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I cannoni dei 3000

Sci alpino: i casi di Val della Mite e di Col Margherita (Moena) impongono una inversione di tendenza.
L’essenza stessa di ciò che realmente sono le montagne, unita agli effetti dei cambiamenti climatici, richiede alla comunità politica di impedire ogni spreco energetico, ogni velleitaria fuga in avanti e suggerisce sobrietà, intelligenza, rispetto degli ambienti naturali, specie all’interno di un parco nazionale.

Ormai il limite del buon senso è stato invece ampiamente superato, invadendo il territorio del tragicamente ridicolo. Gli impianti d’innevamento artificiale sono sempre più numerosi, più potenti e a quote sempre più elevate.

E’ del 31 agosto 2016 la notizia che la giunta della Provincia di Trento ha accordato (il giorno prima) il via libera ai cannoni sparaneve per innevare la pista della val della Mite, servita dalla nuova funivia Pejo 3000. Sarà senza dubbio l’impianto d’innevamento artificiale più elevato in Trentino: perfino in Marmolada e in Presena i cannoni si fermano attualmente ben al di sotto dei tremila metri.

Il clima sta cambiando? La giunta provinciale alza il tiro.

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Gli impiantisti di Pejo 3000 sono terrorizzati che si ripeta una stagione drammatica come quella dell’inverno scorso, così povera di precipitazioni che la moderna funivia che sale da Tarlenta ai Crozi Taviela (dove c’era una volta il rifugio Mantova 3073 m, da non confondere con il rifugio Mantova al Vioz 3535 m) entrò in funzione solo a febbraio (per un paio di giorni alla settimana) mentre la pista della val della Mite fu aperta agli sciatori solamente il 3 marzo.

Lassù, se la neve manca, o se è poca, i problemi per sciare sono enormi: il terreno è caratterizzato dalla presenza di massi più o meno grandi, per poter scendere con gli sci di neve ce ne vuole davvero molta.

E’ stato facile per i tecnici delle funivie, nella relazione sottoposta alla Provincia, dimostrare che la neve artificiale garantisce risultati migliori rispetto ai fiocchi naturali “che a quelle quote sono spesso leggerissimi, tanto che il vento li spazza da un versante all’altro rendendo inutili i lavori di battitura delle piste”.

Alla fine la Provincia ha dato il via libera al “più alto impianto d’innevamento del Trentino”, nonostante i dubbi avanzati già quattro anni fa, quando i cannoni sparaneve vennero autorizzati “solamente” fino a 2500 metri di quota: «Non sono emersi problemi dal punto di vista tecnico e ambientale, considerati anche i buoni risultati d’inserimento paesaggistico ottenuti con l’impianto realizzato finora» ha detto l’assessore Mauro Gilmozzi. Valutata l’incidenza ambientale, il nulla osta è arrivato anche sentito il parere di un Parco Nazionale dello Stelvio da poco privato di qualunque potere e rigorosamente a gestione ripartita tra Trentino, Alto Adige e Lombardia.

Certo che il freddo – fondamentale per i cannoni – a quelle quote non dovrebbe essere un problema. Ma l’acqua? Sono 170 mila i metri cubi d’acqua che gli impiantisti contano di utilizzare per creare – a inizio stagione – un fondo di circa 40 centimetri di neve artificiale che farà da base per i fiocchi naturali. Nessuna esitazione dunque a rifornirsi dalle sorgenti e dai laghetti, canalizzandoli e prosciugandoli completamente.

In più, al posto del vecchio rifugio diruto, c’è il progetto di realizzare a 3073 m un nuovo rifugio d’altissima quota, proprio alla stazione d’arrivo della funivia. Così lo scavo per le condotte dell’innevamento artificiale servirà anche per ospitare l’acquedotto e la fognatura che collegheranno la nuova struttura con la rete già esistente presso il rifugio Doss dei Cembri.

Il comunicato stampa di Mountain Wilderness
(2 settembre 2016)
Quanto sta avvenendo nel settore dello sci alpino in tutte le Alpi è a dir poco disarmante. Nessun ente pubblico cerca risposte sensate e lungimiranti alla crisi dello sci alpino, nonostante i dati di questa industria siano allarmanti. Un fatto sembra incontestabile: sta diminuendo il numero degli sciatori in tutta Europa, sia per la crescente scarsità e volubilità del mantello nevoso, sia perché praticare questo sport è divenuto estremamente costoso e sempre meno alla portata delle famiglie del cittadino medio. Nell’arco alpino in questi ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata più del doppio di quanto avvenuto sul resto del pianeta e le precipitazioni scarseggiano sempre più.

Saggezza imprenditoriale e riflessione politica vorrebbero che il turismo invernale puntasse su altre proposte più dolci e durature.

Innanzi tutto è necessario investire in pratiche sportive meno energivore, evitare lo sperpero della risorsa idrica, mantenere integri gli spazi aperti e non ancora antropizzati. Invece anche in Trentino, provincia che nel nome dell’autonomia vorrebbe porsi all’avanguardia in tema di difesa ambientale, si percorrono strade rivelatesi ovunque fallimentari. Si costruiscono enormi bacini idrici arrivando a sconvolgere paesaggi e foreste di alta quota (si superano ormai comunemente i 100.000 metri cubi di invaso), si porta l’innevamento artificiale fino a quote impensabili come avviene in val della Mite, nel parco nazionale dello Stelvio. Una recente concessione provinciale permetterà di raggiungere con gli impianti di risalita i 3.000 metri di quota, mentre contestualmente si aprono nuove, inutili e distruttive piste in ambiti pregiati come a Passo San Pellegrino (Moena) con la nuova pista La Volata: una direttissima che solo una minoranza di sciatori sarà in grado di affrontare. Per costruirla si stanno demolendo a suon di cariche di dinamite interi costoni di roccia e si stanno invadendo gli ultimi spazi liberi a disposizione della pernice bianca e del gallo forcello.

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Senza contare la distruzione di una secolare pineta di pino cembro che arricchiva di fascino l’intero versante. In tutti i casi citati quest’opera di distruzione è sostenuta non solo dall’avvallo politico delle comunità locali e della Provincia Autonoma, ma anche da sostanziosi contributi pubblici che vengono investiti in società private i cui bilanci mostrano, anno dopo anno, deficit sempre più pesanti. Ma perché preoccuparsi? Quei debiti vengono ripianati regolarmente con l’intervento pubblico.

Riguardo agli impianti fognari e d’innevamento artificiale previsti a Pejo 3000 va ricordato che si tratta di infrastrutturazioni difficilmente compatibili con i valori su cui si fonda un Parco Nazionale. Un’area protetta acquisisce il suo senso quando riesce a dimostrare, anche all’esterno, che è possibile, attraverso il lavoro teso all’intelligente conservazione dei beni naturali, alla tutela e alla riqualificazione della biodiversità, alla protezione dei paesaggi identitari, costruire sviluppo, innovazione e cultura, fuori dai desueti modelli di sfruttamento mercantilistico che tanti danni hanno arrecato alle vallate alpine.

Mountain Wilderness si attendeva dal Trentino una inversione di tendenza riguardo agli indirizzi politici del turismo invernale. Sui versanti settentrionali dell’arco alpino, a esclusione di aree ormai devastate, da anni si propongono modelli e scelte che puntano sulla mobilità alternativa, che tendono a massimizzare il risparmio energetico, che riportano i beni naturali, la fauna selvatica, le specificità locali, l’agricoltura di montagna in tutte le sue connessioni a essere motori primari di uno sviluppo reale, libero dagli schemi del passato. Nelle Alpi italiane sembra che questi processi non vengano nemmeno presi in considerazione. In Trentino poi si raggiunge il massimo dell’ipocrisia quando si preannunciano nuove prospettive per il turismo (come quelle contenute nel progetto TURNAT) e poi nei fatti, giornalmente, le scelte della politica e dei territori le smentiscono.

Anche nelle Province autonome e nelle Regioni non è venuto il momento di ripensare le scelte e di investire in una progettualità più sobria, alternativa e culturalmente responsabile, cercando di recepire, se non gli allarmi ormai consolidati dai dati del mondo scientifico, i messaggi etici profusi con continuità dal Sommo Pontefice? La monocultura dello sci alpino appartiene al passato.

E’ tempo di voltare pagina!

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La disponibilità a sbagliare

La disponibilità a sbagliare
(intervista)

Qual è l’esperienza che più ha segnato la tua attività di alpinista?
La prima ascensione al Naso di Zmutt del Cervino da me compiuta nel 1969 con Leo Cerruti è indubbiamente l’impresa che più mi ha dato il pieno appagamento delle mie aspirazioni d’avventura; la morte dello stesso Cerruti, avvenuta all’Annapurna mentre dormiva al Campo 2, è stata la tragedia che più mi ha fatto pensare ai reali pericoli dell’alpinismo. Da allora monitoro le mie motivazioni interiori: mi interrogo sulla mia serenità, in modo da prevenire incidenti che credo sempre provocati da un malessere psichico.

Discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita, 14 settembre 1988
A. Gogna, 14.09.1988, discesa del Canalone del Gigio, Marmolada Pulita 1988, Dolomiti.

 

Quale virtù ti attribuisci?
Ho sempre vissuto le cose belle della montagna senza limitarmi all’emozione per il successo: guardarsi dentro e inserire il proprio agire nell’attività di tutta la comunità alpinistica è un qualcosa in più che arricchisce senza dubbio un’esperienza. Evita pure l’eccessivo orgoglio.

E quale difetto ti riconosci?
Non aver mai voluto allenarmi. Trovavo l’allenamento fisico noioso e ho sempre snobbato la cura del muscolo. Oggi invece credo che, se non si eccede nel ritenerlo la cosa più importante, l’allenamento sia davvero necessario, non solo per rendere di più nell’attività, ma perché è un’ottima scuola psicologica.

Che cosa invidi alle precedenti generazioni? E alle prossime?
Invidio le enormi possibilità che avevano i padri e sono tentato di dispiacermi per le prossime generazioni: in ogni caso però credo che queste sapranno trovare, nella loro esperienza, tutte le motivazioni per un alpinismo in continua evoluzione di fantasia.

Che cosa rappresenta per te la montagna?
È un vero tempio religioso, in cui entrare in silenzio e con rispetto. A volte penso che il tempio non dovrebbe ospitare un certo tipo di «fedeli»: poi però mi dico che non ho alcun diritto di giudicare.

Ti preoccupa il futuro dell’ambiente alpino?
Sì, e molto. Turismo e relativa speculazione sono i nemici. La mercificazione cui l’ambiente alpino è soggetta è decisamente preoccupante per l’ecologia dell’ambiente come per l’ecologia dei frequentatori. Quando i frequentatori sono definiti “fruitori” occorre cominciare a preoccuparsi. Frequentatori e ambiente sono un binomio ormai indissolubile e ciò che è nocivo per gli uni lo è anche per l’altro.

Ci puoi indicare tre cose da fare subito per la sua salvaguardia?
a) un’attenzione maggiore da parte di tutti (media, gestori e frequentatori) ai danni provocati dalle infrastrutture turistiche, per arrivare a una pianificazione oculata e a lunga portata;
b) una progressiva autocritica dei frequentatori della montagna (perché ci vado, cosa voglio, quanto la montagna è sottofondo alle mie aspirazioni e quanto invece è protagonista della mia esperienza). Un corollario a queste meditazioni sarebbe il progressivo disinteresse per la competizione di qualunque tipo;
c) istituire una sorta di codice non scritto ma ben presente che imponga nella stesura delle relazioni di un’impresa il resoconto di come si è trattato l’ambiente che ne è stato teatro, per arrivare a un «bravo» collettivo che includa anche il rispetto ambientale.

E tre cose da non fare?
a) non andare tutti a far gite o ascensioni negli stessi posti solo perché non si ha voglia di documentarsi o solo per dire «anch’io ho fatto quello». Questo è valido anche e soprattutto per gli organizzatori di gite sociali;
b) non pensare mai in termini di «questo nessuno l’ha fatto prima», bensì in termini di «quanta gente prima di me ha fatto questo?»;
c) non pensare che sicurezza e ambiente possano andare sempre d’accordo. La sicurezza deve prima di tutto passare attraverso la nostra serenità poi, e soltanto poi, attraverso le strutture di sicurezza di cui avremo voluto dotarci (dal semplice cordino di assicurazione allo spit, dal semplice scrivere la propria destinazione sul libro del rifugio all’avere con noi il satellitare).

Sei d’accordo con chi parla di imbarbarimento e banalizzazione dell’alpinismo?
Non capisco in che senso si usi la parola imbarbarimento. Per la banalizzazione son d’accordo solo se consideriamo che il pericolo di banalizzazione è sempre stato presente in tutte le epoche. Banalizzazione si ha nel momento in cui si dà eccessiva importanza al nostro operato. Spesso la cronaca riporta di imprese come fossero chissà cosa, poi la storia fa giustizia: la storia è la migliore arma contro la banalizzazione.

Arrampicatori e alpinisti sono sempre due categorie da tenere separate?
Non necessariamente. Sì, se vogliamo capirci mentre ci scambiamo delle informazioni sulle varie attività; no, se vogliamo interpretare personalmente il nostro alpinismo/arrampicata senza seguire schemi di alcun tipo.

Che cosa distingue fondamentalmente un alpinista da uno che pratica sport in montagna?
La disponibilità a sbagliare. Negli itinerari d’alpinismo (facili e difficili) siamo liberi di sbagliare e di interpretare perché l’attrezzatura presente in loco non ci comanda cosa dobbiamo fare. Negli itinerari di arrampicata sportiva e nelle vie ferrate questa libertà non c’è perché l’attrezzatura presente esclude qualunque possibilità di variante. La disponibilità a sbagliare evidentemente incide sulla nostra sicurezza. Si è più sicuri quando si è disponibili a sbagliare che non quando si crede che ogni possibilità di errore sia esclusa. Ma nell’opinione comune sembra che sia il contrario.

Conferenza di A. Gogna a Castellanza, 8.04.2011


Quali nuovi exploit ti aspetti nel futuro?

Ho imparato a non fare più alcun tipo di previsioni.

È possibile coniugare tradizione e sviluppo?
In teoria certamente sì, è sempre stato fatto in passato; l’ostacolo maggiore a questo matrimonio è la velocità attuale dello sviluppo che crea sovrapposizione invece di accostamento alla tradizione.

C’è un messaggio che vorresti rivolgere ai governi dei paesi alpini?
Sì, quello di attuare al più presto le risoluzioni da loro stessi prese in sede di Convenzione delle Alpi, per sistemare molte cose ora negative.

Che cosa vorresti dire ai giovani che si avvicinano alla montagna?
Di fare quello che si sentono di fare, purché cerchino la loro strada e non seguano miti precostituiti. Io da bambino sognavo la montagna e la vivevo come parte di me, in seguito ho corso il rischio di metterla da parte mentre cercavo la gloria, poi di nuovo l’ho rivissuta e la vivo come un tempio sacro. Questa è stata la mia strada e non tornerei mai indietro.

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Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Il viaggio istintuale per non si sa dove e quando

Ferma restando la libertà di interpretare e di vivere un viaggio a seconda delle tendenze e dei caratteri individuali, vorrei qui soffermarmi sulla particolare angolatura di un punto di vista non scientifico e sulle opportunità da questa offerte all’esperienza generale nell’ambito di quei periodi di vita che noi chiamiamo “viaggi”.

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Per inciso, nella grande categoria del viaggio, accanto alle traversate, alle esplorazioni e alle immersioni nell’acqua o nelle culture diverse dalla nostra, includo quello alpinistico, dove tra un inizio e una fine succedono (o possono facilmente succedere) cose in ambiente naturale che possono cambiarci la vita stessa.

Personalmente sento una punta d’intima ribellione quando tecnica e scienza invadono oltremodo questo campo di avventura esperibile. Mi ribello cioè al “travel engineering”, la visione razionale del viaggio che vorrebbe “ottimizzare” le energie e il tempo impiegati.

L’ingegneria di viaggio programma i nostri spostamenti in base a curiosità e caratteristiche ambientali già esperite da altri, in funzione di avere la possibilità di toccare con mano il numero più grande possibile di meraviglie naturali, artistiche o culturali, per permettercene la documentazione fotografica e subito dopo passare ad altro fenomeno, nell’affannosa e continua rincorsa degli “highlights of the tour” resa possibile da spostamenti tattici ben studiati e ottimizzati, con un occhio particolare ai costi.

L’esempio opposto a questo particolare tipo di viaggio, ho già scritto e detto in più di un’occasione, è quello offerto dallo scrittore britannico Bruce Chatwin (1940-1989): quello che a tal punto si domandava Che ci faccio qui? da indurre i curatori a intitolare in tal modo l’ultimo suo libro, postumo.

Che errasse in Patagonia, o al seguito di Indira Gandhi, o alla ricerca dello yeti o in un quartiere malfamato di Marsiglia, Chatwin era sempre in viaggio e “osservava ogni esperienza con lo sguardo penetrante di chi, a partire da qualsiasi cosa, vuole andare il più lontano possibile”. Come se ogni fatto vissuto o luogo visitato non fosse un punto di arrivo da collezionare assieme ad altri, bensì un punto di partenza per il vero viaggio, quello per il non si sa dove e quando.

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Occorre porsi in particolare atteggiamento per essere ricettivi alla Chatwin; occorre umiltà, pazienza e fiducia che il nostro stesso destino sarà influenzato dalle cose che vedremo e vivremo. Occorre essere carichi di quella particolare fiducia che ciascuno di noi è molto propenso a richiedere agli altri e purtroppo molto meno disposto a concedere. Occorre affidarsi all’istinto, nella fiducia che sarà lui a governare la barca mentre procediamo nell’esperienza. Riconoscere la relazione, potenzialmente sempre feconda, tra la nostra intimità e quella altrui, tra il nostro sentire e l’ambiente che ci circonda.

Questa fiducia istintuale è l’unico passaporto per la responsabilità del viaggio, cioè dell’esperienza responsabile che abbiamo scelto intimamente e al di fuori delle suggestioni turistiche: non “fruitori”, ma attori responsabili e liberi.

La sicurezza fornita dal travel engineering è la principale nemica di questa libertà e della nostra responsabilità. L’ingegneria di viaggio ci rende soggetti paganti di un consumo passivo, come se il nostro viaggio non fosse nulla di più che una proiezione cinematografica in 3D.

Essere liberi e responsabili nel nostro viaggio istintuale vuole soprattutto dire essere esposti agli imprevisti. Nulla più dell’imprevisto è mal sopportato dall’ingegneria di viaggio. Nel necessario amore per l’imprevisto si delinea il robusto legame tra istinto-fiducia-imprevisto che costituisce il tessuto connettivo dell’avventura liberamente scelta e vissuta. Dove il limite è dato dalla nostra stessa accettazione di non poter programmare fatti, avvenimenti ed emozioni. Dunque, se si rispetta questo limite, si impara a essere davvero liberi.

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Per chi volesse sapere di più al riguardo del travel engineering (dal sito dell’Avalco Travel, http://www.avalcotravel.com/):

Le recenti NORME ISO 21101, 21102, 21103 (il set completo è disponibile dal 2014) sono rivolte al turismo d’avventura.
Esse suggeriscono criteri generali per la gestione dell’attività, con particolare riferimento a: pianificazione della stessa, competenza di guide e istruttori, comunicazioni interne ed esterne, informativa ai partecipanti, gestione delle emergenze e degli incidenti.
Inoltre trasmettono alcuni concetti importanti, tra cui:
– la necessità di documentare le procedure gestionali critiche per la qualità e la sicurezza dei servizi offerti;
– la necessità di effettuare periodicamente una ri-valutazione di rischi dell’attività e del relativo sistema di gestione;
– l’importanza della cultura e della pratica del miglioramento continuo.
Non entrano nel merito della valutazione e trattamento dei rischi, dato che per questi valgono le disposizioni delle norme ISO 31000 e 31010, oltre che quelle specifiche eventualmente esistenti per il settore di attività.
Alcune direttive nazionali nel settore Outdoor – Sport – Avventura sono in effetti disponibili da tempo in alcuni paesi, specialmente quelli di lingua inglese. Citiamo, in particolare:
-> le HB 246 della Nuova Zelanda, sulla Gestione dei Rischi, del 2010 ma pubblicate inizialmente nel 2004 come HB 8669;
-> le BS 8848, pubblicate la prima volta in UK nel 2007, sulla organizzazione di programmi di “turismo d’avventura” all’estero.
Queste norme, periodicamente aggiornate, sono spesso utili nella pratica e si dovranno idealmente integrare con le più generali e recenti ISO 21101.
Avendo la valenza di direttive facoltative (“guidelines”), esse non sono obbligatorie per legge. Ciò lascia la libertà all’operatore di adottarle, del tutto o solo in parte, secondo le proprie esigenze e, possibilmente, anche nell’interesse degli utenti.

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Introduzione alla “Storia dell’alpinismo” – 1

Gian Piero Motti pubblicò nel 1977 la sua Storia dell’alpinismo, in due volumi. Questi seguivano una serie di altri sei volumi intitolati Enciclopedia della montagna (Istituto Geografico De Agostini). Nell’introduzione illustrava il nodo cruciale e irrisolto che contraddistingueva il momento storico in cui viveva, tratteggiando i diversi tentativi di dare risposte e prefigurando in maniera profetica quella che sarebbe stata l’evoluzione successiva.

Introduzione alla “Storia dell’alpinismo” – 1 (1-2)
di Gian Piero Motti

Si dice che un tempo la Terra non fosse così come noi oggi la vediamo. Alcune ipotesi molto attendibili dicono che un tempo tutte le terre emerse erano unite in un sol continente, circondato da un immenso oceano. Pare anche che all’interno di questo continente vi fosse un mare o un grandissimo lago salato, di cui oggi rimangono alcune testimonianze (Lago Ciad in Africa). L’avventura di viaggiare a ritroso con la fantasia è forse la più intensa che l’uomo si possa permettere. Possiamo allora immaginare un mondo dove forse non esistevano montagne, un unico continente simile ad una gigantesca landa piatta e desolata, un immenso deserto arido e privo di vita. O forse ancora le terre ricoperte dai ghiacci, altrove una distesa sconfinata di tristi acquitrini e paludi, prive di colore e di luce. Forse densi vapori velavano costantemente il ciclo, in un silenzio cupo e tenebroso che oggi non è più di questo pianeta.

