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Accesso alle falesie – 1

Accesso alle falesie -parte 1 (1-2)

Il 21 maggio 2015 su Lecconotizie.com compare, a firma di C. Franci, un articolo che, per il mondo dell’arrampicata, è pura dinamite: “Nibbio: salta il progetto di riqualificazione, occasione persa”.

Il Corno del Nibbio Settentrionale 1368 m è lo scoglio roccioso più noto tra tutte le ardite strutture della Grignetta. Noto fin dai tempi di Emilio Comici, ha visto spellarsi su di sé le dita di migliaia di arrampicatori (lecchesi e non). E anche se oggi certamente è una falesia tra le tante nel frattempo “coltivate” e cresciute, non cessa di rappresentare quel giusto misto di storia e di attualità.

Pochi giorni prima dell’uscita dell’articolo erano stati affissi alla sua base almeno due cartelli indicanti il divieto d’accesso all’area. L’episodio aveva rapidamente fatto il giro delle bocche e non poteva non essere pubblicato, visto l’allarme che aveva suscitato.

Il Nibbio è di proprietà della famiglia Ponziani dal lontano 1936 e recentemente era rientrato nel progetto di riqualifica delle falesie promosso dalla Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino, con 60.000 euro di cifra stanziata per riattrezzare la falesia e sistemare il sentiero che dai Piani Resinelli conduce al Corno.

Corno del Nibbio Settentrionale
Grigna, il Nibbio Settentrionale, da nord

 

Scattano le indagini su quanto è successo. Carlo Greppi, presidente della Comunità Montana, ammette che “il progetto è saltato per il mancato accordo con la proprietà sull’acquisto del bene”. Maggiore chiarezza fa la proprietaria, Anna Ponziani che dichiara: “Quando abbiamo saputo del progetto della Comunità Montana abbiamo proposto loro di comprare l’area, sia perché ci saremmo alleggerite da una responsabilità sia perché ci piaceva l’idea di rendere effettivamente pubblica una falesia così importante. La Comunità Montana si è offerta di comprarla a prezzo di esproprio: ci hanno proposto 6.300 euro, ma la nostra valutazione, condotta con l’ausilio di un consulente e anche di un avvocato, era di 30.000 euro. Una cifra onesta, considerando il valore totale del Nibbio, intendo al di fuori della metratura”.

In effetti l’area totale è di circa 6.700 mq e francamente non sembra che un prezzo di neppure 4,5 euro al mq sia una richiesta esosa.

Non c’è stato accordo. Anche se all’ultimo momento i Ragni di Lecco, non coinvolti nel progetto di riqualifica, hanno tentato di indurre le parti a un compromesso. Siccome il progetto della Comunità Montana prevedeva la risistemazione di tutte le vie di arrampicata presenti al Corno del Nibbio secondo i criteri internazionali (quindi utilizzo di materiale certificato, mano d’opera assegnata a Guide Alpine e sistemazione della base per lo stazionamento degli arrampicatori), si è cercata la quadra intervenendo anche sul preventivo dei lavori e abbassandolo: ma la CM ha tenuto duro.

Uno dei cartelli alla base del Nibbio
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Ancora Anna Ponziani: “I cartelli sono stati messi pochi giorni fa in accordo con due avvocati che ci hanno seguito in questa vicenda. Di fatto è un modo per tutelarci, la falesia è un luogo potenzialmente pericoloso per diversi motivi e su di noi gravano delle responsabilità. I cartelli rilevano che quella è una proprietà privata e chi vi si avventura lo fa a proprio rischio e pericolo”.

In conclusione, per tutti è stata una sconfitta e un’occasione persa: per il territorio, per lo sport e per il turismo.

Ma gli arrampicatori vanno più in là, oltre alla vicenda locale (che magari di qui a qualche mese potrebbe anche trovare una soluzione). Improvvisamente ci si è ricordati che tutte le falesie, se in terreno privato, sono a rischio chiusura! Se solo i proprietari ci riflettono, le probabilità che i cartelli di divieto crescano come i funghi salgono a dismisura.

Nello scoppiettio di opinioni, il 29 maggio 2015 Emanuele Pellizzari (mister Kinobi), di Treviso, scrive confidenzialmente: “Ostia… sono un filo scosso. Cercherò di spiegare la mia visione del mondo arrampicatorio. Io non so bene se ho capito male, ma ho stropicciato gli occhi e riletto più volte…“Questa Comunità Montana ritiene che una falesia non può assumere un valore di mercato in quanto tale, cioè per il fatto che la gente ci arrampica o, a maggior ragione, perché ospita itinerari storici. Riteniamo fondamentale che l’arrampicata sulle falesie naturali possa essere attività svolta liberamente, con la consapevolezza della responsabilità personale di chi la pratica”. A casa mia questa frase significa che, se una falesia è storica, si è autorizzati a comprarla a prezzo di esproprio. “Ghe sboro” direbbe un mio amico venexian! Diciamo che questo è un disincentivo per ogni proprietario terriero a far entrare un arrampicatore nel suo terreno, in quanto la falesia potrebbe diventare “storica” e ti ciulano il terreno. La seconda cosa, e facendo la premessa che non so bene come sia fatto il Nibbio e le complessità di richiodatura, mi azzardo a dire la mia opinione da fornitore di materiale (come dice la comunità “certificato”): chiodare un tiro con sosta a doppio moschettone inox e tutto a inox nei punti di protezione costa meno di 100 euro (ivati stando larghi, abbondanti e distesi). “Slarghemose”: facciamo 120 euro! Mettiamo un trapano defunto (720 euro), 4 statiche andate (500 euro), 150 euro tra casco e imbrago. La benzina costa, le tasse si pagano, ecc. Ripeto, ignoro la conformazione del Nibbio e le opere di disgaggio e di consolidamento da fare. Posso solo asserire che quando io devo richiodare un tiro in falesia, di norma, tra salirlo e richiodarlo, ci metto il tempo che il mio compagno fa due tiri. Detto questo, se io fossi il proprietario, per me 10.000 euro per una falesia (da capire con quanto terreno, sarebbe bello ce lo dicessero), manco dopo morto lo vendo, piuttosto lo regalo in cambio di una lapide sul bordello del paese: non in Municipio dove la gente va a questionare, ma nel bordello dove va a divertirsi! Infine, non so se la Comunità legge, ma per favore, non scrivete queste cose in giro che non si sa mai che i proprietari terrieri le leggano!”.

Emanuele Pellizzari
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La vicenda rientra in pieno, e clamorosamente, nella casistica per cui l’Osservatorio per la Libertà in Montagna è stato creato. In qualità di suo portavoce però, di fatto, io non so cosa comunicare… Allora mando una raffica di mail a tutti i nostri amici legulei. La domanda è: – Ma siamo così sicuri che il proprietario di un terreno è responsabile per chi ci si fa male? Come mai le autorità locali in zone del nord Inghilterra sono intervenute contro proprietari del genere?

L’avvocato Lucia Foppoli risponde subito, 29 maggio 2015: “Accidenti, Anna Ponziani la conosco bene; non sapevo fosse proprietaria anche del Nibbio! Qui a Sondrio abbiamo avuto una questione analoga per la palestra di arrampicata denominata della Sassella e intitolata a Celso Ortelli, di cui mi ero occupata anche io da presidente di sezione. E’ stata riaperta dopo anni di chiusura, a seguito di un’ordinanza che vietava l’utilizzo delle soste, ecc.
Era un’area privata e c’erano sempre questioni con i proprietari che legittimamente vietavano l’arrampicata per varie ragioni (c’è una vigna coltivata ai piedi, per esempio); la palestra è stata inserita nell’elenco delle opere pubbliche per cui era possibile espropriarne (appunto per pubblica utilità) l’area, ma il Comune ha preferito trattare l’acquisto dai proprietari. Ora si sta trattando l’acquisto anche di un’altra parte dell’area con lo stesso procedimento. Quanto all’indennità (il valore del bene da espropriare) va stabilita secondo legge. Il Comune ha in seguito stipulato una convenzione per la manutenzione dell’area con la locale sezione CAI che utilizza ovviamente professionisti per le certificazioni e ha assicurato la palestra (assicurazione stipulata dal CAI centrale) e si è tutti un po’ più tranquilli…
Certo il percorso non è stato semplice e neppure breve, ci sono voluti anni. Una soluzione, nel caso in argomento, forse più semplice burocraticamente parlando e trattandosi di privati, potrebbe essere quella di convincere la famiglia Ponziani ad affidare la sola gestione, trattenendo la proprietà alla Sezione del CAI che s’incarica di mantenere in ordine la falesia (soste, ecc.) e assicurare la palestra. Il dialogo con i proprietari e l’accordo con loro è imprescindibile
”.

In arrampicata sulla palestra della Sassella (Sondrio)
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Il giudice Maria Barbara Benvenuti risponde poco dopo: “Buongiorno a tutti, da quel che ho letto mi sembra che la decisione dei proprietari di vietare l’accesso nell’area di arrampicata rientri nella strategia delle trattative pre-contrattuali, per creare tensioni e indurre gli enti locali a concludere l’acquisto ai prezzi proposti dai Ponziani. Per questo, come Osservatorio, in questa fase delle trattative, prescinderei dalle questioni giuridiche e creerei invece un movimento di opinione volto a sensibilizzare gli interessati alla falesia (compresi la proprietà e gli enti locali), insistendo sull’importanza di mantenere aperta una palestra storica come quella in questione. Eviterei di cadere nella trappola delle responsabilità, che bloccherebbe irrimediabilmente la situazione irrigidendo la posizione dei proprietari. Dal punto di vista delle responsabilità è vero infatti che il proprietario può essere chiamato a rispondere se qualcuno si fa male, se non dimostra che l’area è data in gestione e in uso a qualche altro soggetto (ecco perché l’affidamento in gestione al CAI torna comodo, perché il sodalizio può beneficiare di buone condizioni assicurative a prezzi ragionevoli di premio); se la proprietà mette il divieto di accesso, come hanno fatto i Ponziani, diventa invece esente da responsabilità, come pure se mette l’avviso che l’area non è soggetta a controlli e che chi arrampica lo fa a proprio rischio e pericolo. Questa è la sintesi di un problema molto più complesso e articolato ovviamente”.

L’avvocato Paola Romanucci, 30 maggio 2015, dà una risposta abbastanza esauriente sulla quale poi convergeranno altri interventi: “La strategia del cartello “proprietà privata” (che in questa vicenda può essere strumento di pressione a fini contrattuali) è pratica diffusa tra i proprietari di fondi privati: implicitamente, un “proprietà privata” accompagnato da un “divieto di accesso” non obbliga il proprietario a presidiare il terreno per impedirne la frequentazione, ma può valere a escluderne la responsabilità in caso di incidente. Tipica soluzione di compromesso all’italiana, ma ha risolto alcune impasse con i proprietari, almeno in terra picena.
D’altra parte, in questo clima di “caccia al responsabile” dobbiamo aspettarci un fiorire di divieti più o meno effettivi, più o meno fittizi: i proprietari vogliono dormire sonni tranquilli.
Peraltro, pongo una questione giuridica: come si regge la responsabilità di un proprietario a fronte della pratica consapevole di un’attività sportiva? Una cosa è la fattispecie “Vermicino”, in cui un proprietario di un fondo accessibile omette di segnalare la presenza di un pozzo non visibile (il che configura la fattispecie denominata “insidia o trabocchetto”, che dà luogo a responsabilità). Altro è tenerlo responsabile del fatto che una libera (e anarchica) comunità di scalatori disgaggia, attrezza, scala, e magari cade nella sua proprietà. Mi pare che un’azione ad alta intenzionalità come scalare una parete basti e avanzi a fornire il nesso causale con l’incidente, escludendo per converso ogni rapporto di causalità con la proprietà e la conduzione del fondo. Sarebbe come dire che se un cacciatore si spara in un piede dentro un fondo privato, può chiedere il danno al proprietario.
Chiusa (ma mica tanto) la parentesi giuridica, veniamo alla fatidica domanda: noialtri (CAI, Osservatorio), che “famo”?
Personalmente, credo che accollare al CAI la gestione e la responsabilità di falesie aperte e frequentate da chiunque, dalla certificazione di sicurezza tramite professionisti alla manutenzione alla copertura assicurativa, sia un pericoloso boomerang. Non soltanto perché il CAI non è strutturato per reggere una simile gestione e simili rischi, specie a fronte di una frequentazione che deve, imprescindibilmente, restare libera e aperta (altrimenti cambiamo nome all’Osservatorio).
Soprattutto, perché mi pare profondamente sbagliato che il CAI diventi “fornitore di sicurezza”. Semmai, è l’esatto contrario: il CAI deve farsi carico di (tornare a) insegnare che le attività in ambiente – che siano su un paretone alpino o in una falesia di 30 metri, su un pendio di neve o dentro una forra – hanno, sempre, un rischio intrinseco incomprimibile, che impone assunzione di responsabilità personale. Responsabilità che, in falesia, è di chi attrezza la via, non meno di chi sceglie di scalarla. Su questo dobbiamo assumere la responsabilità di una battaglia culturale difficile e alta, a partire dalle Sezioni. Chi sceglie di “avventurarsi” (nel senso lessicale e filosofico del termine) in ambiente naturale e al di fuori di un contesto professionale, diventa automaticamente “capitano di se stesso” e si assume la responsabilità di quello che fa.
In sintesi, non facciamoci tentare dall’ennesimo “format” per rincorrere la soluzione dell’ennesimo problema creato da una società sempre più isterica: ferma la battaglia culturale comune, le falesie sono una galassia di situazioni diverse, entro le quali le diverse realtà territoriali troveranno una soluzione adatta alle contrapposte esigenze, del proprietario e dei frequentatori: da qualche parte si comprerà il fondo, altrove basterà scavalcare con nonchalance una catena e ignorare un cartello, forse qualcuno interdirà l’accesso sul serio. E’ la liberta, bellezza
”.

L’altro cartello alla base del Nibbio
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L’ingegner Carlo Zanantoni, che per decadi si è interessato alla qualità del materiale di arrampicata e alpinismo ed è uno dei fondatori dell’Osservatorio per la Libertà, il 30 maggio 2015 scrive rispondendo alle tre signore che l’hanno preceduto: “Mi fa molto piacere che la componente femminile dell’Osservatorio si dimostri particolarmente vitale e competente… Mi pare che il coinvolgimento ufficiale del CAI e delle guide sia da tenere come ultima ratio, invece l’acquisto da parte della Comunità Montana sarebbe un modo per sbrigarsi. Ma tutto questo non sarebbe strettamente necessario, se io non mi sbagliassi nel supporre che:
– una possibilità di esproprio non sia del tutto esclusa (Lucia Foppoli);
– la proprietà si libererebbe da ogni responsabilità se mettesse un divieto d’accesso e altri opportuni avvisi (Barbara Benvenuti).
Si tornerebbe così alla situazione preesistente, a meno che la proprietà impiantasse una recinzione che gli arrampicatori dovrebbero danneggiare per entrare (potrebbe?). Mi pare che la responsabilità del pasticcio sia della Comunità Montana e del suo progetto di riqualifica delle falesie, che ha generato nella proprietà un comprensibile desiderio di sfruttare economicamente un terreno altrimenti inutile
”.

Da parte del giudice Carlo Ancona, 1 giugno 2015: “Mi pare che le considerazioni che leggo a firma Paola Romanucci siano assolutamente da condividere; che poi i proprietari possano dormire davvero sonni tranquilli, con la giurisprudenza che esiste in tema di responsabilità per cose in custodia, è tutt’altro che certo; ma comunque va verificato caso per caso; che poi sia questa la via scelta in Italia alla libertà, dimostra solo che di essa vi è paura, e non desiderio; ma il punto essenziale è che condivido appieno le considerazioni sui compiti del CAI, che non può essere un titolare nella (scomoda) posizione di garante di sicurezza”.

(continua)

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Salire a lato e scendere di notte sulle piste

Salire a lato e scendere di notte sulle piste

Il quotidiano Trentino, il 24 gennaio 2015, titolava “Troppi scialpinisti sulle piste del Bondone, anche di notte. L’allarme delle Funivie”.
La Società Trento Funivie ribadisce ancora una volta i divieti: “Sia le norme provinciali che quelle nazionali vietano la risalita delle piste e qualsiasi loro utilizzo al di fuori dell’orario di apertura al pubblico”.

Il problema nasce dallo scontro con la necessità di manovra serale e notturna dei mezzi battipista. Gli sciatori non possono essere presenti, neppure a ragionevole distanza: le piste devono essere deserte, per evidenti ragioni di sicurezza. La società degli impianti di risalita ricorda infine che con l’applicazione della normativa vigente, qualsiasi utilizzo al di fuori dell’orario di apertura è pertanto assolutamente vietato.

