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La montagna per la vita

Riflessioni sulla possibilità di morte in montagna
di Oreste Forno

Cari amici,
di fronte al dolore causato dall’ennesima tragedia che nei giorni scorsi ha avuto come teatro il Pilone Centrale del Freney, nel Gruppo del Monte Bianco, ho sentito un rabbioso bisogno di alzare ancora di più la voce. Sarà che di dolore ne ho già visto troppo, sarà che non concepisco più che un ambiente dove si va per Vivere con la V maiuscola diventi troppo spesso terreno di morte. Per questo ho scritto queste riflessioni che desidero condividere con tutti voi, con la speranza di poter iniziare insieme un percorso che potrebbe finalmente portare a risvolti positivi. Vi chiedo quindi di seguirmi e di riflettere su quanto vi dirò, perché saranno le vostre idee e osservazioni a dare maggior forza a questo intento. Se saremo in tanti, credo che faremo veramente un buon lavoro.

Montagna come mezzo
Comincerò col dire che la montagna è qualcosa di meraviglioso, di cui ci si può anche innamorare. Ma, attenzione! Ci si può innamorare di una montagna come ci si può innamorare di una bicicletta, di un paio di sci, di una macchina fotografica…
Perché credo che la montagna sia anzitutto un mezzo. Un mezzo che permette all’uomo di soddisfare certi suoi bisogni.
Bisogno di avventura.
Bisogno di lotta che l’uomo si porta dentro fin dalle origini.
Bisogno di libertà che tanto manca nella vita odierna.
Bisogno di evasione, di pace e di silenzio. Di rilassamento. Di bellezza e di emozioni.
Bisogno di ricerca per dare un senso alla propria vita. Ricerca del Sublime, della spiritualità.
O, ancora, bisogno di autostima.
Oppure, di migliorarsi, di innalzare i propri limiti, di superare gli altri con il rischio di cadere nell’ambizione!

L’ambizione è una caratteristica che troviamo nella stragrande maggioranza degli alpinisti e non necessariamente va vista come un male, perché è il motore che fa crescere le cose, che innalza i limiti, che porta in alto. Nell’alpinismo come nello sport, nel lavoro, nella ricerca scientifica e tecnologica, nell’arte, nella politica. Persino in campo sociale, credo. La differenza sta nel fatto che nell’alpinismo può arrecare gravi danni, perché chiedendo troppo si corrono dei rischi che possono essere causa di morte. È quello che succede, purtroppo abbastanza spesso.

Si va quindi in montagna in cerca di benefici e a volte si muore. Come dire che la montagna che tanto dà, qualche volta prende. Ma forse possiamo chiederle di prendere di meno.

Battistino Bonali
bonali-battistino-bonali-archivio-06Chi muore?
Anche chi non è ambizioso. I meno esperti quanto i più forti e preparati. Ci passiamo tutti.

Gli escursionisti che si trovano ad affrontare difficoltà alle quali non sono preparati.  Come camminare in inverno su un sentiero percorso senza problemi nel corso dell’estate. O quelli che non sono in grado di far fronte a un repentino cambiamento del tempo, o che non sanno valutare un pericolo che normalmente esula dal loro mondo. È già successo che escursionisti siano morti per scivolata su un sentiero ghiacciato, come per assideramento. Ed è di questi giorni (marzo 2014) l’incidente sul Palanzone (Alto Lario), con la valanga che ha travolto tre escursionisti mentre camminavano tranquillamente sulla strada poco oltre il rifugio Riella. Una valanga sul Palanzone? Sembra incredibile, ma è vero. Salvate una donna (con una gamba fratturata) e una bambina di quattro anni, perché emergevano ancora dalla massa nevosa. È andata peggio per il nonno della bambina, di 62 anni, deceduto per le conseguenze qualche giorno dopo.

Gli alpinisti poco esperti che si fanno cogliere impreparati su una via. Quando per esempio ci si trova di fronte a difficoltà diverse da quelle abituali, magari portate dal cattivo tempo, o da variate condizioni del percorso.

Gli alpinisti che si spingono troppo oltre i propri limiti. È giusto cercare di migliorare i propri limiti, fa parte della natura umana, ma bisognerebbe farlo con maggiore sicurezza. Per esempio con il supporto di una persona adatta al caso, di una guida.

Gli alpinisti che non sanno rinunciare di fronte all’insorgere di difficoltà impreviste. Quelli che dicono “Ormai siamo qui, dopo tutte queste ore di macchina, e quando ci si ripresenta un’occasione come questa?

Gli alpinisti della cima a tutti i costi.

Gli alpinisti esperti e forti in seguito a troppa confidenza, o per un breve abbassamento della guardia. Muoiono anche questi. Il mio caro amico Giuliano De Marchi, senza il quale oggi non sarei qui a scrivere queste riflessioni, e al quale altri alpinisti devono la vita, dopo tante spedizioni sulle montagne più dure dell’Himalaya è morto sull’Antelao, una montagna di casa che conosceva come le sue tasche, durante una semplice salita con gli sci. Graziano Maffei, per fare un altro esempio, fortissimo arrampicatore delle Dolomiti, è morto cadendo in un crepaccio in cima alla Marmolada, al termine dell’impegnativa scalata della via “Don Chisciotte”, sulla verticale parete sud. Anche Renato Casarotto è morto in un crepaccio, sul K2, dopo essere sceso dal difficile sperone sud-ovest, sul quale era stato impegnato per giorni. E andando ancora indietro possiamo arrivare fino a un altro grande personaggio, Emilio Comici, morto durante una banale arrampicata in Vallunga (Valgardena).

Gli alpinisti coscienziosi vittima dell’imponderabile. Hermann Buhl, per esempio, è precipitato sul Chogolisa in seguito al cedimento di una cornice. Una condizione impossibile da valutare per la tormenta e quindi la troppa scarsa visibilità di quel momento. Carlo Pedroni è morto per una pietra che l’ha colpito in fronte, nonostante il casco, durante una scalata sul Pizzo Badile. Cosimo Zappelli, guida alpina valdostana, è morto nel Gruppo del Monte Bianco per una scarica di sassi impossibile da prevedere. Paolo Cavagnetto, istruttore ai corsi guida, è caduto sulla Tour Noire  del Monte Bianco con due allievi, probabilmente per il distacco di una parte di roccia, o di un masso, con il chiodo del rinvio. Mario Merelli, grande nome dell’Himalaya, è morto a pochi passi dalla vetta dello Scais, una montagna di casa sua, per un masso instabile che gli ha fatto perdere l’equilibrio. E potrei dilungarmi oltre…

Gli alpinisti ai vertici che per rimanere sul podio guadagnato duramente, o magari per salire ancora di un gradino, sono costretti a buttarsi su difficoltà sempre più elevate. Mi vengono in mente Jerzy Kukuczka, caduto sulla Sud del Lhotse, Miroslav Sveticik (Slavko), tra i miei alpinisti alla Ovest del Makalu, morto durante una scalata in solitaria sul Gasherbrum IV. Conservo la cartolina che mi aveva mandato da quella spedizione, dove diceva “SOLO”. Thomaz Humar, morto sul Langtang Lirung. Potrei fare altri nomi, ma credo che bastino questi esempi.

Gli Sherpa e altri portatori d’alta quota, come i Tamang del Nepal, o gli Hunza e Baltì del Karakarum, che offrono il loro supporto alle spedizioni. La totale abnegazione degli Sherpa, in particolare, il loro volere tenere fede all’impegno preso fino in fondo, è stata spesso la causa principale di rilevanti tragedie.

Dove si muore di più?
Vediamo piuttosto dove si muore di più. Facendo le dovute proporzioni, numero dei morti in base al numero degli alpinisti, dove si muore di più è sicuramente sulle grandi montagne dell’Himalaya e del Karakorum, dove l’ambiente è più duro e difficile da interpretare. Lì si parla di vere ecatombe, come nel 1937 sul Nanga Parbat, al campo IV, dove un’intera squadra composta da 7 alpinisti e 9 portatori d’alta quota fu cancellata da una valanga di ghiaccio. O sul Manaslu nel’73, quando 16 persone di una spedizione coreana (5 alpinisti e 11 sherpa) furono uccise da una valanga. O sul K2 nel 1986, dove morirono ben 13 alpinisti appartenenti a spedizioni diverse, o sull’Everest quando nel 1989 morirono per una valanga 5 alpinisti polacchi, o nel mese di maggio del 1996 quando altre 5 persone di due spedizioni commerciali non fecero ritorno, dopo già più di 150 morti dovuti anche al grande richiamo esercitato dalla montagna più alta della terra. E purtroppo è di soli due giorni fa (18 aprile 2014) la terribile notizia di altri 13 sherpa uccisi da una valanga mentre attrezzavano la via di salita all’inizio dell’Ice Fall.

L’Everest e la sua famosa Ice Fall
Nepal, Valle del Khumbu, Everest dal Kala Pattar, GhiacciaioPer rendersi conto ancora meglio, basta pensare a una statistica spagnola stilata 15 anni fa che parlava già di 600 morti tra Himalaya e Karakorum, e da allora quanti ce ne sono ancora stati? Credo che sia ancora nelle nostre menti la tragedia del Manaslu di soli due anni fa, quando 11 persone furono uccise in un colpo solo da una valanga, e altre scamparono per miracolo!

Perché si muore di più sulle grandi montagne?
Per i problemi legati all’alta quota. La carenza di ossigeno e ciò che ne consegue, come la possibilità di edema polmonare e cerebrale, l’affaticamento o la diminuita lucidità mentale.

Per le condizioni ambientali molto severe. Come il freddo che porta i congelamenti. Quanti ce ne sono stati! O il vento fortissimo che ti distrugge le tende. O la tormenta che ti taglia completamente le gambe. In un ambiente tanto vasto non sai più dove sei e tanto meno dove puoi finire.

Per l’alta esposizione. Una spedizione a un Ottomila può durare anche mesi, fatti di continui saliscendi.

Per la difficoltà a decifrare le condizioni di pericolo. Gli incidenti maggiori sono stati causati da valanghe che hanno spazzato via campi interi. Del resto non è facile capire cosa c’è sopra finché non ci arrivi.

Per non sapere dire di no di fronte a un rischio troppo alto. Per arrivare in cima all’Annapurna bisogna attraversare un tratto di pendio in cui è facile essere soggetti a un vero tiro al bersaglio, a causa dei seracchi soprastanti che scaricano in continuazione. Ma quando sei lì, a un passo dalla vetta, e ci sei arrivato dopo settimane di duro lavoro, e pensi che un’altra volta non ci torni più, diventa difficile rinunciare. Non per niente l’Annapurna è la montagna che percentualmente ha più morti, anche più dell’Everest e del K2, e la già citata statistica spagnola dovrebbe far drizzare i capelli quando dice che il 53% di coloro che vi si sono cimentati non sono tornati. Eppure c’è chi continua ad andarci perché la sua salita è indispensabile per completare la serie dei 14 Ottomila.

L’Annapurna
Annapurna (8091 m), spedizione italiana 1973, versante NW e sperone NWPer il peso dello sponsor? Molti lo pensano, ma probabilmente questo capita, o può capitare, solo con alpinisti professionisti che con le spedizioni cercano di portarsi a casa lauti profitti.

Cosa significa morire?
Fino a questo punto non ho detto niente di nuovo, solo cose che sicuramente sapevamo già. Però quanti si sono mai chiesti veramente che cosa significhi morire in montagna, a una giovane, o relativamente giovane età? Provo a spiegarlo con un esempio che mi riguarda.

Il 10 maggio 1985, verso le dieci del mattino, caddi in un crepaccio. Ero al mio primo tentativo di un 8000, lo Shisha Pangma. Quel giorno eravamo partiti in tre dal campo base avanzato, con l’intento di andare fino in cima. Ci accompagnava una quarta persona che si sarebbe però fermata al campo 2, a 7000 metri, installato nel corso delle salite precedenti.

Quando caddi ero abbondantemente in testa, perciò nessuno mi vide. Ero precipitato per quasi 30 metri, ed è difficile sopravvivere a un volo così. Anche perché prima che scoprissero l’accaduto e mi tirassero fuori passarono due ore. Due ore all’interno del crepaccio, mezzo rotto. Qualcuno disse che quel giorno nacqui una seconda volta. Si vede che non era la mia ora.

