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Il codice penale e le valanghe

Il codice penale e le valanghe
di Alessandro Simoni e Filippo Romoli

Premessa
Le recenti riflessioni su La colpa, il diritto e l’alpe (parte 1 e parte 2) di Massimo Ginesi mettono in evidenza le difficoltà di comunicazione tra la cultura delle istituzioni giudiziarie e quella della comunità dei praticanti gli sport di montagna, oltre che gli infiniti problemi interpretativi che si pongono quando un incidente alpinistico viene incasellato nelle categorie del diritto. Ma sarebbe possibile disegnare un nuovo quadro legislativo che contemperi gli interessi in gioco meglio di come finisce per fare l’attuale giurisprudenza? A prescindere dall’(improbabile) esistenza di attori politici disposti a mettersi in gioco in una materia così intricata e schiava delle semplificazioni mediatiche, porsi questa domanda può essere un buon punto di partenza per un esercizio di pensiero razionale, e per non considerare il diritto come qualcosa di “scritto nelle stelle”. Certamente, non si può pretendere che i principi generali dei codici civile e penale vengano mandati all’aria per accomodare le peculiari esigenze degli alpinisti, e un progetto di legge ad hoc richiederebbe un grande sforzo di lavoro comune tra giuristi e tecnici delle attività di montagna. Ma una maggiore consapevolezza dei limiti dei testi legislativi, oltre che dei giudici, non fa comunque male. In questo intervento, dedicato a un pezzo di legislazione che di una cosa specificamente “alpinistica” – la valanga – fa menzione, si può vedere come alcuni problemi derivino da norme nate con certe caratteristiche per vicende quasi casuali, e comunque interne a una riflessione completamente distaccata – non fosse altro per l’epoca in cui ebbe luogo – dalla realtà sulla quale i tribunali si trovano oggi a dover giudicare.

Estratto dal documento originale, cui si rimanda il lettore più interessato.
Nessuno è così ingenuo da pensare che l’alpinismo si possa oggi svolgere in uno spazio di libertà paragonabile a quello dell’Ottocento o della prima metà del Novecento. Il nuovo contesto tecnologico, il numero di praticanti, il valore generalmente attribuito alla vita umana e la differente percezione del rischio creano una misura di controllo sociale e una normativizzazione prima impensabili, e che non è probabile tendano ad arretrare. Vi sono certamente tra paese e paese, anche solo rimanendo nell’arco alpino, differenze culturali (e giuridiche) non marginali, ma la tendenza di lungo periodo è chiara. Salva la possibilità (praticata da chi scrive nella misura del possibile…) di frequentare la montagna in contesti geografici in cui alle istituzioni ancora importi poco di cosa facciano gli alpinisti, è forse più saggio limitarsi a pretendere che la normativizzazione e la regolamentazione diretta e indiretta non si sviluppino in forme palesemente assurde.

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È su questo sfondo che ci permetteremo di portare l’attenzione su un ambito in cui il dato legislativo italiano appare oggi completamente disallineato rispetto alla realtà, imponendo una sorta di spada di Damocle sulla pratica di alcune forme di alpinismo, con aspetti di irragionevolezza che forse non sono facilmente percepibili dal giurista non alpinista seduto al proprio tavolo da lavoro, ma che gli apparirebbero subito evidenti se, folgorato dal fascino della montagna invernale, cominciasse a frequentarla lontano dalla stazione sciistica in cui la settimana bianca lo chiama con la famiglia ogni anno.

I dati normativi da cui partiamo per questa breve riflessione sono contenuti nel codice penale del 1930 attualmente vigente, il c.d. «codice Rocco».

L’articolo 426, inserito nel Titolo VI, dedicato ai «Delitti contro l’incolumità pubblica», nel capo primo sui «Delitti di comune pericolo mediante violenza», recita: «Chiunque cagiona un’inondazione o una frana, ovvero la caduta di una valanga, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni»

L’art. 426 interessa come base di un’ulteriore figura di reato, che chiameremo per brevità «valanga colposa». Questo è previsto dall’art. 449, nel capo sui «Delitti colposi di comune pericolo», dove si stabilisce al primo comma che «Chiunque cagiona per colpa un incendio, o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo [ossia l’inondazione, la frana e la valanga], è punito con la reclusione da uno a cinque anni». Da notare come tutto ciò sia a prescindere dal verificarsi di un anche minimo danno a persone o cose.

Prima di spiegare perché tale costruzione appare oggi irragionevole, è utile rilevare come la formulazione recepita dal legislatore del 1930 differisca significativamente da quella contenuta nel progetto preliminare del 1927.

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Rimangono poi significative differenze tra le tipologie di «disastri». Mentre tipicamente l’inondazione o la frana comportano una qualche modifica dell’ambiente naturale (a prescindere da danni a persone o oggetti) in cui si verificano e una tendenziale occasionalità, ciò non è assolutamente detto per le valanghe, la cui «caduta», dopo precipitazioni nevose di rilievo, è in moltissimi luoghi con determinate caratteristiche un fenomeno ricorrente (e annotato nella cartografia specializzata), anche se l’esatto momento del suo verificarsi non è precisamente prevedibile.

Chi sceglie di muoversi in questo terreno aggiunge a tutte le incognite della montagna estiva quella delle valanghe, che non sono qui più ammantate dall’aura dell’occasionale disastro che tutto travolge come l’inondazione, ma diventano uno dei rischi legati all’ambiente.

È certamente vero che le attuali conoscenze nivometeorologiche consentono di valutare la pericolosità del manto nevoso con un’accuratezza neanche immaginabile negli anni ’20 e ’30, grazie ai numerosi strumenti a disposizione dell’alpinista minimamente informatizzato (studi scientifici dedicati, previsioni su siti specializzati, bollettini valanghe continuamente aggiornati, etc.), ma è altrettanto vero che un rischio residuo permane e non sembra destinato a essere eliminato, anche se ulteriormente ridotto, in futuro.

Occorre quindi partire dalla socratica consapevolezza dell’ignoranza che permane davanti alla complessità di un fenomeno spesso difficile da prevedere anche per i professionisti più qualificati. L’unico modo per evitare completamente gli incidenti da valanga rimane tuttora quello di rinunciare del tutto alla pratica dello scialpinismo, o delle altre forme di alpinismo invernale.

Quello che sembra essere tuttora distante dalla cultura dei penalisti mainstream è la comprensione della concreta dinamica degli incidenti da valanga che coinvolgono chi oggi frequenta la montagna invernale non antropizzata, in cui i fattori oggettivi di rischio generati dalla neve e dalle sue trasformazioni si intersecano con le scelte di chi decide di partire per un’escursione scialpinistica o un’altra esperienza di montagna invernale. Scelte su cui intervengono così tante variabili da creare un’enorme zona grigia in cui le valutazioni ex post di prevedibilità ed evitabilità dell’evento hanno una base oggettiva estremamente debole, che si confonde con un elemento puramente culturale o «antropologico», ossia l’individuale percezione di quanto rischio sia accettabile per un alpinista.

Tutto questo, va ricordato, in un contesto sociale in cui l’applicazione di norme di ogni tipo agli incidenti sopravvenuti nell’ambito di attività alpinistiche si svolge in un impressionante frastuono mediatico, con la costante ricerca di «responsabili» e il rifiuto di far rientrare nell’ambito del socialmente accettabile attività implicitamente rischiose.

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Se sommiamo il contesto sociale e culturale molto differente da quello degli anni ’30 ai succitati elementi naturalistici che distinguono la «caduta di una valanga» dalle inondazioni e dalle frane, la combinazione dell’art. 426 e dell’art. 449, introdotta sulla base di un ragionamento corretto in punto di sistematica normativa, appare oggi avulsa dalla realtà.

Come spunto di riflessione, si può ricordare come una norma simile sia assente in tutti i paesi dell’arco alpino, che pure storicamente si sono sempre confrontati dapprima con le valanghe e successivamente con la diffusione dell’alpinismo.

Se per via interpretativa è, forse, possibile compensare possibili aberrazioni applicative di una norma dal testo pericolosamente generico, si tratta comunque di sforzi che non garantiscono contro derive poliziesche. Come sovente ricordato da guide alpine e altri operatori, nei momenti di maggiore pressione mediatica a seguito di incidenti da valanga, non sono rari i casi di operatori di polizia alla ricerca di «notizie di reato» su «valanghe colpose» che fortunatamente non hanno cagionato danni. Un rischio di legal overkill che ha tra l’altro un effetto pratico assai dannoso in termini di prevenzione, in quanto il rischio teorico di sanzione, o anche solo di sequele giudiziarie, fa sì che i praticanti evitino di riferire gli incidenti da valanga quando non sia stato necessario l’intervento di squadre di soccorso.

Forse la «libertà di sbagliare e di essere padroni del proprio destino» muovendosi nelle montagne, di cui il Primo Levi alpinista era nostalgico, è una declinazione dell’idea di libertà meno evidente, e certamente estranea alla cultura maggioritaria. Forse la «giuridificazione» dell’alpinismo è un processo inarrestabile. Ma i due articoli del codice penale in cui ottantacinque anni fa si volle «tirar dentro» la valanga, sembrano solo aggiungere alle minacce della neve le minacce di un (incerto) diritto.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 2

Massimo Ginesi ha 51 anni, va in montagna da 40, è stato istruttore di alpinismo del CAI per una quindicina d’anni e tecnico di soccorso e poi elisoccorso per quasi trentuno. Oggi dice d’essere solo uno che va in montagna. Nella vita, dal 1992 fa l’avvocato (si occupa essenzialmente di diritto immobiliare), collabora con il il Sole24ore e con diverse case editrici che si occupano di diritto e formazione e da quindici anni è Magistrato Onorario di Tribunale. Per undici anni ha fatto il vice procuratore della repubblica a Massa e da quattro anni ricopre il ruolo di giudice civile. Abita a La Spezia ed è particolarmente legato alle Alpi Apuane, anche se ha “giracchiato” un po’ per tutti i rilievi del paese.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 2
di Massimo Ginesi
(qualche riflessione di “filosofia alpina del diritto”)

per leggere la parte 1, vedi qui.

Abbiamo esaminato nella prima parte i principi generali della responsabilità, resta ora da vedere, sempre con un approccio per quanto possibile pratico, come quei principi trovino applicazione nel quotidiano girovagare per rocce e ghiaccio.

