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L’Alpinismo è uno sport?

Le competizioni, ma anche le corse non competitive, distolgono dal sentire la natura e l’ambiente che ci circondano. La serie di sguardi al cronometro ne è la dimostrazione più evidente.
D’accordo, c’è differenza tra una partitella di calcio parrocchiale e una qualificazione nazionale.
La maggior parte pensa che le corse tra amici, o altre manifestazioni simili, siano più giustificate e accettabili di altri agonismi dichiarati, o mascherati, striscianti, perché, almeno per una parte di partecipanti, favoriscono il piacere dell’agire insieme. Personalmente è dal tempo dell’adolescenza alpinistica che rifuggo qualunque competizione e in più ritengo che le gare siano dannose all’ambiente, perché la montagna è costretta sullo sfondo.

SellaRonda Ski Marathon
AlpinismoSport-Sellaronda-Skimarathon

 

Mi guardo attorno e vedo che tanti vedono la montagna come teatro di ambizione. Una volta gli ambiziosi si ritagliavano uno spazio con la ricerca, l’esplorazione, la conquista personale; oggi, coloro che sono privi di fantasia non trovano più “novità” e quindi non gli rimane che esaurire il loro protagonismo nella competizione.

Tutti siamo o siamo stati un po’ competitivi, ancor più i giovani con qualcosa dentro. Credo però che sia importante non porre mai la montagna sullo sfondo, lasciandola invece al nostro fianco come compagna ideale.

Credo anche che occorra lasciar fare, condannando gli eccessi organizzativi di qualche manifestazione e limitandoci a dare il nostro esempio. Chi sa di essere nel giusto non vuole neppure passare per fanatico.

A vent’anni, nel 1966, scrivevo questa fantasia, senza immaginare quanto dovesse approssimarsi alla realtà:

L’Alpinismo è uno sport?
Qualunque sport, dal calcio alla pallanuoto, dal ciclismo alle bocce, ha le sue regole, istituite perché con esse si è vo­luto circoscrivere una particolare attività sportiva e distinguerla dalle altre.

Un passaggio del Misurina Ski Raid 2012
AlpinismoSport-Misurina-Ski-Raid-2012

Se queste regole non sono rispettate, gli effetti possono es­sere due: o la prova è nulla oppure rientra in un’altra categoria di sport. Non si può dire ciò dell’alpinismo, che non ha mai avuto regole fisse, ma è bensì in continua evoluzione.

Negli sport invece le regole sono semplici: tempo o stile sono i soli criteri di misura. Chi impiega meno, o chi è più aderente a uno stile ideale e perfetto, vince. Anche in alpinismo esiste lo stile, come pure il tempo. Esiste anche la smania com­petitiva, contro la montagna e contro gli altri, ma ciò non è sufficiente per affermare che l’alpinismo sia uno sport.

Dimostriamolo, senza fatica, per assurdo.

Il Lunarally di Pontedilegno
AlpinismoSport-lunarally-Pontedilegno1024x681

 

Ognuno di noi, per quanto a volte si possa essere digiuni in materia, può confrontare le proprie idee sulla montagna e sul­l’alpinismo con le situazioni, sia pure un po’ caricate, ma co­munque ugualmente assurde, che si verrebbero a creare se l’a­zione dell’andare in montagna fosse caratterizzata solo dallo sti­le e dal tempo.

Questi dunque potrebbero giustificare da soli l’esistenza di un ipotetico «sport alpinistico». Fermo restando che lo sport alpi­nistico equivarrebbe a un qualsiasi altro sport, senza alcun i­deale aggiunto, ma nudo nella sua essenza atletica e ben deli­mitato nelle sue regole codificate, si potrebbero benissimo or­ganizzare le gare a cronometro. Non si avrebbe nessuna diffi­coltà, né tecnica né umana, specie con l’aiuto di un’organizza­zione sapientemente diretta nella classica direzione del ricavo economico.

I concorrenti dovrebbero partire con uguale materiale, pre­senti i giudici di percorso, di partenza e di arrivo. Potrebbe ve­rificarsi qualche spiacevole caso di squalifica per irregolarità; ci sarebbe anche il tempo massimo, oltre il quale gli atleti sareb­bero senz’altro eliminati dalle successive prove.

I giudici provvederebbero ad assegnare i premi ai vincitori, dopo un attento esame dei punti ottenuti e del tempo migliore. Da considerare nella dovuta importanza anche la sicurezza e la prudenza usata dai concorrenti. Alla base della parete ci sa­rebbero le squadre di soccorso, pronte con le barelle per even­tuali infortuni, come pure in vetta; e su tutto il percorso fiori­rebbero le installazioni di teleferiche modernissime per il pronto invio del ferito a valle racchiuso in speciali sacchi Grammin­ger. Ci sarebbero pure, abbarbicate alle cenge, ove possibile, speciali stazioni di ristoro.

Lo sport alpinistico sarebbe ammesso alle Olimpiadi e per i fanatici delle invernali ci sarebbero pure i Giochi alpinistici invernali. L’iniziativa olimpica non mancherebbe di favorire lo sviluppo dello sport alpinistico: la partecipazione infatti sareb­be assai vasta, visto che «alle Olimpiadi non importa vince­re; l’importante è partecipare». Va da sé che lo sport alpini­stico sarebbe ammesso al CONI e il CNSA (Commissione Na­zionale Scuole d’Alpinismo) assorbito.

I tempi sarebbero misurati al centesimo di secondo, i con­correnti dovrebbero partire con il numero sulla schiena e non avrebbero con loro chiodi, essendo già in posto quelli necessa­ri. La partenza e l’arrivo sarebbero misurati da una speciale cellula foto-elettrica, mentre i giornalisti in vetta, protetti da un apposito bivacco-stampa collocato dalla benemerita Fon­dazione Berti, batterebbero nervosamente i tasti della mac­china da scrivere per stendere il pezzo prima dell’ultima corsa della funivia.