Avevo 34 anni. Fino a quel momento avevo avuto una vita bella e interessante, grazie anche al lavoro che mi aveva permesso lunghi soggiorni negli Stati Uniti e che continuava a darmi modo di viaggiare. Ma quanto avrei perso se fossi morto in quel crepaccio? Ci ho pensato tante volte. Avrei perso la seconda parte della mia vita, quella che mi ha dato le cose più importanti. Come unirmi a una donna per dare il dono della vita ai miei due figli, che valgono ben più di qualunque cima avessi mai potuto fare! Chi ha figli sono certo che capisce… O scrivere quei libri con i quali credo di aver saputo trasmettere qualcosa! O andare da un posto all’altro con le conferenze che mi hanno portato tanti amici e aperto orizzonti nuovi! O aver potuto dare un po’ di aiuto a qualcuno fra i tanti bambini poveri del mondo… Fare un po’ di bene…

Ecco, allora, cosa avrei perso se fossi morto quel 10 maggio di trent’anni fa! Avrei sfruttato meno della metà il grande dono, unico e irripetibile che mi era stato dato. E sarebbe stato un vero peccato perché l’opportunità della vita, l’occasione più grande in assoluto, si presenta una volta sola.

Ma morire non significa solo questo. Se fossi morto, mio padre, già anziano e malandato, probabilmente non avrebbe retto e sarebbe morto di crepacuore (mia madre ci aveva già lasciati anni prima). Morire significa anche gettare nel dolore più atroce, se non nella disperazione, le persone che ci amano di più.

Paolo Cavagnetto fa gli gnocchi
cavagnetto-patagonia_paolocavagnettoLa scena che mi è sempre rimasta impressa è quella del papà di Paolo Cavagnetto, caro compagno di spedizione al Lila Peak, nel giorno del suo funerale. Non l’avevo mai incontrato prima e me l’ero ritrovato davanti in chiesa, di spalle, in prima fila davanti a me che stavo nella seconda. Ricordo come fosse adesso. Era in piedi, alto, con gli occhi sulla bara del figlio, sorretto dalle figlie che lo tenevano a braccetto, una di qua e l’altra di là. E sapevo che non molto tempo prima, un anno, forse due, aveva già perso l’altro figlio maschio, anche lui caduto nel Gruppo del Monte Bianco. Avevo davanti a me un padre che in montagna aveva perso entrambi i figli maschi, e mi chiedevo come sarebbe stato per lui continuare a vivere con un simile dolore… Ma ne ricordo altre. Ricordo bene quello che mi rispose la mamma di Battistino Bonali, quando per consolarla le dissi: “Tina, devi essere fiera di tuo figlio, è un eroe per tutti e guarda cos’ha portato la sua morte! Guarda quanto bene stanno facendo col suo nome quelli del Mato Grosso…” Rimanendo seria, mi rispose semplicemente: “Avrei preferito mio figlio con niente di tutto quello che ha fatto, ma qui, vivo.” Parole accompagnate da quel dolore silenzioso che ritrovai ancora in più occasioni. Parlando con la mamma di Lorenzo Mazzoleni, morto sul K2. Con i genitori di Paolo Crippa, morto con Eliana De Zordo sulla Torre Egger, in Patagonia. Con la mamma di Alessandro Chemelli, morto a 23 anni sul Canalone Gervasutti, al Mont Blanc du Tacul, insieme a Dario Bampi. “Comprendo appieno il detto ‘si muore per crepacuore’ – mi aveva scritto -, e se c’è un Dio che mi ascolta chiedo a Lui, per la prima volta, che mi siano risparmiate altre sofferenze, almeno per il momento, perché non avrei la forza di sopportare”. E con genitori ancora, mogli, fratelli, sorelle, amici, che contattai quando iniziai ad alzare la voce contro la morte in montagna, quando scrissi il libro Il paradiso può aspettare. Ma non ho mai parlato con bambini, con i giovani figli che hanno perso il loro papà in montagna. Non l’ho mai fatto, ma vedendo l’amore che i miei figli provano per me posso ben immaginare il loro strazio. E che dire del fatto che nel loro futuro non ci sarà più un riferimento così importante? Con questo non voglio criticare le scelte di chi poi in montagna ha perso la vita, non posso e nemmeno ne ho il diritto. Espongo però le conseguenze.

Lorenzo Mazzoleni
Lorenzo MazzoleniLa morte, un prezzo da accettare?
Di fronte alla morte, più di una volta mi sono sentito dire: “Fa parte dell’andare in montagna e bisogna accettarla per i tanti benefici che comunque la montagna dà”. E pensando alle tantissime persone che trovano grande soddisfazione e gioia nell’andare in montagna, come si fa a non condividere un’affermazione come questa? Ma la questione è un’altra, perché non si tratta di togliere l’uomo dalla montagna, o viceversa, perché a quel punto bisognerebbe toglierlo anche dalla strada, e l’uomo non è fatto per stare sotto una campana di vetro. E nemmeno gli si può vietare la montagna più dura. Lo dico perché so cosa significhi sentire quel bisogno, che è come una luce che ti acceca, ma che allo stesso tempo ti permette di vivere momenti ed esperienze che rendono più ricca la tua vita. E allora credo che si possa anche accettare la possibilità di morire in montagna, se questo avviene in modo del tutto accidentale e non per negligenza, o per errore, o presunzione, o per troppa pienezza di sé, purché si faccia comunque il possibile per scongiurarla. Quindi mettiamola così: LA ‘PELLE’ A TUTTI I COSTI, E NON LA CIMA A TUTTI I COSTI!

Evitarla per se stessi
Nel momento in cui mi metto in autostrada so di correre dei rischi. Ma un conto è se vado a 120 km all’ora, un altro se tiro la macchina a 200. Un altro ancora se a ogni occasione insisto ad andare a 200 all’ora. Il problema è chiaro e la risposta semplice: basta tenere una velocità moderata per abbassare il rischio. Questo esempio può applicarsi anche alla montagna: il rischio può esserci anche su terreno facile, ma più vado sul difficile e più rischio; e se insisto a stare sul difficile rischio ancora di più. Però in montagna le cose non sono così semplici, perché le variabili sono molte, e se certi aspetti sono evidenti, altri, pur molto importanti, sfuggono alla nostra attenzione.

Uno di questi è la rimozione della morte, una caratteristica dell’alpinista che lo porta a nemmeno considerare il fatto di poter morire in montagna (parole di psicologi). Nemmeno quando è toccato da vicino, come con la morte di un compagno, e nemmeno all’evidenza che muoiono anche quelli più forti e preparati di lui. Eppure la morte è la nostra compagna della vita, ci accompagna dal giorno in cui siamo nati. Credo che aiuterebbe farcela amica e rivolgersi a lei nei momenti di pericolo per chiederle consiglio.

Un altro è quello che io chiamo ‘la montagna che sta dentro’. Se ci pensiamo bene, scalare fisicamente una montagna è anzitutto scalare la nostra montagna interiore, perché l’esigenza, il bisogno, viene da dentro. Quindi penso che ognuno abbia la propria montagna, più facile o difficile a seconda del proprio ‘Io’, che determina la scelta esterna. Ci sarà perciò chi è contento di una semplice escursione, chi di una salita un po’ più impegnativa, chi di una via di VI grado, o chi ha bisogno di una scalata all’adrenalina. Un fatto di fortuna o di sfortuna? Sì, perché trovi la pace quando raggiungi la tua cima, e quindi c’è chi ci arriva più facilmente e chi deve lottare duramente, facendo i conti anche con un ambiente ostile. Una strada senza via d’uscita, quindi? Sembrerebbe, ma l’esperienza personale mi dice che non è così, perché oltre alla scalata vera e propria ci sono altri mezzi che aiutano ad arrivare su questa cima. La mia cima fu piuttosto dura, ma non durissima, e la raggiunsi nel momento in cui non ebbi più bisogno delle sfide. Quando la luce accecante che prima mi attirava senza scampo verso l’alto iniziò ad affievolirsi. Gli altri mezzi furono l’arrivo dei figli, l’interesse e la passione crescente per la scrittura, la maturità che avanzava, certamente, con la maggior sicurezza in me stesso. Purtroppo anche la perdita di amici cari, caduti in montagna, e quella di tanti alpinisti forti che avevo conosciuto.

Non converrebbe, allora, prestare più attenzione a queste cose?

Un altro aspetto ancora, facile da ignorare, è la spinta che viene dal basso, dalle persone che ci seguono, che sognano con le nostre imprese, che ti acclamano alla fine di una salita riservata a pochi, che ti battono le mani nelle conferenze; che fanno le ore piccole per seguirti in diretta su Internet. In altre parole, sono quelli che vedono in te un riferimento importante, e che nel momento della tua morte faranno di te un eroe. Magra consolazione. E allora bisognerebbe chiedersi quanto il pubblico condiziona, o determina, le nostre scelte. E al pubblico magari bisognerebbe chiedere di essere più obiettivo nel dire senza timore se uno sbaglia. Invece quando uno ha perso la vita per un errore, magari per aver tirato troppo la corda, la disapprovazione avviene solo con timidi sussurri. Forse per rispetto di chi è morto, forse per non ferir di più chi sta già soffrendo.

Ho parlato solo di alcuni aspetti che generalmente sfuggono alla nostra attenzione, ma ce ne sono altri. Cercarli tutti, noti e meno noti, e ragionarci a fondo ci aiuterà nelle nostre scelte.

Aiutare gli altri a evitarla
Credo che molti alpinisti, soprattutto quelli rivolti ai traguardi più ambiziosi, nemmeno vogliano sentire parlare della morte. Forse anche per timore di veder vacillare il loro entusiasmo, le loro convinzioni. E allora dovremmo essere noi, un papà, una mamma, una moglie, un amico, un bambino, a frenare il loro impeto, la loro esuberanza. Ci vorrebbe un figlioletto che si presenta al suo papà dicendo: “Papà, se proprio devi andare vai, ma ricordati che ci sono anch’io, che non posso stare senza te”. Sì, dobbiamo farlo, per tutti quelli che ci stanno a cuore, per il bene loro e per il nostro.

Pochi mesi fa è uscito il mio nuovo libro, La farfalla sul ghiacciaio. Sulla quarta di copertina c’è scritto: Un libro per aiutare gli alpinisti a non morire. Un libro dove la montagna si fa vita. Spero veramente possa essere d’aiuto, ma spero anche di vedere nascere sempre più, pur tra libri che parlano di grandi imprese, quelli inneggianti alla bellezza della vita.

Il piacere di una montagna diversa
Quand’ero attratto dalle grandi sfide nemmeno mi accorgevo di questa montagna che scoprii più tardi, che mi trovai davanti come un dono quando raggiunsi la cima della mia montagna interiore.

Eppure sono in molti a conoscerla e a cercarla per goderne. È la montagna che ci attira per la sua bellezza. Che ci offre incredibili emozioni con gli splendidi scenari offerti dalle vette; con i colori dolci dell’aurora; con le albe che annunciano il nuovo giorno; con i tramonti che fanno del cielo un fuoco; con un fiore che ti ritrovi nel punto più impensato; con una sorgente d’acqua freschissima incontrata sul cammino; con un animale libero che lassù vive indisturbato, un’aquila che passa da una cima all’altra senza nemmeno un battito di ali. Con la luna che si alza a tenerci compagnia; con le stelle che brillano in un cielo nero…

È la montagna con il vento che ci scuote senza impensierirci; che ci sprona alla fatica e che poi ci fa apprezzare la stanchezza. Perché la stanchezza rilassa la mente e ci fa stare bene, aiutandoci il giorno dopo ad affrontare con più slancio una nuova giornata di lavoro, la vita quotidiana.

È la montagna che con il silenzio e la solitudine ci aiuta a guardarci dentro e a interrogarci. Che ci invita a staccarci dalla terra per trovare in alto una risposta ai perché di questa nostra vita. Che ci offre la speranza di Qualcosa che va oltre questa vita. E tutto questo, senza chiederci di rischiare, permettendoci di tornare ogni volta a casa per dividere la nostra gioia con chi ci vuole bene.

Com’io un tempo, credo che molti alpinisti non abbiano ancora gli occhi per questa montagna. E allora è bene dire loro che c’è, e che sarà lì ad aspettarli nel giorno in cui avranno raggiunto la loro cima. Farglielo sapere potrebbe aiutarli a condurre con più coscienza le loro sfide.

