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Goccia d’Acqua (in tutti i sensi…)

  Goccia d’Acqua (in tutti i sensi…)
di Stefano Michelazzi (parete nord del Dito di Dio)

Questo mese di luglio del 2010 si è presentato in forma africana, il caldo afoso è opprimente.
Da maggio le giornate lavorative si susseguono senza sosta e sebbene ami il mio lavoro di guida alpina, bramo di ritagliarmi un piccolo spazio per realizzare qualcosa di mio, dedicare almeno un minimo del mio tempo alla salita di qualche via nuova o di qualcuna storica e poco conosciuta, l’alpinismo esplorativo nelle sue diverse forme è l’attività che più mi affascina.
L’occasione, come sempre, si presenta all’ultimo momento, salta una prenotazione e mi ritrovo “disoccupato” per un’intera giornata.

Dito di Dio, parete nord, via Comici
Michelazzi-Dito-dito nord traccCon Massimo Esposito siamo d’accordo che quando si presenta l’occasione lo chiamo al volo e se si trova in zona Dolomiti organizziamo l’uscita, perciò lo contatto e ci accordiamo per ritrovarci il giorno dopo a Misurina.

Il mattino passa accompagnando un gruppetto su di una via ferrata e nel primo pomeriggio imbocco l’Auto-Brennero in direzione nord.
L’idea è quella di andare in Sorapiss a provare la ripetizione di una via a firma Emilio Comici del quale poco si sa e che quindi stuzzica le nostre fantasie.

D’altra parte da buoni triestini il mito di Comici, nostro illustre concittadino, ci ha sempre accompagnato durante le salite dolomitiche e riscoprire una sua salita, coperta un po’ da un alone di mistero, è una chicca troppo gustosa per non riprometterci di assaggiarla.

Incontro Massimo al parcheggio del Col de Varda, con lui anche Giovanna Moltoni che quest’anno fa parte ormai integrante della cordata.
Prepariamo il materiale e dopo un breve trasferimento motorizzato fino al passo Tre Croci ci incamminiamo lungo il panoramico sentiero che ci condurrà al Rifugio Vandelli.

Il ritmo è sostenuto, ma le chiacchiere che l’accompagnano, miste di racconti alpinistici e vari aneddoti che non mancano mai, non ci permettono neanche di accorgerci che meno di un’ora dopo, siamo davanti ai tavoli del rifugio.

Da qui il Dito di Dio, la parete che domani vogliamo salire, appare imponentissima, quasi un gigante a guardia delle montagne che lo circondano e lo sguardo rimane estasiato.

Nel primo pomeriggio è piovuto un bel po’. Le pareti tutt’intorno sono striate d’acqua, ma il sole caldissimo che a quest’ora di sera illumina ancora l’ambiente ci fa ben sperare per l’indomani, tanto più che la meteo prevede una giornata ancora migliore, anche se il pericolo di temporali, seppur minore, permane.

Seduti sui tavolacci esterni al rifugio sorseggiamo una birra rimirando le pareti che ci circondano, pareti ricche di storia.

Sarà l’ambiente più selvaggio rispetto alle oramai completamente addomesticate Tre Cime che ci guardano di fronte, sarà forse la caratteristica della roccia, che qui obbliga a un’arrampicata molto tecnica, certo è che da queste parti sono pochi gli scalatori che si fanno vivi.

E pensare che proprio qui nel 1929 Emilio Comici tracciò la prima salita italiana di VI. La osserviamo, la Sorella di Mezzo, la parete che accoglie quella salita e ci ripromettiamo di tornare a salirla, visto che anche noi non siamo stati assidui frequentatori del posto.

Sulla via Comici alla parete nord del Dito di Dio (primo terzo di parete)Michelazzi-Dito-nel primo terzo della pareteLa sera passa in allegria condita dal buon cibo che i simpatici gestori del rifugio ci preparano.
Per gestire un rifugio come questo, in una zona alpinisticamente poco frequentata, dove le sere passano spesso senza alcun ospite, bisogna essere veramente innamorati di questi luoghi e l’amore di queste persone per le loro montagne si vede nel trattamento dei loro ospiti.

Il mattino la sveglia ci chiama alle sei, ma siamo già tutti e tre svegli da un po’. La luce del sole mi ha salutato già mezz’ora prima ed all’ora della sveglia sono già pronto alla partenza.

Dalla finestra della stanza dò un’occhiata alle montagne e l’isolamento e la bellezza di questi luoghi mi danno l’impressione quasi di vivere in un’altra epoca, quando la montagna dovevi sudartela e non arrivavi certo a due passi dalla Cima Ovest con l’automobile.

