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Le colpe della comunicazione alpina

Le colpe della comunicazione alpina
di Roberto Serafin
(già pubblicato su www.mountcity.it l’8 aprile 2016)

Il mezzo crea il messaggio, come sostenne il sociologo canadese Marshall McLuhan (1911-1980). E il messaggio dei blog purtroppo è spesso sguaiato, inaffidabile. Ciò vale anche per i siti, talvolta, che si occupano di montagna. Non tutti. Non siamo nel ruttodromo sboccato del calcio (espressione di Massimo Gramellini): noi amici della montagna viviamo da e tra gentiluomini o presunti tali. Tuttavia, con i tempi cupi che corrono, il mettersi rudemente in gioco nel web può procurare fastidi a tutte le quote. Ma spesso occorre sporcarsi le mani. E’ un argomento scottante quello dei rapporti tra le pubbliche istituzioni e il web scostumato. Si salvi chi può. C’è sempre il rischio che una polemica diventi virale. Il tema lo affronta animosamente in Gogna blog (http://www.alessandrogogna.com/2016/04/01/torti-vs-valoti/) uno dei due aspiranti alla massima carica del Club alpino, istituzione che recentemente ha censurato con un “foglio d’ordini” o un equivalente sistema (che rimanda, detto inter nos, ai tempi del fascistissimo Centro Alpinistico Italiano) i soci che esprimono dissenso attraverso blog di “privati cittadini” anziché affidare il loro pensiero alle strutture a ciò ufficialmente delegate.

Il sociologo canadese Marshall McLuhan
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I panni sporchi si lavano in famiglia, si sa. Ma se la famiglia è anche un ente pubblico, può darsi che per decenza s’imponga un briciolo di trasparenza anche nelle questioni scabrose. C’è qualcosa di sconveniente in ciò che viene reso noto nei blog di montagna a proposito delle politiche del Club alpino? Il fatto è che non sempre si può e si deve, se si fa del giornalismo serio, essere in sintonia con le istituzioni. Dire che tutto va ben madama la marchesa è come dire che tutto va male. Che critica cinematografica è mai quella che dà cinque pallini a tutti i film che escono sugli schermi? Può darsi che MC come altri confratelli non sia sempre ben visto lassù. Ma è dalla biodiversità che derivano importanti arricchimenti.

Per fortuna non è in gioco la libertà di stampa. In gioco sono le opportunità, gli equilibrismi, i giochi occulti di potere, la corsa alle poltrone in cui ogni bravo “competitore” eccelle o è meglio che cambi mestiere. Ora c’è chi impugna lo staffile come Sant’Ambrogio contro gli infedeli per affermare che nei vituperati blog circolano “parole in libertà” mentre la libertà di parola e di cronaca “dovrebbe essere sempre legata ai valori di etica, gratuità e trasparenza, come quelli praticati nella comune passione per la montagna”. Ma non possono certo essere “parole in libertà” quelle di chi denuncia l’asservimento al mercato florido delle moto fuoristrada o all’impiantistica più devastante o all’eliski praticato ormai soltanto sul versante italiano delle Alpi dove il Club alpino dovrebbe fare da sentinella e invece talvolta preferisce lasciar perdere. Senza i Panama papers, tanto per intendersi, la più grande fuga di documenti della storia, non si sarebbe saputo che negli ultimi quarant’anni centinaia di persone tra le più potenti del mondo hanno nascosto le loro ricchezze nei paradisi fiscali. Anche questo è oggi il giornalismo. Prima di dare lezioni di etica, i competitor del Club alpino dovrebbero chiedersi verso quali frontiere sta andando il giornalismo che con tanto livore stigmatizzano. Nuove sono oggi le modalità di comunicare l’informazione in un mondo sempre più globalizzato: fact-checking, data journalism, explanatory journalism, robot journalism, citizen journalism, social networks… Esiste anche una Carta dei diritti in rete, di cui è ispiratore il giurista Stefano Rodotà, che offre una serie di parametri concreti per consentire di fare un test di democraticità. La materia è complessa e non si presta ad analisi sbrigative. “Oggi purtroppo etica e informazione”, sentenzia invece il competitor che tanto si dice amante della democrazia, “non sempre camminano di pari passo, e lo dimostrano i titoli sensazionali di alcuni quotidiani e servizi televisivi, ma anche social media, che non rispettano i diritti dei minori, della privacy istituzionale o personale, o i doveri di correttezza, fedeltà e riservatezza, alla ricerca di presunti scoop”. Massimi sistemi a parte, sarebbe più corretto non uscire dal seminato. Di che cosa si stava parlando? Della nebbia che calò quando giunsero al pettine proprio attraverso i blog, questo compreso, i nodi di un accordo sciagurato tra il Club alpino e la Federazione motociclistica italiana. Quanto di più inopportuno le fervide menti di via Petrella avrebbero potuto escogitare mentre sempre più difficile risulta mettere un freno al dilagare impunito dei fuoristrada per boschi e prati. Chi scrive se l’è dovuta vedere sui sentieri dell’Ossola con motociclisti che hanno cercato anche di mettergli le mani addosso visto che non cedeva il passo e aveva deciso d’immortalarli mentre si facevano beffe di lui, costringendolo a rivolgersi ai carabinieri.

Angelo Manaresi (a destra), podestà di Bologna e presidente del Club Alpino Italiano, assieme a Guglielmo Marconi, si reca al Littoriale (ora stadio comunale Renato Dall’Ara) per l’inugurazione della Fiera, Bologna 5 maggio 1934
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E ancora. Traslocare una parte delle attività del Club Alpino Italiano in una “struttura parallela”? Di questa oscura ipotesi si è discusso nei blog “privati” sulla scorta del Congresso nazionale del CAI sul volontariato, considerato che l’associazione appalta lavori all’esterno. Con trasparenza, si spera. C’è forse da stupirsi se un socio parla, al di fuori degli organi istituzionali, dell’eccessiva “e ormai insopportabile” burocratizzazione di questa antica associazione, così palesemente in contrasto con l’aria frizzantina che si respira nella stragrande maggioranza delle sezioni? E’ da censurare chi afferma che sempre più in via Petrella si tenta di trasformare il Club alpino in un’azienda? Altro argomento. Non poteva dilagare che nei blog e, probabilmente, nei social network, l’anacronistica discussione sul volontariato femminile nel CAI al 100° Congresso. Una turbolenza conclusasi a furor di socie con una revisione del documento programmatico. Anche qui i blogger di “privati cittadini” hanno voluto metterci il becco dal momento che le fonti ufficiali tacevano. “Oggi”, argomenta con enfasi l’aspirante alla massima carica del sodalizio, “sono richieste nuove responsabilità e sensibilità per ogni giornalista o addetto alla cultura e comunicazione, che deve essere figura aperta e flessibile, in grado di unire conoscenze e competenze, imparzialità e rigore”. Bella scoperta. Al Redattore, quello con la R maiuscola, il Club alpino chiedeva agli inizi del secolo scorso anche competenze in materia di geologia e botanica e altri requisiti a livello accademico. Un bagaglio notevole. E oggi come si scelgono gli addetti alla comunicazione?

Una copertina della Rivista Mensile del CAI in tempo fascista
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D’accordo. “Bisogna riuscire a informare e comunicare in tempi rapidi, utilizzare il maggior numero di strumenti possibili, farlo sempre con senso di responsabilità ed etica”. E tuttavia, aggiungiamo, bisogna anche che istituzioni importanti e paludate si sappiano aprire in modo responsabile alle richieste dei privati cittadini senza lasciare colpevolmente che i problemi s’incancreniscano. Ci si degni almeno di controbattere pubblicamente, se si hanno validi argomenti, a “privati cittadini” come il professor Marco Vitale, illustre economista e alpinista, che in una recente intervista al sito “Dislivelli” definisce il CAI “conservatore mummificato con una capacità di innovazione sociale e culturale prossima allo zero”. Finora nelle stanze del potere la soluzione scelta in questo specifico caso è stata quella, noblesse oblige, di voltarsi dall’altra parte. Non vedo, non sento, non parlo. Tornando alla dottrina di McLuhan, il mezzo crea il messaggio ma a condizione che si abbiano messaggi da offrire e non solo vibranti proclami in politichese.

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C’era una volta… il Salto delle Streghe

C’era una volta… il Salto delle Streghe
di Giuliano Stenghel (Sten)

 

Il Salto delle Streghe, spettacolo della natura e, con le sue vie, ardita proposta alpinistica sul lago, ora purtroppo non esiste più: è stato annichilito, cancellato dalle mani dell’uomo. Infatti, su una delle pareti più belle del lago di Garda, dove nidificavano gabbiani e altre specie, qualcuno ha deciso di investire centinaia di migliaia di euro (speriamo non pubblici) per dapprima fare un disgaggio e, in seguito, per avvolgerlo interamente con delle reti, piastre, fittoni. Per fare un esempio: chiudete gli occhi e provate a figurarvi una parete come la Roda di Vaèl improvvisamente invasa di cavi. Immaginate le vie cancellate, la stessa storia alpinistica, il disastro ecologico e turistico e ancora molto molto di più. È una tristezza: nel mio cuore ci sono tanta amarezza e anche tanta malinconia.
Allora mi viene spontaneo chiedermi il perché, capire se tutto ciò era proprio necessario.

Il Salto delle Streghe come era prima della copertura a rete, con i tracciati delle vie di Stenghel. La numero 1 è la Via Anurb, la cui parte inferiore è parzialmente crollata e poi demolita con l’esplosivo; tra 1 e 2=Via Grido degli Ultimi (G. Stenghel, Mariano Rizzi, Franco Nicolini, 12 novembre 2000); 2=Via Magic Line (G. Stenghel, Walter Vidi, maggio 1982); 3=Via Grido della Farfalla (G. Stenghel, Andrea Andreotti, Marco Pegoretti); 4=Via dei Fratelli (G. Stenghel, Alessandro Baldessarini, M. Rizzi, 6 maggio 1997); 5=Via Serenella (G. Stenghel, M. Rizzi, Luca Campagna, 12 settembre 1992); 6=Via del Gabbiano Jonathan (G. Stenghel, A. Andreotti, 13 ottobre 1982
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Una via nuova: legare il proprio nome alla parete, per me rappresenta una gioia unica, impagabile. Non sali solo per il puro piacere di scalare, ma per esprimere la tua fantasia, per vincere! Penso sia la stessa sensazione dell’artista nel creare la sua opera, penso ci voglia la stessa concentrazione e stato d’animo.

Con il fido compagno di corda Mariano e con Luca, abbiamo deciso di provare la gialla e strapiombante parete del Salto delle Streghe a Campione. Una grande sfida con me stesso. Stiamo tentando una via estremamente difficile: un grande problema alpinistico, l’ultimo rimasto sulla parete. Questa via ha per me un forte significato: il ritorno al grande alpinismo. Ho 38 anni, non ho la forza e forse nemmeno il coraggio di un tempo e per di più mi sento uno straccio; ho però l’esperienza di oltre vent’anni di alpinismo estremo, con molte vie nuove, un carattere forte, ma soprattutto un Angelo grande, e con il suo aiuto riuscirò a scalare questa montagna.
“Siamo al terzo tentativo e ogni volta le difficoltà sono strenue. Devo salire su rocce spesso friabili, con un chiodo tra i denti per piantarlo di corsa magari appeso sulle dita di una sola mano. E’ uno sforzo notevole che richiede tanta esperienza e coraggio. Sono al limite, tuttavia non voglio desistere e questa via porterà il nome di Serenella”.
Oggi, mentre i miei compagni stavano salendo verso di me al punto di sosta, guardando in basso vedevo i tetti delle grandi vecchie case e della fabbrica. Nella piazza c’erano degli amici che mi chiamavano e gli abitanti del paese col naso all’insù. Avevo la sensazione di arrampicare per loro. Campione è un paese che è stato costruito per la fabbrica, tanto che se questa muore (come è morta), sembra che tutto lì debba finire. Ma la gente vive ancora ed ama quella fetta di terra. Credo che nelle difficoltà le menzogne e le ipocrisie non esistono. Così come quando si tenta una via nuova: ci vuole coraggio, lealtà, bisogna esprimere tutta la forza fisica e mentale e la nostra via può diventare un’opera d’arte, un capolavoro d’estetica. È il risultato di una forza misteriosa che è in noi alpinisti e che ci permette di andare oltre i nostri limiti, è un dono di Dio e dell’amore per quello che facciamo! Per la prima volta mi trovavo nuovamente oltre il sesto grado dopo la battaglia contro il cancro di mia moglie e tutto sembrava un sogno, una grande sfida o un incubo
(dal mio libro-diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio, 15 ottobre 1991 ore 22,56).

26 novembre 2015, prima esplosione controllata per alleggerire la parte rimasta in posto del grande pilastro chiamato “il Mammellone”
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Quando negli anni Ottanta avevo scalato con Walter Vidi la prima via sulla parete, mi ero preso a cuore la situazione di Campione e dei suoi abitanti: “Non è giusto che se una fabbrica muore, tutto il paese debba morire”. Ritenevo cosa buona l’idea di rilanciare il paese puntando sulla ristrutturazione, sulla realizzazione di un porto turistico, sul riattamento della zona della vecchia fabbrica, ma evitando di ergere nuove e moderne costruzioni come lo stesso mega parcheggio e l’università della vela, in una aerea che mi limito a definire “poco adatta”. Infatti, le cose non sono andate come in molti speravano perché il borgo di Campione è stato posto quasi interamente sotto sequestro dalla magistratura bresciana: ne è uscito un paese irriconoscibile e pieno di brutture edilizie. Il sogno di trasformare il vecchio centro operaio in un esclusivo villaggio turistico, di fare di uno degli angoli più suggestivi del Garda una nuova Montecarlo si è dimostrato sproporzionato. Si è voluto ostentare esageratamente le proprie capacità, forze o possibilità economiche, insomma un qualcosa di megalomane: un resort a cinque stelle pubblicizzato dappertutto e a tutt’oggi rimasto un cantiere abbandonato, un desolante insieme di cemento destinato a marcire. A Campione si sono susseguite molte imprese, l’ultima la CoopSette, che gestiva il cantiere, è naufragata con il rinvio a giudizio dei vertici del colosso edile, indagati nell’indagine per abusi edilizi. Sono seguiti altri imputati ex-amministratori del comune di Tremosine e i provvedimenti messi a cantiere sono stati dichiarati “illegittimi”. Le accuse vanno da lottizzazione abusiva all’abuso di ufficio. Vorrei rendere noto che l’intera area è sottoposta a vincolo paesaggistico e si trova su una zona protetta e adiacente a due aree d’interesse comunitario: il Monte Cas-Cima di Corlor e il Parco Naturale Alto Garda Bresciano.