Conclusioni
A spingermi a queste riflessioni era stato il pensiero di poter trovare il modo di aiutare chi va in montagna a non morire. Giunti a questo punto, credo di poter dire che la cosa migliore da fare, e forse l’unica, sia una sola: parlare della possibilità di morire in montagna, ma farlo in ogni momento, martellando se è il caso, senza attendere l’occasione. Perché se si aspetta l’occasione potrebbe essere troppo tardi per qualcuno. Credo che in questo scritto ci sia abbastanza materiale da poter incominciare. E siccome da cosa nasce cosa, penso che anche da voi arriveranno altri spunti, altre idee, che renderanno l’andare in montagna più sicuro.

Oreste Forno ([email protected])

Oreste Forno alla sua diga
Forno2Giornalista pubblicista e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, Oreste Forno è nato a Berbenno di Valtellina il 30 dicembre 1951. Il diploma in elettronica industriale gli ha permesso di lavorare per un’importante società multinazionale di computer, l’IBM, con diversi soggiorni negli Stati Uniti. Dopo 17 anni ha lasciato quel lavoro per dedicarmi a tempo pieno alla montagna, ed è stato in quel periodo che, grazie alla collaborazione con riviste e giornali locali, e ai primi libri, è diventato giornalista-pubblicista e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna. Al rientro definitivo dall’Himalaya, nel 1996, ha dato vita a una casa editrice, la Mountain Promotion, lasciata sette anni dopo per il lavoro di guardiano delle dighe, scelto per continuare a vivere in montagna. In campo sociale, ha insegnato per diversi anni alla scuola del CAI, con il titolo di istruttore nazionale di scialpinismo, mentre in seguito ha dato vita a Cime di Pace, un’associazione che lavora per la pace e la solidarietà.

Per ulteriori notizie su Oreste Forno e sulla sua produzione letteraria vedi http://www.oresteforno.it/

postato il 9 maggio 2014

 

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Il medio-evo new age

Tempi bui, ovvero il medio-evo new age
di Stefano Michelazzi

Che questo Paese versi in uno stato di degrado culturale avanzato è un dato di fatto, per constatare il quale, basta farsi un giretto su di un qualsiasi social forum e leggere un po’ qua e là…

Senza far caso alle carenze grammaticali, sintomi evidenti del predetto degrado, ciò che segnala i sintomi acuti di un delirio collettivo è l’onnisaccenza dilagante, condita di solito da giudizi e conseguenti condanne sui più svariati argomenti, spesso su di un titolo o una frase che nemmeno vengono sviluppati nel contesto ma che vengono prontamente etichettati ed utilizzati come “piano di lavoro”  per rampanti tuttologi da piazza del rogo, i quali a loro volta vengono supportati dai favorevoli ed affrontati in singolar tenzone dai contrari, con scambi di battute e controbattute, spesso volgari e offensive.

Innsbruck, Swarovski crystal worlds, Caleidoscopio del Sapere
Innsbruck, Swarovski crystal worlds, caleidoscopio del sapere“Sindrome da partita di calcio” ovvero il mondo visto come allo stadio, dove ormai è arci-noto si possono vedere le peggiori doti della decadente razza umana.

Ma non basta…
L’universo virtuale, che ha certamente il merito di aver dato una chance enorme alla comunicazione e alla condivisione, specie se si considera che fino a pochi anni fa era impossibile far conoscenza tra persone che vivono distanti migliaia di chilometri, ha anche a mio avviso l’enorme difetto di mescolare in un cocktail venefico informazione, contro-informazione, anti-informazione, causando nelle menti di chi si affida all’altrui concezione, una confusione totale e un’insicurezza globale le quali provocano di conseguenza l’espressione di quell’istinto primordiale che porta il nome di aggressività. Un’aggressività cieca e insofferente, la quale ha per suo unico scopo la ricerca di una certezza capace di dare sollievo alle proprie paure. Quale cura migliore quindi se non la SICUREZZA, chiesta ormai a gran voce per qualunque situazione e spesso, sempre più spesso purtroppo, scambiata nei termini con la REPRESSIONE.

VIETARE!

La montagna, ultimo, forse, baluardo di wilderness, che scatena in molti, l’ancestrale contatto con la natura e permette di provare l’emozione di farvi parte, è ovviamente bersaglio perfetto.

La divisione (divide et impera ) tra buono e cattivo, sbagliato e giusto, su argomenti montani o meglio di frequentazione montana, è ormai all’ordine del giorno:
chi va a sciare fuoripista ovvero si immette in una condizione al di fuori del controllo, chi scala le pareti rocciose o di ghiaccio, chi semplicemente gira per funghi ed “esplora” i boschi oltre il sentiero, diventano in questo delirio new-age, colpevoli di reati contro l’umanità e meritevoli di pubblica gogna.

Innsbruck, Swarovski crystal worlds, Duomo di Cristallo
Innsbruck, Swarovski crystal worlds, Duomo di CristalloA supporto di tale logica si trovano principalmente due argomenti:
1) IL RISPETTO DELLA VITA
2) LE SPESE PER LA COMUNITA’
e non necessariamente nell’ordine.

Innsbruck, Swarovski crystal worlds, la Stanza del Teatro meccanico di Jim Whiting
Innsbruck, Swarovski crystal worlds, la stanza del "teatro meccanico" di Jim WhitingOvviamente argomenti di interesse generale che scaldano le fazioni in lotta e creano putiferi tali nell’opinione pubblica da mettere nella giusta condizione di divide et impera chi dovrebbe amministrare la res publica con caratteristiche da buon padre di famiglia ed invece ogni giorno di più la amministra da repressore, con svariati agi derivanti, sia da una possibile raccolta futura di voti politici, sia da un pilatesco lavarsi le mani e quindi amministrare senza sforzo.

Parlare poi di formazione e informazione è tabù e in alcuni casi provoca ancora più fermento in chi, come detto, onnisaccente non ha bisogno di alcunché da nessuno in quanto la sua conoscenza dell’universo è totale.

Sperare perciò che si possa comprendere che rispetto della vita propria e altrui è sinonimo di libertà dell’individuo e che pretendere sicurezza per poi lamentarsi del suo costo è assolutamente assurdo, è cosa estremamente difficile.

Stiamo scivolando sempre più gravemente verso un mondo di schiavi che pretendono a gran voce la propria schiavitù, vittime felici e consenzienti di un universo pre-confezionato ove sguazzano beati e indisturbati i furbi e i ladri dei quali ogni giorno si sentono milioni di voci lamentarsi ma che alla resa dei conti diventano i paladini della giustizia…

Scrissi tempo fa una massima, che ho riportato spesso in vari argomenti e in varie sedi di dibattito, che credo anche in questo caso possa definire la situazione e magari, spero, abbia facoltà di far pensare, esercizio cerebrale che se spesso carente, ancor più spesso si palesa mal eseguito:
Libertà non è un termine astratto, un belletto per coprire le imperfezioni, libertà è l’essenza stessa della dignità umana. Chi lotta per essa, chi ha il coraggio di sacrificare i propri interessi materiali in suo nome non è mai nell’errore.”

Stefano Michelazzi

postato il 3 maggio 2014

 

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Lasciateli giocare

Lasciateli giocare è il titolo di un bellissimo articolo pubblicato su Internazionale n° 1031, 20-26 dicembre 2013, a firma di Peter Gray, uno psicologo evoluzionista e ricercatore del Boston college.

Partendo dall’osservazione che oggi i bambini hanno sempre meno tempo per giocare tra di loro, più che altro perché sia la vita a scuola che quella del tempo libero in realtà sono sempre più organizzate dagli adulti, Grey arriva a concludere che solo giocando i bambini possano raggiungere quelle capacità “sociali” che gli serviranno da grandi. Grey insiste sull’ascolto degli altri, sulla creatività, sulla gestione delle emozioni e sull’affrontare i pericoli.

All’inizio del secolo il lavoro minorile era diminuito, quindi i bambini avevano più tempo libero. Howard Chudacoff definisce la prima metà del novecento “l’epoca d’oro” dei giochi infantili. Poco a poco però, a partire dagli anni sessanta, gli adulti li hanno privati di quella libertà aumentando il tempo dedicato allo studio ma, soprattutto, riducendo il tempo in cui possono giocare da soli, anche quando non sono a scuola e non devono fare i compiti. Gli sport organizzati dagli adulti hanno cominciato a sostituire quelli improvvisati e le attività extrascolastiche hanno preso il posto degli hobby. finoltre, le paure degli adulti hanno spinto sempre più genitori a proibire ai figli di uscire da soli a giocare con gli altri ragazzi.

Il gioco istintivo sugli alberi
LasciateliGiocare-gioco1-imagesContemporaneamente, sempre in riferimento agli USA, sono aumentati a dismisura ansia e depressione infantili. E, nello stesso arco di tempo, la percentuale di suicidi tra i giovani tra i 15 e i 24 anni è più che raddoppiata, e quella tra i ragazzi con meno di quindici anni è quadruplicata.

Le minori opportunità di gioco sono state accompagnate da una diminuzione dell’empatia e da un aumento del narcisismo. Per empatia s’intende la capacità e la tendenza a vedere le cose dal punto di vista di un’altra persona e a capire quello che prova; per narcisismo un’eccessiva concezione di sé accompagnata dal disinteresse per gli altri e dall’incapacità di stabilire rapporti emotivi.

I bambini non possono acquisire queste competenze sociali e questi valori a scuola, perché l’ambiente scolastico è autoritario e non democratico.

Poi Gray osserva: Tutti i piccoli dei mammiferi giocano. Perché sprecano energie e corrono dei rischi per giocare, quando potrebbero starsene tranquilli e al sicuro nella loro tana?

Il filosofo e naturalista tedesco Karl Groos. In un libro intitolato Die Spiele der Tiere (I giochi degli animali, 1896), Groos sosteneva che il gioco è nato per selezione naturale come mezzo per permettere agli animali di esercitare le abilità necessarie a sopravvivere e riprodursi.

In effetti è vero che gli animali giovani giocano più di quelli adulti (hanno più da imparare). Lo stesso Groos pubblicò un secondo libro, Die Spiele der Menschen (I giochi degli uomini, 1899), in cui estendeva le sue intuizioni agli esseri umani e osservava che, avendo molto più da imparare, sono la specie che gioca di più.

Secondo Groos, negli esseri umani la selezione naturale ha favorito una forte tendenza dei bambini a osservare le attività degli adulti e a inserirle nei loro giochi.

A questo punto Gray inserisce il concetto di cacciatore-raccoglitore.
Prima dello sviluppo dell’agricoltura, circa diecimila anni fa, eravamo tutti cacciatori-raccoglitori. I popoli che ancora oggi si basano su questa qualità non hanno niente che somigli alla nostra scuola. Gli adulti pensano che i bambini imparino osservando, esplorando e giocando, e quindi gli concedono un tempo illimitato per farlo.

Il gioco dei bimbi indios, Mato Grosso
LasciateliGiocare-al-fiume-xingo-nel-mato-grossoorig_mainI maschi giocavano a inseguirsi e a cacciare, e sia i maschi sia le femmine giocavano a cercare e raccogliere radici commestibili. Si arrampicavano sugli alberi, cucinavano, costruivano capanne e altri oggetti importanti per la loro cultura, come le canoe scavate nei tronchi.
Giocavano a discutere tra loro, a volte imitando i grandi o provando a ragionare meglio di quanto avessero fatto gli adulti la sera prima intorno al fuoco. Ballavano e cantavano le canzoni tradizionali, ma ne inventavano anche di nuove. Fabbricavano e suonavano strumenti musicali simili a quelli degli adulti del loro gruppo. Perino i bambini piccoli giocavano con oggetti pericolosi come i coltelli e il fuoco, e gli adulti glielo permettevano perché “altrimenti come avrebbero fatto a imparare a usarli?
”.

