Posted on Lascia un commento

Divieto d’arrampicata in Marmolada

Divieto d’arrampicata in Marmolada

E’ del 20 giugno 2016 la notizia del divieto d’arrampicata in Marmolada, più precisamente sulla perpendicolare della Stazione della funivia di Punta Rocca. Successivamente è stata emessa un’altra ordinanza, il 21 giugno, che definisce meglio i contenuti della precedente.

La decisione si è resa necessaria in quanto la stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca sarà interessata da lavori che potrebbero comportare l’accidentale caduta di materiale, anche se verranno adottate tutte le misure di sicurezza previste dalla legge, atte a impedire ogni malaugurato evento.

Riportiamo qui di seguito, delle due ordinanze emesse dal responsabile incaricato del comune di Rocca Pietore, solo il testo della seconda (cioè la N. 25, la definitiva), annotando solo il link per la prima (N. 24).

La stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca
Arriva della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca,  Marmolada di Rocca
Ordinanza n. 25 del 21 giugno 2016
Settore proponente: Area Tecnica.
Oggetto: Lavori alla Stazione funiviaria di Punta Rocca. Interdizione arrampicate lungo la verticale di Punta Rocca – parete sud della Marmolada. Via dell’Ideale e relative varianti.

Il Responsabile
VISTA la comunicazione del 16 giugno 2016 pervenuta il 17 giugno 2016 al protocollo n. 3481, da parte della “Marmolada s.r.l.”, con la quale si richiede l’emissione di opportuno provvedimento a garanzia della messa in sicurezza del cantiere in località Punta Rocca-Stazione di arrivo funivia, regolarmente autorizzato;

SENTITO il Sindaco;

CONSIDERATO che perpendicolarmente al cantiere, lungo la parete sud della Marmolada, si snodano alcune importanti vie di arrampicata che potrebbero essere interessate da eventuali cadute accidentali di materiali, a prescindere dal fatto che sul cantiere sono da adottare tutte le opportune e necessarie garanzie di sicurezza;

PRESO ATTO dei periodi in cui si svolgeranno i lavori distribuiti da adesso fino al 30 giugno 2017;

CONSIDERATO che la pubblicazione del presente atto è rivolta alla generalità delle persone e in particolar modo a chi si diletta nell’arrampicata sportiva;

VISTO l’art. 107 del Testo  Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali e successive modifiche e integrazioni;

VISTI gli articoli 41 e 42 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore;

A TUTELA della sicurezza e della pubblica incolumità delle persone

Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio AuerDivietoArrampicataMarmolada-Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio Auer

O R D I N A:
1) IL DIVIETO DI ARRAMPICATA lungo la perpendicolare di Punta Rocca, parete sud della Marmolada, via di arrampicata denominata “Dell’Ideale” e relative varianti perpendicolari a Punta Rocca, dal 21 giugno 2016 al 15 luglio 2016;
2) i contravventori al presente divieto saranno sanzionati a termini di legge;
3) sarà cura della società richiedente provvedere all’esposizione del presente divieto nelle aree interessate, con opportuno avviso plurilingue;
4) di REVOCARE la precedente ordinanza n.24 del 20.06.2016.

Il Responsabile
Loris Fersuoch

Considerazioni di forma
Al di là della veniale imprecisione nel momento in cui la salita della parete sud della Marmolada viene qualificata come terreno per chi si diletta di “arrampicata sportiva”, va detto che l’ordinanza n. 24 era molto vaga. Si parlava solo di “perpendicolare da Punta Rocca”. La Stazione terminale di Punta Rocca non è situata sulla Punta Rocca vera e propria, bensì circa 250-300 metri a est. Direte: è ovvio che non s’intende la vetta, bensì la stazione terminale, luogo dove effettivamente saranno fatti i lavori. Ma, da un punto di vista formale, dovesse disgraziatamente succedere un incidente a qualcuno, l’ordinanza sarebbe facilmente attaccabile in sede giuridica. Se io arrampicando per esempio sulla via dell’Ideale sono stato colpito da una scarica non mi sarebbe difficile dimostrare che la perpendicolare da Punta Rocca non passa da lì. Dunque arrampicavo in piena legalità e io (o i miei eredi) dobbiamo essere risarciti. Ciò assodato, bene hanno fatto quelli del Comune a correggere l’ordinanza n. 24 con l’emissione della n. 25, che in effetti parla giustamente di via dell’Ideale e delle sue varianti.

Si è dunque ovviato in tempo a una grossa imprecisione con una correzione, ma a nostro parere sarebbe necessario includere nel divieto anche altre vie, aggiungendo i nominativi delle vie interessate dalla possibile caduta materiale, la cui linea di caduta non è così facilmente prevedibile. Oltre alla via dell’Ideale con le sue varianti d’uscita, la Messner e la Mariacher, potrebbero essere esposte anche la parte bassa della via Attraverso il Pesce, la via Italia, la via Fram, la via Fortuna, la via Fantasia, oltre alle varianti di minor conto di ciascuno di questi itinerari.

Giusto Callegari, variante d’uscita Mariacher alla via dell’Ideale, Marmolada, 23.07.1988
Giusto Callegari, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988

Considerazione di sostanza
Non si comprende come non si faccia alcun accenno alla transitabilità del ghiaione alla base della parete sud. E’ pur vero che il sentiero che dal rifugio Falier sale al Passo Ombretta si snoda a sufficiente distanza dalla parete stessa. Ma nulla vieta di pensare che, lungo il ghiaione, possa vagolare qualcuno, magari alla ricerca di residuati bellici.

Considerazione di fondo
Siamo alle solite. La comunità alpinistica viene come di norma trattata come ignorante e minacciata di adeguate sanzioni, proprio come si fa con i bambini quando non si sa come educarli.

Possibile che non si riesca mai ad avere, da parte dell’autorità, un atteggiamento che ci riconosca responsabilità? Possibile che non si riesca a sostituire la parola “divieto” con la parola “Attenzione, pericolo grave”?

In Italia ci riempiamo continuamente la bocca con la parola “divieto” anche quando è del tutto inutile. Se una cordata è così stolta da trovarsi, in quei giorni, su quelle vie dobbiamo cercarne il motivo nella non adeguata comunicazione, magari nella lingua diversa, ma certamente non nella volontà di trasgredire il divieto. Chi sano di mente può volontariamente andarsi a cacciare sotto la caduta di materiale da cantiere? Nessuno. Dunque, se lo fa, lo fa per ignoranza totale della situazione. Meglio perciò insistere sulla comunicazione adeguata e capillare, tralasciando di vietare, cosa del tutto inutile, offensiva e sospetta. Sospetta di volontà di mettersi al riparo da aggressioni giuridiche e ritorsioni mediatiche.

Consigliamo il Comune di Rocca Pietore di fare adeguati avvisi sui siti di arrampicata più importanti nei vari paesi, dei quali ci diciamo fin da subito disponibili a fornire gli indirizzi nel caso non si voglia provvedere a farlo con fatica propria.

Posted on Lascia un commento

I soprusi del Peñón de Guatapé

I soprusi del Peñón de Guatapé
di Franco Michieli

 

Forse non molti scalatori in Europa conoscono la meraviglia di granito che sorge isolata in Colombia, a circa 80 km di strada da Medellin: si chiama Peñón de Guatapé, ed è un monolito del tutto simile al più celebre Pan di Zucchero di Rio de Janeiro. A differenza di quest’ultimo, non sorge sul mare, ma culmina a quota 2137 metri in riva al ramificatissimo e spettacolare lago Embalse del Peñól, un’area di crescente interesse turistico e ambientale, ma anche sede di un movimento di arrampicatori che offre importanti occasioni sportive e formative ai giovani della regione.

SoprusiPenon.foto 1

Forse non sarebbe così importante parlarne se La Piedra, come viene anche detto il Peñón, non si trovasse da anni al centro di soprusi e ora di una battaglia di civiltà che, per il suo significato, riguarda anche noi.

La notizia di ciò che sta avvenendo rimbalza da un altro luogo magico dove si sta sviluppando l’arrampicata e il turismo ambientale come strumenti di formazione e di avvenire per i giovani delle comunità locali: il villaggio di Peñas, sull’altopiano della Bolivia, dove opera l’amico missionario e  alpinista Antonio Zavatarelli, sempre più apprezzato riferimento per andinisti e trekker che visitano il Lago Titicaca e la Cordillera Real (nel 2014 il suo collaboratore Davide Vitale ha ricevuto il Premio Meroni per il valore del suo impegno di volontariato). Di recente si è recato in Colombia a visitare il Peñón, ha fatto amicizia con lo scalatore Yon Monsalve, coordinatore dei giovani arrampicatori, e ora, di fronte alla situazione paradossale che si è creata, ci trasmette un appello a prendere posizione e a far sentire la nostra voce in aiuto degli scalatori colombiani e dell’ambiente del meraviglioso sito.

SoprusiPenon.foto 5.

SoprusiPenon-20-8309

Ecco in sintesi i fatti. Il Peñón de Guatapé, monolito isolato che sorge in un paesaggio di dolci colline con fattorie, sacro alle popolazioni precolombiane e oggi classificato come Patrimonio Cultural Regional de Antioquia (la regione dove si trova Medellin), ha cominciato ad attirare l’attenzione degli alpinisti nel XX secolo, venendo scalato nel luglio 1954.

In seguito però una famiglia di operatori turistici ha pensato di sfruttarne economicamente le attrattive, costruendo una rocambolesca scala di 740 gradini dentro una grossa frattura naturale del granito e, proprio in cima, un esercizio commerciale con belvedere.

Sulla parete nord del torrione sono dipinte due grandi lettere bianche, una “G” e una “U” incompleta. Tra i centri abitati di Guatapé ed El Peñol era una vecchia questione sulla proprietà del monolito, e i residenti di Guatapé avevano deciso di chiudere il discorso dipingendo a lettere enormi le iniziali della loro città “GU”. Ma gli abitanti di El Peñol se ne accorsero e vi furono tafferugli per fermare i lavori.

SoprusiPenon.foto 3

Lo sviluppo dell’arrampicata sportiva, che da diversi anni offre un’esperienza preziosa per la gioventù locale, potrebbe tranquillamente convivere con l’utilizzo turistico di massa, se non fosse per l’atteggiamento irresponsabile e prepotente della società di gestione della struttura, nota come Suceción Villegas.

In pratica, da molti anni i rifiuti solidi e liquidi della struttura turistica di vetta, frequentata da migliaia di visitatori, vengono semplicemente smaltiti buttandoli giù per i camini delle pareti, con grave rischio per chi si trovi sotto; fin dall’inizio degli anni 2000 gli arrampicatori con l’aiuto di abitanti del posto hanno organizzato periodici campi di raccolta rifiuti cercando di limitare il deterioramento ambientale, senza però riuscire a far fronte al degrado. Diversi esposti alle autorità locali hanno portato la gestione a costruire una vasca di raccolta dei rifiuti liquidi, però insufficiente, e in un’occasione a bruciare una massa di immondizia dentro una grotta vicina, che fino ad allora era meta di speleologi (soluzioni barbare utilizzate in passato anche presso nostre stazioni funiviarie e rifugi alpini, come ben sa Mountain Wilderness che ha organizzato imponenti ripuliture!).

SoprusiPenon-RockofGuatapé1

La situazione è letteralmente “precipitata” quando l‘11 dicembre 2015, mentre alcuni scalatori stavano affrontando una via nel settore noto come El traverso de los halcones, una gran quantità di detriti è caduta dalla soprastante area commerciale. Per trovare riparo, gli arrampicatori si sono inerpicati a proteggersi sotto un tetto della parete. Poco dopo l’amministratore della Suceción Villegas è arrivato in compagnia di poliziotti comunali di Guatapé intimando agli scalatori di evacuare la zona. I poliziotti prendevano le parti dell’operatore commerciale, ma durante la discussione un masso è caduto vicino a loro, al che hanno preferito andarsene.

SoprusiPenon-el-penon-de-guatape-3

 

Da allora il sito è stato costantemente occupato dai climber in forma di protesta, coordinati da Yon Monsalve, decisi a non abbandonare il campo fino a che non verranno rispettate le norme di legge sulla gestione ambientale del luogo e non venga riconosciuto il valore sportivo e formativo che assume l’arrampicata per la popolazione presso il Peñón de Guatapé. Tuttavia le autorità locali cui è stata presentata denuncia non paiono riconoscere il problema ambientale causato dall’attività commerciale, ma fingono che il problema sia quello dell’arrampicata.

Un nuovo ostacolo è emerso il 17 febbraio 2016, quando si è presentato un nuovo drappello di autorità e polizia del Distretto di Antioquia a sostegno di altri imprenditori che stanno delimitando un terreno ai piedi della Piedra per altre attività economiche, di nuovo cercando di impedire l’accesso alla parete. Per fortuna, fa sapere Monsalve, è in corso una contrattazione per salvaguardare una striscia di terreno ai piedi della Piedra che permetta il passaggio: «Stiamo preparando un progetto che preveda il mantenimento di un corridoio biologico alla base della parete, dove si ufficializzi la pratica dell’arrampicata come strategia sostenibile, e la comunità possa essere formata alla pratica sportiva. L’idea è di presentare il progetto alla nuova Amministrazione del Municipio di Guatapé, insediata a inizio 2016».

A sostegno della battaglia di Yon e dei suoi amici si è schierata l’organizzazione Comisión de Derechos Humanos “País Plural” dell’Università di Antioquia (riferimenti: Maria Alejandra Martínez, e-mail: [email protected] e Santiago Ramírez Sarabia, e-mail: [email protected]). Ma solo una pressione internazionale può convincere le autorità locali a comprendere la bontà di una gestione equilibrata e sostenibile dell’area, anche per evitare che una pessima immagine del luogo venga diffusa con danni al turismo.

Questo appello dovrebbe essere diffuso con ogni mezzo ciascuno abbia a disposizione, in attesa di intraprendere altre iniziative se si riscontrassero le possibilità, segnalando gli articoli ai responsabili di País Plural sopra indicati, a Yon Monsalve (e-mail: [email protected]) o ad Antonio Zavatarelli (e-mail: [email protected]). Casi come questo mostrano come anche l’arrampicata sia una via per migliorare il mondo.

Scalatori in presidio
SoprusiPenon.foto 6

Posted on Lascia un commento

Sanzioni pecuniarie contro tariffe

Sempre a proposito del bellissimo libro di Michael J. Sandel, Quello che i soldi non possono comprare – I limiti morali del mercato, Feltrinelli, 2013, ci piace riprenderne ancora una tematica, quella del paragone tra sanzioni pecuniarie e tariffe.

Questo tema ci porta per via direttissima a ciò che rappresentano, per la nostra moderna società le “preferenze” utili al mercato.

