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Le Colonne d’Ercole – 1

Le Colonne d’Ercole – 1 (1-2)

La natura dev’essere conservata, ma non solo per po­terla sfruttare anche in seguito. L’uomo si è sempre servito della terra per i suoi scopi, ma la natura ha qualche diritto? Ne violiamo qualcuno quando la costrin­giamo nelle vetrine e nei pieghevoli di una promo­zione turistica?

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Presumiamo che il minerale non chieda altro che rima­nere minerale, nelle forme in cui ci si presenta, ma negli ultimi anni la geogra­fia delle Dolomiti è stata sconvolta da inter­venti che non hanno più nulla di si­mile al lento evolversi, al graduale sviluppo della loro popolazione nei secoli scorsi. In molti casi non si può più parlare di riserva inesauribile né tanto meno di adat­tamento rispettoso dell’uomo alla natura. Il termine “sviluppo della monta­gna”, specialmente in alcune vallate do­lomitiche, ha perso ogni significato originario, quando emigrare era l’unica soluzione di progresso per le popolazioni locali. La massiccia cementificazione e l’enorme quantità di piste sciabili (quindi l’urbanizza­zione di vaste aree del territorio) hanno comportato la graduale distruzione e il veloce de­paupera­mento delle specie botaniche e ani­mali; l’ambiente generale ha subito aggres­sioni che non possono essere più tollerate nella dimensione attuale e soprattutto si scontrano con l’idea di “parco mondiale” che tanto faticosamente si è fatta strada.

Il paesaggio delle Dolomiti, l’atmosfera che avvolge il visita­tore, le dimensioni così di­verse dal resto delle Alpi e dagli Appennini, il tipo di presenza uma­na e la sua storia così par­ticolare fanno di queste montagne un esempio unico al mondo. Non sono certo l’unico a dirlo, altri mi hanno pre­ceduto con maggiore autorevo­lezza. Eppure non è inutile ricordare che sono tanti coloro che da sempre portano tutto l’amore possibile a questo strano insieme di valli solari e di creste affilate, anche senza averle percorse in lungo e in largo, d’estate e d’in­verno. Ne ho viste di monta­gne in tutto il mondo, ma alle Dolomiti ritorno sempre con piacere immenso, anche se so che ogni volta trovo qualche dolo­roso cambiamento.

Il paesaggio delle Dolomiti è quindi unico: e la sua unicità è dovuta “anche” alla grande facilità ad esse­re abitate. È una sensazione proprio forte quella che ti prende nel vedere quanto sia importante la presenza umana sulla montagna, quanto scambio ci sia stato un tempo tra l’uomo e il regno minerale. Il sudore, la fatica, il pericolo, l’operosità a contatto con la co­siddetta indifferenza della pietra.

Gli alpinisti hanno una grande fortuna nel poter vede­re le co­se dall’alto, pur rimanendo a stretto contatto con la solidità della roccia. Come pure gli speleolo­gi, che riescono a vive­rne la vita interiore, percor­rendone le viscere più riposte.

Se paragoniamo le condizioni di vita delle genti che abitavano queste montagne all’inizio del secolo XX con quelle di oggi, noi cittadini riconosciamo in­dubbiamente un progresso; ma se osser­viamo le strade, le piste, le costruzioni in­sensate e soprattutto la loro quantità, la lo­ro estensione, il danno generale ch’esse comportano, dobbiamo parlare di regresso: tanto più se analizziamo, al di là della qualità di vita materiale, l’attuale inespressività delle loro tradizioni più radicate. E anche se il parere della gente è espresso da diversa angolazione, proprio questo impoverimento è stato riconosciuto e sofferto sulla loro pelle so­prattutto da quelle persone che, fieri abitan­ti delle proprie vallate, si op­pongono ad un’ulteriore banalizza­zione della propria cultura.

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Questa è la tipica riflessione che può risultare del tut­to inutile. I giochi in realtà sono già fatti, il de­stino delle Dolomiti forse è già se­gnato. Le associa­zioni ambienta­liste e i valligiani più lungimiranti hanno accettato un compito forse impossibile. Noi però af­fermiamo che su questo terreno, soprattutto su que­ste Dolomiti, si sta giocando una partita estremamente importante.

La dignità del territorio e dell’ambiente può essere difesa anche altrove. Di certo continueremo a firmare petizioni a salva­guardia di altre località montane, magari minacciate dall’ennesimo impian­to per lo sci o da chissà quale altro progetto. Ma quasi sempre in altri luoghi ci si batte con interessi econo­mici che possiamo definire limitati a con­fronto di questi, a confronto cioè con l’industria turistica delle Dolo­miti. Questo è il luogo dove l’esigenza di un ambiente vivi­bile si scontra massimamente con l’esigenza dello sfrutta­mento totale per mantenere allo stesso altissi­mo livello il grande giro eco­nomico che è stato inne­stato.

Quindi proprio qui le diverse idee devono confrontarsi e tro­vare un accordo. Il pro­blema Dolomiti è grave, più grave degli al­tri: forse però è la gravità stessa che ne fa­vorirà la soluzione.

Se vogliamo realmente salvare queste mon­tagne, dobbia­mo prendere delle misure ve­ramente coraggiose ma indi­spen­sabili in primo luogo; e in secondo luogo dobbiamo mirare alla riconversione dell’economia lo­cale.

Voglio spendere alcune parole sulle misure che, a mio parere, dovrebbero essere immediate. È necessario chiudere all’attività sciistica tutti i luoghi an­cora intatti, indi­pendente­mente dalla maggiore o mino­re bellezza e dalla vici­nanza a comprensori già sfrut­tati; non permette­re la costru­zione di ulteriori ro­ta­bili per alcun motivo; chiudere al traffico privato ogni strada che non sia di collega­mento tra centri a­bi­tati; rinunciare all’am­plia­mento delle capacità ora­rie degli im­pianti in funzione, perché ciò comporta aumento di posteggi ed altre infrastrutture cementi­zie; rinunciare alla costruzione di grandi superstrade di collegamento che sna­turerebbero ul­teriormente valli che già ora sono facili mete da week-end di toccata e fuga.