Conviene a tal proposito richiamare le ipotesi generali della colpa generica: ovvero una condotta imprudente (faccio ciò che non dovrei), imperita (faccio male ciò che dovrei saper far bene) o negligente (non faccio ciò che dovrei) oppure non si è attenuta a prescrizioni previste in leggi, regolamenti ordini o discipline.

E’ necessario anche far riferimento ad altri due concetti di rilievo: la posizione di garanzia e l’esigibilità.

Sono concetti più da corridoi forensi e toghe che da valli, colli alpini e ramponi, per cui fra breve proveremo a comprendere come debbano intendersi e che conseguenze comportino quando si cerca di individuare responsabilità nella pratica degli sport montani.

Vale però la pena osservare, per chi invece intende avere un approccio più tecnico-giuridico, che di recente sono uscite diverse pubblicazioni che affrontano con molta accuratezza il tema della responsabilità penale e civile nelle attività connesse all’ambiente montano (per esempio, AA.VV. La responsabilità civile e penale negli sport del turismo – Vol. I – collana la Montagna – Giappichelli, Torino, 2013).

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Abbiamo già sottolineato la peculiarità dell’ambiente in cui si svolge l’attività alpinistica, uno di quei settori (fortunatamente) sino ad oggi sfuggito – se non per episodici, esecrabili e circoscritti fenomeni – ad una normativizzazione e codificazione delle condotte (di alcuni se ne è discusso anche qui sopra, http://www.alessandrogogna.com/2015/11/21/patentino-e-guida-alpina-obbligatori-in-abruzzo/).

Se ciò esclude per buona parte la riconducibilità a colpa specifica (ossia la violazione di norme di legge, regolamenti o usi), nella ordinaria attività non professionistica, lascia anche grandissimi interrogativi su quali confini dare a termini di negligenza, imperizia e imprudenza nella pratica di sport che si svolgono in ambienti e condizioni così peculiari.

A tali concetti si collegano, strettamente, i due presupposti che abbiamo evidenziato poco sopra ovvero l’esigibilità (cosa potevo pretendere da un determinato soggetto in una determinata situazione per non considerarlo colpevole e in base a quali parametri) e la posizione di garanzia – strettamente collegata al reato omissivo improprio previsto dall’art. 40 u.c. cod.pen. : “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo” – che è riconosciuta a determinati soggetti (Stefania Rossi, Le posizioni di garanzia nell’esercizio degli sport di montagna, Diritto Penale Contemporaneo, 2013).

Chi arrivato sin qui stia per gettare la spugna per troppa giuridicità, consideri queste brevi premesse tecniche come un noioso zoccolo erboso per arrivare all’attacco. Lo zoccolo prevede ancora qualche fastidiosa e insidiosa roccetta giuridica e poi lo facciamo terminare: la Cassazione, anche di recente, ha affermato che la responsabilità ex art. 40 c.p. “presuppone la titolarità di una posizione di garanzia nei confronti del bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice violata, dalla quale deriva l’obbligo di attivarsi per la salvaguardia di quel bene; obbligo che si attualizza in ragione del perfezionarsi della c.d. situazione tipica. In presenza di tali condizioni la semplice inerzia assume significato di violazione dell’obbligo giuridico (di attivarsi per impedire l’evento) e l’esistenza di una relazione causale tra omissione ed evento apre il campo all’iscrizione penale, secondo la previsione dell’articolo 40 cpv. c.p. Cassazione penale, sez. IV, sentenza 05/09/2013 n° 36399.

Tradotto dal linguaggio aulico e oscuro dei giudici, che significa tutto ciò per chi arrampica (a Finale Ligure come sulla Est delle Grandes Jorasses)?

Significa che in caso di incidente potremmo finire davanti a un giudice che dovrà valutare:

la mia condotta positiva, ovvero ho fatto qualcosa che ha direttamente influito sulla causazione dell’evento: ho fatto cadere sassi, ho dato corda in maniera inadeguata tirando giù il mio socio, ho tagliato il pendio e fatto cadere una valanga, ho piantato male un chiodo che si è tolto, ecc., ho messo una fila di viti in una cascata che si sbottonata integralmente al momento del volo (caso realmente accaduto);

la mia condotta omissiva, ovvero ho omesso qualcosa che invece avrei dovuto fare: non ho passato alcun chiodo sul tiro, quando il mio compagno è volato non ho messo mano al discensore con cui lo stavo assicurando ma sono rimasto inerte a guardarlo, non ho portato una pila che mi consentisse di rientrare al buio e nel vagare per tutta la cresta Kuffner al Mont Maudit nel tentativo di ritornare al Col de la Fourche il mio socio è assiderato, ecc.

La valutazione di quel Giudice dovrà poi tener conto delle caratteristiche professionali, dei titoli e della esperienza dei soggetti, delle natura della gita, del rapporto che si instaura fra i due, delle concrete condizioni in cui la vicenda si è verificata: in taluni casi la posizione di garanzia è in re ipsa ed è stringente poiché si fonda sull’affidamento di un soggetto ad altra figura preposta a svolgere un determinato compito (guida/cliente, Istruttore allievo, Maestro di Sci/allievo); in tali ipotesi oltre al fatto di reato e alla responsabilità extracontrattuale per fatto illecito può sommarsi anche la responsabilità contrattuale che nasce dal rapporto fra i due; in altre ipotesi la posizione di garanzia è più labile e tutta da verificare oppure non esiste affatto e – per tali ragioni – la situazione processuale può essere ancora più insidiosa (cordata liberamente formata ma con un compagno più esperto, due istruttori che vanno ad arrampicare insieme per diletto, gruppo di scialpinisti con un paio di componenti esperti che scelgono il percorso, ecc.).

E come fa un signore che veste tutto il giorno la toga, che passa due terzi della sua vita su uno scranno con scritto sopra alla testa “la legge è uguale per tutti” e che pensa che Peuterey sia una marca di abbigliamento e Rochers Gruber una marca di cioccolatini tedeschi a decidere se sono o meno colpevole – alla luce di quanto abbiamo appena detto – in caso di incidente in montagna?

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Poiché è assai improbabile che ne abbia scienza propria (esistono pure giudici che sono valenti alpinisti), di solito chiede lumi. A chi? A un perito nel processo penale e a un Consulente Tecnico d’ufficio in sede civile, ovvero a qualche figura qualificata che gli esponga cosa si sarebbe dovuto fare e perché nel caso che è finito al suo esame. In tale ipotesi le parti possono nominare propri consulenti di parte che affiancano il consulente nominato dal giudice e lì, di solito, inizia il parapiglia, poiché mezzi che erano nati come forma di garanzia e di contraddittorio fra le parti – per le storture, la lentezza e la farraginosità sempre più marcata di questo paese – sono diventati leve di forza non sempre equilibrata all’interno del processo.

Non servirà dire che, solitamente, queste figure sono guide alpine, militari istruttori o tecnici del soccorso, ossia figure che hanno (ho dovrebbero avere) una lata competenza specifica e professionale della materia. E non servirà dire che, spesso, per le storture evidenziate, a seconda della parte assistita, i tecnici coinvolti suggeriranno soluzioni diametralmente opposte fra loro.

E’ evidente, da quanto sin qui detto, che è salubre – per quanto possibile – evitare di frequentare qualunque struttura burocratica di questo paese come gli ospedali e i tribunali (cosa che vi dirà qualunque medico o avvocato di buon senso), ma a volte non vi è proprio scelta e allora è utile comprenderne, almeno in maniera sommaria, i meccanismi.

Come si arriva dunque fin sotto la famosa (e ottimistica) scritta sulla legge e l’uguaglianza al fine di essere valutati per la propria condotta od omissione?

Dipende dai casi. Proviamo a esaminarli singolarmente.

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La cordata o la sciata libera

E’ l’incidente che accade alla cordata o al gruppetto di sciatori (alpinisti o freerider) composto da appassionati, quando ci scappa il morto o il ferito grave, appartenente o meno al gruppo suddetto.

Si tratta di due ipotesi procedibili d’ufficio (ovvero l’autorità intervenuta farà un rapporto alla Procura della Repubblica, che dovrà valutare la sussistenza di reati in capo ai sopravvissuti) e in tali casi, a meno di evidenti e manifeste negligenze, il fatto viene ascritto dalla autorità a disgrazia. Il procuratore potrà eventualmente, ove gli agenti di polizia giudiziaria intervenuta abbiano ravvisato elementi che potrebbero dar luogo a colpevolezza (corde consumate, manovre azzardate, condotte omissive evidenti) incaricare un tecnico che valuti la condotta dei soggetti coinvolti per comprendere se sussistano quei requisiti di prudenza, perizia e diligenza che escludano la sussistenza della colpa.

Tali indagini diventano spesso più combattute quando a dare impulso al procedimento vengono coinvolte le persone offese dal reato, ovvero il danneggiato o gli eredi del soggetto che ha avuto la peggio, che hanno facoltà di intervenire nel procedimento adducendo ulteriori elementi di prova e di sollecitazione delle indagini, magari suffragati da un tecnico di parte.

Il dolore e il denaro sono, purtroppo, due fra i peggiori consiglieri dell’animo umano e spesso spingono a cercare nella giustizia umana una ragione e una consolazione per eventi difficili da accettare.

Va opportunamente sottolineato che, nel caso di soggetti che stanno liberamente svolgendo attività ludico ricreativa (alpinismo, arrampicata, sci, ecc.), il giudice dovrà attenersi ad una valutazione della condotta di costoro rapportandola a quella che si dovrebbe pretendere da un alpinista di media capacità, per arrivare a capire se qualcuno dei soggetti coinvolti è sceso sotto quella soglia e ha integrato gli estremi della imprudenza, imperizia o negligenza.

Chiederà quindi a un esperto che cosa è successo e cosa invece si sarebbe dovuto fare affinché l’evento non si verificasse. Non servirà spendere molte parole per comprendere che questo giudizio a posteriori, ma fatto con prognosi ex ante (così dicono i giuristi, ovvero il tecnico deve immaginarsi nella situazione concreta e- seppur a posteriori – deve esprimere una valutazione su cosa avrebbe dovuto prevedere e fare colui che si trovava di fronte a un determinato contesto), è spesso impossibile da rendere in vicende di montagna.