Francesca Rigotti scrive giustamente: “Il fatto è, in buona sostanza, che c’è qualcosa di moralmente sbagliato nel pensare (come sembra fare l’economia di mercato) di poter allegramente massimizzare le preferenze senza considerare il loro valore morale, perché, ed ecco il punto, non tutte le preferenze hanno uguale peso. E questo non l’ha certo scoperto Sandel bensì la critica liberal-egualitarista all’utilitarismo, che pure Sandel ha avuto il pregio di rispolverare e mettere in bella mostra. Non si possono mettere sullo stesso piano le preferenze per la velocità sulla strada, il fumo e, caso estremo, la pedopornografia, e quelle per la protezione dell’ambiente, la sicurezza stradale o il silenzio. La salute, l’ambiente e la procreazione non sono merci come televisori e frigoriferi, sono beni di altra natura e meritano diverso trattamento”.


Sanzioni pecuniarie contro tariffe
di Michael J. Sandel

SanzioniTariffe-Michael_Sandel_Me_JudiceQual è la differenza tra una sanzione pecuniaria e una tariffa? Vale la pena riflettere sulla distinzione. Le sanzioni pecuniarie contemplano una disapprovazione morale, mentre le tariffe sono semplicemente prezzi che non implicano alcun giudizio morale. Quando imponiamo una sanzione pecuniaria a chi getta l’immondizia per terra, stiamo affermando che gettare l’immondizia per terra è sbagliato. Gettare una lattina di birra nel Grand Canyon non solo impone costi per la pulizia, ma riflette una cattiva condotta che noi, come società, vogliamo scoraggiare. Supponiamo che la sanzione pecuniaria sia di 100 dollari e che un ricco escursionista decida che vale la pena avere la comodità di non doversi portare i vuoti fuori del parco. Egli tratta la sanzione pecuniaria come una tariffa e getta le lattine di birra nel Grand Canyon. Sebbene paghi, pensiamo che abbia fatto qualcosa di sbagliato. Trattando il Grand Canyon come un costoso cassonetto per l’immondizia, egli non è riuscito ad apprezzarlo in un modo appropriato.

Oppure consideriamo le aree di parcheggio riservate ai disabili. Supponiamo che un indaffarato imprenditore fisicamente sano voglia parcheggiare vicino al proprio cantiere. Per la comodità di lasciare l’auto in un posto riservato ai disabili, è disposto a pagare la sanzione pecuniaria piuttosto alta; la considera un costo del fare business. Benché paghi la sanzione pecuniaria, non pensiamo forse che stia facendo una cosa sbagliata? Egli tratta la sanzione pecuniaria come se fosse semplicemente una costosa tariffa di parcheggio. Ma così non ne coglie il significato morale. Trattandola come una tariffa, egli non riesce a rispettare i bisogni dei portatori di handicap e il desiderio della comunità di provvedere a loro predisponendo appositi spazi per il parcheggio.

La multa di 170.000 euro per eccesso di velocità
Quando le persone trattano le sanzioni pecuniarie come tariffe, trasgrediscono le norme che tali sanzioni esprimono. Spesso la società reagisce. Alcuni automobilisti benestanti considerano le multe per eccesso di velocità il prezzo da pagare per guidare alla velocità che desiderano. In Finlandia, la legge tende a contrastare questo modo di pensare (e di guidare) stabilendo le sanzioni pecuniarie sulla base del reddito del trasgressore. Nel 2003, Jussi Salonoja, l’erede ventisettenne di un’industria di salsicce, fu sanzionato con 170.000 euro per aver guidato a 80 chilometri all’ora in una zona con il limite di 40.

Salonoja, uno degli uomini più ricchi della Finlandia, aveva un reddito di sette milioni di euro all’anno. Il precedente record per la sanzione pecuniaria più salata per eccesso di velocità era stato quello di Anssi Vanjoki, un dirigente della Nokia, la compagnia di telefoni cellulari. Nel 2002, fu condannato a pagare 116.000 euro per aver attraversato Helsinki sulla propria Harley-Davidson a una velocità eccessiva. Un giudice ridusse la sanzione quando Vanjoki mostrò che il proprio reddito era crollato, a causa di un calo nei profitti della Nokia.

Quel che rende le multe finlandesi per eccesso di velocità delle sanzioni pecuniarie piuttosto che delle tariffe non è soltanto il fatto che variano col reddito. È anche l’obbrobrio morale che vi sta dietro – il giudizio che violare i limiti di velocità è sbagliato. Anche le imposte progressive sul reddito variano col reddito e tuttavia non sono sanzioni pecuniarie; il loro fine è aumentare le entrate, non sanzionare la produzione di reddito. La sanzione per eccesso di velocità di 170.000 euro della Finlandia mostra che la società non vuole soltanto coprire i costi della condotta pericolosa; vuole anche commisurare la punizione all’illecito – e al saldo del conto corrente di chi lo ha commesso.

Malgrado l’atteggiamento sprezzante nei confronti dei limiti di velocità da parte di alcuni ricchi individui che corrono al volante, la distinzione tra una sanzione pecuniaria e una tariffa non viene facilmente cancellata. In molti posti, essere fermati e sanzionati per la velocità eccessiva lascia ancora uno stigma. Nessuno pensa che l’agente stia semplicemente riscuotendo un pedaggio o che stia presentando al trasgressore il conto per la comodità di un tragitto più veloce. Recentemente sono incappato in una curiosa proposta che chiarisce bene il punto, mostrando a che cosa effettivamente assomigli una tariffa sulla velocità, a differenza di una sanzione pecuniaria sulla medesima…

SanzioniTariffe-66ae3b44df0a37556f92af7ffea3bf83_XL

Considerazioni nostre
Imporre una sanzione pecuniaria a chi, per esempio, percorre un fuoripista è dunque, secondo Sandel, sinonimo dell’affermare che andare in fuoripista in regime di divieto è sbagliato moralmente.

Le sue considerazioni sono valide per i casi che lui cita, vale a dire il gettare la lattina di birra nel Grand Canyon oppure il posteggio nell’area disabili oppure ancora l’eccesso di velocità.

Sono tutti e tre comportamenti che la maggior parte della gente sente come NON propri, alieni da una società civile. Teoricamente non ci sarebbe alcun bisogno di divieti per la maggior parte dei cittadini. Siamo tutti d’accordo, a parole; e quasi tutti d’accordo, a fatti.

Il caso del fuoripista o dell’arrampicata invece è molto più incerto. Il divieto è rivolto a tutti, ma non da tutti è condiviso eticamente. La maggior parte pensa che è diritto del singolo di fare attività sciistica e sportiva dove vuole e che fa parte del bagaglio di responsabilità individuale poter fare delle scelte. C’è il forte sospetto, nella maggioranza dei casi, che il divieto sia stato apposto sull’onda emozionale di qualche incidente e soprattutto per evitare eventuali grane politiche, giudiziarie e amministrative. C’è la quasi totale certezza che il divieto sia emesso ma faccia poi fatica, per pigrizia e inefficienza, a essere rimosso quando le condizioni siano mutate. C’è il sospetto che, se per qualunque motivo fosse possibile far pagare una tariffa per un percorso fuoripista o per la frequentazione di una falesia, di certo la quantità di divieti crollerebbe vistosamente. C’è infine il paragone con altre attività sportive, come ad esempio la balneazione, non soggette a regolamenti di alcun genere.

In conclusione sosteniamo che il ragionamento di Sandel è valido solo se esiste una vera condivisione etica e non quando la sanzione è comminata per aver infranto divieti senza alcun reale fondamento, bensì basati esclusivamente sulla moderna ossessione della sicurezza.

La Cresta del Leone del Cervino: La via normale italiana è stata più volte “chiusa” per ordinanza comunale: cosa mai successa per la via normale svizzera.
SanzioniTariffe-cervino1it

Posted on Lascia un commento

Vieto, dunque sono

Vieto, dunque sono

Ricevo dall’avvocato Luca d’Alba:
Dal 18 al 20 settembre 2015 ho organizzato un raduno d’arrampicata tra Timpa di san Lorenzo e Timpa di Falconara, con pernottamento in tenda davanti alla chiesetta di Sant’Anna. Siamo nel cuore del Parco Nazionale del Pollino. Considerato che l’evento è stato patrocinato dal comune di San Lorenzo Bellizzi è stato necessario dare comunicazione al Parco del Pollino dell’iniziativa. In prima battuta il Parco ha comunicato la fattibilità del raduno, dettando le sue prescrizioni per la salvaguardia dell’ambiente. La Guardia forestale, tuttavia, ha inteso mettere i bastoni tra le ruote affermando che Timpa di San Lorenzo è riserva naturale, per cui ogni attività è vietata o comunque subordinata all’autorizzazione dell’UTB (ufficio territoriale per la biodiversità).

Alla luce di ciò abbiamo evitato di arrampicare su Timpa di san Lorenzo e ci siamo dislocati sulla Falconara. Non paghi, gli uomini della Forestale hanno fatto miliardi di foto a noi che arrampicavamo e hanno scritto una relazione, chiedendo al Parco chiarimenti sulla legittimità dell’arrampicata nel suo territorio. Con la nota 10577 del 5 ottobre 2015 il direttore del Parco dr. Gerardo Travaglio, ha dichiarato, da un lato, che l’evento organizzato è compatibile con le esigenze di salvaguardia delle specie protette, dall’altro, però, che fino a che non verrà regolamentata, l’arrampicata è vietata in tutto il territorio del Parco. Sto mobilitando mezzo mondo per far fare un passo indietro al Parco. Ho scritto una diffida, che è sottoscritta da me come avvocato e da almeno altri sette colleghi. Arriverò fino al TAR per impugnare questo assurdo divieto”.

La Timpa di san Lorenzo, Parco Nazionale del Pollino
Parco Pollino, Timpa San Lorenzo e Barile

Considerazioni
Questo episodio è l’ennesimo tentativo di scoraggiare la libera attività degli appassionati di montagna e di arrampicata in territorio di Parco. Come giustamente è sottolineato dall’avvocato d’Alba, in nessun Parco l’arrampicata è vietata, anche se (aggiungiamo noi) qualcosa di questo genere è in atto nel Parco Nazionale dei Sibillini, sebbene i risultati deleteri provocati dai divieti siano sotto gli occhi di tutti.

E’ assai malcelato il disagio e il fastidio che provocano direttori di parco così limitati, così chiusi nella loro interpretazione restrittiva di ciò che dovrebbe significare un Parco per il cittadino.

Se aggiungiamo poi la lista di tutti i provvedimenti che si dovrebbero prendere e di tutte le iniziative che si dovrebbero favorire, senza che a questa lista si possa purtroppo mettere mano costruttivamente causa la cronica mancanza di fondi, beh allora sorge il sospetto che questi divieti siano un palliativo, solo per dimostrare che qualcosa si fa. Una dimostrazione però che non esula dai confini di una rigorosa autoreferenziazione, perché non convince nessuno.

Davvero questi direttori, che ci ostiniamo comunque a considerare persone competenti, hanno bisogno di vietare per dimostrare di esserci e di servire a qualcosa? O un quasi cartesiano “Veto, ergo sum” è alla base delle loro decisioni?

La diffida
Spett.le
Parco Nazionale del Pollino, Rotonda (CS),
Ministero dell’Ambiente, Roma

p.c. Corpo Forestale dello Stato

Oggetto: arrampicata e alpinismo nel Parco Nazionale del Pollino
In riscontro alla nota n. 10577 del 5.10.15 a firma del dr. Travaglio, anche in rappresentanza di…, che aderiscono alla presente, si evidenzia quanto segue.

L’affermazione secondo cui il raduno d’arrampicata menzionato nella detta missiva “causa disturbo” è destituita di qualsivoglia fondamento, in quanto priva di riscontri oggettivi di carattere scientifico o giuridico. Si invita pertanto codesto Ente o soppesare con estrema cura le proprie dichiarazioni, che potrebbero risultare offensive nei confronti di chi, come molti degli aderenti, ha combattuto battaglie in prima linea per la difesa dell’ambiente proprio nel territorio del Parco (si ricordino le vicende del canyon del Caldanello, della centrale del Mercure…)

Condividiamo l’opportunità di regolamentare la pratica dell’arrampicata (così come in tutti i parchi d’Italia, dove si è ben lungi dal vietare l’arrampicata), ma a condizione che ciò avvenga tenendo conto delle effettive esigenze di salvaguardia. In altri termini le limitazioni e i divieti non possono essere imposti in via teorica, ossia “ipotizzando” che la pratica dello sport “possa” arrecare disturbo all’avifauna e/o ai vegetali, essendo invece necessario uno studio sulla concreta esistenza di nidi o altre situazioni degne di tutela. Secondo i principi del diritto amministrativo, infatti, ogni provvedimento deve essere “ragionevole” e, soprattutto, “motivato”. Peraltro, una volta individuati i periodi e/o le aree oggetto di divieto, nei periodi e nelle aree residuali lo svolgimento dell’attività deve essere consentita sic et sempliciter, non potendosi imporre ai fruitori l’ulteriore onere di richiedere un’autorizzazione. Dati i precedenti, appare opportuno sottolineare che i provvedimenti di natura limitativa e cogente devono trovare espressa esplicitazione in norme e regolamenti, non potendo essere rimessi a indebiti poteri discrezionali da parte di funzionari del Parco.

Maria Lucia Venneri sulla terza lunghezza della Via di Marchino, parete sud-ovest di Timpa Falconara. Foto: Guido Gravame
Maria Lucia Venneri su L3 della Via di Marchino sulla parete Sud Ovest di Timpa Falconara


Assolutamente illegittima è infine l’adozione di un divieto assoluto di arrampicata a tempo indeterminato su tutto il territorio del Parco nelle more dell’adozione di “linee guida” la cui natura giuridica non è stata affatto chiarita. Tale provvedimento, oltre che illogico e immotivato, si pone in evidente contrasto con quanto affermato dallo stesso Parco, secondo cui la manifestazione d’arrampicata
de quo “può ritenersi compatibile con le finalità di conservazione”. È contraddittorio altresì rispetto alla precedente nota del 29 maggio 2015 a firma del dr. Milione, il quale ha confermato che nessun regolamento vieta a priori l’arrampicata all’interno del Parco.

Alla luce di quanto precede e tenuto conto della portata potenzialmente limitativa della libertà personale della nota del 5 ottobre 2015, ai sensi della L. 241/90 si chiede all’Ente Parco di prendere visione ed estrarre copia della nota di trasmissione del Coordinatore Territoriale VQAF dell’ing. Perrone agli atti dell’Ente al n. prot. 10245 del 29.9.15 e di ogni documento ad essa allegato, ivi espressamente compresa la nota a firma del Comandante Stazione CFS Civita, nonché di ogni altro atto e documento presupposto alla nota del Parco n. 10577 del 5.10.15.

L’accesso agli atti viene richiesto anche ai fini della tutela penale, atteso che nei giorni 19 e 20 settembre 2015 alcuni agenti del Corpo Forestale hanno inteso effettuare rilievi fotografici invasivi su mezzi e persone (anche del sottoscritto) sfiorando i limiti della persecuzione e comunque con intenti dichiaratamente intimidatori, nonché per i profili di abuso di potere riscontrabili nella nota del 5.10.15.