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Güllich

Bardonecchia 1985: Jerry Moffat e Wolfgang Guellich

Sulla vetta, o sulle staffe in mezzo alla parete, sarebbero di­slocati in gare particolarmente importanti gli operatori televisi­vi e i radiocronisti. Sui monti circostanti si provvederebbe alla sistemazione (tribuna o gradinata) del pubblico pagante, men­tre il servizio d’ordine non permetterebbe lo spettacolo ai por­toghesi e la polizia conterrebbe l’eccessivo entusiasmo dei tifo­si. Mentre sui piazzali adiacenti ai rifugi, ormai tutti serviti da un’ottima rete stradale, si adopererebbero i posteggiatori abu­sivi e non; elicotteri speciali sorvolerebbero la zona e le sue adiacenze per avvertire atleti e pubblico di eventuali perturbazioni atmosferiche.

Ai concorrenti sarebbe vietata ogni azione che potesse dan­neggiare i successivi: proibito schiodare, proibito spaccare gli appigli a martellate, otturare le fessure, bagnare la roccia con liquidi di qualsiasi genere, provocare frane; vietati gli urti, gli ostruzionismi, i catenacci. Prudenza nei sorpassi, anche se per­messi sia a sinistra che a destra. Vietato provocare e insulta­re gli arbitri.

A gara terminata si provvederebbe come di consueto al con­trollo antidoping. A giudizio della giuria se i tempi registrati possano o meno essere omologati nell’albo d’oro di ogni via.

Le guide a riposo potrebbero così impegnare il loro tempo facendo gli allenatori o massaggiatori, e gli anziani campioni, o gli incorruttibili accademici, coronerebbero la loro brillante car­riera da giudici o arbitri.

Nelle gare per solitari sarebbe severamente proibita ogni forma, anche elementare, di autoassicurazione; le atlete non do­vrebbero assolutamente indossare, in nessun caso, abiti succin­ti o comunque offensivi alla morale e alla “tipica” auste­rità dell’ambiente alpino.

Al di fuori delle competizioni si potrebbe anche assistere al puro esercizio di stile, all’essenziale estetica dell’arrampica­ta: atleti che amino concepire il passaggio come una serie di movimenti accordati da un fluire logico e leggero degli arti, che trascorrano i loro pomeriggi a salire e risalire su un masso, fare e rifare lo stesso passaggio, fino alla plastica perfezione del movimento, forza e grazia non disgiunti, in sobrio equilibrio.

Alla fine dell’esibizione, ultimo tocco, non mancherebbe il coro frenetico di battimani e strida da parte degli ammiratori.
(1966)

Bardonecchia 1985: Stefan Glowacz e Marco PedriniBardonecchia 1985, S. Glowacz, e M. Pedrini

 

 

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Natale in Tirolo

Natale in Tirolo

I primi presepi in Tirolo risalgono al XVII secolo e furono allestiti nelle chiese di Innsbruck e della vicina Hall. Nel periodo dell’Illuminismo i presepi furono banditi dalle chiese, e per questo motivo, realizzati in seguito nelle case di città e in quelle dei contadini. Il più antico presepio privato di quell’epoca è del contadino Maxenbauern di Thaur, il «paese dei presepi» vicino a Hall noto grazie agli intagliatori Giner. Fino al XIX secolo il presepio fu specchio della vita tirolese, anche se talvolta in presenza di alcuni motivi orientali con ambientazione in Palestina. Dopo le guerre mondiali molti presepi rischiarono di sparire. L’allora direttore del Museo d’Arte Popolare di Innsbruck fiutando questo pericolo adibì un’ala alla raccolta dei presepi più preziosi. Oggi il museo mostra un centinaio di presepi di ogni misura e stile. Il Krippeleschaun (guardare il presepio) è una bella tradizione sopravvissuta in molte fattorie dei paesi intorno a Hall dove vengono allestiti presepi di pazienza e maestria, da esibire con orgoglio a vicini ed ospiti. L’invito a visitarli è rivolto anche ai turisti, ma è necessario informarsi per avere le coordinate e l’appuntamento per certi luoghi sperduti. Naturalmente anche nelle chiese di tutte le località tirolesi vengono preparati i presepi e molti villaggi ne organizzano l’esposizione. Famoso è il grande presepio meccanico di Landeck, come quello di ghiaccio a misura d’uomo a Gurgl, nell’Ötztal, realizzato dalla famosa scuola d’intaglio di legno di Elbigenalp in Tirolo. Igls, vicino a Innsbruck, organizza un presepio vivente chiamato Bergweihnacht (Natale di montagna).

Maschere di Krampus
Innsbruck, Krampusmaske, maschera

 

Alla vigilia di San Nicola, il 5 dicembre, in Tirolo si usa fare piccoli doni ai bambini, soprattutto dolci nascosti nelle calze. In varie località «Sankt Nikolaus», vestito da vescovo, fa il suo ingresso nel centro storico seguito dalla banda e portando un enorme sacco pieno di regali da distribuire ai bambini. Il santo è accompagnato dai Krampus, diavoletti con catene e bacchette che fanno «paura» ai bimbi discoli (in altri casi, invece, sono diavoli che spaventano le belle ragazze). È nota la sfilata di San Nicola nel centro di Innsbruck dove Nikolaus e Krampus sono accompagnati da uno «stuolo di angeli».

Nell’Osttirol (Tirolo Orientale), la regione che meglio ha saputo conservare tutti i suoi antichi comportamenti collettivi, è ancora viva nella sua forma originaria una tradizione legata ai Krampus. In particolare a Matrei, nella zona degli Hohe Tauern del sud sono conosciuti i cosiddetti Klaubauftage, i giorni dei Klaubauf o Kleibeife che derivano con molta probabilità da credenze popolari negli spiriti vaganti nel periodo tra Natale e l’Epifania. Sorprendentemente tali tradizioni sono simili alle usanze carnevalesche: i diavoletti portano artistiche maschere in legno o metallo, pelli di pecora, collari e grosse cinte di cuoio dai quali pendono campanelli e campanellacci fino ad un peso di 30 kg.

