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Davide Terraneo

Davide Terraneo
di Giacomo Rovida

Dopo l’intervista a Saro Costa ho ricevuto apprezzamenti e critiche, alcune cattive altre più costruttive.
Volevo lasciare un messaggio e forse l’ho fatto in maniera troppo spinta ma sono contento così, è stato uno sbaglio ma ho potuto imparare.
Ho capito soprattutto che non puoi far sempre felici tutti, che devi prendere una linea, una “strada”, un filo che collega il lavoro che stai facendo.

Ho riflettuto a lungo, ho cercato di guardare ogni punto di vista, di ascoltare qualunque consiglio e ho maturato dentro di me la consapevolezza di cosa volevo fare.

Mi piacerebbe attraverso queste interviste lasciarvi qualcosa, qualcosa che vada oltre il semplice curriculum dell’intervistato; mi piacerebbe darvi un input, una spinta, lasciarvi con qualche quesito, con qualcosa che vi apra la mente verso il nuovo.

L’altra decisione che ho preso è di lasciare maggiore spazio ai “giovani”, a quei ragazzi che girando per le montagne stanno scrivendo belle pagine di alpinismo.
Mi piacerebbe riuscire a presentarveli uno per uno, con le loro peculiarità e il loro modo di andare in montagna.

Ho deciso di scrivere queste poche righe per evitare fraintendimenti: chiunque verrà intervistato non è il più forte, quello con il curriculum più lungo, quello più famoso.
Sono sicuro che oltre a un grado, a una montagna, a una prima salita ci sia qualcosa di più e io vorrei cercare di scovarlo e raccontarlo, tutto qua, niente di più.

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Oggi infatti vi presento Davide Terraneo, Gerry per gli amici.
Negli ultimi anni sta scrivendo delle bellissime pagine di sci ripido, una disciplina che sta prendendo sempre più piede e che richiede capacità fisiche e mentali altissime.
Gerry è un ragazzo umile e giovane e sta portando avanti un’esplorazione nelle Alpi Centrali cercando di lasciare le sue tracce su pareti sempre nuove.

C’è altro da dire? Forse sì, forse no. Le parole non vanno sprecate e io ne ho già usate molte.

Leggete l’intervista e, se vi va, provate a sognare. Sognate come sogna Davide dopo ogni discesa guardando la parete dietro di lui. Alla fine cosa ci resta se non un sogno?


Iniziamo dalle presentazioni (chi sei? Dove vivi? Cosa fai nella vita?)
Ciao, mi chiamo Davide Terraneo, ma tutti mi chiamano Gerry. Ho 27 anni e vivo a Cantù. Sto finendo l’università (Ingegneria Civile Strutturista presso l’Università degli studi di Pavia), sono da poco un collaboratore della rivista Skialper e amministro insieme al mio amico Emiliano il gruppo su facebook “Mercatino dello sciatore”.

Quando hai iniziato a sciare? E ad avvicinarti allo sci ripido?
Ho iniziato a sciare se non ricordo male in 4a o 5a elementare. Ho iniziato a Madesimo, sciavo molto poco a causa degli impegni che avevo con la pallacanestro, ma ad ogni anno che passava la cosa mi coinvolgeva sempre di più. A 16 anni ho iniziato (rigorosamente con sci da pista, manco sapevo cos’era il freeride) a sciare tutti i canalini del Groppera. A 21 anni la mia prima esperienza sul ripido vero è stato il Couloir Gervasutti alla Tour Ronde, me lo ricordo come se fosse ieri, era sabato 28 febbraio 2008 e avevo scarponi da pista, un paio di K2 Seth Vicious da 189 cm e i Marker Baron, le pelli non le avevo e quindi le avevo noleggiate (ovviamente piccole strette e vecchie) e a tornare poi su al Col des Flambeaux ero sfinito.
L’anno successivo ho cambiato attrezzatura alleggerendomi un po’ e l’incontro con Mattia (Varchetti) e Pietro (Marzorati) ha dato inizio ai giochi.