Stante la palese illegittimità sostanziale e l’irregolarità procedimentale della nota del 5.10.15 n. 10577, anche per l’evidente vizio di eccesso di potere, se ne chiede la revoca in autotutela nella parte in cui prevede la sospensione delle attività di arrampicata e alpinismo nel territorio del Parco, preannunciando in caso contrario ricorso al TAR.

Distinti saluti

Avv. Luca D’Alba
Avv. Vincenzo D’Alba
Avv. Nina Nigro
Francesco Colao, Gerardo Tarsia, Mattia Sposato, Giada Di Leo, Fabio Alfano, Marco Gagliardi, Giovannino Santagada, Rossella Bruno, Salvatore Romeo, Riccardo Quaranta, Giovanni Basile, Guido Gravame, Antonio Larocca, Roberto De Marco, Antonio Mancino, Ferraro Francesco, Angelo Laino, Mino D’Amico, Marco Rigliaco, Anna Ruscelli, Domenico Riga, Maria Giovanna La Scalea, Nino Gagliardi, Luigi Manghisi, Francesco Serianni, Nino Abbracciavento, Ettore Angiò, Simonetta Sechi, Anna De Salvo, Antonio Sangineto, Renzo Ruscelli, Maria Taverniti, Stefania Emmanuele, Maria Tripodi, Tina Zaccato, Vincenzo Maratea, Franco Piccaro, Carmine Lo Tufo, Giovanna Barcello, Alessandro Galasso, Sara Crivella, Wieke De Neef, Nino Ricci, Chiara Torchia, Massimo Gallo, Leonardo Santoro, Salvatore Mustari, Domenico Ippolito, Filippo Capurso, Rosanna Riccelli, Francesco Di Trani, Franco Formoso, Claudio Pileggi, Domenico Bloise, Imma Canonica, Giuseppe Cesarini, Daniela Stanziani, Antonio Ferrigni, Eleonora Russo, Domenico Calopresti, Giuseppina Carrieri, Luigi Vincitore, Gabriele Percoco, Gilberto Peroni, Monica Venneri, Domenico Puntillo, Pasquale Larocca, Lorenzo Zaccaro

(la lista dei firmatari è in corso di formazione)”.

Su questo sito si può firmare la petizione:
https://www.change.org/p/ente-parco-nazionale-del-pollino-rotonda-pz-non-vietiamo-l-arrampicata-nel-parco-nazionale-del-pollino?recruiter=400576496&utm_medium=email&utm_campaign=share_email_responsive

Posted on Lascia un commento

Quel che un non-vedente riesce a vedere

Quel che un non-vedente riesce a vedere

Il 3 agosto 2015 Gabriele Scorsolini, giovane quindicenne non-vedente, accompagnato dall’amico (e guida) Paolo Caruso e da Luigi Martino, è riuscito a salire la via normale della Punta Anna nei Monti Sibillini (la via Vagniluca-Cecchini-Kamenicky, 1969, AD+ con variante finale di IV e V).

La prima salita alpinistica di Punta Anna effettuata da un non-vedente, al di là della notizia, ha messo in evidenza alcune gravissime criticità che sono conseguenza non solo dei regolamenti del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ma soprattutto della scarsa disponibilità di questo Ente ad accettare il dialogo per concertare soluzioni condivise e giuste.

L’avvicinamento a Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-02 Paolo e Gabriele prima di P. Anna

Eppure qualsiasi cittadino auspica che una Pubblica Amministrazione lavori per il bene comune anche introducendo regolamenti intelligenti o quantomeno sostenibili e sufficientemente in armonia con le normative italiane ed europee.

Quando sono in montagna e quando arrampico mi sento libero, una libertà difficile da raggiungere nella vita quotidiana. Non vedere non è un problema, posso sviluppare altre percezioni… questa è una cosa importante che trovo nell’arrampicata e nella montagna. Ho avuto la fortuna di iniziare imparando le tecniche del Metodo Caruso direttamente con l’ideatore, cosa che mi permette di muovermi liberamente e in modo corretto ma soprattutto di capire e di sviluppare le intuizioni che sono determinanti quando arrampico”.

Gabriele arrampica da pochi mesi ma ha già sviluppato una capacità che molte persone vedenti impiegano anni per raggiungerla.

Nella ripida discesa verso l’attacco della Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-03 la ripida discesa verso P. Anna

Per me arrampicare non è difficile, mi diverto tantissimo, la difficoltà principale la trovo forse nei sentieri intermedi, né facili né difficili. Se riesco a poggiare le mani, posso controllare bene il mio peso e utilizzare le gambe al meglio, mentre i sentieri con molte irregolarità mi costringono a una camminata più lenta e faticosa. Lavorare sulla tecnica è fantastico, già solo avendo imparato a controllare il “doppio peso” le mie potenzialità si sono moltiplicate. Arrampicherei sempre, falesia, montagna, ovunque. Arrampicare in un certo modo mi fa “guardare” lontano e mi aiuta a capire i pericoli e anche le deformazioni e le false illusioni dell’ambiente della scalata. Sono contentissimo di ottenere dei risultati, ad esempio di aver salito Punta Anna, ma so che quello che voglio è imparare, migliorare, ma soprattutto capire e stare a contatto con la natura, con la roccia e con le persone con cui sono in sintonia e di cui mi fido”.

Anche per quanto riguarda i lunghi avvicinamenti, tipo quello di Punta Anna, Gabriele ha qualcosa da dire: “La montagna per me è libertà, ma da quando sono venuto a conoscenza della discriminazione che subiamo noi alpinisti nei Monti Sibillini ho capito che i veri limiti da superare per l’umanità sono l’ignoranza e la mancanza di umiltà. Chi riveste ruoli di potere dovrebbe stabilire regole giuste e non certo discriminatorie. Non potendo vedere sono molto sensibile al rumore e alla velocità dei mezzi a motore e per questo sono convinto che anche i camosci sono disturbati da queste cose, ma non certo dall’alpinismo. I camosci vanno d’accordo con gli alpinisti, lo capisco io a quindici anni ma sembra che non lo capiscano i signori del Parco… Mi sono informato molto su tutta la questione per capire che simili divieti sono assurdi: per esempio al Gran Sasso non sono mai stati imposti divieti a seguito dell’introduzione dei camosci e i camosci si sono moltiplicati subito.

Gabriele in arrampicata sulla Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-04 Gabriele in arrampicata

Nei Sibillini si verificano cose incredibili, si vieta l’alpinismo e allo stesso tempo si consente il transito ai mezzi motorizzati. Vorrei dire a chi ha scritto il regolamento 384 e a tutti i funzionari del Parco che li invito a venire con me in montagna, non certo per competizione, anche soltanto a camminare ma dopo averli bendati, così che possano provare quello che io provo: sono sicuro che acquisterebbero altri occhi, ma non quelli che permettono di vedere quanto invece quelli che permettono di capire, gli occhi interiori, così come sono sicuro che si spaventerebbero di più per il rumore improvviso di una moto che scorrazza invece che per il passaggio degli alpinisti.

In più, dopo aver salito Punta Anna, (secondo il regolamento) saremmo dovuti scendere con la pioggia per un sentiero che non è adatto a me e non è neanche tracciato invece che percorrere uno dei sentieri ufficiali che sono utilizzati da tutti ma, secondo i signori del Parco, vietati a noi alpinisti.

A volte rimango stupito dalla scarsa lungimiranza dei “vedenti”: non è difficile capire che bisogna accettare il dialogo per fare bene le cose e soprattutto ascoltare le persone più competenti perché non ascoltare queste persone equivale a far dilagare la degenerazione e l’ingiustizia. Al Direttore vorrei dire che non sono contrario alla caccia, anche mio padre è cacciatore, ma forse sarebbe il caso che un cacciatore come il direttore del Parco capisse che gli alpinisti non fanno alcun danno, almeno quelli ben preparati come ritengo che noi siamo, al contrario dei cacciatori che bene o male uccidono gli animali. Come i cacciatori possono cacciare dove e quando consentito, in quanto esperti nel loro settore, così gli alpinisti dovrebbero poter fare gli alpinisti nel loro territorio, cioè nelle montagne, per le competenze che hanno, magari insieme ai camosci con cui non c’è alcun conflitto. Che vietino il transito dei mezzi a motore nelle zone critiche, ma non l’alpinismo! Come si fa a non capire la differenza tra le due attività? Il giorno della salita a Punta Anna non abbiamo incontrato alcun camoscio nella zona della parete; invece li abbiamo visti e ho sentito i loro richiami da un’altra parte, sul M. Bove Sud. E allora, signori del Parco, cosa facciamo? Diciamo ai camosci che devono andare a Punta Anna e li obblighiamo a starci o togliamo il divieto da Punta Anna e vietiamo il passaggio agli uomini sul M. Bove Sud…?”.

Gabriele sale le lame del traverso
QuelcheunNonVedente-Sibillini-06 Gabriele sale le lame del traverso

Gabriele da capocordata. Luigi Martino lo assicura. Foto Paolo Caruso
QuelcheunNonVedente-Sibillini-07 Gabriele da capocordata con Paolo

Gabriele sull’ultima lunghezza della via
QuelcheunNonVedente-Sibillini-08 Gabriele sale l'ultimo tiro

Gabriele e Paolo in vetta alla Punta Anna
QuelcheunNonVedente-Sibillini-10 Sulla vetta di P. Anna

Il ritorno con temporale per il sentiero VIETATO agli alpinisti
QuelcheunNonVedente-Sibillini-11 il ritorno con temporale per il sentiero VIETATO agli alpinisti

I camosci incontrati sul M. Bove Sud (e non a Punta Anna)
QuelcheunNonVedente-Sibillini-12 i camosci li incontriamo sul M. Bove SUD e NON a P. Anna

Posted on Lascia un commento

Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Monti Sibillini: quando tornerà il sereno?

Anche sui Monti Sibillini dopo le impetuose bufere prima o poi dovrà tornare il sereno. A quanto sembra, più poi che prima. Chi volesse, per comodità, qui sotto trova lista completa dei nostri post su questo delicato e complesso argomento.

31 dicembre 2013 Numero chiuso nel Parco dei Sibillini?
15 marzo 2014: Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della Natura?
8 ottobre 2014: Accordo Parco dei Sibillini – Guide Alpine
8 novembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 1
4 dicembre 2014: La lunga notte dei Sibillini 2
4 gennaio 2015: La lunga notte dei Sibillini 3
19 gennaio 2015: Monti Sibillini, una possibile alba

Sono passati nove mesi e ancora il pargolo non nasce, anzi. L’occasione per riprendere l’argomento è data da una lettera che la guida alpina Paolo Caruso ha spedito l’11 agosto 2015 al Prefetto di Macerata, con oggetto: richiesta chiarimenti regolamenti con possibili discriminazioni – Parco Nazionale Monti Sibillini.
Crediamo che già con queste righe ci si possa fare idea della poca chiarezza che regna in una Pubblica Amministrazione, come è quella de Parco dei Sibillini, e dell’evidente difficoltà di comunicazione tra le parti.
In conoscenza sono parecchi altri soggetti, tra i quali Matteo Renzi e vari Uffici del Consiglio dei Ministri.

Gabriele Scorsolini guidato da Manfredi Caruso sul M. Bicco. Foto: Paolo Caruso
?

Ecco il testo (qui è il documento in pdf):
“Il sottoscritto Paolo Caruso, in qualità di professionista della montagna, Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo, non riuscendo ad avere chiarimenti in merito alle gravi disposizioni del nuovo regolamento DD. 384 del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (ALLEGATO A), relativamente agli avvicinamenti ed agli allontanamenti delle salite alpinistiche nell’area del M. Bove Nord, che sembrerebbero ledere la libertà personale e le scelte professionali, oltre a sembrare discriminatorie ed essere potenzialmente pericolose per la Pubblica Sicurezza e per il mantenimento dell’Ordine Pubblico, con la presente si rivolge alla Sua Spettabile Autorità con la speranza di avere chiarimenti in merito a tali disposizioni anche al fine di essere sicuro che il detto DD 384 sia stato emanato nel rispetto della Costituzione e delle leggi italiane, oltre che internazionali.

Premessa
Nel gennaio 2009 l’Ente Parco impone un divieto per le attività alpinistiche, definito “temporaneo”, per tre mesi a seguito dell’introduzione del Camoscio appenninico. Tale divieto, che ha penalizzato fortemente gli alpinisti e in particolare i professionisti della montagna, come il sottoscritto, è stato poi prolungato per oltre 5 anni fino al 2014. L’8 luglio 2014 l’Ente Parco dichiara in una conferenza pubblica che il divieto verrà eliminato entro il mese di luglio 2014 e sostituito da una nuova regolamentazione. Nonostante ciò e nonostante il sottoscritto avesse informato l’Ente Parco della salita alpinistica a Punta Anna (M. Bove Nord), come da indicazioni dell’Ente stesso, effettuata il 19 agosto 2014, una sanzione viene elevata dal Corpo Forestale su richiesta dell’Ente Parco alla mia persona durante l’esercizio della professione. Il ricorso relativo a tale sanzione presentato dal sottoscritto al Presidente della Repubblica è attualmente in esame presso il Consiglio dei Ministri.

Paolo Caruso sul Pilier Sibillino
SibilliniTorneràSereno-05 P. Caruso su Pilier Sibillino

Sempre nell’agosto 2014 viene pubblicato all’Albo Pretorio il DD 384 senza che i documenti relativi a tale pubblicazione fossero allegati o resi reperibili e disponibili alla consultazione, violando quindi le normative sulla informazione, partecipazione e trasparenza in tema ambientale, come stabilito dalla Convenzione UNECE di Aarhus oltre alla legge italiana 241/90. Inoltre, alcune richieste di modifica relativamente all’atto pubblicato all’Albo sono state inviate nei termini di legge dal sottoscritto e dal dr. Marco Speziale, ma lo stesso Ente Parco, pur dichiarando che tali richieste erano state “in parte accolte” (ALLEGATO B) senza aver mai specificato quali fossero, insiste nell’applicare il DD 384 senza che esso abbia subito alcuna modifica e neanche una ripubblicazione all’Albo, come richiesto invece dalle normative sopra indicate.

Si fa presente, inoltre, che se da un lato è stata vietata dall’Ente Parco per quasi sei anni la pratica dell’alpinismo al M. Bove Nord impedendo perfino l’esercizio della professione alle Guide Alpine, professione che non è di impatto e si esegue senza mezzi a motore, allo stesso tempo l’Ente Parco medesimo consente l’accesso ai mezzi motorizzati perfino nella stessa area del M. Bove Nord (quella vietata, dunque, perfino alle Guide Alpine), per le “attività produttive” e per le attività “agro-silvo-pastorali” ma anche per progetti sperimentali o per attività non legate alle funzioni menzionate agro-silvo-pastorali (vedi ad esempio il “discusso” Progetto Praterie Altomontane). Ma stando a quanto sopra esposto, si precisa che anche le Guide Alpine svolgono un’attività produttiva (ALLEGATO C, fattura professionale relativa alla salita alpinistica che ha determinato la sanzione). Alle richieste di chiarimento sul perché di questa grave e assurda discriminazione l’Ente Parco non ha mai risposto mentre il Corpo Forestale, anch’esso interpellato, fornisce alla richiesta del sottoscritto (ALLEGATO D) una risposta non certo esaustiva (ALLEGATO E), nella quale si specifica soltanto che i mezzi a motore autorizzati possono accedere all’area “critica” per le motivazioni sopra indicate. Ma allora, perché si riserva alle guide alpine un trattamento così diverso e penalizzante se non propriamente discriminatorio?