Durante il periodo natalizio, nei centri storici di molte località vengono organizzati mercatini che offrono dolci e oggetti tradizionali. Particolarmente conosciuto il mercatino di Innsbruck. Sulla piazza centrale davanti al Tettuccio d’Oro viene allestito un enorme albero di Natale con ai piedi un presepe intagliato in legno. Dalla piazzetta fino al fiume Inn si può passeggiare tra tradizionali bancarelle assaporando profumi e sapori d’altri tempi. Il mercatino resta aperto per tutto l’Avvento e oltre, e si ripetono le varie manifestazioni letterarie e musicali. Ogni giorno ad un’ora precisa si esibiscono i suonatori della torre con le trombe. Un secondo mercatino è allestito sulla Landhausplatz. Per il periodo natalizio vengono offerte anche visite guidate speciali al museo delle campane, ai presepi nel museo dell’Arte Popolare e presso i contadini, per conoscere le usanze tradizionali.

Innsbruck, piazza del Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl) e albero natalizio
Ort: Innsbruck und seine Feriendörfer

Anche a Lienz (Osttirol), dove la Liebburg si trasforma in un gigantesco calendario d’avvento, viene allestito per tutto il periodo un bellissimo mercato di Natale sulla piazza antistante. La magia natalizia avvolge anche la fortezza di Kufstein per tutto il mese di dicembre con mercatini che hanno luogo ogni fine settimana. La navigazione sul fiume Inn con il battello Sankt Nikolaus è attiva anche durante i weekend dell’Avvento. Going nelle Alpi di Kitzbühel continua la tradizione dei mercati di artigianato artistico, dedicandone uno al Natale e molte sono le località anche piccole che organizzano mostre e mercatini.

L’Anklöpfln (bussare) è una tradizione che ricorda il peregrinare di Maria e Giuseppe alla ricerca di un rifugio. Gruppi di «pastori» girano di fattoria in fattoria, bussano, cantano e vengono accolti con grappa e dolci tradizionali: una tradizione ancora molto viva nella Zillertal e nella bassa valle dell’Inn. Il noto albergo Stanglwirt è un punto di riferimento in tutto il Tirolo per il suo impegno nella conservazione delle tradizioni autentiche.

Bergweihnacht, Notte dell’Avvento
Innsbruck, Bergweihnacht, Notte dell'Avvento

 

L’usanza dell’albero di Natale in Tirolo non è molto antica: il primo fu allestito nel 1890 nella scuola di Ischgl nella valle di Paznaun, poi la nuova idea conquistò velocemente tutta la regione. La particolarità degli alberi natalizi tirolesi è costituita dagli addobbi fatti principalmente a mano (stelle di paglia, pigne dorate e ornate di nastrini, angioletti, dolci, ecc). I profumi che si sprigionano dall’albero sono intensi: c’è l’odore del pino perché si usano solo pini o abeti veri e di cera d’api perché non ci sono «lampadine» ma autentiche candele di cera. I pini sono senza radici (col benestare degli ambientalisti, perché provengono dallo sfoltimento autorizzato del bosco oppure da allevamenti esteri: i controlli sono rigidissimi). L’albero viene preparato soltanto alla vigilia di Natale, il 24 dicembre. La sera, quando fa buio e tutte le candele sono accese, arriva il Christkind (Bambin Gesù) che porta regali a tutti. È risaputo che l’Austria è famosa per i suoi dolci, quindi anche il Tirolo. E le tradizioni natalizie contemplano soprattutto la preparazione di biscotti dai mille gusti. Nascono così delizie come i cornetti di vaniglia, i baci di cocco, le stelle al rum o alla cannella, i cuoricini di mandorle, il dolce della vita, ecc. che evocano nostalgici momenti dell’Avvento. Altri dolci, inizialmente nati come dolci natalizi, sono oggi dolci particolari quali per esempio la Prügeltorte di Brandenberg o il Blattlstock, una specialità del Tirolo Orientale. Ma il dolce natalizio più comune in tutto il Tirolo è lo Zelten, una specie di panforte poco dolce, fatto di frutta secca (fichi, pere, uva, mandorle, nocciole), arancini, cannella, chiodi di garofano e pasta di pane. Gli ingredienti variano però a seconda delle usanze locali nelle diverse vallate. In Tirolo non si conosce la Befana, ma il 6 di gennaio in ogni località girano i «Re Magi»: gruppi di ragazzi che portano con loro una grande stella e cantano ad ogni porta per raccogliere soldi destinati alle missioni.

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Zero the Hero 2

Zero the Hero 2
di Andrea Corradi
(tentativo di interpretazione e commenti, pubblicato su Climbing pills, 6 agosto 2011)

Per l’articolo Zero the Hero di Gian Piero Motti si rimanda alla puntata precedente.

Ma perché Zero the hero, che c’entra? Perché Zero è un viaggiatore stralunato, come ciascuno di coloro che si mettono in cerca, e si affida più alle sensazioni che all’intelletto. E soprattutto perché Zero ha una strana predilezione per trovare eroi nelle persone e va in cerca di essi adorando il Cock pot pixie, senza sospettare che egli stesso, Zero, è l’eroe che va cercando (http://www.planetgong.co.uk/).

Zero the hero è ciascuno di noi, che alla fine della sua ricerca scoprirà che la verità – la sua verità, quella maledetta pagina bianca che all’inizio appare come un inspiegabile interrogativo – sta dentro di sé.

Fonti
Larghe parti della descrizione di Gian Piero Motti sono prese dal bel ritratto che gli ha scritto Carlo Caccia su Intraisass: http://www.intraisass.it/ritratto02.htm
Domando perdono fin d’ora all’autore per avere lavorato di taglia e cuci il suo pezzo.