Pagina 14 dell’edizione originale di Storia dell’alpinismo (1977) di Gian Piero Motti
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Poi successe qualcosa, un qualcosa che da sempre ci danniamo a comprendere e a chiarificare, senza risultati peraltro apprezzabili e verificabili. Senza per questo voler sminuire l’enorme tributo della scienza dato alla conoscenza, forse giunse più vicino alla verità il misticismo orientale che, servendosi unicamente dell’intuizione irrazionale, si spinse ben oltre il freddo ed empirico razionalismo occidentale. Di certo vi fu qualcosa di grandioso e terribile, fu innescato un meccanismo esplosivo ed entrarono in gioco forze la cui potenza ci riesce incommensurabile. Ed ecco il pianeta, quasi posseduto da un demone interiore tenuto prigioniero nel suo interno, cominciò a vibrare, a tremare, a sussultare e a contorcersi. Il mito orientale narra di un grande drago che sputava fuoco. Il drago aveva dormito a lungo e si era come raffreddato, avvolto dalla morsa mortale delle terre e dei ghiacci. Poi, per cause a noi ignote, fu risvegliato e trovandosi prigioniero, come racchiuso in un uovo gigantesco, cercò di venire alla luce, quella luce di cui forse aveva ancora ricordo. Sprigionò la sua forza titanica e immensa, fece tremare l’intero pianeta e nel suo sforzo distruttivo eruttò fuoco e materia solare incandescente. Il cataclisma fu tremendo: si dice che la massa continentale fu fratturata in più parti, vi furono urti spaventosi, attriti, frizioni e corrugamenti. I brandelli lacerati del continente cominciarono a galleggiare sull’oceano come giganteschi zatteroni, andando alla deriva.

Le spinte interne determinarono delle frizioni e a volte le zattere gigantesche si urtarono: come se noi avvicinassimo due enormi pile di fogli di cartone e cominciassimo a spingerle frontalmente una contro l’altra. Sotto la pressione costante e regolare, una delle due pile comincia a creparsi al centro e ad inarcarsi, tanto che gli strati si sovrappongono nel punto di frattura. Si determinano dei rilievi e delle creste, separate da forre molto profonde. Così, dicono gli scienziati che studiano la genesi della Terra, un giorno sorsero le catene dei monti. Di certo l’uomo o almeno l’uomo come noi oggi lo pensiamo e vediamo, non fu spettatore di quel cataclisma che forse si svolse nel buio delle tenebre.

E che ne fu del drago? Non sappiamo, forse esaurì gran parte della sua immensa energia in questo tremendo sforzo distruttivo che in fine risultò per essere creativo. Si riassopì ancora esausto e sfinito, ricoperto dai suoi magmi raffreddati e induriti, avvolto ancora dalla morsa delle acque, dei ghiacci e del gelo. Qualche volta però ha come un tremore, un brivido, forse un rantolo o un sussulto ed ecco che la Terra trema, si spacca, ancora erutta il suo sangue incandescente. Dunque è ancora vivo. Lasciamo ora l’immagine mitica ed anche poetica del drago, ricordando però un’antichissima profezia che si legge sui testi mitologici indiani: «un giorno il figlio della luce, il mitico Rama, verrà in Terra e risveglierà il drago liberandolo per sempre dalla sua prigionia…».

Comunque ritorneremo su questi argomenti cercando di mettere a fuoco gli atteggiamenti che l’Uomo ha verso la Natura (e quindi la montagna) e scoprendovi poi due modi ben distinti e contrastanti di pensare e di agire: uno occidentale, o aggressivo, e un altro orientale, o passivo.

Le montagne e la vita dell’uomo: creare per poi distruggere
Sorsero dunque le montagne, belle come le altre mille cose belle di questo pianeta. Dapprima erano un po’ grezze e informi, ma pensò il tempo a renderle ancora più belle, ardite e slanciate. La pioggia e le acque dilavanti le ripulirono dalla terra e dal fango e sui fianchi dirupati e scoscesi misero a nudo le rocce. Il vento cominciò a giocare con la pietra, limandola ed erodendola, scavandola e modellandola. Ma le montagne sono come l’uomo e rispecchiano la sua vita. Nascono, crescono in bellezza e splendore, aiutate da tutti gli elementi vitali: la luce, l’aria e l’acqua. Ma poi gli stessi elementi che dapprima erano creativi con il tempo si rivelano distruttivi e cominciano a incidere rughe sempre più profonde: i fianchi una volta compatti e possenti dei monti, ora mostrano incisioni, canali, forre e valli profonde. L’acqua subito si precipita lungo queste vie di scorrimento naturali e inizia a erodere, a spianare e a livellare, trasportando a valle cumuli e cumuli di detriti ammassati. Il gelo intacca l’epidermide e la dura scorza granitica, frantumando la superficie rocciosa in tante piccole squame che si distaccano e precipitano. Anche il sole surriscalda la roccia facilitando il lavoro abrasivo del vento e della sabbia: ben presto (milioni di anni…!) degli splendidi picchi arditi e slanciati, superbi ed eleganti, non resta che sabbia, detriti e polvere ammassati dal vento che instancabile riprende il suo lavoro creativo nel deserto, formando dune gigantesche che ancora in seguito saranno spianate e distrutte dal vento.

Costruire per distruggere, nascere per morire, salire per poi ridiscendere e ancora risalire per poi nuovamente ridiscendere. Una vera e propria ossessione che collega in un unico filone Natura, Uomo e agire dell’Uomo. Quindi anche l’alpinismo e la sua storia, sicuramente uno degli obiettivi più luminosi per comprendere una storia apparentemente assurda (se non si pensa che tutto abbia un fine) di un pianeta e della sua vita.

Vi è come una sorta di illusione, un omerico canto delle sirene che attrae ed incanta, invitando a provare. Il canto sembra dire: vieni dunque, accetta di nascere e vivere in Terra e guarda tutto ciò che ti offrono la vita, gli uomini e la Natura. Il giardino incantato subito pare splendido e meraviglioso nella sua veste iniziale e non essendo ancora a conoscenza del dolore (non apparente) ci si convince con entusiasmo a venire alla luce. Forse l’inizio non è male (ma non per tutti), poi si corre senza sosta verso quella meta promessa, verso una vetta intravista da lontano e sognata per sempre. Ma purtroppo la vetta che si crede di raggiungere non è mai tale e a poco a poco subentra l’amara delusione e la rassegnazione allo stanco ritorno verso la porta di entrata. È vero, vi è anche chi capisce per tempo l’inganno, e stanco e disgustato di propria volontà cerca tragicamente di ritornare da dove è venuto.

Anche l’alpinista insegue un’illusione. Lascia la pianura dove sovente non si sente inserito nella vita di tutti e di tutti i giorni. Lo attrae l’immagine di una vetta che sembra portarlo molto in alto, una meta che alla luce infuocata del tramonto, quando risplende incendiata dal sole della sera, sembra garantirgli finalmente non solo gloria e vittoria, ma anche quella libertà sconfinata, quella pace e quella beatitudine che ansiosamente e vanamente va cercando in pianura. Egli sa che la via di salita forse sarà dura e difficile, che dovrà soffrire, ma per ora rigetta da sé queste immagini di dolore e invece pensa a ciò che la salita e la vetta sapranno offrirgli durante la lotta. E già emotivamente vive ancor prima dell’azione le sensazioni forti che poi vivrà durante la scalata. Quelle stesse emozioni uniche e irripetibili ed esclusivamente “sue” che poi, una volta tornato, non riuscirà a comunicare, malgrado il suo sforzo, a nessuno.

L’illusione della vetta e il problema dell’insoddisfazione
A mano a mano che la salita procede l’alpinista si ritrova sempre più solo e molto lontano dal mondo che ha lasciato in pianura. Egli comincia ad assaporare lo strano piacere della lotta individuale addentrandosi nei labirinti un po’ magici e arcani della separazione della propria personalità. Raggiungendo una condizione psichica assai affine alla schizofrenia, egli a poco a poco scopre un altro in se stesso, ben vivo e presente, a volte un amico, ma più spesso un vero e proprio nemico che si fa sentire con la voce della paura. È una voce costante e insistente che sembra dirgli nei momenti più difficili: «Cadi! Cadi!» Certo l’alpinista non percepisce il messaggio inconscio così formulato, ma gli giunge invece sotto forma di ansia, di angoscia e di paura di cadere che insorge nei momenti di più forte tensione durante la salita, ed è una paura che l’alpinista o cerca di reprimere o di dominare, o meglio, di mediare e tenere sotto controllo durante tutta la fase di salita necessaria per raggiungere la vetta. Sovente la fase più nevrotica della lotta lo porta a invertire completamente i valori del piano che ha lasciato: il dolore diviene piacere, la sofferenza è accettata, anzi il più delle volte cercata e goduta con gusto raffinato. Le emozioni e le sensazioni provate vengono accomunate in un’unica parola giustificante: l’avventura. Il più delle volte l’alpinista non si sente di osare da solo, in quanto i rischi sono enormi; ogni minimo errore potrebbe essere fatale ed egli ci tiene troppo a raggiungere la vetta. Allora per precauzione ecco che escogita il meccanismo della cordata e si lega a un compagno. Per far sì che il legame non sembri troppo arido e utilitaristico, egli cerca di “vestire” questa unione in modo umano e sentimentale, parlando di amicizia e di legame fraterno e unito nella vita e nella morte. In realtà molti di questi legami “di corda” sono solo ed esclusivamente utili ai fini della riuscita dell’impresa, in quanto ciascuno conduce la salita chiuso nel proprio microcosmo individuale, senza alcuna comunicazione che non sia la sicurezza garantita dalla corda. Non per nulla ci si lega alla base della parete e ci si slega appena giunti in vetta. E non per nulla il più delle volte i legami intrecciati in parete non hanno alcuna ragione di esistere in pianura.

Cesare Maestri (al centro) assieme ai compagni di spedizione e al famoso compressore che si portarono in parete per infiggere chiodi a pressione nel granito del Cerro Torre
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Comunque, da soli o in cordata, la scalata procede verso la vetta che sovente viene raggiunta come si era sognato nel sole del tramonto, dominando spazi sconfinati sottostanti, con la breve illusione di essere al di sopra di tutte le cose mortali. Ma non sempre e così, anzi il più delle volte accade il contrario:

«… Ecco la cima. Per questo momento ho lottato e vissuto, ne valeva la pena?
Mai come ora mi rendo conto che nessuna montagna vale una vita. Mi prende schifo per questa cima. Che schifo questo vento, le foto scattate, le firme depositate.
No, non ne vale la pena… Andiamo via… In mille sogni ho visto le nostre bandiere sventolare al sole sulla cima. Ed ora rimango indifferente. Abbrutito dalla fatica, con i nervi a pezzi, mi preparo a consumare il sacrificio alla più stupida manifestazione umana: la vanità
… (Cesare Maestri, Arrampicare è il mio mestiere, Garzanti 1961)»

Così si esprime Cesare Maestri parlando delle sue emozioni in vetta al Cerro Torre, al termine della prima difficilissima ascensione con Toni Egger.
E anche Walter Bonatti, forse il più grande esponente dell’alpinismo di tutti i tempi, non si rivela più entusiasta, se si pensa che dopo sette giorni passati da solo sul pilastro del Petit Dru (Monte Bianco), al termine di una scalata solitaria quasi incredibile per la sua audacia, giunto in vetta e coronando la sua fatica titanica, disse:

«… Alle 16.37 esatte sono in vetta al Dru. Uno sguardo veloce tutt’intorno e quasi di corsa, con lo zaino sulle spalle, incomincio a discendere per la via normale (Walter Bonatti, Le mie montagne, Zanichelli, 1961)».

Il Petit Dru con il tracciato della via di Bonatti (1955), oggi crollato
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Per una specie di gioco un po’ maligno, sembra che vi sia una proporzione inversa tra difficoltà della salita e soddisfazione che si prova in vetta. Al termine di una facile escursione che non ha richiesto un ingente tributo fisico e psichico, il più delle volte la vetta appaga in pieno: si può godere il panorama a lungo, osservare attentamente le valli sottostanti, dormicchiare al sole, restarsene un po’ di tempo in cima senza l’assillo di dover subito scendere per evitare il maltempo o un bivacco penoso per le condizioni fisiche e psichiche ormai esaurite. Comunque, in ogni caso, ci si troverà costretti a scendere a valle. Invece se l’impegno per raggiungere la vetta è stato importante, certamente quest’ultima sarà piuttosto deludente, rivelandosi come scontata, una sorta di noioso passaggio obbligato per poi subito ridiscendere in tutta fretta verso i ristori e gli agi del fondo valle, che in quella situazione appariranno molto gradevoli.
Possiamo quindi formulare una curiosa equazione di questo genere: scalata lunga e difficile = sofferenza, ma anche grande soddisfazione durante l’azione. Però poca o nessuna soddisfazione in vetta, anzi immediato desiderio di fuga e di ritorno a valle.
Invece salita facile e breve = poca sofferenza durante l’ascensione e quindi (per quanto questa considerazione di stampo masochista a molti risulti inaccettabile e amara) anche scarsa soddisfazione e poca avventura. Però la vetta sarà assai soddisfacente e appagatrice, generando desiderio di restarvi a lungo, contemplazione e rammarico per il pensiero del ritorno a valle.


Come sempre, appare più che mai chiara la drammaticità della condizione umana, dove le contraddizioni non riescono a trovare una sintesi soddisfacente: pure in questo caso, anche se il paragone e un po’ banale, non è possibile salvare contemporaneamente la capra e i cavoli del famoso proverbio.
Ma in fin dei conti, perché mai la vetta delude? Perché la si era vissuta come meta finale e liberatoria, quasi assoluta nella sua purezza. Per raggiungerla si è dato tutto, si è lottato allo spasimo, sacrificandosi e sottoponendosi a rinunzie di ogni genere. Invece una volta giunti in vetta si comprende purtroppo che era solo un sogno, un fantastico sogno che si è cercato di materializzare nell’immagine della scalata: in vetta però non vi è nulla, vi sono pochi metri quadrati di roccia o di neve, sovente ci si sta anche scomodi, fa freddo, tira vento e forse non si vede alcun panorama. Il più delle volte non si ha certo il tempo per perdersi in contemplazioni, ma inesorabilmente bisogna pensare a scendere e a ritornare a valle, anche perché la discesa non sempre sarà facile. In ogni caso la discesa il più delle volte sarà uno squallido rito da consumare, uno stanco e mesto ritorno verso usi e abitudini di un mondo mediocre ed insoddisfacente dal quale si era creduto di fuggire con la scalata. E invece bisognerà riadattarsi a questo mondo, reinserirsi a fatica per poi ancora sognare e sperare. Ancora si tornerà sulla “parete” e ancora si tornerà a portare una propria croce, nell’illusione di poter finalmente raggiungere una vetta dove si sarà paghi e felici.

«… Raggiungiamo la vetta alle 11. Ci stendiamo al sole, fa caldo ed abbiamo una gran voglia di dormire. Niente fremiti di gioia. Niente ebbrezza della vittoria.
La meta raggiunta è già superata. Direi quasi un senso di amarezza per il sogno divenuto realtà… Sceso a valle cercherò subito un’altra meta. Se non esiste la creerò… Ed ogni meta raggiunta scompare per lasciare il posto ad un’altra più ardua e più lontana
(Giusto Gervasutti, Scalate nelle Alpi, Società Editrice Internazionale, 1961)».

La parete est delle Grandes Jorasses con il tracciato della via Gervasutti-Gagliardone (da Iborderline)
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Queste le riflessioni di Giusto Gervasutti, forse il più “eroico” e romantico alpinista italiano: sulla vetta delle Grandes Jorasses (Monte Bianco) dopo aver ottenuto la sua più folgorante vittoria sulla parete est della montagna. Si comprende allora che anche una volta tornati in pianura fallirà il tentativo di comunicare le proprie sensazioni ad altri, in quanto, con amarezza, ci si accorgerà che esse sono esclusivamente personali e incomunicabili. Esse appartengono a un vissuto troppo eccezionale e troppo lontano dal vissuto quotidiano di chi alpinista non è. E allora una volta di più ci si troverà costretti, come diceva Gervasutti in un suo scritto, a lasciare le piccole brune a raccogliere da sole le more e i lamponi nei boschi, perché la nave volge la prua al vento delle bufere…

I giovani alpinisti di fronte al problema dell’insoddisfazione e della sofferenza
Oggi [ricordiamo che l’oggi di Motti è il 1977, NdR] molti giovani alpinisti hanno capito di trovarsi bloccati in una “impasse” non troppo simpatica e cercano, anche un po’ affannosamente, dei tentativi di soluzione. Si delineano quindi alcune correnti di pensiero e d’azione ben definite, sulle quali ritorneremo in seguito con un’analisi molto più profonda. Per ora è sufficiente sintetizzare queste correnti in modo da inquadrare già sin dal discorso introduttivo quello che sarà il “taglio” filosofico dato alla parte storico-evolutiva, fornendo così al lettore una buona chiave interpretativa.

Vi è dunque una corrente contestatrice ed antiindividualista, che vorrebbe proporre un modello rinnovato e differente di alpinismo. Un alpinismo privo di sofferenze volute, privo di sacrifici accettati sullo stampo cristiano, vissuto lontano dai pericoli oggettivi, all’insegna quindi della sicurezza cercata sotto tutti gli aspetti tecnici e soprattutto assai meno misoneista, “serio” e drammatico dell’alpinismo tradizionale. Chiaramente non è che il ribaltamento dialettico dell’alpinismo cosiddetto “eroico”, simpaticamente sintetizzato da alcuni giovani arrampicatori emiliani (tra i promotori di questa corrente) dal motto «La pace con l’Alpe», antitesi scherzosa del famigerato «Lotta con l’Alpe» di Guido Rey.
In questa corrente appare chiaro il fine di smitizzare l’alpinismo e di umanizzarlo rendendolo un fatto sociale e non più individuale (sempre se tutti siamo d’accordo che l’uomo sia individualista o socievole per necessità e costrizione), portandolo alle masse come sana attività creativa e sportiva non alienante: soprattutto non asservita alle strumentalizzazioni del sistema (sul che si possono nutrire dubbi molto fondati…). Qualche esempio del caso si è cercato di realizzare nei Paesi dell’Est europeo, ma purtroppo si è completamente soppressa la libera scelta dell’individuo, creando classifiche di valore cui si giunge attraverso le discusse “gare d’arrampicata” compiute in sicurezza totale ed estremamente competitive.
Forse l’intento è buono e onesto, per lo meno compiuto in buona fede, ma un’attività del genere non può essere chiamata alpinismo: la si potrà chiamare forse sport dell’arrampicata o qualcosa di simile. E anche sulle soddisfazioni che un alpinista può trarre da un’attività del genere, non si può essere del tutto convinti. Chi è stato alpinista e ha capito che nel suo agire esiste una forte ritmica ossessiva che genera in lui insoddisfazione e alienazione può anche dire basta e rinunciare a una attività ripetitiva e un po’ masochista. Tuttavia la rinuncia non sarà per nulla facile e piacevole (vedi l’articolo I Falliti di Gian Piero Motti su Rivista Mensile del CAI anno 1972). Certo, in montagna si soffre, ma si è anche ripagati da sensazioni e da situazioni ambientali che non hanno pari altrove. È solo e sempre un fattore di scelta personale, una volta che si sia attuata una lucida presa di coscienza dei pro e dei contro esistenti nell’alpinismo.

Ma se poi uno accetta il gioco con tutte le sue regole, resta un suo fatto individuale. Reinhold Messner, forse il migliore alpinista vivente, segue appunto la corrente tradizionalista, portandola alle sue più estreme conseguenze individualiste e trascendentali. Sovente viene criticato perché il suo alpinismo non segue un filone umanizzante e collettivista e nella critica vengono anche coinvolte le sue imprese. È un errore: si può criticare la scelta filosofica di Messner, ma bisogna onestamente ammettere che le imprese da lui realizzate sono straordinarie. Ancora i critici dicono: ma che prezzo paga Messner per realizzare queste imprese? Paga evidentemente il prezzo che si sente di pagare e soprattutto paga con denaro suo e non preso a prestito da altri. Altri ancora dicono: è vero, ma il suo esempio è negativo, in quanto spinge i giovani verso modelli filosofici superati dalla storia attuale (le teorie del superuomo di Nietzsche), verso un idealismo antiquato e sconfitto dalla critica materialista. Può anche essere vero, ma in ogni caso se si parla di libertà, bisogna accettare un pluralismo che ammetta la libera espressione individuale, altrimenti sorge il sospetto più che legittimo che la critica muova più che altro da invidie feroci e gelosie corrosive, con forte desiderio di decapitare e ridurre al livello “normale” chi è riuscito a trascendere questo livello.

Comunque se vi sarà rinunzia, come si è già detto, sarà certamente sofferente, con strascichi di melanconia e nostalgie (a questo proposito si veda il libro di Walter Bonatti I giorni grandi, Mondadori, 1971). Si può anche fare «La pace con l’Alpe» ma forse, anche se il paragone non è molto efficace, è come passare nello stesso giorno da una rappresentazione del teatro shakespeariano a un film musicale hollywoodiano. Il proverbio dice anche che «chi si accontenta gode», cosa di cui si può essere più o meno convinti, soprattutto perché si è occidentali, quindi educati e cresciuti in una cultura occidentale, che ripone soddisfazione e felicità nella conquista di una meta. Se si fosse nati in Ladakh (Kashmir) e cresciuti nella cultura buddista, forse il proverbio avrebbe anche ragione. Ma certamente non si sentirebbe il bisogno di scalare le montagne e di misurarsi con noi stessi sulle pareti: l’alpinismo è un classico derivato della società occidentale e della sua cultura, impostata gerarchicamente nel rapporto uomo-Natura.

La Pietra di Bismantova, uno dei più bei “prati di vetta e luogo di elezione della “pace con l’Alpe”
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Accanto a questa corrente “pacifista”, esiste il filone tradizionalista e conservatore, che propone un alpinismo forse non più romantico ed eroico come un tempo, ma comunque estremamente serio e severo nelle sue regole, anche se l’accettazione del gioco risulta meno istintiva ed emotiva, più razionale e analitica. L’alpinista che si inserisce in questa corrente sa molto bene che per la conquista della meta vi è un tributo di angoscia, di fatica e di sofferenza da pagare, ma evidentemente accetta il gioco in quanto si sente ampiamente ripagato da ciò che la scalata gli può offrire. I rappresentanti di quest’alpinismo proseguono, come se fossero investiti di una missione, nel portare avanti un discorso culturale tipicamente occidentale, inserito in una mentalità evolutiva tesa a spostare sempre più avanti il limite dell’impossibile (quindi a estreme conseguenze, anche a vincere la morte) o con mezzi molto severi e leali (ideologia di cui Messner si fa paladino), oppure con mezzi assai compromessi con la tecnologia e ambiguamente in simbiosi con interessi finanziari e commerciali.