Stefano Michelazzi nel camino ghiacciato (via Comici alla parete nord del Dito di Dio)
Michelazzi-Dito-nei camini ghiacciatiUna veloce colazione e si parte. Passiamo davanti al laghetto di Sorapiss, famoso per il colore verde smeraldo delle sue acque. Il sole illumina la montagna e l’aria è calda. Ci fermiamo un po’ ad ammirare e fotografare questa pozza dal colore incredibile che riflette nelle sue acque l’immagine rovesciata della “nostra” parete. E’ veramente affascinante, quasi ipnotica, la sensazione che si ha ad osservare la “fotografia” a grandezza naturale che ci propone la natura. Le nostre per quanto belle non potranno mai eguagliare la perfezione di quest’immagine.

La luce ormai brillante del giorno ci accompagna lungo il sentiero che risale i ghiaioni. Penso a tutti quei turisti che tra qualche ora affolleranno i luoghi più accessibili e famosi di queste nostre montagne, accompagnati dal rumore dei motori delle loro vetture, dai clacson nervosi che chiedono strada se solo rallenti un attimo, portando qui su quell’innaturale ansia che contraddistingue questo secolo e il conseguente stress della città.

Potranno mai queste persone osservare e godere della bellezza della montagna che si risveglia? Avranno mai occasione di essere parte di questi momenti magici e di sentire le sensazioni che ne derivano? Anche soltanto aver la possibilità di odorare i profumi del bosco che si risveglia?

Nella foga del consumare tutto e subito in questa moda di vedere, fotografare, scappare, quasi una sorta di Fast-food turistico non sanno che perdono la parte più bella, non sanno che le ferie serviranno a ben poco se non a lasciarli con una sensazione di “obiettivo non raggiunto”, che il loro stress continunerà ad accumularsi rendendoli grigi e la prossima estate, li vedrà ancora ammassati come formiche impazzite a invadere questi luoghi come “Conquistadores” invece di visitatori discreti e rispettosi, con la lattina di Coca mollata sul sentiero anche se l’hai portata piena e pesante e riportarla indietro non costa alcuna fatica.

Mi capita spesso di raccogliere i rifiuti abbandonati in giro e riportarli a valle, è fastidioso, a dir poco, dover correggere gli errori di chi, maleducato, concorre alla distruzione dell’ambiente ma lo faccio volentieri per difendere queste rocce ed i suoi abitanti che sono indifesi davanti all’arroganza di molti umani.

Ora il ghiaione diventa un po’ più ripido e fa da piede alla parete. Qui l’incedere diventa un po’ più faticoso ma neanche troppo e in breve siamo all’attacco della via. Alzo il naso all’insù e scruto verso la fessura che da la direttiva di salita, cerco di capire quali siano i punti deboli, quali “sorprese” potrebbe riservare. E’ una linea ideale, dritta, perfetta.

Scambiamo due parole tutti e tre assieme nel mentre ci prepariamo, indossando le nostre “divise” da moderni gladiatori.

Massimo Esposito e Giovanna Moltoni sulla “frana” (via Comici alla parete nord del Dito di Dio)
Michelazzi-Dito-sulla franaCome sempre la concentrazione in questi momenti sale, le poche parole scambiate sono paraventi alla inarrestabile agitazione che si rivela negli attimi precedenti l’attacco. Un’agitazione benevola, che ti permette di ristabilire l’equilibrio e prendere coscienza con quello che hai davanti, che hai letto e studiato sulla carta e che ora si sta materializzando. Ognuno col proprio pensiero, con i propri dubbi, ognuno a volerli condividere almeno in parte con i compagni di cordata che nelle prossime ore saranno il tuo unico ed esclusivo universo.

I primi metri di zoccolo sono facili e permettono di prendere confidenza con la roccia, ma subito dopo la parete s’impenna e le difficoltà hanno inizio. Salgo attento e delicato lungo la fessura, un vecchio chiodo d’epoca, probabilmente risalente alla prima salita, mi rimane letteralmente in mano, esce semplicemente tirando verso l’esterno.

In occasioni come questa ti viene istintivo, quasi, ripensare a chi per primo seppe vedere in una roccia, una linea immaginaria ma allo stesso tempo concreta, qualcosa di indefinito ed indefinibile, misto tra arte e sport che oggi, a distanza di molti anni, mantiene ancora intatto il suo fascino.