Marta Zarelli su Dittatura Democratica. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno--06

Fatto
Il DD 384, regolamento che è irregolare e dovrebbe comunque essere annullato per i vizi di forma sopra indicati, contiene disposizioni relative agli avvicinamenti alle pareti alpinistiche del M. Bove e agli allontanamenti dalle stesse, appellati “rientri” nel regolamento suddetto, che sembrerebbero ledere perfino i più basilari diritti della libertà personale, come sopra indicato, con la possibilità di mettere perfino a rischio la Pubblica Sicurezza e l’Ordine Pubblico. In pratica, con il DD 384 si discriminano gli alpinisti rispetto agli escursionisti: questi ultimi possono percorrere tutti i sentieri esistenti e ufficialmente percorribili, mentre gli alpinisti vengono obbligati dalle disposizioni suddette a percorrere soltanto un sentiero prescelto e imposto dall’Ente Parco o, al massimo, a scegliere tra due sole possibilità impedendo comunque un libero passaggio sui sentieri esistenti. Non si riesce a comprendere il motivo di questa discriminazione: perché gli alpinisti nei Monti Sibillini non possono scegliere il sentiero su cui camminare come avviene invece per qualsiasi escursionista nella stessa area e per tutti gli alpinisti che frequentano qualsiasi altra montagna italiana e del mondo?

La richiesta di chiarimenti effettuata dal sottoscritto all’Ente Parco prima e al Corpo Forestale dopo (ALLEGATO F) ha ricevuto soltanto risposte vaghe e approssimative, tutt’altro che chiare ed esaustive (ALLEGATO G e ALLEGATO H).

Inoltre il sottoscritto, come professionista, ha il dovere di scegliere adeguatamente il sentiero di avvicinamento e di allontanamento a seconda delle condizioni meteorologiche e delle possibilità delle persone che si trova a condurre, dell’orario, ecc., onde evitare di mettere a rischio l’incolumità delle persone di cui è responsabile. Durante la 1a salita alpinistica di Punta Anna effettuata insieme a un ragazzo quindicenne non-vedente, avvenuta il 3 agosto 2015, il sottoscritto ha deciso di NON rispettare il DD.384 per non mettere in pericolo il ragazzo stesso, con la possibilità di subire un’altra assurda e insensata sanzione. Infatti, il sottoscritto avrebbe dovuto “costringere” il ragazzo non-vedente a seguire, secondo le disposizioni dell’Ente Parco, il sentiero denominato n. 4 nello stesso DD 384, che di fatto oltre a non essere tracciato è privo di adeguata segnaletica e quindi praticamente impossibile da seguire: il sottoscritto ha pertanto ritenuto opportuno percorrere un sentiero molto più adatto al ragazzo, ma vietato agli alpinisti perfino con disabilità particolari, pur essendo utilizzato regolarmente da tutti gli escursionisti.

Perché l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che, oltre ad essere irregolare per vizi di forma, potrebbe mettere in pericolo non solo le persone così dette “normali” ma perfino penalizzando e discriminando le persone disabili? Tutto ciò è regolare? Le normative italiane ed europee vengono così rispettate?

Si sottolinea, inoltre, che non sono soltanto i professionisti e i disabili ad essere penalizzati e discriminati dal DD 384 ma tutta la comunità degli alpinisti. Infatti, il prerequisito che è alla base dell’alpinismo prevede e richiede la valutazione anche degli itinerari da effettuare che devono essere scelti a seguito di una libera valutazione interpretativa in accordo e in armonia con tutti gli altri fattori che rientrano in particolare nella pratica dell’attività alpinistica, anche per ovvie questioni di sicurezza!

Marco Todisco su Comandante Massud. Foto: Paolo Caruso
SibilliniTorneràSereno-11 Marco Todisco su Comandante Massud foto P. Caruso

Conclusioni
Considerando quanto sopra, sono a chiedere quanto segue:

1) È lecito discriminare gli alpinisti con un regolamento come il DD. 384 che impedisce agli stessi di percorrere i sentieri esistenti e normalmente utilizzati dagli escursionisti?

2) È lecito discriminare l’attività produttiva delle guide alpine, vietandone l’esercizio professionale, rispetto a quelle consentite ed effettuate con mezzi a motore che, oltre ad essere evidentemente a forte impatto ambientale, sono tra le principali cause di disturbo per il Camoscio appenninico introdotto nell’area del M. Bove?

3) È lecito mantenere in vigore un regolamento come il DD 384 nonostante i vizi di forma, la mancata ripubblicazione all’Albo Pretorio con le modifiche richieste nei termini di legge e la mancata possibilità di poter consultare i documenti che non sono stati allegati e resi disponibili alla consultazione nel momento della pubblicazione del regolamento all’Albo stesso, oltre agli elementi sopra indicati che appaiono come discriminatori?

Considerando che dopo sei (6) anni dall’imposizione del divieto alpinistico temporaneo di tre (3) mesi, di innumerevoli tentativi di dialogo con l’Ente Parco e di richieste di chiarimenti rivolte anche ad altre autorità preposte al fine di vedere rispettati i diritti degli alpinisti e dei professionisti della montagna, non si riesce ad avere le risposte del caso, tra cui in particolare alle tre (3) domande sopra indicate, si confida in un Suo cortese riscontro e ringraziandoLa per l’attenzione prestata, nonché rimanendo a Sua disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti, invio cordiali saluti.

Paolo Caruso
Guida Alpina – Maestro d’Alpinismo
www.metodocaruso.com

Paolo Caruso su Dittatura Democratica
SibilliniTorneràSereno-08 P. Caruso su Dittatura Democratica

Considerazioni
Come si vede, dopo quasi sette anni le domande sono importanti.
Perché gli alpinisti sul M. Bove non possono percorrere i sentieri che sono aperti a tutti, scegliendoli liberamente, come invece avviene per qualsiasi escursionista che transita nella stessa area?

Come verrebbero effettuati i controlli lungo i sentieri accessibili solo agli escursionisti, per individuare e sanzionare gli alpinisti? Sono previste perquisizioni agli zaini di coloro che percorrono i sentieri con lo scopo di bloccare chi possiede corde e moschettoni e allo stesso tempo lasciare il libero passaggio agli escursionisti?

Qualora si verificassero incidenti a danno di qualche alpinista, dovuti all’imposizione del percorso da seguire per l’avvicinamento/allontanamento alle/dalle “Vie”, così come stabilito nel D.D. n. 384, a chi verrà imputata la responsabilità? A coloro che hanno elaborato/deciso i percorsi che gli alpinisti devono seguire obbligatoriamente (l’Ente Parco che lo ha sviluppato in collaborazione con il Collegio delle Guide Alpine delle Marche) o a chi lo ha ritenuto valido e lo ha fatto divenire effettivo? Oppure la responsabilità verrebbe a cadere sulle Autorità preposte al controllo che pur essendo state avvertite sembrerebbero non essere intervenute per correggere le “anomalie” e criticità?

Perché alcuni mezzi motorizzati autorizzati possono scorrazzare liberamente perfino al di fuori delle sedi stradali e perfino nella zona critica vietata all’alpinismo?

Perché i mezzi motorizzati autorizzati circolano liberamente per “fini produttivi” nella zona vietata all’alpinismo, passando addirittura sui prati relativi all’area in discussione quando, allo stesso tempo, si è vietato ai professionisti della montagna l’accesso e per ben 6 anni non gli sono state concesse autorizzazioni ma anzi gli sono state perfino elevate sanzioni? Si possono discriminare i “fini produttivi” in base alla tipologia delle differenti attività, consentendo incredibilmente quelli a più elevato impatto ambientale (i mezzi a motore) e non quelli a basso impatto (l’alpinismo per tutti e l’attività delle guide alpine)? Su quale criterio si basa la “scelta” di un’attività con “fini produttivi” leciti e legali per rilasciare le autorizzazioni? E’ sensato e lecito tutto ciò?

Se il DD. 384 del Parco dei Sibillini non è regolare per vizi di forma, perché continua ad essere applicato?

Quali sono gli organi preposti al controllo di una Pubblica Amministrazione come è l’Ente Parco?

Perché si permette l’accesso dei mezzi motorizzati anche relativamente al Progetto Praterie Altomontane, perfino al di fuori delle sedi stradali e nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo, nel momento in cui lo stesso progetto esclude l’utilizzo dei mezzi a motore?

Paolo Caruso, dopo anni di tentativi di dialogo con l’Ente Parco, fa il punto sulla situazione: “Non ci sono parole per definire quanto accade nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini… il fatto che il Parco sia tra gli ultimissimi posti per frequenze turistiche non è certo un caso e la dice lunga sulla situazione e sul tipo di gestione. Se pensiamo poi che la gran massa di turisti si concentra a Norcia soprattutto per la fioritura di Castelluccio e in pochissimi altri luoghi… la situazione è preoccupante e allarmante. Abbiamo cercato di spiegare molte volte, ricordando le normative nazionali e internazionali, che i parchi sono stati istituiti per due ragioni principali: salvaguardare la natura e, allo stesso tempo, creare opportunità, favorendo soprattutto le attività a basso impatto ambientale, come quelle tradizionali, non ultimi l’alpinismo, l’escursionismo, lo scialpinismo, ecc. Tra divieti e sanzioni nel territorio si respira un’aria come se si volesse allontanare qualsiasi forma di turismo che non sia quella culinaria e di turismo sulle strade, o sul grande anello dei Sibillini ove, per altro, si sono verificate diverse criticità, non ultima quella relativa ai rifugi del parco chiusi.

Paolo Caruso su Ultimi Cavalieri
SibilliniTorneràSereno-09 P. Caruso su Ultimi Cavalieri

Per quanto riguarda i sentieri, le ingenti somme economiche investite, ad esempio, si parla di diverse centinaia di migliaia di euro, è tale da lasciare perplessi vista la situazione attuale e considerando anche tutte le criticità emerse a tal proposito, segnalate anche su questo blog. Ci si domanda come possa ancora sussistere una tale situazione caotica nonostante i suddetti stanziamenti pubblici ma anche per quanto previsto dal Protocollo d’intesa del 15 settembre 2014 tra Federparchi e CAI, in cui si ribadiscono i compiti del Sodalizio di “provvedere al tracciamento, alla realizzazione e alla manutenzione dei sentieri”. Inoltre, sarebbe apparso sicuramente più logico e di qualità avvalersi anche del parere dei professionisti della montagna locali (Guide Alpine, Accompagnatori, Guide escursioniste, Guide parco), che conoscono bene i percorsi della zona, onde ovviare alle problematiche ben note presenti in questo territorio.

Se poi ricordiamo le tre multe ricevute da Luigi Nespeca relativamente alla conduzione del cane al guinzaglio perfino nei sentieri privi di segnaletica opportuna e accessibili ai cavalli, ai muli, alle mountain bike oltre che ai cani senza guinzaglio utilizzati per il censimento delle coturnici, per la pastorizia, ecc., la situazione appare ancora più grottesca.

Dobbiamo solo evitare di prestare il fianco a possibili attacchi accaniti del Parco in quanto la situazione è ora particolarmente accesa: pensa che alcuni di noi stanno valutando una possibile querela per violazione della Privacy da parte del Parco (eh già, ne commettono di tutti i colori e neanche lo vogliono ammettere).

Che siano particolarmente nervosi lo si vede anche da questo documento del 30 luglio 2015. E’ una comunicazione del Parco che riguarda un altro capitolo, il loro errore di aver divulgato il Verbale della riunione dell’8 luglio 2014 con i dati personali di molte persone presenti (telefono, e-mail, ecc) senza alcuna autorizzazione degli stessi. Invece di cercare di rimediare nel migliore dei modi cercano di difendersi attaccando, come quando si è con le spalle al muro… Tra le varie cose, propongono che io cancelli dal Verbale che hanno inviato a me, e che è stato mandato perfino in Europa come allegato alla chiusura del Progetto sul Camoscio, alcuni nomi delle persone… ed è pure un pdf! Scrivono pure che i nostri commenti sul Gogna Blog “si sarebbero spinti oltre la critica” e quindi messo in cattiva luce il Parco. Non il loro operato, bensì i nostri commenti!

Per tutto questo ho deciso di alzare il tiro e andare avanti. Questi signori ancora sembrano non aver capito che hanno il dovere, soprattutto in tema ambientale, di informazione e trasparenza, anche nel caso in cui nessun cittadino chieda di poter visionare i documenti, figuriamoci quando lo si chiede, come nel nostro caso. Per come li ho sentiti nervosi, potrebbero aver ricevuto qualche avviso da qualche autorità da noi interpellata…

Pertanto, ecco la mia risposta alla comunicazione del Parco del 30 luglio 2015. Rispondo punto per punto sull’argomento “privacy”, poi però:
– li richiamo a una maggiore osservanza della legge, come Pubblica Amministrazione;
– contesto alla loro comunicazione la continua serie di imprecisioni e affermazioni non vere;
– li richiamo anche sul tono piccato, minaccioso e accusatorio che caratterizza le comunicazioni a me da loro inviate”.

Posted on Lascia un commento

Etna libera

Etna libera
(tratto da www.etnalife.it e rielaborato)
Il Comitato Etnalibera chiede il ripristino del libero escursionismo nell’area sommitale dell’Etna e della libera fruizione degli eventi eruttivi.

Rendere nuovamente libero l’escursionismo nell’area sommitale dell’Etna e rendere fruibili in sicurezza gli eventi eruttivi. È quel che chiede il Comitato Etnalibera, costituitosi nel mese di giugno 2015 fra diversi soggetti, associazioni, siti internet, operatori, liberi cittadini: AGAI (Associazione Guide Alpine Italiane), CAI, Regione Sicilia Onlus, Etnalife, Etnasci, Etnaviva, Etnawalk, Federescursionismo Sicilia, FIE (Federazione Italiana Escursionismo), Piuma Bianca; e i singoli cittadini Vincenzo Agliata, Giambattista Condorelli, Piero Giuffrida, Walter Gulisano, Giuseppe Riggio, Bruna Volpi. Il Comitato ha nominato portavoce Sergio Mangiameli e Giuseppe Riggio.

