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Lo sviluppo dell’arrampicata nella valle del Sarca

Lo sviluppo dell’arrampicata nella valle del Sarca tra modernità e tradizione

Il 7 maggio 2016, nella sede della SAT di Arco, erano presenti tanti alpinisti, per fare alcuni nomi Giuseppe Ballico, Fabio Calzà , Gianpaolo Calzà, Marco Furlani, Gino Malfer, Silvia Mazzani, Stefano Michelazzi, Alberto Rampini (presidente del CAAI), Angelo Seneci, Giuliano Stenghel e tanti altri.

Il presidente della SAT di Arco, l’accademico Fabrizio Miori, introduce la serata. Parte dalle motivazioni per arrivare ai valori di cui si dovrebbe parlare tutti assieme. Un sito estremamente seguito, www.arrampicata-arco.com, è stato chiuso dal proprietario Heinz Grill per il timore che l’attuale stato delle vie, coperte qua e là di terra forse più del solito in questo periodo, non permetta una serena frequentazione delle stesse: il sito cioè si chiude per non indirizzare gli arrampicatori verso itinerari attualmente in “disordine”.

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Questo provvedimento è motivato e accompagnato dallo stato d’animo di Grill e dei suoi amici, ben esposto in http://www.alessandrogogna.com/2016/04/20/la-momentanea-vulnerabilita-di-heinz-grill/ e le cui cause non stiamo ora a riassumere. Stato d’animo che forse richiedeva solidarietà da parte della comunità degli arrampicatori, cosa che si è verificata in misura davvero notevole.

E allora, che fare adesso per testimoniare a Grill ulteriore stima e amicizia? La risposta è fare una storia dei valori messi in campo, da quel lontano 8 ottobre 1972 in cui Ugo e Mauro Ischia, Giuliano Emanuelli e Fabio Calzà aprirono il primo itinerario della valle, la via Umberta Bertamini al Colodri. Ecco allora 44 anni di storie, in cui si riconoscono la libertà di espressione, la responsabilità, il rispetto per tradizioni, luoghi e cultura. Fino ad arrivare a parlare di amicizia e soprattutto di gratuità.

Certo non è possibile ripercorrere in una sera tutta questa storia, ci saranno solo accenni. Ma di certo occorrerà invece riassumere tutta la vicenda nell’attuale vita concreta di Arco e della valle del Sarca, rilevando le eventuali criticità e tratteggiandone possibili soluzioni.

Prima di invitare Heinz Grill a parlare, Miori fa riferimento a una delle critiche allo stile di apertura di Grill, quella che riguarda il tagliare alberi: e subito dopo racconta del vecchio Bepi del Colodri che tanti anni fa, senza arrampicare, si calava sulle pareti per fare legna.

Heinz Grill, visibilmente commosso di tanta attenzione, racconta di come è nata l’idea di aprire itinerari nuovi in valle. Dopo aver ripetuto la maggior parte degli itinerari esistenti, anche i più difficili, Grill giunge alla conclusione che la valle ha bisogno di itinerari meno alpinistici, percorsi che si rifacciano più a criteri di estetica e di eleganza che non a modelli di difficoltà estrema. Un applauso scoppia in sala quando Grill afferma che “la valle aveva bisogno di vie facili”. E anche scoppia una grande risata quando Grill dà la colpa all’amico Ivo Rabanser, quello che lo ha spinto a iniziare il lungo cammino delle vie nuove in valle (e altrove). Ricorda l’episodio di quando hanno aperto con Florian Kluckner la via Aphrodite a San Paolo. Dopo aver tagliato qualche pianta lungo la via, giungono in cima e scoprono che l’altro versante era stato completamente disboscato! Poi Grill prosegue, liquidando come “non molto profondi” questi argomenti. Spiega come sia arrivato a realizzare che un minimo di potatura e soprattutto la pulizia della roccia nella zona dove si arrampica possano davvero “creare” la via, assieme alla “forma” che le viene data in sede di scelta sul dove passare, favorendo la continuità del movimento e scoraggiando i picchi di difficoltà. Soprattutto “scoprendo” la forma che la roccia ha di suo. Anche la chiodatura, che non si può certo definire “sportiva” segue una logica, quella della forma. Chi ha fatto un buon numero di vie di Grill & Co. sa bene cosa sia la caratteristica di tutti i suoi itinerari: continuità di movimento, ottenuta cercando il facile nel difficile e il difficile nel facile, con soluzioni tanto ardite quanto esteticamente perfette, come fossero nate in quello stato di dormi-veglia in cui il sogno si sposa con la realtà. La forma della roccia e della via come allenamento al riconoscimento delle forme nella vita sociale. Le vie, una volta create, non rimangono tali se non si ha attenzione per esse, ecco il perché della situazione lamentata. Grill riferisce di aver ripetuto la via di un noto scalatore che però mette troppa attenzione allo sminuire le vie degli altri: e in quell’occasione si è trovato malissimo, senza serenità, finendo per seppellire sotto un sasso la guida di cui quello scalatore era autore!

Dopo queste confidenze, Grill conclude con la notizia che tutti speravano, la prossima riapertura del sito.

Miori lo ringrazia per il grande dono di questi tredici anni di aperture, poi fa notare quanto sforzo debba fare quest’uomo per esprimersi in italiano, la nostra lingua, esplicando concetti che, tra l’altro, non sono certo banali ma vogliono filtrare la sua intera esperienza.

Sede della SAT di Arco, 7 maggio 2016
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Ivo Rabanser racconta di quando, vista la sua scarsa resa scolastica, la mamma lo scaraventò in convento. “Scusate, volevo dire collegio…”, tra la risata generale. Alla libreria dell’Athesia passava ore e ore a leggere le guide di arrampicata. Lo avevano colpito le innumerevoli volte che veniva citato “H. Grill” quale autore di prime solitarie impressionanti e mai più pensava un giorno che sarebbe diventato suo amico. Ma ricorda bene d’essere stato subito incuriosito da questo H. Grill che faceva le solitarie di vie come la Canna d’Organo, l’Ideale, Schwalbenschwanz e Don Chixote, solo per rimanere alla Marmolada e senza citare quelle nel Karwendel, nel Wetterstein o Kaisergebirge. Rabanser racconta di come l’imprinting di Grill fosse quello dell’alpinista abituato soprattutto ad andare da solo, quindi pochi chiodi e assicurazioni scarse. E di aver contribuito a modificarlo nelle salite fatte assieme, a volte ricorrendo al trucco di portarsi qualche chiodo di nascosto!

Un giorno Heinz arriva a casa sua, in val Gardena. Parlandogli assieme scopre quanto fosse aperto alle opinioni altrui, al contrario di tanti alpinisti che pensano di essere il Verbo.

Quando poi passano all’azione, scopre la bellezza del lavoro in equipe. I fortissimi Franz Heiss e Florian Kluckner (presenti in sala), assieme ad altri scalatori e scalatrici (come Barbara Holzer, Sandra Schieder e Sigrid Koenigseder) fanno gruppo per la creazione dell’opera, che non è un’unica via, ma è l’insieme delle vie aperte (più di un centinaio solo nella valle del Sarca). Ivo è poi colpito dalla capacità di condivisione a opera finita, nella convinzione che i ripetitori faranno più bella ancora la via. Dice di non essere all’altezza della preparazione spirituale e filosofica di Heinz, ma lo meraviglia di continua quella sua capacità di essere focalizzato sull’obiettivo al massimo grado: per portare la via a compimento Grill diventa un martello!

A questo punto occorre osservare che di tutto questo non c’è nulla di scontato. Forse siamo stati noi a dare per scontato, così quando improvvisamente il sito chiude allora d’improvviso ci rendiamo conto di cosa ci sta mancando. Come non è scontato l’esercizio di amicizia nell’ambito del gruppo, quando una persona si veglia all’una di notte ad Arco, va da sola ad Agordo, aiuta quelli che vanno allo Spiz di Lagunàz a fare i 1000 metri di dislivello con il materiale, poi scende, sale in vetta alla Quarta Pala di San Lucano, sta in cima fino a che non li vede uscire in vetta e poi gli va incontro per aiutarli nella discesa! E’ vero che il progetto in questo modo non può che impreziosirsi. In ultimo, Ivo cita ancora la gratuità e fa un esempio. Alle soste delle sue vie Heinz pone, invece delle normali piastrine, degli anelli fatti dal fabbro che costano 4 euro l’uno. Una piastrina costerebbe 1,5 euro. Potrebbe sembrare un capriccio, il suo, ma alla fine il suo sistema è più efficace ed elegante. Rabanser conclude invitando Heinz a non farsi scoraggiare dai pochi che lo hanno criticato.

Tocca a me ora parlare. Inizio con la considerazione che riflettere sulla libertà è poco pacifico, perché costa fatica. Questa società non è affatto libera e si avvia a esserlo sempre meno. Ma la colpa è soprattutto nostra, non di fantomatici burattinai che ci vogliono togliere libertà facendoci diventare sempre più “consumatori”. Noi ce la mettiamo tutta a perdere libertà nel momento in cui vogliamo sempre maggiore sicurezza, una condizione utopistica che, al massimo della realizzazione, di sicuro nega anche la più piccola libertà. Riflettendo, a me sembra che ci togliamo libertà quando non diamo fiducia. La fiducia è un sentimento importante: la chiediamo molto più spesso di quanto la concediamo. Che c’entra la fiducia con la libertà? Semplice: fiducia vuole dire scegliere, ed è la scelta che ci rende uomini liberi e responsabili. Senza scelta c’è l’asservimento alle pulsioni incontrollate e alle ideologie. dare fiducia è faticoso e in più dev’essere spontaneo, altrimenti non vale. Inutile dunque scagliarsi contro chi non ha capito ciò che Grill ha davvero fatto in questa valle. Non otterremmo nulla. Lui stesso non lo ha fatto e ha reagito con maturità. Avrebbe potuto avere una reazione più violenta, ad esempio avrebbe potuto schiodare tutti i primi tiri delle sue vie, ma sarebbe stato un gesto intollerabile. Grill ci dice che siamo noi a fare belle o brutte le vie, dunque se le vie sono sporche la responsabilità è dell’ambiente umano che c’è attorno. La chiusura del sito è stata salutare per questa presa di coscienza. Personalmente interpreto questa realtà come la visione che ciascuno ha di un oggetto (ma anche di una creazione, cioè oggetto+forma) come può essere una via. Possiamo trovarci nella condizione psicologica di vedere brutto ciò che prima vedevamo bello.

Quindi dobbiamo dare più fiducia perché lo stato delle cose cambi e perché ci sentiamo più liberi. Più fiducia a chi ha creato e ha dato gratuità. A chi, in definitiva, ha anche cercato di unire due mondi culturalmente così diversi come quello tedesco e quello italiano. E lo ha fatto in questa valle che, guarda caso, è al confine sia geografico che storico: un laboratorio di cultura nuova e di unione, tra la cultura dell’ulivo e quella del grande Nord.

Dunque, se ci fossero meno indifferenti e più fiduciosi vivremmo tutti meglio, liberi: e faremmo vivere meglio chi ha fatto tanto per noi.

Ma non confondiamo la fiducia con la gratitudine. Siamo grati quando qualcuno ci ha regalato qualcosa, dunque è facile essere grati. Solo con la fiducia si fa un passo avanti, si libera quello spirito che poi vola attraverso i vicoli di questa città… Questa città che dovrebbe mettere in programma di dare la cittadinanza onoraria ad Heinz Grill.

Ivo Rabanser, Heinz Grill e Stefan Comploi, primi salitori del Pilastro Massarotto allo Spiz di Lagunàz
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Miori riprende la parola per introdurre un altro argomento di grande importanza: il libero accesso alle pareti. Parte dalla citazione della cosiddetta Parete proibita (dove peraltro gli arrampicatori continuano ad andare) per arrivare alle “pareti perdute” come di certo sono le falesie di Nuovi Orizzonti e della Rupe secca, oggi entrambi del tutto vietate e in effetti non frequentate. L’informazione è data al pubblico soprattutto per sollecitare una discussione e impostare il futuro quanto necessario dialogo con l’Amministrazione e i proprietari dei terreni. Infatti sono presenti in sala gli assessori Stefano Miori (alla Cultura) e Marialuisa Tavernini (Turismo e Sport). La domanda retorica infatti è: “possiamo noi, sistema Arco, permetterci di avere “pareti perdute”?”.

La parola poi passa a Diego Mabboni, proprietario dei negozi di articoli sportivi Redpoint. Anch’egli riconosce i grandi meriti di chi ha attrezzato le vie della valle del Sarca (“bonificando” e creando con grande intuizione), quindi in primo luogo di Grill e della sua squadra. Si fa portavoce di qualche critica, citando l’esempio delle “strisce bianche” sulla roccia, frutto di una pignola pulizia nel raggio di almeno 1,5 metri a destra e altrettanto a sinistra della linea di arrampicata. Queste strisce sono in effetti abbastanza ben visibili da lontano, anche se il tempo che passa ne attenua ogni giorno il contrasto con il resto della falesia. Mabboni cita poi che in nessun caso è stato mai usato materiale, di recente introduzione sul mercato, che si mimetizza facilmente con la roccia.

Incontri da Ruggero (la Lanterna, sotto la parete San Paolo): Ivo Rabanser, Giuliano Stenghel e Marco Furlani
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Lucia e Laura Furlani sulla via Linda alla Parete di San Paolo
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Viene in seguito aperto il dibattito: qui, per brevità, ci limitiamo a citare alcuni interventi, sottolineando però che la totalità delle opinioni espresse rimarcava, talvolta in termini davvero entusiastici, la qualità dell’operato di Grill e amici. Una voce discordante è quella di una signora, di chiare origini tedesche, che si lamenta della scarsa propensione degli arrampicatori a usare i servizi igienici (ove questi sono), costringendo i proprietari come lei a provvedere a una periodica pulizia degli oliveti. Sigrid Koenigseder si dà disponibile a collaborare per organizzare, magari annualmente, altri convegni come questo in cui dibattere temi importanti come appunto la libertà e la sicurezza. E’ dell’opinione che la magia di un luogo e di un ambiente si vivifichi soprattutto con lo scambio di idee. Marco Furlani sottolinea la sensibilità con la quale Heinz si è comportato. Prima di aprire vie ha ripetuto le vie esistenti, anche le più difficili, cercando di interpretare lo spirito con cui erano state aperte. Solo in seguito ha cominciato ad aprire. Continua Furlani: “E poi un giorno Grill mi ha fatto una domanda: Tu, che qui in valle hai aperto dei capolavori, ci dai il permesso di ripeterli e fare una risistemazione della chiodatura e della pulizia, un re-styling che riporti questi itinerari a quelle dignità di forma oggi altamente apprezzate? Ovviamente gli ho risposto che aveva carta bianca! Ma c’era il problema che le mie vie sono tutte abbastanza lunghe, e hanno richiesto mesi di lavoro! Chi altro se non Grill si è sobbarcato colossali impegni come questo?”. Subito dopo Furlani confuta quanto detto da Mabboni, sostenendo che non sono le strisce bianche o il luccichio di qualche spit a deteriorare un ambiente. Sono piuttosto le “pagode” al Laghel, o il complesso di “Olivoland” a deturparlo. E conclude raccontando che, proprio quel giorno, lui ha portato sua figlia Lucia e la moglie Laura sulla via Linda. In cima, Lucia ha disegnato un cuore sul libretto di via, con su scritto “Ti voglio bene, Heinz!”.

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Davide Battioni, di Parma, lancia l’idea di una collaborazione con il gruppo di Heinz: si può partire dalla sostituzione di un cordino obsoleto ma si può arrivare anche a giornate organizzate in cui, coordinati da Grill, tanti arrampicatori possono contribuire concretamente alla manutenzione delle vie (che tra l’altro Battioni definisce “monumenti”). Questa proposta è accolta con entusiasmo dal pubblico e da Miori. Stefano Michelazzi, dopo aver condiviso la positività dell’idea di Battioni, sottolinea che, come guida alpina, deve ringraziare Grill per le vie che ha aperto, che permettono alla sua categoria di esercitare anche in periodi in cui arrampicare in Dolomiti sarebbe inopportuno o impossibile. Anche albergatori e negozianti, come del resto aveva già detto Mabboni, sono beneficiari di questo grande movimento arrampicatorio. Michelazzi è perciò solidale con la mia proposta di chiedere che venga concessa a Grill la cittadinanza onoraria.

Sergio Calzà, past president della SAT sezione di Arco e autore dellaprima splendida guida di arrampicata della valle Vie di roccia e grotte dell’Alto Garda, lancia la proposta di premiare tutti coloro che hanno valorizzato la valle con l’apertura delle vie e magari anche il comitato del Rock Master.

Miori, dopo aver illustrato la figura di Sergio Calzà (informando che fu proprio lui, ai primi degli anni ’80, a ideare e costruire con qualche amico la via ferrata dei Colodri), riprende il discorso della proposta di cittadinanza onoraria, sostenendo che, al di là dei lunghi tempi di discussione in sede comunale, la proposta potrebbe, secondo il costume, diventare addirittura merce di scambio tra consiglieri… cosa che certamente non gioverebbe a Grill e alle idee ben più nobili che lo hanno fin qui sostenuto. Personalmente non si oppone di certo, ma invita tutti a non aspettarsi un facile risultato.

Infine, tocca a Grill chiudere e lo fa con queste parole: “Cari amici, cari arrampicatori, sono molto commosso della vostra simpatia e stima per il nostro lavoro nella valle del Sarca. Non mi ero accorto di quale importanza avesse il nostro sito per voi tutti. La mia vita è stata sempre un’altalena tra la condanna e la stima. Questa serata e tutte le voci, soprattutto quelle di Alessandro Gogna e Ivo Rabanser ma anche dei numerosi altri, mi hanno aiutato molto per ritrovare il valore del nostro lavoro. Durante la serata è nata l’idea della collaborazione: l’attenzione da parte dei partecipanti e ripetitori alle vie d’arrampicata è una vera forza. Questa energia non avrà effetto solo su di noi ma sarà presente anche nelle vie, le quali sono diventate al momento vittime di troppa terra e crescita“.

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Comunicare una “nuova” cultura della montagna

Comunicare una “nuova” cultura della montagna
tra carta stampata, comunità digitali e social media
con il significativo contributo di Mountcity.it

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Tra carta stampata, comunità digitali e social media
Stiamo assistendo da qualche tempo a una lotta, silenziosa quanto dura, tra chi vuole informare sulle questioni di montagna. Sinteticamente, ci sono due fazioni: coloro che privilegiano l’attualità della notizia in tempo reale e coloro che invece preferiscono un’informazione più meditata, magari più approfondita. Le due fazioni hanno anche punte più radicali, secondo le quali la comunicazione deve essere “libera” oppure espressa con la somministrazione smorzata e più consona alle tradizionali vie ufficiali. Le due parti “radicali” spesso si dipingono, reciprocamente, come il fuoco che tutto divora e distrugge e come l’acqua che tutto spegne e annega.

In questo sentiero di guerra si è organizzato al Palamonti di Bergamo, il 14 maggio 2016, un convegno a carattere nazionale dal titolo Comunicare una “nuova” cultura della montagna, tra carta stampata, comunità digitali e social media.

Ci fa piacere osservare quel “nuova” tra virgolette: probabilmente sta davvero a significare che se ne avverte l’esigenza a tutti i livelli. Però, mancano nel titolo sia una descrizione concisa di cosa gli organizzatori ritengano “vecchio”, sia un accenno a cosa si ritenga “nuovo”.

L’accenno mancante nel titolo era stato fatto qualche settimana fa da Paolo Valoti (vedi http://www.alessandrogogna.com/2016/04/01/torti-vs-valoti/), attuale candidato alla Presidenza generale del CAI (in competizione con Vincenzo Torti):
Oggi purtroppo etica e informazione non sempre camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop…
È un problema che non riguarda più solo l’informazione giornalistica in senso stretto, ma interessa e coinvolge in modo pervasivo l’intera società e tutti i suoi attori principali, compreso il Club Alpino Italiano in tutta la sua ricca e complessa articolazione nazionale, regionale e territoriale.
Oggi sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore”.

Tutto ciò sembra ampiamente condivisibile. Ma attenzione: è giusto rispettare la privacy istituzionale quando si tratta di un ente pubblico? E’ giusto tacere? E se parliamo della privacy personale: è giusto tacere, quando l’argomento di cui stiamo scrivendo è stato ampiamente già reso pubblico (per legge) dall’Albo pretorio? E’ giusto che certe questioni possano essere tranquillamente accantonate (insabbiate?) confidando che dopo un certo numero preciso di giorni gli atti resi noti nell’Albo pretorio possono essere rimossi? Possibile che ogni volta che si dà notizia di qualcosa che non appare nelle memorie istituzionali si sgridi la presunta “ricerca dello scoop”?

Valoti continua: “Niente da eccepire riguardo alla legittimità degli strumenti e ai modi di ciascuno per comunicare e condividere propri pensieri e immagini con il mondo intero, sono però perplesso circa un uso intensivo o eccessivo dei social media che rischiano di trasformare la comunicazione in una sorta di piazza degli insulti o dettata dal click impulsivo sopra una tastiera”.

Quest’affermazione sembrerebbe una condanna senza molto appello ai nuovi canali d’informazione, quelli che tanta più presa hanno sulla gente quanto diventa ogni giorno più difficile vendere carta stampata. Ma l’affermazione è per fortuna disdetta dallo stesso autore quando subito dopo dice: “Vorrei dire che oggi possiamo e dobbiamo strutturarci e aggiornare i canali informativi e comunicativi, cogliendo quello che la multimedialità e tecnologia ci offre: a fianco della classica carta stampata e i siti internet, dovremo migliorare e potenziare sempre di più strumenti come facebook, twitter e instagram, affinché siano sempre più fonte di notizie utili, di buona divulgazione e di formazione, e anche di sana critica costruttiva.


Il web per una “nuova” cultura della montagna

Tra queste affermazioni, al lettore rimane qualche dubbio: è il CAI favorevole o no al potenziamento dei social? E se sì, è il CAI favorevole anche all’iniziativa privata in questo campo o desidera invece gestire in proprio tutta l’informazione di montagna?

Si sa che, parlando di controllo, questo è indubbiamente più facile con giornali e riviste. I blog e le conversazioni su facebook sfuggono più facilmente ai rituali del controllo, anzi a volte ne sono del tutto esenti.