Tuttavia ciò che grida vendetta sono le costruzioni proprio ai piedi della parete come, in particolare, il grande parcheggio e l’università della vela. Non sono un esperto in materia, ma forse là sotto era meglio non fabbricare! Infatti, magari per puro caso e, nonostante il disgaggio dell’intera parete, è franato l’enorme pilastro della via Anurb: lo stesso che avevo scalato tanto tempo fa e dove sono state girate alcune scene alpinistiche del cortometraggio della RAI Il Salto delle Streghe e del quale, con Franco Nicolini, ero protagonista. Un crollo di 15 mila metri cubi ha sovrastato e distrutto una parte del parcheggio sottostante, fortunatamente di notte e nella stagione non turistica, altrimenti sarebbe stata una strage.

Probabilmente serviva una strategia migliore: fare qualcosa prima per evitare il danno poi o, meglio, non fare cose che avrebbero potuto provocare un’alterazione dell’ambiente, magari con un disastro naturale. E’ lecito chiedersi se l’interesse personale contribuisca veramente al bene comune o porti a una catastrofe, ma la storia italiana spesso c’insegna il contrario: tutti conosciamo i disastri ecologici e ambientali nel nostro paese, per lo più come conseguenza di opere di escavazione.

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Volevo quella via per dedicarla a Serenella, consapevole che lassù avrei dovuto dare tutto, rischiare, e non poco… Tutti sfuggiamo la morte, eppure è la conseguenza della vita. Ogni giorno muore qualcuno anche se sembra impossibile che possa accadere a me. Tuttavia il mio essere alpinista mi porta a convivere con la morte, una coscienza che spesso mi fa riflettere sull’importanza della vita stessa. Cerco di capire, di dare un senso alla mia esistenza attraverso l’amore impetuoso che ho per la montagna e per l’arrampicata, ciononostante, nel profondo di me stesso, sento che l’alpinismo non sarà più lo scopo unico della mia vita, bensì una tappa importante per capire, per leggermi dentro, per fortificarmi. So benissimo cosa devo ai monti, tuttavia comincio a rendermi conto che, servendosi della mia passione, Dio sta compiendo il suo disegno nella mia vita e provo dentro un’impressione di sconfinata libertà.

Il rumore del vento era interrotto dal suono forte provocato dal martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo in una placca strapiombante e senza fessure. In basso, i ragazzi giocavano, piccoli piccoli, con le loro vele sul lago, dondolando allegramente, trasportati dalle onde, come in una danza. Non immaginavo dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Stavo arrampicando sopra le loro teste, consapevole che per alcuni anni avevo dimenticato l’aspetto della felicità! E riflettevo che la vita è stata dura con me. Ero tutto proteso verso l’alto, eppure sentivo dolore alle gambe e ai piedi che non riuscivo a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. “Luca, mi raccomando, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”, furono le mie ultime parole prima di trasformarmi in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Ho riprovato ad arrampicare ma il piede mi faceva terribilmente male e inoltre le mani si aprivano per lo sforzo. Un gabbiano mi è passato accanto e con un battito d’ali è volato oltre la cima del monte. Soltanto più tardi e con i piedi per terra, il mio sguardo si è portato sulla strapiombante parete e, osservando il volo leggero ed armonico di altri gabbiani, ho pensato a quanto sarebbe bello volare, ma poi mi sono detto che sarebbe anche un peccato, perché non sarei un alpinista con l’immensa gioia e soddisfazione della cima (dal mio libro diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio).

 

CeraUnaVolta-Campione-25-nov-052“Morale della favola”: la decisione recente d’imbrigliare tutta la parete nel nome della sicurezza, con il magnifico Salto delle Streghe coperto interamente dalle reti metalliche. Non è stata risparmiata nemmeno la statua della Madonna poggiata sotto la cima.

Ci si poteva sottrarre dal deturpare, sfigurare, devastare, con tutte le conseguenze sull’ambiente – ora il gabbiano reale del Garda non credo potrà nidificare sulle reti – una delle più belle e grandi falesie del lago? Era possibile scongiurare la fine dell’alpinismo a Campione? A oggi, nella situazione in cui si trova il paesino e la gente, la mia risposta è incerta e dubbiosa. Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: non si doveva arrivare a tutto ciò.

Alessandro Gogna, con il suo blog, mi dà l’opportunità di raccontarmi, di esprimere le mie perplessità, la mia profonda amarezza e delusione per ciò che è accaduto. Sento in me qualcosa che vibra intensamente, la voglia di evitare che, nel nome del business, vengano fatte altre brutture e profanazioni all’ambiente come è stato fatto, a mio giudizio, a Campione del Garda.

Gli effetti della frana del 19 novembre 2014 e delle successive esplosioni
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In Italia esistono migliaia di borghi, paesi e città situate a ridosso di grotte naturali aperte su pareti rocciose che rendono i luoghi, già di per se stessi, unici e di rara bellezza; e credo sia impossibile e comunque molto dispendioso e dannoso per l’ambiente eliminarne i pericoli di crolli avvolgendole di una ragnatela di goffe reti di ferro: ne andrebbe anche dello stesso bilancio – già duramente provato – dello Stato. Mi viene spontaneo un ragionamento: ai piedi delle montagne, in particolare dove possono esserci rischi di frane, forse sarebbe meglio creare un’area di sicurezza e non costruirci. Ci tengo a sottolineare che i miei sono soltanto leciti interrogativi di cittadino e di alpinista che sulle rocce del Salto delle Streghe ha lasciato una parte della sua vita. Mi dispiace constatare come quello che avrebbe dovuto essere un centro unico per la vela e magari anche per l’alpinismo a bassa quota, con la bella spiaggia sul lago in un ambiente naturale di rara bellezza, si trovi oggi in una situazione ingarbugliata: Campione è diventata una comunità isolata e impaurita, devastata dalla cementificazione, da una ristrutturazione fallimentare e incompleta, ma soprattutto minacciata dalla fragilità della montagna che la sovrasta. Il tutto grazie alla speculazione edilizia e forse anche, permettetemelo, al malaffare. Chissà se, in un futuro, ci sarà un dissequestro del villaggio e molte strutture migliorate, tuttavia il Salto delle Streghe non potrà mai più essere scalato, non sarà mai più il regno indiscusso del gabbiano reale del Garda e tantomeno lo spettacolo della natura che mi ha fatto sognare prima, e realizzare poi, le vie più difficili della mia carriera alpinistica. Con una metafora: “Molti alpinisti non potranno toccare il cielo con un dito” al raggiungimento della radura erbosa sovrastante. Un vero peccato!

Concludendo: non voglio solo puntare il dito, ma offrire degli spunti di riflessione, auspicando una maggiore sensibilità per quanto è accaduto. Non voglio esser citato come parte del muro contro muro, ma di una testimonianza che possa essere, nel futuro, costruttiva per tutti. Sì, perché l’ambiente è patrimonio comune dell’intera umanità e responsabilità di ognuno di noi; bisognerebbe scavalcare interessi specifici a favore di interessi collettivi compresa la natura: una natura abitata, tra le tante specie, anche dall’uomo. Mi piacerebbe pensare a riprogettare un mondo basato su valori dove l’ambiente conta. Sono delle considerazioni e delle domande che credo di potermi porre, per tutto ciò che ho dato e vissuto sulle rocce del Salto delle Streghe: per i miei compagni di corda, tra i quali il fortissimo e indimenticabile Andrea Andreotti di cui voglio onorare la memoria. E, come me, credo che molte altre persone, nonostante tutto, amino quella lingua di terra sovrastata da maestose sculture di roccia non per schiacciarla, ma per proteggerla.

Lettera aperta della gente di Campione al sindaco, alla pm Silvia Bonardi, alla Regione, alla Provincia e alla Comunità Montana e «a chiunque possa aiutarci», 25 novembre 2014

«Per la prima volta dopo tanti anni sentiamo l’Amministrazione vicina a noi, vicina ai suoi cittadini, grazie di tutto. Noi abitanti di Campione ci uniamo alle parole dette dal sindaco: “Non lasciateci soli!”.

Vi chiediamo di mettervi una mano sul cuore, leggere questa lettera, capire e aiutarci! Siamo al limite della sopportazione psichica ed economica.

È da troppo tempo che subiamo forti disagi nella nostra frazione, da quando CoopSette ha comprato parte di Campione. Parte sì, non tutto! Perché noi residenti abbiamo la nostra parte. Il Comune di Tremosine ha le sue parti. Ed è ora che quelle parti vadano rispettate.

Per la ristrutturazione della nostra frazione abbiamo dovuto subire disagio dopo disagio. Sono 10 anni che sopportiamo demolizioni, scavi, martelli pneumatici, via vai di camion e betoniere, polvere. Chiusure di gallerie, disservizi di ogni genere. Sono apparse persino le zanzare (mai avute a Campione) create dai pozzi nel cantiere a sud. Quattordici anni di disagi e la CoopSette non è nemmeno a metà dell’opera. E chissà se e quando finiranno, vista la situazione economica.

E che cosa abbiamo ottenuto in cambio? Abbiamo perso aree verdi. Ci siamo visti chiudere le nostre strade e togliere l’uso dei nostri parcheggi pertinenziali (sicuri). In cambio di un autosilo: “il posto più sicuro di Campione”, aveva detto il nostro ex-sindaco Ardigò. Un autosilo però sfondato dal crollo del “mammellone”. E ora dove parcheggiamo? E dove andranno a parcheggiare i pochi turisti rimasti fedeli al nostro borgo?

Abbiamo subito un blitz di 60 uomini della Finanza che hanno sequestrato il paese in piena stagione. Dissequestro, risequestro. Chiuso l’autosilo, il parcheggio camper, il cantiere nautico Paghera, turisti scappati, economia crollata.

E adesso pure il cedimento del mammellone. Noi residenti abbiamo espresso più volte le nostre preoccupazioni, mai nessuno ci ha ascoltato. Va ricordato che nel 1969 alcune case di residenti ed attività furono chiuse per pericolo di caduta massi in quell’area di Campione. Ma per far costruire la CoopSette l’area è stata “pulita e messa in sicurezza”… Noi siamo stati costretti a parcheggiare nell’autosilo, che ora è crollato sopra le nostre macchine.

Abbiamo preso paura? Sì, tanta.

C’è chi dorme in tuta, pronto per scappare. C’è invece chi non vuole più dormire o vivere a Campione. C’è chi è fortunato e durante il giorno va a scuola o al lavoro fuori Campione, e ha un po’ di distrazione. Ma c’è anche chi lavora qui, chi ha comprato la sua casa qui, chi ha la sua attività qui e nonostante tutte le difficoltà subite in tanti anni ha sempre cercato di offrire al meglio il proprio servizio. Dal 2006, da quando è arrivata CoopSette con il suo cantiere, le attività hanno subito un tracollo. Le attività storiche di Campione sono sull’orlo del fallimento.

Non ne possiamo più!

E ora dobbiamo pure vivere nell’angoscia. Viene giù? Come? Quando? Non possiamo vivere così. Se deve cadere ancora una porzione di montagna, fatela cadere. Rischiamo che magari questa volta arrivino dei soldi per pulire e ritornare alla normalità. E un altro pezzo cade quando ormai è stato pulito tutto? Ricominciamo da capo? Crollo, richiesta per fondi, pulizia? E fino a quando andrà avanti questa storia?

Non ne possiamo più! Per favore, aiutateci ad andare avanti. Aiutate il nostro sindaco, il Comune, noi residenti e fateci continuare a vivere e proseguire la nostra vita».
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Altro che lastre, altro che statue

Il 14 aprile 2016, travolti da duemila tonnellate di marmo in una cava di Colonnata (Carrara), sono morti due operai. Vivo per miracolo è un terzo.
Per i dettagli di questa ennesima tragedia apuanica, si veda l’articolo del corrierefiorentino.

Particolarmente intenso abbiamo trovato il commento dello scrittore e musicista Marco Rovelli, che qui riportiamo (da facebook).

 

Altro che lastre, altro che statue
di Marco Rovelli

Ieri Il Tirreno mi ha chiesto di scrivere un commento sulle due morti in cava. È questo.

La nostra città, in questi giorni, porta il lutto. E non un lutto finto, di prammatica: quelle due morti sono davvero sentite come una lacerazione profonda da questa comunità. Lo si è visto ai funerali, ieri. C’è un radicamento profondo alla terra, da queste parti apuane, e qui terra significa anzitutto montagne. “Lutto” viene dal latino “lugere”, piangere: ecco, quel pianto comune in questi giorni ha fatto tremare questa terra, come ha tremato quando è crollato quel costone della montagna. Ma se le famiglie e gli amici hanno il diritto ai loro tempi per affrontare quel lutto immenso, una comunità ha il compito di non lasciar asciugare quelle lacrime, di non lasciarle assorbire dalla terra e poi continuare come nulla fosse stato.

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No, dopo il pianto del lutto, occorre guardare, subito, con la necessità dell’urgenza, le cose a occhi bene aperti e asciutti, per comprenderle, e trasformarle. Se guardiamo a occhi bene aperti, ci risulterà ben evidente che non c’è nessun tributo umano che dobbiamo pagare alla montagne, nessun sacrificio umano che dobbiamo offrirle in cambio del prezioso marmo. Se andiamo a ripercorrere le troppe morti in cava che si sono susseguite regolarmente nel corso degli anni, troveremo che quasi mai è questione di “fatalità”, di “tragico incidente” – formule vuote che servono solo a assolvere qualcuno da precise responsabilità materiali, di fatto. Vedremo le responsabilità di questo evento, ci torneremo.

Ma intanto ci tocca, se vogliamo essere all’altezza di un’etica comune, spalancare lo sguardo sul costo spropositato che il “sistema marmo” impone a questa terra. Le montagne vengono spogliate, trafitte, distrutte, così come distrutte sono le vite di Roberto Antonioli Ricci e Federico Benedetti: e tutto questo in cambio di briciole. Briciole in termini di lavoro, briciole in termini di ricchezza. Le Apuane, e la vita di chi ci lavora, sono devastate per le tasche gonfie di pochi. Altro che il marmo di Michelangelo, una delle più odiose frottole che continuano a raccontarci: qui si scava a ritmi inimmaginabili solo trent’anni fa, con un decimo degli occupati, mentre i fatturati delle imprese vanno a gonfie vele, per non dire della maggior parte del marmo che se ne va in polvere, in quel grande business del carbonato di calcio. Altri che lastre, altro che statue. Polvere, come polvere è tornata a essere la vita di Ricci e Benedetti.

Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre
AltroCheLastre--Giulia Ricci Antonioli ai funerali con la camicia a scacchi del padre

 

 

Bisogna “fare di più” e “intensificare gli sforzi”, si limita a dire l’Associazione Industriali. Fare cosa? Quali sforzi? Parole vuote che si stendono come una coltre di silenzio non solo sulle morti di quei lavoratori, ma sulle vite di chi resta. Che deve affrontare un lavoro che viene meno, una terra sempre più povera, i fiumi inquinati (e abbiamo un presidente del parco – che dovrebbe difendere l’ambiente! – che nega che lo siano). Del resto, dal 1751 in avanti i padroni delle cave hanno sempre intascato profitti enormi senza restituire quasi nulla al territorio. Il punto è chiedersi se vogliamo andare avanti così. Perché quando domina il profitto di pochi, a rimetterci non è solo la povertà del territorio, ma anche la sicurezza del lavoro. E ci troveremo a piangere ancora.
Nella lingua assira l’espressione “aggrapparsi alle montagne”, ricordava Eliade, significa “morire”. Ecco, sta a tutti noi che quel legame tra montagne e morte venga reciso.

Marco Rovelli
Scrive libri e fa musica. E insegna filosofia e storia nei licei. Ha scritto tre libri di quelli che vengono chiamati “reportage narrativi” (o “narrazioni sociali”), insomma ibridi tra saggio e narrazione, su questioni del “margine” della società, nella convinzione che è dal margine che si vede meglio il centro. Due di essi sono su questioni dell’immigrazione cosiddetta “clandestina”: Lager italiani (Bur, 2006), sull’universo concentrazionario di quelli che oggi si chiamano Cie; e Servi (Feltrinelli, 2009), il racconto di un viaggio che ha fatto nell’Italia sommersa dei clandestini al lavoro, dai campi di pomodori e gli agrumeti del Sud ai cantieri del Nord. Un altro, Lavorare uccide (Bur, 2008), sulle morti sul lavoro. Poi ha scritto un romanzo e altri libri ancora (uno cui è particolarmente legato è Il contro in testa (Laterza, 2012), in cui racconta per storie e immagini l’anima ribelle della sua terra apuana). Musicalmente, invece, sarebbe, propriamente parlando, un cantautore, nel senso che canta canzoni che compone, ma non solo: è molto legato anche al patrimonio del canto sociale e del canto popolare, che entra costantemente nel suo repertorio. Il suo cd solista (oltre a quelli che ha fatto con Les Anarchistes) si chiama libertAria.

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Le indagini sulla via ferrata del Cabirol (Capo Caccia)

Aperte le indagini a Capo Caccia, Alghero (SS), sulla Via Ferrata del Cabirol

Le associazioni ambientaliste  Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus e Mountain Wilderness Italia hanno richiesto delucidazioni in merito alla realizzazione della Via Ferrata del Cabirol e di alcuni itinerari di arrampicata sportiva presenti all’interno del Parco Regionale di Porto Conte. Tale decisione è scaturita dopo avere appreso che l’area presenta il massimo livello di pericolosità di frana e che la costruzione della via ferrata, che attraversa un’area protetta, è avvenuta su iniziativa privata.

Alla richiesta di informazioni agli enti preposti, tra cui la Commissione Europea e il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, le due associazioni fanno seguire una richiesta di eventuale adozione di provvedimenti finalizzati alla salvaguardia dell’incolumità dei frequentatori e dei valori ambientali e paesaggistici.

Siamo preoccupati non solo per la salvaguardia delle specie ma anche per l’incolumità delle persone” sottolinea Mountain Wilderness “ci siamo chiesti come fosse possibile progettare questi percorsi in un’area indicata come a rischio molto elevato di frana e ci allerta il fatto che ancoraggi come quelli utilizzati sul posto siano stati causa di incidenti, non solo in Sardegna”.

Capo Caccia
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Secondo la documentazione raccolta dalle associazioni l’area occupata dagli itinerari è classificata nel contesto di Natura 2000 come Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale e ciò prevede una serie di tutele, in particolare per quanto riguarda le piante e gli animali.

Alcuni degli uccelli più rari d’Europa come Grifoni, Falchi pellegrini e l’Uccello delle Tempeste, sono di casa a Capo Caccia e vengono indicati dalla Comunità Europea come “specie prioritarie” in quanto rare o a rischio di estinzione.

Difficili da raggiungere, le pareti sono scelte per nidificare proprio per la loro inaccessibilità e la loro frequentazione da parte dell’uomo può portare all’abbandono dei piccoli e alla creazione di nidi altrove.

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La frequentazione dei percorsi attrezzati, da gennaio/febbraio fino all’estate, disturba il periodo di riproduzione delle specie.

Per queste ragioni il Ministero all’Ambiente indica le attività sportive legate alle pareti come una potenziale minaccia per l’avifauna selvatica mentre il Club Alpino Italiano ha deciso dal 1990 di non acconsentire alla costruzione di nuove vie ferrate. Vedi Approfondimento Normativo.

Alle volte ci viene da pensare che un’attività che si svolge in ambiente sia un’attività che lo vive con rispetto“ continua Mountain Wilderness “ma questo è vero solo quando chi la pratica adatta le proprie azioni alle esigenze della Natura e non viceversa. Solamente allora possiamo parlare di sport sostenibili.

Mountain Wilderness incoraggia la frequentazione dell’ambiente solo quando questo non venga considerato una palestra o un parco giochi. E’ favorevole a una valorizzazione del territorio che sia davvero rispettosa delle normative ambientali e della sicurezza, privilegiando perciò itinerari che per loro caratteristica non si adeguino alle esigenze sportive, lasciando così intatta l’essenza naturale del luogo.

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Ricostruzione dei fatti
Sulla base di una prima ricerca su internet è facile individuare l’itinerario su www.ferratacabirol.it. Nel sito è indicato che la via ferrata è stata costruita (Storia di un apertura) su iniziativa privata.

E’ possibile inoltre osservare che gli interventi di chiodatura e modifica del percorso sono stati incrementati nel corso degli anni.

In Manutenzione della Via Ferrata, viene indicato che gli ancoraggi sono di acciaio inox, talvolta AISI316 e talvolta AISI304 (sono note in bibliografia rotture di ancoraggi di quest’ultima tipologia in prossimità di ambiente marino).

12 settembre 2009, viene accompagnata l’equipe di Linea Blu lungo la Via Ferrata https://vimeo.com/6545896.

3 ottobre 2014, il Comune di Alghero aggiudica i lavori di mitigazione del pericolo di frana a causa della segnalazione di blocchi pericolanti, (aggiudicazione n.758 del 3-10-2014) nel tratto di costa compreso tra la Scala del Cabirol e il Semaforo.

13 marzo 2015 viene fatto precipitare un grande blocco di roccia che è risultato proprio sopra il tracciato della la Via Ferrata. Quanti altri blocchi come questo ci saranno lungo il percorso? Di chi potrebbero essere le responsabilità in caso di incidente?

Il 21 novembre 2015 (http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/capo-caccia-il-gigante-di-roccia-precipita-in-mare/40012/40110) un gruppo di equilibristi buca con il trapano le rocce della parete appoggiata (in cui sono presenti anche decine di ancoraggi di arrampicata sportiva) per inserire alcuni ancoraggi per tendere una corda. L’inserimento degli ancoraggi è avvenuto senza autorizzazione del Parco e senza avere effettuato una eventuale Valutazione di Incidenza Ambientale. I turisti vengono denunciati dal Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale.

23 novembre 2015: le associazioni LIPU e WWF emanano un comunicato stampa (http://www.algheroeco.com/slackline-capo-caccia-wwf-e-lipu-daccordo-con-la-denuncia/) in cui approvano l’operato del CFV.

Le associazioni asseriscono nell’articolo che “Le associazioni ambientaliste WWF e Lipu ricordano che l’area interessata dalla perfomance di slackline è un’area particolarmente protetta inserita nel Sito di Interesse Comunitario e Zona di Protezione Speciale per la presenza di flora endemica e la nidificazione di uccelli rari o a rischio di estinzione come l’uccello delle tempeste, le berte maggiori, il gabbiano corso e il falco pellegrino.”

Gennaio 2016. In occasione di una ripetizione della Via Ferrata da parte di membri della Mountain Wilderness viene osservata una coppia di Falco pellegrino in prossimità della parete della ferrata e osservati alcuni dettagli tecnici come la tipologia di materiale diverso utilizzato e i diametri del cavo di acciaio (linea vita) di dimensioni diverse. Nasce il dubbio che l’itinerario sia stato omologato.
Sia lungo il percorso, nei ripiani in parete, della Via Ferrata che poco prima di raggiungerne l’attacco, sono stati osservati degli itinerari di arrampicata sportiva che prevedono decine e decine di ancoraggi e alcuni attacchi con catene (http://www.corradoconca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20:qatsi&catid=2& Itemid=101&lang=it).

In questa fase il Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus (GRIG) e MW aspettano che gli enti dicano come è la situazione dal loro punto di vista (esiste un progetto depositato e approvato? Esiste una valutazione di incidenza ambientale approvata? Esiste l’autorizzazione della comunità europea, del parco e del comune?). Dopo queste risposte si potrà ricorrere a denuncia circostanziata.
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Sito di importanza comunitaria – SIC “Capo Caccia (con le Isole Foradada e Piana) e Punta del Giglio”IndaginiViaFerrataCabirol-itb010042_a4-vert

Zona di protezione speciale – Z.P.S. “Capo Caccia”. Foto Benthos, C.B., S.D., archivio GrIG.IndaginiViaFerrataCairol-zps-itb013044-capo-caccia

 

Link correlati:
Rischio di frana sulla Via Ferrata del Cabirol
http://notizie.alguer.it/n?id=46370

Drammatica caduta del blocco di roccia pericolante sulla Via Ferrata del Cabirol, il video
http://video.gelocal.it/lanuovasardegna/locale/capo-caccia-il-gigante-di-roccia-precipita-in-mare/40012/40110

Buca le falesie del Parco Regionale di Porto Conte. Slackliner denunciato!
http://www.algheroeco.com/slackline-capo-caccia-wwf-e-lipu-daccordo-con-la-denuncia/
http://lanuovasardegna.gelocal.it/alghero/cronaca/2015/11/21/news/alghero-buca-le-falesie-di-capo-caccia-per-fissare-la-fune-equilibrista-denunciato-1.12484270?refresh_ce oppure file in pdf.

Alleghiamo anche i segg. documenti:
Legge Regionale 26 febbraio 1999, n. 4
Istituzione del Parco naturale regionale “Porto Conte”.
(Documento del 16/10/2012 11.22.25, autore: Regione Autonoma della Sardegna);
Statuto del Parco
Statuto adottato con Delibera del Consiglio Comunale di Alghero N° 21 del 5.5.2000, resa esecutiva dal Provvedimento del CO.RE.CO. N° 1769/021 del 21.6.2000, e approvato con Delibera della Giunta Regionale N° 40/46 del 12.10.00, resa esecutiva dalla Determinazione del Direttore Generale dell´Assessorato Difesa Ambiente N° 3065/V del 6.12.00 Modificato con deliberazione del Consiglio Comunale n.8 del 13.01.2015
(Documento dell’11/05/2016 12.54.22, autore: Azienda Speciale Parco di Porto Conte);
Disciplinare delle guide del Parco
Disciplinare della attività della “Guida ed educatore ambientale del Parco Naturale Regionale di Porto Conte e della foresta demaniale di Porto Conte”
(Documento del 16/10/2012 11.22.52, autore: Azienda Speciale Parco di Porto Conte).

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La momentanea vulnerabilità di Heinz Grill

Nell’uggioso pomeriggio di domenica 17 aprile 2016, a casa di Marco Furlani a Pietramurata (Dro), ci siamo incontrati con Heinz Grill, Sigrid Königseder e Barbara Holzer. L’obiettivo era uno scambio d’idee sulle motivazioni della chiusura del sito www.arrampicata-arco.com voluta dallo stesso Grill e sull’opportunità di stendere un comunicato che potesse funzionare da attestato di stima nei suoi confronti.

Qui di seguito riportiamo in primo luogo l’attestato e, subito dopo, la conversazione che c’è stata tra di noi.

 

Attestato di stima ad Heinz Grill
Il presente testo è l’espressione del pensiero di tutti i presenti ma anche di tanti altri arrampicatori, i nomi di solo alcuni dei quali potete leggere più sotto. E’ il testo di base, quello che spiega in breve la situazione che si è venuta a creare in queste ultime settimane e che ribadisce la nobiltà di un intento sperimentato per anni, quello di coniugare nella valle del Sarca due culture così differenti come quella italiana e quella tedesca.

Il sito www.arrampicata-arco.com è stato chiuso perché l’attuale cattivo stato delle vie aperte da Heinz Grill e dal suo gruppo di amici consiglia di non insistere a presentare vie che non rispondono più a criteri di bellezza e di accettabile sicurezza.

Una causa per la troppa terra sulle vie è certamente data dagli eventi della natura, con troppa umidità (e troppo poca pioggia) che incolla la terra alle pareti invece di pulirle. L’altra causa può essere più soggettiva o più filosoficamente psicologica.

Nessuno di voi ha responsabilità per la chiusura del sito. E’ vero invece che negli ultimi tre anni tante calunnie e maldicenze sul suo conto hanno spinto il nostro stimato amico Heinz Grill a pensare di andarsene dall’Italia. Le calunnie vengono da persone fuori della cerchia degli arrampicatori, ma le vie diventano sporche perché “rispecchiano” la situazione.

Heinz Grill ha ideato e sviluppato le vie, spessissimo primo di cordata, ha lottato con la friabilità e la vegetazione. Il meraviglioso risultato è sotto gli occhi di tutti, le più di cento vie sono attrezzate sufficientemente, alcune sono più sportive, altre più alpinistiche.