Il gioco regolamentato dagli adulti
LasciateliGiocare-gioco-imagesIn un’altra ricerca Gray ha studiato il modo in cui imparano i bambini in una scuola alternativa, la Sudbury valley school, Massachusetts. Gli studenti, che vanno dai quattro ai diciannove anni, sono liberi di fare ciò che vogliono per tutto il giorno a condizione che rispettino tutte le regole dell’istituto. Agli occhi della maggior parte delle persone sembra una follia. Come fanno gli alunni a imparare? Eppure la scuola esiste da 45 anni e l’hanno frequentata centinaia di studenti che nel mondo reale se la cavano benissimo, non perché la scuola gli abbia insegnato qualcosa, ma perché gli ha permesso d’imparare quello che volevano.

Mentre giocano, gli studenti di questa scuola imparano a leggere, a far di conto e a usare i computer con lo stesso festoso entusiasmo con cui i bambini cacciatori-raccoglitori imparano a cacciare e a raccogliere”.

Non pensano di apprendere: pensano solo che stanno giocando o “facendo delle cose”, ma nel frattempo imparano.

I bambini imparano ad assumersi la responsabilità di se stessi e della comunità, capiscono che la vita è divertente, perfino (o forse soprattutto) quando ti impone di fare qualcosa di difficile. Insomma, la scuola cerca di sfruttare al massimo le capacità dei bambini di autoeducarsi. Ci sono tutte le opportunità di giocare con gli strumenti della cultura e di entrare in contatto con una varietà di adulti attenti e preparati, che li aiutano e non li giudicano. E permettono ai bambini di mescolarsi con gli adolescenti (giocando con persone di età diverse s’impara di più che giocando con persone della stessa età).

Gray non si aspetta di convincere tutti che da un momento all’altro dovremmo abolire le scuole così come sono ora e sostituirle con centri dov’è possibile esplorare e giocare liberamente. Ma spera di convincere parecchie persone che giocare fuori dalla scuola è importante.

Per ciò che riguarda la creatività, Gray c’informa sui cosiddetti Torrance tests of creative thinking (TTCT), riportati da campioni normativi di studenti statunitensi dall’asilo all’ultima classe delle superiori (17-18 anni) negli ultimi decenni. Secondo Kyung-hee Kim, una psicologa dell’educazione del College of William and Mary in Virginia, i dati indicano che “i ragazzi esternano meno le loro emozioni, sono meno energici, meno loquaci e in grado di esprimersi oralmente, meno spiritosi, meno fantasiosi, meno anticonformisti, meno vivaci e appassionati, meno intuitivi, meno capaci di collegare tra loro cose apparentemente non pertinenti, di sintetizzare e di vedere le cose da un’angolatura diversa”. Secondo questa ricerca, c’è stato un calo di tutti gli aspetti della creatività, ma soprattutto di un parametro chiamato “elaborazione creativa” che valuta la capacità di prendere una particolare idea e di svilupparla in modo nuovo e interessante.

Tra il 1984 e il 2008 il punteggio medio sull’elaborazione riportato nei TTCT, a tutti i livelli di età, è sceso in modo drastico: cioè nel 2008 oltre l’85 per cento dei ragazzi ha riportato un punteggio più basso della media del 1984.

Albert Einstein, che a quanto sembra odiava la scuola, chiamava le sue scoperte nel campo della fisica teorica e della matematica “giochi combinatori”. Probabilmente incentivare la creatività premiando le persone o stimolando la competitività ottiene l’effetto opposto: è difficile essere creativi quando si è preoccupati del giudizio altrui. A scuola le attività dei bambini sono continuamente giudicate: per questo è il posto meno adatto per esercitare la creatività.

Oggi i bambini sono così occupati a fare i compiti o sono così impegnati in altre attività decise dagli adulti che di rado hanno il tempo o l’opportunità di scoprire e d’immergersi completamente in attività che li divertono sul serio e gli insegnano a stare in gruppo.

Gioco spontaneo nell’Oetztal (Tirolo)
Tirolo, Oetztal, Stablein, esercizi sul pratoIl gioco di gruppo implica una serie di contrattazioni e compromessi. Se Gina è una prepotente che vuole stabilire le regole e ordinare agli altri cosa devono fare, i compagni la lasceranno sola e andranno a giocare da un’altra parte. Questo sarà un incentivo a fare più attenzione agli altri la prossima volta. Ma anche i compagni che se ne sono andati hanno imparato qualcosa: se vogliono giocare con Gina, perché ha alcune qualità che apprezzano, in futuro dovranno essere più chiari nell’esprimere i loro desideri così lei non cercherà di stabilire le regole e guastare il divertimento a tutti.

La regola aurea del gioco di gruppo non è “non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te”, ma “fai agli altri quello che vorrebbero che tu facessi a loro”. Per questo bisogna mettersi nei panni altrui e vedere le cose dal loro punto di vista. Nei giochi di gruppo i bambini lo fanno sempre. Nel gioco l’uguaglianza non significa uniformità, ma rispetto delle differenze e attribuzione della stessa importanza ai bisogni e ai desideri di tutti.

Gli antropologi sostengono che, nei gruppi di cacciatori- raccoglitori, la prevaricazione e la prepotenza quasi non esistono. In effetti le loro società vengono spesso definite egualitarie: i gruppi non hanno né capi né una struttura gerarchica, condividono tutto, collaborano tra loro per sopravvivere e prendono le decisioni che riguardano la comunità dopo lunghe discussioni per raggiungere un accordo.

Il gioco insegna le abilità sociali senza cui la vita sarebbe insopportabile. Ma insegna anche a controllare emozioni negative forti, come la paura e la rabbia. Gli etologi che studiano i giochi degli animali sostengono che uno dei loro scopi principali è aiutare i piccoli a gestire emotivamente (oltre che fisicamente) le situazioni di emergenza.
Quando giocano, i giovani mammiferi di molte specie si mettono più volte e di proposito in situazioni moderatamente pericolose.
A seconda della specie, balzano in aria in modo goffo per rendere difficile l’atterraggio, corrono lungo il bordo dei precipizi, saltano da un ramo all’altro a un’altezza tale che, se cadessero, si farebbero male o giocano alla lotta in modo da mettersi a turno in una posizione di svantaggio alla quale devono sottrarsi
”.

E qui arriviamo al tema educativo sicurezza-rischio.

Anche i bambini, quando sono liberi, fanno la stessa cosa, facendo innervosire le mamme. Si drogano di paura fino a raggiungere la dose più alta che riescono a tollerare e imparano a gestirla. Questo tipo di giochi dev’essere spontaneo e non incoraggiato da una figura che ha l’autorità. È crudele costringere i bambini a provare paure alle quali non sono preparati, come fanno gli insegnanti di educazione fisica quando chiedono a tutti gli alunni di una classe di arrampicarsi su una pertica o di saltare il cavallo. Così possono provocare panico, imbarazzo e vergogna, sentimenti che riducono la tolleranza alla paura.
Giocando i bambini sperimentano anche la rabbia, che può nascere da una spinta accidentale o voluta, da una presa in giro o dal non aver avuto la meglio in una discussione.
Ma chi vuole continuare a giocare sa che deve controllare la rabbia e usarla in modo costruttivo. Gli scatti d’ira possono funzionare con i genitori, ma non con i compagni.

È dimostrato che anche i giovani di altre specie imparano a controllare la rabbia e l’aggressività con i giochi di gruppo.
Quando giocano, i bambini decidono e risolvono i problemi da soli: negli ambienti controllati dagli adulti sono deboli e vulnerabili; nel gioco sono forti e potenti. Il mondo dei giochi è la palestra per imparare a diventare adulti. Per un bambino giocare significa provare a essere controllato e responsabile.
Togliendo il gioco, priviamo i bambini della possibilità di esercitarsi a essere adulti e creiamo persone che per tutta la vita si sentiranno vittime e dipendenti, con la sensazione di un’autorità che gli dice cosa fare e risolve i problemi al posto loro”.

Non è un modo sano di vivere.

postato il 26 aprile 2014

 

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E’ dura la vita dell’Alpe!

Il Mongioie mi ricorda una notte di fine giugno 1968. Il CAI Uget aveva organizzato un ritrovo per gli iscritti ad una prossima ascensione del Kilimanjaro e non ricordo più come io vi fossi stato coinvolto. Fu una notte di festa, andai a dormire abbastanza brillo in tenda con Giorgio Griva. Il mattino dopo, ad ora tarda, sentendo i rumori del campo, l’amico si affacciò pigro verso il sole accecante e tra le smorfie mormorò “È dura la vita dell’alpe!”.

ll famoso maggio 1968 era passato da un mese ed io non avevo ancora 22 anni. Ero iscritto all’università ma già non frequentavo più. Avevo appena salito d’inverno la parete nord est del Pizzo Badile, con dei compagni splendidi così diversi fra loro… Covavo il bruciante desiderio di salire da solo sul pilastro Cassin delle Grandes Jorasses, cosa che poi feci giusto un mese dopo. Questi successi mi avevano eccitato, vivevo una condizione di grandi progetti mirati e, nonostante la mia contraddittoria posizione di studente, camminavo una spanna sopra i normali problemi di tutti.

Di quello che succedeva nelle università non mi interessavo, a Genova poi ogni cosa giungeva ovattata, epurata di ogni carica dirompente. Anche il maggio francese non colpì molto l’ateneo ligure, così seppi qualcosa soltanto leggendo i giornali oppure parlando con gli amici di Milano e Torino. Compagni come Paolo Armando o Ettore Pagani, entrambi studenti di architettura, erano ben impegnati in quel movimento che sembrava allora travolgere l’ordine costituito per dare spazio alla libertà.

Una libertà collettiva in contrapposizione a un ordine collettivo… ma in quel momento mi sentivo troppo libero dentro per curarmi della libertà collettiva. E comunque, al di là della mia esperienza individuale, anche l’ambiente degli appassionati di montagna non era ricettivo: tutto continuava come prima, sulle riviste neppure un cenno, perché quella era “politica”. Il CAI non si è certo lasciato turbare da passeggeri fenomeni.

Alpi Liguri, panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra,  Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie.
Alpi Liguri, panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra,  Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie.In una mia conferenza, l’anno successivo, rispondendo ad una precisa domanda, ricordo che rivolsi al pubblico l’esclamazione “noi il Sessantotto l’abbiamo fatto sulle montagne”, provocando un mezzo delirio di applausi frenetici. La frase era un po’ ad effetto, ma era indubbiamente vera e liberatoria: volevo solo dire di essere completamente estraneo alle lotte di piazza o in aula.

Sei anni dopo ebbi un lungo momento di riflessione e in quel periodo giunsi finalmente a comprendere cosa era successo: interrogandomi su ciò che realmente avrei voluto “fare da grande”, riflettei sui miei anni ruggenti. Ci fu un periodo in cui condivisi pienamente l’opinione di chi diceva che, in fondo, l’alpinismo era una fuga dalla realtà. Vissi quindi l’amarezza di chi ha compreso finalmente delle cose brutali ma neppure vuole cambiare rotta.

L’ambiente alpinistico di allora non recepì le novità perché sentiva l’inutilità di questi riferimenti collettivi applicati ad una passione individuale come quella dell’alpinismo. Un’attività che il pensiero di sinistra ha sempre qualificato come estranea ai problemi sociali della comunità ed all’impegno che l’individuo dovrebbe mettere nel tentare di risolverli. La stessa attività però, vista dai diretti interessati, è una continua ricerca della realtà e quindi sempre un fatto personale. La contrapposizione nasce perché le due opinioni equivocano sul significato della parola “realtà”. Gli attivisti di Lotta Continua mal sopportavano chi non s’interessava ai problemi del sociale (ciò che per loro era l’unica realtà); gli alpinisti non tolleravano alcuna ingerenza o giudizio sulla propria anarchia interiore.

Movimenti di piazza del ’68DuraVitaAlpe-1968Anche la scissione fra alpinismo e arrampicata sportiva degli ultimi trent’anni dimostra la lontananza del collettivo dal modo di sentire alpinistico. Oggi più che mai l’alpinismo ed il free climbing si trovano ad anni luce dalla realtà di tutti i giorni. Neppure i giornali parlano più delle imprese che i giovani continuano a produrre in varie parti del mondo, come se tutto si fosse fermato ai 14 Ottomila di Reinhold Messner.