Ha fatto molta strada negli ultimi tempi la montagna sul web: diversi siti sono eroicamente nati, altri mostrano segni di abbandono o sono addirittura scomparsi. Mentre avanza la banda larga, la montagna è oggi frequentata sul web anche attraverso la fitta rete dei social network. I blog in questione sono in larghissima parte autofinanziati, e perciò indipendenti, immuni da censure esterne. Rappresentano nella loro complessità elementi trainanti ormai ineludibili per la cultura e l’economia delle nostre montagne.

Sarebbe stato dunque giusto che si fossero riuniti attorno a un tavolo (per la prima volta?) rappresentanti dei principali blog di montagna, ma anche dei portali d’informazione ad essa relativi, per scambiarsi opinioni ed esperienze con i rappresentanti della carta stampata e per individuare all’occorrenza obiettivi comuni da raggiungere. Per questo motivo si è guardato con interesse ma anche con perplessità all’iniziativa del Palamonti di Bergamo che annunciava un convegno a carattere nazionale con quel titolo: Comunicare una “nuova” cultura della montagna, tra carta stampata, comunità digitali e social media. Un impegno notevole da parte del CAI se per “nuova cultura” si intende quell’ansia di rinnovamento che Elio Vittorini nel 1945 auspicava nelle pagine del Politecnico. In realtà il compito del CAI dovrebbe andare ben oltre, dovendosi occupare – compito ingrato – di “alfabetizzare” gli italiani perlopiù ignari dell’esistenza delle montagne sul loro territorio decisamente montano.

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Il convegno al Palamonti
E veniamo dunque al convegno nazionale appena terminato. Ha realmente informato e discusso sul tema in agenda, quel “tra carta stampata, comunità digitali e social media” che figura nel sottotitolo?

Qualche perplessità su come è stato impostato il dibattito al Palamonti ci sia concessa. Anche l’osservatore meno attento ha notato che dei 18 relatori, tutti stimati professionisti o comunque noti addetti ai lavori, solo uno (Michele Di Cesare) era etichettato come “coordinatore editoriale di un sito web (www.allrunning.it)”. In più, se si digita in questi giorni l’indirizzo di questo sito appare la scritta “under construction”.

Ma allora che dialogo poteva esserci tra i diciassette esperti della carta stampata e l’uno? Quale completezza d’informazione può essersi ottenuta?

Secondo la maggior parte di coloro che sono intervenuti, un primo obiettivo il convegno lo ha ottenuto. L’aver messo dietro a un tavolo tutti quegli operatori che in questo momento gestiscono la comunicazione ufficiale del CAI (e soprattutto delle sue Sezioni) è stato certamente positivo, tanto da augurarsi che l’esperienza venga ripetuta ogni anno. Che i responsabili dei vari bollettini sezionali abbiano potuto esprimere la loro passione e naturalmente anche le loro difficoltà, altrettanto. Come pure il fatto che siano stati espressi i più differenti punti di vista sul digitale e sul social. Ma, sempre secondo gli stessi relatori, l’assenza di una regia, la sovrabbondanza di interventi, l’impossibilità (per via di tempi sforati) di qualunque dialogo e l’assenza dei grandi protagonisti del digitale ne ha fatto anche un’occasione mancata.

Nella prima sezione del convegno, dove si è parlato degli strumenti che abbiamo a disposizione per la comunicazione, molto apprezzato è stato l’intervento di Paolo Pardini, direttore del TGR Lombardia, che lamentando bonariamente che dal titolo fosse stata esclusa la televisione, ha comunque insistito perché la montagna venga il più possibile “raccontata”, se non si vuole che i media s’interessino a lei solo in caso di tragedie. Più dotto e mirante alla cultura in generale è stato il presidente regionale dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta. La relazione di Michele Di Cesare è stata invece incentrata sulla potenza che ha oggi il mezzo digitale, fornendo con chiarezza numeri e potenzialità impressionanti. Purtroppo era assente Laura Guardini del Corriere della Sera.

Nella seconda sezione, mirata a ciò che la comunicazione del CAI sta facendo e a ciò che potrebbe fare, è emersa la netta opinione che solo con la carta stampata si può ottenere il livello culturale che il CAI può e deve fornire. Quindi solo dopo il filtro degli approfondimenti e rinunciando all’attualità in tempo reale. Non si può correre il rischio della deriva della rapidità, inaccettabile per le inevitabili distorsioni della verità. Di questa opinione si sono dichiarati quasi tutti i relatori, Iglis Baldi de Il Cusna (CAI Reggio Emilia), Mirco Gasparetto di Le Alpi VeneteFulvio Marko Mosetti di Alpinismo goriziano. Più radicale l’intervento di Maria Carla Failo, del Bollettino della SAT (Trento), che ha rifiutato ogni possibile compromesso con il mondo del digitale. Secondo Giuliana Tonut invece (Alpinismo triestino, XXX Ottobre Trieste) i media tradizionali e i nuovi – social e web in generale – possono e debbono integrarsi nella comunicazione tout court e anche in quella del CAI. Più in particolare, Nanni Villani di Alpidoc, illustrando l’attività doppia che la sua rivista sta conducendo, ha sostenuto la necessità che i mezzi di comunicazione digitale debbano essere affidati a giovani, che per definizione posseggono la struttura mentale dei tempi odierni. Questo affidamento dev’essere fatto promuovendolo e sostenendolo, quindi credendoci fino in fondo e avendo e dando fiducia che solo così si possa riconquistare l’interesse perduto delle generazioni più lontane dagli anni “anta”. Anche Marco Decaroli, della Rivista della Sezione Ligure, si è dichiarato favorevole all’interazione con i social e con il digitale, a patto che non si ceda al cosiddetto “potere dell’algoritmo” in base al quale le scelte editoriali non sono più conseguenti al libero arbitrio della redazione ma seguono il pericolosissimo sentiero della ricerca del maggior numero di clic.

Una particolare lode va ai due rappresentanti del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, Alessio Fabbricatore e Walter Milan. Quest’ultimo ha in particolare presentato l’apertura del CNSAS a una comunicazione “social” e con un rapporto diretto con il cittadino. Hanno rifatto il sito internet e aperto una pagina pubblica su facebook, Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, e stanno lavorando perché i contenuti della loro rivista cartacea siano disponibili sul web e possano essere letti e condivisi online. Insomma, vogliono portare sotto gli occhi della gente quello che il soccorso fa sulle montagne e nelle viscere della terra.


Panorama web
Il panorama del web nel settore montagna è ben ricco e variegato. Lo dimostra la selezione che qui pubblichiamo (limitata alla lingua italiana e a quei siti che vadano oltre l’informazione aziendale), effettuata sulla base di una ricerca di www.mountcity.it: nell’insieme una serie di voci importanti e qualificate con le quali chi voleva ipotizzare una “nuova” cultura della montagna non poteva che cercare di dialogare. A questi vanno aggiunti i siti del CAI (http://www.cai.it, http://www.caimateriali.org/homepage.html, http://www.cnsasa.it/home/home.asp, http://www.cnsas.it/) e delle sue Sezioni, come pure quelli dedicati al meteo in montagna, alle webcam e all’attrezzatura per alpinismo.

ALPINIA NET
http://www.alpinia.net/
Il portale viene considerato il punto di riferimento web dell’editoria di montagna in Italia, con più di 1.850 libri di montagna recensiti e oltre 350 editori di montagna che collaborano. Ogni mese viene nominato “Il libro imperdibile del mese” e, tra questi, ogni anno “Il libro imperdibile dell’anno”. Viene rilasciata una Newsletter mensile con circa 14.000 iscritti.

ALTITUDINI
http://altitudini.it
Nel vasto spazio virtuale dedicato alle terre alte, questo sito si è affacciato nel 2013 come “un luogo d’incontro, scambio di opinioni e punti di vista, crocevia di persone che in quota vivono quotidianamente o passano parte del loro tempo”. Nato come blog della rivista Le Dolomiti Bellunesi (primo passo editoriale verso internet e ponte fra la montagna “di carta” e la montagna “social”), si è trasformato sotto la guida di Teddy Soppelsa in un blog-magazine dedicato alle attività outdoor, alla vita e alla cultura in montagna, “dove le Dolomiti sono le coordinate centrali di un arco alpino che si estende oltre i confini geografici, per potersi confrontare anche con le vette di altri continenti”. In questi anni di attività “Altitudini” ha anche organizzato tre concorsi nazionali di scrittura su web denominati “Blogger Contest” con la partecipazione di decine di concorrenti molto qualificati.

ARCOWALL
http://www.arcowall.com/
Le falesie di Arco e della Valle del Sarca.

ARRAMPICATA-ARCO
http://www.arrampicata-arco.com/
Sito di eccezionale interesse sull’arrampicata in Valle del Sarca e non solo. Attualmente chiuso per via di alcuni problemi, non si dispera di farlo riaprire al più presto.

BANFFITALIA
http://www.banff.it
Sito dell’edizione italiana del Banff Film Festival World Tour, con molte sezioni dedicate all’informazione.

CAMOSCI BIANCHI
https://camoscibianchi.wordpress.com/about/
E’ un blog di discussione sulla montagna, escursionismo, cultura e tradizioni alpine. Con la speranza (e l’augurio!) che possa divenire un luogo d’incontro virtuale in cui scambiarsi idee, consigli e affrontare argomenti utilizzando le tecnologie moderne a sostegno della cultura e della tradizione. L’utilizzo del materiale è libero con le…dovute maniere.

DISLIVELLI
http://www.dislivelli.eu/blog/
E’ il sito ufficiale dell’Associazione Dislivelli nata nella primavera 2009 a Torino, dall’incontro di ricercatori universitari e giornalisti specializzati nel campo delle Alpi e della montagna, allo scopo di favorire l’incontro e la collaborazione di competenze multidisciplinari diverse nell’attività di studio, documentazione e ricerca, ma anche di formazione e informazione sulle terre alte. Al sito è collegato “Torino e le Alpi” (http://www.torinoelealpi.it/) un programma della Compagnia di San Paolo declinato in maniera interdisciplinare e applicato alle montagne piemontesi, valdostane e liguri con l’identificazione di interventi e obiettivi concreti. Un bando ad hoc mira a raccogliere ricerche e studi di fattibilità su modelli operativi innovativi, buone pratiche di gestione e pianificazione territoriale.

DISCOVERY ALPS
http://www.discoveryalps.it
E’ definito “il portale delle Alpi” e vanta una lunga presenza sul web che risale al 2011. Aggiornato quotidianamente con un’esauriente newsletter, è stato fondato ed è esemplarmente coordinato e implementato da Luca Lorenzini, classe 1973, direttore responsabile, insieme con diversi validi collaboratori tra i quali l’ex campionessa Beba Schranz e Oriana Pecchio, medico di montagna, alpinista e valorosa giornalista. Il sito può considerarsi specchio delle passioni di Lorenzini, che vive in Valtellina: tratta fotografia, neve, montagne, ciaspole, trekking, cultura delle Alpi, …e sapori! E’ stato recentemente rinnovato con una grafica aggressiva e originale.

FALESIA
https://www.falesia.it/
Arrampicata sportiva in tutta Italia.

FONDAZIONE MONTAGNA SICURA
http://www.fondazionemontagnasicura.org/
La Fondazione ha come missione il consolidamento e lo sviluppo di una cultura della sicurezza in montagna, congrua con le specificità del territorio della montagna in generale e dell’arco alpino in particolare e attenta alle esigenze delle popolazioni, dei turisti che frequentano questi territori, degli specialisti, delle amministrazioni locali e di enti e organismi diversi.

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GOGNA BLOG
http://www.gognablog.com/
Nato nel dicembre 2013, è gestito dall’alpinista e scrittore Alessandro Gogna, garante di Mountain Wilderness di cui è tra i fondatori, il sito offre quotidianamente importanti ed esclusivi contributi sull’alpinismo e l’ambiente. Di quando in quando fa capolino il Gogna giovane delle prime esperienze attraverso una rilettura dei suoi diari, altre volte Alessandro ci offre godibilissimi sprazzi della sua vita avventurosa.

GULLIVER
http://www.gulliver.it/home/
Sito che propone un aggiornatissimo database sulle salite di escursionismo, alpinismo e arrampicata dell’area nord-occidentale dell’Italia, con interessanti commenti da parte dei ripetitori.

INTRAIGIARUN
http://www.intraigiarun.it/
La redazione ha il compito di occuparsi della scelta dei “racconti di alpinismo e non solo da pubblicare”, della ricerca delle notizie, delle “spigolature”, delle “curiosità” e della preparazione dei profili autore. La redazione cura anche l’aspetto estetico del sito, ovvero l’impaginazione dei racconti, la scelta dei colori, dei font e delle immagini. Il materiale preparato, di norma una volta alla settimana, viene fornito ai webmaster per la pubblicazione sul sito. Il lavoro principale e continuativo di redazione viene svolto da Gabriele Villa. Se desiderate contattare la redazione per inviare un racconto, un commento o qualsiasi altro suggerimento riguardo al sito potete inviare una e-mail all’indirizzo: [email protected]

MILANO IN VETTA
http://www.milanoinvetta.it
In questo portale “di chi ama la montagna” l’elemento forse più utile e stimolante è l’esauriente calendario degli eventi in Lombardia. Corsi di alpinismo ed escursionismo, mostre, incontri, rassegne sono elencati con i relativi link alle fonti: tra queste il Cai, Trekking Italia, Sentierando e altre organizzazioni che fanno di Milano una…mountcity in piena regola. Accuratamente descritti sono i fotoitinerari, interessante l’iniziativa “Hai un racconto nel cassetto?”, una rubrica aperta ai contributi di chi ha descritto un’escursione, una gita, un viaggio, un’impresa in montagna. Inviare il proprio racconto (da una a tre pagine di testo) a: [email protected]

MONTAGNA TV
http://www.montagna.tv/cms/
Numerose e di prima mano sono le “notizie della montagna in tempo reale” anche accompagnate da filmati originali, con particolare riguardo per exploit nell’aria sottile degli ottomila. La redazione raccoglie e pubblica notizie da varie fonti, anche di agenzia, e brillanti inchieste giornalistiche La testata vive sotto l’egida dell’associazione “Ev-K2-CNR”, ente privato autonomo senza scopo di lucro, ed è registrata anche presso il Tribunale di Milano vantando una lunga tradizione nella comunicazione attraverso il web. Recentemente la rivista “Meridiani Montagne” si è ritagliata uno spazio per la promozione dei suoi fascicoli.

MOUNTAIN BLOG
http://www.mountainblog.it
“The outdoor lifestile journal” viene definito questo sito che ha mosso i primi passi attraverso una partnership editoriale con la sede centrale del Club Alpino Italiano. Oggi viene definito un blog magazine indipendente che ha come obiettivo la comunicazione integrale della montagna. “Comunicazione integrale perché coinvolge un pubblico di utenti il più ampio possibile, dagli esperti appassionati delle discipline più estreme, ai semplici amanti delle camminate nella natura e di uno stile di vita outdoor”.

MOUNTAIN WILDERNESS
http://www.mountainwilderness.it/
Pubblica le ultime news di Mountain Wilderness Italia, movimento ambientalista nato nel 1987 per rispondere con efficacia e tempestività alla pressante domanda di aiuto che le montagne sembrano rivolgere a tutti coloro che le amano davvero. Periodicamente MW pubblica anche un esauriente notiziario diretto da Luigi Casanova.

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MOUNTCITY
www.mountcity.it
Nato nel 2013, il sito si propone di contribuire a costruire in città un’immagine delle Alpi che superi lo stereotipo della montagna parco-giochi. Dialoga volentieri con le commissioni culturali della Sezione di Milano del Cai e della Società Escursionisti Milanesi. Come da progetto, il principale bacino d’utenza riguarda la “capitale morale” seguita da Torino e Roma. La newsletter è supportata da Focus Himalaya Travel. Mostrando una particolare vocazione al sociale, MountCity è partner del Premio Meroni della SEM e del progetto pilota “Quartieri in quota” inserito nel più grande progetto dei “Quartieri tranquilli” coordinato da Lina Sotis. E’ anche partner del Brescia Winter Film (BWF). Recentemente ha fatto pate della cordata che ha organizzato la settimana “Mountcity. Montagne a Milano”. La tutela dell’ambiente è il tema più frequentato. Recentemente ha inserito l’area “Quassù”, incontri nelle terre alte a cura di Laura Guardini.

MOUNT LIVE
http://www.mountlive.com
E’ considerato un “quotidiano telematico” registrato al Registro Stampa del Tribunale con un direttore (Fabio Zampetti), una redazione e un editore. Viene aggiornato quotidianamente e l’idea di base è realizzare un prodotto che giunga a tutti coloro che vivono di montagna, quindi “non ad uso esclusivo del mondo sportivo”. Ciò lo si può evincere dalle tante categorie di news presenti sul portale. Frequenti le interviste e interessanti le rubriche gestite da appassionati ed esperti di settore.

ON-ICE
http://on-ice.it
Portale italiano molto carino, con numerose relazioni e proposte.

OROBIE
http://www.orobie.it
Va di pari passo con la bella rivista mensile diretta da Pino Capellini, offrendo un ventaglio importante di aggiornamenti e di rubriche che ne fanno una realtà autonoma, anche con denunce di emergenze ambientali nelle valli bergamasche. Offre la possibilità di caricare le proprie foto.

ORSU
http://www.orsu.it/
Si presenta come un portale di proposte escursionistiche nelle montagne di Lombardia con dettagliate schede tecniche. Si possono trovare spunti per escursioni di uno o più giorni o anche per trekking, idee per l’estate ma anche per divertenti ciaspolate. Sono presenti più di 50 itinerari escursionistici, cui sono associate fotografie per un totale di più di 1800 scatti a cura di Giorgio Orsucci, eccellente fotografo oltre che blogger di classe.

OUTDOOR MAGAZINE
http://www.outdoormag.it
Nato nel 2006, il periodico mensile viene inviato in abbonamento postale gratuito a più di 7.000 operatori del mercato: aziende, distributori, agenti rappresentanti, rivenditori specializzati e non, catene, scuole, guide alpine, atleti e associazioni. Nel sito si legge che “dà voce a tutti i protagonisti ma senza rinunciare a fare informazione in modo incisivo, incalzante e diretto, attraverso inchieste, approfondimenti, interviste, analisi e argomentazioni d’interesse per operatori della rivendita, della distribuzione e dell’industria”. A quanto inoltre si apprende, dal 2009 Outdoor Magazine “presidia” anche il mercato americano, dove attraverso DNF Media è presente con la pubblicazione Outdoor Magazine USA (www.odrmag.com).

PLANET MOUNTAIN
http://www.planetmountain.com/home.html
E’ il più completo dei siti dedicati principalmente all’alpinismo e all’arrampicata. “The Mountain on line since 1996” viene orgogliosamente annunciato nella home page che impone subito la scelta tra la versione italiana e quella in inglese. Nel 2016 si annuncia quindi il ventennale del sito. Di particolare interesse la rassegna di prodotti, sempre aggiornata, e quella riservata ai video.

PLAYALPINISMO
www.playalpinismo.com
La Gazzetta dello Sport ha opportunamente varato di recente questo nuovo canale video on demand. Agli appassionati, è stato proposto per iniziare un cartellone di 140 film “che verrà continuamente arricchito con i migliori titoli italiani e internazionali”. Il tutto alla cifra lancio di 9,90 € al mese.

QUARTOGRADO
http://www.quartogrado.com/
Il sito quartogrado.com si presenta come un portale d’accesso a relazioni, foto e altro materiale per gli appassionati di scalata in montagna – ormai integrato in una “rete” con i siti gemelli (vedi sotto), ed allo stesso tempo anche come vera e propria integrazione e supporto alla ormai “collana” di guide che sono state pubblicate dalla casa editrice Idea Montagna.

RAMPEGONI
http://www.rampegoni.it/falesie.htm
Raccolta di falesie nel Triveneto.

RIFUGI E BIVACCHI
http://www.rifugi-bivacchi.com/
Il progetto è nato agli inizi del nuovo millennio da un’idea di Giuseppe Popi Miotti. Nel tempo, e grazie anche al conseguimento di due finanziamenti Interreg Italia-Svizzera, il sito è cresciuto e ha migliorato le sue caratteristiche. Attualmente, oltre a Miotti, il team di gestione del sito è composto, da: Ivano Gianoli, presente fin dalle origini del progetto nella veste di grafico; Gianluca Ioli, progettazione e programmazione portale (webmaster); Valentina d’Angella e Silvia Miotti, pubblicità e marketing. Con i suoi 2.943 Rifugi e Bivacchi censiti oggi è il sito internet che contiene il più completo database dei rifugi e dei bivacchi delle Alpi italiane, francesi, svizzere, austriache, slovene a cui si sono aggiunti ora gli Appennini e le Isole. Le circa 400 schede schede delle Alpi centrali sono già ora consultabili in 4 lingue: italiano, inglese, francese e tedesco.

RURALPINI
http://www.ruralpini.it/
Si propone di rilanciare l’alpeggio facendo coincidere gli obiettivi dell’allevamento di montagna e del turismo. Curatore è Michele Corti ([email protected]), ideatore del Festival del pastoralismo, milanese con secolari radici nel mondo degli allevatori/casari e degli agricoltori. Corti è docente presso l’Università degli Studi di Milano dove insegna Zootecnia di montagna.

SALI IN VETTA
www.saliinvetta.com
Il portale è nato dalla passione di due amici per la montagna il 28 marzo 2011 con lo scopo “di aiutare le persone a praticare e conoscere gli sport alpini: sci, mtb, trekking, telemark, ecc”. Particolarmente accurate le informazioni per organizzare al meglio una vacanza in montagna e gli aggiornamenti sulle condizioni della neve. Nella sezione “Dormi qua, mangi là” vengono recensiti hotel e i ristoranti. Numerose le webcam in ogni versante delle Alpi per fornire in tempo reale un’idea della situazione meteorologica e delle condizioni meteo.

SASS BALOSS
http://www.sassbaloss.com/
Dalla loro presentazione: “I Sass Balòss sono in realtà quattro persone normali che un bel giorno hanno deciso di riconoscersi in un gruppo per due passioni che li accomunano quotidianamente: la passione per la montagna e quella per Davide Van De Sfroos. Nelle pagine seguenti potrete scoprire chi sono e cosa fanno, con la certezza che non ritornerete su questa pagina perché sconvolti dalla lettura. Ma non importa… a questo punto potreste risultare contagiati e inguaribili”.

SCIVOLARE
http://www.scivolare.it/
Lo sci al di là delle piste.