Heinz Grill, con la sua presenza in Valle del Sarca, non ha solo creato itinerari che attraggono arrampicatori da tutto il mondo: ha anche combattuto per una causa culturale di altissimo livello, cioè la promozione di una nuova cultura, una sintesi tra riflessività tedesca e creatività artistica italiana. E lo ha fatto in molte maniere diverse, utilizzando idee nuove in architettura, in medicina, in alimentazione e meditazione.

Per noi non è possibile che Heinz Grill diventi una vittima di calunnie e di offese che, ribadiamo, non derivano tanto dagli arrampicatori, bensì da persone che vivono in uno stato morboso di invidia e gelosia. Non vogliamo che Heinz Grill sia separato dalle sue vie, dalle sue opere e dalla grandiosità della sua visione qui in Valle del Sarca.

Come lui, tutti noi desideriamo che ci sia un’atmosfera che rafforzi la gioia di arrampicare e di vivere in questa fortunata Valle della Luce. Contro la sporcizia sulle vie indotta dalle calunnie difendiamo Heinz Grill, che ha creato un’arte particolare di arrampicare e uno stile ben riconoscibile di vita.

Giuliano Bressan, Christian Della Maria, Andrea Farneti, Diego Filippi, Marco Furlani, Roly Galvagni, Maurizio Giordani, Alessandro Gogna, Franz Heiß, Florian Kluckner, Sergio Martini, Stefano Michelazzi, Giuliano Stenghel. E questi solo per INCOMINCIARE. Chiunque può farci pervenire la sua solidarietà o dare eco a questo attestato.

Dopo il bellissimo convegno nella casa di Tenno (17 aprile 2010, argomento: La via è un’opera d’arte), il 6 ottobre 2012 Grill e Kluckner replicano con l’organizzazione a Dro di Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Grill:

La momentanea vulnerabilità di Heinz Grill
Marco Furlani. Non abbiamo capito cosa è successo, ma non ci sembra giusto che tu e il tuo gruppo dobbiate essere attaccati. Vogliamo dunque sapere il perché e riteniamo che avete fatto bene a chiudere il sito, così la gente si sveglia.

Heinz Grill. E’ stata una reazione imprevista la nostra. Quest’anno abbiamo pulito per tre mesi le vie e le vie diventano sempre più sporche. Non possiamo più offrire le vie in questo stato, ci siamo detti con Florian e Franz.

Pietramurata, 17 aprile 2016, casa di Marco Furlani. Da sinistra, Heinz Grill, Sigrid Königseder, Barbara Holzer e Alessandro Gogna. Foto: Marco Furlani
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Alessandro Gogna. Però non capisco perché nel 2012 (per esempio) ritenevate che le vie fossero pulite e invece oggi ritenete che siano sporche.

H.G. Questa è una questione, come dire, filosofica. In 35 anni la mia figura è sempre stata al centro di una lotta contro l’integralismo in ogni campo.
Questo attacco non viene dagli arrampicatori, viene da un altro lato. Viene da gruppi che mi sono sempre stati contro, fondamentalisti e vegani. E’ un anno che non metto piede in alcun negozio di Arco, dove so che girano giudizi sulla mia persona: ecco l’assassino, ecco lo sfruttatore. Voci che si nascondono, ma che non cessano di attaccarmi a tradimento. Voci che stanno incominciando a penetrare subdole anche tra gli arrampicatori.

Anne-Michele Humby, Marco Furlani e Heinz Grill, qualche anno fa
MomentaneaVulnerabilitàHeinzGrill-marco-furlani-sigrid-segretaria-di-MomentaneaVulnerabilitàHeinzGrill

 

M.F. Le persone che fanno e che costruiscono saranno sempre bombardate da quelli che non fanno nulla. Questo avviene specialmente in Italia, un paese che si regge su equilibri per i quali sarebbe quasi da vergognarsi di essere italiani. In Italia chi vale viene messo da parte e ai posti di potere ci sono dei burattini.
Io capisco che vi sentiate attaccati… ma è la solitudine dei numeri uno, che devono sempre combattere con quelli che sono indietro.
In più io credo che tu ti stia preoccupando di cose che in realtà non esistono. Le vie non sono pulite? E chi se ne frega se le vie non sono pulite! Non è vero che tu debba accollarti con i tuoi compagni una pulizia globale delle vie. Le vie le abbiamo aperte tutti ma sono rimaste là così. Chi vuole le ripete, chi non vuole non le ripete!

H.G. Quando noi offriamo una via, vorremmo fosse piena di bellezza, non sporca e insicura.

Sigrid Königseder. Sono stata anche io a pulire. Ultimamente abbiamo passato ore e ore a pulire, ed era incredibile. Certi tiri sono più sporchi che nella prima salita! Non si possono offrire vie così, perché si perde la gioia di arrampicare. Io mi sono spaventata.

A.G. Ma da cosa dipende il fatto che siano più sporche di prima?

S.K. Quando ci sono persone che offendono e calunniano un autore, l’atmosfera è così negativa da influenzare anche l’autore stesso, che così vede le proprie creazioni in modo diverso; ma quest’atmosfera è in grado di cambiare anche la materia. Le calunnie attirano lo sporco su una via, e questa è una realtà. Sotto il fango della calunnia, l’autore si ammala, e con lui si ammalano le sue vie. La materia si deteriora. Quando l’atmosfera invece è serena, le vie si “rilassano”.

H.G. Osserviamo queste cose da anni…

S.K. Per esempio quando arrampico con Heinz e siamo in totale accordo, tutto fila liscio. Quando c’è qualche questione, ecco che la corda s’incastra e succedono tanti piccoli fatti che interrompono il flusso regolare. L’assommarsi di dicerie e cattiverie crea una sfera negativa e oscura, può essere anche solo in una stanza. Magari l’avete osservato anche voi. Non siamo fatti di sola materia, queste sono cose sottili ma che esistono, e chi è allenato a vederle le vede.

10 ottobre 2013. Conferenza di Heinz Grill, I valori dell’alpinismo. Merano, Centro per la cultura

H.G. Abbiamo già avuto questo scambio d’idee con Sergio Martini. Cosa è più all’Inizio, la Natura o lo spirito dell’Uomo? E’ la Natura ad aver creato l’Uomo, o è l’Uomo con il suo spirito che ha creato la Natura?

M.F. L’uovo o la gallina? Sì, queste sono cose di filosofia che un ignorante come me non capisce. Io so che se l’uomo riuscisse ad avere un equilibrio perfetto con la Natura avrebbe solo da guadagnarci. Ma so anche che la negatività di un ambiente umano che ci circonda non può essere un’energia che sporca anche le vie. Questo non posso crederlo. Sono un pragmatico e credo a quello che vedo. Le vie secondo me potrebbero essere sporche perché è un lungo periodo che piove poco e non le lava a sufficienza. E ciò che capisco bene è che tu non sei sereno, che non stai bene: e questo ci turba, ci dispiace e ci dà fastidio. Che tu e il tuo gruppo non siate sereni ci turba e ci preoccupa, perché vi vogliamo bene.

A.G. Io posso anche credere che le vie nel 2016 siano più sporche che nel 2012 per i motivi che dite voi. Ciò che circonda la Natura può influenzarla. Il nostro comportamento può influenzarla e cambiarla, le nostre storture, le nostre passioni, negative, positive, anche le discussioni, le invidie. E’ un’ipotesi che posso considerare. Non ci credo più di tanto, ma so che è un’ipotesi che voi avete studiato e verificato: bene, io la rispetto.

M.F. Anzi, è un peccato che noi non riusciamo a capire…!

A.G. Ma rimane il nocciolo: non sono per nulla contento che delle persone che sono venute tanti anni fa in questa Valle e hanno realizzato cose bellissime, siano costrette da non so bene chi, comunque da qualcuno, a non essere sereni, a sentirsi attaccati, bistrattati, traditi. Questo mi dà un fastidio tremendo, ed è per questo motivo che questa mattina vi ho chiamati per parlarne. Saprete di certo che siete l’argomento del giorno…

M.F. Tanti abbiamo incontrato che ci hanno detto: ma voi che lo conoscete, cosa è successo? Noi rispondevamo che le cause della chiusura del sito possono essere tante e presenti da tanto tempo: e alla fine hanno fatto saltare il coperchio della pentola.

H.G. Conosco abbastanza te e Alessandro da pensare che, anche se siamo abituati a trattare in modo diverso gli eventi, di base siamo tutti convinti che, nella discussione tra Natura e Uomo e per ciò che riguarda le vie aperte, nulla prima esisteva perché non c’era l’Idea. Dopo qualcuno vede la linea, ha l’Idea e la realizza. Lascia la sua impronta sulla parete con la sua Idea. Dunque tutto inizia con lo Spirito. Molti pensano che prima ci sia la materia, perché senza materia noi non ci siamo.

A.G. Attenzione, sono due fasi distinte: uno può discutere se è nata prima la materia o prima lo Spirito. Questo si può discutere e l’uomo lo fa da secoli. Ma dire che la materia subisce cambiamenti fisici e strutturali perché è cambiato lo Spirito, questo fa parte di una conoscenza che certamente è su un altro piano.

Di ritorno dalla via nuova sullo Spiz di Lagunaz: Heinz Grill, Franz Heiß, Ettore De Biasio, Florian Kluckner e Martin Heiß. Foto: Ivo Rabanser.
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S.K. Possiamo pensare a un architetto che disegna una costruzione: dipende da lui e dalla sua Idea cosa sarà la realizzazione, bella o brutta, rilassante o invasiva.

A.G. Io non posso accettare così semplicemente, come fate voi, che una costruzione bella diventi improvvisamente brutta solo perché qualcuno attacca e ferisce l’architetto. E che la lotta tra queste forze la si possa vedere fisicamente in cambiamenti che riguardano la costruzione. Questo è un gradino oltre! La gente non è a questo livello di conoscenza e non è obbligata a esserlo!

Heinz Grill, Ivo Rabanser e Stefan Comploi davanti all’Arco del Bersanel
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H.G. E’ un problema che conosciamo bene. Con voi possiamo parlarne, con altri dobbiamo stare più attenti… E’ successo anche con l’argomento “libertà”, sappiamo che la libertà è la conseguenza del nostro agire, non è cosa naturale. Ma c’è anche un altro argomento, quello della cultura. In questa zona abbiamo una cultura poliedrica, dalla coltivazione degli olivi all’apertura di una via. Per me è importante che ci siano diverse possibilità. Qui è il punto d’incontro tra mondo tedesco e italiano. I tedeschi pensano molto, sono tendenzialmente riflessivi; mentre gli italiani hanno il vantaggio del sentimento…

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M.F. … che è un’arma a doppio taglio! Può essere pericolosa! Perché è vero che i romani sono stati a capo del mondo per tanti secoli, è vero che abbiamo avuto il Rinascimento, ma è anche vero che non rispettiamo la legge, anzi non capisco perché ci siano zone in Italia dove la legge è rispettata e altre dove se ne fanno beffe. Ma questo è un altro discorso. Dentro ogni italiano c’è un piccolo genio, ma è un’arma a doppio taglio. Io personalmente preferisco maggiore ordine.

A.G. Ma attenzione, non andiamo fuori tema. Heinz è stato attaccato non solo da italiani, ma anche da tedeschi. Quando era in Austria ha praticamente dovuto andarsene, perché il suo comportamento veniva giudicato senza regola.

H.G. E’ vero, l’attacco di questo periodo non è una novità, è una costante della mia vita. Tra noi c’è stima, questa è la cosa in comune. In un convegno sull’alimentazione e sulla salute ho detto che il mio amico Marco Furlani quando mangia può apprezzare le cose, mentre altri mangiano ma non apprezzano. Questa è una questione d’anima, e la relazione è alla base. Ci sono le componenti chimiche dell’alimentazione, ma nella relazione troviamo la stima per l’altro e dunque anche per il cibo. Ciò che vorrei dire è che qui, in questa valle, io vorrei trovare una buona cultura, fatta dalle componenti più diverse (tedesche e italiane), non troppo caos ma neppure troppo poco.
Quando proposi a Dario Cabas di modificare qualche sua via era perché in questa valle la roccia è preziosa: e le sue vie erano sottoposte a critica perché Dario non le modificava dopo il suo primo passaggio. Quindi non troppo caos, ma anche la libertà, questo era l’esperimento in corso prima della sua morte per malattia.

Nella casa di Tenno, la tavola della sala da pranzo è stata realizzata a forma di sfera. I suoi ripiani sono in interconnessione matematica con la circonferenza della sfera
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S.K. Qui in Italia siete in grado di apprezzare la bellezza, avete un senso estetico fuori del comune. Questo è importante ed è su questo che stavamo lavorando.

M.F. Sì, ma voi avete fatto tutte vie belle!

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S.K. Sarà vero, ma queste vie stanno diventando brutte!

A.G. Abbiamo già detto che rispettiamo questa teoria ma che non la facciamo nostra. Noi vogliamo solo attivarci perché chi fa maldicenza sia alla fine zittito da una maggioranza che invece è con voi. Perché è così!

M.F. Ci hanno detto in tanti: ditegli che siamo contenti e che gli vogliamo bene. Volete dei nomi? Cristian Della Maria, Sergio Martini, Maurizio Giordani, Giuliano Stenghel, Diego Filippi e chi più ne ha ne metta! Tu, Heinz, voli un bel po’ al di sopra delle bassezze umane.

H.G. Ho scritto libri su altri argomenti anche molto provocatori. Alcuni, in Germania, hanno suscitato clamore, ma la discussione è rimasta su un piano di scambio d’idee. Qui ad Arco si è trasceso: assassino, sfruttatore

A.G. Ma perché assassino, sfruttatore, parassita? Chi dice questo? E perché? Io voglio capire, altrimenti non mi alzo da qui…

H.G. Qui ad Arco c’è un gruppo alternativo, vegano. Già da subito era contro di me. Io ho fatto varie conferenze, su temi vari, medicina, pedagogia, nutrizione, architettura. Voi sapete che ho ristrutturato una bella casa antica di Tenno: dicevano che io l’ho fatto perché volevo essere un guru, perché volevo essere il direttore di una mia scuola di pensiero, cosa mai vera in nessun campo dove ho operato e opero, dalla medicina allo yoga, fino all’arrampicata. Da quella casa me ne sono andato tre anni fa, era una preoccupazione troppo grande per me, manutenzione, gestione, soldi. Per loro era il simbolo di una mia ipotetica voglia di essere guru, ma io non ho mai voluto “fondare” assolutamente nulla, né un nuovo gruppo né una nuova religione. Perché ho scritto due libri sui Sacramenti e sui riti, la Chiesa cattolica mi ha scomunicato, Ratzinger in persona ha pensato che ero pericoloso. Conosco questa mia situazione da così tanto tempo che avevo avvisato gli altri di non prendere le mie parti e soprattutto di non voler sfidare nessuno. Conoscevate Monica, la proprietaria della casa di Tenno? Lei lottava. Qualche volta l’ho difesa, qualche volta l’ho criticata. C’è stato chi, dopo che ho perso un amico di montagna, caduto nel gruppo di Sella, a Pranzo ha festeggiato questa tragedia. Poi c’è stato il suicidio di Monica, e anche questo mi è stato attribuito come colpa: perché per loro io volevo la casa, volevo che Monica scomparisse! Invece io ho perso tutto, certo non ero nel testamento, ho perso i 500.000 euro che avevo speso per la ristrutturazione. Dunque, che interesse potevo avere perché lei se ne andasse in quel modo?

