai soli documenti amministrativi già formati e nella disponibilità dell’amministrazione (Cfr. TAR Lazio Roma, Sa III, 28.6.2006 n. 5272, TAR Campania Sa, IV, 21.5.2009, n.2466”). (“Albo Pretorio online e diritto di accesso”, Avv.ti A. Cordasco, D. Tomassetti, GA n. 2, 2011). Ciò ammesso che i documenti in questione non dovessero effettivamente essere allegati al Regolamento pubblicato. Resta infatti da dimostrare l’assunto del Direttore che “Trattandosi di atti destinati ad una applicazione generale sia la motivazione, sia le modalità di partecipazione sono differenti rispetto agli altri atti.” Ci sembra che una direttiva che regolamenta in modo esclusivo l’attività alpinistica possa essere considerata molto specifica; in questo caso, la sua pubblicazione all’Albo pretorio online verrebbe a rientrare nelle più generiche norme specificate nell’apposito Vademecum (vedi www.funzionepubblica.gov.it) in cui si legge:

“[…] 6. La consultazione dei documenti deve sempre riportare all’utente, chiare e ben visibili:

[…] e. la lista degli allegati, consultabili, riferiti alla pratica.”

Vorremmo infine avere un’ultima delucidazione dal Direttore Perco in merito alla seguente affermazione: “Resta, ovviamente, in capo all’amministrazione adottare l’atto finale che, non necessariamente deve coincidere con le sue aspettative, le quali comunque sono state valutate e in parte accolte”. Vorremmo infatti che ci indicasse quali suggerimenti sono stati accolti e soprattutto dove e quando verranno integrati nel nuovo Regolamento che stiamo aspettando di vedere pubblicato all’Albo Pretorio !

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CHI PERSEVERA NELLE IMPRECISIONI
Il Presidente ci accusa anche di essere imprecisi…un commento che fa sorridere se si esaminano le molte e gravi “imprecisioni” commesse dal Parco stesso in questa vicenda, considerando che si tratta di un Ente pubblico e non certo di un gruppo di privati… oltre a quelle di cui sopra, ne ricordiamo alcune altre:

Il Direttore Perco, sempre nel documento 5730, a proposito del Colle delle Cupaie riporta:

“Preme infine ricordare che, ai sensi della DGR Marche n. 1471 del27/10/2008 “nel periodo dal 1 gennaio – 31 agosto sono vietati l’arrampicata sportiva, le escursioni, le osservazioni ravvicinate e il volo ad una distanza inferiore a 500 m dal sito di nidificazione”.

Il Direttore vorrebbe forse applicare il DGR Marche 1471 al Colle delle Cupaie? Non possiamo allora che far presente allo stesso Direttore che:

  • il personale del Parco dovrebbe almeno sapere che il Colle delle Cupaie non si trova nel territorio marchigiano, ma in Umbria, nel comune di Norcia!;
  • l’arrampicata non può essere assunta come “capro espiatorio”, cioè non si può vietare solo l’arrampicata e non considerare le altre attività, come per altro ricordato anche dal Direttore nel documento sopra citato. Ma allora perché il decreto 384 del Parco circoscrive il divieto alla sola arrampicata? Perché continuare con questa assurda discriminazione? O il rischio di disturbo alla specie esiste ed è reale, e quindi occorre prendere tutte le misure del caso per evitarlo, oppure siamo di fronte a un atto di facciata, che penalizza un’unica categoria ritenuta numericamente e/o civilmente irrilevante, per non dire una categoria nei confronti della quale il Parco ritiene giudizi (o pregiudizi) dettati unicamente dall’ignoranza. Si fa presente che attualmente si vieta l’arrampicata, nel periodo indicato, anche sulle cosiddette “roccette Zazzà” che distano circa 450 metri in linea d’aria dall’”ipotetico” nido del falco pellegrino (ricordiamo a tal proposito che il divieto è stato introdotto solo lo scorso anno senza che alcuna nidificazione sia mai andata a buon fine) mentre invece si consentono tutte le altre attività perfino nei pressi dello stesso! Nel merito dell’arrampicata, i “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS)” emanati dal Ministero dell’Ambiente (D.M. 17 ottobre 2007) prevedono la regolamentazione per “[…] l’avvicinamento a pareti occupate per la nidificazione di […]  mediante elicottero, deltaplano, parapendio, arrampicata libera o attrezzata e qualunque altra modalità”.

Se ne deduce che non è contemplato uno specifico per la sola arrampicata; inoltre, la distanza dei 500 metri è una misura (a nostro avviso piuttosto arbitraria) introdotta dalla legge regionale delle Marche, ma non prevista dalla normativa europea (direttiva n. 79/409/CEE Uccelli), né dai criteri minimi del MATTM. Ma in ogni caso, se anche si volesse prendere in considerazione “l’originale” divieto marchigiano dei 500 metri per esportarlo “a forza” in UMBRIA, evidentemente bisognerebbe chiudere anche la strada che da Norcia va a Castelluccio, dato che passa a circa 100 metri dalla falesia del Colle delle Cupaie.

Se esistono ragioni serie e motivate per introdurre un divieto, questo deve essere applicato con buon senso, in modo equo, giusto, appropriato e per tutte le attività, senza discriminazione alcuna.

PORTATORI DI INTERESSE e CONVENZIONE DI AARHUS
Dopo anni di vane parole e promesse, è stato approvato un regolamento concordato con un solo stakeholder, il Collegio delle Marche. Tale regolamento è stato bocciato dalla gran parte degli alpinisti presenti alla riunione dell’8 luglio e da molti altri per la sua approssimazione, inadeguatezza e per la mancata condivisione delle modalità in esso previste. Non crediamo ci sia bisogno in questo contesto di sottolineare ulteriormente i motivi di tale bocciatura. Basti ricordare che la maggioranza degli alpinisti amatoriali e professionisti che frequentano con una certa regolarità il Parco dei Sibillini, a esclusione delle 3 guide alpine marchigiane (già, perché queste sono le guide alpine residenti nelle Marche presenti in detto “Collegio” – ma, come detto, il Parco ha una idea tutta sua sul coinvolgimento dei portatori di “interessi”) non condividono, né nei contenuti né nei modi, quanto portato avanti dal Parco in materia di alpinismo e arrampicata. Nel caso ce ne fosse bisogno, ricordiamo ancora una volta quanto espresso in questo senso anche dalla Presidenza del CAI…Si sottolinea però che, nonostante le discutibili modalità del Parco, alcuni di noi hanno continuato ad adoperarsi in modo costruttivo con la disponibilità sempre dimostrata per migliorare e rendere condivisibile il regolamento redatto dal Collegio marchigiano, come da commenti scritti di Paolo Caruso, di Marco Speziale e di Alessandra Baldelli.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI
Nel documento 376 del 27/08/2014 – Progetto “Praterie Alto Montane” si legge: “Tutte le attività connesse o funzionali anche indirettamente alla realizzazione degli interventi di cui al presente articolo devono essere improntate alla massima sostenibilità ambientale; in particolare, l’utilizzo di mezzi a motore deve essere limitato allo stretto necessario e comunque confinato alle sedi stradali.”

Per quale motivo quanto sopra specificato non viene rispettato? Infatti, come confermato dal Corpo Forestale contattato dal Dott. Speziale è stato concesso il permesso di transito in Val di Bove, ove non esiste alcuna strada e alcun tipo di carrareccia, ai mezzi motorizzati con ordinanza del Sindaco di Ussita 1/2005. I mezzi motorizzati attualmente percorrono, per fini “produttivi”, i prati della Val di Bove per arrivare perfino in prossimità del M. Bove Nord, nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo e all’escursionismo. E’ possibile considerare l’alpinismo e l’escursionismo più impattanti rispetto alle attività dei mezzi motorizzati? E poi, se anche si volesse concedere il transito a tali mezzi per fini produttivi, perchè allo stesso tempo è stato sanzionato un professionista della montagna durante l’esercizio della sua professione? Non si tratta forse sempre di un’attività produttiva? La legge è uguale per tutti o ci sono cittadini di serie A e altri di serie B?

ACCUSE INFONDATE DEL DIRETTORE PERCO e DEL COLLEGIO DELLE MARCHE
La Guida Alpina Paolo Caruso si vede nuovamente costretta a richiamare il Direttore Perco e il Collegio delle Marche affinché desistano dall’insistere nell’accusa di irregolarità nei suoi confronti, per il fatto di non essere iscritto al Collegio marchigiano. Non sembra il caso dover prendere dei provvedimenti (diffamazione con relativa ripercussione nel penale e nel civile) per un’accusa così palesemente insensata, ma si spera vivamente che si ravvedano e la smettano, altrimenti le misure del caso dovranno essere prese. Tale affermazione fu già confutata facilmente in occasione della “disinformata” e infelice pubblica affermazione del Sig. Fabio Miconi in rappresentanza del Collegio marchigiano stesso. Tuttavia, nel documento prot. 5730 del 30 settembre 2014 il Direttore Perco torna alla carica e, insistendo con infondate polemiche, dichiara:

“Lei, innanzitutto, non risulta iscritto presso il Collegio delle Guide alpine di Marche e non ci risulta che possa svolgere esercizio professionale, se non in via occasionale e senza carattere di esclusività, nelle Marche […]!”