Rifugio al Sole, vetta del Palon del Monte Bondone
????????????????????????????????????È vero – dice Marco Furlani, il noto alpinista, pure lui frequentatore notturno del Bondone – la risalita delle piste da parte degli scialpinisti è molto frequente sul Monte Bondone: che è meta di moltissimi appassionati che utilizzano anche le ore notturne per allenarsi, grazie alla facile accessibilità. La Società ha concesso per tre precise piste (Diagonale Montesel, Cordela e Lavaman) l’apertura il giovedì e il sabato, dalle ore 20 alle 22.30. Tra l’altro proprio l’altra sera – a pochi metri dalla vetta del Palon – è stato soccorso uno scialpinista colto da infarto: è stato salvato con l’uso del defibrillatore dagli agenti della polizia municipale che erano in servizio a Vason, proprio in occasione della serata di sci notturno.

Ma il problema è che la gente non si accontenta dei soli giovedì e sabato. Anche se il rifugio al Sole, in vetta al Palon, le altre sere è chiuso, sono tantissimi quelli che vanno su di notte e poi scendono, incuranti dei gatti che lavorano”.

Nel novembre 2014 è stato diffuso un video dal soccorso alpino di Schladming (Austria): vi si evidenziano i rischi che corre chi scende lungo le piste da sci mentre sono all’opera i gatti delle nevi per la battitura. I gatti talvolta, per avere maggiore trazione, utilizzano un verricello e un cavo che può avere una lunghezza fino a 1.000 metri e che può anche essere nascosto sotto la neve e avere movimenti improvvisi e violentissimi. Ecco il video:

Il 30 gennaio 2015 il quotidiano L’Adige riprende l’argomento con un articolo di Fabia Sartori, dal titolo “Scialpinisti sulle piste pericolosi da multare”. L’articolo è praticamente un monologo di Francesco Bosco, capo degli impianti di Campiglio e presidente della sezione trentina dell’associazione nazionale esercenti funiviari (ANEF), che invoca un deciso giro di vite a suon di multe per quella che ritiene essere una vera e propria “piaga” che affligge tutti i caroselli del territorio trentino.

Gli scialpinisti che risalgono le piste in orario d’apertura e di chiusura vanno multati: la loro attività è assolutamente illegale ed è punibile a norma di legge. Anche in Trentino è il momento di arrivare ad applicare le sanzioni previste, che fino ad oggi non sono mai state elevate… Nelle altre Regioni e Provincie le forze dell’ordine multano (come previsto dalla legge nazionale 363 del 5 gennaio 2004) chi si avventura in salita con le pelli di foca con ammende che variano tra 120 e i 250 euro… Invito caldamente la Polizia di stato e i Carabinieri, il Corpo forestale e la Guardia di Finanza, la Polizia locale a praticare le sanzioni previste per i soggetti inadempienti. A noi impiantisti non e concesso di multare: possiamo solamente produrre segnalazioni alle forze dell’ordine preposte oppure invitare personalmente gli scialpinisti a cambiare percorso”.

Dice Marco Furlani: “È vero che la legge chiarisce come la risalita sulle piste con gli sci ai piedi sia normalmente vietata, così come qualsiasi utilizzo (in salita e discesa) delle pista in orario di chiusura. Ma è anche vero che sul Bondone si è sempre chiuso un occhio… Non dimentichiamo che questo “traffico” notturno è una manna per il rifugio al Sole, di proprietà guarda caso della Società Trento Funivia”.

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Bosco invece insiste: “Ritengo che sul nostro territorio si sia creata una sorta di «lobby intoccabile» che riceve tolleranza e permissività da parte di tutti. Paradossalmente conosco casistiche di azioni delle forze dell’ordine su persone che hanno intrapreso il fuoripista in località in cui è vietato: sulle piste il pericolo viene sottovalutato… ci sono i cartelli di divieto che vengono spesso rimossi… il nostro personale rischia perfino di essere aggredito nel momento in cui invita gli scialpinisti a lasciare le piste… mi chiedo dove stia il buon senso”.

Parlando di sciescursionismo, un tempo erano sentieri e stradine forestali a essere maggiormente battuti, poi pian piano si è affermata quest’usanza (in realtà nata in Austria) di salire e scendere in pista, ovviamente soprattutto nelle serate di sabato e domenica. Che ci sia rischio è evidente: gli operatori non vedono gli sciatori nelle tenebre e non li sentono, gli scialpinisti possono non accorgersi della fune tirata. Un incidente, anche grave, non è per nulla improbabile.

Siamo d’accordo con Bosco quando invita i vari Sci Club del Trentino, o i gruppi SAT, a rinunciare a organizzare scialpinistiche in notturna ai rifugi, con conseguente discesa di 100 o 150 persone sulle piste. Il lavoro dei mezzi battipista ne risulterebbe nullificato, la mattina dopo le piste risulterebbero quasi impercorribili allo sciatore medio. Questa non può essere una pratica che il CAI o associazioni similari possano favorire.
Purtroppo per il presidente Bosco la soluzione si ha attraverso il «fioccare» delle multe. Per lui la responsabilizzazione si ottiene solo con la coercizione e la sanzione: “L’unica attività concessa è quella di risalire su sentieri o stradine e poi ridiscendere lungo le piste se sono aperte… Sono contrario a modifiche di legge al fine di individuare una «zona franca» a bordo pista dove lasciare libero il passaggio con gli sci ai piedi: rimarrebbe un alto grado di pericolo, anche perché il bordo pista non è semplice da identificare. Noi impiantisti siamo responsabili in toto della gestione delle piste e se la Provincia vuole legiferare deve prendersi anche la responsabilità della tutela di chi sale con gli sci ai piedi”.

Dunque gli impiantisti, forse complice l’incidente del succitato infartato, alzano la cresta. Il sito http://girovagandoinmontagna.com osserva: “Perché una società privata, sia pure partecipata, che gode comunque di concessione pubblica, deve espropriare a suo esclusivo interesse una intera montagna? Nel caso del Bondone non solo di giorno ma, con l’estensione dell’apertura degli impianti, perfino di notte? I problemi della pericolosità di risalire le piste durante la battitura pista sono noti, ma possibile non si possa trovare una soluzione per tutelare anche chi, legittimamente, preferisce salire la montagna con le pelli piuttosto che con gli impianti? Le montagne non sono proprietà privata degli impiantisti”.

Marco Furlani getta acqua sul fuoco: “Non è interesse della Società Trento Funivie spingere troppo l’acceleratore. Gli va bene che la gente salga al loro rifugio. Però attenzione: salire sempre a lato della pista, oltre le paline, con un solo punto (segnalato) di attraversamento della pista (a Vason). Indi scendere sempre in assenza dei gatti delle nevi.

Francesco Bosco
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Pericoli tecno/giuridici in alpinismo

Pericoli tecno/giuridici in alpinismo
di Carlo Bonardi (C.A.A.I.Gruppo Centrale)

(Intervento all’assemblea del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Il titolo della relazione evidenzia come si sia ritenuto di togliere l’alpinista dai pericoli tramite tecniche e norme ma anche come ora egli sia in un altro pericolo.

Due gli ambiti esaminati: nell’evoluzione storica e nel giuridico.

Sciliar e Monte Pez al tramonto
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1) dalla nascita, in alpinismo ci sono stati materiali e tecniche per progressione e assicurazione: antiche stampe rappresentano pertiche, furono portate scale per superare passaggi, corde, ecc.; l’uso era modesto e derivato dalla vita comune.

Tra i vari aspetti emblematici, il finto duello alla pistola tra Preuss e Piaz ai primi del ‘900, in relazione alla scelta se impiegare o no i mezzi artificiali.

Per Preuss l’alpinista non doveva salire ove non fosse stato in grado di scendere: rinunciò a “competere” con quelli che tali remore non avevano e dunque a belle vie nuove o montagne; proponendo una auto-limitazione dell’altrimenti possibile, indicava e praticava un’etica di comportamento.

Oggi non è facile dire chi abbia avuto ragione tra lui e Piaz: certamente il secondo se si guarda alla massa, ma non sempre.

Un simile quadro – fosse accolta o respinta quell’etica – è comunque durato fino agli anni ’60 e un po’ dopo.

Cesare Maestri impiegava molti chiodi a pressione ma era anche un grande liberista, e lo evidenziò col presentarsi allievo al corso di Guida scendendo senza corda dalla Via delle Guide al Crozzon di Brenta: però lui e gli altri della sua generazione restavano nell’ambito della montagna ed apprezzavano l’elemento pericolo.

Allora l’ideazione, realizzazione e utilizzo di materiali e tecniche alpinistici erano opera dei praticanti e connaturati alle necessità di quel tipo di alpinismo, anche per i primi imprenditori di settore (Grivel, Cassin, ecc.).

Successivamente, si è verificato un mutamento di paradigma, consolidatosi negli anni ’80, quando due elementi almeno hanno intaccato i caratteri del precedente: l’accresciuto interesse per il c.d. “gesto” arrampicatorio, che poteva anche giungere a non cercare la montagna; e, posto che quel gesto deve essere difficile (in esso generalmente il “terzo grado” consente poca soddisfazione), la necessità di ripetutamente tentarlo ed eseguirlo senza danni e pertanto con necessità di un uso particolare di chiodi, neanche per messa in discussione del pericolo medesimo ma che semplicemente diventarono in quel senso un indifferente strumento d’esercizio.

Un altro mutamento di paradigma è nato in tale scia, pure ove il riferimento fosse ancora di montagna e vi fossero i correlati pericoli: accantonate le remore etiche o sostituitele con altre, da allora il materiale e la tecnica saranno tutto ciò che possa servire od accompagnare lo scopo, non soltanto in impieghi di base determinati, ed anche quale bene in se stesso, fermo che diversi in sostanza continuano a farne a meno o a limitarsi.

Inoltre – con l’ipotetico limite d’esaurimento delle possibilità operative – l’ambito soggettivo degli ideatori e realizzatori di materiali e (quindi) di tecnologie sarà sempre più aperto o preso da non necessariamente alpinisti, di varie provenienze: professionisti (esempio: ingegneri) o imprenditori in quanto tali.

In questi ultimi anni, si è assistito a un moltiplicarsi – per varietà e invasività – di applicazioni che possono essere dirette a facilitare e/o rendere meno pericolosa la pratica arrampicatoria o in genere alpinistica ma che non è detto siano ispirate da fini che non siano sostanzialmente solo di mercato, individuati o diffusi da chi spesso nel “nuovo” campo opera per ordinarie ragioni di profitto incrementando bisogni e desideri altrui, pure se non fa mancare qualche aumento di “sicurezza”.

Il fenomeno si vede coi droni: concepiti per motivi bellici, applicati in agricoltura, proposti per il soccorso di naufraghi, verranno impiegati per la ricerca di dispersi da valanga e poi chissà in quali ulteriori usi.

La parete est del Monviso
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2) Su questi aspetti sarebbe utile che gli alpinisti si interroghino anche quanto all’ambito giuridico, per alcune relative e negative conseguenze.

In generale, nella società della modernità e specie dal ‘900, aumentano le materie e i modi in cui è intervenuto il diritto (c.d. “giuridificazione”), a volte effettivamente per assicurare l’incolumità. Negli ultimi anni ne sono stati investiti la montagna e l’ambito alpinistico ed escursionistico, ecc., sull’affermazione del fatto che più norme diminuirebbero i pericoli, a vantaggio di tutti; però le reali matrici hanno appunto spesso natura economica, politica, amministrativa e gli alpinisti, se non vogliono subire o mettersi essi stessi nei guai, devono prestare attenzione a quanto viene a loro imposto o proposto o loro stessi richiedono.

Su tale aspetto, in numerose occasioni ho (vanamente) richiamato l’attenzione ad una norma fondamentale, l’art. 43 del codice penale del 1930, vigente e già di quotidiana applicazione per chiunque e in ogni ambito di vita:

“Il delitto: …

è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia [nota: c.d. “colpa generica”], ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline” [nota: c.d. “colpa specifica”. …

Da essa si desume che, nonostante l’asfissiante e sovente ottusa invocazione di nuove “regole” giuridiche, queste ci sono già, ed evidenzio che l’applicazione è molto severa.

Ciò che ha rilevanza giuridica, viene di volta in volta individuato dal giudice (stabilirà lui, anche con l’ausilio di esperti, se vi sia stata negligenza, imprudenza o imperizia, ad esempio per decidere se fosse stato lecito o no fare arrampicare qualcuno senza casco); ma in aggiunta, viene direttamente e particolarmente statuito dalle indicate fonti normative (leggi, regolamenti, ordini o discipline. Attenzione: ce ne possono essere di provenienza privata!), ad esempio per i minori di quattordici anni i quali sulle piste da sci devono portare il casco, o, nello sci-alpinismo, per certe condizioni in cui è obbligatorio portarsi l’apparecchiatura per ricerca dei travolti da valanga.

Così, davanti al giudice, in caso di violazione di una norma specifica, che a volte l’alpinista si è dato da solo (in genere ad opera degli enti stessi cui appartiene), la colpa nemmeno può essere negata e l’accusato avrà poche possibilità di sottrarsi a responsabilità (soprattutto, la norma doveva essere finalizzata a evitare proprio il tipo di pericolo che poi si è verificato e la sua violazione deve essere stata causalmente rilevante nella produzione del danno); invece, chi sia chiamato a rispondere (solo) di una generica negligenza o imprudenza o imperizia avrà maggior margine per una discussione “alpinistica” e per rivendicare il diritto di affrontare pericoli.

Se quella è l’impostazione di fondo, si capisce la strategia di mercato che l’ideatore, produttore o commerciante di attrezzi e tecnologie utilizzabili in alpinismo danno alla loro azione: se riescono a fare approvare una legge o un atto che impone l’uso di un prodotto (una tecnica, un’assistenza, ecc.) riusciranno a fare sì che i praticanti siano costretti ad acquistarlo, magari solo sperando di pararsi da responsabilità legali e magari anche ove in ipotesi servisse a poco o a niente o fosse da qualcuno volontariamente rifiutato (che corda o GPS si vende a chi vuole fare il solitario?); se non vi riescono, otterranno lo stesso risultato ideando e portando avanti un’azione psicologica e operativa, con campagna pubblicitaria, la quale convinca i praticanti e gli enti istituzionali che li raggruppano o hanno voce in capitolo e la diffondono, della necessità di averne e farne uso, fino a che la cosa diventerà prassi: allora, o anche prima, il non averli, il non usarli o il non usarli in certi modi sarà considerato negligenza, imprudenza o imperizia, cioè come legge, ugualmente vincolante, pure preventivamente.

Proseguendo su questa strada, sarebbe devastante per l’alpinismo l’applicazione delle puntigliose normative sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro (o sulla circolazione stradale, gli inquinamenti, ecc.) o della cultura e delle esigenze che le regge, trasferite in un ambito di pericolosità che invero se ne differenzia perché molto particolare e frutto di volute scelte individuali.

Va altresì considerato, da un lato, che il normale operatore del diritto (magistrato, forze dell’ordine, ecc.) può normalmente non intendersi d’alpinismo né condividerne i contenuti e lo spirito e che dunque ha grande difficoltà a capirli e rispettarli.

Dall’altro, che un’ulteriore tendenza normativa è di rendere legalmente illeciti anche comportamenti solamente pericolosi (a prescindere dal fatto che abbiano effettivamente prodotto un danno) e addirittura solo per lo stesso praticante (a prescindere dal fatto che il danno possa essere cagionato ad altri).

Di conseguenza, l’alpinismo e l’escursionismo – occorrendo – possono essere considerati fuori legge, impediti e puniti, e la libertà è stata e verrà sempre maggiormente limitata, magari per spinte che davvero non hanno nemmeno un consistente scopo di tutelare qualcuno, particolarmente quegli stessi che vi accondiscendono.

In questa situazione, l’unica cosa che i praticanti l’alpinismo – volendo – possono fare, è capire e opporsi ad abusi e strumentalizzazioni, cercando di affermare e fare salvaguardare la specificità della propria natura e pratica: essendo diversa da quella della persona comune, dovrebbe essere per tale culturalmente conosciuta, rispettata e diversamente trattata.

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Tendenze legislative

Tendenze legislative

Datata 1 ottobre 2014, n. 26, è la nuova Legge Regionale (Lombardia):
Norme per la promozione e lo sviluppo delle attività motorie e sportive, dell’impiantistica sportiva e per l’esercizio delle professioni sportive inerenti alla montagna (Bollettino Ufficiale n. 40, supplemento del 01 Ottobre 2014).

La presente legge regionale è evidentemente la ripresa e conclusione del progetto di legge 0175 per il “Riordino normativo in materia di attività motorie e sportive” di iniziativa del Presidente della Giunta regionale della Lombardia, presentato il 26 luglio 2012 e volto a prevedere come illecita e a sanzionare la creazione di pericolo “per sé o per altri” da parte del praticante sportivo. A seguito di un suggerimento di Carlo Bonardi, il CAI aveva proposto e ottenuto la soppressione del “per sé”.

