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L’Hotel Pequeno e i ruderi della sua seggiovia

Occorre far notare che Lecconotizie.com è una vera e propria miniera di chicche ambientali (e non solo). Questa volta sono incappato in Pequeno-Masone, la “Consonno” della Valsàssina, un articolo di Giacomo Perucchini del 20 luglio 2014 (vedi http://www.lecconotizie.com/cronaca/pequeno-masone-la-consonno-della-Valsàssina-183114/)

Anzitutto occorre spiegare il perché del titolo. Che c’entra Consonno? Per capire questo vedi Consonno: il fascino di un paese fantasma. L’articolo è stato scritto prima che il cosiddetto impianto della Nuova Orscellera fosse costruito e ultimato (inizio stagione invernale 2014-15).

La vecchia seggiovia Barzio-Piani di Bobbio (Hotel Pequeno)
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Pequeno-Masone, la “Consonno” della Valsàssina
di Giacomo Perucchini
(da Lecconotizie.com del 20 luglio 2014)


In questi giorni hanno preso il via i lavori di costruzione della nuova seggiovia all’Orscellera, ma in pochi sanno che nei boschi sotto lo Zucco Orscellera sono ancora presenti gli impianti originali con la prima seggiovia che saliva da Barzio a Bobbio, un misto tra degrado e un vero e proprio “museo di archeologia sciistica” a cielo aperto.

Sicuramente molti valsassinesi sono a conoscenza di questa vicenda e anzi avrebbero innumerevoli aneddoti da raccontare, ma a beneficio di chi non conoscesse questi luoghi, cerchiamo di ricostruire la storia dalle origini anche grazie ai post degli utenti sul forum di Funivie.org (http://www.funiforum.org/funiforum/showthread.php?t=3767) ed alle ricostruzioni di alcuni valsassinesi interpellati.

La vecchia seggiovia che saliva ai Piani di Bobbio partiva da circa 200 metri dalla piazza di Barzio, precisamente in località Cà Sana, saliva oltre la località Masone dove c’era una stazione intermedia di scambio (i ruderi ancora esistono) poi proseguiva fino a Bobbio vicino all’Hotel Pequeno, che è quell’edificio che ancora oggi si vede arrivando da Lecco. Da lì si percorrevano circa 200 metri a piedi aggirando l’hotel e si raggiungeva la partenza di un’altra seggiovia che portava in vetta allo Zucco Orscellera.

Ruderi della vecchia seggiovia Barzio-Piani di Bobbio (Hotel Pequeno). Foto: Giacomo Perucchini
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Dopo alcuni incidenti (sul primo troncone erano anche morte delle persone a seguito di un arresto dell’impianto: i freni automatici non avrebbero tenuto e i seggiolini hanno iniziato a ruotare al contrario sbalzando la gente contro il muro nella stazione di partenza) e numerose valanghe cadute dall’Orscellera sul versante sud, si è deciso intorno al 1960 di chiudere tali impianti e di spostare la salita ai Piani nella conca dove sorge l’attuale ovovia. E così anche l’Hotel Pequeno è andato in rovina. Nulla però è mai stato smantellato e tutto è andato lentamente in rovina e preda del tempo e dei vandali.

Ancor oggi i ruderi dell’Hotel Pequeno sono ben visibili da valle: è infatti quella grande struttura bianca posta sul rilievo a picco su Barzio, impossibile non notarla, tant’è che tanti turisti appena giunti in paese identificano erroneamente l’ex Hotel Pequeno come parte delle attuali strutture ricettive.

Per gli escursionisti che oggigiorno transitano in zona grazie alle ottime paline segnaletiche, la sensazione è spettrale: scendendo da Bobbio a Barzio lungo il ripido sentiero sembra di entrare in una sorta di viaggio nel tempo: si incontrano dapprima i resti dell’Hotel, con ancora gli arredi originali distrutti. All’interno e all’esterno segni di grande desolazione e raid notturni, con calcinacci, tavolini, sedie e suppellettili ovunque. Al piano superiore stessa desolazione; mentre una parte delle cantine e del tetto dell’hotel è utilizzata per antenne radio, con cavi volanti non proprio sicuri. Tutta la zona senza segnalazione o recinzione alcuna.

L’arrivo della vecchia seggiovia nei pressi dell’Hotel Pequeno. Foto: Giacomo Perucchini
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Scendendo più a valle, a Masone, si trova la stazione intermedia della seggiovia con le strutture in cemento armato e i piloni quasi inglobati dalla vegetazione rigogliosa. Qua e là qualche fune e qualche parte meccanica arrugginita fa bella mostra di sé. Infine, proprio nella parte bassa della montagna, la sensazione più surreale: poco sopra il cimitero di Barzio si trovano infatti le testimonianze più numerose della seggiovia che fu, con tralicci e motori semisepolti nel bosco di Barzio tra ville abbandonate e stradine curate con fiori e siepi e i pali arrugginiti mimetizzati tra i tronchi di pino.

Il 18 maggio 2014, l’associazione Le Contrade di Barzio ha promosso in zona la prima gara di corsa in montagna, la Pequeno su e gio (http://www.contradebarzio.org/Staffetta.htm) che ha portato tantissima gente in zona facendo riscoprire la bellezza e la storia di questi boschi dimenticati ai più.

La Comunità Montana, inizialmente da noi interpellata in merito ad eventuali progetti di recupero per questa zona, ha affermato nella persona del presidente Alberto Denti che la responsabilità delle concessioni funiviarie e quindi dei lavori di ripristino successivi a smantellamenti è dei Comuni.

Il Comune di Barzio dunque tramite il sindaco Andrea Ferrari ha fatto sapere che il Pequeno è di proprietà di una società con sede a Milano e che da parte della proprietà non sono mai arrivati progetti o richieste per interventi di sistemazione. Il comune ha in corso, ed è in fase di conclusione, la pratica per l’emissione di un’ordinanza di messa in sicurezza del fabbricato.

La facciata dell’Hotel Pequeno e un particolare al suo interno. Foto: Giacomo Perucchini
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La generosa Regione Valle d’Aosta

L’11 settembre 2015 l’ANSA diramava questa notizia:

La nuova funivia Skyway del Monte Bianco sarà la location della puntata in onda il 15 ottobre di X-Factor, il talent show targato Sky. Prenderà il via invece il 16 novembre (diventato poi il 9 novembre, NdR) su Rai2 il programma Monte Bianco, in cui otto (in realtà sette, NdR) personaggi noti si sfideranno in prove di abilità nel cuore delle Alpi. Saranno accompagnati da guide alpine, “la cui professionalità sarà valorizzata e avvicinerà il mondo della montagna al grande pubblico”, ha detto l’assessore al Turismo Aurelio Marguerettaz.
Oggi la Giunta regionale ha approvato gli impegni di spesa per i due programmi di prima serata. Lo show di Sky (investimento di 34.000 euro) “attira l’attenzione dei più giovani e, fenomeno sempre più in crescita, sta diventando un programma che appassiona tutta la famiglia”, ha sottolineato Marguerettaz. Durante la puntata (un milione di spettatori in media, oltre due nella finale e 4% di share) saranno previsti “momenti di promozione di tutto il territorio valdostano”.
Stessa modalità per far conoscere l’offerta turistica regionale all’interno del programma
Monte Bianco (spesa in base allo share, 125.000 euro al massimo), che “può rappresentare per la Valle d’Aosta un’opportunità di carattere strategico per promuovere il nostro turismo invernale e, al contempo, l’immagine in generale del territorio regionale”.
Venuto a conoscenza del generoso contributo regionale valdostano al reality, il 17 novembre 2015 il senatore Maurizio Rossi firma un’interrogazione sul reality Monte Bianco e sulle produzioni che si sono avvalse di contributi pubblici. Eccone il testo:

Gianluca Zambrotta e la guida alpina Giovanna Mongilardi, la cordata “rossa” che ha vinto il reality Monte Bianco
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Interrogazione al Presidente e al Direttore Generale della Rai
di Maurizio Rossi (senatore)

Premesso che:
– a maggio 2016 scadrà la concessione per la gestione del servizio pubblico ad oggi affidato alla Rai;
– a giudizio dell’interrogante, la Rai dovrebbe, per il futuro, stabilire criteri nuovi per le produzioni dei propri programmi, specie nell’eventualità in cui la loro realizzazione sia affidata a società esterne;
– sulla seconda rete sta andando in onda un nuovo reality che si svolge sul Monte Bianco;

si chiede di sapere:
– se tale reality sia prodotto direttamente dalla Rai ovvero da un produttore esterno;
– qualora si tratti di una produzione diretta, se la Rai abbia richiesto contributi alla Regione Valle d’Aosta o ai Comuni interessati, in denaro oppure in service, ospitalità alberghiere o altra forma;
– ove, invece, il reality sia stato realizzato da un produttore esterno, se quest’ultimo abbia avanzato alla Regione Valle d’Aosta o ai Comuni interessati le richieste di cui al punto precedente, al fine di ambientare le proprie produzioni nei relativi territori di riferimento;
– se risulti ai vertici aziendali che la Rai tramite i suoi funzionari, ovvero i produttori esterni che collaborano con essa, rivolgano agli enti locali interessati altri tipi di richieste suscettibili di avere una valutazione economica;
– l’elenco di tutte le eventuali produzioni, e relativa valorizzazione, che abbiano usufruito di sponsorizzazioni e contributi pubblici (che è come fosse un ulteriore canone per i cittadini) da parte di enti nazionali, regionali, comunali e, più in generale, da qualsiasi soggetto a partecipazione pubblica, anche sotto forma di ospitalità alberghiere e servizi;
– se non si ritenga opportuno regolare con grande attenzione i contratti con i produttori esterni, inserendo specifiche clausole che regolamentino sia eventuali richieste di contributo ad enti, sia richieste di ospitalità o di pubblicità di prodotto che potrebbero apparire come subliminali.

La risposta della Rai è rapida ed emblematica. Chi volesse dilettarsi nella lettura  la trova qui. Noi ci limitiamo a riportare l’ammissione degli accordi intercorsi con la regione Valle d’Aosta:

E’ stata inoltre stipulata una convenzione tra Rai Com (società’ interamente controllata da Rai e mandataria esclusiva di quest’ultima per la conclusione di accordi e convenzioni con le Pubbliche Amministrazioni) e la Regione Valle d’Aosta, al fine di promuovere i flussi turistici, il territorio e l’immagine della Regione attraverso una serie di iniziative di comunicazione istituzionale da inserire nell’ambito del programma. A fronte di tale comunicazione la Regione Valle d’Aosta ha riconosciuto a Rai (per il tramite di Rai Com) un corrispettivo in denaro; tale valore viene inserito nell’Aggregato B del bilancio predisposto secondo gli schemi della contabilità separata”.

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Le grane del Soccorso alpino lombardo

2008. Riccardo Riva è capostazione del Soccorso di Mandello. Giacomo Arrigoni è capostazione di Lecco. Decidono di unire le due stazioni di Mandello e di Lecco e dar vita a un’unica Stazione delle Grigne, dietro presa di posizione del Consiglio di Zona della Delegazione Lariana. Il compianto Daniele Chiappa era stato il promotore di questa operazione, da anni, e riuscì a vederla, poco prima di morire (30 agosto 2008).

Daniele Chiappa aveva posto le basi per una migliore definizione di procedure e tecniche, in accordo con il Sistema Sanitario di Regione Lombardia.

Arrigoni diventa capo-stazione delle Grigne, Riva è il vice.

Giacomo Arrigoni
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Vogliono fare per migliorare. Sanno che la loro Stazione Grigne è la parte forte della XIX Delegazione Lariana, guidata da Gianattilio Gianni Beltrami (lo farà per 23 anni), quella che fa più interventi in un anno. Quindi vogliono premere perché la Delegazione Lariana abbia più peso nel Consiglio del Soccorso lombardo. E vogliono fare in modo di ottenere una migliore gestione del finanziamento pubblico.

Se la Regione Lombardia decide di rifare tutte le giacche dei soccorritori, non è che un presidente regionale o un delegato possono decidere che Montura è la marca giusta. E’ una decisione che deve essere presa più collegialmente con il coinvolgimento dei volontari.

Se la regione Lombardia stanzia 100 e a ottobre si è speso 80, non si deve correre a spendere gli altri 20.

Non si può dire a un fornitore: ho 100 disponibili, fammi un preventivo. Bisogna invece prendere un consulente, che dirà che quel lavoro vale 60, e a quel punto si fanno fare tre preventivi da tre fornitori diversi.

Basta gestione verticistica. E’ vero che ai volontari poco importa, ricevono la giacca a vento e sono contenti così. Ma una tale gestione non può funzionare a lungo. Infatti l’ambiente è diventato facile “preda” delle guide alpine, gli elisoccorritori per eccellenza. Non è stata data ai volontari l’opportunità di diventare tali. Fior di alpinisti preparati sono stati messi in un angolo. Per citarne uno, Enrico Lanfranconi, dopo 30 anni di servizio, si è visto escluso dalla possibilità di fare un corso. C’erano molti ammessi ai corsi, che però poi venivano regolarmente dichiarati non idonei. Il cerchio così si è ristretto, con un notevole risultato per le guide: “se in quella giornata c’era il cliente, questi aveva la precedenza; in mancanza del cliente, si pareggiava con l’elisoccorso”. Il gruppo operativo si è ridotto a sole guide alpine, un cerchio ristretto in cui prendere ogni decisione.

E non stiamo parlando solo della XIX Delegazione Lariana: il problema è comune alle altre delegazioni operative del CNSAS lombardo: V Bresciana, VI Orobica, VII Valtellina – Valchiavenna, XIX Lariana, IX Speleologica.

La sede regionale lombarda del CNSAS è a Pescate, quindi è molto comodo per il presidente Barbisotti e per Beltrami prendere assieme decisioni. Decisioni che venivano poi ufficializzate, ma la procedura non era adeguata a una corretta gestione di danaro pubblico.

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La Delegazione Lariana, quando a capo c’era ancora Daniele Chiappa, aveva costituito la Società Soccorso Lombardia Service S.r.l., un’entità privata collegata: serviva per far transitare i soldi della Regione e pagare gli elisoccorritori. Il problema infatti era la regolarizzazione di questi pagamenti. Essendo richiesta la loro presenza e disponibilità giornaliera era evidente che non potevano farlo per puro volontariato e quindi senza essere pagati nel rispetto della legge vigente. E allora si doveva trovare una formula che consentisse questo pagamento in modo più regolare.

All’inizio non giravano tanti soldi, l’elisoccorso era fatto ancora da una maggior parte di volontari non pagati.
Poi le cose sono cambiate nettamente, e la gestione è mutata, creando parecchi malumori. Si parlava apertamente della mancanza di pezze giustificative e di gestione “allegra”. E’ chiaro che ad alcuni la soluzione piaceva sempre meno.

Beltrami ricorda: “La S.r.l. pagava anche gli istruttori “impegnati in un ciclo di addestramento continuo per tenere aggiornati i tecnici ma anche il personale sanitario del 118 presente sull’elisoccorso. Anche quest’altra attività, molto qualificata, non poteva a sua volta essere svolta a livello di volontariato”.

Ma, agli occhi di molti volontari, non reggeva che Gianni Beltrami, delegato della Delegazione Lariana e volontario della Stazione Grigne potesse essere pienamente sodale con l’amministrazione della Soccorso Lombardia Service S.r.l. Il conflitto d’interesse era evidente, perciò è continuamente attaccato.

