Posted on Lascia un commento

Un’intervista del 1990

Sono passati quasi ventisei anni da questa intervista e qualcosa è cambiato sul fronte dell’ambientalismo montano. C’è meno fiducia nelle associazioni (almeno in quelle nazionali) e c’è qualche risultato in più per ciò che riguarda i rifiuti. Almeno questo risultato l’abbiamo ottenuto: cambiare le coscienze nella gestione di ciò che rifiutiamo. Con il rischio di avere un mondo asettico.

Sono cambiato pure io, perché ora ritengo che a un certo punto della nostra vita, dobbiamo tutti domandarci: – Quanta spazzatura è in me?
Inabissarsi nella voragine nostra interiore alla ricerca dei propri rifiuti profondi è l’unico antidoto alla malattia di un pensiero raziocinante e sociale che vuole un mondo asettico. Il pensiero, dove ha appena spazzato e disinfettato, sporca già solo con il proprio passaggio. Che sia orizzontale o verticale.


Un’intervista del 1990
di Gianni Sartori

Per la serie “un altro alpinismo era possibile?” ho ripescato questa antica intervista ad Alessandro Gogna risalente a un incontro pubblico con Mountain Wilderness a Predazzo. Alessandro parlava per conto dell’associazione, ed era il luglio 1990.

Naturalmente lo conoscevo di fama e per aver letto il suo Un Alpinismo di Ricerca, ma fu una piacevole scoperta confrontarsi con la sua coscienza ambientalista (e, da quanto mi disse in seguito, non solo in Montagna: andava regolarmente a lavorare, nella sua casa editrice milanese, la Edizioni Melograno, in bicicletta). Non so se nel frattempo abbia cambiato qualche idea, se sia arrivato a qualche compromesso con il sistema di sfruttamento delle montagne che le sta trasformando da un lato in parco-giochi dall’altra in discarica (anche, o soprattutto, esistenziale…). In ogni caso il valore di questa testimonianza rimane, a mio avviso, esemplare per coerenza e radicalità. Alessandro Gogna ha recentemente organizzato (ricordo che siamo nel 1990, NdA) Free K2, la prima spedizione internazionale, voluta e organizzata da Mountain Wilderness, per liberare il K2 dalle tonnellate di rifiuti e dai chilometri di corde fisse che ne umiliano il fascino. Nonostante i molteplici impegni, il grande alpinista si rivela disponibile, gentile. Data l’ora piuttosto tarda, premette soltanto che avrebbe intenzione di cercar di dormire almeno un paio d’ore. Lo aspetta infatti una levataccia. Domani alle quattro (del mattino) parte per le Tre Cime di Lavaredo dove Mountain Wilderness ha in programma l’ennesima azione dimostrativa contro la strada a pedaggio. E precisa: “Contro la strada in quanto tale, indipendentemente dal pedaggio”. Che fare contro questo degrado galoppante? In che modo i sinceri amanti della Montagna si possono opporre alla distruzione dell’ambiente alpino? Alessandro Gogna insiste su un concetto che poi riprenderà varie volte nel corso della chiacchierata: occorre innanzitutto “dare una svolta, invertire l’attuale tendenza sperando di arrivare a toccare la mente e il cuore di quanti dicono di amare la Montagna e la Natura”. Mountain Wilderness è un’associazione internazionale che riunisce alcune migliaia di alpinisti ed escursionisti di Grecia, Francia, Italia, Catalunya… in difesa delle Alpi, dell’Olimpo, dei Pirenei. Alessandro racconta di aver trovato un alto grado di coscienza ambientalista tra i catalani. Del resto ve ne sono molti anche tra i militanti di Greenpeace (di cui Mountain Wilderness sembrerebbe essere un po’ l’omologo montano), proprio tra quelli impegnati negli arrembaggi dimostrativi contro i navigli intenti a scaricare in mare rifiuti tossici o contro le baleniere attrezzate per massacrare inermi cetacei in via di estinzione.

Suscita preoccupazione in particolare la rapidità con cui stiamo distruggendo e violentando le Alpi, dove è quanto mai urgente “difendere tutto quello che c’è ancora da difendere”. Le minacce per l’ambiente alpino sono molteplici. Vanno dal degrado ambientale genericamente inteso alle piste da sci; dalle nuove strade al dilagare del cemento; dall’uso indiscriminato di mezzi meccanici (auto, elicotteri, moto…) alle tonnellate di rifiuti abbandonati dagli escursionisti, fino alle vere e proprie discariche in prossimità di rifugi, bivacchi, stazioni delle seggiovie. Gli chiedo in che cosa consista l’iniziativa programmata per il giorno successivo, alle Drei Zinnen. “Quella prevista per domani – mi spiega – è per noi una scadenza molto importante. Assieme all’organizzazione degli ambientalisti ladini, S.O.S. Dolomites, abbiamo indetto una manifestazione contro la strada che dal Lago di Misurina va al soi-disant “Rifugio” Auronzo. Attualmente si calcola che in soli due mesi, quelli di maggior afflusso, venga percorsa da 80.000 (ottantamila!) auto. Cercheremo di occupare la sede stradale dalle sette in poi e cercheremo, discutendo e volantinando, di spiegare alla gente le ragioni della nostra iniziativa”. Per la cronaca: il giorno dopo Alessandro e compagni sono stati presi in contropiede dalle autorità che, astutamente, hanno provveduto a chiudere (solo temporaneamente, chiaro) la strada. Domando quali siano state le iniziative precedenti di questa dimostrazione contro “l’autostrada di Lavaredo”. “Tra quelle che hanno suscitato maggior scalpore vanno ricordate senz’altro l’iniziativa per ripulire la Marmolada e la spettacolare azione diretta sul Monte Bianco contro la Funivia dei Ghiacciai”. Inoltre, sempre in collaborazione con S.O.S. Dolomites, Mountain Wilderness ha caldamente contestato il cosiddetto 200° anniversario della “scoperta” delle Dolomiti. Per Gogna il 200° anniversario è stato un significativo esempio di come la provincia di Trento consideri iniziative culturali quelle che in realtà contribuiscono a ridurre l’ambiente dolomitico alla stregua di un Luna-Park, a un immenso e grottesco “divertimentificio”. I finanziamenti potevano venir usati molto più intelligentemente per arginare il degrado, per recuperare testimonianza delle autentiche tradizioni culturali dell’area dolomitica. Della stessa opinione sono i Ladini, l’antico popolo di queste montagne. Ecco quanto scrivevano in un manifesto firmato Ambientalis Ladinus de la Dolomites: “A 200 anni dalla scoperta di Dolomieu, le amministrazioni provinciali e locali di Trento, Bolzano e Belluno festeggiano le Dolomiti a parole mentre, anno dopo anno, le distruggono coi fatti. Le Province Autonome di Trento e Bolzano permettono e spesso finanziano la continua costruzione di nuovi impianti di risalita, di piste da sci e strade con forte impatto ambientale, di ampi parcheggi in quota, ecc. La regione Veneto addirittura li realizza in proprio mediante la Canal Grande S.p.A. “Anche da parte degli alpinisti – precisa Gogna – esistono comunque delle colpe specifiche. In sostanza la comunità degli alpinisti dovrebbe considerarsi responsabile di quanto sta avvenendo tra le nostre montagne. Dovrebbe riconoscere i problemi che magari involontariamente ha provocato all’ambiente alpino, pubblicizzando e spettacolarizzando, con l’obiettivo di partenza del solo far conoscere la montagna”.

Ghiacciaio della Marmolada, alla ricerca del polietilene espanso (1988)
Ghiacciaio della Marmolada, alla ricerca del polietilene espanso
E continua: “E’ anche “merito” degli alpinisti se interi gruppi montuosi hanno perso la loro aureola di fascino, di mistero…”. Ma almeno, si spera e si presume, alpinisti ed escursionisti si arrampicano, camminano, sudano insomma. E il sudore, come è noto, diversamente dal gasolio e dalla benzina, non inquina. Per quelli di Mountain Wilderness bisognerebbe imparare a saper distinguere tra una esperienza vera e una esperienza falsa, mercificata, che si può comprare preconfezionata. Sempre sul Monte Bianco, Gogna ricorda il via vai continuo e ossessivo degli elicotteri impegnati a girare spot pubblicitari riprendendo questo superbo archetipo di freschezza, candore, vacanze invernali, ecc. Immagini di sicuro rendimento dal momento che si prestano a pubblicizzare le mentine come i pannolini, l’acqua minerale come gli assorbenti, i detersivi come la D.C. (l’intervista risale al 1990, ricordo, e c’era ancora l’odiosa Democrazia Cristiana, NdA).

La Marmolada, vetta più alta dell’area dolomitica, venne chiamata “La Regina”. Al ghiacciaio del versante settentrionale fa da contraltare la vertiginosa parete calcarea del lato meridionale; un bastione roccioso lungo alcuni chilometri e alto fino a 900 metri. Oltre che di fondamentali imprese alpinistiche fu teatro di aspre battaglie nel 1915-1918. Oggi è diventato lo scenario di un indecente degrado ambientale che sembra non volersi più arrestare. Lungo i percorsi si potrebbero raccogliere barattoli a quintali ma questo in fondo è un male minore se pensiamo a cosa scorre nelle viscere del non più incontaminato ghiacciaio. Chi ha fatto la sconsigliabile esperienza di cadere in un crepaccio nel periodo estivo (quando può passare parecchio tempo senza che una provvidenziale nevicata intervenga a imbiancare) può confermarlo. Magari ne sarà uscito indenne grazie alla prontezza di spirito dei compagni di cordata, ma sicuramente “onto” da far schifo; ricoperto da smog, catrame e robaccia del genere. Se l’emozione del momento gli avrà consentito di dare un’occhiata disincantata sul fondo avrà avuto modo di scorgervi inequivocabili chiazze di idrocarburi. Provare per credere! L’operazione “Marmolada Pulita” (tra luglio e settembre 1988) non era senza precedenti. Già negli anni Settanta un gruppo di volontari si era “fatto carico” (in tutti i sensi) di riportare a valle decine e decine di sacchi di spazzatura. Tutta roba raccolta nei pressi del Bivacco Dal Bianco. A tale proposito ci sarebbe da segnalare un fatto che la dice lunga sul livello di coscienza dell’alpinista medio. Gogna racconta che dietro la porta del bivacco c’era un avviso che invitava i “signori alpinisti” a gettare i rifiuti nel canalone ovest (dove erano meno visibili) invece che in quello est, come avveniva regolarmente. Intervento personale: osservo che l’indicazione “RIFIUTI” con relativa freccia per indicare il crepaccio, l’inghiottitoio o la dolina dove lasciare impunemente i propri rifiuti è ancora assai diffusa; dai Bivacchi delle Pale di San Martino al Becco di Filadonna, dai rifugi del Sella alle pendici dei colli di Lumignano. Esempio macroscopico, quest’ultimo, di quali conseguenze deleterie può comportare per un ambiente naturale particolare la sua “valorizzazione” alpinistica.

Torniamo alla Marmolada. Quella dell’88 venne definita “una faticaccia, ma per fortuna siamo stati assistiti dal tempo”. Ci sono voluti alcuni voli con l’elicottero (“con il senno di poi – commenta Gogna – si sarebbero potuti utilizzare i muli”) per portare a valle l’ingente quantità di “scoasse” raccolta dai volontari. Oltre a quello del trasporto resta aperto il problema dello smaltimento dei rifiuti. “Sarebbe una buona cosa poter adottare in futuro la raccolta differenziata” afferma l’eco-alpinista. Infatti i militanti di Mountain Wilderness sono consapevoli che questo è solo un aspetto del problema ben più vasto e complesso; che non basta certo ripulire qualche canalone per dire di aver risolto la questione dell’inquinamento. “D’altra parte bisogna pur cominciare, in un modo o nell’altro. Noi cominciamo da ciò che ci è più congeniale, da quello a cui ci sentiamo più legati, dalle montagne. Cominciamo dall’alto…”.

