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I falliti

I falliti
di Gian Piero Motti
(pubblicato originariamente su Rivista mensile del CAI, settembre 1972)

 

«… i giorni del tempo passato accorreranno a noi tutti insieme quando li chiameremo e si lasceranno esaminare e trattenere a tuo arbitrio… È proprio di una mente sicura di sé e quieta l’andar di qua e di là per tutte le parti della sua vita, mentre gli animi delle persone indaffarate non possono né rivoltarsi né guardare indietro, quasi si trovassero sotto il giogo…».

La lettura di questo sereno pensiero di Seneca, in un momento per me particolarmente positivo e felice, mi ha condotto a trarre alcune considerazioni che a tutta prima sembreranno interessare solo il mio modo di vivere, ma che invece investono quello di molti che come me praticano assiduamente l’alpinismo.

Dieci anni, e non sono pochi, dieci anni durante i quali ho avuto modo di vivere sensazioni diverse per qualità e intensità, giornate e attimi incancellabili, altri più cupi e ombrosi che vorrei dimenticare. Dieci anni durante i quali ho potuto avvicinare un gran numero di alpinisti di diversa estrazione sociale e di differente sensibilità. Oggi da questi contatti umani esco un po’ deluso.

Gian Piero Motti, copertina de I Falliti, Vivalda

 

Ebbene sì, ho conosciuto molti alpinisti anche forti, grossi nomi internazionali, altri meno forti, altri ancora allievi delle scuole d’alpinismo: vi era chi alla montagna era giunto attraverso l’amore per la natura e proprio per questo pensava all’alpinismo come a un’avventura più intensa e completa, venuta a poco a poco in una logica successione di sensazioni e di entusiasmi. Vi era chi vedeva nell’alpinismo un’affermazione reale e concreta della propria personalità, affermazione cercata forse proprio in seguito a una frustrazione o a un fallimento nella vita di ogni giorno.

Sovente ho sentito dire frasi come queste: «Per me la montagna è tutto», «Ho dato tutto me stesso all’alpinismo», «Se non dovessi più arrampicare sarei un fallito».

Sul momento non ho fatto molto caso a simili affermazioni perché anch’io ho rischiato molto da vicino di divenire un fallito. In seguito a circostanze che avrò modo di chiarire in seguito, mi sono lasciato tentare dall’antico detto «Eritis sicut dii».

Sì, anch’io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all’alpinismo tralasciando gli altri interessi. Dimenticare l’amore per il bello, per la musica e la poesia, l’amore per l’arte in senso lato, l’affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all’ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni interminabili su tutto e su tutti.

L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche solo un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perché ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del “sempre più difficile”.

Trascinato da questo delirio, non ti accorgi che i tuoi occhi non vedono più, che non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo. Sei null’altro che un professionista; per te l’alpinismo è un lavoro. E così non ti accorgi che a uno a uno stai perdendo tutti gli amici, quelli che ti conoscono bene a fondo, che a volte hanno cercato di farti capire che stai sbagliando, e forse anche tu lo hai capito e lo sai bene, ma consciamente o inconsciamente ti rifiuti di accettare il peso di una realtà faticosa.

E così sono giunto a scrivere quelle Riflessioni che sono la testimonianza diretta di un uomo che sta naufragando sempre più, di un uomo che sta sospeso in bilico su un abisso immane, ma che prima di precipitare ha ancora la forza di ritirarsi un attimo e di pensare in quale stato si sia ridotto. Esaltato, nevrotico, indifferente quando non assente; ostinato e caparbio nell’inseguire una meta sbagliata eppure cosciente dell’errore.

Andavo ad arrampicare tutti i giorni o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che ciò equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null’altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me stesso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l’alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla da spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me stesso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed ecco che giunge la crisi, terribile e cupa.

Ogni volta che vado ad arrampicare è un tormento, non sono più io, non ho più equilibrio, le mani mi tremano, non ho più coordinazione nei movimenti, ma soprattutto non “vedo” più nulla. E questo, chi lo ha provato lo sa, è veramente terribile. Tutto ti passa davanti e tu te ne stai indifferente, passivo, non vedi e non senti, ma invece, e ciò ti distrugge, vorresti sentire e vedere come e più di prima perché il passato rivive cristallino e limpido e si oppone con forza al buio in cui sei precipitato.

E allora ti dici finito, ti senti esaurito, svuotato: hai chiuso.

Ma cosa hai chiuso? Ma non ti accorgi, non ti rendi conto che ti sei creato l’infelicità con le tue stesse mani, che hai tradito la tua essenza, che presuntuosamente ti sei isolato inseguendo fantasie morbose e cercando sensazioni sempre più esasperate? Hai sempre condannato chi si droga e non ti rendi conto che anche tu sei un drogato, perché la roccia è la tua droga.

Ti sei ridotto veramente male; eppure un giorno non eri così, eri molto diverso. Andavi ad arrampicare quando lo desideravi, quando dentro di te sentivi il sangue fremere e friggere, quando avevi desiderio di sole e di vento, di cielo e di libertà. Eri allegro e spensierato, avevi un sacco di amici e di amiche, e soffrivi da morire quando le sensazioni che provavi erano solo tutte per te e non vi era nessuno con cui spartirle. Così cercavi con la fotografia di rendere anche gli altri partecipi della tua gioia, oppure li trascinavi in lunghe e interminabili gite o li legavi a una corda e li portavi ad arrampicare sui sassi perché volevi che anche loro provassero le stesse gioie e le stesse sensazioni. E se tu eri il solo a provarle, ne soffrivi, anche fisicamente; ti sembrava di sentire qualcosa dentro che cresceva a dismisura e sembrava voler scoppiare.

Ma soprattutto eri sereno, sereno nei tuoi pensieri e nei tuoi gesti, sempre superbo e ambizioso come sei; ma ognuno ha difetti più o meno grandi.

Ora invece sei solo da morire, barricato nella tua torre d’avorio; con il tuo sterile solipsismo hai distrutto le cose più belle che avevi. Però non hai chiuso. L’estate sarà triste, la più triste della tua vita. Ma un mattino, a seguito di lunghe giornate appiattite e monotone, giornate in cui anche una densa foschia di calore avvolge le creste dei monti rendendole ovattate e lontane, estranee e distanti, un mattino ti sveglierai sotto un cielo scuro e gravido di nubi, e un vento freddo e tagliente andrà a dividere i tuoi capelli mentre cammini da solo per quella strada che ben conosci.

Ma fra le nubi, a un tratto scoprirai un angolo piccolo piccolo di azzurro, che il vento nella sua gran corsa avrà liberato a poco a poco, e da quella densa nuvolaglia filtrerà un raggio di sole che come una spada scenderà diritto a illuminare una cresta tormentata, che solo ieri non avresti neppure notato. E così oggi i contorni sono chiari e definiti, oggi le creste si stagliano scarne e scheletrite sotto il cielo d’inchiostro, oggi il verde è più verde, oggi il bosco ha una vita e un profumo, oggi vedi le cascate e la luce del torrente, oggi…

Alberto Re nel 2014
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… Da quattro ore Alberto Re e io siamo seduti su un minuscolo terrazzino, immersi ciascuno nei propri pensieri, silenziosi e forse un po’ gravi. Siamo sulla Nord delle Grandes Jorasses: è una salita che tutti e due abbiamo sognato e inseguito a lungo, e ora la montagna ci prova duramente. E pensare che siamo andati all’attacco ridendo e scherzando, pensare che al rifugio ho dormito tutta la notte, un sonno tranquillo e profondo: ho persino sognato.

Il primo giorno un sasso ha colpito Alberto; le pessime condizioni hanno rallentato molto la nostra andatura e abbiamo dovuto bivaccare sopra le placche nere. E poi la notte è stata un inferno, cinquanta centimetri di grandine, concerto di tuoni e fulmini.

Oggi nella Cheminée rouge ho vissuto i momenti più duri e difficili della mia vita; siamo stati fulminati, abbiamo dovuto uscire alla disperata da questo orrendo camino che ci vomitava addosso cascate scroscianti di grandine e sassi, assordati dal frastuono dei tuoni e della folgore.

Ora è pomeriggio e siamo qui su questo terrazzino a soli duecento metri dalla meta, e attendiamo in silenzio che la natura si plachi. Siamo preoccupati, abbiamo paura di morire? Non lo so. Io personalmente vedo ben da vicino il rischio che ho corso e che sto correndo, ma non ho paura, sono solo molto triste. È la fine di luglio, e immagino un bel pomeriggio di sole lassù in Val Grande, e davanti ai miei occhi le immagini si susseguono con chiarezza: cosa avrei fatto oggi? Forse avrei giocato a pallone, o forse avremmo fatto una passeggiata tutti insieme nei prati della Stura, e seduti sul solito pietrone avremmo iniziato interminabili discussioni sulla religione, sulla politica o sulla vita. O forse ancora sarei andato con la ragazza in un prato e dopo l’amore mi sarei soffermato a lungo a dividerle i capelli a uno a uno, o a stuzzicarle il viso con un filo d’erba, o a osservare la luce dei suoi occhi illuminati dal sole. O, ancora da solo, sdraiato in un grandissimo prato, avrei affondato lo sguardo nell’azzurro del cielo con l’intento di scoprirvi lontane fantasie o avrei inseguito i giochi delle nubi con il sole, cercando forme strane e fantastiche nel loro biancore pulito. O ancora avrei camminato lentamente, nell’erba, mentre il vento la piega disegnando le onde del mare e ne trae un profumo forte e pungente di fiori e di fieno.

E vedo a mezzogiorno tutti i miei cari seduti intorno al grande tavolo e ancora mi par di sentire le loro e le nostre vivaci discussioni, perché le idee sono molte e diverse.

Invece sono qui, dove non vi è nulla di umano; ma proprio per questo so che devo arrivare in vetta, perché quando ritorno mi aspetta la vita.

Per uno strano caso la commozione ci colse su quella vetta delle Grandes Jorasses, alle nove di sera di un giorno di luglio, sotto un cielo nero e cupo, illuminato da bagliori violetti verso le cime del Gran Paradiso. Certi momenti non si dimenticano; restano, segnano per sempre un’amicizia. E se ripenso alle sensazioni che provai quando ritornai, mi sembra di rivivere ancora uno dei periodi più pieni e felici della mia vita. Scoprivo ogni cosa come nuova e diversa, i colori, gli amici, mi sembrava di voler bene a tutti e a tutto. Per un mese non andai più ad arrampicare o almeno non feci più salite importanti. Ma in quel mese ebbi modo di effettuare meravigliose gite con gli amici; trascorsi intere giornate alla ricerca di paesaggi e di fiori per l’obiettivo della mia macchina fotografica; mi divertii a giocare come un ragazzino. E non pensai neppure al mio stato di forma, la cosa non mi interessava, perché ero ugualmente soddisfatto e felice anche se non compivo delle grandi salite. Tant’è vero che quando sentii ancora il desiderio di una grande e bella avventura, quando mi prese ancora la voglia di avere roccia sotto le dita, sempre con Alberto andai a fare la via Brandler-Hasse sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo. E mi trovai benissimo.

Oggi se perdo una domenica intristisco, divento irascibile, nervoso; se ogni volta che arrampico non vado a fare una via estrema, non mi sento soddisfatto. Eppure, non mi sembra di essere più in forma di allora.

Non si può andare avanti così.

In primavera ho occasione di leggere un libro che reputo uno dei più intelligenti e interessanti della letteratura alpina. Si tratta di Les royaumes du monde di Jean Morin, un romanzo apparso in Francia negli anni Cinquanta. Vi si narra la storia di un uomo che quasi inconsapevolmente viene assorbito e trascinato dalla passione delirante per l’alpinismo: un uomo però dubbioso e sensibile, tormentato sempre dal sospetto di avere sbagliato, ma nello stesso tempo magneticamente attratto dall’azione anche esasperata. Gli è compagno un altro uomo che invece vede solo l’alpinismo e che cerca di convincere l’amico a dare definitivamente tutto il meglio di se stesso alla causa.

Così, il nostro a poco a poco si isola sempre di più, l’alpinismo diviene una triste droga, quasi un’espiazione da subire in silenzio. A uno a uno perde gli amici, la ragazza, e si ritrova di fronte al suo fallimento in un’età in cui il bilancio di se stessi è ancora più duro. Ormai l’uomo ha capito ed è cosciente del suo errore: la conferma, triste e dolorosa, gli viene dalla tragica morte dell’amico sulla parete nord dei Bans, attaccata in pessime condizioni di tempo. Solo, di notte, in un rifugio, Jean si trova di fronte al nulla a cui è approdato; comprende di aver rinunciato a molto, a troppo pour une lutte sans issue.

Gian Piero Motti (a sinistra) gioca con Mario Pelizzaro sui massi delle Courbassere (Valle di Lanzo), 2 marzo 1980

Courbassere (Valle di Lanzo), 2.3.1980, G.P.Motti e Mario Pelizzaro

La lettura del romanzo mi ha fatto oltremodo riflettere e ho cominciato a percepire che qualcosa andava incrinandosi. Ma non accettavo ancora la realtà; anzi, mi ribellavo prepotentemente. Poi, quasi per caso, mi capitò di leggere le stupende parole scritte da Dino Buzzati molti anni or sono per la morte di Ettore Zapparoli, forse la cosa più bella e più vera apparsa sulle pagine della nostra rivista.

No, io non dovevo finire così, mi sentivo ancora (Dio mio, 25 anni!) vivo, pieno di interessi, avevo ancora troppe cose da dire, da vedere, da conoscere. Buzzati fu duro, ma giusto. In fin dei conti Zapparoli era un fallito.

Ma ancora non bastava. Bisognava toccare il fondo. Vuoi per un certo crepuscolarismo di balorda qualità, che ogni tanto affiora nei miei giorni peggiori, vuoi per una certa voluptas dolendi che ogni tanto esercita il suo fascino, assunsi la parte dell’uomo deluso e finito e cominciò una recita piuttosto grottesca. Per giustificazione o per meglio mascherare il mio fallimento agli occhi degli altri, mi atteggiai a ribelle nei confronti della società; cercai di entrare nella parte dell’anarchico che disprezza i comuni mortali, che

odia la normalità, dell’uomo finito a vent’anni, dalle idee tenebrose e cupe, dai lunghi silenzi. E anche nel vestire cercai di adeguarmi al soggetto proposto: barba, capelli lunghi, abiti logori e sdruciti, atteggiamenti molto posati.

Con il risultato che il mio cervello non tollerò più oltre e mi assestò il colpo definitivo. Esaurimento nervoso di grossa portata, con perdita completa del sonno e un sacco di disturbi fastidiosissimi. Smisi naturalmente di andare in montagna, in tutti i sensi, anche su quella facile, e non feci che aggravare le cose.

… Oggi, oggi invece, seppur da un piccolo spiraglio, comincio a rivedere le cose. Ho capito l’errore; troppo a lungo ho vissuto in una piccola stanza dove ho chiuso ermeticamente le finestre e le porte, e lì, da solo, nel buio, mi sono illuso che il mondo fosse tutto racchiuso fra quattro pareti. Poi una finestra si è leggermente dischiusa e un filo di luce vi è penetrato.

Seguirà un autunno incerto, un ritorno alla montagna timoroso, ma con un animo diverso. Però non ancora tutto era chiarito; anche se cominciavo a star bene, qualcosa ancora nella mia testaccia non funzionava.

Guido Rossa con la figlia
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Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrire altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stessi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria insieme agli amici.

Io lo so e l’ho sempre saputo; ma dovevo sentirmelo dire da un uomo che mi ha sempre affascinato per la sua intelligenza e per la sensibilità artistica che scopri nel suo sguardo. E poi ci saranno altre persone, tutti gli amici che stupidamente avevo perduto e che ritroverò a uno a uno e che mi aiuteranno moltissimo a ritornare quello di prima.

E siamo finalmente nella realtà di questa primavera 1972. Ho trovato un lavoro che mi soddisfa e mi lascia molta libertà, libertà non solo di andare in montagna, ma anche di dedicarmi alle mille cose che ogni giorno mi attirano. Quest’inverno sono andato pochissimo ad arrampicare, ma sono ugualmente felice e soddisfatto, anzi sicuramente l’anno prossimo dedicherò tutta la stagione invernale allo sci e cercherò finalmente di praticare con sicurezza questo magnifico sport. Quest’estate ho in mente sì di effettuare qualche bella salita; ma voglio anche dedicarmi ai viaggi che da tempo ho abbandonato e che, invece, sempre sono stati per me fonte di esperienze e sensazioni meravigliose. Un amico di ritorno dalla Grecia mi ha detto: «Vai di sera verso il tramonto, quando non vi è quasi più nessuno, di fronte al Partenone ad Atene. Fra quelle pietre calcinate, in quella sassaia arida e deserta, assordato dal frinire delle cicale, vedrai tremare nel calore del pomeriggio quelle enormi colonne e ti sembrerà veramente che il tempo non sia trascorso».

E veramente, come disse Seneca, posso rivedere serenamente i giorni del passato. E rivedo tanti volti, tanti nomi, per i quali oggi non posso provare che una profonda tristezza. Perché ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell’alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che si erano dati e che si danno caparbiamente alla montagna con l’illusione di trovare un’affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita.

Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell’alpinismo hanno raggiunto i vertici. Ma se tu trasporti gli stessi individui in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale, allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi, spauriti e intimiditi, incapaci di intrecciare relazioni umane. Ed eccoli allora portare a giustificazione del loro fallimento l’incomprensione altrui, la banalità e il qualunquismo della gente, la superiorità di chi pratica l’alpinismo, la diversa sensibilità di chi ama la montagna. In realtà vi sono uomini sensibilissimi e amanti della natura anche al di fuori del territorio alpinistico, vi sono uomini che cercano e trovano altrove l’avventura e che sanno comprendere; ma, purtroppo, nell’alpinismo troppi sono i falliti e troppi i condizionati.