L’atmosfera si fa incandescente. Nell’ottobre 2010, durante la giornata di formazione avvenuta al Resegone, un istruttore si accorge che una delle due corde alla quale sono appesi tre volontari è fortemente rovinata, in gergo addolorata. Scoppia un vero e proprio caso, sono chieste giustificazioni in merito e nel frattempo la corda “incriminata” sparisce. Ed è così che 29 uomini del Soccorso Alpino decidono di depositare un esposto in magistratura per furto e sabotaggio. Tra di essi non c’è Beltrami. A quel tempo il responsabile tecnico della Stazione Grigne è Fabio Lenti. Questi viene coperto e sostituito da Giambattista Gianola.

All’inizio del 2011, dopo molti anni di appartenenza alla Stazione delle Grigne, forse proprio per non rispondere a domande cui non può dare risposte, Beltrami decide di trasferirsi nella Stazione della Valsassina.

Tra l’altro, subito dopo il fattaccio delle dimissioni (che vedremo tra poco), torna alla Stazione Grigne e, con la proposta di Giuseppe Rocchi attuale capostazione, le cambia il nome in Stazione di Lecco.

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Lenti era anche responsabile tecnico del CNSAS lombardo, quindi responsabile dei corsi di formazione dei volontari (Corsi di TSA, tecnico soccorso alpino). La sensazione è che a questi corsi si accettavano solo alcuni. E le location erano sempre dove per alcune persone era più conveniente farli. I volontari, magari con un’anzianità di 30 anni, erano esacerbati.

Ma è anche vero che le guide alpine non sono sufficienti, da sole, al fabbisogno di certi weekend o della stagione estiva. I volontari sono dunque ancora necessari.

Ecco dunque il perché otto volontari della Stazione Grigne il 4 marzo 2012 consegnano lettera di dimissioni a Giacomo Arrigoni, presidente della suddetta stazione. Si tratta di Riccardo Riva, Christian Meretto, Valerio Corti, Marco Madama, Vasco Lanfranconi, Giulio Rompani, Mario Barelli e Marco Clozza.

Questi, nella lettera di dimissioni, evidenziano tra le altre cose: “il perdurare di continue prevaricazioni su regole statutarie e su leggi sul volontariato e nuove convenzioni da parte della ‘catena di comando’. Si fanno i nomi di Piergiorgio Baldracco (presidente nazionale), Danilo Barbisotti (responsabile regionale) e Gianni Beltrami. Costoro hanno innescato una vera e propria bomba destinata a scoperchiare il più classico dei vasi di Pandora.

Beltrami dichiara (Lecconotizie.com, 10 marzo 2012): “Sono due anni che ne stiamo discutendo. Gli otto dimissionari hanno una loro visione e una determinata teoria che è diversa da quella che hanno i 250 uomini della delegazione Lariana e i 1100 a livello regionale. Non avendo trovato seguito alle loro aspettative, che sono in netto contrasto con tutto il resto dell’associazione, gli otto volontari in questione hanno deciso di dimettersi e le loro dimissioni sono state accettate. Da parte degli organi istituzionali e dei vari consigli di delegazione nazionali e regionali c’è piena compattezza e riteniamo che quello che i dimissionari sostengono non corrisponda a verità. Dispiace sempre quando si perdono delle persone, ma è altrettanto vero che se non si riesce a trovare sintonia forse è meglio salutarsi”. Poi Beltrami getta acqua sul fuoco: “Quello che è accaduto non è nulla di eclatante. Ci sono già stati dei precedenti, quindi non ne farei un dramma”.

Ma l’acqua sul fuoco si rivela essere altra benzina. I dimissionari contestano che le loro dimissioni ‘siano state accettate‘, sostenendo che in realtà la Stazione delle Grigne ha respinto con una votazione le dimissioni (che poi si sono rivelate irrevocabili).

Emerge pure che, alcuni giorni prima delle dimissioni, ai Volontari della stazione delle Grigne sia pervenuta un’altra lettera di dimissioni, quella del vice di Beltrami (Alessandro Spada, ndr), giunta dopo l’ennesima critica di alcuni che, come riporta la missiva, gli contestavano ‘di non aver fatto nulla per far rispettare statuto e regole dell’associazione, programma di delegazione compreso‘. I volontari dimissionari commentano: “Se per Beltrami, come ha sempre dichiarato ‘quello che è successo non è nulla di eclatante‘, allora a fronte di più raccomandate e messaggi di posta elettronica certificata inviate a tutti gli organi istituzionali interni, sarebbero dovute pervenire altrettante risposte”.

Gianni Beltrami
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Alessandro Spada dichiara a Lecconotizie.com (13 marzo 2012): “E’ vero, ho presentato le mie dimissioni circa tre settimane fa. Poi il Consiglio di zona (Delegato, Vice-delegati e i sette capostazione, ndr) le ha rifiutate confermandomi e rinnovandomi piena fiducia”.

Pochi giorni dopo, altro colpo di scena all’interno della XIX Delegazione del Soccorso Alpino: Giacomo Arrigoni, capo della Stazione Grigne di Lecco, rassegna in modo irrevocabile le dimissioni dal suo incarico.

Due o tre mesi dopo le dimissioni, Riva, Clozza e altri sono chiamati negli uffici della Finanza. I verbali sono depositati dal giudice.

La Guardia di Finanza fa visita alla sede del Soccorso Alpino di Pescate, dove preleva, assieme ad alcuni faldoni, anche dei pc. Due le ipotesi che si fanno sul motivo per cui le Fiamme Gialle si sono mosse: o è stato depositato un esposto in Procura oppure è arrivata direttamente alla Finanza una denuncia, ma l’ipotesi più accreditata sembra essere la prima.

Non è stata una sorpresa il blitz della Finanza, ce lo aspettavamo – commenta senza scomporsi il responsabile della IXX Delegazione Lariana Gianni Beltrami – a seguito delle polemiche che ci sono state davamo per scontato che sarebbero potute arrivare visite di questo tipo, quindi la cosa non ci ha sorpreso e non ci sono problemi di alcun tipo perché è tutto regolare”.

E’ ovvio che si sospetta che sia stato proprio qualcuno degli otto dimissionari a far scattare il blitz. Ma tutti questi smentiscono seccamente. Beltrami: “Non sappiamo ancora nulla su chi possa aver compiuto un’azione simile, ma è evidente che ci sono alcune persone che non vogliono bene al Soccorso…”.

Appare in ogni caso ovvio che a distanza di qualche mese dai bisticci interni la Finanza accenda i riflettori sul CNSAS lombardo, presieduto da Danilo Barbisotti, e sulla Soccorso Lombardia Service S.r.l., di cui amministratore unico è ancora lo stesso Barbisotti.

Barbisotti e tutti i Delegati lombardi del periodo 2008-2010 sono raggiunti da avviso di garanzia. Lecconotizie.com del 1 agosto 2012 ne dà regolare informazione, informando l’opinione pubblica anche delle dimissioni di massa di quasi cinque mesi prima.

Nello stesso momento giunge notizia che la S.r.l. è stata messa in liquidazione. “Sia ben chiaro – precisa Beltrami – che questa decisione è stata presa prima dei controlli della Finanza nella sede di Pescate del CNSAS. Infatti, il suo smantellamento è stato deciso in seguito a uno studio che abbiamo commissionato all’Associazione Biagi, la quale ci ha informati che, essendo quella dell’elisoccorritore una mansione talmente particolare e specializzata, costante, programmata e non saltuaria, può essere pagata direttamente dal Soccorso. E così, siccome mantenere una S.r.l. ha dei costi elevati, abbiamo deciso di chiudere la società”.

Ad agosto 2012 inizia la lunga attesa dei risultati delle indagini delle Fiamme Gialle, mentre il presidente lombardo Barbisotti in una nota stampa fa sapere: “Il Soccorso alpino lombardo ha sempre presentato i bilanci all’assessorato alla Sanità della Regione, che li ha sempre approvati. Ogni singola voce è stata documentata, come avrà modo di verificare la Guardia di Finanza. Le fatture emesse dalla S.r.l. sono il mero costo dell’attività di elisoccorso e della attività dei formatori. La società non ha mai distribuito utili, i membri del Cda non hanno mai ricevuto un emolumento, né un rimborso spese e i bilanci sono sempre stati a disposizione dei soci”.

Danilo Barbisotti (a sinistra) e Alessandro Spada
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La nota continua: “Tutte le figure professionali sono state “pagate” in esecuzione di contratti o lettere di incarico per mansioni realmente svolte. Un’attività di controllo è sempre stata svolta prima di ogni pagamento. Tutti gli obblighi contributivi e assicurativi sono stati assolti e le imposte versate. Il presidente Danilo Barbisotti ha sempre fornito il suo tempo all’organizzazione gratuitamente sacrificando famiglia e lavoro. Esser presidente di una associazione di circa 1000 volontari, che effettua più di 1000 interventi all’anno, non è facile, come pure riuscire a ricoprire questo incarico solo con il proprio tempo libero, non potendolo destinare a svaghi o altre attività”.

Due anni dopo, il 30 giugno 2014, a Barbisotti è comunicato dalla Guardia di Finanza il procedimento a suo carico come presidente della Soccorso Lombardia Service S.r.l., in liquidazione. Girano voci su alcuni particolari delle voci di spesa, famosa quella sui treni di gomme delle auto del soccorso, rinnovati assieme ai treni di altre auto.

Marco Arrigoni, guida alpina e fratello di Giacomo, era assunto dalla delegazione regionale lombarda del CNSAS. Con l’intervento della Finanza, egli ha dovuto dare le dimissioni da volontario per poter tenere il lavoro.

Sembra anche che la fase istruttoria sia già arrivata a 1500 pagine. Nessun comunicato ufficiale è stato mai diramato, nonostante la decisione (verbalizzata) di Consiglio, per informare degli avvisi di garanzia a Barbisotti e ai cinque presidenti di Delegazione. Nessuna spiegazione dei compensi ai volontari sulle piste di sci, nessuna delucidazione sui fidi bancari fino a 250.000 euro.

Dopo 23 anni Gianni Beltrami ha lasciato la XIX  Delegazione Lariana e al suo posto è entrato Antonio Fumagalli, già capostazione del Triangolo Lariano. Il vice delegato è Salvatore Zangari, che succede ad Alessandro Spada, ora vice presidente regionale, che in precedenza aveva ricoperto il ruolo di capostazione per Dongo.
La XIX Delegazione Lariana è ancora parecchio inquieta. Attualmente è costituita dalle stazioni di Dongo (Giorgio Airaldi), Lecco (Giuseppe Rocchi), Lario Occidentale-Ceresio (Lorenzo Peschiera), Pavia oltrepo (Claudio Garlaschelli), Triangolo Lariano (Alberto Redaelli), Valsassina-Valvarrone (Fabio Paruzzi) e Varese (Antonio Bucciol).

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Diventare tecnico di elisoccorso

Diventare tecnico di elisoccorso
di Fabrizio Pina, Guida alpina Maestro di alpinismo, volontario Tesa (Tecnico soccorso alpino) del CNSAS, dal 2005 presso la Stazione Triangolo lariano, XIX Delegazione

In Europa il servizio di elisoccorso è la punta di diamante del sistema di gestione delle emergenze. L’eliambulanza è un elicottero che contiene presidi medico sanitari gestiti da medico e infermiere. Il pilota e il tecnico di volo sono preposti alle operazioni aeree e infine un tecnico di elisoccorso gestisce la sicurezza a terra dell’equipe sanitaria e partecipa attivamente alle operazioni aeronautiche speciali previste per le operazioni di soccorso.

Fabrizio Pina
DiventareTecnicoElisoccorso-Pina, Fabrizio
In Italia, a seconda delle regioni, il servizio di elisoccorso è differentemente organizzato.

Ci sono situazioni regionali in cui il servizio è in capo a corpi come Vigili del Fuoco. In questo caso tutti i componenti dell’equipe sono inquadrati come dipendenti pubblici.

In molte regioni la sanità struttura direttamente il servizio di elisoccorso: indìce una gara d’appalto riservata alle ditte aeronautiche che forniscono quindi i velivoli e il relativo personale.

E’ il caso della Lombardia: in questo caso pilota e tecnico di volo sono dipendenti della ditta aeronautica che ha vinto l’appalto del servizio di elisoccorso. Medico e infermiere che salgono a bordo sono dipendenti della pubblica sanità, mentre il tecnico di elisoccorso viene fornito dalla “libera associazione nazionale di volontariato senza fini di lucro, sezione nazionale
del Club alpino italiano” denominata CNSAS (Soccorso Alpino), mediante le proprie strutture regionali o provinciali, sulla base di una convenzione con la Pubblica Sanità (art.5bis comma 1b, legge 26/2010).

Chi opera nel Soccorso Alpino è a tutti gli effetti un membro di un’associazione di volontariato riconosciuta dallo Stato Italiano come preposta alla prevenzione e alle operazioni di soccorso in montagna.

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Il tecnico di elisoccorso è un volontario dilettante, dove per volontario si intende colui che fa qualcosa senza percepire in cambio denaro e dilettante sta per “non professionista”. Infatti il TE (Tecnico di Elisoccorso) non è una professione regolamentata in quanto non esiste un albo professionale di riferimento ed allo stesso tempo quando un TE “lavora” per il soccorso alpino in un contesto di equipe di elisoccorso non è inquadrato come dipendente; di fatto però percepisce un compenso relativo alla prestazione effettuata malgrado sia un volontario.

Nonostante vi sia un rapporto subordinato ad un’organizzazione, tipico del lavoro dipendente, il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino non è assunto. Alcuni tecnici fatturano utilizzando un codice iva generico, altri utilizzano contratti CoCoPro oppure fac simile. Di fatto, dell’equipe che lavora sull’eliambulanza, il TE è l’unico a non risultare lavoratore dipendente dell’organizzazione a cui fa riferimento ma bensì risulta un lavoratore autonomo che partecipa ad operazioni aeronautiche speciali che lo espongono ad altissime responsabilità penali e civili nei confronti delle persone con cui interagisce. Si spera che le coperture assicurative che dovrebbero tutelarlo siano adeguate. Si spera…

Il tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino è quindi una figura con un piede nel mondo del volontariato ed un piede nel mondo del professionismo.

I tecnici di elisoccorso del Soccorso Alpino hanno di solito un’altra professione e si dedicano a tempo perso (circa due o tre volte al mese) a partecipare a turni di durata giornaliera presso le basi di elisoccorso. A tempo perso quindi intervengono in delicate operazioni aeronautiche che prevedono l’utilizzo di operazioni speciali come sbarco ed imbarco in hovering e verricello. A tempo perso intervengono con l’eliambulanza del servizio sanitario regionale in situazioni di emergenza su terreni alpini quali pareti rocciose, cascate di ghiaccio e ghiacciai per prestare soccorso.

Durante alcuni fine settimana, a tempo perso, partecipano ad addestramenti a volte valutativi.

A tempo perso; poiché ognuno dei TE ha il proprio lavoro: chi idraulico, chi falegname, chi impiegato, chi veterinario e chi Guida alpina dedica una parte del proprio tempo al soccorso e viene così ingaggiato ogni tanto (Tra i 20 e i 30 turni all’anno) a fare il tecnico di elisoccorso.

Come detto precedentemente il Tecnico di Elisoccorso non è una professione in quanto non esiste un albo professionale e non esiste una scuola a libero accesso che formi tecnici di elisoccorso.

Il soccorso alpino forma la propria figura di elisoccorritore e sulla base di convenzioni con le aziende sanitarie regionali lo inserisce nell’equipe di elisoccorso.