SCOOP NEVE & VALANGHE
http://www.scoop.it/t/nevevalanghe
Offre quotidianamente “notizie e novità dal mondo della neve e della montagna”. E’ un “suddito” della prestigiosa testata “Neve&Valanghe” dell’Associazione Italiana Neve e Valanghe (Aineva) e ha la prerogativa (e il pregio) di rilanciare le notizie più interessanti catturate, dopo una corretta autorizzazione, nei siti di montagna più importanti e anche nelle pagine web dei quotidiani locali. Un tripudio di link, ma organizzato in modo intelligente.

SKIALPER
http://www.skialper.it/
La testata cartacea è diffusa in edicola. Esce cinque volte nella stagione invernale, da novembre ad aprile. Collaboratori sono Filippo Barazzuol, Leonardo Bizzaro, Francesco Brollo, Renato Cresta, Giorgio Daidola, Marco De Gasperi, Danilo Noro, Omar Oprandi, Luca Parisse, Alessandro Pilloni, Emilio Previtali, Alo Belluscio, Damiano Levati, Luca Parisse, Federico Ravassard. La commissione tecnica è formata da Sergio Benzio, Alessandro Da Ponte, Nicola Giovanelli, Eros Grazioli, Massimo Massarini, Denis Trento, Massimo Tresoldi. Direttore responsabile è Davide Marta ([email protected]), vicedirettore Claudio Primavesi ([email protected]), segretaria di redazione Elena Volpe ([email protected]). Per chi volesse acquistare la rivista è scaricabile la app per smartphone o tablet.

SWEET MOUNTAINS
www.sweetmountains.it
www.facebook.com/sweetmountains
Il progetto di “Dislivelli” riguarda una selezione di località alpine del settore occidentale “non griffate” dove trascorrere vacanze in pace con se stessi e l’ambiente. Nel 2015 è stata raddoppiata la rete dei luoghi coprendo quasi completamente le Alpi piemontesi e valdostane. Il sito è stato rinnovato in profondità e si merita una visita.

TORINO E LE ALPI
http://www.torinoelealpi.it
E’ un sito che “conosce, racconta e vive la montagna”, vetrina d’iniziative legate al territorio. Bandi per progetti culturali, norme per accedere ai fondi UE e quant’altro fanno di questo portale patrocinato dalla Compagnia San Paolo un utile strumento anche per chi opera in montagna e per la montagna.

TREKKING ITALIA
http://www.trekkingitalia.org
Numerose le proposte di questa associazione senza scopo di lucro iscritta nel Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale. Dal 1985 si impegna per avvicinare, conoscere, rispettare e difendere la natura, rivalutando quelle capacità  di percezione e di relazione dell’uomo che le abitudini di vita moderne hanno assopito. Digitando la parola chiave è possibile scoprire la destinazione per la prossima avventura…

TREKKING & OUTDOOR
http://www.trekking.it
“Vivere, scoprire, viaggiare” è l’invito di questo sito collegato al mensile cartaceo che vanta un’esemplare anzianità di servizio offrendo itinerari, reportage, news di prima qualità insieme con una particolare attenzione per le risorse ambientali e culturali in Italia e altrove nel mondo.

VIE FERRATE
http://www.vieferrate.it/
Il sito più aggiornato sulle vie ferrate e sulle novità attinenti.

VIE NORMALI
www.vienormali.it/
Vuole essere un portale di riferimento per gli appassionati di montagna, escursionismo e alpinismo, in cui trovare informazioni dettagliate sulle vie normali di salita alle cime italiane ed estere dell’arco alpino, degli Appennini e delle isole. Si possono trovare schede tecniche e relazioni di salita a centinaia di cime italiane e dell’arco alpino. In ogni scheda sono riportati i dati relativi alla salita: quota, versante, dislivello di salita e totale, ore di salita e totali, grado di difficoltà, attrezzatura necessaria, descrizione dettagliata del percorso di salita, immagini ed altre notizie utili.

VIE STORICHE
www.viestoriche.net
Oggi più che mai occorre coltivare la memoria e condividere i saperi. Ne sono convinti Rosalba Franchi e Dario Monti, marito e moglie, che da diversi anni si prendono cura del sito, nato all’inizio per documentare gli antichi percorsi di pellegrinaggio medioevali. “Siamo partiti da Santiago de Compostela”, raccontano Rosalba e Dario, “per approfondire i diversi percorsi francesi e la Francigena in Italia. Ci siamo quindi occupati di vie storiche e passi attraverso le Alpi. Intanto è cresciuto anche l’interesse per i Sacri Monti e alcuni racconti di viaggio. Ora, in particolare, ci stiamo dedicando alle vie d’acqua e a Expo che, concludendo il suo ciclo, è entrata nella storia con il suo storico Decumano”. Il sito è facile da consultare, il flusso delle informazioni scorre piacevolmente senza indulgere in ricercatezze accademiche. Un bel colpo d’occhio su queste vie storiche di ieri, oggi e domani.

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Più sicurezza in tutte le stagioni

Da sabato 12 marzo a domenica 20 marzo 2016 si è svolta a Milano la manifestazione Mount City-Montagne a Milano, con una fitta serie di eventi.
Uno di questi, nella splendida sede di Palazzo Marino, è stato il convegno Più Sicurezza in tutte le stagioni.

Roberto Serafin (http://www.mountcity.it/): “Dolores De Felice e Antonio Colombo che coordinavano con grande competenza a Palazzo Marino la conferenza sul tema Più sicurezza in tutte le stagioni, hanno dato la parola via via a Lorenzo Craveri che ha insegnato a leggere le previsioni meteorologiche, a Umberto Pellegrini che ha spiegato come “nascono” le previsioni del tempo, a Elio Guastalli, soccorritore e profeta della sicurezza in montagna, che vorrebbe veder fallire il Soccorso alpino, a Riccardo Marengoni che ha offerto suggerimenti per camminare in sicurezza, a Matteo Bertolotti che ha parlato della formazione degli alpinisti nelle scuole del CAI, a Martino Brambilla che ha raccontato della sua esperienza nell’alpinismo giovanile del CAI, alla rifugista Elisa Rodeghiero che ha riferito della funzione dei rifugi come indispensabili presidi anche per l’integrità fisica di chi va in montagna. Infine un protagonista dell’alpinismo di tutti i tempi, il veterano Alessandro Gogna, ha posto un sigillo al convegno dilungandosi sulla “bestemmia del no limits”. “La nostra”, ha detto Gogna, “è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?”.

Il pubblico di Palazzo Marino in occasione dell’inaugurazione dell’evento MountCity-Montagne a Milano. Foto: RobertoSerafin/MountCity
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Dei vari interventi sopra elencati abbiamo scelto quello di Elio Guastalli.

Dai soccorsi possibili alla cultura della prevenzione
(gli interventi del Soccorso Alpino e Speleologico e la volontà di farlo fallire)
di Elio Guastalli

Parto facendo qualche piccola osservazione. Perché, vivendo nel soccorso alpino ormai da molti anni, ho un dubbio: non so se tutti hanno ben chiari alcuni aspetti, alcuni compiti, ai quali il Soccorso Alpino e Speleologico del CAI è chiamato. Sessanta anni fa il soccorso alpino è nato come un’associazione di mutuo soccorso. In sessanta anni sono cambiate tante cose, è cambiato il mondo. Soprattutto le nostre abitudini, le mie e le vostre comprese.

Dico questo perché in seguito tornerò su questo piccolo ma non trascurabile concetto.

Oggi il Soccorso alpino non è più, da tanti anni, un’associazione di mutuo soccorso. Oggi c’è molto altro. E da anni. Oggi il CNSAS svolge un compito di pubblico servizio. E’ un onore per il Soccorso alpino, è un onore per il Club Alpino Italiano, ma è un compito pesantissimo, veramente di grandissima responsabilità. C’è questa, ma non solo, legge dello Stato che interessa il soccorso alpino, ma non solo: attraverso una serie di altri provvedimenti, anche restrittivi, convenzioni, e anche tramite i presîdi sanitari delle Regioni al Soccorso alpino sono assegnati dei compiti molto precisi.

Il CNSAS è sostanzialmente una struttura operativa al servizio dei Sistemi sanitari d’urgenza e d’emergenza. Da qui derivano degli obblighi che portano il soccorso alpino a fare confrontandosi con una serie di strutture che chiedono e chiederanno sempre di più, a esempio, precisione ed efficienza negli interventi.

Dunque vi è un impegno grande, che non so se è realmente percepito da tutti. In un mondo sempre più difficile in cui nessuno, o quasi, accetta ancora certe condizioni, tipo quella di legare l’incidente che ha subito a una sorta di casualità. E’ molto più facile vedere la gente arrabbiarsi e fare denuncia. In questo clima, ben diverso da quello di trent’anni fa, il soccorso alpino è sottoposto a una pressione ben maggiore, la stessa cui sono sottoposte le Unità di Servizio Sanitario.

Dico questo perché in tempi recenti, come soccorso alpino, abbiamo visto, e a volte subìto, apprezzamenti anche esagerati. I tecnici del soccorso alpino non sono eroi, sono settemila persone, per la maggior parte volontari con qualche professionista guida alpina, che fanno questo per spirito di solidarietà e passione per l’alpinismo e la montagna. Dunque lo spirito è rimasto quello di un tempo, quello del mutuo soccorso.

A volte quindi si parla dei tecnici come di eroi un po’ fuori dal tempo. A noi piacerebbe una valutazione un po’ più serena e tranquilla.

Fatta questa premessa, per illustrare l’attività del soccorso alpino, vi mostro alcuni numeri, pochi ed elementari,  scarni perché nonostante una lunga storia oltre un secolo nessuno di noi vuole avere l’ambizione di parlare di dati statistici.

Elio Guastalli
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Da questi dati si possono comunque evincere e percepire aspetti e fatti che negli incidenti si ripetono.

Il soccorso alpino e speleologico, da qualche anno e in Italia, ha un numero che si attesta attorno ai settemila interventi. In questa tabella vedete le percentuali per cause d’incidente e per attività.

La caduta, seguita dal malore, fa la parte del leone. Nell’ambito delle attività è l’escursionismo il principale responsabile. L’incapacità di percezione del pericolo è in ogni caso alla base della maggioranza degli incidenti.

Queste percentuali sono comunque approssimative, e in più disquisire sul 6% piuttosto che sul 7% non ci porta da nessuna parte. Le cause sono quelle, anche se estendiamo l’analisi agli anni precedenti.

I soccorsi speleo sono pochi, per fortuna, perché comunque rimangono i più complicati e possono durare anche cinque o sei giorni.

Potremmo curiosamente osservare quanto incida la ricerca dei funghi. Questa ricerca è uno dei compiti del soccorso alpino, come pure del CAI. Una ricerca che deve portare alla prevenzione. Come i soccorsi alpini del mondo condividono le tecniche per una sempre maggiore efficienza, supportata in gran parte dall’elisoccorso, così la prevenzione dev’essere altrettanto condivisa.

C’è poi la domanda: il soccorso alpino è sempre possibile? O in qualche caso è troppo rischioso e qualcuno deve prendere la decisione se tentarlo o meno? Qui si entra nell’ambito della consapevolezza personale. Va detto con chiarezza che in presenza di casi disperati ben difficilmente il risultato può essere del tutto positivo, cioè il recupero della persona ancora in vita.

Laura Posani, presidentessa della storica Società Escursionisti Milanesi che ha organizzato MountCity, l’evento in programma a Milano dal 12 al 20 marzo. Foto: Roberto Serafin/MountCity
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Si sono verificati casi, ma rimangono casi. Nella maggior parte degli eventi considerati a poca speranza, il risultato non sarà mai soddisfacente. E, quand’anche lo sia, dobbiamo considerare che il risultato a quel punto non è conseguito soltanto dalla grande efficienza ma anche da una buona dose di fortuna. Quindi non tutti i soccorsi sono possibili se non modificando il livello di consapevolezza del soccorritore rispetto a quelle condizioni e a quelle dinamiche.

Il rischio è soprattutto quello di affidarsi troppo al tecnicismo. Affidarsi al tecnicismo vuole dire dimenticare il resto, cioè che oggi andiamo sempre più di corsa, che ci sono pericoli ineliminabili (che nessuno di noi ha la presunzione di eliminare) che richiedono riflessione sul nostro comportamento. La prevenzione passa necessariamente attraverso questa consapevolezza, che quindi dev’essere aumentata, incentivata.

L’amico e compianto Daniele Chiappa, tra i primi a rivoluzionare il soccorso in visione moderna, diceva sempre che con la prevenzione si sarebbe potuto “far fallire il soccorso alpino”, nel senso di farlo diventare del tutto inutile o quasi, con il minor numero di interventi possibile.

La prevenzione si deve fare mirando alla sicurezza come obbligo morale, mirando alla libertà perché la libertà è complementare al nostro andare in montagna in quanto sollecita la nostra attenzione e la nostra sensibilità. La libertà di comportarci bene però, perché solo così possiamo essere responsabili di noi stessi, dei nostri compagni e di coloro che ci aspettano a casa.

Con questo spirito è nato il progetto Sicuri in montagna, proprio mirando non al tecnicismo ma alla persona, senza mai aver detto che la montagna è sicura. La montagna non è sicura, ma le persone hanno l’obbligo morale di frequentarle cercando la massima sicurezza, non fidandosi completamente di qualunque aggeggio e di qualunque tecnica per non dimenticarci delle nostre scelte auto-responsabili.

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Al di fuori del convegno Più sicurezza in tutte le stagioni, e per restare in argomento, all’intervento di Elio Guastalli facciamo seguire l’interessante relazione (aprile 2016) di Maurizio Dellantonio, neoeletto presidente nazionale del CNSAS.

Per il 2015, i dati statistici confermano una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. In questo ultimo triennio, il numero degli interventi per anno è pressoché identico e le modeste variazioni sono del tutto ininfluenti sul panorama generale per poter cogliere qualche tendenza o nuova indicazione. Si conferma invece la mole delle missioni di soccorso che mediamente è di quasi 20 interventi al giorno, portati a termine su tutto il territorio nazionale. Si registra anche un’attività più intensa in periodi che fino a qualche anno fa erano considerati stagioni morte per il turismo: questo sta ad indicare una fruizione più diversa e variegata del mondo alpino.

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Negli ultimi dieci anni, il numero di interventi è passato gradualmente dai 5568 del 2006 ai 7153 del 2014, con un picco nel 2011, quando le operazioni di soccorso furono addirittura 8299; una tendenza che ha comportato anche un conseguente maggiore impegno di operatori e tecnici, dovuto all’aumento delle persone soccorse.

Sono stati più di trentamila (31.383) i soccorritori del CNSAS (Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico) impegnati nel corso del 2015 in oltre settemila interventi, in tutta Italia, per un totale di circa 145.000 ore.

Dall’esame in dettaglio dei numeri, i 7005 interventi del 2015 sono stati compiuti in prevalenza durante i mesi estivi: 980 a luglio, 1277 in agosto, quando aumentano i frequentatori della montagna; cifre inferiori invece per i mesi di aprile (358), maggio (370), novembre (300) e dicembre (368).

Nella maggior parte dei casi, le persone soccorse presentano ferite non gravi (2662 – 37,3%) oppure sono illese (2320 – 32,5%); i feriti gravi sono stati 1265 (17,7%), quelli che si trovavano in condizioni molto gravi o in imminente pericolo di vita, con le funzioni vitali compromesse, sono stati 421 (5,9%); i decessi sono stati 429 (6%), i dispersi 49 (0,7%).

I maschi sono il 71% (5106), le femmine il 29% (2040), un dato che si ripresenta abbastanza costante nel tempo. La fascia d’età più coinvolta negli incidenti è quella fra i 50 e i 60 anni (1106), seguita da quella fra i 40 e i 50 (1040), poi 60-70 (874), 20-30 (834), 30-40 (830), 70-80 (594), con numeri inferiori per i ragazzi tra i 10 e i 20 anni (576) e i bambini fino a 10 anni (165), mentre sono state 185 le persone soccorse oltre gli 80 anni. Solo il 6,2% (445) è iscritto al CAI: nel 93,8% dei casi (6071 persone) non ci si avvale dei vantaggi che l’iscrizione comporta, in termini di copertura assicurativa e di attività di formazione e informazione sulla prevenzione del rischio in montagna.

I cittadini italiani sono l’80,5% (5753), seguiti da tedeschi (554 – 7,8%), francesi (94), austriaci (82) e svizzeri (62), che insieme arrivano al 3,3%; il 5,7% (406) è costituito da altri cittadini europei, quelli provenienti da una trentina di nazioni differenti sono il 2,7% (195).

Le ragioni per cui si richiede soccorso sono connesse alle attività praticate: la caduta prevale di gran lunga, con 2353 casi (32,9%), seguita da malore (900 – 12,6%), un dato quest’ultimo in stretto rapporto con l’invecchiamento generale della popolazione.

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La perdita di orientamento (846), accanto a incapacità (561), ritardo (284) e sfinimento (170), indicano che oltre un quarto degli interventi (1861 – 26,1%) potrebbero essere evitati con un’attenta programmazione degli itinerari e la consapevolezza delle proprie capacità escursionistiche, alpinistiche o sportive; la mancata consultazione preventiva dei bollettini meteorologici è invece stata la causa di 311 operazioni, avvenute in condizioni atmosferiche critiche. L’ambiente montano è lo scenario prevalente (43,2%), seguono l’ambiente ostile e impervio (21,7%) e le piste da sci (10%); l’ambiente rurale e antropizzato equivale allo 0,7%.

L’escursionismo (2877), lo sci in pista (755) e l’alpinismo (439) sono le attività durante le quali accade il maggior numero di infortuni; lo sci-alpinismo corrisponde a 169 casi (2,4%), 132 le ferrate, 128 l’arrampicata. I cercatori di funghi che hanno chiesto aiuto o che è stato necessario recuperare sono stati 315, un numero legato anche all’andamento stagionale della raccolta.

La richiesta dell’elicottero è avvenuta in 2843 casi (89,3% appartenenti al Sistema sanitario nazionale); a bordo, accanto all’équipe medica, è sempre presente il Tecnico di Elisoccorso (T.E.) del CNSAS. Nei restanti casi, emerge quanto sia fondamentale la collaborazione con le altre realtà coinvolte nel sistema dell’emergenza nazionale, come Vigili del Fuoco (77 mezzi), Union Alpin Dolomit (65), Protezione civile (53), Polizia di Stato (12), Corpo Forestale (11), Guardia di Finanza (5), Carabinieri (2), Esercito (2), Marina (2).

L’elicottero è quindi ampiamente utilizzato ma, nonostante l’utilizzo di tecnologie avanzate, ci sono situazioni in cui la competenza delle squadre territoriali è fondamentale: i soccorritori del CNSAS sono in grado di raggiungere chi ha bisogno di aiuto in qualsiasi condizione, ovunque, di giorno e di notte, in ogni momento dell’anno, grazie a una elevata selezione, a una formazione continua, alla meticolosa conoscenza dei posti e soprattutto all’insostituibile spirito di dedizione e solidarietà che li contraddistingue.

Il CNSAS non è una normale associazione, ma un Corpo nazionale, che affonda le proprie radici sul territorio e il lavoro dovrà proseguire sul modello di un federalismo maturo, consapevole e autonomo che è stato la nostra forza in questi anni”.

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Da Julius Kugy ai giorni nostri – 1

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 1
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate seguenti:
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Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta Xidias, Mauro Florit con Stefano Zaleri, Roberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

Presentazione di Arturo Castagna, presidente del Gruppo Orientale del CAAI:
L’alpinismo in Friuli Venezia Giulia è sempre stato affascinante, coinvolgente, misterioso; gli alpinisti ancora di più. Julius Kugy con le sue idee e azioni ha orientato l’alpinismo dell’area montuosa, accentuando l’esplorazione dell’impossibile; basti pensare alla “via Eterna”. Quanti alpinisti locali si sono distinti per questo agire tanto rivolto alla scoperta e per le loro idee? Cozzi, Comici, Piussi, Ursella, Lomasti, Cozzolino, tanto per citarne alcuni. Ognuno in periodi diversi, ma tutti con un comune denominatore: l’esplorazione dell’ignoto con un’etica severa! Non sono stati da meno i loro successori: tra questi posso indicare Mazzilis, ma ve ne sono tanti altri ancora, alcuni dei quali poco o per nulla noti. Tutti, forti dell’eredità di chi li ha preceduti, hanno innalzato i valori e il livello tecnico, quasi fosse una missione tipicamente locale.
Non sono mancati ostacoli legati alla posizione di confine, all’etnia a volte diversa; gente abituata a confrontarsi, a misurarsi con chi sta dall’altra parte, esprimendosi in montagna con una veste di assoluto rigore. Sulla scorta del trascorso e delle esperienze maturate nelle varie epoche, ci si chiede quale sarà la tendenza alpinistica in Friuli Venezia Giulia
”.

Sulle orme di Julius Kugy
relazione di Spiro dalla Porta Xidias

Cappello di presentazione di Francesco Leardi:
Spiro Dalla Porta Xidias, nato a Losanna nel 1917 e poi trasferitosi a Trieste, è stato il primo relatore della giornata. Ho potuto ricostruire il suo intervento, come quello di Podgornik, grazie alla registrazione di Carlo Barbolini che ringrazio, poiché entrambi hanno parlato a “braccio” e ben difficilmente all’intervento di Spiro, che ho cercato di trascrivere il più fedelmente possibile, potrà mai essere reso il giusto onore per la sua meravigliosa, se posso utilizzare questo termine, ode all’alpinismo di un’altra epoca, che poi tanto “altra” non è, leggendo attentamente tra le righe, considerate le splendide, geniali e attuali figure di Kugy, Zanutti, Cozzi, Comici… Insomma un intervento che è stata una meravigliosa recitazione che non dimenticherò mai.
Chiedo scusa anticipatamente se ho omesso alcuni nomi che non ho percepito dalla registrazione e sui quali non ho trovato documentazione.
Ho riportato l’esordio iniziale ricollegandomi alla presentazione del nostro Presidente Arturo Castagna che ha introdotto Spiro con la frase “
il signor Spiro“…”.

Spiro Dalla Porta Xidias
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Spiro Dalla Porta Xidias:
Giungendo a una capanna alpina un giorno fui chiamato “signore”. Sono sicuro si trattasse della prima volta, e davvero mi è venuto un brivido perché mi è parso di vedere la pietra tombale. Arrampicavo ancora, quella volta, ed ero reduce da una via con Roberto Mazzilis, quindi per me è stato un momento terribile… Quel momento è stato circa 35 anni fa, e capite perciò quanto la cosa mi abbia portato bene. Desidero scusarmi se dimenticherò qualche nome perché poi i nomi che farò non saranno sulla base di capacità tecnica, o magari

delle grandi imprese portate a termine, ma semplicemente si tratterà di quei nomi che hanno contribuito a indirizzare l’alpinismo del Friuli Venezia Giulia per più di un secolo sempre verso la stessa direzione.