Personalmente non so quanto novità rispetto alla legge precedente, ma noto che l’Articolo 1, al punto 1d) stabilisce il perseguimento della seguente finalità: “diffusione della pratica sportiva e motoria in ambito scolastico e universitario, anche quale strumento di contrasto al fenomeno della dispersione e dell’abbandono scolastico”. Molto bene.

Non ci rimane che sognare Aspen e il Colorado… ancora liberi da divietitendenze-aspen-colorado-ski-report

Noto però le solite “nuove” terminologie (eccellenze, talenti, formazione, ecc.) che riecheggiano in modo sinistro il rimaneggiamento aziendalistico.

Noto altresì la grande importanza che viene data alla “formazione” (formale e imposta): questa insistenza è tale da far sospettare che la formazione sarà parte sempre più consistente del nuovo business.

All’articolo 14, punto 3, è detto:
Gli utenti delle superfici innevate diverse dalle aree sciabili attrezzate che praticano sport sulla neve devono rispettare le regole di comportamento di cui al comma 2, in quanto applicabili. Gli sciatori fuori pista, gli escursionisti d’alta quota e gli sci-alpinisti devono inoltre munirsi di appositi attrezzi e sistemi elettronici per consentire un più facile tracciamento e il conseguente intervento di soccorso”.

“Attrezzi e sistemi elettronici” è una dizione abbastanza sfumata che allude agli apparecchi ARTVA (e pala e sonda? perché non nominarli?). Il comma 2 si riferisce a ciò che devono osservare gli utenti delle aree sciabili attrezzate, perciò è evidente la tendenza all’applicabilità delle “regole di comportamento” “da piste” anche per il fuori da esse.

Anche se la definizione “Attrezzi e sistemi elettronici” è abbastanza generalista, anche per non essere interpretata in modo integralista (ciaspolatori obbligati all’ARTVA in terreno boschivo, ecc.), purtroppo il termine “tracciamento” non può che fondare di soppiatto prossime estensioni di obbligatorietà pure a GPS, Geo.ResQ, e simili).

Voglio ribadire ancora una volta la validità delle nuove tecniche e delle nuove strumentazioni, come pure la necessità di una moderna formazione. È il metodo che non mi piace, non la sostanza.

In sintesi, al di là della bontà o meno della legge, c’è da lamentare che si è persa l’ennesima occasione di far crescere il cittadino, aprendo ancora di più la strada ai divieti e all’obbligatorietà della strumentazione elettronica. Invece di dissuadere si vieterà di più, invece di consigliare si obbligherà con le dovute sanzioni (vedi il lungo elenco all’Articolo 15).

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L’alpinismo non è delle guide alpine 5

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 5a puntata (5-5)
di Carlo Bonardi

PARTE SETTIMA

§ 31. Ancora in diritto: anche in alpinismo l’obbligo legale di comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze, per giunta migliori?
Questi lunghi preamboli, certo hanno disorientato e stancato il lettore praticante d’alpinismo, unico soggetto a muovere l’interesse mio, che vorrei potesse continuare ad andar per monti come gli piace, anche ove fosse da modesto “pellegrino”.

Occorre però collocarli in un sistema economico e giuridico che non vede ragioni per lasciare santuari.

Il timore che vengano imposti comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze – magari “di qualità superiore” od “alla moda” – non va creduto infondato.

Tanto più in un generale sistema che ha attenuato se non eliminato gli ideali e le pratiche di forza, pericolo e gloria, sostituendole appunto con quelle di tipo normalmente assistenzialistico o tentando di farlo, salvo quando ritenga conveniente il contrario

[Genesi del mutamento… cit.; Flash di alpinismo parti varie, di Massimo Bursi, ad esempio nella n. 2 su Giusto Gervasutti od altrimenti, con interessanti valutazioni dell’A. (che però spesso non condivido), Gogna Blog].

24 giugno 2011. Couloir de la Plate des Agneaux (Massif des Ecrins). Per festeggiare i 16 anni di Perceval Gagnon, la madre Patricia Bogard e gli amici Catherine Sénéchal, Véronique Semet, Frédéric More ed Henry Chaillé, si legano assieme. Questa è l’ultima loro foto, perché pochi metri dopo tutti precipitarono in seguito alla caduta del primo capocordata, Chaillé. Senza scampo per nessuno.AlpinismoNonGuide-5-Tragique-cordee-les-dernieres-photos_article_landscape_pm_v8

Senza approfondimenti e fermo che si può sostenere altro, basta portare precedenti e qualche norma suscettibile di applicazione o pericolo di applicazione.

  1. A) Precedente esemplare: dal Decalogo dello sciatore di Beirut 1967 alla sua recezione giurisprudenziale e legislativa.

Parto evidenziando che, in tema di circolazione sulle piste da sci e con l’occasione del verificarsi di sinistri, mancando in origine una precisa normazione ed esclusa poi dalla Corte di cassazione l’applicabilità della disciplina del Codice della strada, la soluzione da tempo maturata è stata di prendere a riferimento norme elaborate in sede privata, poi recepite in giurisprudenza ed altresì in decreti ministeriali e pure nella legislazione dello Stato (cit. legge 2003, n. 363, ecc.), ad esempio, per stabilire se ha legalmente “precedenza” lo sciatore “a monte” o quello “a valle”.

La violazione dei precetti concernenti lo sciatore, in sé non costituiti in forma di legge né dotati della relativa forza, ha finito per essere impiegata per definire la legittimità o meno dei comportamenti, inquadrati nella violazione degli artt. 43 codice penale e 2043 codice civile sopra riportati, quindi, tramite essi, per individuare le condotte colpevoli

[forse il primo testo italiano che in materia ha estesamente studiato l’argomento è di Giacomo Bondoni, Il diritto sugli sci: teoria e pratica, casi concreti e clinici, Verona, Libreria giuridica, 1977. Notizie recenti, in Internet].

Gli operatori pratici, fissando regole, consapevolmente o meno, giungono a farle recepire come norme ad amministrazioni, giurisprudenza e legislazione;

  1. B) Paralleli:
  1. a) evoluzioni.

Si consideri che un’evoluzione simile si era già verificata nella materia della prevenzione delle malattie del lavoro: quando in Italia non era normativamente stabilito quali precisamente fossero i picchi e le durate di esposizione al rumore ecc. tali da portare a lesioni dell’apparato uditivo (ipoacusia) e quindi al relativo reato, in sede giudiziaria vennero usate risultanze tratte da studi scientifici, anche di altri Paesi (esempio: Associazione governativa americana degli igienisti industriali, ACGIH); poi, la stessa materia è stata trattata con precisione dalla legge, che di quegli studi ha recepito i contenuti

[per la situazione in origine non specificamente normata, D. Santirocco e R. Zucchetti, Prevenzione degli infortuni e igiene del lavoro, ed. Buffetti, 1986, pag. 312 ecc.

Indi, D.Lvo 15 agosto 1991, n. 277, artt. 38 ss per definizioni, valutazione del rischio, ecc., e artt. 50 ss per le sanzioni.

In giurisprudenza, sulla legittimità del rinvio da parte del legislatore ordinario al sapere scientifico ed alle regole tecniche, sentenza Corte costituzionale n. 475/1988; in materia penale, sentenza Corte di cassazione, Sez. IV, 5 maggio 2005, n. 24303];

  1. b) in generale,

1= secondo l’ordinaria giurisprudenza civile,

tralatiziamente ripetuta nelle cause sportive, chi abbia cagionato danni ad altri nell’esercizio di attività che siano considerate o ritenute pericolose od in rapporti di obbligazione, ne risponde con una sorta di automatismo, poiché, per essere liberato dalla responsabilità, tocca a lui dare la prova – sovente difficile se non “diabolica” – di avere fatto il possibile per scongiurarli: detta diversamente, il c.d. “rischio della mancata prova” è posto dalla legge a carico suo piuttosto che del danneggiato

[in genere questi cause vengono inquadrate nell’ambito dell’art. 2050 codice civile* cui già ho accennato, oppure, in caso di rapporti, economici o no, del contratto di prestazione d’opera intellettuale ex artt. 2229 ss o del c.d. “contratto sociale” ex art. 1218** stesso codice, utilizzati soprattutto ove esistano tra i compartecipi rapporti caratterizzati da diversità di esperienze tecniche, età, ecc.:

* art. 2050 c.c., in materia di responsabilità da “fatti illeciti”,

“Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose.

Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”;

** art. 1218 c.c., in materia di “inadempimento della obbligazioni”,

“Responsabilità del debitore.

Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

Circa il primo, la “pericolosità” in senso giuridico non è la stessa che nel senso materiale tipicamente connota l’alpinismo (su quest’ultima, vd. Imprevedibilità in alpinismo:… cit., Gogna Blog).

Circa il secondo, il riferimento al debitore non riguarda solo chi lo è di denaro ma altresì di una prestazione fisica e/o intellettuale].

Si badi che, quanto ai sinistri sportivi, le ordinarie norme del codice civile (e penale) sono da decenni già ampiamente applicate in giurisprudenza, e con severità

[ad esempio, viene ripetuta la massima:

“La presunzione di responsabilità contemplata dalla norma dell’art. 2050 c.c. per le attività pericolose può essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa, essendo posto a carico dell’esercente l’attività pericolosa l’onere di dimostrare l’adozione di ‘tutte le misure idonee ad evitare il danno’: pertanto non basta la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma occorre quella positiva di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso, di guisa che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre effetti liberatori solo se per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra attività pericolosa e l’evento e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l’insorgenza a causa dell’inidoneità delle misure preventive adottate. … .”, Corte di cassazione civile Sez. III, 29 aprile 1991 n. 4710].

Vi sono possibilità di sfuggire a tale meccanismo, ma ardue (basate appunto sulla mancanza o sulla c.d. “interruzione del nesso causale”; sulla pur riconosciuta discrezionalità delle scelte nei diversi casi concreti; sugli autonomi doveri e sugli obblighi di comportamento facenti capo all’affidato; ecc.);

2= secondo l’ordinaria giurisprudenza penale

(qui dal punto di vista probatorio vale un principio opposto a quello che può valere nel civile: l'”onere della prova” è a carico dell’accusa, in mancanza, insufficienza o contraddittorietà l’imputato deve essere assolto), si viene considerati responsabili quando venga individuata, non necessariamente per contratto ma anche solo nei fatti, una c.d. “posizione di garanzia”, un affidamento di altri (casi normali per la g.a.-m.a., per l’istruttore del CAI, per chi sia più esperto nei confronti di chi sia con lui in rapporto di “sicura subordinazione”, ecc.)

[Romano cit., pagg. 352 ss. Qualche cenno in miei commenti a Il diritto degli sport di montagna scende a valle, Gogna Blog];

  1. c) norme di settori particolari (“Le regole! Le regole”!): art. 2087 codice civile, D.lvo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modifiche (ecc.).

Diversi – per ora ancora sparsi, ma, se alpinisti, incoscienti – chiedono “a naso” l’applicabilità di nuove regole in generale o di quelle relative alla prevenzione di malattie professionali od infortuni lavorativi, o quantomeno del pensiero ad esse sotteso: molto più numerose, specifiche e stringenti rispetto a quelle desumibili dai pochi soprariportati articoli dei codici penale e civile, soprattutto nel fatto dell’imporre / importare comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze preventivi più complessi ed evoluti nel momento storico

[per certi versi il tema venne trattato ad esempio nella sentenza della Corte costituzionale 1990 n. 127 – reperibile in Internet – circa la compatibilità di normative volte ad evitare inquinamenti ambientali in riferimento alla sopportabilità per le aziende dei relativi costi. In specie, il referente costituzionale che fu utilizzato è l’art. 32 della Carta fondamentale, il quale pone l’esigenza preminente di tutela della salute individuale e della collettività: ambiti che a mio parere non devono essere confusi col caso alpinistico].

Ad esempi:

1) l’art. 2087 del codice civile, norma di antica produzione (1942) ma sempre considerata assai avanzata a tutela del lavoratore, il quale dispone,

“Tutela delle condizioni di lavoro.

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro (rilevano in punto anche gli artt. 35 ss della Costituzione);

2) il D.Lvo 2008, n. 81, insieme sistematico e complesso di norme “… in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Va qui premesso che, a ben vedere, esso stesso espressamente indica una sua inapplicabilità alla materia sportiva (ci risiamo: l’alpinismo è sport?), infatti,

– art. 74:

“Definizioni

  1. Si intende per dispositivo di protezione individuale, di seguito denominato «DPI», qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo.
  2. Non costituiscono DPI: …
  3. e) i materiali sportivi quando utilizzati a fini specificamente sportivi e non per attività lavorative;” …];

ma, a non andare a fondo, numerose sue norme potrebbero comunque essere malamente evocate in materia di sinistri alpinistici, ad esempio,

– art. 2, con la formalizzata giuridica distinzione tra i concetti di “pericolo” e “rischio”,

*”Definizioni.

  1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per…
  2. r) «pericolo»: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni;
  3. s) «rischio»: probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione;”

[vd. Differenza tra pericolo e rischio, ed altri, Gogna Blog];

– art. 15 comma 1 lettera c),

“Le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono: …

  1. c) l’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico”;

– art. 115,

“Sistemi di protezione contro le cadute dall’alto.

  1. Nei lavori in quota qualora non siano state attuate misure di protezione collettive… è necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione… quali i seguenti:
  2. a) assorbitori di energia;
  3. b) connettori;
  4. c) dispositivo di ancoraggio;
  5. d) cordini;
  6. e) dispositivi retrattili;
  7. f) guide o linee vita flessibili;
  8. g) guide o linee vita rigide;
  9. h) imbracature”.
  10. Il sistema di protezione, certificato per l’uso specifico, deve permettere una caduta libera non superiore a 1,5 m o, in presenza di dissipatore di energia a 4 metri.”…;
  1. d) “travasi”?

– Invero, se si rileva la tendenza ad applicare all’alpinismo norme proprie del diritto prevenzionistico del lavoro, le stesse g.a.-m.a. avevano a suo tempo prestato consulenza al normatore statuale onde rendere applicabili le esperienze di tecnica e materiali d’arrampicata a settori quali l’edilizia; e tale opportuno impegno è stato poi loro riconosciuto

[così vd. ad esempio, dopo i precedenti approcci:

– “Senato della Repubblica. Commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddette ‘morti bianche’. Documento conclusivo dei lavori della Commissione. … istituita dal Senato in data 23 marzo 2005:

… Secondo indicazioni dell’UNI 10, bisognerebbe migliorare l’ergonomicità dei dispositivi di protezione individuale, che attualmente tendono, da un lato, a proteggere dalla caduta, ma, dall’altro, a determinare altri rischi e/o impacci. Occorrerebbe altresì: l’introduzione di un riferimento più chiaro agli obblighi formativi…; l’individuazione di una categoria specifica per i lavori in quota…; la formazione di istruttori specialisti da parte di guide alpine, con esame finale e relativo attestato.”;

– indi, quanto al D.Lgs 2008 n. 81 cit., Allegato XXI Accordo Stato, Regioni e Province autonome sui corsi di formazione per lavoratori addetti a lavori in quota. …

Individuazione dei soggetti formatori e sistema di accreditamento.

Soggetti formatori del corso di formazione e del corso di aggiornamento:

  1. a) Regioni e Province autonome…;
  2. b) Ministero del lavoro…;
  3. c) ISPELS;
  4. d) Associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori…;
  5. e) Organismi paritetici istituiti nel settore dell’edilizia;
  6. f) Scuole edili;
  7. g) Ministero dell’interno, ‘Corpo VV.FF.’;
  8. h) Collegio nazionale delle guide alpine di cui alla legge 02/01/1989 n. 6 ‘Ordinamento della professione di guida alpina’. …”];

– pure alcune aziende produttrici di attrezzature per arrampicate operano al contempo nel campo della prevenzione dell’infortunistica lavorativa o della “sicurezza” in generale, proponendo alla clientela materiali uguali od adattati alle rispettive esigenze, mediante apposite procedure di marketing

[esempio, vd. sito con immagini di Climbing Technology, Internet].

Non discuto della bontà dei materiali o delle politiche del lavoro e commerciali; ma tocca agli alpinisti essere accorti, per evitare che ciò che viene proposto e utilizzato in un diverso settore o la mentalità di questo finiscano per dovere essere adottati anche nel loro, non compatibile.

Per farli pensare, si veda proprio il caso dei c.d. “lavori in quota”, cioè quelli che si svolgono a distanze (alpinisticamente) tutt’altro che rilevanti dal piano stabile, ove la legge del lavoro impone l’utilizzo di apposite attrezzature e precauzioni, normalmente a 2 metri da terra (ma anche meno…), ad esempio,

art. 126 D.Lvo 9 aprile 2008, n. 81 cit.:

“Parapetti

  1. Gli impalcati e ponti di servizio, le passerelle, le andatoie, che siano posti ad un’altezza maggiore di 2 metri, devono essere provvisti su tutti i lati verso il vuoto di robusto parapetto e in buono stato di conservazione.”.