Come avviene la formazione del tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino? Il volontario del Soccorso Alpino riceve la formazione che il soccorso alpino impartisce utilizzando i propri istruttori. Partecipa alle operazioni di soccorso a terra in squadra come volontario nella misura in cui è stato formato. Il volontario che intraprende una carriera tecnica nell’associazione parte da “Operatore di Soccorso Alpino OSA” per diventare “Tecnico di Soccorso Alpino TESA” fino a raggiungere la qualifica più alta di “Tecnico di Elisoccorso TE”. Tutti e tre i livelli prevedono periodi di formazione e periodi di esame erogati tramite istruttori del soccorso alpino che sono qualifiche interne all’associazione. Non sono titoli professionali riconosciuti dallo Stato come può invece essere quello di Guida alpina.

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Che poi tanti istruttori siano Guide alpine è vero. Ma il soccorso alpino quando opera in ambito formativo, formalmente non incarica il professionista Guida alpina, ma bensì il volontario Sig. Mario Rossi. Spesso, l’organizzazione non apprezza il fatto che l’istruttore si firmi Guida alpina ma allo stesso tempo trae grandi vantaggi nel momento in cui l’istruttore incaricato alla formazione ed alla redazione dei programmi formativi sia un professionista.

Il vantaggio è duplice: qualità nell’operato ed assunzione delle responsabilità. Di fatto le Guide alpine sono presenti nel soccorso alpino e rivestono un ruolo importante soprattutto al vertice degli organi tecnici come la Scuola Nazionale Tecnici (SNATE) in cui ad oggi sono presenti solo Guide alpine; ma questo titolo formalmente non viene riconosciuto.

Il volontario del Soccorso Alpino che desidera diventare tecnico di elisoccorso deve fare domanda alla propria stazione di appartenenza ed alla delegazione. E’ a discrezione del delegato e del capo stazione inviare il candidato alle prove di selezione per accedere al corso Tecnici di elisoccorso.

E’ chiaro che l’accesso al corso sia vagliato da prove tecniche che si basano sul principio di meritocrazia, ma per accedere a queste è necessario avere il parere positivo personale di due soggetti fisici privati il cui ruolo nel Soccorso Alpino è più politico che tecnico. E’ un filtro iniziale che decide sulla base di quanto il volontario partecipi alla vita della stazione. Il problema è che in questi casi anche la simpatia piuttosto che la scomodità di una persona possono influire sul giudizio iniziale: non è possibile provare il contrario.

Se il soccorso alpino fosse un’associazione privata che opera esclusivamente con se stessa non ci sarebbero problemi. Ma in realtà il soccorso alpino è coinvolto in una convenzione con le ASL regionali che vivono sulla base di soldi pubblici. Lo stesso soccorso alpino riceve finanziamenti pubblici per organizzare i suoi corsi tra cui anche quelli di elisoccorritore.

Il giudizio personale di due soggetti privati influenza in maniera imprescindibile la partecipazione ad un corso organizzato con risorse pubbliche per formare volontari retribuiti che a tempo perso vengono inseriti in una equipe di elisoccorso che vive sui soldi del contribuente, cioè le tasse che tutti noi paghiamo. Questa è la risposta italiana in un contesto europeo che si basa sul professionismo nell’elisoccorso.

Se una Guida alpina, unico professionista (Legge n.6/89) a poter accompagnare su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche, volesse diventare elisoccorritore (mansione retribuita con soldi pubblici) deve passare attraverso il giudizio privato di capo stazione e delegato del Soccorso Alpino.

Quindi il veterinario e l’elettricista, se hanno il benestare di capo stazione e delegato possono accedere alle selezioni per elisoccorritori. La guida alpina certificata dallo Stato italiano ad accompagnare chiunque su qualsiasi terreno che viene ritenuta non idonea da capo stazione e delegato (figure politiche e non tecniche), ovviamente per motivi che esulano dalle capacità tecniche, non passa.

E’ difficile dimostrare che i motivi personali non possano mai influenzare il giudizio di delegato e capo stazione.

Quindi il falegname promosso dal parere positivo del capo stazione e del delegato accede ad una selezione per un corso di circa 15 giorni che lo abilita ad accompagnare medico ed infermiere su terreno alpino con tecniche ed attrezzature alpinistiche… La Guida alpina che ha frequentato un corso riconosciuto dallo stato italiano di 120 giorni distribuiti in 4 anni che lo abilita all’accompagnamento di chiunque, su qualsiasi terreno ed in maniera esclusiva, se viene bloccato dal parere personale di capo stazione e delegato non passa, e non può partecipare alle selezioni e di conseguenza al corso e quindi, in qualità di professionista ad una mansione retribuita con i soldi pubblici versati dai contribuenti, come successo a me ad inizio del 2015 nella Stazione del Triangolo lariano – XIX Delegazione.
Queste sono le mie considerazioni, ormai è tempo che si prenda la strada del riconoscimento della figura professionale di Guida alpina nell’ambito CNSAS, per i miei colleghi Guide che operano all’interno con grande professionalità, che in futuro possano operare con la stessa, ma da professionisti riconosciuti!

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Il Canalone della Morte

Riceviamo da Luciano Ratto, [email protected], il primo alpinista a conquistare tutti i Quattromila delle Alpi e fondatore con Franco Bianco del Club 4000, un documento inerente gli incidenti mortali accaduti sul Grand Couloir du Goûter, sulla normale francese del Bianco, comprensivo delle possibili soluzioni.
Al fondo, come quasi di consueto, abbiamo aggiunto delle considerazioni. Una riflessione del tutto personale che forse si distacca dalla visione corrente.
Luciano Ratto. Archivio Ratto

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Il Canalone della Morte
(La roulette russa sul Monte Bianco)
di Luciano Ratto (agosto 2015). Foto (salvo diversa menzione) della Fondation Petzl

1 – Lo scandalo del Goûter
Paura sul Monte Bianco: valanga sfiora 15 alpinisti nel canalone del Goûter: questo titolo, su La Stampa VdA del 21 agosto 2015, dà notizia dell’ultimo atto di una incredibile commedia che per poco non si è tramutata in tragedia, dopo una penosa altalena di ripetute aperture e chiusure del Refuge du Goûter a seconda delle condizioni del percorso di accesso, e di un discutibile intervento delle autorità francesi che ne hanno “vietato” (sic!) l’accesso.

E così, ancora e sempre, come ogni anno, il canalone del Goûter è comparso alla ribalta. Fino a quando? Fino a quando assisteremo a questo scandaloso spettacolo?

Sorprendente è la conclusione di questo articolo dal quale apprendiamo che il sindaco di Saint-Gervais, signor Jean-Marc Peillex, appena informato dell’accaduto, si è limitato a dire che la situazione è ora nella norma, perché fa abbastanza freddo… e pertanto il Refuge du Goûter rimane aperto e la via è percorribile!…”. Cose da non credere! Ma di quale “norma” parla questo sindaco? Per lui la “norma” è che in quel famigerato canalone si debba continuare inesorabilmente a rischiare la vita?

Solo nel 2014 abbiamo assistito alla folle impresa che ha sfiorato la tragedia di uno pseudo-alpinista americano che ha messo a repentaglio la vita di due suoi figli di 9 e 11 anni durante una salita del Monte Bianco per cercare di conseguire un discutibile record. E, ancora una volta, l’ineffabile sindaco di Saint-Gervais, Jean-Marc Peillex, non nuovo a esternazioni anche esagerate, si dichiarò indignato“, e  affermò che “qualcuno deve dire basta a queste assurdità”, facendo benissimo a denunciare quel padre incosciente e vanaglorioso, ma che avrebbe anche dovuto chiedersi se non si sentiva colpevole pure lui per la mancata soluzione di questo gravissimo problema che si trascina da troppi anni.

CanaloneMorte-600px-Mont_Blanc-Gouter_route-via-normale-francese-fonte-it_wikipediaorgQuesto episodio, al quale i media hanno dato molto risalto (http://www.alessandrogogna.com/2014/07/29/il-guinness-della-stupidita/), si è svolto nel corso della salita al Refuge du Goûter, base di partenza per raggiungere la vetta del Bianco. Questa via è considerata la più agevole dal versante francese e non presenta grandi difficoltà tecniche dal rifugio alla vetta, ma è pericolosissima nel tratto di salita al rifugio perché si deve attraversare un canalone nel quale cadono frequenti frane e slavine. Perciò tra le vie “normali” del Bianco questa è certamente la più rischiosa ma, purtroppo, la più frequentata.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Su questo canalone, in cui si è verificata la caduta dei due bambini, fortunatamente trattenuti dal corrimano fisso, molto si è scritto in passato; mette conto leggere su una pubblicazione intitolata Le insidie della montagna questa frase: nel canale del Goûter si concentra gran parte degli incidenti più gravi del Monte Bianco, e lo scritto così continua: circa la metà degli incidenti si verifica nei 100 metri dell’attraversamento del canale, ed un terzo sulla cresta, ecc.

L’attraversamento di questo canalone è un assurdo azzardo che si traduce in una vera e propria roulette russa: ecco perché la definizione di “canalone della morte” che gli è stata data.

 

2 – Il Grand Couloir del Goûter
Il Grand Couloir del Goûter, si trova sul versante settentrionale del Monte Bianco, lungo la cosiddetta via “normale” del Monte Bianco (che, a causa di questa situazione, tanto “normale” non è) che si sviluppa sul versante ovest dell’Aiguille du Goûter. Questa via che parte dal Refuge de la Tête Rousse per raggiungere il Refuge du Goûter e di lì il Bianco, è di gran lunga la più frequentata tra le quattro vie del Bianco (tre francesi ed una italiana) e perciò, ogni anno è percorsa da moltissimi alpinisti in salita ed in discesa.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Questo canale ha inizio dalla cresta dell’Aiguille du Goûter, è alto circa 800 m, e bisogna attraversarlo nel suo tratto inferiore su una lunghezza di 70 metri per raggiungere, sul versante sinistro orografico la cresta che conduce al rifugio.

Il problema di questo canale è che la roccia in cui si trova è marcia ed è coperta da pietre e massi instabili di dimensioni anche notevoli pronti a cadere, a volte messi in movimento involontariamente da altri alpinisti impegnati nella fasi di salita o di discesa, e, anche se la sua inclinazione non è accentuata (40/45°), le pietre, rotolando, coinvolgono porzioni sempre maggiori di roccia, provocando vere e proprie frane, causando molto spesso gravi incidenti ai malcapitati alpinisti che lo attraversano.

Per rendere un po’ più sicuro questo canalone, a inizio della stagione estiva, le guide alpine di Saint-Gervais posizionano un cavo teso tra le due sponde, che avrebbe lo scopo di offrire una assicurazione; troppo spesso però gli alpinisti non utilizzano questo mezzo di sicurezza, confidando nella buona sorte…

Assembramento prima della traversata
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3 – Criticità del Couloir del Goûter
La pericolosità di questo canalone fu segnalata fin dai primi salitori del Bianco lungo questa via, nel 1861, eppure, da oltre due secoli, in esso si verificano incidenti che solo da 25 anni (dal 1990) sono stati rilevati. Li si può evidenziare con le seguenti statistiche elaborate dalla Fondation Petzl in collaborazione con la Gendarmerie de Haute Montagne di Chamonix:

tra il 1990 e il 2011 sono stati registrati 291 alpinisti soccorsi in 254 incidenti, che hanno causato 74 morti e 180 feriti: 12 all’anno in media, di cui 4 morti e 8 feriti!

Nonostante le forti variazioni tra gli anni, il numero delle vittime è stabile sul lungo termine con un leggero aumento nell’ultimo decennio. E in tutti gli anni precedenti quante sono state le vittime? Qualcuno ne ha tenuto il tragico conto?

E’ questo un vero e proprio bollettino di guerra.

In quest’anno 2015, proprio mentre sto scrivendo questo documento, da giugno a fine agosto, i morti sono già cinque, per non parlare dei feriti, e la stagione alpinistica non è ancora terminata.

In nessuna località del mondo e in nessun gruppo alpino, compresi i territori degli 8000, si è mai verificato, non occasionalmente, ma sistematicamente, regolarmente, puntualmente ogni anno, una serie di incidenti con morti e feriti come in questi pochi metri di canalone. E ciò, sorprendentemente, sotto gli occhi di tutti, nella massima indifferenza delle autorità amministrative della regione, del mondo della montagna, dell’opinione pubblica e dei media. Ormai queste morti “non fanno più notizia” se non nella cronaca spicciola dei quotidiani locali e perciò sono considerate alla stregua di incidenti stradali di poco conto.

Il canalone in un periodo asciutto
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Senza esagerazioni, è questo uno scandalo che dovrebbe essere denunciato sul piano internazionale con grande evidenza perché non riguarda solo il mondo dell’alpinismo, e che si presta a severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose…

Di fronte a questi dati tragici e terrificanti si rimane allibiti e increduli:
– che la grande Francia, maestra di civiltà, che dispone di risorse e professionalità di alto profilo, sia finora rimasta inerte;
– che in tanti anni le autorità francesi comunali e regionali non siano state capaci di trovare che una soluzione molto precaria, con la posa di un cavo in corrispondenza dell’attraversamento del canale; è questo cavo che ha salvato i due bambini, ma non altri alpinisti;
– che l’opinione pubblica, formata soprattutto dai parenti delle vittime di questo scandalo, non abbia reagito in alcun modo;
– che nessuno (magari il Club Alpino Francese e gli altri club alpini europei ) abbia mai pensato a un’azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo, in appoggio ai familiari delle vittime nei confronti della Municipalità di Saint Gervais, della Prefettura della Regione Rhônes-Alpes, e del Governo francese.

 

4 – Osservazioni di alcuni esperti
Come detto, questo scandalo è noto da molti anni. Già i primi salitori, a metà ‘800, segnalarono la pericolosità della salita su questa via. In diversi libri-guida, monografie sul Bianco, articoli e riviste, si è ripetutamente segnalato il forte rischio; si legga al riguardo:

– nel libro Tutti i 4000: l’aria sottile dell’alta quota (Vivalda Editore), a pagina 50, queste parole: “… Riteniamo che questo sia il percorso più pericoloso e mortale di tutte le Alpi“;

Lucien Devies e Pierre Henry, autori della prestigiosa Guida Vallot dedicata a La chaine du Mont Blanc, vol 1°, del 1973, hanno espresso questo giudizio perentorio: “… C’est un des lieux le plus meurtriers des Alpes, trés frèquenté et abordé par des incompétents, il est facile mais dangereux et exposé. La traversée du couloir est raide et en même temps trés exposée aux chutes de pierres… Techniquement cette voie est facile, mais le danger est grand, meme avec les aménagements récents”. Non occorrono altre parole, salvo l’osservazione che non sono solo gli “incompetenti” a subire il bombardamento ma anche gli esperti, guide comprese.

– Mario Vannuccini, in I 4000 delle Alpi, ha scritto: “L’attraversamento del Gran Couloir è la parte più delicata dell’ascensione al Monte Bianco. Attenzione alle scariche di sassi, molto frequenti e pericolose in questo tratto! Conviene transitarvi il più velocemente possibile e uno alla volta”.

– Martin Moran, in The 4000m Peaks of the Alps, ha annotato: “… Esiste un serio, oggettivo pericolo di caduta massi nell’attraversare il Grand Couloir, dove si sono verificati innumerevoli incidenti”.