Marmolada, vallone d’Antermoia, 1988 (i rifiuti sono stati rimossi solo nel 2000)
Marmolada, vallone d'Antermoia, 1988

Sulla Marmolada Gogna e compagni verificarono come dagli scarichi della terza stazione della funivia fuoriuscissero mediamente 300 (trecento) litri giornalieri di una broda liquida costituita da acqua, scarichi di fogna, oli esausti, materiali petroliferi vari… pensate a cosa devono aver prodotto e scaricato vent’anni di ininterrotta attività della funivia. C’è, ben visibile, una striscia marrone larga 15 metri che solca tutta la parete sotto la terza stazione. In fondo poi si trova la discarica vera e propria. Qui lo schifo del consumismo si mostra in tutto il suo splendore. L’anno prima la discarica era già stata in parte ripulita da un gruppo di veneziani che si erano portati via qualcosa come 150 carichi. La quantità dei rifiuti comunque restava ancora enorme. Per una ulteriore indagine gli “aspiranti spazzini” hanno utilizzato la via dell’Ideale che risale lungo la parete e viene attraversata varie volte dal colatoio di liquame. Per “scrostare” dalla parete i rifiuti incastrati è intervenuta anche la Guardia di Finanza, le “Fiamme Gialle”. Naturalmente restano ancora appiccicati il petrolio, gli oli esausti minerali, ecc. “Devo dire che in questa circostanza, in questa battaglia ci siamo sentiti particolarmente soli. Abbiamo volantinato, cercato di coinvolgere la gente, gli utenti della funivia… ma quasi tutti se ne fregavano. Forse è proprio vero che in fondo amano di più la montagna quelli che non ci vanno”. Naturalmente non bisogna dimenticare che anche il lago artificiale (il Fedaia) e la relativa strada carrozzabile hanno alterato il microclima della Marmolada. Ma questo è ancora niente: un po’ dovunque il terreno roccioso è stato spianato per aprire piste da sci. Se il fondo della pista è piatto la neve dura di più e quindi le ruspe sono entrate in azione per eliminare le cunette e le asperità tipiche di un terreno calcareo carsico. Quello che ora si può “ammirare” è una specie di omogeneo deserto. Invece del caratteristico carsismo di superficie abbiamo delle vere e proprie ferite, strazianti da vedere e impossibili da rimarginare. Oltre alle ferite inferte all’estetica bisognerà considerare anche quelle di natura strettamente geologica. Su questo problema stanno indagando alcuni geologi di “Aquila Verde” legati a Mountain Wilderness. Come se non bastasse, per garantire ai turisti la pratica dello sci estivo, si sprecano risorse preziose. E’ incalcolabile la quantità d’acqua che viene sprecata con lo scioglimento della neve provocato dall’uso indiscriminato di sostanze sparse sulla superficie per renderla più “sciabile”. Anche questo, insieme all’azione dei gatti delle nevi, contribuisce a degradare ulteriormente il ghiacciaio.

Naturalmente Gogna e gli altri ambientalisti non hanno trascurato di occuparsi del famoso polistirolo espanso immesso nei crepacci. Come è stato accertato, fino a qualche anno fa c’era l’abitudine di riempire qualche crepaccio terminale con enormi quantità di polistirolo e poi far saltare con una piccola carica di esplosivo i bordi, così da coprire tutto e “far spessore”. Adesso il polistirolo percorre gli oscuri meandri sotterranei del ghiacciaio. Prima o poi tutto verrà risputato fuori, ma intanto, si rammarica quel sentimentale di Alessandro Gogna “niente è più come prima, l’incantesimo è rotto”.

Un’altra spiacevole sorpresa li attendeva nel Vallone d’Antermoia. Anche questo era stato trasformato in discarica abusiva. Dalla stazione della funivia Serauta scende un lungo tubo nero che riversa la solita brodaglia immonda. Nel canalone sottostante la prima stazione l’Amministrazione della funivia aveva evidentemente ritenuto di poter gettare di tutto, impunemente. Il canalone per tutta la sua lunghezza di circa duecento metri era completamente intasato da materiali eterogenei. Per una profondità che varia dai due ai tre metri. Questa discarica vera e propria si estende per circa 250 metri. Uno spettacolo apocalittico, circondato da pareti di roccia. Per altri 2-300 metri si continua a rinvenire materiale sparso; fino al limitare del bosco, dove è stato fermato dagli abeti; almeno per ora. “Qui finalmente abbiamo rinvenuto ingenti quantità del famigerato polistirolo. Evidentemente, dopo che la notizia del suo impiego come “riempitivo” ha cominciato a circolare, hanno ritenuto opportuno sbarazzarsene per la via più spiccia”. Gogna ha personalmente esplorato il canalone intasato di immondizie e rottami insieme a Reinhold Messner: “Abbiamo risalito e fotografato per un lungo tratto, finché non ci siamo resi conto del precario equilibrio del materiale incastrato e sospeso. Se cominciava a franare sarebbe venuto giù tutto; e noi con lui”. A questo punto comunque cominciavano a convincersi che quello di cui c’era maggiormente bisogno “non era un’azione di pulizia, ma piuttosto un’azione di polizia”: In effetti, grazie alle iniziative di Mountain Wilderness, c’è stata un’indagine della Pretura di Agordo in merito alle discariche della Marmolada e sulla faccenda del polistirolo. “Ma – commenta amaramente Gogna – è stata un’indagine pilotata”. Alessandro & C. si sono quindi premuniti. Lo schifo è ben documentato da centinaia di fotografie. Ironizza pure: “Tra l’altro ho scoperto che fotografare discariche è una cosa difficilissima, ma sto facendo pratica”. Ci tiene comunque a precisare che in fondo i rifiuti non sono nemmeno la cosa più grave. Si possono raccogliere, eliminare, riciclare… anche se poi tutto ritorna come prima. Prima di tutto bisogna opporsi all’idea che la Montagna sia qualcosa che si può comprare come al supermercato; opporsi anche all’idea di chi “la divide in due, per cui la parte bassa sarebbe meno interessante, da tagliare con la funivia così da arrivare subito e senza sforzo in alto. E’ un inganno di chi vende una immagine fasulla della montagna. Senza la parte bassa non ci sarebbe nemmeno quella alta”. Non si giudichi frettolosamente quest’ultima affermazione come banale o scontata. Fatta da uno come Gogna che la “parte alta” può dire di conoscerla come pochi è senz’altro degna di considerazione. Meditate. Del resto basta stare a osservare il comportamento di chi è arrivato sulla cima con le proprie gambe rispetto a quelli saliti in funivia (o in auto, quando c’è la strada). Con ogni probabilità troverete tra questi ultimi gli esuberanti raccoglitori di fiori e arbusti, i lanciatori di richiami e i portatori di apparecchi radio. Se l’eccesso di energie lo avessero impiegato per salire forse sarebbero più discreti e contemplativi. E più consapevoli.

Rifiuti al Pian dei Fiacconi, Marmolada, agosto 1988. Oggi da tempo rimossi.
10.09.1988, Operazione Marmolada pulita, Mountain Wilderness al Pian dei Fiacconi e Pian dei Fiacchi. Rifiuti

Gogna non perde l’occasione per un ulteriore richiamo alla responsabilità e all’impegno personale: “A volte, almeno in teoria, esiste già una precisa legislazione in merito. Vedi la legge Galasso sulle discariche. Che poi venga regolarmente applicata è un altro paio di maniche. Molte cose si potrebbero già impedire ma resta il problema della mancanza di una diffusa cultura ambientalista. La gente vede ma non si scompone. Non c’è quindi da meravigliarsi se poi l’autorità non interviene. In fondo abbiamo l’Amministrazione che ci meritiamo”. E insiste: “E’ importante che cambino le coscienze”. Come esempio piccolo ma significativo di un indispensabile cambio di mentalità cita la scritta (ben diversa da quella del bivacco Dal Bianco) che si può leggere presso un rifugio degno di questo nome nelle Apuane, il rifugio Rossi, sopra a Castelnuovo di Garfagnana: “Questo rifugio non ha cestino della spazzatura”: Edificante, direi. Si dichiara senza equivoci che “i rifiuti ognuno se li porta a valle, da dove sono venuti”. “Dobbiamo smetterla di considerare i rifugi come servizi”. Infatti la natura dei servizi è tale per cui tendono costantemente a svilupparsi, a migliorare in efficienza, volume, comodità… (“a parte quelli pubblici urbani – osserva Gogna polemicamente e acutamente – che sembrano invece peggiorare…”). Le richieste di un certo tipo “da parte di chi non sa rinunciare alle sue comodità e abitudini nemmeno per qualche giorno, quasi costringono chi gestisce i rifugi a migliorare la qualità delle prestazioni”. E’ il caso dell’attuale tendenza generale al raddoppio che, automaticamente, comporta il raddoppio dell’impatto ambientale. Con l’aumento della capacità di ricezione, delle “comodità”, i rifugi stanno diventando alberghi, ristoranti. Stanno snaturando la loro funzione e stravolgono, violentano ulteriormente l’ambienta alpino. Può capitare che perfino da un onesto bivacco si decida, dalla mattina alla sera, di ricavare un albergo d’alta quota. Qualcosa del genere è accaduto qualche anno fa anche sulle Pale di San Martino. Con la stessa logica, la mulattiera diventa strada asfaltata, la baita casa per le vacanze e il “punto panoramico” dove si giungeva stanchi, sudati, magari sfatti oggi è a portata di mano con la seggiovia. Una logica perversa che, mentre apparentemente va incontro alle esigenze della gente, non fa altro che snaturare il rapporto con la montagna. E permette agli operatori del settore di realizzare congrui profitti. Incalcolabili sono invece i costi, sia ambientali che culturali. Il profeta della “wilderness” incalza: “Ecco perché sostenevo che in fondo quello dei rifiuti è solo l’aspetto esteriore della questione. Magari si potrebbe anche risolvere utilizzando appositi furgoncini per le immondizie. Ma anche lo smaltimento non risolverebbe il vero problema, quello di una sempre maggiore antropizzazione, di una vera e propria urbanizzazione sistematica dell’ambiente montano. In particolare di quello dolomitico. Pensiamo all’incremento costante dell’indotto che gira intorno ai rifugi. Vedi il caso del Vajolet, se di rifugio si può ancora parlare…”. “Il problema è ancora quello di riuscire a cambiare la mentalità di chi va in montagna. Per questo sostengo che quando riusciremo a chiudere una sola funivia quello sarà un segno di cambiamento radicale, di inversione di tendenza. Perché sarà cambiata la coscienza della gente”. A questo punto, inevitabilmente, pongo una questione: “Ma come potranno allora andare in montagna le persone con una qualche disabilità?”. Per Alessandro Gogna si tratterebbe di un “alibi ipocrita”, posto in genere da chi difende altri interessi e degli handicappati sostanzialmente se ne frega e pensa ai suoi profitti, di chi si ricorda di loro soltanto quando fanno comodo: “In città non li mettono nemmeno in condizione di poter prendere la metropolitana, di poter entrare in un negozio… l’ambiente urbano è saturo di barriere architettoniche, discriminanti e nessuno, o quasi, si preoccupa di abolirle”. La chiusura di una funivia alla fine danneggerà soltanto chi sfrutta la montagna. In compenso sarà una testimonianza tangibile dell’auspicabile “rivoluzione culturale”. “La gente avrà compreso che oggi come oggi in montagna si vende qualcosa che non esiste. Un prodotto ben confezionato, un’idea di montagna completamente fasulla, un’invenzione pubblicitaria falsa e artificiosa che allontana sia dall’esperienza alpinistica autentica che da quella, non meno vera e profonda, contemplativa”. Un concetto quello espresso da Gogna immediatamente comprensibile da tutti coloro che hanno avuto l’esperienza di un contatto vero (come dire: organico, strutturale…?) con la Natura e con la Montagna.