Alessandro Gogna sulla via Messner al Sass dla Crusc
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Vi è poi una terza corrente di pensiero che cerca di realizzare una difficile sintesi tra le due correnti ma che opera invece una proiezione dal concreto all’astratto, trasferendo l’ideologia della vetta e della meta nella difficoltà pura. Costoro hanno rigettato il cosiddetto alpinismo eroico e non accettano i sacri canoni di unità di tempo e d’azione che invece sono regola nelle imprese dell’alpinismo tradizionale. Per essi arrampicare è (o per lo meno dovrebbe essere) un gioco, dove non esiste una meta da raggiungere (generatrice di insoddisfazioni a catena), ma semplicemente la gioia si trae dall’arrampicare stesso, senza pressioni finalistiche interne od esterne, assaporando a lungo la stessa permanenza e “vita” in parete e quasi dimenticando la fretta di riuscire e il tempo.
È certo una proposta interessante, che però richiede una grossa rinunzia: quella dell’alta montagna, dove esistono pericoli oggettivi e dove l’ambiente è particolarmente ostile e severo (Alpi, Himalaya, Ande). È un gioco che può essere magnificamente condotto sulle solari muraglie granitiche della Yosemite Valley (California) o sulle fantastiche scogliere delle Calanques (Provenza, Francia), dove anche un cambiamento del tempo non presenta alcun rischio data la bassa quota e le possibilità di ritirata.
Particolare curioso: le scalate di questo genere sfociano quasi tutte su altopiani boscosi e prativi, assai lontani quindi dalla tensione drammatica della vetta simbolica. Su questi altopiani tutto finisce come per incanto: cessa l’ansia della salita e non esiste preoccupazione per la discesa in quanto inesistente, è la fine delle linee verticali. Come se si giungesse al termine di una salita mitica che porta a un Eden ritrovato; qui finalmente ci si slega, si godono il sole, l’acqua fresca, il verde, i fiori e gli animali. In perfetta armonia con la Natura orizzontale ritrovata, senza ansia per il dopo, ci si assopisce con la corda sotto il capo e poi scalzi, camminando sull’erba o nel sottobosco, ci si incammina senza meta e senza fretta.

La proposta piace parecchio ai giovani, soprattutto perché la “vita in parete” assume un po’ il significato di disciplina di conoscenza di se stessi, riportando alla ribalta filosofie orientali introspettive oggi assai di moda (yoga, buddismo-Zen). Il distacco infatti è molto più lento e graduale, vissuto più dolcemente. Il dialogo tra sé e sé, seppur raggiungendo dei livelli schizofrenici di separazione della personalità, non è combattuto e represso, anzi è cercato e usato dialetticamente come strumento di conoscenza di se stessi. Vi è però un grande pericolo che si cela nella pratica di questo tipo d’alpinismo: si può correre il rischio di mantenere la stessa ideologia dell’alpinismo tradizionale, trasferendo il simbolo della vetta nella difficoltà del singolo passaggio. La meta da raggiungere e superare non è più la vetta, ma la lunghezza di corda o il passaggio difficile e sempre più difficile, instaurando il concetto di limite delle possibilità umane. La scalata allora diviene come una serie di tante piccole vette da raggiungere, rappresentate da una sequenza di passaggi a sé stanti, dalla base alla cima. Così si genera una competitività con se stessi e un’angoscia di caduta ancora peggiore, sfociando quasi sempre nel tecnicismo più esasperato e nell’arido atletismo. E poi, anche in questo caso, la rinunzia alla “grande montagna” costa sicuramente sacrificio, in quanto questi ambienti di alta montagna creano un eccezionale palcoscenico naturale, in cui l’azione acquista un fascino e un sapore ineguagliabili.

Non vi è dunque possibilità di sintesi? Per ora pare di no. Anzi senza tema di smentita si può asserire che un alpinismo ideale, completo e felice, soddisfacente e privo di rischi e sofferenza, non possa esistere. D’altronde l’alpinismo non è che lo specchio della vita: per ora la morte, per quanto combattuta, è limite invalicabile. Morte equivale a dolore, combattuto da sempre, almeno nella cultura occidentale, dagli uomini, sviluppando civiltà e scienza.
Ma allora che fare? Cercare forse di riconoscersi in uno di questi modelli o non riconoscersi affatto in essi e negare il valore dell’analisi? Un grande drammaturgo disse: «A ciascuno il suo». In questa analisi del fenomeno alpinistico si cercherà di scoprirne cause e moventi seguendone poi l’evoluzione e la cronaca dei fatti fino ai giorni nostri, tenendo sempre presente la chiave interpretativa che si è esposta, sottoposta alla critica e quindi più o meno accettabile.

(continua)

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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 2

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 2 (2-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

Puntata precedente: http://www.alessandrogogna.com/2016/09/12/due-anzi-19-000-parole-con-alessandro-gogna-1/

Il grande alpinismo. Gian Piero Motti. La tragedia dell’Annapurna. Il Sud Italia.
Allora. Non abbiamo ancora parlato di alpinismo! Il tuo alpinismo. Prima di tutto, domanda banalissima: di quali delle tue salite sei particolarmente fiero?
Ovviamente delle cose più importanti. Quella che è riconosciuta come la più importante è sicuramente la Walker da solo. Sicuro, come solitaria. E poi come prima ascensione quella del Naso di Zmutt che è considerata ancora oggi come una salita con i fiocchi. Queste sono le due cose più importanti. Poi tutte le altre… Non è che siano tanto inferiori, ma insomma… Comunque sono tutte cose che ho fatto io, quindi gli voglio bene.

Ma come mai tante solitarie?
No, io ho fatto poche solitarie. Le solitarie le ho fatte quando ero piccolo.

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Come mai?
Te l’ho detto – non avevo compagni! Solo per quello!

Non perché volevi fare la solitaria in sé?
Assolutamente no! Ho fatto tante solitarie nell’anno ‘64, un po’ anche nel ‘65, poi ho fatto la Walker nel ‘68, la via dei Francesi al Monte Rosa nel ‘69, e poi ho smesso. Poi ne ho fatta ancora qualcuna negli anni ‘90. Sono poche, non ero il Renato Casarotto che andava da solo perché voleva. Assolutamente. Le prime solitarie degli anni ‘63, ‘64, ‘65 le ho fatte solo perché non c’erano dei compagni. Infatti andavo a fare salite che erano già state fatte; non è che cercavo la prima. Non era questo il problema. Nel ‘68 e nel ‘69 ho fatto invece due solitarie dove volevo fare la prima solitaria. E poi invece quelle ultime degli anni ‘90, ero un po’ in…

… crisi mistica?
Crisi mistica… Non proprio banali, le ho pubblicate sì e no, nel senso che non gli davo una grossa importanza – fare la prima solitaria della via di Angelo Nerli (1956) sul “pilastro di sinistra” della parete sud del Monte Altissimo nelle Apuane (31 ottobre 1993), non è che era roba da mettere su una rivista. Può darsi che l’abbia detto in giro, come sto facendo adesso, che ne abbia anche scritto, così… Oppure un’altra solitaria (29 agosto 1993), sempre nelle Apuane, la via dei Carrarini sulla parete nord del Monte Sagro… Difficile, perché sulla parete più infida ed erbosa che tu ti possa immaginare…

Monte Sagro, parete nord (Alpi Apuane). 29 agosto 1993
Monte Sagro, parete nord (Alpi Apuane). 5.09.1993

Parlando di marcio: lo Scarason, la prima ascensione della parete nord-est nel ‘67?
Sì, è marcissimo! Adesso un po’ meno, perché a furia di passare, la roccia si è un po’ pulita. Siamo più o meno a 20 ripetizioni adesso.

Che importanza aveva per te?
Te lo posso riassumere in questo modo: nel ‘67 non era ancora nato il pensiero della “libera”. La libera intesa come progressione senza aiuto dei chiodi è venuta più tardi, nel ‘72, ’73, il famoso bollino giallo dei francesi alla base delle vie fatte in libera, poi la free ascent dell’Inghilterra, poi il rotpunkt dei tedeschi… Comunque per quello che riguardava le Alpi, il movimento è arrivato nei primi anni ‘70, prima non c’era. Nel ‘67 ero ancora in piena cultura dell’arrampicata mista, con scarponi, attenzione, con scarponi, quindi lo Scarason è stata la massima realizzazione dell’arrampicata mista – libera e artificiale – su calcare. E perché era la massima realizzazione? Perché le cose difficili venivano fatte sul marcio. Cosa che sulle Dolomiti, di così marcio, non era mai stato fatto. O meglio: magari era stato fatto ma usando chiodi a espansione. Che noi non abbiamo usato. Per questo ha segnato una tappa. Dopodiché è cambiato praticamente tutto. Nel ‘68 Messner ha fatto il Pilastro di Mezzo sul Sass dla Crusc, e poi pian pianino è arrivato anche il movimento della libera. Quindi è cambiato il discorso.

Alpi Apuane, Monte Sella e Monte Altissimo (parete sud) dai Prati del Pasquilio. Foto Roberto Pers
Monte Altissimo e Monte Sella dai Prati del Pasquilio , Alpi Apuane

Il Nuovo Mattino e Gian Piero Motti – quando è invece cominciato il tuo rapporto con lui e con il movimento?
Ho conosciuto Gian Piero alla fine del 1966. Siamo diventati molto amici e diciamo che lui mi ha dato molto di quello che sono state le sue teorie, il suo modo di vivere e, tornando un attimo al discorso di Oriente che ti facevo prima, anche lì Gian Piero ha avuto la sua importanza. Quindi c’è stato uno scambio sulla ricerca interiore, che ha fatto anche lui anche se poi è andato per altri binari. Gian Piero, sì, personaggio di riferimento.

E il Nuovo Mattino?
Ma sai, il Nuovo Mattino mi interessava fino a un certo punto, sì, dal ‘76 in poi ho pensato di fare queste salite cui prima non avevo pensato, salite in arrampicata libera, su falesie, su vie brevi. Infatti è da lì che poi è nato il libro 100 Nuovi Mattini, il libro “cult” che adesso stiamo ristampando uguale… Diciamo che dal ‘76 all’80 (il libro è poi uscito nell’81), il massimo delle cose che facevo era proprio questo genere di salite qua che rispecchiano perfettamente il Nuovo Mattino.

Cambiamo ancora completamente discorso. Tornando all’Annapurna del ‘73, per te deve essere stata una tragedia…
Sì, è stato un momento di crisi, sai, torni in Italia, insomma, costa un po’ dirlo, se invece dell’amico fraterno che era Leo Cerruti fosse morto un altro magari non sarebbe stata la stessa cosa; il fatto che è morto Leo, che era anche mio cognato, essendo il marito della sorella di Ornella, questo è stato veramente devastante. È stato devastante, anche per la stupidità della cosa, insomma ‘sta valanga che ha spazzato via il campo. E lì che ho cominciato a pormi delle domande anche se prima c’erano già stati dei morti tra cui Paolo Armando nel ‘70… Io mi guardo indietro e vedo che sono sopravvissuto, veramente.

In marcia verso l’Annapurna, agosto 1973. Da sinistra, Guido Machetto, Leo Cerruti, Miller Rava, Rino Prina, Carmelo Di Pietro, Gianni Calcagno
G. Machetto, L. Cerruti, M. Rava, R. Prina, C. Di Pietro e G. Calcagno verso l'Annapurna

Leo Cerruti al Campo 1 dell’Annapurna
Annapurna, spedizione italiana 1973, Leo Cerruti al campo 1

Invece, parlando sempre di alpinismo, il tuo rapporto con il Sud dell’Italia sembra essere importante…
Questa è stata proprio una mia idea. Perché quando ho fatto i 100 Nuovi Mattini che era essenzialmente situato in Piemonte, Lombardia e in Liguria (in realtà c’era anche qualche capitolo dedicato al Lazio, alla Toscana e alla Sardegna), l’idea iniziale era di fare poi un secondo volume che comprendesse il resto, l’altra parte della Lombardia, il Trentino, l’Alto Adige, il Veneto, Friuli e magari anche qualcosa di Abruzzo. Ma non l’ho mai fatto. Perché? Perché ho fatto invece il Mezzogiorno. Cioè a un certo punto mi sono detto: “Invece che andare a cercare falesie già utilizzate, già salite, perché non andare invece in posti dove non c’è niente?”. Perché in Sardegna avevo visto che non c’era niente o quasi. Con questa idea per la testa mi è venuto in mente il titolo Mezzogiorno di Pietra. E quindi sono andato… Così, come scelta precisa.

E sei sempre legato al Sud?
Sì, sai, c’è da dire che dove c’è vuoto, c’è pericolo. Sempre. Ma diciamo che sono almeno una quindicina d’anni che io non vado più a fare salite su montagne con la neve, con le piccozze… ho tralasciato, proprio per una questione di età…

O forse dovevi semplicemente, riferendomi agli episodi che ci hai raccontato l’anno scorso, portare le tue figlie e Guya al mare, tra i “luridi bagnanti”, come li chiami tu…
Anche! I luridi bagnanti, brava… Poi dovevo portarle anche a sciare… Quindi mi sono un poco più dedicato al discorso esplorativo e ho continuato in quell’ambito. Per farlo seriamente devi andare al Sud, perché qui non c’è più niente. Qui hanno chiodato tutto. Puoi ancora fare delle prime in montagna; ma se vuoi stare più in basso devi andare in Sardegna o in Calabria o in Sicilia perché altrimenti trovi con difficoltà. Ecco perché per anni ho continuato ad andare al Sud, anche dopo aver fatto il Mezzogiorno di Pietra, infatti poi ho scritto La Pietra dei Sogni, libro sottotitolato viaggio alla scoperta del freeclimbing nel Mezzogiorno d’Italia.

Viaggi, roccia, mare, sogni, idoli. Passare da un gradino all’altro.
Ma viaggi soprattutto in Italia? Non ti mancano i luoghi lontani? Per dirti, io ho fatto un periodo lungo di viaggi in Nepal, Alaska, ecc., ma ormai è da 14 anni che non sono più andata così lontano; da una parte mi chiedo se sono i casi della vita, ma dall’altra, se sono sincera con me stessa, non ho neanche ‘sta gran voglia di andare così lontano… Forse in questo momento mi piace scoprire il piccolo…
Sì, credo che per quello che ti riguarda, tu possa fare riferimento esattamente alla mia esperienza. Per me è uguale. C’è stato il periodo dal ‘71 all’80 in cui ho veramente viaggiato tanto, credo di aver fatto quasi tre anni della mia vita in Asia, se faccio due conti siamo lì…

Io ci avrò passato un anno e mezzo…
Però devo dirti che francamente non è che senta la necessità di andare ancora. L’ultimo viaggio che ho fatto un po’ esplorativo, lontano, extra-europeo è stato nel Niger con Guya nel 2007. Ormai nove anni fa. A parte Wadi-Rum in Giordania con mia figlia Petra, il Niger è stato l’ultimo. È stato bellissimo. Poi sì, ho pensato che volevo andare in Oman, ma non siamo andati. In realtà ho sempre avuto in mente di andare nel Sud dell’India, ma questo non per l’arrampicata, bensì perché lì ritengo che sia ancora veramente il cuore più profondo dell’India. Poi mi piacerebbe andare in Giappone, non a Tokyo ma in giro nella campagna, la montagna del Giappone. Basta. Tutto il resto ti assicuro che non mi interessa. In Patagonia non sono mai stato, so che è bellissima, ma se devo scegliere, non ci vado. Il Nord mi interessa pochetto perché ci fa sempre brutto… L’Alaska sarà sicuramente bellissima ma non ci sono mai andato, mentre sono andato in Canada. In America sono stato ma non mi interessa, è troppo… Non c’è vita, insomma. Se tu vai in questi posti dove non c’è vita, a me non piace.

Guya in Niger, a sud di Tchiriken
Air (Niger), sotto a Tchiriken

Vita intesa come? Ti manca la profondità, la civiltà?
Se tu vai nel Grand Canyon, c’è solo natura. A me interessano la montagna e la natura con la gente. Mi piace così. Il resto mi piace anche, ma siccome non siamo eterni e tra poco bisognerà anche morire, se devo scegliere, saprei cosa scegliere. Sceglierei la parte abitata.

Cioè non ti interessa la natura come bellezza pura in sé?
No, mi interesserebbe se avessi 200 anni di vita…

Due, tre domande brevi per finire. Roccia o alta montagna?
(Riappare Guya che è stata al telefono per un bel po’, scherzano, gli deve pulire la verdura in modo che lui possa cucinare la sera per gli ospiti; lei afferma che lui pulisce male la verdura…)

Allora, roccia o alta montagna?
Attualmente roccia. Prima era abbastanza indifferente. No, avevo anche una grossa passione per le cascate, lo scialpinismo, ho fatto tanto…

Granito o calcare?
Uguale. Ma sai, anche lì, quando pianificavo imprese e salite cercavo di farlo inseguendo certi obiettivi; se l’obiettivo poi fosse qui o fosse là, non era molto importante. Quando ho smesso di fare questo, ho badato di più alle esigenze dei compagni. Ho piantato lì di fare grandi pianificazioni, quindi mi capitava di andare in un posto piuttosto che in un altro… Ma poi rimane comunque sempre una grande predilezione per le Dolomiti, questo sì. Non tanto quelle iper-frequentate quanto quelle meno conosciute.

Mare?
Il mare mi piace da guardare, non mi piace andare in spiaggia…
(Guya gli stampa un bacio sul fronte e lo prende in giro – “poverino… – non ti piace andare in spiaggia!”.)
Ma mi sarebbe piaciuto fare più barca a vela e mare; poi barca a vela, mare e arrampicata è il massimo!
(Guya scoppia a ridere – “infatti, il secondo viaggio di nozze l’hai fatto così, e lei era incinta, poverina!”…)

E invece parlando di idoli – tu, spirito libero, hai mai avuto degli idoli?
Non ho seguito idoli, è un bel po’ che penso che ognuno debba trovare la sua di strada. Può capitare di seguire altri però prima te ne accorgi meglio è. Ho delle figure che possono essere assimilabili a idoli ma fino a un certo punto – ce ne sono tante, sai, la storia di alpinismo è piena di figure di questo genere, ne è veramente zeppa. La gente ne conosce cinque o sei; tolti i famosi Cassin, Heckmair, Buhl, Bonatti, Desmaison e Messner – la gente non va oltre. Però se appena sai un po’ come sono andate le cose, se vai a scavare nelle vite delle persone, trovi delle cose bellissime. È proprio per quello che mi interessa la storia dell’alpinismo, certe figure, certe persone. Potrei fare un elenco lunghissimo, anche qualche italiano, ma gente che ho anche conosciuto, per esempio Joe Brown, Yvon Chouinard: sono personaggi di una grandiosità che non sappiamo.

In Un alpinismo di ricerca parli di voi come “sensation seeker”, alpinisti in cerca di sensazioni forti, ma poi parli tanto della contemplazione, della ricerca interiore. Alla fine cos’è più importante?
Io credo che sia importante partire da un gradino e arrivare a un altro, dove non necessariamente i gradini sono in salita. Possono essere benissimo in piano e quindi devi saltare da uno all’altro. Non necessariamente è una scala dove arrivi sempre più in alto.

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Bonatti invece mi diceva in un’intervista che per lui la vita era come una scala – intendeva tutto come una crescita, alla fine anche lui, interiore…
Io non sono di questa opinione. La fine non c’è in ogni caso – sia che tu vada in orizzontale o in verticale, la fine non c’è – l’obiettivo non lo raggiungi comunque! Perché il giorno che muori, muori senza aver raggiunto la fine… Rimane invece il discorso della salita o del piano – non do importanza alla salita, da un settore a un altro non è che sia facile –, ma ognuno usa l’immagine che vuole. La crescita continua sì, ma la puoi immaginare anche in un altro modo: un sub ti direbbe che per lui la crescita è addirittura in discesa. Io mi immagino una cosa piana, non me la immagino in salita, pur avendo fatto tutta la vita in salita, se vuoi. Anzi, forse per quello. Trovo che sia più facile immaginarsi passare da un gradino all’altro in piano invece di immaginarti la meta sempre lassù.

Fede?
Sono di un cattolicesimo del tutto inesistente. Sono battezzato. Non pratico. Non me ne frega nulla neanche dell’ateismo, perché credo che ci sia qualche entità superiore. Perciò sono agnostico, perché credo che non siamo in grado di capire cosa ci sia oltre a noi. Anzi, trovo che il capire chi siamo esattamente noi sia già un obiettivo enorme. Poi siccome in tutta questa ricerca alla fin fine tu ti rendi conto che il creato è talmente meraviglioso che comunque c’è qualche cosa sicuramente oltre a questo, allora alla fine sì, sono credente. Però in questi termini, non mi rivolgerei mai né ad Allah, né a Dio, né a Vishnu.

Sogni?
India del Sud, Giappone e Oman…

Il destino è nelle nostre mani…
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E nella vita più immediata?
Davvero, sto così bene qui in questo momento che non ho il desiderio di andare chissà dove. Capiterà. Magari qualcuno proporrà, allora si potrà valutare. Ma impegnarci noi due, facciamo questo e questo, non lo facciamo, vero Guya?
(Guya sta lavando le verdure dietro di noi, da un bel po’. Come sempre la sua risposta è dissacrante ovvero: essendoci Pussy, la gatta, non si può mica andare via…)

Invece sogni nel lavoro, in quello che fai?
Lì sì, mi piacerebbero tante cose, mi piacerebbe essere considerato di più come scrittore, questo sicuramente. La parola considerato va bene, non è che devo vendere 200.000 copie, mi interesserebbe essere considerato di più; se questo volesse dire vendere 200.000 copie, va benissimo… Poi quello che sto facendo adesso, certo, ci sto investendo parecchio, nel senso che credo possa diventare uno strumento davvero utile di formazione, di cultura, crescita generale anche mia e quindi sì, ci sto credendo parecchio.

Sogni intesi come ambizione in montagna?
Nessuno, se non di riuscire ancora adesso a fare il 6a, il 6b, magari chissà ancora qualche giorno un 6c…

Ma ci vai regolarmente?
Quando fa bello sì, tutti i sabati e domeniche. In falesia oppure vie più lunghe di 300, 400 metri, quello lo faccio regolarmente, quando vai in valle del Sarca è facile fare 300 metri. E sono sempre 300 metri! Poi il weekend scorso siamo andati in due posti diversi in falesia.

Come un giovincello, insomma!
(Guya, sempre lavando la verdura, interviene: “Ma lui è un giovincello!”)
Prima del discorso della tiroide magari se facevo un giorno di attività mi sentivo anche più stanco; adesso invece mi accorgo che sì, sono stanco, ma molto meno e recupero, due giorni di seguito ce la faccio tranquillamente, il terzo magari sono più stanco…

Lo spero bene! Lo spero bene che ti stanchi, se no mi fai stare male… io che mi stanco eccome anche se non ho neppure 50 anni…
Sai, almeno a 70 anni ci devi arrivare a fare certe cose…
(Guya aggiunge “si spera di arrivare così, ma chi lo sa come uno arriva ai 70”…)
Sì, se mi guardo attorno, ci sono pochi della mia età; qualcuno c’è, qualcuno che fa anche meglio di me, però sono pochi…

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Lo scrivere.
Cominciamo con una cosa semplice. In tedesco c’è una bella parola: Schreibwut (la rabbia di scrivere) – quindi “schreibwütig” sarebbe l’aggettivo per descrivere qualcuno che scrive tanto e volentieri, con tanta passione, quasi ossessione… Ma tu, quanto scrivi! Mi sono completamente persa in tutto quello che scrivi…
Ci sono tre modi per confezionare gli articoli che pubblico. Uno non è rabbia, ma è “copia e incolla”, e questo lo faccio, lo fanno tutti, si tratta di farlo in modo intelligente, citando quando devi citare, ecc. Due è il modo più veloce, quello di fare scrivere gli altri e aggiungere due righe di cappello iniziale: devo leggerlo e rileggerlo, ho le mie ossessioni di ortografia e grammatica, ma non devo scrivere.

