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La bolla dell’eliski

La bolla dell’eliski
di Ivan Borroni, vicepresidente del Comitato Scientifico Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta del Club Alpino Italiano
(questo articolo è apparso nel n. 90 di Alpidoc e lo riproponiamo per gentile concessione)

Dopo una lunga pausa (di riflessione?), le montagne cuneesi tornano oggetto delle “attenzioni” di operatori e imprenditori dello sci (pista ed eliski). Si prospettano iniziative che dovrebbero, come ovvio, rendere danaro sonante agli investitori, ma anche produrre positive ricadute economiche per i territori interessati. Una canzone non nuova, anche se arrangiata in chiave più moderna, una specie di Io, tu e le rose riproposta a ritmo di rap. Alcune amministrazioni comunali, ciò che resta della Provincia e, naturalmente, l’Azienda Turistica Locale del Cuneese (sempre in prima fila nel sostenere e promuovere qualunque forma di turismo, montano e non, motorizzato), con contorno di politici locali di varia appartenenza, stanno esercitando forti pressioni a supporto di queste strategie davvero “innovative”.

Sembrano esser stati rimossi dalla memoria i tanti risultati fallimentari conseguiti dalla politica monocolturale dello sci pervicacemente praticata negli anni Sessanta e Settanta. In quegli anni, comunque più nevosi degli attuali, sulle Alpi Cuneesi e Torinesi fiorirono, con la promessa di mirabolanti risultati, tante piccole stazioni sciistiche (impianti di risalita e annessi scempi edilizi): un po’ di seggiovie e ski-lift (in genere di seconda e terza mano) e qualche “seconda casa” messa su al risparmio non si negavano a nessuno. Poi la crisi. Di buona parte di quelle strutture rimangono solo tristi scheletri abbandonati, alcune altre sopravvivono stentatamente in permanente rianimazione: l’evidenza è sotto gli occhi di chiunque voglia vederla (Viola, Garessio 2000, Bersezio, eccetera). Anche nelle stazioni “importanti” (nel Cuneese sono soltanto un paio, Limone e Artesina/Prato Nevoso) l’indotto sciistico soffre. Basta fare un giro a Limone per vedere gli orribili condomini risalenti al tempo della neve d’oro costellati da una miriade di cartelli “Vendesi”.

Limone Piemonte
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Inevitabile quindi che sul tema della nuova “bolla” sciistica, paradossalmente in fase di rigonfiamento proprio durante uno dei periodi di crisi economica più severi del dopoguerra, si vengano a scontrare due posizioni culturalmente, direi quasi antropologicamente, opposte: su di un fronte quella di coloro che continuano a credere nelle “magnifiche sorti e progressive” di un turismo da parco giochi, globalizzato e consumistico, a elevato impatto ambientale e consumo di territorio; sull’altro fronte quella di coloro che ritengono che il patrimonio più prezioso delle nostre Alpi, da valorizzare anche a livello di proposta turistica, sia quello ambientale e culturale (intendendo questo termine nella sua accezione più ampia). Di questa seconda opzione abbiamo un modello complessivamente virtuoso e vincente in una delle valli cuneesi considerata tra le più derelitte ancora in un recente passato: la Valle Maira.

Gli attuali impianti di Argentera
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Questo splendido distretto turistico, proprio per essere quello che meglio ha conservato la propria naturalità e identità, nel volgere di non molti anni è diventato il più conosciuto della provincia, apprezzato e frequentato a livello internazionale, assieme con le Langhe, pur in assenza di barolo e tartufi. Qui sì che si sono viste positive ricadute economiche sul territorio. Eppure la Valle Maira non ha impianti di risalita, ha una viabilità di altri tempi, ha pochissima edilizia “moderna”, non vi si pratica l’eliski; il motoescursionismo, che era diventato davvero invasivo, è stato ampiamente ridimensionato per la scelta controcorrente (inizialmente non facile) di qualche avveduto e intelligente amministratore, come il giovane sindaco di Canosio, Roberto Colombero.

Ma vediamo un paio di progetti incombenti sull’alta Valle Stura. Siamo solo all’inizio: altri ne seguiranno anche altrove. Progetto Argentera. Un passaggio tratto da Provincialnforma dello scorso 8 giugno 2015 lo descrive; non occorre aggiungere nulla alla testuale citazione per evidenziarne la portata: «La Provincia ha ospitato la presentazione del nuovo progetto di rilancio della stazione sciistica di Argentera… Lo studio, illustrato da Lorenzo Muller della società Chintana, prevede un investimento di 30 milioni per adeguare e aumentare gli impianti e una cifra non ancora quantificata per sistemare le strutture architettoniche degli anni ’70 e ’80. Il progetto, richiesto da alcuni possibili investitori stranieri che puntano su attività di fuoripista ed eliski per una clientela d’élite, prevede un piano di sviluppo che integra gli impianti con nuovi insediamenti turistici. Tra le proposte tre nuove seggiovie con arrivo a quota 2700 metri, insediamenti nella pineta a monte di Bersezio, la riqualificazione della base degli impianti, l’ampliamento dell’area sciabile dei vallonetti di Ferrere e l’area della Conca delle Lose».

Provincialnforma riferisce poi l’intervento dell’assessore al Turismo (ma ci sono ancora gli assessori provinciali?) che afferma: «Questa iniziativa va nella direzione di un turismo a misura d’uomo». Non so che cosa significhi esattamente, perché è evidente che ogni uomo ha la propria misura.

E veniamo al Progetto Vinàdio. Lo scorso anno il Consiglio comunale di Vinàdio ha approvato una richiesta per l’autorizzazione all’esercizio dell’eliski sul proprio territorio secondo un progetto presentato dalla Scuola Italiana Scialpinismo e Arrampicata Guide Alpine Cuneo in partnership con Helimonviso srl.

Secondo tale progetto il territorio comunale di Vinadio viene ripartito in tre settori: 1) Vallone di Riofreddo e Orgials; 2) Valloni Sauma e San Bernolfo (Vallone dei Bagni); 3) Vallone Ischiator. L’attività di eliski potrebbe svolgersi dal 1 dicembre al 31 marzo, con possibile prolungamento del periodo in relazione alle condizioni di innevamento (in pratica si farebbe eliski per oltre cinque mesi, da tutto dicembre almeno a tutto aprile/inizio maggio), per quattro giorni alla settimana (da lunedì a giovedì, dalle 8.30 alle 14.30), con massimi di 12 giorni di attività al mese, 30 voli giornalieri nell’intera area (10 per settore) e presenza in contemporanea di 25 sciatori (5 gruppi).

La Cima sud di Ischiator. Foto: Alefoto.it
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Il WWF, in rappresentanza anche di altre associazioni ambientaliste, ha presentato ricorso alla Regione contro la concessione, con la motivazione che detto progetto, approvato in Comune, è in contrasto con la normativa europea sulle aree protette della Rete Natura 2000. In particolare l’articolo 16, comma 1, lettera C della LR n. 19 del 29/6/08 (applicativa del DPR 357/97, di recepimento delle Direttive comunitarie Habitat e Uccelli) recita: «Nei siti Natura 2000 è fatto divieto di decollo, atterraggio e sorvolo a quote inferiori a 500 metri dal suolo con veicoli a motore per finalità turistico/sportive, salvo diversa prescrizione prevista dal piano di gestione o specifica deroga condizionata dall’espletamento della procedura di incidenza».

Il 16 gennaio 2015 il competente ufficio regionale ha accolto il ricorso presentato dal WWF in quanto il progetto di Helimonviso interessa più aree protette della Rete 2000, ribadendo il divieto di volo su queste aree e intimando alla società proponente di attivare l’iter di valutazione di incidenza previsto dalla legge e inadempiuto. La società ha quindi prodotto un proprio studio di incidenza, ma la Regione lo ha ritenuto “incompleto e del tutto inadeguato”, invitando a eseguirne uno integrativo che analizzi correttamente tutti gli aspetti naturalistici non considerati.

Per il momento la situazione è questa. È il caso di precisare che sull’alta Valle Stura incidono ben tre SIC (Siti di Interesse Comunitario) e una ZPS (Zona Protezione Speciale), in pratica tutte le parti superiori delle valli laterali fanno parte del complesso di aree protette della Rete Natura 2000, quindi, in mancanza dell’espletamento dell’iter di valutazione d’incidenza, non possono essere rilasciate concessioni di volo né, tantomeno, licenze per la realizzazione di infrastrutture (vedi impianti di risalita), il che vale anche per il Progetto Argentera.

Questi fatti dimostrano come l’istituzione della rete comunitaria di aree protette (SIC e ZPS) non sia un inutile orpello burocratico, come molti hanno sostenuto, ma un utile strumento a difesa dell’ambiente, in particolare dove manchino adeguate normative locali regolanti l’attività di eliski, come in Piemonte.

A questo punto aggiungiamo un’altra dolente nota. Nel contesto del Cuneo Montagna Festival si è tenuta una tavola rotonda promossa da Alpidoc: Montagne e motori: gioie o dolori? Nel dibattito la parte del leone l’ha fatta il tema caldo dell’eliski. L’ulteriore dolente nota cui mi riferisco è rappresentata dall’intervento del cuneese assessore regionale alla Montagna, Alberto Valmaggia, che ha stroncato le speranze di diverse associazioni, tra le quali il CAI, che avevano ripetutamente avanzato richieste e petizioni affinché la Regione si decidesse a legiferare in materia.

«Non credo che ci si possa riuscire in questa legislatura – è stata la laconica e deludente comunicazione – e comunque se ne occuperebbe l’assessorato al Turismo, se l’intenzione è quella di equiparare l’eliski agli impianti di risalita». Lo stesso assessore alla Montagna ha pure ricordato che furono già avanzate due proposte di legge in materia, nel 1985 e nel 1992, restate lettera morta. Viene il maligno sospetto che manchi del tutto la volontà politica di risolvere il problema. Attualmente è depositata una proposta del Movimento 5 Stelle di divieto assoluto di esercizio dell’eliski senza se e senza ma, che naturalmente non ha nessuna chance di essere approvata.

In conclusione, vorrei invitare gli amministratori locali della montagna a ben valutare costi (non solo ambientali) e benefici dell’apertura dei loro territori alla pratica dell’eliski, perché correrebbero il rischio di perdere 100 per guadagnare 10. Non c’è dubbio infatti che la maggior parte dei sempre più numerosi frequentatori della montagna invernale con mezzi tradizionali (sci da fondo e alpinismo, racchette da neve) diserterebbe vallate un tempo oasi di tranquillità trasformate in campi di atterraggio e decollo di elicotteri per il sollazzo di una ristretta cerchia di sciatori “d’élite” (?).