Reinhold Messner calato dal Grand Flambeaux verso il “pilone aereo”, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Manifestazione della Vallée Blanche,  R. Messner calato alle 4.30 di mattina dalla vetta del Grand Flambeaux da spostare prob.te in g59

Altra recente impresa di Mountain Wilderness, quella sul Monte Bianco contro la “funivia dei ghiacciai”. L’azione si svolse sul cosiddetto “pilone aereo”, famoso per essere sostenuto non dal solito pilone, ma lateralmente, da funi d’acciaio ancorate a due cime. Gogna, Messner e Giampiero di Federico erano saliti nottetempo su una di queste (il Grand Flambeaux) e da qui Reinhold era stato calato lungo le funi. Raggiunto il pilone aereo calò le corde su cui Alessandro e Roland Losso risalirono, con la stessa tecnica che si usa in speleologia. Quindi cominciarono a tirar su lo striscione di Mountain Wilderness (“pesantissimo”). Venne poi issato in modo tale che non impedisse il transito dei vagoncini e che gli addetti alla funivia (che al pilone arrivano con i vagoncini) non potessero rimuoverlo facilmente. Ma venne comunque tolto nella giornata stessa. Gogna ci tiene a precisare che tutta l’operazione si era svolta nella più assoluta legalità. “Nemmeno per un attimo è stato interrotto il funzionamento; non c’è mai stata interruzione di pubblico servizio…”. Non vuole correre il rischi che l’attività di Mountain Wilderness venga fraintesa, che la gente si ritragga. Soprattutto non vogliono inimicarsi le popolazioni locali, i valligiani. Non intendono scontrarsi con chi in montagna ci vive. Per questo il valore dell’azione sul pilone aereo è stato esclusivamente simbolico. Nessun blocco, nessun sabotaggio, nessuna violenza. “Non abbiamo attentato in alcun modo all’economia montanara. Tra l’altro, oltre che completamente inutile, la funivia in questione è anche in passivo”. Con il loro gesto volevano agire sulle coscienze, dare un messaggio “forte”, di svolta all’immaginario, al gusto e allo stile di chi va in montagna. Riabilitare “l’esperienza autentica, il valore del sudore…”. Chiunque vada in montagna da qualche decina di anni (e può quindi fare confronti) ha potuto rendersi conto di come ai nostri giorni l’immaginario alpinistico e montano sia per lo più colonizzato da ideologie e concezioni del mondo che con l’alpinismo storico non hanno molto a che fare (anche se vi attingono a piene mani e si alimentano della sua storia, del suo prestigio…), ma forse questa è ormai “un’altra storia”… Per la cronaca: l’anno dopo Mountain Wilderness è tornata sul Bianco per un’altra azione dimostrativa, stavolta meno “elitaria”. Circa duecentocinquanta alpinisti hanno composto in mezzo al ghiacciaio una grandiosa scritta umana: POUR LE PARC. “Per quanto riguarda la funivia – conclude Gogna – sembra proprio che l’unica soluzione praticabile consista nel comprarla. Per poi disattivarla, naturalmente. Come Mountain Wilderness ci stiamo muovendo in questa direzione…”.

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988

Parlandogli, osservandolo si ha la sensazione che anche Alessandro Gogna (come altri andati “alla Montagna”, magari per caso ma comunque predisposti se non proprio predestinati) sia “inciampato” in quelle che tra culture meno materialiste (e meno consumiste), in altri tempi, luoghi e situazioni, sarebbe stata identificata come “esperienza del Sacro”. Del resto “lo Spirito soffia dove vuole”, ma predilige, notoriamente, le vette, gli anfratti, i dirupi, le creste affilate delle Montagne. Sembrano confermare questa impressione le sue ultime considerazioni e ricordi personali con cui si conclude la lunga ciacolada): “E’ incredibile come, pur non avendo più necessità di cacciare, di raccogliere cibo per sopravvivere, noi continuiamo a saccheggiare la natura. Basta vedere come si riduce il sottobosco dopo il passaggio delle orde dei raccoglitori di funghi. Ricordo che quando avevo otto anni mi sono ribellato a mio padre che mi costringeva a raccogliere funghi. Sia chiaro: anche a me piacciono e quello che rifiutavo era l’idea che si andasse in montagna solo per raccogliere funghi; avevo già intuito che c’era dell’altro. Figurati che un giorno avevo trovato un porcino enorme e ho preferito lasciarlo dov’era. Forse sarà stato poi trovato da qualcun altro, ma comunque gli ho regalato qualche ora di vita”. Fin troppo facile fare dell’ironia su questa mancanza di spirito utilitaristico. A chi scrive fa venire in mente una concezione dell’alpinismo (e magari della vita) similare a quella espressa da Lionel Terray: “Conquistatori dell’Inutile”. Per il futuro non si fa troppe illusioni: “Per noi si tratta di seminare delle idee, sperando di incontrare terreni, coscienze fertili, disponibili… Allora forse vedremo dei risultati, magari tra anni. Certo che comunque così non si può continuare. Sarebbe il degrado definitivo degli ultimi spazi naturali rimasti tali”.

intervista1990-0002

Confermo pienamente. Nei Paisos Catalans ho incontrato un livello di coscienza ambientale diffusa che, nella penisola iberica, è secondo soltanto a quello dei baschi (pensiamo, in Euskal Herria, alle battaglie contro la centrale nucleare di Lemoiz e contro la diga di Itoiz…). Non per niente nei PP. CC. anche uno dei movimenti indipendentisti di sinistra più radicali si chiamava Moviment de Defensa de la Terra (suo lo slogan “Defensar la Terra non és cap delicte”: difendere la Terra non è reato). Inevitabile per chi scrive pensare ad alcuni scempi ambientali e paesaggistici che, da allora, sono stati realizzati in zone che ben conosco: Costa d’Agra (nei pressi di Folgaria), sul Monte Fior (Altopiano di Asiago) o sul Civetta lungo le cui devastanti piste da sci sorgono ora, al posto delle migliaia di abeti abbattuti, squallidi lampioni per le discese in notturna degli “amanti della montagna di plastica” (oltretutto dei privilegiati in questi tempi di crisi). D’altra parte… l’avete voluto il capitalismo? Ovviamente bisogna pensare che si inquina anche raggiungendo i luoghi della montagna. Personalmente, da anni uso sia la bicicletta (se possibile) che i mezzi pubblici (per quanto scarsi e malridotti, in Veneto). Un aspetto positivo è quello di non dover necessariamente ripercorrere al ritorno lo stesso itinerario dell’andata. Per esempio, se da Velo d’Astico salgo al Pria Forà posso poi scendere ad Arsiero per prendere la corriera. In ogni caso portatevi il telo di sopravvivenza, dopo una certa ora non fanno più servizio. E’ l’avventura.

Posted on Lascia un commento

Divieto d’arrampicata in Marmolada

Divieto d’arrampicata in Marmolada

E’ del 20 giugno 2016 la notizia del divieto d’arrampicata in Marmolada, più precisamente sulla perpendicolare della Stazione della funivia di Punta Rocca. Successivamente è stata emessa un’altra ordinanza, il 21 giugno, che definisce meglio i contenuti della precedente.

La decisione si è resa necessaria in quanto la stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca sarà interessata da lavori che potrebbero comportare l’accidentale caduta di materiale, anche se verranno adottate tutte le misure di sicurezza previste dalla legge, atte a impedire ogni malaugurato evento.

Riportiamo qui di seguito, delle due ordinanze emesse dal responsabile incaricato del comune di Rocca Pietore, solo il testo della seconda (cioè la N. 25, la definitiva), annotando solo il link per la prima (N. 24).

La stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca
Arriva della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca,  Marmolada di Rocca
Ordinanza n. 25 del 21 giugno 2016
Settore proponente: Area Tecnica.
Oggetto: Lavori alla Stazione funiviaria di Punta Rocca. Interdizione arrampicate lungo la verticale di Punta Rocca – parete sud della Marmolada. Via dell’Ideale e relative varianti.

Il Responsabile
VISTA la comunicazione del 16 giugno 2016 pervenuta il 17 giugno 2016 al protocollo n. 3481, da parte della “Marmolada s.r.l.”, con la quale si richiede l’emissione di opportuno provvedimento a garanzia della messa in sicurezza del cantiere in località Punta Rocca-Stazione di arrivo funivia, regolarmente autorizzato;

SENTITO il Sindaco;

CONSIDERATO che perpendicolarmente al cantiere, lungo la parete sud della Marmolada, si snodano alcune importanti vie di arrampicata che potrebbero essere interessate da eventuali cadute accidentali di materiali, a prescindere dal fatto che sul cantiere sono da adottare tutte le opportune e necessarie garanzie di sicurezza;

PRESO ATTO dei periodi in cui si svolgeranno i lavori distribuiti da adesso fino al 30 giugno 2017;

CONSIDERATO che la pubblicazione del presente atto è rivolta alla generalità delle persone e in particolar modo a chi si diletta nell’arrampicata sportiva;

VISTO l’art. 107 del Testo  Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali e successive modifiche e integrazioni;

VISTI gli articoli 41 e 42 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore;

A TUTELA della sicurezza e della pubblica incolumità delle persone

Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio AuerDivietoArrampicataMarmolada-Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio Auer

O R D I N A:
1) IL DIVIETO DI ARRAMPICATA lungo la perpendicolare di Punta Rocca, parete sud della Marmolada, via di arrampicata denominata “Dell’Ideale” e relative varianti perpendicolari a Punta Rocca, dal 21 giugno 2016 al 15 luglio 2016;
2) i contravventori al presente divieto saranno sanzionati a termini di legge;
3) sarà cura della società richiedente provvedere all’esposizione del presente divieto nelle aree interessate, con opportuno avviso plurilingue;
4) di REVOCARE la precedente ordinanza n.24 del 20.06.2016.

Il Responsabile
Loris Fersuoch

Considerazioni di forma
Al di là della veniale imprecisione nel momento in cui la salita della parete sud della Marmolada viene qualificata come terreno per chi si diletta di “arrampicata sportiva”, va detto che l’ordinanza n. 24 era molto vaga. Si parlava solo di “perpendicolare da Punta Rocca”. La Stazione terminale di Punta Rocca non è situata sulla Punta Rocca vera e propria, bensì circa 250-300 metri a est. Direte: è ovvio che non s’intende la vetta, bensì la stazione terminale, luogo dove effettivamente saranno fatti i lavori. Ma, da un punto di vista formale, dovesse disgraziatamente succedere un incidente a qualcuno, l’ordinanza sarebbe facilmente attaccabile in sede giuridica. Se io arrampicando per esempio sulla via dell’Ideale sono stato colpito da una scarica non mi sarebbe difficile dimostrare che la perpendicolare da Punta Rocca non passa da lì. Dunque arrampicavo in piena legalità e io (o i miei eredi) dobbiamo essere risarciti. Ciò assodato, bene hanno fatto quelli del Comune a correggere l’ordinanza n. 24 con l’emissione della n. 25, che in effetti parla giustamente di via dell’Ideale e delle sue varianti.

Si è dunque ovviato in tempo a una grossa imprecisione con una correzione, ma a nostro parere sarebbe necessario includere nel divieto anche altre vie, aggiungendo i nominativi delle vie interessate dalla possibile caduta materiale, la cui linea di caduta non è così facilmente prevedibile. Oltre alla via dell’Ideale con le sue varianti d’uscita, la Messner e la Mariacher, potrebbero essere esposte anche la parte bassa della via Attraverso il Pesce, la via Italia, la via Fram, la via Fortuna, la via Fantasia, oltre alle varianti di minor conto di ciascuno di questi itinerari.

Giusto Callegari, variante d’uscita Mariacher alla via dell’Ideale, Marmolada, 23.07.1988
Giusto Callegari, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988

Considerazione di sostanza
Non si comprende come non si faccia alcun accenno alla transitabilità del ghiaione alla base della parete sud. E’ pur vero che il sentiero che dal rifugio Falier sale al Passo Ombretta si snoda a sufficiente distanza dalla parete stessa. Ma nulla vieta di pensare che, lungo il ghiaione, possa vagolare qualcuno, magari alla ricerca di residuati bellici.

Considerazione di fondo
Siamo alle solite. La comunità alpinistica viene come di norma trattata come ignorante e minacciata di adeguate sanzioni, proprio come si fa con i bambini quando non si sa come educarli.

Possibile che non si riesca mai ad avere, da parte dell’autorità, un atteggiamento che ci riconosca responsabilità? Possibile che non si riesca a sostituire la parola “divieto” con la parola “Attenzione, pericolo grave”?