Queste sono le misure più urgenti, senza l’applicazio­ne delle quali sarebbe perfetta­mente inutile sperare nei miracoli.

(continua)

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L’energia eolica e il paesaggio massacrato

L’energia eolica e il paesaggio massacrato
di Carlo Alberto Pinelli

Con questo mio testo intendo affrontare l’argomento delle energie rinnovabili prodotte dal vento, prendendo come punto di partenza – e anche come stella polare – la mia esperienza personale; una esperienza in cui credo si riflettano – al dilà delle diversissime articolazioni individuali – le esperienze e i vissuti di tutti coloro per i quali il paesaggio non è soltanto qualcosa che si può ammirare affacciandosi da un belvedere ben protetto, magari raggiunto con una funivia, o fermando per qualche frettoloso minuto la propria auto ai margini del guard-rail di una strada carrozzabile.

Ho la pretesa di interpretare i sentimenti e le convinzioni di quella non marginale minoranza di abitanti del Pianeta che non si riconosce nella mentalità di chi riduce il paesaggio ad una gigantesca diapositiva a colori, collocata prudentemente sullo sfondo e destinata a suscitare di conseguenza solo effimere fibrillazioni estetiche. Il senso del paesaggio, per me e per tanti nostri simili, non si esaurisce nella scenografia del panorama, per quanto suggestiva essa possa apparire. Io appartengo alla schiera di quelli che i guard-rail li scavalcano, non soltanto metaforicamente e che la sera, quando si voltano a osservare un panorama, ripercorrono con lo sguardo e col cuore un paesaggio nel quale sono stati immersi per tutta la giornata e di cui conoscono ogni piega e ogni sfumatura, per averle interiorizzate, passo dopo passo, quinta dopo quinta, dislivello dopo dislivello.

Insomma uno sguardo partecipe, familiare, affettuoso come quello che si riserva a un amico, o al focolare della propria dimora materna.

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Chi mi conosce immagina che i paesaggi ai quali istintivamente sto facendo riferimento siano principalmente quelli – immensi e selvaggi – che si possono ammirare dalla vetta di una montagna raggiunta dopo ore o settimane di sforzi, anche affrontando seri pericoli; paesaggi che rientrano nella categoria estetica ed etica del sublime di matrice romantica; e questo è in parte vero, non posso né voglio negarlo.

Però le immagini che si affacciano in questo momento alla mia mente appartengono a paesaggi diversi: dolci profili di colline coltivate, boschi, vigneti, pascoli, campi di grano: una natura profondamente intrisa di vicende umane e da queste minuziosamente rimodellata attraverso il paziente e saggio lavoro dei secoli. Paesaggi “non-eroici” che hanno accompagnato e sorretto emotivamente il cammino della vita di tanti di noi, dall’infanzia ad oggi e che vorremmo vedere ancora in grado di illuminare con la loro serena, sfaccettata (e mai totalmente prevedibile) armonia le esistenze dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Ho ceduto alla tentazione di questa premessa semi-autobiografica solo per introdurre in maniera non arida e non freddamente scolastica la prima parte del mio intervento; quella che tratta del significato – o meglio, dei significati – che il termine “Paesaggio” è chiamato a coprire. In coda il lettore potrà trovare una scheda esauriente relativa alla attuale situazione degli aerogeneratori in Italia. Meno drammatica, tutto sommato, di quella che si sarebbe potuto prevedere.

Già gli antichi romani dividevano il territorio fisico in due ambiti distinti: l’Ager, ordinato, organizzato e tranquillizzante regno dell’agricoltura da un lato; e dall’altro, in netta contrapposizione, il Saltus, ossia il mondo dei pascoli alpestri, dei boschi primigeni, degli incolti, delle forre, dei ghiaioni rocciosi che salgono verso le creste delle montagne, dei ghiacciai: luoghi impervi, non ancora del tutto assoggettati (pascoli e boschi) o non assoggettabili in alcun modo (loci horridi) alle esigenze materiali dell’uomo. Questi ultimi erano visti con sospetto e inquietudine, a volte addirittura con repulsione, a volte con quel timore reverenziale che si accompagna alle ierofanie del sacro. Ma in ogni caso erano luoghi collocati all’esterno, o ai margini estremi dell’oikos rasserenante, addomesticato dalle attività umane. Bisognerà attendere l’illuminismo e poi il romanticismo per assistere all’ingresso del Saltus entro l’orizzonte praticabile della cultura occidentale, anche nei suoi aspetti estremi, i più disarmonici e pittoreschi.

L’argomento odierno, legato come è al problema dell’invasione degli aerogeneratori per la produzione di energia dal vento, mi suggerisce di non affrontare il tema, di per sé affascinante (e a me particolarmente caro) del paesaggio “sublime”: quel radicale rovesciamento di prospettiva culturale che porterà, tra l’altro, alla invenzione dell’alta montagna e all’alpinismo. Gli impianti eolici minacciano le dorsali appenniniche e le colline dell’Italia centro-meridionale e insulare. Luoghi naturali tutt’altro che selvaggi. Perciò il perno del mio intervento riguarderà l’Ager: i luoghi della vita.

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Cominciamo allora col collocare nella giusta prospettiva e nei giusti rapporti reciproci i termini “panorama” e “paesaggio”; termini che spesso nell’uso corrente vengono intesi a torto come sinonimi. Entrambi sono i precipitati di una evoluzione storica dello sguardo; perché, senza dubbio alcuno, negli spazi naturali ciascuno di noi vede solo cosa ha imparato a vedere; vale a dire cosa la sua cultura di appartenenza gli suggerisce di vedere. Però poi il primo – il panorama – fa riferimento esclusivamente alla dimensione estetico/scenografica della percezione e possiede una preminente ambizione spettacolare. Potremmo anche dire che rappresenta la cornice esteriore in cui si iscrive la forma del paesaggio.