Anch’io ho le mie fissazioni…
Ma tu sei perdonata per definizione essendo di madrelingua tedesca… Quindi nella rilettura impiego tempo, anche se la maggior parte dei lettori se ne frega. Ma è utile: andando a guardare i piccoli dettagli scopri anche cose più significative che non vanno. Poi c’è il terzo modo, quello più faticoso, cioè quando crei e scrivi tu. Lì ci sono altri problemi – devo sempre aspettare il momento buono. Per esempio mi hanno dato un piccolo libro di Alberto Paleari, una persona molto cara che soprattutto scrive molto bene. L’ho letto a novembre, passati dicembre, gennaio, l’ho fatto l’altro ieri. Due mesi di gestazione per una paginetta!

Mi sono sempre chiesta: quanto una elabora il testo nel suo inconscio?
Zero per ciò che riguarda il libro di Paleari. Altre volte invece sì. In questo caso è stato un rifiuto per un motivo quasi inconfessabile – la pigrizia… Pensavo “mi tocca scrivere qualcosa che interesserà poche persone, ma io non scrivo cagate, lo voglio scrivere bene” e già questo ti fa girare le palle perché sono fatto così. Io ho bisogno del pubblico o di illudermi di averlo. Perché, in questo caso, chi legge le recensioni? Pochi.
Invece poi ci sono gli scritti dove ci metti tanto tempo perché ci vuoi pensare bene. Ogni tanto mi trovo con dei fogli di carta con tanti appunti; perché magari mi alzo alle sei e mezza e la prima cosa che faccio scrivo appunti, che poi ritrovo. Sono casi diversi. Su alcuni scritti ci metti tanto, per altri sei più avaro.

Quanti libri hai fatto?
Tra libri, saggi e guide monografiche siamo a 56… più 27 contributi, 6 curatele e 4 traduzioni.

Ancora una cosa linguistica. Il titolo Un alpinismo di ricerca non è facile tradurre in tedesco. Ricerca in tedesco viene spesso tradotto con Erkundung, Forschung, ma nel senso di “universitario” il secondo e di “esplorazione” il primo. Invece si potrebbe dire un alpinismo che cerca, in cerca di qualcosa? “Auf der Suche?”
Sì, questo è il senso.

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La pervicace ricerca del destino inteso come autodeterminazione.
E allora arriviamo alla “pervicace ricerca del destino”. Anche lì ho un problema di concetto e di traduzione. In tedesco destino è Schicksal. È quello che arriva da fuori. Ma quello che intendi tu non è di più l’altra direzione, cioè la strada che cerchi tu?
Sì. È l’autodeterminazione. Il significato della parola destino è molto ampio; in questo caso destino è usato nel senso di ciò che succederà sia di fatti sia di emozioni, quindi non visibili, non toccabili, nel futuro di un individuo: che tu cerchi però di capire adesso e quindi nel momento in cui ti sei impegnato in questa ricerca, tu è come se ti autodeterminassi il tuo destino. “La pervicace ricerca del destino” è il far coincidere la tua ricerca con quello che i fatalisti potrebbero definire le cose che non dipendono da te. Invece io sostengo che dipende da te.

Appunto, è quella la mia domanda…
Dipende assolutamente da noi.

Ma c’è un quadro esterno “dato” – il contadino delle risaie del Vietnam, tu che sei nato a Genova, io che vengo da una famiglia a Berna in Svizzera – c’è una cornice primaria del destino che ci viene data da fuori?
Sì, almeno che uno non creda nelle reincarnazioni e in cose del genere. Non lo escludo ma non mi interessa. Francamente trovo che non abbiamo strumenti, almeno io, per andare a indagare un problema che è più grosso di noi. È come dire da dove veniamo, il cosmo, l’universo, chi l’ha creato – calma, sono cose estremamente importanti, però da qui a dire che io me ne debba occupare, questo nessuno l’ha scritto. Perché? Forse perché il mio destino non è quello! Io non vado a indagare sulle origini del mondo. Se lo faccio magari lo faccio sporadicamente partendo dalle cose che mi interessano di più. Non sono così. Se appunto non mi interesso di reincarnazione e ritengo che si nasce e si muore, anche la nostra anima viene prestata a un corpo. Accettando tutte queste cose, allora accetto anche lo spirito che sopravvive alla morte del corpo e che è presente già prima della nascita del corpo. Però non sono in grado di occuparmene. Allora lo accetto e sì, questo è destino. L’accettazione di ciò che vedi. Il passato comunque non lo cambi, non lo puoi cambiare. È vero che il tempo è un concetto nostro e che forse non ha tanta importanza nel cosmo. Comunque, se io nasco bambino che sta morendo di fame in Nigeria, quello è destino, in quell’ambito difficilmente tu puoi fare qualcosa.

In questo senso la pervicace ricerca del destino di cui parli tu è un lusso che ci possiamo permettere noi!
Sì, è un lusso che uno si può permettere solo dal momento in cui tu cominci a cercare qualcosa. Perché un bambino di due mesi non cerca niente, mangia, dorme, non cerca niente, è un animale ancora piccolissimo che vive di istinto e che è ancora dipendente dalla mamma. Lì la ricerca riguarda forse gli altri, quelli che dovrebbero o potrebbero fare qualcosa per questo bambino e che non fanno o fanno troppo poco. È una condizione precisa, non è neanche destino, avrà una fine precisa, la morte. Non c’è spazio per la ricerca.

Noi invece, come giustamente hai detto tu, abbiamo la possibilità, questo lusso che ci possiamo permettere. E quindi dopo una vita in cui ne hai fatte di tutti i colori alla fine, o anche a metà, cominci a interessarti del tuo destino. È come cambiare il significato della parola destino e darle il significato di realizzazione del proprio sé, come diceva Jung. Lui lo chiamava “processo di individuazione”.

Il destino
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Processo di individuazione è proprio tipicamente junghiano; autorealizzazione è più semplice da dire, è abbastanza la stessa cosa, però autorealizzazione è più limitato. Probabilmente si riferisce più che altro al proprio io, alla propria coscienza, al proprio piccolo destino. Perché destino può essere piccolo o grande. Piccolo – sono le cose di tutti i giorni, per esempio può essere che io fra due ore esca e incontri un amico. Di questo mi interessa poco. Mi interessa non avere incidenti e basta. Il grande destino è un’altra cosa. È andare a capire quello per cui tu sei fatto, la tua precisa individuazione. Allora dire autorealizzazione è riduttivo, io mi autorealizzo se per esempio riesco a comprarmi una casa, riesco a scrivere un bel libro.

Invece il destino è altra cosa, è veramente l’individuazione di tutto il nostro essere, del nostro conscio e del nostro inconscio. Situare il nostro inconscio in una realtà che sia in qualche modo accettata invece di essere esclusa come normalmente avviene. Ci sono dei contenuti esclusi, li abbiamo esclusi noi, come già diceva Freud. Siamo stati abituati a escluderli da piccoli, poi abbiamo continuato in questo processo. Di solito, quando c’è qualcosa di brutto e spiacevole, la gente lo esclude, lo emargina dal proprio pensiero. Questi sono i contenuti dell’inconscio personale. Poi ci sono quelli dell’inconscio collettivo, e lì la materia è ancora più complessa, più potente, perché c’è una potenza, un’energia enorme in questo inconscio, perché tanto è più collettivo tanto è più potente. La potenza di quello personale è assai relativa, in confronto. L’autorealizzazione è un piccolo gradino che riguarda solo la nostra coscienza, si potrebbe quasi dire la nostra soddisfazione. Capire per esempio se la moglie con cui stai ti va ancora bene o no.

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Infatti, magari tu capisci, appunto facendo la ricerca interiore, che anche se hai dei problemi con lei devi rimanerle assieme per altri motivi…
Sì, e questo complica ancora di più le cose. Però io cercavo di dividere ciò che ritengo a un certo livello (quello superficiale) e quello che è ad altri livelli più profondi, perché più vai giù, più la materia psicologica è potente.

Ma perché sento questa paura in te, nell’intervista La pervicace ricerca del destino – parte 2? Là ti sei fermato dicendo che era pericoloso andare avanti a parlare, che era un campo minato…
Il campo minato non è qui. Mi sa che hai fatto un salto un po’ grande… Volevo un attimo specificare, tornando al discorso iniziale della “pervicace ricerca del destino”, cosa intendo per destino. Credo di averlo spiegato dicendo che sostanzialmente intendo il processo di individuazione che è fatto di tante cose. Sia da elementi passivi che da elementi attivi. Io devo attivarmi per cercare e saper cercare, devo fare proprio il detective, molto pervicace, che non molla mai. Ma ci deve essere soprattutto la capacità di accogliere quello che ti arriva per conto suo. Lo sbaglio qual è? È quando il detective ha una sua ipotesi, questa ipotesi gli piace e dice “questo episodio me lo prova, quest’altro episodio me lo prova, caspita la teoria è perfetta, queste sono le vere ragioni perché è successo una determinata cosa, perché è colpevole una certa persona”. C’è chi si accontenta e dice “basta, lo accusiamo perché è colpevole”. C’è invece chi non si accontenta. Perché sente dentro una vocina che dice “no, guarda che non è così” – questa è intuizione, intuisce che deve cercare ancora, che c’è ancora un ragionevole dubbio e non si ferma finché questa vocina scompare. Deve essere assolutamente certo aldilà di ogni dubbio razionale ed emozionale. La pervicace ricerca è questa; e il destino è proprio l’unione della tua ricerca con i fatti che avvengono attorno di te, senza accontentarsi mai, anzi quasi sperando che non ci sia mai una fine. Perché io non devo né portare un giudizio su qualcuno, né condannare… Quindi cosa mi importa che questa ricerca abbia una fine, francamente? Ha un’importanza? No, l’importante è la ricerca. È che tu ti metti in questo flusso, perché è un flusso, ti metti in quest’energia e vai. A me aldilà di certe scomode e penose situazioni, questa è la ricerca che interessa, dove mi trovo a mio agio. Perché dico penose? Perché ogni tanto purtroppo ti trovi di fronte a cose che non sono per niente piacevoli.

Concretamente come ti dedichi a questa ricerca?
È molto variabile. Può essere la giornata in cui leggi, altre no, altre che dedichi solo ad ascoltare, ascoltare gli altri, ripeto, credo che ci siano molte maniere. Tutti gli strumenti sono validi. Attivi e passivi. Per me per esempio è importante sabato e domenica andare a scalare, mi piace, questa è una cosa attiva; il pericolo è che tu stesso o qualche tuo amico ti faccia delle lodi e ti metta in qualche condizione che tu lo fai più per il tuo ego che non per altro. Questo è il grosso rischio dell’alpinismo.

E non solo dell’alpinismo!
Chiaro. Devi starci attento. Io mi accorgo quando qualcuno arrampica solo perché vuole essere considerato, lo vedo, per me è lampante.

Ma nei tuoi primi anni di alpinismo, come mi hai detto tu stesso nella prima conversazione, volevi diventare il migliore – tanto ego e presunzione, no?
Ooohh, eccome!

Poi hai capito che l’alpinismo deve essere divertimento, espressione di te stesso in un altro modo…
Divertimento è una parola dalla quale rifuggo abbastanza, non la uso mai. Vedo un sacco di gente che dice di andare in montagna per divertirsi. Ma non è vero, va in montagna e soffre. Allora saresti un masochista… Non dico che non ci debba essere la sofferenza, la sofferenza sappiamo che c’è, però attenzione: dosiamo anche questo, io non voglio assolutamente fare un cammino di sofferenza! La sofferenza la lasciamo a quelli che si frustano la schiena. Io certamente non sento di dover espiare niente se non piccole cose… Altri dicono che si divertono, effettivamente ti diverti, ma dirlo dell’alpinismo è così riduttivo… lo trovo di una povertà totale, un divertimento così inteso mi fa schifo… (Ride).

Il significato odierno di “romanticismo”
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“Divertimento” è una parolaccia! Come “romantico” che, partendo dalla precisa corrente di pensiero storica, oggi è una parola che puoi usare anche per la carezza al gatto… Divertimento ha fatto un po’ la stessa fine. Divertimento se io intendo che la mia giornata, anzi già quando dormo, è normalmente una menata, allora a un certo punto “divertimento”, che bello… Vado a giocare a pallone, a bocce, vado al bar, vado ad arrampicare – questa per me è una visione estremamente riduttiva. Chi la usa è libero di farlo, ma vuol dire che non ci ha mai riflettuto neanche un po’. C’è gente che è così, ma io faccio fatica, ammetto, vorrei muovermi io per loro, ma è sbagliato.

Ecco perché alcune volte il silenzio. Il silenzio di fronte a certe cose. Parlando del campo minato, io mi riferivo a meccanismi di inconscio collettivo potenti difficilmente prevedibili, soprattutto mi riferivo alle tragedie. Allora di fronte alla tragedia il modo migliore per essere inosservati è proprio di stare zitti. Tu stai zitto, la gente pensa che tu sia addolorato, quindi tacciamo tutti e facciamo finta di niente. Ma di fronte alla tragedia occorre reagire; c’è chi piange, che piange per due anni, c’è invece chi azzarda ipotesi o comunque vuol capire, vuole rendersi conto quanto nella ricerca del proprio destino sia anche andare incontro alla morte. In questo tipo di ricerca più preciso, nel senso che metti l’accento su un punto particolare, lì andiamo secondo me nel pericolo di parlare troppo. Perché? Nel momento in cui tu parli con gli altri – presupponendo che tu voglia dire delle verità e di non parlare a vanvera – è certo che tu abbia una discreta convinzione che tu stia dicendo il giusto… ed è lì l’errore (Ride).

Spedizione al Lhotse 1975, Aldo Anghileri a Namche Bazar
Nepal, spedizione Lhotse 1975, Aldo Anghileri

Con Aldo Anghileri, cosa vi siete detti dopo la morte di Marco?
Aldo è una persona molto semplice. Gli sono stato e gli sono vicino. Quella del figlio è stata una morte plateale, una vera “uscita di scena”. Lì ho provato a scrivere quello che sentivo nel post Marco, a che punto è la notte?, che mi deriva da un libro di Fruttero & Lucentini, ancor prima dalla Bibbia (in latino “custos, quid noctis?”, guardiano, a che punto è la notte?). Nel mio post cerco di raccontare l’individuo Marco Anghileri più o meno come è stato ed è stato visto dagli altri, ogni tanto inserendo qualche iniezione tra le righe, tipo il titolo, la visione di lui sulla cengia, la notte. La notte prima di morire. Ad Aldo non ho detto niente, ma neanche a nessun altro. C’è stato qualche accenno in altri articoli, per esempio quelli su Casarotto, L’Insubordinato 1 e L’Insubordinato 2.

È un tema dove uno rischia sempre, se parla, di offendere, di far male, di scioccare. Chi vuole sentirsi dire che la morte in montagna era cercata?
Ma la gente lo dice tranquillamente, dice “è andato a cercarsela”.

Quello sì, ma è sempre rivolto al rischio, uno che ha preso troppi rischi, oppure uno che andava talmente tanto in montagna che ha sfondato il calcolo delle probabilità. Non è quello che dici tu. Per mio fratello scomparso in una valanga certi hanno detto che non aveva valutato abbastanza il vento che c’era stato qualche giorno prima. Ma alla condizione interiore in cui si trovava, chi ci pensava?
L’errore tecnico c’è sempre. Nel caso di tutti coloro che sono morti in montagna e di tanti altri. Andare in montagna è una scelta personale. Chi muore in guerra invece, al di là di qualche caso di volontariato, non lo fa per sua scelta. Prendiamo tutti quelli che sono morti in guerra, dove abbiamo il dovere di sparare, di cercare di uccidere, perché siamo in guerra. Questa è una situazione completamente diversa da quella di un Casarotto che va al K2, siamo d’accordo? Evidentemente, se uno muore in guerra, è purtroppo una situazione in cui la scelta personale è abbastanza ridotta se non esclusa. C’è un inconscio collettivo, anzi più di uno, ciclicamente di varie nazioni, che proprio è in stato di guerra, bellicoso; un inconscio collettivo di quello del tipo nazista, per dire, o quello fascista o quello degli americani che vogliono imporre la democrazia agli arabi (ma lasciamo perdere): queste forze sono basate su quello che è l’inconscio collettivo di una nazione. Che alla fine, se è più o meno calpestato, ridotto al silenzio (ci sono mille modi per fare che l’inconscio collettivo sia sempre più represso), esplode. E scatta una guerra. Ci sono i sogni; tu non hai mai sognato gruppi, tribù che si affrontano? Quando sogni una violenza tra gruppi, pensi “ma io che cazzo c’entro?”, stai lì a guardare e non puoi fare altro. Ti ripugna ma non puoi fare niente.

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Queste sono situazioni di inconscio collettivo represso che determina una guerra che fa delle vittime. Queste vittime avevano poco spazio di decisione – se tu diserti, c’è la prigione, forse addirittura la fucilazione. Tu sei una vittima, basta. Poi, certo, puoi distinguere, anche tra queste vittime c’è chi ha fatto bene, chi male, chi peggio. Ma in genere non c’era scelta, o pochissimo margine.

Invece nel caso di una situazione che si è liberamente scelta, alla quale si va incontro di propria volontà e della quale si sa benissimo che comporta dei rischi anche grossi (ma ci sono anche quelli piccoli), ci può essere per esempio la caduta in un crepaccio, dopo aver salito quasi tutta la Magic Line al K2 da solo, essere risceso e arrivato a dieci minuti dal campo base. La caduta in un crepaccio, quello è un rischio comune, il crepaccio poteva anche ingoiarlo al Monte Bianco, non c’era bisogno di andare fino al K2. Però è successo là. È vero che bisogna sempre stare attenti a non cadere in un crepaccio, questo lo sappiamo, però è anche vero che lui di rischi ne aveva superati una valanga di più; ed è andato a morire su un rischio più piccolo e più remoto.

Ritengo che in questi casi si vada ad affrontare pericoli abbastanza grossi ma anche piccoli che sono ugualmente pericolosi, potenzialmente letali: è un campo dove credo che dobbiamo esercitarci particolarmente. Perché lì abbiamo in mano una situazione più facilmente studiabile. Faccio un esempio: se una persona qualunque qui, il mio vicino di casa, muore in un incidente di strada (per carità, la tragedia è uguale, non è che io do importanza maggiore o minore alla morte in montagna), non ho lo spazio per andare a cercare nella sua vita. O meglio: vorrei cercare nella sua vita che cosa lo ha portato a quella soluzione. Ma è più difficile, perché invece nel caso dell’alpinista c’è la sua libera scelta di andare in quel posto lì e quindi è più facile andare a vedere cosa è successo. Non so se mi sono spiegato. Le motivazioni sono le stesse. Se uno muore in un incidente stradale ed evidentemente ha rinunciato alla vita, c’è stata una rottura, si è spezzato qualcosa ed è successo quello. Ma non è stata una sua scelta conscia. Quindi non posso dire che è un suicida o un tendenzialmente suicida.

Però può essere morto in un incidente stradale causato da lui o da un altro; e sono due cose diverse…
Certamente. Ulteriore sottodivisione. Uno che muore in un incidente stradale perché andava troppo forte o perché era ubriaco è già più vicino a quelli che muoiono in montagna. Mentre uno che muore perché cammina per strada e arriva una macchina da dietro fa parte di un altro discorso.

Ma anche in montagna c’è questa suddivisione!
Sì, ma c’è a monte l’accettazione di andare in un luogo pericoloso. È vero che è tutto pericoloso. Però insomma direi che è meno pericoloso stare in città su un marciapiede che non su un ghiacciaio.

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Parentesi: una delle cose che mi fa ridere di certi alpinisti, anche famosi, è quando ti dicono che l’autostrada è più pericolosa della montagna…
Ma no… Vabbè, è un modo di dire…

… e di tenere a bada le proprie paure, o no?
Che l’autostrada sia pericolosa, è vero, ma chiaro che la montagna non è la stessa cosa. Anche perché c’è un motivo alla base che differenzia le due cose, cioè che in autostrada tu hai a che fare con gli altri; se io prendo l’autostrada e so per certo che da Milano a Torino non c’è nessuno e io da solo in autostrada lancio l’automobile a 200 all’ora e scoppia una gomma, muoio colpito da una probabilità remota. E’ è un po’ la stessa situazione dell’alpinista: tu fai qualcosa al tuo limite, approfittando delle condizioni che te lo permettono, infatti l’alpinista sceglie tendenzialmente il bel tempo. Ma l’autostrada non è così. Più gente c’è che paga, meglio è per quelli delle società autostradali… E quindi tu ti esponi, sei in balia rispetto a quello che è imprudente, sbaglia e tu ci rimani – questo è un poco come la guerra. Nella montagna è raramente così. Sei sempre solo o quasi di fronte a te stesso. Se sei con qualcuno, ti allontani di meno dalla situazione normale. Parliamo della cordata, con un compagno con la sua vita interiore che può essere assimilabile alla tua. Quando partite insieme magari create un cocktail pericolosissimo per entrambi. Se di cinque persone quattro muoiono e uno rimane vivo – perché proprio lui? Tu lo sai? Io no. Però lasciami pensare che probabilmente non era il suo momento; ma non era il suo momento perché non era nella stessa situazione degli altri, lui doveva salvarsi. Questo è il campo in cui si può studiare e io ho studiato.

Torniamo al discorso iniziale; perché tacerne? Perché di una cosa di cui io ho abbastanza certezza, ma non posso dimostrarla, quando la dico è come se cedessi in qualche modo al mio ego. Se io parlo con un interlocutore di cose che non sono scientifiche, non dimostrabili e costui è uno che passa lì per caso, posso valutare se lui è ricettivo o no. Se non è ricettivo, lascio stare. Se è ricettivo, vediamo a che livello è, perché se è a un livello di curiosità e basta, senza emozioni dietro, senza vissuto, ecc., è come se non fosse ammissibile dargli delle spiegazioni che io non posso dimostrare.

Sarebbe anche un’arroganza tua farlo!
Sì, hai detto proprio la parola giusta: arroganza vuol dire che tu dai più importanza a te stesso, al tuo io, al tuo ego inflazionato, ingigantito, ingrandito. Si ingrandisce perché riesce a incuriosire gli altri, i quali ti dedicano la loro curiosità e questo fa piacere. Trovo che questo non vada bene. Sono certo che devi limitare questa cosa. Tanto più se può essere pericoloso. Non è soltanto che sbagli a inflazionare il tuo ego; se tu lo inflazioni in presenza di forze relative, pazienza, non è che succede un gran ché. Ma se tu lo inflazioni in presenza di forze potenti, allora lì andiamo incontro al più grosso pericolo che tu possa correre.