– Helmut Dumler e Willi Burkhardt, nel libro Il nuovo quattromila delle Alpi, del 1990, e nel successivo Il grande libro dei quattromila delle Alpi, del 1998, così hanno scritto: “… La massa degli alpinisti che salgono si fermano prima della traversata del couloir attrezzato con le corde. Qui, soprattutto nel pomeriggio, scricchiolano e si staccano le pietre. Sulla successiva costola gli alpinisti che salgono o scendono costituiscono un pericolo costante per gli altri. In alcuni giorni gli elicotteri del servizio di soccorso non si arrestano per un momento. CI SI CHIEDE PERCHE’ NON SIA ANCORA STATO CREATO UN PERCORSO ATTREZZATO SULLA COSTOLA ADIACENTE.

L’attraversamento del canalone
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5 – Scopo del presente documento
A questo punto ritengo necessario precisare che questo problema mi appassiona perché negli anni scorsi sono salito più volte sul Monte Bianco su percorsi diversi, ma, scendendo, ho sempre evitato la via del Goûter di cui conoscevo la pericolosità.

Senonché, in un’occasione in cui io e il mio compagno fummo sorpresi da una forte bufera, fu gioco forza scendere obtorto collo proprio lungo questa via; giunti in vista della famigerata traversata assistemmo, con il cuore in gola, a una tragedia: una enorme frana di grossi massi travolse in pieno un gruppo di tre alpinisti polacchi due dei quali se la cavarono seppur feriti gravemente, mentre il terzo fu investito in pieno e morì dissanguato perché gli era stata quasi strappata una gamba e i soccorsi, per le pessime condizioni meteo, non arrivarono in tempo.

Fu da quel giorno che decisi di battermi per cercare di contribuire, con i miei modesti mezzi, a porre rimedio a questa situazione assurda: scrissi numerose lettere e articoli di tono “forte” che essendo “politicamente scorrette”, perché tiravo in ballo le autorità francesi, pochi giornali e riviste presero in considerazione.

Quest’anno ho dedicato più tempo a documentarmi al riguardo e ho scoperto che a questo angosciante problema hanno dedicato studi seri e approfonditi due importanti istituzioni francesi fondate di recente:

– la Coordination Montagne (www.coordination-montagne.fr/), di Grenoble;
– la Fondation Petzl (www.fondation-petzl.org), di Criolles.

Fonte: Coordination Montagne
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La Coordination Montagne, fondata nel gennaio 2012, raggruppa molte associazioni ed enti che operano nel mondo della montagna, e indirizza la sua attività all’informazione e prevenzione. In tale ambito, nel 2012, in collaborazione con la Fonfazione Petzl, ha pubblicato, in dieci lingue, un utilissimo fascicolo tascabile intitolato La salita del Mont Blanc: un’impresa da alpinisti indirizzato a tutti i candidati al “tetto delle Alpi”: si tratta di un insieme di indicazioni su come prepararsi per affrontare questa salita, come attrezzarsi e informarsi, quali vie seguire, quali pericoli evitare e come agire in caso di incidenti; due intere pagine sono dedicate a come attraversare il canale del Goûter, a beneficio delle migliaia di alpinisti che lo affrontano ogni anno.

Nel mese di maggio 2014 l’Association Chamoniarde di Chamonix e la Coordination Montagne, con il sostegno della Fondation Petzl, hanno aperto il sito www.climbing-mont-blanc.com allo scopo di estendere la campagna di informazioni.

La Fondation Petzl, fondata nel 2006, ha lo scopo di “condividere il successo dell’azienda con l’ambiente con il quale interagisce, e a tal fine si impegna in una riflessione sull’accesso al Monte Bianco, una delle cime più belle e tra le più visitate al mondo il cui accesso impone uno studio su come renderlo più sicuro con una azione preventiva. E’ certo che il rischio zero non esiste in quanto il canalone del Goûter è solo un piccolo tratto del percorso per raggiungere la vetta del Bianco, ma ci si può proporre, con una maggiore informazione, almeno di assicurare una maggiore sicurezza agli alpinisti che lo frequentano”.

Di fronte alla cattiva immagine che questo canalone procura all’alpinismo in generale, la Fondation Petzl vuole perciò risvegliare le coscienze e avviare una riflessione approfondita su cosa si può fare al riguardo, lanciando un messaggio più chiaro sui pericoli che si corrono e offrire un contributo al miglioramento della sicurezza del canalone sulla via normale del Monte Bianco da Saint-Gervais.

Ricordiamo qui che le quattro vie classiche di accesso al Monte Bianco sono: la via di Saint-Gervais passando per il canalone del Goûter, la via dei Grands Mulets, la via dei Trois Mont Blanc da Chamonix, e la via italiana dal rifugio Gonella, denominata via del Papa.

Perciò, dato che le vie normali al Bianco sono frequentate ogni anno da un numero altissimo di persone, stimato in media tra i 35.000 e i 40.000, la Fondation Petzl, nel 2010, ha presentato ai professionisti della montagna delle proposte orientative.

Tutti si sono dichiarati d’accordo circa la necessità di trovare una soluzione per limitare il pericolo nell’attraversamento del canalone, senza pregiudicare il valore del sito e le intrinseche difficoltà del percorso facilitandone l’accesso, seguendo le direttive date dal Presidente della fondazione, Paul Petzl.

Nel corso di questa indispensabile concertazione, le guide alpine hanno presentato delle fotografie attestanti la presenza di massi di grande taglia (fino a 50 tonnellate) sulla sommità del canalone. Questa documentazione ha permesso di precisarne le traiettorie e la loro “energia di caduta”, ponendo in evidenza che una eventuale passerella aerea sospesa a 25 metri di altezza (come si era pensato di attuare) potrebbe essere colpita dal 3% di tali massi e pertanto si dovrebbe posizionarla a 35 metri, il che però sarebbe incompatibile con la preservazione del sito.

Il contributo della Fondation Petzl si è perciò orientato inizialmente verso lo studio di una galleria di diametro limitato (2 metri) percorribile a piedi e adattabile al terreno. Altre iniziative sono state considerate: ricerca di un itinerario alternativo più sicuro, miglioramento dell’informazione sul rischio di questa via, migliore conoscenza delle altre vie, ecc.

Questo famigerato canalone è da tempo riconosciuto come pericoloso, tanto che a volte è stato chiamato il “braccio della morte” per il conto altissimo che presenta agli alpinisti che vogliono raggiungere la cima del Bianco lungo questa via.
L’elevata esposizione ai crolli su questo passaggio lo rende particolarmente pericoloso in piena stagione estiva, perché viene travolto da frane frequenti, il che è stato confermato da due studi commissionati dalla Fondation Petzl denominati “accidentologia” e “caduta di massi”:

– “accidentologia”: la gendarmeria di alta montagna di Chamonix e la Fondation Petzl hanno studiato le operazioni di soccorso organizzate tra il 1990 e il 2011 al fine di meglio conoscere la realtà degli incidenti avvenuti nel percorso tra i due rifugi, le varie circostanze e le vittime. Si è accertato che la metà circa degli incidenti ha avuto luogo durante la sola traversata, che è stato definito un vero “punto nero” della salita al Bianco.

– “caduta di massi”: nell’estate del 2011, dal 20 giugno al 18 settembre, una società di ingegneria geotecnica, ha condotto uno studio statistico sulle frane per identificare i fattori che possono aggravare o ridurre il rischio. Durante questo periodo di osservazioni i tecnici hanno trascorso 42 giorni sul campo, e hanno fatto moltissime osservazioni sui 754 eventi provocati da “massi cadenti” allo scopo di:
– in primo luogo specificare il pericolo rappresentato dalle rocce e massi che cadono;
– in secondo luogo studiare i rischi associati in funzione dell’affollamento del sito;
– e infine individuare quali soluzioni potrebbero ridurre o eliminare il pericolo.

Impressionanti sono le molte fotografie e i filmati registrati proprio nel momento del verificarsi delle frane durante questa “campagna”.

Il versante dell’Aiguille du Goûter in un periodo di secca
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Inoltre sono state osservate 363 persone in situazioni difficili, vale a dire persone che erano nel canalone quando si è verificata una frana e che avrebbero potuto essere o sono state colpite dai massi. Con poche eccezioni, questo numero è direttamente correlato al numero di frane osservate. Si è verificato inoltre che:

le cadute di massi possono verificarsi in qualsiasi momento del giorno o della stagione, ma si sono osservate forti variazioni legate alle condizioni meteorologiche;

– i momenti più pericolosi sono nelle ore più soleggiate della giornata e della stagione, con temperature positive e aria secca (umidità <50%). Tali periodi generalmente corrispondono alle più alte presenze di alpinisti nel canalone.

In base alle rilevazioni effettuate nell’estate del 2011, il numero dei passaggi annuali in questo canale è stato stimato in media tra i 17.000 e i 17.500, di cui 7.300 – 7.500 in salita e 9.700 – 10.000 in discesa.

Estrapolando la percentuale media registrata durante il periodo di osservazione, si può stimare per l’intera stagione che circa un migliaio di persone abbiano dovuto affrontare massi in caduta nella traversata del canalone.

 

6 – Soluzioni possibili
Su come risolvere il difficile problema di mettere in sicurezza la salita al Refuge du Goûter sono state studiate molte misure, misure che però devono mirare a rendere il percorso più sicuro ma – come già detto – in nessun caso a renderlo più facile tecnicamente così da indurre in errore i candidati sul minor impegno fisico e mentale che richiede l’insieme della salita al Monte Bianco lungo questa via.

La priorità dovrebbe essere data alla informazione e alla prevenzione. Occorre perciò:

Sul piano della prevenzione:
– diffondere le informazioni già disponibili (bollettini meteo, guide turistiche, opuscoli informativi,ecc), indicazioni delle guide alpine, dei responsabili del soccorso, dei gestori dei rifugi;
– considerare un nuovo percorso più sicuro;
– predisporre dei ripari e rinforzare i cavi lungo la traversata.

Sul piano tecnico si sono esercitati in molti, compreso l’autore di questo documento, ad avanzare proposte. Ecco qualche possibile soluzione prospettata da diversi autori:
1 – “blindare” almeno la parte alta del canalone con versamento, tramite elicotteri, di centinaia di metri cubi di cemento a pronta presa che “saldino” le pietre sul terreno;
2 – montare barriere di protezione in ferro e/o cemento armato, su più punti del canalone; queste due prime soluzioni sono difficilmente realizzabili per il pericolo conseguente al dover operare “dentro” il canalone stesso. Inoltre sarebbero poco accettabili sul piano del rispetto ambientale;
3 – stendere un ponte tibetano sopra il canalone (1a ipotesi Petzl): praticabile, magari montandone due in parallelo onde evitare intasamenti tra cordate in salita e discesa; il costo è accettabile e il tempo di realizzazione è breve. La Petzl stessa però la valuta impraticabile perché si è calcolato che, per essere al di fuori della traiettoria dei massi e delle pietre più grandi, questa passerella aerea dovrebbe essere alta più di 35 m da terra, cosa impossibile da realizzare in quel sito;
4 – scavare una galleria sotto il passaggio chiave (2a ipotesi Petzl, su suggerimento delle guide di Saint-Gervais): si è pensato a un tubo in acciaio di due metri di diametro percorribile a piedi e adattato all’ambiente. E’ questo un progetto molto impegnativo, rischioso, molto costoso, con tempi lunghi di attuazione, ma che avrebbe il vantaggio di uno scarso impatto sull’ambiente. Su questa ipotesi di soluzione si è però scatenato un acceso dibattito sul web;
5 – attrezzare una via sulla costola destra orografica del canalone (1a ipotesi Ratto): era questa la proposta di Dumler e Burkhardt, citata anche nel presente documento, e che peraltro è suggerita come “variante 192” anche dalla Guida Vallot, a pagina 111: questa variante si presenta nel suo insieme, secondo la Vallot, della stessa difficoltà (PD) della solita via, ma è assolutamente sicura e porta sulla cresta Payot all’altezza dei Rochers Rouges da cui facilmente si raggiunge il Refuge du Goûter. Alpinisticamente – a mio avviso – parrebbe perfino più interessante dell’attuale. Questa nuova via potrebbe essere messa in sicurezza, su indicazione delle Guide Alpine di Saint-Gervais con impiego di imprese locali, con un’ottica – oserei dire – da “modello ferrata”, attrezzandola perciò con cavi, fittoni, corde, scale, protezioni varie. Ritengo che potrebbe essere realizzata in poco tempo (qualche mese di lavoro) e con spesa contenuta. Comunque tra tutte le soluzioni ipotizzabili sarebbe senza dubbio la meno costosa e la meno impattante sull’ambiente naturale. Inoltre importa osservare cha sarebbe in linea con i principi orientativi dettati da Paul Petzl, Presidente della Fondation Petzl;
6 – impiantare un’ovovia (2a ipotesi Ratto): con stazione di partenza alla Tête Rousse, e stazione di arrivo sulla cresta nei pressi del Refuge du Goûter. Inutile dire che questa soluzione sarebbe la più radicale e la più costosa come impianto e come manutenzione e richiederebbe alcuni anni per essere realizzata, ma non è scartabile a priori impugnando motivi di rispetto ambientale perché qualunque soluzione venga adottata sarà inevitabilmente sempre, in qualche misura, a scapito dell’ambiente.

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7 – Conclusione e piano operativo
A parte le considerazioni sopra esposte, ritengo che, vista l’importanza e la delicatezza dell’opera, sarebbe opportuno (a prescindere dalle soluzioni sopra finora ipotizzate) lanciare un bando di concorso, rivolto a studi di progettazione e a imprese di costruzione di tutta Europa, per vagliare la validità di quanto prospettato e per risolvere tecnicamente il problema della sicurezza eventualmente con nuove soluzioni sperimentate in situazioni analoghe.

Per i finanziamenti, vista l’internazionalità degli alpinisti che fruiranno di questa nuova sistemazione del percorso al Bianco, si potrebbe fare ricorso a fondi dell’Unione Europea.

A questo punto è opportuno sottolineare che obiettivo prioritario nella decisione di risolvere, una volta per tutte, questo annoso problema non è il costo della soluzione che sarà adottata ma la salvaguardia delle vite umane; è questo un imperativo categorico cui tutto deve essere subordinato: salvare una sola vita giustifica qualunque spesa che si debba sostenere e anche che si chiuda un occhio, una tantum, se, per motivi di necessità, si dovesse provocare qualche ferita all’ambiente.

Se un rimprovero si può, anzi si deve fare, agli amici francesi è quello di essere arrivati al terzo millennio senza aver ancora risolto un problema noto da almeno due secoli.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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In occasione della costruzione del nuovo avveniristico, ipertecnologico Refuge du Goûter, peraltro costosissimo (7 milioni di euro?), con una modesta frazione di questo importo si sarebbe potuto mettere in sicurezza il percorso di salita e discesa al rifugio stesso.

Ora non si deve più perdere altro tempo: occorre chiedere alle autorità competenti (Sindaco e Prefetto) di procedere in questo modo:
– da subito porre delle barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi;
– provvedere a un accurato e approfondito primo “disgaggio” del percorso sulla destra orografica del vallone (variante 192 della Vallot), fin sulla Cresta Payot;
– attrezzare velocemente questa via e metterla in sicurezza con cavi, corde, scale, nicchie e ripari, e con adeguati segnavia;
– provvedere a dare comunicazione di queste decisioni a tutto il mondo alpinistico con adeguati mezzi informativi.