Il paesaggio invece è molto di più. Anche nei suoi riguardi sarebbe futile negare l’importanza cruciale della qualità estetica. Tuttavia tale qualità non può essere scissa, “come una efflorescenza senza radici”, dall’identità culturale dei luoghi. Una identità che si è venuta formando nel tempo, attraverso la lenta sedimentazione di memorie, saperi, attività pratiche e simboliche. Il paesaggio è, in una parola, natura che si è fatta storia. Occorre insomma una mediazione simbolica, non priva di sottili connotazioni etiche, per far sì che un contesto naturale assurga al valore di paesaggio.

Il filosofo Joachim Ritter, una ventina di anni fa, scriveva a questo proposito che “il paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la contempla con sentimento”. Questa ultima annotazione – con sentimento – è insieme particolarmente significativa e incompleta. Significativa: perché suggerisce che l’ordito etico su cui si radica il valore estetico del paesaggio è direttamente proporzionale alla intensità dell’investimento affettivo compiuto dal soggetto osservante. Incompleta perché sembra suggerire che sia sufficiente la contemplazione passiva a propiziare quel necessario investimento affettivo. Invece non è così. Il paesaggio non si può metabolizzare fino in fondo, cioè non può divenire carne della nostra carne, solo “sedendo e mirando”. Esso deve rappresentare il momento di sistemazione e di sintesi di un percorso concreto, fatto di mille diverse sollecitazioni emotive, intellettuali, fisiche. Un percorso che coinvolge e mette alla prova l’intero individuo, dagli occhi alle piante dei piedi.

Ma a chi appartengono i paesaggi? Dal momento che la loro forma, così come è giunta fino a noi, è il risultato di una millenaria interazione tra gli antichi abitanti e l’aspetto naturale del luogo, da molte parti si è sostenuto che il diritto – per lo meno morale – di deciderne le trasformazioni appartenga esclusivamente agli eredi diretti: cioè a coloro che vi sono nati o attualmente vi vivono e lavorano. Però questa conclusione è solo in parte condivisibile. Si è spesso sentito parlare dei montanari o dei contadini come “gelosi custodi del loro patrimonio naturale”. Sono frasi che possiedono un suono accattivante, ma che troppo spesso, purtroppo, trovano scarse corrispondenze nella realtà.

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La svendita delle proprie radici culturali – e del paesaggio in cui quelle radici affondano e trovano alimento – compiuta da tante comunità rurali, ha naturalmente molte giustificazioni sui versanti delle convenienze economiche, degli stili di vita, dell’aspirazione al benessere, della psicologia; e, ancora prima, di una storia pesantemente segnata da un lungo destino di subalternità nei confronti dei modelli provenienti dai ceti dominanti. Si tratta di giustificazioni serie che ci vietano di pronunciare alla leggera giudizi supponenti.

Tuttavia resta vero che spesso l’apprezzamento per il valore culturale ed estetico del paesaggio fa difetto in chi ha con quel particolare paesaggio una quotidiana dimestichezza. Abbiamo a che fare qui con quella che è stata descritta come “ la sindrome del sagrestano”. La costante, ripetitiva contiguità di questo personaggio con gli aspetti più prosaici della gestione della chiesa in cui lavora, in molti casi finisce col renderlo insensibile alle suggestioni mistiche che il luogo sacro continua a suscitare invece negli altri fedeli. Sembra dunque che non abbiano poi tutti i torti coloro i quali sostengono che il paesaggio è opera dello sguardo di chi va verso di esso e vi si inoltra provenendo da altrove.

Sia quel che sia, ogni posizione esasperatamente localistica ci riporta molto indietro nel tempo. Nel Medioevo e nel Rinascimento gli abitanti del quartiere Labicano, contiguo al Colosseo, avevano il diritto esclusivo di utilizzare l’antico anfiteatro come una cava di pietra. Oggi se gli abitanti di quello stesso quartiere invocassero un analogo diritto per trasformare – faccio un esempio – il Colosseo in un grande silos multipiano per parcheggiare le loro ingombranti automobili, tutti i cittadini del pianeta avrebbero il diritto di ribellarsi e di intervenire per bloccare lo scempio. Il Colosseo è un bene universale, sottratto alle immediate convenienze di chi è nato nei suoi dintorni.

E allora? Allora è ormai tempo di concedere anche ai paesaggi naturali la stessa dignità “universale” che la società moderna ha finalmente imparato a concedere alle opere d’arte. Se queste rappresentano la testimonianza preziosa della creatività umana, quelli – i paesaggi – della nostra creatività sono i necessari presupposti. Ciò non equivale naturalmente a privare le popolazioni locali di ogni diritto decisionale. Significa semplicemente armonizzare quel diritto con gli eguali diritti e con gli interessi diffusi di una più vasta comunità.

Speculare alla “sindrome del sagrestano” è poi la cosiddetta “sindrome di Bali”. Ne sono contagiate quelle comunità che per catturare l’interesse dei turisti in cerca di sensazioni “esotiche”, mantengono artificialmente in vita abitudini, rituali e paesaggi, che non rispondono più alle loro reali esigenze, non derivano da un sincero bisogno identitario, ma sono solo vuote crisalidi folkloristiche. Non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo: noi non siamo favorevoli a un simile tipo di museificazione superficiale delle tradizioni culturali e del paesaggio in cui esse si collocano. Diffidiamo di queste mummificazioni di basso conio che si avvicinano pericolosamente ai parchi tematici in stile disneyano. Il paesaggio è e deve restare una realtà viva e in divenire.

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Ma attenzione: questa consapevolezza non può giustificare la supina accettazione di manomissioni e abusi, anche se a compierli sono le comunità del posto, accecate dal fascino mistificatorio di modelli urbani. Al contrario, quella medesima consapevolezza deve assumere per noi il ruolo di una arma efficace, da utilizzare contro ogni tentativo di designificazione e appiattimento delle specificità paesaggistiche. I luoghi possono certamente evolvere lentamente, lungo archi temporali molto lunghi; ma non debbono trasformarsi, da un giorno all’altro, in non-luoghi privi di anima e orfani di senso.