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Diciamo che un pericolo è 100 e non vogliamo che diventi mille. Pericolo 100. Nel momento in cui vado incontro o mi metto in una situazione di fronteggiare questo pericolo, come è stato misurato questo 100? Con una scala oggettiva? Va bene, accettiamo pure la scala che da 1 a 100 misura il pericolo. Ma nel momento in cui fronteggio questo pericolo, se sono sereno, con il mio ego a livello tranquillo, mi metto in posizione che valgo anch’io quasi 100. Valgo 100. Quindi 100 contro 100. Se invece il mio io è inflazionato, gonfiato, si crede di essere chissà cosa, gonfio di arroganza, di presunzione e del fatto che riceve molte lodi, allora da 100 scende. Diminuendosi lui, fa diminuire le tue possibilità di sopravvivenza.

Ma l’io inflazionato, nel campo dell’alpinismo, può essere anche l’io sotto pressione perché devi aver successo per gli sponsor, devi fare “risultati”…
Certo, anzi è il caso massimo. Lì devi star attento ad affermare con certezza determinate cose che francamente tu non sai, come per esempio Kukuczka vivesse esattamente questo problema; io non lo so. Posso valutare me, non gli altri.

Allora che insegnamento trai guardando le tragedie?
Vado a vedere piccoli segni. Se effettivamente c’era una tendenza a questo. Poi ci sono le persone che conosci bene e altre meno bene.

Ma quindi “campo minato” non perché è pericoloso per te nel senso che tu ti potresti perdere?
No, no. Anche. Io sì, posso perdermi. Perché ti prego di tornare all’esempio del 100 – 100. Tu hai un pericolo che è 100. Tu sei di fronte, lo devi affrontare, lo devi superare, scappare, sei in rapporto con questo pericolo. Se io accetto che il pericolo possa essere valutato da 1 a 100, e lo accetto, lo ammetto. Mi può andare bene. Non accetto che l’individuo che è di fronte, non abbia anche una sua valutazione, cioè c’è una gradazione dell’individuo che è più o meno pronto ad affrontare questo pericolo. Il pericolo quindi non è uguale per tutti. Come la legge… (Ride).

Energia cosmica da canalizzare
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Il pericolo non è uguale per tutti. Può suonare élitario, la gente lo può vedere come la differenza tra l’atleta super preparato e l’altro meno, ma io non intendo questo. Quindi non intendo che la preparazione di un individuo sia misurabile con la sua preparazione atletica. Anche atletica, certo. Se uno va a fare la Nord dell’Eiger ed esce da un intervento all’anca, certo che non va bene. Ma c’è soprattutto la preparazione psicologica, neanche psicologica, sarebbe riduttivo, ma la preparazione interiore. La condizione interiore.

Per me condizione interiore buona, valida, piena c’è solo se il mio ego è tenuto a bassi livelli. Bassi. Non è che non deve esserci; se non c’è più l’io, non c’è più vita. L’io è una candela, se questa candela diventa una lampada a 400 watt, non è la stessa cosa. Deve rimanere una candela che mi permette di muovermi, di mangiare, di bere, non di fare cose complesse. L’io non serve per fare cose complesse. L’io deve essere tenuto a livelli giusti. Se invece il fiume cresce e l’io si gonfia, mi mette in condizioni di inferiorità rispetto al pericolo. Ultima cosa: nel momento in cui io parlo, parlo e parlo corro questo rischio, di gonfiarmi.

Tu parli tanto di quest’energia incontrollabile dell’inconscio; mi sembra che tu ne abbia paura?
Sì, sì, certo che la temo.

Perché? E’ un’energia che ti ha portato vicino al suicidio come è successo a Motti?
Motti ha fatto una libera scelta, se vuoi chiamarlo suicidio, chiamalo suicidio. Ma è differente dire che lui non poteva fare altrimenti. La sua condizione finale era quella. Lui la riteneva il modo migliore per concludere. Non per un giorno, questa cosa è durata la bellezza di 8 anni, dal ‘75 all’83, un allevamento della propria Fine.

Parentesi: cosa è successo concretamente in quel ‘75? Cosa ha fatto Motti nella Valle di Lanzo? Ci sono tanti che scompaiono per tre giorni, fanno un po’ di autoriflessione… Ha fatto un trip?
Gian Piero non prendeva droghe. No, stiamo parlando della massima ricerca interiore; è una cosa non misurabile, non raffigurabile. Non lo so. Tu hai bisogno del dato concreto. Per certe cose non ci può essere. Se lo accetti bene, se no, no. Vivi in una condizione in cui – come la maggior parte della gente – ti affidi e ti fidi solo di quello che vedi, niente di male. Ma siccome al contrario mi sembra che tu sia molto, ma molto interessata, allora ti rimane da fare questo salto del fosso. E del dato concreto cosa ti importa? Nel momento in cui sento questa cosa come vera, perché c’è, cosa importa se posso misurarla o meno? Questo è un tuo gradino che nessuno ti chiede di fare. Io non posso fartelo fare. Né voglio.

Un altro approccio: Motti quando è uscito dalla valle cosa ha detto? cosa ha visto di più?
Christine, purtroppo fa parte di quelle cose di cui non posso parlare. Non vorrei creare misteri. Ma posso solo andare per esclusione. Non si è perso involontariamente; è stato tre giorni in stato di trance, senza assumere nessun tipo di droga, quindi l’ha fatto volontariamente, alla ricerca di verità che riguardassero se stesso e il cosmo. Questo te lo posso dire francamente. Oltre, posso dirti che non c’ero. Mi ha raccontato delle cose, ma non tutte. Anche lui con me rispettava delle regole come io adesso faccio con te. Anche lui doveva fronteggiare il pericolo che si gonfiasse, quindi lui ha fatto passare informazioni, ma sono informazioni veramente eteree, non terrestri. Quello che lui ha fatto, rimane un mistero; se qualcuno avesse potuto guardare, così, di sicuro avrebbe visto una persona seduta. E basta. Il mondo è comunque pieno di gente che ha fatto questo percorso.

Se guardiamo all’Oriente e pensiamo alla meditazione…
Esatto, non è il primo, non è l’ultimo.

Tu dici che ti sarebbe anche piaciuta quella strada.
Sì, anche se lui stesso mi ha avvertito del pericolo. È un pericolo; tu dici “ma hai paura?” Sì, ho paura, eccome! Paura di queste forze. Le forze che abbiamo dentro sono talmente potenti che non vorrei che si creasse una guerra dentro di me, capito? Non ho proprio voglia. Io vorrei indagare su queste cose senza scatenare le forze. Se si scatenano è finita, perché tu soccombi. Ne ho avuto la prova. Ho anche cercato di spiegare certe morti. Queste persone hanno scatenato veramente il mondo delle loro potenze.

… dei loro demoni…
Sì, demoni che però possono essere positivi. In genere lo sono perché ti permettono di fare delle cose alla Messner, alla Kukuczka, alla Casarotto, per anni gli hanno consentito di fare queste cose. Ma poi c’è un momento in cui bisogna fermarti. Non è detto che devi fermarti senza fare più niente; puoi anche fermarti e seguire altre cose, anche andando avanti ad andare in montagna, ma senza cedere all’escalation. L’escalation è esattamente la raffigurazione del proprio io che si gonfia. Per forza. Perché l’unica maniera che ha l’io, che crede di avere per stare di fronte a queste potenze, è di crescere anche lui e dire “io sono più forte”. Invece bisogna fare esattamente il contrario. L’io deve diventare una mosca, una pulce.

(continua)

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I Sass Balòss

I Sass Balòss sono in realtà quattro persone normali che un bel giorno hanno deciso di riconoscersi in un gruppo per due passioni che li accomunano quotidianamente: la passione per la montagna e quella per Davide Van De Sfroos”. Questa è la presentazione nel “chi siamo” del sito www.sassbaloss.com. Segue maggiore dettaglio: abbiamo Bertoldo-Will, al secolo Matteo Bertolotti, un pazzo che sogna di fare il regista; Gölem-Gug, Guglielmo Losio, un pazzo bresciano che prova un’infinita simpatia per i bergamaschi; Omar-Brumi, Omar Brumana, un pazzo che non rinuncerebbe mai alla montagna per una donna (oops, bugia!); e infine Lukino-Nuvolarossa, Luca Galbiati, un pazzo che non vuole essere pazzo.
Questi quattro buontemponi, si vede poi dal sito (nella pagina Le nostre uscite), hanno un’attività alpinistica di tutto rispetto e l’hanno relazionata a dovere e in modo tale che tutti possano consultarla per andare a ripetere un numero enorme di vie, o anche di sentieri. C’è differenza tra i siti che propongono relazioni fornite da autori tra i più disparati e anonimi, senza alcun controllo o quasi, e questo che invece dà un servizio omogeneo e soprattutto firmato.

Quanta serietà è profusa nelle relazioni, tanta allegria e “ridiamoci sopra” è presente in altre pagine, come quella dei Racconti e aneddoti, ma anche in questa, Il C.AZZ.O.
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oppure questa, Le leggi della Montagna.
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 Buon compleanno, Sass Balòss!
di Matteo Will Bertolotti

Tredici anni sono tanti, anche se passano in un momento. Te li senti nelle gambe e nelle braccia quando arrampichi su un tiro “duro”, te li senti quando ti svegli la mattina per un’uscita lunga e faticosa e ricordi come “prima” ti bastavano poche ore di sonno per essere sveglio, te li senti quando arrivi a sera dopo una via impegnativa e sai già che rifiuterai l’invito degli amici ad uscire, te li senti quando vai allo stesso posto di lavoro giorno dopo giorno. Ma tredici anni possono anche dare molte soddisfazioni, tredici anni sono anche l’inizio della maturità: nell’antica Roma e per secoli a venire, l’ingresso nell’età adulta era marcato dalla pubertà, che si verificava pressappoco intorno a quegli anni.

Gölem-Gug
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Omar-Brumi
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Lukino-Nuvolarossa e Bertoldo-Will
SassBaloss-Luca e Matteo al Fitz Roy

I “nostri” tredici anni, il “nostro” ingresso nell’età adulta, lo festeggiamo il 1 dicembre 2016. Ma – purtroppo o per fortuna – non siamo noi gli adolescenti: la festa di compleanno è per il sito web che abbiamo creato e che – possiamo dirlo senza falsa modestia – è oggi uno dei più consultati nel mondo della montagna: sassbaloss.com. Ed è proprio per questa ricorrenza che ho vinto la mia ritrosia a parlare di me e ho accolto l’invito di Alessandro Gogna a ripercorrere brevemente la nostra storia.

E allora via… la memoria si riavvolge… 2016, 2010, 2005… riaffiorano voci, personaggi, particolari… indietro ancora… 2003… ecco, ci siamo… no… indietro ancora… quattro ragazzi… avevo conosciuto Luca nella cabina di proiezione del cinema del paese. Questi, a sua volta, dopo la maturità e il servizio militare, iniziò a lavorare con Omar che, ancora durante il servizio militare, strinse un’amicizia che già sapeva di montagna con Guglielmo, quando durante i turni di notte si divertivano a ipotizzare gite per i giorni di licenza anziché vegliare sulle frontiere della Patria. Quanto a me, la passione per quel mondo magico venne per caso, durante le camminate per le montagne di casa.

A settembre 2005 ci iscriviamo al corso di roccia della Scuola Intersezionale Valle Seriana: quel mese cambierà tutto. Il mondo verticale ci ha letteralmente catturato e nel giro di breve tempo abbiamo iniziato a ripetere itinerari. Allo stesso tempo abbiamo scoperto che la passione per quello che facevamo era ancora maggiore se riuscivamo a condividere con altri le nostre esperienze, se potevamo fornire indicazioni per poterle ripetere, in una specie di innocente gioco d’emulazione con le guide d’alpinismo tradizionali di cui sono appassionato collezionista. Ma il nome? Per quello bisogna tornare ad un’escursione in Val Roseg, dove avevamo lottato con la neve alta tutto il giorno. Non avevamo ciàspole e nemmeno sci d’alpinismo. Non eravamo arrivati da nessuna parte, come spesso capitava d’inverno o in primavera. La cena non era stata un granché e un buon liquore alle erbe allietava la serata. E lì, nell’atrio dell’ostello di San Moritz, fu Guglielmo a proporre il nome, che fu subito sposato dagli altri.

I Sass Balòss in vetta al Monte Ferrante
SassBaloss-In vetta al Monte Ferrante (1)

Il sito divenne il nostro diario. Tutto quello che abbiamo combinato tra i monti è lì, a testimoniare il nostro percorso. In questi tredici anni è cresciuto oltre ogni nostra aspettativa e contiene relazioni di ogni tipo, dall’escursionismo allo scialpinismo, dall’arrampicata all’alpinismo. Il numero delle visite che riceve ogni mese è impressionante e sempre crescente, ma prima di essere un portale per gli alpinisti, è un nostro contenitore. Tanta gente passa, osserva, scarica relazioni. Qualcuno entra ed esce in silenzio, qualcun altro lascia una firma sul guestbook ringraziandoci per tutto quello che mettiamo a disposizione. Quando però a consultarlo siamo noi, all’interno troviamo solo tante avventure vissute. Per questo, e non per sciovinismo o inesistente altezzosità, abbiamo sempre declinato le richieste di terzi di accettare le loro relazioni: esse priverebbero il sito di quell’intimità che per noi è fondamentale. Inoltre, un sito con una pluralità di autori porta con sé inevitabilmente delle disomogeneità di valutazione, che volevamo evitare. Quando tra le email che riceviamo abitualmente capitano relazioni di nuovi itinerari con la preghiera di pubblicarli e divulgarli, per noi sono graditi inviti ad andare a ripetere le vie in questione e a generare una nostra relazione, che rispecchi la nostra visione di quelle esperienze. Niente è fatto a scatola chiusa.

Certo, in questi anni le delusioni non sono mancate, è inutile nasconderlo. Diverse volte il nostro materiale è stato preso e copiato, talvolta pubblicato su riviste, annuari e altri siti web senza chiedere permesso né citare la fonte, tante volte ci siamo chiesti se valesse la pena di continuare in quest’enorme investimento di tempo e risorse. Ma la soddisfazione che si ricava dai ringraziamenti che tanti alpinisti ci fanno, di persona o via rete, è davvero impagabile. E poi, qualche anno fa un giovane editore bellunese, Francesco Vascellari, ci ha invitato a trasferire su carta tutto il nostro lavoro sulle Dolomiti, chiudendo un cerchio ideale che parte dalle guide cartacee per arrivare ad Internet e tornare alla carta stampata. Oggi sono già stati pubblicati due volumi e i prossimi sono in cantiere per il 2017.

L’ingresso del sito nella sua età adulta ci fa dire di aver contribuito, di essere stati orgogliosamente parte di un mutamento nella modalità con cui si organizzano le ascensioni alpine oggi, dove Internet è la fonte principale di informazione. Forse questo è uno dei suoi valori principali. E forse è proprio per questo, per bilanciare l’aspetto virtuale che ormai domina incontrastato, che alcuni irriducibili sognatori, tra cui io, inseguono tenacemente le vecchie guide cartacee, in un impossibile recupero di una fanciullezza perduta.

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La montagna non perdona se la scambi per luna park

Nell’articolo seguente è un curioso misto di verità e banalità (uffa, questi infradito), ma quello che mi colpisce di più è che sia proprio Filippo Facci a censurare, con la sua peraltro assai divertente scrittura, le questioni daparco giochi.

Sul Reality Monte Bianco, di cui il Facci è stato partecipante (e quasi vincitore), sono state scritte e dette parecchie cose, ma per me il dato assolutamente più negativo è proprio quello “culturale“, l’avere proposto cioè a un pubblico vasto (comprensivo di non avveduti) l’idea che la montagna è interessante solo se vi si vince qualcosa e il suggerimento che degli incapaci in montagna (per definizione) possano cionondimeno competere, con la scusa che sono accompagnati da esperti. In quel programma la colpa difficilmente scusabile è stata anche delle Guide Alpine, perché accettando quel lavoro hanno contribuito a proporre tale cultura: per giunta inutilmente (si poteva escogitare altro) e violando la loro stessa (da sempre predicata) natura e funzione di tutori della prudenza (ora si dice: sicurezza) e dei veri valori dell’alpinismo.

In sostanza, proprio il Reality Monte Bianco è stato grande esempio di come la montagna si possa facilmente ridurre a parco-giochi.

 

La montagna non perdona se la scambi per luna park
di Filippo Facci
(pubblicato su Libero il 30 agosto 2016)

All’apparenza è una strage. Sulle Alpi ci vanno gli alpinisti ma anche i deficienti e i pazzi, dunque generalizzare è impossibile: questo andrebbe a detrimento dei bravi e dei preparati che pure calcolano ogni rischio (e tuttavia muoiono lo stesso, talvolta) mentre eleverebbe al grado di alpinisti anche gli sconsiderati che nessun monito potrebbe fermare, nessuna campagna informativa potrebbe persuadere: la vita è loro e la deficienza pure, inutile accanirsi. Poi, a far casino, ci sono stati i tre base-jumper italiani morti in una settimana (gente che sale le cime, si butta con una tuta alare e poi apre un paracadute) che ha fatto chiedere se il base-jumping fosse improvvisamente divenuto uno sport popolarissimo o se i base-jumper fossero giusto tre, e ora riposino in pace grazie al volo definitivo (Filippo Facci si riferisce a Uli Emanuele, Alexander Polli e Armin Schmieder, effettivamente morti nel giro di nove giorni, NdR). Insomma, un po’ di confusione è lecita, ed è sufficiente a far chiedere a qualcuno: tutto bene, lassù? Ma che vi mettono nei grappini?

Filippo Facci
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All’apparenza, anche in questi giorni, è una strage, Ieri altri tre morti in montagna. Già a metà agosto, sulle Alpi, erano già morti più di trenta alpinisti. I tre di ieri sono precipitati sul gruppo del Rosa dopo che il giorno prima ne erano precipitati altri tre, sempre sul Rosa. Qualcuno è caduto per quattrocento metri dal Pòlluce 4092 m e altri per ottocento dal Càstore, forse per il cedimento di una balconcino di neve (cornice) dal quale guardavano il panorama. Da quanto capito, erano tutti capaci e attrezzati e legati in cordata: se l’è cavata solo uno che era stato male e aveva chiamato l’elicottero da Zermatt, in Svizzera, lasciando soli i due compagni che poi sono morti. A memoria, poi, ricordiamo due inglesi sciammannati sul Cervino, una coppia tedesca, una guida alpina morta sul Monte Bianco (durante una bellissima giornata in cui c’era anche lo scrivente) e un altro sul Gran Combin in Svizzera. Poi un distillatore torinese caduto in un crepaccio sul Rosa, tre ancora sul Bianco per il crollo di alcuni seracchi (sono delle torri o pinnacoli di ghiaccio che si formano tra i ghiacciai) e poi un francese ucciso da una scarica di sassi sul Monviso. Senza contare i numerosi quasi-morti e gli incidenti sfiorati di cui non veniamo a sapere nulla. Sentite questa: il 22 agosto scorso, sotto la Capanna Carrel del Cervino, una cordata di alpinisti ha incontrato un 67enne che aveva incredibilmente trascorso la notte in parete (a 3800 metti di quota) perché il suo compagno l’aveva lasciato lì; il suo amico, cioè, era salito poco sopra alla Capanna e non aveva detto niente a nessuno, tantomeno alle guide presenti al rifugio: pensava che l’amico in qualche modo se la sarebbe cavata. Alla faccia della cordata. È rimasto vivo – portato giù in elicottero – solo perché aveva di che coprirsi e perché il tempo è rimasto stabile.

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Ecco, non è che in montagna sia esplosa un’epidemia di deficienza: è tutto ordinario e terribilmente normale, con la differenza che siamo molto più informati di prima. Sicuramente la deficienza ha sempre nuovi strumenti per spiccare: i bollettini meteo, per esempio, rispetto a un tempo sono divenuti molto più affidabili, perlomeno entro le 24-48 ore: non guardarli significa non avere alibi. Molti, poi, hanno scambiato il soccorso alpino per un taxi volante che ti venga a prendere quando sei stanco o ti fa male la caviglietta, motivo per cui le Regioni si stanno decidendo a far pagare (salati) i soccorsi non strettamente necessari: un po’ come il codice bianco al pronto soccorso. Va messo in conto che a un coefficiente fisiologico di deficienti si costruiscono spesso dei ponti d’oro: la fiammante e Iper-modema Skyway del Monte Bianco – che porta a 3500 metri frotte di turisti che spesso fanno ore di fila – ha prodotto anche un disperante fenomeno di autentici incoscienti che si avventurano sul ghiacciaio del Gigante in infradito, valicano i cancelli, portano i bambini a caso nella neve: non sapendo, colpevolmente, che la morte in un improvviso crepaccio è tra le più orribili e terribilmente frequenti. L’altro giorno una guida alpina valdostana di Sarre, Gianluca Ippolito, ha filmato una famigliola che saltava un pericoloso crepaccio in jeans e scarponcini: ma pare che i candidati suicidi, quel giorno, fossero almeno una cinquantina. Tutta gente che di cartelli e avvertimenti se ne frega e basta: il personale della funivia li avverte mentre salgono, glielo ripete alla stazione intermedia e ancora una volta all’arrivo. Non serve.

Anche tra i cosiddetti alpinisti, magari equipaggiati come per una spedizione sul McKinley, i geni non mancano: una decina di giorni fa il mitico rifugio Torino (Monte Bianco) è andato ai pazzi perché ha dovuto assistere feriti, dispersi e ritardatari che si erano avventurati senza consapevolezza, preparazione, capacità o allenamento: per poi magari pretendere che la funivia funzionasse anche oltre l’orario di chiusura. Gente che scambia la montagna per un parco giochi, per una palestra a cielo aperto, che scambia i rifugi per hotel stellati o per centri di pronto soccorso. Ah, una volta era diverso. O, forse, era diversamente uguale.

Alcune pillole (box nell’articolo di Facci)
630: è il numero dei soccorsi effettuati dal CNSAS, il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, dall’inizio del mese di agosto fino a poco dopo Ferragosto di quest’anno. Un dato, fanno sapere, in linea con il 2015 quando, a fine mese, gli interventi sono stati 1238, e con il 2014, quando ne sono stati registrati 1299.
1400: è il numero degli uomini del soccorso alpino impegnati nelle operazioni. I dati ufficiali parlano di quaranta interventi al giorno, con una impennata nel periodo a cavallo di Ferragosto.
650: dallo scorso maggio a oggi l’elicottero del CNSAS si è alzato in volo 650 volte. 3.000, invece, le ore/uomo per i tecnici del soccorso alpino, che in questi giorni è impegnato anche nelle aree colpite dal sisma.