Il CAI nel frattempo si è confermato granitico. Un’associazione nata con scopi del tutto estranei alla politica deve rimanere tale. Ma interpretando alla lettera questa direttiva non si va mai lontano: almeno sui problemi relativi alla conservazione ambientale, il CAI dovrebbe fare più “politica”, nel senso greco della parola. Altrimenti rischia l’autoemarginazione. La lotta per un ambiente integro potrebbe fornire il destro per superare l’isolamento dal collettivo che tanto è pesato e pesa. Nella protezione dell’ambiente si possono incontrare le aspirazioni di chi rimpiange il Sessantotto (e vede un riflusso continuo dappertutto) con quelle degli individualisti che si rifugiano nella montagna. Insistere sul sociale come possibile terreno d’intesa non ha portato a risultati.

La presa di coscienza personale dei fatti e delle idee del 1968 mi ha portato a una riflessione, a una crisi; superata questa, il mio alpinismo è stato un altro. Un po’ in ritardo, se si vuole: a causa delle persone diverse che frequentavo o magari di una tardiva maturazione. Pensai che si sarebbe potuto fare la rivoluzione tutti assieme, ma dopo breve mi convinsi che se prima la rivoluzione non la fai dentro di te non riesci a far nulla neppure con gli altri.

postato il 16 aprile 2014

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L’ossessione della sicurezza «totale»

Montagna vietata e divieti assurdi
L’ossessione della sicurezza «totale»
di Pierangelo Giovanetti (direttore del quotidiano L’Adige)
[email protected]
Twitter: @direttoreladige

La richiesta da parte della Procura di Torino di rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti dei tre amici superstiti della vittima di una valanga durante un fuori pista, ripropone in maniera eclatante la questione della sicurezza.
O meglio, dell’ossessione alla sicurezza «totale» e obbligatoria, che è diventato uno dei miti ideologici oggi più di moda nella società dell’«assistenzialismo garantito» e del «rischio eliminato». Anche quando si va in montagna, si cammina su un marciapiedi, o soltanto quando si salgono le scale.
Non si spiegherebbero altrimenti l’aumento esponenziale di cause legali, richieste di risarcimenti verso tutto e verso tutti (specie se è un ente che può pagare), quando – magari per distrazione – si inciampa, attraversando la strada, o si scivola andando a fare visita a un amico.

OssessioneSicurezzaTotale-ladige.2014.03.23-1_Pagina_01La pretesa di una «société sicuritaire», come dicono i francesi, cioè di una società che si faccia carico ad ogni costo della sicurezza dei suoi membri, e che elimini l’alea del rischio nelle cose, sembra aver contagiato non soltanto la cultura generale, ma anche quella giuridica delle procure, se un ufficio quale quello del procuratore torinese Raffaele Guariniello in nome della sicurezza dovuta, chiede il processo per omicidio colposo, oltre che per valanga colposa, nei confronti degli amici superstiti di una disgrazia.

Come pure ha contagiato il legislatore, quando s’impone di prefissare per legge il divenire umano e ogni aspetto dell’imponderatezza della vita secondo dettagliate e prescrittive norme regolamentari, le quali rasentano a volte una psicopatologia della sicurezza, quasi un delirio deresponsabilizzante dell’individuo sulla base del teorema che è la società che deve garantire la sicurezza personale di ciascuno.
Per non parlare di politici, amministratori, ma soprattutto burocrati, che preferiscono stabilire divieti e vincoli ad ogni piè sospinto in maniera totalmente autoderesponsabilizzante per timore che possa succedere qualcosa di non pedissequamente previsto in ogni sua dinamica.

Evidente che la montagna è un ambito che non può rientrare in tale casistica di prevedibilità totale degli eventi. Perché, se si percorre il sentiero delle Bocchette sul Brenta, non si può escludere – né per legge, né per sentenza di tribunale – che si possa staccare un sasso e che possa cadere purtroppo addosso a qualcuno.

Così se si nuota in un lago, può accadere di incorrere in un pericolo, senza che l’addetto alle Spiagge sicure o gli amici di nuotata debbano venir incriminati per omicidio colposo in caso di annegamento. E così pure, se si allerta il Soccorso alpino e disgraziatamente uno dei volontari del soccorso soccombe sotto la neve, non può esistere l’ipotesi di responsabilità giuridica o di omicidio colposo per chi ha richiesto l’intervento.

La casistica in sede penale e civile al riguardo si sta arricchendo mese dopo mese in maniera impressionante, e porterà probabilmente di questo passo a ipotizzare l’abolizione stessa del Soccorso Alpino (perché espone a pericoli gli eventuali soccorritori); a rinunciare da parte di volontari o di associazioni alpinistiche come la SAT a garantire la manutenzione e il controllo dei sentieri o di via attrezzate e ferrate (perché qualcuno potrebbe infortunarsi, con conseguenze civili e penali); ma soprattutto ad evitare la compagnia in montagna, perché – se succede qualcosa – la responsabilità (e l’ipotesi di reato colposo) è di chi ti accompagna.

Non è un caso che la Società Alpinisti Tridentini nel suo ultimo congresso in val di Sole abbia posto la questione «ansia di sicurezza» come tema centrale del dibattito, discutendo se la montagna sia spazio di libertà o debba essere invece regolamentata (e impedita) se solo presenta margini di pericolosità o di rischio. Il tema è dibattuto anche oltralpe (vedi il forum di Grenoble e di Chamonix), come ha molto bene documentato l’antropologo ed editorialista dell’Adige Annibale Salsa. Ma la ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo invade ormai tutti i campi del vivere sociale, con una conseguente smania di monetarizzazione di ogni evento, in una corsa al risarcimento che sta intasando i tribunali e – troppo spesso – trova supporto e incoraggiamento in molta giurisprudenza.

Oggi assistiamo al paradosso che non si ristrutturano vie di montagna perché equivarrebbe a dare a chi vi transita patente di sicurezza totale. Quindi si preferisce l’abbandono per lavarsi le mani da eventuali rischi. Come pure si frena la realizzazione e il riutilizzo di percorsi (per esempio la ciclabile lungo il Garda, fra Riva e Limone, sulla ex Statale) perché potrebbe succedere che qualche sasso si stacca dalla parete rocciosa. E invece di apporre il cartello: «chi percorre la strada, lo fa a suo rischio e pericolo» godendosi uno dei panorami più belli del mondo, si preferisce emanare divieti ed erigere cancellate, proibendo il passaggio.

Ora, non si tratta di rifuggire le regole, ma di declinarle con il buon senso. La montagna certamente richiede preparazione, esperienza, autodisciplina, consapevolezza dei rischi, prudenza. Ma non si può ipotizzare un determinismo meccanicistico della vita, che sterilizza ogni atto da eventuali rischi, imponendo l’obbligo di compiere solo ciò che è immune da ogni aleatorietà, addebitando per forza a un responsabile qualsiasi accadimento eventuale.

Così pure è giusto esigere la cura nella manutenzione delle strutture, la cartellonistica esatta nelle segnaletiche, l’assicurazione di forme di precauzione e di modalità di soccorso in caso di necessità. Ma ci deve essere un ambito di responsabilità personale lasciato alla libertà di ciascuno, sapendo anche che non esiste la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione. E soprattutto non esiste – e non deve esistere – la compensazione economica di ogni accadimento, di ogni eventuale conseguenza di una libera scelta.

Probabilmente anche tale ossessione alla sicurezza ad ogni costo è uno stadio ulteriore della pretesa tecnocratica e assolutista di controllare la vita in ogni suo determinarsi, che ha contagiato a quanto pare pure i tribunali, e rischia di tradursi in pericolosa giurisprudenza.
Pericolosa per il futuro della libertà della persona, ma anche per il destino di una società che rischia di finire prigioniera dei suoi deliri.

postato il 2 aprile 2014

 

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Una montagna di libertà

Una montagna di libertà
di Riccardo de Caria, avvocato

Nel mondo ultraregolamentato in cui viviamo, restano poche oasi di libertà. Una di queste è la montagna, anzi “era”, perché purtroppo il Leviatano, in persona del suo fido servitore Guariniello, è arrivato anche lì. Regolarmente, lo Stato con le sue varie articolazioni si ingerisce e si inserisce nel nostro portafoglio: preleva a sua discrezione, e ci dà direttive sempre più stringenti su come impiegare e come non quel poco che resta. Ma lo Stato-pitone stringe la sua presa su di noi estendendo la propria interferenza in qualunque sfera del nostro agire, anche quelle che con il portafoglio non hanno nulla a che fare, e così facendo perverte il diritto e l’ordine spontaneo, allargandosi sempre più.

In Valle Viola Bormina, nei pressi dell'Alpe Dosdé, da sinistra, Pizzo Dosdé, Cima sud dei sassi Rossi, Sasso Conca, Cima Lago Spalmo.

Ne è un esempio perfetto quel che sta accadendo appunto con riguardo a un tragico incidente verificatosi nel dicembre 2012 sulle nevi piemontesi: quattro amici sciavano fuori pista, ma purtroppo si staccò una valanga e uno di loro perse la vita. Una tragica fatalità, ma ora i pm torinesi del pool di Guariniello hanno chiesto il rinvio a giudizio dei tre superstiti per omicidio colposo.

A questa iniziativa ha risposto in maniera esemplare l’Osservatorio per la libertà in Montagna e Alpinismo, riconosciuto dal Club Alpino Italiano. Con molta educazione ma con estrema fermezza, in una lettera aperta che merita di essere letta per intero, ha tentato di spiegare al catone subalpino che cos’è l’alpinismo e quanto esso sia distante dallo sci su piste battute.

L’Osservatorio dà a Guariniello una straordinaria lezione di libertà, e perfino di diritto. La pretesa, tipica di tante e tante inchieste di Guariniello, di trovare sempre un responsabile di un evento infausto e una legge che s’adatti a fondare questo giudizio di responsabilità, finisce paradossalmente con il produrre maggiore irresponsabilità. La libertà, che dovrebbe essere il principio guida della nostra convivenza sociale e dei nostri codici, non può mai andare disgiunta dal suo corrispettivo, ovvero l’assunzione su di sé di tutte le conseguenze delle proprie libere azioni (il principio di responsabilità, per l’appunto).

Ciò implica che, se un’azione è stata liberamente determinata da un adulto, nella fattispecie il povero scialpinista deceduto, è necessario che quell’adulto ne porti su di sé le conseguenze. I quattro sapevano il rischio che correvano: naturalmente, se avessero coinvolto terzi incolpevoli, ne dovrebbero portare tutte le conseguenze. Ma la sciagura ha riguardato solo loro: purtroppo uno ha perso la vita, ma questa persona ha scelto volontariamente di andare fuori pista insieme agli altri tre, che non possono essere ritenuti responsabili della morte dell’amico per il solo fatto di essere sopravvissuti: avere avuto più fortuna (o anche più bravura) non può essere un titolo di colpa.

La questione che si gioca intorno a questa vicenda è di enorme importanza: il «delirio della sicurezza», autentica «psicopatologia della società moderna» (espressioni che l’Osservatorio riprende dall’antropologo Annibale Salsa), è solo l’ennesimo frutto avvelenato dello statalismo. Esso conduce all’idea che non possano esistere da un lato il caso fortuito (anche tragico, ahimé), dall’altro l’assunzione di responsabilità: occorre pianificare e regolamentare tutta l’esistenza umana, in modo che non ci siano spazi lasciati scoperti da una legge, e ogni azione possa essere sottoposta al vaglio di legalità di un magistrato. Non è ammissibile che uno compia liberamente un’azione rischiosa e ne paghi il prezzo: ci dev’essere qualcun altro responsabile, quanto meno di non averlo impedito, di non aver segnalato a sufficienza il pericolo, di non aver preso misure per evitare che altri si facessero male da soli.

Perseguendo con la forza della legge questa logica, Guariniello contribuisce all’infantilizzazione dell’uomo tipica dello stato moderno: non preoccupatevi di evitare voi i rischi, non preoccupatevi di informarvi prima di affidarvi alle cure di un metodo tutto da verificare (caso Stamina), non preoccupatevi di che cosa bevete (caraffe filtranti) o fumate (sigarette elettroniche); andate nel mondo incoscienti e beati, qualcun altro penserà a voi, alla vostra sicurezza, al vostro benessere.

Naturalmente, mentre molti pericoli siamo perfettamente in grado di valutarli da soli (se solo non ci disabituassero a farlo a suon di illusorio Pluriball guarinielliano), nessuno è in grado di valutare personalmente, a meno che non sia un esperto del ramo, attendibilità di un metodo di cura, pulizia di un filtro, tossicità dei liquidi delle e-cig. Ma per l’appunto esistono gli esperti, e forse sarebbe meglio che imparassimo a rivolgerci a loro un po’ più spesso, quando ciò è opportuno, anziché agire appunto da irresponsabili, e poi attaccarci alla toga di Guariniello.