Questo è esattamente il rischio che sta correndo la campagna italiana a causa dell’invasione delle gigantesche pale eoliche.

Non mancano, anche nel mondo degli ambientalisti, coloro che sostengono che gli aerogeneratori sono oggetti belli, dai quali il paesaggio verrebbe “arricchito”. Ho il sospetto che dietro a una simile avventata affermazione – anche qualora venisse fatta in perfetta buona fede – si celi un equivoco psicologico. Siccome le pale eoliche dovrebbero produrre energia pulita e rinnovabile, vengono sentite dai loro sostenitori come un qualcosa di totalmente e apoditticamente positivo; e quel loro giudizio (o pregiudizio?) finisce col travalicare i propri confini per invadere anche, indebitamente, la dimensione estetica. A incrinare la credibilità di tali affermazioni basterebbe però la constatazione che i loro stessi autori raccomandano poi di non invadere con gli impianti eolici i paesaggi di maggior pregio. Alla faccia del preteso arricchimento.

Rende sgomenti constatare come intere associazioni che si erano battute al nostro fianco contro nuovi tracciati autostradali, linee ferroviarie superflue, elettrodotti trasfrontalieri, porti turistici, cementificazioni edilizie; e lo avevano fatto motivate da inequivoche considerazioni di tutela della qualità dell’ambiente naturale, ora assistano plaudenti a un massacro del paesaggio italiano certamente assai più barbarico per estensione e gravità di tutto quanto si era visto fin’ora. Per poter far digerire ai loro associati un simile voltafaccia sono costretti a sostenere che gli aerogeneratori sono belli. Francamente il tentativo fa un po’ pena.

Comunque il punto è un altro. Non importa se gli impianti eolici sono belli od orrendi. Ciascuno può pensare (o fingere di pensare) quello che vuole. Il problema è che gli aerogeneratori industriali sono troppi e troppo ingombranti. Invadere la maggior parte dei profili collinari italiani, così ricchi di echi e di storia, con migliaia di manufatti rotanti, alti più o meno come la Mole Antonelliana di Torino, equivale a una radicale e brutale omogeneizzazione dei paesaggi. Le selve delle torri eoliche, a causa del loro numero e delle loro spropositate dimensioni, diventeranno l’elemento dominante – schiacciante – dei paesaggi in cui verranno innalzate. La loro presenza cannibalizzerà, sottometterà e umilierà tutte le altre forme, spesso sottili e delicate, dei tessuti territoriali locali, danneggiandone l’armonica percezione.

Ciò equivale a una irreversibile semplificazione a senso unico dei paesaggi tradizionali; a una definiva obliterazione di quanto resta ancora delle loro così diverse sedimentazioni storiche e delle loro valenze simboliche e emotive. Una drammatica perdita di identità, passaggio obbligato verso la loro degradazione in avamposti delle periferie urbane: non-luoghi indistinguibili gli uni dagli altri.

Stiamo assistendo, insomma, all’ultimo atto della conquista “coloniale” del mondo rurale da parte delle logiche e degli interessi nati nelle metropoli. Del resto una configurazione unitaria dello spazio fisico fa parte dei segni distintivi di ogni regime autoritario e di ogni ambizione imperiale. Il “leccamano contento” delle genti locali, anche dove ciò si sta verificando, nulla toglie a questa triste verità e non ci porta davvero verso orizzonti più democratici e partecipativi.

Gli aerogeneratori, almeno qui da noi (ma credo anche in altri paesi), rappresentano gli stendardi di una avida e strisciante dittatura globalizzatrice, ammantata di pseudo-giustificazioni ecologiche. Il professor James Lovelock, famoso maître à penser dell’ambientalismo britannico, in un articolo comparso sul Guardian di qualche anno fa ha parlato di “fascismo eolico”. La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario del problema con cui oggi dobbiamo confrontarci.

Spero che questo mio intervento, per quanto necessariamente sintetico, sia stato sufficiente a dimostrare che la nostra ferma opposizione all’invasione sregolata degli impianti eolici non rappresenta l’ossessione di un gruppo di irresponsabili poeti, patetici cultori di un estetismo di retroguardia, come i nostri detrattori amano dipingerci. Noi lottiamo per la sopravvivenza delle mille e mille forme visibili di un patrimonio culturale in cui vive la nostra identità di italiani.

Va aggiunto che la manomissione del paesaggio collinare italiano ha portato e può portare solo irrisori vantaggi in termini di produzione energetica. L’Italia non è un paese sufficientemente ventoso. La scandalosa sproporzione tra costi (paesaggistici, ambientali, ecologici) e benefici è francamente inaccettabile. Gli interessi in gioco sono ben altri e in essi si è infiltrata alla grande la criminalità organizzata.

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Situazione eolico
(ottobre 2015)
A testimonianza della tesi (sostenuta dagli ambientalisti che criticano il ricorso indiscriminato alla produzione di energia dal vento) secondo cui in Italia l’eolico non sarebbe in grado di esistere senza sussidi pubblici perpetui, le installazioni di impianti eolico-industriali sono crollate in Italia dopo il Decreto Ministeriale del 6/7/2012 (Ministro dello Sviluppo Economico Passera del Governo Monti), che fissava un tetto massimo di incentivazione per il raggiungimento degli obiettivi al 2020 e con esso il contingentamento annuale dei nuovi impianti da incentivare, da assegnare attraverso un meccanismo di aste competitive per gli impianti di potenza superiore ai 5 MW.