Non sempre, per fortuna, è così. Sovente ho incontrato ragazzi sereni ed equilibrati; ma molto più sovente l’uomo alpinista mi ha profondamente deluso per la sua ristretta visione delle cose, per la sua voluta ignoranza e per il disprezzo dei comuni mortali.

Chi invece la pensa diversamente, chi ha il complesso da prima donna e a tutti i costi si arrabatta per essere il primo, chi vive per la grande impresa e la difficoltà, forse farà per un po’ grandi cose, ma poi giungerà alla triste conclusione di chi, a trent’anni, svuotato ed esaurito, ha dovuto dire addio.

Ogni volta che incontro Francesco Cichin Ravelli, penso a quest’uomo più che ottantenne che ancora oggi percorre i sentieri della montagna e che quando giunge la primavera mi parla con gli occhi che brillano degli alberi verdi e dei fiori.

Francesco Ravelli
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Avventura è

Sono accovacciato in cima ai 3222 metri del Blanc Giuir (Gran Paradiso) e cerco di ripararmi a malapena dal vento che da circa tre ore mi inti­rizzisce. Poco lontano da me, anche lui chiuso in freddolosa me­ditazione, Popi ha reclinato il capo sullo zaino e a occhi chiusi attende che il sipario di nebbia e a tratti di nevischio si dis­solva per poter scorgere la grandiosa barriera di montagne a poca distanza da noi.

Siamo saliti fin quassù con gli sci, l’ultimo tratto a piedi, per fotografare una delle vedute più emozionanti, ma ora temiamo di aver perso il nostro tempo, di dover tornare. Quando si lavora occorre rispettare dei tempi e dei costi: sem­bra che il Blanc Giuir ci costerà caro, per questo non molliamo la presa e aspet­tiamo anche oltre il ragionevole.

Salendo al Blanc Giuir in una giornata diversa dalla nostra
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Ben presto una sensazione fastidiosa si fa largo, ci sembra che quest’attesa non ci faccia imparare niente, lontani da una sere­nità irraggiungibile. È proprio il momento più brutto di tutte le avventure, la fatica. Fatica di pensare, di salire, di aspettare, di ricominciare da capo.

Avventura è fatica, fantasia, incognita e un pizzico di competi­zione.

Il vocabolario recita che avventura è “avvenimento di solito strano, unico o singolare” e, per estensione, “impresa che attrae anche se rischiosa”. Molte altre definizioni le son state date, a tal punto da autorizzarci a ritenere che il concetto di avventura sia mutevole non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Inoltre “avventura”, come tutto ciò che è soggettivo o vissuto dall’individuo, assume toni e sfumature diverse per ciascuno di noi. Però si può concordare che, sempre e per chiunque, avventura si possa tradurre in esperienza.

C’è chi sostiene che avventura è uscire dalle tracce, trovare nuovi sentieri: quindi avere intuizioni, lavorare molto di fanta­sia per vedere dietro l’angolo, ol­tre le azioni e gli oggetti consueti, senza però dimenticarsene. Dobbiamo sa­per sognare ad occhi aperti senza perdere di vista la realtà.

Nella ricerca del nuovo spesso invece si rincorrono i record ad ogni costo, in affannosa selezione o minuziosa ragioneria dell’intentato. La contabilità, l’amministrazione e i computer tendono a sminuire l’aspetto umano. È l’esage­razione, quasi la mitizzazione di un aspetto particolare dell’avventura. Se si per­dono di vista gli aspetti generali, minimizzando il soggettivo e l’umano e con­centrandosi esclusivamente sugli aspetti tecnici, si abdica a favore di un’attività sterile.

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L’atteggiamento verso l’avventura dei “giovani esploratori” sof­fre di velato mili­tarismo: le squadre di adolescenti e bambini inventano giochi bellissimi, intes­suti di quello spirito d’avven­tura che, così genuino e necessario a quell’età, costringerebbe l’adulto a rinunciare a molta della sua fantasia individuale, con esiti che potrebbero sfiorare il ridicolo.

Uscire dalle tracce è sicuramente eccitante ma non bisogna dimenticare la modestia: spesso si crede di fare qualcosa di nuovo che, con un po’ di do­cumentazione, si sarebbe rivelato subito già conosciuto, già praticato.

Infine, nella ricerca ossessiva della novità, si finisce per es­sere molto più inte­ressati a ciò che gli altri possono dire della nostra avventura, e quindi in defini­tiva alla loro considerazione maggiore o minore, che non all’apertura delle no­stre porte inte­riori a tutto ciò che di positivo può insinuarsi in noi per con­sentirci un’esperienza vera.

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L’avventura è senza dubbio al di sopra della storia e della cro­naca: ci può es­sere, e grande, anche se nessuno la registra, la tramanda o la esalta. Ci può essere anche piccola, chiusa nel no­stro intimo.

C’è chi identifica l’avventura con il pericolo che è insito nell’incognita; siamo sommersi da produzioni letterarie, da fu­metti, da film e da trasmissioni televi­sive che esibiscono il pe­ricolo come spettacolo. Si pretende, a volte con suc­cesso, di vendere allo spettatore in poltrona un’avventura che lo ecciti. Ma emozioni di questo tipo possono essere solo superficiali e i­nutili perché non lasciano alcuna traccia in profondità. In defi­nitiva nello spettatore cedono presto il posto a indifferenza e noia; il protagonista subirà invece frustrazione e squili­brio.

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La morbosa e generale attenzione al pericolo come ingrediente principale è un preoccupante sintomo di povertà dell’avventura stessa. Quando la comuni­cazione tra uomo e natura si riduce, i contenuti di un’impresa seguono la stes­sa sorte: pericolo e com­petizione assumono un’importanza esagerata.

La competizione vera e propria infatti è la baldanzosa maschera di un’avven­tura a volte inesistente: le gare si possono fare sol­tanto in un’ambiente ormai addomesticato, dove la natura non può dirci nulla perché neppure le prestiamo attenzione. Una gara au­tomobilistica tanto è ricca di competizione e pericolo, tanto è povera di avventura. È ora di far chiarezza sulla differenza tra avven­tura e rischio, troppi scribacchini e troppi uomini di comu­nicazione hanno rica­mato a loro piacimento.

Limitarsi a vedere l’azione sotto la luce della competizione ci porta ad un con­sumo ripetitivo: è senza senso volersi spingere sempre più lontano in relazione agli altri, perché ci sarà sempre qualcuno che andrà più lontano di noi e con lui anche una parte di noi stessi si allontanerà dal nostro essere.

Sforziamoci di imparare a vivere l’avventura per noi stessi, sen­za raffrontarci ad altri. Il nostro vissuto è un’esperienza unica e ci appartiene, ma è altrettanto vero che le nostre esperienze ci arricchiscono solo se le viviamo nella giusta disposizione d’animo: non possiamo gettare via delle occasioni così belle.

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A seconda delle nostre possibilità, ma soprattutto a seconda della nostra disponibilità, una semplice passeggiata nei boschi può diventare la grande Esperienza della nostra vita.

Uno squarcio, seguito da un altro, ci si apre davanti, ormai son­necchianti e scossi da brividi. Ma dovremo tornare ugualmente, questa è la decisione di un Gran Paradiso che in tutto il giorno non abbiamo visto, di una Becca di Gay imbronciata e di un livido Becco Meridionale della Tribolazione che si è conces­so per pochi frenetici secondi.

Se noi eravamo saliti nel candore di vaste distese di neve prima­verile, Marco e Franco sono tornati molto più avanti in stagione, quando le nevi ormai disciolte hanno rivelato giganteschi rovinii di blocchi e sassi: al di sopra, le pareti rossa­stre della grande muraglia del versante meridionale del Gran Paradiso sono lì al sole, proprio davanti. Forse anche loro, immobili da tempi geolo­gici, si chie­dono cosa siamo venuti a cercare: ma creste così brillanti e nitide, slanci di rocce così trionfali, colori di montagna così serale ed estiva, possono darsi la nostra stessa risposta?

“Oggi tutti parlano di avventura. Avventura è una parola presente ormai in ogni discorso. Effettivamente le si attribuiscono troppi significati, spesso perdendo di vista quello vero (Walter Bonatti)

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Un color bruno

Un color bruno
di Giovanni Badino

Il brano che segue è tratto dal libro di Giovanni Badino Un color bruno, Edizioni Segnavia, 2006. E’ l’ultimo dei quattordici capitoli che lo costituiscono, intitolato Terrae incognitae.

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«Come dici? Solo in Italia? Beh, in Italia sono note grotte per uno sviluppo di circa 2400 km. Nel mondo non ti so dire, bah, scommetterei un po’ di più in Francia, Spagna, molto di più negli Stati Uniti e Messico, molto di meno in tutti gli altri posti. Diciamo ventimila chilometri? Comunque meno di trentamila, via! No, non è vero che non si possa stimare quante ne esistono, no no. Avevo fatto un lavoro che ne permetteva la stima, ma era proprio il primo passo.

Ti spiego. Inizi calcolando la densità di superficie e di volume del carsismo maturo. Ad esempio: Corchia 50 km di gallerie in 3 chilometri quadrati e due cubici di montagna, la densità è quindi un 15 km di gallerie ogni chilometro quadro, e 25 a chilometro cubo.

Che dici? Conti da astrofisica? E certo, del resto è proprio così, è per quello che ho studiato, e sono conti che funzionano. Poi conti Piaggia Bella, 40 di sviluppo su 10 chilometri quadrati e 5 cubici di montagna, e ottieni 4 e 8. Continui così a calcolare questi rapporti per le grotte che sono state esplorate a lungo da esploratori tridimensionali, non da escursionisti ciechi, e scopri che continui a trovare numeri che battono attorno a 10 km di sviluppo per chilometro quadrato di superficie. Potrebbero essere venti, trenta, ma è per lì. I numeri di densità volumica invece variano molto di più, ma soprattutto perché dai dati pubblicati è difficile capire quanta roccia sia in realtà coinvolta dalla grotta e quindi gli errori diventano davvero grandi. No, sulla superficie pare di no. Come? Ah, su questo hai ragione, bisognerebbe distinguere reticoli estesi su tre dimensioni, come il Corchia o il complesso del Grignone, da quelli su due, come Mammoth. Ma anche Piaggia Bella è un po’ bidimensionale, perché giace in gran parte su un livello impermeabile.

No, non è impossibile tenerne conto, credo che calcolando la dimensione frattale della grotta questo emerga chiaramente e permetta conti più fini, anche se rimane il fatto che gli speleologi hanno sempre e tutti lavorato malissimo, e quindi i dati sono incompleti. Anch’io, sì, ma solo perché ero un po’ distratto. Sì, avevo iniziato a fare i conti della frattalità delle grotte, ma per ora sto solo disostruendone l’entrata. Mi manca il tempo, ad esempio, negli ultimi giorni avrei potuto lavorare su questo e invece ho scritto d’altro. Di che ho scritto? Di un colore. Anzi, di un Colore.

Bruno. Ma sì, l’hai già letto quasi per intero, ti manca pochissimo per finire.

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Uffa, dicevo che la densità è abbastanza costante, e quindi puoi dare rozze stime di quante gallerie ci siano in un calcare carsificato nel profondo. No, non bisogna essere maghi per capire che lo è, basta guardare il regime delle sorgive, se è molto irregolare sei quasi certo che lo sia. Poi puoi guardare se le acque hanno un certo chimismo, misurare i ritardi delle piene, le temperature… Ma queste sono raffinatezze, per i nostri conti da astrofisici. Che dici? Quanto calcare al mondo? Quello basterà guardare sui libri, ma vediamo se riusciamo a stimare. So che in Cina ce n’è un milione di chilometri quadrati, un decimo del territorio. Terre della Luce ce n’è suppergiù 150 milioni, facciamo che di queste ce ne siano 10 o 20 milioni di calcare. Chiedi quanto ce n’è di carsificato in profondità? Facciamo un decimo? Penso di più, le grotte si sviluppano senza bisogno di offrirci ingressi, pensa alla Holloch, 200 km di grotta senza un ingresso vero. Ma prendiamo per buono un decimo. Con la densità che abbiamo visto si stimerebbe l’esistenza da 20 a 50 milioni di chilometri di gallerie. Come? No, non stupirti, diciamo che è proprio fra mille e diecimila volte di più di quanto è stato sinora esplorato.

Sì, hai ragione, la speleologia esplorativa non è ancora nata. Ad aggravare la cosa, ti aggiungo che molto del lavoro fatto è andato perduto, perché esploratori poco accurati non ne hanno tenuto cronache adeguate, non hanno elencato le ricerche senza esito, che quindi saranno rifatte, non hanno elencato gli enigmi che hanno incontrato, che quindi verranno incontrati di nuovo.

E infine ti dico che ancora non sappiamo rispondere alla maggior parte delle domande che ci si può porre sulle grotte: condizioni di formazione, disequilibri termici, temperature, correnti d’aria, condizioni di deposizione e così via.

Ma sai, la conquista vera è riuscire a porre la domanda, a vedere il Color Bianco. La risposta verrà».

Dopo il Bianco della divulgazione, torniamo allo smisurato territorio Bianco del mondo delle grotte. Abbiamo visto che è tanto più grande di noi, basta dunque andare un po’ più in là per trovare cose nuove? Sicuramente sì, ma c’è da fare un’ultima annotazione.

Se confrontiamo le cronache di esplorazione fino agli anni ’60 con quelle di ora, vediamo che la speleologia esplorativa è andata concentrandosi sugli aspetti topografici, perdendo di vista il resto; il territorio fisico è andato ampliandosi, quello culturale restringendosi e semplificandosi.

La speleologia, da Athanasius Kircher in avanti, nata come frammento della geografia del pianeta Terra, è andata via via limitando le sue prospettive. L’esplosione della speleologia moderna nei primi tre decenni del dopoguerra conservava ancora tratti geografico-descrittivi, da viaggiatori, ma oramai in genere considerava le grotte avulse dalle montagne in cui erano state trovate e si concentrava su aspetti sportivi. Poi è andata mutando sino a finire per limitarsi alla stesura delle loro caratteristiche metriche, come in genere accade ora [Badino, 2006], d’interesse culturale irrilevante.

Giovanni Badino
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Solo in tempi più recenti hanno cominciato ad apparire pubblicazioni che tendono a descrivere un intero territorio attraverso la lente dello speleologo, in genere come risultato finale di campagne di ricerca in zone poco note e remote, che forse annunciano una nuova fase della speleologia dopo l’esaurimento della precedente.

La geografia di un territorio vista da sottoterra, l’interazione fra Terre della Notte e della Luce. Questa nuova tendenza è un segnale di speranza, e questo mio scritto vuole inserirsi in questa linea di sviluppo, ma perché andare tanto lontano? A saper guardare bene si vedono zone bianche nascoste anche nelle grotte arcinote, quelle con le chiodature attrezzate in permanenza, con le strettoie aperte a dimensione barella, le grotte dove dall’odore urina-calce-cibo-muffa si riconoscono le zone di sosta degli speleologi.

In queste grotte spesso ci sono ben poche zone bianche topografiche, ma molte d’altro tipo: molti misteri stanno dietro la loro formazione, il clima, le forme, le informazioni che il tempo vi ha depositato e tanto altro.

Ecco che quindi possiamo vedere con uno sguardo diverso anche quegli speleologi che si dedicano sempre e solo ad un territorio non perché per loro vale di più, ma perché solo così possono approfondirne la conoscenza in ogni aspetto, pagina dopo pagina. Ma questi esploratori capaci di approfondire in modo multidisciplinare la conoscenza di un territorio sono rari, davvero rari. È un peccato, se diventassero più numerosi sarebbe un altro segnale di speranza.

Perché il nero del quotidiano intorno a noi è solo un velo d’impalpabile carboncino su un gran biancore di mistero. La fiamma, qualsiasi fiamma, ha consumato solo la prima pagina di un quaderno infinito, immacolato.

Quasi tutto è bianco, appena al di là del sommariamente esplorato.

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Giovanni Badino, nato a Savona nel 1953, fisico, professore associato presso il Dipartimento di fisica Generale dell’Università di Torino. Dal 1970 svolge attività speleologica esplorativa ai massimi livelli, inizialmente concentrata sui grandi abissi in Italia e, negli ultimi due decenni, estesa a tutto il mondo, con particolare attenzione alla ricerca di grotte di tipo inusuale, come quelle in quarzite e, soprattutto, nei ghiacciai. Ha scritto libri su temi tecnici (Tecniche di grotta, Manuale tecnico del soccorso in montagna, Grotte e forre), esplorativi (Abissi italiani, Il fondo di Piaggia Bella), scientifici (Fisica del clima sotterraneo), divulgativi (Grotte e speleologia, Oltre l’orlo) oltre a innumerevoli contributi a riviste e all’interno di testi a molti autori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Alpinismo e mistificazione

Alpinismo e mistificazione
(scritto nel 1998)

Nelle lunghe camminate in fondo alle valli più smisurate (e qui nel Massif des Écrins l’unità di misura è almeno il chilometro di dislivello), nel caldo atroce del pomeriggio estivo quando lo zaino affonda gli spallacci su spalle sprotette perché nude e il sudore imperla la fronte china sul sentiero, i pensieri più balzani possono affollarti la mente senza che tu te ne accorga neppure. Lasciata la macchina, in silenzio ci si avvia nel vallone all’inizio assai monotono. Si cerca di non pensare alla fatica che tra poco si farà sentire e di solito ci si riesce. A volte basta un indizio, un particolare, un ricordo anche un po’ annebbiato per scatenare un’inchiesta interiore che chiama a raccolta tutto ciò che si è letto o ascoltato in proposito ad un certo problema. Il pensiero è così veloce che si fa fatica a ricordare e a tenere in ordine le informazioni che si sono riversate in quest’analisi mentale. E quella volta mi venne in mente un articolo che avevo letto in francese e che mi aveva assai colpito tanti anni prima.