EtnaLibera-etnalife_etnalibera_foto

Storia
Il vulcano è intimamente legato alle popolazioni che vi abitano sin da tempi remoti. I popoli dell’Etna e i viaggiatori di tutte le epoche, dall’imperatore Adriano ai protagonisti del Grand Tour, e poi gli scrittori da Omero a Virgilio sino a Goethe e De Amicis, e gli scienziati, da sempre si sono avvicinati all’Etna con timore e rispetto, ma anche con voglia di scoprirne i misteri. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato di raggiungere la “bocca degli inferi”, ovvero la voragine principale dell’Etna, per lanciare uno sguardo in quell’orrido e meraviglioso baratro che nasconde i misteri della “montagna”; e in tutti i tempi i popoli etnei sono arrivati a pochi passi da quel “fuoco” che, avanzando ora lento, ora furioso, ingoia terre e colture.
Negli ultimi anni, purtroppo, nelle autorità preposte ha prevalso una logica restrittiva indirizzata alla politica del divieto. Una situazione che ha allontanato l’Etna dagli etnei, interrompendo un rapporto millenario. Inizialmente gli eventi eruttivi sono stati vietati da ordinanze prefettizie. Nel 2013 è stato emanato dalla protezione Civile un regolamento di fruizione (Procedure di allertamento rischio vulcanico e modalità di fruizione per la zona sommitale del vulcano Etna) che vieta l’escursionismo libero in vetta, se non con l’ausilio di personale abilitato ai sensi di legge e in situazione di “criticità ordinaria”, ovvero in assenza di attività. Ancor più stringenti i divieti in caso di fenomeni vulcanici, anche abbastanza comuni, o di eruzioni, che impediscono di raggiungere i fronti lavici.
Una situazione che cancella il secolare rapporto fisico ed emotivo che le popolazioni etnee hanno sempre avuto con il vulcano su cui vivono.

Etnalibera
Contro questa situazione associazioni e cittadini si sono battuti cogliendo risultati parziali, come l’eliminazione dei divieti in Valle del Bove, tuttavia ancora lontani da una fruizione piena. Il Comitato Etnalibera, riunendo un gran numero di soggetti a cui sta a cuore il rapporto con la propria “montagna”, chiede una nuova regolamentazione per la fruizione della vetta dell’Etna e degli eventi eruttivi. Dopo un ampio confronto interno al comitato, è stato redatto un documento condiviso che può servire come base di partenza per l’istituzione di un tavolo tecnico-politico che affronti una volta per tutte la questione, attribuendo al Parco dell’Etna il compito della fruizione.

Nel documento Perché l’Etna non si può vietare, elaborato da Etnalibera, si legge, fra le altre cose, che i divieti sarebbero in contrasto con il diritto di circolazione dei cittadini tutelato costituzionalmente dall’art.16, e che contraddicono la presenza dell’Etna fra i Beni Patrimonio dell’Umanità UNESCO, poiché il territorio dovrebbe, al contrario, essere pienamente vissuto anche per non perdere i benefici derivanti dal “richiamo turistico che esercita l’Etna in occasione delle sue possenti manifestazioni eruttive ed esplosive”.

Etnalibera propone di restituire all’Ente Parco la piena responsabilità di regolamentare e gestire la fruizione dell’area protetta, monitorare il numero degli accessi giornalieri in vetta e aumentare il livello di informazione agli escursionisti e predisporre dei piani di fruizione degli eventi eruttivi.

Nicolosi, 10 luglio 2015
EtnaLibera-etnalibera_10_07_2015-722x505

Manifestazione
Il 10 luglio 2015 si è svolta a Nicolosi, nel piazzale del Museo della Civiltà Contadina, la presentazione del documento Perché l’Etna non si può vietare. Hanno partecipato circa duecento cittadini, nonché amministratori e politici del catanese. La Presidente del Parco dell’Etna, Marisa Mazzaglia, si è impegnata a convocare un tavolo tecnico-politico per discutere dell’esigenza di una nuova regolamentazione per la fruzione dell’area sommitale e degli eventi eruttivi, a cui sarà invitata una delegazione di Etnalibera.

Lo Studio Legale Onida ha inviato al Prefetto di Catania, per conto del Collegio delle Guide, una lettera nella quale vengono espressi forti dubbi sulla legittimità del contestato regolamento e delle ordinanze via via emanate.

Ordinanza 11 luglio
Un primo effetto della manifestazione si è già avito il giorno dopo, 11 luglio: il Prefetto di Catania, nel tentativo di estromettere le guide dalla battaglia in corso, ha emanato un’ordinanza di alleggerimento del pericolo ai crateri sommitali, per cui adesso le guide possono accompagnare i visitatori (costo a piedi € 20,00, con la funivia e i pulmini € 95,00 a persona ), mentre rimane l’interdizione per i singoli visitatori e i gruppi senza Guida Alpina autorizzata oltre quota 2800 m.

La discussione
Venerdì 17 luglio 2015 Francesco Vasta scrive su La Sicilia un articolo dal titolo Il Vulcano “libero” non può non essere anche sicuro di cui riportiamo la parte finale:
“… In effetti, anche solo negli ultimi mesi, ai pochi giorni di durata delle eruzioni del cratere di sud-est hanno corrisposto oltre duecento giornate di interdizione totale della «zona gialla» sommitale dove, anche in tempi di criticità ordinaria, il livello del rischio vulcanico resta alto e richiede sempre – stando alle procedure in vigore – «fruizione guidata».
Il ricordo, per altro verso, di eventi esplosivi come il noto episodio del 1979 – 5 morti fra turisti italiani e stranieri orrendamente mutilati e decine di feriti alla Bocca nuova, apparentemente quieta – o del 1929 – 2 morti al cratere centrale per «un’immane esplosione » che travolse gitanti di Piedimonte e Linguaglossae alla quale la «Domenica del Corriere» dedicò addirittura la copertina che pubblichiamo in un’altra pagina – fa da doloroso sfondo alla disputa.
«Veicolare l’idea che siamo noi a chiudere l’Etna è fuorviante – dice Nicola Alleruzzo, responsabile del Rischio vulcanico etneo per la Protezione civile regionale, fra gli autori del citato prontuario di allertamento – piuttosto è grazie al nostro piano che è oggi possibile accedere al vulcano, visto che fino al 2012 le ordinanze del Prefetto si rincorrevano di eruzione in eruzione, senza tener conto delle esigenze di alcuno». Nessuna preclusione, per Alleruzzo, all’idea del Comitato di assegnare al Parco dell’Etna la gestione della fruizione, «a patto che si attrezzi con i dovuti mezzi e fermo restando che i compiti di previsione e prevenzione del rischio gravano naturalmente sulla Protezione civile».
Carmelo Nicoloso, vicepresidente di Federescursionismo Sicilia, si domanda per tutti: «La Montagna dev’essere libera, certo, ma fino a che punto?», e d’altronde, fuori dalle statistiche, gli eventi gravi possono sempre accadere. «Il ruolo di scienziati e Protezione civile non può essere discusso, si tende a semplificare troppo la questione» aggiunge, mentre, sul possibile ruolo dell’ente Parco, Nicoloso esprime «forti perplessità».

Etna, 14 novembre 2002. Colata originatasi nel pomeriggio del 13 novembre 2002 dalla bocca eruttiva apertasi a quota 2700 m a sud dei crateri sommitali, in zona Torre del Filosofo. La colata si dirige ad ovest.
?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????


Osservazioni
Non bastano però ordinanze più o meno illuminate e comprensive, vogliamo che venga ripristinato lo stato di diritto di ogni cittadino di andare dove gli pare, anche ai crateri centrali dell’Etna, restando a carico della pubblica amministrazione l’obbligo di un’informazione puntuale e onesta sullo stato del vulcano, così come rilevato dalla costosa rete di rilevazione piazzata dall’INGV per conto della Protezione Civile.

Dopo aver letto attentamente il documento Perché l’Etna non si può vietare, aumenta la preoccupazione che i problemi legati alla libertà di accesso alle montagne stiano, anche in generale, aggravandosi.
Colpisce il livello di ingiustificate restrizioni in atto su una montagna di dimensione nazionale come l’Etna.
L’Osservatorio per la libertà in montagna è un libero gruppo di individui che hanno a cuore questo problema, che vedono con precisione la stoltezza di queste misure restrittive in un campo così necessario alla normale formazione materiale e spirituale dell’uomo.
E’ compito dell’Osservatorio, organo sostenuto dal Club Alpino Italiano, lottare contro la cecità dell’attuale ossessione per la sicurezza, primo elemento a sostegno delle tesi di divieto. Ossessione che crediamo fermamente possa essere sostituita dalla fiducia nel senso di responsabilità, qualità oggi così poco sostenuta dalla legislazione e dall’educazione a tutti i livelli di età.
Tutti i cittadini, dopo attenta riflessione, dovrebbero esprimere il loro pieno sostegno per la causa di Etna libera, impegnandosi a livello culturale, ma non solo, per il ripristino delle condizioni libere di visita e di frequentazione.

Altri documenti

Firma la Petizione on line

Adesioni alla petizione

Interrogazione ARS dell’On. Concetta Raia al Presidente della Regione a All’Assessore territorio e Ambiente 

Presidente Parco Marisa Mazzaglia: “Petizione di principio, che condivido totalmente”

Resoconto incontro del 10 luglio del Comitato Etnalibera a Nicolosi

Videointerviste agli escursionisti sui divieti in vetta

Interrogazione dell’On. Giuseppe Berretta ai Ministri Ambiente e Interno, e al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Protezione Civile

Posted on Lascia un commento

Cervino chiuso

Cervino chiuso

La via di salita italiana al Cervino è stata chiusa con un’ordinanza urgente dal sindaco di Valtournenche Deborah Camaschella. Dopo un incidente che ha coinvolto una cordata in discesa lo scorso venerdì e sentito il parere di guide alpine e uomini del soccorso alpino della guardia di finanza, è arrivata la decisione di vietare temporaneamente le salite alla Gran Becca.

Il provvedimento dispone “l’immediata chiusura, temporanea, della via italiana del Cervino denominata Cresta del Leone, dalla croce Carrel alla vetta, lato sud in salita e in discesa, al fine di evitare il grave pericolo per l’incolumità pubblica”. La Croce Carrel si trova all’inizio della via italiana, a 2920 metri di quota.

La situazione è dovuta alle “anomale temperature alte e fuori della norma che hanno provocato crolli pericolosi per l’incolumità degli alpinisti”.

L’ordinanza di divieto, sia in salita che in discesa, è stata emessa domenica 26 luglio dopo alcune frane nella zona della Cheminée. In quel momento 25 alpinisti si trovavano sulla montagna, alla Capanna Carrel, a 3830 m: il loro rientro è avvenuto in auto-sufficienza, alcuni per la via italiana, altri dal versante svizzero.

La capanna Carrel sulla Cresta del Leone (Cervino)
Cervino chiuso-110007177-e2c3c772-263d-49ba-9446-daecd4530fc0
La situazione è difficile anche sul Monte Bianco, dove continuano gli smottamenti e le cadute di sassi sugli itinerari più frequentati del gruppo. Delle vie normali – le meno difficili e preferite dalla maggior parte degli alpinisti – quella dei Trois Monts presenta numerosi passaggi pericolosi: soprattutto nel tratto fra il Mont Maudit e il colle della Brenva il ghiaccio è allo scoperto e particolarmente ripido. Rimane chiusa la via del Goûter, per la continua caduta di sassi. Il sindaco di Saint-Gervais ha addirittura ordinato la chiusura del Refuge du Goûter finché la situazione non si sarà normalizzata.

Fin qui nulla di nuovo. Come ha detto a Rai News il sindaco Camaschella, “non è la prima volta che viene chiuso il Cervino per motivi analoghi, penso al 2003 e al 2009…”. La novità è nelle parole immediatamente seguenti: “… ma sulla questione che debba essere un sindaco a chiudere una montagna bisognerebbe aprire un dibattito”.

Anche il presidente delle guide del Cervino, Gerard Ottavio, è convinto che forse sarebbe stato meglio sconsigliare la salita, piuttosto che vietarla: “L’alpinismo è un’attività del tutto particolare, in cui il rischio è sempre presente. Imporre qualcosa non è mai la soluzione migliore. Ma in ogni caso noi guide lassù non portiamo i clienti in questi giorni“. Nessun divieto, sul Cervino, dal versante svizzero.

Osservazioni
Ciò che ha detto il sindaco Deborah Camaschella lascia ben sperare in un futuro in cui l’assenza di divieti in montagna possa esistere. La Camaschella ha ragione a sollecitare un dibattito, quindi dovrebbe lasciarmi suggerire di essere proprio lei a organizzarlo in un prossimo futuro.

Come già detto tante altre volte, siamo sempre più fermamente convinti che in realtà il sindaco nulla abbia da temere: limitandosi a “sconsigliare” non corre alcun pericolo giuridico d’essere responsabile di eventuale incidenti. Il divieto è inutile e non corrisponde alle aspettative di crescita di responsabilità del cittadino.

Il percorso sulla Cresta del Leone
OLYMPUS DIGITAL CAMERA


I primi commenti su Facebook
Cominciamo dal notoriamente provocatorio Marco Lanzavecchia: “A me sembra una follia. Personalmente non toccherei quel rivoltante ammasso di sfasciumi (il Cervino, NdR) neanche con la punta del mignolo inguantata, ma non è un sindaco che mi deve dire quello che devo e non devo fare (27 luglio). Segue sulla stessa linea Paolo Galli: “Sono tendenzialmente d’accordo ma, perché il ragionamento sia coerente fino in fondo, bisognerebbe sospendere il soccorso alpino (27 luglio). Lanzavecchia rincara la dose: “Ma anche far saltare quell’inutile sfasciume (27 luglio)”.

Fabio Palma (più seriamente): “Mmm… c’è sempre da considerare il tema responsabilità. Se per caso il sindaco è passibile di denuncia in caso di incidente, io lo comprendo. Felice di non essere al suo posto e di non dover prendere una decisione di questo tipo, ma la comprendo. Dover al minimo prendere un avvocato o addirittura peggio confidando nella buona sorte… sai com’è. Mettetevi al suo posto, con questo rischio. Un conto è essere Formigoni con Nmila avvocati, un altro essere sindaco di un piccolo paese dove volente o nolente finisci per pagare tu. In questi casi non potrebbe essere la regione, che ha spalle molto più robuste, a coprire le responsabilità con ordinanze ad hoc? Boh. Poi magari è il solito cartello che metti lì per pararti il fondoschiena e tutto continua come prima, classico consiglio di avvocato (28 luglio)”.

Stefano Michelazzi: “Concordo con tutti e tre i ragionamenti:
1) bloccare l’accesso a una parete o una montagna è un atto di limitazione delle libertà personali e quindi non certo da Paese democratico come il nostro si spaccia per essere…
2) In effetti però, se si vuole la moglie ubriaca ma la botte piena, il ragionamento precedente non può essere valido quando il Paese ci mette del suo per salvarti le chiappe e quindi coerentemente sarebbe da togliere a priori il Soccorso Alpino (problema annoso…)
3) Rimanendo in piedi tutta la macchina organizzata del soccorso e delle responsabilità dell’Amministrazione verso il territorio e chi lo frequenta (cosa che non riesco a capire da quale logica esca), l’Amministrazione si difende con l’unico atto che gli permette di scaricare le responsabilità proprio su chi, poi, disattendendo l’atto stesso, se ne riprende carico personalmente come dovrebbe naturalmente essere…
Alla fine credo che il decreto di chiusura dovrebbe essere visto come un avviso di aumento delle consuete situazioni a rischio con conseguente rinuncia alla frequentazione da parte degli alpinisti, considerati da sempre anarchici, i quali, come da anarchia, dovrebbero avere un atteggiamento di auto-determinazione, considerando anche e probabilmente soprattutto, che se vogliono la bicicletta (il soccorso alpino) devono pedalare (alla larga dal Cervino…)
(28 luglio)”.