L’ultimo rapporto statistico ufficiale del GSE (Gestore Servizi Energetici), pubblicato solo il 17 marzo 2015, riferisce che in Italia alla fine del 2013 (ripetiamo: 2013) risultavano 1.386 impianti eolici per una potenza complessiva di 8.561 MW che hanno prodotto, nel 2013, 14.897 GWh di energia elettrica; la maggior parte di essi, circa il 74%, è di piccole dimensioni con potenza inferiore a 1 MW. La maggior parte della produzione (e del danno paesaggistico) deriva però proprio dagli impianti più grandi. Il numero totale delle pale non viene riportato nel rapporto. Gli eolici parlano di 6.300, ma probabilmente si è già superata quota 7.000.

Le regioni a maggiore concentrazione di potenza eolica sono la Puglia (2.265 MW), la Sicilia (1.750 MW) e la Campania (1.229 MW). Però negli ultimissimi anni (per l’intervento dei Governatori stessi, diventati avversi all’eolico dopo i tanti danni manifestatisi) in Sicilia e Campania non viene installato più niente per quello che riguarda il grande eolico (anche in Sardegna è così), e poco (in senso relativo rispetto al passato) in Puglia. Le nuove frontiere per gli speculatori, come si evince anche dai progetti che partecipano alle aste, sembrano essere la Calabria e (soprattutto) la Basilicata. Altri guadagni arriveranno alla lobby dell’eolico dal piano di ammodernamento degli aerogeneratori attivi, molti dei quali ormai hanno compiuto i loro ciclo vitale.

Nel 2013 (sebbene nei primi mesi vigesse ancora il vecchio e più prodigo sistema dei certificati verdi) sono stati installati “solo” 441 MW di nuovo eolico (+5,4%), in gran parte da attribuire a impianti di grandi dimensioni (contro i 1.183 MW di nuovo eolico nel 2012: un calo impressionante).

Ma i vantaggi (per noi) del DM 6/7/2012 non sono derivati solo dalla fissazione di contingenti massimi.

Il rapporto attività 2014 del GSE, pubblicato il mese scorso, informa che lo scorso anno la produzione eolica è solo lievemente aumentata a 15.178 GWh (+1,8%). Attendiamo il rapporto statistico ufficiale GSE per conoscere esattamente quanto potenziale è stato installato nel 2014. I dati statistici Terna (non omogenei rispetto ai dati GSE) riportano per il 2014 una potenza efficiente netta dell’eolico pari a 8.682 MW. I produttori di eolico lamentano che la potenza installata nell’intero 2014 è crollata ad appena 107 MW. In teoria si sarebbero dovuti installare, in base ai contingenti assegnati, 560 MW. Questa enorme differenza lascia intuire che le nuove regole di controllo previste dal DM 6/7/2012 abbiano fatto emergere molte situazioni ostative (amministrative, finanziarie, eccetera) per la realizzazione degli impianti eolici che con il regime precedente venivano trascurate. In appena due anni, con le nuove regole per l’incentivazione, l’installato si sarebbe dunque ridotto a meno del 10% di quanto installato nel 2012! Si ha l’impressione (ma qui mancano i dati che nessuno possiede) che i nuovi progetti presentati alle pubbliche amministrazioni per le autorizzazioni lo scorso anno siano diminuiti in misura persino maggiore. Adesso è esplosa la febbre del “mini” eolico (ancora incentivato come in passato). Queste “piccole” pale, rappresentano (anche dal punto di vista delle infrastrutture accessorie) un problema analogo a quello degli impianti FV in collina e perciò di un ordine decisamente inferiore a quello delle megapale. Il problema dell’eolico appare quindi diventato residuale (in senso relativo), anche se, considerati gli sfregi già arrecati nel decennio precedente, ogni nuovo impianto costruito produce un danno marginale ogni volta maggiore. Tutto bene, quindi, ( si fa per dire!) ma questo non deve ingannare, perché il disastro è incombente per il prossimo futuro.

Il totale degli incentivi erogati in un anno all’eolico, secondo il contatore del GSE (e quindi solo per gli impianti di maggiori dimensioni), si aggira attorno al miliardo e mezzo. Nonostante la diminuzione dell’incentivo, il costo del MWh eolico prodotto dagli impianti vincitori delle nuove aste rimane mediamente superiore al doppio del prezzo di mercato dell’energia elettrica.

Va peraltro considerato che a questo miliardo e mezzo si dovrebbero aggiungere le spese – che nessuno mai menziona ma che sono ingentissime (legate alla intermittenza della produzione, propria dell’eolico e del fotovoltaico) – per il dispacciamento dell’energia (si tratta di extra costi nell’ordine di miliardi di euro all’anno) e per le nuove reti rese necessarie per supportarla (gli investimenti della Terna per i prossimi anni si avvicinano al miliardo all’anno, anche se, in questo caso, si tratta di una tantum). Il problema maggiore delle nuove reti (mi riferisco in particolare alle grandi dorsali da 380 mila volt con tralicci alti 85 metri), sarà, da noi come in Germania, l’impatto sul paesaggio e sulla salute (vedi ultimo post sul sito RRC). Calcolando anche questi costi aggiuntivi, dividendoli per le MWh di energia intermittente (che ne sono la causa) prodotta e sommandoli al costo dell’energia e agli incentivi, la spesa effettiva per ogni MWh eolico esploderebbe a livelli insostenibili.

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Quest’anno è in corso il tentativo (malamente tenuto celato al pubblico e da noi più volte denunciato) di ridurre proprio questi costi di dispacciamento dell’energia elettrica prodotta dalle FER non programmabili mantenendo a riserva quote enormi di acqua nelle grandi dighe, al punto di ridurre di un quarto (ed oltre!) la produzione idroelettrica nazionale (che l’anno scorso ha fornito da sola metà dell’energia elettrica da FER), già depotenziata per la mancata manutenzione degli impianti. Si raggiunge così il perverso obiettivo di rinunciare ad energia pulita, poco costosa, non incentivata e proveniente da impianti già esistenti per costruire nei prossimi anni altri impianti eolici costosissimi, ubiqui, impattanti e che forniscono energia non programmabile.