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Le variabili in gioco (climatiche, emotive, tecniche) sono tali e tante che è assai improbabile che da quel giudizio esca una giustizia: un conto è stabilire mediante una consulenza quali sono le tegole più adatte a non far entrare acqua in un tetto o che misura dovevano avere i piloni per non far crollare il viadotto e un conto è stabilire cosa si doveva fare un certo venerdì alle ore 17.30 dopo dodici ore di arrampicata in mezzo alla bufera sulla Colton-McIntyre alle Grandes Jorasses.

Il caso della guida francese morta qualche anno fa insieme alla cliente poco sotto la vetta delle Grandes Jorasses lungo la normale dopo aver salito il Linceul è emblematico: la morte di entrambi ha evitato l’apertura del procedimento ma – posto che era plausibilmente ravvisabile una colpa della guida nell’aver scelto una finestra di sereno troppo breve sapendo di aver maltempo in arrivo già dalla sera – chi avrebbe poi potuto sindacare e decidere le scelte successive che hanno indotto i due a fermarsi al riparo di un sasso dove sono morti assiderati?

L’uomo (o l’alpinista) della strada risponderebbe al giudice e al CTU “vai, prova e poi dicci cosa avresti fatto tu”. E probabilmente non avrebbe, sotto il profilo pratico, etico e morale, neanche tutti torti.

Resta il fatto che il processo è una approssimazione che deve pervenire alla applicazione di un precetto sanzionatorio o alla emissione di una sentenza di condanna sulla base di una ricostruzione storico-fattuale in base a elementi acquisiti a posteriori e che, pertanto, deve basarsi su una serie di meccanismi istruttori che, per loro natura, non danno risultati esatti (tant’è che si sono spese infinite parole sulla verità processuale e la verità storica), che in molti casi sono ben lungi dal coincidere . I risultati sono ancor più imprevedibili e aleatori se si parla di accadimenti alpini, perché per quanto il perito nominato dal giudice sia saggio e conscio delle dinamiche delle diverse discipline, non potrà che trasferire una componente di ipoteticità e soggettività nella propria relazione per fattori che appaiono intuitivi a chiunque abbia frequentato la montagna in maniera meno che occasionale e che attengono alla scarsa riproducibilità di luoghi ambienti e situazioni in concreto accadute e ancor più variamente percepite.

Uno dei primi casi che arrivarono in Tribunale nei primissimi anni ‘80, per un incidente di questo tipo, accadde sul Pilone Centrale del Frêney dove due forti e giovani alpinisti si trovarono coinvolti in un incidente, in tempi ante telefonini; quello rimasto illeso lasciò il compagno a una sosta e scese a cercare soccorso che, purtroppo, arrivò tardi. I genitori dell’alpinista ferito e poi deceduto chiesero al giudice di valutare se la condotta del sopravvissuto era esente da responsabilità penale; il provvedimento dell’autorità giudiziaria fu nel senso di escludere ogni tipo di illeceità, alla luce del contesto, della assenza di nesso causale (se l’agente avesse posto in essere la condotta richiesta, l’evento sarebbe stato evitato?) e della situazione peculiare di grande complessità ambientale e tecnica. Ovvero il soggetto ferito sarebbe comunque probabilmente deceduto anche se il compagno fosse restato con lui e l’attesa dei soccorsi avrebbe pregiudicato anche le sue possibilità di salvezza né era esigibile, in quel contesto, una condotta diversa.

Sotto il profilo delle responsabilità, il caso del gruppo di liberi battitori – siano essi alpinisti, sciatori o climber – rappresenta l’ipotesi giuridicamente meno complessa, seppur suscettibile di infinite sfumature valutazione: il concetto di esigibilità dovrà essere valutato alla luce della esperienza dei soggetti coinvolti, della situazione concreta, del concorrere di situazioni di emergenza, della presenza di un leader di fatto della cordata (possiamo anche essere una cordata di libera formazione ma se – per mera ipotesi – il mio socio è Chris Sharma piuttosto che Ueli Steck – la valutazione del Giudice non potrà non tener conto di tutto ciò e di quello che era esigibile e medio per me e per loro). Il ragionamento vale, mutatis mutandis, anche per le altre discipline alpine.

Pensiamo alla grande tragedia del Frêney del 1961 che, per l’eccezionalità degli eventi (e, forse, anche per quell’aura di etica alpina cui si faceva riferimento nella prima parte) non condusse ad alcun procedimento, ma che può essere esemplificativa della fluidità delle valutazioni in questo campo: Walter Bonatti era all’epoca guida e valentissimo alpinista, Roberto Gallieni era abitualmente cliente di Bonatti seppur con un curriculum di grande valore e Andrea Oggioni era un fortissimo non professionista. Se un giudice volesse perdersi a comprendere chi doveva garantire chi e quali erano le condotte esigibili avrebbe da riflettere per tre vite…

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La posizione tipica dell’affidamento – Guida, Maestro, Istruttore
La materia è sterminata e la trattazione sarà necessariamente sintetica e assai schematica. I puristi del diritto sono pregati di non scandalizzarsi.

I meccanismi di valutazione generali del nesso di causalità e di valutazione delle condotte – nel loro apporto alla verificazione del fatto – sono identici al caso che precede.

Cambiano tuttavia – totalmente – i parametri di valutazione del Giudice relativamente alla caratteristiche della esigibilità che devo ritenere esigibile dal professionista o dal titolato.

In tali casi “le fattispecie penali più frequentemente ascritte alla guida alpina, allistruttore-accompagnatore CAI. e al capo gita (vale a dire omicidio colposo e lesioni colpose) si strutturano secondo il modello del reato omissivo improprio: laddebito di responsabilità si sostanzia, infatti, nel non aver impedito un evento che si aveva lobbligo giuridico di scongiurare. Ciò deriva dal fatto che nell’accompagnamento in montagna si rinviene un peculiare rapporto di “affidamento” tra accompagnato ed accompagnatore, che ingenera in quest’ultimo una posizione di garanzia rilevante ai sensi e per gli effetti dell’art. 40 c. 2 c.p. In realtà, sul punto, occorre distinguere tra accompagnamento professionale, esercitato notoriamente dalla guida alpina, e accompagnamento non professionale (associazionistico o volontario) che si manifesta in molteplici forme (accompagnatori/istruttori CAI qualificati, capogita, accompagnatore occasionale). Il principio di affidamento è, infatti, molto più marcato nel caso in cui laccompagnamento venga svolto da una guida alpina o da un istruttore CAI ed è, per contro, sostanzialmente escluso se si tratta di un accompagnatore per amicizia o cortesia; diversamente, nel caso del capo gita, la quota di responsabilità che lescursionista potrà dirottare sull’accompagnatore, pur sussistendo, sarà di gran lunga inferiore, poiché egli non ha a che fare con un garante professionista” (S. Rossi. op.cit.).

Che significa tutto ciò? Che nella valutazione della condotta del professionista il Giudice dovrà informarsi non già alla condotta esigibile dall’alpinista medio nello specifico contesto in cui è accaduto il fatto, ma alla miglior scienza ed esperienza del settore, secondo i principi della responsabilità professionale (principalmente elaborati dalla giurisprudenza con riferimento alla responsabilità medica).

In caso di evento dannoso (alla cordata, così come cagionato a terzi) si dovrà ritenere che al professionista o al titolato incombessero oneri specifici e precisi di prevedere dinamiche e condotte volte alla salvaguardia propria e dell’accompagnato, con una rapporto tipico di direzione in capo all’uno e di subordinazione in capo all’altro per quanto attiene alle scelte e alle iniziative, senza che – per questo – non residui in capo al cliente/allievo un obbligo di diligenza generica media.

In sostanza significa che per andare esenti da colpa la guida o l’istruttore dovranno dimostrare che hanno fatto tutto il possibile alla luce della situazione concreta, secondo lo stato della propria formazione professionale o tecnica, delle condizioni ambientali, dell’applicazione delle migliori scelte tecniche ed esperienziali con riferimento a quella casistica (ho scelto il Prusik o il Marchand, ho preferito scendere di conserva piuttosto che assicurato, ho fatto mettere il casco/ l’imbrago/ i ramponi al cliente/allievo, gli ho fato o meno metterei i coltelli oltre alle pelli di foca) per comprendere se in quella determinata situazione era da parte della guida evitabile e prevedibile quell’infortunio. In tal senso va osservato che le rare pronunce dei giudici sono assai rigide: con riferimento a un caso in cui la guida aveva condotto dei clienti a una gita di scialpinismo e costoro erano periti sotto una valanga la corte ha ritenuto assai rigidamente che era compito della guida prevedere il pericolo (per la natura del terreno ripido, scistoso e senza alberi e per le condizioni della neve): “La guida alpina ha lobbligo di vigilanza sugli allievi, gli insegnanti sono tenuti a vigilare sull’incolumità degli allievi nel periodo in cui si esercitano sotto la loro guida (Cass. pen. sez.IV, 19 febbraio 1991; Trib. Torino, 28 maggio 1994)”.

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Altra ipotesi più recente riguarda la guida condannata per omicidio colposo di un ragazzo morto lungo un torrente durante un’escursione organizzata, in cui il giudice ha ritenuto che la guida non avesse sufficientemente informato e vigilato sui propri accompagnati sì da prevenire eventuali comportamenti anche imprudenti o imperiti degli stessi (Cassazione, Sez. IV, sentenza 24 marzo 2003, n. 13323).

In tali ipotesi gioca un ruolo fondamentale l’affidamento e la competenza tecnica attestata dalla qualifica del soggetto agente: altro caso arrivato nelle aule di giustizia riguarda l’ipotesi di un istruttore che, lungo un tiro in forte diagonale, aveva passato solo due rinvii, facendo salire i due allievi contemporaneamente a pochi metri di distanza l’uno dall’altro (uno dei quali senza casco), i quali sono volati a metà tiro riportando l’uno la morte e l’altro gravi lesioni.

Se per le guide alpine quanto sin qui rappresentato ritengo costituisca pane quotidiano di riflessione, forse coloro che svolgono ruolo da istruttore non sempre hanno ben chiare le responsabilità che assumono e i guai grossissimi che rischiano quando si avventurano per montagne e falesie nelle allegre brigate dei corsi. Per la mia personale esperienza (da istruttore di alpinismo e tecnico di elisoccorso durata molti anni e oggi felicemente conclusa) non posso che far proprio il motto di un caro amico guida e fortissimo alpinista “in fondo in rapporto alle porcherie che si vedono fare per monti si verificano davvero pochissimi incidenti” (e potremmo aggiungere – per maggior fortuna – ancor meno processi…).