Non vogliamo credere che il Direttore abbia avuto intenzione di svolgere azioni di persecuzione nei confronti di qualche Guida Alpina, entrando in meriti e valutazioni che neanche gli competono, ma da quanto riporta sembra particolarmente disinformato. Non si ritiene necessario citare nuovamente la normativa, in quanto è stato già fatto nella e-mail del 23 novembre 2010 cui si rimanda il Direttore Perco. Si ricorda solo al Direttore che la Guida Alpina suddetta risiede in Umbria, insieme ad altre Guide Alpine, e non ha recapito nelle Marche in quanto non svolge attività fissa o stagionale in questa regione, dato che la sua attività lo porta a operare in numerose regioni italiane, tra cui Umbria, Lazio, Toscana, Liguria, Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia, Trentino, Marche, Emilia Romagna…oltre che al di fuori dell’Italia…

Per chiarimenti ulteriori si rimanda il Direttore alla consultazione del sito web www.metodocaruso.com  ed eventualmente ai testi scritti da Caruso, inclusi quelli per il Collegio Nazionale delle Guide Alpine e per il CAI, in modo da comprendere l’oggetto del suo lavoro e i differenti luoghi che frequenta.
Questo documento per ora è firmato soltanto da quelli di noi che hanno partecipato alla nostra ultima riunione del 18 ottobre 2014 o ne hanno potuto condividere direttamente i contenuti, tra cui Guide Alpine-Maestri d’Alpinismo, Istruttori, alpinisti.
Paolo Caruso
Luigi Mario
Marco Speziale
Luigi Martino
Silvia Bonifazi
Carla Amagliani
Ada Cristofori
Ferdinando Daini
Roberto Ferrante
Micaela Solinas
Lucio Marcantonini
Peppe Vergari
Giovanni De Marchi
Kristian De Marchi
Gabriella Bagnarini

PS
Chiunque volesse visionare i documenti menzionati in questa comunicazione e che non abbiamo allegato per non “appesantirla” troppo, può richiederceli senza alcun problema.

Paolo Caruso, 28 ottobre 2014
Cari amici,
mi scuserete per questa mia seconda e-mail ma ritengo doveroso informarvi delle azioni intraprese dalla rappresentante umbra di Mountain Wilderness, Cristina Garofalo, di concerto con il Collegio delle Marche.

La Signora di MW ha inviato al Collegio marchigiano prima e, di comune accordo, al Collegio Nazionale e al Collegio Toscano (dove sono iscritto) poi, una e-mail di “Segnalazione comportamento offensivo della Guida Alpina Paolo Caruso”. Proprio lei che ha offeso me e tutti noi nella sua prima e-mail, ha pensato bene di denunciare il mio presunto “comportamento offensivo”, girando a detti collegi una mail specificatamente “personale” che avevo scritto a lei e non certo più offensiva della sua. Penso che alla Signora di cui sopra sarebbe utile studiare a fondo non solo la Convenzione di Aarhus, ma anche la legge sulla privacy, per la quale sarà tenuta a rispondere. Lo stesso Marco Vallesi, Presidente del Collegio marchigiano ha scritto frasi che sembrano apparire offensive non solo nei miei ma anche nei confronti di voi tutti, eccole:

“Non posso che comprendere il suo disappunto oltre che condividere, a nome di tutto gli iscritti a questo Collegio, il biasimo nei confronti del Sig. Caruso. Ciò nonostante, i reiterati comportamenti dei singoli portatori di “disinteresse” rischiano di rallentare il fisiologico processo di integrazione uomo-ambiente, ambiente-ambiente, uomo-uomo.”

Invece di collaborare per risolvere i problemi, alcune persone insistono per mantenere le “loro personali posizioni” cercando di mettere in cattiva luce tutte le voci che richiedono una volta per tutte di giungere a soluzioni appropriate e condivise.  E’ degno di nota il fatto che, tra l’altro, ci risulta che siano rimasti gli unici a difendere quelle posizioni.  Ritengo comunque molto meschino e perdente andare “sul personale” piuttosto che affrontare i contenuti e le critiche costruttive che tutti noi stiamo portando avanti relativamente ad alcune delle problematiche generate dalle azioni del Parco Nazionale dei M. Sibillini. A noi interessa parlare dei contenuti, non altro. Men che meno ci interessano le polemiche personali. Per questo non mi soffermo ulteriormente sulle azioni della Signora di MW, considerando anche che, a seguito delle risposte ricevute, non credo si dedicherà ad ulteriori “azioni di aggressione” e di “disinformazione”. Per quel che riguarda invece detto Collegio marchigiano, invito a ricordare l’intervento… diciamo poco “conforme alla situazione” del loro rappresentante in occasione dell’incontro dell’8 luglio e i contenuti espressi nel regolamento, da loro stilato, che hanno suscitato un disappunto unanime. Sono questi i contenuti e le modalità del loro operare a essere evidente prova di “disinteresse” nei confronti di tutto ciò che non corrisponde al loro punto di vista. Spero che si ravvedano al più presto e comincino ad agire invece per il “bene comune”, evitando anche il pericolo di mettere in cattiva luce tutta una categoria di professionisti che sono invece molto ben preparati.

Come Guida Alpina, quindi, ci tengo a sottolineare che la maggioranza di noi professionisti della montagna, a parte dunque le poche eccezioni facilmente individuabili, crede fortemente nella possibilità di giungere a un documento ben fatto e soprattutto condiviso, mettendo a disposizione le autorevoli competenze che abbiamo proprio come professionisti della montagna. La frequentazione della montagna in modo corretto, consapevole, che si avvale delle basilari norme di sicurezza insieme all’integrazione tra l’uomo e la natura, in particolare nella pratica di attività compatibili come l’alpinismo, sono solo alcuni dei punti saldi, non solo miei ma mi sento di affermare anche della nostra categoria. Dispiace che il Parco non abbia voluto beneficiare dei consigli e delle soluzioni proposte dalle persone più capaci e preparate che hanno continuato, nonostante tutto e a distanza di anni, a mettere a disposizione le proprie competenze al fine di cercare, purtroppo inutilmente, di risolvere i problemi e di giungere a soluzioni condivise.

In pace e un saluto a tutti

Alba sui Monti Sibillini. Foto: Maurizio Pignotti
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ALESSANDRO FABBRIZIO (5 agosto 2014) a:
Alla C.A. del Direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Spett.le Dr. Franco Perco
Alla C.A. del Prefetto di Macerata, Spett.le Dr. Pietro Giardina
Alla C.A. del Procuratore della Repubblica, Spett.le Dr. Giovanni Giorgio
p.c.
Alla C.A. del Comandante Regionale del Corpo Forestale dello Stato, Spett.le Dr.ssa Cinzia Clementina Gagliardi
p.c.
Alla C.A. del Presidente del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, Spett.le Dr.ssa Paola Riccio
p.c.
Alla C.A. del Presidente del Raggruppamento Regionale del Club Alpino Italiano, Spett.le Sig. Lorenzo Monelli
p.c.
Alla C.A. del Collegio Regionale Guide Alpine e Accompagnatori di Media Montagna, Spett.le G.A. Tito Ciarma

Egregi Signori Vi scrivo per mettere in luce un problema di pubblica sicurezza presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini legato alla totale incuria della rete sentieristica del Parco stesso.
I fatti sono i seguenti: il giorno 2 agosto 2014 mi sono recato al Santuario della Madonna dell’Ambro per salire sulla Vetta del Monte Priora o Pizzo della Regina seguendo l’itinerario 1.58 descritto nella Guida dei Monti Sibillini (M.Calibani-A. Alesi, Grafiche Ventura Ascoli Piceno, 2° edizione 1987) e riportato nella carta dei sentieri scala 1:25000 Parco Nazionale dei Monti Sibillini (Società Editrice Ricerche, S.EL.CA., edizione 2002). La prima parte del percorso viene descritta anche nelle Guide Geologiche Regionali, Appennino Umbro-Marchigiano Itinerario 26 (Società Geologica Italiana, BE-MA editrice N° 7/2° volume 2001).
Il sentiero che dovrebbe partire dal Santuario Madonna dell’Ambro (m 683) e che dovrebbe intersecarsi alla quota 914 m con la carrareccia proveniente da Fonte Vecchia è semplicemente inesistente. In realtà occorre salire per “fratte” su terreno infido seguendo varie pseudo-tracce che portano nel nulla all’interno di un bosco fitto che non favorisce l’orientamento, aggirando dove
possibile salti rocciosi e ripidi canali.
Si capisce che solo persone con adeguata esperienza di Montagna sono in grado di arrivare incolumi all’intersezione con la carrareccia a quota 914 m. Questo, pur essendo il sentiero riportato sia sulla carta topografica sia nelle varie guide disponibili.
Tuttavia, ho avuto modo di apprezzare la magistrale manutenzione della rete sentieristica da parte dell’Ente Parco durante la fase di discesa, di ritorno dalla Vetta del Monte Priora. Invece di riprendere alla quota 914 m il percorso per “fratte”, fatto all’andata, ho continuato a scendere lungo la carrareccia e qualche centinaia di metri più in basso ho incrociato, sulla destra, una
diramazione della carrareccia che scendeva ripidamente verso il Torrente Ambro.
Supponendo che si trattase di una strada più agevole e più sicura per tornare al parcheggio ho cominciato a seguirla e dopo qualche centinaia di metri mi sono ritrovato nel vuoto con la carrareccia che terminava bruscamente, causa erosione e conseguente frana del versante destro (orografico) del Torrente Ambro, una cinquantina di metri sopra il letto del torrente.
A quel punto sono ritornato verso l’intersezione alla quota 914 m e da lì ho cominciato a scendere non senza problemi, pur avendo adeguate conoscenze e pratica di Montagna, verso il Santuario dell’Ambro.
A seguito del mio racconto sorgono spontanee la seguenti domande:
– Il percorso da me seguito viene riportato, come già scritto precendentemente, sia sulla carta topografica che nelle guide escursionistiche pertanto l’Ente Parco è responsabile della sua manutenzione e messa in sicurezza. Perché non lo fa?
– I tracciati in disuso o che portano nel nulla, come la carrareccia che termina nel vuoto sopra il letto del Torrente Ambro, debbono essere sbarrati ed interdetti al passaggio per garantire l’incolumità delle persone. Questo lavoro rientra nelle competenze dell’Ente Parco, perché non lo fa?
– Quanti e quali sono i sentieri fantasma, cioè tutti quei sentieri del Parco Nazionale dei Monti Sibillini riportati sulle carte e/o guide, ma di fatto inesistenti? Questo genere di “sentieri” rappresenta un potenziale pericolo per tutti i frequentatori della Montagna in quanto si viene tratti in inganno dalla discrepanza tra le informazioni raccolte a tavolino (pianificazione dell’itinerario) e la situazione reale sul terreno. Risulta ovvio che la valutazione del rischio fatta a casa, essendo basata sulle informazioni disponibili, risulti totalmente errata.
– Perché l’Ente Parco non sviluppa un’adeguata rete sentieristica con tanto di indicazioni ed informazioni aggiornate come avviene in tutti i Parchi Nazionali Italiani ed Esteri?
– Chi è il responsabile per eventuali incidenti che si dovessero verificare su questi sentieri fantasma, ignorati e trascurati dall’Ente Parco?
– Perché l’Ente Parco non curando la rete sentieristica mette a rischio la sicurezza e l’incolumità dei frequentatori della Montagna? Qual è il suo fine? Non dovrebbe, al contrario di quanto sta facendo, promuovere la conoscenza, il rispetto e la fruibilità dei Monti Sibillini?
La soluzione più logica alla problematica da me esposta è rappresentata dal recupero e messa in sicurezza della rete sentieristica già presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e dalla sua successiva cura e manutenzione nel tempo onde garantire la sicurezza di tutti i frequentatori della Montagna. Tale attività deve essere avviata dall’Ente Parco avvalendosi della collaborazione
del Corpo Forestale dello Stato delle associazioni di volontariato (CAI e CNSAS) e dei professionisti (Guide Alpine). Voglio anche rimarcare il fatto che l’assenza di un’adeguata rete sentieristica, oltre che a rappresentare un problema di sicurezza per le persone, favorisce lo sviluppo di decine e decine di microtracce che associate agli eventi meteorici portano all’aumento dell’instabilità superficiale dei versanti. In ultimo, aggiungo che l’eventuale emanazione di ordinanze che vietino il passaggio nelle zone dove i sentieri non sono mantenuti in corretto stato di esercizio non sono la soluzione al problema in quanto non si eliminano le criticità da me esposte. Fiducioso che le mie critiche e considerazioni vengano considerate in maniera seria e siano utilizzate in maniera costruttiva sia dall’Ente Parco sia dagli organi preposti al controllo e alla sicurezza del territorio Vi ringrazio per la cortese attenzione e colgo l’occasione per porgere i miei
Cordiali saluti.
Macerata, 5 agosto 2014
Alessandro Fabbrizio
Dottore di Ricerca in Scienze della Terra, Sci-Alpinista e Chef de Courses del Club Alpino Svizzero