Cosa accadrebbe se qualcuno ritenesse di applicare tali regole non tanto al cit. “imprudente” Alex Honnold ma a pratiche tipo gitarella su terreno appena impervio, che per ora ogni alpinista ritiene ovvio non sia da affrontare con materiali e tecniche di assicurazione?

– c’è da stupirsi, se il legislatore ha preso di mira anche l’alpinismo?

Quella che segnalo è al momento solo una tendenza, ma di dannoso reciproco travaso multidirezionale

[“… Per imparare a sciare occorre in primo luogo imparare a scivolare senza timore. La prima riflessione diventa quindi quella di meditare brevemente sul significato negativo che generalmente si associa ai termini: ‘scivolare, sdrucciolevole, terreno o superficie scivolosi’ al punto che la normativa sulla sicurezza del lavoro contiene una norma che impone al datore di lavoro di eliminare le superfici sdrucciolevoli e di esporre nei cantiere l’apposito cartello, dove tra l’altro deve essere esposto l’avviso di allerta in presenza di superfici scivolose (cfr. D.L.gs 626/1994 art. 33, c. 3; DPR n. 547/1955 art.11). Lo sci dunque si presenta subito anomalo e in contrasto con le raccomandazioni di prudenza inculcate nel pensiero comune.”: così da L’importanza della gradualità nell’insegnamento dello sci come educazione alla consapevolezza dell’ambiente montano e dei propri limiti.

E “… Mentre iniziavo a scrivere la mia relazione, nel settembre di questo stesso 2012, il soccorso alpino era impegnato nella ricerca di un alpinista sorpreso dal mal tempo sulla via del pilone centrale della Brenva sul Monte Bianco. Una via nota per la difficile ritirata di Walter Bonatti, che, sorpreso dal mal tempo era riuscito a mettere in salvo il suo cliente, mentre decedette il compagno Oggioni. Ci si chiede come una società moderna, che ha esigenze di sicurezza della popolazione, possa tollerare questi rischi e come affrontare il difficile compito della protezione civile fra il rispetto della libera determinazione del cittadino, l’esigenza di salvezza della popolazione, la verifica delle posizioni di garanzia poste a tutela dei singoli. Per quanto riguarda i rapporti di lavoro subordinato, la gestione del rischio nelle indicazioni che il D.L.vo 9/4/2008 n. 81 impone agli imprenditori, deve essere valutata in termini di controllo dell’esposizione al rischio e di valutazione della gravità di un evento dannoso possibile, con l’indicazione che se un’attività prevede un rischio grave, immediato, inevitabile con alto grado di probabilità, tale attività semplicemente non deve avere luogo ossia deve essere evitata, mentre quando il pericolo può essere superato è indicata la necessità di una buona prevenzione basata su appropriate misure di protezione oltre che sull’informazione e la formazione. La società moderna sotto questo aspetto è anacronistica, infatti si pretende la massima responsabilizzazione a carico dell’imprenditore nel campo del lavoro, con coinvolgimento della collaborazione dei lavoratori, ma nello sport e nel tempo libero gli utenti sfuggono ad ogni regola di prudenza.”: così ne Il rischio nella pratica dello sci: tra prevenzione e soccorso, da “Ricerca sulla realtà della Valle d’Aosta per Forum giuridico Europeo della neve Bormio 15 dicembre 2012”.

Entrambi gli scritti sono dell’avvocato Marisella Chevallard, in Internet].

Quanto sopra è significativo a rappresentare i numerosi che per bonarietà non si avvedono di dove andrebbero a cacciarsi od a cacciare qualcuno; e chi ne è consapevole ed aspetta o sollecita che in questo “mercato” si creino le condizioni per la collocazione di beni o servizi.

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§ 32.
Altri:
realizzatori e custodi di impianti sportivi e loro semplici utenti.

Va altresì tenuto presente che la legge impone obblighi stringenti al produttore e/o commerciante di determinati materiali anche sportivi o per la predisposizione di impianti a ciò dedicati (vie o sentieri ferrati e palestre d’arrampicata artificiali o trattate da soggetti identificabili; ecc.)

[cenni nel manuale del CAI I materiali per alpinismo e le relative norme, 2007, pag. 17 ecc.; nonché ancora Viola cit.].

Queste norme non vanno riferite al praticante che li utilizza; ma, a parte il dubbio che viene lasciato, c’è la spinta di chi ne fa mercato a produrne per lui il già evidenziato obbligo d’impiego secondo modalità determinate;

ma: “utenti indisciplinati” e “chiusure” / “interdizioni”.

Con la conseguenza di problemi nuovi, sorgenti negli immancabili casi i cui gli approntamenti predisposti manifestino difetti od altri guai, per mancanza di manutenzione o simili.

Ai quali prima di tutto si rimedia impedendone lo stesso regolamentato impiego, se non dando colpa agli utenti

[esempi, La chiusura del sentiero ‘Antermoia’, Chiusura temporanea di Gamma 1 e Gamma 2, Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 1 e 2, Gogna Blog. Oppure Escursionisti insubordinati: tagliati i cavi della ferrata di Montalbano, Internet];

dal pericolo cercato e subito alla “gestione del rischio” (attenti alle parole ed al “risk manager”!).

Non può – riassuntivamente – stupire come da qualche anno pure il frasario e la prassi alpinistici siano mutati, su spinta di quegli interessi.

Ho accennato alla classica parola “pericolo” (compare per oltre cento volte nel codice penale del 1930), sempre più sostituita od affiancata con “rischio” (quest’ultima è sconosciuta al medesimo codice penale. Invece, nel ben più corposo codice civile, per suo oggetto dedicato ad interessi direttamente economici, pericolo compare circa trenta volte, una settantina rischio, parecchie per modifiche sopravvenute).

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Una netta distinzione tra i due concetti non è possibile ed a volte si sommano o sovrappongono, conseguentemente è normale che i termini vengano impiegati indifferentemente e senza avvedersi del problema

[Vincenzo Militello, Rischio e responsabilità penale, ed. Giuffrè, 1988, pagg. 7, 17, ecc.].

Per me, orientativamente – però – nella prima è sottolineato il contenuto esterno della possibilità di danno (cadute valanghe, fulmini, la stessa possibilità di caduta dell’arrampicatore, ecc.), nella seconda ciò su cui l’alpinista può intervenire (allenandosi, chiodando, assicurandosi, munendosi di abbigliamento, materiali, ecc.) divenendone in parte protagonista / misuratore / controllore, quindi – a volte pretenziosamente – “gestore”, ed anche per altri, volenti o nolenti, secondo un’impostazione pure qui mutuata dalle scienze aziendalistiche

[quest’ultima matrice si rileva in Differenza tra pericolo e rischio, ecc., cit.; nonché, in genere, in quanti ora ci vengono a raccontare del “rischio residuo”, che in alpinismo il “rischio zero” non esiste, che lo stesso va “pesato”, e simili].

Anche le parole d’uso aziendalistico sono pilotate ed ovunque impiantate (dagli alti / superiori, alle eccellenze, ai talenti, alle performances, agli stakeholders, ai vincenti, ecc.), ora veramente stancano.

Non è il luogo per occuparsi dei relativi problemi.

Posso solo rimarcare che la realtà della montagna è indifferente a giochi linguistici, chiacchiere, input / output, P.N.L., sicumera, mistificazioni: nulla possono al momento dei fatti reali, anzi possono creare nuove occasioni di danno.

In particolare, il moderno gestore di rischi alpinista non è, o, se lo è o lo fu, non importa, poiché la sua è un’azione diversa: da un lato c’è chi va in montagna, dall’altro chi per professione gli dice cosa deve fare e non fare, senza però sporcarcisi le mani

[nei sistemi di gestione del rischio va inserita l’opera intrapresa da AvalcoTravel Mountaineering Academy di Filippo Gamba, che ha poi pubblicato un apposito libro: vd. in Internet nonché Travel Engineering, Test di auto-valutazione sulla gestione del rischio e cenni già in Prodotto montagna. Salva nos ab ore leonis, Gogna Blog. Un riferimento al metodo è risultato dall’intervista 20.7.2014 dell’accademico CAI Giorgio Crivellaro al Sole 24 Ore, vd., coi commenti, in Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), Gogna Blog.

Il modello della gestione del rischio è variamente applicato o proclamato anche per le attività di volontariato: in punto, Luigi Pati, a cura di, Il rischio scelto. La formazione alla sicurezza per le organizzazioni di volontariato, ed. La Scuola, 2012; Guido Martinelli e Marta Saccaro, Sport dilettantistico: come gestirlo, ed. Ipsoa, 2013; ecc.. Figuriamoci – da più lungo tempo – in tutti gli ambiti lavorativi, ecc., normalmente assai complessi, esempio ultimo, Patrizio Rossi, Alessia Comacchio, Andrea Mele, La gestione del rischio sanitario medico-legale, ed. Giuffrè, 2014].

Per quanto qui conta, non ha senso trattare o solo pensare allo stesso modo od in modi analoghi ambiti sociali obbligati e controllati come quelli lavorativi, dei servizi sanitari, della circolazione stradale, ecc., e l’alpinistico, nel quale, oltre alla natura, il pericolo normalmente è cercato, senza necessità e senza contropartite.

PARTE OTTAVA
§ 33.
Cuculo.
Avvicinandomi a concludere, porto ancora, per sintonia, questa metafora, che ritengo pertinente e mi è molto piaciuta:

“L’immaginazione del mercato – osserva Bernard Maris – è senza limiti. Come il cuculo, nidifica in tutto ciò che è gratuito. Esclude gli occupanti precedenti, imprime il proprio marchio sui beni non venali, impone loro loghi, marchi, pedaggi, e poi lo rivende”

[riportato da Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, ed. Bollati Boringhieri, 2008 – ristampa 2009, pag. 47].

NdR: Bernard Maris è stato uno degli uccisi nella strage di Charlie-Hebdo, il 7 gennaio 2015. Era un importante economista e professore, faceva parte del 
Consiglio generale della Banca di Francia e su quella rivista scriveva come Oncle Bernard (zio Bernard).

Si rammenti quanto già esemplificato: nuovi materiali d’arrampicata e apparecchiature elettroniche da portarsi, diffusione di impianti di videosorveglianza, culture, formazioni, convegni, audiovisivi, norme, certificazioni, validazioni, contributi, ecc.; da ultimo, i droni da valanga (per ora non personali).

Una cordata giunge in vetta all’Aiguille du Midi
AlpinismoNonGuide-5-aiguille-du-midi§ 34. “Sovversivi del mercato”.
Non si creda che quanto sostengo venga normalmente passato indenne in virtù del diritto di analisi e critica che dovrebbe connotare una matura società democratica.

Discorsi come i miei, al di là di cortesie, non sono accettati: per coloro che perseguono fini e modi di mercato, chi si oppone è un sovversivo, che va contrastato o convertito; oppure, ne prendono idee per farne il contrario

[“La resistenza del consumatore può intendersi come ‘l’insieme delle azioni che impegnano qualcuno nella risposta, neutralizzazione o opposizione, allo scopo di contrastare, sventare o sconfiggere manovre giudicate oppressive (Fournier, 1998, p. 89) provenienti da operatori di mercato. … I consumatori mettono così in atto un processo sovversivo, secondo la sequenza definita dai situazionisti (Debord, 1967), ispiratori e teorici della rivolta degli studenti a Parigi nel maggio 1968: svalutazione dell’ordine precedente stabilito dall’azienda e creazione di una nuova situazione, una sorta di contro-programma del prodotto o del marchio, che deriva direttamente dalla realtà quotidiana (Aubert-Gamet, 1997)…. Secondo alcuni (Muniz, Shau, 2007), tuttavia, questi comportamenti di resistenza sono costruttivi e devono essere analizzati come tali dalle aziende, le quali possono reintegrare questi dirottamenti nella propria offerta: dovrebbero cioè essere considerati come elementi facenti parte integrante del sistema del consumo (Holt, 2002)”: così Antonella Carù e Bernard Cova, Marketing e competenze dei consumatori, SDA Bocconi – Egea, 2011, pagg. 69-70].

Io spero invece in chi pratica alpinismo.

§ 35. Cogliere “il filo”.
Per chi segue le cose d’alpinismo, nessuna della informazioni che ho sopra enumerato od accorpato è una scoperta, mentre spero che almeno alcune considerazioni possano avere interessato e magari “colpito” il paziente lettore.

Uno dei tratti caratterizzanti chi vive nell’odierna società conoscitiva e dell’informazione sta nell’essersi visto passare sott’occhio una serie di cose e pensieri senza averne colte le cause, i significati e gli intenti, di talché, pur non avendo percepito o percepito a sufficienza, nemmeno può lamentare che non gli erano state (in qualche modo…) palesate.

La decostruzione di una realtà per l’individuazione del filo conduttore è opera faticosa: mi auguro che questa potrà servire.

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§ 36. Domanda essenziale:
tutto quanto sopra implica “a contrario” che il praticante, singolo od organizzato, professionista o dilettante, il quale non porti od impieghi certi materiali, non segua certe istruzioni o pensieri, non adotti certe tecniche o non compia certi gesti, non si faccia accompagnare, ecc., che, in ultima analisi, non accetti o pratichi regole “responsabili” etero-stabilite, agisce in maniera “non corretta”, senza “sicurezza”, “imprudentemente”, “pericolosamente”, “rischiosamente”, “dannosamente” o simili?

Si badi che, senza scomodare la “colpa specifica”, tali espressioni possono già essere intese per equivalenti di “imprudenza” o “negligenza” o “imperizia” di cui all’art. 43 c.p., dunque di “colpa” legale, specie nel caso di correlato sinistro, e che possono diventare segni di illegalità.

[in punto, sul tema dell’equivalenza di espressioni giuridiche, Romano cit., pag. 394.

In diritto, la violazione di prassi / pratiche comportamentali – ormai immancabilmente nei frasari aziendali e politici denominate “buone” – può importare conseguenze legali.

Si ricordi quanto sopra detto a proposito della punibilità in sé di comportamenti pericolosi, a prescindere da danni e/o dal fatto che possano attingere altri.

Accenni nei miei Prodotto montagna. Salva nos… cit., e Mercato del pericolo / rischio e sicurezza… cit.].

Per opera di chi e per quali scopi reali? Magari solo vendere beni o servizi?

E se qualcuno vuole ancora l’avventura?

Mont Maudit, cresta est. Foto: Jean-François Hagenmuller
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§ 37. Sintesi e conclusioni ovvero:
società securitaria, regole,
assi pigliatutto, controllori e sanzioni, ignavi, prede.

A fondamento, il discrimine sta nell’istituire o rafforzare soggetti che hanno potere politico e/o economico e nel tenere dall’altra parte chi non ne ha, soprattutto i privati non organizzati, che sono subordinati ma utili per sborsare e comunque obbedire, salvo ove abbiano raggiunto posizioni di prestigio:

– per l’ambito politico, mi basta riportare un estratto dell’analisi sociologica e storica di Robert Castel,

“… In Francia, in occasione delle ultime scadenze elettorali, il tema dell’insicurezza ha acquistato una tale forza da rasentare a volte il delirio… . In queste società di individui, la domanda di protezione è infinita… Ma questa stessa società sviluppa al tempo stesso delle esigenze di rispetto della libertà e dell’autonomia degli individui… una contraddizione tra una domanda assoluta di protezioni e un legalismo che si sviluppa oggi… nelle forme esacerbate di un ricorso al diritto in tutte e sfere dell’esistenza, fino alle più private… L’uomo moderno vuole assolutamente che gli sia resa giustizia in tutti i campi, ivi compresa la sua vita privata: il che apre una grande carriera ai giudici e agli avvocati. Ma egli vorrebbe assolutamente, alla stessa maniera, che la sua sicurezza fosse garantita nei dettagli della sua vita quotidiana: il che apre la via, questa volta, all’onnipresenza dei poliziotti.”

[L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti, 2003, pagg. 14-15, traduzione italiana, Piccola biblioteca Einaudi];

– per l’ambito economico, qualche frase da una nota opera di Ulrich Beck,

“… Primo, cresce la scientificizzazione dei rischi; secondo, cresce il business col rischio (le due cose si influenzano a vicenda). Non è affatto vero che la denuncia dei pericoli e rischi della modernizzazione sia solo critica; è anche, nonostante tutte le resistenze e le demonizzazioni del caso, un fattore di sviluppo economico di prim’ordine, come risulta fin troppo chiaramente dallo sviluppo dei rispettivi settori economici… . Il sistema industriale trae profitto, in misura rilevante, dai problemi che esso produce (…)”

[La società del rischio. Verso una seconda modernità, 1986, traduzione dal tedesco, ed. Carocci, 2013, pagg. 73-74].