Posted on Lascia un commento

Accesso alle falesie – 2

Accesso alle falesie – parte 2 (2-2)

A poco più di una settimana dall’articolo pubblicato, ecco che Lecconotizie.com ritorna sull’argomento il 29 maggio 2015, questa volta riportando una lunga intervista al presidente della Comunità Montana, Carlo Greppi.

Rimandiamo a questo link per l’intervista integrale, che cerco qui di riassumere nei punti principali.

Carlo Greppi
Accesso-falesie-2-carlo_greppi-2-300x225

 

Dopo una premessa, in cui è detto che il finanziamento di 60.000 euro (a carico della Regione Lombardia per la metà) è la conseguenza amministrativa della conferenza “L’arrampicata sportiva, una opportunità per il territorio” svoltasi a Lecco nel dicembre 2013, Greppi ribadisce l’importanza storica del Nibbio nel panorama dell’arrampicata e quindi della più importante risorsa outdoor del territorio lecchese. Poi precisa il riparto spesa: 25.000 euro per richiodatura, 17.000 per sistemazione base e sentiero di accesso, 18.000 per “verifiche geologiche, legali, polizza assicurativa, spese tecniche e somme a disposizione per eventuale acquisizione”.

Greppi prosegue: “La Comunità Montana quindi ha proposto la stipula di una convenzione che avrebbe impegnato la proprietà a consentire agli scalatori di accedere liberamente alla falesia. Per contro, la Comunità Montana avrebbe assunto la custodia del sito assumendosi le spese e le responsabilità ad essa connesse, dandone manleva alla proprietà mediante convenzione, effettuando i lavori di manutenzione straordinaria (vedi il progetto di sistemazione) e ordinaria (i monitoraggi degli ancoraggi e della roccia negli anni successivi) impegnandosi inoltre ad accendere una polizza assicurativa a tutela delle responsabilità del gestore del sito”.

Per ciò che concerne la disputa sul valore di acquisto, Greppi dice che la CM avrebbe potuto arrivare a 10.000 euro. Poi aggiunge la frase fatidica “Questa Comunità Montana ritiene che una falesia non può assumere un valore di mercato in quanto tale, cioè per il fatto che la gente ci arrampica o, a maggior ragione, perché ospita itinerari storici. Riteniamo fondamentale che l’arrampicata sulle falesie naturali possa essere attività svolta liberamente, con la consapevolezza della responsabilità personale di chi la pratica. La ricerca della migliore gestione dei siti dal punto di vista delle protezioni e della funzionalità della falesia può essere in quanto tale ruolo assunto dall’ente pubblico a beneficio di un pubblico interesse”.

Nelle considerazioni finali Greppi sostiene che la vicenda è stata un’amara sconfitta, ma che a dispetto di ciò il progetto continua e si rivolgerà ad altri siti peraltro già identificati.

Fin qui la vicenda di cronaca. La maggior parte però degli arrampicatori è ovviamente interessata più al problema globale. L’occasione si presta per una disamina complessiva sulla proprietà, sull’attrezzatura e sull’utilizzo di falesie e pareti.

Proponiamo qui un esauriente intervento, quello dell’avvocato Riccardo Innocenti, che nella presentazione al suo scritto dice di condividere pienamente le osservazioni formulate da Paola Romanucci e pensa che i cartelli posti alla base della parete servano solo a forzare la trattativa commerciale e spuntare un prezzo più alto a favore della parte venditrice.

In arrampicata sulla via Cassin al Nibbio
Accesso-falesie-2-nibbio-1-1024x575

Proprietà e attrezzatura di una falesia
di Riccardo Innocenti

Proprietà di una falesia
In Italia il proprietario (Art. 832 CC) ha il pieno potere di utilizzo del bene, in questo caso di una porzione di terreno essendo le rocce intrinseca parte del terreno. Il proprietario può quindi vietare l’accesso a estranei anche recintando la zona. Solo il fatto che non ritiene gradita qualsiasi attività in quella zona lo autorizza a impedire l’accesso ad altri.

A Sasso di Furbara, nei pressi di Cerveteri (RM), il marchese Giulio Patrizi, latifondista romano, ha una tenuta in cui insiste una falesia alta 70 metri. Ne ha consentito la frequentazione per svariati anni, ma quando degli ambientalisti gli hanno fatto notare che la zona ricadeva in una zona ZPL (vedi oltre), e la pratica dell’arrampicata era vietata in quella zona per la protezione dell’avifauna, ha recintato la struttura con reti alte oltre 2 metri e ne ha vietato la frequentazione tout court. Qualsiasi tentativo di forzare o tagliare la rete è stato oggetto di intervento immediato e i guardiacaccia a presidio della tenuta (dipendenti del marchese) vigilano attentamente che nessuno acceda nella proprietà privata.

A Ciampino (RM) il principe Alessandro Boncompagni Ludovisi è proprietario della tenuta di Fioranello ove insiste la Cava di Ciampino che è la falesia più vicina a Roma. Utilizzata dagli anni ’70 la falesia è sotto il livello della campagna: praticamente in una buca. A Capodanno del 2000 qualcuno particolarmente interessato al festeggiamento ha fatto precipitare una Fiat Panda dal ciglio della falesia. Ciglio che non era recintato e sul quale non c’era alcun cartello che ne indicava la presenza.

La Polizia Locale che intervenne per il recupero della vettura obbligò il principe, con una Determinazione dirigenziale del Comune di Roma, ad installare una recinzione “invalicabile e bene segnalata” lungo tutto il perimetro della falesia per evitare che incautamente qualcuno ci cadesse dentro. La recinzione installata è lunga 1,8 km e sulla stessa sono affissi numerosi cartelli che avvisano che quella all’interno è una proprietà privata e che è presente un precipizio. Interpellai personalmente il principe sulla possibilità di continuare ad arrampicare nella falesia e che nessuno aveva intenzione di buttare altre automobili dal ciglio. Il principe in maniera”regale” mi disse: “La proprietà è mia. Con la recinzione ne ho vietato l’accesso. Se qualcuno scavalca lo fa a suo rischio e pericolo e non voglio sapere nulla di quanto succede all’interno”.

La parete est-nord-est del Corno del Nibbio Settentrionale
Accesso-falesie-2-nibbio-2-1024x575

Nella recinzione metallica sono stati praticati un paio di fori e la falesia è stata sempre frequentata in questi 15 anni. Nessun dipendente del principe è mai intervenuto per bloccare qualsiasi attività.

Due esponenti della nobiltà romana e due modi di vedere diversi.

Il proprietario privato è legittimato a impedire una attività non gradita nella sua proprietà. Per dare maggiore spessore a questa intenzione può mettere dei cartelli che avvisino del titolo di proprietà, può recintare l’area, può sorvegliarla in maniera passiva – (telecamere) dandone avviso per il rispetto del TU sulla Privacy – e in maniera attiva con personale dedicato.

In maniera analoga il proprietario pubblico (demanio civile, demanio militare, enti locali e parchi, ecc.) può impedire l’accesso e quindi qualsiasi attività esercitando le medesime prerogative del proprietario privato.

Chi entra in una proprietà, privata o pubblica, può essere chiamato a rispondere civilmente dal proprietario se questi reputa che abbia subito dei danni o essere citato in giudizio per il reato di “usurpazione” di cui all’art. 631 c.p. commesso da chi, per appropriarsi di una cosa immobile altrui, ne rimuove o altera i termini (penso ai chiodi, alle soste, ai sentieri per arrivare alla parete, ecc.) o per il reato di “invasione di terreni o edifici”, art. 633 c.p., che è previsto per chi invade arbitrariamente (quindi abusivamente) terreni o edifici altrui al fine di occuparli anche temporaneamente.

Se esiste un proprietario dell’area questo deve dare il suo assenso alla pratica delle attività da parte di estranei. Un assenso tacito non equivale a darlo.

Un proprietario può comunque essere chiamato a rendere conto di danni (responsabilità civile) che si siano verificati a estranei all’interno di aree di sua proprietà. Da questa eventualità si capisce il diniego da parte di proprietari per attività di cui non capiscono o condividono l’utilità e il valore e che potrebbero essere solo fonte di possibili guai giudiziari con possibile esborso economico a loro danno.

Non è facile arrivare a una sentenza di condanna per responsabilità civile di un proprietario per delle attività che non aveva espressamente permesso nella sua proprietà. Non è facile: ma non è impossibile. Questa possibilità “irrigidisce” i proprietari che, spesso, nel dubbio vietano tutto.

La possibilità di avere guai giudiziari non irrigidisce solo i proprietari ma anche gli Enti pubblici che hanno altre prerogative tra cui la tutela della salute pubblica.

Nell’aprile 2010 un masso cade da una falesia dell’Isola di Ventotene. Sulla spiaggia sottostante stavano in gita una classe di liceali provenienti da Roma. Due adolescenti rimasero uccise dal masso. Il Sindaco di Ventotene, “proprietario” dell’area in quanto bene pubblico demaniale, è chiamato in giudizio per non aver rilevato il pericolo, averlo segnalato e non aver preso le opportune precauzioni. Nel maggio 2014 viene condannato penalmente. Dal luglio 2010, a seguito delle prescrizioni del PAI (Piano di Assetto Idrogeologico), alcune spiagge di Ponza e di Ventotene, quelle situate sotto una parete, sono interdette, recintate e con cartelli che chiaramente illustrano in tutte le lingue il divieto.

Le relative ordinanze di divieto di accesso vengono trascritte con una cartina evidente in decine di cartelli stradali che contengono l’abstract del divieto. Sempre a seguito delle prescrizioni del PAI, nel divieto ricade tutta la Montagna spaccata e tutte le falesie che gli arrampicatori chiamano impropriamente di Sperlonga e che sono situate nella piana di Sant’Agostino che è invece in comune di Gaeta. La piana è divisa dal confine comunale tra Gaeta e Itri. Curiosamente, nella falesie di destra (Gaeta) è vietato tutto mentre in quelle di sinistra (Itri) è vietato solo l’assembramento???? e il campeggio. Quindi probabilmente nelle falesie del territorio di Itri si può continuare ad arrampicare. Il comune di Gaeta si è premurato di porre un cartello stradale di divieto di sosta e permanenza anche alla fine delle doppie con cui si scende alla Montagna spaccata. Alla fine, oltre a quello che sta sul ciglio! Quindi un arrampicatore fa 100 metri di doppie e trova al livello del mare un cartello che gli vieta di stare lì. L’unica soluzione legale possibile è quella di buttarsi a nuoto e uscire dall’area vietata? No! Perché anche nella zona di mare prospiciente la falesia è vietato stare e fare ogni attività (nuoto incluso) per un raggio di 300 metri. Anche la Capitaneria di porto di Gaeta ha emanato un’ordinanza simile a quella del Sindaco.

Se l’accesso e la pratica delle attività sportiva nella zona – pubblica o privata – non è vietato legittimamente cosa si può fare per attrezzare e utilizzare una falesia?

Il Nibbio da nord
Accesso-falesie-2-Nibbio-Piani-Resinelli-4-510x382

Attrezzatura di una falesia
In Italia non esiste una normativa che dispone in merito alle attrezzature di falesie naturali per uso sportivo. Si possono applicare, per analogia, tutta una serie di norme che di fatto cadono nell’area dell’edilizia e dell’ingegneria civile.

Se si volessero elencare (o ipotizzare…) le procedure da fare per l’attrezzatura di una falesia si inizierebbe per:
– ottenere l’autorizzazione all’uso dal proprietario del fondo ove la falesia insiste (o in subordine acquistare la falesia);
– assicurarsi di avere libero accesso alla falesia attraverso terreni pubblici e privati;
– interfacciarsi con il Comune nel cui territorio è presente la falesia (il passo più importante) al fine di comunicare le attività che s’intendono porre in atto.

Il Comune potrebbe chiedere di:
– eseguire una perizia geologica (eseguita da un geologo abilitato) che attesti la stabilità della falesia;
– eseguire eventuali lavori per la messa in stabilità della falesia che la predetta perizia evidenzi come necessari (disgaggi) che vengono certificati dai soggetti abilitati a farli e successivo collaudo in loco degli stessi lavori (seguendo la procedura amministrativa prevista per i lavori di messa in sicurezza);
– presentare una Comunicazione di inizio lavori (CIL) o, in alternativa, presentare una Comunicazione di inizio lavori asseverata (CILA) o, in alternativa, presentare una Denuncia d’Inizio attività (DIA);
– presentare un piano per la sicurezza;
– nominare un coordinatore per la sicurezza (sia in fase di progettazione che in fase d’esecuzione);
– dettagliare il piano dei lavori che s’intendono eseguire,
– eseguire i lavori tenendo conto di tutte le prescrizioni richieste nella fase autorizzativa da parte del Comune.

Solo dopo questa fase si potrà passare al posizionamento di ancoraggi (certificati CE sia per la progressione che per la sosta) per la individuazione delle vie di salita ludico-sportive (ancoraggi che a mio avviso vanno posizionati a distanze ravvicinatissime per ridurre al minimo le conseguenze di una caduta); il posizionamento degli ancoraggi deve essere fatto a regola d’arte secondo le indicazioni dei costruttori degli stessi ancoraggi e secondo le più recenti norme tecniche disponibili. Gli stessi ancoraggi è bene che siano sovradimensionati rispetto alle reali esigenze.

Alessandro Gogna sulla via Comici al Nibbio, 1966
1966, Alessandro Gogna su via Comici al Nibbio, Grigna

 

In seguito all’esecuzione dei lavori sono sempre possibili azioni per il risarcimento di danni a titolo di responsabilità extracontrattuale (art. 2043 Cod. Civ.) nei confronti di chi ha posizionato gli ancoraggi se gli stessi non sono stati infissi a regola d’arte o con materiale non omologato o in maniera tale da non preservare in maniera sufficiente gli esiti di una caduta. Come è possibile un’azione contro il Comune se è stato consentito un accesso pubblico a un’area a rischio per la caduta di sassi o frane senza emettere e pubblicizzare apposita ordinanza d’interdizione della stessa zona.

Il Comune potrebbe considerare “lavori” ogni attività che si svolge in falesia o considerarli “lavori in economia” se a eseguirli fosse lo stesso proprietario; con tutte le conseguenze in termini di autorizzazioni e prescrizioni oppure si potrebbe ottenere dall’Ufficio Tecnico del Comune una dichiarazione che i lavori prospettati non hanno bisogno di alcuna autorizzazione.