Risposta di Paolo Panini
Caro Alessandro buona sera,
Ho letto con molta attenzione la tua mail e mi rendo conto della delicatezza della tua denuncia.
Ti assicuro che la stessa verrà portata in Consiglio Regionale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico sia dal sottoscritto che dal Presidente Regionale Paola Riccio.
Ti ringrazio di cuore per la precisione delle descrizioni che ci saranno molto utili. Spero di poterti rivedere presto e magari condividere una salita con le pelli quest’inverno.
Un saluto
Paolo

Monti Sibillini. Foto: Maurizio Pignotti
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Risposta del Direttore Franco Perco
Egregio Signor dr. Alessando Fabbrizio, Macerata
Dr. Pietro Giardina Prefetto di Macerata
Dr. Giovanni Giorgio Procuratore della Repubblica
Gentile dott. Fabbrizio,
ho atteso a risponderle sino al rientro di una mia collega, dopo le ferie.
Da quanto posso constatare Ella si è fornito di una carta non ufficiale del Parco ed inoltre non aggiornata, mentre sul nostro sito può ottenere informazioni assolutamente più corrette.
Di conseguenza, Ella può trovare una descrizione dettagliata dei percorsi escursionistici nel sito web del parco al seguente link: http://www.sibillini.net/Chiedi_sibilla/sentieri/index.html
e dei percorsi in bicicletta al link: http://www.sibillini.net/Chiedi_sibilla/gab/index.html. Nel sito web sono inoltre disponibili gratuitamente in formato digitale la nuova carta dei percorsi
del Parco in scala 1:40.000 che riporta correttamente il sistema di fruizione del parco, i numeri “catastali” dei sentieri escursionistici e che precisa quali sono i percorsi ufficiali del
Parco soggetti a segnaletica e manutenzione; vi sono inoltre le tracce GPS dei suddetti percorsi (link: http://www.sibillini.net/IL_PARCO/index.html voce a spasso con il GPS).
Preferisco tuttavia offrirLe una risposta ai suoi numeri rilievi, che spero Le risulti esaustiva.
Ma prima di iniziare mi permetto di farLe notare che il Parco possiede una sua pianificazione per quanto riguarda la sentieristica e che questa non è lasciata al caso, dal momento che si
fonda su di una propria idea della fruizione la quale, mi consenta, avviene all’interno di un Parco Nazionale e non di un sito qualsiasi.
Certamente Ella non ignorerà che la finalità principale di un Parco Nazionale è la conservazione (Legge nazionale 394/1991 art. 3, 1° comma) e che la “fruizione” non rientra nelle finalità prioritarie di questa Area Protetta. Ovviamente, la fruizione deve essere comunque garantita a norma dell’art. 14, 3° comma, nel quadro delle Iniziative per la promozione economica e sociale del territorio, pur sempre nel rispetto delle esigenze di conservazione.
Il Parco aveva censito oltre 400 sentieri storici del territorio. Di questi, compatibilmente con le esigenze di conservazione e valorizzazione dell’area protetta, ne erano stati individuati circa 80, che sono stati poi inseriti nel sistema di fruizione come “sentieri storici del Parco”. Grazie ad un progetto dei Gruppi Regionali Marche e Umbria del CAI, cofinanziato dal Parco, detti gruppi – MA NON IL PARCO – assicurano, sui sentieri storici, per non perderne traccia e memoria, la segnaletica orizzontale (bandierine rosso-bianco-rosso con riportato il numero del sentiero, apposti su elementi naturali, picchetti segnavia, omini in pietra, ecc..).
Per quanto riguarda le competenze più specifiche del Parco, esso garantisce gli interventi di manutenzione solamente sui sentieri facenti parte del suo sistema di fruizione e cioè:
· 18 sentieri natura,di cui 2 adatti alla percorrenza anche con sedie a ruote, (75 km ca)
· 17 percorsi escursionistici (185 km ca)
· Il Grande Anello dei Sibillini (124 km ca)
· 14 percorsi ad anello per bicicletta (559 km ca)
· 1 grande anello in bicicletta (228 km ca)
Quanto agli altri sentieri rimanenti, la scelta del Parco è stata quella di non segnalarli (fattispecie che avrebbe obbligato ad una loro gestione), almeno per il momento, in ragione della necessità di mantenere al Parco medesimo una certa riservatezza, come del resto si conviene ad un’Area di valenza, appunto, nazionale.
Devo lamentare che purtroppo sono in vendita numerose pubblicazioni, non ufficiali né edite dal Parco, nelle quale si suggeriscono diversi itinerari. Ciò non significa, anche se ciò non viene evidenziato, che in essi sia garantita una segnaletica e/o che essi siano perfettamente percorribili senza determinate precauzioni.
D’altra parte, Ella non potrà non convenire con me che si tratta di manuali e/o guide sulle quali non possiamo effettuare interventi di controllo come pure non possiamo limitarne la pubblicazione. E sta all’eventuale fruitore, prima di intraprendere un’escursione, informarsi sullo stato dell’itinerario prescelto. Dal canto nostro, poniamo la massima attenzione ed il massimo impegno per fornire all’eventuale fruitore, attraverso il sito del Parco ed i vari mezzi di comunicazione a nostra disposizione, nonché mediante l’attività dei punti informativi, tutte le informazioni relative all’offerta turistica del territorio, con particolare riguardo ai percorsi escursionistici.
Ciò posto, ecco le risposte ai suoi quesiti (testo Suo virgolettato, mia risposta in corsivo).

1. …. “la magistrale manutenzione della rete sentieristica da parte dell’Ente Parco durante la fase di discesa, di ritorno dalla Vetta del Monte Priora”. Il percorso da Lei effettuato non rientra tra i percorsi ufficiali del Parco sopra descritti.

2. “Il percorso da me seguito viene riportato, come già scritto precedentemente, sia sulla carta topografica che nelle guide escursionistiche pertanto l’Ente Parco è responsabile della sua
manutenzione e messa in sicurezza. Perché non lo fa?” Come già evidenziato, il sentiero non rientra tra i percorsi escursionistici sui quali il Parco garantisce la segnaletica e la manutenzione. La Carta topografica e le guide escursionistiche in suo possesso non sono edite dal Parco che non può dunque assumersi in alcun modo la responsabilità della veridicità dei contenuti.

3. “I tracciati in disuso o che portano nel nulla, come la carrareccia che termina nel vuoto sopra il letto del Torrente Ambro, debbono essere sbarrati ed interdetti al passaggio per garantire l’incolumità delle persone. Questo lavoro rientra nelle competenze dell’Ente Parco, perché non lo fa?” Non trattandosi di percorsi gestiti dal Parco lo stesso non ha alcuna competenza relativa alla manutenzione e nessuna responsabilità inerente la sicurezza degli stessi. La fruizione della montagna presenta dei rischi oggettivi che ciascuno assume nel momento in cui decide di intraprendere un’attività escursionistica/alpinistica, anche su percorsi segnalati e tracciati. Se così non fosse, per questioni di sicurezza sarebbe necessario vietare l’accesso alla maggior parte delle aree di alta montagna.

4. “Quanti e quali sono i sentieri fantasma, cioè tutti quei sentieri del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ” “riportati sulle carte e/o guide, ma di fatto inesistenti? Questo genere di “sentieri” rappresenta un potenziale pericolo per tutti i frequentatori della Montagna in quanto si viene tratti in inganno dalla discrepanza tra le informazioni raccolte a tavolino (pianificazione dell’itinerario) e la situazione reale sul terreno. Risulta ovvio che la valutazione del rischio fatta a casa, essendo basata sulle informazioni disponibili, risulti totalmente errata.” Il problema nasce dall’attendibilità delle fonti da cui si traggono le informazioni e circa questo punto ho ben precisato in precedenza quale sia lo stato dell’arte. La invito, in futuro, ad utilizzare come fonte di informazione il sito web e gli altri strumenti di comunicazione del Parco.