Ometto di affrontare tutte le problematiche, che pure sono state sviscerate dalla giurisprudenza, sull’esercizio di attività pericolosa, sulla responsabilità contrattuale nel rapporto negoziale fra guida/cliente e istruttore/scuola/allievo e quelle relative alla responsabilità penale per esercizio abusivo della professione contestata a due istruttori che accompagnavano allievi perché ci porterebbero troppo lontano e complicherebbero vieppiù l’esposizione.

Resta ancora da sottolineare che l’affidamento è presunto ove la prestazione titolata si svolga in maniera istituzionale (ossia si tratti di rapporto guida/cliente o istruttore/allievo che originano da contratto), mentre non sussiste necessariamente invece ove la gita o la salita si svolga tra persone che annoverano anche esperti non titolati: anche se c’è l’amico bravo che decide dove passare o guida il gruppo, costui non assume automaticamente una posizione di garanzia nei confronti degli accompagnati. In un caso, arrivato alle aule di giustizia, un gruppo di scialpinisti è rimasto travolto da una valanga e il giudice è chiamato a verificare sia la responsabilità penale per omicidio colposo di colui che ha staccato con la propria condotta imprudente (attraversamento del pendio) la valanga sia la concorrente responsabilità omissiva dell’esperto e anziano del gruppo che si ipotizzava – in virtù di tali caratteristiche – avesse assunto un obbligo di protezione e garanzia nei confronti degli altri e, per tale ragione, ne era stato chiesto dalla procura il rinvio a giudizio.

Si è già accennato che un accadimento può anche derivare da una serie di concause e, quindi, possono anche essere diversi i soggetti responsabili e le cui distinte condotte concorrono alla causazione dell’evento (nel caso di specie, secondo la ricostruzione della procura, aveva contribuito alla morte dei travolti dalla massa nevosa sia la condotta di colui che ne aveva materialmente causato il distacco sia quella omissiva di colui che non aveva previsto – in virtù delle sue conoscenze ed esperienza – la possibilità che si verificasse tale distacco passando in quel luogo). In tale ipotesi il giudice, mentre ha ritenuto sussistente la responsabilità dello scialpinista che ha concretamente staccato la valanga, ha ritenuto che non sussistesse posizione di garanzia del componente esperto poiché “per lassunzione di una posizione di garanzia, non basta essere il più esperto di un gruppo di escursionisti. È necessario che il soggetto abbia assunto, anche tacitamente, lincarico di guidare il gruppo, mettendo a disposizione le sue conoscenze e le sue capacità, e che i componenti del gruppo, trovandosi in una situazione di inesperienza e di incapacità rispetto all’attività intrapresa, abbiano deciso di svolgere quell’attività proprio per la presenza di una persona capace al loro fianco, cui si sono affidati, conferendogli poteri di guida, cura e direzione” (Giudice Udienza Preliminare Tribunale di Sondrio, 10 marzo 2005): nel caso di specie si era concretamente accertato che ciò non fosse accaduto.

Corte Suprema di Cassazione - Lettura della sentenza Mediaset
Vi sono ancora ipotesi in cui invece l’affidamento e la protezione del soggetto sono assoluti e vi è una presunzione totale di responsabilità del soggetto affidatario, come nell’accompagnamento di minori. Più volte i giudici hanno motivato le loro condanne facendo riferimento alla norma che prevede in capo al genitore, o all’insegnante per il periodo in cui il minore gli è affidato, la totale responsabilità per i danni cagionati dal minore stesso salvo che si provi di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno (art. 2048 cod.civ.: Il padre e la madre, o il tutore sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all’affiliante. I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto).

Nell’ambito della montagna tale disposizione è stata applicata spesso dai giudici alla disciplina dello sci, ove in capo al maestro che accompagna ragazzini quel non aver potuto impedire l’evento è stato inteso come un preciso dovere di controllare tutto ciò che non si può pretendere che un minore arrivi a verificare da sé, per quanto sia bravo ed esperto nella disciplina (Trib. Trento, Sez. distaccata Tione, 15 giugno 2001, n. 52: Laddove l’allievo è un soggetto minore occorre ricordare che vi sono ulteriori importanti regole di condotta che devono essere rispettate dal maestro: egli in particolare deve controllare personalmente i sistemi di sicurezza, la corretta taratura degli attacchi, la lunghezza degli sci e quella dei bastoncini; deve, poi, fornire una corretta informazione al genitore sul tipo di lezione che intende svolgere e sulle difficoltà del tracciato, anche in relazione alle condizioni atmosferiche della giornata).

Non sarà difficile trasferire i parametri espressi dal giudice trentino per lo sci al mondo dell’arrampicata e verificare quale e quanta attenzione richieda l’accompagnamento di minori ad arrampicare, sia che si rivesta la qualifica di guida, di istruttore o di semplice appassionato e quale configurazione stringente assumano i meccanismi della colpa in tali ipotesi. Meccanismi che attengono alla responsabilità penale e civile sia per i danni che il minore può subire (è ancora fresca una tragedia di cui si è discusso anche in questo blog e che non analizzeremo per rispetto di tutte le parti coinvolte e della vicenda giudiziaria ancora in corso) sia per quelli che – durante lo svolgimento della attività – il minore può cagionare a terzi (si pensi al ragazzino che ferisce altri perché si cala male da una sosta e urta l’arrampicatore sul tiro vicino, piuttosto che il minore che indossa male l’imbragatura o che – spiccozzando su per una cascata – provochi danno ad un altro iceclimber per uso improprio degli attrezzi: in tali casi l’accompagnatore potrà liberarsi dalla responsabilità per colpa solo dimostrando che quegli eventi travalicano non solo dalla sua possibilità di intervento concreto al momento del fatto ma anche dalla sua capacità di previsione).

Conclusione
Quanto sin qui esposto rappresenta solo una carrellata, veloce, superficiale e incompleta, delle mille sfaccettature che possiamo trovarci ad affrontare in montagna quando pretendiamo di definire il concetto di colpa e di delineare i confini nei quali inscriverla.

Tuttavia conoscere un poco le possibili evoluzioni patologiche delle situazioni, lungi dall’allontanarci dalla pratica delle attività, deve essere di stimolo a svolgerle con maggior accortezza e consapevolezza.

E il confronto su temi così delicati, che spesso giungono all’esame di soggetti che poco o nulla conoscono il mondo della montagna, può aiutare a creare una maggior consapevolezza e un più attento uso della giustizia sia in chi è chiamato ad applicare la legge che in coloro che – in tali compiti – forniscono ausilio come periti e consulenti.

Restano da esaminare ancora molti aspetti, a esempio l’emergente problema del deterioramento delle attrezzature delle falesie e le responsabilità connesse, la figura del chiodatore professionista e l’infinito e complesso mondo delle responsabilità nell’ambito del soccorso, che potranno eventualmente essere oggetto di futura trattazione.

NdR: sul medesimo argomento si può consultare saggio dell’avv. Daniela Messina.

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La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 1

La colpa, il diritto e l’Alpe… – parte 1
(qualche riflessione di “filosofia alpina del diritto”)
di Massimo Ginesi

In principio era l’alpinismo, attività eroica praticata da pochi personaggi, considerati originali o folli; quando capitava che qualcuno si facesse assai male, o ci lasciasse le piume, si trattava invariabilmente di fatalità.

La predominante incidenza del fato è durata immutata dai primordi della frequentazione dell’alpe sino a relativamente pochi anni fa: per una sorta di codice etico non scritto, gli incidenti in montagna erano sempre ascritti a una disgrazia e a nessuno veniva in mente di andare a chiedere a un Giudice se invece di quella fatalità o disgrazia doveva trovarsi un responsabile. Anche i soccorritori e l’autorità di pubblica sicurezza, che intervenivano sul luogo del disastro, rendevano con grande frequenza relazioni di servizio che inducevano le Procure della Repubblica ad ascrivere il fatto a un evento accidentale o a quello che i giornali amano definire, con orribile espressione, “la montagna assassina”; la faccenda finiva lì, poiché il magistrato non ravvisava negli accadimenti alcuna notizia di reato.

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Oggi la situazione appare radicalmente mutata, poiché molti fattori hanno fatto sì che la montagna e le attività ad essa legate siano diventate non più appannaggio di pochi eroici “conquistatori dell’inutile” ma attività con discreta diffusione sociale: il numero dei frequentatori è cresciuto a dismisura; sono sorte diverse modalità di svolgimento delle attività connesse all’ambiente alpino, dal freeride all’eliski, ai meeting di bouldering tipo Melloblocco piuttosto che le gare di arrampicata indoor e all’aperto, sono nate centinaia di falesie con attrezzatura sistematica a cura di terzi soggetti, è sempre più diffusa la marcata commercializzazione e sportivizzazione di alcuni settori del mondo della montagna e la diffusione e pubblicizzazione – anche mediatica – di certe attività ludico/sportive/avventurose; sono sorti migliaia di corsi con appassionati che agiscono spesso sotto la direzione o la vigilanza di figure tecnicamente sovraordinate e ibride quali gli istruttori o professionali, quali le guide alpine.

Dai “conquistatori dell’inutile” si è arrivati ai “consumatori” dell’alpe, intesi come fruitori di beni e servizi che producono e muovono denaro e che comportano anche più ampia e complessa valutazione dei problemi in caso di eventi patologici connessi, sia perché quella tensione etico/morale di sessanta anni fa e legata a un mondo di pochi, che portava a considerare la montagna una sorta di terra di nessuno ove accadono disgrazie, è svanita, sia perché oggi i costi legati al soccorso e i risarcimenti che possono conseguire da eventi dannosi sono diventati un fenomeno diffuso e rilevante anche per le attività connesse alla montagna.

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Questo scritto si propone di riflettere, ad uso dei frequentatori dell’alpe, in maniera quanto meno tecnica possibile ma con stretta connessione ai cardini di diritto sottostanti, su alcuni principi generali sulla responsabilità e, in una seconda parte, di esaminare come quei principi trovino applicazione all’ambiente assai peculiare nel quale ci muoviamo, esaminando anche alcuni casi concreti finiti agli onori delle cronache negli ultimi venti anni.