In un geniale articolo di quasi vent’anni fa Sylvain Jouty provocava volontariamente il mondo alpinistico sostenendo che probabilmente l’uso della menzogna era l’unico modo per rigenerare quella luce di fantasia e di creatività che le imprese alpinistiche di quel tempo secondo lui avevano perduto. Una mistificazione della realtà, dunque, che poteva essere voluta e premeditata oppure semplicemente indotta, quasi in buona fede, da una serie di continui autoconvincimenti psicologici.

Mi è tornata alla memoria quella curiosa provocazione leggendo il numero di dicembre 1996 della rivista francese Montagnes Magazine. Già in copertina spicca il titolo scandalistico 46 ans après, Annapurna, l’autre vérité: mentre nelle Actualités, la redazione si chiede se Carsolio a-t-il menti?

La parete nord dello Jannucon la contestata impresa solitaria di Tomo Česen
AlpinismoMistificazione-20040526jannuroutes

 

Dunque, ci risiamo, mi sono detto. Ancora qualcuno sfiorato dall’ombra del dubbio va ad allungare la già estesa fila di nomi. Severino Casara per il Campanile di Val Montanaia, Cesare Maestri per il Cerro Torre, Tomo Česen per la Sud del Lhotse e le altre sue imprese solitarie sono stati messi sotto accusa più volte e per iscritto (e qui cito solo alcuni tra i casi più famosi); tanti altri, come Reinhold Messner per il Sass dla Crusc, o Dante Porta per la Nord-est del Badile d’inverno o il francese Roland Trivellini per il Linceul, non hanno avuto per loro fortuna una pubblica gogna a mezzo stampa ma sono stati soltanto “chiacchierati”, qualcuno anche del tutto squalificato ma senza clamore. Cadere in una disgrazia di questo genere non dipende dalla credibilità personale: un personaggio pubblico come Messner, piaccia o non piaccia, non ha mai concesso neppure un’unghia del mignolo alle dicerie e alle invidie, e ha sempre fornito prove oggettive dei suoi risultati. A maggior ragione dovrebbe essere poco credibile un’illazione su una sua menzogna in occasione della famosa apertura della via sul Sass dla Crusc. Eppure questo è successo. Dunque cadere in disgrazia dipende da qualcos’altro, e la possibile effettiva inesistenza della vantata impresa è solo una delle varie cause.

Carlos Carsolio
AlpinismoMistificazione-Carsolio

 

Al di là dell’accusa bisbigliata e vigliacca, c’è la presa di posizione di una rivista che non si spinge ad affermare ma si limita a “riportare” fedelmente il sussurro senza interpellare il diretto interessato. È questo il caso del messicano Carlos Carsolio, accusato da un tal Goran Kropp di non aver salito tutti e 14 gli Ottomila (quarto uomo al mondo), in quanto sul K2 si è fermato 60 metri sotto alla vetta. Kropp riferisce che anche lo scozzese David Sherman “può confermare” e conclude domandandosi se Carsolio ha mentito per la pressione degli sponsor… Io credo che servizi di questo tipo siano veramente odiosi e sciocchi, una rivista non dovrebbe macchiarsi di tale infamia: l’onore di un uomo ne esce comunque compromesso, e non v’è al momento alcuna prova della veridicità delle insinuazioni di Kropp.

Ben diverso, sulla stessa rivista, è il servizio di Christophe Raylat sull’Annapurna: più raffinatamente circostanziato, subdolo come l’acqua che s’insinua ovunque e non risparmia nulla. A parte l’ossessivo chiamare più volte “Kunz” quello che è Marcel Kurz (il che, per uno che scrive di storia della musica, è come chiamare “Vendi” Giuseppe Verdi), per il resto Raylat è ben documentato sulla conquista del primo Ottomila, l’Annapurna appunto, del 1950. In breve si può dire che la spedizione, diretta da Maurice Herzog e composta dai migliori alpinisti francesi del tempo come Gaston Rébuffat, Lionel Terray, Jean Couzy e Louis Lachenal, era il tipico esempio di grande spedizione nazionale, dove tutta una nazione metteva in gioco il proprio prestigio. Non doveva fallire. La vetta fu raggiunta da Lachenal e dallo stesso Herzog, a prezzo di gravi congelamenti ai piedi ed alle mani e di un’odissea di ritorno veramente epica. In patria furono accolti come eroi nazionali, ma presto, anche per il motivo che i membri si erano impegnati a non pubblicare memorie personali, l’unico eroe da tutti riconosciuto rimase il capo spedizione Herzog. L’articolo di Montagnes Magazine investiga su Lucien Devies (1910-1980), il direttore della FFM (Féderation Française de la Montagne) che designò con pugno di ferro il capo e selezionò i componenti: lo paragona perfino a Charles de Gaulle e lo accusa, in maniera invero assai convincente, di vera e propria censura delle testimonianze di Lachenal durante la stesura del documento ufficiale della spedizione, Annapurna premier 8.000, firmato da Maurice Herzog.

Maurice Herzog (1919-2012)
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Questo libro è un vero e proprio romanzo reale che pretende l’uniformità di vedute di tutti i membri, nessuno escluso, protesi ai grandi ideali di conquista e di fraternità. Ma secondo Rébuffat tutto ciò era solo ipocrisia, dice Raylat basandosi sulla biografia che Yves Ballu ha recentemente portato alle stampe. Secondo altre note di Lachenal, Herzog passa per un pazzo invasato che voleva la vetta a tutti i costi, in spregio a qualunque sentimento di fratellanza. In seguito, l’articolo esamina i pro e contro delle prove sull’effettivo raggiungimento della vera vetta e la sensazione che in definitiva se ne ricava è la messa in dubbio anche di quello che finora era stata per tutti verità. Quindi, non contento, esamina i motivi per cui, alla fine, ci fu un solo eroe, Herzog. L’analisi qui è assai fine, perché ci viene detto che questi era in definitiva l’unico che rispondeva, come personaggio, a quello che il pubblico allora voleva. Ed alla fine non manca un’intervista a Maurice Herzog, cui sono fatte domande relative ad ogni dubbio precedentemente esposto: e le risposte sembrano essere quelle serene di un gran signore al di sopra delle parti ma anche quelle ambigue di chi, da 46 anni, difende la stessa versione.

In conclusione, un approccio accettabilmente critico alla verità ufficiale: solo un po’ sbilanciato in una direzione allo scopo di giustificare il titolo “l’autre vérité”.

 

 

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Natale in Tirolo

Natale in Tirolo

I primi presepi in Tirolo risalgono al XVII secolo e furono allestiti nelle chiese di Innsbruck e della vicina Hall. Nel periodo dell’Illuminismo i presepi furono banditi dalle chiese, e per questo motivo, realizzati in seguito nelle case di città e in quelle dei contadini. Il più antico presepio privato di quell’epoca è del contadino Maxenbauern di Thaur, il «paese dei presepi» vicino a Hall noto grazie agli intagliatori Giner. Fino al XIX secolo il presepio fu specchio della vita tirolese, anche se talvolta in presenza di alcuni motivi orientali con ambientazione in Palestina. Dopo le guerre mondiali molti presepi rischiarono di sparire. L’allora direttore del Museo d’Arte Popolare di Innsbruck fiutando questo pericolo adibì un’ala alla raccolta dei presepi più preziosi. Oggi il museo mostra un centinaio di presepi di ogni misura e stile. Il Krippeleschaun (guardare il presepio) è una bella tradizione sopravvissuta in molte fattorie dei paesi intorno a Hall dove vengono allestiti presepi di pazienza e maestria, da esibire con orgoglio a vicini ed ospiti. L’invito a visitarli è rivolto anche ai turisti, ma è necessario informarsi per avere le coordinate e l’appuntamento per certi luoghi sperduti. Naturalmente anche nelle chiese di tutte le località tirolesi vengono preparati i presepi e molti villaggi ne organizzano l’esposizione. Famoso è il grande presepio meccanico di Landeck, come quello di ghiaccio a misura d’uomo a Gurgl, nell’Ötztal, realizzato dalla famosa scuola d’intaglio di legno di Elbigenalp in Tirolo. Igls, vicino a Innsbruck, organizza un presepio vivente chiamato Bergweihnacht (Natale di montagna).

Maschere di Krampus
Innsbruck, Krampusmaske, maschera

 

Alla vigilia di San Nicola, il 5 dicembre, in Tirolo si usa fare piccoli doni ai bambini, soprattutto dolci nascosti nelle calze. In varie località «Sankt Nikolaus», vestito da vescovo, fa il suo ingresso nel centro storico seguito dalla banda e portando un enorme sacco pieno di regali da distribuire ai bambini. Il santo è accompagnato dai Krampus, diavoletti con catene e bacchette che fanno «paura» ai bimbi discoli (in altri casi, invece, sono diavoli che spaventano le belle ragazze). È nota la sfilata di San Nicola nel centro di Innsbruck dove Nikolaus e Krampus sono accompagnati da uno «stuolo di angeli».

Nell’Osttirol (Tirolo Orientale), la regione che meglio ha saputo conservare tutti i suoi antichi comportamenti collettivi, è ancora viva nella sua forma originaria una tradizione legata ai Krampus. In particolare a Matrei, nella zona degli Hohe Tauern del sud sono conosciuti i cosiddetti Klaubauftage, i giorni dei Klaubauf o Kleibeife che derivano con molta probabilità da credenze popolari negli spiriti vaganti nel periodo tra Natale e l’Epifania. Sorprendentemente tali tradizioni sono simili alle usanze carnevalesche: i diavoletti portano artistiche maschere in legno o metallo, pelli di pecora, collari e grosse cinte di cuoio dai quali pendono campanelli e campanellacci fino ad un peso di 30 kg.

Durante il periodo natalizio, nei centri storici di molte località vengono organizzati mercatini che offrono dolci e oggetti tradizionali. Particolarmente conosciuto il mercatino di Innsbruck. Sulla piazza centrale davanti al Tettuccio d’Oro viene allestito un enorme albero di Natale con ai piedi un presepe intagliato in legno. Dalla piazzetta fino al fiume Inn si può passeggiare tra tradizionali bancarelle assaporando profumi e sapori d’altri tempi. Il mercatino resta aperto per tutto l’Avvento e oltre, e si ripetono le varie manifestazioni letterarie e musicali. Ogni giorno ad un’ora precisa si esibiscono i suonatori della torre con le trombe. Un secondo mercatino è allestito sulla Landhausplatz. Per il periodo natalizio vengono offerte anche visite guidate speciali al museo delle campane, ai presepi nel museo dell’Arte Popolare e presso i contadini, per conoscere le usanze tradizionali.

Innsbruck, piazza del Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl) e albero natalizio
Ort: Innsbruck und seine Feriendörfer

Anche a Lienz (Osttirol), dove la Liebburg si trasforma in un gigantesco calendario d’avvento, viene allestito per tutto il periodo un bellissimo mercato di Natale sulla piazza antistante. La magia natalizia avvolge anche la fortezza di Kufstein per tutto il mese di dicembre con mercatini che hanno luogo ogni fine settimana. La navigazione sul fiume Inn con il battello Sankt Nikolaus è attiva anche durante i weekend dell’Avvento. Going nelle Alpi di Kitzbühel continua la tradizione dei mercati di artigianato artistico, dedicandone uno al Natale e molte sono le località anche piccole che organizzano mostre e mercatini.

L’Anklöpfln (bussare) è una tradizione che ricorda il peregrinare di Maria e Giuseppe alla ricerca di un rifugio. Gruppi di «pastori» girano di fattoria in fattoria, bussano, cantano e vengono accolti con grappa e dolci tradizionali: una tradizione ancora molto viva nella Zillertal e nella bassa valle dell’Inn. Il noto albergo Stanglwirt è un punto di riferimento in tutto il Tirolo per il suo impegno nella conservazione delle tradizioni autentiche.

Bergweihnacht, Notte dell’Avvento
Innsbruck, Bergweihnacht, Notte dell'Avvento

 

L’usanza dell’albero di Natale in Tirolo non è molto antica: il primo fu allestito nel 1890 nella scuola di Ischgl nella valle di Paznaun, poi la nuova idea conquistò velocemente tutta la regione. La particolarità degli alberi natalizi tirolesi è costituita dagli addobbi fatti principalmente a mano (stelle di paglia, pigne dorate e ornate di nastrini, angioletti, dolci, ecc). I profumi che si sprigionano dall’albero sono intensi: c’è l’odore del pino perché si usano solo pini o abeti veri e di cera d’api perché non ci sono «lampadine» ma autentiche candele di cera. I pini sono senza radici (col benestare degli ambientalisti, perché provengono dallo sfoltimento autorizzato del bosco oppure da allevamenti esteri: i controlli sono rigidissimi). L’albero viene preparato soltanto alla vigilia di Natale, il 24 dicembre. La sera, quando fa buio e tutte le candele sono accese, arriva il Christkind (Bambin Gesù) che porta regali a tutti. È risaputo che l’Austria è famosa per i suoi dolci, quindi anche il Tirolo. E le tradizioni natalizie contemplano soprattutto la preparazione di biscotti dai mille gusti. Nascono così delizie come i cornetti di vaniglia, i baci di cocco, le stelle al rum o alla cannella, i cuoricini di mandorle, il dolce della vita, ecc. che evocano nostalgici momenti dell’Avvento. Altri dolci, inizialmente nati come dolci natalizi, sono oggi dolci particolari quali per esempio la Prügeltorte di Brandenberg o il Blattlstock, una specialità del Tirolo Orientale. Ma il dolce natalizio più comune in tutto il Tirolo è lo Zelten, una specie di panforte poco dolce, fatto di frutta secca (fichi, pere, uva, mandorle, nocciole), arancini, cannella, chiodi di garofano e pasta di pane. Gli ingredienti variano però a seconda delle usanze locali nelle diverse vallate. In Tirolo non si conosce la Befana, ma il 6 di gennaio in ogni località girano i «Re Magi»: gruppi di ragazzi che portano con loro una grande stella e cantano ad ogni porta per raccogliere soldi destinati alle missioni.

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Storia dell’arrampicata romana – 2

Storia dell’arrampicata romana – 2 (2-4)
di Luca Bevilacqua
(già pubblicato nel 2010 da climbing pills)

Capitolo 6
Chi ha arrampicato anche solo una volta a Sperlonga, sa che le falesie non ci azzeccano molto con il paese di Sperlonga…

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La località si chiama “Piana di Sant’Agostino”.
C’ero stato da piccolo, una settimana di agosto, con mio padre e mio fratello. E con la giovane compagna di mio padre. I miei si erano separati forse da un paio d’anni.
Mi ricordo benissimo quell’estate per due motivi. Anzitutto sbirciai lei nuda mentre si faceva la doccia sul lato esterno della casa. Secondo, imparai a catturare le mosche con la mano. Esperienze fondamentali per un bambino di otto o nove anni…
Avevamo affittato una casetta di quelle tipiche di là, abusive, proprio all’inizio della strada che si fa adesso per andare all'”Occhio del sole” o al “Pueblo”.
So che non c’entrano niente queste cose con la “storia dell’arrampicata sportiva romana”, ma tant’è… Mi sono venute in mente ripensando alla questione delle case.
Sì, le case sono un argomento fondamentale per quella storia.

Patrick Berhault, in quegli stessi anni, sul Toit d’Augere, Col des Aravis
StoriaArrampicataRomana-2-2

 

Sperlonga è abbastanza lontana da Roma, diciamo un paio di ore. Fin dalle prime volte pensai: “Certo, sarebbe bello affittare una stanza qui, e piazzarcisi una settimana. Arrampicare tutti i giorni!”.
Poco tempo dopo seppi che l’idea, ovviamente, era già venuta a qualcun altro. I primi ad affittare una casetta nella zona subito dietro al Mozzarellaro erano stati Bruno Vitale, Andrea Di Bari, Stefano Finocchi, Fabio e Cristiano Delisi, Enrico Jovane e Roberto Ciato.
Mi ricordo distintamente che una domenica mattina, verso la primavera del 1985, arriviamo a Sperlonga e troviamo Stefano, ancora assonnato, che fa colazione da Guido. Ci dice: passiamo da casa, che devo prendere il materiale per scalare…
La prima casa fu davvero storica, mitica. Dire che era fatiscente è dire poco. Ricordo delle stanzette minuscole, lettini con reti sprofondanti, e brande, con sopra i sacchi a pelo. La porta del cesso era una porta di ascensore. Il sottotetto era in polistirolo. Disordine, un po’ di sporcizia.
Però intanto era una casa.
Stefano e gli altri restavano lì qualche giorno di seguito, talvolta anche in mezzo alla settimana, e poi tornavano a Roma. Così avevano tutto il tempo di spittare e provare le vie nuove.
Per almeno due o tre anni, a Sperlonga (come – immagino – in altri posti) si è chiodato interamente a mano, senza trapano, con spit da 8 mm. Stefano, bisogna dire, ha fatto in questo senso tantissimo. La Parete del Chiromante e la fascia superiore sono per larga parte una sua invenzione. In molti hanno collaborato, ma Stefano è stato sicuramente, all’inizio, quello che ha piantato più spit.
A partire dall’autunno 1984 è venuto alla ribalta il gran lavoro di Bruno Vitale e dei suoi amici: Furio Pennisi in primis e, più tardi, Piero Priorini e qualche altro che ora dimentico. Se Stefano chiodava dove vedeva liscio e strapiombante, Bruno sceglieva invece delle zone della parete che si prestavano a difficoltà più abbordabili. Sono nati così il settore di Re Artù e poi, due anni dopo, gli avancorpi del Monte Moneta. Tuttavia, proprio riguardo Re Artù (una delle vie “facili” più famose di Sperlonga), furono Stefano e Bruno insieme gli artefici, salendo la via dal basso…
Andrea Di Bari fu invece il primo a capire quali potenzialità, e quali bellezze di arrampicata, si celassero nei tetti (non troppo numerosi) di Sperlonga, ma anche di Leano (che fu per qualche tempo rivalorizzata) e poi del Moneta. Andrea fu, tra l’altro, il primo, almeno che io ricordi, a usare da noi il trapano.
Dopo la “preistoria” di Stati di allucinazione (6c+) a Leano, vennero gli Stati di acciaiazione (7b) sempre a Leano, e poi Suspiria (7b+) e Inferno (7c) a Sperlonga, e la libera del primo tiro della Pietro Ferraris (7b+) al Moneta… Furono, per la mia generazione, forse le più belle vie di riferimento. Andrea era stato contagiato, in questo suo amore per tetti e strapiombi, nientemeno che da Patrick Berhault. Che non a caso era venuto giù a Sperlonga proprio nel 1985. E di Sperlonga disse: la roccia assomiglia incredibilmente a Montecarlo!
Ovviamente in quell’occasione Andrea e Patrick arrampicarono insieme. Ma questo lo racconterò in un’altra puntata…

Capitolo 7
A ottobre (siamo sempre nel 1984) ci fu l’incidente di Fabio.
Stavamo a Leano, attrezzando una via nuova su Punta Giovanna, zona Ingegneri. Io ero legato dall’alto (secondo la tecnica “moderna”…) e stavo piantando a mano uno spit, a circa 8 metri da terra. Fabio stava sotto ad aspettare. Però non era precisamente sul sentiero, perché l’attacco della via era posto in cima a una specie di zoccolo, o se volete a dei gradoni di pietra.
Mentre io smartello con il percussore, Fabio fa qualche traverso per passare il tempo e osserva la parete sopra di noi. Improvvisamente una scaglia che teneva con la mano vien via, e lui rotola giù per 6-7 metri. Alla fine c’è un salto nel vuoto di altri 3 metri, e Fabio sbatte la testa.
Perde i sensi, dopo qualche secondo rinviene. E’ ferito.