In Italia ci riempiamo continuamente la bocca con la parola “divieto” anche quando è del tutto inutile. Se una cordata è così stolta da trovarsi, in quei giorni, su quelle vie dobbiamo cercarne il motivo nella non adeguata comunicazione, magari nella lingua diversa, ma certamente non nella volontà di trasgredire il divieto. Chi sano di mente può volontariamente andarsi a cacciare sotto la caduta di materiale da cantiere? Nessuno. Dunque, se lo fa, lo fa per ignoranza totale della situazione. Meglio perciò insistere sulla comunicazione adeguata e capillare, tralasciando di vietare, cosa del tutto inutile, offensiva e sospetta. Sospetta di volontà di mettersi al riparo da aggressioni giuridiche e ritorsioni mediatiche.

Consigliamo il Comune di Rocca Pietore di fare adeguati avvisi sui siti di arrampicata più importanti nei vari paesi, dei quali ci diciamo fin da subito disponibili a fornire gli indirizzi nel caso non si voglia provvedere a farlo con fatica propria.

Posted on Lascia un commento

Accompagnare in Sardegna

Ogni regione italiana ha evidentemente le sue caratteristiche geografiche e culturali e in ciascuna di esse si è sviluppato uno stato di fatto più o meno disordinato nell’ambito delle professioni di guida alpina e di accompagnatore.

Un’analisi della situazione, assai impegnativa, richiede una ricerca regione per regione. Abbiamo optato di iniziare con la Sardegna.

Un caso particolare
Il recente caso delle indagini sulla via ferrata del Cabirol a Capo Caccia è l’esempio lampante di come la situazione sia per certi versi insostenibile.

Noi crediamo che l’autore della ferrata, Corrado Conca, abbia operato al di fuori della legge perché a dispetto di un’accurata ricerca presso le istituzioni non siamo riusciti a trovare alcun documento che provasse ad aggirare i vincoli del Parco o la classificazione a rischio franosità che caratterizza l’intera zona di Capo Caccia. Qui non è in discussione quanto i geologi hanno asserito, per quel che ci riguarda possono anche aver preso una cantonata. Conca invece sostiene che “la ferrata del Cabirol è sicura” (vedi http://www.sardegnaoggi.it/Cronaca/2016-04-29/32263/Capo_Caccia_la_replica_dellesperto_Nessun_pericolo_la_ferrata_del_Cabirol_e_sicura.html). In quell’articolo (di Andrea Deidda) Conca è definito “guida escursionistica, già istruttore di speleologia, torrentismo e arrampicata”. E, in quanto “padre” del percorso che abbraccia le falesie di Capo Caccia, “è stato lui a progettare e realizzare la Ferrata del Cabirol ed è lui ad accompagnare ogni anno centinaia di persone a scoprire panorami mozzafiato”. Conca non deve convincere noi, deve semplicemente rispettare la legge.

Al di là di una specifica “legalità del percorso”, con quell’affermazione Deidda e Conca dimostrano di non riconoscere la legge 6/89, attualmente vigente, e neppure vi fanno cenno, preferendo declassare la ferrata a percorso a “difficoltà non di carattere alpinistico”. Non solo dunque non conoscono o ignorano le normative ma anche dimenticano tutta la tradizione più che centenaria su ciò che le vie ferrate rappresentano…

La prova di quanto diciamo è in questo film (trasmesso a suo tempo dalla trasmissione Linea Blu di RAI1), più precisamente al minuto 3’40”.

Scrive in proposito Stefano Michelazzi (con il quale non possiamo che essere d’accordo): “Eddai che da questi nuovi pionieri delle montagne riceviamo tutti una lezione su ciò che significa gradi, difficoltà, assicurazioni, ecc. Praticamente noi alpinisti non abbiamo mai capito una mazza di cosa stiamo facendo perché ora arrivano i nuovi messia a spiegarci che un cavo fisso al quale ci si ancora non è alpinismo ma semplice escursionismo… e pensare che dal 1869, quando venne attrezzata sul Grossglockner la prima via ferrata, eravamo certi che fosse un percorso alpinistico ma… non sapevano allora  che per poter accompagnare clienti su di un percorso alpinistico 150 anni dopo si sarebbe dovuto essere obbligatoriamente Guide Alpine. Perciò oggi, se cambiamo da alpinistica a escursionistica la definizione delle ferrate, si può accompagnare anche senza essere Guide Alpine! Ma guarda là che bell’escamotage…! Ma allora sarebbe il caso di avvisare le aziende produttrici che moschettoni, imbraghi e quant’altro non sono attrezzature alpinistiche ma soltanto escursionistiche…

V’è poi l’ulteriore considerazione che, anche se si è “istruttori” di arrampicata, l’accompagnamento non può essere svolto come professione perché a questo è attualmente abilitata solo la figura di Guida Alpina. Siamo tutti in attesa dell’emendamento alla legge 6/89 (vedi http://www.banff.it/riordino-nelle-professioni-di-guida-alpina-e-accompagnatore/).

Siamo partiti dall’attualità e da un caso particolare per giungere a esprimere qualche idea/proposta di carattere generale.

Alcune idee generali
In generale si può dire che quello che serve in Sardegna è una somma di figure che possano accompagnare lungo percorsi scoscesi dove si usano le mani (quindi si arrampica) e ci si cala (come il Selvaggio Blu, per esempio), siano in grado di realizzare brevi assicurazioni, insegnino e accompagnino arrampicata sportiva su monotiri e multipitch, insegnino e accompagnino nelle forre e sulle vie ferrate.

Cominciamo col dire però che tutte le figure indicate non avranno mai significato se non verranno azzerate (o almeno fortemente ridimensionate) le attività a pagamento che attualmente svolgono le varie associazioni sportive dilettantistiche (UISP, FASI, ecc.) che offrono ai non possessori di titoli a livello nazionale la possibilità di esercitare attività.

Come primo passo si potrebbe:

– eliminare la possibilità di poter percepire denaro a livello personale da parte degli associati (attualmente la cifra si aggira sui 7.500 euro all’anno, esentasse): con la motivazione che se i soci di una qualunque associazione (non rientrante nella 6/89) accompagnano qualcuno possono farlo solo a titolo completamente gratuito. E’ comprensibile che in questo caso le associazioni farebbero grande resistenza (con conseguenze oscillazione di voti politici e amministrativi): in alternativa, si potrebbe limitare il “rimborso spese” a una cifra irrisoria tipo 1.000 euro annuali, oppure a un tot per ciascun corso o evento organizzato (tipo 300 euro forfetari all’istruttore per rimborso del corso o dell’evento organizzato).

– obbligare a inserire in ogni locandina o comunicazione (anche quelle via mail) ai soci che “l’attività non va a sostituire quella delle figure abilitate professionalmente dalla legge 6/89” (comunque questa venga aggiornata tramite l’emendamento);

– sopra una certa cifra obbligare all’apertura di una partita IVA meno agevolata di quella delle figure riconosciute;

– aumentare decisamente la multa di abuso di professione di guida alpina/canyoning/accompagnatore di media montagna, partendo da un minimo per esempio di 30.000 euro. In questo caso occorre valutare assieme a un legale come si possa fare in modo che la 6/89 emendata s’inserisca nell’art. 348 C.P. per aumentare le sanzioni già previste in via generica.

Capo Caccia. Foto: Camping Village Torre del Porticciolo – Alghero
Accompagnare in Sardegna-Promontorio_Capo_caccia_manuale_2274

Per tutte le figure
Obbligatoria l’assicurazione dei partecipanti a qualsiasi tipo di attività e naturalmente la RC di tutte le figure professionali.

Numero massimo limitato di partecipanti per istruttore e accompagnatore, comminando pene severe nel caso in cui questo numero non venga rispettato.

Obbligatorio un corso aggiornamento ogni tot anni per mantenere la qualifica.

Più in particolare, in riferimento all’emendamento
Che l’Accompagnatore di Media Montagna diventi una figura nazionale e non più regionale e sia abilitata all’accompagnamento su neve”:

Legiferata dalla Regione Autonoma Sardegna esiste già una legge regionale attinente le professioni turistiche (LR n.20/18-12-2006) attraverso la quale è stata istituita la figura della Guida Ambientale Escursionistica (GAE) che in pratica si sovrappone a quella dell’Accompagnatore di Media Montagna ma con criteri di selezione probabilmente più severi (laurea in materie ambientali, conoscenza di due lingue, ecc.). Questa legge non indica in maniera precisa se la GAE può accompagnare o meno su neve: perciò in qualche modo lo permette, almeno sul Gennargentu, l’unico luogo dove la neve ha una certa persistenza sull’isola, sebbene per pochi mesi all’anno.

In questo senso quello che la legge dovrebbe fare per prima cosa è assorbire le figure già riconosciute presenti in registri ed elenchi dalle leggi regionali. In secondo luogo dare dei criteri di qualità minimi della figura (un corso base con le materie che deve conoscere).

In quest’operazione, meglio lasciare una certa autonomia alle Regioni di adattare la figura di Accompagnatore di Media Montagna (AMM) alle specificità regionali.

Permettere a chi è laureato in materie scientifiche ambientali (agronomi, geologi, naturalisti, biologi, ecc.) di evitare alcune materie del corso AMM in quanto già seguite dagli specifici corsi di laurea.

Sempre al riguardo della figura dell’AMM e osservando la tipologia dei sentieri e percorsi, è evidente che anche in Sardegna è facile sconfinare… Su Selvaggio blu, per intenderci, ogni tanto bisogna fare delle sicure. Se non ci sono degli spit, che fa l’AMM? Aspetta che arrivi una guida alpina o un Maestro di Arrampicata che gli piazzino due chiodi e un cordino per fare una sosta, oppure se la fa da solo? Oppure vietiamo Selvaggio blu all’AMM?

E’ evidente che l’ambito di operatività dell’AMM deve essere un po’ ampliato, al di là del discorso neve.
Che sia istituita la nuova figura di Guida canyoning”:
In Sardegna la maggior parte delle gole non presenta scorrimento idrico (dove in pratica si tratta di buttare giù delle comuni doppie senza bisogno assoluto di utilizzare le tecniche standard del torrentismo) e solo alcune hanno un flusso d’acqua tale da poterlo equiparare a quelle presenti in nord Italia.

Il Maestro di Arrampicata dovrebbe essere abilitato ad accompagnare anche in forre in cui però non siano necessarie le tecniche standard di torrentismo che si applicano in genere quando lo scorrimento idrico è elevato. Sostanzialmente accompagnare in forre V7 (escludendo ovviamente la presenza di cascate e portata e considerando solo le difficoltà legate all’arrampicata e calata su corda) e A1 massimo. Vedi scala difficoltà http://www.gulliver.it/help/scala_canyoning.php.

A una figura ben più completa e specializzata sul canyoning, come appunto la Guida canyoning tratteggiata dall’emendamento, sarebbe riservato in più l’accompagnamento e l’insegnamento della progressione con difficoltà V7 A7.
Che sia istituita la nuova figura del Maestro di arrampicata”:
Il Maestro di Arrampicata sarà autorizzato a livello nazionale ad accompagnare e insegnare la progressione in via ferrata e arrampicata sportiva, quindi sulle ferrate, sentieri attrezzati e su monotiri e multipitch attrezzati per l’arrampicata sportiva, quindi con grado di difficoltà al massimo S1. Ma ci sono itinerari, solo apparentemente meno impegnativi, che sfuggono a queste classificazioni. E’ facile sconfinare.

Il Maestro d’Arrampicata sarà formato dalle Guide Alpine e gli dovranno essere insegnate tante cose che esulano dallo sportivo vero e proprio, compresa l’abilitazione a costruire ex-novo ancoraggi per corda doppia. Per non parlare delle necessarie nozioni sull’etica dell’arrampicata e sulle norme e rispetto ambientale, con qualche cenno di legislazione ambientale e approfondimenti su base regionale su questo tema.

Sarebbe anche apprezzato, come di sicuro anche in altre regioni, che questa figura possa, volendolo, continuare il suo percorso come Guida Alpina, riconoscendole quanto già fatto fino a quel punto, onde abbreviarle e renderle meno costoso l’iter.