In un recente post su questo blog si è discusso molto su un caso di soccorso in confronto di due cascatisti, per i quali qualcuno ha inteso adombrare la responsabilità di aver obbligato la macchina dei soccorsi a muoversi per una loro leggerezza.

E’ intuitivo che, ove quella colpa si ravvisi, ne conseguono diversi effetti in capo all’utente dell’ambiente alpino: se la macchina dei soccorsi si è mossa per sua colpa potrebbe trovarsi a pagare – a seconda delle zone – somme cospicue, se dalla sua colpa è derivata una lesione – o peggio la morte – per qualcuno, potrebbe vedersi costretto a risarcire il danno conseguente a tali eventi oltre che venire tratto a processo per risponderne davanti a un Giudice secondo le regole del diritto penale; se poi è un istruttore che sta facendo una attività che la legge riserva ad alcuni soggetti specifici potrebbe rispondere anche di altri specifici reati.

Insomma lo spirito di Giusto Gervasutti oggi si troverebbe parecchio disorientato…

Ma quali sono i criteri per stabilire se qualcuno ha colpa? e che cosa è la colpa? E come incide sulla responsabilità di un individuo?

E’ necessario esaminare alcuni passaggi del nostro ordinamento, seppur in maniera molto semplice (o semplicistica e prego i tecnici del diritto che si trovassero a leggere di non sparare sul pianista…), prescindendo per il momento dalla circostanza se il soggetto agente vesta o meno un imbrago o abbia i ramponi o le scarpette ai piedi.

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Vi sono valori che il nostro ordinamento considera di rilevanza pubblica e che tutela anche contro e oltre la disponibilità del soggetto interessato. Così è per la vita e l’integrità personale, che sono considerati beni essenziali per il sussistere di un complesso sociale organizzato (quale dovrebbe essere uno Stato…) e che quindi sono protetti dalla norma penale, che punisce chiunque leda quei beni. Quindi arrecare una ferita o uccidere qualcuno è considerato reato, a prescindere dal consenso del soggetto che li subisce, e comporta che chi li ha cagionati venga sottoposto a processo per stabilire se gli siano rimproverabili e – in caso affermativo – irrogargli una sanzione pubblica (ovvero una pena detentiva o una pena pecuniaria: quello è, in concreto, la condanna penale). Ecco perché è punito l’omicidio del consenziente ed ecco perché nei casi più gravi lo stato procede d’ufficio (cioè la Procura della Repubblica si attiva autonomamente e senza necessità di alcuna richiesta dell’interessato, quando riceve la notizia di un fatto che comporta la morte o lesioni gravi, per valutare se vi sia un responsabile e mandarlo a processo). Nei casi più lievi (ovvero reati ritenuti di minor disvalore sociale, ad esempio le lesioni lievi) la decisione se attivare la sanzione pubblica è lasciata al soggetto leso, che potrà decidere se vuole dare impulso al procedimento penale, sporgendo querela nei confronti del responsabile, oppure se intende solo vedersi risarcito in sede civile.

Aldilà della sanzione pubblica che eroga il Giudice penale (che non a caso pronuncia la condanna in nome del popolo italiano), il fatto di reato obbliga colui che lo ha commesso a risarcire il danno nei confronti del soggetto leso e a farsi carico di ogni conseguenza dannosa derivante dal fatto stesso: questo è l’aspetto che attiene alla responsabilità civile, che può tendenzialmente essere attivata indipendentemente dagli aspetti penali e che è volta a garantire invece gli interessi privati e patrimoniali di colui che da quel fatto ha tratto un danno…

Sostanzialmente, se sono volato per trenta metri e mi sono spiaccicato al suolo perché il mio secondo mi faceva sicura con il cosiddetto otto velox (è un nostalgico degli anni ‘90) e guardava gli short della climber bionda al suo fianco e mi ha dato pure una decina di metri di lasco, e non si è accorto che ero da dieci minuti a tremare su un passaggio sprotetto e, quando la corda è andata in tensione gli si è strappata l’asola dell’imbrago perché lo aveva comprato a Fointanebleau nel 1962, ci sono serissime probabilità che il Procuratore della Repubblica non lo consideri del tutto estraneo alla vicenda e che i miei eredi gli chiedano di pagarmi per nuovo…

Ma, aldilà dei casi paradigmatici e paradossali come quello evidenziato, quali sono le categorie formali che il diritto detta per individuare le responsabilità e per stabilire se vi è una colpa o se si tratta davvero di una disgrazia?

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Saperlo, oltre che dovere di ogni cittadino visto che la legge penale non ammette ignoranza, è anche di grande interesse perché, spesso, conoscere un problema significa essere in grado di evitarlo.

Le categorie astratte del diritto individuano – a tal proposito – diversi passaggi: vi deve essere un soggetto che si definisce agente, ovvero che pone in essere una condotta; deve accadere un evento, astrattamente riconducibile a una fattispecie che l’ordinamento considera fonte di responsabilità civile o penale; e deve sussistere un nesso di causalità, che deve necessariamente legare la condotta e l’evento.

Senza addentrarci troppo nei tecnicismi ed evitando le complessità del c.d. concorso di cause (non è detto che, sempre nell’esempio sopra, c’entri solo il mio secondo, ma può darsi che quelli del tiro sopra di noi facessero cadere ogni tanto un po’ di sassi ed erba che hanno determinato la mia caduta), concetti che hanno fatto dormire sonni poco tranquilli agli studiosi di diritto penale degli ultimi cento anni, potremmo dire – semplificando – che poiché all’agente sia rimproverabile la sua condotta, questa deve porsi come elemento essenziale dell’evento, ovvero un antecedente logico e fattuale senza il quale l’evento non si sarebbe verificato.

Ovviamente la valutazione deve essere bilanciata e legata a una serie di circostanze che circoscrivano la disamina al caso concreto, sotto il profilo scientifico e statistico, perché altrimenti l’applicazione indiscriminata del principio consentirebbe di risalire all’infinito (se Adamo non avesse rubato la mela, il mio secondo non avrebbe guardato gli short, il climber sopra non avrebbe fatto cadere il sasso e io non mi sarei spiaccicato… mentre occorre comprendere se nello specifico e nel concreto un determinato apporto causale sia o meno determinante).

Non serve essere giuristi per intuire che qui sta uno dei grandi problemi del diritto applicato all’alpe: se il contesto sociale e sportivo è cambiato dai tempi di Gervasutti, l’alpe – seppur un po’ più secca e ferita – è sempre quella e, mentre ad esempio il moto dei veicoli o dei proiettili consente di rifarsi a scienze più o meno esatte, assai meno lo consente il moto dei seracchi o delle falesie.

E’ un aspetto che proveremo a esaminare, con esempi pratici, nella seconda parte.

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Non solo la condotta positiva – ovvero l’azione – può integrare il nesso causale (faccio male sicura e provoco lesioni o morte al soggetto che vola), ma anche l’omissione può essere causa (o concausa) dell’evento, quando si pone come condotta che era invece esigibile in forza degli stessi parametri (pur essendo perfettamente incolume e in grado di scendere senza pericolo, scelgo di aspettare vicino al mio compagno infortunato e il soccorso, allertato con grande ritardo, arriva quando il mio compagno è già assiderato).

Ovviamente vi è una grandissima serie di sfumature sotto questo profilo già nel normale vivere, che essendo il diritto una scienza espressa con le parole e non con i numeri consente risultati non sempre esattamente ripetibili e prevedibili, peculiarità che l’ambiente della montagna contribuisce a rendere ancora più incerte ed evanescenti e che vedono diverso rilievo a seconda delle situazioni e circostanze che possiamo trovarci a fronteggiare (guida/cliente, istruttore/allievo, accompagnamento di minori, attività sportive o d’avventura, eccetera).

Una volta stabilito che dalla mia condotta, attiva o omissiva, è derivato causalmente un evento, dovremo esaminare se quella condotta mi debba o possa essere rimproverata: ed è qui che entra in gioco l’elemento soggettivo del fatto di reato (o, più in generale, del fatto illecito).

Non è infatti sufficiente che si sia verificato un evento e che le scelte o le attività del soggetto abbiano contribuito a causarlo, ma è anche necessario che quella condotta possa essere espressione del soggetto che la pone in essere sotto il profilo psicologico; il codice penale individua tre diversi qualificazioni dell’elemento soggettivo del reato: il dolo, la colpa e la preterintenzione.

Il dolo prevede la volontarietà sia della condotta che dell’evento, la preterintenzione prevede la volontarietà solo di una parte della condotta: ti do una coltellata perché voglio ucciderti (dolo) oppure ti do una coltellata per ferirti, ma sbaglio a colpirti e ti uccido (preterintenzione). Ai fini della nostra riflessione si tratta di aspetti di poco interesse: se uccido o ferisco volontariamente una persona, sotto il profilo dell’analisi giuridica – salvo casi molto particolari – poco importa che ciò avvenga alla prima sosta di Polimago piuttosto che in piazza Duomo a Milano.

Resta invece la terza ipotesi di elemento soggettivo, ovvero la colpa in cui l’agente vuole la condotta ma non l’evento.

In tal caso il soggetto pone in essere un comportamento che sceglie ma non vuole assolutamente che accada l’evento, che invece si verifica: in tal caso si parla di colpa ovvero la condotta è imprudente (faccio ciò che non dovrei), imperita (faccio male ciò che dovrei saper far bene) o negligente (non faccio ciò che dovrei) oppure non si è attenuta a prescrizioni previste in leggi, regolamenti ordini o discipline.

Ed è qui che casca l’asino alpino: perché se leggi, regolamenti, usi, imprudenza, negligenza e imperizia sono più facilmente declinabili in pianura, la montagna rimane un territorio in cui lo stabilire come ci si doveva comportare in un determinato contesto è faccenda di grande complessità e incertezza.

Affinché sussista responsabilità per colpa si ritiene sia sufficiente “la prevedibilità o la evitabilità del fatto”: emerge quindi un parametro complesso che oggi, a mio avviso, è ancora molto fluido (e, in alcuni casi, potenzialmente pericoloso) quando è riferito alle attività alpine, ovvero l’esigibilità del comportamento.

Per non essere considerato responsabile a titolo di colpa di un evento e quindi finire a processo ad esempio per omicidio o lesioni (alcuni reati, ovviamente, non possono essere colposi come l’esercizio abusivo di una professione) quale condotta era da me esigibile in un determinato contesto?