Gian Piero Motti – I Falliti (e altri scritti) – Vivalda editore (collana I licheni)

Per la parte musicale:
http://it.wikipedia.org/wiki/Gong_%28gruppo_musicale%29
http://it.wikipedia.org/wiki/Mitologia_Gong
http://www.ondarock.it/rockedintorni/gong.htm
http://www.planetgong.co.uk/

Commenti
Roberto
(buzz | 06/08/2011)
Stranamente, anche a me che ho vissuto gli anni dei Gong e della loro teiera volante, è venuto in mente immediatamente uno scrittore di fantascienza, ma è Robert Sheckley.
Leggere parti di suoi libri con la musica dei Gong è diciamo… un po’ fuori dai normali canoni sensoriali: era una delle attività preferite, mia e di un gruppo di amici, di un certo periodo della mia vita. In particolare mi ricordo il romanzo Options.. in cui l’astronauta (di cui non ricordo il nome) partiva per cercare qualcosa di preciso e quindi si perdeva in un mondo irreale, incontrava strane creature… ricordo un’amica che insisteva per vedere in alcune parti di questo libro proprio dei riferimenti alla flying teapot…
Ma nel merito… penso che la tua chiave di lettura sia giusta. Fa parte del percorso di molti in quel periodo, cercare la propria strada, una sorta di espansione senza limiti prefissati; così come la delusione successiva, quando i limiti divennero evidenti, i nostri, prima di tutto.
L’alpinismo, perché quello era ciò che Motti faceva, ma poteva essere qualsiasi altra cosa, è un’attività umana e in quanto tale è grande e meschina nello stesso tempo, quanto possono esserlo gli uomini.
Abbandonare la casa che brucia senza farsi domande, ovvero non chiedersi dove si sta andando, ma lasciare semplicemente quello che sentiamo non appartenerci, per poi ritrovarsi nuovamente in una casa che brucia… questo può essere insopportabile.

 

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CAI ed elicotteri

Per il mese di agosto 2016 il Comune di Ollomont, in collaborazione con le Guide di Valpelline, ha organizzato in sintonia con il CAI di Chiavari una gita in elicottero al Rifugio Franco Chiarella all’Amianthe, base per le ascensioni al Grand Combin.

Credo che iniziative di questo tipo, che impattano così profondamente sui principi etici del CAI (in barba al Nuovo Bidecalogo della stessa associazione), dovrebbero sollevare un confronto immediato tra i soci e l’associazione e non realizzarsi così alla chetichella.

Alberto Conserva (da facebook, 10 luglio 2016): “Personalmente, avendo frequentato la valle di Ollomont per tantissimi anni, avendo potuto usufruire della squisita accoglienza dei soci del CAI di Chiavari, durante l’ ascensione al Grand Combin e in molte altre circostanze, non riesco ancora a credere che la nostra associazione possa prestarsi a un’operazione promozionale dell’uso dell’elicottero in montagna. Sono profondamente sdegnato”.

La gita in elicottero in questione è chiaramente proposta nero su bianco in questo comunicato, nonché sul sito ufficiale del turismo in Valle d’Aosta http://www.lovevda.it

La manifestazione ha titolo L’anima del rifugio: Festa e musica in alta quota nell’incanto del Rifugio Amianthe, e si svolgerà il 4 e il 5 agosto 2016.

A sottolineare che evidentemente per gli organizzatori la sola alta montagna e lo splendido isolamento di questo angolo di Alpi Pennine non bastano a raccogliere partecipanti, eccoli affannarsi per dare al pubblico new attractions, per ridurre alle regola da luna park anche i più meravigliosi momenti di vita.

Viene in mente il pezzo What use? inserito nell’album Half Mute (1980) della band americana Tuxedomoon… “Give me new noise – give me new affection – strange new toys – from another world”.

Una new attraction può essere qualificato il peraltro bellissimo Concerto Divertissement de Mozart: il Kreamuze Clarinet Quartet, composto da Peter Himpe, Yanou Vanermen, Els Van Rillaer e Simon Himpe, suonerà al tramonto per i  convenuti al Rifugio Amianthe, a 2979 m.

In più la Compagnia delle Guide di Valpelline ha deciso di celebrare l’annuale festa delle guide proprio in quell’occasione che, come lo stesso comunicato stampa sottolinea, è o dovrebbe essere “un evento straordinario, una giornata di festa e di celebrazione della vita e del lavoro nei rifugi alpini”. Per il 5 agosto, in compagnia delle guide alpine, chi lo desidera può salire in vetta alla Tête Blanche 3413 m.
Altra gradita attraction sarà di certo il pranzo a base di piatti tradizionali e prodotti della cucina ligure a cura dei gestori della Sezione CAI di Chiavari.

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Peccato dunque che, “per l’eccezionalità dell’evento” siano stati organizzati voli speciali con gli elicotteri della ditta Pellissier il giorno 5 agosto “per dare a tutti l’opportunità di salire in alta quota e di gioire di un evento cosi emozionante”. Prezzi davvero popolari: per ogni passeggero 40 euro solo salita, 85 euro andata e ritorno.

La festa delle guide, organizzata in un luogo così remoto e solitario (ricordiamo che le ore di cammino sono circa quattro da Glacier, Ollomont) non doveva essere banalizzata in questo modo.