A.G. Perché Monica l’ha fatto?

H.G: C’era un problema con i genitori e uno con il marito. Ma c’era un problema anche con me, perché a un certo punto Monica si è affidata a un’altra insegnante spirituale, di Monaco di Baviera. Decisamente si è trovata alle prese con una visione troppo esoterica, troppo per lei. In contrasto evidente con il suo mondo. Quest’insegnante le suggeriva che solo quando si è morti si è veramente liberi. Io dicevo l’opposto, per me è molto chiaro che tutte le forze creative si bloccano con la morte. E di questa lotta è stata Monica a essere la vittima. A Monaco ci sono stati quindici casi di suicidio per via degli insegnamenti di questa signora e io ho delle cause in tribunale proprio perché l’ho denunciata. Un’irresponsabile, una psicopatica pericolosa.

A.G. E perché, per le persone che ti accusano, sei tu il responsabile? Io non capisco…

H.G. Non si può capire, loro cercano degli argomenti, un colpevole. Io dico che erano loro a tramare per impadronirsi della casa di Monica.

A.G. Ma chi sono e dove vivono queste persone?

S.K. Si tratta soprattutto di una donna, una che ha molte conoscenze, molti contatti e vive a Pranzo. Lei e il suo gruppo.

M.F. Ma tu che voli più in alto… non riesci a staccarti, non riesci a non dare peso a queste cose?

H.G. In questo momento è un po’ difficile. In più la zona è piccola… Sento che ora i nemici sono più forti. Io ho aperto delle vie su roccia, delle vie di architettura, qui. E loro cercano argomenti per distruggermi. Dicono che io ho distrutto la Natura. Possiamo, è vero, discutere se sia giusto lasciare tutto selvaggio oppure plasmare e coltivare un po’ il terreno d’arrampicata. Forse abbiamo già aperto molte vie, forse abbiamo alterato troppo: ma quando queste vie mancano, allora manca qualcosa ad Arco. Vuole essere anche una provocazione.

M.F. Ma uno come te non può perdersi in queste dicerie negative!

H.G. Io non voglio entrare in un negozio di Arco per sentir dire sottovoce “è quello… eccolo… lo sfruttatore”.

M.F. Non è vero, non è così. Per uno che pensa e dice questo ci sono decine e decine di altri che la pensano diversamente. Per un albero che cade nella foresta e fa rumore ce ne sono migliaia che crescono in silenzio. Pensi che io sia simpatico a tutti? Figurati, potrei raccontartene…

Barbara Holzer. Quando sono così tanti i serpenti, e così ben nascosti, diventa difficile. Manca la fiducia!

M.F. Però, come voi sentite questa negatività, allora dovete essere in grado di percepire anche la positività… e vi assicuro che questa è tanta! Sono tanti quelli che mi hanno telefonato perché vogliono dirti che ti vogliono bene!

H.G. Questo mi fa piacere, ma in questo momento sono un po’ vulnerabile…

M.F. Stai cedendo al lato oscuro della Forza! Tu non devi cedere, tu sei uno Jedi!

H.G. Giusto, non dobbiamo cedere. Voi volete fare questo attestato di stima nei miei e nei nostri confronti. Noi abbiamo intenzione di aprire un altro sito, non di arrampicata, che abbia come scopo la correzione di questa situazione, in modo assolutamente non polemico. Per due o tre mesi ho pensato che non fosse possibile opporsi, ma ora lo credo possibile, anche grazie a voi. La mia auto-consapevolezza sta aumentando, so che alla fine vincerò. Ma queste calunnie sono troppo sotterranee, è un campo di lotta cui sono abituato ma ogni tanto m’indebolisce. Accetto la critica, ma patisco il tentativo di annientarmi. Nelle mie controversie con la chiesa hanno perfino detto che io abuso dei bambini! Queste sono cose che fanno loro, non certo io che non ho mai avuto alcun bambino iscritto ai miei corsi!
Anche Franz Heiß e Florian Kluckner sono soggetti a questi attacchi. Franz è l’uomo buio che distrugge queste zone… incredibile!

Franz Heiß
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Florian Kluckner
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A.G. Cerco ancora di trovare un nocciolo. Mi ha colpito che tu abbia detto almeno due volte, oggi, che non vai più in alcun negozio di Arco. Ma tu devi andare a testa alta in quei negozi! La roba dovrebbero regalartela, ad Arco. Questo ti diciamo noi. Tu devi andare in giro per Arco a testa alta. Sapendo che ci sono serpenti in giro, ma che alla fine questi serpenti rimangono sottoterra. Se tu ti nascondi emergono un po’, si vivificano con la tua debolezza, come i cani che mordono solo chi ha paura di essere morsicato.

H.G. Questo è vero, certo. Ma la mia natura un po’ ascetica in queste quattro ultime settimane mi ha fatto ritirare, retrocedere. Non mi volete? E allora io mi ritiro nella mia ascesi. Però adesso sto capendo che questo tempo è finito, devo tornare al fronte.
Per due settimane mi sono ritirato a casa mia, a Lundo, perché non volevo litigare…

M.F. Tu non devi litigare con nessuno… tu devi solo andare a testa alta, diritto come sai fare, con il tuo sguardo luminoso. I serpenti ci sono ovunque ma non ti toccano.

H.G. In risposta a una polemica scoppiata su planetmountain, con Ivo Rabanser siamo andati a fare la via nuova sullo Spiz di Lagunaz, nelle Pale di San Lucano… è stata una bella risposta!

M.F. Sì, ma tu devi fare le vie che ti senti di fare, non in risposta a quattro ignoranti. Devi fare quello che ti piace non per polemica. Questi sono vermi, non serpenti. I serpenti hanno la loro dignità (tutti ridono, NdR). I vermi non devono fare paura a un uomo della Luce come te, se no, dove arriviamo?
Allora, vediamo cosa possiamo fare. Alessandro e io vorremmo scrivere un documento, un attestato di stima nei tuoi e vostri confronti, naturalmente se ci dai il permesso. Nel frattempo tu devi attivare la tua sensibilità per recepire tutto ciò che è positivo nei tuoi confronti, non solo la negatività di pochi vermi.
Oggi abbiamo parlato con arrampicatori che vogliono addirittura fare un meeting per dimostrarti il loro affetto, stima e simpatia. I vermi staranno sempre più sottoterra. Dal momento in cui non lo guardiamo e non lo ascoltiamo, il verme è già morto.

H.G. Questo mi aiuta molto, è vero che dopo un po’ di tempo perdiamo la forza di lottare. L’attestato sarebbe un grosso passo avanti. Sarebbe un grande sostegno anche alla mia lotta per unire, in questa valle, le idee alpinistiche con quelle sportive.
Marco, sei veramente la mia avanguardia! Tu sei stato nello Yosemite, poi ci sono andato io e ho fatto le stesse cose tue (ridono tutti, NdR)!

M.F. Spero che questo pomeriggio con queste chiacchiere ti abbiamo aiutato. C’è tanta gente solidale con te… e gente competente, gente come Maurizio Giordani, per dirne uno!

H.G. Mi hai parlato come un padre, oggi!

M.F. Ma attenzione, non dobbiamo guardare solo i qualificati… la platea è molto ampia. La cordata di ragazzi con la quale abbiamo salito oggi la via Linda ci diceva che devi continuare…

A.G. Attenzione, non continuare necessariamente a fare vie o pulire… devi continuare a esserci!

M.F. Intanto che tu rimanga qui con noi…

Giuliano Stenghel e Heinz Grill, trattoria della Lanterna, Arco
MomentaneaVulnerabilitàHeinzGrill-18860
A.G. Poi se vorrai andartene ovviamente lo farai… ma non perché ti abbiano costretto i vermi!

H.G. Due anni che sono a Lundo, pur avendo un appartamento ad Arco dove non metto piede da due anni. Mi sono ritirato, ma ora ho una visione più ampia. Non dobbiamo più difenderci. Qui noi siamo stranieri, necessariamente siamo un po’ prudenti: non conosciamo con esattezza i meccanismi di ciò che ci circonda. Ma è tempo di auto-consapevolezza, ora.

A.G. Torniamo al discorso dell’attestato di stima… voglio fare per un momento l’avvocato del diavolo…

H.G. Deve essere un aiuto non solo per noi o per le vie. Perché, abbiamo davvero un bel tema, la promozione di una cultura condivisa tra tedeschi e italiani. Voi avete grande spirito estetico, sapete cosa è la bellezza e la vivete. Centinaia e centinaia di tedeschi sono venuti in Italia per trovare quell’elemento che manca in Germania, l’elemento artistico. E qui, in Trentino, è il punto d’incontro: qui dobbiamo operare.
Per una cultura poliedrica, che si apra a nuovi orizzonti.

A.G. Direi che su questo siamo tutti d’accordo. Ma dicevo prima dell’eventuale punto debole dell’attestato di stima. Se noi “chiediamo” che la gente e le istituzioni come CAAI e Guide Alpine firmi e sottoscriva questo documento, io ho paura che gente e istituzioni si chiedano: perché ci chiedono di firmare questo attestato? Perché lo hanno scritto? E possono rispondersi da soli: “perché deve essere proprio successo qualcosa di grave”. Dunque, io non lo farei… Ci sto ripensando…

B.H. L’attestato è utile perché promuove quelle idee di cultura che sono proprio quelle odiate dai “vermi”, quelle che in modo assai razzista i vermi vogliono spazzare via.

M.F. Attenzione: se noi facciamo silenzio, i vermi prosperano e si agitano…

A.G. Come silenzio, se facciamo l’attestato che silenzio è?

M.F. Ma hai appena detto che ci stai ripensando…

A.G. Ma no, sto ripensando al fatto se sia opportuno o meno CHIEDERE una firma di sottoscrizione! Non deve diventare un referendum, devono essere considerazioni di stima che girano da sole! Ho paura di una RICHIESTA.

M.F. Bello, mi piace! Degno di Alessandro Gogna…

A.G. Nel momento in cui, alla fine del comunicato, noi chiedessimo “volete essere d’accordo con quanto avete appena letto?”, vorrebbe dire che ne abbiamo bisogno. Noi NON ne abbiamo bisogno.

M.F. Giusto! Chi vuole firma, o condivide, passa lo scritto ad altri. Ma senza che glielo chiediamo. Ci vuole solo un pool iniziale di firme.

A.G. Sostanzialmente dev’essere un attestato di solidarietà con chi per anni ha sperimentato in questa valle la coesistenza culturale, ha creato vie, ha promosso convegni in questo senso. Il gruppo vegano e i vermi vari sono stati la miccia, ma non devono diventare un incendio, non dobbiamo dar loro quell’importanza che non hanno. Conosco bene l’aggressività dei vegani, ma noi non abbiamo bisogno di essere convertiti alla loro religione, siamo stufi di gente che vuole convertire, missionaria di improbabili nuove religioni. Uno vuole essere vegano? Lo sia, ma rispetti gli altri!

H.G. Autostima e auto-consapevolezza devono aumentare in generale. Personalmente ho problemi fisici in questo momento, con la mia spalla. Ma non devo mollare…

A.G. Attenzione, Heinz… perché in questo momento il miglior alleato dei vermi puoi essere proprio tu stesso. Nel momento in cui tu dici “le vie sono sporche perché nella loro fisicità possono assumere la negatività di ciò che ci sta circondando ora”, io posso ribatterti la palla e aggiungere: tutto vero, ma allora è anche vero nel momento in cui tu ti senti più debole fisicamente e hai male qui e qui e qui. Il male fa parte della natura umana e non ci possiamo fare nulla. Anche il miglior maestro yoga comincerà ad avere qualche dolore, prima o poi. Quindi, il problema dei dolori che ti affliggono da un paio d’anni non deve toccare quella che è la tua auto-consapevolezza. Non voglio insegnarti nulla, ma posso dire d’esserci passato. Per sei anni ho dovuto assumere una pillola di cortisone al giorno a causa di dolori che nessuno ha ancora adesso capito cosa fossero, ma che un omeopatico mi ha guarito. Mi ha fatto pensare. Cosa è successo in quegli anni? Il più grosso pericolo che correvo era quello di vedere me stesso diminuire la mia auto-stima. La vedevo scendere giorno per giorno: non sono più capace di arrampicare, di scrivere, di amare… scivolavo verso la depressione. Il cortisone toglieva il dolore ma creava tutta una serie d’altri problemi. Io ho avuto la fortuna di non avere “vermi” attorno a me, ma posso pensare che loro davvero spiino ogni tuo momento di debolezza, come i cani che normalmente sono aggressivi solo con chi ne ha paura.

H.G. Lo capisco molto bene… mi sento esattamente in questa situazione… ho i dolori e mi sono sentito debole. Ciò che hai appena detto lo so bene… ma ora in trappola ci sono io!

M.F. Ecco il perché del nome “via della Trappola” (risata generale, NdR)!

H.G. Dunque c’è una nuova malattia, a proposito di vie sporche: la “psicopulizia”!

B.H. Forse dobbiamo trovare un’altra parola… forse “sporco” non è corretto!

M.F. Heinz, potresti portare con te il soffiatore… ma io ti consiglio di non pulire più nulla, magari solo verificare lo stato dei cordini in luogo. Tu hai un po’ viziato gli arrampicatori! E’ tutto perfetto!

A.G. Sai cosa diciamo sotto alle falesie in Piemonte, o Lombardia, o altrove? Ah certo, qui si vede che non è passata la squadra di Heinz Grill! E’ diventato un modo di dire!