A questo proposito ripropongo le frasi conclusive della Mozione per l’esclusione dell’eliski dallo sviluppo turistico piemontese presentata dall’associazione CAI Le Alpi del Sole e approvata dall’Assemblea dei Delegati delle sezioni CAI piemontesi lo scorso 29 marzo 2015: «… vengano monitorate le situazioni in cui le Amministrazioni locali permettono o favoriscono lo sviluppo di un turismo invasivo nei confronti dell’ambiente in modo che le escursioni con le racchette da neve, con gli sci, con la bicicletta, a piedi, le arrampicate e i trekking, organizzate annualmente dalle sezioni del CAI si svolgano lontano da quelle aree compromesse da ogni forma di invasione motorizzata».
Ivan Borroni

 

Sempre nello stesso articolo citato di Alpidoc, ci piace riprendere un box dal titolo Impianti obsoleti: un problema a carico della collettività:
Secondo Mountain Wilderness Francia, gli impianti legati agli sport invernali rappresentano una buona metà delle installazioni obsolete presenti sulle montagne d’Oltralpe, su un totale di più di 3.000 “relitti” censiti a oggi dall’associazione, ma in continuo aumento a causa del regolare abbandono delle installazioni turistiche in quota, spesso opera di pianificatori del territorio affetti da mania di grandezza che non hanno fatto i conti con i cambiamenti climatici. Dal 2001, anno in cui MW ha iniziato l’opera di “pulizia”, grazie a 29 cantieri e 80 giornate di lavoro da parte di 1.300 volontari, circa 350 tonnellate di materiale sono state smantellate e portate a valle. Ne hanno beneficiato in particolare la zone dal Parco del Mercantour, con 172 tonnellate di “rifiuti” evacuati dai settori della Vésubie, della media e alta Tinée, dell’Ubaye e della Roya. Per evitare ulteriori danni, in Francia è stata avanzata una proposta: rilasciare la concessione di nuove autorizzazioni e gli eventuali finanziamenti pubblici solo dietro adeguate garanzie finanziarie in grado di assicurare il ripristino del sito una volta terminato lo sfruttamento degli impianti. E da noi che si fa?
Fonte: www.montagnes-magazine.com/actus-amenagements-abandonnes-doit-nettoyer-montagne

Upega: quel che resta di uno skilift costruito (ahimé, non in materiale biodegradabile…) alla fine degli anni Sessanta. Foto: Enrica Raviola.
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Vieto, dunque sono

Vieto, dunque sono

Ricevo dall’avvocato Luca d’Alba:
Dal 18 al 20 settembre 2015 ho organizzato un raduno d’arrampicata tra Timpa di san Lorenzo e Timpa di Falconara, con pernottamento in tenda davanti alla chiesetta di Sant’Anna. Siamo nel cuore del Parco Nazionale del Pollino. Considerato che l’evento è stato patrocinato dal comune di San Lorenzo Bellizzi è stato necessario dare comunicazione al Parco del Pollino dell’iniziativa. In prima battuta il Parco ha comunicato la fattibilità del raduno, dettando le sue prescrizioni per la salvaguardia dell’ambiente. La Guardia forestale, tuttavia, ha inteso mettere i bastoni tra le ruote affermando che Timpa di San Lorenzo è riserva naturale, per cui ogni attività è vietata o comunque subordinata all’autorizzazione dell’UTB (ufficio territoriale per la biodiversità).

Alla luce di ciò abbiamo evitato di arrampicare su Timpa di san Lorenzo e ci siamo dislocati sulla Falconara. Non paghi, gli uomini della Forestale hanno fatto miliardi di foto a noi che arrampicavamo e hanno scritto una relazione, chiedendo al Parco chiarimenti sulla legittimità dell’arrampicata nel suo territorio. Con la nota 10577 del 5 ottobre 2015 il direttore del Parco dr. Gerardo Travaglio, ha dichiarato, da un lato, che l’evento organizzato è compatibile con le esigenze di salvaguardia delle specie protette, dall’altro, però, che fino a che non verrà regolamentata, l’arrampicata è vietata in tutto il territorio del Parco. Sto mobilitando mezzo mondo per far fare un passo indietro al Parco. Ho scritto una diffida, che è sottoscritta da me come avvocato e da almeno altri sette colleghi. Arriverò fino al TAR per impugnare questo assurdo divieto”.

La Timpa di san Lorenzo, Parco Nazionale del Pollino
Parco Pollino, Timpa San Lorenzo e Barile

Considerazioni
Questo episodio è l’ennesimo tentativo di scoraggiare la libera attività degli appassionati di montagna e di arrampicata in territorio di Parco. Come giustamente è sottolineato dall’avvocato d’Alba, in nessun Parco l’arrampicata è vietata, anche se (aggiungiamo noi) qualcosa di questo genere è in atto nel Parco Nazionale dei Sibillini, sebbene i risultati deleteri provocati dai divieti siano sotto gli occhi di tutti.

E’ assai malcelato il disagio e il fastidio che provocano direttori di parco così limitati, così chiusi nella loro interpretazione restrittiva di ciò che dovrebbe significare un Parco per il cittadino.

Se aggiungiamo poi la lista di tutti i provvedimenti che si dovrebbero prendere e di tutte le iniziative che si dovrebbero favorire, senza che a questa lista si possa purtroppo mettere mano costruttivamente causa la cronica mancanza di fondi, beh allora sorge il sospetto che questi divieti siano un palliativo, solo per dimostrare che qualcosa si fa. Una dimostrazione però che non esula dai confini di una rigorosa autoreferenziazione, perché non convince nessuno.

Davvero questi direttori, che ci ostiniamo comunque a considerare persone competenti, hanno bisogno di vietare per dimostrare di esserci e di servire a qualcosa? O un quasi cartesiano “Veto, ergo sum” è alla base delle loro decisioni?

La diffida
Spett.le
Parco Nazionale del Pollino, Rotonda (CS),
Ministero dell’Ambiente, Roma

p.c. Corpo Forestale dello Stato

Oggetto: arrampicata e alpinismo nel Parco Nazionale del Pollino
In riscontro alla nota n. 10577 del 5.10.15 a firma del dr. Travaglio, anche in rappresentanza di…, che aderiscono alla presente, si evidenzia quanto segue.

L’affermazione secondo cui il raduno d’arrampicata menzionato nella detta missiva “causa disturbo” è destituita di qualsivoglia fondamento, in quanto priva di riscontri oggettivi di carattere scientifico o giuridico. Si invita pertanto codesto Ente o soppesare con estrema cura le proprie dichiarazioni, che potrebbero risultare offensive nei confronti di chi, come molti degli aderenti, ha combattuto battaglie in prima linea per la difesa dell’ambiente proprio nel territorio del Parco (si ricordino le vicende del canyon del Caldanello, della centrale del Mercure…)

Condividiamo l’opportunità di regolamentare la pratica dell’arrampicata (così come in tutti i parchi d’Italia, dove si è ben lungi dal vietare l’arrampicata), ma a condizione che ciò avvenga tenendo conto delle effettive esigenze di salvaguardia. In altri termini le limitazioni e i divieti non possono essere imposti in via teorica, ossia “ipotizzando” che la pratica dello sport “possa” arrecare disturbo all’avifauna e/o ai vegetali, essendo invece necessario uno studio sulla concreta esistenza di nidi o altre situazioni degne di tutela. Secondo i principi del diritto amministrativo, infatti, ogni provvedimento deve essere “ragionevole” e, soprattutto, “motivato”. Peraltro, una volta individuati i periodi e/o le aree oggetto di divieto, nei periodi e nelle aree residuali lo svolgimento dell’attività deve essere consentita sic et sempliciter, non potendosi imporre ai fruitori l’ulteriore onere di richiedere un’autorizzazione. Dati i precedenti, appare opportuno sottolineare che i provvedimenti di natura limitativa e cogente devono trovare espressa esplicitazione in norme e regolamenti, non potendo essere rimessi a indebiti poteri discrezionali da parte di funzionari del Parco.

Maria Lucia Venneri sulla terza lunghezza della Via di Marchino, parete sud-ovest di Timpa Falconara. Foto: Guido Gravame
Maria Lucia Venneri su L3 della Via di Marchino sulla parete Sud Ovest di Timpa Falconara


Assolutamente illegittima è infine l’adozione di un divieto assoluto di arrampicata a tempo indeterminato su tutto il territorio del Parco nelle more dell’adozione di “linee guida” la cui natura giuridica non è stata affatto chiarita. Tale provvedimento, oltre che illogico e immotivato, si pone in evidente contrasto con quanto affermato dallo stesso Parco, secondo cui la manifestazione d’arrampicata
de quo “può ritenersi compatibile con le finalità di conservazione”. È contraddittorio altresì rispetto alla precedente nota del 29 maggio 2015 a firma del dr. Milione, il quale ha confermato che nessun regolamento vieta a priori l’arrampicata all’interno del Parco.

Alla luce di quanto precede e tenuto conto della portata potenzialmente limitativa della libertà personale della nota del 5 ottobre 2015, ai sensi della L. 241/90 si chiede all’Ente Parco di prendere visione ed estrarre copia della nota di trasmissione del Coordinatore Territoriale VQAF dell’ing. Perrone agli atti dell’Ente al n. prot. 10245 del 29.9.15 e di ogni documento ad essa allegato, ivi espressamente compresa la nota a firma del Comandante Stazione CFS Civita, nonché di ogni altro atto e documento presupposto alla nota del Parco n. 10577 del 5.10.15.

L’accesso agli atti viene richiesto anche ai fini della tutela penale, atteso che nei giorni 19 e 20 settembre 2015 alcuni agenti del Corpo Forestale hanno inteso effettuare rilievi fotografici invasivi su mezzi e persone (anche del sottoscritto) sfiorando i limiti della persecuzione e comunque con intenti dichiaratamente intimidatori, nonché per i profili di abuso di potere riscontrabili nella nota del 5.10.15.

Stante la palese illegittimità sostanziale e l’irregolarità procedimentale della nota del 5.10.15 n. 10577, anche per l’evidente vizio di eccesso di potere, se ne chiede la revoca in autotutela nella parte in cui prevede la sospensione delle attività di arrampicata e alpinismo nel territorio del Parco, preannunciando in caso contrario ricorso al TAR.

Distinti saluti

Avv. Luca D’Alba
Avv. Vincenzo D’Alba
Avv. Nina Nigro
Francesco Colao, Gerardo Tarsia, Mattia Sposato, Giada Di Leo, Fabio Alfano, Marco Gagliardi, Giovannino Santagada, Rossella Bruno, Salvatore Romeo, Riccardo Quaranta, Giovanni Basile, Guido Gravame, Antonio Larocca, Roberto De Marco, Antonio Mancino, Ferraro Francesco, Angelo Laino, Mino D’Amico, Marco Rigliaco, Anna Ruscelli, Domenico Riga, Maria Giovanna La Scalea, Nino Gagliardi, Luigi Manghisi, Francesco Serianni, Nino Abbracciavento, Ettore Angiò, Simonetta Sechi, Anna De Salvo, Antonio Sangineto, Renzo Ruscelli, Maria Taverniti, Stefania Emmanuele, Maria Tripodi, Tina Zaccato, Vincenzo Maratea, Franco Piccaro, Carmine Lo Tufo, Giovanna Barcello, Alessandro Galasso, Sara Crivella, Wieke De Neef, Nino Ricci, Chiara Torchia, Massimo Gallo, Leonardo Santoro, Salvatore Mustari, Domenico Ippolito, Filippo Capurso, Rosanna Riccelli, Francesco Di Trani, Franco Formoso, Claudio Pileggi, Domenico Bloise, Imma Canonica, Giuseppe Cesarini, Daniela Stanziani, Antonio Ferrigni, Eleonora Russo, Domenico Calopresti, Giuseppina Carrieri, Luigi Vincitore, Gabriele Percoco, Gilberto Peroni, Monica Venneri, Domenico Puntillo, Pasquale Larocca, Lorenzo Zaccaro

(la lista dei firmatari è in corso di formazione)”.