Le torri di Leano, vicino Terracina
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Io sono bloccato (da un nodo fatto a terra da Fabio) e sto con la corda in tensione in mezzo alla parete. Non posso manovrare, non posso calarmi. Comincio a chiamare aiuto. A Leano siamo soli, eccetto le due persone con cui siamo venuti, e che in questo momento sono lontanissime e non mi sentono.
Penso che devo uscire dall’imbraco e scendere in arrampicata. L’imbraco e la corda sono in tensione, ci sto dentro con il mio peso, e la manovra sembra, a rigor di logica, impossibile. Però faticosamente ci riesco. Mi sfilo fuori. Riscendo arrampicando quegli 8 metri, pensando che non devo assolutamente cadere, e mi precipito da Fabio, che sta seduto e si lamenta. Ha una grande macchia di sangue poco sopra la tempia.
Penso: qui dobbiamo scendere, devo portarlo giù alla strada. Lui resta cosciente tutto il tempo, ma non ce la fa a stare in piedi.
Penso: in queste situazioni di pericolo, tra la vita e la morte, ti viene una forza micidiale: ora me lo carico sulle spalle e lo porto giù per il ghiaione. Sì, ce la faccio, ce la devo fare!
Ma invece no, non ce la faccio. Mi sento debole, ho paura. Riesco a malapena a sorreggerlo, prendendo il suo braccio e tenendolo per la spalla.
Lui fa il possibile. Cominciamo a scendere. Sono venti, trenta minuti di inferno. Cadiamo, scendiamo col culo sui sassi come fosse uno scivolo, ci rialziamo, ci ributtiamo giù. Maledetto ghiaione.
Mi sono odiato per quella mancanza di forza fisica, ma per fortuna Fabio ce l’ha fatta a restare sveglio e farsi trascinare giù da me.
Sulla strada, la prima macchina che passa ci vede con i vestiti stracciati e sporchi di sangue, il tizio va nel panico, lo imploro di portarci a Terracina, ma lui se ne va.
La seconda macchina ci carica. Arriviamo all’ospedale di Terracina. Fabio è preso in cura dai medici. Lo porteranno poi al S. Giovanni. Il trauma cranico è grave, ma tutto andrà bene. Gli rimarrà una placca in testa, in ricordo di quella merda di giornata.
A Terracina, dall’ospedale, telefono finalmente a mio padre: bisogna avvertire i genitori di Fabio. Comincio la telefonata dicendo: “Papà, questa è la telefonata che non avrei mai voluto farti. Abbiamo avuto un incidente…”

Capitolo 8
Come si dice: dopo la caduta bisogna subito rimontare a cavallo.
La domenica successiva andammo con Lorenzo a recuperare il materiale lasciato lì, e poi, qualche tempo dopo (aprile 1985), la via fu terminata. Credo che non abbia avuto nessuna ripetizione. Anche il nome è rimasto sospeso: Kamasutra. L’urlo del pipistrello. Due nomi brutti… Entrambi terribilmente brutti. Ma nella vita ci possono stare gli errori. Altroché.
Nelle settimane che seguirono, Fabio dovette affrontare una lunga convalescenza. Io non avevo smesso di friggere nella mia smania di scalare, di migliorare.
Una sana invidia stava silenziosamente crescendo in me per quelli là, gli “sperlonghiani”.

Il Moneta la mattina. Foto: livellozero
StoriaArrampicataRomana-2-4

Avevano tutti ampiamente passato i diciott’anni. E dunque avevano la patente e la macchina (per andare ad arrampicare). Avevano la fidanzata, o comunque potevano vantare qualche esperienza sessuale. Io, né l’una né l’altra. Anzi, più passavano i mesi e più sentivo come un’oscura vergogna – a diciassette anni e poi ormai (a novembre) diciotto – non aver ancora infilato le mani sotto la maglietta di una ragazza, non aver giocato con nessuna a rotolarsi sulla moquette levandosi i vestiti, quando i genitori sono fuori di casa…

Ma quel che maggiormente invidiavo ai più grandi era proprio quel potersene stare lì, a Sperlonga, in mezzo alla settimana, dormendo in quel topaio di casa, mentre io ero costretto ad andare a scuola: invidiavo – in sostanza – quella libertà, quell’indipendenza dai genitori che rappresenta l’universale orizzonte di utopia di ogni sano adolescente…
Certo, invidiavo anche le loro capacità arrampicatorie. Ma in questo caso era più ammirazione che invidia. E ragionevolmente pensavo che, arrampicando io soltanto un giorno a settimana, non avrei mai potuto colmare quel divario.
Dopo l’incidente di Fabio, e il suo progressivo allontanamento dall’arrampicata, trovai un nuovo compagno di cordata…
Quinta ginnasio del “Giulio Cesare”, dunque tre anni meno di me. Insomma un pischello… Si chiama Maurizio. Subito soprannominato Maurizietto, e più tardi, a causa di alcune sparate, “er Tozzo” (“Oh, hai visto quello? Mi ha guardato male! Adesso vado lì e gli meno!!!”).
Il Tozzo, bisogna precisare, non era l’unico “tozzo” in circolazione. Era il periodo in cui a Roma era pieno di “tozzi”: era una generazione, una moda (che prevedeva – ad esempio – un piumino Monclair, i Levi’s 501 un po’ larghi, e non so più quali scarpe…).
I “tozzi” erano praticamente dei “coatti” un po’ acchittati e stereotipati.
Ma torniamo a noi. Nel frattempo avevo stretto amicizia con un mio coetaneo, Ignazio Tantaillo Tantillo: anche lui fa il liceo classico, al “Mamiani”, ha fatto il Corso di roccia un anno prima, nel periodo in cui io avevo cominciato con Lorenzo e Fabio.
Ma soprattutto: Ignazio conosce Jolly
Chi è Jolly?
Ah vabbé… Oggi è facile dire chi è Jolly. Ma bisogna vedere chi era nell’inverno ’84-’85…
Alessandro Jolly Lamberti era un po’ più grande di noi. Aveva fatto il corso CAI qualche anno prima. E s’era beccato quel buffo soprannome da Luca Grazzini, suo istruttore, il quale diceva che quel ragazzino magro poteva salire da secondo su qualsiasi via lo avessero portato durante il corso. Per cui era come un “jolly”…
Io ero da poco diventato amico di Ignazio, che era amico di Jolly, che era amico di Stefano Finocchi.
La faccenda si faceva (per me) interessante.
Ai primi di dicembre 1984 parlo con Ignazio: si prospetta un week-end che resterà scolpito nella mia memoria.
Il giorno 8 è sabato, Immacolata Concezione: non si va a scuola! Decidiamo di andare due giorni, 8 e 9, a Sperlonga con le tende! (Le tende che verranno piazzate nel parcheggio del Mozzarellaro… Altri tempi…).
Ignazio mi dice: “Ho parlato con Jolly. Mi ha detto che prende il “calesse”, la macchina di suo padre… Con te e l’amico tuo Maurizio siamo in quattro. Va benissimo”.
Senza il mio fido capocordata Fabio, e con Maurizietto quindicenne (e alle prime armi), mi tocca andare da primo. Ignazio, per tutto il week-end, fa cordata con Jolly. E con notevoli vantaggi, visto che Jolly si tira già disinvoltamente tutti i 6b, 6b+ e 6c di Sperlonga. Così Ignazio, che forse arrampica un po’ meglio di me, ma comunque è più o meno sul mio livello, ha la possibilità di andare a fare, seppur da secondo, Serena alienazione, Peek a bou, Prondo prondo…
Il tempo è splendido. Sapete immaginare due meravigliose giornate di sole, a Sperlonga, in dicembre?
Con Maurizio ci facciamo le vie – nuove nuove – del settore di Re Artù, poi lo Spigolo, Messico e nuvole. La domenica mi tiro Picchiami sulle bolle con il Bombamento. A fine giornata Ignazio finalmente si decide a trasmettermi qualcosa di questa catena decrescente Stefano-Jolly-Ignazio, e mi porta a fare il primo tiro del Ritorno di Paperoga, 6a+ (ex 6b-!). Passo bene. Ignazio mi dice bravo, e io mi sento fiero. E soprattutto felice.
In macchina, sia all’andata che al ritorno, Maurizio racconta ininterrottamente aneddoti verosimili o, più spesso, improbabili (resta famosa l’auto, progettata a suo dire negli Stati Uniti, con il pilota automatico…). Jolly parla pochissimo, ma sembra molto divertito, sia dalle scemenze che dice Maurizio, sia dai commenti di Ignazio, che ha un umorismo (a volte involontario) irresistibile.
Un paio di esempi di quest’ultimo. “Oh, Luca! Ma tu stasera in tenda come dormi? Cioè, voglio dire, stai tranquillo? Perché io non mi fido mica, e dormo con il martello (da roccia) vicino a me, perché di notte possono venire i cani selvatici o i sauri! (vipere, NdA)!”.
Sul sentiero che va alla falesia, sotto il sole cocente: “Luca, vai avanti tu! Ché ci possono essere i sauri… Io comunque mi preparo un bel sercio abbastanza grosso e ignorante da tenere in mano. Oh! Piglia pure te il sercio! Però vai avanti tu!”.

Andrea Dibba Di Bari
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Capitolo 9
Visti da vicino. (Per come li ho visti io, e dunque senza pretese di verità…)
Alessandro Jolly Lamberti, per lo più silenzioso, quasi timido. Alto, capelli lisci abbastanza lunghi. Ovviamente magro. La metà della metà dei muscoli che ha oggi. Assolutamente dimesso nel parlare di arrampicata e di gradi. Non fa nulla per stare al centro dell’attenzione. Ha vent’anni. E’ iscritto a Fisica. Arrampica spesso con Stefano, ma anche con Ignazio. Ha uno stile impeccabile, senza colpi a effetto. Macina vie su vie, migliorando sempre.
Stefano Finocchi, allegro, simpatico, col sacro fuoco per l’arrampicata. Il suo ritornello è: “ho spittato una pancia di 7c!”. Però né Blues per Allah, né Baby snake, né Polvere di stelle, né Elisir saranno 7c! Non vede l’ora di alzare il livello di arrampicata, non soltanto il suo, ma quello della falesia… Arrampica quasi a tempo pieno. E’ un pochino più alto di Jolly, e un pochino più grande (un anno in più), capelli neri e ricci. Grande scioltezza di bacino, da far invidia a Edlinger. Fortissimo di dita. Ha una mentalità un bel pezzo davanti agli altri.
Enrico Jovane è quello che, a vederlo, arrampica meglio di tutti. Ha uno stile ineguagliabile. Sale sul 6b/6c come fosse quarto grado. Però in confronto a Stefano prende tutto con grande leggerezza, quasi con distacco. Si vede che non è sua intenzione dedicarsi all’arrampicata più che a tante altre cose. Allenarsi? Non ci pensa nemmeno. Ma sul suo talento innato sono tutti d’accordo… Da un certo punto in poi (1986) non lo vedo più.
Andrea Dibba Di Bari, scatenato, trascinatore, carismatico. Anche lui vede molto oltre il nostro orizzonte di poveri neofiti. Quando arrampica capti la sua voglia, quasi una rabbia, di non mollare mai la roccia, di salire più su. Capelli lunghi, occhiali da sole, magrissimo. Ha anche lui qualche anno più di me. Ma parla come se avesse vissuto già due vite. Ha una fidanzata molto carina, americana. E’ uno che tiene banco, e ci fa ridere a crepapelle parlando di cose sentimentali e/o di sesso. Però imparo da lui quasi più in quella materia che non nell’arrampicata.
Bruno Vitale, amico (direi quasi un fratello) di Andrea. In coppia a biliardino non li batte nessuno. Andrea è il fratellino discolo e irriverente, Bruno il fratello maggiore, paziente finché ci riesce. Persona semplice e generosa, pensa che spittare vie è una cosa che si fa anche per gli altri. Sa un mucchio di cose, ma non te le dice. Preferisce l’ironia. Cerca e trova: s’inventa letteralmente dei settori di Sperlonga che nessuno aveva visto…
Angelo Monti a Sperlonga lo vedi raramente. Molto alto, occhiali, sorriso semplice di chi è buono. Non parla quasi mai sul serio: sempre ironico, e molto auto-ironico. Ai miei occhi incarna il mito di uno dei primi settimi gradi romani: il Pulpito al Morra. Un’estate, in Verdon, rifiuta lo spinello che gli offriamo, e – alludendo al vino bevuto la sera prima – dice: “Oggi sento di avere delle tracce di sangue nella circolazione alcolica!”. Stralunato.
Maurizio Tacchi, old generation (si fa per dire!), che però a un certo punto molla la montagna e s’infiamma unicamente per l’arrampicata… Anche lui in apparenza dimesso, silenzioso, ma sotto sotto è un animo appassionato. Coltiva una passione totalizzante per Bruce Springsteen. Ha un bellissimo stile di arrampicata. A un certo punto (1986) comincia ad allenarsi con metodo e mette su una forza spaventosa… Ineguagliabile tombeur de femmes. Però questo lo racconterò con calma. Per un certo periodo si lega molto ad Andrea, poi i due si allontanano. Troppo forti per formare una cordata! Dove sta adesso, non lo so…
Roberto Ciato, come Maurizio, come i Vermi, viene dall’alpinismo. E all’inizio l’arrampicata sportiva sembra prenderlo relativamente. E’ un amicone, uno con cui vai subito d’accordo. Molto amico fra l’altro, anche lui, di Andrea. Mi ricordo che quando lo conobbi dovevo dirgli io i nomi e i gradi delle vie di Sperlonga: ero fissato e mi studiavo attentamente tutto, compresi i passaggi, appiglio per appiglio. Ma a uno come lui venivano subito, naturali… Qualche anno dopo s’è attrezzato un garage che è stato la prima palestra artificiale di arrampicata dei romani. Si andava da lui! E lui allenandosi è diventato forte, fortissimo… Senza mai vantarsene.
Giovanni Bassanini, giocherellone, sempre a scherzare, a prendere per il culo. Lo incontravo a Ciampino, dove faceva cose mostruose con una facilità sconcertante… Saliva e scendeva slegato di qua e di là, incurante dei rischi. Fortissimo di dita e di braccia. Resuscitato (o miracolato) dopo un volo enorme al Monte Bianco, ha ripreso a fare trazioni quand’era ancora a letto in ospedale. Poi lo abbiamo visto sempre meno quaggiù, ed è andato a vivere a Courmayeur.

E ora facciamo scrivere qualcun altro, il Jolly. Diversi personaggi presenti in questo paragrafo sono citati in precedenza; il Dibba è Andrea, il narratore di questi due pezzi che seguono è Jolly, il Finocchi è Stefano, Medioverme è già stato citato in alcune puntate precedenti, e Bibo… indovinatelo voi!

Il Dibba
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Intermezzo 1 (di Alessandro Jolly Lamberti)

A) Intanto dentro la casa, oltre a Ignazio e al Dibba, si erano riuniti anche il Tozzo, Bibo e i Vermi.

Il giorno prima c’era stata una grossa battaglia con i raudi (sorta di piccoli petardi). Il Dibba amava i raudi, il botto forte e secco che facevano, non come le scoreggette dei fuochi d’artificio o delle miccette. Il raudo era come una bomba. E soprattutto il Dibba amava lanciarli dentro casa. Allora si che il botto riusciva quasi a stordirti. La sera prima aveva cominciato lanciandone due sotto al divano dove era seduta xxxx. Che ovviamente si era incazzata. Poi in un attimo il piccolo corridoio si era riempito di fumo perché lui aveva cominciato a lanciarne a cadenza costante. I Vermi si erano asserragliati dentro una stanza, ma non avrebbero resistito a lungo. Il più pericoloso, oltre a lui, era il Savini. Mentre il Dibba stava cercando di infilare le bombe sotto la fessura della porta, lui stava aggirando la casa alla ricerca della finestra della stanza. A un certo punto la battaglia si era conclusa perché il Dibba voleva conservare un po’ di munizioni per dare il buon risveglio a qualcuno la mattina seguente.