Montagnadilibertà

Senza contare che questo uso mal concepito del diritto può anche far sì che determinate innovazioni non vedano mai la luce, o procedano a un passo molto più lento di quanto potrebbero. Come spiegò il prof. Gideon Parchomovsky, ospite nel 2009 della Stresa Lecture del compianto Alberto Musy, se le corti puniscono sistematicamente chi si allontana dal sentiero consolidato ad esempio in medicina o in un processo produttivo, dando sempre ragione al consumatore anche quando ha scelto consapevolmente di seguire il medico o il produttore avventurandosi su quel terreno (fuori pista, potremmo dire), l’incentivo ad innovare sarà molto ridotto: a seguire gli schemi non si rischia nulla, a sperimentare si rischia moltissimo, ma allora perché sperimentare una novità, che potrebbe attirare pesanti reprimende dai giudici?

L’inchiesta di Guariniello sugli sciatori è figlia di analoga tendenza a mettere al riparo gli individui dalle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie libere scelte. Il risultato è un mondo di bambini, incapaci di badare a se stessi e sempre pronti a incolpare il prossimo o la società per le proprie disavventure. Non c’è dubbio, quello fuori dalla pista giusta è proprio Guariniello!

Riccardo de Caria, avvocato, Torino

Testo tratto dal quotidiano online Lo Spiffero, 28 febbraio 2014

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L’ambiente risponde alle domande della nostra paura

L’ambiente risponde a domande che gli pone la nostra paura

di Alberto Bianchi
“In principio (…) le tenebre ricoprivano l’abisso …”. Se la Bibbia, sia che sia scritta da mano divina o sotto divina dettatura sia che sia il distillato della coscienza umana, spiega i segreti più remoti dell’uomo, con queste parole, con le quali esordisce, ci racconta di un iniziale brancolare dell’individuo nel buio indissolubilmente associato alla sua paura. Dunque in principio erano l’individuo e la sua paura. Era la paura di tutto quello che gli era esterno e che lo tratteneva dall’esporsi, dall’avventurarsi, dal muovere un singolo passo e dal compiere un singolo gesto; ma che contemporaneamente lo proteggeva da qualsiasi pericolo e gli evitava di rischiare. La paura era un sentimento paralizzante.

Alberto Bianchi su Pichenibule (Verdon, Provenza)
Alberto Bianchi su Pichenibule (Gorges du Verdon, Provenza), 23.05.1983Ma immediatamente dopo fu la luce. Nell’individuo quasi simultaneamente alla paura scoccò la
scintilla del bisogno di vedere e vedere vuole dire scoprire, conoscere e sapere, tant’è che nel greco
antico lo stesso verbo “eidon” significa tanto vedere quanto sapere: ho visto quindi so. Quindi,
nell’individuo c’è anche un sentimento dinamico, che lo spinge a cercare all’esterno di se stesso,
esplorando l’ignoto perché è fuori da sé che l’individuo può trovare i mezzi per la sua sussistenza e
per migliorare la sua esistenza.
Nel giusto dosaggio di questi due impulsi antagonisti, paura e curiosità, risedette da sempre la
ricetta per la gestione del rischio che consentì all’individuo di vivere mediamente sempre meglio o,
quanto meno, sempre più a lungo.
Ma poi c’era anche la collettività degli individui. La collettività al posto della paura pose oggetti
deterrenti sicché a presidio dei luoghi nei quali voleva sconsigliare l’individuo dall’avventurarsi,
pose mostri formidabili, tabù e residenze divine. Né divieti né limiti alla mobilità e, più in generale,
all’agire dell’individuo furono posti dalla società primordiale e questo bastò all’umanità per
conservare se stessa ed anche per progredire e migliorarsi.
Oggi, i dosaggi della paura e dell’audacia dell’individuo e l’interferenza della società nella libertà
individuale in materia di sicurezza, che altro non è che il complemento del rischio, sono
profondamente diversi, il che significa che nel tempo c’è stato un cambiamento; ma in più, oggi,
sembrano abbastanza percettibili sia la velocità sia una precisa direzione di questo cambiamento.
All’origine dei comportamenti sia dell’individuo sia della società sembra esserci un unico comune
movente: l’istinto di conservazione, dell’individuo per l’uno e della specie per l’altra. A tal fine
l’individuo e la società mettono in atto comportamenti, diversi ma assimilabili, che sono il frutto di
un compromesso, a livello personale, tra paura e curiosità o tra incolumità e ricerca e, a livello
sociale, tra salute pubblica e benessere e progresso collettivo.
Mentre gli stimoli e i freni inibitori dell’individuo nei confronti del pericolo non sono cambiati nel
tempo, la società, col progredire della conoscenza, abbandona la sfera del magico formidabile, del
tabù, o del divino inaccessibile e mette in campo altri strumenti per la conservazione della specie,
alla quale sono funzionali da un lato l’espansione del tasso di natalità e dall’altro la riduzione di
quello di mortalità, nel rispetto obbligato dei vincoli posti dalle risorse limitate. A tal fine la società,
pur con evidentissime differenze territoriali, culturali e temporali, si è adoperata principalmente in
due direzioni mediante l’emanazione di norme tese a rendere meno pericolosi gli ambienti esterni
all’individuo e l’imposizione di divieti alla frequentazione di quelli la cui pericolosità non riesce ad
essere addomesticata entro valori per lei accettabili.
In questo quadro generale del rapporto pericoloso tra individuo e società da una parte ed ambienti
esterni dall’altra, l’ambiente esterno che interessa l’alpinista è un ambiente prettamente geografico e
fisico: l’alpinista è il frequentatore temporaneo di una particolare porzione del territorio montano,
quella in genere caratterizzata da quote più elevate, temperature più basse, ghiacciai e rocce e neve
e in ogni caso da terreno impervio e certamente non idoneo ad alcuna forma di insediamento umano
permanente.
Per queste sue caratteristiche il territorio alpinistico ha un tasso di pericolosità per l’incolumità
individuale più elevato di quello di molti altri ambienti, non solo geografici e fisici. Quindi ed
estremizzando, nei riguardi della natalità e della mortalità, la società è impegnata, per quanto
riguarda l’alpinismo, al contenimento della seconda. Più in generale, la società è interessata al
contenimento di tutti gli incidenti in montagna anche non mortali, anche i più banali, che, in ogni
caso, si traducono nella necessità di mettere in campo da parte sua gli opportuni anticorpi a difesa
della vita per la conservazione della specie.
Per quanto concerne la libertà nella pratica dell’alpinismo, il dosaggio delle diverse componenti
individuali e sociali nel rapporto col pericolo è evoluto con una progressiva espansione
dell’influenza della società a scapito dell’autodeterminazione e della responsabilità individuali.
La società è intenta a offrire all’individuo ambienti (di lavoro, di svago, di studio, alimentare,
culturale, ecc.) sempre più sicuri e a cingere col recinto del divieto o di altre barriere meno
direttamente evidenti gli ambienti pericolosi (il bere, il fumo, le droghe in genere, il gioco
d’azzardo, ecc.).
Questo meccanismo di messa in sicurezza e di divieti porta però a un ottundimento del prezioso
sentimento della paura e a una crescente deresposabilizzazione dell’individuo nella scelta delle
attività che si appresta ad affrontare e dei territori, in particolare, in cui intende avventurarsi e dei
modi e dei mezzi con cui affrontarli o avventurarvisi. Come estrema conseguenza, nell’individuo
arriva a maturare la presunzione del diritto alla sicurezza e quindi del diritto al soccorso in qualsiasi
circostanza e situazione e, più o meno cosciente, la convinzione che tutto ciò che non è
espressamente vietato è sicuro, in particolare che se l’accesso a una parete di roccia o a un pendio
innevato non è vietato, quella roccia e quella neve sono privi di pericoli per lui.
In montagna, la disponibilità di corde sempre più resistenti e di ancoraggi sempre più affidabili ha
cancellato la pudica paura di “volare”, l’adozione del casco quella di battere la testa o di essere
colpiti da un sasso cadente, il telefono satellitare, quello cellulare, il GPS, internet e l’elicottero
hanno fatto sbiadire la paura dell’isolamento e la sensibilità all’incertezza meteorologica.
Giustamente; ma se tutto funziona e dando per scontato il diritto, per legge o per dovere morale, al
soccorso!
La pretesa che tutto sia sicuro perché ciò che è pericoloso è vietato è tanto profondamente radicata,
penetrante e diffusa nella società italiana, che la collettività al verificarsi di un incidente o di un
disastro, anche cosiddetto naturale, non cerca di individuare un eventuale vittima di un errore o di
un imprevisto, ma, attraverso una magistratura particolarmente solerte promotrice di questa
mentalità, scatena immediatamente una caccia al colpevole di un reato.
Il legislatore si sente invece investito del dovere di bandire l’attività rivelatasi funesta e di vietare
l’accesso ad un territorio ove si è verificato l’incidente o nella, migliore delle ipotesi, di
regolamentarli.
Esiste il pericolo che la pur legittima aspirazione della società di tutelare la salute pubblica, anche
con l’imposizione di regole e divieti, degeneri nella tentazione di inseguire la sirena della sicurezza
totale con la doppia negativa conseguenza di mortificare il benefico sentimento di paura
dell’individuo, propedeutico allo sviluppo di virtù personali come l’attenzione e la prudenza, e
paralizzarne lo slancio innovativo e l’anelito di scoperta ed espansione dei propri limiti insostituibili
motori del progresso umano.
La giusta quantità individuale di libertà di rischiare, in montagna come in ogni altra situazione,
dovrebbe essere frutto di corretti dosaggi di paura e curiosità, di responsabilità personale e norme e
divieti e soprattutto basarsi sulla coscienza individuale e collettiva che la sicurezza totale non può e
non deve essere propria della vita umana ovvero che il rischio nullo non esiste, non solo nella
pratica dell’alpinismo, ma anche in nessuna altra attività.
Quest’ultima asserzione si presenta come postulato e perciò è criticabile e anche rigettabile come
ogni verità apodittica, ma la sua forza è evidente. Ne discende che frasi come “dobbiamo fare sì che
incidenti come questo non si verifichino mai più” pronunciate da politici e legislatori all’indomani
di ogni incidente sia pur grave sul lavoro, o “sciagure come questa non si verifichino mai più”
pronunciate dagli stessi e da altri all’indomani del recente disastro di Lampedusa, ma anche in
occasioni di incidenti in montagna particolarmente luttuosi, sono aberranti per chi ammette che la
nostra conoscenza è limitata e sa che questi incidenti, forse con frequenza minore ed anche sempre
più bassa, potranno ripetersi.
Dal postulato discende anche che è scorretto affermare semplicemente che l’alpinismo è pericoloso,
o meglio sarebbe dire, rischioso. Semmai si potrà dire che è un’attività più rischiosa di altre.
Possiamo concordare sul fatto che sia meno pericoloso camminare su un marciapiede cittadino che
su un sentiero dal fondo irregolare o peggio arrampicare su una parete di roccia degradata, ma
nessuna delle tre progressioni è totalmente esente dal pericolo di inciampo e di caduta.
Diverso ancora è il rischio, correttamente inteso come prodotto della pericolosità per il danno, che
addirittura potrebbe vedere un’inversione della precedente graduatoria, se cadendo sul marciapiede
ci si procura un trauma e “volando” in parete si rimane semplicemente appesi alla corda di
sicurezza.
Sull’onda della corsa all’inseguimento della sicurezza, la giurisprudenza impone all’organizzatore
di corsi di alpinismo di informare preventivamente gli allievi dei pericoli della montagna e dei
rischi dell’alpinismo e di ottenerne un’attestazione di consenso informato alla partecipazione.
Questa procedura persevera sulla strada di indurre l’individuo a pensare che ci sia sempre un altro
che deve pensare a metterlo in guardia e che sia responsabile al suo posto di ciò che può accadergli
ed inoltre cozza contro l’impossibilità di compilare un elenco completo ed una descrizione
esauriente di tutti i pericoli ed i rischi.
Piuttosto, quindi, che cercare di elencare e descrivere i pericoli della montagna ed i rischi
dell’alpinismo, bisogna risuscitare negli allievi il senso della paura, che induce all’attenzione, alla
cautela ed alla prudenza.
Un ulteriore contributo alla distorsione della percezione del rischio risiede nell’esagerata fiducia
nella scienza e nella tecnica che degenerano rispettivamente in presunzione di onniscienza e di
infallibilità. Una corretta assunzione di responsabilità deve avere, invece, il supporto della
consapevolezza dell’esistenza dell’imprevisto e dell’errore o del difetto.
L’accresciuta affidabilità delle corde di arrampicata e dei dispositivi di protezione e delle tecniche
di assicurazione ed autoassicurazione in genere ha eliminato negli arrampicatori delle più recenti
generazioni la paura di “volare” che caratterizzò gli esponenti delle precedenti generazioni in
maniera tanto più marcata quanto più si risale nel tempo. Questo fatto è certamente un fatto
positivo, in quanto fattore di progresso, perché autorizza l’individuo ad osare passaggi sempre più
difficili spingendo il limite della prestazione umana sempre più in alto; ma è anche dimostrazione
della scomparsa di una delle paure che più inducevano gli alpinisti a muoversi, invece, con grande
cautela.
Per chi pratica lo scialpinismo, invece, l’aumento delle capacità di valutazione del pericolo di
distacco di valanghe e di diffusione della relativa informazione, la sostituzione di vecchi strumenti e
metodi di localizzazione dei travolti, come il cordino da valanga, con i più recenti e sofisticati
ARTVA il cui potenziamento e perfezionamento non accenna a rallentare, l’adozione di pala e
sonda e di altri piccoli accorgimenti nella tecnica di progressione, l’invenzione di dispositivi
antisoffocamento ed antiseppellimento hanno consentito, a costo di un appesantimento delle
procedure e dell’equipaggiamento, di ridurre il rischio legato a tale fenomeno; ma non devono fare
dimenticare allo scialpinista la necessità di relazione stretta e costante con l’ambiente in cui si
muove.
Se per il pericolo di distacco di valanghe la possibilità che l’attenzione per l’ambiente sia soffocata
dal fardello della tecnica è particolarmente evidente, tale possibilità esiste anche per le altre
discipline alpinistiche e se da un lato ci si è liberati da non molto tempo dell’illusione di potere
rendere la montagna sicura, dall’altra è fondamentale ricordarsi della necessità e del valore di
cercare di stabilire e mantenere per tutto il tempo che si opera in montagna un filo diretto con
l’ambiente in cui si sta agendo ed un flusso continuo di informazioni dall’ambiente con cui si
interagisce in risposta alle domande che gli pone la nostra paura.
Prima, (ma quanto prima? O prima di che cosa?) l’uomo viveva affrancato da ogni pericolo nel
“Paradiso terrestre” (ma dov’era il “Paradiso terrestre”?) e quindi senza bisogno di paura e di
coraggio e con un solo divieto sociale: quello di mangiare del frutto della conoscenza. Ma questa
era tutta un’altra storia.
Milano, 18/2/2014.