Appare sin d’ora evidente che l’esigibilità ha gradi e intensità diversi a seconda delle qualifiche personali e professionali del soggetto, così come del contesto nel quale si colloca.

A quali parametri potrà fare riferimento il Giudice per stabilire se sono stato adeguato e se la mia condotta in quel determinato contesto era conforme a quella astrattamente esigibile? A quali usi, prassi, norme tecniche potrà e dovrà fare riferimento? E se la colpa specifica può avere un più facile inquadramento (se il mio compagno si è schiantato perché arrampicavamo con maglie rapide che reggono 200 kg invece che con moschettoni a marchio CE ho violato una norma tecnica), come potrò valutare cosa era esigibile alle tre di notte in cima a una cascata in un determinato giorno dell’anno e in determinate condizioni?

Senza considerare che il Giudice dovrà anche valutare la sussistenza di elementi – come lo stato di necessità – che escludono la rilevanza penale di una condotta (in diritto penale si chiamano scriminanti, categoria cui appartiene anche l’adempimento di un ordine o la legittima difesa), che altrimenti sarebbe considerata reato, quando avviene in presenza di determinate situazioni: taglio la corda e provoco la caduta del compagno per salvarmi da morte certa, come nel caso emblematico di Joe Simpson sul Siula Grande o nella più recente vicenda di Isabel Suppé, narrata nel bellissimo Una notte troppo bella per morire; scendo e abbandono il compagno ferito in cima al Pilone Centrale per andare a cercare soccorsi, lui muore ma se fossi rimasto lì saremmo probabilmente morti in due; abbandono due alpinisti sul plateau sommitale del Monte Bianco per portare in salvo il mio compagno (la nota vicenda di Silvano Gheser e Walter Bonatti narrata in Natale sul Monte Bianco o l’ancor più nota tragedia del Pilone Centrale); sono un soccorritore e arrivo in ritardo – per aggirare una zona pericolosa – sul soggetto sommerso da valanga che, nel frattempo, è deceduto.

Sono tutti casi reali, a volte finiti al vaglio delle Procure o dei Tribunali, che proveremo a esaminare, insieme ad altre ipotesi legate alle attività in montagna di cui si è molto parlato anche su questo blog, nella seconda parte, provando a tracciare alcune linee di lettura di attività che non è sempre semplice ricondurre ai precetti del diritto vigente.

(continua)

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Divieto o non desiderio?

Di chi sono i sentieri di montagna? Chi li deve mantenere? Domande lecite alle quali non voglio dare qui una risposta. Preferisco infatti rispondere alla domanda: chi ha il diritto attualmente di frequentarli.

Sicuramente gli animali selvatici e non.

Sicuramente i pastori e chiunque svolga un’attività lavorativa in montagna (come i rifugisti, a esempio). Giustamente costoro hanno anche (in genere) il permesso di percorrimento con mezzi meccanici, ove il percorso lo conceda.

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Sicuramente gli alpinisti, gli escursionisti, i naturalisti, i contrabbandieri (questi ultimi la legge li punisce per altro reato…).

Sicuramente gli sky-runner.

Sicuramente i cacciatori (ovviamente non quelli di frodo), anche se dovrebbero essere introdotte ulteriori restrizioni. Ad esempio in Svizzera ci sono strade di montagna normalmente aperte al traffico privato che vengono proibite ai cacciatori. Chi ha una preda nel carniere deve scendere a piedi (e ovviamente pure salire a piedi). Non voglio comunque qui affrontare il discorso sulla caccia, che in realtà è ben più ampio di quello dei sentieri.

Con qualche limitazione i mountain-biker. La bicicletta non fa rumore ma di certo erode il terreno: greggi di mucche o pecore erodono di più, ma i greggi sono necessari, le bici no.

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Questi elencati (magari ho dimenticato qualcuno) sono i frequentatori tradizionali della montagna e dei suoi sentieri: tutti hanno la caratteristica di essere silenziosi e rispettosi dell’ambiente.

Potremmo dire che finora hanno avuto diritto di percorso tutti coloro che pagano con fatica questo diritto: se un domani nascessero i “ginocchiatori”, cioè coloro che ascendono alle vette in ginocchio, li accetteremmo volentieri; se prendesse campo lo sport di camminare con una gamba sola, beh, il mondo è bello perché è vario…

Il percorso con mezzi meccanici non è invece tradizionale, è una novità che tutti i tradizionalisti vedono come pericolosamente invasiva.

Se un domani (Dio non voglia) nascesse lo sport del tiro a segno in montagna (con il fucile, non con l’arco), è evidente che non lo si potrebbe praticare sui sentieri: si dovrebbero creare aree apposite, e non solo per questioni di sicurezza, bensì per neutralizzare il più possibile il frastuono degli spari.

Nei parchi pubblici cittadini in genere è proibito entrare con motorini e moto: quelle infatti sono aree di rispetto-silenzio e in genere dedicate all’infanzia e al relax senile. Non si può dire che, siccome è pubblico, allora il parco lo si può utilizzare come si vuole! Tradizione e legge qui convivono bene.

Divieto1Se un camminatore del deserto alla Carla Perrotti si lamentasse dei fuoristrada che incontra sul suo percorso non avrebbe ragione: perché i fuoristrada nel deserto sono tradizionali. Per altre ragioni il cammelliere che impiega 45 giorni per fare una traversata con i carichi di merce non denuncia i fuoristrada che gli passano accanto: in genere se potesse, infatti, si comprerebbe anche lui il fuoristrada!

Se un nuotatore esperto, nel compiere la traversata, a esempio, delle Bocche di Bonifacio, o un velista nel compiere, sempre a esempio, la traversata del Mar Tirreno, si lamentassero di navi, imbarcazioni e diportisti vari tutti procedenti a motore, avrebbero torto a farlo: perché per tradizione il mare aperto è sempre stato terreno per imbarcazioni a motore e non per sportivi. Così succede che le aree marittime immediatamente vicine a spiagge e scogliere siano dei nuotatori e dei sub, mentre il mare aperto è zona per le imbarcazioni a motore; e per le evoluzioni agonistiche dei velisti esistono le regate.

Da questo esempio appare chiaro che in mare gli ambiti sono stati divisi e che sono state create zone dove (temporaneamente o no) ciascuno è autorizzato a procedere come vuole.

Da queste considerazioni dunque dovrebbe apparire chiaro che per i fuoristrada in montagna dovrebbero essere individuate zone precise e ben delimitate. Non va bene che un sindaco decida come e quando vuole. Pertanto, prima di dialogare con la parte opposta, occorre lottare per abolire la legge che ha fatto dei sentieri della Lombardia un enorme terreno ad libitum dei sindaci.

Sostenere che le due parti in lizza abbiano caratteri “diversi” è necessario ma non sufficiente. Occorre sostenere e accettare che la “diversità” è conflittuale. C’è conflitto infatti ogni volta che s’irrompe in un terreno “tradizionalmente” riservato, come quando una moto transita su una pista ciclabile, scorrazza in un parco pubblico o magari entra in chiesa (non importa se lo fa con il motore al minimo o con rombanti accelerazioni). Chi protesta per l’invasione dei sentieri è semplicemente un difensore della natura, non quella persona culturalmente retriva che non accetta l’altro da sé.

Sostenere che tutti hanno diritto a fare tutto è impraticabile. La Costituzione dice che il cittadino ha libertà di movimento, le leggi locali e nazionali cercano a volte maldestramente di regolamentare questi diritti di circolazione. In realtà sarebbe semplice accettare che ogni diritto va acquistato di volta in volta con fatica, e che il danaro non dà alcun diritto. Accettare il turismo motociclistico sui sentieri è come accettare l’eliturismo nei cieli. Per entrambe le cose personalmente sono disposto a lottare in almeno due direzioni: quella legale e quella culturale, tenendo ben presente che quand’anche avessimo la rivincita legale su tutta la linea saremmo ben lontani dalla vittoria vera, quella culturale. Intendo dire che sarei più felice che il bambino non desiderasse più il giocattolo piuttosto che continuare a vietarglielo…

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postato il 4 ottobre 2014

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Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna

Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna
di Carlo Bona (Prof. Avv. Docente di Diritto privato all’Università di Trento)
Il presente post è tratto dalla relazione che Carlo Bona fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Mi è stato chiesto di affrontare i problemi d’ordine giuridico che possono derivare dalla richiodatura di una falesia. Le mie conclusioni dovrebbero, assieme a quelle degli altri relatori, aiutare a prendere decisioni sull’opportunità di richiodare. Una decisione deve ovviamente considerare sia i benefici, sia i costi dell’intervento. Un beneficio, almeno potenziale, è sotto gli occhi di tutti: l’arrampicata sportiva può generare importanti flussi turistici, con significative ricadute sull’economia del territorio. Seneci e Veronesi hanno riportato l’esempio arcense, ma di esempi se ne potrebbero fare molti o moltissimi altri. A fronte di questo beneficio ci si deve chiedere se ci siano costi potenziali, e quali siano. In particolare, ci si deve chiedere se ci siano, in termini di responsabilità, costi attesi così elevati da sconsigliare la richiodatura. L’esempio arcense e decine d’altri dimostrano che così non è: la valorizzazione delle falesie genera un importante afflusso economico, senza che vi sia traccia di costi per le responsabilità.
Una strana alchimia? Non era l’arrampicata uno sport pericoloso, foriero di responsabilità? Vediamo come ad Arco ed altrove si è affrontato il tema.

Foto: Delfino Formenti

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Chi ha fino ad oggi saputo trarre frutto dall’arrampicata ha preso decisioni in modo analitico, impegnandosi nella comprensione di uno sport, l’arrampicata sportiva, che, va sottolineato, è profondamente sconosciuto.

Se si ragiona (meglio, se si decide) facendosi trasportare dalle immagini che abbiamo in memoria dell’alpinismo e dell’arrampicata e dalle emozioni non ci si impegnerà mai nella chiodatura. L’arrampicata è legata a doppio filo alla paura. La paura orienta le rappresentazioni che la gente ha degli arrampicatori (nell’immaginario collettivo pratichiamo uno sport «estremo»); la paura dirige le rappresentazioni che agli arrampicatori piace dare di loro stessi (nei libri: chi dimentica il successo di 342 ore sulle Grandes Jorasses (Nota 1)?; nei film: basti ricordare la solitaria di Edlinger in Verdon slegato e scalzo sulle note di Bach (Nota 2); negli spot: basti ricordare quello dell’Adidas in cui Huber si destreggia slegato nel grande vuoto della Brandler Hasse in Lavaredo (Nota 3), ecc.); la paura informa di sé perfino le rappresentazioni che gli arrampicatori danno a se stessi dell’arrampicata (dai nomi delle vie: Il grande incubo sul Brento (Nota 4), Au delà du delire in Verdon (Nota 5), al linguaggio che usano: il «vuoto siderale» della Marmolada, il «gaz», «quel giorno abbiamo giocato con la follia… »). Tutto ciò ha un impatto enorme su decisioni come quelle di cui si discute nel nostro convegno.