La parola sport alpino mi ha sempre fatto un poco male, mi sa troppo di superficiale e che si cerchi nel monte un’impalcatura da arrampicare, invece di cercare la sua anima. Il mio non è un libro sportivo, non è neanche una guida o una raccolta di itinerari; esso tenta di descrivere i monti come fonte di felicità poiché tali sono stati nella mia vita, e vorrebbe essere un rendimento di grazia, un cantico dei cantici innalzato a gloria e laude della montagna (Julius Kugy)”.

Julius Kugy ha tracciato fin quasi all’apice quello che è stato poi tutto il percorso del nostro alpinismo perché abbiamo in lui i motivi dell’esplorazione.

Julius Kugy
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Tra i pionieri Kugy, non solo è stato lo scopritore, si dice, delle Alpi Giulie. Egli ha segnato anche importantissimi itinerari nelle Occidentali e oltretutto è stato anche quello che ha indicato l’elemento di base dell’alpinismo di questa regione, che dovrebbe essere la base di tutti gli alpinismi, cioè la spiritualità, e lo ha fatto poi con un’arte tutta particolare. Oggi i libri di Kugy vanno per la maggiore perché, come dice lui, non solo non sono relazioni tecniche, non sono neanche un semplice racconto di passaggi, sono poesia… quindi ci ha indicato, e noi abbiamo avuto per 150 anni in seguito, queste tre direttive. Mi si dirà sì, d’accordo, Kugy è stato un grande scrittore, ma è stato anche un pioniere che andava dietro alle sue guide. Ma il fatto che si vada dietro a un compagno, Accademico, Guida o amico, conta fino ad un certo punto, secondo me, nell’alpinismo. Quando è stata fatta la prima invernale all’Eiger ben pochi, credo, si ricordano il nome del capocordata Anderl Mannhardt, ma tutti si ricordano di Hiebeler, perché è stato Hiebeler a ideare e guidare spiritualmente la cordata. E questo faceva Kugy; si è detto che fosse un alpinista che si preparava ai bivacchi, ma perché li preparava? Perché il bivacco, e Voi me lo insegnate, è certamente un momento, qualche volta terribilmente duro, anche di comunione con la montagna come pochi possono essere.
E poi Kugy non era un alpinista da poco, ricordandoci che alla sua epoca fece la Brenva e la Est del Rosa che erano tra le vie più difficili dell’epoca, ed aveva anche un concetto moderno della scalata, che sarà anche il concetto base di Comici. Quando Kugy dopo tanto tempo riesce finalmente per la prima volta a realizzare il suo desiderio, una via alla Nord del Montasio, non è contento, perché raggiunge la cresta e non propriamente la vetta e allora lui, proprio il pioniere, tira fuori la questione di tutto l’alpinismo dall’epoca del sesto grado in poi: la via diritta, ci vuole la via che dalla base raggiunge direttamente la vetta. E su questa logica poi farà la Nord del Montasio.

Napoleone Cozzi
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Abbiamo detto, Kugy era un “isolato”, una cosa assolutamente tipica dell’alpinismo dei miei tempi, e credo anche tuttora. Aveva qualche amico, a parte il suo splendido rapporto con le guide, tipico anche nelle Occidentali di Guido Rey, ma mancava di quel senso di aggregazione, del gruppo: non solo la cordata fa la forza dell’alpinismo ma anche il gruppo e chi viene dopo Kugy, che già arrampicava nella sua epoca, colmerà questo vuoto; è stato fatto il nome di Napoleone Cozzi che sarà nel tracciato di Kugy un esploratore con delle prime importantissime, anche per noi, dal punto di vista della bellezza delle guglie superate. Ha perso l’occasione sul Campanile di Val Montanaia ed è stato defraudato in modo vergognoso da Guenther Von Saar che si fece spiegare tutto approfittando del fatto che lui era un poco brillo, aveva bevuto molto per festeggiare la prima ascensione della cresta del Cridola. Ma poi non fece solo la prima alla Torre Venezia, ma riuscì con grande genialità per l’epoca ad arrivare in vetta alla Torre Trieste, chiamata proprio così in onore di questa città che oggi ci ospita, e ricordiamoci anche della via italiana al Civetta. In più Cozzi fu un artista non tanto per quello che scriveva, infatti tutte le sue vie sono illustrate da acquarelli fantastici. E cosa fa Cozzi di diverso da Kugy?

La prima formazione in Italia di un gruppo di specializzati, la “squadra volante”, dove non è solo, ma con Zanutti, Carnielli, Cepicic, Marcovigh: sono in cinque amici che formano un gruppo che farà fare un ulteriore passo avanti all’alpinismo tanto da arrivare alla vigilia della prima guerra mondiale a preparare il salto futuro, il passaggio al sesto grado.

Emilio Comici
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Il sesto grado ha molte radici nel Friuli Venezia Giulia: non solo abbiamo Emilio Comici ma sulle sue orme abbiamo la “squadra volante” e la sua eredità qui a Trieste, abbiamo il GARS che è la Scuola, la prima Scuola di roccia; e con Comici viene portato avanti quel senso di arte della montagna. Comici è artista non solo per quello che ha scritto, il “famoso pensiero eroico” che i nostri cari colleghi di Torino, vedi Pietro Crivellaro, hanno creduto di prendere in giro per la parola eroica. A parte che allora dissi a Crivellaro: “Va ad arrampicare sulle vie di Comici con quelle che erano in quell’epoca le condizioni, la corda di allora, le scarpette di quella volta e chiodi che pesavano l’ira di Dio. I miei amici triestini anziani, quelli che hanno quasi la mia età, si ricordano bene perché anche noi abbiamo cominciato così. Vai a farle con il capocordata che ti faceva dei tiri di quaranta metri con le corde di canapa, magari con un chiodo solo o forse nemmeno…”.

Ma non è questo il concetto: Comici è chi veramente indirizza, catalizza, e quindi decide, su quello che sarà ed è il senso dell’arrampicata, la teoria della goccia d’acqua cadente dalla cima alla base.

Comici poi in un certo senso unisce noi Accademici alle Guide perché comincia da Accademico e in seguito, per amore della montagna, nella maniera più assurda perché finanziariamente era un salto nel vuoto, lascia un posto sicuro nei magazzini generali di Trieste per andare a fare la Guida Alpina (e purtroppo l’Accademico, in una riunione al Passo Pordoi lo obbliga a dare le dimissioni… e lui non avrebbe voluto).

Comici è diventato un mito per la qualità delle sue vie e so che molti tra i giovani amano cercare le vie di Comici anche se ora si è ben oltre quelle difficoltà, perché sono sempre delle bellissime vie su belle pareti, bei tracciati su belle montagne. Inoltre a un certo punto, scioccamente, un occidentale (anche se friulano di provenienza), Giusto Gervasutti, ha voluto dire che Comici aveva questa particolare personalità ma che altri hanno fatto più vie e più difficili delle sue. Più difficili certamente, ci sarà Vinatzer forse, ma se andate a cercare il numero di vie estremamente difficili, come ho fatto io per scrivere la sua biografia, ebbene, Comici fu il primo per la sua epoca.

Celso Gilberti
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Ma dobbiamo parlare del Friuli Venezia Giulia e contemporaneamente, quasi a colmare questo allontanamento dell’Accademico, ecco un friulano che davvero ha fatto delle cose stupende seguendo la via ideale, via della bellezza sull’alpe… Celso Gilberti. Comici era un istintivo, mentre Gelso era un intellettuale, che purtroppo ha avuto pochi anni di attività. Così di Celso Gilberti ci restano soprattutto due grandi vie, basta parlare della Busazza e dell’Agner, mentre alla vigilia della sua laurea, dove avrebbe preso la lode per il suo rendimento altissimo, morirà per uno stupido incidente in Trentino, sulla Paganella, perché arrivato in vetta, e con il suo secondo ormai su terreno facile, abbandonò la sicurezza per andare verso gli amici non prevedendo l’improvvisa caduta del compagno che lo trascinerà nel vuoto. Celso Gilberti a mio giudizio è stato il capostipite di tutto l’alpinismo friulano, e infatti a seguirlo c’è stato un Accademico, suo compagno sull’Agner, Oscar Soravito che formerà anche lui un gruppo di amici; non c’è più il nome a identificarlo, “squadra volante”, GARS o Bruti della Val Rosandra che sia, però ci sarà tutto un gruppo di giovani che seguono Soravito e sul suo esempio teorico entreranno quasi tutti nell’Accademico. Uno di questi, brillantissimo, fu Piero Villaggio. E con questo sviluppo ormai in parallelo di Trieste e Udine e più avanti della Carnia si arriva alla seconda guerra mondiale dove a Trieste nasce un fenomeno particolare, quello dei Bruti della Val Rosandra; particolare perché si forma in una palestra dove penso molti di voi siano stati, e che dovreste aver visto allora… la Val Rosandra era davvero selvaggia una volta, questa strana palestra è uno di quei pochi casi, se non l’unico in Europa, dove non trovi la sensazione di palestra ma senti la montagna, la sua atmosfera. Ed allora quella volta, poiché proprio lì cominciai ad arrampicare, lì sentivamo l’appello della montagna e cercavamo l’esplorazione sperando di poterla portare più avanti, finita la guerra, in montagna. È con questo spirito che nascono i Bruti, ragazzi giovanissimi che poi formeranno il gruppo rocciatori della XXX Ottobre.

Guglielmo Del Vecchio
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Tra tutti dovrei fare tanti nomi ma ne faccio uno solo, un nome grandissimo, quello di Guglielmo Del Vecchio. Ha portato l’esplorazione in tutte le Dolomiti, nelle Dolomiti Occidentali in particolare. Era quello che oltretutto ha fondato il gruppo della XXX Ottobre e ha seguito in tutto e per tutto le direttive di Kugy, fuorché nello scrivere, perché era un modesto, e aveva una tale ritrosia da non essere conosciuto come meriterebbe. Si conoscono i nomi dei cortinesi, dei torinesi, dei milanesi, perché avevano alle spalle una sezione già forte, mentre la XXX Ottobre era stata appena fondata, ma Guglielmo Del Vecchio è stato quello invitato come ospite d’onore ai primi festival di Trento e fino a pochi anni fa, prima che un’orribile malattia ce lo portasse via, era ancora con lo spirito che aveva quando faceva le sue grandi vie.

E contemporaneamente, non solo abbiamo visto come nel Friuli il gruppo degli udinesi, degli Accademici udinesi, inizi a crescere, ma cominciano a nascere anche in quelle che sono le zone di montagna altre realtà; abbiamo la zona di Tolmezzo, la zona di Cave del Predil, dove un grande personaggio, Cirillo Floreanini, che per lavoro si trova proprio a Cave del Predil, fonda quella che sarà questa grandissima Scuola che ha dato alpinisti fortissimi all’Italia, quali Ignazio Piussi e Bulfon, e abbiamo contemporaneamente quella che sarà la stella del Friuli che ci porterà avanti fino a Cozzolino, un personaggio peraltro non molto conosciuto in Italia, Sergio de Infanti.

Ma a Trieste, compagno di del Vecchio in molte scalate, c’è un altro Accademico, Piero Zaccaria, che è un nome meno noto ma comunque fortissimo, che ha avuto la capacità di formare quello che è stato il gruppo degli universitari triestini… Nino Corsi, Bruno Crepaz, per nominare gli Accademici, con altri non Accademici, cui si dovrà la prima spedizione extraeuropea sezionale fino al Ladakh. Questo sarà un filone che la XXX Ottobre seguirà moltissimo perché in quel gruppetto di ragazzi c’è anche un altro Accademico, Walter Mejak, poco noto, fortissimo, che condurrà insieme alla sua compagna di cordata, Bianca di Beaco, ben 15 spedizioni, fatte così, con la propria macchina, andando con pochi soldi, perché il carattere di Mejak non era facile e non andava d’accordo con la Presidenza della Sezione.

Bianca Di Beaco
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Si partiva con una macchina e succedevano cose strane. Per andare in Ladakh per esempio, erano con due Volkswagen e a un certo momento una si ferma con il motore rotto e Mejak, che era un genio per tutto quello che riguardava la meccanica, in pieno deserto smonta il motore, lo stende su un telo e con i pezzi da sostituire torna ad Ankara, compra i pezzi di ricambio, ritorna alla vettura guasta, li sostituisce, e ripartono tutti per la spedizione. Con questo ho nominato anche Bianca di Beaco. Bianca è stata la prima donna italiana ad andare sul sesto grado da capocordata e sarebbe sufficiente a delinearla. Ma lei riprende anche il fatto poetico, scrive in maniera splendida ed è veramente l’anima di una parte dell’alpinismo triestino di quell’epoca.

E proseguiamo pian pianino così, attraverso chissà quanti nomi che ho tralasciato dei miei compagni di cordata, e di chi ancora in questa sala che ha meriti particolari, ad esempio Omero Manfreda che continua da tanti anni ad andare in montagna perché lo spirito dell’Accademico è non solo quello di essere sulle grandi difficoltà, ma innanzi tutto quello dell’amore per la montagna, che deve essere il concetto etico di cui forse parleremo più tardi.

Ma detto tutto questo arriviamo al fenomeno Cozzolino. Enzo Cozzolino, non saprei come introdurlo, è venuto fuori improvvisamente, questo grande alpinista, grandissimo non solo per le vie eccezionali fatte, non solo per le grandi solitarie, ma soprattutto per l’arte, perché Cozzolino aveva una capacità grafica di disegno eccezionale. Sui libri del gruppo rocciatori della XXX Ottobre per ogni sua via nuova c’è un disegno degno di una mostra.

Enzo Cozzolino
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Cozzolino scriveva in una maniera bellissima e preparava un libro, lo so perché l’ultimo anno della sua vita eravamo molto vicini, molto amici e ho delle sue lettere che sono veramente un capolavoro artistico. Ma vi è un mistero. Quale è il motivo per cui Cozzolino cercava, trovava, inventava sempre vie nuove?

In realtà Cozzolino ha fatto pochissime grandi ripetizioni, solo numerose e grandi vie nuove, insomma era un esploratore. Ecco ancora l’esplorazione, iniziata con Kugy e andata avanti con tutti questi nomi, e scusate se ne ho dimenticati chissà quanti, ma a me non piace leggere, a me piace parlare come fosse una discussione, che ci muove tutti verso il motivo comune che ci ha portati in questa sede… purtroppo la mia età non mi permette di essere sempre presente ai convegni dell’Accademico, dovrei trovare un autista che mi porti ma non mi piace nemmeno telefonare a tutti per chiederlo, altrimenti verrei certo di più. C’è dunque il mistero Cozzolino, cioè che cosa gli faceva cercare le vie nuove e disdegnare le classiche, contrariamente all’altro grandissimo triestino, José Baron, che invece amava ripetere tutti i grandissimi itinerari nella maniera più pura e veloce. E rimane, il mistero Cozzolino! Ad ogni modo io credo che la strada indicata da Kugy, seguita quindi per quasi un secolo fedelmente e tuttora ancora professata, sia l’apporto all’esplorazione, ed è quella la via dell’alpinismo di Trieste e del Friuli Venezia Giulia.

E che cosa è l’esplorazione, a cominciare da Cristoforo Colombo per arrivare agli alpinisti? Sono convinto che questi continuino quella che era stata l’esperienza dei grandi navigatori. Al concetto dell’orizzontale noi abbiamo sostituito quello della verticale, certamente meno lungo e duraturo… ma, cari amici, noi salendo ci avviciniamo al cielo.

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Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Aspetti diseducativi delle attività a motore in montagna

Il 28 novembre 2015, nel salone L. Torelli di Sondrio, si è tenuto il convegno Le alpi in inverno, conservazione della natura e attività turistiche: c’è spazio per tutti?, organizzato da Marzia Fioroni e Mario Vannuccini.
Abbiamo già pubblicato la relazione di Vincenzo Torti. Qui di seguito è la relazione di Alessandro Gogna.

 

Dico subito che il mio intervento non è ideato per trovare una soluzione mediatoria al problema dell’eliski, ma è pensato per convincere il più possibile di persone di alcune ragioni che portano all’assoluta contrarietà nei confronti dell’eliski, delle motoslitte e quindi nei confronti dell’uso dei motori in montagna, non solo invernale.

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Sono così contrario all’uso dei motori che addirittura, se un domani fosse approvato il divieto totale di queste pratiche, a me spiacerebbe.

Non ne sarei contento perché un divieto è un divieto. Sarebbe un raggiungere una mia meta senza in effetti raggiungerla. Perché la mia meta non è l’impedimento costrittivo delle attività a motore in montagna estiva o invernale: la mia meta è che nessuno le richieda più o, se volete, che nessuno ne abbia più bisogno e che tutti si dedichino alle altre pratiche di montagna.

Ecco, questo è il mio obiettivo. Se arrivasse una legge nazionale (o anche solo regionale) di questo tipo certo non la contesterei, ma non sarebbe il modo in cui avrei voluto raggiungere il risultato.

Perché un sentiero, un pendio innevato, un animale, un pino non sono prodotti. Vedere queste entità come prodotti è una visione aziendalistica della montagna. E non credo, dicendo questo, di rifiutare o di ostacolare l’economia di una valle o delle Alpi intere. So benissimo che la montagna è, e deve rimanere, fonte di reddito. Proprio perché è una fonte di reddito, deve restare tale anche per le prossime generazioni.

Quindi non stiamo parlando di prodotti, e non voglio usare questo linguaggio. In questo mio rifiuto, c’è un’altra parola che oggi si usa spesso: fruizione.

Prodotto richiama il supermercato, quindi l’acquisto. Fruizione richiama la completa passività di coloro che fanno un qualcosa: la passività rispetto ad altri. Passività nei confronti di coloro che hanno ideato quell’attività, o che l’hanno preparata per coloro che seguiranno passivi.

Fruizione: sostituirei con frequentazione o altri termini. In questo ci si può esercitare. Rimane che, quando sento fruizione a me vengono i brividi. Anche perché è proprio l’uso di prodotto e fruizione che ha portato all’uso di un’altra parola oggi diventata sospetta: sostenibile.

Sostenibilità sembra parola bella, utile, per un obiettivo concreto. Certo, il significato letterale è quello. In realtà però, essendo in Italia, sappiamo perfettamente che la parola sostenibile è un piede di porco per ottenere tutta una serie di concessioni e farle passare surrettiziamente anche in contesti in cui non ci azzeccano nulla.

Nel mio discorso vorrei dunque tralasciare questi termini, prodotti, fruizione e sostenibilità proprio perché essi educano alla passività dell’individuo.

Io credo che l’andare in montagna non possa e non debba essere un’attività passiva. Se lo diventa, anche la pericolosità aumenta. Bisogna essere attivi, non passivi. Prima, durante e dopo. Questo fa esperienza. E questo è vero per chiunque, a qualunque livello, professionista, accademico, dilettante, neofita e cercatore di funghi. Chiunque sia insomma appassionato di montagna.

Ma cosa significa essere “attivi”? Vuole dire saper reagire agli eventi, alle opportunità, alle scelte. Saper muoversi in un ambiente, dunque anche conoscere tutte le realtà che stiamo andando a toccare.

Eviterei dunque la passività. Non so quanto possa essere convincente quello che sto dicendo. So anche che posso risultare assai antipatico e supponente, presuntuoso.

Chi è costui che crede di poterci insegnare come si va in montagna, di far psicologia, filosofia, di discutere sui termini da tutti accettati?

Mi serve dunque ricordare ciò che ho detto all’inizio, cioè che non sono qui a mediare un bel nulla, solo a esprimere le mie opinioni, sapendo per fortuna di non essere certo l’unico a pensarla così.

Sì, è vero, non posso non aborrire la passività, che in montagna è solo deleteria. E’ deleteria per la nostra formazione d’esperienza e per il rischio aggiunto a livello personale o di gruppo.

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La motoslitta? Cosa ci può essere di più passivo?

L’eliski? Al di là del piacere epidermico della discesa, rimane il fatto che non fai la fatica di salire.

La ferrata? Un esempio a dir poco fantastico di quello che io intendo per passività. E’ vero che la ferrata richiede fatica, a volte un notevole impegno atletico: però sei passivo, perché non hai creato nulla, non hai avuto modo di esercitare alcuna fantasia al riguardo, non hai scelte di percorso. Sei un esecutore. Non devi muoverti neppure un centimetro al di fuori dell’itinerario, perché se lo fai sei davvero sciocco. Un metro a destra o a sinistra si trova ogni genere di grana. Sei passivo dall’inizio alla fine. In più c’è tutta una serie di procedure codificate, che sono effettivamente quelle da attuare, anche se non dovrebbero mai essere imposte per legge. Il kit è procedurato, come le manovre di assicurazione durante la progressione. Non ti è richiesto né concesso alcun tipo di deviazione creativa o comportamentale. Sei passivo.

Arne Næss
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Io mi sono formato sulle idee e sull’esempio di un grande filosofo e alpinista, il norvegese Arne Næss, diventato poi un simpatico vecchietto che è morto nel 2009. Næss nel 1950 era capo di quella spedizione che per prima salì il Tirich Mir, una montagna di quasi ottomila metri, la più alta dell’Hindu Kush. Se pensate che solo poco più di un mese prima era stato salito dai francesi l’Annapurna, il primo Ottomila a essere conquistato, per nulla più difficile del Tirich Mir, avete idea dell’impresa di questo filosofo-alpinista, che, tra parentesi, arrivò anche lui in vetta.

Næss è stato dunque alpinista di primo livello, ma è noto a livello mondiale per aver formulato le teorie dell’ecologia del profondo, la deep ecology.

Non è questa la sede per dilungarci sull’ecologia del profondo e sulla sua portata ideologica. Vi farò solo un esempio, tra l’altro suo, per capire la differenza tra ecologia ed ecologia del profondo.

Arne Næss diceva che, in presenza di un laghetto naturale e balneabile, l’ecologo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità naturale di questo laghetto, in modo che anche i nostri figli possano usufruirne (ecco ancora la parola fruizione, nota mia), nuotare, vedere la bellezza, ecc.”; mentre l’ecologo del profondo direbbe: “Dobbiamo difendere la qualità di questo laghetto, in modo che tutte le creature che l’hanno come habitat (pesci, alghe, piante, ecc.) possano vivere”. Non per mantenere artificialmente delle vite, bensì perché queste creature, anche più semplici di quelle umane, hanno lo stesso nostro diritto di vivere. Lo “stesso nostro diritto” non è da intendersi quantitativamente, ma qualitativamente. Cioè la ricerca della qualità di vita per gli animali e per le piante è importante tanto quanto lo è per noi.