Non c’è neppure la scusa di favorire il gestore con una maggior frequentazione: infatti il rifugio è autogestito dai soci del CAI di Chiavari, che a turno provvedono al servizio nei mesi estivi, non certo quindi professionalmente.
Marco Lanata, presidente CAI Chiavari, ha scritto (su facebook): “Faccio presente che questa sezione non ha organizzato alcunché, si è resa disponibile – in qualità di gestore del rifugio – a dare adeguata assistenza logistica alla manifestazione organizzata dal Comune di Ollomont per valorizzare le “terre alte”. Con l’occasione faccio presente che questa Sezione intende collaborare attivamente con gli Enti Locali, cui compete la gestione del territorio, e/o con altri Enti o
Associazioni per migliorare l’ offerta escursionistica/alpinistica della Valle. Considerata la favorevole esperienza dello scorso anno, anticipo che anche per quest’anno è prevista al rifugio una festa con le Guide della Valpelline, cui questa sezione darà adeguata collaborazione“.
In sostanza, la sezione del CAI di Chiavari vorrebbe prendere le distanze dall’organizzazione ma sbaglia le misure, perché ben si guarda dall’ammettere che, se voli d’elicottero ci saranno, sarà anche per la sua fedele acquiescenza agli Enti locali, direi remissiva obbedienza: una risposta che ben traduce lo spirito di quel Club Alpino che nessuno dovrebbe volere.
Ci auguriamo che qualcuno riveda queste decisioni, se non altro per rispettare la volontà della maggioranza dei soci del Club Alpino Italiano, chiaramente espressa nel Nuovo Bidecalogo.

Gae Valle (da facebook, 10 luglio 2016): “Purtroppo non è un caso isolato. Le varie feste dell’alpe sono promosse e hanno successo, perché alla gente interessa provare “l’emozione” del volo e non vivere la cultura della montagna. Operatori turistici, guide, CAI e associazioni varie, sostenute dai media locali e nazionali, promuovono la cultura urbana, il divertimento dei luna park, facili e redditizie attrattive. In Valsesia, nonostante sia Parco Naturale… gli elicotteri girano e come girano!“.

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Storie ordinarie di Valcamònica

Le cinque storie seguenti sono cinque articoli tratti dal Giornale di Brescia on-line, scelti nell’arco di poco più di una settimana, dal 30 marzo al 6 aprile 2016. Riguardano avvenimenti della Valcamònica e sono esemplificativi di quanto la realtà possa superare la fantasia: la Valcamònica è qui presa solo a esempio di una più vasta realtà alpina (o montana) in generale.

 

Cevo
Crollo della Croce, cinque persone a processo
a cura della Redazione del GiornalediBrescia.it
30 mar 2016

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Per il sindaco di Cevo, Silvio Citroni, il suo predecessore Mauro Bazzana, un tecnico del comune di Cevo, il progettista e responsabile dei lavori e Mauro Maffessoli, presidente dell’associazione culturale proprietaria dell’opera la Pm Caty Bressanelli ha chiesto il rinvio a giudizio. Altri erano stati indagati per il crollo del 24 aprile 2014 al dosso dell’Androla, posizioni poi archiviate. L’inchiesta avrebbe appurato che la tragedia ha avuto origine dallo stato dell’opera.

Il legno che reggeva il Cristo crocefisso cedette travolgendo e uccidendo Marco Gusmini, disabile 21enne che non aveva avuto il tempo di spostarsi da sotto la croce dove si trovava. Il giovane era in gita con la sua parrocchia.

Ora sarà il gup a pronunciarsi. E nella decisione per un eventuale processo peseranno le perizie tecniche.

Per quanto riguarda l’opera, su iniziativa dell’Unione dei Comuni della Valsaviore, grazie ai fondi del bando «6.000 campanili», la grande Croce sarà ricollocata. Il costo totale dell’intervento sarà di circa 350mila euro.

Sulla vicenda vedasi anche http://www.alessandrogogna.com/2015/10/06/la-croce-di-cevo/

 

Berzo Demo
Il caso della pipì da 3mila euro: quando l’urgenza costa cara
di Gianluca Gallinari
30 mar 2016

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Quella del malcapitato pakistano, sorpreso a far pipì vicino a Berzo Demo, è forse la minzione più costosa della storia locale (se non d’Italia): non se ne ricorda altra da 3.333 euro.

I fatti: Statale 42, tratto fra le ultime due gallerie della «nuova» superstrada. Un’auto accosta. Ne scende il pakistano di casa in Valcamonica, che non regge all’impellenza. Si guarda attorno e non scorge anima viva. C’è l’Oglio a due passi, non ci sono case, né chiese, né edifici pubblici, nulla. Vinto da incontenibile urgenza commette l’errore, fatale al conto in banca: fa pipì.

A quel punto un’altra auto accosta. É quella dei carabinieri di Edolo. I quali constatano – si suppone con adeguata discrezione – il reato. E con marziale rigore sanzionano il reo urinatore. Applicando alla lettera (per la prima volta nel Bresciano) una norma fresca fresca: il decreto legislativo 8 del 15 gennaio 2016, che depenalizza gli «atti contrari alla pubblica decenza». Niente carcere, ma supermulta: 5.000 euro (10.000 nel massimo edittale), ridotti a 3.333 (cioè di un terzo) se pagati entro 5 giorni. Ora. Dà fastidio a chiunque imbattersi in chi minge per la via, o anche solo nelle sue maleodoranti tracce. E non ci si scappa: la minzione en plein air rientra tra quelli che la Suprema Corte qualifica come «atti contrari alla pubblica decenza» che «in spregio ai criteri di convivenza e di decoro, provocano disgusto o disapprovazione». Certo la sproporzione della sanzione appare macroscopica, ai limiti della decenza, questa pure.

Un deterrente formidabile contro l’inciviltà di chi, in presenza di bar e bagni pubblici, preferisce «fare alla vecchia», non c’è dubbio. Ma che ancora una volta relega il buon senso italico al palo: qui inteso soprattutto come il «complice che vigila», quello cui i deboli di vescica faranno d’ora in poi ricorso per tutelarsi dall’arrivo, nel momento del bisogno, di una pattuglia.

Tutto ciò fa venire in mente quanto accade in alcuni Stati degli Usa, dove chi è sorpreso a far pipì fuori luogo finisce nelle liste dei «sex addicted» con conseguenze pesanti e ripercussioni persino per le forze dell’ordine, che indagando su reati sessuali, si trovano al cospetto di elenchi infiniti, in cui accanto ai nomi di vili stupratori figurano quelli di sfrontati urinatori.