Nella casa c’era ancora puzza di zolfo e grosse chiazze nere macchiavano il pavimento e la base dei muri. Il proprietario, un contadino del posto, soprannominato ’’zolla de tera’’ era talmente rozzo che neppure si sarebbe accorto delle modifiche alla tinteggiatura della sua bella casetta abusiva.

I discorsi presto divennero filosofici.
Andrea, per noi bamboccioni, era un maestro di vita, e ascoltavamo sempre divertiti e con attenzione i suoi aforismi.
Si discuteva di estetica.
– L’importante è che le bocce siano grosse – disse Ignazio – senza tutte quelle stronzate sulla forma, la consistenza, le proporzioni, importante è che abbia tette grosse e che parli poco.
– E’ un po’ come per il cinema, un film è un bel film se c’è un alto volume di fuoco, è spettacolare e con pochi dialoghi che ti appallano.
– Insomma una tettona che parli poco ma che sappia fare bene i pompini – interruppe Medioverme, che pur essendo il più piccolo era anche uno dei più trucidi.
– Non dico che non debba essere intelligente – replicò Ignazio – dico che debba essere silenziosa.
– State fuori strada – cominciò il Dibba, autorevolmente.

Stefano Finocchi su La Moda del Pesce, Sperlonga (da Flippaut di Fulvio Pennisi)
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Tutti ci voltammo verso di lui ad ascoltare attenti.
– Le tette contano, ma non sono fondamentali – proseguì scandendo con particolare enfasi f-o-n-d-a-m-e-n-t-a-l-i.
– Cosa è fondamentale? – chiese Bibo.
– Pensate a una ragazza bellissima, labbra carnose, culo come quello della pubblicità di Roberta, gambe perfette, ecc. Vi arraperebbe pure se avesse due ciliegine acerbe al posto delle tette.
– Sì, è vero, quello che conta è il culo – azzardò qualcuno.
– No. Allo stesso modo, se vedete una femmina perfetta, ma col culo un po’ piatto o basso vi ci ammazzate di seghe al solo pensiero tutte le sere. Una col culo piatto o dritto può anche essere una fica.
– Dovete pensare a una caratteristica che da sola faccia crollare tutto il resto.

Una condizione che non sia necessaria, ma sufficiente per la bruttezza – pensai; ma mi guardai bene dall’esprimere tale giudizio saputello.

Il Medioverme disse una porcata, ma nessuno la registrò, perché tutti pendevamo dalle labbra del Dibba.

– Le caviglie – pontificò Andrea – può pure avere tutto perfetto, ma se c’ha i caviglioni che scendono giù dritti e grossi come una lonza, la sera non le dedicherete neppure una pippa. E il più delle volte neppure saprete razionalmente perché non vi piace. Magari le due lonze le ha nascoste sotto dei jeans a tubo o degli scaldamuscoli fucsia, ma il vostro corpo lo sa, lo sente, magari ve la sposate pure ma non vi arraperà mai veramente – concluse.

E’ vero, le caviglie, e chi ci aveva mai pensato.

– Quello con cui stava prima la mia fidanzata – disse qualcuno -aveva due caviglie che sembravano due tronchi di quercia. Dici che a lei quello non la attizzava?
– Seee… te piacerebbe – replicò Andrea col suo sorrisetto cattivo – per le donne è diverso, l’arrapamento può partire anche solo per motivi intellettuali o semplicemente perché lui la fa sentire brava e la gratifica spesso. Le donne cercano chi le gratifica, per questo i viscidoni hanno successo.
– Ma soprattutto – dal tono si capiva che stava per sparare una delle sue massime – mai mai mai mai m-a-i farsi raccontare e m-a-i neppure pensare a quello che ha fatto la tua donna con il suo ex, è la cosa peggiore che puoi fare.
– Capito – disse Bibo.
– Come si fa a non pensare a una cosa? – chiesi io, che fino a quel momento ero stato zitto e in disparte – io quando decido di non pensare a una cosa ci penso ancora di più.
– Basta che ti metti a fare qualcosa – concluse secco il Dibba.
– Fare qualcosa. Fare qualcosa – ripetei mentalmente, cercando di memorizzare.

Il Finocchi
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B. In quel periodo il Finocchi percorreva la via Pontina fino a Sperlonga come un pendolare che deve andare in fabbrica a timbrare il cartellino. Senza ipocrisie, senza far finta di fare qualcos’altro, lui scalava. Abitava con la famiglia in un grande appartamento a Primavalle. Il padre, commerciante di vini e spumanti, aveva fatto abbastanza soldi lavorando sodo, e ora permetteva al figlio di impegnarsi a fondo nell’attività in cui era bravo e che amava. Probabilmente voleva permettergli ciò che a lui non era stato permesso, e per questo gli dava una discreta paga mensile, quasi uno stipendio, per scalare e basta. C’era una specie di accordo tra i due: dopo dieci o dodici anni di scalata, il figlio si sarebbe messo a lavorare con lui a vendere Spumanti. Stefano, al contrario di me, era estroverso, amichevole, disinibito; la sua vitale e frizzante energia ti accoglieva e ti metteva a tuo agio, ti faceva divertire, sempre, senza recitare ma semplicemente essendo se stesso. Piaceva a tutti, era una di quelle rare persone di cui potevi veramente godere la presenza come a uno spettacolo di fuochi d’artificio. Lui e il Tantaillo erano i più simpatici di tutti, nel senso letterale del termine, e assieme erano irresistibili. Con il giusto accompagnamento Stefano poteva fare qualunque cosa, compreso un discreto numero di atti vandalici. Era l’unica persona che conoscessi ad avere una alimentazione più sregolata della mia, e nulla gli faceva schifo. Tutti lo amavano. Tranne uno. Che invece lo odiava. Ma era un’altra questione. Era una questione di rivalità. Non si trattava di donne, ma erano pur sempre pulsioni darviniane e primordiali. Il controllo del territorio. E il territorio erano le pareti di scalata intorno a Roma: loro due tracciavano ogni settimana itinerari che dovevano essere sempre più duri di quello dell’altro, i chiodi che piantavano in parete erano come il piscio acre e acido dei felini in calore, servivano a marcare il loro territorio, i confini del loro regno. La tribù era appena nata, e già si erano formate due faide: da una parte il Finocchi, dall’altra il Dibbari. Io mi stavo formando nel mezzo, approfittando di quella rivalità, ma sempre rimanendo abbastanza nell’ombra, cominciavo a ripetere le loro vie più dure, da una parte e dall’altra. Loro aprivano nuove vie difficili, l’uno per superare l’altro, e io mi trovavo sempre nuovi progetti senza dovermi sporcare le mani piantando chiodi in parete. “E’ un lavoro da carpentiere”, dicevo con la mia erre un poco moscia. Pur restando sempre dalla parte di Stefano, il Dibbari comunque mi accettava, non perché facessi il doppio gioco, ma perché a diciannove anni ero una persona assolutamente innocua, quasi autistica, e provare antipatia per me sarebbe stato come provare antipatia per un orsetto di peluche. Neppure quel cagnaccio di borgata del Dibba era capace di tanto. A peggiorare le cose tra lui e il Finocchi c’era la differenza di status economico. Il Dibbari veniva dalla Pisana e sin da piccolo si era sempre dovuto fare il culo. Anche lui aspirava al professionismo nella scalata, ma per potersi pagare la benzina doveva arrabattarsi con qualche lavoro. Per lui, noialtri eravamo tutti figli di papà. E un po’ era vero. Ignazio, anche se non aveva mai una lira, “A Jo (Jolly) me so sbajjato, non c’ho i soldi per la benza”, abitava in un grande appartamento al centro, il padre (il “tutore” come lo chiamava lui) era un dirigente della RAI, la madre una “bossetta” alle belle arti. Bibo e il Tozzo venivano da Corso Trieste, io dall’Aventino. Tutto l’ambiente del CAI, dove ognuno di noi aveva cominciato, era impregnato di ricchi professionisti e intellettuali di sinistra, comunisti con la villa a Capalbio e a Cortina. Molta della sua grinta, quando scalava, il Dibbari la tirava fuori da lì, da quella tensione di classe. Anche lui, in quanto a carisma, energia e simpatia, non era inferiore né al Finocchi né al Tantaillo. Il Dibba era ipercinetico, quasi schizzato ma sensibile, a modo suo spirituale e un po’ filosofo. Era spinto da un fuoco che gli ardeva dentro e che non riusciva a sopire. Quando scalava dava sempre il massimo, con quel suo stile di scalata scattoso, un piede puntato e l’altro sempre un po’ a ravanare, anticipava quella che sarebbe stata la tecnica moderna, meno elegante ed effeminata, ma più efficace. Il Finocchi era il tipico scalatore anni Ottanta, sempre appiccicato alla parete come una ranocchia, sullo stile di Patrick Edlinger e di Manolo. Il Dibba, invece, se poteva i piedi neppure li poggiava, sostenendo che così si faceva meno fatica. Contava il risultato finale, chiudere la via, in un modo o nell’altro: le spaccate e gli sculettamenti andavano bene per i ballerini frocetti.

Entrambi i pezzi A. e B. qui sopra sono stati scritti da Alessandro Jolly Lamberti, uno dei più forti climber italiani. Jolly ha studiato in modo accurato e meticoloso la teoria e pratica dell’allenamento per l’arrampicata, e con un’esperienza ventennale nel suo bagaglio ha scritto quello che è tuttora il testo di riferimento in proposito:

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Gli scritti che ho riportato sono invece tratti da:
http://www.climbook.com/sezioni/2-storie-vere
e sono contenuti nel libro La decadenza della scalata moderna e altri racconti.

Capitolo 10
L’estate sta finendo, cantano i Righeira.
Anzi, è finita da un pezzo. Trascorso il mese di settembre, da Guido il Mozzarellaro non c’è più movimento. Ci sono i camionisti, loro sì. E da quest’anno (1984) ci sono anche gli arrampicatori.
In mezzo alla settimana sono due o tre, saltuari, imprevedibili, capelloni, ventenni. Hanno affittato una casetta minuscola e fatiscente a pochi passi da là.
Ma il sabato e la domenica sono molti di più. Li vedi arrivare verso le dieci del mattino, una macchina dopo l’altra. Scendono strani gruppetti, composti in modo imprevedibile, come se si mischiassero sempre le carte di uno stesso mazzo. Ci sono più o meno quei quindici o venti quasi fissi. Gli altri ruotano: vengono una volta, poi spariscono, ritornano.
Lasciata la macchina, prendono gli zaini e si avviano, come se tornassero in direzione di Roma, verso la galleria.

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Come ci vedeva Guido, il Chiromante?
Come vedevamo noi lui?
Qualcuno, un po’ cinicamente, diceva: “Gli abbiamo fatto muovere un po’ gli affari. Qui d’inverno non gira nessuno”.
In effetti noi andavamo sempre. Pochi ma fedeli. Anche con la pioggia. Tre o quattro tavoli li riempivamo: mozzarella e pomodoro, qualche oliva, un panino al prosciutto, una birretta alla spina…
Ma Guido non era così. Non pensava tanto ai soldi. Gli interessavamo noi. Si sarebbe detto che ci osservava, ci studiava.
A molti, e penso soprattutto a Stefano, Guido voleva un gran bene. Dopo un anno o due se lo coccolava, gli faceva gli scherzi. Anzi, in realtà faceva scherzi a tutti.
Impossibile dimenticare il suo termos “a sorpresa”: diceva che ti offriva del tè, e tu ingenuamente aprivi il barattolo e cosa saltava fuori? Indovinate? Una cosa più o meno cilindrica che sta giusta giusta, come dimensioni, dentro a un termos…
Lo ha offerto a tutti quelli che son passati. Anche ai big. Anche alle signore, alle istruttrici del CAI…
Un altro suo scherzo: “Facimmo a chi è cchiù alt’…”. Risposta di Stefano, già tra le risate: “Ma dai, Guido, sono più alto io!”. “No, no – insiste lui – facimm’…”. Si avvicina a Stefano e guarda la sua fronte, invitandolo a fare lo stesso. Con una mano, a metà strada fra le due teste, accenna a un gesto di misurazione, ma con l’altra ammolla una botta secca nei testicoli del giovane climber.
Una volta si arrabbiò perché aveva capito che mettevamo dei fogli di giornale nelle buche (le porte) del biliardino… In questo modo le palline non cadevano giù, e con cento lire potevamo giocare per due ore (d’inverno la giornata arrampicatoria finisce presto…). Arriva lì sbraitando cose incomprensibili. Tutti zitti. Ognuno pensa tra sé: stavolta l’abbiamo fatto incazzare sul serio.
Ma lui: “Nun sefà accussì, che finiss tutt’a carta int’o biliardino…” E mentre dice questo, ci porge gentilmente due stracci presi al bancone. Bisogna metterci gli stracci, nelle porte… Non s’è arrabbiato per i soldi, ma per i pezzi di carta che finivano dentro.
Guido ci voleva bene. Ne sono sicuro.
Ai muri avevamo cominciato ad attaccare qualche poster di arrampicata. Ce ne era uno con una foto del bombé di Pichenibule che ritraeva Edlinger. Commento di Guido, sempre rivolto a Stefano: “Chist è ‘no campione! no tu!”.
E poi voleva sapere, a suo modo, il grado della via del poster: “Quest quant’è? quanto fa? Ciento pe’ ciento…? Cientodieci pe’ ciento…?”
110%… La pendenza! Guido s’era accorto che la parete di quella foto strapiombava…

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Capitolo 11
Perdonatemi le divagazioni (che però a volte sono la parte migliore). Cercherò di ritrovare il filo del racconto.
Eravamo rimasti a quel week-end in cui portai il Tozzo per la prima volta a Sperlonga. Fu così che conobbi Jolly (di cui già si diceva che era uno “forte”). E si consolidava nel frattempo l’amicizia con Ignazio.
Andare a Sperlonga voleva dire non solo spellarsi i polpastrelli sulle gocce affilatissime, ma anche farsi un’idea di chi in quel momento era al top.
Come ho detto, di vie sotto al 6a ce n’erano davvero poche, e quindi Sperlonga continuò a esser frequentata, almeno per tutto il 1985, da una sorta di élite di arrampicatori. Gli altri si affacciavano, si facevano quelle 5-6 vie abbordabili, e ritornavano, a volte, qualche mese dopo. Dal che capirete – fra l’altro – che in quegli anni, al contrario di oggi, se uno faceva il 6a (il 6a di Sperlonga!), era considerato “forte”.
Andate a fare il “6a” di Pronto Raffaella, o del secondo tiro di Flippaut, e capirete che c’era una logica in quel ragionamento.
Così sapevi che i “forti” erano quei 10-15, e non di più.
Cominciavi a frequentarli, a parlarci, a chiedere informazioni su questa o quella via…
Con il Tozzo andai anche in giro per le altre palestre (il francesismo “falesie” non esisteva): al buon vecchio Morra, a Leano, ecc. Prendevo gradualmente fiducia nell’arrampicare da primo.
Ovviamente non esisteva Ferentillo, e ancor meno esisteva Grotti. Norma e Sezze erano due nomi e basta: liquidati, sulle guide dell’epoca, come pareti di scarso interesse.
Bassiano non esisteva. Supino non esisteva. Ripa maiala non esisteva.
Insomma, direte voi, ma che cosa esisteva?
Diamine, lo sto dicendo e ripetendo fino alla nausea: eravamo agli albori. Non esisteva quasi niente. Non esistevano i tabelloni, le palestre indoor, non esistevano le gare, non esisteva la FASI. Non esisteva nemmeno l’8a: se non come leggenda (“pare che in Francia ci siano due fratelli fortissimi, ancora più forti di Edlinger: si chiamano Marc e Antoine Le Menestrel… Sembra che hanno fatto l’8a…”).

Sperlonga, Parete del Chiromante (da http://www.stadler-markus.de/files/sportklettern/sperlonga.htm)
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A: il Castello invisibile
B: Avancorpo di sinistra
C: il Mercantino delle pulci
D: Parete del Chiromante
E: Avancorpo di destra
F: Fascia superiore
G: Mura di amacord
H: Signora delle maniglie
I: l’Isola che non c’è
L: il Pilastro di ponente
M: Spiagga sotto il pilastro di ponente
N: la grande Muraglia
O: l’Anfratto
P: il Tempio

 

 

Sperlonga, Monte Moneta (da http://www.stadler-markus.de/files/sportklettern/sperlonga.htm)
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A: il Faro
B: Avancorpo di sinistra
C: Avancorpo sotto la grande cengia
D: Paretone
E: Avancorpo di destra
F: Parete delle Meraviglie
G: Avancorpo del Mistero
H: Berger

Diciamo che per me esisteva il primo tiro di Flippaut, che mi aveva respinto a brutto muso. “Maledetta cazzo di placchetta appoggiata di 3 metri, vaffanculo, liscia! Porca puttana!”
Un giorno vedo, proprio sul primo tiro di Flippaut, il fratello di Paolo Caruso, Roberto. Un gran pezzo d’uomo (di ragazzo), certo non il mingherlino tipico di queste parti. Io sarò ancora un pivello – penso – però scalo meglio di questo qua (la modestia, in queste cose, non m’è mai mancata…). Roberto segue i consigli di qualcuno da sotto. Sale dritto un metro anziché traversare subito a sinistra, e prende un bel buco per tutta la mano, poi fa una grossa spaccata, riesce ad arrivare a un’altra presa decente, infine fa ancora qualche movimento che non ricordo sbucando sul terrazzino. Insomma, morale della favola, passa senza fare resting.
Gran rosicata mia. Resto muto, imbronciato, riflessivo.
Ma al tempo stesso: apriti cielo! Si accende una lampadina.
Roberto – continuo a pensare – ha fatto una sequenza precisa, memorizzata, incredibilmente efficace. Sapeva esattamente dove mettere le mani, dove mettere i piedi. Non ha esitato, non ha perso tempo, non s’è stancato (il termine “acciaiato” ancora non esiste…).
Ha usato dei trucchi, glieli avranno suggeriti, però intanto è passato.
Il cervellino di Smilzo, mosso dall’invidia, è tutto un formicolare.
Allora si fa così.
Si va sulla via. Si provano bene i movimenti, magari facendo resting. Bisogna capire i trucchi (se ci sono). Bisogna inventare, studiare la roccia centimetro per centimetro, vedere su quale presa ci si tiene meglio…
Inutile aver fretta. L’importante non è arrivare presto in sosta. Ma capire: capire in che modo posso passare, così da riprovarci in un secondo momento e salire in “vera” libera: rotpunkt (questo termine esiste!)…
Aaaahhh, ora ho capito.
Decido nei giorni seguenti qual è il mio obiettivo. Ho fatto, più o meno, vari 6a e 6a+. E’ ora di salire un 6b. Ma un 6b vero! meglio se magari è un 6b+, così non ci sono dubbi.
“Ignazio, tu che li conosci, i 6b e i 6b+, quale mi consigli?”
“L’hai fatta Serena? Non l’hai ancora fatta? MADDAI! (il famoso MADDAI del Tantaillo) Allora devi far quella”.
La domenica dopo sono lì col Tozzo, sotto la via. Sono pronto a tutto, a spararmi resting su resting, ma devo farcela, e capire i movimenti. Mi hanno detto che la partenza sullo strapiombetto è dura. Tutto sta a portare i piedi su due appoggi, proprio sul bordo del tettino. E poi da lì, devi tenerti su delle cose piccole. In compenso la parte dura non è tanto lunga: dopo i primi 5 metri diventa più facile.
Mi sono portato in tasca delle pasticche di un prodotto nuovo: si chiama Enervit! Così avrò le energie per arrivare in sosta.