 

Considerazioni
di Alessandro Gogna
Il saggio di Luciano Ratto tocca punti di indiscutibile interesse. Accanto all’urgenza di ripensare la totalità della salita di questa via “normale”, si pongono questioni di ordine etico e libertario, oltre che ambientale. Con la consapevolezza che finora nessuno dei numerosi articoli apparsi sul web a questo proposito (il documento di Ratto è stato diffuso a fine settembre 2015) ha affrontato la questione in questi termini. Tutti si sono limitati a sollecitare le soluzioni, sgomenti di fronte alla gravità dei fatti.

Che il Canalone della Morte sia uno dei posti al mondo più soggetti a incidente è fuori discussione: ma la causa di ciò risiede soprattutto nell’altissimo tasso di frequenza, ultimamente aumentato vieppiù con la costruzione del nuovo Refuge du Goûter. La “normalità” che cita il sindaco di Saint-Gervaise fa riferimento al fatto che in quel periodo le temperature erano mediamente fredde, dunque la pericolosità del canalone non era ai livelli massimi. Il sindaco ha fatto un inopportuno ragionamento statistico, concludendo che la via può rimanere “aperta” quando il pericolo è, per dire, 50 e deve essere chiusa quando è 100. Tutto ciò è ridicolo, le condizioni sulla montagna variano di minuto in minuto. Divieti e permessi rischiano d’essere obsoleti in un battito di ciglia. E io rimango della mia opinione, per fortuna condivisa non da pochi, che non ci dovrebbero mai essere divieti, come pure non dovrebbero esserci mai i tanto ventilati e mai attuati “numeri chiusi”. Ripeteremo alla nausea che ciascun alpinista o pseudo-alpinista deve imparare ad assumersi la piena responsabilità delle sue azioni. E che, se al posto del divieto, ci fosse un avviso tipo la “bandiera rossa” delle spiagge, ci sarebbe di sicuro una maggior crescita di responsabilità, anche in individui stupidamente refrattari o poco esperti.

Mi rifiuto di pensare che le autorità amministrative della regione o l’opinione pubblica siano indifferenti, penso invece con forza che l’esitazione di esse sia più che altro dovuta alla sensazione d’impotenza che ha una qualunque amministrazione di fronte a fenomeni, come quello dell’alpinismo, che sfuggono a regolare qualificazione. Soggetti molto di più alla decisione dei singoli e molto di meno alle regole, anche quelle del buon senso. Non confondiamo l’indifferenza presupposta col “non fare notizia” con l’esitazione di fronte al dibattito che ciascuno vive dentro di sé. La tragedia del “non fare notizia” è comune a migliaia di altri fenomeni planetari: ma io ritengo che la notizia debba essere comunque data, non solo quando il padrone morde il suo cane, ma anche quando, più normalmente, il cane morde il suo padrone. Davvero sono responsabili i giornalisti e gli amministratori che, per motivi anche bassamente opportunistici, non danno il giusto rilievo alle tragedie del Canalone della Morte? O non è più giusto pensare sempre che l’alpinista, e solo lui, è il vero responsabile? Davvero è così moralmente obbligatorio “mettere in sicurezza” quel canalone snaturandolo quindi in modo radicale? Davvero pensiamo che sia più etico dare la possibilità di una salita più sicura a chiunque piuttosto che richiedergli una maggiore esperienza? Davvero pensiamo che la salita al Monte Bianco sia una cosa così importante?

Gli altri non hanno il diritto di impedire l’azione dell’alpinista, possono solo consigliarlo ed eventualmente soccorrerlo. E anche quando gli facilitano la strada con corde fisse o quant’altro cadono nell’errore di favorirgli la convinzione che in fin dei conti tutto sia stato messo in sicurezza.

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La guida alpina Alberto Bianchi ha giustamente segnalato sul sito facebook dell’Osservatorio della Libertà in montagna (29 settembre 2015) l’esistenza di questo genere di cartellonistica di tempi ormai lontani, commentando: “Questo è un cartello per la sicurezza sul lavoro del tempo andato; oggi si predica l’esatto opposto! Sostituendo “la macchina” con “il terreno” l’avvertimento calzerebbe a pennello anche a chi vuole muoversi libero in montagna; ma anche in questo campo oggi si afferma la filosofia opposta“.

Per queste considerazioni rifuggo dalle invocate “severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose”. Come rifuggo da ogni tipo di “azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo”.

Divieti, responsabilità e certificazioni di sicurezza vanno a braccetto con l’aumento esponenziale delle cause legali, con l’intrusione sempre maggiore del diritto e delle assicurazioni in un mondo che vorremmo più “nostro”, più alpinistico.

Sono invece pienamente d’accordo nel condannare la scelta di ricostruire in modo avveniristico e spettacolare il Refuge du Goûter senza prendere neppure in considerazione i problemi che una maggiore frequenza di accesso ha portato e porterà, con l’inevitabile crescita del tasso di gravi incidenti. Non si è fatto nulla né per “mettere in sicurezza” né per dissuadere senza divieti. Il rifugio è stato costruito, ha comportato costi spaventosi e… lo show must go on!

Piano piano arrivo anche io a ciò che secondo me occorrerebbe fare in concreto.
Nessun divieto, nessun numero chiuso. Dimentichiamo soluzioni sciocche o improponibili come ovovia, ponte tibetano, tunnel sotterraneo. Dimentichiamo le “barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi“.

Si deve invece scoraggiare nel modo più incisivo possibile la frequentazione di quella via “normale”: con video, cartelli e agitando ogni possibile spettro di paura e di morte. Aumentando le tariffe del trenino, dell’accompagnamento guida e dei pernottamenti in rifugio. Sì alla revisione dei corrimano e degli ancoraggi, ma no al disgaggio (che per me è come mettersi a scopare il mare).

Infine, sì alla costruzione di una via ferrata che salga sullo sperone di sinistra, parallelo al canalone. Detto da me, contrario a ogni genere di via ferrata… Ma quando ci vuole ci vuole. E in ogni caso non parlare mai di “piena sicurezza” della variante.

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Questo matrimonio non s’ha da fare

Questo matrimonio non s’ha da fare
(
Il nuovo racconto della montagna)

Il numero di settembre 2015 di Montagne360 si apre con un editoriale di Luca Calzolari che non possiamo non leggere con molta attenzione.
Il titolo del pezzo è Un nuovo storytelling per la montagna? e qui lo riporto integralmente.

Comprendo e condivido la necessità, espressa dall’autore, di giungere a una nuova comunicazione della montagna, a un nuovo racconto di essa, che sappia superare l’attuale mania del no limits spettacolarizzato (che Calzolari definisce giustamente una proposta turistica di consumo spicciolo di emozioni altrui) conciliandosi con l’escursionismo consapevole e il viaggio d’emozione.

Condivido la necessità del cambio dell’attuale percezione: non condivido il “tipo di dimostrazione” che Calzolari ne tenta. Dico che, per giungere al sospirato QVD (quanto volevasi dimostrare), i procedimenti logici di Calzolari sono viziati da un consistente “peccato originale”.

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Su questo blog insisto da tempo contro l’anglicismo in ogni settore. Ci sono pochi casi in cui i termini inglesi non sono superflui. Nella maggioranza dei casi sono fuori luogo, ma si sposano perfettamente con la colonizzazione (sottile ma comunque violenta) dell’uso del linguaggio aziendalistico (e simili). Adattarsi al linguaggio e alla pratica di quello che io ritengo un vero e proprio nemico della cultura libertaria dell’alpinismo, alla fine vuole dire restarne avviluppati, il primo passo per restarne anche fregati.

Perché la rete sentieristica in questo momento è definita valore teorico di sviluppo? E perché questo valore (teorico o no) deve diventare asset strategico? Perché teorico? Forse i sentieri non esistono? E per l’asset strategico: il CAI spinge a che la gente viva emozioni quiete ma profonde o piuttosto desidera essere proprietario di un bel catalogo di prodotti e colluso ingenuamente con operatori turistici che sono mossi dalle più evidenti motivazioni commerciali?

Poco oltre, in questa nuova vision e mission del CAI, leggo la frase “In questo momento cruciale dobbiamo fare anche noi un salto. In primo luogo non dobbiamo avere paura della parola ‘prodotto’. Esistono dei buoni prodotti. La rete sentieristica è una infrastruttura e un prodotto. Come infrastruttura è al servizio di un buon prodotto: l’escursionismo. E’ prodotto quando si trasforma in proposta organizzata…”.
Se si insiste con questi termini, dal punto di vista comunicativo e strategico/pratico non è cosa di poco conto: nella percezione comune l’escursionismo non sarà più esclusiva proprietà della persona che lo pratica ma solo frutto (prodotto) dell’opera altrui, cioè non avrà più nulla a che fare con chi in tempi lontani ha costruito con il sudore della sua fronte i sentieri, e nemmeno con chi li sta percorrendo (il fruitore), bensì riporterà solo a chi li ha valorizzati, inseriti nella nuova narrazione delle Terre Alte e dell’offerta turistica, anzi nel nuovo storytelling. Tra l’altro mi viene da osservare che il famoso valore aggiunto, proprio perché aggiunto, non può e non deve fare a meno del valore di partenza!

E’ vero che l’escursionismo diventa prodotto quando si trasforma in proposta organizzata. Ma è proprio questo il punto negativo: qualunque proposta organizzata uccide quella poca fantasia che ancora abbiamo, ci costringe a scegliere tra un ristretto panorama di prodotti e in definitiva ad agire come fruitori, cioè clienti del grande supermarket della montagna.

Se qualcuno proponesse a due giovani innamorati, che stravedono l’uno per l’altra, di gestire i propri sentimenti, come reagirebbero questi? Per loro vale più la gioia di stare insieme mista alla paura di perdersi oppure la quieta considerazione che una moderata gestione possa far durare più a lungo il loro rapporto?

E possiamo considerare questo bellissimo rapporto tra due esseri umani un prodotto? Meglio, un buon prodotto? O stiamo soltanto sovrapponendo codici e linguaggi inappropriati a un mondo che li respinge per definizione? Vogliamo fare marketing anche per l’andare in chiesa e public-opinion poll (sondaggi d’opinione) tra le tifoserie di calcio? Vogliamo inserire il concetto di trend anche tra genitori e figli per ottenere una migliore gestione familiare? Per recuperare quella figura paterna oggi così in affanno vogliamo inebetirci di termini che spaccano il capello in quattro senza però capire per nulla quello che sono le reali esigenze di un figlio?

Alpinismo, escursionismo e le altre attività nella natura sono di un’altra dimensione, quella che è sempre stata solo nostra. Non c’è bisogno di ricorrere ad altre immagini assurde per capire che questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai (come disse il Bravo a don Abbondio).

Tutto ciò avrebbe infatti gravi conseguenze, che i più non vedono: il discorso sulla fruizione (vedi il basilare saggio di Carlo Bonardi pubblicato su questo blog, che a suo tempo non fu ritenuto degno di pubblicazione su Montagne360) porta all’acquisizione compiuta da altri, che alla fine potranno farne quello che riterranno, in campo di proprietà, manutenzione, assicurazioni, grane giuridiche.

Sono d’accordo con Calzolari quando dice che la rete sentieristica non deve essere considerata un accessorio di un territorio: ma considerarla (e farla diventare) un forte prodotto turistico significa essere complici di un grave scippo culturale, probabilmente la negazione più violenta e antistorica della tradizione di 150 anni di Club Alpino Italiano.

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Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo

Patentino e guida alpina obbligatori in Abruzzo?

Il 6 novembre 2015, con l’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/11/06/abruzzo-soccorso-alpino-a-pagamento-ed-rc-obbligatoria/, davamo notizia di una proposta di legge regionale abruzzese che prevede, come già in altre regioni, il soccorso alpino a pagamento e la RC obbligatoria per gli alpinisti e scialpinisti.

L’articolo ha destato un grosso interesse, vista la mPateria assai scottante. Lo dimostrano i 56 commenti che ha prodotto (senza contare alcuni che sono stati cancellati per contenuti troppo sanguigni e offensivi): c’è da osservare però che, accanto a considerazioni costruttive, ci si è spesso contorti in più o meno validi attacchi, in più o meno giustificate difese, più personali che altro.
E’ interessante indagare un poco sulla genesi di questa idea.

Paolo De Luca
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Il maestro di sci Paolo De Luca racconta: “A marzo 2015, una domenica mi sono permesso di telefonare a casa del Consigliere Regionale Luciano Monticelli. Io non conoscevo Monticelli, che è stato Sindaco del Comune di Pineto (TE) per due mandati; lo vedevo in Tv e lo leggevo sui giornali. Mi sono presentato e gli ho detto che avevo a cuore questo argomento. Lui ha capito al volo l’importanza di cosa gli stavo proponendo tanto da fissare un appuntamento presso il suo ufficio in Regione all’Aquila. Io sono subito andato da lui e la mia proposta è stata presa seriamente in considerazione da subito. Ad aprile e maggio 2015 abbiamo fatto due riunioni al palazzo dell’Emiciclo. Come risultato la regione Abruzzo ha ritenuto opportuno modificare l’art. 99 della Legge Regione Abruzzo 8 marzo 2005 n. 24, permettendo, nello specifico ambito invernale (sci fuori pista), la libera frequentazione della montagna in ogni condizione, ponendo però obbligatoria, si badi bene, la dotazione individuale per l’autosoccorso (ARTVA, pala e sonda). In questo lavoro sono stato da subito appoggiato dal collega Loreto Bartolomei e successivamente anche dalla Guida Alpina Giampiero Di Federico. E a breve verrà promulgata la legge sul soccorso alpino a pagamento”

Paolo De Luca è anche autore della pubblicazione Incidenti in montagna e soccorso a pagamento.

Su Mountlive.com, con pubblicazione del 16 ottobre 2015, il presidente regionale del CNSAS, Giulio Giampietro ha esposto la posizione ufficiale del CNSAS Abruzzo. In sintesi “No al soccorso a pagamento in Abruzzo… Alla luce di una analisi attenta della situazione regionale e dei dati statistici ad essa connessi, il CNSAS Abruzzo ritiene che sia più opportuno incentivare un’opera di sensibilizzazione alla sicurezza in montagna, piuttosto che procedere alla stesura frettolosa di una normativa che, benché valida per alcune realtà regionali, sia del tutto estranea alla realtà abruzzese”.

Giampietro sostiene che occorre considerare “le cause che determinano l’incidente e la conseguente richiesta di soccorso, sul diritto civile, ma anche morale di essere soccorsi. Un esempio? Ai familiari di un ipotetico sventurato, deceduto in montagna per propria incompetenza, imperizia, incoscienza, inadeguatezza dell’attrezzatura utilizzata o, peggio, perché vittima di reale fatalità, verrà comunque recapitata una fattura per il recupero della salma?”.