Orbene, per quanto riguarda il nostro piccolo mondo, mirano a fare stabilire alle g.a.-m.a. ed a qualcuno per tutti, professionisti o no, cosa sono alpinismo, arrampicata, tecniche e quindi anche i riflessi (escursionismo, ciaspolismo, ecc.), e, così, a gestirli.

Abbiamo:

da un lato,

– un legislatore non capace, svogliato, o callido nel fare una legge, che commissiona le sue funzioni, ora nella generale ottica di valorizzazione / privatizzazione alias mercatizzazione di ogni attività umana, e che predilige norme assistenziali più specifiche e stringenti, credendo di così risolvere i problemi attinenti ad ogni diversificato ambito non solo economico ma di vita;

– chi gli sta appresso assecondando / orientandolo e, dimentico di remore identitarie, meglio si rapporta pure con i variegati soggetti del territorio (autorità e privati), contendendo ed imponendo e già mirando ad ulteriori ambiti, guardandosi dal rendere per tempo davvero conosciute ai praticanti le proprie operazioni ed i propri scopi / interessi, secondo la logica del fatto compiuto;

dall’altro,

vari, in primis il Club Alpino Italiano, che di queste cose dovrebbe essere protagonista, i quali nulla sanno, o non se ne preoccupano, o ci si mettono in qualche modo, o lasciano scorrere, a volte restando pure l’ipotesi di accordi con chi agisce sottotraccia;

nel mezzo,

i normali praticanti d’alpinismo, arrampicata, escursionismo, che intanto non sanno o dormono. Forse si indigneranno, poi.

FINE

Carlo Bonardi (Brescia, 11 ottobre 2014)

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/06/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/13/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/23/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-4/

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L’alpinismo non è delle guide alpine 4

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 4a puntata (4-5)
di Carlo Bonardi

PARTE QUINTA
§ 28. Vie nuove: nuovo sito Internet delle Guide alpine italiane.

Come accennavo in esordio, anche a me è risultata dal Gogna Blog 6.9.2014 l’apertura del nuovo sito Internet delle guide alpine italiane – www.guidealpine.it – risalente allo scorso 22 luglio.
Quanto ho scritto non teneva conto né di alcune particolari risultanze lì consultabili e pubblicizzate, in particolare dell’importante loro Regolamento di cui dappresso.
Avevo premesso che credo rimanere la sostanza da me esposta, della quale anzi vedo sviluppi lineari: pertanto, annoto solo due aspetti di fondo.

Il Gruppo di Sella dal Passo Gardena
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A) Legge vs. Regolamento (delegificazione / autonomia normativa e/o attesa?),

ovvero,

dalle proposte di legge sussidiarianti, all’elaborazione di “buone prassi” ed alle “regole cautelari tecnico-comportamentali”

[cosa siano le ormai invalse c.d. “buone prassi” o per altri “pratiche” può essere esaminato su Internet.

Le Tre Cime di Lavaredo
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Qui ritengo opportuno portare solo una individuazione normativa – spero propria d’altro settore – tratta dall’art. 2 del D.Lvo 2008, n. 81 sulla salute e infortunistica del lavoro, sul quale post:

“Art. 2. Definizioni

  1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per: …
  2. v) «buone prassi»: soluzioni organizzative o procedurali coerenti con la normativa vigente e con le norme di buona tecnica, adottate volontariamente e finalizzate a promuovere la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro attraverso la riduzione dei rischi e il miglioramento delle condizioni di lavoro, elaborate e raccolte dalle regioni, dall’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL), dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) e dagli organismi paritetici di cui all’articolo 51, validate dalla Commissione consultiva permanente di cui all’articolo 6, previa istruttoria tecnica dell’ISPESL, che provvede a assicurarne la più ampia diffusione;”.

In punto, osservo che la figura del “validatore” non è dissimile da quella cit. del “certificatore”].

“Regolamento generale del Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane” (2.10.2013).

Non è certo che le proposte di legge commentate siano soddisfacenti né che vadano in porto: così il Collegio nazionale delle Guide Alpine Italiane (CONAGAI) ha predisposto e pubblicato un Regolamento proprio, e con soluzioni affinate

[agli artt. 3 e 4 è auto-affermato il potere regolamentare del Collegio medesimo, ma vd. supra e post].

Per quanto interessa l’argomento di questo scritto, relativamente al Collegio nazionale provvedono gli articoli 6 comma 2 lettera b) * e 7 comma 1 lettera h) **, rafforzati dal disposto dell’art. 27

[* art. 6 (intitolato: “Finalità e funzioni generali”) comma 2 lettera b) Regolamento Guide…,

“2. L’attività di coordinamento (… con collegi singoli, ecc.)… viene svolta nell’ambito dei seguenti ambiti di attività:…

  1. rapporti con lo Stato, le regioni, le autorità amministrative, gli altri enti pubblici e privati su tutte le questioni che coinvolgono l’ordinamento e la disciplina delle professioni di cui alla l. 6/89, nonché su tutte le questioni che riguardano l’elaborazione di buone prassi e regole cautelari tecnico-comportamentali in materia di prevenzione degli incidenti alpinistici o comunque espressione di un rischio di caduta dall’alto o travolgimento da valanga, il tracciamento e il mantenimento di sentieri e itinerari alpini, la costruzione e il mantenimento di rifugi e bivacchi, le opere di disgaggio e in genere di tutto quanto riguarda la tutela dell’ambiente naturale montano e la promozione dell’alpinismo e del turismo montano”.
  2. L’attività di coordinamento di cui ai commi precedenti potrà essere svolta anche in riferimento ad altri ambiti nei quali un’attività di coordinamento dei CONAGAI, pur non essendo necessitata, viene comunque richiesta da singoli collegi”;

** art. 7 (intitolato: “Funzioni specifiche”) comma 1 lettera h) Regolamento Guide…,

“All’Ente (CONAGAI), ai sensi della legge istitutiva, spettano inoltre le seguenti funzioni:…

  1. g) collaborare stabilmente e sistematicamente con le autorità statali, regionali e provinciali sulle questioni riguardanti l’ordinamento della professione, nonché su tutte le questioni che riguardano l’elaborazione di buone prassi e regole cautelari tecnico-comportamentali in materia di prevenzione degli incidenti alpinistici o comunque espressione di un rischi di caduta dall’alto o travolgimento da valanga, il tracciamento e il mantenimento di sentieri e itinerari alpini, la costruzione e il mantenimento di rifugi e bivacchi, le opere di disgaggio in genere di tutto quanto riguarda la tutela dell’ambiente naturale montano e la promozione dell’alpinismo e del turismo montano.”.

Il Regolamento porta invero straripamento / mancanza dalle “funzioni” del Collegio nazionale attribuitegli dalla Legge istitutiva 1989, n. 6, in particolare art. 16 lettera h), le quali, a parte altro che qui non rileva, sono solo,

“… collaborare con le autorità statali e regionali sulle questioni riguardanti l’ordinamento della professione;”…

infatti, la legge investe l’ambito ordinamentale, non quello tecnico-comportamentale].

Comunque, la copertura di legge tramite il “rinvio in bianco” operato dalle commentate proposte è per ora sostituita da una autonoma previsione, interna alla categoria professionale, in una meglio accettabile ottica “collaborativa” (vd. sentenza Corte costituzionale 372/1989, parte sopratrascritta) ma costruita come assai sbrigativa e tendente comunque all’efficacia erga omnes.

Palesa questi intenti l’art. 27 comma 2* del Regolamento, volto ad auto-assicurare una spendibile validità a mezzo collaborazione / copertura delle autorità statali

[* art. 27 comma 2* del Regolamento Guide…,

“Una volta così deliberato, il testo del regolamento emanato è inviato, munito di una relazione illustrativa, alla struttura ministeriale che esercita l’attività di vigilanza sull’ente a norma delle disposizioni vigenti. Decorsi trenta giorni dall’invio, in assenza di osservazioni da parte dell’ente di vigilanza, … è adottato… ed entrerà in vigore il giorno successivo alla sua adozione”.

…”.

Da notare il “… struttura ministeriale che esercita l’attività di vigilanza sull’ente a norma delle disposizioni vigenti”: ripetendosi i rimaneggiamenti romani circa l’individuazione del soggetto istituzionalmente vigilante la materia turismo – non più facilmente identificabile in un qualsivoglia Ministero od in una sua articolazione – nel detto Regolamento è stata preferita l’adozione di un’espressione “liquida”, a valere per ogni futuribile].

Ove occorre immaginare cosa potrà interessare a un Ministero o a chi per esso l’andare ad impicciarsi – per giunta in tempi fulminanti e solo “osservando” – di fatti comportamentali ad esempio su corde o moschettoni o sul corretto uso di mani e piedi. Altra soluzione (un “silenzio significativo”) alla quale di fatto neppure il resto dei praticanti potrà dire di no.

Sia chiaro: per la professionalità del ruolo attribuito e svolto dalle g.a.-m.a., è bene che su quegli argomenti dicano la loro e siano sentiti; altro è che dispongano per tutti.

Il Sassolungo. Foto: Irena Kastelic
Alpinismo-non-guide4-IrenaKastelic-394431900B) Educational.

Col nuovo sito nazionale delle Guide italiane (per me è positivo che lì abbiano limitato l’altrove ormai consueto sciacquìo di lingua inglese: specie in questa materia cultura e territorio restano valori) viene rafforzato l’aspetto che sopra evidenziato circa la portata giuridica di “testi tecnici” e “corsi di formazione e aggiornamento”.

Si può notare un consolidamento nella progressione di interesse per l’istruzione, per le g.a.-m.a. l’aspetto a suo tempo meno rilevante rispetto all’accompagnamento: in tale senso hanno recuperato – nella diversità di soluzioni ed opinioni – un ambito che in passato era elettivo delle scuole CAI

Opera apprezzabile. Però il problema che sto evidenziando non è di qualità / competenza ma di effetti che ciò può produrre sulla libertà d’alpinismo, nel senso del non doversi poi tutti avvalere di una scienza o tecnica codificate da altri, ancorché esperti.

L’innovazione non mi pare tesa al rispetto di questa salvaguardia, anzi ritengo che il complesso dimostri l’intento opposto.

Basti soprattutto l’inclusione nel Regolamento delle citt. c.d. “buone prassi” – altro mantra – invero mirante alla produzione in proprio di regole generali, tratto da una concezione aziendalistica / normativa rilevabile anche in ulteriori passaggi del nuovo sito.

Idem – sempre nel sito delle Guide – per l’esibizione dei loghi della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea uniti al loro; per l’impiego del termine “Regolamento”, che per tutti non è di quelli di cui all’art. 43 codice penale; per l’evidenza data alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, che sembra essere del Regolamento medesimo piuttosto che della Legge istitutiva della professione; per la formalizzazione in video-clip di pratiche arrampicatorie, peraltro altrimenti note; per l’ambito già esteso ed ulteriormente estendibile cui vogliono sia dedicata la professione (“L’attività di coordinamento di cui ai commi precedenti potrà essere svolta anche in riferimento ad altri ambiti nei quali un’attività di coordinamento dei CONAGAI, pur non essendo necessitata, viene comunque richiesta da singoli collegi”, da art. 6 Regolamento); e via dicendo.

Autorevolezza non è autorità. Non tutti ci cascano.

Se si dovrà andare a vedere – e, ricordando il passo della sentenza della Corte di cassazione 2013 n. 16237 sopra riportato, certo accadrebbe nelle applicazioni giudiziarie – saranno sottoposti a critica pure i fondamenti fattuali, tecnici e normativi delle “buone prassi”, delle “regole cautelari tecnico-comportamentali” e degli stessi “metodi” adottati. E salvi i maggiori rischi legali auto-prodotti a carico degli stessi professionisti.

Le Odle. www.moldrek.com
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PARTE SESTA

§ 29. Nuovi alpinisti: ingegneri, giuristi, pedagoghi, scienziati, tecnocrati ed altri.
Le ormai numerose ed intrecciate considerazioni hanno mostrato che è cambiata o che vogliono fare cambiare natura ed identità al normale alpinista, arrampicatore, escursionista.

Non va più bene che egli vada sui monti per passione, altrimenti esperto o proprio dilettante, non accompagnato o vigilato, non pagante, e lasciando a casa il proprio mestiere

[sull’ultimo punto sono ovvia eccezione i professionisti della montagna, ma non integralmente per le stesse g.a.- m.a.: in questa particolare professione, non necessitano i consueti requisiti di esclusività e continuità d’esercizio* né vi sono incompatibilità**,

– * art. 2 legge 1989, n. 6,

“Oggetto della professione di guida alpina

  1. E’ guida alpina chi svolge professionalmente, anche in modo non esclusivo e non continuativo, …”;

– ** art. 11 comma 3, legge 1989, n. 6,

“L’esercizio della professione di guida alpina-maestro di alpinismo e di aspirante guida non è incompatibile con impieghi pubblici o privati, né con l’esercizio di altre attività di lavoro autonomo”].

Nel generale contesto sociale volto a mal imporre l’ammodernato “mito” meritocratico delle “specializzazioni” e delle “competenze”, le si vogliono applicate in alpinismo su modelli datigli da alcuni di coloro che lo praticano: ma se ad esempio è meglio un arrampicatore che sia medico, non se ne deve fare il parametro cui il non medico deve adeguarsi; nemmeno quanto ad ingegneri, giuristi, pedagoghi, scienziati, tecnocrati od altri.

Sci fuoripista nei pressi di Passo Rolle
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§ 30. Imprenditori + istituzioni pubbliche e private (“industria della paura”).
In aggiunta, trattandosi di produrre e diffondere norme di comportamento interagenti con politica e mercato – le quali però, salvo affermarla rispettata, non sempre si preoccupano della libertà – gli attuali soggetti istituzionali si rafforzano ma vengono pure impiegati.

Mantenendo una posizione seriosa e distaccata rispetto a quella dei normali praticanti.

Se da sempre i produttori di beni o servizi li hanno approcciati, negli ultimi anni siamo al parossismo; in difetto o sconvenienza di iter legislativo (è impegnativo, espone ai guai del contraddittorio e potrebbe comunque sopraggiungere poi), per loro la strada più semplice è il proporsi ai già protagonisti della scena o costruirne di nuovi, enti o singoli, pubblici o privati, ciascuno con la sua parte.

Operando nel lecito e spesso valentemente, formeranno i bisogni (e i desideri) e quindi le norme

[“Mercato del pericolo / rischio e sicurezza…” cit.].

“A monte”, infatti, imprenditori e tecnici, a volte nemmeno essi stessi alpinisti, pensano e “lanciano” bisogni (e desideri): poi, politici marciano (con la “Spot politik” di Giovanna Cosenza, ed. Laterza, 2012); campioni sponsorizzati sostengono la necessità di un materiale o di una tecnica; editoria e giornali approvano ed illustrano per la gente comune; scuole alpinistiche vengono omaggiate, adottano, diffondono a gratis; università ragionano e pianificano; forze dell’ordine e vari istituzioni ci si fanno vedere, consigliano, vigilano; amministratori ne fanno avvalere; professionisti non alpinistici sguazzano. Gli stessi praticanti li adottano, a volte per moda o perché pensano sia legalmente meglio non farne a meno.

Con questi intenti e strumenti, suscitando “paura”*, è stata diffusa l’idea della necessità d’uso di materiali e tecniche, magari a mezzo delle citt. parole d’ordine dall’apparenza attutita: “raccomandabile”, “fondamentale”, “prudente” ecc., sempre abbinate a “sicurezza”, “regole”, “responsabile”.

Penso ancora ad un Alpino in divisa che ho visto alla TV, il quale ci diceva che non si deve bere prima di mettere gli sci!

[per ambiti generali, sulla c.d. “industria della paura”, Rodotà cit., pag. 91, ecc.; Zygmunt Bauman, ed altri, Il demone della paura, ed. Laterza, 2014, pag. 89, ecc.

Si considerino i vari studi specie sociologici e le rilevazioni ISTAT a proposito del fenomeno sul generalizzato aumento di paura solo “percepita”, Internet].

Mentre sovente viene “chiuso un occhio” quando un pasticcio è avvenuto in famiglia o ad eccelse persone oppure ne sono stati creati altri

[vd. nel mio Imprevedibilità in alpinismo: ma mi faccia il piacere!, Gogna Blog; di Massimo Spampani, Montagna. Le novità alla fiera Skipass di Modena. Caschi con videocamere per immortalare le proprie imprese sulla neve. E’ la stagione degli sci versatili. In pista e fuori pista senza cambiarli. “Dolomiti, primo percorso freeride garantito dalla polizia”, Corriere della Sera 31.10.2011, pag. 25].

CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/06/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/12/28/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://www.alessandrogogna.com/2015/01/13/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://www.alessandrogogna.com/2015/02/07/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-5/

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No alle vie di arrampicata “a costo zero”?