M.F. Non devi diventare integralista della pulizia!

H.G. Forse sono un po’ troppo perfezionista… Come Ivo Rabanser è perfezionista sul chiodare, io lo sono sulla linea e sulla pulizia.

B.H. Pensavamo: se la via è in ordine, la stima è assicurata; se la via non è in ordine c’è la calunnia e la maldicenza. Sentirsi come maiali è un attimo! Ma ora forse pensiamo che la stima non dipende solo da quello…

H.G. Io sono tedesco, dunque perfezionista… Per me la qualità di una via deve essere ottima, sia sul piano della bellezza e pulizia che della sicurezza. In altre zone, più selvagge, abbiamo altri criteri. Ho fatto alcune vie davvero raccapriccianti, ma non è solo questione di fare vie difficili. A parte che non avrei più l’età per certe sfide, credo che qui ad Arco la parola d’ordine sia fare vie belle.
Penso che questa conversazione sia stata un grande aiuto. Grazie.

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Marco Furlani:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Raimondo Daldosso:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Alessandro Gogna:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Roberto Jacopelli:

Dro, 6 ottobre 2012, Libertà in alpinismo sulla base dei valori durevoli. Questo è l’intervento di Ivo Rabanser:

 

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Il drago, la pulzella e la decadenza della scalata moderna

Il drago, la pulzella e la decadenza della scalata moderna
di Alessandro Jolly Lamberti
(pubblicato il 25 febbraio 2016 in http://www.climbook.com/)

 

Per far capire bene la mia idea sullo stato dell’evoluzione o, se a parlare è un vecchio nostalgico, della decadenza della nostra nobile arte, farò un parallelo con il sesso, che è un affare con il quale quasi tutti, prima o poi, hanno avuto un coinvolgimento emotivo.

DragoPulzellaDecadenza
Nella cultura medioevale il cavaliere, per conquistare una pulzella (notate questo termine “conquistare”… non si usava anche per le montagne?), doveva come minimo sconfiggere un drago. Tutta la passione romantica del sesso scaturiva dalla difficoltà e pericolosità del percorso per arrivare a consumare l’atto sessuale.
Siegfried, l’eroe wagneriano dell’Anello del Nibelungo, l’uomo-selvaggio che non sa cosa sia la paura, uccide il drago Fafner e poi scala una montagna, avvolta dalle fiamme, per risvegliare con un bacio sulle labbra la valkiria Brunhilde. Conoscerà così l’amore e con esso la paura. Ma uccidendo il Drago, entrerà in possesso dell’Anello che porterà lui e il mondo alla distruzione
Come dice David Foster Wallace, ogni animale è capace di scopare ma solo gli umani sanno (sapevano) cos’è la passione sessuale, tutta altra cosa rispetto all’impulso biologico a accoppiarsi. E se questa passione sessuale ha resistito per millenni come forza psichica vitale nell’animo umano, questo non è stato nonostante gli intralci, ma grazie a loro. Nei secoli i draghi si sono poi trasformati in mille altri tipi di impicci naturali e culturali per arrivare alla copula fino a che, a un certo punto, improvvisamente, questi draghi sono morti e la passione romantica ha cominciato a decrescere tanto più aumentavano facilità, sicurezza, sterilizzazione: facile il parallelo con la scalata, no?

Plastificazione, indoorizzazione, volumizzazione, uniformità alle mode.

Lo scalatore moderno non ha più un drago da sconfiggere e, oltretutto, gli è stata anche oscurata l’immaginazione, quella facoltà che rende la passione sessuale diversa dal mero accoppiamento, il mangiare diverso dal semplice metabolismo cellulare, e che rende lo scalare diverso dallo sfogo ginnico.
In un mondo che sembra senza draghi, il nuovo climber scala come un moscerino scopa, e il punto non è soltanto l’assenza del pericolo, che non è scomparso del tutto, ma di certo è stato nascosto come polvere sotto a un tappeto.
Il punto è che la scalata è stata virtualizzata. Per sfuggire definitivamente dal drago agonizzante, si è pensato bene di prendere tutto l’ambaradan e di allontanarlo il più possibile dal reale. Gli appigli ruvidi e tattili sono diventati enormi prese di plastica colorata (neanche più resina, quelli più in voga oggi sono panetti di poliuretano… aiuto! che provocano un certo disgusto tattile). Le prese che ancora un poco somigliavano alla roccia sono state sostituite da orrendi “volumi” assolutamente dissimili dal reale; sempre su questi “volumoni” si svolgono tutti i campionati, dalla garetta sociale alla coppa del mondo, cosa che, all’inizio, poteva pure sembrare divertente, ma che, ora, ha finito per decreativizzare il tracciatore modaiolo. Tracciatore che ormai veste soltanto scomodi vestiti climber – hip hop e avvita prismi di legno annoiando il pubblico (che vorrebbe immaginare come sia possibile tirarsi supcon la punta delle dita), dicevo lo annoia, invece, con ginniche evoluzioni circensi a mano piena, che di scalata non hanno più nulla.

DragoPulzellaDecadenza-CampionatoBoulder

La sala boulder è diventata una playstation, il reale è stato abolito. Quando giochi a tennis con la Wii o scopi su una chat non rischi di incontrare un drago e neppure di slogarti un polso. Ma neppure impari a giocare e neppure ti verranno le farfalle nella pancia al pensiero di una nuova partita.
Un altro esempio paradigmatico di questa fuga dalla realtà sta nell’abbigliamento. Così come i volumoni sono cool, pur essendo dannosi per la scalata vera e propria, così gli scomodi (e oggettivamente brutti) pantaloni larghi, duri, con il cavallo così basso da sembrare un mega pannolone, pur intralciando oltremodo la progressione, sono considerati (??) fighi; una veste funzionale, invece, è considerata alla stregua di un vecchio appiglio similroccia degli anni novanta: da sfigato.
A questo punto sorge un dubbio: o lo stilista delle “uniformi” del climber standardizzato non è uno scalatore e quindi non sa neppure che voglia dire fare un incrocio di piede sullo stesso appoggio (o alzare tantissimo una gamba) oppure è un genio che riuscirebbe a vendere scarpe col tacco a spillo per correre in spiaggia. Esattamente come il gestore di una sala boulder “moderna” che riesce a vendere (ma per quanto ancora?) a migliaia di scalatori di falesia una maestria che, sulla roccia vera, può risultare scomoda ancor più dei pantaloni hiphopclimber.

Ma c’è una cosa che il tracciatore-gestore dovrà considerare, e forse anche lo stilista dei pantaloni gialli col cavallo a pannolone: l’espressione sul volto del principiante che si iscrive a un corso di roccia quando entra in una sala boulder plastificata, volumizzata e playstationata.
La scalata è una disciplina e forse un’arte, e pertanto sopravvivrà per secoli e secoli, come lo yoga.
Le mode, per definizione, sono passeggere: i volumi presto marciranno nelle soffitte, al fianco dei pantaloni hiphopclimber oversize e alle calzamaglie di lycra.
Ah, un’ultima cosa:
Presto il Drago si risveglierà.
Perché non è stato mai ucciso. Sta solo dormendo.

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Abbattimenti di Stato

Abbattimenti di Stato

Il 15 febbraio 2016 è circolata la notizia che il governo Renzi autorizzava l’abbattimento di lupi fino a un massimo di 60 esemplari all’anno. La bagarre scatenata ha provocato la frettolosa riunione del Comitato Paritetico del 17 febbraio, che si è conclusa con un rinvio dell’approvazione.

Il governo Renzi: sparate ai lupi. Presto sarà legale
di Alessandra Chello (pubblicato su www.ilmattino.it/, 15 febbraio 2016)

Roba da fare invidia alla più potente macchina del tempo. Qualcosa di surreale. In grado di produrre in un colpo solo un ibrido amarcord tra Medioevo e Far West. Il ritorno della caccia ai lupi.
Niente di nuovo, direte. Visto che di bracconieri e giustizieri fai da te ne è sempre stato omertosamente strapieno lo Stivale. E invece no. Perché stavolta andare in giro a impallinare esemplari di Canis lupus potrebbe diventare cosa assolutamente legale.
La proposta è tutta farina del sacco del governo Renzi. Il ministero dell’Ambiente e la Conferenza delle Regioni stanno mettendo a punto un piano eufemisticamente definito di conservazione e gestione del lupo. Il motivo? Semplice: risolvere senza tante storie il problema a quei plotoni di allevatori che ogni giorno piangono affranti continui attacchi alle greggi. Alla faccia dei decenni di crociate condotte per reintrodurre una specie che nel 1971 era quasi estinta. E alla faccia pure delle montagne di denaro speso nei programmi di ripopolazione. Adesso sono fra i 1.070 e i 2.452 gli esemplari che vivono sugli Appennini. Circa 200 sulle Alpi. Ma per il Paese delle contraddizioni sono evidentemente diventati troppi. E allora, vai di doppietta.
Nessuna uccisione «a priori» dei lupi ma l’indicazione di una soglia che consente l’abbattimento fino a 60 animali: si affretta a chiarire il ministero dell’Ambiente che smentisce anche un’altra chicca circolata nelle ultime ore. Vale a dire la legalizzazione del tiro al bersaglio anche dei cani randagi. Passando allegramente sul divieto fissato per legge nel 1991. Un punto sul quale per la Lega antivivisezione «si sconfina nella gestione del randagismo, con la previsione di soluzioni finali, cosa assolutamente vietata nel nostro ordinamento».

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Sui social di mezzo mondo la rivolta del popolo animalista è già partita. Mentre dalle fila dei diversi partiti politici è già tiro incrociato di attacchi, polemiche e interrogazioni parlamentari. Nel mirino i ministri Lorenzin e Galletti. Sì, perché stavolta l’impressione è quella di un provvedimento irresponsabile messo su come rapida risposta al crescere di scomode tensioni sociali. In un Paese che sempre più spesso appare anestetizzato nella coscienza. Salvo commuoversi e indignarsi ipocritamente davanti alla lista degli animali in via di estinzione.
Insomma, prima di confezionare piani come questo, sarebbe meglio ascoltare chi queste meravigliose creature le ha studiate per davvero. Gli etologi. «Il lupo – dicono – non fa strage di greggi ma sceglie le sue prede tra i capi più deboli. Lo studio delle carcasse predate lo dimostra con chiarezza. Il lupo quindi contribuisce a mantenere in salute le popolazioni delle sue prede. Un’altra idea sbagliata è che il lupo attacchi l’uomo: assurdo. Il lupo rifugge l’uomo e le femmine lo insegnano subito ai loro cuccioli che impareranno perciò a starne alla larga». Altro che attenti al lupo…
A proposito: in questa proposta assurda chi e come avrà deciso che le vittime sacrificabili possono essere al massimo 60?

Dieci cose da sapere sul lupo, di Giuseppe Festa, autore del romanzo La luna è dei lupi (Salani Editore) – Disegni di Francesco Barbieri – info: www.giuseppefesta.com

Abbiamo guadagnato tempo, ma il rischio per la specie resta alto
(Comunicato stampa del WWF, 17 febbraio 2016)

Serve più tempo per riflettere e analizzare gli elementi di criticità; occorre un confronto più approfondito con tutti gli attori del mondo scientifico, sociale ed economico interessati alle problematiche di convivenza con la zootecnia. Questo il risultato della riunione tecnica del Comitato Paritetico che si è svolta oggi tra Ministeri e Regioni sul Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia.

Il lupo ha dunque ancora una chance di salvezza: le Regioni e gli altri Ministeri (Sanità e Agricoltura), infatti, dovranno inviare le loro ulteriori osservazioni al Piano entro il 26 febbraio per arrivare nel mese di marzo a una nuova riunione del Comitato paritetico. Questo lascia intendere anche un rinvio dell’approvazione definitiva del Piano stesso in sede politica da parte della Conferenza Stato Regioni.

Il WWF esprime grande soddisfazione per questo primo risultato che consente di avere più tempo per approfondire le criticità del Piano proposto dal Ministero, criticità che l’Associazione aveva evidenziato sia nel messaggio rivolto al Ministro che nella lettera inviata alle Regioni alla vigilia dell’incontro odierno.

Il WWF auspica che nei prossimi giorni si apra da parte dei Ministeri competenti e delle Regioni un nuovo confronto con le associazioni ambientaliste, agricole e tutti gli altri attori interessati per trovare punti condivisi sulle azioni necessarie per la convivenza tra lupo e attività economiche.

Per il WWF le soluzioni alternative agli abbattimenti di Stato ci sono e la convivenza con questo predatore è possibile: quello che è mancato finora è la volontà di applicare le strategie vincenti adottate con successo solo in alcune aree. E’ su questa mancata applicazione che, secondo il WWF, è sostanzialmente fallito il precedente Piano di azione per il lupo del Ministero.

Occorre per questo garantire un adeguato coordinamento tra tutti i soggetti istituzionali competenti e prevedere le necessarie risorse finanziarie per l’attuazione del nuovo Piano.

AbbattimentiStato-SOSLUPO1

 

Il WWF proseguirà la sua Campagna #soslupo (www.wwf.it/soslupo) per scongiurare ogni ipotesi di applicazioni delle deroghe alla tutela del lupo in Italia. Quello che sta avvenendo sul territorio, infatti, è ancora gravissimo: si continuano a uccidere lupi, come dimostra l’ultimo macabro ritrovamento di un esemplare ucciso e appeso in Puglia vicino a San Giovanni Rotondo. Ogni anno sono circa 300 gli esemplari di lupo che in Italia restano vittime di bracconieri, incidenti stradali e trappole per ungulati.

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Illudere è peccato

Illudere è peccato

Il Madesimo Freeride Festival comincia domani, 18 marzo 2016.
E ancora una volta ci tocca provare a riparare i danni che una comunicazione poco accorta può recare.

Mentre, a onor del vero, nessun appunto dobbiamo fare ai contenuti del sito ufficiale www.madesimofreeridefestival.it, siamo costretti invece a denunciare la promozione fatta all’evento su facebook:

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“Mica male: un metro e passa di #powpow nel weekend!!!
Per fortuna che al Freeride Festival ci sono i ragazzi di Mystic Freeride che pensano a noi con il loro camp… Un’esperienza di puro freeride a 360° in cui insegnano teoria e tecnica per affrontare al meglio la powder,
in totale sicurezza e divertimento“.