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Il tempo della lentezza

Il tempo della lentezza
(novembre 1995)

Dopo Merano, oltre il poderoso edificio della birre­ria, una stretta gola dell’Àdige ci apre la Val Ve­nosta: è giugno, la natura si celebra con un tripudio di colori. Al colmo di que­sta larga valle verde, oltre alle cime brune su cui occhieggia ancora qualche chiazza di neve, un cielo azzurro movimentato da veloci macchie bianche sigilla la pace di questo mondo. Si allargano anche i nostri cuori, che non speravano tanto. Eppure la valle è antropizzata, sia accanto al fiume che sui conoidi delle confluenti laterali: mele ed erba la fanno da padroni. Ovunque si vedono impianti di irrigazione ar­tificiale con spruzzi a scatto che ruotano a 360°. Se­gnalano la presenza di grande abbondanza di acqua e non cancellano l’uomo, che s’indovina sempre presente e attento. Una volta i raccolti di fieno erano due, oggi sono tre: e l’erba cresce più alta. Non ci si può sottrarre alle leggi di mercato neppure se abiti in Sud Tirolo, dove le pressioni perché la vita contadina subisca nuovi impulsi sono enormi. Incontriamo trattori per tagliare, seccare e raccogliere l’erba, macchinari per aspirare il fieno e riempire i fienili senza lavorare di forco­ne: e poi le inquietanti mungitrici meccaniche. Al maso in cui alloggerò con tutta la mia tribù familiare, il primo che ci viene incontro è il piccolo Simon Mair: sottobraccio ha il forcone, che tiene con due mani, e in bocca, ben stretto, ha il bi­beron. I prati intorno sono ripidi, ma con il trattore si riesce a fare l’80% del lavoro. Il resto a mano, come una volta. L’orario è dilatato alla luce di giu­gno, quando il giorno è più lungo. Ogni tanto si fer­mano, ma per poco.

I pastori che mi hanno detto che “di là da quel monte c’è l’Italia…”
Pastori, salendo alla Prader Alm, Parco Nazionale dello Stelvio

Già all’inizio ci si accorge che il tempo qui, lungi dall’essere statico, segue i ritmi della luce e quindi degli animali. Girovagando per le Alpi e per il mondo avevo già visto angoli dove il tempo sembrava non scorrere affatto: ma erano mondi in decadenza, se non proprio di degrado culturale ed economico. Qui in Val Venosta le esigenze del mercato hanno costretto il la­voro a un’accelerazione. Quando a 1300 metri l’erba non è ancora alta a sufficienza per essere tagliata, il contadino scende a Prato, perché a 700 metri invece è il momento di «segare». Può farlo sulle sue pro­prietà o sui campi di qualche parente, che poi resti­tuirà il favore. La giornata è quindi tempisticamente programmata in funzione dei metri quadri da fare, dell’accudire agli animali, del mettere in fienile o in magazzino i vari prodotti: e poi c’è la manutenzio­ne delle macchine, la preparazione dei pasti, la sor­veglianza ai bambini piccoli, la pulizia della casa e le mille altre piccole e grandi incombenze che deter­minano e scandiscono il tempo di Herr e Frau Mair.

In salita alla Prader Alm per portare le mucche all’alpeggio estivo
Stelvio (Stilf), mucca, pastori, S. Martino

Non v’è alcun lento scorrere nelle attività lavorative perché non si dedica un minuto di più di quanto neces­sario a un’attività, in quanto subito dopo si passa all’altra. E così da prima dell’alba fino a notte. Ep­pure è un lavoro decisamente a misura d’uomo, perché non è spersonalizzato: il contadino sa sempre perché sta facendo una cosa in quella maniera e non diversa­mente. Ciò che colpisce noi cittadini, abituati per di più ai frenetici ritmi del lavoro nella comunicazione, è la mancanza di fretta, nella consapevolezza che agli animali e alle piante non si può comandare di far più presto: la mungitura meccanica per esempio richiede per il singolo animale lo stesso tempo di quella ma­nuale.

Prader Alm e Ortles
Ortles, parco nazionale Stelvio, da Prater Alm

Il proprietario del maso qui si vanta di non usare mangimi particolari per i suoi animali, siano essi maiali, vacche o galline. Però l’irrigazione artifi­ciale ha sconvolto la tempistica del fieno e c’è di sicuro qualche differenza tra il foraggio di oggi e quello di ieri. Mungere 10 vacche con le macchine è meno faticoso che farlo a mano, ma co­stringe ad un’estrema pulizia della stalla e di tutto il macchinario. Alla fine anche qui vince la tecnica, perché pulizia ed efficienza fanno parte del nostro mondo futuro più che sporcizia e lentezza.

Lavorazione del formaggio alla malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta
Lavorazione formaggio alla Malga Prader Alm, Ortles (gruppo dello Stelvio), alta Val Venosta

Però non stravince. Certi standard igienici al di sotto del mi­nimo in alcune malghe di altre zone delle Alpi non fi­gurano più in Val Venosta. E allora il buon sapore an­tico? Come abbiamo già fatto nella spesa al supermercato, tra ortaggi cresciuti in serra e fragole di bosco grosse come prugne, rinunceremo al pane del forno casalingo? Qui esigenze e diritti degli animali sono ancora alla base della convivenza con l’uomo, contrariamente a quanto avviene nei lager degli allevamenti di pianura.

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini (1995)
Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, nonno e bambini

Un uomo lavora una mattina ed un pomeriggio per pulire la stalla e le mungitrici in una malga di 80 vacche; un altro lavora uguale per fare due volte il formag­gio; e un altro ancora va al pascolo con gli animali per non doverli poi cercare per tutta la notte. L’i­giene scrupolosa richiede un’enorme quantità di tempo, riguadagnato con la maggiore facilità di trasporto dei prodotti. Anche gli animali accedono alla malga in au­tocarro. Ma c’è ancora chi, proprietario di non molti animali, preferisce salire all’alpeggio come una vol­ta. Ho seguito a piedi animali e pastori da Stélvio alla Prader Alm: partenza alle ore 5 dal ponte sotto al paesino di Stélvio. Ho chiacchierato abbastanza con i due pastori, due fratelli delle vicinanze. Il mag­giore si chiama Alfons Ortler ed è proprietario di un maso sopra a Prato. I discorsi con loro erano abba­stanza semplici, anche a causa delle difficoltà lin­guistiche, ma sono sicuro che non hanno visto in me l’italiano estraneo: pur domandandosi come facevo a sapere tante cose che li riguardavano, mi mostrarono l’Ortles e mi dissero che «di là c’è l’Italia»! Il si­gnificato non era la «tua» Italia, bensì l’Italia in genere. Pensai, mentre mi offrivano sorridendo genero­se fette di speck tagliato con coltello tascabile, che ormai ero «uno dei loro». In seguito feci visita al maso di Alfons, e lì ebbi modo di capire che l’accele­razione del Sud Tirolo non è stata uguale dappertutto. Lì, eccetto la mungitura, si fa ancora tutto a mano, dai prati al pane. Frau Ortler si è rifiutata qualche anno fa di ingobbirsi ulteriormente e ha preteso l’ac­quisto della mungitrice. I figli, Hubert e Kurt, lavo­rano con i genitori nella conduzione di questa piccola e remota azienda familiare. Kurt è anche guida, del consorzio di Solda: quel giorno aveva salito in poche ore e da solo una difficile via sull’Ortles, era sceso e adesso era lì che falciava il prato. Perché voleva allenarsi, forse presto avrebbe fatto parte di una spedizione in Himalaya. Famiglia e profonda fede reli­giosa sono gli elementi che resistono alle tentazioni del modernismo a tutti i costi nella nuova società sudtirolese; ma anche il senso della comunità è ancora forte, perfino a Solda, forse il villaggio dove più di tutti il turismo ha cambiato abitudini e tempi. Chi non ci crede può andare a vedere la spontaneità e l’entusiasmo della Festa dei Fuochi del Sacro Cuore, quando tutte le cime della valle ardono di strisce di fuoco nella notte, oppure la funzione religiosa e poi la festa con danza delle donne che hanno terminato la raccolta delle mele. Oppure provare la loro ospita­lità: al momento dei saluti finali, potrà succedergli di sentirsi dire da Frau Silvia, conosciuta solo pochi giorni prima, «mi raccomando, quando arrivate a Mila­no, per favore datemi una telefonata. Così so che tut­to è andato bene».

Val Venosta, Lichtenberg, fienagione, bambino

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Cercansi alpinisti per il Premio Meroni 2016

Il Premio Meroni è unico nel suo genere: per salire sul podio occorre che i candidati si siano prodigati – con indispensabile discrezione – per la difesa e la promozione della montagna nel campo dell’ambiente, della cultura, dell’alpinismo e della solidarietà. Compito non semplice identificarli per il Comitato promotore che, pur essendo dotato di sensibili antenne, si affida alle candidature “spontanee”. E ciò per sondare al meglio ciò che emerge fra i tanti amici della montagna che compiono gesti importanti stando lontani dai riflettori della cronaca e degli sponsor.

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Né eroine né supermen. Cercansi candidati per il Premio Meroni
Grazie all’ospitalità concessa dal Comune di Milano a Palazzo Marino e all’entusiastica organizzazione della Società Escursionisti Milanesi, il Premio Meroni torna a fare notizia cercando di far conoscere persone/gruppi che hanno fatto disinteressatamente qualcosa di buono per l’ambiente, la cultura, la solidarietà o che si siano distinte nel praticare l’alpinismo per qualche contributo originale o per il complesso dell’attività. “Persone che non sono né eroine né supermen”, è spiegato nella newsletter della SEM, “e forse vi stanno più vicine di quanto pensiate.

Gli interessati possono avere informazioni o proporre candidature, ritenute coerenti con il profilo richiesto, scaricando il “bando”,  il “modulo” e la “scheda del candidato” dal sito www.caisem.org/premiomeroni/ e inviando il tutto, opportunamente compilato, all’indirizzo e-mail: [email protected] entro il 2 ottobre 2016.

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Intitolato alla memoria di Marcello Meroni, il premio è promosso dalla Scuola di Alpinismo e Scialpinismo “Silvio Saglio” della Sezione SEM del CAI con il consenso e il sostegno della famiglia di Marcello che fu un abile alpinista e istruttore e con il patrocinio della Scuola Regionale Lombarda di Alpinismo, del CRUSM dell’Università Statale di Milano, del Comune di Milano e del Consiglio di Zona 1 del Comune di Milano. La consegna dei premi sarà a novembre (data in via di definizione), la cerimonia sarà condotta da Marco Albino Ferrari.

Come si realizza la selezione dei candidati? Alla luce dei premiati succedutisi in questi anni sul palco, va riconosciuto che forse quella degli alpinisti è la categoria in cui è più difficile trovare personalità in sintonia con il bando, presentandosi questa categoria con molte facce: da quella di chi sale per diletto le vette più facili a quella di chi, tecnicamente all’altezza, cerca la via difficile e sconosciuta alla ricerca di emozioni personali come è il caso del “creativo” Ivo Ferrari premiato nell’edizione 2015.

Marcello Meroni
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Ma può anche venire premiato l’alpinismo solidale di personalità come quella, sempre nel 2015, di Annalisa Fioretti, intrepida scalatrice di ottomila che dedica parte della sua attività all’assistenza delle popolazioni bisognose del Nepal. O come Elio Guastalli che nella sua veste d’istruttore di alpinismo e tecnico del Soccorso alpino si adopera per una frequentazione consapevole della montagna. O come il compianto Oliviero Bellinzani che affrontava con tenacia vie classiche di roccia pur essendo amputato di una gamba.

A chi toccherà questa volta? Al veterano che ha portato a termine un suo vecchio sogno aprendo una via su una parete strapiombante senza volutamente cercare linee naturali? O al giovane che onora un famoso club alpinistico con la sua tenacia e creatività? O a un cacciatore di ottomila che non dimentica di diffondere tra i giovani l’amore per la montagna? Il campo è vasto e tutto da sondare. Perché sono tanti gli alpinisti che fanno, in silenzio, a volte molto più di altri che occupano pagine di giornali e blog su internet. Persone che non fanno gli alpinisti. Lo sono.

La giuria
Della giuria del Premio Meroni fanno parte Tiziano Bresciani, Laura Posani, Dolores De Felice, Nicla Diomede, Franco Meroni, Roberto Serafin, Alessandro Gogna, Giacomo Galli e Antonio Colombo. La giuria ha a disposizione quattro premi per le categorie alpinismo, solidarietà, cultura, ambiente, oltre a una menzione speciale facoltativa.

Uno dei premiati del 2015, Elio Guastalli
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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 1 (1-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

Gli inizi. Montagna, studio, lavoro in cerca della propria strada. Da Genova a Milano.
“Studiandoti”, ho trovato numeri diversi riguardo alle tue prime ascensioni, 150, 250 o 500. Quante erano?
È vero. Diciamo che tutte e tre le cifre sono vere. Quella di 500 è vera se prendiamo in considerazione anche le ascensioni brevi, cioè tutte le vie che vanno dai tre, quattro tiri in su, non solo sulle Alpi, ma in giro per tutto il Sud, Sardegna, Sicilia: allora arriviamo a 500. Se consideri solo le prime ascensioni alpine, allora siamo sull’ordine delle 250. Se prendiamo quelle che hanno anche un “senso” alpinistico, non solo arrampicatorio, siamo a 150. Vedi tu…

Andiamo ai tuoi inizi. Da che famiglia vieni? C’era il “gene” alpinistico?
No, in casa mia non c’era alcun gene della montagna. Mio padre andava a funghi e basta… Però ti posso raccontare che è successo tutto d’improvviso: a sette anni, dopo aver passato un inverno brutto perché avevo fatto due bronco-polmoniti, ero stato parecchio a casa, il medico ha detto questo bambino va portato un po’ in montagna, perché fino ad allora eravamo solo sempre stati a casa di mia nonna in campagna. E quindi mi hanno portato in Valsugana. A 800 metri di altezza, un paese di nome Bieno. E lì dove ho visto il famoso tabellone escursionistico – è stata una rivelazione improvvisa, era il primo o secondo giorno dopo essere arrivati. Per me era tutto fantastico… Era stato fantastico il viaggio, non facevo distinzione tra montagna o i filari di pioppi in pianura; io non avevo mai visto la pianura in vita mia! Venivo dal mare, per me già la pianura era una cosa diversa… Poi Milano, la stazione di Milano… C’era come fondo questa capacità di meravigliarmi, di emozionarmi per le cose che vedevo. E quindi arrivati in questo paesino dove non conoscevo nessuno, accompagnando la mamma e la nonna a fare la spesa, c’era il tabellone dipinto a mano con i sentieri, le gite da fare. La prima cosa che feci, senza dire niente a nessuno, fu di tornare a casa, prendere un foglio bianco, le matite colorate; poi sono tornato di corsa – manco si sono accorti, quasi, che ero sparito – e ho copiato il tabellone, l’ho disegnato. Ce l’ho ancora, se vuoi te lo faccio vedere!

Con mia madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948. Foto: S. Del Boccio
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del Boccio

Da lì, i giorni dopo, ho cominciato a chiedere ai miei di fare delle gite – li portavo in giro io, stavo per fare 8 anni… Con la scusa di andare a prendere il burro alla malga dov’era più buono, dove costava meno. Poi facevo la raccolta delle cartoline, sempre in giro per paesi diversi per comprare le cartoline! E mi facevo delle gran camminate, da solo, ben inteso…

E scrivi che in quel momento avevi capito che questa sarebbe stata la tua vita…
Beh, non è che io in quei giorni ho firmato un contratto… Ma era così forte quella cosa: ero sicuro che avrei continuato a farla, solo, avrei anche cominciato a arrampicare. Avevo visto delle foto di gente che arrampicava, e questo mi aveva colpito. Quindi sono due cose legate. All’inizio salivo le frane, le frane di terra, se avessi perso l’equilibrio mi sarei ammazzato!

Dopo ho fatto un percorso non-classico, nel senso che andavo veramente da solo, autodidatta per almeno due anni. Sia da solo, sia con qualche pazzo come me che riuscivo a convincere ad andare…

(Rumori di sottofondo – “scusa, questo è il pane che si sta facendo…”.)

Quindi due anni nei quali andavo per conto mio e di nascosto. Di nascosto, perché i miei non volevano. Mio padre, quando si è accorto che avevo comprato dei chiodi e moschettoni, me li ha fatti riportare al negozio! Quando nel 1962 o ’63 andavo nelle palestrine di roccia vicino a Genova era sempre e solo di pomeriggio (in estate andavamo in Dolomiti, prima in Valsugana, poi nella Val di Fassa, ma lì era un altro discorso), ed era sempre di nascosto!

Avevo anche il materiale, tra cui la corda, arrivavo a casa al buio, magari alle 8 di sera e non potevo arrivare con la corda perché ufficialmente ero andato ad allenarmi a Cornigliano, lo stadio di Genova dove si faceva marcia e atletica.

Con mio padre Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980
A. Gogna e Alberto Gogna, sopra Champoluc, agosto 1980

Allora dovevi imboscare la corda?
Qualche volta la lasciavo al compagno, qualche volta dovevo tenerla io, allora la mettevo in cantina ma lì tutta la notte rimaneva incustodita e io ero terrorizzato! Poi la recuperavo la mattina dopo, quando le cose erano più calme. Ma una volta o due, mi ricordo benissimo, l’ho lasciata al giornalaio, il giornalaio che era lì – “scusi, domattina passo a prendere, va bene se Le lascio questa borsa…?”! Dal giornalaio! Poi, finalmente, nel ‘64, ho fatto ‘sto corso di alpinismo e allora a quel punto le cose sono diventate ufficiali. Così ho avuto finalmente dei compagni, spesso più esperti di me. Perché questo era l’altro problema grosso: o andavo da solo o con compagni che non erano all’altezza… Magari erano come me, ma comunque erano impreparati. Si moriva in due piuttosto che da soli… E poi è anche successo, nel ’63, che il mio compagno Alberto Martinelli è caduto e si è spaccato un piede di brutto – tre mesi di gesso… L’ho raccontato di recente sul mio blog dove trovi sette, otto racconti di quei primi tempi. Ma andrò avanti perché ho un diario completo, ti farò vedere, ho cominciato a scriverlo nel ‘62 e fino al ‘66 sono andato avanti, poi basta. Dopo ho preso solo nota delle salite, ma il diario non l’ho più fatto.

Tuo padre cosa faceva di professione?
Aveva una ditta con i fratelli, era un grossista per macchine da scrivere e calcolatrici. Non c’erano i computer…

Forse da lì che arriva la voglia di scrivere! Comunque, scrivi che dopo il liceo sei andato in crisi…
Ma sai, la crisi era dovuta al fatto dello studio. Non avevo voglia di studiare! C’è stata una grossa delusione per aver seguito i consigli della nonna e aver fatto il liceo scientifico. Lei voleva che diventassi ingegnere. Io ci ho provato, ma francamente, guarda, non era il mio caso… Allora, nel ‘65, non potevi fare materie tipo lettere o filosofia (che era quello che io avrei voluto fare) se avevi fatto il liceo scientifico. Se non dando un esame integrativo di greco – di greco! – che avrei dovuto studiare l’estate, finita la maturità che c’era allora, che era una maturità bestiale in confronto a quella di adesso, non lo dico per dire, era molto, molto pesante… Io ho finito il 23 di luglio, sarei dovuto immediatamente partire con il greco per fare l’esame integrativo, altrimenti non entravo. Questo non lo potevo fare, io volevo andare in montagna, figurati. Così mi sono iscritto a ingegneria senza voglia di fare. Francamente sono andato avanti due anni senza far niente. Ecco la crisi da dove veniva. La crisi c’era perché io non sapevo bene cosa fare. E dopo due anni, insomma, ho capito: ingegneria niente e sono andato a fare legge. Però a quel punto, ormai… L’ho fatto solo per evitare il militare. Perché se tu eri iscritto a qualche facoltà non facevi il militare. Infatti ho fatto altri due anni di giurisprudenza, dopodiché ho detto basta, me ne frego e sono andato a fare il militare…! (Ride di gusto…)

Ornella Antonioli, Champoluc, novembre 1973
1973.11 Champoluc, O. Antonioli

Ma la tua passione per la storia dell’alpinismo, per lo scrivere, è già nata in quello stesso periodo?
Sempre della serie “se vuoi ti faccio vedere”: Ho lì una pila alta così di quaderni dove ho copiato le guide dei posti dove io volevo andare – Brenta, Monte Bianco, ecc. – copiate! Le fotocopie costavano troppo. Allora copiavo. A mano. E questo per dirti che avevo veramente voglia di sapere – più che di fare, di sapere. Cioè sapere per me era importante almeno uguale se non più importante del fare. È sempre stato così. E lo dimostra il fatto che passavo ore e ore a scrivere. Un conto era copiare, un conto era scrivere, cioè il diario, ma comunque scrivevo.

E quando sei riuscito a piazzare un primo tuo scritto?
Aldilà di qualcosa che forse avevo fatto sul bollettino del CAI-Sez. Ligure, la prima roba è stata dopo la Walker. Ho fatto la Walker da solo, ma anche lì la cosa è divertente: avevo deciso di farla da solo a gennaio-febbraio 1968. Dopodiché, immediatamente, ho cominciato a scrivere la storia dello sperone Walker…

Che poi sarebbe stato il tuo primo libro, vero?
Sì, lasciando in bianco il capitolo della solitaria non ancora fatta! E quindi quando poi l’ho fatta a luglio, è stato un attimo finire il libro, che poi mi ha stampato l’editore Tamari.

A Gino Buscaini avevi scritto una lettera per proporgli una collaborazione nella stesura delle guide CAI-TCI?
Era stato contemporaneamente, siamo sempre nell’estate del 68. Io avevo capito che non avrei mai fatto né l’ingegnere né l’avvocato, correvo sempre di più in montagna, e quindi mi stavo guardando intorno e avevo scritto a Buscaini, che allora era il responsabile per la collana e che invidiavo (pensavo, caspita, fa esattamente quello che vorrei fare io), molto timidamente gli avevo scritto una lettera in cui chiedevo se c’era modo di aiutarlo, di collaborare in qualche modo. La risposta è stata negativa, gentile ma negativa…

Ma in quel periodo avevi già intuito che avresti potuto vivere di alpinismo?
Ci stavo provando. Era una mia speranza…

Chi c’era che all’epoca faceva così, forse Bonatti, Mauri…?
Vabbè, Bonatti aveva già finito di fare l’alpinista, era diventato un bravissimo reporter, lavorava per Epoca: quindi Bonatti aveva dato l’esempio. Altri – sì, c’era Mauri, poi basta. Messner stava uscendo con dei libri, ma nel mondo italiano è arrivato un po’ dopo. Era il momento in cui io potevo uscire. Infatti è stato anche quello il motivo per cui alla fine del ‘68 mi sono trasferito qui a Milano, abbandonando Genova e dicendo ai miei “grazie per quello che avete fatto, ma adesso io devo trovare la mia strada, non voglio più pesare sulle vostre spalle, già ho fatto quattro anni in cui mi avete sopportato, ma io non voglio fare queste cose, non voglio diventare avvocato, non voglio diventare ingegnere, voglio andare in montagna e basta, e per fare questo me ne devo andare, vivere per conto mio, fare conferenze e vedere cosa succede”.

Alla fine sei poi rimasto a Milano per sempre…
Sì, da allora sono rimasto a Milano.