5. Perché l’Ente Parco non sviluppa un’adeguata rete sentieristica con tanto di indicazioni ed informazioni aggiornate come avviene in tutti i Parchi Nazionali Italiani ed Esteri? Come sopra descritto, il Parco ha pianificato e realizzato un sistema di percorsi escursionistici basato sui tracciati esistente: 384 Km di percorsi escursionistici e 787 Km di percorsi per mountain bike, tutti completamente segnatati e soggetti a manutenzione. Tutte le informazioni su tali itinerari, comprese eventuali interruzioni o inagibilità, vengono costantemente monitorate e segnalate all’utenza tramite i canali di comunicazione a nostra disposizione. Probabilmente anche in questo caso la sua osservazione nasce da una mancata conoscenza del contesto derivante da fonti di informazione non aggiornate e non riconducibili al Parco.

6. “Chi è il responsabile per eventuali incidenti che si dovessero verificare su questi sentieri fantasma, ignorati e trascurati dall’Ente Parco?” La risposta è in quanto detto sopra.

7. “Perché l’Ente Parco non curando la rete sentieristica mette a rischio la sicurezza e l’incolumità dei frequentatori della Montagna? Qual è il suo fine? Non dovrebbe, al contrario di quanto sta facendo, promuovere la conoscenza, il rispetto e la fruibilità dei Monti Sibillini?”
Anche in tal caso le risposte sono già in quanto detto sopra. Partendo dal presupposto che la sua nota non voglia essere una critica sterile, ma costruttiva, la invito a prendere visione, sempre nel sito del Parco, nella sezione Ente e Attività della documentazione relativa alla pianificazione generale del parco (Piano per il Parco) ed a quella specificamente dedicata alla fruizione ed alla valorizzazione turistica (http://www.sibillini.net/attivita/turismoSostenibile/index.html).
Potrà così constatare l’impegno del Parco per una fruizione responsabile, ma soprattutto prendere atto delle basi tecniche o scientifiche, su cui sono basate le scelte effettuate dal Parco.

8. “La soluzione più logica alla problematica da me esposta è rappresentata dal recupero e messa in sicurezza della rete sentieristica già presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini
e dalla sua successiva cura e manutenzione nel tempo onde garantire la sicurezza di tutti i frequentatori della Montagna. Tale attività deve essere avviata dall’Ente Parco avvalendosi della collaborazione del Corpo Forestale dello Stato delle associazioni di volontariato (CAI e CNSAS) e dei professionisti (Guide Alpine). Voglio anche rimarcare il fatto che l’assenza di un’adeguata rete sentieristica, oltre che a rappresentare un problema di sicurezza per le persone, favorisce lo sviluppo di decine e decine di microtracce che associate agli eventi meteorici portano all’aumento dell’instabilità superficiale dei versanti. In ultimo, aggiungo che l’eventuale emanazione di ordinanze che vietino il passaggio nelle zone dove i sentieri non sono mantenuti in corretto stato di esercizio non sono la soluzione al problema in quanto non si eliminano le criticità da me esposte”. Qui evidentemente si preferisce ignorare il costo della manutenzione, la circostanza che ogni anno gli eventi meteorici (spesso non prevedibili) e il fatto che sarebbe impossibile e persino errato, dal punto di vista della conservazione, mettere in sicurezza tutti i sentieri esistenti. Il Parco ha scelto, proprio per garantire la qualità del territorio, di non gestire determinati sentieri.

9. “Fiducioso che le mie critiche e considerazioni vengano considerate in maniera seria e siano utilizzate in maniera costruttiva sia dall’Ente Parco sia dagli organi preposti al controllo e alla sicurezza del territorio Vi ringrazio per la cortese attenzione e colgo l’occasione per porgere i miei Cordiali saluti”. Penso che abbiamo dato un giusto rilievo alle critiche e alle considerazioni, comunque preziose e delle quali ringrazio sentitamente, a nome dello staff tecnico del Parco e mio personale.
Nell’occasione, Le porgo distinti saluti
Il Direttore, dr. Franco Perco

Maurizio Pignotti
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Risposta di Andrea Antinori
Perchè non posso essere d’accordo con la lettera dell’amico Alessandro Fabbrizio sui sentieri poco segnalati dei Sibillini
Prima di tutto una precisazione storica: se ho ben capito, dalla descrizione di Alessandro, la cosiddetta mulattiera che finisce bruscamente sopra la riva destra (idrografica) del torrente Ambro, non è una vera mulattiera, ma una sterrata creata selvaggiamente, più di 30 anni fa, con le ruspe da Vetice per il disboscamento di tutto il versante sotto Prato Porfidia, fatta terminare così bruscamente fin dalla sua costruzione. Venne distrutta tutta l’antica mulattiera che da Vetice scendeva alla Madonna dell’Ambro, sostituita da una traccia d’uso che dal prato sopra il Santuario si ricollegava a tale sterrata. Non ci vado da diversi anni, ma penso, da quanto dice Alessandro, che quest’ultima sia scomparsa per disuso o erosione. Comunque la lotta che il CAI e altre associazioni fecero per realizzare il Parco era motivata proprio dalla necessità di bloccare quel tipo di sfruttamento selvaggio della montagna a suon di ruspe e motoseghe. Il Parco, infatti, non fu voluto (principalmente) perché doveva diventare il parco di divertimento dei cittadini, ma per permettere ad un ambiente naturale ancora ricco di notevoli valenze e potenzialità ambientali e naturali, oltre che antropiche, di poter resistere alla distruzione massicciamente perpetrata in quegli anni in nome della famigerata “valorizzazione turistica”. Che ci ha lasciato come triste eredità le Strade della Sibilla, del
Fargno, di monte Prata e altre come loro; le captazioni delle principali sorgenti; I piloni degli impianti di Monte Bove e via di seguito, con forte antropizzazione dell’alta montagna appenninica.
Quando sulle cronache cittadine si legge continuamente, amplificate ad arte dalla stampa, polemiche sul perchè in un parco nazionale non si possa andare in giro per c. propri con il cane, oppure perché non si possa andare in 250 con le biciclette dove si vuole o perché non si possa andare con le motoslitte, o con i quad o con le moto o con le macchine dove si vuole, si capisce che i più percepiscono del Parco ancora solo la dimensione ludica e utilitaristica.
Che cosa accomuna, a mio avviso, quell’idea di valorizzzione turistica (mai del tutto abbandonata, come si evince dagli ultimi episodi della Sibilla) e quella apparentemente più soft della montagna ” irretita” da una vasta e ben segnalata rete di sentieri? Che la montagna, in sé, non possieda nessun autonomo proprio valore, ma che l’unico valore è solo quello che deriva dall’uso eventuale che ne vuole fare il cittadino, magari legato al profitto economico che da tale uso se ne può trarre. Il quale cittadino, quando decide di frequentare la montagna, non si pone nell’ottica dell’alpinista che si chiede se sia sufficientemente preparato ( tecnicamente e culturalmente) per affrontare un ambiente naturale oggettivamente pericoloso e ricco d’incognite, ma nell’ottica del turista che pretende di trovare la montagna addomesticata da tutta una serie di protesi ( sentieri spianati e segnalati, cavi e ferrate, cartellonistica di pericolo, indicazioni di che cosa si può osservare eccetera) che renda
prevedibile ogni passaggio e, nel caso che qualche cosa vada storto qualcuno a cui imputare la colpa. Condivido, invece, pienamente l’affermazione dell’alpinista Bernard Amy ” In un ambiente con difficoltà sociali crescenti, si è sviluppata un’inquietudine che ha generato un desiderio di sicurezza, accompagnato da una ridiscussione dei comportamenti individualistici.
L’ossessione per la sicurezza ha in particolare spinto all’eccesso l’applicazione crescente del “principio di precauzione”.
Ora, invece, ritengo che bene ha fatto il parco a decidere di segnalare e mantenere efficienti alcuni itinerari escursionistici, ben segnalati, lasciando invece altri senza alcuna indicazione, anche per salvaguardare alcune zone sensibili dall’eccessiva pressione antropica. Tra l’altro questa filosofia di segnalare i sentieri in modo molto discreto, fu a suo tempo discussa e proposta proprio dal CAI. Chi vuole accedere ad itinerari che 20 o trent’anni fa erano ben tracciati, deve sapere che potrebbero, oggi, non essere più così evidenti. I sentieri dei Sibillini, a differenza di quello che in genere avviene sulle Alpi, specialmente Dolomiti e Alpi Occidentali, non sono nati per l’escursionismo o a servizio dei rifugi, quindi nati con vocazione turistica e soggetti a costante manutenzione da chi trae un vantaggio economico dalla loro frequentazione, ma per uso millenario della pastorizia e dell’agricoltura di montagna. Se oggi alcuni scompaiono, come ho avuto modo di constatare personalmente, specialmente negli ultimi anni, in diverse valli e versanti dei Sibillini, è perchè la pastorizia ormai è molto ridotta rispetto al passato e pascoli e sentieri non sono più utilizzati, salvo alcuni itinerari estivi più frequentati ( Valle di Pilato, Bove, Palazzo Borghese, Berro e Priora dal Fargno e poco più). Ma la drastica riduzione del pascolo di alta montagna ha prodotto anche intense
modificazioni della vegetazione che li caratterizza, con incremento di fenomeni come valanghe, erosioni e modificazioni del ruscellamento durante le precipitazioni più intense, a sua volta causa ulteriore della scomparsa degli antichi tracciati.
Penso che sia opportuno rilanciare, da parte de Parco, del CAI, delle guide, di tutti quelli interessati ad una fruizione consapevole delle nostre montagne, una seria attività di formazione, prima che tecnica, culturale, volta a far emergere quella sensibilità verso l’ambiente montano che non può ridursi all’uso delle tecniche specialistiche.
Andrea Antinori