Guardo il vecchio chiodo e penso: “Bene, sarà il souvenir che riporterò da questa avventura. Non il solito soprammobile in vendita nei vari bazar, ma qualcosa di vero e vissuto.”.

I passaggi si susseguono impegnativi, procedo attento ma continuo e questo fa sì che l’andatura alla fine risulti comunque veloce, ma la concentrazione deve rimanere alta. La chiodatura è vecchissima, molto poco affidabile, a causa delle rarissime ripetizioni e rende poco sicura l’arrampicata. Per nostra fortuna oggi siamo avvantaggiati dai friend e dai dadi che permettono di proteggersi bene.

Quanta audacia e passione spingevano questi pionieri delle Crode. I chiodi all’epoca erano molto pesanti e le loro forme non sempre assicuravano che si potessero conficcare, senza parlare poi dei pesantissimi moschettoni e delle corde di canapa che venivano legate alla vita e che in caso di volo erano più spesso causa di gravi traumi o di morte, piuttosto che ancore di salvezza.

Massimo e Giovanna, che mi seguono arrampicando anche loro con attenzione, concordano pienamente su questi miei pensieri che esterno durante la breve sosta che ci vede appesi come salami al centro di questa imponente muraglia.

Supero la prima parte di fessura esposta in piena parete e un comodo terrazzo ci permette di tirare un po’ il fiato. Entriamo da qui in una serie di camini, continuazione naturale della fessura stessa, dove la difficoltà dovrebbe un po’ cedere, lasciando spazio a una concentrazione meno intensa ma in realtà, seppur le difficoltà diventino meno continue e la roccia migliori, il tipo di terreno obbliga lo stesso a un’attenzione elevata. I camini, pur essendo a luglio e in una stagione particolarmente calda, conservano ancora candeloni ghiacciati al loro interno e gli sbuffi di aria gelida fanno venire la pelle d’oca.

Massimo Esposito e Giovanna Moltoni nei diedri finali dopo il temporale
Michelazzi-Dito-nei diedri finali dopo la tempestaMassimo mi incita ad arrampicare veloce, ove possibile, perché la permanenza in sosta sembra più quella di due pinguini in un iceberg che quella di due alpinisti sulle Dolomiti in estate. D’altra parte se il ghiaccio persiste all’interno di questi budelli, la temperatura non è certo elevata.

Grazie al tipo di roccia meno delicata che sulla fessura, l’arrampicata può un po’ accelerare ed alla fine di questo corridoio roccioso, arrivo a una cengetta abbastanza solare, sempre che, data l’esposizione a nord, questo termine si possa usare, e richiamo i miei compagni che finalmente possono un po’ scaldarsi arrampicando.

Da qui il camino procede aperto e asciutto, la roccia è invitante e quindi parto abbastanza zelante nella successiva lunghezza, usando più cautela soltanto per un grosso masso che ci sovrasta e sembra una ghigliottina pronta a “farci la festa” .

Un piccolo friend si inserisce perfettamente in una fessurina alla mia destra, vi passo la corda e questo mi permette di spostarla lontano dal masso di modo che non lo tocchi accidentalmente durante la mia salita e faccia una frittata dei miei compagni. Dico a Massimo di farlo volare di sotto quando loro passeranno, di modo da ripulire il camino per i futuri salitori e riparto. Supero la zona dove il camino curva leggermente impedendo da sotto una visuale del suo andamento e a questo punto la prima sorpresa della giornata…

Il masso sospeso sulle nostre teste, che sembrava un fenomeno isolato, come spesso può accadere, risulta invece essere il “totem” di una grande recente frana che si è staccata dagli strapiombi incombenti su di noi e la roccia che già faceva presagire un’arrampicata divertente diventa friabilissima.

Stefano Michelazzi sul passo chiave
OLYMPUS DIGITAL CAMERASarà più o meno un’ora e mezza il tempo che impiegherò per superare questi 40 metri senza poter smuovere neanche un sassolino pur arrampicando su pilastri instabili e, per trovare il sistema di assicurare passo-passo la corda, nel modo migliore, affinchè rimanga alta e non vada a smuovere qualche masso col suo sfregamento.

I miei compagni, pur ben assicurati da me e con la corda al sicuro grazie agli stratagemmi che ho adottato, ci impiegheranno una quarantina di minuti. Sarà una lunghezza di quelle che non ti scordi di sicuro.

Le placche successive sono facili e di roccia buona e questo permette di raggiungere la grande cengia a ¾ della parete senza intoppi ulteriori. Qui finalmente il sole ci riscalda davvero: mentre recupero i miei compagni me la godo!