Strascichi giudiziari a parte, resta il paradosso: alcuni automobilisti fermati ebbri alla guida dagli stessi militari sulle medesime strade camune, finiranno col pagare meno di chi ha fatto pipì. Vien da non credere che il legislatore sia lo stesso che ha (finalmente) introdotto l’«omicidio stradale».

Vione
Otto figli morti, il dramma di Teresa: «Al cimitero non vado più»
di Sergio Gabossi
1 aprile 2016

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Ha messo in fila gli addii come grani in un rosario di misteri dolorosi. Piccola e smarrita, davanti alla stufa accesa, Teresa Lambertenghi racconta i lutti di una esistenza spietata che ad ogni giro di boa le ha tolto un figlio e un pezzo di cuore. Oriele, Mariuccia e Caterina. Un’altra Oriele, Angiolino, Oliviero, Giovanni e Renzo: in 89 anni di vita e sessanta di mamma, la «Teresa del coraggio» ha seppellito otto figli nel piccolo cimitero di Plemo di Esine.

«Non ci vado più» sussurra con un filo di voce e gli occhi persi nel vuoto. «Ovunque mi giri – spiega – vedo la lapide di uno dei miei figli. A buon mondo, un genitore non dovrebbe portare al cimitero un figlio e mi chiedo che cosa ci faccio ancora qui». Ha un golfino nero sempre a portata di mano, decine di fotografie sulla mensola della televisione e un esercito di nipoti che portano ceste di allegria. In un pomeriggio di inizio primavera, accompagnati dall’amico Gian Battista Zanotti, Plemo diventa un angolo da leggenda greca.

Un filo invisibile ci tiene ancorati qui dove è tutto reale e non esistono castighi divini, ma solo la piccola cucina di Plemo dove Teresa in carne, ossa e coraggio, snocciola parentele lontane, passioni e ricordi. «Mi sono sposata a gennaio del ’48 e abbiamo vissuto quindici anni a Saviore, poi due anni a Erbanno e siamo venuti a Plemo nel Settanta». Il marito Sisto Boldini è morto quando lei aveva 46 anni, una famiglia da crescere e bestiame e terra da curare. La grande casa nella campagna dei Saletti è diventata il luogo dove esistere e resistere.

Due figlie morte piccolissime per malattia, altre due in incidente stradale, Angiolino volato in cielo dopo una caduta in montagna, Oliviero travolto da una gru al lavoro, Giovanni morto a 53 anni per un male incurabile e adesso Renzo, che ne aveva 66.

«Quante volte ho detto: Signore prendi me!». L’uomo propone e Dio dispone: ma, a volte, la sua risposta è no. Forse perché c’è sempre un buon motivo per stare al mondo e, quando non c’è, bisogna cercarlo.

Cevo
Un monumento per le vittime del lago d’Arno. Un secolo dopo
a cura della Redazione del GiornalediBrescia.it
4 aprile 2016

La cerimonia d’inaugurazione del monumento per le vittime del lago d’Arno
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Una lastra d’acciaio corten, lunga 15 metri e alta 1, con incisi 96 nomi. Sono gli 86 soldati morti un secolo fa esatto – a causa della valanga che si abbatté sulla caserma di Campiello al lago d’Arno – più una decina di altri militari uccisi negli scontri della Prima guerra mondiale. Giovani vite spezzate che ieri la Valsaviore ha voluto ricordare con una cerimonia semplice ma appassionata.

La comunità di Cevo ha reso memoria di un fatto che era stato dimenticato, riportato in vita qualche anno fa dall’ex maestro Andrea Belotti che ha scritto il libro “Valsaviore 1915-1918. La guerra sull’uscio di casa” per rievocare i fatti. “E’ giusto che i nostri paesi non dimentichino un evento di cui finora nessuno aveva più parlato” ha commentato il sindaco Silvio Citroni.

Vezza d’Oglio
Sbranato un asino: l’orso è tornato
a cura della Redazione del GiornalediBrescia.it
6 aprile 2016

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Nemmeno il tempo di risvegliarsi dal letargo degli ultimi mesi, in questa primavera anticipata, e uno degli orsi che hanno fatto tribolare l’alta Valcamonica l’estate scorsa è tornato a colpire.

La sua preda, come già più volte in passato, è stato un asino di proprietà di un agricoltore di Vezza d’Oglio, che tiene i suoi animali in una stalla in località Risolina, a meno di cento metri dalle case della piccola frazione di Grano di Vezza.

L’altra mattina presto, mentre saliva per dar loro da mangiare, come ogni giorno, l’uomo ha fatto l’amara scoperta: qualcuno aveva assalito l’asino, l’aveva sbranato in modo vorace e poi abbandonato in mezzo alla campagna.
L’agricoltore ha così subito avvertito il Corpo forestale dello stato, che è intervenuto sul posto insieme agli agenti guardia parco dello Stelvio. Gli accertamenti sono ancora in corso – e sarà l’esito delle analisi a darne la certezza – ma pare proprio che, dalle impronte lasciate sul terreno e dalla modalità con cui è stato assalito l’animale, si tratti davvero di un orso. Il dispiacere dell’agricoltore è grande, anche perché l’asino veniva pure impiegato per alcune manifestazioni in paese.

Il fatto ha scatenato subito parecchie polemiche, non solo sulla bacheca di Facebook, ma anche in paese a Vezza, dove lo scorso anno cittadini e allevatori si sono riuniti in un comitato per difendersi dagli attacchi dell’orso e arginare i danni provocati dai grandi predatori (non solo l’orso, ma anche il lupo).