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha svelato molti dei meccanismi grazie ai quali la paura incide sulle decisioni.
Si è dimostrato (grazie agli studi iniziati, tra gli altri, da Simon e Kahneman, premi Nobel per l’economia, Nota 6) che tutti noi, nel prendere decisioni, non ci rifacciamo ad una impraticabile razionalità, ma utilizziamo schemi compatibili con le risorse del nostro sistema cognitivo (cioè, della mente e del cervello). L’utilizzo di questi schemi semplificati fa sì che ci si faccia fortemente e spesso inconsapevolmente influenzare, anche nelle decisioni giuridiche o regolative come queste, dalla salienza di un’informazione presente in memoria (più «forte» è l’immagine in memoria, più influenzerà la decisione, Nota 7) e dalle emozioni, come la paura (Nota 8). La nostra memoria, quando si vanno a pescare informazioni riferite all’arrampicata, è ricca di immagini che evocano il rischio, il pericolo, l’incidente. Si tratta di immagini estremamente salienti, estremamente «forti». Così all’arrampicata si associano emozioni altrettanto forti. Se ci si fa trasportare da tutto questo non si chioderà mai. Ma se ad Arco, a Riva del Garda ed in altre località turistiche ci si fosse fatti trasportare da tutto questo, non si sarebbe mai sviluppato l’indotto turistico collegato al windsurf, alla mountain bike, al downhill, al canyoning, allo sci da discesa, ecc. (tutti sport che almeno in origine generavano analoghe immagini di pericolo, Nota 9).

Foto: Delfino Formenti

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Se non ci si lascia trasportare da euristiche (questo è il termine tecnico dei fenomeni psicologici ai quali abbiamo fatto cenno) ed emozioni il discorso cambia drasticamente. Non è difficile avvedersi del perché ad Arco le amministrazioni e gli operatori abbiano investito sull’arrampicata (e, quindi, sulla valorizzazione delle falesie) e del perché abbiano ritenuto che quello dei costi attesi in termini di responsabilità non costituisse un problema.

In primo luogo chi è riuscito a trasformare gli investimenti in arrampicata in un’opportunità per il territorio si è sforzato di analizzare l’arrampicata sportiva (sebbene in un primo momento, lo hanno sottolineato anche Seneci e Veronesi, gli arrampicatori fossero tutt’altro che ben visti), così giungendo alla conclusione, ovvia per un arrampicatore, tutt’altro che ovvia per chi arrampicatore non lo è, che l’arrampicata sportiva (Nota 10) non è l’alpinismo, né quello classico (Nota 11), né quello moderno (Nota 12), né quello himalayano (Nota 13); non è l’arrampicata trad (Nota 14); non è il free solo (Nota 15). I rischi ed i pericoli tipici di queste attività sono estranei all’arrampicata sportiva. Se si conosce questo sport si comprende anche la differenza che intercorre tra vie di arrampicata sportiva chiodate con una seppur minima attenzione per la sicurezza e vie chiodate con approssimazione (o con l’intento di renderle pericolose…). E chi coglie queste differenze non ha difficoltà a concludere che la probabilità di verificazione di sinistri (rapportata al numero di praticanti) in falesie pensate per l’arrampicata sportiva è più ridotta (forse molto più ridotta) di quella che si registra in sport ad ampia diffusione come lo sci da discesa. Con tutto ciò che ne consegue sulla valutazione dei costi attesi in termini di responsabilità.

Foto: Delfino Formenti

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In secondo luogo, chi ha tratto frutto dall’arrampicata sportiva non si è accontentato di analisi, del tutto generiche, sui profili giuridici degli eventuali incidenti (analisi che, spesso condotte da chi l’arrampicata l’ha vista solo sui libri, si riducono alle formulette pigre del «non si è mai responsabili perché c’è l’accettazione del rischio» o «si è sempre responsabili perché l’arrampicata è uno sport estremo e, quindi, pericoloso»). Ha saputo distinguere tra la probabilità che si verifichi un qualsiasi tipo di sinistro e quella (l’unica importante per valutare i costi attesi in termini di responsabilità) che si verifichi un sinistro che comporti la responsabilità del chiodatore o del proprietario della parete in falesie fatte oggetto di interventi di pulizia e richiodatura secondo le norme tecniche (COSIROC o altre, Nota 16): insomma, in falesie come quelle di cui si discute in questo convegno. Se si distingue tra queste ipotesi non è difficile concludere che la seconda probabilità è prossima allo zero. I casi-limite in cui si può ipotizzare una responsabilità sono quelli del distacco della protezione (cementata!) e quello del crollo di massi di significative dimensioni o di consistenti porzioni rocciose (tutti gli altri sinistri o non sono imputabili a chiodatori e proprietari (Nota 17), o sono coperti dalle scriminanti dell’esercizio di un’attività sportiva, Nota 18). Ma la verificazione di casi come questi (dei quali non si ha alcuna notizia ad Arco dal 1982 ad oggi e per i quali non si registra nessun precedente giurisprudenziale edito), si ribadisce in strutture fatte oggetto di un normale intervento di pulizia e di richiodatura secondo le norme tecniche, costituirebbe oggetto di una vera e propria singolarità statistica. Ed anche di questo si deve tener debito conto quando si confrontano i benefici in termini di ricadute positive per il territorio con i costi attesi in termini di responsabilità.

Soprattutto, ed è il terzo punto, chi ha investito nell’arrampicata ha saputo trattarla così come ogni altro sport, liberandosi dalle trappole cognitive che portano a ritenerla un fenomeno a sé, nemmeno inscrivibile tra le discipline sportive in senso stretto.

Se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport la soluzione ai costi attesi in termini di responsabilità c’è ed è ovvia: ci si assicura. Il Comune di Arco ha esteso alle strutture d’arrampicata l’assicurazione già stipulata per le altre strutture pubbliche (parchi, ecc.) così risolvendo alla radice il problema.

Insomma, se non ci si fa influenzare da euristiche e emozioni, se ci si impegna in un’attenta analisi della probabilità di verificazione dei sinistri, se si valuta in modo parimenti attento da quali dei potenziali sinistri può effettivamente derivare una responsabilità di chiodatori e proprietari e, soprattutto, se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport, assicurandosi, il problema dei costi attesi in termini di responsabilità è facilmente affrontabile. Ed è in questa direzione che va operata una corretta analisi costi-benefici quando, come nel nostro caso, si debba decidere se intervenire o meno sulle falesie.

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Nota 1. R. Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses, Corbaccio, 2007. La storia narrata nel libro è famosissima: Desmaison e Gousseault affrontano i 1200 metri di granito e ghiaccio della nord delle Grandes Jorasses. Partiti l’11 febbraio 1971 i due impiegano sei giorni per arrivare a 200 metri dalla vetta, quando, il 17 febbraio, il tempo volge al brutto. Serge Gousseault tradisce i primi segni di sfinimento: «tornare indietro non è più possibile, non resta che proseguire, uscire dalla parete: è l’inizio della fine, i bivacchi si susseguono fino all’ultimo, a 80 metri dalla meta. Gousseault non riesce più a muoversi, e Desmaison, che ancora – non per molto – avrebbe energia sufficiente per arrivare in cima, decide di restare con il suo compagno di cordata che, infine, soccombe. Ormai a Desmaison non resta che attendere l’elicottero dei soccorsi che arriverà solo il 25 febbraio, dopo 342 ore, più di due settimane in parete (dalla quarta di copertina)».

Nota 2. La celeberrima sequenza di Opéra vertical di Jean Paul Janssen (1982) in cui Edlinger sale l’espostissima Debiloff Profondicum (6c+). La musica di Bach è la cantata Allein zu dir, Herr Jesu Christ (BWV 33).

Nota 3. Parete nord della Cima Grande di Lavaredo, 550 mt. fino al 7a+.

Nota 4. Il grande incubo, D. Filippi, A. Zanetti, 1997, Monte Brento – Arco, 1200 mt., VI, A4/R3/V.

Nota 5. Au delà du delire, M. Fauquet, M. Guiot, P. Guiraud, D. Mottin, 1981, Verdon, 180 m (la sola via), 7a.

Nota 6. H. A. Simon, Models of Bounded Rationality, Cambridge, Mass., MIT Press. (1982). Kahneman, D., Slovic, R., Tversky, A., Judgement under Uncertainty: Heuristic and Biases, New York, Cambridge University Press (1982).

Nota 7. Cfr. in ambito giuridico, C. Bona, Sentenze imperfette, Il Mulino, Bologna (2010) e C. Bona, R. Rumiati, Psicologia cognitiva per il diritto. Ricordare, pensare, decidere nell’esperienza forense, Il Mulino, Bologna (2013) e la bibliografia ivi citata. Con riferimento al piano più strettamente regolativo cfr. C. R. Sunstein, Il diritto della paura, Il Mulino, Bologna (2010). Sunstein, costituzionalista, ha insegnato a Chicago ed Harvard e dirige l’Office of Information and Regulatory Affairs alla Casa Bianca.

Nota 8. Sull’impatto delle emozioni, dopo i primi pioneristici studi di A. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano (1994) e Alla ricerca di Spinoza, Adelphi, Milano (2003) v. ora G. Belelli, R. Di Schiena (a cura di), Decisioni ed emozioni. Come la psicologia spiega il conflitto tra ragione e sentimento, Il Mulino, Bologna (2012).

Nota 9. Si dice «in origine», ma c’è chi tende a tutt’oggi a fare valutazioni sintetiche, attraendo tutto nella sfera dell’«estremo»: cfr. L. Santoro, Sport estremi e responsabilità, Giuffrè, Milano (2008).