Questa è la deep ecology spiegata con una piccola pillola. Consiglio chi è interessato di leggere qualcuna delle importanti opere di Næss.

Eliski in Nuova Zelanda
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E’ questo il nocciolo della questione. Non giustificherei oltre il mio no ai motori con argomenti ambientali. Altri prima di me, e con molta più autorevolezza, hanno esaurientemente parlato dei problemi della fauna nei confronti dei motori.
Ho solo voluto dire che per me l’ambiente è qualcosa di più di ciò che può fornirmi divertimento e serenità.

C’è chi vorrebbe impedire l’eliski appoggiandosi sull’ipotesi che questa pratica potrebbe essere (o è) pericolosa.

Mi è capitato di non firmare una petizione alla Regione Piemonte proprio perché questa si appoggiava sulla presunta pericolosità dell’eliski. Non vorrei mai che venisse approvata una legge di divieto d’eliski facendo riferimento al fatto che questa è un’attività “pericolosa”. Potrebbe essere un precedente giuridico di levatura tale da un domani rendere richiedibile e possibile il divieto tout court di fuoripista e anche di scialpinismo. Anche l’alpinismo potrebbe essere coinvolto in questa furia integralista.

Guai dunque a evocare la pericolosità dell’eliski, vera o presunta: è controproducente.

Non è il pericolo a fare la differenza. Questa la fa l’individuo che, dopo un po’ di anni di esperienza, riesce a crearsi una sua responsabilità, riesce a rispondere solo a se stesso. Ecco l’attività che dicevo prima (contrapposta alla passività). Ecco l’accettazione di limiti che scegliamo noi, non quelli che c’impongono gli altri. La responsabilità del singolo, o auto-responsabilità.

Il raggiungimento di questa condizione responsabile è l’unico mezzo per accedere alla magica parola libertà. La libertà ha bisogno che ci sia stata una scelta. Tu non sei libero quando fai ciò che vuoi, ma quando fai ciò che hai scelto, nell’ambito di alcuni paletti che tu stesso hai stabilito.

La libera scelta che abbiamo fatto costituisce l’essenza della nostra libertà, non come un capriccio di bambino.

Le attività a motore in questione hanno la caratteristica di diseducare alla vita. Siamo in un tempo in cui la figura paterna è assolutamente in crisi, da almeno un secolo. Questa crisi ha portato a molte tragedie e guerre, e non è certo finita. La crisi della figura paterna comporta nella famiglia di oggi l’assenza di un’autorità che sia in grado di indirizzare un giovane adolescente, maschio o femmina che sia, alla vita adulta, alla vita di chi si è staccato dal cordone ombelicale della madre, che per DNA resiste a questo distacco. Il padre dovrebbe staccare: con amore, ma con risoluzione. Dovrebbe indirizzare il ragazzo o la ragazza verso la vita adulta e dire francamente, come ho sentito per puro caso dire in un film recentemente, che la parola “facile” nel mondo degli adulti non esiste. E’ una parola solo per i bambini, che bisogna incoraggiare a imparare.

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Vuole dire che questa società odierna non è tanto adulta. Secondo la pubblicità, è tutto a portata di clic. Pare che con un clic ottieni ogni cosa, invece non ottieni nulla. Ci sono giovani che stanno lì ad aspettare di lavorare, senza idee, senza desideri. Perché dovrebbero avere desideri se sono nella realtà dei fatti è come fossero ancora nel caldo utero materno che soddisfa ogni desiderio?

Se qualcosa si presenta davvero facile, è bene approfittarne. Ci mancherebbe. Non sempre occorre lottare, talvolta ci è data la possibilità di sorridere, di rilassarci. Però mai dimenticare che non esiste vera gioia, o vera soddisfazione e felicità, se ciò che hai ricercato e desiderato non ha avuto una lunga storia di corteggiamenti, in genere faticosi, a volte sacrificanti.

E’ questo che fa la differenza. Ed ecco perché l’eliski è fuori dal mondo psicologico: perché non c’è corteggiamento, non c’è fatica.

C’è chi dice che il problema della montagna invernale è nel numero delle persone che la frequentano. Ammettiamolo e non concediamolo. La montagna è libera per tutti. Non possiamo pensare al numero chiuso. Sono profondamente contrario a ogni tipo di limitazione.

Allora cosa può fare la differenza? Il danaro? Vogliamo che la cresta dell’Hoernli al Cervino invece che mille euro costi cinque, o diecimila euro? Di certo la frequentazione ne sarebbe falcidiata. Sarebbe però solo riservata ai ricchi e preclusa ai poveri. Non mi sembrerebbe un rimedio corretto.

A me sembra che l’unico sistema sensato al fine di limitare l’iper-frequenza sia quello della fatica. Non imponendola, ma neppure togliendola!

Quella che c’è da fare, si fa.

I motori stanno invadendo la nostra vita. Ricordo che in montagna, oltre all’eliski, abbiamo l’elicaccia, l’eliminerali, l’elibike e tutto l’eliturismo. Dobbiamo in qualche modo difenderci da questa invadenza.

Qui di seguito vi riporto un esempio di come si può rispondere a quest’invadenza.
Il 12 novembre 2015, la guida alpina Miche Comi ha pubblicato su facebook un breve scambio epistolare sulla possibilità di realizzare un evento aziendale per VIP.

Michele Comi
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Ciao Michele, allora come anticipato per telefono il cliente vorrebbe un evento super esclusivo che gli dia la possibilità di instaurare un legame forte con possibili clienti. Dovrebbero essere circa 20-25 persone.
Arrivano sabato, si cena e poi la mattina di domenica attività outdoor con pranzo e poi rientro la sera a Milano. Periodo: un week end di marzo.

Ciao Stefania, questo è lo scenario della nostra esperienza sulla neve: il lago Palù. Il lago è a 2000 m, si ghiaccia completamente l’inverno e si raggiunge in mezz’ora di cammino lungo una traccia battuta, oppure lungo la foresta d’abeti disegnando un percorso ad hoc nella neve alta con le racchette da neve.
Sulle sponde si trova il Rifugio Palù, ottimo punto di arrivo e di ristoro dopo l’attività sulla neve (vedi foto allegata). Il rientro avverrà sempre a piedi.
L’attività sulla neve prevede:
– il raggiungimento del rifugio, dosando difficoltà e impegno in funzione dello stato di forma dei partecipanti;
– l’attivazione di un percorso di conoscenza di un ambiente alpino particolare, della neve e delle sue infinite trasformazioni;
– l’acquisizione di alcuni elementi basilari per orientarsi e muoversi nell’ambiente invernale innevato su queste alte montagne tra Valtellina ed Engadina.

Ciao Michele, il cliente si è fatto vivo ieri. Ha ribadito che vogliono qualcosa di estremamente vip ed esclusivo.
Loro avevano parlato di eliski ma è una cosa non fattibile perché richiede diciamo doti atletiche non indifferenti. L’escursione sulla neve è stata bocciata.
Non vogliono fare cose troppo faticose tipo sci o robe simili.
Che altro si può fare sulla neve di domenica mattina di esclusivo e lontano da zone con troppi turisti? Hai qualche idea? Non so, tipo gite in motoslitta, gite in elicottero?

Il Lago e il rifugio Palù
AspettiDiseducativiEliskiMotoslitta-1

Scusa Stefania, se il cliente crede che l’esclusività in montagna significhi proiettarsi in luoghi incantati in elicottero o in motoslitta ha le idee confuse.
Evidentemente vuol replicare la schiavitù in cui vive quotidianamente che ha la presunzione di essere libertà.
Vip ed esclusivo non significa facile finzione, ma compiere un’esperienza di conoscenza dell’identità di un luogo selvaggio (senza la necessità d’essere attività estrema). Certo in montagna d’inverno si sentirà il gelo sulle guance o il sudore gelarsi lungo la schiena, ma il fuoco del camino al rifugio farà presto dimenticare questi piccoli disagi conservando il miglior ricordo della giornata sulla neve.
Riguardo ai motori, terrestri e volanti, non posso quindi esserti d’aiuto. Anche senza ricorrere alle racchette è possibile raggiungere comodamente il lago Palù e assieme costruire al centro del lago un igloo, ognuno con il suo compito.
Hanno mai realizzato un igloo con le loro mani? E all’interno, in attesa del pranzo al vicino rifugio, stappato uno Vino Spumante V.S.Q. dalla Valtellina, messo al fresco direttamente nella parete del ricovero bianco? E gustato filetti di trota affumicata, più gustosa del miglior salmone selvaggio, pescata nelle acque che riposano sotto la superficie ghiacciata?
Scusa la franchezza. Un caro saluto. Michele
”.

Ecco, questo secondo me vuole dire esercitare la propria professione di guida alpina con piena dignità. Poter rispondere a fronte alta cose di questo tipo a richieste sciocche e invasive come quelle rivolte a Comi.

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Il giusto mix delle due sicurezze

L’intervista che segue mi è stata fatta da La Repubblica in occasione del convegno La sottile linea di confine tra sicurezza percepita ed effettiva in montagna, Finalborgo (SV), 28 febbraio 2015.


– Cosa si intende per L’illusione moderna della sicurezza globale, nel sottotitolo del convegno?

L’aggettivo “moderna” si riferisce al fatto che nei secoli scorsi nessuno si è mai illuso che una qualunque azione in mezzo alla natura più o meno selvaggia potesse essere “sicura”, né al 100% né in percentuali che vi si avvicinassero più di tanto. Si ha invece l’impressione che la nostra attuale civiltà da una parte spinga verso una cultura “no limit”, dall’altra freni ponendo spasmodica attenzione alla sicurezza. La sicurezza non si compra e non viene regalata. La si ottiene gradualmente con l’esperienza, con la fatica, con modestia e moderate esposizioni al rischio. Sono dell’opinione che quanto maggiore è la sicurezza esterna di cui disponiamo (aggeggi, ammennicoli, dispositivi di ogni genere) tanto inferiore sarà la sicurezza interna che sviluppiamo. Occorre perciò saper mixare abilmente le due sicurezze: è questo il processo che porta alla auto-responsabilità e quindi alla libertà di scelta.

Foto: Tourismusverband Stubai Tirol
Stubaital, alpinisti– Cosa intendete per “gestire il senso del limite nella frequentazione della montagna”?

Dicevo prima che il “no limit” è una manifesta tentazione della nostra civiltà attuale, schizoide se si considera la pretesa di far coesistere “assenza di limite” e “sicurezza”. Dobbiamo perciò difenderci da questa suggestione e considerare che il nostro limite è il nostro passaporto verso responsabilità e libertà. Gestire quest’avvertenza è il compito dell’individuo, ma anche della società. Non è tanto importante predicare che abbiamo tutti dei limiti quanto cercare di convincere che il limite in fin dei conti gioca dalla nostra parte.

– Il concetto di rischio è qualcosa con cui l’alpinista, e in generale chi frequenta la montagna, deve per forza fare i conti. Come va affrontato?
Sapendo che v’è un limite ben preciso, anche se variabile nel tempo e nelle condizioni e negli individui/gruppi, abbiamo coscienza di esporci comunque a un rischio. Ciò che era scontato, e lo è sempre stato nei secoli passati, oggi l’illusione di un mondo sicuro ne impedisce l’attuazione ai più. Essere consci di rischiare non significa rischiare di più, anzi è vero il contrario.

– A livello generale – parlo dell’opinione pubblica, dei gitanti della domenica, degli sciatori per un giorno – manca invece la reale capacità di riconoscerlo, e di trattarlo nel modo giusto. Come si dovrebbe affrontare il problema, a livello pratico e anche culturale?
Un elemento lo si riconosce quando lo si “cerca”. Gli esami medici ricercano nel sangue precise sostanze o percentuali. Per avere un’informazione però bisogna cercarla. Avere nel proprio atteggiamento questa ricerca. Il riconoscimento del rischio deve sfruttare prima di tutto il nostro istinto (oggi abbastanza trascurato) poi le informazioni esterne. Purtroppo chi non ha alcun allenamento all’istinto deve appoggiarsi solo sulle informazioni esterne. A livello pratico e culturale bisogna insistere su questo allenamento, ma si deve partire già dalla famiglia e dalle scuole elementari, con un atteggiamento di vita che di certo gli allievi non possono assorbire da genitori e maestri che ne sono privi (o ne sono stati privati). Altro che nozionismo!

– Pensi che i media affrontino nel modo giusto il tema?
I media sono lo specchio purtroppo assai fedele della società. Il movimento culturale che dovrebbe portare alla gestione individuale del limite è al momento assai “carbonaro”. La cultura ufficiale gli è contro, fino a che la montagna sarà “assassina”, fino a che si crederà di risolvere tutto con divieti e sanzioni e fino a che si darà spropositato potere ad avvocati e giudici pensando di avere diritto al risarcimento per qualunque sinistro si sia subito. No, i media non stanno affrontando nel modo giusto questo tema, ma non è colpa loro. E’ colpa nostra.

Cima di Pino Sud, 1a ascensione parete est, A. Gogna sotto al tetto, 29 agosto 2005. Foto: Matteo Sgrenzaroli
Cima di Pino Sud, 1a ascensione parete Est, A. Gogna nei tiri difficili sotto al tetto– Della querelle eliski cosa ne pensi? E dei bikers sui sentieri? E in generale su tutte le forme di attività outdoor che fanno vivere la montagna in maniera molto, molto poco “ortodossa”?

Non posso fare di ogni erba un fascio. L’eliski è una piaga perché inquina il rispetto che tutti dovremmo avere per la montagna come bene comune. Altra piaga è lo scorrazzare con mezzi motorizzati (motoslitte, trial, enduro, ecc) su valli e sentieri. Pur essendo vero che un turismo motorizzato, proprio per i vincoli cui è sottoposto, può essere meno chiassoso e invasivo di quello pedestre (quando questo è praticato da dissennati e maleducati), rimane il fatto che questo tipo di giochi sono il sintomo di una società malata e incapace di divertirsi serenamente senza l’uso di toys. I divieti sono del tutto inutili per scoraggiare queste tendenze: anche qui è la società che deve iniziare un processo di “guarigione” rinunciando alla spremitura del pus dagli sfoghi cutanei.

– La gente di montagna ha già le sue leggi, scritte e non. A livello normativo, in Italia, pensi si potrebbe fare di più per tutelare monti e montanari?
La gente di montagna non esiste più in quanto tale. Il mondo moderno si può dividere in metropolitano e non metropolitano. Le leggi di un tempo, scritte o no, siamo tutti noi a doverle recuperare, riconsiderare, cittadini e non cittadini. Se per livello normativo s’intende smetterla di considerare cittadini di serie A e B, allora sì, si può fare di più! Non dimentichiamo che a livello governativo la montagna è stata per decenni trascurata almeno quanto lo sono state le periferie metropolitane, dove il disagio è evidente.

– Cosa ha da insegnare, la montagna, e cosa chi non la frequenta pensi non riesca proprio a capire chi la vive?
L’utilità della frequentazione della montagna è individuale quindi, per sommatoria, anche sociale. C’è chi si adopera per aiutare giovani disadattati, drogati e semi-delinquenti a trovare motivazioni personali tramite la montagna e lo splendido ambiente che tutti affascina. Chi non ha questi problemi sa bene quanto sia importante e rigenerante poter vivere in una dimensione naturale: deve solo procedere nell’esperienza del riconoscimento del limite. Chi in montagna c’è nato deve smetterla di considerarsi un figlio di un dio minore, questo atteggiamento non porta lontano né lui né chi è nato in città.

– Mi fai un quadro dello stato di salute dell’alpinismo internazionale, ma anche nazionale? È un mondo in evoluzione? In meglio? In peggio?
L’alpinismo mondiale non potrebbe vivere un momento migliore. Ci siamo liberati della stampa e dei media che qualche decade fa ci stava con il fiato sul collo e che adesso è del tutto non interessata alle grandi imprese, tranne rari quanto inopportuni episodi incendiati dai social. E’ il momento di apprezzare ciò che di bello succede (centinaia di grandi avventure ogni anno di cui poco si parla) e di prendere le distanze da modi di frequentare la montagna perniciosi o potenzialmente tali (spedizioni commerciali, attrezzature a ferrata di itinerari vecchi e nuovi, competizioni sci alpinistiche e podistiche spettacolarizzate oltremodo). L’evoluzione passa attraverso la rinuncia alla competizione. Devono essere rivalutati gli altri generi di obiettivi, con la competizione imperante l’obiettivo è sempre uno solo, vincere. La moltitudine di obiettivi individuali è la futura ricchezza.

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Il convegno del CAAI: Libertà e alpinismo

Montagna e responsabilità
di Eugenio Cipriani (da Il Giornale di Vicenza di giovedì 16 ottobre 2014)

Diversi decenni fa Giorgio Gaber cantava “libertà è partecipazione”, ma per il Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) riunitosi sabato 11 ottobre 2014 a Caprino, in campo alpinistico la frase dovrebbe suonare “libertà è responsabilità”. Equazione sulla quale pressoché tutti i presenti all’evento, vale a dire relatori e soci del club che sono poi intervenuti al dibattito, si sono trovati d’accordo. Numerosissimi gli Accademici presenti al convegno: circa 130.

OLYMPUS DIGITAL CAMERADopo il benvenuto da parte delle autorità locali ha fatto gli onori di casa il veronese Arturo Franco Castagna, presidente del gruppo Orientale del CAAI e che, con il neo Accademico scaligero, il caprinese Cristiano Pastorello, è stato l’organizzatore dell’evento.

A far da moderatore, invece, è stato Alessandro Camagna, presidente della sezione scaligera del CAI. Castagna, dopo aver ricordato che proprio quest’anno cadono i cinquant’anni dalla morte di Giancarlo Biasin al quale ha idealmente dedicato il convegno, ha poi lasciato la parola al primo dei cinque relatori, nonché decano del Club e past-president del gruppo Orientale, il triestino Spiro dalla Porta Xidias. Il past-president, dopo aver lamentato la scarsa attenzione che il Club Alpino Italiano presta nei confronti dell’Accademico, ha affermato che la libertà equivale a ciò che si prova andando in montagna ma, ed è questo il nodo cruciale per Spiro, solo se l’approccio alla montagna è cavalleresco e puro, estraneo cioè alla ricerca del primato o, peggio ancora, del lucro. L’alpinista come cavaliere dell’ideale, quindi, sempre alla ricerca di un’elevazione spirituale che solo la montagna, raggiunta attraverso la pratica dell’alpinismo, che implica assunzione di rischi ma anche di responsabilità, sa offrire.

Un’ipotesi, quella di Spiro dalla Porta Xidias, forse un po’ datata in un mondo dove, come evidenziato dal secondo relatore, Carlo Zanantoni del gruppo orientale, si sta rendendo ormai necessaria la realizzazione di una rete di osservatori per la libertà in montagna, vale a dire persone o gruppi di persone attente a monitorare nella propria area situazioni, circostanze, malcostumi o normative che limitino o possano condurre in futuro ad una restrizione della libera fruizione degli spazi alpini da parte di escursionisti ed alpinisti.

CAAI-VR-foto_43_02Su queste affermazioni si è inserito poi l’intervento, forse il più atteso, del celebre alpinista genovese Alessandro Gogna, uno dei primi ad aver messo da tempo in evidenza, sia durante diversi convegni che sulla stampa, la necessità di tenere alta l’attenzione intorno a questo argomento. Gogna ha esordito dicendo che con l’evoluzione dei materiali, intesi nella duplice accezione di materiali per la progressione e materiali per la sicurezza, poco a poco si è avviato negli alpinisti un lento, subdolo, incessante processo di deresponsabilizzazione. In pratica, se un tempo la scarsità e la poca affidabilità del materiale (spesso fatto in casa) rendevano necessaria un’attenta preparazione anche e soprattutto psicologica del singolo scalatore che si assumeva “in toto “la responsabilità di ogni manovra e di ogni decisione, ora questo succede solo in parte. Tutti i materiali, ha evidenziato Gogna, sono oggi assoggettati a severi test condotti a livello internazionale (marchio UIAA) e quasi più nessuno, a meno che non si tratti di un esaltato irresponsabile, affronterebbe un itinerario di arrampicata con materiale fatto in casa o recuperato nel baule del nonno! Ma la deresponsabilizzazione va ben oltre, ha detto sempre Gogna, e abbraccia lo stesso terreno di scalata. A partire dalle scuole di alpinismo che, perlopiù, organizzano corsi approfittando di falesie perfettamente attrezzate, fino ai singoli alpinisti e persino alle Guide alpine oggi è tutta una ricerca della via protetta in maniera “moderna”, cioè con soste e passaggi assicurati da protezioni che, almeno in teoria, dovrebbero essere a prova di caduta (spit-fix o anelli resinati, catene alle soste di calata, ecc.). Quando tutto è preparato e preconfezionato, secondo Gogna, tende a verificarsi una sottovalutazione del rischio ed una sopravvalutazione delle proprie capacità con esiti nefasti. Similmente, il sapere di poter contare sempre sulla possibilità, tramite il cellulare, di chiedere immediatamente soccorso è un fattore in più di deresponsabilizzazione. Si potrebbe guardare a questo aspetto in maniera bonaria, giudicandolo nient’altro che frutto dei tempi: come nessuno oggi si sognerebbe più di guidare un’auto con i freni a tamburo alla stessa stregua nessuno, se non in occasione di una rievocazione storica, arrampicherebbe con una corda di canapa, chiodi di ferro fatti in casa magari lungo un itinerario friabile e pericoloso! Però questo atteggiamento di deresponsabilizzazione nasconde un altro fenomeno, anch’esso frutto dei nostri tempi, ma che rappresenta un pericolo non meno grave nei confronti della libertà dell’alpinismo.

Deresponsabilizzarsi implica parallelamente, ha sottolineato infatti Carlo Bonardi del CAAI Centrale nel proprio intervento, trovare un colpevole in caso di incidente, sia esso il compagno, l’azienda costruttrice dei materiali usati, oppure l’apritore-preparatore dell’itinerario. Insomma, vi è il pericolo che anche in alpinismo dilaghi, come già successo qualche volta e come ogni giorno accade infinite volte nella nostra società nelle situazioni più disparate, il ricorso all’articolo 43 del Codice penale, laddove si distingue il reato fra colposo e doloso. E’ veramente triste, ha esclamato ad un certo punto Spiro dalla Porta Xidias, che si sia giunti oggi a dover trattare argomenti quali colpa, dolo e sanzioni a proposito di un’attività come l’alpinismo che da sempre ha simboleggiato un mondo, sia in teoria che in pratica, ben al di sopra delle miserie quotidiane!