Davide Terraneo scende la Nord-ovest del Céngalo, con la mitica Nord-est del Badile sullo sfondo (foto Alberto de Bernardi)
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Qual è la cosa più difficile nello sciare una parete ripida?
La cosa più difficile secondo me è andare nel momento giusto. Il momento giusto è composto da due aspetti: un aspetto è legato alla parete stessa, ci devono essere le giuste condizioni climatiche e nivologiche sia sulla parete che nell’avvicinamento ad essa, e l’altro aspetto è legato alle proprie capacità psico-fisiche, che devono essere al top in quel determinato momento.

Tu e i tuoi compagni avete esplorato molto le Alpi Centrali (mi vengono in mente la discesa del Pizzo del Ferro oppure il canale nord-ovest della Forcola di Sciora): perché pensi siano così poco frequentate? Hanno qualcosa da invidiare a massicci più famosi come quello del Monte Bianco?
Le Alpi Centrali sono luoghi scomodi. Spesso si deve partire dal fondovalle con sci e scarponi nello zaino, e gli avvicinamenti non sono mai semplici. Ma penso che la scarsa presenza di informazioni su internet sia il fulcro di tutto ciò. L’anno successivo alla nostra ripetizione del canale nord-ovest della Forcola di Sciora c’è stata una decina di visite in meno di due mesi, ed è un canale che è alla vista di tutti, perché quando si passa dal paesino di Bondo è impossibile non vederlo. Noi lo abbiamo notato andando a fare scialpinismo in Engadina e dopo averlo sbinocolato un paio di volte dalla strada ci siamo andati. Per le altre due discese, la Nord-ovest del Pizzo del Ferro e la Nord-ovest del Céngalo, la musica cambia un po’. Sono linee nascoste che prevedono avvicinamenti pericolosi. Il bosco dell’Albigna con la presenza di neve è veramente un postaccio. Il ghiacciaio del Céngalo seppur piccolo è un posto abbastanza agghiacciante e unito ai crolli degli anni passati e alla parete nord-est del Badile che scarica sempre qualcosa ai primi raggi del sole, non invogliano molte persone a frequentare questi posti.

A livello tecnico e di ingaggio sono discese che non hanno nulla da invidiare a quelle del massiccio del Monte Bianco, sono ambienti selvaggi e assolutamente non frequentati nella stagione fredda. Certo, di qua ce ne sono 3 di opzioni e di là 300, basta pensare alle possibilità del solo bacino d’Argentière. Il Monte Bianco è e rimarrà per sempre il top per tutte le attività alpinistiche e lo sci. Però tutti sappiamo che è molto frequentato, c’è a chi questa cosa piace e a chi no.

Davide Terraneo, ski ripido sulla Nord-est della Grivola, subito dopo il traverso (foto Andrea Bormida)
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Sempre rimanendo nelle Alpi Centrali hai sciato la parete simbolo: la Nord del Disgrazia(prima ripetizione dopo la discesa di Bianco Lenatti). Come è nata l’idea di andare a provare quella discesa? Immagino sia stata un’avventura incredibile, è andato tutto bene o avete avuto qualche “momento no”, qualche piccolo intoppo?
La prima volta che ho sentito parlare della Nord del Disgrazia era il 2009, e stavo salendo al Piz Palù assieme ai miei amici, che mi dicevano che il gestore della Marco e Rosa (il mitico Bianco) l’aveva scesa con gli sci. Qualche anno più tardi è comparso un video su youtube di quella discesa e da allora è scattato il meccanismo in me. Ad aprile 2013, dopo aver saputo della discesa di Bruno Mottini sulla Nord del Roseg, ho iniziato subito a pensare a questa parete, che in linea d’aria non è tanto distante. Dopo due settimane con qualche precipitazione io Matteo Tagliabue (Teo Taglia) e Mattia (Mattia Varchetti), ci siamo presentati a Chiareggio alle 17.30 e come muli abbiamo raggiunto il bivacco Oggioni alle 23.30 di sera sotto una luna piena da favola e completamente soli. Un’esperienza bellissima. Il giorno dopo è filato tutto liscio, temperature e neve erano perfetti. La successiva risalita all’Oggioni e la discesa poi fino al rifugio Porro in 40 cm di neve marcia sono stati il colpo di grazia per le nostre gambe. Ma è giusto così, le cose vanno guadagnate.