L’accenno (come da probabile richiesta marketing) alla sicurezza totale è sottolineato dal logo Investi in sicurezza che, in se stesso corretto, in questo abbinamento risulta distorto nel suo significato.

 

 

L’illusione (voluta o non voluta, in bona o in malafede) della totale sicurezza va denunciata in ogni occasione, lo sanno bene anche alcune guide alpine come a esempio Michele Comi, che a questo proposito ha scritto (su www.stilealpino.it):

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Cari amici, ogni volta che oltrepassiamo assieme il confine delle piste battute o affrontiamo un percorso scialpinistico, condividiamo l’incertezza di questi ambienti, ben consci che la sicurezza sta altrove. Per mestiere ed esperienza cerco di percepire al meglio ciò che accade, nell’intento di attivare la miglior protezione possibile e ritrovarmi a fine giornata a giocare sereno con i miei tre bambini.
Sempre più spesso proposte e iniziative legate alla montagna promettono “sicurezza” a chi vi partecipa. Il distintivo blu UIAGM (Unione Internazionale Guide di Montagna) mi autorizza ad esser il “gestore” del rischio nelle attività che si svolgono in un ambiente indefinito e mutevole come la montagna, ma purtroppo ancora non mi concede il dono dell’onnipotenza, tale da garantire “sicurezza totale e divertimento”.
Ammetto quest’umana “debolezza”, ma preferisco esser chiaro sin da subito: avventurarsi là fuori è tanto bello quanto denso di pericoli; esisterà sempre un rischio residuo, che di volta in volta andrà analizzato e compreso, per valutare in ogni circostanza se è accettabile oppure no“.

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Lo scippo dell’Alta Via dei Monti Liguri

Lo scippo dell’Alta Via dei Monti Liguri

Tutto è cominciato con una malinconica e stringata notizia apparsa già a metà febbraio sul sito dell’Associazione Alta Via dei Monti Liguri: “Siamo spiacenti di comunicarvi che a partire dal 1 marzo 2016 cesseranno i servizi finora garantiti dall’Associazione Alta Via dei Monti Liguri per mancanza di finanziamenti da parte della Regione Liguria: distribuzione della cartografia, informazioni sul percorso e sulle strutture ricettive, aggiornamento del portale Alta Via, monitoraggio e manutenzione del percorso. Nella sezione Ospitalità–strutture ricettive viene sospeso il servizio di richiesta disponibilità a partire dal 25 febbraio p.v. Il portale con i suoi contenuti, le webcam e le immagini sarà visibile al pubblico fino al 4 aprile 2016, poi sarà disattivato. Grazie per averci seguito in tutti questi anni”.

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Il grido d’allarme, lanciato dal sito ufficiale, scatena in pochi giorni una bufera su facebook, tra meraviglia, curiosità e indignazione: “La Regione, per la prima volta, non ci ha dato nessuna risposta sui finanziamenti per il 2016” si lamenta l’Associazione. Non può essere che la manutenzione e valorizzazione del sentiero di collegamento tra Sarzana e Ventimiglia siano improvvisamente interrotte! Non appena la notizia si è diffusa, gli appassionati e non solo si sono chiesti quale sarebbe stato il futuro del percorso, che è uno dei più noti e apprezzati, e più in generale se tale scelta fosse quella più corretta in un’ottica di promozione delle risorse turistiche “non balneari” della Liguria.

L’Alta via, un percorso unico
442 chilometri di sentieri e mulattiere, percorribili tutto l’anno, che collegano le estremità della riviera ligure da Ventimiglia a Ceparana, dalla provincia di Imperia alla provincia della Spezia. Un viaggio tra costa ed entroterra, tra Alpi e Appennini, tra mare e cielo, lungo praterie erbose che scendono raramente sotto i mille metri di quota, in un ambiente aspro e dolce allo stesso tempo dove le strade carrabili, spesso, non sono mai arrivate.

Scippo-5

L’Alta Via dei Monti Liguri è un unicum anche perché si adatta a tanti tipi di turismo: per coloro che vogliono scoprire gli angoli più reconditi dell’entroterra ligure, per chi è in cerca d’avventura, per chi vuole passare un tranquillo weekend a contatto con la natura o per la famiglia in gita domenicale. Il segnavia – la bandierina bianco/rossa con la scritta “AV” al centro – individua e caratterizza il tracciato, disegnando una grande strada verde dove crinali soleggiati si alternano a boschi ombrosi e, talvolta, nebbie orografiche creano forme e atmosfere surreali, un percorso unico da cui, nelle giornate più gloriose, è possibile ammirare, nello stesso momento, la Corsica, il Monviso e il Massiccio del Monte Rosa.

L’Associazione AVML
L’Associazione Alta Via dei Monti Liguri nasce nel 1994, i suoi soci fondatori e attuali sono: CAI Regione Liguria, FIE (Federazione Italiana Escursionisti) e Unioncamere Liguria.
L’idea della costituzione dell’Associazione nasce dall’esigenza della Regione Liguria di creare uno strumento operativo alla legge regionale del 25 gennaio 1993, legge che si propone la promozione e la fruizione dei sentieri che percorrono l’Alta Via dei Monti Liguri.
Scopo dell’Associazione è la promozione, manutenzione e sviluppo del percorso Alta Via dei Monti Liguri.

Lo scippo
Ma ecco che il 1° marzo 2016 l’assessore allo Sviluppo dell’entroterra Stefano Mai risponde che i fondi ci sono e che la prossima settimana verrà presentata una delibera in giunta, con una dotazione di 100 mila euro, ma la gestione passerà al CAI Regione Liguria: «Il Club Alpino Italiano si occuperà di gestire l’attività di manutenzione e valorizzazione dei percorsi escursionistici che attraversano i parchi regionali delle Alpi Liguri e di tutte le località interessanti dal punto di vista naturalistico-ambientale. In passato non si è provveduto a una adeguata promozione, da oggi si passerà attraverso una nuova gestione e l’implementazione di un settore che fino a oggi non disponeva di adeguate risorse umane».

In effetti nel complesso bilancio della Regione Liguria c’è un capitolo (il 2513) dedicato proprio ai contributi per l’attuazione del programma regionale per l’Alta via dei Monti Liguri, contenuto all’interno dell’unità previsionale di base Investimenti nei parchi e nelle aree protette. Il soggetto attuatore era esplicitamente indicato: l’Associazione Alta via dei Monti Liguri.

Invece, secondo la delibera, da ora sarà il CAI a farlo. E Mai aggiunge: “Contiamo di recuperare anche nuovi fondi europei per puntare in modo deciso alla valorizzazione del territorio”.

Il giorno dopo 2 marzo è proprio il presidente dell’Associazione Alta Via dei Monti Liguri, Franco Zunino, a intervenire: “Dunque i fondi (almeno parte di quelli necessari) ci sono e il nuovo gestore anche. Ma difficilmente questo sarà sufficiente a portare avanti il lavoro così come si è fatto negli ultimi vent’anni”.

Zunino, tra l’altro ex assessore regionale, non raccoglie la provocazione di Mai che puntava il dito sull’operato ventennale dell’Associazione, bensì spiega con un certo scetticismo: “La nostra associazione è composta dal CAI Regione Liguria, dalla FIE e da Unioncamere e dal 1993 si occupa di gestire l’Alta Via. Una legge regionale di quell’anno (la numero 5 del 1993, appunto) stabilisce che è compito unicamente nostro occuparci della valorizzazione e della cura del percorso, che tenendo conto anche dei sentieri secondari ha un’estensione di circa mille chilometri. Dal 1993 la Regione ha stanziato alla nostra associazione circa 200 mila euro l’anno di finanziamenti per coprire le spese necessarie a svolgere questi compiti. Da cinque anni a questa parte la cifra si è praticamente dimezzata”.

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E continua: “Nonostante questo taglio, noi siamo comunque riusciti a portare avanti la nostra attività con successo. Dei fondi a nostra disposizione, circa 60 mila euro venivano utilizzati per la pulizia del sentieri, al sistemazione delle bacheche informative e la manutenzione dei pittogrammi con cui gli escursionisti si orientavano lungo il percorso. Altri 25 mila euro, invece, permettevano di coprire le spese per due dipendenti part-time che si occupavano rispettivamente di monitorare in loco lo stato dei sentieri e di mandare avanti l’ufficio di segreteria ospitato all’interno dei locali messi a disposizione dalla camera di commercio di Genova in via Garibaldi, di gestire il sito e la pagina Facebook e il sistema di prenotazione nelle strutture ricettive lungo l’Alta Via.

Ora, senza i fondi regionali, queste attività si sono del tutto interrotte. Da ieri le nostre due dipendenti sono a casa e l’attività di segreteria si è praticamente interrotta. Non possiamo più rispondere alle mail o agli Sms che riceviamo, abbiamo disdetto il servizio di webcam presenti sull’itinerario e dal 4 aprile disattiveremo il sito. Tanti continuano a scriverci chiedendo informazioni, ma io da solo non sono in grado di fare tutto il lavoro. Io e gli altri membri dell’associazione, infatti, abbiamo sempre prestato la nostra opera a livello di volontariato e senza percepire emolumenti di alcun genere”.

Franco Zunino
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Poi Zunino avverte: “I 100 mila euro stanziati per il CAI di cui parla l’assessore Mai non andranno a finanziare esclusivamente la gestione dell’Alta Via, ma quella di tutti i sentieri della nostra regione che sono affidati al CAI. La loro estensione è di 4 mila chilometri, quindi ben quattro volte superiore alla lunghezza della sola Alta Via. E’ evidente che la cifra non sarà sufficiente.
Anche il CAI è un’associazione che si fonda sul volontariato. In questo ambito è senza dubbio la realtà più importante, ma nonostante questo difficilmente potrà portare avanti l’attività di manutenzione e di segreteria che la nostra Associazione ha portato avanti in tutti questi anni.
Come non bastasse, la legge regionale numero 5 del 1993 stabilisce che la manutenzione del sentiero spetta esclusivamente alla nostra Associazione. Facciamo tutti gli scongiuri del caso, ma in caso di disgrazia sarebbe la nostra associazione a rispondere di eventuali questioni legali. Tra l’altro a causa della mancanza di fondi abbiamo anche dovuto disdire l’assicurazione che ci tutelava, quindi in questo momento siamo del tutto scoperti”.

E Zunino non ha certo torto quando sottolinea che “l’affidamento diretto al CAI senza un bando pubblico potrebbe portare qualche realtà simile a presentare ricorso e a chiedere che la gestione dell’Alta Via sia affidata tramite una gara a cui possano partecipare anche gruppi diversi. Perché l’affidamento al CAI Regione Liguria sia legittimo, quindi, occorre modificare la legge regionale”.

Infine Zunino conclude: “La cura dell’Alta Via può essere anche affidata ad un altro gestore, ma l’importante è che non si creino vuoti (così come sta avvenendo ora). Per questo chiediamo alla Regione di poterci sedere intorno a un tavolo e di decidere tutti insieme il modo migliore per raggiungere questo obiettivo. A luglio avevo chiesto un incontro all’assessore regionale Giacomo Giampedrone, ma finora nessuno ci ha ricevuto. A novembre Stefano Mai ci aveva detto che ci saremmo incontrati a dicembre, ma anche questo non è avvenuto. Noi vogliamo salvaguardare l’Alta Via dei Monti Liguri, che rappresenta un tesoro e una risorsa unica per la nostra regione”.

I veri risvolti
Poche ore più tardi però si cominciano a vedere i veri risvolti di questa operazione.

La comunicazione e la promozione del sentiero Alta Via dei Monti Liguria sarà curata da Agenzia In Liguria – afferma Carlo Fidanza neo commissario straordinario dell’Ente di promozione turistica – siamo nelle fasi conclusive dello sviluppo di un nuovo sito dedicato alla vacanza attiva in Liguria. Tutti i dati, testi, foto e tracce GPS delle 43 tappe dell’Alta Via sono stati salvati e saranno inseriti nel nuovo portale dedicato agli itinerari di mountain bike e trekking”.

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L’Agenzia In Liguria, di concerto con il settore Turismo della Regione Liguria, sta lavorando al progetto da un anno ormai per promuovere il turismo sportivo all’aria aperta nell’ambito di finanziamenti dei progetti di eccellenza. Il nuovo sito sarà promosso sui mercati internazionali nelle prossime settimane per potenziare l’offerta turistica ligure e lanciare il forte il messaggio nei mesi primaverili per destagionalizzare i flussi.Londra, Parigi, Amsterdam, Monaco di Baviera, Stoccolma e Copenaghen saranno le sedi delle presentazioni alla stampa e ai tour operator internazionali del nuovo sito Be Active, on line dal 23 marzo. Soprattutto i mercati nord-europei sono molto sensibili alle proposte di vacanza sportiva nella natura in qualsiasi periodo dell’anno e non solamente in estate. Il progetto aiuterà a spingere un turismo green e sostenibile, parole chiave delle azioni di promozione dell’Agenzia In Liguria per il prossimo triennio.

L’Agenzia In Liguria fa anche notare che Alta Via Stage Race, gara di mountain bike, e la nuova Epic Trail, competizione di trail running (gestite da associazioni locali), sono gli esempi evidenti delle potenzialità del percorso.

Dobbiamo proseguire nel solco di questa strategia che porta turisti e appassionati a vivere la natura in modo attivo e sano, creando indotto nell’entroterra ligure”, sottolinea Fidanza.

Senza ancora nulla sapere al riguardo dell’Agenzia In Liguria, pochi minuti dopo www.savonanews.it/ parla apertamente di “colpo basso”: “La politica serpeggia tra i monti liguri, che di tutto hanno bisogno fuorché della parzialità. Un conto è lo spoils system (una pratica giusta anche per evitare incollature alle poltrone), altra faccenda invece è sottrarre finanziamenti a un’associazione per rimpiazzarla in base alla “prossimità” di bandiera. La giunta regionale di Giovanni Toti ha interrotto le palanche all’Associazione Alta Via dei Monti Liguri, sostituendone le funzioni con il CAI.