Il Comune di Anversa degli Abruzzi (AQ), in data 23 agosto 2014, ha emesso un’ordinanza tanto curiosa quanto penalizzante il buon senso. L’oggetto è il divieto di utilizzo di una parete di roccia per l’arrampicata in località Le Renicce, nei pressi della Strada Regionale n.479 Sannite.

A parte le imprecisioni (il divieto è fatto per la parete “attrezzata per l’arrampicata in artificiale”, si parla di “fissaggio dei moschettoni”, della “possibilità di distacco” di questi ultimi, ecc.), l’ordinanza n. 49 del 23 agosto 2014 fonda le ragioni del provvedimento sulle seguenti argomentazioni (a ciascuna seguono le mie osservazioni):

1) il mancato dialogo con la Riserva Naturale Regionale “Gole del Sagittario” prima dell’attrezzatura della parete, il cui piano di assetto naturalistico vieta “l’asportazione, anche parziale e danneggiamento delle formazioni minerali; (…) qualunque attività che possa costituire pericolo o turbamento delle specie animali, per le uova e per i piccoli nati (…); il danneggiamento delle specie vegetali spontanee”;
La parete è posta a pochissima distanza da una strada carrozzabile classificata Strada Regionale: le specie animali, disturbate dal traffico automobilistico, di certo si sono già allontanate; quanto al danneggiamento delle specie vegetali spontanee è ridicolo pensare che anche un minuzioso gardening nella preparazione degli itinerari possa davvero sminuire la capacità riproduttiva delle essenze; nella chiodatura non v’è alcuna asportazione di materiale roccioso, al massimo possiamo discutere sul “danneggiamento”, secondo me da riclassificare come “lieve alterazione”.

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2) la parete (nel testo dell’ordinanza è al plurale!) si trova all’interno del Sito di Interesse Comunitario “Gole del Sagittario”, SIC n. IT110099;
Il regolamento delle Aree SIC non vieta esplicitamente l’attività alpinistica o arrampicatoria.

3) non è stata effettuata la Valutazione di Incidenza Ambientale prevista nell’art 6 della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, recepita in Italia con il D.P.R. 8 settembre 1997 n. 357 modificato ed integrato dal D.P.R. 12 marzo 2003 n. 120 e in base all’Art 10 del D.G.R n° 119/2002 che cosi recita: “sono assoggettati a valutazione di incidenza, qualora ricadano all’interno dei Siti di importanza comunitaria e/o delle Zone di protezione speciale i piani territoriali, urbanistici e di settore, nonché gli interventi che, pur ricadendo all’esterno di SIC (ZSC) o ZPS, possano avere un ‘incidenza significativa sugli habitat e/o sulle specie per le quali gli stessi sono stati designati“;
Non è detto che il fatto che non sia stata effettuata la VIA implichi necessariamente la chiusura al pubblico: la VIA, volendo, può essere fatta! E anche in tempi brevi, vista la semplicità e le dimensioni del sito.

4) l’arrampicata in montagna è attività socialmente pericolosa, nel senso che è caratterizzata da un grado di rischio superiore a quello che caratterizza altre attività sportive;
Questa affermazione è ridicola, specie per ciò che riguarda l’arrampicata sportiva. Al di là del fatto che sono molti gli sport assai più pericolosi (equitazione, kayak, ecc.), definire “socialmente pericoloso” l’alpinismo significa davvero voler impedire la libera determinazione dell’individuo. Significa imprigionarlo, togliergli una significativa fetta di libertà.

5) la responsabilità dell’infortunio non è dell’alpinista stesso perché non è sufficiente l’accettazione individuale del rischio, in quanto egli si affida “probabilmente” a un lavoro fatto da altri, cioè da coloro che hanno attrezzato la parete: e questi potrebbero aver fatto un lavoro malfatto o non averne curato la manutenzione;
Nell’accettazione del rischio è compreso anche l’affidarsi al lavoro fatto da altri. Certamente l’arrampicatore ha più possibilità di giudicare la qualità del lavoro compiuto dal chiodatore, non si può pretendere che un Comune, che non sa distinguere tra arrampicata sportiva e arrampicata artificiale, né tra moschettoni e spit, possa fare valutazioni. L’arrampicatore inoltre dovrebbe sapere benissimo, solo valutando a occhio, che tipo di manutenzione sia stata fatta sull’itinerario.

6) la parete è proprietà del Comune, dunque a quest’ultimo potrebbero essere addossate le responsabilità di eventuali incidenti, soprattutto potrebbero essere indirizzate al Comune le richieste risarcitorie.
Anche il Monte Bianco, o il Cervino, fanno parte di più d’un territorio comunale, ma non risulta che ai comuni interessati sia mai stata fatta alcuna richiesta risarcitoria. Questa è una preoccupazione dell’amministrazione che non ha alcun fondamento.

Nella disposizione è precisato che i trasgressori verranno segnalati all’autorità giudiziaria per l’ipotesi di reato di cui all’art. 650 C.P., secondo il quale “chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a lire quattrocentomila“.

La paretina in questione
Bultrini-1510726_585438004891043_2524219330388189218_nDopo un colloquio con il sindaco Gabriele Gianni e con la direttrice dell’oasi faunistica Filomena Ricci è emerso che c’è un progetto in atto per la realizzazione di un sito di arrampicata (costo 40.000 € per 10 monotiri) che dovrebbe essere realizzato da una guida alpina. Se ne potrebbe dedurre che l’esistenza di vie di arrampicata “a costo zero” non piace a nessuno in quel comune; decadrebbe inoltre in toto la rilevanza dei sopra esposti punti 1), 2) e 3); si evincerebbe che la preoccupazione per la possibilità di incidenti è solo un paravento per il progetto “ufficiale” di attrezzatura, e questa potrebbe essere la vera motivazione dell’ordinanza!
Se così fosse, sarebbe un peccato, perché in montagna c’è e deve rimanere spazio per tutti, almeno fin quando non esistano espliciti divieti di arrampicata in toto (mi auguro mai) o albi professionali di attrezzatori. Per il momento trattasi di vera e propria limitazione di un qualcosa che nella tradizione verticale è sempre esistito (il libero accesso alle pareti, la libera possibilità di salirle/attrezzarle, la libera scelta di ripetere le vie secondo criteri di autoresponsabilità).

Nel frattempo l’ordinanza è pienamente valida, in luogo sono stati posizionati il nastro bianco/rosso e le transenne metalliche all’inizio del breve sentiero che dà accesso alla parete.

Uno degli spit usati per l’attrezzatura

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Monti Sibillini: una possibile alba

La serie in tre puntate di La lunga notte dei Sibillini ha, per usare le parole di Luigi Nespeca, “ricostruito la vicenda del Parco dei Monti Sibillini con pazienza e accuratezza”.

Chi volesse ripercorrere questa storia può farlo ai seguenti link:
La lunga notte dei Sibillini 1  8 novembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 2  4 dicembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 3  4 gennaio 2015

Nella terza parte, tramite la sezione “commenti”, si era da tempo avviata una costruttiva discussione spontanea, come se questo Gogna Blog fosse diventato un forum “istituzionale” per tale problema.

L’iter culturale e amministrativo è ancora lungi dalla conclusione, pertanto abbiamo deciso di continuare, scegliendo un “commento” che ci pare particolarmente significativo per iniziare un’altra serie, Monti Sibillini: una possibile alba, che ci auguriamo fortunata e produttiva come la precedente.

Monti Sibillini: una possibile alba
di Luigi Nespeca

Purtroppo mi rendo conto che queste montagne sono ormai famose non più per la bellezza dei territori e la biodiversità che conservano, ma piuttosto per il marasma di contraddizioni che domina le valli, le praterie e le vette. Un marasma, unico in tutto il paese, che ormai sembra essere l’unica vera endemia del Parco.

Monti Sibillini, Cima del Redentore. Foto: www.fotografiadinatura.it

AlbaPossibile1-06. CIMA DEL REDENTORE - MONTI SIBILLINI

Paolo Caruso mi ha citato in un commento alla serie La lunga notte dei Sibillini, quindi ho deciso di intervenire nella discussione.

Due parole riguardo la vicenda che mi vede protagonista, accusato di grave terrorismo ambientale: nel mese di ottobre ho ricevuto tre verbali per aver introdotto un cane nel parco, nelle stesse aree in cui cani randagi girano indisturbati. Gli accertamenti sono scaturiti da un’importante e lunga indagine, svolta interamente su internet, da cui sono state scaricate foto, filmati e racconti, senza di fatto averne verificato le coordinate spazio-temporali. Peccato non aver mai incontrato personale del Parco o del CFS sul territorio ad informare gli escursionisti. Comunque la questione è all’attenzione di un ricorso che ho presentato, anche al ministero.

Non vorrei porre però l’attenzione sulle mie disavventure personali, ma tornare ai punti salienti della discussione: la segnaletica e la fruizione del parco.

1- La segnaletica del Parco
Ricordo romanticamente i tempi in cui si programmavano le escursioni sui tavoloni di legno nei rifugi, studiando il percorso sulle carte IGM e consultando la letteratura e le guide esperte. Ora con i GPS o un semplice tablet basta vedersi all’attacco del sentiero per dare inizio all’avventura.

Niente di più sbagliato! Il mio consiglio è comunque di avere nello zaino documentazione cartacea e di affidarsi a un professionista della montagna: fatevi sempre accompagnare da bravo avvocato amministrativo – non me ne voglia l’amico Paolo Caruso e portate sempre con voi il codice civile e di procedura penale, oltre all’ultima versione del regolamento del Parco, aggiornato agli ultimi editti emanati.

Il fatto che l’Ente Parco sponsorizzi solo le sue cartine e di fatto sanzioni o metta a rischio l’incolumità di chi non le usa mi sembra una concorrenza sleale per altri editori ed un ricatto commerciale nei confronti dei consumatori/turisti.

Inoltre affidarsi alla segnaletica del Parco risulta arduo perché, ove presenti, i tabelloni informativi sono aperti all’interpretazione dell’escursionista e presentano correzioni a pennarello di dubbia validità. Se è vero che sono stati spesi tutti quei soldi allora sarebbe opportuno sostituire i pannelli quando non più validi in base a nuovi divieti, invece di impegnare un addetto per fare il giro dei tabelloni e ripassare le cancellature con il pennarello, che non mi sembra un’attività conforme e degna di un Parco Nazionale.

Consiglio la visione del sopralluogo che ho realizzato nel Parco nel mese di ottobre, sulla situazione della segnaletica. Ecco il video:


2- La fruizione del Parco
S
icuramente avrete visionato il documentario presente nel canale YOUTUBE del parco, in cui al minuto 5.35 il dr. Perco dichiara che i Monti Sibillini sono fin troppo noti e che nel futuro occorre aumentarne la riservatezza. In una frase è esplicitata la politica alla base della attuale gestione del Parco.

Ecco il video:

Fortunatamente in altri Parchi Naturali nelle regioni vicine, l’indirizzo nella gestione degli equilibri tra tutela ambientale, popolazione locale e turistica ed economia ha virato nella direzione opposta, riconoscendo che la condivisione e la partecipazione tra istituzioni e popolazione possano solo giovare al raggiungimento delle finalità di un Parco Naturale.

Un esempio: sabato scorso (10 gennaio 2015) ero a Subiaco per la conferenza stampa di presentazione di un Trail che attraverserà l’intero territorio del Parco dei Monti Simbruini, riserva naturale più estesa del Lazio, oltre che di grandissimo interesse naturalistico, ricca di animali selvatici (anche l’Orso Marsicano transita per quei boschi) e paesaggi di montagna selvaggia.
Tutti i rappresentati delle istituzioni dal commissario del parco al direttore dell’agenzia per il turismo, dall’assessore regionale all’ambiente al direttore dell’agenzia regionale dei parchi convengono che: “occorre preservare il bene naturalistico affinché il maggior numero di persone lo possa vedere” e che “Non si tratta di sopportare una manifestazione. Il trail è più bello se si fa in un parco ed il parco è più bello se ci si fa il trail”.

Per maggiori info ecco l’articolo: http://www.appenninico.it/?p=859

Quindi è evidente che un “cambio di poltrone” ai vertici di un parco aiuta sempre a ritrovare la rotta, infatti il nuovo Direttore dei Simbruini ha dato l’impulso per avviare una stretta collaborazione sinergica tra istituzioni, associazioni sportive, operatori turistici per aumentare l’interesse nella popolazione per la tutela della risorsa ambientale e naturalistica.

Appena la voce che nel Paese alcune aree protette vengono ancora gestite all’insegna del divieto selvaggio, della repressione o suon di sanzioni a turisti/escursionisti/alpinisti giungerà all’attenzione dell’orecchio giusto, qualcuno telefonerà a Visso per chiedere spiegazioni. Qualcuno presto si renderà conto che la politica di “fatturazione” a discapito delle tasche di turisti che praticano attività eco-sostenibili, in favore di attività di stampo venatorio (come la conta della coturnice con cani da caccia liberi e il prelievo selettivo del cinghiale tramite abbattimento) non rappresenta certo una strategia di tutela ambientale, né tanto meno un alternativa di sviluppo economico per la popolazione. Allora si cambierà rotta!

Siamo grandi e responsabili, non abbiamo certo bisogno dei “giochini” ed “indovinelli” che il Parco dei Sibillini pubblica sulla pagina facebook in nome della pedagogia: l’educazione e la formazione è altro.

Ricordo che l’educazione (intesa come formazione etica delle generazioni) salverà il pianeta, i divieti e la repressione ovviamente no.

L’autore, Luigi Nespeca, con il suo cane-alpinista Melody in marcia sul Monte Autore (Monti Simbruini)
AlbaPossibile1-Nespeca,Luigi-caneMelody-MonteAutore(Simbruini-Ernici)

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La lunga notte dei Sibillini 3

A proposito del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, qui di seguito riporto due lettere di Paolo Caruso, una del 27 ottobre e l’altra del 28 ottobre 2014. Come appendice, riporto uno scambio di missive originato da una lettera di Alessandro Fabbrizio del 5 agosto 2014. Terza parte (3-3).

Monti SibilliniLungaNotteSibillini3-monti sibillini

Paolo Caruso, 27 ottobre 2014
Cari amici,
siamo stati molto occupati e solo ora possiamo aggiornarvi su alcune vicissitudini relative al Parco dei Sibillini. Il 20 di ottobre il Parco ci ha inviato un’altra comunicazione, il documento n. 6158 del 17.10.2014 che leggeremo appena possibile e a cui entro 30 giorni eventualmente risponderemo.

Innanzitutto ci fa piacere farvi sapere che la sanzione alla Guida Alpina Paolo Caruso è stata annullata (!). Nel documento 5730 del 30 settembre 2014 si legge infatti: “La sanzione le è stata levata dal Corpo Forestale dello Stato…”. Ringraziamo quindi il Direttore e il Corpo Forestale per aver riconosciuto il non sussistere del fatto ai danni del suddetto. Speriamo che presto, a seguire, venga anche riconosciuto il diritto di TUTTI gli alpinisti, di poter finalmente riprendere, dopo ben 6 (sei) anni, la pratica dell’alpinismo come avviene in tutti i parchi di montagna del mondo. Complimenti a tutti per il buon esito della faccenda, d’altronde eravamo certi che alla fine il buon senso avrebbe prevalso (!).

Nonostante la buona notizia, riteniamo comunque opportuno condividere alcuni punti importanti per i quali siamo ancora in attesa di risposte esaustive. Se non riusciremo a ottenerle entro breve tempo, non staremo ulteriormente a rinnovare le nostre richieste al Parco come per altro siamo stati già costretti a fare e ci rivolgeremo alle autorità preposte.

Vogliamo iniziare da quanto affermato dal Presidente Olivieri nella sua mail del 09/09/2014:
in merito alle e-mail di Paolo Caruso e ai relativi commenti, contenenti molte imprecisioni […]. Non posso, infine, non manifestare il mio disappunto per queste continue polemiche fondate su informazioni approssimative e che talvolta appaiono provocatorie e strumentali al mero raggiungimento di interessi particolari.“

ACQUISIZIONE DI INFORMAZIONI
Noi abbiamo diritto all’accesso alle informazioni che devono essere disponibili e pubbliche. Vogliamo ricordare che in diverse occasioni siamo stati costretti a richiedere al Parco chiarimenti, approfondimenti, documenti citati a motivazione delle scelte dell’Ente e non disponibili. Il Parco ha risposto a tali richieste con riluttanza, dopo numerosi solleciti e talvolta non ha proprio risposto. Abbiamo inoltre richiesto di essere tenuti aggiornati e di essere coinvolti nei processi decisionali in materia di regolamentazione delle attività alpinistiche. Ciò non è avvenuto, sebbene previsto e auspicato dalle leggi italiane ed europee. Perfino la promessa del Direttore riscontrabile nella sua e-mail del 28/05/2013 in cui si richiedeva la nostra disponibilità a partecipare a “non meno di 4 incontri” è stata puntualmente e inspiegabilmente disattesa. Il Parco non può che biasimare se stesso per non aver comunicato in modo efficiente ed esaustivo con i propri stakeholders e per non averli adeguatamente coinvolti nelle diverse fasi dei processi in atto, in modo da evitare la situazione che si è venuta a creare.