Loreto Bartolomei
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Ad attizzare vieppiù la polemica, ecco la notizia che il 6 novembre 2015 è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte il testo della deliberazione sull’aggiornamento delle tariffe per l’utilizzo dell’elisoccorso e/o delle squadre a terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese in zone impervie.
Gli interventi dell’elisoccorso del 118 e delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino non saranno più gratuiti per tutti ma prevedranno, a partire dal 1 gennaio 2016, una compartecipazione delle spese da parte della persona soccorsa in caso di «intervento immotivato, inappropriato, o generato da comportamento imprudente».
Come prosegue il testo firmato dagli Assessori Antonio Saitta e Alberto Valmaggia, le operazioni di soccorso saranno addebitate interamente «per le chiamate totalmente immotivate» e «per le chiamate immotivate che generano l’attivazione di ricerca di persone disperse a causa di un comportamento non responsabile».
In un caso, invece, i costi delle operazioni vengono addebitati in parte (fino a un massimo di 1000 €) all’individuo soccorso se causati «da utilizzo di dotazione tecnica non adeguata rispetto a qualsiasi attività ludico ricreativa e sportiva intrapresa, ovvero dalla scelta di percorsi, o gradi di difficoltà non adeguati al livello di capacità, o dal mancato rispetto di indicazioni di percorso, divieti o limitazioni».
Naturalmente la compartecipazione ai costi del soccorso non si applica in caso di interventi giustificati da motivazioni sanitarie ovvero quando il paziente viene ricoverato in ospedale o in Osservazione Breve Intensiva.
L’aggiornamento delle tariffe relative alle operazioni di elisoccorso prevedono
– un diritto fisso di chiamata di 120 €
– un costo al minuto di volo di 120 €
Relativamente all’attivazione delle Squadre a Terra del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, le tariffe prevedono
– un diritto fisso di chiamata per ciascuna squadra di 120 €
– un costo per ogni ora aggiuntiva, oltre la prima, di operazione per ogni squadra di 50 €
Il Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese sottolinea che non percepirà alcun rimborso proveniente da tali compartecipazioni, anche se le operazioni saranno svolte interamente dal proprio personale, poiché la sua attività è già supportata dalla Regione Piemonte ai sensi della legge regionale 67/1980.

Il presidente del SASP (Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese), Aldo Galliano, commenta che «la delibera introdotta dagli Assessori Saitta e Valmaggia ha, dal punto di vista della nostra organizzazione, un elevato valore etico poiché pone maggiori responsabilità su coloro che si avventurano su terreno impervio senza la dovuta preparazione oppure attivano la complessa macchina dei soccorsi in maniera immotivata. Riteniamo corretto che certi interventi, sempre assai costosi, non siano a carico della collettività bensì vedano una compartecipazione economica da parte di coloro che vengono soccorsi”.

L’idea di De Luca e Bartolomei è ulteriormente discussa il 20 ottobre 2015 nel palazzo dell’Emiciclo all’Aquila, sede del Consiglio Regionale della Regione Abruzzo. Sono presenti ai lavori i consiglieri Pierpaolo Pietrucci e Luciano Monticelli. Oltre a Paolo De Luca in rappresentanza del Collegio Regionale Maestri di Sci Abruzzo, ci sono i rappresentanti di CNSAS Abruzzo, SAGF (Soccorso Alpino Guardia di Finanza), SAF (Vigili del Fuoco), Polizia di Stato, CAI Abruzzo, ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili, ???), 118 Abruzzo e Collegio Regionale Guide Alpine Abruzzo.

20 ottobre 2015, palazzo dell’Emiciclo all’Aquila. Al centro, da sinistra: Pierpaolo Pietrucci, Luciano Monticelli e Paolo De Luca
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In questa riunione devono essere stati discussi altri temi, oltre al pagamento del soccorso e all’obbligatorietà di un’assicurazione RC. Infatti, in seguito, Loreto Bartolomei scrive: “In Abruzzo ci sarà prossimamente una legge ancora più completa delle altre regioni. Ci sarà l’obbligo di una polizza assicurativa RC per chi intende fare lo sport dell’arrampicare, usando attrezzature per farlo tipo: corde, chiodi, ramponi, scalette, ecc, come pure chi vuole sciare fuoripista. Una polizza valida anche per i danni che con quelle attività il praticante può arrecare a se stesso.
Chi ne è sprovvisto sarà sanzionato, ma non chi ama passeggiare sui sentieri delle nostre montagne.
E, sopra un certo grado di difficoltà, sarà fatto obbligo dell’accompagnamento di una guida alpina. Saranno indetti dei corsi per una prima preparazione alla frequentazione della montagna in sicurezza, per sé e verso gli altri, con esame finale di idoneità, con sensibilizzazione anche nelle scuole per i giovani studenti… Ricordo a tal proposito che in Abruzzo chi vuole recarsi a cercare funghi deve aver frequentato un corso per conoscerli e poterli raccogliere.
Infine saranno utilizzati reparti dei Vigili del Fuoco per l’elisoccorso, in quanto hanno più volte dichiarato la loro disponibilità a farlo e a terra le squadre del Soccorso Alpino delle varie forze di Polizia, Forestale e Carabinieri (
Il CNSAS non è citato, NdR). Si sta per avverare un sogno, quello di vedere meno elicotteri sorvolare le nostre montagne per il recupero di infortunati e/o di “gitanti fuoriporta”, ma soprattutto meno sperpero di denaro pubblico…”.

Queste affermazioni suscitano un grande vespaio. L’opinione degli appassionati sul soccorso a parziale o totale pagamento è assai divisa, ma in ogni caso se ne può parlare. Anche sull’assicurazione si può discutere, almeno sulla RC (assolutamente meno chiara è la questione su una specie di “casco” individuale).
Siamo invece al limite dell’assurdo quando si accenna agli esamini di idoneità per non parlare della pratica dell’alpinismo con guida alpina obbligatoria.

Daniele Caielli osserva per primo che non si capisce in base a quali leggi nel campo delle attività ludico-sportive-escursioniste queste misure possano essere adottate. Aggiunge: “Quindi per ora sarà in vigore la massima arbitrarietà, terreno propizio a una valanga di ricorsi giuridici. Attenti quindi voi trail runner che andate in montagna con le scarpe basse…”.

Giovanni Busato aggiunge che “se da un lato occorre preservare il libero arbitrio soprattutto in montagna, dall’altra l’imporre per legge un comportamento comporta creare false aspettative o false sicurezze…
La polemica sull’Artva, obbligatorio o meno, è illuminante quando si scopre che una bella fetta di chi lo indossa in realtà non sa come usarlo, o non legge i bollettini valanghe… La stipula di una assicurazione deve essere una libera scelta soprattutto consapevole, frutto di un percorso culturale: altrimenti rimane solamente un fatto formale anzi, magari una scusa per sottovalutare i rischi…, “tanto ho l’ARTVA e, comunque, sono assicurato!!!!!!!!”.

Daniele Piccini afferma che, in questo moderno medioevo della montagna, i pubblici amministratori vorrebbero risolvere il problema delle proprie responsabilità cogliendo una proposta a dir poco approssimativa per varare una legge che fa soltanto comodo ad alcuni: “Il fatto della sicurezza sembra l’ultima preoccupazione del legislatore anche se viene riportata come primaria. Le tesi a sostegno sia del pagamento del soccorso che dell’obbligo (su certi terreni) di ingaggiare una guida alpina o magari un accompagnatore di media montagna portando ad esempio casi limite riscontrabili in qualsiasi attività (chi va a 200 km all’ora con la moto e si schianta deve pagare il soccorso?) sono irricevibili. A chi sostiene che solo a Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato e Vigili del Fuoco si debba assegnare il compito del soccorso in montagna, pur nel rispetto dello loro professionalità, voglio ricordare che per tale compito sono formati e giustamente pagati dalla comunità. Non vedo citato in Soccorso Alpino e Speleologico ugualmente professionale ma formato da volontari”.

Fulvio Turvani
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Molto attivo è Fulvio Turvani che in più interventi argomenta: “Sono contrario prima di tutto come soccorritore.
La prima conseguenza di queste leggi è mettere in difficoltà noi. Succederà, succede, che qualcuno per timore di dover pagare tarderà a chiamare i soccorsi. Un soccorso banale alle 15, diventa critico a fine giornata. Il recupero di qualcuno perso su un prato o una cresta, è più facile dello stesso qualcuno che dopo aver provato a scendere, senza sapere dove, si è infilato in un canale o perso nel bosco. Prima o poi qualcuno per non aver chiamato, perché si è perso sano e aveva paura di pagare, lo ritroveremo morto.
Sempre da soccorritore mi chiedo perché chi va in montagna deve pagare, e tutti gli altri no. Gli automobilisti indisciplinati, i fungaioli imprudenti, il ciclista distratto e quello che da 15 anni si rifiuta di ascoltare i consigli del medico…
Perché chi decide di passare la domenica in montagna e sbaglia sì, e chi decide invece di passarla in autostrada e sbaglia no?
… Per un intervento in Grigna, ne faccio 20 su strada. Ma nessuno dice di far pagare l’elicottero a chi correva troppo in auto, a chi non rispetta le distanze di sicurezza, a chi non si assicura di avere le luci dell’auto a posto prima di mettersi per strada.
Ma guai se due ragazzi son saliti in Rosalba con i jeans.
… Solitamente la giustificazione è che gli alpinisti “vanno a cercarsela”… Dicono che i soccorsi costano. Ma sono sicuro che se andiamo a vedere i bilanci delle regioni, o anche solo quelli nel mio caso dell’elisoccorso, si scoprirebbe che i costi per gli interventi che riguardano gli alpinisti sono una frazione di un costo decisamente superiore. Se poi allarghiamo l’orizzonte e guardiamo il costo sociale, ci si rende conto che l’alpinista sprovveduto/diseducato/incosciente, ha un costo sociale ben inferiore a quello del generico cittadino sprovveduto/diseducato/incosciente.
Quindi la domanda torna ad essere “perché gli alpinisti si e tutto il resto dell’umanità no?”.
… In ogni caso chi fa queste proposte si assume la responsabilità di uccidere uno degli ultimi spazi di libertà individuale, di solidarietà tra persone con idee diverse ma consapevoli di dividere un sentimento, chiamiamolo passione, comune.
Ribadisco ancora una volta che son certo che l’aspetto economico vero sia marginale. Per quanto un intervento in montagna sia singolarmente più complicato e costoso di uno in autostrada (ma mica sempre… quanto costa alla comunità la chiusura di un’autostrada per una o due ore?)
”.

In vetta al Gran Sasso d’Italia 2912 m: non proprio in infradito, ma quasi
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Loreto Bartolomei
 cerca di riassumere la situazione, almeno dal suo punto di vista: “Chi frequenta la montagna camminando sui sentieri segnati nulla deve pagare se per caso subisce un incidente: se però andando in ospedale il codice sarà verde, e quindi non viene ricoverato, non subisce medicazioni e torna a casa, oppure addirittura nel caso che il “soccorso” venga portato a valle alla propria autovettura, in questi casi il “furbo” paga il soccorso per intero. Se invece è soccorso un alpinista, dotato dell’attrezzatura necessaria e se l’infortunio avviene per fatalità, insomma quando non poteva onestamente essere previsto: se il “soccorso” è ferito e al pronto soccorso viene medicato, ha dei giorni di ricovero o di convalescenza, nulla deve per il servizio. Se invece l’evacuato viene sorpreso con attrezzatura inadatta, o se andando in ospedale gli viene assegnato codice verde, e quindi non viene medicato, ricoverato, allora deve pagare per intero il soccorso…

L’accompagnamento da parte della guida alpina sarà obbligatorio a partire da un certo grado di difficoltà dell’arrampicata, questo sarà stabilito dal collegio delle guide. Essendo le operazioni di soccorso effettuate da personale (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forestale, Vigili del Fuoco) con ruolo di Polizia Giudiziaria, saranno loro a certificare con un rapporto l’accaduto. Insomma, il tempo dei “furbetti” con infradito che una volta stanchi si fanno riaccompagnare in macchina a valle aggratis, e finito.

Le guide alpine Marcello Cominetti e Stefano Michelazzi intervengono anche più di una volta per ribadire non solo quanto sono contrari all’obbligo di accompagnamento di guida alpina ma anche quanto si augurano che i colleghi si esprimano al più presto al riguardo.

Alberto Benassi prova a concludere amareggiato: “Visto che le montagne non sono di proprietà dei vari Loreto di turno, ma sono di tutti; visto che la libertà di andare in montagna è sacra come è sacra la libertà di andarci in base al proprio stile e capacità. Se passerà questa legge dell’obbligo della guida e dell’obbligo del soccorso a pagamento solo per gli alpinisti, propongo una manifestazione di protesta da fare ad esempio a Prati di Tivo”.

Considerazioni
Paolo De Luca e Loreto Bartolomei hanno fatto per primi una proposta in regione Abruzzo per risolvere un problema decisamente scottante. Di questo dobbiamo dare loro atto, considerando per esempio che una delle prime conseguenze è stata l’abolizione dei divieti sul fuoripista.

Riteniamo però, come già asserito sopra, che mentre sia tutto discutibile e perfettibile, è da respingere qualunque tentativo di rendere obbligatorio un patentino e tanto meno l’accompagnamento di una guida alpina.

 

 

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Il PD per l’eliski in Piemonte

Il PD per l’eliski in Piemonte

Sul sito del Partito Democratico del Consiglio Regionale del Piemonte il 29 settembre 2015 è stata pubblicata una mozione di Silvana Accossato (prima firmataria) sulla disciplina della pratica dell’eliski in Piemonte (http://gruppopd.cr.piemonte.it/web/2015/09/29/eliski/).

Invito il lettore ad andare a leggere qui il breve ma intenso testo integrale della mozione. In assenza di questo sforzo, ecco alcune considerazioni in merito. L’obiettivo è di parlarne in modo critico e, se possibile, di stroncare in partenza questo subdolo tipo di spinta alla regolamentazione.

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Il documento, firmato da Silvana Accossato (prima firmataria), Allemano, Appiano, Baricco, Caputo, Ferrentino, Ottria e Ravetti, è lungo 47 righe: di queste, ben 44 sono dedicate ai vari premesso che, considerato che, constatato che e rilevato che e solo 3 all’impegno che la Giunta Regionale del Piemonte dovrebbe approvare.

Le premesse, considerazioni e constatazioni sono un buon elenco di quale sia la situazione in alcune regioni italiane e all’estero: elenco che, da solo, basterebbe a bocciare la proposta di regolamentazione e promuovere il divieto assoluto della pratica dell’eliski.

A dispetto di ciò, tra le contraddizioni e nonsenso più notevoli:

– Per espressa ammissione del documento stesso, in tutti gli altri Paesi alpini tale attività è stata vietata o comunque regolamentata in modo rigoroso. Lo stesso documento però dice che le società estere di elicotteri sono attratte dal territorio piemontese per il motivo che su questo non v’è normativa specifica (che strano, avrei detto che le società straniere, che non possono operare nei loro territori, sono attirate più che altro dal fatto che in Piemonte, previo accordo in sordina con un Comune, si può fare quello che si vuole…).

– Il documento cita il forte impatto in termini di inquinamento acustico, osserva il possibile distacco di valanghe causato dai rotori o dall’azione degli sciatori depositati su pendii in quota, prende atto che chi pratica eliski non ha la possibilità di testare le condizioni della neve durante la salita, è d’accordo sul disturbo della fauna alpina in un periodo dell’anno, quello invernale o di inizio primavera, in cui certe specie sono già messe a dura prova dai rigori del clima; ma, dopo tutte queste belle ammissioni, sancisce che l’elicottero risulta comunque essere il mezzo di trasporto più adatto all’ambiente alpino ed è insostituibile nel campo della sicurezza e della logistica delle strutture di accoglienza in quota (chi ha mai detto il contrario?) e infine “accoglie” quella fascia di utenza che si rivolge a questo mezzo per praticare lo sci alpino, specie in zone dove per raggiungere i pendii occorre compiere lunghi spostamenti orizzontali o ai margini di grandi comprensori sciabili (!!!).

E poi arriviamo alla contraddizione: l’attività dell’eliski è da considerare praticabile soltanto in alcuni, ben determinati ambienti e contesti, a condizione che non impatti con l’ambiente naturale, la conservazione della fauna, della flora e del loro habitat, nonché con le attività che si svolgono ordinariamente in montagna e che venga circoscritta a determinati periodi programmati con specifiche modalità definite da un’apposita commissione di esperti.