Va pure considerato che le aree in cui ricade la falesia potrebbero avere dei vincoli ambientali o paesaggistici che esulano dalle competenze del Comune. In questa fattispecie si citano a titolo di esempio le ZPS Zone a Protezione Speciale individuate dalla direttiva Direttiva 79/409/CEE, recepita con legge 157/1992, che individua in Italia circa 280 siti dove l’arrampicata è espressamente vietata (a causa della nidificazione degli uccelli) e può venire ammessa solo con apposita disposizione dell’Ente chiamato a vigilare sul rispetto della normativa.

Altri vincoli vengono dai SIC e dai ZSC che impongono analoghe aree di rispetto simili alla ZPS. Altri vincoli possono essere posti anche da leggi regionali o dagli enti di tutela ambientale come: Parchi nazionali, regionali, provinciali e suburbani. Al riguardo, prima di iniziare qualsiasi lavoro, va accertata l’effettività dei predetti vincoli ambientali.

Considerato quanto premesso non mi stupisco se in Italia le falesie nascono come funghi la notte (e mai durante le ore diurne dei weekend…) e vengono attrezzate da fantasmi (che notoriamente non vengono chiamati a rispondere di violazioni di molteplici normative o dell’uso improprio di ancoraggi non certificati… o semmai mal posizionati).

Ma quando si vuole dare organicità e pubblicità a dei lavori fatti alla luce del giorno in una falesia con rilevante frequentazione pubblica non si può prescindere da un accordo tripartito che veda coinvolto il proprietario della falesia, il Comune e chi effettua i lavori.

In questa evenienza è possibile che il Comune stabilisca vincoli assai poco restrittivi e che l’opera di attrezzatura sia sostanzialmente priva di laccioli burocratici. Ma è anche possibile che il Comune richieda la stesura di un piano paesaggistico ambientale per la protezione dell’unico scarafaggio autoctono della zona…

In Sicilia un Ente parco ha affidato la creazione e la manutenzione (e i relativi fondi) di una falesia alla Sezione del CAI di Catania che a sua volta ha fatto intervenire come esecutore la locale Scuola d’Alpinismo. In questo caso il Comune non è intervenuto ritenendo che le competenze in capo al Parco fossero prerogative esclusive dello stesso Parco.


Chi effettua l’attrezzatura di una Falesia?
Quando si parla di attrezzatura “ufficiale” di una Falesia si pensa di ricorrere a “professionisti abilitati”. Ma chi sono costoro? Contrariamente a quanto si pensa non sono le Guide Alpine.

Le Guide Alpine NON sono abilitate tout court a fare lavori su funi, né a rilasciare attestati per i lavori su funi né a sorvegliare, organizzare o coordinare i lavori su funi. La legge n. 6/1989 stabilisce all’art. 2 quali sono gli ambiti professionali della Guida alpina:

1. E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, le seguenti attività:
a) accompagnamento di persone in ascensioni sia su roccia che su ghiaccio o in escursioni in montagna;
b) accompagnamento di persone in ascensioni sci-alpinistiche o in escursioni sciistiche;
c) insegnamento delle tecniche alpinistiche e sci-alpinistiche con esclusione delle tecniche sciistiche su piste di discesa e di fondo.

Le competenze della Guida Alpina sono da considerarsi elencate in maniera esaustiva nell’art. 2. Qualche sentenza di merito ha fatto rientrare nell’attività di Guida anche il “canyoning” in quanto assimilabile ad ascensioni su roccia con tecniche alpinistiche – ancorché in discesa – ma non si riscontra nessuna norma né nessun pronunciamento giurisprudenziale che assegni altre competenze professionali alle Guide Alpine.

Non esiste in Italia (né a livello nazionale né regionale) una normativa organica che riguarda la tematica di attrezzatura delle pareti rocciose per uso sportivo. Né esiste un’analoga disciplina europea (né come direttiva né tantomeno come regolamento). Le uniche norme di riferimento sono quelle del COSIROC e della FFME – dirette emanazioni del ministero Francese dello Sport – che dettagliano la figura del chiodatore (con specifica licenza) e del tipo di attività che si pongono in essere in ambiente.

Sia a livello amministrativo che per le tematiche connesse alle responsabilità si applicano per analogia (e solo per analogia) le normative riferibili all’edilizia, alle normative sulla messa in sicurezza di pareti rocciose (il cosiddetto “disgaggio”) e alle norme di ingegneria civile.

Arrampicata a Rocca Pendice
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Lavori in altezza su funi
Nell’ambito del diritto italiano bisogna tener nettamente distinti le norme che tutelano i lavoratori (sia autonomi che dipendenti) che normalmente prestano la loro attività dietro un compenso e altri soggetti che svolgano attività analoghe ma al di fuori di un rapporto di lavoro.

La disciplina di riferimento nazionale che occorre tenere presente in caso di “lavoro” è quella prospettata dal D.Lgs. 81/2008.

L’art. 107 stabilisce che per lavoro in quota va così considerato:
Agli effetti delle disposizioni di cui al presente capo (Titolo IV Capo II n.d.r) si intende per lavoro in quota: attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 m rispetto ad un piano stabile”.

Se i lavori in quota (cioè oltre i 2 metri) vengono fatti su funi e non su ponteggi i lavoratori devono essere obbligatamente formati ai sensi dell’art 116 4 comma del D.Lgs. 81/2008 che ad ogni buon conto si riporta qui di seguito:

Art. 116.
Obblighi dei datori di lavoro concernenti l’impiego di sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi.

1. Il datore di lavoro impiega sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi in conformità ai seguenti requisiti:
a) sistema comprendente almeno due funi ancorate separatamente, una per l’accesso, la discesa e il sostegno, detta fune di lavoro, e l’altra con funzione di dispositivo ausiliario, detta fune di sicurezza. E’ ammesso l’uso di una fune in circostanze eccezionali in cui l’uso di una seconda fune rende il lavoro più pericoloso e se sono adottate misure adeguate per garantire la sicurezza;
b) lavoratori dotati di un’adeguata imbracatura di sostegno collegata alla fune di sicurezza;
c) fune di lavoro munita di meccanismi sicuri di ascesa e discesa e dotata di un sistema autobloccante volto a evitare la caduta nel caso in cui l’utilizzatore perda il controllo dei propri movimenti.
La fune di sicurezza deve essere munita di un dispositivo mobile contro le cadute che segue gli spostamenti del lavoratore;
d) attrezzi ed altri accessori utilizzati dai lavoratori, agganciati alla loro imbracatura di sostegno o al sedile o ad altro strumento idoneo;
e) lavori programmati e sorvegliati in modo adeguato, anche al fine di poter immediatamente soccorrere il lavoratore in caso di necessità. Il programma dei lavori definisce un piano di emergenza, le tipologie operative, i dispositivi di protezione individuale, le tecniche e le procedure operative, gli ancoraggi, il posizionamento degli operatori, i metodi di accesso, le squadre di lavoro e gli attrezzi di lavoro;
f) il programma di lavoro deve essere disponibile presso i luoghi di lavoro ai fini della verifica da parte dell’organo di vigilanza competente per territorio di compatibilità ai criteri di cui all’articolo 111, commi 1 e 2.

2. Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori interessati una formazione adeguata e mirata alle operazioni previste, in particolare in materia di procedure di salvataggio.

3. La formazione di cui al comma 2 ha carattere teorico-pratico e deve riguardare:
a) l’apprendimento delle tecniche operative e dell’uso dei dispositivi necessari;
b) l’addestramento specifico sia su strutture naturali, sia su manufatti;
c) l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, loro caratteristiche tecniche, manutenzione, durata e conservazione;
d) gli elementi di primo soccorso;
e) i rischi oggettivi e le misure di prevenzione e protezione;
f) le procedure di salvataggio.

4. I soggetti formatori, la durata, gli indirizzi e i requisiti minimi di validità dei corsi sono riportati nell’allegato XXI.

Rocca Pendice
Accesso-falesie-2-roccapendice

 

Nell’allegato XXI sono riportati in dettaglio le prerogative di chi è abilitato a formare i lavoratori su funi e rilasciare il previsto attestato nonché ad effettuare le verifiche quinquennali. Sono altresì riportati i contenuti minimi del corso e le modalità di svolgimento dello stesso.

Il Collegio Nazionale delle Guide Alpine di cui alla legge 02/01/1989 n. 6 “Ordinamento della professione di guida alpina” è tra le otto entità che possono qualificarsi come formatori. Il Collegio, non (e si badi bene) la singola Guida Alpina.

Quindi il Collegio nazionale, al pari delle altre sette entità, può essere tra coloro che organizzano corsi di formazione e ne certificano il superamento nonché i successivi aggiornamenti obbligatori. Va da sé che non ha nessuna competenza esclusiva sull’organizzazione dei corsi in discorso.

Come va da sé che se la Guida Alpina (singolo professionista) non ha seguito il previsto corso e conseguita la certificazione dell’apposito corso non è di per sé abilitata a lavorare su funi in altezza nell’ambito di una prestazione professionale in un cantiere.

Ricapitolando, se vengono effettuati lavori da soggetti liberi professionisti o lavoratori dipendenti in un contesto lavorativo, inteso come scaturendo da rapporto contrattuale diretto o indiretto, coloro che operino su funi oltre i due metri di altezza da terra devono essere formati e certificati ai sensi di quanto espresso nell’allegato XXI e vanno applicate le norme di riferimento (per la maggior parte rintracciabili nel Capo IV del D.Lgs. 81/2008).

Chi opera come singolo privato su funi (per qualsiasi motivo) senza alcun vincolo di lavoro né di subordinazione e senza il coinvolgimento di terzi e senza insistere su aree qualificate “come cantiere” sia temporanei che mobili o fissi non è tenuto ad alcuna disciplina.

Chi “chioda una parete” deve essere una figura abilitata ai lavori in altezza se opera in un cantiere propriamente detto. Su come mette gli ancoraggi e su quali ancoraggi usa si apre un infinito ventaglio di possibilità perché in Italia la normativa ti dice “chi” deve fare il lavoro ma NON come deve fare il lavoro.

Una possibilità è che una figura professionale tecnica come un Ingegnere realizzi un progetto tenendo conto di tutte le best practice al momento vigenti e realizzi un elaborato di dettaglio su i materiali da impiegare e sul modo e sul dove della loro infissione. Che deve essere eseguita dalla figura abilitata. L’Ingegnere controllerà che i lavori siano eseguiti secondo le sue prescrizioni e con i materiali indicati posti in sito secondo le prescrizioni tecniche dei costruttori dei materiali (ancoraggi, soste, resine, ecc.) e alla fine del lavoro procederà al collaudo dei lavori.

Alcune delle vie tracciate sulla parete di Monte Monaco, San Vito lo Capo
Accesso-falesie-2-original_photo_15729

Anni fa sono stato interessato dal CAI di Padova per un parere in ordine alla falesia di Rocca Pendice. Il CAI ne aveva promosso la riattrezzatura a carico dei volontari e con il lavoro dei volontari. Una Guida Alpina aveva contestato all’Ente parco (proprietario dell’Area) la legittimità dell’operazione. A seguito delle contestazioni incrociate tutto si fermò e nessuno mise mani alle pareti che ora versano in stato di abbandono. All’epoca mi erano state rivolte, da parte del CAI, alcune domande che trovo utile riproporre qui con risposte che diedi all’epoca tenuto conto di quanto premesso fino a ora.

Gli istruttori, o un qualsiasi arrampicatore, possono volontariamente pulire le vie, sistemare le soste usurate, sostituire gli spit rovinati, aprire nuovi itinerari o possono farlo solo le Guide?
Lo possono fare tutti e non solo le Guide se il proprietario dell’area è d’accordo e non si configura un “cantiere”.

Il CAI può organizzarsi per svolgere questi interventi?
Se lo fa a livello ufficiale e pubblico deve seguire tutti i passi previsti dalle norme e relazionarsi principalmente con il Comune. Non serve essere un’“impresa” ma bisogna seguire le prescrizione degli uffici comunali.

In caso di incidente su una via chiodata da uno “del CAI” anziché da una Guida, la responsabilità ricade sul Parco o sul quello del CAI?
La responsabilità può ricadere su qualsiasi persona chioda (Guida inclusa) e può coinvolgere anche il proprietario della falesia.

Se il Parco vuole coprirsi le spalle può arrivare ad autorizzare arrampicata solo sugli itinerari “certificati” dalle Guide?
Le Guide di per sé non certificano niente. Se il Parco vuole coprirsi veramente le spalle fa prima a vietare l’arrampicata.

Rocca Pendice rischia davvero di diventare solo “un luogo di lavoro” delle Guide esautorando totalmente chi per un secolo l’ha attrezzata, pulita, manutentata e fatta vivere?
Rocca Pendice diventa oggetto di attenzioni in base agli accordo istituzionali che coinvolgono il Parco e il Comune. Il CAI può promuoverli ed essere l’unico legittimato ad agire.

Se si autorizzasse davvero questa prassi di “legittimazione esclusiva delle Guide per le chiodature” allora TUTTE LE DOLOMITI, TUTTE LE FALESIE ITALIANE, ogni sito di arrampicata andrebbe certificato? Mi spiego, in Dolomiti tutti chiodano e schiodano e aprono, ci son migliaia di falesie attrezzate e manutenziate da gente del CAI o appassionati locali, ma nessuno si sogna di impedire loro questa attività. Solo Rocca Pendice sta vivendo questa assurda diatriba, cieca e ottusa, che altrove non avrebbe senso. È possibile ragionare per analogia? Paragonare Rocca Pendice a tutte le altre falesie? Alle Dolomiti tutte? E restituirle finalmente un po’ di libertà e buon senso? O il fatto che c’è un Ente pubblico come proprietario può comprometterne totalmente la fisionomia?
Le guide non sono le uniche legittimate a chiodare.

Cosa dovremmo fare, secondo Lei, per poter esser coinvolti nella manutenzione della falesia in sinergia con le Guide, anziché in contrapposizione? Qual è il nostro margine legale d’azione? Su cosa possiamo appigliarci e a cosa possiamo appellarci in questa battaglia in difesa di un luogo a noi caro e importante per la comunità di arrampicatori padovani?
Penso che il CAI deve essere controparte unica con il Parco. A tal fine va redatto un articolato con cui il Parco affida la manutenzione della falesia in esclusiva al CAI. A quel punto il CAI si organizza al suo interno come meglio crede e si rapporta al Comune per quanto serve a organizzare “lavori” sulla parete.

Un istruttore CAI, o un qualsiasi climber abilitato al lavoro su funi, tramite regolare corso/attestato può eseguire lavori di pulizia e lavori di manutenzione (sostituzione soste, apertura nuovi itinerari)? Il ruolo esclusivo delle Guide è circoscritto alla certificazione degli ancoraggi o a tutti i lavori su fune?
Se vengono effettuati lavori in quota su fune appaltati a un professionista o a una ditta sia il professionista che i dipendenti della ditta devono essere abilitati secondo il D.Lgs. 81/2008. Non esiste nessuna abilitazione per la sostituzione degli ancoraggi o l’apertura di vie nuove. Non esistendo nessuna abilitazione non si pone il problema neanche per le Guide che in questo caso sono perfettamente equiparate a qualsiasi altro soggetto.

