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Alex Honnold: riflessioni dopo la morte di Dean Potter

Alex Honnold: riflessioni sul rischio dopo la morte di Dean Potter
(tradotto da time.com del 28 maggio 2015)

Il 16 maggio 2015, nel parco nazionale dello Yosemite, Dean Potter e l’amico e compagno Graham Hunt sono rimasti vittime di un incidente di BASE-jumping con la tuta alare.

Ho appreso della tragedia quasi subito da un amico in comune e ho passato tutto il giorno dopo in stato di shock. Non ci volevo credere.

Dean, che aveva 43 anni, tra i climber degli States era stato per almeno 20 anni uno dei più conosciuti e dei più fantasiosi. La sua morte ha suscitato grande eco nell’informazione e sui social. Quasi tutti quelli che arrampicano hanno postato almeno qualcosa in omaggio a Dean, perché per tutti noi lui era davvero qualcuno. Eroe della mia adolescenza, era il simbolo di quanto di più fico c’è nel mondo dell’arrampicata.

Potter-9c8b251ac865012ff6215c5b0a33ea3fL’avevo visto per la prima volta in Masters of Stone V, un film della vecchia scuola di arrampicata che mostrava il suo nuovo stile nello scalare da solo le grandi pareti. Si vedeva un uomo dall’aria spavalda che scorrazzava sulle più grandi pareti dello Yosemite avendo con sé solo il minimo di equipaggiamento.

Io, che scalavo solo su plastica, pensavo che quello che faceva lui era impossibile e affascinante. Arrivai a conoscerlo gli anni dopo, in occasione di qualche serata o evento: poi, sebbene raramente ci fossimo legati assieme, lo vedevo spesso in giro. La notizia dell’incidente è stata una bastonata, solo poco tempo prima avevamo cenato assieme in Yosemite.

Alla sua morte ci sono state le reazioni più diverse, si è passati dal profondo rispetto per un uomo che ha influenzato come un gigante il suo sport al disprezzo senza controllo per uno che ha gettato via la sua vita, pronto a sperperare quel che abbiamo di più prezioso per la prossima adrenalinica avventuretta. Molti si sono chiesti che senso aveva, o quanta follia, il prendersi dei rischi simili. Questi pensano che Dean fosse posseduto da un egoismo mostruoso per dare un dolore così alla sua famiglia e agli amici. La critica più comune dice pressappoco “era suo dovere restare vivo, per gli altri”.

Questi commenti mi amareggiano assai, perché ignorano quanta concentrazione e quante energie Dean investisse nella sua arte.

Nessuno passa venti anni di vita a fare sport al limite se è un drogato di adrenalina. I più l’hanno solo visto arrampicare o volare nei filmini di YouTube senza avere la più pallida idea degli anni passati ad allenarsi. Dean aveva al contrario un atteggiamento riflessivo e prudente, affrontando le nuove imprese solo dopo averci pensato molto ed essersi preparato alla perfezione fisica e psichica.

Qualcuno ha argomentato che è immorale rischiare la vita, tralasciando che molti altri rischiano la vita tutti i giorni con diete e stili di vita pazzeschi.

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Avevo 19 anni quando mio padre è morto per un infarto. Aveva solo 55 anni e, professore universitario, conduceva uno stile di vita che si potrebbe definire del tutto tranquillo. Ma era sovrappeso, e le malattie di cuore sono un problema della nostra famiglia. Senza riguardo ai rischi che ci assumiamo, tutti noi consideriamo la fine come un evento che arriva troppo presto, anche se nella vita bisognerebbe prestare più attenzione alla qualità che alla quantità.

I suoi obiettivi erano quelli di un visionario, poco pratico e non realista. Dean era devoto alla sua ricerca. L’essere completamente dedicato a essa è ciò che gli ha permesso per quasi venti anni di praticare quegli sport. La sua morte mi ha ricordato che devo riflettere con molta attenzione sulle mie prossime scelte. Nell’arrampicata, ma anche in tutta l’avventura, c’è una costante tensione tra il voler spingersi verso l’ignoto e il non andare troppo in là. Il meglio che possiamo fare è riconoscere con molta cura quella sottile linea. Dean faceva le sue scelte a occhi ben aperti. Sapeva di correre rischi, ma lo stesso inseguiva i suoi sogni. Quanti di noi rimasti vivono con quel genere di intenti?

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Requiescat In Pace
di Emilio Previtali
(facebook, 22 maggio 2015)

Quando ho letto di Dean Potter sono rimasto male ma sapevo che il peggio doveva ancora arrivare. Sapevo che avrei dovuto leggere tutti quei RIP che non vogliono dire niente, di solito quando muore uno tra non dire niente e dire RIP, secondo me, è meglio non dire niente. Invece a tanti inspiegabilmente vengono sempre fuori quelle tre lettere lì, in maiuscolo. RIP. Fantasia. E va beh. Sapevo soprattutto che avrei dovuto fare i conti con il fatto che l’altro, l’amico di Dean, quello che se ne è andato con lui (aveva anche un nome, si chiamava Graham) sarebbe stato ignorato. Di lui quasi nessuno ha detto niente. Come non fosse esistito. Uno con cui ti butti di notte da una parete con una tuta alare non può che essere un tuo amico o qualcosa di più o del genere. Ehi, fratello, se sei amico di Dean, devi essere anche amico del suo amico. Una birra all’amico di Dean al bar, avresti trovato il coraggio di non offrirla? Per lui manco un RIP, hai speso. In questi giorni mi sono rifugiato nell’idea del cane che vola, in quelle immagini che ho visto qualche decina di volte sempre chiedendomi se al mio cane, alla Milla, piacerebbe fare una cosa del genere. Un volo insieme a me con la tua alare, le ho chiesto l’altro ieri: Milla, ti piacerebbe? Io e te soltanto. Lei mi ha guardato e leccato, credo volesse dire sì. O forse di no. Forse voleva dirmi Ma sei scemo? I cani non parlano. Non scrivono. Meglio così. Almeno quando muori non corri il rischio che vengano fuori con un RIP.

(NdR: Previtali è stato almeno parzialmente contraddetto grazie a questo articolo: http://www.outsideonline.com/1982461/remembering-graham-hunt)

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