Lo sfogo del decano triestino è stato da tutti applaudito, ma a smorzare l’entusiasmo dei convenuti e a riportarli con i piedi per terra e la mente attenta ai problemi della società attuale ha provveduto Giancarlo Del Zotto, che ha parlato di sicurezza in montagna fra regole, sanzioni e consumismo. Bisogna fare attenzione, ha detto Del Zotto, a non confondere la libertà in montagna con l’irresponsabilità o con l’approssimazione, atteggiamenti entrambi tipici del nostro tempo. Al contrario, l’alpinista deve evolversi nel proprio cammino esperienziale sempre più verso un’accresciuta responsabilità personale che lo induca ad operare ogni scelta in funzione delle possibili conseguenze, in primo luogo quelle negative, che da essa potrebbero derivare. Quindi, ancora una volta, il senso di responsabilità è emerso come elemento basilare per garantire la libera fruizione della montagna anche in futuro senza divieti e senza codifiche, senza esami di ammissione e senza patentini.

CAAI-VR-4_ag_01Quinto ed ultimo intervento è stato quello del docente di Filosofia morale all’Università di Verona, Italo Sciuto, che ha paragonato l’alpinista ad un personaggio dantesco sospeso fra Catone l’uticense (“… Libertà va cercando, ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”) ed Ulisse (“… fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”). Ma l’alpinista, ha sottolineato Sciuto, deve comunque agire secondo un principio di responsabilità (di nuovo la parola-chiave del convegno) in modo che le conseguenze del proprio agire siano compatibili con la possibilità che le generazioni future possano vivere una vita autentica ed autonoma come è (o dovrebbe essere) la nostra. In più, ha aggiunto il docente di Filosofia morale, di fronte all’onnipotenza della tecnologia occorre esercitare un sano scetticismo non disgiunto da una buona dose di timore.

Fra gli interventi succedutisi nella seconda parte del convegno durante la quale si è svolto un dibattito prevalentemente incentrato sui rischi penali legati alla realizzazione di vie nuove e\o di palestre naturali di roccia, uno dei più seguiti è stato quello di Maurizio Dalla Libera, Presidente della Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Scialpinismo (CNSASA) il quale ha ricordato che anche le Scuole di alpinismo, assieme ad altri organi tecnici centrali del Club Alpino Italiano, si sono occupati del tema della libertà in alpinismo ed ha pure aggiunto, riallacciandosi in parte a quanto detto da Alessandro Gogna, che la montagna è e deve restare un luogo fruibile liberamente dagli alpinisti senza obbligo di conseguire apposite patenti e senza la necessità di essere accompagnati da un professionista, a meno che non si cerchi deliberatamente tale ausilio. Inoltre, ha aggiunto Dalla Libera, se in palestra è giusto curare il gesto, in montagna si deve curare soprattutto lo spirito ed un buon punto di partenza è essere pienamente responsabili di ciò che si sta facendo. Anche per questo, ha concluso il presidente del CNSASA, è opportuno che gli istruttori di alpinismo sappiano guardare oltre alla praticità ed alla comodità delle vie facilitate dalla presenza di protezioni fisse (le cosiddette “vie plaisir”), ma si sforzino piuttosto di accompagnare i propri allievi, sia per motivi tecnici che etici e storici, sulle vie classiche.

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Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 2

L’Ordine degli Ingegneri della provincia di Trento, in collaborazione con il Collegio degli Ingegneri, ha organizzato il convegno dal titolo Rischio e rischio residuo lungo le vie ed i sentieri di comunicazione, che si è tenuto il giorno 6 giugno 2014 alle ore 14.30 presso la sala di rappresentanza del Palazzo della Regione (P.zza Dante – Trento).

Il convegno ha affrontato la tematica relativa ai rischi connessi alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori dove in genere l’attività di prevenzione è limitata od assente per le poche risorse disponibili. Gli aspetti trattati hanno riguardato il rischio legato alle azioni soggettive nel percorrere una ferrata, un sentiero, una strada e il rischio legato ad eventi esterni con specifico riferimento alla caduta di sassi o franamenti. Sono stati presentati esempi concreti di interventi di  prevenzione eseguiti su vie ferrate, sentieri e strade nonché interventi di riparazione. E’ stato affrontato l’argomento relativo ai provvedimenti di chiusura e di riapertura del sentiero/via di collegamento sotto l’aspetto delle responsabilità civili e penali. E’ seguito un dibattito che ha coinvolto soggetti fruitori, tecnici e gestori delle vie di comunicazione.

La sintesi del convegno è già stata postata, assieme alle altre quattro relazioni, l’11 agosto 2014.

E’ possibile una valutazione oggettiva?
relazione di Massimo Viola (avvocato), Trento, 6 giugno 2014

ABSTRACT dell’intervento
La tematica della responsabilità riconnessa alla gestione dei rischi legati alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali c.d. “minori” viene affrontata attraverso l’illustrazione delle ragioni che hanno, sino ad ora, impedito l’elaborazione di sistemi di valutazione oggettiva di tali rischi, in grado di eliminare o, quanto meno, ridurre entro limiti di accettabilità il c.d. “rischio responsabilità” in capo ai soggetti a vario titolo tenuti alla gestione di detti rischi.
Capire le ragioni di tali insuccesso è il primo passo per cercare di far evolvere la situazione attuale, molto spesso percepita come una contrapposizione fra tecnici, siano essi ideatori, progettisti o manutentori, ed utilizzatori (anche a titolo professionale) dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori e il c.d. “uomo con la toga” il quale, di fronte all’incidente, troppo spesso è tentato a concludere frettolosamente che “si è sottovalutato il rischio …”
Viene qui proposta una nuova prospettiva che si auspica possa essere in grado di far coniugare le esigenze di tutela di beni incomprimibili, quali la salute e la vita, delle quali il sistema giuridico della responsabilità civile e penale è in qualche modo chiamato a farsi carico (molto spesso a causa della latitanza di altri sistemi), con quelle di gestione dei rischi legati alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori, per le quali – più che in altri ambiti – vale il brocardo ad impossibilia, nemo tenetur. Ciò in modo tale per cui, anche in questi ambiti, il rischio residuo venga finalmente a coincidere con il rischio accettabile e, soprattutto, accettato.

RischioResiduo-2-che_guevara-2454

Si distingue (nella presentazione del convegno) fra sentieri di montagna e viabilità stradali minori. La distinzione è certamente condivisibile.

Si introduce poi un’ulteriore distinzione fra due tipologie di rischio: quelle dipendenti dall’utilizzo della cosa (percorrenza del sentiero, sia essa o meno “accompagnata”), da quelle in cui l’innesco del pericolo va ricercato altrove, in eventi “esterni” all’opera o all’ “interno” dell’opera stessa. Esempi del primo tipo: valanghe, caduta di sassi o frane sul sentiero (1). Esempi del secondo tipo sono i crolli e/o i franamenti della struttura, la rottura delle sue componenti, la loro inadeguatezza ideativa, progettuale, realizzativa o manutentiva.

Il concetto di rischio ha un’attinenza diretta con la tematica della responsabilità, essendo questa molto spesso fondata sulla violazione dell’obbligo di gestione del rischio (intesa quale attività che ha come scopo l’eliminazione del pericolo e/o la riduzione del rischio attraverso la protezione o il controllo). La violazione degli obblighi comportamentali imposti dalla legge determina la reazione da parte dell’Ordinamento e, quindi, la responsabilità.

La distinzione fra rischio e rischio residuo trae origine proprio dalle concettualizzazioni in tema di responsabilità. In ambito lavorativo (cfr. TU 81/2008 e BS OHSAS 18001 2007) il rischio residuo è il rischio che permane anche dopo l’applicazione di misure di miglioramento (preventive e protettive) dei livelli di sicurezza. Dato che la situazione di rischio zero è possibile conseguirla solo attraverso la soppressione delle attività che causano il rischio (e ciò in considerazione del fatto che la misura di prevenzione / protezione “assoluta”, tecnicamente, è molto difficile da ottenere; men che meno a costi che la rendano sostenibile da un punto di vista economico), nel caso in cui ciò non sia possibile/opportuno, allora occorre accettare l’idea che residui comunque un certo rischio, pur a seguito dell’attività di trattamento dello stesso.

Non è detto però che il rischio residuo sia sempre considerato accettabile.

Si definisce rischio accettabile il rischio che è stato ridotto ad un livello che può essere tollerato dall’organizzazione, avuto riguardo alle proprie obbligazioni di carattere legale ed alla propria Politica (cfr. il BS OHSAS 18001:2007). Lasciamo da una parte la policy e concentriamo l’attenzione sull’obbligo legale. Qual è, in generale, il livello legale di accettabilità di un rischio? Fatte salve normative specifiche (es. norme tecniche costruttive o sui materiali), sono i principi generali in tema di responsabilità penale e civile che determinano il “livello” di rischio accettabile (è accettabile il rischio la cui operatività non determina alcuna responsabilità per il gestore oppure quando, in relazione ad un determinato rischio, non è possibile individuare un determinato soggetto come gestore).

Posto però che le norme in tema di responsabilità penale e civile – soprattutto nel caso della responsabilità omissiva – sono piuttosto “ampie” quanto a formulazione (e necessitano quindi di un’opera di “interpretazione”), il concreto livello di rischio accettabile viene stabilito di volta in volta – ed a posteriori – dalla giurisprudenza (ovvero dai giudici chiamati a decidere i singoli casi). Se poi precedenti specifici non vi sono è l’interprete che, attraverso una valutazione prognostica (spesso di natura empirica …), cerca di enucleare il livello di rischio accettabile (che coincide, come detto, con la situazione di assenza di responsabilità).

La valutazione prognostica viene fatta in questa maniera: si analizzano varie fattispecie di danno, si individua il gestore del rischio del quale il danno è espressione e si cerca quindi di stabilire il più probabile esito di un eventuale giudizio di responsabilità. Per far ciò l’interprete soppesa l’efficacia delle varie strategie difensive che possono essere ipotizzate partendo dagli elementi probatori dei quali si pensa di potersi avvalere. In caso di prognosi infausta, ipotizza cambiamenti di strategia o, molto più spesso (e banalmente), suggerisce agli interessati di premunirsi di altri – giudicati più efficaci – …. elementi probatori.

Si tratta di un sistema del tutto inaffidabile e, quindi, insoddisfacente.

Sulla via ferrata Che Guevara al Monte Casale
RischioResiduo-2-chegLa reazione della società civile a tutto ciò è la spinta verso attività legislative (sia di rango primario che, più spesso, secondario o regolamentare) di tipo esentivo o cautelare. Le norme esentive o dispensative sono quelle che esonerano un soggetto da un determinato onere. Le norme cautelari sono quelle che impongono comportamenti attivi o omissivi non tenendo i quali è prevedibile che si verifichi un danno e tenendo le quali il danno è invece evitabile, secondo la miglior scienza e conoscenza del momento. In questi casi, se un danno si verifica, a fronte di una norma esentiva e/o della constatata osservanza della norma cautelare occorre concludere che lo stesso sia espressione di un rischio residuo, da considerarsi accettabile.

Siccome però le norme esentive sono spesso a rischio di incostituzionalità e la scienza e la conoscenza, nei vari settori, sono in continua evoluzione, difficilmente il legislatore emana norme esentive o cautelari assolute [regole scritte rigide, che escludono totalmente ogni onere di condotta e/o prescrivono la condotta doverosa in termini netti e delle quali l’agente è tenuto alla rigida osservanza onde andare esente da responsabilità], ma quasi sempre relative o “relativizzate”. Dette norme prescrivono cioè obblighi generali di comportamento diligente, prudente, perito e che lasciano quindi il soggetto libero di scegliere fra diverse condotte (con conseguente assunzione di responsabilità in relazione a tale scelta).

Anche tale soluzione risulta pertanto insoddisfacente dato che, anche in caso di stretta osservanza delle norme esentive o cautelari, in presenza di un sinistro si può comunque essere ritenuti responsabili (causa l’eccessiva genericità della c.d. regola cautelare)

Si è quindi provato ad eliminare l’incertezza che tali sistemi generano, per sostituirvi una quantificazione di tipo oggettivo (ed automatizzato; diremo quasi algoritmico) del livello di rischio residuo/accettabile; ovvero un sistema di quantificazione che garantisca sempre il risultato atteso (che non è tanto l’eliminazione del rischio, ma l’irresponsabilità per i fatti dannosi che ne sono espressione).

Non vi è chi non veda come, mentre il livello di rischio residuo può essere in molti casi quantificato oggettivamente, la quantificazione del livello di rischio accettabile – in quanto basato sull’osservanza di un obbligo legale (di prevenzione/protezione) estremamente “ampio” quanto a contenuto – sia in realtà una chimera.

Tentativi sono già stati fatti in questo senso. Altri sistemi giuridici hanno infatti provato ad introdurre parametri statistici atti a stabilire quale sia il livello di rischio accettabile. Poi, attraverso un escamotage logico – giuridico, hanno dichiarato (per legge) la irresponsabilità del comportamento che non incrementa quello che è ritenuto il livello di rischio accettabile.

E’ così ad esempio che l’idea di non incrementare il rischio per più che uno su un milione è diventata un argomento comune nelle discussioni in materia. Come giustamente osservato da qualcuno, come si sia ottenuto il consenso su questa particolare quantità di misura rimane un mistero al punto che questo numero ha tutte le caratteristiche per essere considerato un numero mitico. La cifra fornisce una base numerica per definire la quantità trascurabile di incremento del rischio.

Il fatto è che anche la politica del 1 su un milione causa comunque la morte di centinaia o migliaia di persone in una popolazione sufficientemente grande e non è affatto detto che gli eredi delle vittime e la collettività di persone nelle quali queste sono inserite considerino accettabili queste morti in quanto espressione di un rischio considerato (a livello statistico) accettabile. Questi saranno quindi sempre indotti a rivolgersi alla magistratura per ottenere giustizia.

Altri sistemi hanno adottato l’ALARP e le conseguenti scale descrittive (carrot diagrams). Un rischio è considerato ALARP quando è As Low As is Reasonably Practicable. Tale rischio si contrappone al rischio SFARP (So Far As Reasonably Praticable) ed è un rischio residuo in quanto è quello ragionevolmente più basso alla luce:
1. dello stato dell’arte (scienza, tecnica e best practice del momento) e del riscontrato “fattore di tolleranza” sociale;
2. del fatto che i costi di miglioramento superano di gran lunga i possibili benefici. I costi da considerare non sono solo quelli economici, ma anche in termini di tempo e di difficoltà/numero dei problemi da risolvere.

Il rischio residuo può dirsi accettabile quando è ALARP.

Sennonché, anche tali sistemi di valutazione/quantificazione presentano una ampio margine di discrezionalità valutativa in quanto basati su di un criterio (quale quello della ragionevolezza, soprattutto se basato sul fattore “tolleranza”) di natura “soggettiva” e non oggettiva.

Sentiero attrezzato G. Bertotti al Chegul
RischioResiduo-2-a-sentiero-attrezzato-g-bertotti-al-chegulQuid novi ? Una nuova prospettiva pare voler conciliare tutti i sistemi di quantificazione (oggettiva) del rischio residuo con sistemi di valutazione (soggettiva) del rischio accettabile, basati cioè sulla rilevata mancanza di responsabilità giuridica in relazione ai danni espressione di un determinato rischio.

Non si avrebbe quindi responsabilità quando:
1. non è possibile individuare – nel soggetto considerato – il titolare di una posizione di garanzia con riferimento a quel particolare rischio
2. è possibile individuare un garante ma difettano tutti o alcuni degli elementi previsti dal sistema di responsabilità considerato (civile o penale) per poterlo ritenere “giuridicamente responsabile” (ad esempio perché non era da lui esigibile una condotta diversa da quella concretamente tenuta, oppure manca la prova del nesso di causalità fra condotta ed evento)

Occorre quindi adottare un sistema di gestione della propria attività che permetta:
– di evidenziare e delimitare i rischi in relazione ai quali vi è l’assunzione della posizione di garanzia (con conseguente obbligo di gestione, nella forma della protezione e/o del controllo), in base alla policy adottata, a sua volta condizionata dagli obblighi giuridici (di tipo legale o contrattuale) che sul soggetto incombono;
– di analizzare accuratamente tutti i rischi e di porre in essere tutte le misure di trattamento che gli stessi necessitano, con lo scopo di ottenere il livello massimo di sicurezza possibile (e delineare così, in via residuale, il livello di rischio residuo);
– informare correttamente i terzi (esposti al rischio) del tipo di rischio gestito, delle misure di prevenzione/protezione/controllo adottate e del livello di rischio che residua;
– riverificare l’efficacia del sistema adottato attraverso il monitoraggio continuo, cui eventualmente deve seguire l’introduzione di correttivi/miglioramenti.

L’adozione di un tale sistema esonera da responsabilità in quanto rende tollerabile, accettabile, l’esistenza di un rischio residuo. Tale rischio residua infatti dopo che è stato fatto tutto quanto è possibile fare – secondo la teoria del c.d. circolo virtuoso (2) – in quel dato ambito per ridurre i rischi al minimo possibile. Tale attività va documentata e, quindi, resa “tracciabile”, ovvero resa verificabile a posteriori. Solo a tali condizioni il rischio residuo può essere accettato dall’Ordinamento.

***

Venendo ai due ambiti considerati (sentieri di montagna e viabilità stradali minori) proviamo ad adottare l’ultimo sistema gestionale proposto.

Sentieri di montagna e viabilità stradali minori sono due ambiti apparentemente assimilabili, ma in realtà profondamente differenti.

Partiamo dalle definizioni etimologiche dei due ambiti.

Strada: termine di origine medioevale che significa lunga striscia di terreno resa piana (stesa) e lastricata a pubblica spesa per permettere di andare a da un luogo ad un altro, anche con carri, in maniera agevole e sicura.

Sentiero: si distingue dalla strada in quanto non lastricato e stretto (sentiero=metà strada)

Viandante: chi passa per le vie – siano esse strade o sentieri – posti fuori dalla città. Lo fa in maniera più incomoda rispetto al viaggiatore, in quanto va a piedi (mentre il viaggiatore utilizza sistemi di trasporto). Un sistema viabilistico (viabilità) è quindi il complesso di strutture che possono essere transitate (transitus=passaggio), da viandanti o viaggiatori. Il viatico, in Roma antica, era l’insieme delle cose (cibo, vesti, denaro) che una persona portava con sé mettendosi in viaggio

Escursionista è invece colui che compie un’escursione. Anticamente identificava il guerriero che compiva scorrerie in territorio ostile (ex – currere)

Nel termine escursione vi è dunque la radice terminologica della differenza rispetto alla viabilità ordinaria. L’escursione avviene – consapevolmente – su terreno ostile, nemico. Il transito viabilistico è invece attività resa sicura dall’opera preparatoria e manutentiva finalizzata a permettere il suo svolgimento, rendendolo agevole e sicuro. Strada e sentiero sono due componenti della viabilistica e si distinguono solo per le caratteristiche costruttive e le dimensioni. Il sentiero escursionistico è tutt’altra cosa.

La differenza terminologica può ritenersi ripresa anche a livello legislativo.

Il CdS disciplina la circolazione che avviene sulle strade (art. 1)

Per strada deve intendersi (art. 2 CdS) l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione di pedoni, veicoli e animali. Per circolazione deve intendersi il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni veicoli ed animali sulla strada. La circolazione deve avvenire in maniera scorrevole, ordinata e sicura. Il pedone è un’utente della strada che, al pari di ciclisti e disabili in carrozzella, merita una particolare tutela rispetto ai pericoli derivanti dalla circolazione sulle strade. Tutt’altro quindi che un escursionista; il pedone va protetto dai pericoli derivanti dal movimento che egli può fare sulla strada.

Dispone il CdS (art. 3) che, “ai fini delle presenti norme”, per sentiero (o mulattiera o tratturo) deve intendersi la “strada” a fondo naturale formatasi per effetto del passaggio di pedoni o animali

Al pari della definizione etimologica quindi, anche per il legislatore il sentiero stradale è struttura nettamente distinta dal sentiero escursionistico.

Mentre per il sentiero stradale l’aggettivo qualificativo utilizzabile è, a ragione, quello di PROTETTO (art. 140 CdS) ovvero difeso contro ciò che può recare danno, per il sentiero escursionistico l’aggettivo utilizzabile è semmai quello di PROTEGGIBILE. Il suffisso –bile serve per derivare dalla base verbale il relativo aggettivo con il significato di “che si può” (in questo caso) “proteggere”; ma non lo è !
Dispone il DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA 13 luglio 2010, n. 18-50/Leg (Disposizioni regolamentari di attuazione della legge provinciale 4 marzo 2008, n. 1 (Pianificazione urbanistica e governo del territorio) al Capo VI – Interventi non soggetti a titolo abilitativo –, art. 22 (Attrezzature ed arredi) che:
1. Ai sensi dell’articolo 97, comma 1, della legge urbanistica provinciale, non sono soggette all’acquisizione preventiva del titolo abilitativo edilizio, in quanto non comportano una trasformazione urbanistica e paesaggistica dei luoghi, le seguenti attrezzature:
……
d) i seguenti interventi riguardanti sentieri alpini e vie ferrate, nel rispetto delle disposizioni di cui alla legge provinciale 15 marzo 1993, n. 8:
1) la realizzazione di palestre di roccia e di vie attrezzate, mediante la semplice apposizione di chiodi in parete, di prese artificiali, di brevi tratti di scale metalliche e cavi, senza alcuna modifica fisica del territorio, quali scavi e movimenti di terra e rocce in genere, nonché i conseguenti interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria;
2) per i sentieri esistenti, il ripristino dei tracciati originari senza allargamenti, il decespugliamento e spietramento, il rinnovo della segnaletica, le moderate rettifiche di tracciati per ovviare a situazioni di pericolo sopravvenute (franamenti, smottamenti, caduta massi, ecc.), purché le rettifiche non superino il 25 per cento dell’intero tracciato.

Dispone la LEGGE PROVINCIALE SUI RIFUGI E SUI SENTIERI ALPINI (Legge provinciale 15 marzo 1993, n. 8 – Ordinamento dei rifugi alpini, bivacchi, sentieri e vie ferrate) al Capo I Strutture alpinistiche, Art. 1 Finalità che: “La Provincia autonoma di Trento individua e disciplina le strutture alpinistiche al fine di garantirne un equilibrato inserimento nell’ambiente montano nel rispetto della cultura alpinistica”.