Risposta di Alessandro Fabbrizio al Direttore Perco e ad Andrea Antinori
Gentile Dott. Perco,
La ringrazio per la Sua cortese risposta e l’esaustiva risposta alla mia lettera. Seguendo il Suo consiglio e preso dalla curiosità ho iniziato ad esplorare il sito del Parco e Le vorrei segnalare un problema che a Lei ed ai Suoi collaboratori è probabilmente passato inosservato. Nella sezione percorsi escursionistici si seleziona il percorso (da E1 a E17) e si apre una nuova pagina con le informazioni relative all’itinerario scelto, tuttavia quando si “clicca” sul profilo altimetrico si apre una nuova finestra dove ci sono ulteriori informazioni corredate di mappa e profilo altimetrico che risultano completamente illeggibili dato il fondo nero dell’immagine.
Suppongo che questa nota vi sia molto utile per porre rimedio al problema e per continuare a dare al pubblico le informazioni corrette ed aggiornate.
Per quanto riguarda la problematica da me esposta nella precedente lettera aggiungo solo che sia la mia idea, sia la Sua opinione nelle vesti di Direttore del Parco, sia le osservazioni dell’amico Andrea Antinori, sono differenti punti di vista, chiaramente tutti rispettabili, sulla libera fruizione e conservazione della Montagna e che pertanto dovrebbero trovare un punto di comune accordo proprio nell’ottica di preservazione storica, naturale ed antropologica dei nostri Monti Azzurri. Pensi solamente per un attimo alle ferrate e strade militari costruite nel periodo della Grande Guerra, se non si fosse fatta un’accurata opera di preservazione e manutenzione la totalità di quei percorsi sarebbe oggi andata perduta con grave danno per la memoria storica del Paese. Il fatto che non ci siano state piu’ guerre di quel tipo non poteva giustificare un loro totale abbandono! Parallelamente, trasferendo il medesimo ragionamento alla nostra situazione dove, come ricorda l’amico Andrea, la maggior parte dei sentieri dei Sibillini ha una storia plurisecolare, devono essere poste in campo tutti gli interventi per garantirne la conservazione in quanto non sarebbe ammissibile perdere tale patrimonio culturale e naturale dietro il paravento che se ci vanno in molti l’ambiente si rovina!
La saluto cordialmente e spero di incontrarLa in giro per i Sibillini per continuare a confrontarci su queste tematiche,
Alessandro Fabbrizio

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Ferrata Pertini addio!

Selva di Val Gardena, scompare la ferrata Pertini
Dopo anni di perizie e pareri, il verdetto: la via sulla Stevia, criticata dagli ambientalisti, verrà demolita
di Ezio Danieli (dal quotidiano on line Alto Adige del 5 ottobre 2014)

“La ferrata dello Stevia, sul territorio comunale di Selva Gardena, sarà demolita. Entro l’anno la via attrezzata – intitolata a Sandro Pertini – verrà cancellata dal Comune con una spesa intorno ai 10 mila euro. L’ha comunicato al consiglio comunale il sindaco Peter Mussner, che ha detto: – Abbiamo combattuto fino all’ultimo per impedire la demolizione, perché privarsi della ferrata dello Stevia è un brutto colpo per l’immagine del territorio. Ma non c’è stato nulla da fare. Studieremo un altro tracciato, ma non sarà la medesima cosa.

La costruzione della via ferrata era stata accompagnata da una serie di problemi e da proteste degli ambientalisti. La via è classificata nel contesto di Natura 2000, che prevede una serie di tutele in particolare per quanto riguarda gli animali, soprattutto aquile e falchi pellegrini. Il Consiglio di Stato, nel 2012, accogliendo un ricorso degli ambientalisti aveva ordinato la demolizione. Negli ultimi due anni il Comune di Selva ha provato con perizie e controperizie a convincere l’ufficio parchi della Provincia che non c’erano stati danni alla fauna.FerrataPertini-Crep dla port schizzo

I tecnici della Provincia, una decina di giorni fa, hanno comunicato al Comune di Selva che le argomentazioni non erano valide. La ferrata, hanno sostenuto i tecnici, peggiora l’ambiente e rischia di alterare l’habitat degli animali. Da qui l’ordine di demolizione della via attrezzata che porta il nome di Sandro Pertini per ricordarne i soggiorni estivi a Selva Gardena. La ferrata verrà demolita entro l’anno 2014.

Il sindaco Peter Mussner ha già chiesto un preventivo a una ditta locale e a carico del Comune la spesa prevista dovrebbe aggirarsi sui 10 mila euro, forse meno.

Francamente – dice ancora il sindaco – resto dubbioso sul provvedimento che devo prendere perché altrimenti rischierei l’omissione d’atti d’ufficio. A questo punto, con le tutele esistenti, che senso ha proseguire l’iter per inserire il gruppo del Sassolungo nel patrimonio naturale dell’umanità che l’Unesco ha voluto per le Dolomiti? Lì le tutele sarebbero meno restrittive rispetto alla zona dove si trova lo Stevia, che è nel parco naturale Puez-Odle.”

Ferrata Sandro PertiniFerrataPertini-1Commento
Il 19 ottobre 2014 ricevo dall’amico Stefano “Stefan” Zanolli la seguente e-mail:
Ciao Alessandro… ti chiedevo una cosa se posso disturbarti, come avrai sentito in Vallunga (Selva Gardena) vogliono smantellare la ferrata Pertini! Smantellano perché da sempre c’è su un nido d’aquila che ogni anno fa i piccoli… e continua a farli, la ferrata non li disturba…!!! Solo che gli ambientalisti hanno fatto causa…e vogliono tirarla via entro quest’anno!!! Mi chiedo, è possibile fare qualcosa?
Ho parlato con Manuela, la moglie di Walter Nones, un caro amico: lui era d’accordo con la ferrata! Poi ho preso delle altre informazioni: inizialmente, anche Karl Unterkircher aveva sposato l’idea, poi però era stato Walter Nones a collaborare nella realizzazione, oltre ad altri come Giovanni Macaluso, o Mauro Bernardi…
Al CAI Bolzano non vogliono saperne… e allora mi rivolgo a te! I locali fanno fatica…!! L’unione fa la forza… se riusciamo a raggrupparci…
Sarà molto difficile, ma mi piacerebbe molto salvare questa ferrata, più che altro per rispetto alle persone che hanno messo cuore e tempo per farla… ma anche per la famiglia di Walter. Sarebbe un onore per me e per chi ci crede…”.

Il giorno dopo rispondevo a Stefano:
“Caro Stefan… ho letto con attenzione ciò che mi hai scritto. Mi rendo conto della tua amicizia per Walter e Karl (anche io ero amico di Walter, vedi http://www.alessandrogogna.com/2014/10/03/walter-nones/) e capisco bene il tuo desiderio che rimanga in piedi una loro idea, anche a loro ricordo.
Il problema è che, assieme ad altri amici e associazioni come Mountain Wilderness, sto mandando avanti da anni una manovra culturale contro le ferrate, a favore invece dei sentieri e della salita alle cime per le vie normali. A questo proposito ti prego di leggere http://www.alessandrogogna.com/2014/04/21/le-vie-ferrate/ e poi http://www.alessandrogogna.com/2014/05/08/ferrate-e-umilta/ e poi ancora http://www.alessandrogogna.com/2014/05/10/ferrate-e-liberta/.
Non posso e non voglio fare nulla, anche se ho grande rispetto per le idee contrarie alle mie e ovviamente per quelle degli amici che non ci sono più… ma lasciami dire che spero anche che forse, se fossero ancora vivi, potrebbero cambiare idea… Non volermene!

FerrataPertini-diedro

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Etna libera 3

Divieti dannosi, serve la responsabilità personale
di Claudia Campese (dal quotidiano online CTzen, 26 ottobre 2014)

Tra i nomi più noti dell’alpinismo italiano, fondatore prima di Mountain Wilderness e poi dell’Osservatorio per la libertà in montagna, in questa intervista a CTzen Alessandro Gogna si sofferma sui limiti di ascensione e visita imposti dagli amministratori locali, come nel caso del vulcano etneo. Illusori, secondo Gogna, e anche controproducenti, «perché, senza informazione e libertà, la sicurezza, anziché aumentare, diminuisce».

Etna 3-Italia-1080x1920In Italia come all’estero, il nome di Alessandro Gogna è legato alla montagna. Tra i più noti alpinisti italiani, genovese, classe 1946, Gogna è storico dell’alpinismo e, trent’anni fa, fu tra i primi a proporre una discussione sulla fruizione e la salvaguardia delle vette. Un ragionamento, il suo, basato su una parola d’ordine: responsabilità individuale. Concetto che si accompagna a quelli di sicurezza e libertà, ma in un percorso oggi sempre meno condiviso dalle pubbliche amministrazioni, soprattutto al Sud. Come nel caso del vulcano Etna, da tempo ormai soggetto a divieti che la prefettura etnea aveva promesso di ridiscutere a settembre, mese ormai passato da un bel po’.

L’Etna come lo Stromboli, le limitazioni alla fruizione delle montagne sono un caso tutto siciliano. Almeno nella sua concreta applicazione perché altrove, ad esempio sulle Alpi, ci si prova da tempo senza successo. E per questo Alessandro Gogna ha fondato l’Osservatorio per la libertà in montagna, un movimento d’opinione composto da una dozzina di esperti e appassionati con lo scopo di «sensibilizzare l’opinione pubblica all’importanza della responsabilità individuale come prima arma per preservare la propria incolumità», spiega.

Oltre la tecnologia e la burocrazia. Un percorso che inizia con la fondazione insieme ad alpinisti di tutto il mondo di Mountain Wilderness negli anni ’80. «Quando, come per tutte le questioni ambientali, si inizia a sviluppare una forte coscienza e il desiderio di associarsi per tutelare la natura», continua Gogna. «Allo stesso modo, circa cinque anni fa, abbiamo sentito il bisogno di difendere le attività di montagna a tutti i livelli, dalle escursioni all’alpinismo estremo, dalle aggressioni subdole di chi vuole mettere tutto in sicurezza».

Una «società sicuritaria» che, secondo l’esperto, commette almeno due errori: «Il primo è che di sicuro non c’è niente e dire “piena sicurezza” o “totale sicurezza” è una strategia di marketing pericolosa perché non è vero». Il secondo è che «affidando la propria responsabilità di singolo a strumenti e limiti decisi da altri, la sicurezza, anziché aumentare, diminuisce». Come quando, per tornare alla montagna, ci si lancia in azioni imprudenti perché «se sei un po’ cretino, pensi: “Tanto mi vengono a prendere”». Anziché informarsi e scegliere in libertà. Che è anche la libertà consapevole di non fare o non andare. «Gli amministratori, tralasciando eventuali interessi, non vogliono avere loro stessi responsabilità – spiega Gogna – Ma non possono limitare la libertà dei cittadini come fossimo nel Medioevo e demandare la responsabilità a un divieto».