Il citato rapporto attività GSE informa che nel 2014 la produzione elettrica totale da FER è salita a 120.679 GWh, che permette di raggiungere un rapporto tra produzione da FER elettriche e consumo interno lordo pari al 37,5%. Il costo totale per questi incentivi alle FER elettriche supererà quest’anno (anche senza considerare i maggiori extra costi per la fine del sistema dei CV) i 12,5 miliardi e la parte del leone la farà, come al solito, il fotovoltaico (6,7 miliardi).

Tutti gli obiettivi per il 2020 di produzione di energia elettrica da FER (non solo quelli vincolanti per l’Europa, ma anche quelli della Strategia Energetica Nazionale (SEN)) erano dunque già stati raggiunti nel corso del 2014. Però la riduzione della produzione da idroelettrico quest’anno allontanerà questi obiettivi e sarà una scusa per fare accettare le spese per i nuovi incentivi che sono implicite nel nuovo DM del MISE attualmente in Conferenza Stato Regioni. Secondo il testo di questo nuovo decreto sono previste aste per 400 MW all’anno da installare sia nel 2016 che nel 2017 (sempre ammesso che non si raggiunga il tetto – a cui siamo vicinissimi – dei 5,8 miliardi del contatore delle FER non FV). Si tratterebbe comunque di un contingente inferiore ai 500 MW annui previsti dalle aste degli ultimi 3 anni. Quindi, se ultimamente veniva installato pochissimo, a maggior ragione nei prossimi due anni ne verrà installato (verosimilmente) ancora meno. Si avranno perciò ulteriori sacrifici territoriali, ma nessuna grande catastrofe.

Il vero, grande problema saranno gli obiettivi che verranno decisi dalla UE – e poi dall’Italia dove opera la lobby eolica più potente e meglio remunerata d’Europa – dopo gli esiti della Conferenza di Parigi in dicembre. Se, come è lecito temere, verranno fissati obiettivi inverosimili (e vincolanti) per il 2030, si tornerà alla drammatica situazione pre-2012 o anche peggio, con inevitabili stanziamenti di nuovi fondi e aumento dei contingenti da assegnare, ma soprattutto con l’inevitabile riduzione dei vincoli ambientali e paesaggistici per permettere di installare il grande eolico (che è la FER meno costosa) ovunque al fine di conseguire questi obiettivi.

Disastro inevitabile, quindi? Non proprio. Già adesso, gli extra costi e le inefficienze sistemiche delle FER elettriche intermittenti producono danni in tutta Europa. Tutto questo contribuisce in particolare al crollo della produzione manifatturiera continentale a vantaggio soprattutto della concorrenza extra UE. Il sistema economico europeo (e con esso l’idea bislacca di farlo funzionare con l’energia dei mulini a vento giganti) potrebbe collassare alla prima crisi di una certa consistenza. Ma prima ancora potrebbe verificarsi il temuto incidente di rete, cagionato da un eccesso di potenziale elettrico non programmabile e dall’insufficienza delle riserve disponibili per tamponarlo, teoricamente in grado di generare un grande black out continentale.

In attesa dell’inevitabile realizzarsi delle contraddizioni interne a questo nuovo sistema energetico europeo, dobbiamo però continuare a resistere per evitare danni irreversibili al nostro territorio.

Facciamo infine notare che tutta l’enfasi isterica che sta dietro alla corsa alla riduzione dei gas serra, sta creando le condizioni per un enorme rilancio dei progetti di nuovi impianti nucleari (che non alterano il clima). Ha già cominciato, in Europa, la Gran Bretagna, e ora gli Stati Uniti e la Cina utilizzano questo argomento per fare mandare giù all’opinione pubblica interna e internazionale i loro programmi (davvero ciclopico quello cinese) di nuove centrali atomiche. Così facendo, sarà inevitabile che anche in Italia si ritorni presto al programma nucleare pre-Fukushima. E persino oltre, perché no, se lo fanno tutti nel resto del mondo?

Se esiste una soluzione essa passa attraverso il risparmio energetico, la razionalizzazione, l’ottimizzazione. Solo quando questi tre passaggi cruciali verranno presi in seria considerazione, si potrà affrontare con serenità il contributo delle fonti rinnovabili, alle quali, in linea di principio, siamo di certo tutti favorevoli. Consapevoli però che non c’è un unico colpevole per i cambiamenti climatici in atto.

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Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…

Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…
di Chiara Baù
(da Il Giornale.it del 13 settembre 2014)

Tra le tante lettere pubblicate nelle varie redazioni sul caso della morte dell’orsa, siamo arrivati tardivamente a conoscenza di questa di Chiara Baù, milanese, appassionata di natura, che si è laureata con una tesi sulla conservazione dell’orso. Il racconto del suo incontro con Daniza è toccante e ci è piaciuto perché si stacca dal coro delle polemiche e tenta di offrire un contributo che è sempre prezioso, quello di chi, prima di giudicare, tenta di conoscere.

Questo il messaggio accompagnatorio di Chiara: “Questo articolo è stato poi pubblicato anche su Focus, la Repubblica, il Trentino e Vanity fair… Avevo scritto di getto non appena avevo saputo dell’uccisione di Daniza e quasi per gioco l’ho mandato a un po’ di giornali. Con mia grande sorpresa il giorno dopo era in prima pagina su il Giornale… ho lavorato molto nei rifugi, sono stata in Alaska, ho girato un po’ per il mondo è in quell’articolo c’è un po’ tutta me stessa… troverai molte critiche a questo mondo nel quale mi trovo sempre più ribelle ed estranea ma anche ammiratrice delle cose belle… questo è il primo anno che non lavorerò più nei rifugi, dove ormai la gente è più innamorata del segnale wi-fi che delle montagne…”.