– Notiamo il vago accenno alle attività che si svolgono regolarmente in montagna. Cosa intende qui il documento? Si riferisce ai normali scialpinisti o a chi? Perché, se si riferisce a loro, non prende anche atto che molti di questi potrebbero non frequentare più quelle zone, con danno all’economia locale? Perché non si vede che un eventuale e striminzito vantaggio economico derivante da un flusso elituristico sarebbe ampiamente nullificato dalla diserzione del normale scialpinismo?

– Il documento a un certo punto deve stringere, deve cioè portare logicamente alla conclusione, quella di andare a discutere per una regolamentazione. Per dimostrarne la necessità, si punta sul fatto che tale fenomeno, se non adeguatamente normato, può portare ad un uso incontrollato e pericoloso del mezzo, o al proliferare di norme localistiche che hanno sia scarsa efficacia che ragione d’essere, stanti le caratteristiche dell’elicottero che in quanto mezzo aereo consente di valicare facilmente i confini amministrativi. Perché, dopo tutte le premesse, non si accetta semplicemente che l’eliski è pernicioso per tutti i motivi elencati? Perché non si accenna neppure a quanto esiguo potrebbe essere il cosiddetto vantaggio economico, anzi alla perdita che risulterebbe al confronto con le minori presenze scialpinistiche? Quali interessi non detti o non espressi muovono questa decisione di regolamentare che, agli occhi di qualunque benpensante, non è altro che l’anticamera della liberalizzazione?

– Alla fine la mozione, nell’impegno, spinge la Regione Piemonte ad avviare in tempi rapidi un’apposita iniziativa legislativa per la disciplina dell’eliski con gli obiettivi di contenere il fenomeno, ridurre l’impatto che ne deriva e definire adeguati standard di sicurezza. Un perfetto e sintetico elenco di tutte le contraddizioni sopra riferite.

– Ho lasciato per ultima la raccomandazione che tale attività vada svolta sempre con il coinvolgimento di guide alpine in grado di valutare la stabilità del manto nevoso e di garantire, di conseguenza, l’esercizio in sicurezza dell’attività sportiva. Il motivo di questo mio spostamento di posizione è semplice: la norma, se approvata, andrebbe contro qualunque pensiero e pratica di libertà. La guida alpina Michele Comi così si è espresso: “Le contraddizioni del documento sono imbarazzanti… ma le parole utilizzate nell’ultimo punto, dove si citano le guide quali “garanti” della sicurezza, sono completamente inappropriate e fuorvianti”.

Qui di seguito tre documenti, spediti alla Regione Piemonte, per indirizzare il consiglio regionale a una legislazione ben diversa da quella voluta dal PD:

DOCUMENTO CIPRA

DOCUMENTO MOUNTAIN WILDERNESS

DOCUMENTO PRO NATURA

 

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La marméttola

La marméttola

Il marmo è una delle risorse principali per Massa Carrara, ma anche un fattore di forte inquinamento (oltre che di danno paesaggistico e ambientale). Lo scarto di lavorazione del marmo riversato fino agli anni Ottanta nei corsi d’acqua ha fatto già sparire ogni forma di vita nel fiume Frigido, che nasce nelle montagne di Massa e scorre giù verso il mare. Stesso dicasi per il Carrione, altro corso d’acqua delle Alpi Apuane, che nasce sopra Carrara, e poi sfocia a mare dopo aver attraversato decine di cave.

Inutile dire che l’acqua vicino alle cave sia molto inquinata. I geologi sostengono che per estrarre il marmo viene utilizzato il filo diamantato che per ogni 100 metri quadrati di taglio disperde nell’ambiente 56 grammi di legante metallico. Il quale contiene a sua volta cobalto, nichel, rame, stagno, ferro e wolframio, che si mescolano inevitabilmente alla marméttola, che finisce poi nei corsi d’acqua.

Il Comune di Massa a metà anni ’90 ha già speso circa 5 miliardi delle vecchie lire per ripulire l’alveo del fiume dalla marméttola. Oggi la situazione è assai più grave, una specie di Ilva di Taranto.

Cave di Marmo del bacino di Torano (Carrara)
Marmettola-carrara-bacinoestrattivo-torano

La marméttola
(Il Ministero dell’Ambiente contro la marméttola)
di Stefano Deliperi (Gruppo d’Intervento Giuridico onlus)

L’intervento del Ministero dell’Ambiente
Il Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare – Direzione generale per la Protezione della Natura e del Mare ha chiesto (nota prot. n. 16603 del 27 agosto 2015)  alla Regione Toscana (D.G. Politiche Ambientali, Energia e Cambiamenti Climatici), alle Province di Lucca e di Massa-Carrara, al Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, all’ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana) di intervenire – per gli ambiti di rispettiva competenza – contro “la situazione di inquinamento dei Fiumi Frigido e Carrione, generato dalla presenza di ‘marméttola’, quale prodotto residuo delle attività estrattive delle diverse cave site nelle Alpi Apuane”, ricordando che “eventuali interferenze sullo stato di conservazione dei… siti Natura 2000 risulterebbero… consequenziali ai fenomeni di inquinamento… descritti” in quanto “è stato verificato… che i bacini idrografici che convogliano le acque rispettivamente nel Frigido e nel Carrione sono interessati dalla presenza di diversi siti della rete Natura 2000”.
Il Ministero dell’Ambiente chiede anche l’adozione dei necessari provvedimenti di bonifica ambientale, “stante che la questione interessa la verifica degli obiettivi qualitativi previsti dalla Direttiva ‘Acque’ 2000/60/CE”.
Il Ministero dell’Ambiente chiarisce alle amministrazioni regionali e locali coinvolte che quanto richiesto risulta “importante anche al fine di evitare un nuovo pre-contenzioso comunitario, ovvero la chiusura negativa del CHAP(2012)2233 – Cave di marmo attive nel Parco regionale delle Alpi Apuane (Toscana), già avviato nell’ambito dell’EU Pilot 6730/14/ENVI”.
Sono, infatti, già aperte procedure di indagine da parte della Commissione europea per la cattiva attuazione della normativa comunitaria sulla salvaguardia degli habitat (direttiva n. 92/43/CEE), anche a causa delle attività estrattive sulle Alpi Apuane.
Il Ministero dell’Ambiente, infine, segnala al “collega” Ministero per i Beni e Attività Culturali l’inquinamento da marméttola per ogni opportuna valutazione in ordine alla pianificazione paesaggistica e le attività estrattive.

Torrente apuanico pieno di marméttola
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L’azione legale ecologista
Il Ministero dell’Ambiente ha risposto rapidamente alla richiesta di informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti inoltrata (20 agosto 2015) dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus riguardo i continui eventi di inquinamento ambientale altamente pregiudizievoli per la salvaguardia dei fiumi Carrione e Frigido e gli habitat naturali connessi derivanti dalla marméttola (marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua) causata dall’attività estrattiva sulle Alpi Apuane.
Interessati il Ministero dell’ambiente, la Regione Toscana, il Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, i nuclei investigativi di Massa e di Lucca del Corpo forestale dello Stato, i Carabinieri del NOE di Firenze, nonché le Procure della Repubblica presso i Tribunali di Massa e di Lucca e le Istituzioni comunitarie (Commissione europea e Commissione “petizioni” del Parlamento europeo).
Al centro dell’azione legale ecologista sono i pesanti effetti dell’inquinamento da marméttola sui corsi d’acqua (i Fiumi Frigido e Carrione) interessati dagli scarichi derivanti dall’attività cavatoria.

Il report dell’ARPAT sull’inquinamento da marméttola
Ne riferisce ampiamente e approfonditamente la newsletter dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) n. 168 del 13 agosto 2015 con il report sulle “Alpi Apuane e marméttola”.
L’ARPAT descrive puntualmente quanto accaduto negli ultimi decenni: nella parte alta dei bacini imbriferi dei Fiumi Carrione e Frigido sussistono perlomeno 178 cave, di cui più di 118 attive.
A partire dagli anni ’70 del secolo scorso i ravaneti, accumulo di sassi sui pendii costituiti dagli scarti derivanti dal taglio del marmo a fini commerciali, adibiti a sede stradale, sono stati irrorati dalla marméttola, marmo finemente tritato scaricato negli impluvi e corsi d’acqua. La marméttola, secondo quanto asserito dall’ARPAT, è “fortemente inquinante”, contaminata “da oli e grassi… e da metalli”. “La marméttola, per l’ecosistema, è inquinante per l’azione meccanica: riempie gli interstizi e impermeabilizza le superfici, perciò elimina gli habitat di molte specie animali e vegetali, modifica i naturali processi di alimentazione della falda, rende più rapido lo scorrimento superficiale delle acque (in pratica è come se il fondo del fiume fosse cementato), infiltrata nel reticolo carsico modifica i percorsi delle acque sotterranee e può esser causa del disseccamento di alcune sorgenti e/o del loro intorbidamento”.
Non meno gravi le conseguenze sul litorale: se è vero che “il tratto di mare prospiciente la foce del torrente Carrione è da considerarsi non balneabile perché il torrente sfocia in zona portuale”, le “Foci del Torrente Frigido e del Fosso Brugiano sono soggette a divieto permanente di balneazione… per motivi igienico-sanitari” perché “l’ambiente risulta ‘molto inquinato o comunque molto alterato’”.

Marméttola a lato torrente soldificata
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Le conseguenze in sede europea
Nel 2014 la Commissione europea – Direzione generale “Ambiente” ha reso noto di aver aperto la procedura di indagine EU Pilot 6730/14/ENVI “diretta ad accertare se esista in Italia una prassi di sistematica violazione dell’articolo 6 della direttiva Habitat a causa di svariate attività e progetti realizzati in assenza di adeguata procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.INC.A.) in aree rientranti in siti di importanza comunitaria (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS) componenti la Rete Natura 2000, individuati rispettivamente in base alla direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli Habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora e la direttiva n. 09/147/CE sulla tutela dell’avifauna selvatica.
Recentemente la Commissione europea – Direzione generale “Ambiente” ha chiesto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche Europee – Struttura di Missione per le Procedure di Infrazione nuove informazioni complementari, segnalando ulteriori contestazioni e indicazioni di attuazione (nota Pres. Cons. Ministri prot. n. DPE3253 del 27 marzo 2015).
Il rischio è sempre più l’apertura di una procedura giudiziaria per violazione della normativa comunitaria sulla salvaguardia degli Habitat naturali e semi-naturali, la fauna, la flora (direttiva n. 92/43/CEE) e, in conseguenza di eventuale sentenza di condanna da parte della Corte di Giustizia europea, di una pesante sanzione pecuniaria a carico dell’Italia (e per essa alle amministrazioni pubbliche che hanno causato le violazioni), grazie soprattutto a omissioni o pressapochismo in materia di tutela ambientale, nonostante le tante istanze ecologiste.
La procedura di infrazione prosegue e si è arricchita di ulteriori violazioni.

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Che cosa accade in questi casi?
Se non viene rispettata la normativa comunitaria, la Commissione europea – su ricorso o d’ufficio – avvia una procedura di infrazione (art. 258 Trattato U.E. versione unificata): se lo Stato membro non si adegua ai “pareri motivati” comunitari, la Commissione può inoltrare ricorso alla Corte di Giustizia europea, che, in caso di violazioni del diritto comunitario, dispone sentenza di condanna con una sanzione pecuniaria (oltre alle spese del procedimento) commisurata alla gravità della violazione e al periodo di durata.
Attualmente sono ben 92 le procedure di infrazione aperte contro l’Italia dalla Commissione europea. Di queste addirittura 18 (circa un quinto) riguardano materie ambientali.
Si ricorda che le sanzioni pecuniarie conseguenti a una condanna al termine di una procedura di infrazione sono state fissate recentemente dalla Commissione europea con la Comunicazione Commissione SEC 2005 (1658): la sanzione minima per l’Italia è stata determinata in 9.920.000 euro, mentre la penalità di mora può oscillare tra 22.000 e 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nel pagamento, in base alla gravità dell’infrazione. Fino a qualche anno fa le sentenze della Corte di Giustizia europea avevano solo valore dichiarativo, cioè contenevano l’affermazione dell’avvenuta violazione della normativa comunitaria da parte dello Stato membro, senza ulteriori conseguenze. Ora non più. L’esecuzione delle sentenze della Corte di Giustizia per gli aspetti pecuniari avviene molto rapidamente: la Commissione europea decurta direttamente i trasferimenti finanziari dovuti allo Stato membro condannato: in Italia gli effetti della sanzione pecuniaria vengono scaricati sull’Ente pubblico territoriale o altra amministrazione pubblica responsabile dell’illecito comunitario (art. 16 bis della legge n. 11/2005 e s.m.i.).
Ovviamente gli amministratori e/o funzionari pubblici che hanno compiuto gli atti che hanno sostanziato l’illecito comunitario ne possono rispondere in sede di danno erariale.

Bidone abbandonato e marméttola a lato fiume
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I procedimenti penali già aperti
Nel maggio 2015 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa ha aperto un procedimento penale relativo all’inquinamento ambientale determinato proprio dagli scarti delle lavorazioni estrattive. Fra le ipotesi di indagine ci sarebbe anche l’eventuale sussistenza di un nesso di causalità con l’alluvione che ha colpito la zona di Carrara nell’autunno 2014 (Nel febbraio 2015 la Direzione distrettuale antimafia di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio di numerose persone accusate dello smaltimento illecito di ben 70 mila tonnellate di marméttola nelle province di La Spezia e Pisa).

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ritiene che si debba fare la massima chiarezza su tali fenomeni di inquinamento ambientale e si debbano porre in essere politiche più determinate ed efficaci per la salvaguardia dei rilevanti valori ecologici, naturalistici e paesaggistici delle Apuane.
Inoltre, Bruxelles è molto più vicina di quanto possiamo pensare.
Il Governo Renzi, le Giunte regionali, gli Enti locali lo capiranno in tempo?

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Addendum (a cura della Redazione)
E’ del 27 settembre 2015 la notizia che, se ci saranno rinvii a giudizio per la vicenda della marmettola nei rii, il Consorzio di Bonifica 1 Toscana Nord si costituirà parte civile nei relativi procedimenti giudiziari, nei confronti di chi ha provocato lo sversamento di materiale dentro gli alvei dei corsi d’acqua: “Perché deve valere il principio secondo cui chi inquina paga”. Ad annunciarlo è il presidente del Consorzio, Ismaele Ridolfi.

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Quale volontariato per il CAI di domani

Tra due giorni si terrà a Firenze il 100° congresso del Club Alpino Italiano. E questa volta il tema è Quale volontariato per il CAI di domani. Qui il programma.

E’ sicuramente un tema di grande attualità e merita un palcoscenico così importante.