Su questo sito si può firmare la petizione:
https://www.change.org/p/ente-parco-nazionale-del-pollino-rotonda-pz-non-vietiamo-l-arrampicata-nel-parco-nazionale-del-pollino?recruiter=400576496&utm_medium=email&utm_campaign=share_email_responsive

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Il disagio delle sezioni venete – 3

Il disagio delle sezioni venete – 3
Ricordiamo che, in questo post, riaffrontiamo la questione, già ampiamente esposta, della presunta cattiva gestione amministrativa delle scuole di alpinismo del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, nel periodo 2003-2011.
Per meglio comprendere quanto più sotto esposto sarebbe necessario avere letto i seguenti post:
12 maggio 2015: http://www.banff.it/la-vicenda-doglioni-parte-1/
13 maggio 2015: http://www.banff.it/la-vicenda-doglioni-parte-2/
31 agosto 2015: http://www.banff.it/il-disagio-delle-sezioni-venete-1/
9 settembre 2015: http://www.banff.it/il-disagio-delle-sezioni-venete-2/

Ricordiamo anche che il taglio che vogliamo dare a questo reportage-inchiesta è quello dell’evidente e ormai datato disagio che una buona parte di soci, socie e sezioni del CAI del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia hanno sofferto (e soffrono tuttora).

Riassunto questione morale e ruolo del CAI Veneto
di Maurizio Dalla Libera

Premessa sull’erogazione dei contributi
Il CAI è un’associazione di volontari che, in sintonia con la legge sul volontariato, stabilisce che i propri soci che ricoprono cariche e svolgono incarichi non possono essere retribuiti, ma possono ricevere il rimborso delle spese vive sostenute per l’esercizio delle loro mansioni e a fronte di idonea documentazione.

La Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo Scialpinismo e Arrampicata libera (CNSASA) è un organo tecnico del CAI, che per il suo funzionamento riceve dal CAI un contributo, il quale a fine anno viene controllato dalla sede centrale. Una parte di tale contributo viene destinato al funzionamento delle sei commissioni interregionali (CISASA), le quali a fine anno devono presentare la giustificazione delle spese alla CNSASA che a sua volta le inoltrava, fino al 2011, alla sede centrale per un successivo controllo. Inoltre queste sei commissioni interregionali, formate da 8-12 istruttori designati in ambito regionale e nominati ogni tre anni, ricevono un altro contributo dal Comitato Direttivo Regionale (CDR) del CAI operante nella rispettiva Regione; tale contributo viene rendicontato dalla Commissione regionale al rispettivo CDR di riferimento.

Maurizio Dalla Libera
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La commissione regionale del Veneto e Friuli Venezia Giulia (CISASA VFG) riceve contributi dalla CNSASA (le cui pezze giustificative vengono presentate alla sede centrale). Da oltre venti anni, a parte l’anno 2011, essa riceve finanziamenti anche dalla Regione Veneto attraverso il CDR del CAI Veneto (le cui pezze giustificative vengono presentate al CAI Veneto). Inoltre la CISASA VFG riceve dalle Sezioni le quote di iscrizioni ai vari corsi (corsi di formazione e aggiornamento degli istruttori per le varie discipline); le spese per l’organizzazione di questi corsi vengono rendicontate in parte alla sede centrale e in parte al CAI Veneto.

Nel 2012 sono state segnalate dalla CNSASA agli organi dirigenti del CAI delle irregolarità nella gestione contabile dei contributi ricevuti dalla commissione regionale VFG in vari anni precedenti il 2011. L’indagine amministrativa che ne è seguita e i provvedimenti disciplinari, dapprima applicati ai responsabili e poi annullati per vizi di forma, hanno evidenziato almeno tre aspetti:

– la rendicontazione presentata di anno in anno dalla commissione alla sede centrale a giustificazione del contributo nazionale risulta corretta fatto salvo per l’anno 2010; invece il contributo erogato dalla Regione Veneto e destinato dal CAI Veneto alla commissione regionale non sembra avere adeguata e corretta giustificazione in particolare negli anni analizzati dal 2003 al 2010.

– il secondo aspetto è che il CAI Veneto ha sempre difeso l’operato dei due presidenti di commissione contestati, ha mantenuto nella vicenda una scarsa trasparenza e ha in varie occasioni accusato coloro che hanno promosso l’indagine di voler destabilizzare il tessuto del CAI nel Nord-est e screditare il buon nome del CAI Veneto.

– un terzo elemento è che il CAI Veneto ha notevolmente influenzato l’andamento del procedimento disciplinare indetto a livello centrale contando molto sul fatto che il Presidente Generale è un veneto; permane il timore che l’annunciata denuncia del CDC del febbraio 2013 a carico di Doglioni per la restituzione di € 63.925 di somme non rendicontate, non sia stata fatta o eseguita in modo tale da preludere a una prescrizione.

Intervento del CAI Veneto nella fase di istruttoria in CISASA VFG dell’ 8 maggio 2012
In piena fase di raccolta della documentazione da parte della sede centrale (estratti conto, bilanci, ecc.) nel corso della riunione della CISASA VFG del 8 maggio 2012 (all. 3 – Verbale CISASA VFG 08-05-2012) il Vice Presidente del CAI Veneto Francesco Carrer chiede alla commissione di approvare il bilancio consuntivo 2010 redatto da Doglioni e Callegarin, ovvero dai precedenti Presidenti ; tale bilancio è contestato dalla commissione e dalla CNSASA (all. 4 – Rendiconto esercizio 2010) perché altrimenti il CDR non approverebbe il bilancio consuntivo 2011 redatto dalla CISASA VFG presieduta da Puddu. Si fa notare che dal 2011 una nuova norma stabilisce che il contributo della sede centrale non venga più erogato direttamente al presidente della CISASA, bensì venga accreditato al CDR che a sua volta lo deve destinare alla CISASA. Quindi la mancata approvazione del bilancio da parte del CDR avrebbe bloccato i finanziamenti provenienti dalla Sede Centrale che dall’anno 2011 devono appunto transitare dai CDR. I commissari, salvo Callegarin, non accettano il ricatto: non approvano il bilancio 2010 e confermano quello consuntivo 2011 da loro predisposto.

Intervento del CAI Veneto e annullamento della radiazione (CDC n. 78 del 27 luglio 2012)
Il 14 luglio 2012, ovvero il giorno dopo dell’emissione, la delibera di radiazione viene comunicata da Francesco Carrer, Vice Presidente del CAI Veneto, ai dirigenti dell’area Veneto – Friuli Venezia Giulia (all. 08 – comunicazione di Carrer della radiazione del 14-7-12). Nella lettera si esprime l’intenzione di contestare la decisione del CDC e si programma un incontro a breve.

Il 16 luglio 2012 il Presidente Generale accoglie la richiesta di audizione presentata da Doglioni e Callegarin e nella stessa data, con procedura d’urgenza, sospende l’immediata esecutività del provvedimento di radiazione perché, invocando l’art. 111 della Costituzione, prima della delibera di radiazione non si sarebbe svolto un contradditorio tra le parti.

Varie iniziative del CAI Veneto per sostenere i due ex presidenti e per screditare e delegittimare l’operato della CISASA VFG e della CNSASA.
Il CAI Veneto il 22 agosto 2012 indice per il 15 di settembre a Mestre una assemblea congiunta straordinaria dei delegati delle Sezioni del Veneto e del Friuli Venezia Giulia (all. 10 – convocazione AD del VFG del 22-8-12). L’ordine del giorno non viene comunicato ma si intuisce che riguarda la questione della radiazione.

Il CAI Veneto il 31 agosto 2012 comunica ai delegati delle Sezioni VFG (all. 11 – annullamento AD del VDG 31-08-12) che l’assemblea straordinaria è annullata. Nel comunicato si legge che tale decisione è motivata e si rende necessaria in quanto il provvedimento disciplinare del CDC a carico dei due soci dell’area veneta – friulana – giuliana, Massimo Doglioni e Maurizio Callegarin, è stato annullato mentre rimane ancora in itinere il relativo procedimento.

Il comunicato prosegue riportando una seconda frase che scredita l’opera dell’attuale CISASA VFG: “Si ritiene opportuno precisare sin d’ora che le divergenze interpretative sulla gestione delle risorse economiche nate all’interno della CISASA VFG tra l’attuale presidente Antonello Puddu e i past- president Massimo Doglioni e Maurizio Callegarin hanno comportato il deterioramento dei rapporti fiduciari anche con i CDR del Veneto e del Friuli Venezia Giulia e il ritardo dei finanziamenti da parte della sede centrale”.

Il 6 e 10 ottobre 2012 il CAI Veneto e il CAI Friuli VG diffondono alle Sezioni una mozione (all. 12 – mozione GR Veneto del 6-10-12) nella quale sono presenti varie affermazioni completamente false e calunniose sull’operato delle Commissioni Regionale e Nazionale. Se ne citano alcune.

Per quanto riguarda i Presidenti di Commissione Puddu e Dalla Libera, al di là della mancanza di fiducia dimostrata nei riguardi dei GR che, per contribuire al chiarimento delle irregolarità denunciate, si erano immediatamente messi a completa disposizione, esiste fin dall’inizio, tra le altre questioni, l’omissione di consegnare ai CDR Veneto e Friuli Venezia Giulia i documenti più volte richiesti”.
Considerazioni: risulta dai documenti che i GR non si sono mai messi a disposizione e non hanno mai consegnato alcun documento alla CNSASA. Viceversa risulta che le verifiche di bilancio condotte dalla CISASA VFG e dalla CNSASA sono state inviate sia ai GR che alla sede centrale.

E’ nota anche la successione di riunioni indette da Puddu con la CISASA e i direttori delle scuole VFG, per parlare di programmi ma, nel contempo, esporre i crimini dei soci Doglioni e Callegarin con dovizie di particolari amplificati, mentre Dalla Libera afferma che la radiazione era confermata, non annullata, e che la sua esecutività era solo questione di cavilli burocratici. Tutte queste notizie si sono propagate nelle Scuole e nelle Sezioni con un teatrino di menzogne e vigliaccherie che hanno portato la CISASA VFG allo sbando, scavato divisioni e dimissioni, disseminando ovunque sfiducia e sospetti”.
Considerazioni: sono affermazioni false e calunniose.

Riprovazione per la immediata divulgazione del provvedimento disciplinare, ora annullato, ma con mancata comunicazione diretta agli interessati, a fronte della illegittima divulgazione tra gli organi tecnici referenti che nel giro di due giorni avevano già provveduto a depennare i nomi dei due istruttori dall’albo della scuola interregionale e, nel caso di Callegarin, dalla composizione della CISASA, fatto gravissimo, che comporta precise responsabilità in quanto ha alterato equilibri, rapporti fiduciari e sociali, credibilità, tra il corpo sociale dei GR VFG”.
Considerazioni: frase ipocrita perché il primo a dare comunicazione della radiazione, a due giorni di distanza, è stato proprio il Vice Presidente del CAI Veneto Francesco Carrer, persona che ora ricopre l’incarico di Presidente.