Infine, forse la questione più importante: è giusto trattare l’arrampicata in falesia e la manutenzione/chiodatura delle vie alla stregua di un lavoro in altezza, o no? se sì, allora solo le Guide sono abilitate, se no, siamo autorizzati anche noi…
L’arrampicata in falesia è arrampicata… e basta. La manutenzione e chiodatura di una falesia è un’attività libera. Come tutte le attività libere comporta delle responsabilità. Non esiste nessuna abilitazione specifica per attrezzare una falesia. Le guide non sono abilitate perché non esiste nessuna abilitazione a ciò.
Se si interviene in maniera strutturale su una falesia la fattispecie può essere considerata come un cantiere. Se il Comune del luogo concorda nel fatto che quello sia un cantiere.
E allora come cantiere va considerato tenendo conto le normative del D.Lgs. 81/2008 e delle prescrizioni dell’Ufficio Tecnico Comunale. In tal senso non rileva assolutamente la qualifica di Guida Alpina. Al massimo, se una Guida Alpina opera in un cantiere che fa lavori in altezza va considerata come un operaio edile specializzato che ha seguito i corsi di cui all’art. 116 del D.Lgs. 81/2008. Che sia una Guida Alpina è assolutamente insignificante. E’ vero il contrario: se non ha seguito i corsi del suaccennato art. 116, la Guida Alpina non può fare assolutamente niente in un cantiere il cui lavoro è eseguito su funi.
Nel caso del cantiere sono centrali le figure del Direttore dei Lavori e del Responsabile per la Sicurezza (individuati secondo le vigenti normative in materia) che indirizzano il lavoro ed emanano ordini prescrittivi per tutti gli operai impiegati.

 

Una volta individuati i rapporti con il proprietario e averne ottenuto l’assenso e dopo aver svolto i lavori di attrezzatura sarebbe saggio stipulare un’assicurazione che copra i soggetti intervenuti (proprietario, promotori della chiodatura, geologi, ingegneri, chiodatori, ecc.) per ogni eventuale incidente che in quell’area potrebbe verificarsi a causa dei molteplici eventi in grado di verificarsi.

La polizza assicurativa va costruita appositamente e il premio risentirà ovviamente del grado di rischio che la compagnia di assicurazione intende accollarsi. Ammesso che si trovi una compagnia che voglia accollarselo.

In questo labirinto di possibilità che la burocrazia italiana ci offre non mi stupisco se il fiorire di italiche situazioni cerchi scorciatoie per uscire da un guazzabuglio apparentemente senza uscita.

E’ peraltro vero che dove le parti interessate abbiano la volontà di realizzare insieme qualcosa si possono realizzare cose egregie. Arco di Trento (TN) e Ferentillo (TR) sono esempi in tal senso.

A San Vito lo Capo (TP), il Comune ha incentivato l’arrampicata e la chiodatura. La chiodatura è stata realizzata con materiali discutibili. Sono cedute soste ed ancoraggi. Molti si sono fatti male. Anche molto male. Una Guida alpina austriaca in vacanza con la famiglia è caduta per il cedimento di una sosta. Ha passato mesi in coma. Solo nell’ultimo anno si sono contati sette incidenti a causa di una cattiva chiodatura. Prima o poi penso qualcuno sarà chiamato a risponderne.

 

Fin qui le considerazioni di Riccardo Innocenti. Con la tecnica di una raffinata escavatrice sono stati disseppellite leggi inadeguate e complicate, poi ammucchiate a lato, assieme al buon senso. Le considerazioni di Paola Romanucci (vedi parte 1) sembrano quelle più a senso compiuto e a indirizzo pratico, ivi compresa, almeno a mio parere, quella per la quale il CAI non può e non deve farsi carico della sicurezza.

Posted on Lascia un commento

L’offensivo divieto di salire il Cervino il 14 luglio

L’offensivo divieto di salire il Cervino il 14 luglio

Per il 150° della conquista, a Zermatt fior di cervelli si sono messi a studiare con grande determinazione (e speriamo con altrettanta creatività, ma dai programmi pubblicati non sembrerebbe) come celebrare ulteriormente quest’icona mondiale. E’ un peccato sapere che agli alpinisti è stato vietato con qualche genere di ordinanza di salire sul Cervino nella giornata del 14 luglio 2015. Sono convinto infatti che sarebbe bastato un “invito”, invece si è ricorso al divieto, come sempre.

Sul sito delle celebrazioni è scritto testualmente (tradotto dall’inglese): “La comunità alpinistica ricorda e porta rispetto ai 500 alpinisti che hanno finora perso la vita sul Cervino. Per questa ragione, il Cervino sarà chiuso ad ogni attività alpinistica il 14 luglio 2015. Ciò si applica a tutte le creste e le vie della montagna, sia sul versante svizzero che su quello italiano”.

Pensare che nella comunità alpinistica possa esserci qualcuno non disponibile a questo piccolo sacrificio è un insulto. Grazie ai pubblicitari di Zermatt si è alla costrizione che un programma sia rispettato o con le buone o con le cattive. Le cattive sono una multa fino a 50.000 franchi svizzeri! Si è preferito l’ordine autoritario alla spontaneità. Siamo sicuri che il modo più dignitoso per onorare la memoria dei caduti sia una proibizione?

Questo vergognoso divieto viene da lontano. Il Cervino è considerato di proprietà di chi molto razionalmente e con autorità sta cercando di appropriarsi della sua immagine. E quando ci sono proprietà e rendita il divieto è quasi obbligatorio…

Uno degli eventi previsti per il 150°
OffensivoDivieto-max-resdefault

Il Cervino è con l’Everest la più famosa montagna del mondo ma, per molti motivi, la notorietà di cui gode è ben diversa da quella della più alta montagna della Terra. Il suo fascino, come del resto quello di tutte le altre montagne alpine nel corso della storia dell’alpinismo, è stato ormai privato di quel poco di magia e di sa­cralità sopravvissuti al secolo dei lumi. Lo sherpa Tenzing raccontò che dopo essere ritornato dalla vetta dell’Everest gli fu chiesto insistentemen­te se in cima aveva visto Shiva, oppure qualche altra divinità. Nulla di tutto ciò per il Cervino, che al contrario diventò scenario di grandi aspirazioni spor­tive e di romantiche o decadenti tragedie umane, so­prattutto dopo le polemiche in seguito alla di­sgrazia che ne concluse la prima ascensione.

Ai piedi del Cervino è stata costruita Cervinia, un villaggio va­canziero dove prima era solo pascolo. Zer­matt, sul versante sviz­zero, è allo stesso modo uno dei centri turistici più eleganti e importanti al mondo. Per entrambe il simbolo è la Gran Becca, o il Matterhorn che dir si voglia. Milioni di cartoline, di illustrati turi­stici, migliaia di libri e di calenda­ri, centinaia di film, decine di campagne e spot pub­blicitari hanno sfruttato il Cervino come «forma» dell’immaginario collettivo. L’idea del Cervino è un arche­tipo «laico» dell’umanità occidentale, quindi tendente a moltipli­carsi in serie, come tutti gli og­getti soggetti ad adorazione profana. Mentre le monta­gne sacre vorrebbero riassumere in sé le qualità di uno Spirito assoluto e quindi in definitiva tendono ad essere una sola, per il Cervino si nota la disponibi­lità contraria, quella di riprodursi in mille feticci più o meno somiglianti all’originale e più o meno in vendita. Ne esiste perfino una versione per i bambini, a Disneyland.

Ma ci sono altri motivi che hanno favorito la molti­plicazione dei Cervini. Horace-Bénédict de Saussure, nei suoi Voyages dans les Alpes, per primo scrisse nel 1796: «Ma la cosa più bella di cui quel sito offra la vista è la grande e superba cima del Mont-Cervin, che si leva ad altezza enorme in forma di obelisco trian­golare di roccia viva, che pare lavorato a scalpello. Mi propongo di ritornarvi un al­tr’anno ed osservare da più vicino e misurare quel magnifico roc­cione. Ma non si potrà certo misurarlo portandovi su il barometro, ché i suoi fianchi dirupati non offrono presa neppure alla neve». E dopo averlo osservato e misurato ai suoi piedi si domandava «Quale forza è stata necessaria per frantumare e spazzare tutto ciò che manca a quella pi­ramide… Perché attorno ad essa non si vede alcun cu­mulo di detriti…».

Anche John Ruskin in The stones of Venice (1886) tro­vava strano che «il più nobile scoglio d’Europa» offris­se esempio di massima stabilità pur essendo «formato da materiali imperfetti e di diversa na­tura».

Il nuovo rifugio dell’Hoernli (inaugurazione il 14 luglio 2015)
OffensivoDivieto-Hoernlihuette-visuell_front_magnific

Guido Rey elevò il Cervino a un rango ancora supe­riore, gli de­dicò una vita di opere e pensieri ad esso consacrando gli ultimi anni di vita e soggiornando nella «baita» ai suoi piedi: «Venite a vedere questo posto» scriveva alla sorella ed alla nipotina predi­letta l’anno antecedente alla morte, «prima che la strada delle au­to non ne abbia guastato la solitudine e la poesia… dopo, io non ci verrò più…». Per il Poeta del Cervino, la «sua» montagna era il monumento concreto all’affermazione: «Io credetti e credo la lotta coll’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede».

Anche se più prosaico, Federico Sacco, nel suo splen­dido Le Alpi (1934), non poteva non dedicargli un in­tero capitolo, «Come si formò il Cervino», che inizia così: «Chi, risalendo la Valtournenche, oltrepassata l’aspra strettoia di N. D. de la Garde, si affaccia fi­nalmente alla mirabile conca del Breuil, rimane anzi­tutto profonda­mente colpito dalla gigantesca maestà del Cervino che si erge di colpo, arditissimo, come immane piramide di roccia slanciata ver­so il cielo; né meno imponente esso appare dal lato svizzero, o da qualche cima vicina». In seguito lo stesso Sacco os­servava acutamente ciò che in effetti contraddistingue questa grande mon­tagna dalle altre: il grande contra­sto tra la selvaggia struttura che tende ad invadere il cielo e il dolce paesaggio alla base di essa.

Dunque «isolamento» dalle altre montagne, «difficoltà di conquista» e «contrasto» con l’ambiente circostante sono tra i motivi del suc­cesso dell’«idea» del Cervino.

Ma, più di tutto, causa della grande diffusione menta­le del Cervino è la sua «forma piramidale». Il modo più antico di elevarsi è la pi­ramide, tanto che si può di­re che tutte le cime artificiali hanno quella forma e non altra. Volume, orientamento delle facce, linee che si collegano in alto verso il cielo rappresentavano il bisogno dell’umanità di ordinare l’universo e di ri­produrne le leggi: e oggi la perfetta piramide a quat­tro facce del Cervino riproduce la sintesi di ciò che di più cartesiano ci portiamo dentro: ciascuno di noi cogita il suo Cervino e fissa lì le sue esigenze geo­metriche.

La fotografia ha continuato l’opera degli scrittori e dei pittori. Il Cervino visto dai pressi di Zermatt mentre tenta di avvitarsi nel cielo è uno stereotipo di cui non ci libereremo mai più e che rischia di pro­vocarci anche delusioni. Come nel caso della Muztagh Tower, fotografata con il teleobiettivo da Vittorio Sella da un lon­tano e particolare punto d’osservazione e quindi in pratica immagi­ne solo virtuale.

Uno degli ultimi episodi riguarda Rotterdam, dove una struttura arti­ficiale di una quarantina di metri co­struita per potervi arrampicare all’interno e all’e­sterno, è stata battezzata il Cervino dei Paesi Bassi.

Se le aziende svizzere produttrici di cioccolato vogliono raffigurare nella confezione la montagna per eccellenza, è logico che riproducano, più o meno stilizzato, il Matterhorn. Non è altrettanto normale che lo facciano anche nel resto dell’Europa per una serie di prodotti tra i più svariati. Gli altri Cervini sono dunque le montagne che albergano nelle profondità della psiche individuale, ciascuna fatta a modo suo ma tutto sommato simile alle altre, perché derivate da un’unica immagine primigenia, più bella e più grande, cui il Cervino vero ha avuto la sorte di somigliare.

Se anche i pubblicitari credono che il Cervino sia un modo di comunicare a presa rapida, possiamo dire che sia un’espressione di linguaggio universale, allo stesso modo di una serie azzeccata di note musicali.

OffensivoDivieto-Folklore-Festival-Alphornblaeser_grid_624x350
Al seguito di scrittori, pittori, fotografi e giorna­listi, anche gli alpini­sti non sono sfuggiti a questo fenomeno del nostro tempo. È loro la responsabilità dell’aver confrontato le montagne più diverse sem­pre all’unica possibile pietra di paragone: il Cervino. Ed ecco quindi il Cimon della Pala diventare il Cervino delle Dolomiti quando lo si guardi dalla Baita Segan­tini. L’affiancare le due mon­tagne non ha alcun senso logico se si guardano solo architettura, litologia, geologia: il problema era che anche le Dolomiti «dove­va­no» avere il loro Cervino! Tutte le montagne pirami­dali sono state ribattezzate, basta citare il Cervino delle Ande, cioè l’Alpamayo, oppure la stessa seconda montagna in altezza del mondo, il K2. Poco importa che, se calcoliamo il volume di quest’ultima in chilo­metri cubi, scopriamo che è ben 44 volte quello del Cervino: all’epoca della conquista italiana del 1954 si parlò e riparlò del Cervino del Karakorum. E così l’Ama Dablam, lo Shivling e il Gas­herbrum IV, tutte piramidali e isolate: accostamenti facilmente cri­tica­bili, caso per caso. Non è che, considerato che en­trambi erano poeti, Vittorio Alfieri sia mai stato chiamato il Dante Alighieri dell’astigiano, eppure o­gni valle vorrebbe avere il suo Cervino, forse anche per la pigra abitudine che tutti abbiamo di ri­farci a dei modelli invece che far la fatica di riscoprire le individua­lità nascoste e l’intrinseca originalità.

Ed è questa pigrizia il vero passaporto che ci lascia sopportare che il Cervino sia di proprietà di qualcuno, e di conseguenza che questi ne “debba” vietare l’accesso per questioni di sicurezza o ne possa proibire la salita per rispetto ai defunti.

Rispetto e dolore che esistono per conto proprio dentro di noi, che dunque ci sentiamo profondamente offesi che nello stesso giorno, 14 luglio, sia anche inaugurato in pompa magna il nuovo rifugio dell’Hoernli, attorno al quale è e continuerà ad essere vietata ogni forma di campeggio.

La propaganda c’informa vantandosene che il nuovo rifugio ha una capacità di ricezione leggermente inferiore a quella del precedente e non ci dice però che i prezzi sono raddoppiati o quasi, nella filosofia dilagante che il Cervino non debba essere meta dei poveri.