Mentre chiacchieriamo rilassandoci un po’ al sole, dopo l’avventura fuori programma sulla frana, sentiamo in lontananza il fragore del tuono, segno che non molto distante si sta scatenando il temporale, ma qui tutto sembra tranquillo e sereno. In ogni caso meglio ripartire subito per portarci più in alto possibile visto che oramai manca un centinaio di metri soltanto alla cima.

Aggiro il pilastro che ci separa da un invitante camino sulla nostra destra che indirizza verso le fessure finali. Le scarpe si riempiono di neve fradicia per superare un nevaietto che ne ostacola l’accesso e i prossimi 50 metri saranno all’insegna della bestemmia… Mentre salgo mi rendo conto che il tempo sta cambiando rapidamente e Massimo me ne dà conferma, incitandomi a far veloce.

Raggiungo un terrazzo, piccolo ma abbastanza comodo alla fine del camino, proprio dove questo muore lasciando spazio alle fessure che superano la strapiombante parete finale. Rinforzo l’unico chiodo di sosta esistente con un ottimo “friend” e recupero i miei compagni che salgono il più veloce possibile per riunirci in sosta prima che si scateni l’ormai inevitabile temporale.

Il cielo in pochi minuti ha assunto una colorazione plumbea e le prime gocciolone stanno già scendendo. Passa qualche minuto durante il quale tentiamo di valutare come ripararci: ma già siamo sotto la doccia.

Pur avendo trovato un paio di chiodi lungo il caminone, la descrizione della guida non combacia coll’ultimo tiro e nell’attesa della pausa forzata cerchiamo di capire dove siamo finiti, anche se la fessura sovrastante arriva sicuramente in vetta e quindi appena possibile decidiamo di proseguire su di là.

Gli strapiombi sovrastanti riescono in parte a ripararci ma non coprono abbastanza il terrazzo dove stiamo per permettere a tutti e tre di restare asciutti, per cui decido che la cosa migliore da fare è aggredire la fessura, anche se bagnata, e proseguire cercando riparo in qualche allargamento della fessura stessa che mi pare di intuire più in alto. Nel peggiore dei casi, se non trovassi dove ripararmi, almeno non sarò stato colle mani in mano, e poi nel malaugurato caso che ci toccasse di bivaccare sarebbe più comodo per tutti, almeno i miei compagni potrebbero sedersi.

Dopo i primi metri esposti allo stillicidio e perciò ormai fradici, la fessura si incassa abbastanza da rimanere asciutta e quindi mi permette di progredire più tranquillo. Una trentina di metri più su trovo la piccola nicchia che mi era parso d’intuire e mi ci spiaccico dentro forzando un po’. Chiamo i miei compagni per assicurarmi delle loro condizioni e loro mi rassicurano. Grazie agli strapiombi se ne stanno all’asciutto, giusto qualche schizzo riesce a raggiungerli ma niente di fastidioso.

Appeso ad un buon friend che ho infilato in una fessura di roccia perfetta me ne rimango abbastanza comodo in quel buco, tra l’appeso e l’incastrato. Di fronte a me il temporale si sta scatenando, le nuvole nerissime corrono veloci trasportate dal vento che a questo punto è diventato abbastanza forte e i fulmini saettano tra le cime, creando disegni di luce affascinanti e inquietanti allo stesso tempo.

In vetta al Dito di Dio: Giovanna Moltoni, Stefano Michelazzi e (seduto) Massimo Esposito
Michelazzi-Dito-foto di vetta

Ripenso al racconto della salita che Sandro del Torso, uno dei tre primi salitori, fa nel libro Alpinismo Eroico. Loro furono costretti a un bivacco proprio a causa del temporale e più o meno dove siamo noi ora, anzi…proprio qui! Mi rendo conto che di fronte a me si diparte una cengetta in parte discendente che somiglia moltissimo a quella che ricordo nella descrizione. Tolgo di tasca il foglietto della relazione e analizzando bene le parole capisco che la salita originale passava a sinistra del pilastro sottostante mentre noi abbiamo imboccato il camino di destra, ma che tutti e due portano alle stesse fessure e sono collegati proprio da questa cengetta che attraversa la sommità del pilastro. Quindi abbiamo imboccato una variante che qualcun altro prima di noi, probabilmente anche lui sbagliando, aveva tracciato. Comunico la cosa ai miei compagni e ora non resta che attendere e sperare che la pioggia duri poco.