Condanna per il modo in cui il presidente della CISASA VFG Antonello Puddu, i vari componenti la commissione, il presidente della CNSASA Maurizio Dalla Libera hanno gestito la questione, dimostrando omissioni e incapacità, escludendo il confronto e il chiarimento con i diretti interessati”.
Considerazioni: proprio chi ha denunciato lo scandalo viene accusato di omissione e incapacità dagli stessi enti che hanno coperto e giustificato.

Dimissioni dei componenti della CISASA VFG in data 15 novembre 2012
A seguito dei numerosi interventi da parte del CAI Veneto a sostegno di Doglioni e Callegarin e a discredito dell’operato delle Commissioni Regionali e Nazionali i componenti della CISASA VFG con un comunicato danno le loro dimissioni (all. 13 – dimissioni componenti CISASA VFG del 15-11-12).

Nel comunicato si legge:
La Commissione all’atto dell’insediamento di Antonello Puddu alla carica di Presidente, ha vissuto un biennio di particolari difficoltà e disagi: non è stato possibile liquidare agli istruttori impegnati nelle diverse attività i dovuti rimborsi spesa per mancanza della provvista necessaria, ravvisando nel contempo incongruenze e mancanze nei rendiconti delle precedenti gestioni.

Da parte degli scriventi è apparso che la scelta corretta e coerente con i valori del volontariato fosse stata quella di informare sia i responsabili dell’organo tecnico centrale sia i responsabili dei direttivi regionali, fornendo loro dovuta documentazione…… mentre l’organo tecnico centrale ha assicurato ogni forma di collaborazione e assistenza, al fine di consentire la continuità della gestione, sia pure su basi e con modalità diverse, non altrettanto è avvenuto da parte dell’organo politico amministrativo che, ben diversamente da quanto sarebbe stato logico attendersi, ha assunto un atteggiamento che, da una iniziale manifestazione di fastidio ed intolleranza per le problematiche segnalate, si è gradualmente trasformato in un atteggiamento denigratorio e punitivo, non già verso coloro che sarebbe stato logico attendersi, bensì nei confronti dei componenti della Commissione, evidentemente ritenuti responsabili di eccesso di trasparenza e correttezza… Con l’atto delle dimissioni si vuole esprimere civilmente, in modi consoni all’appartenenza al CAI, il più fermo dissenso per l’atteggiamento assunto dagli attuali responsabili regionali del Veneto, dovendosi fare un doveroso distinguo rispetto a quelli, pure di riferimento stante la interregionalità della Commissione, del Direttivo Friuli Venezia Giulia.

Chi crede ad un volontariato vero, tecnico sì, ma sempre espressione di ideali tradotti in fatti e che non restino parole, non può accettare che l’aver segnalato a chi di dovere anomalie, irregolarità ed illeciti si trasformi, per chi, per il ruolo ricoperto aveva il dovere di segnalare, in un capo d’accusa aprioristico”.

Risultati delle verifiche contabili condotte dal Direttore del CAI del 18 settembre 2013
Il Direttore del CAI, Andreina Maggiore, a seguito dell’incarico assegnato dal CDC, il 18 settembre 2013 presenta i risultati della verifica contabile CISASA VFG per gli esercizi 2003-2010.
Di questa relazione amministrativa si evidenziano alcuni passaggi:

Coperture e complicità del CAI Veneto
A pagina 4 punto 1 si afferma: “Alla luce di quanto sopra esposto e a conclusione dell’attività fin qui svolta si segnala che il socio Doglioni ha provveduto all’autoerogazione di rimborsi spese a carattere forfettario, così come dichiarato dallo stesso e come affermato dal gruppo regionale del veneto nella propria comunicazione del 29.08.2012 cui non è allegata alcuna delibera in tal senso anteriore all’utilizzo delle somme in palese contrasto con quanto disposto dall’art. 33 del regolamento degli organi tecnici operativi centrali e territoriali e venendo meno al principio enunciato dall’art. 76 comma 1 del regolamento generale”.

Premessa per associare le motivazioni di Doglioni e le dichiarazione del CAI Veneto
Massimo Doglioni nelle sue memorie difensive (vedi verifica contabile del Direttore del CAI – allegato 6) dichiara di essersi erogato rimborsi personali per l’attività di presidente o di facente funzione non presenti nei giustificativi presentati nella misura di € 200 al mese (circa € 24.000 in 10 anni) e dichiara di aver riconosciuto un compenso di € 3.000 all’anno (circa € 24.000 in 8 anni) a terza persona per l’attività di segreteria e gestione contabile (senza pezza giustificativa per questioni fiscali).

Lettera del Presidente CAI Veneto a sostegno del ex presidente CISASA VFG
Con lettera del 29 agosto 2012 (all. 16 – lettera CAI Veneto a Direttore del 29-08-12. NB: tale lettera è presente come allegato 8 nella verifica contabile del Direttore CAI), inviata al direttore del CAI, il presidente CAI Veneto Emilio Bertan dichiara che:

a) “Era stato deciso dalla commissione interregionale scuole, a partire dall’anno 2003/2004 l’attivazione di un servizio di segreteria e gestione contabile tramite collaborazione esterna retribuita, analogamente a quanto risulta sia previsto a livello centrale per la CNSASA, per corrispettive 35 ore mensili, indennizzata con un compenso di € 3.000 annuo.
Tale prassi era nota, oltre che ai componenti della commissione, alla Presidenza e alla Segreteria del CDR (Bepi Cappelletto) del Veneto che ne condividevano in toto le ragioni”.

b) “Parimenti la Presidenza e la Segreteria del CDR veneto erano a conoscenza che i rimborsi chilometrici per spese di viaggio e ogni altro genere di spesa inerente alla funzione di Presidente dell’OTTO Commissione interregionale scuole (pasti, telefono, cancelleria, ecc.) venissero rimborsate tramite una cifra forfetaria di € 200 mensili, prelevata direttamente dal conto corrente o tramite bancomat, in sostituzione della produzione dei singoli giustificativi di spesa, dei quali infatti non risulta traccia agli atti”.

Considerazioni
La CISASA VFG e la CNSASA non hanno mai deliberato nessuna delle due procedure, né avrebbero potuto farlo. Si tratta di una falsità del CAI Veneto per giustificare l’ammanco di circa € 48.000, somma che proviene da quote versate dalle sezioni e dal contributo della Regione Veneto erogato al CAI Veneto.

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Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Anche sui Monti Sibillini dopo le impetuose bufere prima o poi dovrà tornare il sereno. A quanto sembra, più poi che prima. Chi volesse, per comodità, qui sotto trova lista completa dei nostri post su questo delicato e complesso argomento.

31 dicembre 2013 Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?
15 marzo 2014: Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della Natura?
8 ottobre 2014: Accordo Parco dei Sibillini – Guide Alpine
8 novembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 1
4 dicembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 2
4 gennaio 2015: La lunga notte dei Sibillini 3
19 gennaio 2015: Monti Sibillini, una possibile alba

Sono passati nove mesi e ancora il pargolo non nasce, anzi. L’occasione per riprendere l’argomento è data da una lettera che la guida alpina Paolo Caruso ha spedito l’11 agosto 2015 al Prefetto di Macerata, con oggetto: richiesta chiarimenti regolamenti con possibili discriminazioni – Parco Nazionale Monti Sibillini.
Crediamo che già con queste righe ci si possa fare idea della poca chiarezza che regna in una Pubblica Amministrazione, come è quella de Parco dei Sibillini, e dell’evidente difficoltà di comunicazione tra le parti.
In conoscenza sono parecchi altri soggetti, tra i quali Matteo Renzi e vari Uffici del Consiglio dei Ministri.

Gabriele Scorsolini guidato da Manfredi Caruso sul M. Bicco. Foto: Paolo Caruso
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Ecco il testo (qui è il documento in pdf):
“Il sottoscritto Paolo Caruso, in qualità di professionista della montagna, Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo, non riuscendo ad avere chiarimenti in merito alle gravi disposizioni del nuovo regolamento DD. 384 del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (ALLEGATO A), relativamente agli avvicinamenti ed agli allontanamenti delle salite alpinistiche nell’area del M. Bove Nord, che sembrerebbero ledere la libertà personale e le scelte professionali, oltre a sembrare discriminatorie ed essere potenzialmente pericolose per la Pubblica Sicurezza e per il mantenimento dell’Ordine Pubblico, con la presente si rivolge alla Sua Spettabile Autorità con la speranza di avere chiarimenti in merito a tali disposizioni anche al fine di essere sicuro che il detto DD 384 sia stato emanato nel rispetto della Costituzione e delle leggi italiane, oltre che internazionali.

Premessa
Nel gennaio 2009 l’Ente Parco impone un divieto per le attività alpinistiche, definito “temporaneo”, per tre mesi a seguito dell’introduzione del Camoscio appenninico. Tale divieto, che ha penalizzato fortemente gli alpinisti e in particolare i professionisti della montagna, come il sottoscritto, è stato poi prolungato per oltre 5 anni fino al 2014. L’8 luglio 2014 l’Ente Parco dichiara in una conferenza pubblica che il divieto verrà eliminato entro il mese di luglio 2014 e sostituito da una nuova regolamentazione. Nonostante ciò e nonostante il sottoscritto avesse informato l’Ente Parco della salita alpinistica a Punta Anna (M. Bove Nord), come da indicazioni dell’Ente stesso, effettuata il 19 agosto 2014, una sanzione viene elevata dal Corpo Forestale su richiesta dell’Ente Parco alla mia persona durante l’esercizio della professione. Il ricorso relativo a tale sanzione presentato dal sottoscritto al Presidente della Repubblica è attualmente in esame presso il Consiglio dei Ministri.

Paolo Caruso sul Pilier Sibillino
SibilliniTorneràSereno-05 P. Caruso su Pilier Sibillino

Sempre nell’agosto 2014 viene pubblicato all’Albo Pretorio il DD 384 senza che i documenti relativi a tale pubblicazione fossero allegati o resi reperibili e disponibili alla consultazione, violando quindi le normative sulla informazione, partecipazione e trasparenza in tema ambientale, come stabilito dalla Convenzione UNECE di Aarhus oltre alla legge italiana 241/90. Inoltre, alcune richieste di modifica relativamente all’atto pubblicato all’Albo sono state inviate nei termini di legge dal sottoscritto e dal dr. Marco Speziale, ma lo stesso Ente Parco, pur dichiarando che tali richieste erano state “in parte accolte” (ALLEGATO B) senza aver mai specificato quali fossero, insiste nell’applicare il DD 384 senza che esso abbia subito alcuna modifica e neanche una ripubblicazione all’Albo, come richiesto invece dalle normative sopra indicate.