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Il dirtbagging è morto

Il dirtbagging è morto
di Cedar Wright www.cedarwright.com/

Questo articolo è stato tradotto da Climbing n. 326 www.climbing.com

Attenzione! Siamo alla vigilia di una grande tragedia. C’è un modo di arrampicare che sta morendo, il modo dal quale è addirittura nato il nostro sport: il dirtbag. L’età d’oro dell’arrampicata contava un gran numero di questi anti-eroi: Chuck Pratt, Yvon Chouinard e Fred Beckey erano i più “dirty”, parenti poveri di campioni come Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan.

Ma ora sembra che la cultura dirtbag sia sull’orlo dell’estinzione, forse avviata allo stesso destino della swami belt o del discensore a “otto”.

Molti climber non sanno neppure cosa è un dirtbag (in America, figuriamoci in Italia, NdT), per non parlare della swami belt (imbragatura improvvisata con una fettuccia, NdT), e questo è parte del problema. Ci sono giovani climber forti, motivati e promettenti, che hanno imparato o stanno imparando ad arrampicare in una delle 889 sale di arrampicata degli USA, che potrebbero consultare il vocabolario Webster’s al riguardo della parola dirtbag e trovare: “persona sporca, disordinata o spregevole”. In effetti, c’è della verità in questa breve definizione. Ma eccone un’altra, più accurata, dall’Urban Dictionary: “persona che si è dedicata a un dato stile di vita (in genere estremo) al punto di abbandonare l’impiego o altre normali attività al fine di perseguire quello stile di vita. I dirtbag si distinguono dagli hippy per il fatto che hanno una ragione specifica per vivere assieme e in genere non igienicamente; i dirtbag cercano di passare tutto il tempo arrampicando”.

Cedar Wright
Dirtbag-3889-undefinedQuando a 21 anni cominciai ad arrampicare, il mio mentore Sean “Stanley” Leary, che era già uno scalatore affermato e dirtbag, mi raccontava storie bizzarre della Yosemite Valley, mecca non solo dei climber ma anche del dirtbagging, un luogo dove i climber migliori vivevano in macchina (o in qualche grotta!), campavano di quasi nulla e arrampicavano full-time. Full-time! Era stato gettato un seme.

Quando arrivai in Yosemite, fui calorosamente accolto in una tribù con i suoi valori, slang e stile di vita. C’era il Center of the Universe, una provvidenziale piazza asfaltata dove i ranger (che noi chiamavamo i “cazzoni”) guardavano dall’altra parte e ci permettevano di campeggiare nelle nostre auto (oggi è piena di bus turistici). Se avevi bisogno di un compagno o volevi stare in compagnia, c’erano i tipi più svariati a disposizione, lì al Center. Col tempo cominciammo a chiamarci “the rock monkeys”, le scimmie della roccia, e, in retrospettiva, fummo una vera forza nell’arrampicata in valle.

Facevamo delle prime, infrangevamo record di velocità, e in quella roccaforte dirtbag nacquero e vissero veri e propri campioni. Penso che molte di quelle epiche imprese sarebbero state impossibili senza quell’illimitata possibilità di arrampicare che ci eravamo procurati.

Ma, passato il 2000, le cose cominciarono poco a poco a cambiare. I ranger cominciarono a sloggiare i campeggiatori dal Center. I dirtbag erano schedati anche nei nascondigli più segreti, così da spingerli ancora più lontano, in angoli ancora più remoti. C’incontravamo ancora alla Yosemite Lodge Cafeteria per il caffè, oppure a El Cap Meadow a fumare erba, ma senza il Center il nostro senso comunitario era sminuito, smorzato. Anche Camp 4 ci era diventato stretto con l’istituzione del limite di due settimane di soggiorno. Col passare degli anni, e a dispetto della sempre minore tolleranza dei ranger, continuavo a passare la maggior parte dell’anno appostato in Yosemite. C’era ogni tanto qualche nuovo ingresso nella comunità dei dirtbag, ma era chiaro che stavamo perdendo smalto.

E’ triste. Da dirtbag ho imparato così tanto. Farmi il culo che mi facevo nelle salite in giornata al Capitan mi portò a un’etica forte. Vivere una vita semplice nello sporco in un posto così bello ispirava un amore profondo e il più grande rispetto per la Natura. Con poco danaro a disposizione, imparai il valore del risparmio e del non sciupare. E ora, che ho più di un migliaio di dollari sul mio conto in banca e anche un tetto sulla testa, vivo ancora con l’impressione dirtbag che fare esperienze è più importante che ammassare ricchezza e beni materiali. Spero che la diradata popolazione dirtbag in Yosemite non sia l’inizio della fine.

Cedar Wright impegnato nella prima ascensione di Birthday Bash, Zion National Park
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Credo che la lunga agonia dei dirtbag abbia varietà di cause. Benzina, cibo e campeggio sono ogni anno sempre più cari. Le autorità perseguitano coloro che vogliono stare lì senza pagare. Per esempio, lo scenario dirtbag a Joshua Tree ebbe un duro colpo quando furono introdotti tassa di campeggio e limiti di soggiorno a Hidden Valley Campground, dove leggende dell’arrampicata come Lynn Hill, John Bachar e John Long si erano stabilite negli anni precedenti.

Poi c’è lo spostamento di visuale dovuto al dove la maggior parte dei moderni climber vengono a contatto con lo sport. I più imparano nelle palestre, disconnessi dalla storia dell’arrampicata. Per essere chiari, non sto condannando le sale. Diamine, non sono mai stato così forte come adesso che vivo a Boulder e ne frequento regolarmente una: però spero che si possa collegare la cultura della sala alle radici della storia alpinistica. E’ facile avere rispetto per i tuoi predecessori quando cammini sulle loro orme. In Yosemite, giganti come Chuck Pratt, Warren Harding e Royal Robbins passarono interi pezzi di vita dormendo nella sporcizia e facendo prime da sballo sul Capitan e sull’Half Dome.

Ora puoi scalare del 5.13 anche senza uscire. Non ti è necessario dedicare la vita all’arrampicata per diventare davvero forte, anche perché i più fanno arrampicata sportiva o bouldering. Non impari la cultura dirtbag nelle sale d’arrampicata, e sembra che stiano perdendosi alcune delle etiche ambientali o di quelle caratteristiche che costituivano il dirtbagging.