La Scala del Cabirol per raggiungere la Grotta di Nettuno, Capo Caccia
AccompagnareInSardegna-40980692


In generale
La legge 6/1989 dice chiaramente che l’attività di guida alpina è rivolta “comunque laddove possa essere necessario l’uso di tecniche e attrezzature alpinistiche”.

La legge 4/2013 è abbastanza vaga. Dice in pratica che vengono ritenute libere quelle attività non legiferate e non rientranti in albi e ordini, ecc. Ma questo non vuole dire però che ci si possa inventare una professione superspecifica come a esempio un fantomatico Accompagnatore sulle dune delle spiagge della Calabria. Logico che questa figura non si troverebbe in nessuna legge, ma a ben vedere potrebbe invece rientrare probabilmente nella figura della Guida Ambientale Escursionistica (riconosciuta in alcune Regioni Autonome con leggi ad hoc).

Il punto cruciale è proprio chiarire cosa si intende quando si parla di tecniche e attrezzature alpinistiche. Esiste una lista ufficiale a riguardo da qualche parte?

Occorrerebbe sancire che:

– l’attrezzatura che viene utilizzata è definibile tale se è stata omologata come attrezzatura alpinistica da un organo nazionale o superiore (UIAA, CE);

– le tecniche che sono utilizzate sono equiparabili a quelle presenti nei manuali di arrampicata e alpinismo, sia in quelli per i praticanti semplici che per i soccorritori (CNSAS, ecc.).

Segnaliamo due link che sollevano il problema:
http://www.guidealpine.it/attenzione-agli-abusivi-del-canyoning.html
http://www.loscarpone.cai.it/news/items/abusivi-del-canyoning.html


Attrezzatura e chiodatura
Oggi in Sardegna chi è abilitato legalmente al lavoro su corda può realizzare fisicamente l’attrezzatura di una via ferrata o di vie di arrampicata sportiva (commissionate da enti pubblici). Indipendentemente dalla presenza di un progetto. Ciò che succede è che si salti infatti la fase del progetto.

Ma è giusto che un grafico, o un idraulico o un bagnino possano PROGETTARE una via ferrata e itinerari di arrampicata sportiva per enti pubblici?

Si tratta di percorsi che invece richiedono studi tecnici preventivi (soprattutto per le vie ferrate), esperienza nella scelta dei materiali (cementante, metallo, tipo di strutture da utilizzare, ecc.). In certi casi (vengono in mente i ponti “tibetani”) dovranno esserci valutazioni e calcoli che ricadono nelle competenze di un ingegnere o simili.

Attrezzatura delle vie ferrate e tracciatura di itinerari sportivi (almeno quelli che sono commissionati da enti pubblici) dovrebbero dunque essere riservate a figure ad hoc, in questo momento purtroppo non ancora contemplate nell’emendamento della 6/1989.

Posted on Lascia un commento

Una figata di hotel

Una figata di hotel

Sono tre camere appese alla roccia, a strapiombo sulla Valle Sagrado de los Incas (Cuzco), in Perù, uno dei luoghi un tempo sacri alla cultura Inca.

L’hotel Skylodge Adventure pretende d’essere isolato da tutto e da tutti. Lo chiamano anche capsule hotel, per via dello spazio esiguo. Però le camere, che loro chiamano suite, costano 430 euro a notte con formula di mezza pensione. Sono fatte di alluminio e policarbonato e misurano 7,3 x 2,4 metri, hanno quattro letti, un salotto, il bagno privato e l’illuminazione a energia solare. Per chi non ha il terrore del vuoto, c’è anche una piattaforma esterna da cui godere del panorama, ovviamente mozzafiato.

Per arrivarci bisogna arrampicarsi per circa trecento metri lungo la via ferrata di Pachar, completa di “emozionanti” traversate a zip-line. Le camere sono letteralmente appese alla roccia. Avvertono chi soffre di vertigini che la cosa non fa per lui.

Promettono tanto silenzio, dimenticando il significato di questa parola. E garantiscono tanta privacy, dato che le capsule sono completamente trasparenti ma dotate di tendine. C’è chi trova l’idea “folle ma bellissima”.

Chi propone questo impagabile trip è Natura Vive che promette scariche di adrenalina ed emozioni indimenticabili agli “avventurieri” che vorranno cimentarsi (basta infatti avere “senso dell’avventura, una forte presa e nessuna paura del vuoto”). Pare che la via ferrata sia stata costruita in modo da non essere troppo difficile per i principianti ma neppure troppo facile per i più esperti.

Due “avventurieri” raccontano la loro esperienza (in inglese) qui. Se non avete voglia di far traduzioni potete farvi un’idea guardando questo film:

Ed ecco ora un piccolo album fotografico:

UnaFigataDiHotel-1

UnaFigataDiHotel-2

UnaFigataDiHotel-3

UnaFigataDiHotel-4

UnaFigataDiHotel-5

UnaFigataDiHotel-6

UnaFigataDiHotel-7

UnaFigataDiHotel-8

UnaFigataDiHotel-9

UnaFigataDiHotel-10

Posted on Lascia un commento

Aiutini chimico-medici per la salita al Monte Bianco

Orinatoi high-tech per studiare le cordate che salgono al Monte Bianco

Aiutini chimico-medici per la salita al Monte Bianco
di Patricia Jolly
(pubblicato su LeMonde.fr il 2 giugno 2016)

Patricia Jolly
Aiutini chimici-PatriciaJolly
Nell’estate 2013, all’ora del vin brulé e della tartiflette o quando accendevano le lampade frontali dopo qualche ora di sonno agitato, i pretendenti alla cima del Monte Bianco 4808 m non avevano da fidarsi troppo: affissi sulla porta delle toilettes del refuge du Goûter 3845 m, nuovo di zecca, o del più vecchio refuge des Cosmiques 3615 m, degli avvisi notificavano che le urine della clientela avrebbero potuto essere prelevate.

Da giugno a settembre 2013, grazie a dei campionatori automatici, i ricercatori hanno raccolto in modo anonimo e casuale le minzioni degli alpinisti in procinto di salire al tetto dell’Europa occidentale, cima ormai diventata un prodotto di consumo turistico che vede ogni anno la salita di 25.000/35.000 persone di varia nazionalità.

I risultati di questa ricerca, dal nome Prelievo medico al Monte Bianco: studio sulla base di una raccolta automatica di campioni d’urina, sono stati pubblicati il 2 maggio 2016 dall’americana rivista scientifica Plos One.

Il refuge du Goûter. Foto: Paul Robach
AiutiniChimici-

Questa inchiesta mira a rispondere alla questione che da parecchio tempo stava a cuore a Paul Robach, 46 anni, ricercatore fisiologo all’Ecole nationale de ski et d’alpinisme (ENSA) di Chamonix e guida d’alta montagna: fino a che punto gli alpinisti dilettanti, poco abituati alla quota o male acclimatati, ricorrono a sostanze mediche per migliorare le loro performance fisiche e psichiche e per difendersi dai sintomi del mal acuto di montagna che può anche degenerare in fatali edemi polmonari o cerebrali?

Ma come condurre uno studio affidabile sui praticanti un’attività amatoriale come l’alpinismo, non sottomessa a regole mediche di nessun tipo e, di conseguenza, del tutto esente da controlli antidoping?

Assistito dal dott. Pierre Bouzat, 37 anni, medico della Fédération française des clubs alpins et de montagne (FFCAM) e anestesista-rianimatore al CHU di Grenoble e all’università Grenoble Alpes, nonché dal dott. Gilles Trebes, 31 anni, un medico laureatosi con una tesi su questo argomento, Paul Robach è ricorso a un metodo davvero originale.

Con la benedizione d’un comitato etico, quello della FFCAM e della Compagnie des guides de Chamonix, con l’aiuto della Fondation Petzl che sostiene progetti d’interesse generale per la comunità della montagna e grazie alla complicità dei custodi dei rifugi e al supporto logistico d’una compagnia di elicotteri per effettuare trasporti rapidi in valle, Robach ha “truccato” gli orinatoi maschili dei rifugi Goûter e Cosmiques, le due basi più frequentate  per le principali vie di salita al Monte Bianco.

L’agenzia francese per la lotta antidoping (AFLD) e il Laboratorio antidoping di Roma della FMSI (Federazione Medico Sportiva Italiana), entrambi accreditati dalla WADA (World Anti-doping Agency) hanno in seguito effettuato le costose analisi dei liquidi.

E’ stata verificata la presenza di corticosteroidi, diuretici, sonniferi e stimolanti. Risultati: su un totale di 430 campioni analizzati, il 35,8% testimonia l’assunzione di almeno un medicinale.

Il refuge des Cosmiques
AiutiniChimici-refugeCosmiques

Tra le sostanze più gettonate, i diuretici (22,7%) e i sonniferi (12,9%), ben più marginali i corticosteroidi (3,5%) e gli stimolanti (3,1%), con la notevole eccezione di tre casi d’utilizzo di cocaina.

Le due sostanze più utilizzate sono state il diuretico acetazolamide (20,6%), di solito prescritto contro il mal acuto di montagna e il sonnifero zolpidem (8,4%), un ipnotico leggero prescritto in caso d’insonnia, molto comune tra i frequentatori dei rifugi di montagna.

I ricercatori hanno anche rilevato tracce di qualche derivato da cannabis, di narcotici o di betabloccanti, ma nessun caso di assunzione anabolizzanti.

Quindi, niente casi alla Ben Johnson sulle cime innevate! L’ipotesi che siano assunte più o meno regolarmente le medicine che migliorano la performance fisica non è stata verificata da questo studio. I suoi autori hanno trovato ben poco di corticosteroidi e hanno rilevato l’assenza totale di inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 (meglio noti con il nome di Viagra, che permette anche di migliorare i risultati da sforzo in quota).

La conclusione è che il ricorso a sostanze medicinali per realizzare l’ascensione al Monte Bianco è frequente ma che è teso essenzialmente a prevenire i sintomi da mal acuto di montagna. “L’acclimatazione insufficiente e/o la mancanza d’esperienza d’alta quota e quindi il credere d’essere con tutta probabilità soggetti alle patologie d’altitudine spiegano il frequente ricorso all’acetazolamide sul Monte Bianco” precisano.

I ricercatori sottolineano anche che quelle raccomandazioni mediche che consigliano l’utilizzo dell’acetazolamide in caso di quota raggiunta in breve tempo incitano probabilmente certi alpinisti a ricorrervi (in qualche caso giustificati), ma si mostrano scettici quanto alla reale efficacia in caso di aumento di quota considerevole come quello imposto dalla salita al Monte Bianco. In ugual modo sono preoccupati dall’uso dei sonniferi, perché questi possono alterare la capacità d’essere vigili e perciò diminuire la sicurezza in ambiente così isolato.

Tentati dall’avventura della salita al Bianco? Sappiate che l’UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni d’Alpinismo) raccomanda l’acclimatazione naturale alla quota. Le persone che sanno d’essere intolleranti all’altitudine e che vogliono continuare a fare alpinismo devono in tutta evidenza consultare un medico e farsi prescrivere un trattamento personalizzato.

In un’ottica d’informazione e prevenzione in campi diversi dalla montagna, gli autori dello studio di Plos One suggeriscono la progettazione e realizzazione di studi a campione e similarmente anonimi nel caso di competizioni sportive di massa come le prove di resistenza, con la disposizione di orinatoi in loco; oppure anche nelle stazioni di servizio per poter valutare l’uso di psicotropi da parte dei conducenti di veicoli. A precisa condizione naturalmente che i dati raccolti non siano usati ai fini del controllo antidoping e delle sanzioni penali.