Pur essendo molto lodevole e interessante l’iniziativa dei tre forum http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=9 (associato al gruppo di lavoro Volontariato nel CAI di oggi), http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=10 (associato al gruppo di lavoro Volontariato nel CAI di domani) e http://congresso.cai.it/Contenuti.aspx?p=11 (associato al gruppo di lavoro Associazionismo e Servizi), dall’esterno non sembra che il modo in cui è organizzato il congresso (tavole rotonde preimpostate e relatori già designati) possa favorire un proficuo scambio di idee nuove, che vengano veramente dalla base dei soci: un’orchestra simile sembra più a favore di linee d’indirizzo che i vertici politici del CAI hanno già delineato da tempo e probabilmente hanno in mente di sviluppare nel futuro. In linea con le proposte di modifica alla Legge 266/1991 e alla Legge 74/2001.
Di queste, si ricorda che la prima legge regola il volontariato organizzato e istituisce delle strutture per lo sviluppo e la crescita del volontariato su base regionale (i Centri di Servizio per il Volontariato), che forniscono gratuitamente alle Organizzazioni di Volontariato servizi nel campo della promozione, della consulenza, della formazione, della comunicazione e molti altri; e la seconda elenca le disposizioni per favorire l’attività svolta dal Corpo nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.
Dalle pagine di questo blog auspico che siano tenute in debito conto le istanze della base, quali a esempio quelle espresse in un recente documento elaborato dai Direttori Scuole Alpinismo Lombarde, oppure quelle già esposte in http://www.banff.it/cai-volontariato-in-pericolo/ del 12 agosto 2015.

 

Quale volontariato per il CAI di domani
di Riccardo Innocenti

Il tema del volontariato mi è caro. Mi considero un volontario. Sono socio del CAI da oltre trent’anni e come istruttore d’alpinismo faccio volontariato impartendo da vent’anni lezioni agli allievi dei corsi senza ricevere alcuna retribuzione.

All’interno del CAI tutti dovrebbero essere volontari. Anche coloro che fanno parte del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico. Una sezione nazionale del CAI con ampia autonomia. Ma tutti i volontari del Soccorso Alpino lo sono veramente?

In quest’ultimo anno sono venute alla luce alcune vicende che mi fanno interrogare sul termine volontario e se questo possa essere applicato a tutti i componenti del Soccorso Alpino. E sulle attività che i volontari del Soccorso Alpino fanno o dovrebbero fare.

QualeVolontariato-logo_congresso

Illuminante è stata la storia di un volontario emiliano che è stato cacciato dal soccorso alpino perché si è rifiutato di pulire dalle erbacce un muro stando appeso alle corde. E’ la vicenda di Luca Gardelli (http://www.alessandrogogna.com/2015/06/09/la-delusione-di-luca-gardelli/).

Ho letto con interesse lo scritto di risposta (del 15 giugno 2015) a firma del Presidente del Soccorso Alpino dell’Emilia-Romagna Danilo Righi (http://www.alessandrogogna.com/2015/06/19/risposta-a-luca-gardelli/). Righi fa un ampia dissertazione, scomodando anche la categoria dell’etica, per non chiarire le domande più semplici che ogni lettore si è posto.

E’ legittimo e lecito per il Soccorso Alpino intervenire su richiesta di un Comune per ripulire un muro come una ditta che deve adempiere a un contratto?

E’ giusto espellere dal Soccorso alpino un volontario che non ha adempiuto ciecamente all’ordine impartito e ha sollevato una serie di dubbi e posto domande a cui nessuno ha risposto?

Dato che Righi non risponde io propongo il mio punto di vista.

L’attività che era stata proposta non è di competenza del Soccorso Alpino. Può essere eseguita “ufficialmente” solamente da aziende che hanno le necessarie certificazioni di legge. Infatti non è stata più eseguita e l’Azienda Sanitaria Locale ha dato parere negativo sul fatto che un’attività del genere fosse eseguita nella maniera e nei modi in cui il Soccorso Alpino intendeva compierla.

Gardelli è stato cacciato dal Soccorso Alpino, e la sua cacciata è stata eseguita seguendo scrupolosamente tutta la normativa interna in tema, solamente perché pensando con la sua testa, ed essendo un bravo cittadino, si è rifiutato di fare una cosa illegittima. Benché gli fosse stata ordinata attraverso il sistema gerarchico funzionale (di stampo paramilitare) che è proprio del Soccorso Alpino.

Questa vicenda ci da l’occasione per chiederci una semplice cosa: quali sono le attività del Soccorso Alpino?

Certo non quello di lavorare come una ditta edile su corda per ripulire un muro. Anche se Righi cerca di farci credere che quella è un attività da Soccorso Alpino. Il Soccorso Alpino del CAI dovrebbe essere un’associazione di volontari che salva le persone in Montagna, in Grotta e in tutti gli ambienti ostili. Dovrebbe!

E veniamo a che cosa è il volontariato: il tema del congresso di Firenze del CAI.

Il volontariato è una cosa che si fa gratis, al massimo con un rimborso delle spese vive sostenute. E quando i lettori pensano al volontariato credo che il 99% di loro pensi al volontariato nella stessa maniera.

Invece il Soccorso Alpino ha un enorme disponibilità di fondi:
A livello centrale il CNSAS riceve dal CAI una parte dei fondi pubblici statali. Nel 2013, 1.405.170 Euro di cui 1.255.099 Euro come fondi pubblici e 150.000 Euro come contributo del CAI.

Ognuno dei 21 servizi regionali/provinciali del Soccorso Alpino riceve dalla propria Regione/Provincia fondi di importi diversi. Da qualche decina di migliaia di euro a qualche milione di Euro. Complessivamente le Regioni Italiane erogano ai servizi regionali del CNSAS fondi per oltre 20 milioni di Euro (ho aggregato i dati consultando tutti i bilanci pubblici delle 20 regioni italiane).

I servizi regionali del Soccorso Alpino stipulano dei contratti di servizio con le Aziende Sanitarie Locali per far salire i tecnici di elisoccorso sugli elicotteri del 118, che è il servizio di emergenza sanitaria nazionale. Per ogni contratto ricevono altri fondi per pagare fino a 350 euro al giorno i tecnici di elisoccorso e per pagare i servizi della struttura del soccorso alpino.

Una legge dello Stato, la n. 162 del 18.2.92 e la circolare dell’INPS n. 60 del 04.03.1993 garantiscono ai volontari del Soccorso Alpino un particolare status che li differenzia da tutti i volontari italiani della protezione civile. Se i volontari CNSAS sono lavoratori dipendenti hanno diritto di assentarsi dal lavoro per esercitazioni e soccorsi e il datore di lavoro deve corrispondergli lo stesso lo stipendio che può successivamente farsi rimborsare dall’INPS. Nel 2013 l’INPS ha speso per questi rimborsi 240.103 Euro. Se i volontari CNSAS sono lavoratori autonomi possono chiedere al Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale il rimborso per ogni giornata impiegata in esercitazione e soccorsi di 74 Euro al giorno. Nel 2013 il Ministero ha rimborsato 322.540 euro.

Quindi le entrate dirette del Soccorso Alpino sono in totale di oltre 22 milioni di Euro annui. Sono moltissimi soldi per una struttura di volontariato. Non viene data pubblicità ai bilanci, sia del CNSAS centrale che dei servizi regionali, che non sono pubblicati sui siti e non sono sottoposti al controllo del CAI. Il Soccorso Alpino è diventato “un’entità” paragonabile ad una media azienda in cui tutto avviene in maniera autoreferenziale. Non ci sono controlli esterni. Il Soccorso alpino si controlla da solo. Da solo giustifica l’impiego di decine di milioni di euro di fondi pubblici.

Il Nelson Mandela Forum di Firenze, sede del prossimo 100° congresso nazionale del CAI
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Per fare un esempio, si evince dal bilancio del CNSAS 2013 che un gruppo di 37 persone che fanno gli istruttori nelle due scuole nazionali tecniche del CNSAS hanno ricevuto in un anno 254.068,77 Euro a fronte di diarie giornaliere di 366 Euro cadauna e di rimborsi di tutte le spese sostenute per il loro impegno. Compensare con 366 Euro, più il rimborso spese, al giorno dei “volontari” è sicuramente singolare.

Analogamente chi svolge il compito di tecnico di elisoccorso sugli elicotteri dei 118 regionali riceve fino a 350 Euro al giorno.

Il Presidente del Soccorso Alpino Pier Giorgio Baldracco ha affermato che il 5,5% dei 7.000 volontari del Soccorso Alpino riceve una retribuzione. Questa retribuzione quindi riguarda circa 400 persone. E’ corretto chiamare volontario chi riceve una retribuzione?

In questa maniera si è trasformata quella che era una nobilissima attività di volontariato in un attività ottimamente retribuita per un nutrito gruppo di fruitori. Bastano cinque giorni di “servizio volontario” al mese per costituire un vero stipendio. Un’attività del tutto analoga viene svolta dai Vigili del Fuoco con i nuclei Speleo Alpino Fluviale (SAF) che stanno a bordo degli elicotteri dei VVFF, ma per tutto il mese. Ma che non vengono compensati con cifre del genere, bensì con quello di un onesto stipendio di dipendente statale.

In Italia esistono diverse entità pubbliche che si occupano di soccorso alpino:
La Guardia di Finanza opera con il SAGF (Soccorso alpino della Guardia di Finanza) e gli elicotteri del corpo. Fanno parte del SAGF militari specializzati nel soccorso in montagna anche con l’ausilio di unità cinofile per ricerca e valanghe. Vi sono 26 stazioni del SAGF dalle Alpi all’ETNA;

I Vigili del Fuoco operano con i nuclei SAF (Soccorso Alpino e Fluviale) e gli elicotteri del corpo. Gli operatori SAF sono specializzati nelle tecniche di soccorso in montagna e sono capillarmente presenti in tutte le province italiane;

Il Corpo Forestale dello Stato ha istituito il Soccorso Alpino Forestale (SAF) per favorire le operazioni di soccorso in montagna che opera con tre stazioni in Italia e in stretta sinergia con il Centro Operativo Aereomobile del Corpo che mette a disposizione gli elicotteri necessari all’intervento;

L’Esercito Italiano tramite il Comando Truppe Alpine mette a disposizione numerosi nuclei di militari specializzati nel soccorso in montagna e soprattutto nel soccorso sulle piste da sci;

La Polizia di Stato e i Carabinieri hanno personale specializzato nel soccorso sulle piste da sci;

Tutte le Forze Armate italiane (Esercito, Aereonautica, Marina e Carabinieri) mettono a disposizione elicotteri per il trasporto di personale specializzato per effettuare soccorsi in montagna.

Tutti questi enti pubblici hanno soccorritori professionisti che vengono retribuiti allo scopo. Da quando “i volontari” del CAI hanno stipulato convenzioni con le ASL e con i 118 ogni richiesta di soccorso è dirottata sui “volontari” lasciando praticamente disoccupati tutti gli altri. E le convenzioni con le ASL sono profumatamente rimborsate.

E’ compito del Soccorso Alpino fare convenzioni con le ASL? Il Soccorso Alpino è obbligato a fare queste convenzioni? NO! Lo fa liberamente. Proponendosi come interlocutore contrattuale a dei soggetti, le ASL che hanno bisogno di alcuni servizi. Ma facendo così di volontariato non c’è più niente.

IL CNSAS interpreta l’art 80 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 a proprio esclusivo favore. La norma dice che al CNSAS è di norma attribuito il soccorso in montagna, in grotta, in ambienti ostili e impervi e che al CNSAS spetta il coordinamento dei soccorsi in caso di presenza di altri enti o organizzazioni, con esclusione delle grandi emergenze o calamità. Attraverso questa norma il CNSAS (volontari) vorrebbe coordinare tutti i Corpi dello Stato (professionisti) deputati al soccorso. Questa situazione genera una contrapposizione funzionale tra chi il soccorso lo fa di mestiere e per questo è pagato dallo Stato e chi lo fa per volontariato.

Foto: Soccorso Alpino Valdostano
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Il 29 marzo 2015 Giovanni Busato, in passato Vicepresidente del Soccorso Alpino del Veneto, si è espresso, con un commento (ore 16.22) all’articolo http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/, sostenendo che per avere professionalità bisogna pagare i volontari. Ma se li paghiamo che volontari sono??

Lo Stato versa al Soccorso Alpino una somma non irrilevante. Le regioni molto di più! E la Lombardia è tra le prime anche in questo campo!

Leggendo gli atti dei documenti riportati nel sovracitato articolo (http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/), il 30 marzo 2015 un anonimo mi ha inviato una missiva con tradizionale busta spedita via posta ordinaria all’indirizzo del mio legale (che mi rappresenta e tutela in un contenzioso giudiziario con il Soccorso Alpino del Lazio e nazionale) con allegati due verbali secretati del Soccorso Alpino Lombardo.

Già la stampa (e pure la magistratura) si era occupata e si occupa di vicende che riguardano quel consesso. Qui alcuni link:

10 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/terremoto-nel-soccorso-alpino-si-dimettono-8-volontari-54107/

13 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/soccorso-alpino-i-dimissionari-sputano-fuoco-54642/

16 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/attualita/soccorso-alpino-altra-bomba-anche-arrigoni-si-e-dimesso-55045/

20 marzo 2012: http://www.lecconotizie.com/montagna/soccorso-alpino-beltrami-i-nodi-sono-arrivati-al-pettine-55613/

Ma ce ne occuperemo anche noi nel prossimo futuro.

Se si ha buona pazienza di leggere i verbali (Allegato1 e Allegato2), e se questi sono autentici e non sono una burla, data la fonte anonima, ci si rende conto di quanto il Soccorso Alpino Lombardo si è dato da fare per prendere i soldi dalla Regione Lombardia, atteso che la legge impedisce di prenderli sic et simpliciter. Serve un altro ente che li prende e poi te li gira. Anche il Soccorso Alpino ha le sue scatole cinesi…

I lettori di questo blog si chiederanno: organizzare scatole cinesi per prendere milioni di euro in fondi pubblici è la vera attività del Soccorso Alpino? E anche questa è un’attività di volontariato?

Probabilmente se lo dovrebbero chiedere anche tutte le migliaia di volontari del soccorso alpino che fanno i volontari senza prendere un euro… Quelli sono veri volontari anche se inquadrati in una struttura che se sollevi la manina e poni qualche domanda scomoda a cui rispondere ha delle bellissime procedure per cacciarti in maniera democratica come è successo a Luca Gardelli. Un cittadino onesto che non voleva fare cose illegittime e ha fatto l’obiettore. L’obiettore del Soccorso Alpino ha un’unica strada davanti… diventare un ex!

Ma è questa la strada che il CAI intende seguire quando parla del volontariato nel futuro?

Perché il CAI non controlla quello che fa il Soccorso Alpino? Perché il Presidente Generale del CAI Umberto Martini non si accorge dei milioni di euro che arrivano nelle mani dei volontari del Soccorso Alpino per fare attività di volontariato? Ma il CAI lo deve controllare il Soccorso Alpino? E se non lo controlla commette una mancanza?

Oppure, è questo che il CAI vuole per il futuro? Il volontariato pagato come in Lombardia o per i 400 operatori del soccorso alpino che, per affermazione diretta del loro Presidente Baldracco, prendono una retribuzione?

Sarebbe bello che le tavole rotonde del 100° congresso del CAI affrontassero questo argomento.

E sarebbe bello sapere che impalcatura contrattuale ha escogitato il Soccorso Alpino lombardo per incassare i fondi pubblici dato che le leggi dello stato non sono state modificate e quei soldi non li potevano incassare direttamente. E chissà come li prendono ora dato che hanno stipulato una nuova convenzione che arriva fino al 2016.

Nel frattempo qualcosa si muove. Nel Lazio, dal 2015, in caso di intervento in ambiente tipicamente montano o impervio, il 118 chiama i Vigili del fuoco (professionisti del soccorso) e non il Soccorso Alpino (volontari del soccorso).

Comunque, per evitare fraintendimenti sui verbali che mi sono arrivati in busta anonima, ho presentato alla competente Procura un’articolata denuncia.