Davide Terraneo sta battendo traccia sulla Nord del Disgrazia (foto Matteo Tagliabue)
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Una domanda più riflessiva… credo che il momento più bello sia guardare la parete dopo averla sciata, avere la sensazione di sentirsi al sicuro. Nonostante i rischi e le paure perché continui a sciare pareti e canali ripidi? Cosa trovi in quel momento in cui sei fuori dal pericolo e guardi le tue tracce che “dipingono” la parete?
Concordo pienamente con quello che hai scritto. Voltarsi a guardare le proprie tracce a fine discesa è probabilmente il momento più bello, non in quanto conquistatori di qualcosa, ma perché abbiamo le chiappe finalmente al sicuro. Tutte le tensioni svaniscono, come accade in tutte le avventure in montagna con i propri amici. Continuo a sciare queste pareti perché mi piace molto il gesto tecnico della curva su certe pendenze, mi piacciono le curve controllate, fatte bene, con calma e una in fila all’altra. C’è chi prova adrenalina con la velocità o con cliff e drittoni, io preferisco provarla cosi. E poi penso che sia l’anello che chiude il cerchio: scendere con gli sci dalla parete che prima si è salita con ramponi e piccozze. Per me questo è il massimo che posso avere da tutte le attività legate alla montagna.

Lo sci ripido si basa molto sul “carpe diem”, sull’aspettare il momento giusto e poi andare. Qual è l’allenamento migliore? Quando capisci di essere “pronto”?
Per l’allenamento fisico non penso ci sia un’unica ricetta. Bici corsa palestra scialpinismo va bene qualsiasi cosa, basta usare le gambe. Per l’allenamento psicologico trovo molto aiuto nell’arrampicata (visto che non si può sciare tutto l’anno purtroppo), che mi aiuta sempre a mantenere la calma e la concentrazione. Poi nella prima curva si è sempre abbastanza impietriti, anche con tutto l’allenamento al mondo. Le prime volte faticavo tanto a passare dall’assetto di salita a quello di discesa, perché magari stai quattro ore con uno scarpone largo che poi subito dopo diventa stretto oppure agganci gli sci, hai pellato per ore alzando il tallone e adesso il tallone è fisso, e subito ti trovi a fare una curva su un pendio ripido ed esposto senza riscaldamento. Sono cose che magari che dall’esterno sembrano banalità invece possono creare dei problemi se non si è un po’ abituati. Non amo mai a inizio stagione partire sempre con discese difficili, mi piace arrivarci gradualmente verso aprile-maggio. Ma questo è un mio “difetto”, a ogni stagione ci metto sempre un po’ a carburare.

Davide Terraneo (a ds) fuori dalla funivia (Entrèves), con Mattia Varchetti dopo la discesa della Nord della Tour Ronde
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Hai avuto dei “miti”? dei personaggi che ti hanno ispirato?
Io penso che i miti nella vita siano i pionieri (e non vale solo per la montagna). Poi sono capaci tutti di imitare e scopiazzare. I veri miti sono quei personaggi famosi degli anni ‘70 e ‘80 che noi tutti conosciamo, senza citarne nomi e cognomi. I personaggi che mi hanno ispirato non sono di certo loro. Vedere foto di Stefano De Benedetti che scia la Delmastro-Pol sulla Nord-ovest della Roccia Viva più che ispirare, crea terrore. Nell’estate 2006 mi è capitato di stare a Courmayeur qualche giorno e volevo salire con le funivie sul Bianco a fare il turista. Guardando gli orari delle tariffe sul sito internet delle funivie, mi sono imbattuto in foto spettacolari di canali, ecc. Erano i ragazzi di snowhow. it, Davide, Francesco, Jimmy e Stefano. Loro sono stati la mia ispirazione. Loro che sciavano quei canali che tanto mi ricordavano quelli del mio Groppera. È da lì che è nato tutto ed è per questo che poi le prime uscite sono avvenute in quel massiccio.