Giorgio Napolitano consegna il titolo di Ufficiale al merito della Repubblica a Bibiana Bibi Ferrari, 8 marzo 2011
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E poi hai sempre vissuto in un contesto molto urbano…
Molto urbano. Non è che ho bisogno della città… Non ho bisogno del contesto cittadino nella maniera più totale. L’unica cosa per cui sono rimasto a Milano è che in qualche modo non ho mai avuto l’opportunità di trasferirmi in montagna. Non ho mai avuto nessuno che mi regalasse una casa in montagna e le donne – ho fatto tre matrimoni – erano di Milano e quindi non è che si potesse andare chissà dove.

Ma erano legate alla montagna e alla campagna anche loro…
Certo che sì! Ma sai, la prima, Ornella, sapendo il tedesco lavorava alla Braun, la ditta dei rasoi, e quindi per un po’ di tempo è stata lì, poi abbiamo comprato una casa… Non è che puoi cambiare così, ci vogliono anche le opportunità, io queste opportunità non le ho mai avute.

(Telefonata con Guya, sulla spesa, “compra qualcosa di un po’ sfizioso, compra un buon Lagrein che a me piace tanto…” – si scherza sulla pronuncia che lui fa perfetto in tedesco.)

Le tre donne della vita + le due figlie.
Siamo rimasti alle donne…
Ah sì. Alle donne. Io non ho mai avuto questa opportunità di andare via.

Ti sarebbe piaciuto?
Sì. In linea teorica sì. Perché con la prima moglie, a un certo punto lei non lavorava più. Potevamo anche, non avevamo figli, potevamo muoverci. Però… Già la seconda è stato completamente diverso. La seconda… Abbiamo fatto le figlie, lei lavorava a Milano e lavora tutt’ora nello stesso posto. Per fortuna che guadagna molti più soldi di me… È diventata Ufficiale al Merito della Repubblica, “per aver contribuito con Relight Italia, azienda caratterizzata da uno staff di sole donne, alla tutela ambientale attraverso il recupero e il riciclaggio degli apparecchi elettrici ed elettronici”. Meno male che c’è lei, le figlie così possono studiare all’estero – ci vuole un sacco di soldi…

Elena e Petra, Vareina (Svizzera), agosto 1998
1998.08 Vareina, Elena e Petra

Già che siamo alle donne e alla famiglia: le figlie adesso quanti anni hanno?
24 e 22. Petra, la grande, in questo momento è a Berlino e sta facendo il corso B1 di tedesco. Ha già fatto A1 e A2, deve fare B1 e B2. Nel 2015 si è laureata in filosofia qui a Milano con 110 lode, adesso vuole fare un master in Germania o in Austria, o a Colonia o a Vienna, e quindi sta studiando il tedesco. Senza il B2 non ti accettano. Sono contento. L’altra si chiama Elena, sta facendo la tesi a Maastricht in scienze biologiche, fidanzata con Gilles, un ragazzo belga simpaticissimo che io adoro, sono contento anche per lei, molto.

Quindi, con la seconda moglie con il suo lavoro, ecc., non si poteva andare via da Milano… e la terza, anche lei, ha il suo ambulatorio veterinario – fine del discorso. In più, con la prima, per sei o sette anni avevamo affittato una casetta a Champoluc. Una casettina bella che si chiamava “Le fate nere”. Lì ho capito che sarebbe stato un problema vivere su. Perché? Innanzitutto perché non c’erano i mezzi che ci sono adesso, mail, internet, ecc.

Saresti stato comunque lontano da qualsiasi redazione…
Sì, c’era il telefono, però il telefono, insomma, era un po’ poco… Ci ho provato… Siamo anche rimasti un mese su… Ma dovevo muovermi, andare in giro, dovevo fare, ho capito che non si poteva. E’ vero, c’è stato un po’ di sofferenza perché francamente, la vita in via Volta qui a Milano, dove sono stato parecchi anni, poi in Corso Vercelli… peggio ancora, in pieno centro con i tram sotto alle finestre… un casino. Proprio la Milano più odiosa. La città odiosa. Invece dal 2010 siamo qui in Via Morimondo. Qui è un altro discorso. Da qui non mi tiri più via. Da qui andrò via rigido e orizzontale… Non c’è un rumore. È pieno di verde. L’aria, sì, certo, l’aria di Milano non è il massimo, ma restando dentro, tenendo chiuso, poi nei sabati e domenica vado sempre in giro, va bene così. Francamente,  basta con questa storia del dire “ah, se io qui, se io là…”.

Sono i casi della vita; poi una scelta implica delle rinunce e bisogna anche scendere a dei compromessi…
Esatto. Guarda, se me l’avessero regalata una casa in montagna – che ne so… Probabilmente sarei a Courmayeur… Però sarei stato contento? Chi lo sa. Non ci metto la mano sul fuoco.

Guya Spaziani, lago di Carezza, giugno 2011
Lago di Carezza, Guya

 

Tornando a queste tre donne che penso siano state, o meglio che sono, le donne importanti della tua vita, tutte e tre, potresti dare un “nome” ai tre periodi – quello con Ornella, poi con Bibi e oggi con Guya?
Diciamo che se provo adesso a fare un’analisi, cosa che non mi trovo fare tutti i giorni, in effetti, con Ornella è stato il primo periodo, mi sono sposato abbastanza presto, nel ‘71, avevo 25 anni, dopo tre anni che eravamo assieme. Con lei ho vissuto il periodo esaltante delle grandi scoperte; noi abbiamo fatto un viaggio che è durato un anno. Siamo partiti dall’Italia con 50 lire sul conto corrente – 50 lire sul conto corrente! Siamo partiti e siamo tornati dopo un anno, avendo vissuto un’avventura stupenda, con molta fortuna, perché oggi una cosa così con tutti i paesi che ci sono in guerra, così incasinati, non esci neanche. Anche se lo vuoi fare perché disprezzi il pericolo, non puoi comunque! Manca la possibilità di conoscere la gente, sei costretto a difenderti, non è che puoi andare in giro come vuoi. Per esempio l’Afghanistan è da scartare adesso. Ma anche il Pakistan è pericoloso. Ti fanno pena… Siamo impotenti di fronte a quello che il loro uso, il costume, ma loro dentro si stanno ribellando. Però non possono fare niente. Con in più il discorso dei talebani, ecc. Invece nel ‘74-‘75 è stato un periodo magnifico. E Ornella era stata prima di me in Afghanistan, nel ‘72, c’era ancora il re!

Vi invidio…
Sì, è stato bellissimo. Ne scriverò adesso. Ho un po’ di appunti. Sto facendo questo lavoro, non l’ho ancora fatto perché ero preso con i miei libri. Non le ho mai usate queste cose, neanche rilette.
Vabbè. Con la prima moglie è stato il periodo delle grandi scoperte sia dal punto di vista geografico, diciamo l’Oriente in generale, sia da quello di interessi culturali diversi. Perché tutto è partito dal fatto che Ornella conosceva abbastanza bene i tappeti. Amava i tappeti e li conosceva senza essere una fanatica, però si è fatta una piccola cultura di tappeti. Io di tappeti me ne sbattevo proprio nella maniera più totale. Ma arrivati in Iran – c’era lo scià, c’era ancora lo scià! – prima siamo andati un po’ in giro e lì ho capito cosa erano i tappeti. Mi sono appassionato anch’io. Per tutto il viaggio, Iran, Afghanistan – tappeti dappertutto, tant’è che abbiamo anche fatto un po’ di commercio, girato a casa qualche soldo, comprato qualche tappeto, qualcuno l’ho ancora, per fortuna. Quello lì è bellissimo – ma con il gatto preferisco tenerlo arrotolato… Lo tiro fuori solo nelle grandi occasioni – quelle due ore che ci sono gli ospiti e poi lo richiudiamo! Vabbè, lei è abbastanza brava che le unghie se le fa su quel cosettino bianco – che è proprio sul tappeto, tra parentesi…

L’inizio della ricerca interiore. E ancora le donne.
Comunque i tappeti sono stati la chiave d’ingresso a tutto il mondo orientale, che già mi aveva colpito molto nella mia prima spedizione alpinistica all’Annapurna del ‘73. Il mondo del buddhismo, dell’induismo, quello dello zen, mi stavo già un po’ interessando, ma molto così sai, in modo superficiale… invece in quel viaggio, e specialmente dopo, ho cominciato a interessarmi delle religioni orientali, della cultura orientale, un po’ anche dell’arte, e a quel punto c’è stata l’associazione mentale con il discorso analitico. Quindi, prima ho cominciato a leggere tutti i libri di Sigmund Freud, peraltro trovandoli di una noia mortale, ma me li sono letti comunque tutti, perché mi interessava l’argomento dei sogni. Dopodiché sono passato a Carl Gustav Jung e là mi si è aperto un mondo. Proprio un mondo completamente diverso. Sono andato avanti parecchi anni, per tutti gli anni ‘70 ancora e oltre. Ho fatto anche un’analisi con un signore stupendo.

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Ma come mai dall’Oriente all’analisi?
La storia dell’associazione: nel momento mi sono interessato alle religioni ho vagamente percepito che esisteva un inconscio. La parola “inconscio” la conoscevo già, ovviamente; ma la religione orientale, parliamo soprattutto del buddhismo, ti fa capire che c’è una parte di te che tu non conosci. L’inconscio è stato per me motivo di interesse. E che cosa nella cultura occidentale parla di inconscio? La psicanalisi. Non è che ci fossero altre discipline, era l’unica, è l’unica. Ci sono vari tipi di psicanalisi, però la classica è quella di Freud, poi pian pianino ho capito che c’erano delle differenze enormi e quella che più si apriva ai miei interessi era la disciplina di Jung. È la psicologia analitica. Oltre a quella, ovviamente, mi sono interessato anche a quelli che sono stati gli junghiani, ho letto avidamente e quindi ho fatto l’analisi io personalmente – mi si è aperto un mondo, perché improvvisamente ho capito che il mio agire come avevo fatto fino a qualche anno prima, il mio agire conscio e la mia volontà di fare determinate cose era nulla in confronto alla vita che avevo dentro. Ho dato molta attenzione ai sogni. Ho trascritto almeno 2000 sogni.

Insieme al mio analista, Lino Tosca, e provando un grande piacere ho fatto per qualche anno questo lavoro – non è che sono andato per curarmi – non avevo problemi, non mi sembrava di aver problemi di ordine nevrotico, non più degli altri. Era per puro piacere di ricerca personale, insomma. Tanto che negli ultimi tempi il Tosca mi aveva proposto di intraprendere la carriera di analista. Lì per lì pensavo “ma cosa sta dicendo questo”; invece poi mi ha un pochino convinto nel senso che effettivamente ero portato. Solo che anche lì ho trovato l’ostacolo burocratico. La prima volta era stato per lettere e filosofia; invece qui per fare i loro seminari allora c’era la regola che bisognava essere laureati di qualcosa. Cioè uno poteva essere laureato in economia-commercio e poteva farlo… Invece uno che non era laureato in economia-commercio, no, non poteva farlo. Una stronzata tale che io gli ho anche detto “scusi, mi sembra che questa stronzata non sia all’altezza dell’albo degli psicologi analitici, avete fatto una regola che fa schifo”. “Lei ha perfettamente ragione”. Sì, certo che avevo ragione, però non c’era niente da fare.

Come conciliavi questo interesse fortemente intellettuale con l’alpinismo “crudo e violento”?
Da una parte ho avuto un effettivo calo di prestazioni…

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… perché i tuoi anni più forti erano stati prima?
Sì, nel ‘68, ’69… fino al ‘74. Sono stati sette anni, contiamo anche il ‘67, va, perché anche lì ne ho fatte di cotte e di crude. Insomma, gli anni sono stati dal ‘67 al ‘74. Otto anni. Poi non è che ho smesso, però da una parte c’era questa consapevolezza dell’interiorità che ritenevo più importante delle realizzazioni esterne. Questa è stata sicuramente la motivazione numero uno. Poi c’è stata l’Annapurna dove ho perso mio cognato, ho perso due amici, Leo Cerruti e Miller Rava, allora ti chiedi se vale la pena. Insomma, ti chiedi “sei sicuro di quello che vuoi fare?”. La mia pietra di paragone era Messner. Era ovvio. Perché Messner già nel 1970 aveva fatto il versante Rupal del Nanga Parbat; quando l’ha fatto, io ho detto “questa cosa è sovraumana”, così sovraumana che neanche avevo voglia di inserirmi nella competizione per fare io qualche cosa del genere. Cioè ho capito subito che lui era il primo e che era giusto che fosse così – noi altri venivamo dopo. Questo è stato molto importante, devo dire. Il Nanga Parbat di Reinhold – con il quale ero in contatto, sono stato anche al funerale del fratello a Funes, funerale senza salma –, questo per me è stato rivelante. Non ho smesso di andare in quota – nel ‘75 ho fatto la spedizione al Lhotse che non era una passeggiata, nel ‘79 sono stato al K2 – cioè andavo, ma non era più come prima, quando io avevo l’obiettivo di essere il numero uno al mondo.

Presuntuoso!
Sì, sì, presuntuoso, ma modesto nel senso che non ho mai detto ad altri “io voglio”… Ma dentro di me, questo lo ammetto tranquillissimamente, l’obiettivo era quello. Che non ho raggiunto. Non l’ho raggiunto, ma ho trovato altre strade nel frattempo. Il mio obiettivo non era più quello lì. Era cambiato. E il cambiamento è avvenuto soprattutto durante il mio matrimonio con Ornella in cui ne sono successe di tutti i colori… Lasciamo perdere… Non è argomento di un’intervista per la rivista del Club Alpino Tedesco! Però questo è successo…

Ecco qui il significato della prima moglie, grosso innamoramento iniziale, delle grandi esperienze vissute assieme, anche perché lei aveva le stesse passioni che avevo io, vedevamo le cose nella stessa maniera, non facendo grandi cose ma lei era nell’ottica dell’avventura, anche della ricerca interiore. Questo è stato essenziale, devo ringraziarla per questo. E questa cosa è durata fino all’80, ‘82, lì è cambiato qualcosa, insomma io nel frattempo ho cominciato anche a lavorare in maniera più strutturata, abbiamo fondato le Edizioni Melograno assieme, si facevano dei libri, si lavorava. Però il fatto di non aver avuto figli da una parte ci ha tenuti insieme forse di più del necessario con l’ottica del dopo – c’erano altre donne, insomma – e quando nell’87 è arrivata la Bibi lì è cambiato tutto. A proposito di Bibi: con lei tutto diverso, Bibi non aveva questa profondità anche se aveva altre qualità, voglio dire, quella profondità che aveva Ornella. Lei zero, anzi, ben inserita nel mondo, nelle cose dell’apparenza, materiali, molta attenzione a quello che pensava la gente. Poi nel ‘90 è saltata fuori la storia dei figli, io avevo già 44 anni, figurati, chi ci pensava… Lei sì! Insomma non ha fatto fatica a convincermi e quindi nel ‘91 è nata la prima (e lì è cambiato tutto), è stata un’apertura al mondo. Ho pagato la mia discesa nell’interiore che ho fatto negli anni ‘70 e primi anni ‘80 con una discesa nel mondo esteriore, tramite i figli prima di tutto ma anche con un lavoro molto più aperto: avevo bisogno di lavorare, ho fatto due società, ho fondato poi Montana che è l’unica cosa buona che ho fatto – oggi fatturiamo 5 milioni. L’unica cosa buona, perché le altre sono fallite, chiuse, l’agenzia fotografica c’è, ma non faccio niente, c’è solo di nome, di Montana invece sono socio al 20 per cento, sono nel consiglio d’amministrazione. La società ha avuto un po’ di problemi gli ultimi due anni, ma adesso si è tirata fuori – sono contento di aver fatto Montana. Molto contento.

E poi, per tornare alla terza moglie, le cose sono completamente diverse ancora: lì siamo tornati alla semplicità. Un po’ ci voleva. Dopo l’esagerazione (quasi) dell’interiorità nel periodo con Ornella e l’esagerazione dell’esteriorità (quasi) con Bibi, bisognava un po’ trovare una soluzione.

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Una cosa che mi ha fatto molto male: Con Ornella ho fondato le Edizioni Melograno nell’82. Si lavorava, ma non c’è mai stato il decollo. Via Ornella, arrivata Bibi, nel ‘91 è nata la prima figlia, nel ‘94 la seconda. Combinazione: il ‘94 doveva essere l’anno del lancio al successo, perché finalmente sono riuscito a lavorare con un editore molto più grosso di noi per la collana I Grandi Spazi. Doveva essere la realizzazione alla quale io credevo – non aveva niente a che fare con la ricerca del destino, ma era autorealizzazione. L’assoluta volontà con la quale ho perseguito l’obiettivo per almeno due anni (nel ’94 e ’95), e anche dopo, mi ha allontanato dalla famiglia; con la scusa del lavoro mi sono letteralmente allontanato, ero sempre in giro, era come se non ci fossi. Questa era una cosa terribile che poi ha distrutto il matrimonio, sostanzialmente. Questa è la realtà. Non dovevo fare così. Eh sì…

Ma con Ornella come mai era finita? Hai scritto qualcosa della sbandata con la francese…
Scrivo da qualche parte della francese, veramente?

Certo che scrivi della francese! Niente di grave, ma l’hai accennato… Lo avrò sottolineato…  Scherzo. Ah, guarda qua: “Nel 1975 per un motivo contingente, ero reduce da una sbandata amorosa con una francese che aveva portato il mio matrimonio con Ornella a condizioni disastrose e di declino totale”. Poi con Ornella siete partiti per il viaggio… Come mai quella sbandata? Nel senso che sembra un bel matrimonio di due che fanno mille cose…
No, no, guarda, le ho sempre messe una marea di corna, proprio… Una marea no, ma comunque un numero abbastanza significativo… Però quella lì mi ha fatto sbandare; ero coinvolto, questo era il problema, le altre volte no. Questa qui sì. E lei me l’ha fatta pagare in seguito… (Ride).

A un certo punto ovviamente Ornella se ne è accorta. Il fattaccio si era svolto in una settimana intensa. Ornella non era in Italia, poi quando è tornata è venuto fuori tutto, un casino bestiale. Al che – considera anche l’epoca del dopo ‘68, quando c’era anche questa cosa  del “parliamone”, ecc. – siamo andati tutti e tre al rifugio Ponti…

… Orrore… “a parlare”?
Sì, così, nella natura… guarda, è stata una cosa che… basta, meglio non dare particolari… Comunque questo era ai primi di agosto 1974. Poi non ci si vede per un po’… Lei abitava a Parigi, non è che l’avevo così vicina… Poi c’è stata un’ulteriore frequentazione sulle Alpi Liguri, fino a che siamo arrivati ai primi di settembre, dove dopo un bellissimo weekend passato assieme, ecc., siamo arrivati a guardarci in faccia e dire “non è possibile”. A parte che anche lei era sposata con un bambino… Quindi con la morte nel cuore, ma abbiamo detto basta. Però sempre con la domanda “sto facendo bene?”, “siamo sicuri?”, “sarebbe bello vedersi ogni tanto”… Passa ottobre nel casino più totale. Poi viene fuori questo progetto con Ornella di partire per l’Asia. Quindi io in quattro e quattr’otto compro un furgone Volkswagen e lo attrezzo un po’ spartano, poi verso i primi di dicembre partiamo. Partiamo e stiamo via dieci mesi. Durante ho fatto anche la spedizione al Lhotse, in questo periodo di due mesi e mezzo il furgone è rimasto a Kathmandu in un garage e Ornella è tornata a casa con l’Hercules che ha portato la spedizione.

… E dove c’è la francese, in tutto questo…
Aspetta! Siamo ai primi di giugno 1975, lei è tornata a Kathmandu e pian pianino abbiamo cominciato il nostro ritorno. Ci siamo fermati di qua e di là – in Ladakh per esempio, che era appena stato aperto, era stupendo. Peccato che un giorno dopo essere partiti da Kathmandu la povera Ornella si è beccata un’infezione alimentare dove poteva lasciarci la pelle, ma veramente. Nel momento poi in cui stavamo attraversando la pianura indiana, eravamo a 48 gradi – il massimo… Era dietro, stesa, mi ha detto “tu guida veloce, andiamo in Ladakh, in alto starò meglio”. Siamo stati in Ladakh, si è ripresa, abbiamo preso le pulci, abbiamo girato ancora, tornati al nostro furgone, facciamo altri giri, a un certo punto arriviamo a Peshawar. Peshawar da lì abbiamo preso una corriera, per andare leggeri, a Chitral. Il viaggio a Chitral dura due giorni di bus. E la tappa di notte la fai in un paesino che si chiama Dir. Questo Dir è uno dei posti più dimenticati da Dio, è veramente un posto pazzesco, io non ho mai visto un posto islamico così “rough”, rude; oggi ovviamente una delle capitali dei Talebani. Già allora la donna era vista come diavolo che cammina, gli uomini erano tutti armati… Guarda… Quindi eravamo lì in quel paese che facevamo lo struscio nella via più importante di Dir in mezzo a 3000, 4000, 5000 persone, barbuti… In quel momento alzo l’occhio…

… e c’è la francese che gira per Dir…

(Fa un segno affermativo con la testa e cominciamo a ridere come di matti tutti e due…)

Ornella non voleva crederci… era il suo incubo tutte le notti…! Com’è che diceva la francese? “Les yeux sont mon capital…” Cazzo, non ho mai visto degli sguardi così… Che occhi, che capitale! Anche il sotto, il telaio…

Anch’io non ci volevo credere. Per fortuna era insieme a un francese, in dieci mesi lei aveva fatto conoscenza con il più grande traghettatore di turisti francesi e non in Sahara, il Piero Ravà gallico, si chiamava Pierre Jaunet… E lui ha ceduto a questo “capitale”, si sono messi insieme e poi sempre sono rimasti insieme, a fare viaggi con i clienti. Pensa che oggi lei è mancata…

Che imbarazzo… Trovarci lì… Stiamo faticosamente cercando di tirarci fuori dall’annegamento nel mare, e questo mare ti raggiunge in spiaggia e vieni ributtato in mare… È così.

… e dopo siete annegati?
Questo era solo l’inizio della lunga storia, ci è voluto ancora parecchio… Finché siamo annegati…

L’ambiente e Mountain Wilderness. Libertà e storia come altri temi.
Apriamo un altro capitolo importante, quello dell’ambiente e quindi anche di Mountain Wilderness.
Il discorso dell’ambiente non mi ha interessato prestissimo. Anch’io vedevo gli scempi, vedevo le cose brutte, ma la domanda era: cosa possiamo fare? E quindi non me ne sono occupato, anche perché c’era dentro di me l’altro interesse, quello dell’esplorazione interiore. Sull’inconscio mio, sull’inconscio collettivo di Jung, ero assorbito da quelle cose, mi piaceva proprio. L’idea di difendere l’ambiente lì per lì non l’ho presa in considerazione. Quando però nell’87, novembre, fu fatta l’assemblea a Biella per la fondazione di un’associazione che poi sarebbe stata chiamata Mountain Wilderness, sono stato uno di quelli che da subito hanno aderito, hanno lavorato, l’abbiamo creata noi in quel momento. I fondatori erano di vari paesi, c’era qualcuno dell’Argentina, c’era Hillary, Messner, poi Goedeke dalla Germania, Bonington, vari francesi, era veramente internazionale.