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L’ultima avventura

L’ultima avventura
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Lo scarpone, maggio 1972)

Mi succede ogni tanto di essere un po’ stanco. In inverno quando torno a ripercorrere itinerari di palestra, dove la successione dei movimenti è ben impressa nella mia mente, in primavera quando riscopro valloni e montagne che ho visto decine di volte. Ma non è che mi vengano meno le sensazioni, anzi, tutt’altro: è che forse cerco ancora un briciolo d’avventura in un ambiente dove non sempre riesco a trovarla.

Andiamo un po’ indietro nel tempo. Mi sembra di risalire il lungo e selvaggio Vallone di Piantonetto, mi pare d’averlo davanti agli occhi, solitario, cupo e un po’ tetro nella luce della sera. Rivedo il grande pianoro di pascoli con il piccolo gruppo di grange addossate le une alle altre, sotto i salti di roccia. Quasi si confondono con le pietraie, sono grigie, grigi i loro muri, grigie le lose che ricoprono il tetto.

La sera di un sabato di settembre sono pochi quelli che sono saliti fin quassù e sono tutti amici. Non c’è rifugio, forse ancora pochi conoscono il Piantonetto, qualcuno sa che sulla parete del Becco di Valsoera c’è una certa via aperta da Lionello Leonessa e Giuseppe Tron che dovrebbe essere davvero una bella arrampicata. Si parla anche ogni tanto, e con grande rispetto, della via che Andrea Mellano, Romano Perego ed Enrico Cavalieri hanno aperto sul grande spigolo. Una via difficile, nessuno l’ha ancora ripetuta.

Durante la notte pioveva e le lose del tetto lasciavano passare gocce abbondanti. La sera si ritornava al grande pianoro chiuso tra monti altissimi e si restava stupiti da quel grande silenzio, smarriti in quell’atmosfera intima e incantata che ti lascia qualcosa dentro.

Perché avevi vissuto un’avventura. Forse avevi ripetuto la via Malvassora; certo non è una via estrema, ma avevi percepito appieno una dimensione diversa. O forse ti eri avvicinato pieno di timore e di riverente rispetto al grande spigolo per cercare di passare dove i primi, nomi grandi e famosi, e altri molto tempo dopo, anch’essi fortissimi, molto più forti di te, avevano detto: è difficile.

E ricordi molto bene quel giorno, su nel diedro enorme e senza sole, freddo e geometrico, ricordi la sensazione di vivere qualcosa di grande e il desiderio accarezzato a lungo che a poco a poco diventava realtà. E poi ancora la sera, soli, in silenzio, a ripercorrere quel grande pianoro camminando lentamente sui morbidi ciuffi d’erba accompagnati dal chiacchierio del torrente.

En Vau (Calanques, Francia). Da sinistra: Piero Ravà, Gian Piero Motti, Fulvio Berrino. 31 marzo 1972
En Vau (Calanques, Francia). Piero Ravà, Giampiero Motti, Fulvio Berrino. 31.03.1972

Sovente ritorno al Piantonetto. Oggi c’è un grande e comodo rifugio che ogni sabato sera è pieno zeppo di gente che viene anche da lontano: Milano, Genova, Bergamo… Nessuno ormai va a dormire nelle piccole e scomode grange e può darsi che nessuno, camminando, le noti più. Prima che giunga l’alba, decine e decine di piccole lampade risalgono il grande pianoro e poi, adagio, i ripidi canaloni che portano sotto le pareti. A volte se vuoi ripetere la Perego ti tocca fare la coda, ormai è una via classica, non fa più paura a nessuno, anche perché i passaggi più duri li hanno addomesticati con tanti chiodi.

Eppure io ritorno ancora al Piantonetto perché ci sono affezionato; ma a volte, quando di sera ripercorro il grande pianoro, mi pare d’essere un po’ stanco. Vedo intorno a me un sacco di gente che va e viene, la sera nel rifugio è un gran vociare. Ricordo molto bene come davanti alle grange fossimo pochi, e stessimo lì seduti sulle pietre a parlare di tante cose e forse anche a cantarne una.

E ora qualcuno dirà: ma vuoi la montagna tutta per te? Proprio tu, che scrivendo la monografia del Piantonetto hai invitato la gente a venirci? No, o forse sì. Io solamente vorrei un alpinismo più umano.

Non vorrei che ci fossero alpinisti che arrampicano unicamente per il desiderio d’affermare se stessi, non vorrei che alcuni dimenticassero l’estetica, tesi unicamente a conseguire il risultato. Molte volte ho visto amici e compagni soffrire terribilmente per una rinuncia, per una giornata di tempo brutto, e patire ancora di più quando hanno saputo che Tizio nella stessa giornata aveva invece compiuto la salita. Sovente ho sentito discorsi tendenziosi, a volte vere e proprie calunnie dirette a demolire chi ha il torto d’essere più forte di noi. Ancora ho visto amici e compagni affannarsi e dimenticare anche le norme di sicurezza durante una salita, solo perché era importante “fare il tempo”. Ho visto alcuni voler realizzare a tutti i costi una certa salita, solo perché in quel momento era un’impresa che dava grande prestigio.

Un giorno vorrei partire con due o tre veri amici e risalire un lungo vallone che non ho mai visto, camminare adagio, fermandomi ogni tanto su qualche grande sasso, oppure bere a qualche fontana per sentire l’acqua che scorre sul viso. Vorrei scoprire a un tratto una parete immensa e solare, oppure risalire con gli occhi una cresta elegante e perfetta, e vorrei poter vedere tutte queste cose come quando mi avvicinai alla montagna la prima volta.

Vorrei allora salire questa parete e, quando il sole cala nel pomeriggio, fermarmi su un terrazzo quadrato e non pensare che forse si dovrà bivaccare, che bisogna forzare, uscire a tutti i costi.

Vorrei allora che l’amico avesse con sé una chitarra e cominciasse a suonare, e noi cercassimo di seguirlo ricomponendo e ritrovando i chiari versi di Bob Dylan, oppure le fantastiche e surreali visioni di lan Andersen. E mi piacerebbe attendere la sera così, parlando di noi, parlando di tutte quelle cose che sentiamo a volte accumularsi dentro, ma che raramente riusciamo a esprimere perché si ha sempre paura di essere veramente se stessi.

Ricordo ancora una sera di primavera, nella meravigliosa Calanque di En Vau. Finito il grande via vai degli alpinisti di ogni nazionalità, finito il vociare, i richiami, le urla, i tintinnii delle staffe e i colpi di martello. Il sole a poco a poco sta discendendo nel mare ed è subentrato un silenzio che veramente dona quiete. Arrampichiamo adagio sulla cresta, sono gli ultimi metri di questa via che ha un nome bellissimo: la Sirena. Ma ecco che giù in fondo, sulla piccola spiaggia, alcuni ragazzi hanno acceso un fuoco, si sono seduti intorno e al suono di una chitarra hanno cominciato a cantare. È una canzone che conosco bene anch’io, e mi giunge chiara e limpida una voce di ragazza, una voce che per i suoi toni acuti e cristallini ricorda molto quella di Joan Baez. Noi abbiamo finito, gli altri ci chiamano, dobbiamo rientrare a Marsiglia, è già tardi e le ragazze si sono un po’ scocciate di aspettarci tutto il giorno mentre noi arrampicavamo. Eppure il mio desiderio sarebbe quello di mandare tutti quanti al diavolo, ragazza compresa, e di scendere giù a mescolarmi con gli altri, non importa se non ci capiremo molto, sono inglesi, tedeschi, francesi, ma i nostri contatti umani sarebbero ispirati alla semplicità, perché sicuramente saremmo noi stessi.

Vorrei compiere salite che ho sognato a lungo e che ancora continuo a desiderare. Vorrei finalmente salire lo spigolo Bonatti al Dru per poter provare una parte delle sensazioni che quell’uomo deve aver vissuto in quei sette giorni, solo, libero di salire ovunque, libero di scegliersi un cammino in un dedalo di rocce, libero di parlare con se stesso, di riflettere ogni sera seduto su un terrazzino, di pensare alla sua vita e al perché di un’azione così diversa.

Ho invidiato sempre quest’uomo, non tanto per le sue realizzazioni, quanto per ciò che ha saputo e potuto vivere nei giorni grandi della sua vita. Per ciò che ha saputo dare agli altri. No? È vero, qualcuno dice che un uomo così non ha prodotto niente, che la sua azione è sempre stata sterile ed egoistica. Ma chi parla così non ha capito nulla dell’uomo e non sa in quanti e quali modi si possa donare agli altri.

Il versante ovest del Becco di Valsoera. Foto: Marco Milani
Becco di Valsoera western face, Gran Paradiso National Park -- Becco di Valsoera, versante ovest Parco Nazionale del Gran Paradiso

 

Sovente ho cercato di immaginare il ritorno di Bonatti dopo i giorni del Dru o quelli del Cervino in inverno, ho cercato di immaginare il suo amore per la natura e per tutto ciò che è bello. Così una mattina anch’io sono partito da solo, ho realizzato qualcosa di più modesto, anche se è la quantità che varia ma non la qualità. Anch’io ho vissuto il mio giorno grande e anch’io, quando sono tornato, ho creduto di impazzire correndo in un prato, sdraiandomi nell’erba a guardare il cielo, gli alberi e i fiori. Perché tutto era diverso, nuovo, tutto era da riscoprire. E anche gli altri, tutti, mi parevano più buoni, più aperti, un sorriso per tutti, ma sincero.

Ricordo che un giorno Messner disse a proposito di una sua grande “solitaria”: «Io non potevo piangere, perché il mio cuore e la mia mente erano divenuti come il ghiaccio e la pietra. Ma quando poi discesi tra l’erba del sentiero, qualcosa si sciolse in me e allora piansi».

Forse andrò al Dru, ma troverò decine di persone che si rincorrono affannosamente su per il canale, forse dovrò attendere il mio turno per salire, forse dovrò infilarmi tra intricati giochi di corde, forse un metro sopra il mio capo i miei occhi non cercheranno la via, ma le suole degli scarponi di chi mi precede. Ma ditemi, dov’è l’avventura?

Su un muro della mia camera ho appeso un grande foglio bianco su cui c’è scritto “Conosci te stesso”. Ogni mattina quando mi sveglio mi sforzo di leggerlo. Forse una mattina mi sveglierò e mi verrà il desiderio di vivere ancora una grande avventura. Allora troverò un compagno che mi seguirà sulle grandi placche chiare della via Hemming al Dru o nel silenzio opprimente della parete nord del Cervino. Ma forse anche qui non saremo soli. Allora partirò io, senza compagni, per dove non so. A volte immagino una grande parete, che forse non ho mai visto e che non vedrò mai, e mi vedo salire leggero, elegante e sicuro. Niente corda, niente chiodi, certo di non cadere mai. Mi vedo fermo la sera su un terrazzino a riordinare le mie cose, e poi seduto a guardare una valle sconosciuta, dove le piccole luci che si accendono a una a una mi ricordano con struggente melanconia che esistono anche gli uomini, mi ricordano quegli occhi incontrati per caso che promettevano un mare di cose belle e che forse sono rimaste tali proprio perché fermate in quello sguardo.

Un giorno forse partirò e ritornerò a girovagare per i monti e i boschi della valle dove la prima volta ho incontrato me stesso. E forse questa sarebbe la vera avventura.

È vero, a volte sono un po’ stanco. Ma ho degli amici veri che mi comprendono e che sanno dare. Con loro forse un giorno saprò rivedere con gli occhi incantati di allora una valle e un monte candido e scintillante, che appare altissimo sopra i tetti di un villaggio tibetano fermato nel tempo.

Non è poi così difficile, anche se talvolta tutto appare intricato, contorto, quasi impossibile. Ma è in noi stessi la soluzione, nella nostra semplicità. Allora forse scopriremo l’avventura ogni giorno, aprendo solamente la finestra e guardando i grigi tetti delle case di una qualunque città.

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L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente

L’ordinario eroismo dei difensori dell’Ambiente
di Marica Di Pierri (giornalista, attivista di A Sud e presidente del CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali)
(pubblicato il 9 agosto 2016 su http://www.huffingtonpost.it)

Marica Di Pierri
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Se, nell’accezione estensiva ormai unanimemente accettata, eroe è chi “dà prova di grande valore affrontando pericoli e compiendo azioni straordinarie”, come non includervi i tanti che, in controtendenza rispetto al dilagante individualismo, impegnano ogni energia nella difesa del territorio e dei diritti di chi vi abita? Distratti dalle ricostruzioni al microscopio operate continuamente da media e analisti di vario genere, stretti tra cronaca politica, quotazioni finanziarie e instabilità internazionali, è sempre più facile perdere di vista la realtà macroscopica delle cose: siamo tutti, nessuno escluso, abitanti di un pianeta al collasso, da esso dipendiamo e per tanto avremmo il dovere, o se non altro la necessità, di preservarlo. Per sopravvivere.

Chi vuol essere sfollato o privato dei propri mezzi di sussistenza? Chi vorrebbe vivere esposto ai veleni industriali o abitare accanto a una centrale altamente inquinante? Eppure gli attivisti ambientali che contro queste ingiustizie lottano (mettendo in discussione i meccanismi stessi di sfruttamento e produzione) non s’impongono, come parrebbe naturale, all’ammirazione di tutti: sono piuttosto vittime di tentativi di mistificazione, repressione, criminalizzazione, con gradi di violenza diversi a seconda delle zone del mondo e delle fasi storiche. E il prezzo che pagano per questo impegno è spesso troppo alto.

Ken Saro-Wiwa
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Ken Saro-Wiwa è uno dei simboli della lotta per la giustizia ambientale e per la sovranità dei popoli sul proprio territorio. Poeta e scrittore, figlio di una terra maledetta dall’estrazione petrolifera come la Nigeria, fu il carismatico leader del Mosop, il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni, che all’inizio degli anni ’90 capeggiò una grande mobilitazione popolare contro la distruzione del Delta del Niger e per la redistribuzione della ricchezza prodotta dal petrolio.

Saro-Wiwa fu impiccato nel 1995 dal governo nigeriano assieme ad altri otto attivisti; prima di morire disse: “…Tutti noi siamo di fronte alla Storia. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra […] Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali e intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la nostra causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino“.

Chico Mendes
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Qualche anno prima, nel 1988, dall’altro lato dell’Atlantico, un altro eroe moderno veniva assassinato: Chico Mendez. Sindacalista e attivista brasiliano, Mendez era stato protagonista dalla metà degli anni ’70 della battaglia dei contadini raccoglitori di caucciù contro il disboscamento della Foresta Amazzonica. Più volte incarcerato e torturato durante le dure repressioni ai danni dei lavoratori rurali, ma mai domo, Chico Mendez fu assassinato dai latifondisti cui aveva contribuito a far espropriare i terreni. La sua figura resta, a quasi trent’anni di distanza, esempio di integrità, passione, impegno, coraggio.

Rischiare la vita per il proprio impegno in difesa del bene collettivo non è però circostanza confinata nei decenni scorsi. L’Ong Global Witness ha diffuso nel 2014 i dati raccolti nei precedenti 10 anni sugli attivisti ambientali uccisi: 908 persone in 35 stati, con un altissimo grado di impunità. La stessa Ong ha da poco diffuso il Report relativo all’anno 2015. I numeri sono impressionanti. Rispetto all’anno precedente, gli omicidi di attivisti ambientali sono aumentati del 60%: 185 le persone assassinate perché si battevano per i diritti della loro terra, tre ogni settimana, senza considerare che le stime sono da considerarsi al ribasso, molti omicidi avvengono in zone remote e dunque risultano difficilmente documentabili. Brasile (207), Honduras (109) Colombia (105) e Filippine (88) i paesi peggiori.

Proprio l’Honduras ci consegna una delle storie più drammatiche degli ultimi anni, la storia di Berta Cáceres, leader del popolo indigeno Lenca, in prima linea da anni nella battaglia per salvare il fiume sacro Gualcarque dalla costruzione di una mega diga ad opera del colosso cinese Sinohydro (in joint venture con l’honduregna Desa). Dopo aver vinto nel 2015 il Goldman Environmental Prize – il nobel alternativo per l’ambiente – e dopo anni di intimidazioni, Berta è stata uccisa durante un agguato nella sua casa nel marzo di quest’anno.