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Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…
di Chiara Baù

Ho incontrato Daniza in una piccola radura dieci anni fa durante la tesi, nel secondo anno del progetto Life Ursus. Il compito quotidiano era quello di rilevare nelle ore più improbabili per noi uomini, ma più probabili per gli orsi, la posizione di ogni esemplare. Erano circa le 5.30 del mattino, la luce tenue dell’alba si confondeva in quella radura nascosta ai confini del bosco. Il segnale era molto forte ma riuscire a vedere un orso era quasi impossibile. Dopo un anno di continui rilevamenti neanche l’ombra: l’orso per sua natura non ama farsi vedere.

Il mio sogno di bambina era quello di poterlo vedere anche solo una volta: non so come mai l’orso susciti un tale fascino in me, nelle tribù indiane che lo venerano da sempre o in chissà quale altra popolazione. Era già un anno che seguivo quel «bip bip»…

Quella mattina era speciale, ero in compagnia di una delle guardie forestali più esperte e appassionate di orsi. Nel silenzio di quelle ore mattutine ricordo che il segnale così forte quasi disturbava la pace del bosco, fino a quando a un certo punto «lei» è spuntata dagli alberi nella piccola radura, ricordo come fosse ieri. Si trovava a circa cinque metri da noi, ci ha guardato roteando il muso, incuriosita con l’aria di chiedersi: «Ma a quest’ora del mattino non avete nient’altro da fare che seguire me?». Ero impietrita, emozionata come non mai, insomma avevo davanti a me l’orsa Daniza, avevo davanti a me l’Orsa. L’avvistamento è durato pochi secondi scanditi dal battito del mio cuore, poi con il suo tipico andamento dondolante, Daniza è tranquillamente rientrata nel bosco. La felicità che mi ha preso è stata indescrivibile.

Chiara Baù
Presolana, Oskar Brambilla e Chiara Bau all'attacco della via dei Refrattari

Auguro a tutti di provare quella grande emozione, quell’incrocio di sguardi. È vero, è solo un animale, ma è l’Orso. Ricordo di aver immediatamente chiamato mia mamma a Milano senza rendermi conto che fossero solo le sei del mattino, provai a spiegarle ma non è facile descrivere la grande emozione che può portare l’incontro con un orso allo stato selvaggio.

Finita la tesi sentivo che aleggiava già una certa diffidenza e ignoranza nei confronti dell’orso in Trentino. Presa dalla voglia di riprovare quell’emozione così grande sono stata ben due volte in Alaska, in quelle terre dove è l’orso a farla da padrone, dove c’è rispetto per questo meraviglioso plantigrado, dove ci sono delle leggi che lo tutelano seriamente. Ho avuto l’enorme fortuna di vedere dei grizzly prima con una guardia forestale dell’Alaska e poi in kayak. Completamente da sola sono partita e ho avuto numerosi incontri.

Una volta ho letto una frase di Marie Curie che diceva «The power is the knowledge»: quanto è vero, signori miei.

Invito tutti a conoscere cosa voglia dire avere un orso nei propri boschi: è l’incontro con un mondo che vi siete dimenticati cosa sia, cercate in ogni posto dove sia il wifi senza sapere dove siete voi stessi, vi siete persi, dimenticando il fascino che si nasconde dietro all’incontro con qualcosa di selvaggio e totalmente incontaminato, dietro a una mamma che difende i suoi cuccioli. Conoscete ciò che vi circonda prima di averne paura o di giudicare. In quei pochi secondi in cui riuscirete a vedere tali animali in libertà sentirete dentro quel fascino primordiale che ci appartiene, che ci fa sentire parte di una natura così perfetta e in totale armonia, una natura le cui leggi dominano da milioni di anni, molto prima che nascesse l’Iphone 6. L’unico segnale che val la pena ascoltare è quello di seguire quell’armonia primitiva che solo la natura può darci.

Senza ricorrere agli scrittori romantici come Rousseau o Thoreau, fautori e celebratori della natura più incontaminata, poter conoscere veramente e apprezzare ciò che ci può dare un orso o qualsiasi altro animale è impagabile.

A me l’incontro con Daniza ha dato tantissimo, mi ha spinto nella direzione giusta arricchendomi più di qualsiasi «gratta e vinci». Non voglio insultare o dire quanto è vergognoso ciò che è successo a Daniza, ci sono già tante persone che lo fanno, ma solo augurare a tutti voi di incontrare un giorno un orso e di rimanere affascinati e arricchiti come lo sono stata io. Mi sento tra le persone più fortunate e privilegiate al mondo.

Auguro a tutti voi di incontrare un’altra Daniza un giorno.

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Daniza, a sipario chiuso

Dopo le interminabili polemiche avvampate la scorsa estate sulla vicenda dell’orsa Daniza, ormai a sipario chiuso, Barbara Chiarenzi prova a riconsiderare l’intera problematica suscitata dall’abbattimento del plantigrado. Problematica ben lungi dall’essere risolta, anzi.

Barbara Chiarenzi gestisce i progetti di conservazione di Oikos in Italia. Nata nel 1967, dopo la laurea in Biologia si è occupata di gestione della fauna alpina — principalmente mammiferi. Da libera professionista, collabora con molti enti attivi in questo campo: parchi, Province, associazioni. Ma, dal 1998, la sua ”carriera” è corsa parallela a Oikos: un rapporto che negli anni si è fatto sempre più stretto. Lì Barbara, in qualità di Responsabile Ambiente per l’Italia, trova molto gratificante lo scambio di esperienze, il lavoro di squadra, a fianco di altre persone che condividono fino in fondo non solo gli obiettivi di ciò che fanno — la loro mission — ma anche il modo per raggiungerli.


Daniza, a sipario chiuso

di Barbara Chiarenzi

Ora che i riflettori si sono spenti, che non si sente più parlare di “mamma orsa” o “bestia feroce”, mi sento di poter esprimere qualche opinione in merito alla “faccenda Daniza”.
Io non ero presente. Ma la sensazione forte è che si siano commessi alcuni errori tecnici, e molti, moltissimi errori strategici, in particolare sugli aspetti mediatici.