Quali sono i tuoi prossimi progetti, hai altri sogni in particolare?
Uno c’è l’ho ma non te lo posso dire… Scherzi a parte, purtroppo in questo sport viviamo di sogni che non dipendono solo da noi. Per quanto possiamo allenarci e dedicarci alla disciplina, certe volte ci vuole qualche botta di fortuna da parte di Madre Natura. Ma l’importante è sciare. Quest’estate con diversi amici sono andato più volte ad Alagna, ho preso la funivia, e mi sono fatto dei bellissimi giri verso la capanna Margherita e le varie cime li intorno, in totale armonia (l’ultimo il 23 di agosto). Mi sono divertito tantissimo e penso che lo rifarò più che volentieri.

In questo periodo un tema caldo è l’eliski, che opinione hai a riguardo? E riguardo alla nuova legge che prevede obbligo di ARTVA-pala-sonda?
La mia posizione in tema eliski è la seguente: non pratico eliski e non mi dà fastidio fare scialpinismo e sentire un elicottero nei paraggi. Certo ci vogliono delle regole ferree, e non all’italiana, per gestire la faccenda. Non è un tema facile e non penso che questo sia il luogo adatto per parlarne.

Per la legge sugli ARTVA, ecc., idem come sopra. Va affrontata in altre sedi e non mi sento di esprimere un mio giudizio nero su bianco in un’intervista.

Monviso – Couloir Coolidge, Davide Terraneo appena sotto la Corda molla (foto Matteo Tagliabue)
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Il numero degli sciatori “ripidi” è aumentato notevolmente negli anni, su alcune discese del Monte Bianco si contano spesso decine di sciatori (mi viene in mente la Mallory): è migliorata la tecnica o sono migliorati gli sci che permettono a sempre più persone di poter osare discese al limite?
Il vero problema del sovraffollamento è nato da facebook e i vari siti dove si recensiscono le gite. Sono loro a causare queste cose, che a mio giudizio sono inconcepibili. Non penso che in 4-5 anni la gente abbia imparato a sciare meglio. La tecnica non è migliorata, anzi è peggiorata. Anche qua è successo la stessa cosa con il fuoripista e lo scialpinismo, con attrezzature più facili, leggere e performanti sono arrivati un po’ tutti, anche chi non ha una tecnica adeguata. La differenza con l’arrampicata è che chi non ha una tecnica adeguata o il grado, certe vie non le farà mai. Qua le cose non stanno cosi, c’è molta gente, anche famosa, che si cimenta in discese che non sono minimamente alla sua portata… eppure arriva in fondo sulle proprie gambe. Penso in generale che tutte le attività in montagna siano svolte al giorno d’oggi da molte persone con troppa superficialità, leggerezza e poco rispetto.

Ti senti più vicino al mondo del freeride o ti senti di più un alpinista? La “conoscenza alpinistica” aiuta nel ripido?
Mi sento sciatore. Che sia freeride o skialp o ripido va sempre bene tutto… basta che non sia fondo! Certo bisogna anche essere alpinisti per affrontare pareti con un certo margine di sicurezza, ma non è strettamente necessario. Io ho iniziato ad arrampicare proprio per questo (e adesso mi piace molto a differenza di anni fa). Mi sono avvicinato alla montagna con gli sci e poi mi sono completato con tutto il resto.

Quale pensi sarà il futuro di questo sport? Alcuni stanno mischiando la velocità e la fluidità del freeride al ripido (Sam Anthamatten, Xavier de la Rue) pensi sia possibile su ogni parete?
E’ uno sport senza futuro, dato che già il limite massimo è stato raggiunto dai pionieri e già Toni Valeruz ha inserito il concetto di velocità nelle sue discese.