All’art. 2 (Strutture alpinistiche) si dispone invece che ai fini della presente legge sono strutture alpinistiche:
a) i rifugi alpini, previsti dall’articolo 6;
b) i bivacchi, previsti dall’articolo 7;
c) i tracciati alpini, previsti dall’articolo 8.
Per il presidio della montagna, anche a garanzia del suo corretto utilizzo, le strutture alpinistiche riconosciute dalla Provincia sono considerate di interesse pubblico.
Anche ai fini di promuovere la conoscenza e la valorizzazione delle strutture alpinistiche provinciali, la Provincia cura l’elenco delle medesime secondo le modalità stabilite dalla Giunta provinciale.
La Provincia, con l’iscrizione nell’elenco previsto dal comma 3, riconosce le strutture alpinistiche individuate anche su segnalazione di enti pubblici, associazioni e privati. La perdita dei requisiti previsti da questa legge comporta la cancellazione delle strutture alpinistiche dall’elenco.
Per la realizzazione o la modifica di strutture alpinistiche, compreso l’adattamento o la trasformazione di immobili esistenti, è richiesta l’autorizzazione della Provincia, ferme restando le disposizioni provinciali in materia urbanistica.

Il successivo art. 8 (Tracciati alpini) prevede che ai fini della presente legge sono tracciati alpini:
a) i sentieri alpini quali percorsi escursionistici appositamente segnalati che consentono il passaggio in zone di montagna e conducono a rifugi, bivacchi o località di interesse alpinistico, naturalistico e ambientale;
b) i sentieri alpini attrezzati quali tracciati appositamente segnalati che consentono il passaggio in zone di montagna, la cui percorribilità è parzialmente agevolata mediante idonee opere;
c) le vie ferrate quali itinerari di interesse alpinistico appositamente segnalati che si sviluppano totalmente o prevalentemente in zone rocciose o comunque impervie, la cui percorribilità è consentita dalla installazione di attrezzature fisse;
d) le vie alpinistiche quali itinerari che possono richiedere una progressione anche in arrampicata, segnalati solo da tracce di passaggio o ometti in pietra, attrezzate dei soli ancoraggi per agevolare l’assicurazione degli alpinisti.
Sono iscritti nell’elenco di cui all’articolo 2, comma 3, esclusivamente i tracciati alpini in relazione ai quali sono stati individuati i soggetti impegnati a provvedere al loro controllo e manutenzione. L’iscrizione nell’elenco e l’esercizio dell’attività di controllo e manutenzione dei tracciati non escludono i rischi connessi alla frequentazione dell’ambiente montano.

Sulla via ferrata Che Guevara al Monte Casale
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl termine “alpinistico” ha una sua connotazione storica e culturale.

Un tempo il fenomeno dell’alpinismo era definito facendo ricorso a concetti di significato noto sino ad arrivare a concetti che non possono essere definiti, ma nemmeno debbono esserlo in quanto il loro significato è noto a chiunque (c.d. concetti primitivi).

L’alpinismo era la pratica di frequentare luoghi (inizialmente le Alpi, poi altri simili) che, per la tipologia di ambiente e di attività che vi si svolgevano, comportavano l’esposizione a pericoli enormi (ed al conseguente rischio di danno).

Il “gusto” che derivava dall’esporsi a questi rischi costituiva la spinta a praticare detta particolare attività.

L’attività alpinistica era quindi attività che aveva la sua essenza (e, quindi, in base a ciò poteva essere definita) nella volontaria e cosciente esposizione ad un rischio di danno. La presenza della componente di rischio ha determinato, fin dagli inizi delle attività sopra considerate, lo svilupparsi di standards comportamentali e tecnici specifici.

Si trattava, per lo più, di standards enucleabili da norme consuetudinarie, per quanto riguarda gli aspetti comportamentali, e da vere e proprie fonti normative per quanto riguarda le caratteristiche tecniche e le modalità di impiego dei materiali utilizzati. A tale ultimo proposito, ad una normativa di natura non vincolante, si è, in Europa, sviluppata negli ultimi anni una vera e propria disciplina tecnica di carattere normativo la cui osservanza, sia nella fase della produzione, sia in quella della commercializzazione, ha assunto natura vincolante per i produttori ed i rivenditori.

Tra gli standards comportamentali più noti (e risalenti nel tempo) rientrano sia l’esercizio pianificato e collettivo dell’attività, sia soprattutto l’accompagnamento qualificato.

Proprio la presenza dei pericoli (e dei correlati rischi) cui sopra si accennava ha, sin da subito, consigliato (per non dire imposto) l’unione delle forze, sia nella fase ideativa e preparatoria del, se così vogliamo chiamarlo, progetto alpinistico, sia nella successiva fase esecutiva.

L’utilizzo di corde per vincolare fra loro, in tal modo assicurandoli l’un l’altro, i vari componenti la comitiva (cordata), non è stato che il logico e conseguente sviluppo dell’attività alpinistica organizzata, svolta da soggetti dotati di pari capacità, conoscenze ed esperienze che condividevano il medesimo cimento (rischioso).

Parallelamente si è sviluppato un altro standard comportamentale; ovvero l’alpinismo accompagnato.

La reiterata frequentazione dell’ambiente montano rendeva infatti alcuni soggetti più esperti di altri nella conoscenza e, quindi, nella prevenzione e/o attenuazione dei rischi legati alla presenza dei pericoli tipicamente riconnessi all’attività alpinistica (per lo meno di quelli conoscibili ed evitabili, quali la ricerca della via più comoda e sicura per l’ascesa delle varie vette; di qui la nascita del termine guida alpina). Venne quindi naturale affidarsi a costoro onde praticare tale tipo di attività. Lo sviluppo di vere e proprie figure professionali, affiancate in determinati ambiti anche da figure non professionali (quali noi siamo), di accompagnatori/istruttori (in ogni caso, per ragioni di sicurezza e prevenzione, oltre che di ordine pubblico, tutti obbligatoriamente sottoposti a verifiche e controlli da parte della pubblica autorità) è quindi da ricercarsi nell’esigenza di ridurre ulteriormente i rischi connessi all’esercizio dell’attività alpinistica, senza però eliminarli completamente; non solo quindi in ragioni di carattere turistico, sportivo e/o associativo.

Anche con riferimento alle strutture alpinistiche (rifugi, bivacchi fissi e sentieri), la prevenzione e/o attenuazione dei rischi legati alla presenza dei pericoli tipicamente riconnessi all’attività alpinistica ha portato allo sviluppo di tecniche e modalità realizzative che portassero ad una riduzione di detti rischi, senza però eliminarli completamente, dando allo stesso alpinista la possibilità di scelta fra diverse modalità di auto-protezione

Ecco perché la struttura alpinistica (nella quale rientrano i tracciati alpinistici – in legge “alpini” – ed in particolare i percorsi escursionistici) consente certamente lo svolgimento di una determinata attività, ma non allo scopo di consentire una “utilizzazione” protetta, sicura della montagna; semmai al fine di garantirne una equilibrata frequentazione nel rispetto della cultura alpinistica. Sui sentieri alpini, escursionistici, non avviene quindi un transito, una circolazione, ma semmai un’escursione, ovvero un passaggio in ambiente ostile, rischioso che tale deve essere mantenuto (salvo il diritto alla chiara e completa informazione ed, eventualmente, alla proteggibilità) per rispetto alla cultura alpinistica ed all’integrità dell’ambiente naturale.

Vi è quindi in tali ambiti un rischio residuo (accettato?) molto alto, non solo o non tanto in quanto non sarebbe possibile eliminarlo, ma in quanto culturalmente e socialmente ineliminabile.

Ciò premesso, è possibile evidenziare e delimitare i rischi in relazione ai quali vi è l’assunzione della posizione di garanzia (con conseguente obbligo di gestione, nella forma della protezione e/o del controllo, di ogni singolo rischio) in capo ala garante, da individuarsi:
– nel caso del sentiero di montagna, nel soggetto indicato nell’apposito elenco provinciale, ovvero colui il quale si è “impegnato a provvedere al loro controllo e manutenzione”.
– nel caso delle viabilità stradali minori (fra cui rientrano i sentieri stradali, ma pure le strade vicinali, le strade interpoderali e forestali etc …) nel “proprietario”. Tranne che per le strade vicinali (private ma di uso pubblico) tale soggetto va identificato con la PA e, segnatamente, con il Comune.

Varie sono le disposizioni normative che impongono agli enti territoriali (Comuni, Province, Regioni) obblighi di manutenzione e sicurezza della viabilità stradale (oltre che di tutte le altre aree urbane calpestabili: piazze, marciapiedi etc..). La fonte primaria di tali obblighi risiede nell’art. 28 dell’Allegato F della Legge 20 marzo 1865 n. 2248 che prevede come “obbligatoria la conservazione in istato normale delle stradi provinciali e comunali sistemate”. Successivamente nel r.d. del 15 novembre 1923 n. 2056 , recante “Disposizioni per la classificazione e manutenzione delle strade pubbliche” all’art. 5 così dispone: “Alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade di quarta classe provvedono i rispettivi comuni a totali proprie spese”. Da ultimo, gli obblighi connessi alla titolarità della proprietà delle strade in capo agli enti locali trova una sua compiuta regolamentazione nel D.Lgs. 30 aprile 1992 n. 285 (Codice della Strada). Segnatamente, l’art. 14 comma 1 del Codice statuisce che: “Gli enti proprietari delle strade, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze; c) alla apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta”.

La prima distinzione che salta all’occhio risiede nel fatto che, mentre il soggetto indicato nell’apposito elenco provinciale relativo alle strutture alpinistiche è tenuto “a provvedere al loro controllo e manutenzione” (si tratta quindi con ogni evidenzia di una posizione di garanzia sotto forma di posizione di controllo), nel caso
della PA la posizione di garanzia viene ad assumere sempre più, con il passare degli anni ed il susseguirsi degli interventi giurisprudenziali, un contenuto ben più intenso, ovvero di protezione.

Sulla via ferrata Che Guevara al Monte Casale
OLYMPUS DIGITAL CAMERACiò consente di evidenziare e delimitare una serie differenziata di rischi in relazione ai quali vi è l’effettiva assunzione della posizione di garanzia (con conseguente obbligo di gestione, nella forma della protezione e/o del controllo, di ogni singolo rischio), escludendone altri.

Volendo utilizzare la distinzione fra le due tipologie di rischio menzionate dagli organizzatori del convegno, potremmo dire che, mentre il gestore del sentiero alpinistico non è tenuto a gestire il rischio derivante dall’utilizzo della cosa (percorrenza del sentiero, sia essa o meno “accompagnata” da qualcuno) né dai rischi “esterni” (valanghe, caduta di sassi o frane che investano l’opera), ma solo dei rischio il cui innesco va ricercato all’ “interno” dell’opera stessa (crolli della struttura, la rottura delle sue componenti, la loro inadeguatezza ideativa, progettuale, realizzativa o manutentiva) non altrettanto può dirsi per le strutture viabilistiche minori.

Avendo l’ente proprietario della strada un obbligo di protezione dell’utente (in particolare l’utente debole, quale è espressamente definito il pedone dal C.d.S.) anche i rischi esterni (oltre che, naturalmente, quelli interni) dovranno essere adeguatamente gestiti.

Tale attività di gestione, come sopra evidenziato, andrà differenziata quanto a intensità di prevenzione/protezione tenendo presente che:
1. il rischio viabilistico va sempre tendenzialmente eliminato; quantomeno ridotto quanto a probabilità di verificazione e gravità delle conseguenze
2. il rischio alpinistico va solo segnalato e, eventualmente, a seconda del tipo di struttura considerata, reso proteggibile; giammai eliminato, né in relazione ad esso l’alpinista va protetto in maniera assoluta.

Tali rischi andranno poi analizzati e per ognuno di essi dovranno essere poste in essere tutte le misure di trattamento finalizzate ad ottenere il livello massimo di sicurezza possibile, considerata la tipologia di rischio e le guideline sopra riferite.

Per entrambi i gestori vi è poi invece un dovere (indifferenziato) di verificare l’efficacia del sistema di gestione del rischio adottato, attraverso il monitoraggio continuo dell’efficacia delle proprie scelte, cui deve seguire l’introduzione di correttivi/miglioramenti.

Per entrambi i gestori vi è inoltre un dovere di corretta informazione dei terzi (esposti al rischio) del tipo di rischio gestito, delle misure di prevenzione/protezione/controllo adottate e del livello di rischio che residua. Ciò serve a delimitare la responsabilità alla rete viabilistica o sentieristico-escursionistica effettivamente gestita [ma non la esclude tutte le volte in cui l’accesso e l’utilizzo è comunque consentito e non fisicamente impedito].

Si pone a questo proposito il problema di capire esattamente cosa rientri nella viabilità minore (alla luce del fatto che, secondo la definizione di sentiero che ne da il CdS, ogniqualvolta ci si trova di fronte ad un area di uso pubblico destinata al movimento di pedoni e animali, caratterizzata dal fondo naturale e dall’essersi formata per effetto del passaggio ripetuto degli stessi, si rischia di trovarsi di fronte ad un sentiero stradale).

Sotto questo profilo, se è vero che da parte degli enti pubblici territoriali vi è un dovere di governo del territorio e di pianificazione territoriale, vi sono comunque dei limiti oggettivi e dei limiti economici agli interventi in tale ambito.

La questione può essere posta in questi termini: vi è un obbligo della PA di garantire/agevolare la libertà di circolazione su tutto il territorio nazionale (art. 16 Cost.) compresi i terreni impervi? Vi è un obbligo generalizzato di impedire eventi dannosi ai cittadini senza limiti di spesa in capo alla PA?

Ma anche con riferimento alla sentieristica alpina/escursionistica, vi è un obbligo del gestore di impedire eventi dannosi dipendenti da rischi interni alla struttura senza limiti di spesa?

Sentiero attrezzato G. Bertotti al Chegul
RischioResiduo-2-sentiero-attrezzato-g-bertotti-al-chegulIn generale occorre osservare che:
1. Vi è interesse in ogni cittadino a che gli enti territoriali provvedano alla diligente manutenzione e custodia di tutti i beni pubblici (e, tra essi, le strade), ma non anche che ogni parte del territorio sia resa accessibile e resa sicura. Il cittadino ha infatti il diritto a muoversi liberamente, ma non ad essere particolarmente agevolato nel farlo. Anzi, la libera utilizzabilità può e deve essere vietata per ragioni di sanità e sicurezza pubblica. Non si è, pertanto, in presenza di interesse legittimo differenziale perché, semmai, si è al cospetto di interesse semplice e di fatto, rientrante nell’area del giuridicamente irrilevante. Le parti del territorio palesemente inaccessibili o quelle indicate opportunamente come tali [es. nelle mappe di rischio], non vanno protette e rese agibili. Semmai interdette (anche fisicamente) se notoriamente utilizzate in maniera errata/pericolosa.
2. Qualora l’obbligo di manutenzione e custodia sia violato e da ciò derivi un danno al privato amministrato, sarà certamente possibile per quest’ultimo adire l’autorità giudiziaria competente, deducendo il rapporto bilaterale instauratosi con l’Amministrazione, la quale – a causa della condotta colposamente omissiva ad essa astrattamente attribuibile – sia venuta meno al generale dovere di astensione dal ledere la sfera giuridica dei terzi. In tal caso, infatti, l’interesse ad agire del cittadino trova origine nella lesione del diritto soggettivo all’integrità personale e patrimoniale, tutelabile davanti al Giudice Ordinario [in questi casi infatti il principio del neminem laedere funge da limite alla discrezionalità dell’azione amministrativa]
3. Il cittadino non può esigere che la strada sia mantenuta in modo piuttosto che in un altro, e nemmeno che siano tracciate nuove strade o che tutto ciò che è calpestabile sia gestito in maniera safety. Ciò in quanto sussiste un potere discrezionale ed insindacabile in capo alla P.A. riguardo alle modalità di custodia dei beni demaniali e/o rientranti nel patrimonio indisponibile, quali le strade. E’ però fatto salvo il limite del neminem laedere che evita che il potere discrezionale della P.A. muti in arbitrio. In tale ambito assume rilevanza sia l’indagine sul nesso di casualità, che sulla colpa (intesa non in senso soggettivo del singolo funzionario, ma dell’apparato e di come questo è organizzato e gestito, secondo un modello che in astratto permetta la costante riduzione – entro i limiti del possibile – del livello di rischio in ogni ambito di attività).
4. Vi è una cartografia ed un catasto stradale, così come vi è una cartografia ed un catasto sentieri basato sul rilevato uso pubblico degli stessi. Solo su queste strutture è quindi configurabile, concretamente, un dovere/potere di gestione dei rischi (con le differenziazioni sopra evidenziate). Tali strumenti debbono essere adottati e mantenuti aggiornati.
5. Per quanto riguarda il limite di spesa, il principio ALARP si rivela utile. Se lo stato dell’arte (scienza, tecnica e best practice del momento), non consente margini di miglioramento del rischio, oppure li consente ma solo a fronte di costi che superano di gran lunga i possibili benefici (con l’avvertenza che i costi da considerare non sono solo quelli economici, ma anche in termini di tempo e di difficoltà/numero dei problemi da risolvere), allora si può ragionevolmente ritenere che vi sia
tolleranza verso tale rischio (da considerarsi residuo) che quindi può essere considerato ALARP (As Low As is Reasonably Practicable), ovvero accettabile.
6. Venendo infine alle singole ipotesi di responsabilità (civile o penale) possiamo ricordare che:

per quanto riguarda l’ambito penale

La dottrina e la giurisprudenza sino ad oggi largamente prevalenti tendono ad individuare una fonte giuridica degli obblighi di attivazione, prescindendo da ogni indagine in ordine alla loro funzione. In altre parole, secondo la teoria formale, la situazione fattuale tipica, da cui dipende l’obbligo di impedire l’evento, va individuata in base ad una fonte formale (il così detto “trifoglio”, ossia la legge, il contratto e la precedente attività pericolosa). L’ancoraggio della posizione di garanzia ad una fonte formale mira a scongiurare l’eventualità che l’obbligo di agire venga desunto da meri doveri etici, religiosi o sociali.

Si contrappone a questa una concezione funzionale dell’obbligo di agire e della correlativa posizione di garanzia che mira a potenziare il dovere di solidarietà (di fondamento costituzionale), fino al punto di equiparare alla violazione del divieto dell’alterum non ledere la delusione di una aspettativa di un comportamento; in aggiunta al c.d. trifoglio viene quindi introdotto un quarto elemento, l’affidamento, la cui rilevanza giuridica dovrebbe essere individuata in qualunque “altro atto o fatto idoneo a produrre obblighi giuridici” di cui all’art. 1173 c.c. Si comprende pertanto come, nel delineare i connotati della posizione di garanzia, i sostenitori della teoria funzionale pongano l’accento soprattutto sull’esigenza di tutela di determinati beni giuridici e sulla necessità di costituire la posizione di garanzia in funzione della protezione di tali beni.

In entrambi i casi, affinché sorga responsabilità penale da omissione occorre però che vi sia:
• l’imprescindibile esistenza di poteri giuridici impeditivi, sottostanti all’obbligo di garanzia, i quali consistono in poteri di vigilanza circa l’insorgere di situazioni di pericolo e di intervento su tale situazione. Tali poteri debbono essere conferiti al garante da una specifica norma. L’obbligo di garanzia correlato all’affidamento riposto circa la tutela di determinati da parte del garante sorge solo a fronte (e nei limiti) di uno speculare potere giuridico impeditivo, conferito in via generale (ad es. in materia di rapporti familiari tra genitori e figli minori) o particolare (ad es. in tema di affidamento dell’incolumità dei lavoratori, nel luogo di lavoro, al datore di lavoro), da una norma anche di carattere generale. Tali poteri caratterizzano l’obbligo di garanzia e lo differenziano da ogni altro obbligo di agire, onde imprescindibile risulta essere l’accertamento giudiziale se l’evento verificatosi rientri o meno nei poteri impeditivi del soggetto;
• La preesistenza del poter-dovere impeditivo rispetto alla situazione di pericolo, perché solo così il garante può esercitare i poteri-doveri di vigilanza ed intervento e, quindi, di tutela anche preventiva del bene affidatogli;
La possibilità materiale del garante di compiere l’azione impeditiva idonea, venendo meno altrimenti l’obbligo di garanzia sulla base del brocardo latino “ad impossibilia nemo tenetur”. In caso però di azione impeditiva “libera”, nel senso che la fonte dell’obbligo non descrive l’azione richiesta, occorre verificare – in base ad un giudizio controfattuale – se l’azione fosse veramente impossibile (se pensi al caso del bagnino colto da improvviso svenimento), o se non fosse possibile un’azione impeditiva alternativa (ad es. la madre, incapace di nuotare, è pur sempre tenuta ad invocare il soccorso altrui per salvare il figlio caduto in acqua pur in presenza di uno svenimento del bagnino).

per quanto riguarda l’ambito civile
Il sistema attuale della responsabilità civile è decisamente orientato a gestire il “costo” sociale dei danni secondo logiche economiche e non punitive di errati comportamenti del singolo; spostare detto costo sul danneggiante, anziché lasciarlo in capo al danneggiato, si rivela “utile”, sotto il profilo della prevenzione dei sinistri, poiché induce il primo ad adottare sistemi di prevenzione più efficaci, sia pure più costosi, onde evitare di dover subire gli oneri derivanti dall’addebito della responsabilità.

Tale operazione, che si concreta nella scelta, fra i vari sottosistemi che compongono il sistema unico della r.c., di quello più efficace nell’ottica di cui sopra, deve però tener conto del fatto che, nel caso di sinistri “bilaterali” (ovvero sinistri alla cui genesi concorre anche il danneggiato), lo spostamento del costo delle conseguenze dannose in capo al solo danneggiante deresponsabilizza le vittime e, conseguentemente, non porta ad una riduzione del numero complessivo dei sinistri (con conseguenti gravi ricadute, sempre sotto il profilo economico, nell’ambito dell’utile assicurabilità, mediante polizze r.c., degli stessi sinistri).