Si fa presente, inoltre, che se da un lato è stata vietata dall’Ente Parco per quasi sei anni la pratica dell’alpinismo al M. Bove Nord impedendo perfino l’esercizio della professione alle Guide Alpine, professione che non è di impatto e si esegue senza mezzi a motore, allo stesso tempo l’Ente Parco medesimo consente l’accesso ai mezzi motorizzati perfino nella stessa area del M. Bove Nord (quella vietata, dunque, perfino alle Guide Alpine), per le “attività produttive” e per le attività “agro-silvo-pastorali” ma anche per progetti sperimentali o per attività non legate alle funzioni menzionate agro-silvo-pastorali (vedi ad esempio il “discusso” Progetto Praterie Altomontane). Ma stando a quanto sopra esposto, si precisa che anche le Guide Alpine svolgono un’attività produttiva (ALLEGATO C, fattura professionale relativa alla salita alpinistica che ha determinato la sanzione). Alle richieste di chiarimento sul perché di questa grave e assurda discriminazione l’Ente Parco non ha mai risposto mentre il Corpo Forestale, anch’esso interpellato, fornisce alla richiesta del sottoscritto (ALLEGATO D) una risposta non certo esaustiva (ALLEGATO E), nella quale si specifica soltanto che i mezzi a motore autorizzati possono accedere all’area “critica” per le motivazioni sopra indicate. Ma allora, perché si riserva alle guide alpine un trattamento così diverso e penalizzante se non propriamente discriminatorio?

Marta Zarelli su Dittatura Democratica. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno--06

Fatto
Il DD 384, regolamento che è irregolare e dovrebbe comunque essere annullato per i vizi di forma sopra indicati, contiene disposizioni relative agli avvicinamenti alle pareti alpinistiche del M. Bove e agli allontanamenti dalle stesse, appellati “rientri” nel regolamento suddetto, che sembrerebbero ledere perfino i più basilari diritti della libertà personale, come sopra indicato, con la possibilità di mettere perfino a rischio la Pubblica Sicurezza e l’Ordine Pubblico. In pratica, con il DD 384 si discriminano gli alpinisti rispetto agli escursionisti: questi ultimi possono percorrere tutti i sentieri esistenti e ufficialmente percorribili, mentre gli alpinisti vengono obbligati dalle disposizioni suddette a percorrere soltanto un sentiero prescelto e imposto dall’Ente Parco o, al massimo, a scegliere tra due sole possibilità impedendo comunque un libero passaggio sui sentieri esistenti. Non si riesce a comprendere il motivo di questa discriminazione: perché gli alpinisti nei Monti Sibillini non possono scegliere il sentiero su cui camminare come avviene invece per qualsiasi escursionista nella stessa area e per tutti gli alpinisti che frequentano qualsiasi altra montagna italiana e del mondo?

La richiesta di chiarimenti effettuata dal sottoscritto all’Ente Parco prima e al Corpo Forestale dopo (ALLEGATO F) ha ricevuto soltanto risposte vaghe e approssimative, tutt’altro che chiare ed esaustive (ALLEGATO G e ALLEGATO H).

Inoltre il sottoscritto, come professionista, ha il dovere di scegliere adeguatamente il sentiero di avvicinamento e di allontanamento a seconda delle condizioni meteorologiche e delle possibilità delle persone che si trova a condurre, dell’orario, ecc., onde evitare di mettere a rischio l’incolumità delle persone di cui è responsabile. Durante la 1a salita alpinistica di Punta Anna effettuata insieme a un ragazzo quindicenne non-vedente, avvenuta il 3 agosto 2015, il sottoscritto ha deciso di NON rispettare il DD.384 per non mettere in pericolo il ragazzo stesso, con la possibilità di subire un’altra assurda e insensata sanzione. Infatti, il sottoscritto avrebbe dovuto “costringere” il ragazzo non-vedente a seguire, secondo le disposizioni dell’Ente Parco, il sentiero denominato n. 4 nello stesso DD 384, che di fatto oltre a non essere tracciato è privo di adeguata segnaletica e quindi praticamente impossibile da seguire: il sottoscritto ha pertanto ritenuto opportuno percorrere un sentiero molto più adatto al ragazzo, ma vietato agli alpinisti perfino con disabilità particolari, pur essendo utilizzato regolarmente da tutti gli escursionisti.

Perché l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che, oltre ad essere irregolare per vizi di forma, potrebbe mettere in pericolo non solo le persone così dette “normali” ma perfino penalizzando e discriminando le persone disabili? Tutto ciò è regolare? Le normative italiane ed europee vengono così rispettate?

Si sottolinea, inoltre, che non sono soltanto i professionisti e i disabili ad essere penalizzati e discriminati dal DD 384 ma tutta la comunità degli alpinisti. Infatti, il prerequisito che è alla base dell’alpinismo prevede e richiede la valutazione anche degli itinerari da effettuare che devono essere scelti a seguito di una libera valutazione interpretativa in accordo e in armonia con tutti gli altri fattori che rientrano in particolare nella pratica dell’attività alpinistica, anche per ovvie questioni di sicurezza!

Marco Todisco su Comandante Massud. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno-11 Marco Todisco su Comandante Massud foto P. Caruso

Conclusioni
Considerando quanto sopra, sono a chiedere quanto segue:

1) È lecito discriminare gli alpinisti con un regolamento come il DD. 384 che impedisce agli stessi di percorrere i sentieri esistenti e normalmente utilizzati dagli escursionisti?

2) È lecito discriminare l’attività produttiva delle guide alpine, vietandone l’esercizio professionale, rispetto a quelle consentite ed effettuate con mezzi a motore che, oltre ad essere evidentemente a forte impatto ambientale, sono tra le principali cause di disturbo per il Camoscio appenninico introdotto nell’area del M. Bove?

3) È lecito mantenere in vigore un regolamento come il DD 384 nonostante i vizi di forma, la mancata ripubblicazione all’Albo Pretorio con le modifiche richieste nei termini di legge e la mancata possibilità di poter consultare i documenti che non sono stati allegati e resi disponibili alla consultazione nel momento della pubblicazione del regolamento all’Albo stesso, oltre agli elementi sopra indicati che appaiono come discriminatori?

Considerando che dopo sei (6) anni dall’imposizione del divieto alpinistico temporaneo di tre (3) mesi, di innumerevoli tentativi di dialogo con l’Ente Parco e di richieste di chiarimenti rivolte anche ad altre autorità preposte al fine di vedere rispettati i diritti degli alpinisti e dei professionisti della montagna, non si riesce ad avere le risposte del caso, tra cui in particolare alle tre (3) domande sopra indicate, si confida in un Suo cortese riscontro e ringraziandoLa per l’attenzione prestata, nonché rimanendo a Sua disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti, invio cordiali saluti.

Paolo Caruso
Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo
www.metodocaruso.com

Paolo Caruso su Dittatura Democratica
SibilliniTorneràSereno-08 P. Caruso su Dittatura Democratica

Considerazioni
Come si vede, dopo quasi sette anni le domande sono importanti.
Perché gli alpinisti sul M. Bove non possono percorrere i sentieri che sono aperti a tutti, scegliendoli liberamente, come invece avviene per qualsiasi escursionista che transita nella stessa area?

Come verrebbero effettuati i controlli lungo i sentieri accessibili solo agli escursionisti, per individuare e sanzionare gli alpinisti? Sono previste perquisizioni agli zaini di coloro che percorrono i sentieri con lo scopo di bloccare chi possiede corde e moschettoni e allo stesso tempo lasciare il libero passaggio agli escursionisti?

Qualora si verificassero incidenti a danno di qualche alpinista, dovuti all’imposizione del percorso da seguire per l’avvicinamento/allontanamento alle/dalle “Vie”, così come stabilito nel D.D. n. 384, a chi verrà imputata la responsabilità? A coloro che hanno elaborato/deciso i percorsi che gli alpinisti devono seguire obbligatoriamente (l’Ente Parco che lo ha sviluppato in collaborazione con il Collegio delle Guide Alpine delle Marche) o a chi lo ha ritenuto valido e lo ha fatto divenire effettivo? Oppure la responsabilità verrebbe a cadere sulle Autorità preposte al controllo che pur essendo state avvertite sembrerebbero non essere intervenute per correggere le “anomalie” e criticità?

Perché alcuni mezzi motorizzati autorizzati possono scorrazzare liberamente perfino al di fuori delle sedi stradali e perfino nella zona critica vietata all’alpinismo?

Perché i mezzi motorizzati autorizzati circolano liberamente per “fini produttivi” nella zona vietata all’alpinismo, passando addirittura sui prati relativi all’area in discussione quando, allo stesso tempo, si è vietato ai professionisti della montagna l’accesso e per ben 6 anni non gli sono state concesse autorizzazioni ma anzi gli sono state perfino elevate sanzioni? Si possono discriminare i “fini produttivi” in base alla tipologia delle differenti attività, consentendo incredibilmente quelli a più elevato impatto ambientale (i mezzi a motore) e non quelli a basso impatto (l’alpinismo per tutti e l’attività delle guide alpine)? Su quale criterio si basa la “scelta” di un’attività con “fini produttivi” leciti e legali per rilasciare le autorizzazioni? E’ sensato e lecito tutto ciò?

Se il DD. 384 del Parco dei Sibillini non è regolare per vizi di forma, perché continua ad essere applicato?

Quali sono gli organi preposti al controllo di una Pubblica Amministrazione come è l’Ente Parco?

Perché si permette l’accesso dei mezzi motorizzati anche relativamente al Progetto Praterie Altomontane, perfino al di fuori delle sedi stradali e nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo, nel momento in cui lo stesso progetto esclude l’utilizzo dei mezzi a motore?

Paolo Caruso, dopo anni di tentativi di dialogo con l’Ente Parco, fa il punto sulla situazione: “Non ci sono parole per definire quanto accade nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini… il fatto che il Parco sia tra gli ultimissimi posti per frequenze turistiche non è certo un caso e la dice lunga sulla situazione e sul tipo di gestione. Se pensiamo poi che la gran massa di turisti si concentra a Norcia soprattutto per la fioritura di Castelluccio e in pochissimi altri luoghi… la situazione è preoccupante e allarmante. Abbiamo cercato di spiegare molte volte, ricordando le normative nazionali e internazionali, che i parchi sono stati istituiti per due ragioni principali: salvaguardare la natura e, allo stesso tempo, creare opportunità, favorendo soprattutto le attività a basso impatto ambientale, come quelle tradizionali, non ultimi l’alpinismo, l’escursionismo, lo scialpinismo, ecc. Tra divieti e sanzioni nel territorio si respira un’aria come se si volesse allontanare qualsiasi forma di turismo che non sia quella culinaria e di turismo sulle strade, o sul grande anello dei Sibillini ove, per altro, si sono verificate diverse criticità, non ultima quella relativa ai rifugi del parco chiusi.