A questo proposito, facciamo presente che la Convenzione di Aarhus, come ben specificato anche nella e-mail di Silvia Bonifazi, evidenzia l’importanza e l’obbligo di un coinvolgimento reale, non certo di “facciata”. Non è di sicuro sufficiente il verbale di un’unica riunione (quella dell’8 luglio ‘14) in cui per altro sono state semplicemente comunicate decisioni già prese dal Parco in modo unilaterale e senza alcuna concertazione, per dimostrare il rispetto di tale Convenzione. Come non è sufficiente limitarsi a concedere un tempo di 5 gg (come è avvenuto in occasione dell’incontro dell’8 luglio e della pubblicazione degli atti all’Albo Pretorio, dopo ben 6 anni di attesa!!) per far pervenire eventuali commenti e suggerimenti che poi sembrano non essere stati minimamente presi in considerazione nel Regolamento pubblicato all’Albo Pretorio (vedi le “Richieste di modifica e integrazione ai decreti 48 del 28/08/2014 e 384 del 29/08/2014” proposte dalla Guida Alpina Paolo Caruso e dal dott. Marco Speziale) per parlare di processo “condiviso”. Lo ripetiamo e sottolineiamo con forza: il Regolamento emanato dal Parco dei Sibillini è frutto di un’attività che vede coinvolto come unico portatore di interesse (questo si particolare) il Collegio delle Guide Alpine delle Marche. E ciò costituisce grave irregolarità e inadempienza.

GLI INTERESSI “PARTICOLARI”
Il Presidente Olivieri forse non si rende conto che disappunto, insieme a sconforto e indignazione, sono esattamente i sentimenti che il Parco suscita in noi, insistendo nel difendere provvedimenti inappropriati e discriminanti, continuando ad evitare azioni costruttive. Al Presidente vogliamo ricordare inoltre che non è corretto (e, anzi, si colloca al limite della diffamazione) parlare di “interessi particolari” e insinuare che le nostre azioni siano mirate al raggiungimento degli stessi. In questo modo potrebbe essere messa a tacere ogni forma di dissenso civile! Ricordiamo invece al Presidente che dovrebbe più correttamente riferirsi a noi come “portatori di interesse” o stakeholders, concetto ben diverso e che definisce “Qualsiasi gruppo o individuo che può influire o essere influenzato dal raggiungimento degli obiettivi di una organizzazione” (Freeman, 1984). In quanto gruppo di alpinisti amatoriali e professionisti, appassionati di montagna a 360 gradi, siamo stati negativamente colpiti dalle decisioni del Parco dei Sibillini in materia di alpinismo e siamo preoccupati di una possibile escalation, a danno anche di altre attività. Riteniamo un nostro diritto-dovere quello di interloquire con l’Ente e chiedere di essere ascoltati, anche perché le proposte che portiamo avanti sono serie, ben circostanziate e assolutamente compatibili con la tutela della fauna, la flora e gli habitat del Parco. Ma partono dal presupposto che la convivenza tra uomo e natura sia possibile e auspicabile, obiettivo per altro indicato dalle direttive degli organi internazionali.

L’importanza e il ruolo degli stakeholders sono riconosciuti dalla normativa italiana ed europea, ma se il Parco non sa distinguere la differenza tra “interessi privati” e “portatori di interesse”, non stupisce che non sappia come gestire correttamente il rapporto con questi ultimi, e in particolare con noi. Di conseguenza, è forse il caso di rispedire definitivamente al mittente le affermazioni su menzionate e richiedere l’utilizzo di termini più appropriati e civili, oltre al riconoscimento dovuto (Convenzione di Aarhus). Sarebbe consono all’importante ruolo rivestito dalla Dirigenza del Parco scusarsi piuttosto che insistere in insinuazioni offensive. Ci sembra, inoltre, importante ricordare a tutti che il dissenso nei confronti dell’operare del Parco non è certo limitato a un paio di persone (nello specifico Paolo Caruso e Marco Speziale) come il Direttore e il Presidente, strumentalmente, vogliono far credere. Il fronte del malcontento, anche al di là dei soggetti sottoscrittori del presente documento in rappresentanza di un gruppo ben più numeroso di persone, è invece ampio e variegato, come dimostra anche la lettera aperta del Presidente del CAI Martini al Ministro dell’Ambiente.

ALBO PRETORIO
Il 3 settembre 2014 sono stati richiesti al Parco gli atti citati nei decreti n. 48 del 28/08/2014 e n. 384 del 29/08/2014 pubblicati all’Albo Pretorio, che non erano stati resi pubblici. Tali atti sono stati inviati soltanto dopo 43 giorni e diversi solleciti! A tale proposito, il Direttore nel documento 5730 del 30-09-2014 scrive;

l documenti richiamati in motivazione non devono, in ogni caso, essere necessariamente allegati […] va escluso il diritto di accesso volto ad esercitare un potere esplorativo di vigilanza attraverso il diritto all’acquisizione conoscitiva di atti o documenti […] sebbene il numero elevato di mail inviate (otto, se si considera solo il periodo dal 3 al 15 settembre 2014) sia tale da lasciare perplessi […].”

A parte il fatto di dover essere costretti a richiedere più volte gli stessi atti, cosa che non dovrebbe certo essere necessaria, ma il fatto paradossale è essere accusati di esercitare un “potere esplorativo” e di “inviare un numero elevato di e-mail” a causa di ciò. In realtà, come detto, buona parte di queste mail sono state scritte semplicemente perché il Parco non ha ottemperato a quanto previsto dalla legge, inviando gli allegati ben dopo il tetto massimo dei 30 giorni previsti, scadenza evidenziata perfino dallo stesso Direttore del Parco nel documento 5730 (!), e solo dopo diversi solleciti. Quindi il Parco lamenta di ricevere le troppe mail che ci costringe a scrivere per poter esercitare il nostro legittimo diritto di conoscenza!!! Sembra assurdo ma questi sono i fatti, per altro ben dimostrabili. 

Vogliamo inoltre precisare quanto contemplato dalla legislazione in tema ambientale. Infatti, la normativa vigente, come ricordato dal Parco, non consente istanze volte a un controllo generalizzato della PA, con un’unica importante eccezione:

“[…] l’art. 3, d. lgs. n. 195 del 2003 (con il quale è stata data attuazione alla direttiva 2003/4/Ce sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale) chiarisce che le informazioni ambientali spettano a chiunque le richieda, senza necessità, in deroga alla disciplina generale sull’accesso ai documenti amministrativi, di dimostrare un suo particolare e qualificato interesse […] la medesima disposizione estende il contenuto delle notizie accessibili alle “informazioni ambientali” (che implicano anche un’attività elaborativa da parte dell’amministrazione debitrice delle comunicazioni richieste), assicurando, così, al richiedente una tutela più ampia di quella garantita dall’art. 22, L. n. 241 del 1990, oggettivamente circoscritta ai soli documenti amministrativi già formati e nella disponibilità dell’amministrazione (Cfr. TAR Lazio Roma, Sa III, 28.6.2006 n. 5272, TAR Campania Sa, IV, 21.5.2009, n.2466”). (“Albo Pretorio online e diritto di accesso”, Avv.ti A. Cordasco, D. Tomassetti, GA n. 2, 2011). Ciò ammesso che i documenti in questione non dovessero effettivamente essere allegati al Regolamento pubblicato. Resta infatti da dimostrare l’assunto del Direttore che “Trattandosi di atti destinati ad una applicazione generale sia la motivazione, sia le modalità di partecipazione sono differenti rispetto agli altri atti.” Ci sembra che una direttiva che regolamenta in modo esclusivo l’attività alpinistica possa essere considerata molto specifica; in questo caso, la sua pubblicazione all’Albo pretorio online verrebbe a rientrare nelle più generiche norme specificate nell’apposito Vademecum (vedi www.funzionepubblica.gov.it) in cui si legge:

“[…] 6. La consultazione dei documenti deve sempre riportare all’utente, chiare e ben visibili:

[…] e. la lista degli allegati, consultabili, riferiti alla pratica.”

Vorremmo infine avere un’ultima delucidazione dal Direttore Perco in merito alla seguente affermazione: “Resta, ovviamente, in capo all’amministrazione adottare l’atto finale che, non necessariamente deve coincidere con le sue aspettative, le quali comunque sono state valutate e in parte accolte”. Vorremmo infatti che ci indicasse quali suggerimenti sono stati accolti e soprattutto dove e quando verranno integrati nel nuovo Regolamento che stiamo aspettando di vedere pubblicato all’Albo Pretorio !

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CHI PERSEVERA NELLE IMPRECISIONI
Il Presidente ci accusa anche di essere imprecisi…un commento che fa sorridere se si esaminano le molte e gravi “imprecisioni” commesse dal Parco stesso in questa vicenda, considerando che si tratta di un Ente pubblico e non certo di un gruppo di privati… oltre a quelle di cui sopra, ne ricordiamo alcune altre:

Il Direttore Perco, sempre nel documento 5730, a proposito del Colle delle Cupaie riporta:

“Preme infine ricordare che, ai sensi della DGR Marche n. 1471 del27/10/2008 “nel periodo dal 1 gennaio – 31 agosto sono vietati l’arrampicata sportiva, le escursioni, le osservazioni ravvicinate e il volo ad una distanza inferiore a 500 m dal sito di nidificazione”.

Il Direttore vorrebbe forse applicare il DGR Marche 1471 al Colle delle Cupaie? Non possiamo allora che far presente allo stesso Direttore che:

  • il personale del Parco dovrebbe almeno sapere che il Colle delle Cupaie non si trova nel territorio marchigiano, ma in Umbria, nel comune di Norcia!;
  • l’arrampicata non può essere assunta come “capro espiatorio”, cioè non si può vietare solo l’arrampicata e non considerare le altre attività, come per altro ricordato anche dal Direttore nel documento sopra citato. Ma allora perché il decreto 384 del Parco circoscrive il divieto alla sola arrampicata? Perché continuare con questa assurda discriminazione? O il rischio di disturbo alla specie esiste ed è reale, e quindi occorre prendere tutte le misure del caso per evitarlo, oppure siamo di fronte a un atto di facciata, che penalizza un’unica categoria ritenuta numericamente e/o civilmente irrilevante, per non dire una categoria nei confronti della quale il Parco ritiene giudizi (o pregiudizi) dettati unicamente dall’ignoranza. Si fa presente che attualmente si vieta l’arrampicata, nel periodo indicato, anche sulle cosiddette “roccette Zazzà” che distano circa 450 metri in linea d’aria dall’”ipotetico” nido del falco pellegrino (ricordiamo a tal proposito che il divieto è stato introdotto solo lo scorso anno senza che alcuna nidificazione sia mai andata a buon fine) mentre invece si consentono tutte le altre attività perfino nei pressi dello stesso! Nel merito dell’arrampicata, i “Criteri minimi uniformi per la definizione di misure di conservazione relative a Zone speciali di conservazione (ZSC) e a Zone di protezione speciale (ZPS)” emanati dal Ministero dell’Ambiente (D.M. 17 ottobre 2007) prevedono la regolamentazione per “[…] l’avvicinamento a pareti occupate per la nidificazione di […]  mediante elicottero, deltaplano, parapendio, arrampicata libera o attrezzata e qualunque altra modalità”.

Se ne deduce che non è contemplato uno specifico per la sola arrampicata; inoltre, la distanza dei 500 metri è una misura (a nostro avviso piuttosto arbitraria) introdotta dalla legge regionale delle Marche, ma non prevista dalla normativa europea (direttiva n. 79/409/CEE Uccelli), né dai criteri minimi del MATTM. Ma in ogni caso, se anche si volesse prendere in considerazione “l’originale” divieto marchigiano dei 500 metri per esportarlo “a forza” in UMBRIA, evidentemente bisognerebbe chiudere anche la strada che da Norcia va a Castelluccio, dato che passa a circa 100 metri dalla falesia del Colle delle Cupaie.

Se esistono ragioni serie e motivate per introdurre un divieto, questo deve essere applicato con buon senso, in modo equo, giusto, appropriato e per tutte le attività, senza discriminazione alcuna.

PORTATORI DI INTERESSE e CONVENZIONE DI AARHUS
Dopo anni di vane parole e promesse, è stato approvato un regolamento concordato con un solo stakeholder, il Collegio delle Marche. Tale regolamento è stato bocciato dalla gran parte degli alpinisti presenti alla riunione dell’8 luglio e da molti altri per la sua approssimazione, inadeguatezza e per la mancata condivisione delle modalità in esso previste. Non crediamo ci sia bisogno in questo contesto di sottolineare ulteriormente i motivi di tale bocciatura. Basti ricordare che la maggioranza degli alpinisti amatoriali e professionisti che frequentano con una certa regolarità il Parco dei Sibillini, a esclusione delle 3 guide alpine marchigiane (già, perché queste sono le guide alpine residenti nelle Marche presenti in detto “Collegio” – ma, come detto, il Parco ha una idea tutta sua sul coinvolgimento dei portatori di “interessi”) non condividono, né nei contenuti né nei modi, quanto portato avanti dal Parco in materia di alpinismo e arrampicata. Nel caso ce ne fosse bisogno, ricordiamo ancora una volta quanto espresso in questo senso anche dalla Presidenza del CAI…Si sottolinea però che, nonostante le discutibili modalità del Parco, alcuni di noi hanno continuato ad adoperarsi in modo costruttivo con la disponibilità sempre dimostrata per migliorare e rendere condivisibile il regolamento redatto dal Collegio marchigiano, come da commenti scritti di Paolo Caruso, di Marco Speziale e di Alessandra Baldelli.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI
Nel documento 376 del 27/08/2014 – Progetto “Praterie Alto Montane” si legge: “Tutte le attività connesse o funzionali anche indirettamente alla realizzazione degli interventi di cui al presente articolo devono essere improntate alla massima sostenibilità ambientale; in particolare, l’utilizzo di mezzi a motore deve essere limitato allo stretto necessario e comunque confinato alle sedi stradali.”

Per quale motivo quanto sopra specificato non viene rispettato? Infatti, come confermato dal Corpo Forestale contattato dal Dott. Speziale è stato concesso il permesso di transito in Val di Bove, ove non esiste alcuna strada e alcun tipo di carrareccia, ai mezzi motorizzati con ordinanza del Sindaco di Ussita 1/2005. I mezzi motorizzati attualmente percorrono, per fini “produttivi”, i prati della Val di Bove per arrivare perfino in prossimità del M. Bove Nord, nelle immediate vicinanze dell’area vietata all’alpinismo e all’escursionismo. E’ possibile considerare l’alpinismo e l’escursionismo più impattanti rispetto alle attività dei mezzi motorizzati? E poi, se anche si volesse concedere il transito a tali mezzi per fini produttivi, perchè allo stesso tempo è stato sanzionato un professionista della montagna durante l’esercizio della sua professione? Non si tratta forse sempre di un’attività produttiva? La legge è uguale per tutti o ci sono cittadini di serie A e altri di serie B?

ACCUSE INFONDATE DEL DIRETTORE PERCO e DEL COLLEGIO DELLE MARCHE
La Guida Alpina Paolo Caruso si vede nuovamente costretta a richiamare il Direttore Perco e il Collegio delle Marche affinché desistano dall’insistere nell’accusa di irregolarità nei suoi confronti, per il fatto di non essere iscritto al Collegio marchigiano. Non sembra il caso dover prendere dei provvedimenti (diffamazione con relativa ripercussione nel penale e nel civile) per un’accusa così palesemente insensata, ma si spera vivamente che si ravvedano e la smettano, altrimenti le misure del caso dovranno essere prese. Tale affermazione fu già confutata facilmente in occasione della “disinformata” e infelice pubblica affermazione del Sig. Fabio Miconi in rappresentanza del Collegio marchigiano stesso. Tuttavia, nel documento prot. 5730 del 30 settembre 2014 il Direttore Perco torna alla carica e, insistendo con infondate polemiche, dichiara:

“Lei, innanzitutto, non risulta iscritto presso il Collegio delle Guide alpine di Marche e non ci risulta che possa svolgere esercizio professionale, se non in via occasionale e senza carattere di esclusività, nelle Marche […]!”