Nel caso dell’incidente viabilistico si tende sempre più ad applicare sistemi di tipo “oggettivo” in capo al soggetto gestore del rischio (ad esempio attraverso l’applicazione dell’art. 2051 c.c.). Nel caso dell’incidente alpinistico (compreso l’incidente escursionistico) la scelta tra i vari sottosistemi della r.c. deve partire dall’analisi delle fattispecie di danno (ovvero eventi sinistrosi, unilaterali e/o bilaterali, simili per caratteristiche eziogenetiche) al fine di valutare, in astratto, l’efficienza del sottosistema prescelto a fini preventivi/ridistributivi del danno. Una volta effettuata detta scelta, la sussistenza o meno della responsabilità andrà condotta secondo i principi propri del sottosistema prescelto (oggettivo ex artt. 2050 o 2051 c.c., con inversione dell’onere della prova liberatoria in capo al danneggiante ex art. 1218 c.c., oppure “soggettivo”, ovvero con onere della prova della colpa in capo al danneggiato, ex art. 2043 c.c.) tenendo conto però delle “ricadute” che una tale scelta potrebbe avere in ordine alla sopravvivenza futura di tali attività. Il gestore del rischio alpinistico (guida alpina, gestore di rifugi, gestore di sentieri o vie attrezzate etc…) potrebbe infatti essere facilmente indotto a dismettere la sua attività se il sistema di responsabilità prescelto non tenesse conto della “bilateralità” che sempre si riscontra nella genesi del sinistro alpinistico.

Note:
(1) Si possono verificare f. di smottamento, precipitazione caotica e rapida di materiale incoerente, frane di scendimento o colamento di terreni poco coerenti; f. di ammollimento, lenta colata di terreno argilloso imbevuto d’acqua; f. di scivolamento, slittamento di masse rocciose coerenti su un piano di discontinuità; f. di scoscendimento, rapida discesa di masse per lo più argillose; f. di crollo, distacco di masse rocciose scalzate e isolate dall’erosione o dall’azione di gelo e disgelo). Tali fenomeni vanno tenuti distinti dalle cadute di sassi, anche plurime, ovvero dalla caduta di singoli elementi.

(2) La teoria del ciclo virtuoso di Deming o Deming Cycle (ciclo di PDCA – plan–do–check–act), ovvero il modello studiato per il miglioramento continuo della qualità in un’ottica a lungo raggio, si può considerare la base della definizione stessa di “management”.

Massimo Viola opera prevalentemente nell’ambito del diritto civile, commerciale, societario e giuslavoristico con una pluriennale esperienza nei settori della contrattualistica, della gestione del credito, della responsabilità civile negli incidenti sciistici e alpinistici, nonché degli infortuni sul lavoro. E’ il curatore del sito www.incidentesciistico.it

postato il 26 agosto 2014

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Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 1

L’Ordine degli Ingegneri della provincia di Trento, in collaborazione con il Collegio degli Ingegneri, ha organizzato il convegno dal titolo Rischio e rischio residuo lungo le vie ed i sentieri di comunicazione, che si è tenuto il giorno 6 giugno 2014 alle ore 14.30 presso la sala di rappresentanza del Palazzo della Regione (P.zza Dante – Trento).

Il convegno ha affrontato la tematica relativa ai rischi connessi alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori dove in genere l’attività di prevenzione è limitata od assente per le poche risorse disponibili. Gli aspetti trattati hanno riguardato il rischio legato alle azioni soggettive nel percorrere una ferrata, un sentiero, una strada e il rischio legato ad eventi esterni con specifico riferimento alla caduta di sassi o franamenti. Sono stati presentati esempi concreti di interventi di  prevenzione eseguiti su vie ferrate, sentieri e strade nonché interventi di riparazione. E’ stato affrontato l’argomento relativo ai provvedimenti di chiusura e di riapertura del sentiero/via di collegamento sotto l’aspetto delle responsabilità civili e penali. E’ seguito un dibattito che ha coinvolto soggetti fruitori, tecnici e gestori delle vie di comunicazione.

Rischio e rischio residuo lungo le vie ed i sentieri di comunicazione
Sequel al convegno
di Massimo Viola (avvocato), Trento, 10 giugno 2014

Nella prima relazione (ing. Luca Biasi – SAT) la necessità di una stretta correlazione fra prevenzione della responsabilità e necessità di un controllo costante (attuato mediante il concreto pattugliamento) delle strutture viabilistiche di tipo escursionistico è stata opportunamente messa in evidenza.
Analogamente è stata evidenziata la necessità che l’organizzazione generale e la concreta gestione del sistema volto al controllo e alla manutenzione delle strutture alpinistiche prenda le mosse da dati obiettivi: non solo quelli relativi agli incidenti, ma pure quelli ricavati dall’osservazione del comportamento degli utilizzatori di dette strutture.

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Nella seconda relazione (ing. Volkmar Mayr – PAB) la necessità di adottare un sistema di gestione, in conformità a un modello organizzativo e gestionale di riferimento, quale (tendenzialmente unico) strumento per mitigare il rischio a livelli di assoluta residualità è risultata, non solo confermata, ma se ne è pure avuto un riscontro applicativo concreto (attraverso l’illustrazione del sistema di fallrock management risk adottato in provincia di Bolzano, basato sui principi del monitoraggio e della revisione costanti).

Nella terza relazione (dott. geol. Daniele Sertorelli – libero professionista), attraverso l’illustrazione di un caso “limite”, tutte le problematiche che il convegno si proponeva di affrontare e i principi riaffermati – quanto a validità – dalle prime due relazioni sono venute prepotentemente in evidenza, mettendo a dura prova la tenuta delle opinioni sostenute dai successivi due relatori; quelli “togati”.

Perché, nel caso del sentiero di accesso all’eremo di S. Cecilia (Volano –TN), si tratta di un caso limite? Perché non si è in presenza (almeno originariamente) né di un sentiero alpinistico/escursionistico né di un sentiero stradale in senso proprio.

I cosiddetti sentieri della devozione (ovvero quei sentieri che adducono unicamente o prevalentemente a mete di carattere religioso e non propriamente alpinistico) subiscono infatti una percorrenza che ha caratteristiche di transito ma non di escursione, pur trattandosi, in molti casi, di sentieri impervi ed accidentati.

Via ferrata Giulio Gabrielli alla Cima d’Asta
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Il rischio di cadute di pietre, lungo questi sentieri (in particolare lungo quello che conduce all’eremo in questione), presenta quindi caratteri peculiari che pone – a ragione – non pochi dilemmi in capo alle amministrazioni locali che si trovano a dover gestire – dal punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico – dette strutture; in primis a causa della mancanza di una normativa di riferimento.

Il caso di specie è poi stato risolto, nei fatti, causa un’imponente frana avvenuta alcuni anni orsono, mediante la trasformazione del sentiero di accesso in una vera e propria struttura alpinistica (sentiero con un tratto attrezzato), riservata quindi non a tutta la comunità dei Christi fideles locali, ma solo a coloro i quali, alle finalità religiose, necessariamente aggiungono finalità (e capacità) alpinistiche, o comunque di escursionisti esperti. Per la rimanente popolazione le celebrazioni sono state spostate al Prà dele Strie (ovvero un prato ai piedi del sentiero per raggiungere l’eremo), oppure nel paese di Volano.

Rimane la peculiarità del caso proprio sotto il profilo della tematica del rischio residuo e della sua coincidenza con il rischio accettabile.

Notevole risulta infatti essere lo sforzo compiuto nel caso di specie per giungere a delimitare il più possibile l’area di rischio che deve essere gestito.
Sotto questo profilo, a mio modesto parere, del tutto condivisibile risulta essere l’operazione preliminarmente compiuta, ovvero quella della delimitazione della posizione di garante in capo all’Amministrazione preposta alla gestione dell’opera viabilistica minore o escursionistica in senso improprio di cui si tratta.

Nessun obbligo generalizzato e indifferenziato di garanzia può in concreto ipotizzarsi rispetto ad eventi così imponenti (frana dell’intero versante) che, con ogni evidenza, sfuggono anche ai più banali criteri di prevedibilità ed evitabilità con riferimento ad un opera viabilistica come quella considerata (tenuto conto della percorrenza che essa presenza, delle sue finalità, della sostanziale immodificabilità del percorso, etc…).

Come giustamente osservato, in casi come questi, non spettando all’Amministrazione un siffatto obbligo, la presenza di un contratto di consulenza in materia geologica così come un contratto di appalto di manutenzione non potrebbero certo sortire l’effetto di modificare – ampliando il contenuto dell’obbligo – la posizione del garante e/o spostarne il ruolo – con obblighi più aggravati – in capo al consulente o all’impresa appaltatrice delle opere.

Parimenti mirabile risulta essere l’attività di analisi computerizzata del versante, attuata mediante appositi software, volta alla ricerca delle zone a maggior rischio di caduta pietre. Si tratta ovviamente di proiezioni di natura probabilistica, ma che danno visivamente un quadro della situazione ed una sicura base di calcolo per l’individuazione del rischio. Ciò però, come già evidenziato (e come ribadito durante l’intervento del dott. Carlo Ancona), non vale a far coincidere il rischio residuo con il rischio accettabile.

L’individuazione di tratti più esposti al rischio di caduta massi (da un solo punto di vista statistico), unita all’applicazione della misura di prevenzione della completa ed efficace informazione – in favore degli utilizzatori del sentiero di avvicinamento all’eremo – non è detto che siano attività idonee a far ritenere il rischio residuo (che una persona sia colpita da un masso) come accettabile, sotto il profilo della responsabilità.

Esclusa che la pericolosità “esterna” alla struttura considerata (che dà vita ad un rischio elevato, anche se non gravissimo, “attivabile” dalla sola presenza dell’utilizzatore lungo il sentiero in questione) determini un obbligo di chiusura permanente, dato che la prevedibilità in concreto dell’evento, considerati dati quali la rilevata scarsità di utilizzatori – fatta eccezione per la ricorrenza votiva – e la altrettanto rilevata frequenza di caduta massi, non può far ritenere allo stato la necessità di una tale misura, rimane infatti da considerare che:

Salita a Cima Sternai
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1. si tratta di una struttura assimilabile più a una struttura viabilistica (sia pure di carattere secondario e residuale) che alpinistica, soprattutto nei giorni a ridosso della ricorrenza votiva. Ciò significa che il criterio che deve essere adottato non è quello della possibilità di proteggersi (a opera dello stesso utilizzatore), ma della protezione, sia pure relativa e non assoluta;

2. la sola misura dell’informazione (sia pure completa ed efficace) non è detto sia in grado di garantire quel sensibile miglioramento dei livelli di sicurezza che deve essere perseguito – con ogni mezzo ragionevole e concretamente utilizzabile – per far sì che il rischio che permane dopo l’adozione delle misure di prevenzione/protezione imposte – in astratto – dal rischio rilevato, sia effettivamente ed oggettivamente residuale, ovvero non ulteriormente abbassabile/contenibile;

3. solo la scelta, a monte, di un modello organizzativo-gestionale che si rifà al principio del circolo virtuoso(e, quindi, che abbia – ad esempio – come imprescindibile presupposto una raccolta ed un’analisi di dati certi ed obbiettivi: non solo o non tanto relativi agli incidenti ed ai mancati incidenti, ma pure quelli ricavati dall’osservazione protratta nel tempo del comportamento degli utilizzatori di detta struttura e del rischio concreto al quale gli stessi sono stati esposti), unito alla conseguente adozione di un sistema di gestione del rischio specifico, conforme al modello prescelto, che dia garanzia di una completa disamina di tutte –nessuna esclusa – le misure di prevenzione/protezione in astratto applicabili al rischio specifico analizzato, che dia conto delle scelte operate sotto ogni profilo (non ultimo – ma nemmeno l’unico – il criterio economico e/o della “sostenibilità” dell’opera) e ne permetta la “tracciabilità”, predisponendo infine un adeguato (e sostenibile) sistema di monitoraggio ed eventuale revisione delle scelte operate (con l’interposizione di un divieto di percorrenza, in caso di aggravamento del rischio) può effettivamente sperare di far coincidere il rischio residuo con il rischio accettabile.

Si tratta, in ultima analisi, di un’attività estremamente complessa e onerosa, molto più complessa ed onerosa di quella che fino a pochi anni orsono veniva normalmente posta in essere in casi analoghi, i cui profili concreti non sono ancora ben standardizzati; men che meno protocollati.

Pare però che tale attività sia l’unica che permetta effettivamente di intravedere la possibilità di coniugare le esigenze di tutela di beni incomprimibili, quali la salute e la vita, delle quali il sistema giuridico della responsabilità civile e penale è in qualche modo chiamato a farsi carico (a causa della perdurante latitanza di altri sistemi), con quelle di gestione dei rischi legati alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori.

Testo Relazione Luca Biasi

Testo Relazione Volkmar Mair

Testo Relazione Daniele Sartorelli

Testo Relazione Carlo Ancona

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Il trad come possibile antidoto all’assuefazione allo spit

Il dibattito sull’uso di mezzi artificiali in arrampicata e in alpinismo è vecchio quasi quanto le due attività stesse, probabilmente inizia con Albert Frederick Mummery quando il grande alpinista inglese cominciò a parlare di scalare le montagne “by fair means”. Dunque una “rivoluzione” tutta britannica, che seguiva del resto l’invenzione (sempre britannica…) dell’alpinismo.
Il dibattito arrivò poi alla forma assoluta ed estrema di Paul Preuss, quindi si stemperò nel tempo del Sesto Grado in un ventaglio di forme intermedie.

Una sosta trad
Trad-Climbing_anchorSi riaccese nella seconda metà degli anni Sessanta, prima in America (Royal Robbins), poi in Europa (Reinhold Messner, Enzo Cozzolino, ecc.). Venne il Nuovo Mattino e con lui il dibattito trovò corpo: l’alpinismo si divise, si creò il free climbing che per certi versi si contrappone all’alpinismo padre.
Con il Nuovo Mattino non si pretese più di fare salite che potessero essere comprese in un’etica che si voleva Una (che una però non era), ma ci si accontentò di farle in modo che appartenesse fisicamente a una delle Etiche.

Sempre del mondo anglosassone è l’invenzione dello «stile alpino», che esprime in modo perfetto, con il suo ridotto uso di materiali, ossigeno, uomini e corde fisse, la contrapposizione alla conquista con mezzi illimitati.

Nell’ambito del free climbing, e mentre a esso si contrapponeva l’arrampicata sportiva con la sua filosofia del gesto atletico in piena sicurezza, dunque assicurato da protezioni fisse, ecco nascere già negli anni ’70 altre varianti, come il real climbing, clean climbing… e negli anni del Duemila ecco il trad climbing e perfino il new trad.
Sulla possibile confusione tra clean e trad abbiamo già dedicato un post (vedi qui), ma è indubbio che si senta che il dibattito deve essere ulteriormente approfondito.

 Caroline Ciavaldini e il suo equipaggiamento tradTradClimbing-CarolineCiavaldini-original_photo_13292Il 27 aprile 2014, nell’ambito del Festival di Trento e nella sala conferenze della Fondazione Kessler, il CAAI e Mountain Wilderness hanno ritenuto di grande attualità organizzare il convegno Trad climbing: una nuova etica in alpinismo?, sia per sgombrare il campo da equivoci banali sia per tratteggiare quello che potrebbe essere un futuro.

Moderato da Alessandro Gogna, che ha curato un’introduzione al problema, il convegno si è trovato d’accordo subito su due punti fondamentali. Primo, si sta parlando di etiche, dando quindi per scontata la libertà di seguirne una, due, tutte o nessuna. Le etiche sono come dei codici di gioco, si può giocare con quelle regole (senza barare quindi), oppure dire chiaramente di aver adottato altre regole, seguendo quindi un’altra etica, oppure inventandone una nuova. Secondo, con il termine “trad”, cioè tradizionale non si vuole corrispondere affatto a un semplicistico «ritorno al passato», si vuole semplicemente aggregare quegli arrampicatori che, condividendo i valori tradizionali, praticano un’arrampicata moderna per molti versi originale.

La sala della Fondazione Kessler a Trento, 27 aprile 2014
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 113L’arrampicata trad non evita i chiodi, ma il loro uso è limitato alle situazioni in cui non sono sostituibili, vengono preferiti i mezzi di protezione a incastro senza che il gioco vada a scapito della sicurezza. L’obiettivo dello scalatore trad è quadruplice: “fare” la salita (“chiuderla”), non sfruttare le protezioni per la progressione (RP), sistemarle personalmente e dedicare uguali sforzi (di tempo e di capacità) alla serie di movimenti in arrampicata libera e alla strategia di protezione (a volte davvero elaboratissima). L’arrampicatore trad rifiuta in genere la filosofia del “o la va o la spacca”, e sta magari delle ore a studiare come proteggersi. Ecco perché, al momento, il trad si esprime soprattutto sui monotiri.

Riguardo alle condizioni per cui ci possa essere un trad, l’impressione è che quelle vissute sulle pareti e le falesie del Regno Unito non siano esperienze trasferibili “tout court” sulle verticalità nostrane. Tuttavia, il movimento trad c’è ed è vivo anche da noi: non dimentichiamo che il CAAI è alla terza organizzazione (2010, 2012 e settembre 2014) del Trad climbing meeting in Valle dell’Orco (Parco del Gran Paradiso), istruttiva occasione d’incontro internazionale.
Nel 2010 si era anche tenuto, in quell’ambito, il convegno Arrampicata trad(izionale), quale futuro? E a questo proposito, assai valide sono le conclusioni del dolomitista Manrico Dell’Agnola, quando commentò che “nomi fra i più autorevoli dell’alpinismo mondiale credono che l’arrampicata dovrebbe fare un passo indietro, non tecnicamente, ma tecnologicamente e questo reputo sarebbe un bene per l’alpinismo e per la montagna”.

Convegno sul Trad a Trento (27 aprile 2014): Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alessandro Gogna, Maurizio Oviglia e Alberto Rampini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 147I protagonisti del convegno di Trento sono stati scalatori che non hanno bisogno di presentazioni: Maurizio Oviglia, Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alberto Rampini. Di essi, solo il primo ha praticato esperienza trad e clean in senso stretto.
«Il Traditional climbing va anzitutto spiegato – ha argomentato il moderatore Gogna – perché non è un ritorno al passato e, se è facile da praticare sul granito dove si possono usare dadi, friend, cordini, è più difficile sulle Dolomiti e su certi calcari. Qui è necessario spesso usare il chiodo il quale, messo e levato, col tempo spacca le fessure. Lasciato o non lasciato, ma comunque usato, non può essere “clean”.
Ci sono rocce diverse, storie diverse e arrampicatori diversi, parliamo di codici che uno accetta di usare se vuole giocare a questo gioco. Io sono però uno strenuo difensore della libertà individuale di interpretare, negare o fare delle cose intermedie o diverse: ci sono tanti alpinismi diversi e parlarne può essere utile per sapersi muovere e distinguere culturalmente. Non credo che occorra dare troppa importanza a questi nomi, anche perché c’è chi dà più importanza all’impresa in generale. È la codificazione di un gioco, poi sta a noi valutarlo».

Maurizio Oviglia, aiutato da alcune immagini e un breve film, ha illustrato come lui stesso ha fondalmente contribuito alla nascita del trad in Italia, soprattutto in Sardegna, con la scoperta di alcune aree dove questo può essere praticato senza troppe difficoltà. Oviglia, in questa ricerca, era partito dalla constatazione del forte sbilanciamento presente a fine secolo XX: in Italia non c’era quasi falesia che non fosse chiodata a spit, i vecchi itinerari schiodati che si prestavano al trad praticamente tutti richiodati in modo definitivo. Ecco dunque l’esigenza di trovare alcune cosiddette “aree clean”, autonome e di principio non violabili dalla filosofia sportiva, anche per “un’alternativa di arrampicata più gustosa ai giovani alpinisti”. Oggi la situazione non è molto diversa, ma qualcosa si comincia a vedere (Valle dell’Orco, Valle di Mello, Cadarese, Capo Testa, Carloforte, ecc.).

Maurizio Oviglia arrampica trad in Valle dell’Orco
TradClimbing-5634Maurizio Giordani ha espresso il suo parere rievocando quella che è stata la sua storia personale, soprattutto la sua scelta di eleggere la parete sud della Marmolada come terreno privilegiato in cui cercare di progredire e di eccellere. Il percorso gli divenne sempre più chiaro dopo lo Specchio di Sara e i pochi spit usati in quell’occasione: aprire un itinerario di difficoltà equivalenti, ma senza l’uso di neppure uno spit. Giordani ci ha detto di esserci riuscito quando aprì Andromeda e che per questo la sua soddisfazione fu immensa, come a sottolineare la gioia che si può provare ad aver agito “clean”, pulito: una gioia che si affianca a quella della conquista, almeno a pari merito.
Aver ottemperato all’intenzione di non appropriarsi totalmente dello spazio in parete, ma di lasciarlo intatto a beneficio degli alpinisti che saliranno dopo.

Anche Ivo Rabanser si serve di un po’ di esposizione autobiografica per sottolineare come per lui ciò che conta è l’autonomia e l’estetica di un itinerario, in altre parole il risultato di un impegno, di una performance. Senza nulla togliere al valore dei vari codici, Rabanser afferma con decisione di essersi trovato a sottometterli alla via, vista in modo globale. Inoltre, per Rabanser, «una via aperta con protezioni mobili implica una difficoltà più alta per i ripetitori, la via non si semplifica con il passare del tempo. Quindi questa tecnica consente agli alpinisti di restare più autonomi e farebbe riacquistare capacità che si stanno un po’ perdendo, come quella di piantare i chiodi».

Infine Alberto Rampini ha spiegato in modo sintetico e magistrale l’etica in vigore in Gran Bretagna, in particolare in Cornovaglia: no chiodi, no soste, no discese attrezzate, nessun nome all’inizio della via, no “gardening”… perfino, su certi terreni, no alle suole Vibram per l’approccio!

Alberto Rampini su William’s Chimney, Trewevas Head, Cornwall
TradClimbing-Alberto-Rampini-on-William's-Chimney-Trewevas-Head,-CornwallE questa pratica, là diffusa a livello popolare, è stata trasportata in altri terreni, questa volta di vera montagna, come sulla catena dell’AntiAtlante, in Marocco. E proprio nell’audiovisivo che Rampini ci ha mostrato sul Marocco si è potuto avere una vaga idea di come potrebbe essere il “trad” del futuro. Tra quelli che sono stati là, qualcuno è tornato spaventato: ma l’opinione prevalente è che sia soprattutto una questione psicologica, da assuefazione allo spit.

Il convegno si è chiuso con la consegna dei premi del Concorso Clean Climbing 2013.

Premiazione Concorso Clean Climbing 2013: Carlo Alberto Pinelli, Arturo Castagna, Alessandro Beber, Stefano Michelazzi, Giovanni Nico, Tomas e Silvestro Franchini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 207

L’intervista di Mountainblog a Carlo Alberto Pinelli

L’intervista di Mountainblog ad Alessandro Gogna

postato il 16 maggio 2014