Diciamo che colui che ha avuto l’idea era stato Carlo Alberto Pinelli; essendo un accademico, si è fatto aiutare dal Club Alpino Accademico Italiano. E quindi hanno fatto una specie di commissione e hanno steso una lettera a tutti questi personaggi chiedendo se erano interessati a un movimento di opinioni e di fatti per la salvaguardia dell’ambiente della montagna di tutto il mondo. Io ho ricevuto questa missiva e ho risposto di sì e così mi sono trovato anch’io a Biella. A Biella c’era mezzo mondo, c’erano 2000 persone. E quell’assemblea ha eletto i primi 21 garanti internazionali e io ero uno di questi.

Dopo è stata fondata anche Mountain Wilderness Italia, ne sono diventato segretario, ci ho lavorato, ho preso anche qualche soldino, il lavoro è stato veramente pesante. Dopo che sono andato via io, nessuno ha più fatto quel lavoro, anche perché il tempo dell’associazionismo sarebbe finito proprio in quegli anni ‘93-’94. Figurati che il WWF nel ‘88-‘89 aveva 500.000 soci in Italia, adesso se ne ha 300.000 è tanto! Lo stesso tutte le altre associazioni.

Comunque è un tema di cui ti occupi tanto anche oggi, per esempio nel tuo blog?
Sì. Diciamo che dal punto di vista interiore, il mio interesse rimane sempre quello che ti ho spiegato. La ricerca interiore. Ma di quello se ne può parlare ogni tanto, sai. Non è che ne puoi parlare tanto in giro. Ci sono delle cose – non dico che non si possono dire, però vedo che la gente fa fatica. Se trovi qualcuno che è disposto, è un conto. Ma da così a parlarne spesso non ha tanto senso. L’ho fatto una, due volte, c’è un post che parla di questo, lì ho dovuto lottare con qualche cosa che dentro di me diceva “stai zitto, stai zitto che è meglio”. Il post si intitola La pervicace ricerca del proprio destino. Quello è fondamentale. Sono due puntate. La fondamentale è la seconda. Però anche la prima ha il suo peso, diciamo che è la parte più comprensibile. Quell’argomento per me è sempre il number one. Ma nel blog ne parlo meno, me ne occupo meno rispetto agli altri. Le altre due cose che rimangono sono l’ambiente e la libertà. Che sono due temi enormi. Libertà nel senso dell’essere libero di fare quello che hai scelto di fare, ma che gli altri ti possono impedire o che tu stesso ti impedisci. Quindi libertà in questo senso. È un tema che comprende un sacco di altre tematiche inferiori. Queste sono le due cose che mi interessano di più. Oltre alla storia, sempre, la storia dell’alpinismo, che mi piace molto, curiosità, anche lì ho scritto adesso – anzi te lo regalo, ho scritto questo libro qui su cordate famose di guide e clienti.

(Segue uno scherzoso scambio di lui con il gatto che reclama il suo pasto in anticipo, poi tra noi due sulle guide, figura molto familiare a me…)
Dicevamo, sì, i due temi sono questi, ambiente e libertà, e puoi aggiungere anche la storia.

Il rapporto con il mondo delle guide.
Già che ci siamo, parliamo un attimo della “guida”. Tu sei guida, hai mai praticato il mestiere?
No, io ho praticato assai poco il lavoro classico di guida, nel senso che ho accompagnato ben poche persone – diciamo che due mani mi bastano per dire quante volte sono andato con dei clienti! Ma in realtà il titolo di guida l’ho usato parecchio per altri tipi di lavoro, cioè quelli dei corsi aziendali di formazione. Formazione aziendale che prevedeva dei momenti outdoor – calate, ferrate, ecc. Ne ho fatti parecchi.

(Arriva Guya – porta la spesa e del vento fresco, si mettono a prendersi in giro… Interrompiamo.)

Eravamo alle guide. Hai dovuto fare tutta la formazione come oggi?
Era completamente diverso. È stata una cosa abbastanza travagliata. Sono diventato aspirante guida nell’80. Dopo i tre corsi regolari di roccia, ghiaccio e sci. Dopodiché sono passati tre anni in cui ho esercitato un po’ e poi nel 1983 mi sono iscritto ai corsi per diventare guida. Ho fatto un corso, quello di scialpinismo. Lo scialpinismo però è il mio punto debole nel senso che non scio benissimo, non ci sono portato, uno ce l’ha nel suo DNA certe cose – io questo no, pur essendomi anche applicato, ho raggiunto il livello per diventare aspirante, non è che non so sciare, però ho vari punti deboli. Siccome in quell’anno io ho quasi litigato, o meglio già tre anni prima avevo già quasi litigato, con il direttore del corso (non ero tanto d’accordo con lui), in poche parole non sono riuscito a passare questo corso di scialpinismo per guida, provocando anche il disagio di molti colleghi, di gente che si chiedeva perché. Questo era nel 1983. Passano 12 anni (ride), 12 anni!, arriviamo nel ‘95 e una legge regionale impone alle guide di mettere ordine nel proprio albo. Io ero nell’albo degli aspiranti guide. Quindi essendo nell’albo degli aspiranti guide da troppo tempo – fatto sta che ero insieme ad altre 36, 37 persone in questa condizione “io ero intra color, che stan sospesi” per dirla con Dante. Ci hanno fatto fare un corso che è durato tre giorni e hanno promosso tutti! Tutti! E quindi sono diventato guida senza fare i corsi per diventare guida! Hai capito? Ne ho fatto uno, quello di scialpinismo, e anche male! Roccia e ghiaccio? Mai fatti… Questo era nel ‘95, da allora io sono guida a tutti gli effetti, ho fatto gli aggiornamenti ogni tre anni, quest’anno dovrò andare a farlo ancora. Questa è una storia abbastanza divertente…

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Ma il tuo rapporto con quel mondo com’è?
Il mio rapporto con quel mondo è un rapporto di odio e amore. Tanto io già nel ‘72 ero accademico del CAI. Diventando aspirante guida, praticamente mi hanno buttato fuori dal CAAI (Club Alpino Accademico Italiano), perché una guida non poteva essere accademico , cioè non mi hanno buttato fuori ma mi hanno messo su una lista a parte. Potevo andare alle loro riunioni ma senza diritto di voto. E come me c’erano tanti altri. Quindi aver dovuto rinunciare all’accademico – per carità, non è importante, ma dal punto di vista del significato di far parte dell’Accademico, sicuramente io con i miei pensieri, con il mio modo di andare in montagna ero più vicino al mondo degli accademici che non a quello delle guide. Quindi dover rinunciare a quello degli accademici, insomma, mi dispiaceva. Perché l’ho fatto? Perché ritenevo comunque che le guide fossero in una condizione per la quale bisognava collaborare, per aiutarli a migliorare la loro condizione in Italia. In altri paesi la situazione è completamente diversa. Ma qui in Italia la gente vede la guida ancora con la pipa in bocca, se sanno cos’è… se vuoi, non la distinguono dall’Alpino. Sto esagerando, ma non più di tanto. Quindi dentro di me mi dicevo “questi ragazzi che diventano guide (e oltre tutto è proprio difficile diventare guida – perché i corsi dalla fine degli anni ‘70 sono veramente diventati difficili) secondo me meritano di più, ci vuole una maggiore valorizzazione di questa figura”. Comunque la guida alpina ha detto molto nella storia dell’alpinismo e anche oggi dovrebbe continuare a dire molto. Specialmente in un tempo in cui la responsabilità di chi va in montagna è cresciuta così tanto e il rischio di avere poi anche problemi giuridici penali per l’incidente sono cresciuti notevolmente: già negli anni ‘80 era così, adesso non ne parliamo. Io che mi occupo di comunicazione, che penso di saper scrivere meglio degli altri, magari posso dare una mano. Questa era un po’ la mia mission. Cosa che si è scontrata immediatamente con la parte più grezza e gretta delle guide – con quella mentalità di “noi portiamo la gente in montagna, chi è guida senza portare la gente in montagna è un cittadino…” Questo era negli anni ‘80 ma è ancora un po’ così, anche se adesso ci sono molte guide cittadine. Rispetto a prima è diverso, però un po’ si sente.

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Poi, come per tutti gli organismi (se ci sono delle cose che non vanno bene e che andrebbero messe a posto), è difficile, è difficile fare una critica, mi sono scontrato più volte. Adesso faccio parte del consiglio nazionale, sono riuscito a farmi eleggere, qualcuno ci crede (mentre non sono riuscito a entrare nel consiglio del Collegio Guide della Lombardia, ed è meglio così, così almeno faccio meglio l’altro compito). Diciamo che ci sono dei problemi che probabilmente in Germania non ci sono. Soprattutto partendo dal fatto che in Italia ci sono degli istruttori CAI che tolgono molto lavoro alla guida. Non è che possiamo ribellarci, è la legge. Bisognerà trovare pian pianino un compromesso. Oltretutto ci sono anche degli istruttori che lo fanno per conto loro e questo è veramente illegale. Sono pochi, ma ci sono. Questo però ha poco a che fare con la mia critica costruttiva alle guide. Una delle cose che dovrebbero fare le guide è dire “come gruppo rinunciamo all’eliski perché riteniamo sia un’attività non consona alla mission della guida alpina”. Che poi qualche guida possa anche accettare il lavoro di questo genere, per me è una responsabilità del singolo. Non è vietato. Però dal punto di vista del gruppo sarebbe bello che ci fosse una presa di posizione di questo genere. E quindi io adesso sto lavorando sotto sotto, ho creato un forum, vorrei riuscire pian pianino a contarci, a vedere quelli che potrebbero alzare la mano e dire “ma insomma, veramente, prendiamo posizione”. Sarebbe bello, ma non è facile.

Ma guarda che sarà difficile, se penso al Club Alpino Svizzero… nelle sue posizioni secondo me è diventato meno “ambientale” e più “commerciale”…
Ah bene, anche voi ci tradite… no, quello no! Comunque io difficilmente mollo l’osso. Quindi speriamo che possa andare avanti questa storia, perché poi ho anche detto: “Se domani il parlamento italiano o qualche regione decidesse che l’eliski è vietato (cosa che non succede, ma se succedesse…) io sarei il primo a non essere contento. Sarei scontento di questo. Perché ottenere quello che vuoi tramite un divieto è la cosa più negativa che ci possa essere, invece che ottenerla tramite la convinzione. Se la maggioranza si esprimesse e dicesse no, allora mi andrebbe bene. Ma che questo avvenga tramite un divieto, mi metterei dalla parte opposta, ma veramente! Questo è importante da capire, perché se non c’è un processo culturale ma solo un altro no, allora domani ti vietano anche l’alpinismo perché è un’attività pericolosa… Questo è quello che sto cercando di fare con le guide. Cercare di migliorare la loro immagine tramite la loro evoluzione culturale, che devo dire è molto lenta.

Sigmund Freud
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Il rapporto con l’alpinismo moderno e il lavoro oggi. Il “Gogna blog”.
Ti sei scelto un campo di battaglia difficile… Invece l’alpinismo di oggi, lo segui sempre, sei uno dei pochi…
… vecchi…

Vecchi, ok, l’hai detto tu, che sanno cosa vuol dire – cioè non solo segui, ma capisci! E a differenza di un Messner li sostieni anche.
Con Reinhold c’è stata anche una mezza discussione su questo…

(… interruzione per “la solita aspirante modella” che sbaglia porta per il casting e suona, risate…)

Lui aveva detto che l’alpinismo è finito con Bonatti e con lui… A me sembrava veramente una stupidata, lì ho pensato “devo assolutamente dire qualcosa”. Allora ho scritto che l’alpinismo c’è ancora e come, ci sono dei giovani che fanno delle cose meravigliose, lo stesso Messner è dentro il Piolet d’Or e sa bene cosa vuol dire essere nominato al Piolet d’Or e cosa vuol dire fare delle salite fantastiche e completamente fuori dell’immaginazione anche di soli 20 anni fa. Aldilà, oltre, ma oltre, oltre, oltre! Il fatto che l’altro giorno Alex Honnold e Colin Haley abbiano finalmente completato la traversata delle montagne del Cerro Torre, che avevano già fatto l’anno scorso, tra l’altro, arrivando a due tiri (due tiri!) sotto la cima, è straordinario. Ma io mi ritrovo a pensare “ma allora, se l’hanno fatto due volte, è quasi una roba normale, hai capito? Non è una roba che uno dice “cosa hanno fatto?”. No, questi fanno un’impresa che sono in grado di ripetere l’anno dopo tranquillamente in 24 ore! Cioè fino a sei, sette anni fa ci mettevano cinque, sei giorni – lo stesso Haley con Rolando Garibotti. E poi ci sono quelli che magari dicono, questo non è mica un alpinista, scala solo in Yosemite – sì, abbiamo visto – ha fatto la traversata del Fitz Roy con nientedimeno che Caldwell, e quest’anno e l’anno scorso questa traversata di queste quattro guglie, Cerro Standhardt, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre. Se tu non vedi questo, sei cieco. Ma veramente. Non diciamo che l’alpinismo è finito. Poi era anche un po’ ridicolo perché guarda che Bonatti aveva detto la stessa cosa nel ‘68 – ah beh, si è visto… State zitti, dai… Quando ci vuole, ci vuole. Infatti si sono ben guardati dal mettersi a litigare con me su questa cosa. Indifendibile.

Carl Gustav Jung
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A parte questo, con Messner che rapporti hai?
Ottimi. Ma non vuol dire che adesso non posso dire come la vedo io… Mi sono per esempio anche permesso di criticarlo sul come aveva scritto sul Cerro Torre. Tu puoi benissimo scrivere un libro sul Torre, sulla vicenda di Maestri ecc., per carità. Ma fai una cosa seria! Non che tu cominci a dire due cose nelle prime due righe e poi le ripeti uguale in fondo avendo dimostrato niente. Questo non mi piace, questo è fucilare le persone. Poi, che tu abbia ragione non lo discuto neanche, può darsi benissimo che Maestri non sia arrivato in cima, anch’io dentro di me sospetto che non sia arrivato in cima, ma non puoi affermarlo così, non va bene. Mi ha risposto, gentilmente, rimanendo della sua idea. Amici come prima…

Tu puoi, io non posso… Come giornalista nella sua lista nera non posso…
Comunque, il discorso era nato con l’essere informato sulla cronaca, eh beh, la risposta è sì, io sono al corrente della cronaca. Cerco di esserlo, difficilmente scrivo sul blog qualche cosa di cronaca perché ci sono già altri che lo fanno, e bene, come Planetmountain: non mi va di essere in concorrenza con loro, sono molto più rapidi di me, non voglio competere. Sarebbe assurdo se mi mettessi a scrivere le stesse cose. Poi non ho le capacità di scriverne il giorno dopo, io ho bisogno di un attimo di tempo per approfondimenti, non mi va di fare l’articolo con le notizie dell’ANSA.

Parlando del tuo lavoro di ogg: perché lavori ancora?
Il mio lavoro è non pagato, molto semplicemente!

Ma perché ti piace continuare? Nel senso che alla tua età potresti fare il pensionato!
Pensionato che non ha una pensione… Comunque ci ho pure pensato. Non lo faccio perché se vuoi mi sento più giovane di quanto sono, dentro di me non ho 70 anni, ne ho molti di meno, soprattutto provo delle emozioni, ci sono delle cose che mi spingono a scrivere. I problemi sono soprattutto quelli che ti ho detto prima, cioè la libertà, l’ambiente: se vuoi, mettici pure la gestione di certi enti, tipo il soccorso alpino, tipo le scuole d’alpinismo per esempio. Su questi enti ho fatto degli articoli pesanti di critica e anche di accusa come vengono gestiti in Italia, all’estero non ho idea, i miei limiti sono questi. Il giorno che avrò una redazione con qualcuno che mi traduce istantaneamente in inglese o in tedesco quello che io scrivo in italiano, sarò solo contento. Ma questo non c’è ora, e quindi mi limito ai problemi italiani. E i problemi italiani sono questi qua. Abbiamo il CAI che fa acqua da tutte le parti, per il tipo di gestione molto, molto burocratica. In questo ambiente prendono corpo gestioni condotte al limite del legale e oltre. Non sono molti casi, ma sono significativi. Però devo provarlo, e ci stiamo provando.La lotta è lunga e dura. Speriamo adesso che a maggio prossimo venga eletto Vincenzo Torti come nuovo presidente con il quale ho un buon feeling e con il quale penso si potrebbe fare un bel lavoro. Fa parte del futuro… Il presente è al contrario molto molto scuro. Non ci siamo. La gente mormora… chi è dentro per esempio nel soccorso alpino come volontario sa bene che se si mette a fare una critica verrebbe sbattuto fuori, è già successo, almeno tre persone che conosco io, ma chissà quanti altri. La maggior parte ci tiene un po’ ad avere il distintivo, c’è gente che ti manda delle lettere anonime dicendo avete ragione, continuate così, e io gli rispondo, “caro X, sono molto felice che tu dia una mano morale con la tua lettera, sappi però che dal punto di vista pratico non serve a nulla, tu devi firmarti con nome e cognome, se no non riesco a fare nulla”.

Il Capo tra i vecchi Liguri, Toirano, 26 maggio 2013. Foto: Ezio Marlier
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Comunque tornando a prima, tu pubblichi tutti i giorni?
Sì, io pubblico tutti i giorni.

E cosa ti sta più a cuore – blog, social media, rivista classica?
Nell’ordine io ho sempre preferito il libro. E dopo il libro c’era la rivista. Il libro è morto. Perché in Italia ormai vengono pubblicati solo i libri di Simone Moro, Reinhold Messner ed Hervé Barmasse – l’unica editoria di montagna è questa; libri che parlano di Bonatti, quello va sempre bene, o libri pubblicati da Messner, Moro o Barmasse. Fine. Beati loro, sono contento per loro. Però lasciami dire che non è una bella situazione. Tutto il resto non esiste. Ma perché non esiste? Perché non viene venduto! Tutto ciò che si pubblica al di fuori di questi nomi rimane lì. Lo vedo con i miei libri, si fa fatica, si vendono 1500, 2000 copie – fa ridere. Allora necessariamente uno deve abbandonare l’idea del libro; oppure lo pubblichi tu, ma allora rimane in cantina da te… La rivista? Che riviste di montagna ci sono in Italia in questo momento che valgono la pena? Non ci sono! Per cui anche la rivista la devi mettere da parte. C’era Alp, ma non c’è più.

E allora cosa rimane? Rimane internet, rimane il blog – non c’è un’alternativa. Tu mi hai chiesto cosa preferivo. Ma io ti dico che non c’è alternativa! Non è che io lo preferisca. Allora, due anni fa, mi sono messo a fare questa cosa e devo dire che mi piace molto. Lo faccio molto volentieri, tutti i giorni. È pagato zero. Può esserci qualche ritorno economico, se vuoi, nel momento in cui faccio magari delle serate, convegni, qualcuno che mi chiama ancora c’è. Ma il lavoro non è pagato, anzi – è dentro nel sito di Banff e ci sono altre persone che curano la comunicazione di questo – con queste due persone c’è un accordo: sì alla sponsorizzazione per quello che riguarda Banff (per esempio Salewa), ma adesso sponsorizzare anche il blog, che vorrebbe dire che leggendo il blog ti ritrovi anche lì la pubblicità, finché è possibile cercherò di evitarlo. Nel caso in cui diventassimo qualcosa in più, vedremo, ma al momento voglio che sia così. Per cui proprio zero, zero rimborsi. Ma lo faccio così volentieri che va bene così. Cerco sempre altri che mi aiutino, gente che scriva, possibilmente di un certo livello, ma poi devi sempre lavorare il pezzo, impaginarlo, redigerlo. C’è Luca Calvi che mi dà una mano con le traduzioni, molto bravo, ci sono due, tre avvocati che mi rileggono certi pezzi… (Ride.) Sul serio – mi sono arrivate una querela più due, tre lettere di minacce – puro terrorismo, tanto non avrebbero fatto mai niente, avevano torto marcio.

La parola, in generale, è sempre stata più importante per te della foto?
Ho fatto tanto lavoro con la fotografia, penso di aver fatto dei bei libri, no? Allora, io riconosco una grande importanza all’immagine, sia alla foto che al video.

(Deve tirare fuori il pane dalla macchina per il pane, un attimo di interruzione.)

DueAnzi19.000Parole-1-vignette, Massimo Bucchi, confronto, ven, 24lug15

Anche nei miei post metto sempre delle foto, sono convinto che qualche immagine ci debba essere. Poi dipende anche dall’articolo. Però il testo, la parola secondo me rimane comunque sempre la cosa più importante. Ma perché? Per un motivo solo: la parola, il testo, la lettura sono più importanti dell’immagine e del video perché la lettura permette di esercitare liberamente la fantasia. Cioè la fantasia del lettore è più stimolata dalla lettura che non dall’immagine. Questo lo trovo un dato di fatto. Perché? La lettura sono parole. Quindi ti immagini la scena, il panorama, il quadro generale di cui si scrive. Con la fotografia una buona parte di tutta questa fantasia viene eliminata, e non parliamo del video. Questo non vuol dire che non si possano fare delle bellissime foto e dei bellissimi video, questo è un altro discorso. Però per ciò che riguarda la fantasia, io non ho dubbi sul fatto che la parola sia quella più stimolante. E quindi è quella che ti fa più crescere; leggere e scrivere fa più crescere che non usare l’immagine. Questo vorrei che tu lo scrivessi, perché per me è importante.

… fa anche più sognare…
Certo, fantasia vuol dire sognare, usa pure la parola sogno. A tal punto che il mio blog si distingue anche per un’altra cosa che qualunque markettaro del marketing digitale ti sconsiglia di fare: loro dicono “se vuoi essere incisivo, devi fare la pagina, e non dovresti costringere a “scrollare” giù. Una pagina lì pronta e basta, punto. Io odio – capito, odio – questo genere, quando ero bambino c’era il Reader’s Digest, lo leggevo, dicevo che schifo, una cosa che già non mi piaceva allora, immagina. Questa pappetta preconfezionata, questa paginetta che fanno gli altri organi d’informazione, lo facciano pure loro. T’interessa? Lo leggi. Non ti interessa? Non leggi. Non me ne frega niente. Non ho da vendere niente. Anche lì è il bello. Sto crescendo come numero di lettori, fa piacere, per carità, ma mettersi a lavorare perché questi numeri schizzino in alto, non mi interessa, devono crescere naturalmente, crescere senza che io cambi me stesso. Se a me piace questo tipo di presentazione non superficiale deve rimanere non superficiale. Poi non è vero che internet fa solo gossip – per fortuna esistono i link, e c’è gente che va a cercare articoli di un anno fa, e ogni tanto vengono fuori commenti su un articolo di mesi fa. Se uno fa un commento, questo va comunque a tutti quelli che avevano fatto un commento prima e quindi la cosa continua a girare. Questi sono pregi che internet ha a differenza della carta stampata. E quindi se vuoi fare cultura, questo è un sistema. Se tu dai invece pappetta che sembra liofilizzato, va bene, va benissimo, non sto dicendo che è sbagliato, solo che non fa per me.

(continua)