AiutiniChimici-4931852_6_dda0_systeme-automatique-de-collecte_99dab57acb094ec53c4c70010da4bfec

Sistema automatico di raccolta di campioni d’urina. ① cassonetto mobile insonorizzato con blocco puleggia; ② batteria; ③ unità di controllo, motorino e software; ④ pompa a rullo; ⑤ cappuccio; ⑥ braccio rotante; ⑦ cassetta multi-container (24 × 500 ml); ⑧ supporto insonorizzato; ⑨ sifone di passaggio; ⑩ sifone modificato; ⑪ orinatoio; ⑫ contenitore delle tavolette di sale; ⑬ pulsante per lo scarico dell’acqua; ⑭ filtro; ⑮ imbuto-setaccio (con orefizi di scolo laterale); ⑯ tubo di campionamento; ⑰ filo elettrico stagno; ⑱ rilevatore della presenza di liquido, composto da due fili isolati che penetrano di lato nell’imbuto. Le estremità dei fili (sguainati per 1 cm) sono posizionate orizzontalmente nell’imbuto (la separazione tra i fili è ≥ 1 cm). Da notare che il sistema qui descritto comporta un rischio di contaminazione tra il campione e quello precedente. Una miglioria possibile del sistema, che permetta di minimizzare il volume residuale del liquido nel tubo flessibile (e così anche i problemi di contaminazione) sarebbe di posizionare l’estremità del tubo di campionamento ⑯ nell’imbuto ⑮ mantenendo ascendente per tutta la sua lunghezza la linea di campionamento grazie a un buco laterale nella parte superiore del condotto di evacuazione. Questa modifica non è stata tuttavia possibile nel corso del periodo di campionamento per ragioni tecniche.

Posted on Lascia un commento

Misteri della Val di Sole

Girano sul social Facebook da qualche giorno le foto di una parete rocciosa con avvitate prese di resina artificiale… Fin qui nulla di speciale o, meglio, nulla di nuovo: si potrebbe ipotizzare che siano storture derivate da interventi ottusi, in genere di iniziativa privata, e solitamente praticati in un recente passato: storture che allo stato attuale, viste le polemiche divampate un po’ ovunque tra i frequentatori del pianeta arrampicante, non sono certo più in uso nelle falesie. I perché dell’abolizione da parte dei climber di interventi di questo tipo non sono così difficili da intuire:

  1. snaturano decisamente l’arrampicata rendendola artificiale e quindi più idonea indubbiamente a un contesto indoor che a siti naturali;
  2. deturpano sia visivamente, sia materialmente (forature stile Emmentaler), l’ambiente;
  3. in caso di futura rivalutazione del sito obbligano a resinature dei fori;
  4. sono assolutamente diseducative, sia per ciò che riguarda il rispetto dell’ambiente (lo manomettiamo a nostro piacimento…), sia per quanto riguarda l’arrampicata in se stessa (ed evitiamo di dilungarci su questioni già ampiamente dibattute sugli stili, i concetti, ecc., che si potevano ipotizzare già serenamente accettati e condivisi, almeno su questi punti, dalla comunità arrampicatoria).

Questi quattro punti potrebbero benissimo essere ampliati con altri dettagli e motivazioni. Sta di fatto che, sulle foto in questione, sono cominciati, come d’uso su FB, a fioccare commenti tra i quali ovviamente quelli che ponevano il quesito sul dove, quando, perché, chi…

Palestra di Malé
MisteriValSole-RocciaMalé-FotoGianniTrepin-13315619_963433173776330_6643074823644878300_n

Le risposte non si sono fatte attendere: si tratta di interventi strutturali su alcune falesie della trentina Val di Sole, alcuni appena apportati (autunno 2015), altri in fase di allestimento. Si tratta di una decina d’itinerari allestiti con prese artificiali, tra i quali almeno tre su vie già esistenti e a suo tempo liberate.

E’ seguito un invito esplicito, giunto pubblicamente al mio profilo personale su FB, con una foto allegata: “Che ne pensa il grande Gogna di questa schifezza sovvenzionata con soldi pubblici nel parco dello Stelvio e la val di Sole? “

Che ne penso? Penso di informarmi meglio sulla situazione che già di per sé, per le ragioni sopra dette, è sicuramente un episodio da condannare: ma, in più, quelle indicazioni, “soldi pubblici” e “Parco”, mi spingono ad approfondire l’argomento.

Il risultato, almeno in una prima fase, è che il GAL della Val di Sole (GAL è l’acronimo che indica i Gruppi di Azione Locale, solitamente società consortili a capitale pubblico e privato, cui sono delegati progetti tesi a favorire lo sviluppo locale in ambienti di tipo rurale), referente del “Progetto Leader Val di Sole” (http://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/664), ha incaricato, probabilmente dopo apposito bando di concorso, le Guide Alpine Val di Sole (risultati vincitori del bando) di realizzare il progetto che probabilmente era stato presentato e approvato in precedenza.

Diciamo probabilmente, perché trovare il bando, il progetto o anche solo il sito relativo a Leader Val di Sole (http://www.leadervaldisole.it/), risulta impossibile, malgrado vi siano il link sulla pagina di “Trentino Agricoltura” relativa al “GAL Val di Sole”, dove si specifica che il bando è reperibile proprio lì… (http://www.trentinoagricoltura.it/Trentino-Agricoltura/News/G.a.l.-Val-di-Sole-pubblicato-il-IV-bando). Inoltre la cronaca del GAL Val di Sole, sempre sul sito “Trentino Agricoltura”, è ferma al 2013.

Palestra di San Giacomo
MisteriValSole-SanGiacomo-FotoTommasoBrentari-13260126_10153832302207763_1655784247409551563_n

Affermare quindi che sia responsabilità delle Guide Alpine Val di Sole la creazione di questo ennesimo parco giochi senza nessuna attenzione nei confronti di alcun criterio di rispetto ambientale (ricordiamo che ci si trova in zona Parco), né logica educativa, risulta piuttosto arbitrario, visto che ufficialmente non si riesce a trovare alcunché di esplicativo. Abbiamo dovuto basarci solo sui racconti di chi ci ha interpellato. E le informazioni non si fermano qui: sembra che a prese resinate belle nuove, e qualche fittone nuovo sui tiri, non corrispondano adeguati ancoraggi di sosta e calata (catene al top) che, almeno in alcuni siti, sono tuttora su infissi ormai vecchi e ovviamente non completamente affidabili. Stiamo parlando delle falesie di Malè (intitolata a Claudio Costanzi), San Giacomo, Sass Pisador (Ossana), Doss di Santa Brigida (Folgarida) e rifugio Dorigoni.

In aggiunta a questa problematica, siamo venuti anche a sapere della via ferrata Barba di Fior, la cui realizzazione senza il permesso del Parco dello Stelvio è stata da questo contestata. In luogo di un doveroso smantellamento, attualmente la ferrata è regolarmente frequentata, come attesta del resto il sito http://www.raftingcenter.it/Attivita/Vie-Ferrate/Barba-di-Fior, con le consuete promozioni che suggeriscono a “tutte le persone” di “provare l’ebbrezza di questa disciplina alpinistica in sicurezza”.

Palestra di San Giacomo
MisteriValSole-FotoTommasoBrentari-13260065_10153832302307763_8411820964846170127_n

La palestra di Malé
MisteriValSole-FalesiaMaléfoto1

A questo punto i quesiti che ci poniamo sono diversi:

  1. Chi e perché ha messo in piedi una ristrutturazione antitetica e anti-etica di questo genere?
  2. Chi, come, quando, è stato accreditato a quest’operazione?
  3. Dove sono finiti i bandi di concorso?
  4. Dove sono rilevabili i progetti?
  5. Dov’è finito il sito di “Leader Val di Sole”, progetto finanziato anche dall’amministrazione pubblica?

Domande che crediamo siano doverose e che aspettano una risposta precisa e dettagliata, viste le caratteristiche di questa situazione. Come al solito intendiamo dare accoglienza qui sotto a risposte, commenti e precisazioni.

Posted on Lascia un commento

Alcune riflessioni sull’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta

Alcune riflessioni sull’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta
di Matteo Giglio
(già pubblicato il 29 luglio 2014 sul sito dell’autore)
(Attenzione: qualcuna delle situazioni denunciate potrebbe nel frattempo essere stata sistemata, NdR)

Prendendo spunto da un recente spiacevole episodio accaduto in una piccola falesia della Valgrisenche, vorrei fare alcune considerazioni generali relative all’attrezzatura dei siti di arrampicata.
Illustro brevemente il fatto che mi ha spinto a scrivere questo post.
Scalando nel settore denominato La Confession, lungo la strada per la Valgrisenche, ho trovato un fix che ruotava in quanto il bullone era allentato. Purtroppo è un inconveniente abbastanza diffuso con il nuovo materiale inox. La parte destra della suddetta falesia infatti è stata interessata recentemente da una richiodatura completa di tutti gli itinerari con fix inox e catene longlife in sosta. Sono quindi salito con un attrezzo per stringere il bullone in questione e, con un po’ di disappunto, ho notato che continuava a ruotare senza stringere: segno evidente che l’espansione del tassello non aveva funzionato. Con un rinvio ho quindi provato a strattonare a mano verso l’esterno il fix… ed è successo quello che nessuno vorrebbe che succedesse: si è sfilato completamente! La stessa cosa si è ripetuta qualche fix più in alto, con un altro tassello!
Ora, non credo che il mio braccio riesca a tirare 22 kN, quindi il fatto che ho appena descritto è l’esempio lampante della scarsissima tenuta di un ancoraggio mal posizionato. Piantando fix succede ogni tanto (soprattutto su rocce scistose) che l’espansione del tassello non prenda a dovere; dovrebbe essere cura dell’attrezzatore rimuoverlo e sostituirlo con uno funzionante. A volte però ciò non avviene, motivo per cui occorre essere sempre estremamente critici nei confronti del materiale cui ci si appende!

Tre immagini di Matteo Giglio, guida alpina
AlcuneRiflessioniChiodatura-MatteoGiglio-Banner

Uno dei fix fuoriusciti nella falesia della Confession (Valgrisenche)
AlcuneRiflessioniChiodatura-IMG_8418
Purtroppo quello descritto non è un caso isolato tra le falesie abitualmente frequentate sul territorio della Valle d’Aosta. L’anno scorso, ad esempio, si era verificato un piccolo incidente (fortunatamente senza conseguenze) per la fuoriuscita di un fix nella falesia di Vollein, anch’essa interessata recentemente da richiodatura.

Si tratta di episodi che devono fare riflettere tutti i frequentatori delle falesie. Non sempre materiale nuovo e luccicante è sinonimo di sicurezza. Esistono determinate procedure per piantare un ancoraggio (meccanico o chimico); se non vengono rispettate, gli elevati carichi di rottura dichiarati dai produttori non possono essere rispettati!
Le problematiche relative al corretto posizionamento di un ancoraggio sono infinite. A partire dal punto esatto in cui viene collocato (come e perché), fino alla corretta procedura di messa a dimora. Tutte cose che un attrezzatore dovrebbe ben conoscere… per evitare errori grossolani che, il più delle volte, vanno a discapito della sicurezza di chi ci si appende.

Approfitto per illustrare altri casi di lavori effettuati non proprio a regola d’arte. Sono solo alcuni esempi ma abbastanza rappresentativi anche per altri siti non menzionati.