Paolo Caruso su Ultimi Cavalieri
SibilliniTorneràSereno-09 P. Caruso su Ultimi Cavalieri

Per quanto riguarda i sentieri, le ingenti somme economiche investite, ad esempio, si parla di diverse centinaia di migliaia di euro, è tale da lasciare perplessi vista la situazione attuale e considerando anche tutte le criticità emerse a tal proposito, segnalate anche su questo blog. Ci si domanda come possa ancora sussistere una tale situazione caotica nonostante i suddetti stanziamenti pubblici ma anche per quanto previsto dal Protocollo d’intesa del 15 settembre 2014 tra Federparchi e CAI, in cui si ribadiscono i compiti del Sodalizio di “provvedere al tracciamento, alla realizzazione e alla manutenzione dei sentieri”. Inoltre, sarebbe apparso sicuramente più logico e di qualità avvalersi anche del parere dei professionisti della montagna locali (Guide Alpine, Accompagnatori, Guide escursioniste, Guide parco), che conoscono bene i percorsi della zona, onde ovviare alle problematiche ben note presenti in questo territorio.

Se poi ricordiamo le tre multe ricevute da Luigi Nespeca relativamente alla conduzione del cane al guinzaglio perfino nei sentieri privi di segnaletica opportuna e accessibili ai cavalli, ai muli, alle mountain bike oltre che ai cani senza guinzaglio utilizzati per il censimento delle coturnici, per la pastorizia, ecc., la situazione appare ancora più grottesca.

Dobbiamo solo evitare di prestare il fianco a possibili attacchi accaniti del Parco in quanto la situazione è ora particolarmente accesa: pensa che alcuni di noi stanno valutando una possibile querela per violazione della Privacy da parte del Parco (eh già, ne commettono di tutti i colori e neanche lo vogliono ammettere).

Che siano particolarmente nervosi lo si vede anche da questo documento del 30 luglio 2015. E’ una comunicazione del Parco che riguarda un altro capitolo, il loro errore di aver divulgato il Verbale della riunione dell’8 luglio 2014 con i dati personali di molte persone presenti (telefono, e-mail, ecc) senza alcuna autorizzazione degli stessi. Invece di cercare di rimediare nel migliore dei modi cercano di difendersi attaccando, come quando si è con le spalle al muro… Tra le varie cose, propongono che io cancelli dal Verbale che hanno inviato a me, e che è stato mandato perfino in Europa come allegato alla chiusura del Progetto sul Camoscio, alcuni nomi delle persone… ed è pure un pdf! Scrivono pure che i nostri commenti sul Gogna Blog “si sarebbero spinti oltre la critica” e quindi messo in cattiva luce il Parco. Non il loro operato, bensì i nostri commenti!

Per tutto questo ho deciso di alzare il tiro e andare avanti. Questi signori ancora sembrano non aver capito che hanno il dovere, soprattutto in tema ambientale, di informazione e trasparenza, anche nel caso in cui nessun cittadino chieda di poter visionare i documenti, figuriamoci quando lo si chiede, come nel nostro caso. Per come li ho sentiti nervosi, potrebbero aver ricevuto qualche avviso da qualche autorità da noi interpellata…

Pertanto, ecco la mia risposta alla comunicazione del Parco del 30 luglio 2015. Rispondo punto per punto sull’argomento “privacy”, poi però:
– li richiamo a una maggiore osservanza della legge, come Pubblica Amministrazione;
– contesto alla loro comunicazione la continua serie di imprecisioni e affermazioni non vere;
– li richiamo anche sul tono piccato, minaccioso e accusatorio che caratterizza le comunicazioni a me da loro inviate”.

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La Croce di Cevo

Sicuramente che la Croce di Cevo venga ricostruita saranno in molti a considerarla una buona notizia. Di certo Il Giornale di Brescia del 27 agosto 2015 a questo proposito è entusiasta.

I fatti
Nel 1998 l’opera, larga 72 centimetri e alta oltre 30 metri, per oltre 6 tonnellate di peso, venne collocata nello stadio Rigamonti di Brescia dove papa Giovanni Paolo II celebrò una Messa.

La croce era stata realizzata materialmente dalla Moretti Interholz, una ditta specializzata nella lavorazione del legno lamellare, mentre il Cristo inchiodato era invece un’opera dello scultore Giovanni Gianese.

In seguito la pesante struttura fu poi trasportata a circa 1200 metri di altezza, sul Dosso dell’Androla, vicino a Cevo, un paese della bresciana Val di Soviore.

L’inaugurazione della Croce di Cevo al Dosso dell’Androla
CroceCevo-muore2

La posizione dominante la Valcamònica e l’imponenza della struttura ne facevano certamente una moderna opera d’arte. Il Cristo non era in verticale, come la tradizione artistica ha sempre voluto, bensì era inchiodato in orizzontale a un’inquietante croce ricurva e protesa verso il vuoto della valle.

Quel 5 novembre 2005 a Cevo il Cristo Redentore era stato benedetto alla presenza dell’artista che l’aveva ideato e realizzato, Enrico Job. Era presente anche sua moglie, la regista Lina Wertmuller.

La scultura era stata stabilizzata contro le raffiche di vento che spesso investono il Dosso dell’Androla: ma quel tragico 24 aprile 2014 era una giornata particolarmente ventosa.

C’erano dei ragazzi che stavano facendo merenda. Nel momento in cui hanno sentito il rumore del legno che si spezzava si sono precipitati in tutte le direzioni, mettendosi così in salvo. Solo il ventenne Marco Gusmini, di Lovere (BG), affetto da una leggera disabilità motoria, rimaneva travolto dallo schianto, purtroppo senza scampo. Solo tre giorni dopo, il 27 aprile, Papa Wojtyla è canonizzato.

Marco Gusmini
CroceCevo-marcogusmini1

Si trovano i fondi
La Croce di Job era diventata il simbolo della Comunità di Cevo, motivo di orgoglio non solo per chi viveva in paese. La tragedia ha profondamente colpito l’opinione pubblica, nel sospetto che la ferita non potesse mai rimarginarsi. Pian piano si fece strada l’idea che la Croce, come tutti la chiamavano, potesse essere ricostruita. Un’impresa non facile: la struttura in legno era completamente distrutta, oltre alle difficoltà per recuperarla c’era la considerazione che il collasso potesse riverificarsi. Anche il gigantesco Cristo si era letteralmente schiantato, “con le mani e i piedi spezzati e rotolati poco distante, le braccia a cingere, non simbolicamente, l’altare e la testa piegata contro, come se fosse stata schiacciata contro la stessa tavola liturgica”.

Ecco come Fulvia Scarduelli dà notizia sul citato Giornale di Brescia del reperimento fondi necessari alla ricostruzione:
Ora la buona notizia: su iniziativa dell’Unione dei Comuni della Valsaviore, grazie ai fondi del Bando «6.000 Campanili», la grande Croce sarà ricollocata. Il costo totale dell’intervento sarà di circa 350.000 euro: il cantiere dovrebbe partire ai primi di ottobre.
«L’opera – spiega Giampietro Bressanelli, presidente dell’Unione della Valsaviore – sarà intitolata alla memoria del giovane loverese, sarà una riproduzione della precedente, ma la Croce sarà in acciaio patinato COR-TEN; nel progetto, predisposto da uno studio di architettura di Edolo, è compresa anche la realizzazione della Via Crucis che salirà al Dosso dell’Androla da Berzo Demo passando per Cedegolo». Il corpo del Cristo verrà invece sistemato”.

Il collasso della Croce, 24 aprile 2014
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Il Programma 6.000 Campanili
Il Piano 6.000 Campanili è partito con il Decreto del Fare che ha destinato 100 milioni di euro ai Comuni sotto i 5.000 abitanti per costruire infrastrutture, ristrutturare edifici pubblici e costruirne di nuovi, realizzare reti telematiche, mettere in sicurezza il territorio.
Le risorse sono state assegnate a 115 progetti attraverso un click day avvenuto il 24 ottobre 2013, dopo il quale è stata redatta una graduatoria.
Dato l’alto numero di domande presentate, la Legge di Stabilità per il 2014 ha messo a disposizione altri 50 milioni di euro, che hanno reso possibile lo scorrimento della graduatoria e il finanziamento di altri 59 progetti.
Con il Decreto Ministeriale 30 gennaio 2015 sono altre 119 le opere infrastrutturali ammesse al primo Programma 6.000 Campanili.

Tra queste, evidentemente, anche la ricostruzione della Croce di Cevo, “appaltabile entro il 30 aprile 2015 e cantierabile entro il 31 agosto 2015”.

Con questo decreto sale quindi a 250 milioni di euro il totale erogato per questo tipo di interventi e a 293 il numero delle opere finanziate. Vi sono poi altri 100 milioni, ripartiti tra le Regioni con il DM 88/2015, che renderanno possibile la realizzazione da 250 a 1000 interventi.

Come accedere ai fondi 6.000 Campanili
Sulla base del budget assegnato ad ogni Regione, i Comuni interessati possono fare richiesta di finanziamento. Sarà data priorità agli interventi volti:
– alla qualificazione e manutenzione del territorio, mediante recupero e riqualificazione di volumetrie esistenti e di aree dismesse, nonché alla riduzione del rischio idrogeologico;
– alla riqualificazione e all’incremento dell’efficienza energetica del patrimonio edilizio pubblico, nonché alla realizzazione di impianti di produzione e distribuzione  di energia da fonti rinnovabili;
– alla messa in sicurezza degli edifici pubblici, con particolare riferimento a quelli scolastici, alle strutture socio-assistenziali di proprietà comunale e alle strutture di maggiore fruizione pubblica.
Per risultare finanziabili, i progetti devono prevedere investimenti da 100 mila a 400 mila euro.
Le Regioni compilano una graduatoria delle proposte ricevute. Prima dell’assegnazione delle risorse, il Comune deve assumere l’impegno a procedere alla pubblicazione del bando di gara o della determina a contrarre entro il 31 agosto 2015.

Considerazioni
La Croce di Cevo rientra in questi requisiti? Parrebbe proprio di no. Sono in molti, noi compresi, a domandarsi perché mai un finanziamento statale dovrebbe andare a ricostruire un’opera d’arte moderna, cancellando così le innumerevoli altre precedenze. Abbiamo scuole, ospedali e strutture pubbliche fatiscenti che aspettano solo altre alluvioni o terremoti per crollare. Abbiamo un patrimonio artistico di enorme valore storico che è in condizioni che urlano vendetta. E questo in tutta Italia, non solo in alcune regioni. E, last but not least, la Croce di Cevo, a nostro avviso, non rientra tra le opere che soddisfano i requisiti del Decreto. Viene il dubbio che anche gli altri 292 progetti vadano in direzioni bislacche.

E’ comprensibile che gli abitanti di Cevo e il sindaco Silvio Citroni ne siano felici, ricevere soldi dallo Stato è certamente una soddisfazione di grande rilievo.

Malga Campellio
CroceCevo-malgaCampellio

Grazie ai finanziamenti dei «6.000 Campanili», a Cevo si realizzeranno altri due progetti: la trasformazione in strada agro-silvo-pastorale del sentiero che parte dalla località Rasega di Valle e giunge a Malga Campellio, nonché il trasferimento a sede più idonea del Museo della Resistenza. Non so il secondo, ma il primo non è un progetto di ampio respiro, la solita ruspa che amplierà con danni irreparabili e inutilmente una bella mulattiera nel bosco di abete rosso.