Limiti che, tra l’altro, risultano troppo spesso settoriali. «Perché non c’è un divieto di balneazione, con tanto di sanzioni, quando a mare sventola la bandiera rossa? Ogni anno muoiono un sacco di persone, ma non se ne fa una tragedia come si fa per la montagna», si accalora l’alpinista. Che respinge anche l’ipotesi, come nel caso dell’Etna, di una fruizione obbligatoriamente mediata dai professionisti: «Certi divieti non valgono se si va con le guide alpine? Qui si rasenta il ridicolo», sostiene Gogna che è anche guida alpina, appunto. Un approccio che, in definitiva, mette a rischio la conoscenza della montagna, «una delle poche zone in cui si è ancora liberi di esprimersi – conclude – come non possiamo più fare nel resto della società».

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Il convegno del CAAI: Libertà e alpinismo

Montagna e responsabilità
di Eugenio Cipriani (da Il Giornale di Vicenza di giovedì 16 ottobre 2014)

Diversi decenni fa Giorgio Gaber cantava “libertà è partecipazione”, ma per il Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) riunitosi sabato 11 ottobre 2014 a Caprino, in campo alpinistico la frase dovrebbe suonare “libertà è responsabilità”. Equazione sulla quale pressoché tutti i presenti all’evento, vale a dire relatori e soci del club che sono poi intervenuti al dibattito, si sono trovati d’accordo. Numerosissimi gli Accademici presenti al convegno: circa 130.

OLYMPUS DIGITAL CAMERADopo il benvenuto da parte delle autorità locali ha fatto gli onori di casa il veronese Arturo Franco Castagna, presidente del gruppo Orientale del CAAI e che, con il neo Accademico scaligero, il caprinese Cristiano Pastorello, è stato l’organizzatore dell’evento.

A far da moderatore, invece, è stato Alessandro Camagna, presidente della sezione scaligera del CAI. Castagna, dopo aver ricordato che proprio quest’anno cadono i cinquant’anni dalla morte di Giancarlo Biasin al quale ha idealmente dedicato il convegno, ha poi lasciato la parola al primo dei cinque relatori, nonché decano del Club e past-president del gruppo Orientale, il triestino Spiro dalla Porta Xidias. Il past-president, dopo aver lamentato la scarsa attenzione che il Club Alpino Italiano presta nei confronti dell’Accademico, ha affermato che la libertà equivale a ciò che si prova andando in montagna ma, ed è questo il nodo cruciale per Spiro, solo se l’approccio alla montagna è cavalleresco e puro, estraneo cioè alla ricerca del primato o, peggio ancora, del lucro. L’alpinista come cavaliere dell’ideale, quindi, sempre alla ricerca di un’elevazione spirituale che solo la montagna, raggiunta attraverso la pratica dell’alpinismo, che implica assunzione di rischi ma anche di responsabilità, sa offrire.

Un’ipotesi, quella di Spiro dalla Porta Xidias, forse un po’ datata in un mondo dove, come evidenziato dal secondo relatore, Carlo Zanantoni del gruppo orientale, si sta rendendo ormai necessaria la realizzazione di una rete di osservatori per la libertà in montagna, vale a dire persone o gruppi di persone attente a monitorare nella propria area situazioni, circostanze, malcostumi o normative che limitino o possano condurre in futuro ad una restrizione della libera fruizione degli spazi alpini da parte di escursionisti ed alpinisti.

CAAI-VR-foto_43_02Su queste affermazioni si è inserito poi l’intervento, forse il più atteso, del celebre alpinista genovese Alessandro Gogna, uno dei primi ad aver messo da tempo in evidenza, sia durante diversi convegni che sulla stampa, la necessità di tenere alta l’attenzione intorno a questo argomento. Gogna ha esordito dicendo che con l’evoluzione dei materiali, intesi nella duplice accezione di materiali per la progressione e materiali per la sicurezza, poco a poco si è avviato negli alpinisti un lento, subdolo, incessante processo di deresponsabilizzazione. In pratica, se un tempo la scarsità e la poca affidabilità del materiale (spesso fatto in casa) rendevano necessaria un’attenta preparazione anche e soprattutto psicologica del singolo scalatore che si assumeva “in toto “la responsabilità di ogni manovra e di ogni decisione, ora questo succede solo in parte. Tutti i materiali, ha evidenziato Gogna, sono oggi assoggettati a severi test condotti a livello internazionale (marchio UIAA) e quasi più nessuno, a meno che non si tratti di un esaltato irresponsabile, affronterebbe un itinerario di arrampicata con materiale fatto in casa o recuperato nel baule del nonno! Ma la deresponsabilizzazione va ben oltre, ha detto sempre Gogna, e abbraccia lo stesso terreno di scalata. A partire dalle scuole di alpinismo che, perlopiù, organizzano corsi approfittando di falesie perfettamente attrezzate, fino ai singoli alpinisti e persino alle Guide alpine oggi è tutta una ricerca della via protetta in maniera “moderna”, cioè con soste e passaggi assicurati da protezioni che, almeno in teoria, dovrebbero essere a prova di caduta (spit-fix o anelli resinati, catene alle soste di calata, ecc.). Quando tutto è preparato e preconfezionato, secondo Gogna, tende a verificarsi una sottovalutazione del rischio ed una sopravvalutazione delle proprie capacità con esiti nefasti. Similmente, il sapere di poter contare sempre sulla possibilità, tramite il cellulare, di chiedere immediatamente soccorso è un fattore in più di deresponsabilizzazione. Si potrebbe guardare a questo aspetto in maniera bonaria, giudicandolo nient’altro che frutto dei tempi: come nessuno oggi si sognerebbe più di guidare un’auto con i freni a tamburo alla stessa stregua nessuno, se non in occasione di una rievocazione storica, arrampicherebbe con una corda di canapa, chiodi di ferro fatti in casa magari lungo un itinerario friabile e pericoloso! Però questo atteggiamento di deresponsabilizzazione nasconde un altro fenomeno, anch’esso frutto dei nostri tempi, ma che rappresenta un pericolo non meno grave nei confronti della libertà dell’alpinismo.

Deresponsabilizzarsi implica parallelamente, ha sottolineato infatti Carlo Bonardi del CAAI Centrale nel proprio intervento, trovare un colpevole in caso di incidente, sia esso il compagno, l’azienda costruttrice dei materiali usati, oppure l’apritore-preparatore dell’itinerario. Insomma, vi è il pericolo che anche in alpinismo dilaghi, come già successo qualche volta e come ogni giorno accade infinite volte nella nostra società nelle situazioni più disparate, il ricorso all’articolo 43 del Codice penale, laddove si distingue il reato fra colposo e doloso. E’ veramente triste, ha esclamato ad un certo punto Spiro dalla Porta Xidias, che si sia giunti oggi a dover trattare argomenti quali colpa, dolo e sanzioni a proposito di un’attività come l’alpinismo che da sempre ha simboleggiato un mondo, sia in teoria che in pratica, ben al di sopra delle miserie quotidiane!

Lo sfogo del decano triestino è stato da tutti applaudito, ma a smorzare l’entusiasmo dei convenuti e a riportarli con i piedi per terra e la mente attenta ai problemi della società attuale ha provveduto Giancarlo Del Zotto, che ha parlato di sicurezza in montagna fra regole, sanzioni e consumismo. Bisogna fare attenzione, ha detto Del Zotto, a non confondere la libertà in montagna con l’irresponsabilità o con l’approssimazione, atteggiamenti entrambi tipici del nostro tempo. Al contrario, l’alpinista deve evolversi nel proprio cammino esperienziale sempre più verso un’accresciuta responsabilità personale che lo induca ad operare ogni scelta in funzione delle possibili conseguenze, in primo luogo quelle negative, che da essa potrebbero derivare. Quindi, ancora una volta, il senso di responsabilità è emerso come elemento basilare per garantire la libera fruizione della montagna anche in futuro senza divieti e senza codifiche, senza esami di ammissione e senza patentini.

CAAI-VR-4_ag_01Quinto ed ultimo intervento è stato quello del docente di Filosofia morale all’Università di Verona, Italo Sciuto, che ha paragonato l’alpinista ad un personaggio dantesco sospeso fra Catone l’uticense (“… Libertà va cercando, ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”) ed Ulisse (“… fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”). Ma l’alpinista, ha sottolineato Sciuto, deve comunque agire secondo un principio di responsabilità (di nuovo la parola-chiave del convegno) in modo che le conseguenze del proprio agire siano compatibili con la possibilità che le generazioni future possano vivere una vita autentica ed autonoma come è (o dovrebbe essere) la nostra. In più, ha aggiunto il docente di Filosofia morale, di fronte all’onnipotenza della tecnologia occorre esercitare un sano scetticismo non disgiunto da una buona dose di timore.

Fra gli interventi succedutisi nella seconda parte del convegno durante la quale si è svolto un dibattito prevalentemente incentrato sui rischi penali legati alla realizzazione di vie nuove e\o di palestre naturali di roccia, uno dei più seguiti è stato quello di Maurizio Dalla Libera, Presidente della Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Scialpinismo (CNSASA) il quale ha ricordato che anche le Scuole di alpinismo, assieme ad altri organi tecnici centrali del Club Alpino Italiano, si sono occupati del tema della libertà in alpinismo ed ha pure aggiunto, riallacciandosi in parte a quanto detto da Alessandro Gogna, che la montagna è e deve restare un luogo fruibile liberamente dagli alpinisti senza obbligo di conseguire apposite patenti e senza la necessità di essere accompagnati da un professionista, a meno che non si cerchi deliberatamente tale ausilio. Inoltre, ha aggiunto Dalla Libera, se in palestra è giusto curare il gesto, in montagna si deve curare soprattutto lo spirito ed un buon punto di partenza è essere pienamente responsabili di ciò che si sta facendo. Anche per questo, ha concluso il presidente del CNSASA, è opportuno che gli istruttori di alpinismo sappiano guardare oltre alla praticità ed alla comodità delle vie facilitate dalla presenza di protezioni fisse (le cosiddette “vie plaisir”), ma si sforzino piuttosto di accompagnare i propri allievi, sia per motivi tecnici che etici e storici, sulle vie classiche.