In molte falesie si trovano moschettoni (grandi) di ferro non certificati posizionati in sosta. Dopo poco tempo non funziona più la chiusura della leva, diminuendo considerevolmente la tenuta fino a valori assolutamente non accettabili!
AlcuneRiflessioniChiodatura-Leverogne-1

Falesia di Excenex: sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
AlcuneRiflessioniChiodatura-Excenex-1WFalesia di Excenex: altra sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
AlcuneRiflessioniChiodatura-Excenex-2W

Falesia della Confession: riattrezzatura di una sosta con tasselli longlife mal posizionati e parzialmente danneggiati (riquadro rosso), vecchi tasselli non rimossi (cerchi rossi) e punta di un trapano piegata lasciata in loco (freccia rossa). Decisamente antiestetico!
AlcuneRiflessioniChiodatura-Confession-2W

Falesia della Confession: riattrezzatura di una sosta utilizzando una porzione di roccia poco solida (almeno per il punto più basso, inserito in corrispondenza di una evidente piccola discontinuità, vedi freccia rossa) e con vecchi tasselli rimossi in maniera grossolana e poco estetica (cerchi rossi).
AlcuneRiflessioniChiodatura-Confession-1W

Falesia della Confession: riattrezzatura con materiale inox nuovo… e qualche rinvio fisso con materiale di recupero! Un controsenso. Per risolvere il problema, bastava posizionare il fix poco più in basso.
AlcuneRiflessioniChiodatura-Confession-3W

Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura delle vecchie soste mediante aggiunta di nuovo materiale senza rimuovere il vecchio ancoraggio. Troppo materiale, confusionario, decisamente antiestetico: sarebbe bastato rimuovere tutto e piazzare un nuovo ancoraggio su due punti.
AlcuneRiflessioniChiodatura-Cogne-2W

Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura mediante installazione di fix inox con applicazione di silicone a protezione di tassello e bullone. Decisamente antiestetico, poco pratico in caso di manutenzione e del tutto inutile visto che il tassello è già in materiale resistente agli agenti atmosferici.
AlcuneRiflessioniChiodatura-Cogne-1W

Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): stessa problematica dei tasselli fuoriusciti alla Confession, l’espansione non ha funzionato, andrebbe sostituito.
AlcuneRiflessioniChiodatura-Gare-Ovest-basso-3

Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): in questo caso il tassello è stato sostituito… ma andrebbe collocato un po’ più lontano dalla porzione interessata dal vecchio tassello (e nascosto con della resina).
AlcuneRiflessioniChiodatura-Gare-Ovest-basso-1

Falesia Gare Ovest, settore basso (Valgrisenche): la distanza del nuovo tassello da quello sostituito è corretta… ma il vecchio sarebbe da eliminare e nascondere (antiestetico).
AlcuneRiflessioniChiodatura-Gare-Ovest-basso-2Ribadisco che sono solo alcuni esempi documentati; purtroppo ce ne sono molti altri che evidenziano una situazione eterogenea dell’attrezzatura delle falesie in Valle d’Aosta. Accanto a validi esempi di attrezzatura impeccabile si trovano casi molto grossolani con evidenti errori potenzialmente pericolosi e/o decisamente antiestetici.

L’obiettivo di questo post non vuole essere una sterile polemica nei confronti di chi ha svolto lavori che non possono definirsi a regola d’arte (errare humanum est…), ma sensibilizzare gli arrampicatori nei confronti di un argomento poco approfondito da un gran numero di fruitori delle falesie. Visto che l’alpinismo e l’arrampicata sono sport che si praticano a proprio rischio e pericolo, è bene essere informati su tutto.
L’unica considerazione che si può fare nei confronti di chi si accolla l’onere di sistemare vecchi itinerari di arrampicata (o aprirne di nuovi) è quella che bisognerebbe smettere di lodare e ringraziare, a priori e senza aver valutato la qualità dell’operato, chi lo fa. Nel momento in cui uno decide di ri-attrezzare itinerari di arrampicata dovrebbe farlo con grande responsabilità nei confronti di tutti i fruitori e con altrettanto grande senso estetico. Lavori mal fatti, oltre a essere brutti da vedere, sono pericolosi: pertanto andrebbero evidenziati e corretti… non idolatrati oppure ignorati! In sostanza, la buona volontà non serve a nulla se non è accompagnata da rigore, precisione e serietà.

Colgo infine l’occasione per condividere un lavoro informativo che è stato fatto recentemente dalla Commissione Tecnica dell’Unione Valdostana Guide Alta Montagna sulla tematica della chiodatura. Si tratta di un piccolo compendio/promemoria destinato alle future guide alpine. Un piccolo passo nella conoscenza della materia, sperando che possa servire in futuro a perfezionare sempre più l’argomento. Il punto di partenza di questa dispensa, occorre specificarlo chiaramente, è stato il lavoro svolto da uno dei più meticolosi ed apprezzati chiodatori del ponente ligure, Marco Pukli: sul suo sito, nella sezione “articoli”, si trovano due bei capitoli intitolati “Robe da chiodatori”. La loro lettura sarà sicuramente di stimolo e ispirazione per le nuove generazioni di chiodatori…
(vedi più comodamente http://www.alessandrogogna.com/2016/04/19/roba-da-chiodatori-1/ e http://www.alessandrogogna.com/2016/04/26/roba-da-chiodatori-2/, NdR).

Scarica la dispensa sulla chiodatura

Un piccolo sogno? Riuscire a sensibilizzare amministrazioni ed enti locali sul tema dell’arrampicata sportiva, in maniera da trovare i fondi necessari per una corretta sistemazione e manutenzione delle falesie… attività che finora è sempre stata svolta (tranne rarissimi casi) in maniera del tutto amatoriale.

L’arrampicata sportiva conta sempre più adepti e dovrebbe essere considerata alla stregua delle altre attività turistiche di montagna su cui la Valle d’Aosta ha investito tanto e continua tuttora ad investire.

Posted on Lascia un commento

La “peste” dell’Everest

La “peste” dell’Everest
di Agostino Da Polenza
(
pubblicato da montagna.tv.com l’11 maggio 2016, per gentile concessione)

Come le sette piaghe d’Egitto. La prima: la grande valanga che ha ucciso il più alto numero di lavoratori/alpinisti nepalesi due anni fa. La seconda: il terremoto dell’anno scorso e le vittime del campo base. La terza: il mal di montagna diffuso di quest’anno, pervicace, strisciante. Un male che ha già ucciso due alpinisti, ne ha cacciati dal campo base una ventina, ne ha costretti 140 a ricorrere alle cure dei medici che al base hanno una postazione di pronto intervento. Bhuwan Acharya, del presidio sanitario di Periche, un ospedalino che funziona da 30 anni voluto dall’Himalayan Rescue Association, ha detto che ha erogato in tre settimane almeno 320 trattamenti a pazienti , mentre più di 10 persone sono state quotidianamente visitate e trattate con ossigeno: “Sette stranieri e tre sherpa d’alta quota sono stati anche evacuati ” ha aggiunto.

Il campo base nepalese dell’Everest 5364 m
Pesteeverest_base_camp

Le calamità della grande montagna non accennano a diminuire, la sua rabbiosa indignazione, ancorché divina, è ancora ad elevato potere distruttivo.

Sono certo che in buona sostanza è questo che pensano i mitici e miti (sempre meno) compagni autoctoni degli alpinisti delle spedizioni commerciali accampati sui fianchi del Sagarmatha, la Dea Madre.

400 alpinisti presenti, secondo le autorizzazioni di salita concesse, oltre a 500 tra cuochi, ragazzotti di cucina, portatori d’alta quota e sherpa. Una tonnellata di cacca al giorno, prodotta al campo base e portata a spalla e seppellita su una morena secca più a valle, e, nelle giornate di bel tempo, almeno un’altra mezza tonnellata tra campo due, tre e quattro. Mi perdonino le anime belle delle montagne, ma, se di sostenibilità ambientale dobbiamo parlare, di questo bisogna occuparsi. E la Dea, che sarà pure Madre, credo si sia stufata di pulire il culo dei suoi ingordi figli, asiatici o occidentali che siano.

Perché se tutto questo mal di montagna, gli edemi polmonari e pure quelli cerebrali, è ascrivibile a una forma di psicosi determinata più dalla grande inesperienza di chi è in questo Luna Park d’alta quota, che dalla fisiologia, allora, magari, la questione non è grave da un punto di vista medico, ma lo è certamente da quello ambientale.

Mi spiego. Difficile fare valutazioni sull’esperienza alpinistica dei partecipanti alle spedizioni commerciali che si iscrivono per salire l’Everest e che ora (moda lanciata al Nanga Parbat lo scorso inverno) si pre-acclimatano sulle montagne circostanti come il Lobuche Peak.

Non è che i quasi 6200 metri di questo bel monte siano meno letali della stessa quota a campo due all’Everest se non si è acclimatati per nulla. Difficili anche che le considerazioni su coloro che assumono 5 o 6 pastiglie di Diamox (diuretico) al giorno per poi farsi delle flebo per reidratarsi. Lakpa Norbu Sherpa, che lavora con un team di medici al campo base dell’Everest, ha informato che di aver trattato clinicamente almeno 140 persone nelle ultime tre settimane.

PesteEverest-HRA

Pemba Sherpa, forse il maggior e più esperto organizzatore nepalese di spedizioni commerciali con la sua Agenzia Seven Summit (dopo le decine di clienti sull’Everest, pensate che porterà 44 clienti anche al K2 quest’estate), ha confermato che la maggior parte dei lavoratori/nepalesi quest’anno  ha problemi di salute, ma ha anche detto che ce ne sono pochi di esperienza che hanno accettato di tornare sulla montagna. La maggior parte sono ragazzotti che vengono da valli lontane, verso il Terai: esperienza 0.

Causa della “pandemia” reale o immaginaria, possono poi essere le condizioni igieniche che si determinano al campo base. Vero che ci sono le latrine obbligatorie, ma è altrettanto usuale pisciare dietro la tende: lo fanno i cuochi, gli sherpa e gli ospiti lautamente paganti, che la fanno di notte anche in bottiglie e contenitori vari che svuotano al mattino (dove?). Il lavaggio delle mani poi è consuetudine poco frequentata. In più di temperature miti non facilitano, come fa il gelo, il blocco delle gite batteriche.

Le epidemie di gastroenterite, o più semplicemente di “cagotto”, in passato si sommavano, nelle giornate di maltempo e di grande scambio di germi dentro le tende collettive, a quelle di potenti raffreddori e bronchiti, che si sommavano agli effetti dell’ipossia e al mal di testa conseguente.

Se prima tutto ciò era considerato una normale ricaduta dell’essere in quota, in un luogo disagiato e freddo, ora il terrore della vendetta della Dea Madre pare stia seminando il panico e pare che gli alpinisti ricorrano alle cure dei medici dell’Himalayan Rescue più che i malati a quelle dell’ASL.

Vedremo le statistiche a fine stagione.

Rimane il dubbio che dopo le prime due “piaghe” e dopo la rivolta del popolo lavoratore delle alte quote, il film Sherpa lo documenta anche con crudezza, si sia pensato che riprendere con l’andazzo precedente fosse normale, anzi giusto. Si è creduto che autorizzare qualche volo di elicottero da campo base a campo uno, per diminuire i rischi e fare un paio di visite politiche al campo base, fosse rassicurante e risolvesse i problemi.

Ma le spedizioni commerciali organizzate in Europa, Nuova Zelanda o Nepal (la maggior parte ormai) e i permessi collettivi gestisti al ribasso sono stati e sono la vera degenerazione dell’alpinismo, lo svilimento del valore culturale ed estetico delle montagne. Pochissimi se ne sono sottratti e le evitano, anche tra i grandi, i puri ed i politicamente e socialmente corretti. E questa storia di innaturale malessere lo dimostra ampiamente.

Affollamento sull’Hillary Step
PesteEverest

Posted on Lascia un commento

Musica nuova sulle Alpi Carniche

Il 10 agosto 2014 c’è stata una grande festa a base di disco music sulle Alpi Carniche, ai 2120 m del rifugio Giovanni Olinto Marinelli (di proprietà della Società Alpina Friulana), base di partenza per le salite al Monte Coglians, la più alta montagna della catena.

Come si vede dal video, con sonoro originale, l’accesso al rifugio era garantito a tutti, con i suv che scorrazzavano su e giù per la stradina di accesso al rifugio e pranzo “alpino” a base di “fiorentine” e champagne.

Il timore che questa nuova e moderna “fruizione” della montagna venga offerta anche da altri rifugi dell’arco alpino è abbastanza fondato.

Il rifugio G. O. Marinelli a Forcella Moraret
MusicaNuovaAlpiCarniche-marinelli_bass

Il primo a segnalare l’accaduto al Messaggero Veneto è stato Roberto Floreanini, il 20 agosto 2014:
Vorrei segnalare ai lettori del Messaggero veneto, e in particolare a coloro che frequentano le montagne della nostra regione, la grande “festa alpina” che si è tenuta domenica, 10 agosto 2014, sulle Alpi Carniche, a quota 2120 m in una zona in cui l’ambiente naturale risultava ancora incontaminato. Quella domenica, son salito per un’escursione al rifugio Marinelli, che sorge a Forcella Moraret, alle pendici del Monte Coglians, di proprietà della Società Alpina Friulana, Sezione CAI di Udine.