Edoardo Rixi
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L’associazione AVML, dall’attività ultradecennale, è presieduta da Franco Zunino (Rifondazione, ex assessore all’ambiente con Burlando), mentre Edoardo Rixi, attuale assessore allo sviluppo economico e climber in forma (oltre che istruttore alpinista), è un rappresentante del CAI. La logica la capiscono anche i più sprovveduti frequentatori di Facebook.
Alla fine per la Regione l’esborso sarà sempre lo stesso: circa 100 mila euro. L’impegno richiesto è sempre uguale: cura della rete escursionistica, manutenzione del territorio, protezione dei parchi e delle aree di interesse naturalistico.
Un atto opinabile da parte dell’esecutivo regionale, perorato dall’assessore all’entroterra Stefano Mai (collega di Carroccio di Rixi). Ci si può discutere sopra. Ma, se dettato da valide ragioni di opportunità (che non sono state divulgate), assolutamente legittimo e nelle facoltà della giunta. Bisognerà capire se il Club Alpino Italiano, con la sua storia ed esperienza gloriosa, ottimo nell’organizzare passeggiate e scarpinate, sarà anche in grado di svolgere il compito cruciale: quello della promozione dell’Alta Via”.

E sui social s’incrociano le ipotesi:
Che sia un favore della giunta a Rixi?”;
Ma guarda, il CAI di Rixi sostituisce un’associazione il cui presidente è l’ex assessore regionale all’ambiente Franco Zunino, di Rifondazione Comunista”.

Sempre nella stessa giornata, il 2 marzo 2016, Andrea Melis, portavoce del MoVimento 5 Stelle, deposita un’interrogazione. Riassumendola, Melis dice:
“La scelta di Mai è poco opportuna, vista anche la posizione del suo collega di partito e di Giunta, Edoardo Rixi, che del Club Alpino Italiano è socio storico e aiuto-istruttore”;
”Quali, e quanto importanti, ragioni hanno spinto Mai a silurare un’associazione, prevista per legge, e che sin qui non aveva dato prova di inefficienza, né di cattiva gestione o sperpero di denaro pubblico. Se l’assessore è a conoscenza di prove che testimoniano il contrario, lo dica pubblicamente e oggettivamente”;
“Di sicuro resta un problema di metodo, perché nulla abbiamo avverso al CAI che anzi rappresenta un tassello fondamentale nella salvaguardia e fruizione delle zone montane. Se però la Giunta ha davvero intenzione di procedere con questo avvicendamento, come appare chiaro da tutte le dichiarazioni, non se la può cavare con una semplice delibera, che come MoVimento 5 Stelle siamo pronti a impugnare, ma dovrà necessariamente procedere a una modifica della legge 5 del gennaio 1993, che prevede espressamente l’affidamento della tutela dell’Alta Via all’associazione omonima”.

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Il presidente del CAI Regione Liguria Gianni Carravieri prova a fare chiarezza. Dopo aver riconosciuto che l’Associazione Alta Via Monti Liguri (AVML) è una piccola ma efficiente realtà finanziata fino a ieri dalla Regione Liguria, Carravieri precisa che attualmente nell’associazione vi sono un presidente di nomina regionale, cinque consiglieri (di cui due CAI), un tesoriere (CAI), un revisore (CAI), due dipendenti part time. “Da circa due anni l’AVML non godeva più, nonostante l’impegno costante nella promozione, gestione e manutenzione di circa 800 km di sentieri di cresta e di collegamento, dei pieni consensi della giunta regionale – continua Carravieri – fino ad arrivare al mancato rinnovo dei finanziamenti.
Da più di un anno tra Regione e CAI era allo studio una bozza di convenzione CAI / Regione Liguria che prevedeva per il CAI Liguria (affiancato dalla FIE Regionale) un servizio consulenza alla Regione su tutta la sentieristica regionale (la cosiddetta REL, Rete escursionistica ligure, 3500 km di sentieri della carta inventario inclusi i sentieri dell’AVML, quelli dei Parchi, dei Comuni e delle Province). Ora questa convenzione, già pensata insieme alla precedente Giunta, sembra essere arrivata alla fase finale di approvazione, ma questo evento non si è ancora verificato. E’ stato facile per alcune testate giornalistiche collegare i due fatti sopra menzionati. In effetti il CAI non intende sostituirsi tout court all’Associazione AVML (di cui tra l’altro fa parte)…
Nella ristrutturazione in atto della sentieristica regionale la Regione Liguria può sicuramente contare sull’apporto e la consulenza del CAI affiancato dalla FIE (che opera da tempo in due province liguri), ma deve preliminarmente costituire al suo interno una unità strutturata con esperti di sentieri, di cartografia, di promotion, di amministrazione con i quali CAI e FIE sono pronti a collaborare…”.

Considerazioni
Secondo il nostro punto di vista, tutta l’autoritaria operazione trova ragion d’essere nell’affidamento all’Agenzia In Liguria (l’unità strutturata di cui parla Carravieri) della promozione dell’Alta Via. Questo è il vero motivo per cui si è praticamente licenziata l’Associazione e per cui ci si servirà dell’utile paravento di CAI e FIE.

Ennesimo episodio di come il volontariato sia sostituito dal (solo in apparenza) più efficiente marketing; di come i veri valori su cui si fonda la cultura della montagna e della sua conoscenza possano essere stravolti da chi li tratterà come prodotto. Il vero scippo non è quello che il CAI ha fatto o non ha fatto ai danni dell’Associazione, bensì la sostituzione della mentalità “aziendale” al volontariato iniziale. Per convincersene, basta visitare il sito di In Liguria.
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La filosofia della paura

La filosofia della paura

Chi ha seguito questo Blog nei suoi molti articoli sul tema “libertà di scalare, libertà di sciare fuori pista, ecc.” ha certamente notato che più volte abbiamo asserito che l’ossessione della sicurezza condiziona la nostra libertà.

Per questo motivo abbiamo riportato le note che seguono, in margine alla pubblicazione di un libro del filosofo norvegese Lars Svendsen, La filosofia della paura, che riteniamo essenziale per la comprensione di come la nostra società si stia ritrovando nella misera condizione di perdita (parziale o totale) della libertà per l’ossessione di sentirsi al sicuro.

Lars Svendsen, La filosofia della paura (traduzione di Eleonora Petrarca), Edizioni Castelvecchi, Collana Le Navi, 2010
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Lars Svendsen fonda questo suo nuovo, polemico e intelligente pamphlet su una prospettiva liberale: è convinto che l’indesiderata e insensata cultura odierna della paura vada indebolendo la nostra libertà rinforzando sempre di più la società sicuritaria. È una convinzione che non possiamo non condividere.

Nella presentazione del sito dell’editore Castelvecchi si legge: «Crisi economica e terrorismo, influenze, criminalità, droga, pedofilia, hanno un elemento in comune: la paura che incutono. Spesso smisurata e contagiosa, questa paura è in grado di condizionare le nostre esistenze: spinge a minimizzare i rischi, a limitarsi – a non viaggiare, non uscire, non mangiare ciò di cui non si conosce l’origine, in breve, a non fidarsi – e ad accettare sempre più sofisticate forme di controllo pur di sentirsi “al sicuro”. Ma al sicuro da cosa? Le nostre vite sono talmente protette che possiamo permetterci di focalizzare l’attenzione su pericoli soltanto potenziali, che nella vita non si realizzeranno mai.
La paura è un sottoprodotto del benessere, e ha un potere tale che può, addirittura, «affascinare»: è questa la tesi sostenuta dall’autore nella sua battaglia contro quella che considera una delle principali limitazioni di libertà dell’uomo moderno. Attraverso documentati esempi, Svendsen sottolinea come il peso della paura dipenda soprattutto dal ruolo che noi le permettiamo di avere, e prospetta la possibilità di un futuro più vivibile attraverso il semplice recupero di valori come speranza, ottimismo fattivo, fiducia nelle capacità dell’uomo di risolvere problemi, migliorare se stesso e la società in cui (vorrebbe) vivere
».

Scrive Leonardo Caffo in www.mangialibri.com: «“L’unica passione della mia vita è stata la paura”, diceva Thomas Hobbes. Che poi uno lo ammetta è poco importante, il dato rimane: la paura è riuscita a colonizzare le nostre vite. L’11 settembre 2001 s’inserisce come evento terribile di un quadro già complesso, l’uomo sociale – oggi inserito nella categoria “sistema politico” – ha bisogno di protezione. Per ottenere questa protezione abbiamo accettato tacitamente di essere rinchiusi nel Panopticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e a opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici rendeva in grado un unico guardiano d’osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione di un’invisibile onniscienza, che li avrebbe condotti a osservare sempre e comunque la disciplina. Il problema in una situazione del genere non è tanto come viviamo ma perché abbiamo scelto di vivere così, da cosa dobbiamo essere protetti? La sicurezza di cui godiamo oggi è sicuramente meglio di uno stato di paura; ma se l’ossessione del rischio e la troppa protezione fossero un pericolo maggiore di tutti i rischi messi insieme? Questa domanda – e la riflessione dalla quale scaturisce – guidano il filosofo norvegese Lars Svendsen in un saggio che indaga come la società della paura abbia contribuito alla perdita delle condizioni di possibilità dell’uomo, anzi per dirla con Martin Heidegger “Nella paura si perdono dunque, di vista, le proprie possibilità”.
Percorrendo alcuni esempi noti come l’isteria che si scatena intorno ai vaccini per i neonati, il filosofo, getta le basi per una riflessione più profonda, che nel caso appena citato potrebbe essere sintetizzata come segue: la stessa tecnologia medica che ci guarisce ci rende più ansiosi
».

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Liberamente tratta da www.macrolibrarsi.it, riportiamo una breve panoramica del contenuto dei sette capitoli che compongono il libro.

Nel primo, La cultura della paura, Svendsen ricorda che la vita umana è sempre vulnerabile, e che quindi la paura è una reazione normale. Ciononostante, negli ultimi anni la ricorrenza di parole come “rischio” e “paura” è decisamente aumentata, nei media, con effetti fastidiosi: e questo a dispetto che “la reale pericolosità della maggior parte di certi fenomeni è sostanzialmente diminuita (p. 19)”. Cosa ha implicato tutto questo? Lo sviluppo dell’industria della “sicurezza”. Pericoli potenziali vengono mostrati come pericoli “attuali”. Qual è il paradosso? “Tutte le statistiche indicano che soprattutto noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo (p. 24)”. L’età media è cresciuta, in una nazione come la Norvegia, di 23 anni in un secolo (dai 59 anni per le femmine e 56 per i maschi nel 1910 si è passati agli 82 per le femmine e 77 per i maschi nel 2010).

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Nel secondo capitolo, Cos’è la paura?, Svendsen spiega che la paura non è nata senza ragioni: è un fenomeno evolutivo, serviva a garantire adeguate condizioni di sopravvivenza e di riproduzione. Tuttavia, nella nostra specie ha un potenziale diverso da quello delle altre specie animali: siamo un animal symbolicum. Un pericolo avvertito – per quanto lontano un continente intero – viene percepito come una minaccia diretta (p. 36). La paura contiene sempre “una previsione, una proiezione del futuro, riguardante dolore, danneggiamento o morte” (p. 46); e assieme, come insegnava Tommaso d’Aquino, “ogni paura deriva dal fatto che amiamo qualcosa” (p. 48). Sostiene il filosofo norvegese che la paura stia diventando una sorta di visione del mondo, incentrata sulla consapevolezza della propria vulnerabilità. Questa visione del mondo potrebbe diventare un’abitudine. È un errore da combattere.

Nel terzo, Paura e rischio, Svendsen – meditando su Rumore bianco di Don DeLillo, spiega che “Un tratto di base della società del rischio è che nessuno è fuori pericolo, assolutamente tutti possono essere colpiti, a prescindere dal domicilio o dallo status sociale (p. 59)”. Caratteristica cardine di questa società, è che per dominare i rischi scegliamo mezzi peggiori del problema: “Si stima che circa 1.200 americani morirono dopo l’11 settembre 2001 perché avevano paura di prendere l’aereo e sceglievano quindi di prendere la macchina (p. 64)”. La SARS (Sindrome Acuta Respiratoria Grave) ha fatto 774 morti nel mondo: il panico da SARS è costato 23 milioni di euro. Con una spesa del genere, si poteva debellare – per dire – la tubercolosi. Dal mondo.

Lars Svendsen
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Nel quarto capitolo, L’attrattiva della paura, il filosofo prende in esame cosa spinga gli esseri umani a cercare nei libri, nei film o nei videogiochi proprio quel che li spaventa nella vita reale. “La spiegazione è semplice: queste esperienze in un modo o nell’altro ci danno un sentimento positivo e soddisfano un bisogno emotivo (p. 89)”.

Nel quinto, Paura e fiducia, Svendsen si ritiene convinto che in una cultura della paura in cui “la fiducia sembra diminuire molto, essa ha bisogno di una motivazione e di una giustificazione (…). La ragione di ciò è che una persona a cui si mostra fiducia formalmente farà del suo meglio per mostrarsene meritevole (p. 113)”. Secondo il filosofo, la paura e la sfiducia sono autoconservative: la paura è capace di disgregare la fiducia, spezzando i legami di solidarietà sociale e incrinando l’amore per l’alterità e per le diversità, in generale. Serve, quindi, avere un approccio di “fiducia ragionata” (p. 117).

Nel sesto capitolo, La politica della paura, Svendsen spiega che la lotta alle cause della paura produce, necessariamente, nuova paura (p. 142). Questo sesto blocco è quello sicuramente più politico e attuale: com’era facile e onesto prevedere, si concentra sull’attentato delle Torri Gemelle, sul suo significato reale e sulle sue non sempre sensate conseguenze (cfr. aggressione all’Irak).

Nel settimo capitolo, Oltre la paura, il filosofo sintetizza il senso del suo volume: “Dovremmo essere coscienti del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno (p. 144)”.

Lars Svendsen
Professore associato del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bergen e opinionista del maggiore quotidiano norvegese, Aftenposten. Autore di numerosi volumi e tradotto in una ventina di lingue, in Italia è conosciuto per i due libri editi da Guanda, Filosofia della Noia (2004) e Filosofia della Moda (2006).

La sceneggiatura di Minority Report, tratta dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick, propone il tema classico del rapporto libertà-sicurezza e la sua possibile declinazione in una società della sorveglianza nella quale il sistema detiene informazioni complete sui comportamenti dei propri cittadini. Dando forma alla storia della Precrime e del suo capo operativo, il capitano Anderton, Dick si chiede quanto sia desiderabile una società in cui la Polizia può fermare il crimine prima che sia commesso, quale sia il prezzo da pagare in termini di libertà e giustizia e se, in definitiva, una vita nel sistema disegnato da Precrime possa ancora dirsi pienamente umana
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