Nota 10. L’arrampicata sportiva si svolge su pareti di dimensioni solitamente contenute (fino ai 100-150 metri). I rischi ambientali sono normalmente inesistenti. La protezione è garantita dalla corda e da ancoraggi cementati (o da tasselli). Si deve riuscire a salire “a vista” o “rotpunkt” una via, ossia percorrere la linea di salita senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione, al primo tentativo (a vista) o dopo una serie di tentativi (rotpunkt). La difficoltà della via è espressa secondo scale: la più diffusa in Europa è quella francese che va, attualmente, dal 5a al 9b+. Nell’arrampicata sportiva alla componente strettamente tecnica si può aggiungere una componente psicologica. La paura del volo (seppur non rischioso in quanto protetto dalla corda) contribuisce a volte a creare la difficoltà della salita. Per le distinzioni cfr. C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e bibliografia ivi citata.

Nota 11. L’alpinismo tradizionale si svolge su vie di sviluppo normalmente superiore ai 100-150 metri (che possono superare i 2.000 metri), di roccia, di ghiaccio, o miste roccia e ghiaccio. Il rischio ambientale è assai variabile e dipende dal tipo di parete, dalla sua esposizione (una parete esposta a nord è sotto questo profilo normalmente più severa), dall’altimetria, dalla zona, dal tipo di roccia o ghiaccio. La protezione è garantita dalla corda, da chiodi a lama (non da chiodi cementati o tasselli) o da protezioni veloci. Si deve riuscire a salire una via, ma sono normalmente ammessi anche mezzi artificiali di progressione, di vario tipo. La difficoltà di una salita è espressa da varie scale. Per le difficoltà su roccia si usa normalmente la scala Welzenbach (o UIAA), che esprime le difficoltà massime dei singoli passaggi ed è attualmente compresa tra il I° e l’XI° grado, e la scala delle difficoltà in artificiale, ossia delle difficoltà che si incontrano usando i mezzi artificiali di progressione, compresa tra A0 e A5. Per esprimere la difficoltà su ghiaccio si è soliti riportare la pendenza della parete, espressa in gradi (60°, 75° etc.). Per le difficoltà nell’arrampicata mista su roccia e ghiaccio (si sale usando piccozze e ramponi ma incontrando anche tratti su roccia) si usa invece una scala compresa tra M1 e M11. A queste tre scale si aggiunge quella dell’impegno complessivo, così articolata: F (facile), PD (poco difficile), AD (abbastanza difficile), D (difficile), TD (molto difficile), ED (estremamente difficile), EX (o ABO), eccezionalmente difficile. L’impegno psicologico è molto variabile: si passa da vie in cui è quasi inconsistente ad altre in cui il rischio di incidenti mortali è elevatissimo.

Nota 12. L’alpinismo moderno presenta gli stessi caratteri dell’alpinismo classico, con la differenza che è ammesso l’utilizzo, come ancoraggi, dei chiodi cementati o dei tasselli. Per le scale di difficoltà molto spesso si utilizza la scala francese invalsa nell’arrampicata sportiva (in aggiunta alla scala dell’artificiale, nel caso vi siano passaggi di questo tipo, ed alla scala dell’impegno complessivo sopra riportata). Le difficoltà raggiunte nell’alpinismo moderno sfiorano ormai il 9a. L’impegno psicologico è anche in questo caso molto variabile. Peraltro l’utilizzo dei tasselli o dei chiodi cementati per l’assicurazione fa sì che di norma non si raggiungono i vertici di impegno psicologico che si possono raggiungere in quello che abbiamo definito l’alpinismo classico.

Nota 13. L’alpinismo himalayano si svolge su pareti dalle dimensioni normalmente imponenti (lo sviluppo delle vie è normalmente superiore ai 2-3.000 metri), situate ad una quota compresa tra i 6.000 e gli 8.000 metri. I rischi ambientali sono sempre elevati e possono diventare elevatissimi. La protezione è garantita da ogni mezzo disponibile. L’impegno psicologico è normalmente notevolissimo: la salita di una qualsiasi via himalayana comporta sempre seri pericoli mortali.

Nota 14. L’arrampicata trad o hard grit si svolge su strutture analoghe a quelle su cui si svolge l’arrampicata sportiva in falesia, quindi pareti dalle dimensioni normalmente contenute (qui di solito non si va oltre i 20-30 metri): non c’è rischio collegato alle condizioni metereologiche e quello collegato alla friabilità della parete è solitamente molto ridotto. La protezione (minore a quella che si riscontra nell’arrampicata sportiva) è sempre assicurata dalla corda, ma ciò che cambia sono gli ancoraggi: non chiodi cementati o tasselli, ma quelle che gli arrampicatori chiamano “protezioni veloci”, ossia attrezzi da incastro in buchi o fessure. L’obiettivo è anche in questo caso quello di salire una via senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione: a vista o rotpunkt.
In questa disciplina alla scala di difficoltà si aggiunge una scala di impegno (anche psicologico) della salita, che va attualmente, dall’HVS all’E11: ciò è dovuto al fatto che l’impiego delle sole protezioni veloci rende molto più elevato il rischio di cadute pericolose.
Sulle vie più impegnative si deve scontare il rischio di cadute mortali.

Nota 15. Il free solo si esercita su qualsiasi tipo di parete (dalle paretine di 10-20 metri ai colossi alpini o californiani che superano i 1000 metri di sviluppo). Il rischio collegato alle condizioni ambientali dipende dal tipo di parete che si affronta (così è inesistente su una piccola parete di fondovalle, è elevatissimo in una salita dei 1.600 metri spesso friabili della parete nord dell’Eiger). Si arrampica senza corda e senza alcuna protezione. Lo scopo è quello di riuscire a salire una via e le difficoltà sono espresse dalle stesse scale che si applicano all’arrampicata sportiva in falesia (il maggior grado qui raggiunto è attualmente l’8b+). L’impegno psicologico è assoluto: una caduta comporta spesso (ed anzi si potrebbe dire normalmente) un pericolo mortale. Recentemente al free solo si è aggiunta una disciplina più ludica, in cui si arrampica sì senza protezioni, ma sopra specchi d’acqua: è il deep water solo. Le scale di difficoltà sono le solite (qui però si è raggiunto il 9b), l’impegno psicologico è significativo, seppur decisamente inferiore a quello del free solo classico.

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Nota 16. Incidentalmente, si ricorda che esiste anche una norma tecnica UNI (UNI EN 12572-1 del 28/08/2007) che, pur riferita espressamente alla sola predisposizione di strutture artificiali d’arrampicata, offre svariati spunti anche per la chiodatura delle falesie.

Nota 17. E così, non sono certo imputabili al chiodatore od al proprietario gli incidenti:

a) causati dall’erronea assicurazione. Quanto agli incidenti da erronea assicurazione, in senso proprio questa consiste in quel complesso di manovre che consentono di trattenere la caduta di un compagno di cordata bloccando la corda. È intuitivo che di eventuali incidenti debba rispondere chi abbia errato nell’assicurazione e non certo l’ente pubblico che si sia occupato della manutenzione straordinaria della parete con la richiodatura od il proprietario;

b) quelli causati dall’arrampicatore che finisce “fuori via”. Un altro tipo di incidente collegabile alla condotta del compagno di cordata è quello che può verificarsi quando l’alpinista o l’arrampicatore, nella ripetizione di una via salita da altri, finisca “fuori via”, ossia non segua il tracciato della salita ma finisca in una zona di parete che lo mette in gravi difficoltà. Si tratta di un tipo di incidente che di fatto non si può verificare su pareti chiodate per l’arrampicata sportiva, come quelle che ci interessano (i chiodi, qui, sono posti a distanza ravvicinata e quindi non si può finire “fuori via”). In più la responsabilità dell’incidente non cadrebbe certo su chi ha provveduto alla chiodatura, sempre per difetto del nesso causale;

c) quelli causati da errori nella progressione. Un altro tipo di errore e correlato incidente è collegato al modo di arrampicare. Un incidente, in alcune discipline, può essere provocato dalla sopravvalutazione di un appiglio per l’erronea “lettura” della parete da parte del primo di cordata o dall’erronea impostazione del corpo. Anche tralasciando il fatto che incidenti di questo tipo quando si verifichino sulle pareti destinate all’arrampicata sportiva non aprono alla responsabilità (si infortuna solo chi cade, non essendo ragionevolmente possibile che la caduta coinvolga anche chi assicura), comunque non si vede come potrebbe risponderne il chiodatore o il proprietario.

d) quelli da eccessivo ardimento. Un incidente nella progressione può essere causato dall’eccessivo ardimento di uno dei componenti la cordata, che affronta difficoltà per lui insuperabili. Qui vale un discorso analogo a quello che abbiamo appena fatto. Si tratta di incidenti che sulle strutture destinate all’arrampicata sportiva possono al più coinvolgere solo chi sbaglia e cade e non il compagno e, soprattutto, si tratta di una classe di incidenti che non apre a responsabilità di chi provveda alla mera chiodatura della parete.

e) il cedimento di un chiodo infisso dal compagno di cordata. Anche questo sinistro, diffuso in relazione alle vie d’alpinismo classico non chiodate o solo parzialmente chiodate o d’alpinismo himalayano, solitamente non ha nulla a che vedere con la responsabilità connessa alla chiodatura di una falesia. Si può dare il caso che qualcuno provi a salire le vie in stile trad, ossia non utilizzando le protezioni presenti ma posizionandone di proprie, “veloci” (friend, nut, ecc.), ma anche in questo caso la responsabilità di chi ha ripristinato la parete o del proprietario va esclusa, visto che l’incidente, laddove si verifichi, non ha nulla a che vedere con la condotta di chi ha posizionato i chiodi già presenti in parete.

Nota 18. Il discorso sull’applicabilità delle scriminanti (o cause di giustificazione) è troppo complesso per essere trattato in queste poche pagine. In modo molto approssimativo, e solo per offrire un cenno al lettore, si può affermare che c’è una sostanziale unanimità di vedute circa il fatto che l’arrampicatore non può pretendere risarcimenti del danno che costituisce verificazione del rischio normalmente accettato tra chi pratica l’arrampicata (per una più attenta analisi ci si richiama a C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e soprattutto alla bibliografia ivi citata). Sicché non sarà offerta la tutela risarcitoria a fronte di piccoli distacchi di pietre ed a fronte di cedimenti di prese od appoggi che siano normalmente prevedibili.

postato il 4 luglio 2014

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Il giudice Carlo Ancona sugli incidenti in montagna