Era una bella giornata e assieme a molti altri escursionisti mi son incamminato lungo la stradina di accesso al rifugio. Subito son rimasto stupito, e assieme a me anche gli altri, nel vedere il traffico di grossi suv e fuoristrada che transitavano ad alta velocità avanti e indietro per la strada. Addirittura una giovane camminatrice scout si è vista aspramente redarguire da chi era al volante di uno di questi “mezzi” perché, a suo parere, non si era prontamente spostata sul ciglio della strada vedendolo arrivare: in effetti, il “mezzo” l’aveva anche urtata al suo passaggio.

Chieste da me spiegazioni al passare dell’ennesimo suv, il conducente mi ha risposto che faceva “volontariato” per le “persone che non possono salire” e che inoltre faceva “servizio di trasporto acqua” per il rifugio. In realtà, al rifugio di acqua ne ho vista poi ben poca, mentre si notava il fluire a profusione di ben altri liquidi! Giunto infine al rifugio, la sorpresa è stata infatti ancor più grande, visto il dispiegamento di griglie, birrerie, mescite all’aperto. Il menù a disposizione degli ospiti era tipicamente “alpino”, e includeva fiorentine, costate e champagne.

Ma era la musica a farla da padrona, selezionata da due professionali Dj alle tastiere di un grosso impianto di amplificazione. Il volume e potenza della musica erano tali che credo si potesse sentire distintamente fino al Pal Piccolo e Pal Grande, risvegliando i caduti della Grande Guerra che lì giacciono da quasi cent’anni.

È questa la nuova proposta di “fruizione” dell’ambiente montano della nostra regione? E ancora, raggiungere i rifugi alpini è diventato un obbligo per tutti, anche per chi ha indosso vestitini e sandaletti da città e non è disposto per nulla a usare le proprie gambe?

Certo, visto l’afflusso di gente suv-trasportata, il ritorno economico a fine giornata per gli organizzatori della “festa alpina” sarà stato notevole: temo però che questo risulti un incentivo per i gestori degli altri rifugi a organizzare analoghe “feste” ad alta quota rendendo la montagna del Friuli Venezia Giulia una grande discoteca a cielo aperto. Credo che il nostro ambiente alpino meriti ben altre attenzioni“.

Il video pubblicato su youtube
https://youtu.be/i5T5MEqyG04

Le feste con musica nei rifugi dividono chi ama la montagna
di Melania Lunazzi
(pubblicato su il Messaggero Veneto il 22 agosto 2014)

Feste nei rifugi alpini, sì o no? L’evento Scollinando organizzato al rifugio Marinelli il 10 agosto 2014 è sotto i riflettori dell’opinione pubblica a seguito di una lettera di protesta firmata da un escursionista e inviata al giornale, pubblicata ieri. La questione è di quelle da grande dibattito, con schieramenti opposti e polemiche al vetriolo da una parte e dall’altra.

C’è il parere di chi gestisce un rifugio e ha bisogno di far fruttare un’attività per definizione difficile, con la possibilità di rendimento concentrata solamente durante pochi mesi all’anno e in quei pochi mesi, come nel 2014, funestata da un clima da foresta pluviale. E dall’altra chi ama la montagna nella sua dimensione pura e incontaminata, senza folla e senza eccessivo rumore.

MusicaNuovaAlpiCarniche-1

Dal canto suo Caterina Tamussin, al telefono dal rifugio Marinelli, non rilascia dichiarazioni. Risponde David Pesce, dal rifugio Tolazzi: «Ricordo che siamo anche imprenditori e dobbiamo far quadrare i conti. In un’estate così difficile quest’iniziativa ci ha portato un beneficio incredibile. La gente dimentica che non siamo stipendiati, la nostra è un’attività economica senza agevolazioni dal punto di vista fiscale. E poi capita una volta all’anno! Un correttivo, forse, è pensare di avvisare che esiste un sentiero alternativo e che quel giorno c’è un evento particolare, così si può cambiare rifugio».

Anche Gino Caneva, della Staipo da Canobio, si dice favorevole: «Scollinando ha dato lavoro anche a tutti noi. La stagione è andata malissimo e si è risolta ora, in questi 15 giorni. Ho ricevuto 10.000 euro di tasse e devo pagarle anche se il tempo è brutto. Che provino a venire a Collina in novembre e a vedere come viviamo».

Sul gruppo Facebook dedicato al rifugio Marinelli, intanto, i toni si accendono e volano sopra le righe. Tra i difensori dell’iniziativa c’è chi porta ad esempio Lignano rivendicando il diritto al divertimento in quota e chi segnala le feste nei rifugi sudtirolesi.

C’è, di contro, chi ricorda l’articolo 15 del regolamento del Club Alpino Italiano: «Comportamento nei rifugi. Chi entra in un rifugio ricordi che è ospite del CAI: sappia dunque comportarsi come tale e regoli la sua condotta in modo da non recare disturbo agli altri. Non chieda più di quello che il rifugio (in quanto tale) e il gestore/custode possono offrire».

MusicaNuovaAlpiCarniche-2

Il Marinelli, rifugio CAI, è di proprietà della Società Alpina Friulana di Udine. Il presidente, Sebastiano Parmegiani, riferisce di proteste arrivate anche per il concerto di Remo Anzovino del 10 agosto al rifugio Gilberti e ci scrive su Scollinando: «L’iniziativa citata è della gestrice, non della SAF. Ho ricevuto solo la segnalazione del signor Floreanini, del quale non ho motivo di dubitare. Tuttavia, per correttezza ho chiesto una risposta alla gestrice e ulteriori riscontri, in modo da poter avere un quadro completo. In generale, non trovo nulla da eccepire alle iniziative musicali nei rifugi e a quelle che possono attrarre persone che altrimenti a un rifugio non salirebbero mai, ma est modus in rebus… Per questo accerteremo tutti i fatti contestati e ne trarremo le eventuali conseguenze. Se davvero il traffico motorizzato è servito a trasportare persone non disabili e con quelle modalità, se il volume della musica è stato tale da compromettere la corretta fruizione dell’ambiente, ciò sarebbe in contrasto con l’idea che abbiamo della montagna. Ribadisco che voglio accertare i fatti, non voglio farmi fuorviare dalle polemiche. La gestione dei rifugi non ha più i margini di un tempo e la stessa frequentazione è molto cambiata. Le stesse sezioni proprietarie sono strette fra l’aumento dei costi e la diminuzione – chiamiamola pure scomparsa – dei contributi pubblici che fino ad ora hanno consentito ai rifugi di esistere, senza doversi realmente preoccupare del bilancio fra costi e ricavi. Ora i rifugi devono stare in piedi da soli. Gli alpinisti tradizionali sono assai diminuiti, quando non scomparsi, per cui la necessità di generare ricavi in altro modo esiste. Altrimenti i rifugi saranno chiusi».

Allora agevolazioni fiscali per i rifugi o qualche eccezione alla regola una tantum? La questione è aperta. Magari, con toni civili, si troverà il giusto compromesso.

Posted on Lascia un commento

Ancora sulla via ferrata di Giorré

Qui di seguito gli aggiornamenti nella vicenda della via ferrata di Giorré. Per una cronistoria completa leggi http://www.alessandrogogna.com/2015/09/22/ancora-colpevoli-silenzi-sulla-ferrata-di-giorre/.

Il percorso della via ferrata di Giorré (in comune di Cargeghe, Sassari) interseca nidi e siti di specie dell’avifauna protette e l’area risulta, nel Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), come un area a pericolosità e rischio molto elevato da frana. Inoltre, essendo alcuni ancoraggi arrugginiti alla base o mobili, Mountain Wilderness ha da tempo ipotizzato che ci sia un rischio di pubblica incolumità e che i lavori siano stati realizzati dai progettisti e realizzatori senza le prescritte autorizzazioni oppure non a regola d’arte.

Via ferrata di Giorré: la zona di passaggio tra la prima e la seconda falesia. Foto: http://www.ferratagiorre.it/
AncoraSullaViaFerrataGiorre-Giorre-home1

Dopo le prime segnalazioni, il 17 novembre 2014  Mountain Wilderness onlus ha effettuato, presso la Procura della Repubblica e presso il Comando Carabinieri Tutela per l’Ambiente, denuncia  avente come oggetto il percorso turistico-alpinistico Via Ferrata Giorrè.

Primo a rispondere è stato l’Assessorato alla Difesa all’Ambiente che ha confermato il livello di pericolosità del PAI sollecitando il Servizio di tutela paesaggistica delle Province Sassari e Olbia-Tempio, e chiedendo delle prescrizioni e divieti sulla frequentazione per evitare il disturbo dell’avifauna. Prescrizioni e divieti che dovrebbero coprire parte del periodo invernale, la primavera e parte dell’estate ma che il Comune non ha mai attuato.

Nel frattempo il percorso è stato chiuso il 9 settembre 2015 con un’ordinanza prudenziale a causa di un masso pericolante. Il sito www.ferratagiorre.it dà attualmente notizia della chiusura temporanea “in via prudenziale”.

In data 28 dicembre 2015 l’Assessorato regionale degli enti locali, finanze e urbanistica (più precisamente la Direzione Generale della Pianificazione Urbanistica Territoriale e della Vigilanza Edilizia) risponde invitando il Comune di Cargeghe a trasmettere “apposita relazione nella quale si dimostri la coerenza dei titoli abilitativi relativi al progetto in questione con il piano di assetto idrogeologico (PAI). Nel caso si tratti di opera comunale rientrante nella fattispecie di cui all’art. 7, 1 comma, lett. C, DPR n. 380/2001 il Comune è tenuto a comunicare le indagini geologiche e geotecniche in forza delle quali si è addivenuti alla validazione del progetto”.

Il 5 gennaio 2016, la Direzione Generale del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale comunica allo stesso comune che per parte sua “concorrerà nelle attività di verifica del rispetto delle disposizioni previste nell’Ordinanza Sindacale n. 35/2015 del Comune di Cargeghe”.

Il 17 marzo 2016, la Direzione Generale del Servizio Territoriale Opere Idrauliche di Sassari dichiara di non essere competente su ciò che invece è materia relativa all’amministrazione comunale, cioè l’ammissibilità degli interventi e la necessità di relazione di eventuali studi di compatibilità. Per ciò che riguarda invece l’autorizzazione preventiva, di cui all’articolo 61 del DPR 380, non risulta nel suo archivio alcun documento riguardante il progetto originario.

Il 4 aprile 2016, il Servizio difesa del suolo, assetto idrogeologico e gestione del rischio alluvioni comunica che “considerato che a questo Servizio non risulta alcuna richiesta di approvazione di uno studio di compatibilità relativo all’intervento in questione, di cui all’art. 23 delle Norme Tecniche di Attuazione del PAI, si invita codesto Comune a relazionare relativamente alla data di realizzazione, all’ubicazione e alle caratteristiche dell’intervento in questione e alle caratteristiche geologiche, geomorfologiche e geotecniche del versante da esso interessato. Si invita, altresì, codesto Comune a dare indicazioni rispetto alle modalità di intervento che si ritiene opportuno mettere in atto per risolvere l’oggettiva situazione di rischio da frana che caratterizza la situazione sulla quale insiste l’intervento in questione”.

 

Un passaggio sulla via ferrata. Foto: http://www.ferratagiorre.it/
AncoraSullaViaFerrataGiorre-Giorre-home4

Considerazioni
Sono dunque mesi che il Comune di Cargeghe non risponde ai solleciti degli enti che richiedono la presentazione di un progetto della via ferrata; il comune nicchia ormai da oltre un anno non inviandolo. Dovrebbe essere ormai chiaro che hanno realizzato una via ferrata in un luogo cartografato non solo come a pericolo di frana molto elevato ma anche a rischio di frana molto elevato. In località come queste le norme tecniche dicono in maniera chiara che è possibile realizzare solo opere mobili e provvisorie. E una via ferrata non è né mobile né provvisoria.

In ogni caso le risposte insistono che le opere permesse richiedono la presentazione alla Regione di una relazione di un geologo e un ingegnere geotecnico. Questa relazione non è mai esistita, e ora c’è pericolo che venga presentata, in barba ad ogni divieto, dopo anni.

Speriamo non si cerchi di fare una specie di condono per coprire gli sbagli di tanti.