Internet ha cambiato il modo in cui la gente arrampica. “Non hai più da sbatterti in giro per Camp 4 per trovare compagni – scherza l’amico e adepto dirtbag James Lucas – vai su Mountain Project e trovi quello che vuoi, dalle vie più belle al compagno!”. In un’epoca in cui molto della vita sociale e comunitaria è affidata al virtuale, anche l’arrampicata sta soffrendo dello stesso problema.

Nel suo insieme la cultura moderna sta diventando sempre più materialista, l’essere al verde o il vivere in macchina è sempre meno figo, anche per i climber. E’ sempre più difficile uscire sganciarsi dalla corsa al successo.

Cedar Wright e Alex Honnold
Dirtbag-sufferfest-natgeoFine della storia. Ora la smetto di frignare o di cercare qualche motivo per essere ottimista. Le regole sociali hanno il loro modo di andare in declino o di correre avanti. Il dirtbagging non è ancora a zero e la bellezza e la passione che ancora molti di noi trovano nell’arrampicare possono bastare per attirare una nuova generazione. E’ qui che spero di far la differenza. Non sono qui a dire che ogni climber dovrebbe lasciare il lavoro e correre in Yosemite, o cominciare a dormire nel suo furgone: sono qui a dire che questo potrebbe cambiare la vita.

Prendi Alex Honnold. Ha imparato a scalare in una sala di Sacramento e si è trovato la strada con un orgoglioso dirtbagging in Yosemite. Pian piano e con sempre più sicurezza è diventato uno dei più grandi scalatori mai visti al mondo; un semplice e spartano modo di vita gli ha fatto trovare il tempo di perfezionare le sue capacità sulle big wall. Il record di velocità sul Nose e il free solo all’Half Dome sono soltanto un paio di una fitta lista di imprese notevolissime. Posso dire in confidenza che la vita di Alex sarebbe ora molto diversa se non avesse mollato il college e fatto quell’atto di fede di vivere in  camper e seguire i propri sogni.

Hai qualche sogno di arrampicata ancora nel cassetto? Hai un qualche lavoro di merda che ti fa schifo? Hai fantasie tipo quella di scalare tutti i giorni? Il weekend, quando tocchi finalmente roccia, è l’unico momento della tua vita in cui provi gioia e passione? Se è così, potresti avere ciò che serve al sogno dirtbag per restare vivo. Forse, questa cosa così bella e libera ha ancora qualcosa di vivo.

Cedar Wright è climber professionista e contributing editor di Climbing. Ancora oggi si fa la doccia una volta alla settimana, più o meno.

Guarda il breve documentario di Cedar Wright, The last dirtbag:

 

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Coccole di montagna

Mo vi fanno le Coccole! Di montagna
di Carlo Bonardi

A me le faceva la mia Mamma, le coccole.
Di cose “soft” poi però ho sempre sentito parlare: una era (è) Coccolino, che ammorbidisce gli indumenti; come fa anche Perlana (parente?); e ci sono l’Acqua Lete (non ha impurità e va giù senza intoppi – glu, glu – le avranno tolte nel captarla dal fiume che leva anche la memoria!) e pure il Tenerone della TV; e chissà quante altre ancora.

Coccole in una spa della Stiria
Stiria,  wellness (benessere), cura

Da alcuni anni sono fiorite Coccole nuove: non di Mamme, che vanno avanti alla vecchia, sebbene tra operatori turistici (albergatori, o, più in particolare, del beauty farm, resort, wellness, s.p.a., ecc. Nota, l’ultima non è “società per azioni” sebbene “salus per aquam”: in verità, quindi, sono da antichi romani… prima che li sistemassero i barbari zotici).

All’inizio ne ho solamente letto, dopo ho visto un promotore televisivo: da lui, in Riviera Romagnola, le fanno (il Tipo, oltre che affabile, era grande, grosso e – presumo – peloso; in effetti  mi avevano avvisato, quando andai militare: “de gustibus non sputacchiandum est!”).

Alfine, tra una panoplia di vari altri servizi, ne ho saputo anche per i turisti montani [così – se vogliono – potranno meglio praticare archerying, biking, bowling, climbing, fishing, fitnessing, hiking, horsing, jogging (orsiYoghi?), jumping, kayaking, mountaneering, nordic walking, orienteering, paragliding, pioneering, skiing, scouting, snowboarding, sporting, shooting, swimming, training, trekking, walking (italico: pedibus calcantibus), wargaming, ecc.].

Coccole nella taverna dell’Hotel Madlein, a Ischgl (la Ibiza delle Alpi)
Ischgl, Tirolo, Hotel Madlein, Discoteca PachaNon devono essere male, queste Coccole (ho un’amica che si illumina e scodinzola al solo pensiero di andare a prendersele con la famigliola), vi sentite anzi fessi ad accontentarvi o addirittura preferire tavolacci e connessi (magari di un “lager”, come anche gli svizzeri scrivono nei rifugi).

Cresce un problema: nel prezzo del soggiorno offrono – allegri – una bella pelata (pure se non stanno a Cortina).

Il fatto di queste pubblicità è che uno le inventa, gli operatori le copiano a raffica (studiano a scuola o vanno per buzzing; una volta era più semplice, bastava dire: “Aria frizzante e bel panorama”), tanti comprano.

Comunque, fanno cose giuste, loro.

Dove vado al lavoro io – invece – se si sente parlare di “coccole” (normalmente è aggiunto: “era per giocare al dottore!”) arrivano gli anni di galera.

A ognuno il suo.

Carlo Bonardi (Brescia, 31 marzo 2014)

Coccole nella camera dell’Hotel Madlein, Ischgl (Tirolo)
Ischgl, Tirolo, Hotel Madlein, camera

postato il 6 aprile 2014