Anthamatten è un alieno. Già prima che uscissero gli ultimi film girava (e gira ancora) un video dove scia la Nord del Breithorn con una sicurezza e una padronanza mostruose. La cosa poi si è evoluta ed è sfociata in questo tirar linee sul ghiaccio e seracchi che personalmente non mi piace. Come non mi piace lo stile di De la Rue, alla fine arriva in cima e sceglie le gite affidandosi alle competenze di altri e questo vuol dire togliersi una bella fetta di lavoro sporco. Poi anche lui è un alieno a livello tecnico e questo non si discute, ma per me conta di più lo stile di come si affronta tutto, salita, discesa ma soprattutto la programmazione dell’itinerario.

Davide Terraneo in partenza all’alba per la discesa della Nord del Disgrazia, dietro è il bivacco Oggioni. (Foto Matteo Tagliabue)
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Un’ultima domanda: una volta le pareti venivano sciate con la neve dura, primaverile. Adesso molti aspettano la neve fresca. E tu? La neve fresca non comporta maggiori rischi?
Ho fatto discese sia con polvere profonda sia su neve molto dura. Il rischio di sluff, placche e accumuli quando c’è molta neve è un problema serio. Se uno sluff di neve ti prende su pendenze elevate ti tira giù, non ci sono storie. Sciare su neve morbida aiuta un po’ di più dal punto di vista psicologico, ma se uno sa curvare sulla moquette curva benissimo anche sul duro. In genere a nord si trova sempre neve più bella, ma quando si affrontano le altre esposizioni, bisogna tener conto che si troverà della neve trasformata, dura, crostosa, ecc. Quindi bisogna saper affrontare anche questo tipo di nevi. Per i miei gusti personali la neve migliore è la polvere pressata, o in primavera quei 4-5 cm di neve rigelata, ammorbidita poi al mattino dal sole.

E ora permettimi, caro Giacomo, di approfittare di questa chiacchierata per ricordare Matteo Tagliabue ed Enrico Broggi, scomparsi tragicamente in Perù il 30 maggio 2014.

Enrico era un ragazzo buonissimo, disponibile e simpatico. Non l ‘ho mai visto una volta arrabbiarsi con nessuno, aveva sempre il sorriso sulle labbra e la sua casa era sempre aperta a tutti. L’ho conosciuto tardi e non abbiamo condiviso molto insieme, ma la sua bontà mi ha subito colpito. Teo… Teo… Teo per me era più di un fratello, se fosse stato donna evidentemente saremmo già sposati (e anche divorziati). La montagna è venuta solo dopo tra di noi, il liceo, le vacanze insieme d’estate, le feste in piscina da imbucati e le discoteche, ne abbiamo combinate di tutti i colori. L’alpinismo ci ha unito ancora di più e in quasi tutte queste avventure è stato mio compagno. Non penso che ci sarà un’altra persona al mondo che potrà mai colmare il vuoto che ha lasciato in me. Ciao Teo, ciao Enrico, ciao amici miei.

LISTA DI ALCUNE DISCESE di DAVIDE Gerry TERRANEO:
Monte Bianco, Tour Ronde – parete nord.
Arolla, Pointe de Vignettes – couloir est
Forni, Gran Zebrù – canale delle Pale Rosse
Val di Susa, Rocciamelone – parete sud
Brenta, Cima Tosa – canalone Neri
Orobie, Pizzo di Coca – parete ovest
Mont Velan – couloir Centrale
Presanella – parete nord, via Grandi
Busazza – parete nord, via Pfeiffer Reif
Bondasca, Forcola di Sciora – canale nord-ovest, prima ripetizione
Bondasca, Pizzo Céngalo – parete nord-ovest, probabile prima salita e prima discesa in sci
Monte Disgrazia – parete nord, prima ripetizione
Albigna, Pizzo del Ferro Orientale – parete nord-ovest, prima discesa in sci
Monviso – couloir Coolidge Integrale (una sola doppia)
Gran Paradiso – parete sud, Stairway from Heaven
Becca di Gay – parete nord, prima ripetizione
Grivola – parete nord-est, Via Crétier
Monte Rosa, Lyskamm Orientale – parete nord, via Neruda/Welzenbach

Davide Terraneo a bomba nel canale nord-ovest della Sciora con Badile e Céngalo sullo sfondo (foto Matteo Tagliabue)

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