Con il finanziamento di 350.000 euro, i 902 abitanti di Cevo (Séf, in dialetto camuno) usufruiscono di 388 euro a testa ma hanno perso una grande occasione, quella di imparare a rispettare l’ambiente e le vicende di un destino molto chiaro in proposito.

La Croce era stata collocata, amata. Era diventata un simbolo di unità. Una tragica vicenda l’ha spazzata via, esigendo anche una vittima inerme.

Questa Croce ha davvero ancora i requisiti per esistere? Per me dovrebbe rimanerne solo il ricordo e questo essere sufficiente allo spirito di unità dell’intera cittadinanza.

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Ancora colpevoli silenzi sulla ferrata di Giorré

Il percorso della via ferrata di Giorré (in comune di Cargeghe, Sassari) interseca nidi e siti di specie dell’avifauna protette e l’area risulta, nel Piano di Assetto Idrogeologico (PAI), come un area a pericolosità e rischio molto elevato da frana. Inoltre essendo alcuni ancoraggi arrugginiti alla base o mobili Mountain Wilderness ha da tempo ipotizzato che ci sia un rischio di pubblica incolumità e che i lavori siano stati realizzati dai progettisti e realizzatori senza le prescritte autorizzazioni oppure non a regola d’arte.

Dopo le prime segnalazioni, il 17 novembre 2014  Mountain Wilderness onlus ha effettuato, presso la Procura della Repubblica e presso il Comando Carabinieri Tutela per l’Ambiente, denuncia  avente come oggetto il percorso turistico-alpinistico Via Ferrata Giorrè.

A tutt’oggi ha risposto solo l’Assessorato alla Difesa all’Ambiente che ha confermato il livello di pericolosità del PAI sollecitando il Servizio di tutela paesaggistica delle Province Sassari e Olbia-Tempio, e chiedendo delle prescrizioni e divieti sulla frequentazione per evitare il disturbo dell’avifauna. Prescrizioni e divieti che dovrebbero coprire parte del periodo invernale, la primavera e parte dell’estate ma che il Comune non ha mai attuato.

Nel frattempo il percorso è stato chiuso il 9 settembre 2015 con un ordinanza prudenziale a causa di un masso pericolante. Tuttavia alla data odierna 21 settembre il sito, dedicato al percorso dal Comune, non dà notizia dell’ordinanza, favorendone di fatto ancora la frequentazione.

E’ passato quasi un anno durante il quale l’itinerario alpinistico è stato regolarmente frequentato e, nonostante nella denuncia si parlasse di pericolo per l’incolumità delle persone, gli enti non hanno ancora dato risposta.

Bisogna ricordare che il 2013 è stato conosciuto come un anno di grandi frane attorno a Sassari e Cargeghe: come quella del Monte Tudurighe (Valle dei Ciclamini), Muros (SS) e quella presso Florinas, che ha bloccato per mesi la SS131.

 

Ancora colpevoli silenzi sulla ferrata di Giorré
a cura di Mountain Wilderness

Sull’altopiano di Giorré, in comune di Cargeghe (SS), sorge la bella parete rocciosa di Giorré: un fronte di roccia calcarea lungo due km e alto circa cento metri. Si tratta della parete più lunga e maestosa in un raggio di oltre trenta km dalla città di Sassari, ben visibile dall’arteria stradale più importante dell’Isola, SS131.

La località è conosciuta per il bel bosco di roverella inciso da una bella valle, in cui scorre un torrente, per le particolari forme delle sue rocce, erose dal tempo, e per i numerosi blocchi che affiorano, quasi come funghi, nei suoi pendii basali. Tra i suoi numerosi anfratti trovano rifugio diverse specie di uccelli che vi nidificano (in particolare il Falco Pellegrino, il Gheppio, il Barbagianni) anche grazie al fatto che nel medesimo luogo possono alimentare facilmente i piccoli per l’abbondanza di cibo come i roditori, le colonie di Taccole e di Piccioni selvatici.

Sulle rocce si possono contemplare forme geomorfologiche particolari dovute all’erosione del calcare. La parete fa infatti parte di un area carsica che ospita ben otto grotte censite nel catasto speleologico dell’Assessorato della Difesa dell’Ambiente, in cui sono presenti insetti rari, endemici, unici dell’Isola.

Parete rocciosa di Giorré
AncoraColpevoliSilenzi-Giorré--IMG6589

18 febbraio 2013
Dopo avere appurato la presenza di installazioni fisse (tasselli a espansione, ecc.) arrugginite e centinaia di metri di corde abbandonate e incustodite sulla parete di roccia “Giorré”, senza alcun cartello di cantiere che indicasse la presenza di lavori legali in corso, la nostra Associazione, ritenendola una potenziale fonte di pericolo per persone e curiosi e un danno per l’ambiente e il paesaggio, invia una lettera al Comune di Cargeghe e al Corpo Regionale Forestale di Vigilanza Ambientale (protocollo ricezione presso il Comune n. 904, data 21-2-13). Nella raccomandata viene messo in luce che l’area per il 50% dell’areale è cartografata dal Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) ed è definita Hg4  e Rf4 (il massimo di pericolosità) e per il restante 50%, pur non cartografata, è assimilabile. Insomma un’area potenzialmente soggetta a crolli e ribaltamenti. Viene chiesta spiegazione del materiale arrugginito, per la tutela del luogo e degli itinerari di arrampicata pre-esistenti.

2 aprile 2013
Non avendo avuto risposta, Mountain Wilderness invia un sollecito di risposta al Comune di Cargeghe (SS) (protocollo ricezione presso il Comune n.1290, data 2 aprile 2013)

19 aprile 2013
Il Comune di Cargeghe (SS), mediante il Responsabile di Servizio Geom. Manuela Senes, risponde a Mountain Wilderness, specificando che:
– si tratta del materiale previsto per la realizzazione di un percorso denominato “via ferrata”;
– il progetto di percorso è nato per opera del Comune ed è finanziato da fondi comunali;
– il Comune ha condiviso con i proprietari dei terreni il progetto e ha ottenuto le necessarie autorizzazioni;
– in merito alla possibilità di disturbo di specie protette, comunica che non sono stati identificati nidi di rapaci, ma solo alcuni nidi probabili nella Valle Magola;
– che tutti gli ancoraggi e corde arrugginiti presenti sulla parete sono stati rimossi;
– che il responsabile dei lavori in parete è abilitato per il “lavoro con sistemi di accesso e posizionamento mediante funi” (ai sensi del DL. 81-2008 e DL 106-2009) dal Collegio Nazionale delle Guide Alpine.

Vecchi e nuovi ancoraggi
Giorré--P01

 

15 maggio 2013
Compare sul quotidiano La Nuova Sardegna un articolo scritto dal giornalista Pietro Simula, che indica che verrà inaugurato, il 17 con una presentazione e il 18 con la ripetizione del percorso, il nuovo percorso denominato “Via Ferrata Magola-Giorré” sulle pareti di roccia di Giorré.

Nell’articolo viene messo in luce che il progetto e la realizzazione del percorso sono stati effettuati dall’Associazione Segnavia, di cui è responsabile il Sig. Corrado Conca, con i fondi comunali per dell’assessorato al turismo del paese.

Sempre nel medesimo articolo viene riferito che “Lungo il percorso tracciato con la via ferrata (circa 2,6 km) sono stati intanto installati ancoraggi permanenti che permettono all’escursionista esperto o al turista sportivo (purché assistito da una guida) di percorrere in orizzontale e in sicurezza l’itinerario.”

Viene inoltre comunicato che è stato realizzato un sito apposito denominato: www.ferratagiorre.it.

Non è la prima volta che vengono effettuati percorsi simili senza rispetto per gli animali e le normative sull’ambiente ma in alcuni casi si è provveduto allo smantellamento come nel caso della ferrata Pertini in Alto Adige (http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2014/10/05/news/selva-scompare-la-ferrata-pertini-1.10061466?ref=search).

La nostra Associazione non è contraria alla frequentazione dell’ambiente ma è giusto che non venga considerato solo una palestra o un parco giochi e che le attività si svolgano in armonia con chi lo abita: gli animali, le rocce e le piante. E’ favorevole ad una valorizzazione del territorio rispettosa dell’ambiente ma anche delle normative ambientali e della sicurezza.

16 maggio 2013
Su facebook è possibile individuare l’invito all’inaugurazione da parte dell’amministrazione comunale in cui viene esplicitato:

La nostra iniziativa: l’’Amministrazione Comunale di Cargeghe ha investito tre annualità della Legge Regionale nr 37/98 per la valorizzazione delle risorse del territorio sotto il punto di vista archeologico, naturalistico e paesaggistico;

Ed inoltre che “L’attrezzamento della via ferrata è consistito nella installazione di ancoraggi permanenti che permettono all’escursionista esperto o al turista sportivo (purché assistito da una guida capace e titolata) di percorrere in sicurezza l’itinerario in questione. Nello specifico si è trattato di installare morsetteria, gradini corti e lunghi, fittoni verticali e traversi, cavi e ancoraggi di vario genere, tutti posati con resina. Sia in avvio di percorso, che lungo il suo tracciato è stata installata la cartellonistica informativa, le prescrizioni tecniche e di pericolo : ricordiamoci che si tratta pur sempre di una via ferrata che per essere percorsa, necessita di esperienza o di essere affiancati da una guida!”

Sul sito www.corradoconca.it viene confermato che il Sig. Corrado Conca ha progettato e realizzato l’itinerario con ancoraggi permanenti nella parete di Giorré.

Nel sito viene indicato che il Sig. Corrado Conca è una Guida escursionistica e che “L’escursione alla Via Ferrata può essere organizzata in tutte le stagioni dell’anno e – se con guida –, non è necessario possedere specifiche competenze o esperienze di arrampicata. La quota di adesione individuale è di 35,00 € per gruppi di 6 o più partecipanti, mentre per gruppi più piccoli (4 o 5 persone) è di 40,00 €. La quota di partecipazione include il prestito del materiale tecnico necessario (casco, doppia longe con dissipatore, guanti). L’escursione ha una durata di circa tre ore”.

Nel medesimo sito vengono offerti l’accompagnamento su percorsi con attività simili a quelli della Via ferrata Magola-Giorré come la discesa con corde lungo gole, pareti e grotte.

Particolare della ferrata
AncoraColpevoliSilenzi-Giorré--P01

30 ottobre 2013
Volendo approfondire la conoscenza sugli aspetti ambientali della località, il 30 ottobre 2013 Mountain Wilderness Italia, commissiona il lavoro di:
– monitoraggio qualitativo sulla presenza dell’avifauna nelle pareti in cui è stata realizzato il percorso con installazioni fisse;
– una relazione geologico ambientale sulla struttura rocciosa.

Dalle relazioni emerge che:
– il tracciato del percorso interseca nidi e siti di specie dell’avifauna protette da normativa nazionale ed internazionale ed inserite nelle Liste Rosse, nella Direttiva Comunitaria 79/409/CEE e aggiornamento 2009/147/CE (Direttiva Uccelli) ed indicate da BirdLife International con status di conservazione europeo sfavorevole;
– il percorso è stato progettato e realizzato in un Area Carsica pertanto oggetto della L.R. n° 4 (7-8-2007);
– il percorso è stato progettato e realizzato in un’area indicata dal Piano di Assetto Idrogeologico Regionale (PAI) con il massimo livello di pericolosità (pericolosità molto elevata da frana Hg4), con rischio di frana molto elevato, e studiata sin dal 1991 per l’instabilità dei versanti;
– lungo il percorso è presente un blocco a rischio molto elevato di frana il cui volume è stimato in 1200 m3.