Berta Cáceres
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Le storie di attivisti uccisi, soprattutto in America Latina, sono purtroppo centinaia, ma se è vero che altrove nel mondo gli attivisti per la giustizia ambientale pagano a volte con la vita il proprio impegno, in Italia le forme di stigmatizzazione e criminalizzazioni sono più striscianti, ma non meno frequenti.

La dice lunga a proposito la recente inclusione di tre organizzazioni ambientaliste lucane, Ola – Organizzazione Lucana Ambientalista (che ha recentemente deciso di sospendere le attività), No Scorie Trisaia e Scanziamo le scorie nella Relazione del Ministero dell’Interno su sicurezza e criminalità, che ne inserisce le attività tra le questioni rilevanti in termini di ordine pubblico anziché considerarle legittime istanze di protezione di diritti costituzionalmente garantiti. Un atteggiamento ancor più inspiegabile in un momento in cui il petrolio lucano è al centro di inchieste che coinvolgono dirigenti d’azienda, faccendieri, esponenti politici e in cui le evidenze sin qui raccolte dalla magistratura darebbero ragione alle denunce presentate dalle stesse associazioni considerate “pericolose”. Pericolose per chi?

L’attenzione che il nostro paese riserva alle emergenze ambientali e il conseguente clima di repressione possono d’altro canto ricostruirsi attraverso alcune recentissime storie personali.

Roberto Mancini
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La prima ha il viso aperto di Roberto Mancini, il poliziotto campano che per primo indagò sulla Terra dei fuochi, morto nel 2014 per il tumore contratto durante lo svolgimento delle indagini. Una vita dedicata a svelare gli intrecci tra imprese, camorra e politica nella gestione delle ecomafie; le sue inchieste furono a lungo ignorate e osteggiate, prima che la vicenda campana assumesse improvvisamente interesse per le cronache nazionali.

La seconda ha la grinta e il sorriso di Silvia Ferrante, attivista del comitato No Elettrodotto Villanova – Gissi, in Abruzzo, educatrice precaria e giovane mamma.
Per lei, e per il suo impegno contro l’infrastruttura energetica e l’enorme traliccio dell’alta tensione previsto a pochi metri dalla sua casa, la Terna ha riservato un trattamento speciale, intentando 24 cause – poi ritirate anche grazie all’intensa campagna di solidarietà e all’unanime denuncia di associazioni e cittadini – con richiesta di risarcimento di ben 16 milioni di euro.

Silvia Ferrante
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Altre storie di ordinaria ingiustizia arrivano direttamente dalla Valle diventata simbolo delle lotte ambientali italiche: la Val di Susa. Diversi attivisti NoTav sono stati e sono tuttora sottoposti ad aspre misure restrittive.
Tra essi Marisa Mayer, settantuno anni, costretta a recarsi quotidianamente in caserma e apporre firma sul registro perché considerata pericolosa: era stata fermata a bordo di un furgone considerato supporto logistico per i manifestanti.

Marisa Mayer, la Nonna No-Tav
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Analoga misura era stata chiesta per Nicoletta Dosio, storica attivista valsusina. Dopo il suo rifiuto l’obbligo di firma è stato tramutato in obbligo di dimora, con il divieto di lasciare casa sua tra le 18 e le 8. La Dosio ha già annunciato che non rispetterà neppure l’ulteriore misura: “Non accetto di far atto di sudditanza con la firma quotidiana, non accetterò di trasformare i luoghi della mia vita in obbligo di residenza né la mia casa in prigione; non sarò la carceriera di me stessa. Non passerò gli ultimi anni della mia vita in ginocchio”.

Nicoletta Dosio
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Infine c’è il caso – eclatante perché apre una nuova, pericolosa breccia nel campo minato dei reati di opinione – di Roberta Chiroli, della Ca’ Foscari di Venezia, la ricercatrice condannata a due mesi di reclusione per concorso morale sulla base della tesi di dottorato da lei scritta proprio sul movimento No Tav, per raccontare i quali aveva incautamente utilizzato il pronome “noi“.

Vessati da inchieste giudiziarie o misure restrittive, stigmatizzati da media e politica e con cucita addosso ogni sorta di ingiusta etichetta, questi eroi senza armatura sono persone che ricordano ogni giorno a se stessi di essere cittadini e non sudditi. Per questo non si piegano. Eroi moderni, uniti dalla consapevolezza di non essere padroni ma parte del pianeta che ci ospita, ai quali c’è invece da essere grati perché di essi c’è disperato bisogno.

Roberta Chiroli
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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3 (3-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

La pancia: l’istinto come arma positiva.
Nel gergo di tutti i giorni, noi parliamo tanto della “pancia” – cioè ascoltare la pancia; se per esempio tu vai ad arrampicare sabato, ma la tua pancia dice che c’è qualcosa che non va, cosa fai?
Qualche volta vado lo stesso, ma puoi essere sicura che allora non mi diverto! Non mi diverto per niente.

“Divertire” – ti ho beccato, ti sta bene, non volevi mica non usare questa parola? (Ride).
La pancia è l’istinto. Devi allenarti all’istintualità. L’istinto è un’arma che abbiamo, un’arma molto forte e positiva che tu hai per fare fronte all’io. L’istinto è proprio l’inconscio che hai dentro di te, che sei tu alla fine. Io sono, tu sei, noi siamo: ci sono delle parti che riconosciamo e delle altre che non riconosciamo. Le parti che riconosciamo sono le più forti. Questa è la mia convinzione di base. Che poi non sono certo io a inventarlo. Alla fine è una figurazione, è un modo per capirci, per cercare di capirci. La parte che non riconosciamo ogni tanto manda segnali che in psicologia sono stati riconosciuti come i déjà-vus, le visioni a occhi aperti, i sogni e anche le emozioni istintuali: in presenza di questi, non puoi non dirti: “un momento, sono avvertimenti che non so spiegarmi”. Non ti arrivano dal tuo io. Il tuo io dovrebbe registrare questi segnali e non gettarli come se fosse merda, cosa che normalmente invece fa. L’istinto è una delle forze, è una delle energie veramente positive.

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E con mistero cosa intendi?
Per mistero intendo semplicemente tutto quello che non sappiamo. Che è tanto. Portando la parola “mistero” al discorso iniziale della pervicace ricerca del proprio destino, questa ricerca è una continua e dolce, mite aggressione al mistero. Adesso, cara mia, pensiamo al mangiare. Cosa vuoi bere – del bianco o del rosso?

Sinceramente io normalmente a pranzo non bevo…
Ma oggi sei con me, dunque bevi e basta!

Va bene, capo! Tu avevi scelto quella strada della ricerca interiore. A partire dal ‘75. Ma poi ti sei messo con una donna che tu stesso hai detto che raffigurava il contrario, se ho capito bene. Questo per salvarti?
Sì. Per salvarmi, ma non ho agito coscientemente, è ovvio. Ma se m9i guardo indietro non può che essere stato così. Ci sono delle persone che ti riportano con i piedi per terra. E Bibi mi ha riportato con i piedi per terra facendo due figlie con me, che non è roba da poco… E Guya mi ha riportato con i piedi per terra in un altro modo ancora. Mi hanno riportato entrambe con i piedi per terra, ma non è che io fossi chissà dove, semplicemente avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a non esagerare – non mi fa tanta paura il pericolo, l’entità del pericolo, quanto come lo affronto; cioè non ho paura del pericolo in se stesso bensì del fatto di non esserci preparato a sufficienza. E se qualcuno mi aiuta, non è che mi fa schifo!

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Ma da questo potrei dedurre che tu hai una fottuta paura della morte?
Non credo di avere più paura degli altri, ce l’ho né più, né meno degli altri. Non mi sembra di avere una paura fottuta della morte, credo di avere una paura normale. So che succederà, vediamo di farlo succedere il più tardi possibile, come penso che miliardi di persone pensino. Il momento del passaggio, quello sì, penso che faccia paura – il passaggio da uno stato all’altro.

(Riscalda un avanzo di risotto, accompagnato da un bicchiere di rosso.)

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La ricerca dell’equilibrio. I sogni.
La ricerca dell’equilibrio. Facendo un ritratto di te, si potrebbe intitolarlo qualcosa come “il sottile equilibrio tra dentro e fuori”? È un concetto importante, l’equilibrio, per te, vero?
Sì. Tra il dentro e il fuori va abbastanza bene. È una visuale che sento mia. Con il tacere che dicevo prima, parlando metti un piede di qua e uno di là e si va a perdere quest’equilibrio. Puoi anche parlare del sottile equilibrio tra la mia coscienza e la mia incoscienza (intesa ovviamente come inconscio).

Avendo trascritto così tanti sogni – oltre 2000 – ti aiuta?
Tu perché mi hai parlato di sogni violenti che hai fatto tu?
(Si riferisce a una parte di conversazione qui non riferita).

L’intervistatrice, Christine Kopp
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Perché non ci avevo più pensato prima, sapevo di aver sognato quello che ho sognato prima della morte di mio fratello – quando poi è veramente morto, è stata una cosa molto potente. Sognavo che lui moriva, o assassinato o in un incidente, comunque sempre una morte violenta. Mi ha impressionato. Ovviamente mi sono anche chiesta quanto era una premonizione della sua morte o quanto io volevo che accadesse.
Per me nessuna delle due. I sogni sono uno strumento che riguarda esclusivamente noi stessi. Quindi non vedo come si possano applicare a quelli che ci stanno attorno, non può esserci premonizione di cose che riguardano altri individui. A maggior ragione per “il quanto volevi che accadesse”.

La tua prima osservazione è: mi si offre la visione della futura morte di mio fratello. La seconda è: voglio che succeda. Secondo me nessuna delle due è il significato del sogno. Perché se vuoi ci sono delle biblioteche intere di Freud, Jung, ecc. che te lo spiegano… Solo la cabala napoletana pretende cose del genere… Psicanalisi e psicologia analitica dicono altre cose. L’interpretazione del sogno non va mai nel senso di prevedere il futuro.

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Il sogno è una fotografia della tua situazione interiore, dove però le figure che noi utilizziamo pittoricamente – uomini, donne, mamme, figli, sconosciuti – di solito hanno delle precise funzioni. Per esempio in genere se tu sogni una donna, un’amica o anche no, queste figure femminili rispecchiano esattamente quello che è il tuo inconscio. Sognare invece la figura di un fratello o di un uomo per te è in genere la rappresentazione di quello che Jung ha chiamato “l’animus” (“anima” nel caso un uomo sogni una donna). Animus e anima sono la rappresentazione della parte inconscia più profonda, quella “collettiva”.

I fatti che il sogno ti racconta sono messi lì non perché avvenga la morte, ma perché avvenga una rinascita (come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto). Se pensi in termini di rinascita, e non di morte, cambia tutto perché in effetti sognare che tuo fratello morisse non ha nulla a che fare con tu fratello vero ma con la figurazione che ti stai facendo (aggressiva) del tuo inconscio collettivo. Penso che la tua necessità di uccidere questo inconscio collettivo sia il frutto di come sei stata educata. Il conscio collettivo (come dire l’ego collettivo) reprime l’inconscio collettivo esattamente come tutti tendiamo a fare a livello individuale. Lo vuole uccidere, schiacciare. E il conscio collettivo è tutto l’insieme di credenze, di condizionamenti della società che hai in te, anche e soprattutto l’autorità. Condizionamenti che ci sono senza che tu te ne accorga, di un’intera società. È vero che la società svizzera è diversa per esempio da quella italiana. E queste differenze sono proprio date da condizionamenti che vengono dalla nostra storia. I condizionamenti consci vengono dalla società civile, te li insegna, “la forchetta devi tenerla così”; nel caso dei sogni con tuo fratello parliamo invece del conscio collettivo, quei condizionamenti che non sono riconducibili alla tua educazione ma al fatto che sono ben presenti in una società e in una cultura.

Stiamo parlando, nel tuo caso, di tutto ciò che la maschilità in senso generale possa rappresentare. La caratteristica violenza significa che c’era nel momento del tuo sogno un grosso contrasto tra il fatto che tu eri spettatrice di qualche cosa che andava verso una fine violenta e la tua necessaria e futura presa di posizione. Violenza ripetuta e ripetuta, come se fosse un’esigenza. Quello che viene sottoposto al sognatore, è l’esigenza del sognatore, non l’esigenza di altri.

La tua esigenza, in quel momento, era che ti si creassero delle condizioni per cui tutti questi tuoi condizionamenti determinati dal tuo non-essere maschile potessero in qualche modo essere eliminati.

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Non c’entra niente tuo fratello, dimentica tuo fratello: la tragedia era raffigurata per farti capire che tu volevi troppo bene a questi condizionamenti, che invece dovevi eliminare. La tragedia era per questo, questo era il significato del sogno. Dimentica che fosse lui, perché lui non c’entra. Lui era la rappresentazione del tuo inconscio collettivo, e quando si hanno dei sensi di aggressività verso l’inconscio collettivo in questo modo, da farlo morire nei sogni, sei oltre un certo gradino, vuole dire che stiamo esagerando nella repressione. Ti posso fare un elenco di cose contro cui mi sono ribellato o vorrei che la gente si ribellasse, per esempio contro la superficialità che io condanno e che vedo molto tipica degli italiani.

Io non so per quale motivo sei venuta in Italia. Un individuo che lascia un paese, un posto… un motivo c’è. Io sono stato per 20 anni a Genova, poi sono venuto a Milano. Dovevo farlo! Per fortuna l’ho fatto! Dovevo andare in un’altra città, dove io potevo esercitare meglio quelle che erano le mie tendenze che nella città dove ero nato non potevo fare. E lì c’è stato anche da parte mia una ribellione contro quello che era stato sia il conscio collettivo dei genovesi, che è una cosa allucinante, sia anche l’inconscio collettivo. Una volontà di andare fuori. Non sono mai arrivato a sognarlo, anche perché l’ho fatto abbastanza presto.

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Tu avevi sorelle o fratelli?
No, ero da solo.

Sai, è interessante. Ho fatto la maturità con il latino. L’italiano era una materia facoltativa, ma avevo già troppe altre lingue, tra cui il russo facoltativo, e non mi lasciano fare anche l’italiano. Fatta la maturità sono andata subito di mia volontà in Italia, a Firenze, per fare un corso di italiano. Sapevo già di voler fare la scuola per traduttori con l’italiano. (L’unica cosa che sono riuscita a fare prima era frequentare un corso facoltativo sempre sulle novelle di Giovanni Verga – ho cominciato con Verga…). Dopo ho fatto la scuola per traduttori, ho fatto anche sette mesi a Bologna. Ho cominciato a lavorare, ma per anni l’italiano non era importante. Poi, molti anni dopo, per lavoro ho conosciuto Lecco e Natale Villa e mi sono trasferita qui. E adesso sto con Eugenio in Valsassina. E pensa che già mio nonno materno, che io non ho mai conosciuto, aveva lavorato in Italia, a Barletta, prima della prima guerra.
Una delle cose più potenti dell’inconscio è la lingua. È un serbatoio gigantesco, quasi infinito di sensazioni, emozioni, ecc. che possiamo definire inconscio. Siccome tutte le parole nelle varie lingue sono diverse e quindi anche i contenuti. Quando una parola come te sente il desiderio di…

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… volevo proprio un’altra lingua, cercavo un’altra lingua!
… avevi bisogno di uccidere la tua lingua, veramente, parliamo a livello raffigurato, ovviamente, per rinascere in un’altra lingua. E non mi stupirei se fossero abbastanza simili i due periodi. Pensaci tu.

Un’altra cosa interessante è che la mia passione sono sempre state le lingue (e i fiori – ma fare un mestiere con i fiori non sarebbe valso abbastanza nella mia famiglia). Poi una cosa stranissima è che io sono cresciuta a Berna e so parlare il dialetto bernese, che è un dialetto forte e ben distinto. Ma casa e in famiglia parliamo il lucernese, visto che i miei vengono da Lucerna. Adesso quando parlo con bernesi o vallesani (che sono abbastanza vicini come dialetti a quello bernese), faccio un mix stranissimo tra bernese e lucernese e mi da molto fastidio. Con gente da Lucerna verso Nord e verso Est parlo il lucernese e mi sento bene, ho la mia identità. Invece quando parlo quel mix strano non sento una mia identità; ma non riesco neanche a parlare solo il lucernese, cioè quella che è la mia madre lingua vera. Mi adatto, a metà, ma mi fa stare male. In italiano questo problema non ce l’ho, mi sento “una”, con un’identità, che tra l’altro sarà un po’ diversa di quella primaria, svizzera.
… un’altra identità, sradicandoti dalla tua identità svizzera…

Infatti, sono anche andata abbastanza in crisi per questo. Chi sono? Chi sono in Italia, in Svizzera? Quali sono le mie radici?
Hai presente gli arancioni – vestiti di arancione, andavano in giro danzando, ora ci sono i seguaci di Osho… Io capisco perfettamente l’ansia di un individuo che non si riconosce più (o non a sufficienza) nella propria religione, quella in cui è cresciuto. E che in qualche modo cerca istintivamente un’altra via. Allora viene a contatto con queste religioni orientali, ecc. e ne rimane affascinato. C’è chi le abbraccia rimanendo quello che è, quindi senza esagerare, e c’è chi le abbraccia andando in giro a chiedere l’elemosina, suonando il sitar. Questo è il casino che dicevi tu. L’abbandono delle tue radici non va bene. È qualcosa da evitare.