Barbara Chiarenzi
Daniza-photoIn realtà sono convinta che la conservazione dell’orso si giochi tutta lì. C’è chi sostiene che non ci sia più l’ambiente naturale per l’orso ma in realtà nasconde l’incapacità di accettare l’orso. Tutte le specie montane sono in crescita, cervi, camosci, persino le vipere (che condividono con i lupi l’onta di essere considerati dei “paracadutati”). Gli animali stanno semplicemente riprendendosi i luoghi che noi stiamo abbandonando. Spazio per gli orsi, ecologicamente parlando, ce n’è.

L’unico ambiente in cui l’orso non ha spazio è nella nostra testa: sulle Alpi ci siamo abituati al nostro “parco giochi”, sicuro e protetto, e non vogliamo essere disturbati dagli eventi naturali mentre giochiamo.

Da Daniza, appunto.

Le pressioni mediatiche sono infatti forti: l’attuale economia montana spinge a non avere un ulteriore elemento di disturbo, quali gli orsi, tanto più se “fanno gli orsi”.

Trovare il giusto equilibrio non è facile e sicuramente ancora più difficile se, come in Provincia di Trento, non si ha una ferma convinzione politica nel sostenere una linea di sviluppo sostenibile. E quindi, a cascata, non si è neanche definita una “strategia di crisi” quando gli interessi, di sviluppo da una parte e di conservazione dall’altra, si scontrano.

Nel caso di Daniza ci sono state pubbliche dichiarazioni che prima ne decretavano la soppressione, poi ritrattavano e ne volevano invece la cattura e la detenzione. Comportamenti contradittori che fanno dubitare nella capacità delle amministrazioni di gestire la cosa pubblica e fare le adeguate valutazioni.

A questo aspetto fa da contrappunto la mancanza di una solida base scientifica che indirizzi le scelte gestionali e le valutazioni di merito.

Mi verrebbe da dire, da biologa della conservazione, che manca una attenta valutazione della genetica e delle dinamica di popolazione, ad esempio, i trend di crescita unitamente ad una valutazione del grado di consanguineità, da cui poi desumere una stima degli effetti a livello di dinamica di popolazione nel sottrarre una femmina riproduttiva.

Troppo tecnico? E’ comunque quello che si fa per altri elementi naturali che, quando si manifestano, chiamiamo calamità: alluvioni, valanghe, frane, persino per i terremoti. Si tratta di una valutazione del rischio e una stima degli scenari possibili che si possono verificare con le relative azioni da intraprendere.

A mio avviso Daniza (e tutti gli orsi alpini con lei) fa parte, in tutto e per tutto, degli elementi naturali.

Quindi per me il nodo non è tanto se sia stato giusto decidere di catturala, piuttosto che di abbatterla: in entrambi i casi Daniza sarebbe stata rimossa dalla popolazione di orsi delle Alpi. Pertanto la domanda è più a monte: Daniza andava lasciata in pace o andava rimossa? Il suo comportamento è socialmente accettabile/tollerabile o meno?

La risposta che mi do è “No”.

Orsa con cuccioli Daniza-Orsa-con-cuccioli-Photo-courtesy-Corpo-Forestale-dello-Stato-1180x663

A fronte del fatto che esiste un habitat naturale in grado di sostenere una popolazione alpina di orso, non vedo infatti al momento un “habitat sociale” che sia disposto ad accettarne i rischi che vadano un po’ oltre la tolleranza nei confronti di qualche pecora mangiata e alcuni apiario rovesciati.

La nostra società, a tutti i livelli, è in questo momento disponibile a una fruizione solo mediata, magari solo informatica, certamente non diretta, di certi fenomeni naturali. Siamo interessati agli animali selvaggi, ma che essi se ne stiano buoni buoni in un habitat che non dev’essere il nostro. L’orso Yoghi ha permeato di sé un’intera generazione e ci piace vedere l’orso con questo filtro. In effetti non siamo disponibili al rischio di un incontro, a parte chi con telefonino schierato non sa neppure a che rischio si sta esponendo.

L’amministrazione non vede di buon occhio fenomeni che non siano riconducibili a una qualunque responsabilità: e in definitiva anche noi siamo stati trasformati.

Di questa immensa trasformazione culturale e sociale, sicuritaria, garantista all’eccesso per tutte le responsabilità e in fuga da ogni imprevisto, la conservazione dell’orso in Italia dovrà tener conto, se vorrà avere un futuro.

L’uccisione di un orsodaniza_morta.jpg.pagespeed.ic_.VdW_VohFqCUltime notizie (dal quotidiano Trentino)
L’11 febbraio 2015 il gip di Trento Carlo Ancona ha riaperto il caso Daniza. Ha depositato il provvedimento con il quale ha respinto la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla morte dell’orsa durante il tentativo di cattura. Il giudice ha riconosciuto che la ricostruzione della Procura è corretta, ma ritiene che si possa configurare la responsabilità del veterinario che ha preparato la dose per narcotizzare Daniza. Il giudice osserva che si possa configurare una reponsabilità per il reato di maltrattamento di animali. Si tratta di una contravvenzione per la quale è sufficiente una condotta colposa. La Procura aveva escluso anche questa contravvenzione dal momento che aveva ritenuto che il veterinario avesse comunque agito in un quadro normativo chiaro, ovvero le operazioni di cattura dell’orsa rientravano in un caso previsto dalle norme e anche dai protocolli. Il giudice, però, osserva che il protocollo prevede la possibilità di catturare gli orsi problematici, non di ucciderli. Per questo il giudice ordina alla Procura di iscrivere il veterinario sul registro degli indagati. La Procura aveva osservato che l’ordinanza è stata adottata seguendo il piano di azione per la conservazione dell’orso bruno sulle Alpi. Però, allo stesso tempo, il veterinario non ha avuto «un’adeguata capacità di contrastare in modo efficace la complicanza della narcosi sostanziatasi nell’ipossiemia indotta dall’uso della medetomidina. Nel momento topico si è verificato un inappropriato approccio da parte del veterinario».