Una mezz’oretta appena e la luce comincia a cambiare. Il sole timidamente ricomincia ad apparire e io esco dalla scomoda nicchia per progredire ancora alla ricerca di un buon posto di sosta. Trenta metri ancora e riesco a piazzare una buona sosta, anche abbastanza comoda. Quattro parole con i compagni che si lamentano un po’ del freddo e riparto. So che poco prima dell’uscita dovrebbe esserci un passaggio che obbligò Comici a piazzare un chiodo e a issarcisi su. Come sarà il passaggio? E soprattutto in quali condizioni troverò quell’unico chiodo?

Intanto le difficoltà non accennano a diminuire anche se la roccia in questa parte della salita è veramente bella.Salto una vecchia sosta che mi lascia un altro chiodo come souvenir e proseguo verso questo passaggio “misterioso”, tanto con le corde moderne lunghe 60 metri l’autonomia è notevole e posso permettermi di cercare i posti migliori per sostare. Ancora qualche metro e lo strapiombo che segna l’ultimo ostacolo mi si para davanti.

Vedo il chiodo sull’orlo dello strapiombo e da qui sembra ancora buono. Analizzo la roccia alla ricerca del modo migliore di passare: a sinistra la placca è solidissima ma con appigli piccoli e abbastanza bagnata dalla pioggia, a destra la fessura forma una piccola nicchia fradicia che non dà alcuna possibilità di essere risalita. Spero in quel chiodo, il quale, mal che vada, mi permetterà di issarmici su e arrivare in cima, anche perché non vedo altre possibilità di piantarne un altro nello stesso posto.

Trovo una buona fessura per piazzare un piccolo friend che un po’ mi rassicura e comincio a salire lo strapiombo. Alzo la mano per testare il chiodo e… balla! Tiro ancora un po’ ed un altro souvenir oggi verrà a casa con me!

Ora devo salire senza la protezione e senza possibilità di tirare il chiodo in caso di necessità. Devo farcela. Scendo di qualche metro in posizione più comoda e osservo ancora la roccia, analizzo ogni centimetro della placca che è l’unica possibilità di salita e lentamente risalgo. I movimenti studiati “a tavolino” mi portano lentamente sempre più su e la roccia pur bagnata non risulta molto scivolosa. Una screziatura della roccia compatta proprio oltre il bordo dello strapiombo mi fa sperare bene… Mi alzo con prudenza, mi allungo bene e tasto con le dita…

Fatta! Le dita hanno appigliato una presa netta che mi ha permesso di alzare bene i piedi e di issarmi fin oltre il rigonfiamento. Lancio un grido di vittoria e di sfogo e pochi metri dopo sono in cima a salutare il sole che nel frattempo ha ripreso possesso del cielo blu.

Bergheil! L’usuale saluto degli alpinisti del nord-est è d’obbligo e oggi anche di più. Appena un paio di foto, una veloce merenda fornita da Giovanna che come sempre ha pensato a tutti e ce la filiamo veloci, visto che oggi non è ancora finita. Le correnti d’aria hanno girato e il temporale stà tornando indietro…

Non conosciamo la discesa che nella descrizione della guida risulta piuttosto nebulosa e anche le informazioni che abbiamo raccolto in zona sono abbastanza generiche. Sappiamo soltanto che da qualche parte esiste un vecchio ancoraggio per scendere una “corda doppia”, e intanto i tuoni insistono.

Facciamo appena in tempo a individuare i due vecchi chiodi collegati da alcuni cordini, che ormai fanno parte dell’ambiente per quanto sono vecchi, e a discendere questi 50 metri che ci depositano nel circo glaciale sottostante, quando le nuvole ci assorbono e tutto diventa lattiginoso. Nei rari sprazzi di visuale dati dalle nuvole che si rincorrono riusciamo a individuare una forcella al di là del circo. Ci dirigiamo là, intanto la pioggia è ricominciata e stavolta niente riparo…

La discesa non è cosa facile, bisogna individuare dove più o meno passa la via normale che vista la scarsissima frequentazione di queste pareti non è certo segnalata, ma i tanti anni di frequentazione di questi monti ci hanno insegnato molto e un po’ io, un po’ Massimo in poco tempo, malgrado la nebbia, riusciamo a trovare i passaggi più facili e a scendere dalla parete. La pioggia ci accompagnerà fino al rifugio, ma ormai si tratta solo di “passeggiare” e anche un po’ d’acqua non può più disturbare.

Dito di Dio – parete nord
Prima ascensione: Emilio Comici, Sandro del Torso, Piero Mazzorana, 8/9 settembre 1936