13 gennaio 2014
Il sindaco di Cargeghe emette l’Ordinanza n.1, che indica che per percorrere “l’itinerario alpinistico ferrata Giorré”, di difficoltà “escursionisti esperti con attrezzatura alpinistica”, sono necessari per l’incolumità dei praticanti dei Dispositivi di Protezione Individuale”.

17 novembre 2014 – La denuncia
In seguito ai risultati (settembre 2014) della Relazione Geologico Ambientale da lei stessa commissionata, il 17 novembre 2014 l’associazione Mountain Wilderness Italia emette un formale atto di denuncia (datato 31 ottobre 2014) alla Procura della Repubblica del Tribunale di Sassari, al Comando Carabinieri Tutela per l’Ambiente ed inoltre per conoscenza anche alla Dott.ssa Zinzula Direzione generale della Difesa dell’Ambiente, Assessorato Difesa dell’Ambiente (Regione Autonoma della Sardegna) e Ing. Tanas, Servizio Governo e Territorio della Tutela Paesaggistica della Provincia di Sassari. Chi fosse interessato può leggere il testo integrale della DENUNCIA.

Sulla base della documentazione raccolta, si ipotizza che ci sia un rischio di pubblica incolumità e che i lavori siano stati realizzati senza le prescritte autorizzazioni oppure non a regola d’arte.

L’Associazione chiede quindi che sia disposta l’attenta verifica di quanto è stato realizzato ed è in corso, accertando la regolarità dell’intero iter autorizzatorio sia sotto il profilo formale che sostanziale.

Particolare della via ferrata
Giorré--P1040517

Infatti in seguito ai sopralluoghi effettuati risultava lungo il percorso del materiale già arrugginito e percolazioni di ruggine alla base dei diversi ancoraggi fissati con cemento chimico, che fanno ipotizzare una corrosione della parte inserita nella roccia e l’utilizzo di materiali non adeguati al sito. Alcuni ancoraggi inoltre si muovevano. Riguardo l’origine del materiale inserito in parete si è visto che in parte è riconducibile alla marca Raumer, in parte non presentava nessuna marca.

In particolare Mountain Wilderness chiede agli enti preposti di verificare se è stato seguito tutto l’iter atto a garantire la sicurezza del percorso e degli escursionisti come ad esempio:
– se sia legittimo che siano stati fatti lavori e realizzato un percorso rivolto a tutti con installazioni fisse permanenti su un’area definita Hg4 dal Piano di Assetto Idrogeologico della Sardegna, e passante lungo un blocco a rischio di crollo;

– se il/i progettista/i possiede/ono il titolo abilitativo per progettare un itinerario con acciaio e ancoranti come quello in oggetto, su un’area di questa categoria del PAI, pianificandone il percorso. Ed inoltre se sono stati utilizzati ancoranti testati e omologati dalle ditte produttrici per roccia o in ogni caso se la scelta dei materiali è avvenuta in base al calcolo dei carichi e tutto quello che concerne affinché sia stata eseguita a regola d’arte;

– se gli esecutori e il direttore dei lavori (lavoratore e preposto, guida alpina, ecc.) avessero la necessaria abilitazione alla professione, insieme ai relativi aggiornamenti, per eseguire i lavori del progetto, considerata la difficoltà di accesso di una parete ricca di strapiombi, lunga circa 2 km e alta circa 100 m. Se era inoltre per loro necessario avere seguito corsi non solo di accesso ma anche di posatura di ancoraggi o presso un ingegnere strutturale o le ditte produttrici del materiale;

– se, data l’ascensione su roccia, l’accompagnamento e/o l’insegnamento delle tecniche alpinistiche necessarie per una ripetizione viene effettuato da persone provviste di qualifica abilitante (ad esempio L.R. della Sardegna n. 20 del 18-12-2006 e successivi aggiornamenti, L. n.6 del 2-1-89, sentenza n.9048/04 del 8-10-04, sez.IV Tribunale di Milano).

Chiede di voler verificare inoltre se il progetto, stante l’interesse paesaggistico dell’area (come sottolineato anche dall’inserimento di tali habitat nella Direttiva Habitat 92/43/CE, codici 8210 e 8310), e stante il fatto che, da documentazione inviata, presenta specie dell’avifauna nidificanti inserite in liste di tutela e che è un’ “Area Carsica” con Grotte inserite nel Catasto Regionale della Sardegna pertanto tutelata dalla L.R. n° 4 (7-8-2007), avesse la concessione edilizia e necessità di specifiche autorizzazioni, come ad esempio dall’Ufficio di Tutela del Paesaggio, e se queste siano state effettivamente rilasciate.

Salita sulla via ferrata di Giorré
AncoraColpevoliSilenzi-Giorré--P1040474

All’atto di denuncia è stata inoltre inviata la documentazione sino a quel momento raccolta:
– Ricostruzione cronologica dei fatti;
– Relazione qualitativa sull’avifauna nidificante rupicola della parete Giorré, Cargeghe (SS);
– Relazione geologico-ambientale
– DVD con all’interno:

– Documentazione fotografica e video;
– Lettera inviata da Mountain Wilderness Italia il 21 febbraio 2013 al Comune di Cargeghe;
– Lettera di risposta ricevuta dal Comune di Cargeghe del 19 aprile 2013;
– Ordinanza n.1 del Comune di Cargeghe;
– Depliant a disposizione nell’estate 2013 presso la casa del Parco Regionale di Porto Conte, Casa Gioiosa, Porto Tramariglio, Capo Caccia [Alghero (SS)], a testimonianza dell’esistenza sul territorio di attività di accompagnamento in percorsi simili;
– Commissione Tutela Ambiente Montano, dicembre 2008, Quaderno TAM n.1 Norme di Tutela dell’Ambiente Montano, Club Alpino Italiano;
– Normativa del Veneto;
– Articolo del quotidiano Alto Adige, sul percorso Via Ferrata “Pertini” chiuso e smantellato a Bolzano;
– Relazione geologico-ambientale;
– Relazione qualitativa sull’avifauna nidificante rupicola della parete Giorré, Cargeghe (SS).

e link utili:

– Il sito dedicato all’itinerario www.ferratagiorre.it
– Il sito dedicato ad attività di accompagnamento lungo il percorso www.corradoconca.it
– Articolo La Nuova Sardegna, 15 maggio 2013 sull’inaugurazione http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2013/05/15/news/appesi-al-costone-per-scoprire-giorre-1.7070908
– Bando dell’inaugurazione dell’amministrazione comunale su facebook https://www.facebook.com/ilmeloresidence/posts/564233116933226
– Link di tripadvisor per farsi accompagnare lungo il percorso http://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g187885-d4368328-Reviews-or40-Corrado_Conca_Day_Excursions-Sassari_Province_of_Sassari_Sardinia.html#REVIEWS
– Articolo GIG sulla sentenza 8-1-13 sulla violazione del vincolo paesaggistico
http://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2013/02/28/la-violazione-del-vincolo-paesaggistico-e-un-reato-anche-quando-la-natura-ripristina-lambiente/
– Articolo on-line del quotidiano Alto Adige sullo smantellamento della Via Ferrata Pertini http://altoadige.gelocal.it/bolzano/cronaca/2014/10/05/news/selva-scompare-la-ferrata-pertini-1.10061466?ref=search.

26 febbraio 2015
L’Assessorato della Difesa all’Ambiente risponde al Comune di Cargeghe, al Corpo Forestale di Vigilanza Ambientale e agli enti mittenti della denuncia, protocollo 4219, in cui:
– conferma che l’area è un area carsica tutelata dalla LR 4/2007;
– indica che le installazioni fisse “non sono strettamente indispensabili per quanto riguarda la pratica dell’arrampicata”;
– conferma che il 50% dell’area è cartografata come area a pericolosità molto elevata da frana e che il restante 50% potrebbe considerarsi assimilabile allo stesso livello di pericolosità;
– indica che il sito è inserito nell’IFFI (Indice dei Fenomeni di Franosità della Sardegna) come un area soggetta a crolli e ribaltamenti;
– chiede che vengano emesse prescrizioni e divieti di percorso della ferrata in quanto luogo di nidificazione di specie dell’avifauna protette dalla LR 23/98 e di specie da queste predate;
– chiede, stante la pericolosità geologica dell’area e le norme che ne regolano la frequentazione, le valutazioni vengano fatte per competenza dalla Direzione Generale Agenzia del Distretto Idrografico.

Salita sulla ferrata di Giorré
AncoraColpevoliSilenzi-Giorré--P1050412

18 marzo 2015
Su sollecito di Mountain Wilderness del 9 febbraio 2015 (!) per avere informazioni sullo stato di avanzamento della pratica, la Procura della Repubblica ci comunica il numero di protocollo della pratica ma nessuna informazione a riguardo.

10 aprile 2015
Il servizio di tutela paesaggistica delle Province Sassari e Olbia-Tempio, Dott. Antonio Carboni, chiede al Comune di Cargeghe di trasmettere notizie in merito a quanto asserito e confermato dall’Assessorato della Difesa all’Ambiente il 28 Febbraio 2015.

Invia la richiesta per conoscenza anche al nucleo NOE dei Carabinieri e alla Procura del Tribunale di Sassari.

9 settembre 2015
Sul giornale regionale “La Nuova Sardegna” esce un articolo che segnala la presenza di un blocco potenzialmente pericolante e che potrebbe mettere in pericolo anche le case sottostante e le persone.

9 settembre 2015
Il Comune di Cargeghe dispone chiusura previdenziale del percorso della ferrata di Giorré.

20 settembre 2015
Nel sito ufficiale della ferrata www.ferratagiorre.it non si dà ANCORA comunicazione dell’ordinanza comunale, favorendo perciò la percorrenza nel tracciato di persone ignare dell’ordinanza e del pericolo ipotizzato.
Nel sito viene inoltre incoraggiata la ripetizione da soli o con la guida di un’Associazione (40 euro a persona).

Tutto tace.
Il nucleo dei Carabinieri, la Procura della Repubblica e il Corpo Forestale di Vigilanza Ambientale sembra non abbiano ancora preso in carico la denuncia.
In data odierna, dopo quasi un anno, nessuna notizia arriva dalla Procura della Repubblica, dai carabinieri e dagli altri enti interessati. Forse a loro bisogna ricordare che il 2013 è stato conosciuto come un anno di grandi frane attorno a Sassari e Cargeghe come quella del Monte Tudurighe (Valle dei Ciclamini), Muros (SS) e quella presso Florinas, che ha bloccato per mesi la SS131.

21 settembre 2015
Mountain Wilderness decide, con un comunicato stampa, di rendere pubblica la denuncia fatta il 17 novembre 2014, nella speranza che la pratica esca dalle pastoie burocratiche, nella contemporanea presa di coscienza dell’opinione pubblica.