Alberto Bianchi
Nato a Milano il 3 febbraio 1949, ingegnere, professore al Politecnico di Milano, guida alpina dal 1986, organizza e conduce gruppi di alpinisti e sci-alpinisti in Asia, Nord and Sud America. Ha salito il Muztagata, il Kun, il Carstenz, il McKinley, l’Illimani, l’Aconcagua e molte altre montagne in ogni parte del mondo. Ha partecipato a diverse spedizioni himalayane tra cui l’Everest. È stato per diversi anni, dopo Alberto Re, presidente del Collegio Nazionale delle Guide Alpine.

Alberto Bianchi
AmbienteRisponde-bianchi,alberto

postato il 25 febbraio 2014

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Giudizio per cause concernenti l’attività in montagna


Lettera aperta a Raffaele Guariniello
Procura di Torino

a tema: Giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna

Egregio dottor Raffaele Guariniello,
Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Veda nell’allegato pdf.
Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera.
Le scriviamo invece, come potremmo scrivere a qualunque altro magistrato, perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana.
Siamo a disposizione per qualunque chiarimento o anche per un incontro.
Grazie dell’attenzione

Per l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano), il portavoce Alessandro Gogna

Raffaele Guariniello
Il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il 14 dicembre 2010 a Torino, durante l'udienza del processo per il rogo all'acciaieria Thyssenkrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007, in cui morirono sette operai. ANSA/DI MARCO
GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA
Libertà e consapevolezza
Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito.

La libertà in alpinismo è cosa diversa: è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri.

La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. L’Osservatorio della Libertà in Montagna individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di consapevolezza. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina. E senza del quale non avrebbe senso neppure il mito di Ulisse.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male” (1859). Detto così può sembrare banale e anarchico, ma noi crediamo di interpretare correttamente il pensiero di Mill quando affermiamo di non voler rifuggire le regole ma soltanto di volerle declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma ha dignità solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e consapevolezza. Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione.
Per questi motivi l’attività alpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, e non deve essere confusa con l’attività sportiva ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Pericolo e rischio in montagna
I pericoli e i rischi vengono dalla disparità tra persona e montagna, come per mari e deserti. Sono elementi costitutivi dell’alpinismo e fondanti la libertà di scelta. Vanno legati all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione.

Méribel, tre le due piste è il luogo dell’incidente a Michael Schumacher
GiudizioperCause-PistaSchumacher-Medium

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento.
La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. L’impostazione attuale della società è improntata all’ossessiva cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero dell’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui la persona può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in questo ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa intera dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.
L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che abbiamo cercato di esprimere usando la parola “consapevolezza”; nella seconda, troviamo un significato molto diverso, quello della responsabilità giuridica.

Consapevolezza e responsabilità giuridica sono dunque assai legate, anche se non sono la stessa cosa: la libertà è resa più significativa dal poter effettuare una scelta sapendo che si può essere chiamati a rispondere di essa, e di contro l’esercizio della libertà può abituare alla responsabilità delle proprie azioni.

Ha senso, allora, un luogo nel quale questa responsabilità possa venire in discussione, perché non basta il così detto “foro interiore”: se siamo responsabili nei confronti anche degli altri, allora bisogna che gli altri possano fare appello a questa nostra responsabilità. In Italia oggi (ma anche altrove) non è normale una giustizia “corporativa”, e cioè propria delle categorie interessate, quale ad esempio esisteva prima dell’età moderna; i probiviri del CAI si occupano solo di controversie interne all’associazione, ma non possono andare oltre e trattare di rapporti che non riguardano quella limitata materia. L’opinione pubblica, e prima ancora la Costituzione che afferma la necessità di un luogo ove possano essere fatti valere i diritti di ciascuno, confermano che non possono esistere “luoghi franchi”; ed allora non resta che la giustizia ordinaria quale luogo di tali possibili controversie.

Qui sembra che possiamo essere d’accordo, però attenzione: il punto è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, e non deve essere giustificazione per una “punizione” per chi esagera.

Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel “mercato della sicurezza” assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività. Perché anche per loro le leggi tendono a essere interpretate in modo cieco, con il risultato di castrare qualunque buona iniziativa, per i giovani, per i diversamente abili, per i disadattati.

Valle di Lei, Madesimo

GiudizioperCause-MADESIMO (5)  fuoripista in val di Lei

La responsabilità giuridica
Quando si dice responsabilità si intende riconoscimento della colpa e punizione  per ciò che si è fatto; ma va subito detto che questo vale solo per quella penale, perché quella civile ha una vocazione distributiva e solidarista. Si ritiene che se qualcuno ha subito un danno, occorre veder come fare per non far rimanere quel danno solo a suo carico, almeno sotto il profilo patrimoniale. Questo tipo di responsabilità sfiora a volte l’addebito oggettivo: si è responsabili perché qualche cosa è successo, qualcuno si è fatto male; si crea il meccanismo della compensazione economica di ogni tipo di danno. In quella per cose in custodia (tra esse a volte possono esserci i sentieri, o le vie ferrate) non si è più solo responsabili per l’incuria nella manutenzione che ha determinato una insidia imprevista, ma per tutti gli infortuni occorsi nell’uso della cosa, purché il danneggiato non ne abbia fatto un uso improprio.

Ma almeno per la responsabilità civile ci si assicura, e quindi c’è un’assicurazione che paga; e qui stiamo parlando non solo della responsabilità del singolo, ma anche delle istituzioni e delle imprese che organizzano e gestiscono il territorio a vario titolo; per tale via, l’assicurazione che queste hanno contratto copre la responsabilità civile oppure il costo ricadrà sulla collettività, la quale però comunque riceve altri benefici ben superiori (ad esempio turistici). Nel penale non è così, ognuno risponde per se stesso: la responsabilità penale è personale. E occorre una precisazione. Nel processo penale il problema non è tanto la condanna finale, specie per reati colposi; i processi penali sembra talvolta che si facciano prevalentemente per far soffrire qualcuno: è lo stesso processo a costituire una pena, e con esso la sua pubblica notizia, l’angoscia, le ore passate nei corridoi dagli imputati ma anche dai testi, dalle parti offese.

Il problema è dunque, per l’Osservatorio, cercare di fare in modo che il suddetto “limite per un’azione penale” venga definito in una sede tale per cui la scelta non sia lasciata esclusivamente a una giustizia comune (per essa intendendosi quella che valuta qualsiasi situazione nella stessa maniera).

La responsabilità collegata alla frequentazione della montagna può avere tre principali aspetti: 1) nei riguardi di compartecipi o di chi poi direttamente resterà infortunato; 2) installazione, manutenzione o controllo di sentieri o vie attrezzate o ferrate; e infine 3) esposizione a pericoli degli eventuali soccorritori.

Sul primo vi è ormai casistica anche in sede penale. Sul secondo punto le decisioni note sono sentenze civili; sul terzo non ne risultano di precise, ma le ultime vicende natalizie 2013-2014 provano che lì si sta andando allo scontro.
Nella società e in diritto non si può proibire il rischio.
In questo senso, restrittivamente, dovrebbe essere proibito lo stesso Soccorso Alpino, che invece è costituito da professionisti e volontari.
Però, già per Mill lo Stato non si doveva ingerire nelle attività degli individui, salvo che arrechino danno ad altri; ma, tra questi ultimi, non considerava coloro che consentano ad una partecipazione consapevole e volontaria.
E noi oggi dobbiamo considerare, come era normale in passato, che il mondo degli alpinisti è per sua natura solidaristico, è orgoglioso di esserlo, non si sottrae e non recrimina neppure di fronte alle conseguenze patite per prestare soccorso. Vuole il legislatore l’abolizione del Soccorso Alpino? Vedrebbe che putiferio!

In materia, i giudici e prima ancora i pubblici ministeri sono portatori di nozioni e conoscenze tutt’altro che approfondite e omogenee; la comprensione dei complessi elementi che intervengono nella formulazione di una scelta di chi frequenta la montagna non sempre è completa; avviene così che condotte, che per alcuni sono esenti da responsabilità, per altri invece non lo sono; purtroppo, in molti casi non vi è alcuna linearità nella decisione. Ma questo non può meravigliare, perché in processi come questi cambiano i livelli non solo di conoscenza della materia, ma anche di disponibilità individuale ad accettare la logica della previsione e della inevitabilità di un pericolo.

Telemark fuoripista a Lech. Foto: Leo Himsl
telemarkskiing lech 2005 , arlberg

Gli incidenti da valanga, aspetti legislativi
Per la legislazione attuale il reato di aver procurato una valanga è stato introdotto (per tutt’altri contesti!) dal nostro codice penale del 1930; quindi un magistrato deve far rispettare la norma, ma in certi casi la cosa può apparire ridicola. Non c’è stazione di turismo invernale che non pubblicizzi il proprio territorio con immagini e filmati di entusiasmanti discese fuoripista, magari pure a cavallo di valanghe provocate. Caso mai ci sarebbe da chiedersi come mai un articolo del c.p. sia stato bellamente ignorato dai tribunali italiani per oltre 60 anni, forse perché la valanga non era di moda? O nel frattempo non c’erano state vittime in valanga?