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Il Guinness della stupidità

Si sta portando i figli di nove (Paul Junior) e undici anni (Shannon) in cima al Monte Bianco per ”battere un record del mondo” (come lui stesso ha dichiarato), ma scampano tutti per un pelo a uno smottamento di neve. Il fatto risale allo scorso giugno: equipaggiato di una telecamera, Patrick Sweeney, “intrepido” turista americano che si autodefinisce un adrenaline junkie, trascina i suoi due bimbi verso il tetto d’Europa.

Shannon e Paul Junior Sweney salgono a Le Brévent (Chamonix) con il papà lo scorso aprile
Sweeney1Giugno 2014. Stanno salendo nel Couloir du Goûter, a circa 3700 metri di quota, quando improvvisamente si verifica sotto il loro peso uno smottamento di neve.

Nel video, che il padre ha anche modo di fare, si vede la cordata vacillare nella massa di neve in movimento, con i piccoli che iniziano a scivolare verso valle e urlano spaventati. La prontezza di riflessi del padre per aver piantato la piccozza li salva da morte sicura.

I tre decidono di interrompere la salita e riscendono. Se avessero raggiunto la vetta, Paul Junior Sweeney sarebbe diventato il bimbo più giovane ad averla compiuta. Il primato appartiene dunque ancora al britannico Asher Silver che nel 2009 salì il Monte Bianco a 10 anni compiuti.

Evidentemente orgoglioso per l’impresa, Sweeney ha prima postato il video su youtube, poi si è concesso alla tv americana ABC news, che a metà luglio ha consacrato con un reportage l’escursione estrema della famiglia.

“Subito ho sentito Paul Junior gridare, poi anche Shannon e tutto quello che ho pensato di fare è stato di ficcare la piccozza nella neve per avere un ancoraggio” – dice  Patrick Sweeney a Good Morning America. E mentre il piccolo PJ non vede l’ora di fare un altro tentativo, la sorella Shannon preferisce rimandare di un anno.

Una sequenza che ha fatto saltare sulla sedia il sindaco di Saint-Gervais-les-Bains, Jean-Marc Peillex. ”Questa iniziativa è una dimostrazione d’orgoglio spinta oltre il limite, un esempio di sventatezza irresponsabile”, ha denunciato il sindaco transalpino, secondo cui ”tali atti non meritano certo una visibilità televisiva su un canale molto seguito, ma una sanzione esemplare”. Interpellato da Le Figaro, Peillex ha anche annunciato di essere stato alla Gendarmeria di Saint-Gervais-les-Bains e avere sporto denuncia contro Patrick Sweeney per “aver messo a repentaglio l’incolumità altrui”.
“Voglio fischiare la fine della ricreazione. Se non si fa qualcosa contro questa gente, saranno loro a vincere. Questo gesto è inammissibile e dovrebbe essere perseguito. Se quest’uomo fosse in Francia – ha continuato – meriterebbe che gli venisse tolta la custodia dei figli”.

La famiglia Sweeney intervistata da Good Morning America
Sweeney4-article-2690752-1F9DA73C00000578-375_634x359Ma Peillex non si fa illusioni, perché è molto probabile che la giustizia respingerà la denuncia. ”Sono sicuro che non succederà praticamente nulla, tanto più che la famiglia è rientrata negli Stati Uniti, a meno che Sweeney non torni sul Monte Bianco”. Il primo cittadino ritiene tuttavia di aver agito per principio. E spera che attraverso la sua protesta possa contribuire a evitare che altri fanatici dell’adrenalina seguano l’esempio dell’americano. ”Altrimenti spianiamo la strada a situazioni in cui dei ragazzini potrebbero lasciarci le penne”. Esattamente nello stesso punto in cui i due bimbi americani hanno rischiato di venire travolti dallo smottamento, un ucraino è morto dopo una caduta di duecento metri.

”La salita sul Monte Bianco resta una cosa per alpinisti, non è un modo per entrare nel Guinness” protesta il sindaco con The Guardian “Da quando sono stato eletto, nel 2001, mi batto perché gli scalatori siano costretti a pagarsi il soccorso se abusano del servizio, che comunque è pagato dal contribuente francese. Il colmo è stato il mese scorso, quando uno scalatore polacco ha chiamato l’elicottero “perché era stanco”. Gli è stato rifiutato. Qui non siamo alla maratona di New York: questo non è un trekking, questo è alpinismo… e la prossima volta che quello vorrà filmare la morte in diretta dei suoi figli, lo faccia in un reality”.

Patrick Sweeney e il figlio sulla cima del Gran Paradiso
Sweeney2E ancora, a FranceInfo radio: ”Non siamo in un parco divertimenti, non vogliamo che i rangers e Pamela Anderson ci vengano a soccorrere”.

Peillex vorrebbe che l’accesso al tetto d’Europa venisse ristretto e meglio regolato, anche per proteggere la natura. ”Avete mai sentito qualcuno che fa entrare 600 passeggeri in un aereo che ne contiene 400?” s’interroga il sindaco.

Rincara la dose il presidente delle guide alpine francesi, Denis Crabières: “Stava cercando di battere il record del mondo della stupidità”. E si domanda preoccupato quanto danno la pubblicizzazione in rete produrrà ancora.

Insomma, negli Stati Uniti la loro storia è stata raccontata come una vicenda di coraggio e capacità di sfidare la natura, in Francia ha scatenato l’ira delle autorità. E anche preoccupazione per la giovanissima età dei due alpinisti in erba: http://bcove.me/ir0ah0n9

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K2, dieci anni fa

1954-2004, il CAI dalla conquista alla conoscenza
Quella del 2004 fu un’estate di polemiche al riguardo delle nozze d’oro dell’Italia con il K2, poi la montagna è rimasta sola ad attendere un altro inverno siderale che le avrebbe fatto dimenticare le debolezze umane estive. Possiamo provare a fare un saldo delle operazioni del Cinquantenario, senza pretendere di essere esaustivi e di certo con molta voglia di essere corretti in caso di errore od omissioni non volute.

Portatori baltì sul Baltoro
Portatori baltì nei pressi di Concordia, Ghiacciaio del Baltoro, Karakorum, Pakistan

Il trekking
Per favorire la conoscenza dell’area del Baltoro e del K2, il Club Alpino Italiano aveva promosso, senza fine di lucro, l’organizzazione di un trekking che portasse i soci fino al Circo Concordia (e da lì al Campo Base del K2). Affidata a Trekking International di Beppe Tenti, l’organizzazione di questo colossale programma vide la partecipazione di più di 500 soci del CAI, divisi in 18 gruppi guidati da due guide alpine ciascuno. Il trekking è uno dei più impegnativi al mondo e richiede 25 giorni da Italia a Italia.

Negli intenti celebrativi il CAI voleva avvicinare questa montagna, simbolo della conquista italiana, dando alla gente comune la concreta possibilità di accesso al campo base. Non solo quindi ai trekker sperimentati ma anche a coloro che volevano vivere quell’avventura senza avere grande esperienza.

Contrariamente a tutti gli altri gruppi gestiti da altre agenzie di tutto il mondo (tutte le italiane erano presenti), ogni tappa del percorso vedeva i soci del CAI fermarsi in campi fissi, ivi allocati per tutta l’estate. Questo permise un indiscusso risparmio, una decisa diminuzione delle risorse necessarie ai trasporti (meno viaggi di portatori), una migliore organizzazione logistica per ciò che riguardava la gestione ambientale dei campi stessi e in definitiva un minor impatto.

Il CAI aveva incaricato l’equipe di Montana srl di sorvegliare il buon andamento dei campi dal punto di vista ambientale e il rispetto da parte di tutti del Protocollo ambientale, un documento elaborato prima della partenza e sottoscritto da operatori e trekker.

Rogo di spazzatura a Khuburse, valle del Baltoro , Pakistan


Il progetto ambientale K2
Nella logica di dare particolare risalto alle tematiche ambientali l’organizzazione e la gestione del trekking si servirono di uno specifico Vademecum ambientale. Era infatti ferma convinzione del CAI che le celebrazioni, dal forte contenuto culturale, fossero un’occasione preziosa per riaffermare l’impegno ambientale del Sodalizio. Così, attraverso l’adozione di una buona prassi ambientale in ognuno degli aspetti organizzativi e gestionali, si sarebbe potuto concretare quella filosofia di celebrazione che alla vittoria ormai lontana cinquant’anni voleva sostituire nuove ottiche non più di mera conquista bensì di conoscenza, nel rispetto dell’ambiente e delle popolazioni.

Per alcuni mesi un team di esperti, coordinato da Alberto Ghedina (Osservatorio Tecnico per l’Ambiente), e composto dallo stesso Ghedina, da Riccardo Beltramo (Dipartimento di Scienze Merceologiche dell’Università di Torino), da Alessandro Gogna e Mario Pinoli progettò ogni fase delle attività, dagli approvvigionamenti alla logistica, dalla gestione energetica all’impostazione e rimozione finali dei campi intermedi e del campo principale di Concordia, utilizzando i più evoluti concetti della sostenibilità, dell’eco-efficienza e della gestione ambientale. Elaborò pertanto quello che fu poi battezzato il Protocollo ambientale.

Quel lavoro, preceduto dalla raccolta e dallo studio di dati e logistica locali, oltre che dai contatti con le realtà operanti sul territorio, portò però in prima battuta, per informare il più possibile i partecipanti, alla realizzazione di una brochure informativa che ogni trekker ricevette alla partenza, con note di tipo culturale, ecologico e di comportamento ambientale, per una sensibilizzazione e una corretta visuale sulle problematiche.

A garantire il rispetto del Protocollo ambientale, Montana inviò sul campo tecnici specializzati laureati in discipline tecnico scientifiche (geologia, ingegneria ambientale, scienze ambientali) per l’esecuzione degli audit ambientali mediante checklist di riscontro.

I dati salienti dell’attività di audit ambientale furono i seguenti: 6 auditor ambientali impegnati, di cui 4 geologi, 1 ingegnere ambientale, 1 tecnico scienze ambientali; 4 cicli eseguiti in Baltoro (date: 17 maggio-5 giugno 2004; 13 luglio-3 agosto 2004; 9 agosto-28 agosto 2004; 22 settembre-7 ottobre 2004) per un totale di 80 giornate-presenza sul campo.