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Ma forse non sapevo neanche bene dove e cosa erano le mie radici! Il discorso è che come dici tu, dovevo andarmene, forse; poi, certo, le radici svizzere ci sono, in una serie di cose, di condizionamenti, forse volevo combattere i condizionamenti trovandomi altre radici. Nnon sono più così convinta che uno ce le ha solo dove è nato, ecc. Una parte sì, certo. Ma forse dopo tutto puoi mettere altre radici, come le piante, come certe piante. Certe non puoi trapiantarle, morirebbero. Altre ti fanno altre radici, puoi anche tagliare un ramo e questo cresce e fa radici in un altro posto!
Abbandonare le proprie radici è molto pericoloso perché ti espone a una serie di disadattamenti improvvisi dove ti chiedi “ma chi sono io”. Nello stesso tempo però tu sai perfettamente che dovevi andare. Allora era l’uccisione per la rinascita. Questo è il discorso. Io non vorrei abbandonare mai completamente le mie radici genovesi, sono per me una sicurezza che c’è un senso, sono un po’ utilitarista in questo senso.

In casi come noi, certo, vai via, capisci l’importanza del posto da dove vieni, questo non lo nego. Io sono svizzera…
… ma tu per esempio ridi delle battute che fanno a Lucerna? E anche di quelle che fanno a Lecco?

Ma certo!
Questo è importante. Ridere non è razionale. È la traduzione dei nostri contenuti. La cosa che dovresti andare a vedere un po’ è capire quelli che sono stati i periodi importanti… Il primo amore, il secondo amore… Sono sempre gli stessi che girano.

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Certo, lo faccio continuamente. Oggi i sogni li contempli ancora? Li trascrivi ancora?
No, anche perché effettivamente sogno di meno. E i sogni che faccio non hanno quella potenza che invece avevano gli altri. Il trascriverli non è un’operazione così semplice – devi essere attrezzato, aver il libricino pronto, ecc. L’ultimo che ho trascritto sarà di quattro, cinque anni fa. Infatti, non ne sento più il bisogno. Magari li ascolto abbastanza per non avere la necessità compulsiva di trascriverli per poi poterci pensare. Prima li scrivevo perché era talmente forte la voglia di prevaricazione del mio io che di certo li avrei cancellati, non me li sarei più ricordati. Adesso questo non c’è più, quindi non c’è bisogno di scriverli. Anzi non ho neanche più bisogno di ricordarli.

Ma ti ha aiutato?
Certo. Ho fatto anch’io il mio percorso. Ho fatto tre anni di psicanalisi che è stata una delle più belle cose che ho mai fatto. Non per cura, ma per mio volere. E quindi mi è servito eccome. Era in questo periodo che cominciavo a capire come agiscono queste forze e l’insegnamento è stato quello di non rifiutarle. Neanche le più cattive. Sono convinto che più vuoi cancellare, rifiutare, più saranno violenti questi sogni. Cioè più è forte quest’azione di compressione, più i sogni saranno violenti perché c’è urgenza da parte del sogno di farti capire che la situazione è drammatica. Più una cosa nel sogno come emozione o colori è forte, più c’è bisogno dentro di te che questa cosa vada presa sul serio. È abbastanza semplice. Quando salgo sul tram e sento parlare una persona qualunque, che magari dice cretinate ed è antipatica, la prima cosa che penso è che sono proprio quelle le situazioni che io cerco di schiacciare; la presenza di questa persona è la rappresentazione concreta di questo mio atteggiamento che dovrebbe essere corretto. Così la giornata non è mai noiosa, anche gli eventi più banali diventano significanti!

… la classica proiezione…
Sì. La giornata che si svolge, da quando ti svegli, poi fai una telefonata, incontri delle persone, ecc., tutto questo turbinio di parole, di fatti che ti capitano puoi benissimo dimenticare tutto, puoi benissimo lasciare stare, ma sarebbe sprecato. Perché tutto quello che tu vedi attorno a te, secondo me, è importante e arriva anche a delle azioni correttive – per esempio tra me e Guya c’è un continuo e scherzoso dibattito su cosa significa avere un gatto in casa. Da una parte io dico per scherzo che è una grandissima rottura di coglioni… Lei sa benissimo che io scherzo, che voglio bene al gatto. Però possono esserci delle cose anche più serie; per esempio lei tende a personificare oltre ogni limite attribuendo anche qualche intelligenza al gatto che io dubito che abbia. Lei mi dice “guarda come ti tocca con questa zampa”, io tendo a non dare importanza a questa cosa, ma so che questa zampa ha la sua importanza, succede che faccio un po’ di correzione, a quel punto essere toccati con quella zampa è una manifestazione di affetto, mentre se non ci fosse nessuno a fartelo notare, mi perderei qualcosa. Ecco perché ti dico che forse la terza moglie è la più semplice, perché sono queste le semplicità di cui sto parlando e di cui ho bisogno. C’è indubbiamente più attenzione a certi particolari.

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Ma con lei parli di alpinismo, del tuo blog?
Lei fa la parte di quella che mi tiene un po’ con i piedi per terra. Da una parte una, due volte sono andato da lei e le ho detto “guarda cosa ho scritto” ed era la cosa più polemica, contro quello, contro questo, allora lei mi ha risposto “vedrai che ti arriverà qualche querela!”. “Ma che cazzo dici, ma pensa te!” Dopo invece ci pensi e le dai ragione. Se invece è una cosa troppo tecnica di alpinismo, allora lascio perdere. Lascio abbastanza al caso. Forse tempo fa avrei voluto che lei leggesse per esempio il post sulla “pervicace ricerca del destino”, in realtà non l’ha letto – magari l’ha letto per conto suo, ma non credo. Lei è piuttosto insensibile a certe cose, ha il suo equilibrio, non è portata a questa ricerca, anzi, evidentemente è portata ma non lo fa. Altrimenti non starebbe con me, e io lascio stare. Il fatto che piaccia a me dividere il pelo in quattro non è che lo debbano fare tutti. Tranne magari quando stiamo parlando di problemi di qualcuno, in famiglia, di amici, e una volta lei mi chiamava continuamente “il piccolo Jung”… (Ride).
Lei ha questa abilità di dissacrare, dissacra tutto, mette tutto un po’ sul ridere. E questo è bello, a me piace.

Ti dà anche la giusta leggerezza dell’essere, se no ci perdiamo…
Per cui cercare di convincerla o comunque metterla davanti a dei contenuti che so già che non la interessano, non vale la pena. Ecco perché non c’è questo scambio. C’è in altre forme, e va bene così. Non spingo. Lo stesso con le mie figlie. Ogni tanto vedono cosa ho scritto, mi chiedono “tu ti sei occupato di questo?”… Ho imparato a non spingere, all’inizio magari lo facevo.

Normalmente si ottiene poi il contrario, se uno lo fa…
Esatto. Cosa vuoi sapere ancora, cosa ti sta a cuore?

Allora, guardiamo l’orario. Sì, facciamo ancora una mezz’oretta. Sono senza macchina a Lecco, quindi dovrei prendere il treno delle 17.20.
Se sei venuta in treno è proprio perché qui dovevi venire senza auto, la tua essenza e basta. Nuda, senza orpelli.

La libertà non c’è senza limite.
Un discorso che non abbiamo ancora fatto è quello sulla libertà. Il fatto che la libertà non c’è senza limite, un concetto che ribadisci più di una volta. Libertà non è anarchia.
Libertà non è anarchia e non è neanche la libertà del bambino che fa quello che vuole. Il significato della parola libertà ha significato solo dentro determinati contesti. Il contesto delle scelte, appunto, che devi fare. Se non hai fatto scelte, non hai libertà. E le scelte le fai ponendoti dei limiti.

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Ma il tuo alpinismo dopo aver cominciato la ricerca interiore, e lo dici tu stesso, non è stato più così estremo… Ma oggi vai ancora in montagna. Cos’è ‘sta montagna per te? È un ambiente per te necessario per la sopravvivenza, è la passione, cos’è?
È vero che vado sempre tanto in montagna, ma è anche vero che l’età aumenta e determinate cose non le posso più fare. Non ho più l’energia, ma neanche più la voglia di farle, anche se mi piacerebbero ancora. Le ho fatte. La montagna quella della quota, della neve, dell’inverno – ho parlato della solitudine, ecc.: no, basta. Poi adesso ho anche un po’ di problemi di equilibrio, per cui non vado neanche più a sciare. Quindi anche quello è abbandonato. Quello che faccio sono salite su roccia, su mezza montagna o falesia, non proprio montagna montagna. Vado dove c’è poco da camminare, dove non c’è tanta discesa, sempre per il problema dell’equilibrio, camminando faccio fatica, mentre non faccio fatica ad arrampicare. Detto questo, avendo un po’ delineato cos’è la mia attività – magari si svolge anche sul difficile, ma comunque sul difficile protetto, vedo che il resto lo sto limitando, preferisco ad andare sul difficile protetto, anche se un po’ mi dispiace.

Se non ti limiti, l’io si potrebbe gonfiare…
Esatto. Comunque. Mi piace l’ambiente, mi piace però anche l’ambiente della campagna, non necessariamente deve essere verticale. Il fatto di andare sul verticale che cosa mi dà? Mi dà il modo di vedere anche che grado faccio in più o in meno di un anno fa, di tre mesi fa, di sei mesi fa; lo guardo e lo vedo, questo sì. Ma lo faccio più che altro per indagare il modo in cui lo faccio. Per me è la prova del nove per capire se il mio procedere nel mio cammino, nella mia pervicace ricerca del destino, sta andando nella direzione giusta o se invece sta andando nella direzione sbagliata!

E se va nella direzione giusta, cosa vuol dire?
Me ne accorgo. Se tu in quei dieci minuti di un tiro di corda o in quelle tre ore di una via vedi che li fai bene, non mi esalta dal punto di vista che li ho fatti bene ma dal punto di vista che vuol dire che io sto bene. Il fatto che sto bene mi fa procedere ulteriormente sulla strada della ricerca. Per me è letteralmente una prova del nove. Ogni volta. Con risultati non sempre univoci… Per esempio quando ci siamo incontrati l’estate scorsa al Gran Sasso ero in una fase nella quale dovevo assolutamente stare fermo. Sono arrivati anche degli amici che volevano andare assieme a me in montagna, ho detto no, sto con Guya; già vado tutto l’anno per i cazzi miei, questa volta sto con lei, non mi va di lasciarla da sola. E ho fatto bene. Quando siamo tornati si è spaccata la macchina, il gatto quasi ci lascia le penne, scena da incubo… Poi dopo a Briançon mi sono rotto il naso. Lì era chiaro ed evidente che dovevo stare fermo. Guarda caso dopo ho scoperto che c’era un problema con la tiroide; il malanno fisico è comunque importante – curiamolo, nel momento in cui tu ti sottoponi alla cura tu stai ritrovando il passo giusto della ricerca.

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Come quando mi sono spaccata il ginocchio e mi sono detta devo rallentare, andavo troppo in fretta. E fino a oggi è una parte del mio corpo che mi fa capire quando devo rallentare. Oggi comincio ad ascoltarlo di più. La mia testa, il mio io magari vorrebbero fare di più e vorrebbero che io fossi più brava – invece il corpo mi frena… Ho sempre chiesto tanto da me, anche perché hanno sempre chiesto tanto da me.
Lo spirito competitivo che ci ossessiona sono sempre più convinto derivi dalla civiltà in cui sei cresciuto, però in fine su che cosa si appoggia? Tu prima hai detto una cosa molto bella: “hai dell’affetto quando sei brava”…

Più estremo ancora; nella mia testa c’è stampata la frase “ti amiamo se tu sei brava”.
… quando sei brava, ti amiamo; questa secondo me è follia pura. Abbastanza spesso è vero che l’amore che c’è in una famiglia non viene fuori se non c’è risultato, la bravura di un figlio. Mi sembra delirante…
Dunque è nella competitività che risulta esserci trasmissione tra padre e figli.
La competitività non è una cosa che dobbiamo buttare via in sé, però appunto dobbiamo stare attenti che questo dono non superi se stesso o meglio che noi a questo dono non attribuiamo valenze che farebbero ingigantire il nostro io. Se ci riusciamo, il dono del senso competitivo rimane una cosa positiva.

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Le due facce del volontariato

L’articolo che segue sostiene la bellezza e la necessità del volontariato ma nello stesso tempo evidenzia anche la sempre possibile degenerazione/strumentalizzazione del volontariato stesso, della quale c’è chi allegramente nemmeno si rende conto (i furbastri invece sì).

Le due facce del volontariato
di Ilvo Diamanti
(da La Repubblica, 29 agosto 2016)

L’altra faccia del terremoto, della tragedia che ha devastato alcune zone dell’Italia centrale, è il ritorno del volontariato. Che ha partecipato, attivamente, ai soccorsi. E continuerà anche domani e dopo. Nelle aree colpite, in modo tanto violento e doloroso. Ma anche intorno. E per “intorno” intendo l’intero Paese. Perché il dramma delle popolazioni investite dal sisma ha mobilitato persone e comunità di tutta Italia. Che hanno “assistito” a questi eventi non solo da “spettatori”. Di uno spettacolo doloroso riprodotto su tutti i media, ad ogni orario. Gli italiani, infatti, in gran parte, si sono sentiti coinvolti – e sconvolti – dal dramma di Accumoli, Amatrice, Pescara del Tronto. E degli altri paesi situati nell’epicentro del terremoto. Al crocevia fra Marche, Lazio e Umbria. Così, in breve, si è diffusa e allargata la partecipazione solidale dei cittadini di tutta Italia. Al punto da costringere i coordinatori dei soccorsi a frenare questa spinta generosa. Cercando, quantomeno, di regolare la qualità e la quantità dei contributi, in direzione delle domande “locali”. Per evitare l’eccesso di “doni” e di “beni” – già eccedenti.

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Questa premessa permette di comprendere la complessità di quella realtà che, nel discorso quotidiano, è riassunta con un solo termine. Una sola parola. Volontariato. Pronunciato, spesso, senza precisazioni. Dato per scontato. Mentre si tratta di un fenomeno distinto e molteplice. Che, nel tempo, ha cambiato immagine e significato. Il volontariato. È un modello di azione, individuale e sociale, orientato allo svolgimento di “attività gratuite a beneficio di altri o della comunità”, per citare la prima indagine sul settore condotta dall’Istat (nel 2014). La quale stima, il numero di volontari, in Italia intorno a 6 milioni e mezzo di persone. Cioè, circa il 12,6% della popolazione. In parte (4 milioni) coinvolti in associazioni e in gruppi, gli altri (2 milioni e mezzo) impegnati in forme e sedi non organizzate. Ma, se spostiamo l’attenzione anche su coloro che operano in questa direzione anche in modo più occasionale, allora le misure si allargano sensibilmente. Il Rapporto 2015 su “Gli italiani e lo Stato”, curato da Demos per La Repubblica, infatti, rileva come, nell’ultimo anno, quasi 4 persone su 10 abbiano preso parte ad attività di volontariato sociale. Che si producono e si riproducono in base a necessità e a emergenze. Locali e nazionali. Come in questa occasione.
Il “volontariato”, infatti, è utile. Alla società e allo Stato. Ai destinatari della sua azione e alle persone che lo praticano. Il volontariato “organizzato”, d’altronde, ha progressivamente surrogato l’azione degli enti locali e dello Stato. Si è, quindi, istituzionalizzato. In molti casi, è divenuto “impresa”. Sistema di imprese, che risponde a problemi ed emergenze. Di lunga durata oppure insorgenti. Il disagio giovanile, le povertà vecchie e nuove. Negli ultimi anni, in misura crescente: gli immigrati. E di recente: i rifugiati. Fra le conseguenze di questa tendenza c’è la “normalizzazione della volontà”. Che rischia di venir piegata e di ripiegarsi in senso prevalentemente “utilitario”. Divenendo una risorsa da spendere sul mercato del lavoro e dei servizi. Il “volontario”, a sua volta, rischia di divenire un professionista. Una figura professionale. E, non a caso, sono molti i “volontari di professione”, che operano in “imprese sociali”. Il principale rischio di questa tendenza – sottolineato da tempo – richiama, anzitutto, la dipendenza del volontariato e, di conseguenza, dei volontari “di professione” da logiche prevalentemente istituzionali. E dunque politiche. Visto che questo volontariato e questi volontari dipendono, in misura determinante, da finanziamenti e contributi “pubblici”, locali, regionali e nazionali. Talora, com’è noto, sono perfino divenuti canali di auto-finanziamento. Per soggetti e interessi politici e impolitici, non sempre leciti e trasparenti.
Bisogna, dunque, diffidare del “volontariato”? Sicuramente no. Perché il volontariato è, comunque, un fenomeno ampio e articolato. In parte organizzato, in parte no. Espresso e praticato, in molti casi, su base individuale. Un modo per tradurre concretamente la solidarietà. Un’altra parola poco definita e molto usata, perfino abusata. Ma che riassume un fondamento della società. Perché senza “relazioni di reciprocità”, dunque, di solidarietà, la società stessa non esiste. Così, il volontariato organizzato fornisce riferimento e continuità al volontariato individuale e al sentimento diffuso di altruismo che anche in questa occasione si è manifestato. Il volontariato organizzato offre visibilità – e dunque sostegno – al grande popolo del “volontariato involontario”. Che fa solidarietà fuori dalle organizzazioni, dalle associazioni, dalle istituzioni e dalle imprese.

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D’altronde, la fiducia ampia e crescente nei confronti del volontariato riflette, in parte, la sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche e dello Stato. Per questo è importante che il volontariato non divenga supplente del pubblico e della politica. Anche se, per poter agire in modo efficace e continuo, deve “partecipare”. In relazione con il pubblico e la politica. Ma deve anche riproporre le domande e i valori da cui origina, offrire identità. Per questo l’emergenza del terremoto costituisce l’occasione per verificare, una volta di più, l’importanza del volontariato. Come organizzazione e sentimento. Utile alle popolazioni colpite, ma anche alla società italiana, per rammentare a se stessa, a noi stessi, l’importanza dei legami sociali. Per necessità. Il volontariato organizzato: va coltivato con cura. Ma insieme al volontariato involontario. All’in-volontariato.