Probabilmente la prima impugnazione importante in merito fu del procuratore della Repubblica di Sondrio in occasione della valanga del Vallecetta (inizio anni 2000). Nessuna vittima, nessun ferito, neppure allertato il servizio di soccorso, ma 8 mesi di reclusione ai 5 sciatori che erano nei paraggi (non solo a chi ha provocato la slavina, certamente uno solo).
Risulta evidente e alla luce delle conoscenze attuali che la norma è a dir poco obsoleta e andrebbe certamente rivista.

Gli incidenti da valanga, aspetti culturali
E’ fuori di dubbio che l’attività in pista deve essere al riparo da pericoli oggettivi così come previsto dalla legislazione nazionale e da quelle regionali e provinciali. L’utente della stazione sciistica ha acquistato un servizio che comprende, tra le altre cose, la propria incolumità sulle piste da sci, almeno per quanto concerne quei pericoli. Chi percorre una pista da sci si deve solo preoccupare di non arrecare danno agli altri con la sua condotta.
Perché si tratta di attività sportiva. Sarebbe come dire che se vado a nuotare in piscina non sono tenuto a fare l’analisi dell’acqua prima di tuffarmi. La stessa pista da sci è una struttura sportiva.

Se invece abbandoniamo la pista, non importa se di poco o di tanto, dobbiamo preoccuparci da noi. Non esiste più nessuno (persona, società, Ente pubblico) che ci debba imporre la sicurezza nostra e di chi vi opera come noi e non potrebbe neanche essere altrimenti essendo impraticabile controllare, sorvegliare, vigilare su tutto l’ambiente naturale.
Neppure è dignitoso che norme e sanzioni siano usate solo per spauracchio (allora dovrebbe essere prima punito anche chi nella sostanza non le fa rispettare).
Qui entrano in gioco le conoscenze delle persone che praticano la montagna, la consapevolezza; se qualcuno non ha e non pratica le conoscenze adeguate probabilmente andrà a mettersi nei guai.

Conclusioni
Bisogna far passare il concetto che scendere un pendio innevato lungo una pista da sci o lontano da essa sono due cose culturalmente opposte, certamente compatibili tra di loro, ma da non confondere.

Sulla pista da sci si fa attività sportiva, altrove no! Il restante è compreso in tutte le altre attività d’avventura in montagna, estive e invernali.

Chi invece si avvale degli impianti di risalita e poi scende sopra una pista confonde le due attività, e spesso non basta neppure esporre cartelli di divieto. E’ pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso.

Dunque dobbiamo spendere ogni energia nel campo della formazione e dell’informazione corretta, non nel campo del divieto e della punizione.

Dobbiamo fare in modo di essere informati sulle modalità di quella grande parte di incidenti che si sono auto-risolti (senza intervento di soccorso esterno) ma che per paura delle conseguenze penali vengono tenuti nascosti dai coinvolti.

Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti.

Per Osservatorio della Libertà in Montagna e in Alpinismo
Il portavoce: Alessandro Gogna

Milano, 21 febbraio 2014

Il testo integrale in versione pdf è scaricabile qui.

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“Imprevedibilità” in alpinismo: ma mi faccia il piacere!

A volte – commentando una disgrazia – alcuni addetti ai lavori attestano: “imprevedibile”.
di Carlo Bonardi

Secondo me, di tale e quale in alpinismo c’è poco: se l’uomo per natura sta coi piedi sul piano ed in ambienti favorevoli, significa che, ove ciò non sia, si prospettano guai (per sintesi, derivano: o dalle possibilità di precipitazione, propria o di qualcosa/qualcuno che ci viene addosso, o da situazioni di tempo, luogo o condizioni più severe delle consuete, nonché da problemi circa la persona dei praticanti o i mezzi. Il risk manager, invece, scopritore ed inventore di casi specifici, li “pre-vede” e “misura” per elenchi, sempre – come dice – da “implementare”, ed anche con varianti, combinazioni e novità).
Eppure, la suddetta parola ritorna – per fare un esempio – quanto alla via normale al Monte Bianco dal Col du Midi, affollata anche se, di frequente, uno o più ci hanno lasciato la pelle.

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Per tratti di questo itinerario ero sceso decenni fa, quando, oltre al risk manager, non c’erano nemmeno ARTVA (una che ho sentito dire è che le vittime, seppellite d’estate da “cinquanta metri di ghiaccio”, erano state prudenti perché ce l’avevano), airbag, sindaci proibizionisti, controllori, norme particolari, ecc.: io avevo fregato a Papà la Guida Vallot (1947, vol. I, pag. 113), ove era scritto “Dans certaines conditions, les pentes du Mont Blanc du Tacul et du Mont Maudit peuvent présenter des risques sérieux d’avalanches”; e, comunque, anche un somaro passante sotto a un seracco può intuire cosa conviene fare. Così, nei punti cruciali, la modesta ricetta di cui disponevo era sempre la stessa: farsela addosso + darsela a gambe.
Dunque, perché “imprevedibile”?
A parte chi dice quel che gli viene, il termine è usato – per riguardo di morti o scampati – come sinonimo di “non colpevole” o “non responsabile”.
Nel giuridico, infatti, è proprio il criterio della “prevedibilità” dell’evento negativo, unito a quello della sua “evitabilità”, a far per primo inquadrare un accadimento nel “colposo” alias generatore di “responsabilità”.
Quanto alla legge, il riferimento è nell’art. 43 del Codice penale, “Il delitto è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia… (ecc.)”, e l’aggravante nell’art. 61, al n. 3, “l’avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento”.
Quanto alla loro applicazione ad un caso concreto, “negligenza o imprudenza o imperizia” consistono nel non avere evitato qualcosa di prevedibile (qui necessiterebbero approfondimenti, che investono pure altri piani di ragionamento e normativi, cose intrecciate. Una era nella Relazione ministeriale in vista del Codice penale Rocco 1930: “E’ da ritenere che le lesioni che si producono durante gli esercizi sportivi non costituiscano reato, finché non si vada al di là delle regole fissate per l’esercizio sportivo medesimo: si tratta di fatti che costituiscono esercizio di un’attività lecita, giustificata dalla consuetudine”. Stranezza: per trovare scuse, ci tocca cercarle in reperti fascisti!).
E allora?
Due sono i motivi per i quali non si dice la verità (si sa che la montagna è pericolosa sempre e per tutti).
Il primo, al solito, è economico (ho la fissa, vabbeh!).
Ve lo immaginate dover chiudere quella via normale o simili? o sempre dover maledire morti o feriti e processare scampati? E quale fine farebbero i gestori degli impianti che ne procurano gli accessi, le Guide che vi portano i clienti, chi organizza corsi e gite o vi partecipa, chi vi fa il cinema? Tutti, prima e dopo, passati per ristoranti ed alberghi della zona, oltre che nei negozi di attrezzature sportive.
E’ un po’ come per gli “ubriachi” al volante (la legge dice “in stato di ebbrezza”, ma sui giornali e nella politica l’altra suona peggiore): per costoro propongono almeno la “morte della patente” o peggio ma, accortisi che con quella c’è anche chi lavora, è sopraggiunto l'”emendamento grappino” (puoi guidare… tre ore al dì), e, poi ancora, tramite circolare ministeriale, il non-per-chiunque (occorre distinguere tra chi aveva bevuto di più e chi di meno!).
Il secondo motivo si assomma, non dichiarato.
In una società securitaria serve avere un nemico e, pertanto, pigliarsela con delinquenti certificati (meritatamente o no) dal guaio stesso che li ha visti in azione; però, poiché in non pochi casi il morto o scampato era uno Titolato (Guida, Istruttore, Soccorritore, ecc.) o un amico, lui va sottratto all’infamia, e, se possibile, anche al giudice.
Pure qui, come per gli incidenti stradali: quando l’uccisore è torvo, intanto deve andare in prigione; se è una Mamma, uno che era in servizio pubblico, un lavoratore, o simili (magari l’aveva predicata per altri), c’è spazio per i pianti ed anche per la comprensione.
Concetti e leggi, li usa o fa il legislatore; il magistrato li applica (quando non li crea da sé); noialtri li gestiamo, alla bisogna.
Ripetesi, in montagna il pericolo c’è. Per tale va trattato, senza che questo equivalga a licenza di uccidersi o uccidere (nel giuridico, piuttosto, va ben valutato il caso concreto), e forse finirà male, senza che ci si debba dolere; diversamente, si sta a casa (chi opina che anche lassù ci si possa comportare da buon padre di famiglia, non ha chiare le idee).
Il resto ne ricorda una di Giovanni Giolitti, che di affari e politica s’intendeva: “Le leggi con i nemici si applicano, con gli amici si interpretano”.

Carlo Bonardi
12 febbraio 2014

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Meno marketing e più cultura


Più conoscenza e meno incidenti.
Impariamo a conoscere meglio le nostre montagne
di Giancarlo Del Zotto

La montagna attrae sempre. Ma a che prezzo! Guardavo con la prima poca neve gruppi e gruppetti di sciatori con pelli di foca e di escursionisti con ciaspole abbandonare le piste battute e protette e inoltrarsi in terreno aperto su percorsi incerti e approssimativi, con materiali ed equipaggiamento poco adeguati a quel sottile manto nevoso, con ritmi piuttosto frenetici che esprimevano l’intento di realizzare una perfomance – come si dice in gergo sportivo – piuttosto che di godersi una tranquilla gita lontano dagli affollamenti e dai rumori invasivi della quotidianità.

Foto: Mario Verin/K3
Italia; Trentino Alto Adige; Dolomiti,Val Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspole
Mi chiedevo se qualcuno di loro avesse pensato che quell’allontanarsi da una pista affollata gli avrebbe fatto scoprire la magia della neve fresca, del silenzio, delle nuvole che corrono nel cielo e che ci aiutano a prevedere l’evoluzione del tempo, la scoperta del bosco innevato, delle tracce degli animali che popolano la montagna d’inverno.
La scoperta di un mondo silenzioso, nuovo e diverso.

Mi chiedevo quanti di loro conoscevano i nomi e la storia delle cime che li sovrastavano.
Mi chiedevo quanti di loro avessero letto o ascoltato il bollettino meteo e il bollettino delle valanghe la sera prima della gita per decidere l’equipaggiamento da adottare e il percorso da scegliere.
Quanti di loro avessero con sé l’ARTVA – il prezioso apparecchietto elettronico che consente in pochi minuti di individuare una persona sepolta dalla neve – e con l’ARTVA, la pala e la sonda per un rapido intervento di autosoccorso.

Le tragiche morti in valanga di questi giorni non sono una novità.
Da anni le statistiche del Soccorso Alpino Nazionale e dei Paesi alpini, confermano che il 95% delle vittime di valanga è costituito da coloro che l’hanno provocata.

Le esigenze del mercato del turismo hanno trasformato la montagna in un “prodotto”, vendibile a “pacchetti” con il “tutto compreso”, confezionato con le attrattive che devono avere tutti i prodotti, cancellando, perché inutile al “prodotto” stesso, due secoli di storia, di cultura, di genti e di territori.

Perché non proporre e sperimentare un percorso opposto a questo esasperato consumismo, offrendo la scoperta e la conoscenza graduale e progressiva della montagna, il fascino della scoperta dell’ambiente alpino, l’apprendimento delle tecniche, degli equipaggiamenti e delle conoscenze per contenere i rischi?

Le montagne delle nostre Alpi offrono un ambiente diversificato e straordinario.
Proviamo a proporre un percorso d’avventura e di scoperta, rivalutiamo il silenzio della montagna e la lentezza.
I valori della cultura una volta appresi e condivisi danno la garanzia della durata nel tempo e sconfiggono agevolmente l’effimero delle mode.
Le strutture operative ci sono, le Guide Alpine, i Maestri di sci, gli Istruttori delle Scuole di Alpinismo del CAI e le Sezioni del Club Alpino Italiano possono agevolmente sostenere questo progetto.

Proviamoci!

Giancarlo Del Zotto
Istruttore Nazionale di Alpinismo e Sci Alpinismo
Presidente della Scuola di Alpinismo, Sci Alpinismo e Arrampicata “Val Montanaia” del CAI Pordenone
Soccorritore Emerito del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino, Stazione di Pordenone

15 febbraio 2014

Monte Bianco, in ciaspole dal Colle del Gigante al Col de Toula, 17 aprile 2012, in marcia verso il Col des Flambeaux, con lo sfondo del Dente del Gigante