Riduzione volumetrica di materiale metallicoBaltoro, Concordia, raccolta e riduzione rifiuti, 2004

Ovviamente si riscontrarono difficoltà al buon funzionamento del protocollo: non tanto per responsabilità dei soci del CAI, assolutamente rispettosi dei luoghi e della gente, quanto per lo staff locale dei campi, più attento al risparmio di kerosene che all’accumulo della spazzatura, a volte un po’ pigro nella pulizia delle toilette, a volte reticente sul dove aveva nascosto le lattine di risulta della conduzione culinaria, a volte del tutto ignorante sulla sistemazione differenziata dei rifiuti.

Ciò che però è da sottolineare fu la buona volontà di alcuni di questi responsabili dei campi, decisamente più preparati di altri. Sperando possa essere stato un  buon esempio per il futuro.

Nella nostra lunga permanenza, soprattutto a Concordia, potemmo osservare il comportamento medio del socio CAI: questi, anche nelle condizioni più disagiate per via della quota e talvolta in condizioni fisiche non sempre ottimali, accanto alla grande volontà di raggiungere la meta (che più del Campo base del K2 era il Memorial alle vittime della montagna) mostrava un’attenzione al comportamento davvero lodevole, anche di fronte ai peggiori esempi forniti da altri nello stesso luogo.

Nelle località di Juhla, Payu e Urdukas erano stati costruiti negli anni precedenti ed erano gestiti dalla MGPO (Mountains and Glaciers Protection Organization) dei campi con strutture fisse (una casetta per i gestori, docce e toilette, anche per i portatori): questi campi avevano grosso successo e grande utilità. Grazie a loro, l’inquinamento sul percorso era decisamente diminuito, peccato che proprio in quei campi si fossero verificati i più significativi episodi di malfunzionamento, dovuti in buona parte al classico scarica-barile tra MGPO e l’agenzia pakistana che ci dava i servizi.

L’audit riscontrò che praticamente il problema della deforestazione era risolto: tutti i portatori, senza eccezioni, usavano il kerosene per cucinare e per riscaldarsi, non più la legna raccolta a Payu.

Invece rimaneva vivo e dolente il problema delle deiezioni umane, specie quelle incontrollate delle centinaia di portatori: nei momenti di punta e in certi luoghi l’olezzo era insopportabile. La soluzione dovrebbe passare attraverso la progressiva educazione del portatore a servirsi delle toilette a lui dedicate (peraltro presenti nei campi di Juhla, Payu e Urdukas).

Dal Vignes Glacier verso il Baltoro, K2 e Broad Peak
Baltoro, ghiacciaio Vignes con K2 e Broad Peak

La bonifica
Compito del team ambientale del CAI era anche lo svolgimento di eco-interventi nell’area del Baltoro. Il progetto di bonifica prevedeva un risanamento dell’intera valle del Baltoro, fino al Campo Concordia e al Campo Base K2.

Eravamo naturalmente a conoscenza di operazioni analoghe condotte negli ultimi anni ’90 dalle ONG operanti nel Baltoro (il già citato MGPO e soprattutto il Central Asia Institute).

Diretta da Alessandro Gogna, la bonifica della valle del Baltoro e del ghiacciaio ebbe luogo dall’8 luglio al 31 agosto. La scelta di quel periodo fu dovuta all’esigenza di non essere intralciati dalla neve primaverile sul terreno, né da quella sempre possibile in periodo autunnale.

Le località interessate furono Askole, Korophon, Julha, Bardumal, Paju, Liligo, Kuburse, Urdukas, Gore 1 e 2, Concordia, Broad Peak Base Camp e K2 Base Camp.

Facilitata da una spedizione sud coreana che nel frattempo ripuliva il campo base del K2 e lo Sperone Abruzzi (1.500 kg raccolti), l’equipe di Montana si concentrò sui campi tappa, su Concordia e sulle discariche militari presenti a Concordia e a Gore 2, riuscendo a raccogliere 3.011 kg di lattine e altro materiale ferroso. Questi rifiuti furono trasportati ad Askole e qui ceduti all’MGPO che provvide al trasporto a Skardu e alla vendita ai rottamai locali. Il ricavato andò per metà all’MGPO stessa, per metà a iniziative per lo sviluppo della popolazione locale.

La bonifica raccolse anche più di una ventina di kg di batterie usate: queste però furono trasportate in Italia per un corretto smaltimento.

Provvedemmo a bruciare in loco circa 2.100 kg di rifiuti misti di vario genere, compresi anche materiali plastici. Questa scorretta operazione fu ritenuta il male minore, in quanto il trasporto a Skardu avrebbe semplicemente significato lo smaltimento di essi in riva all’Indo, procedimento normale della città di Skardu per liberarsi dei rifiuti quotidiani. Questi vengono normalmente avviati alla discarica a 2 km a nord-ovest della città, in riva al fiume: non viene neppure appiccato il fuoco, si attende solamente la prima piena.

Askole: parte dei rifiuti recuperati
Askole, le lattine raccolte durante la bonifica del Baltoro dell'estate 2004, 3011 kg. , Pakistan

I nostri roghi eliminarono circa 300 kg di carta e cartone, 400 kg di materiale plastico e 1.400 kg di rifiuti “umidi”.

Attività di bonifica e di audit, per via delle buone condizioni atmosferiche, furono fortunosamente condotte anche nella seconda parte del mese di settembre e nella prima parte del mese di ottobre 2004. Ciò allo scopo di seguire anche l’ultimo dei trekking previsti, ormai in stagione abbastanza avanzata. Altri 275 kg di metallo e 14,5 kg di batterie (anche queste portate in Italia) furono così da aggiungere al bilancio totale, più ulteriori 600 kg circa di rifiuti misti bruciati.

postato il 19 luglio 2014

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Sicuri sul Sentiero 2014

Sicuri sul Sentiero 2014
Occorre scongiurare il pericolo che il neofita s’intenda rivestito del titolo di “abile” alla montagna e ai sentieri.

La giornata del 15 giugno 2014, nell’ambito del progetto Sicuri in Montagna, vuole sensibilizzare tutti coloro che frequentano l’ambiente montano sui rischi che si presentano nella stagione estiva; è un appuntamento in varie località italiane con le Sezioni del CAI e con il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).

Ormai di consuetudine, quella del 15 giugno è la giornata nazionale di prevenzione degli incidenti tipici della stagione estiva; sentieri, ferrate, falesie e vie alpinistiche, grotte e canyoning, perfino la ricerca di funghi. Questi i temi d’interesse previsti per parlare di prevenzione a 360°.

Lo sforzo di comunicazione e informazione è grande ed evidente, vi sono coinvolti anche Enti ed Associazioni sensibili, le Scuole di Alpinismo del CAI oltre alle Commissioni e Scuole Centrali di Escursionismo e di Alpinismo Giovanile del CAI.
La speranza è che i tecnici del soccorso alpino, gli istruttori ed accompagnatori del CAI, le guide alpine presenti nelle diverse località fin dal mattino, unitamente al pubblico, diano vita a una serie di manifestazioni d’interesse pari a quello delle edizioni passate.

SicuriSentiero1
Numeroso è il pubblico che frequenta sentieri e ferrate, dunque anche la necessità d’informazioni è grande, un vero e proprio bisogno.
Nella stagione estiva si concentra la maggioranza degli interventi di soccorso: in molti di questi incidenti si evidenzia, oltre all’inesperienza tecnica, la mancata o insufficiente percezione dei rischi, anche su terreno facile.

Se per terreno facile s’intendono zone di montagna dove normalmente non ci si lega in cordata, appare chiaro il perché sia proprio l’escursionismo a occupare sempre i primi posti delle statistiche degli interventi del Soccorso alpino.
Emblematica in questo campo è la casistica dei cercatori di funghi che ogni anno, irreparabilmente, fa registrare innumerevoli incidenti, nella maggioranza dei casi per scivolata.

Informazioni generali sono reperibili sui siti web: www.sicurinmontagna.itwww.cai.itwww.cnsas.it, ma il mio interesse si appunta sull’Elenco degli Eventi, per verificare se, nei circa 25 appuntamenti sparsi in tutta Italia, ci sia un qualunque accenno alla preparazione psicologica necessaria per una corretta frequentazione della montagna. Non c’è.

A mio avviso, se il lodevole scopo principale dell’iniziativa è “creare sensibilità, ovvero, accrescere la consapevolezza dei rischi e dei limiti personali accettabili nella frequentazione dell’ambiente montano ed ipogeo, soprattutto in quanti, lontani dal mondo del CAI o senza l’ausilio di una guida alpina, si avvicinano alla montagna in modo superficiale”, allora non si può prescindere da una premessa che sistematicamente invece viene trascurata. Anche in questa prima informazione lo è stata, anche nella locandina.

La premessa opportuna è: chiunque senza esperienza si avventuri in territorio montano dovrebbe essere avvertito non soltanto dei pericoli che corre e ovviamente informato sul come riconoscerli e affrontarli: dovrebbe essere anche avvertito che il maggiore responsabile di un incidente non è mai il caso abbinato a sfortuna, al contrario è proprio il diretto interessato. Questi, prima di apprendere e assimilare scolasticamente ogni (necessario) buon consiglio dei tecnici e delle guide alpine, dovrebbe interrogarsi su quanto siano sereni in quel momento lui e la sua compagnia, quanta tensione interiore si stia tentando di scaricare sul mondo naturale che, chissà perché, non solo è refrattario ma tende a restituire negativamente ogni energia male impiegata. Ogni nervosismo, ansia, rivalsa.

Nel fare questo abbiamo paura di invadere la libertà personale, o anche la sfera interiore? Ci facciamo delle remore perché “non si può andare a esplorare nell’intimo di un individuo”?
Niente paura, non siamo noi che dobbiamo scandagliare, è solo lui stesso che può e deve farlo. Se è avvertito, però.

Il singolo non può fare questa indagine interiore se in qualche modo lo si convince che, con un po’ di nozioni raffazzonate tramite sia pur bravissimi e volonterosissimi istruttori, lui si possa guadagnare il titolo di “abile” alla montagna e ai sentieri. Per cui alla fine tutto gli è dovuto, anche il soccorso.

postato il 12 giugno 2014