Non vogliamo credere che il Direttore abbia avuto intenzione di svolgere azioni di persecuzione nei confronti di qualche Guida Alpina, entrando in meriti e valutazioni che neanche gli competono, ma da quanto riporta sembra particolarmente disinformato. Non si ritiene necessario citare nuovamente la normativa, in quanto è stato già fatto nella e-mail del 23 novembre 2010 cui si rimanda il Direttore Perco. Si ricorda solo al Direttore che la Guida Alpina suddetta risiede in Umbria, insieme ad altre Guide Alpine, e non ha recapito nelle Marche in quanto non svolge attività fissa o stagionale in questa regione, dato che la sua attività lo porta a operare in numerose regioni italiane, tra cui Umbria, Lazio, Toscana, Liguria, Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia, Trentino, Marche, Emilia Romagna…oltre che al di fuori dell’Italia…

Per chiarimenti ulteriori si rimanda il Direttore alla consultazione del sito web www.metodocaruso.com  ed eventualmente ai testi scritti da Caruso, inclusi quelli per il Collegio Nazionale delle Guide Alpine e per il CAI, in modo da comprendere l’oggetto del suo lavoro e i differenti luoghi che frequenta.
Questo documento per ora è firmato soltanto da quelli di noi che hanno partecipato alla nostra ultima riunione del 18 ottobre 2014 o ne hanno potuto condividere direttamente i contenuti, tra cui Guide Alpine-Maestri d’Alpinismo, Istruttori, alpinisti.
Paolo Caruso
Luigi Mario
Marco Speziale
Luigi Martino
Silvia Bonifazi
Carla Amagliani
Ada Cristofori
Ferdinando Daini
Roberto Ferrante
Micaela Solinas
Lucio Marcantonini
Peppe Vergari
Giovanni De Marchi
Kristian De Marchi
Gabriella Bagnarini

PS
Chiunque volesse visionare i documenti menzionati in questa comunicazione e che non abbiamo allegato per non “appesantirla” troppo, può richiederceli senza alcun problema.

Paolo Caruso, 28 ottobre 2014
Cari amici,
mi scuserete per questa mia seconda e-mail ma ritengo doveroso informarvi delle azioni intraprese dalla rappresentante umbra di Mountain Wilderness, Cristina Garofalo, di concerto con il Collegio delle Marche.

La Signora di MW ha inviato al Collegio marchigiano prima e, di comune accordo, al Collegio Nazionale e al Collegio Toscano (dove sono iscritto) poi, una e-mail di “Segnalazione comportamento offensivo della Guida Alpina Paolo Caruso”. Proprio lei che ha offeso me e tutti noi nella sua prima e-mail, ha pensato bene di denunciare il mio presunto “comportamento offensivo”, girando a detti collegi una mail specificatamente “personale” che avevo scritto a lei e non certo più offensiva della sua. Penso che alla Signora di cui sopra sarebbe utile studiare a fondo non solo la Convenzione di Aarhus, ma anche la legge sulla privacy, per la quale sarà tenuta a rispondere. Lo stesso Marco Vallesi, Presidente del Collegio marchigiano ha scritto frasi che sembrano apparire offensive non solo nei miei ma anche nei confronti di voi tutti, eccole:

“Non posso che comprendere il suo disappunto oltre che condividere, a nome di tutto gli iscritti a questo Collegio, il biasimo nei confronti del Sig. Caruso. Ciò nonostante, i reiterati comportamenti dei singoli portatori di “disinteresse” rischiano di rallentare il fisiologico processo di integrazione uomo-ambiente, ambiente-ambiente, uomo-uomo.”

Invece di collaborare per risolvere i problemi, alcune persone insistono per mantenere le “loro personali posizioni” cercando di mettere in cattiva luce tutte le voci che richiedono una volta per tutte di giungere a soluzioni appropriate e condivise.  E’ degno di nota il fatto che, tra l’altro, ci risulta che siano rimasti gli unici a difendere quelle posizioni.  Ritengo comunque molto meschino e perdente andare “sul personale” piuttosto che affrontare i contenuti e le critiche costruttive che tutti noi stiamo portando avanti relativamente ad alcune delle problematiche generate dalle azioni del Parco Nazionale dei M. Sibillini. A noi interessa parlare dei contenuti, non altro. Men che meno ci interessano le polemiche personali. Per questo non mi soffermo ulteriormente sulle azioni della Signora di MW, considerando anche che, a seguito delle risposte ricevute, non credo si dedicherà ad ulteriori “azioni di aggressione” e di “disinformazione”. Per quel che riguarda invece detto Collegio marchigiano, invito a ricordare l’intervento… diciamo poco “conforme alla situazione” del loro rappresentante in occasione dell’incontro dell’8 luglio e i contenuti espressi nel regolamento, da loro stilato, che hanno suscitato un disappunto unanime. Sono questi i contenuti e le modalità del loro operare a essere evidente prova di “disinteresse” nei confronti di tutto ciò che non corrisponde al loro punto di vista. Spero che si ravvedano al più presto e comincino ad agire invece per il “bene comune”, evitando anche il pericolo di mettere in cattiva luce tutta una categoria di professionisti che sono invece molto ben preparati.

Come Guida Alpina, quindi, ci tengo a sottolineare che la maggioranza di noi professionisti della montagna, a parte dunque le poche eccezioni facilmente individuabili, crede fortemente nella possibilità di giungere a un documento ben fatto e soprattutto condiviso, mettendo a disposizione le autorevoli competenze che abbiamo proprio come professionisti della montagna. La frequentazione della montagna in modo corretto, consapevole, che si avvale delle basilari norme di sicurezza insieme all’integrazione tra l’uomo e la natura, in particolare nella pratica di attività compatibili come l’alpinismo, sono solo alcuni dei punti saldi, non solo miei ma mi sento di affermare anche della nostra categoria. Dispiace che il Parco non abbia voluto beneficiare dei consigli e delle soluzioni proposte dalle persone più capaci e preparate che hanno continuato, nonostante tutto e a distanza di anni, a mettere a disposizione le proprie competenze al fine di cercare, purtroppo inutilmente, di risolvere i problemi e di giungere a soluzioni condivise.

In pace e un saluto a tutti

Alba sui Monti Sibillini. Foto: Maurizio Pignotti
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ALESSANDRO FABBRIZIO (5 agosto 2014) a:
Alla C.A. del Direttore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Spett.le Dr. Franco Perco
Alla C.A. del Prefetto di Macerata, Spett.le Dr. Pietro Giardina
Alla C.A. del Procuratore della Repubblica, Spett.le Dr. Giovanni Giorgio
p.c.
Alla C.A. del Comandante Regionale del Corpo Forestale dello Stato, Spett.le Dr.ssa Cinzia Clementina Gagliardi
p.c.
Alla C.A. del Presidente del Soccorso Alpino e Speleologico Marche, Spett.le Dr.ssa Paola Riccio
p.c.
Alla C.A. del Presidente del Raggruppamento Regionale del Club Alpino Italiano, Spett.le Sig. Lorenzo Monelli
p.c.
Alla C.A. del Collegio Regionale Guide Alpine e Accompagnatori di Media Montagna, Spett.le G.A. Tito Ciarma

Egregi Signori Vi scrivo per mettere in luce un problema di pubblica sicurezza presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini legato alla totale incuria della rete sentieristica del Parco stesso.
I fatti sono i seguenti: il giorno 2 agosto 2014 mi sono recato al Santuario della Madonna dell’Ambro per salire sulla Vetta del Monte Priora o Pizzo della Regina seguendo l’itinerario 1.58 descritto nella Guida dei Monti Sibillini (M.Calibani-A. Alesi, Grafiche Ventura Ascoli Piceno, 2° edizione 1987) e riportato nella carta dei sentieri scala 1:25000 Parco Nazionale dei Monti Sibillini (Società Editrice Ricerche, S.EL.CA., edizione 2002). La prima parte del percorso viene descritta anche nelle Guide Geologiche Regionali, Appennino Umbro-Marchigiano Itinerario 26 (Società Geologica Italiana, BE-MA editrice N° 7/2° volume 2001).
Il sentiero che dovrebbe partire dal Santuario Madonna dell’Ambro (m 683) e che dovrebbe intersecarsi alla quota 914 m con la carrareccia proveniente da Fonte Vecchia è semplicemente inesistente. In realtà occorre salire per “fratte” su terreno infido seguendo varie pseudo-tracce che portano nel nulla all’interno di un bosco fitto che non favorisce l’orientamento, aggirando dove
possibile salti rocciosi e ripidi canali.
Si capisce che solo persone con adeguata esperienza di Montagna sono in grado di arrivare incolumi all’intersezione con la carrareccia a quota 914 m. Questo, pur essendo il sentiero riportato sia sulla carta topografica sia nelle varie guide disponibili.
Tuttavia, ho avuto modo di apprezzare la magistrale manutenzione della rete sentieristica da parte dell’Ente Parco durante la fase di discesa, di ritorno dalla Vetta del Monte Priora. Invece di riprendere alla quota 914 m il percorso per “fratte”, fatto all’andata, ho continuato a scendere lungo la carrareccia e qualche centinaia di metri più in basso ho incrociato, sulla destra, una
diramazione della carrareccia che scendeva ripidamente verso il Torrente Ambro.
Supponendo che si trattase di una strada più agevole e più sicura per tornare al parcheggio ho cominciato a seguirla e dopo qualche centinaia di metri mi sono ritrovato nel vuoto con la carrareccia che terminava bruscamente, causa erosione e conseguente frana del versante destro (orografico) del Torrente Ambro, una cinquantina di metri sopra il letto del torrente.
A quel punto sono ritornato verso l’intersezione alla quota 914 m e da lì ho cominciato a scendere non senza problemi, pur avendo adeguate conoscenze e pratica di Montagna, verso il Santuario dell’Ambro.
A seguito del mio racconto sorgono spontanee la seguenti domande:
– Il percorso da me seguito viene riportato, come già scritto precendentemente, sia sulla carta topografica che nelle guide escursionistiche pertanto l’Ente Parco è responsabile della sua manutenzione e messa in sicurezza. Perché non lo fa?
– I tracciati in disuso o che portano nel nulla, come la carrareccia che termina nel vuoto sopra il letto del Torrente Ambro, debbono essere sbarrati ed interdetti al passaggio per garantire l’incolumità delle persone. Questo lavoro rientra nelle competenze dell’Ente Parco, perché non lo fa?
– Quanti e quali sono i sentieri fantasma, cioè tutti quei sentieri del Parco Nazionale dei Monti Sibillini riportati sulle carte e/o guide, ma di fatto inesistenti? Questo genere di “sentieri” rappresenta un potenziale pericolo per tutti i frequentatori della Montagna in quanto si viene tratti in inganno dalla discrepanza tra le informazioni raccolte a tavolino (pianificazione dell’itinerario) e la situazione reale sul terreno. Risulta ovvio che la valutazione del rischio fatta a casa, essendo basata sulle informazioni disponibili, risulti totalmente errata.
– Perché l’Ente Parco non sviluppa un’adeguata rete sentieristica con tanto di indicazioni ed informazioni aggiornate come avviene in tutti i Parchi Nazionali Italiani ed Esteri?
– Chi è il responsabile per eventuali incidenti che si dovessero verificare su questi sentieri fantasma, ignorati e trascurati dall’Ente Parco?
– Perché l’Ente Parco non curando la rete sentieristica mette a rischio la sicurezza e l’incolumità dei frequentatori della Montagna? Qual è il suo fine? Non dovrebbe, al contrario di quanto sta facendo, promuovere la conoscenza, il rispetto e la fruibilità dei Monti Sibillini?
La soluzione più logica alla problematica da me esposta è rappresentata dal recupero e messa in sicurezza della rete sentieristica già presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e dalla sua successiva cura e manutenzione nel tempo onde garantire la sicurezza di tutti i frequentatori della Montagna. Tale attività deve essere avviata dall’Ente Parco avvalendosi della collaborazione
del Corpo Forestale dello Stato delle associazioni di volontariato (CAI e CNSAS) e dei professionisti (Guide Alpine). Voglio anche rimarcare il fatto che l’assenza di un’adeguata rete sentieristica, oltre che a rappresentare un problema di sicurezza per le persone, favorisce lo sviluppo di decine e decine di microtracce che associate agli eventi meteorici portano all’aumento dell’instabilità superficiale dei versanti. In ultimo, aggiungo che l’eventuale emanazione di ordinanze che vietino il passaggio nelle zone dove i sentieri non sono mantenuti in corretto stato di esercizio non sono la soluzione al problema in quanto non si eliminano le criticità da me esposte. Fiducioso che le mie critiche e considerazioni vengano considerate in maniera seria e siano utilizzate in maniera costruttiva sia dall’Ente Parco sia dagli organi preposti al controllo e alla sicurezza del territorio Vi ringrazio per la cortese attenzione e colgo l’occasione per porgere i miei
Cordiali saluti.
Macerata, 5 agosto 2014
Alessandro Fabbrizio
Dottore di Ricerca in Scienze della Terra, Sci-Alpinista e Chef de Courses del Club Alpino Svizzero

Risposta di Paolo Panini
Caro Alessandro buona sera,
Ho letto con molta attenzione la tua mail e mi rendo conto della delicatezza della tua denuncia.
Ti assicuro che la stessa verrà portata in Consiglio Regionale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico sia dal sottoscritto che dal Presidente Regionale Paola Riccio.
Ti ringrazio di cuore per la precisione delle descrizioni che ci saranno molto utili. Spero di poterti rivedere presto e magari condividere una salita con le pelli quest’inverno.
Un saluto
Paolo

Monti Sibillini. Foto: Maurizio Pignotti
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Risposta del Direttore Franco Perco
Egregio Signor dr. Alessando Fabbrizio, Macerata
Dr. Pietro Giardina Prefetto di Macerata
Dr. Giovanni Giorgio Procuratore della Repubblica
Gentile dott. Fabbrizio,
ho atteso a risponderle sino al rientro di una mia collega, dopo le ferie.
Da quanto posso constatare Ella si è fornito di una carta non ufficiale del Parco ed inoltre non aggiornata, mentre sul nostro sito può ottenere informazioni assolutamente più corrette.
Di conseguenza, Ella può trovare una descrizione dettagliata dei percorsi escursionistici nel sito web del parco al seguente link: http://www.sibillini.net/Chiedi_sibilla/sentieri/index.html
e dei percorsi in bicicletta al link: http://www.sibillini.net/Chiedi_sibilla/gab/index.html. Nel sito web sono inoltre disponibili gratuitamente in formato digitale la nuova carta dei percorsi
del Parco in scala 1:40.000 che riporta correttamente il sistema di fruizione del parco, i numeri “catastali” dei sentieri escursionistici e che precisa quali sono i percorsi ufficiali del
Parco soggetti a segnaletica e manutenzione; vi sono inoltre le tracce GPS dei suddetti percorsi (link: http://www.sibillini.net/IL_PARCO/index.html voce a spasso con il GPS).
Preferisco tuttavia offrirLe una risposta ai suoi numeri rilievi, che spero Le risulti esaustiva.
Ma prima di iniziare mi permetto di farLe notare che il Parco possiede una sua pianificazione per quanto riguarda la sentieristica e che questa non è lasciata al caso, dal momento che si
fonda su di una propria idea della fruizione la quale, mi consenta, avviene all’interno di un Parco Nazionale e non di un sito qualsiasi.
Certamente Ella non ignorerà che la finalità principale di un Parco Nazionale è la conservazione (Legge nazionale 394/1991 art. 3, 1° comma) e che la “fruizione” non rientra nelle finalità prioritarie di questa Area Protetta. Ovviamente, la fruizione deve essere comunque garantita a norma dell’art. 14, 3° comma, nel quadro delle Iniziative per la promozione economica e sociale del territorio, pur sempre nel rispetto delle esigenze di conservazione.
Il Parco aveva censito oltre 400 sentieri storici del territorio. Di questi, compatibilmente con le esigenze di conservazione e valorizzazione dell’area protetta, ne erano stati individuati circa 80, che sono stati poi inseriti nel sistema di fruizione come “sentieri storici del Parco”. Grazie ad un progetto dei Gruppi Regionali Marche e Umbria del CAI, cofinanziato dal Parco, detti gruppi – MA NON IL PARCO – assicurano, sui sentieri storici, per non perderne traccia e memoria, la segnaletica orizzontale (bandierine rosso-bianco-rosso con riportato il numero del sentiero, apposti su elementi naturali, picchetti segnavia, omini in pietra, ecc..).
Per quanto riguarda le competenze più specifiche del Parco, esso garantisce gli interventi di manutenzione solamente sui sentieri facenti parte del suo sistema di fruizione e cioè:
· 18 sentieri natura,di cui 2 adatti alla percorrenza anche con sedie a ruote, (75 km ca)
· 17 percorsi escursionistici (185 km ca)
· Il Grande Anello dei Sibillini (124 km ca)
· 14 percorsi ad anello per bicicletta (559 km ca)
· 1 grande anello in bicicletta (228 km ca)
Quanto agli altri sentieri rimanenti, la scelta del Parco è stata quella di non segnalarli (fattispecie che avrebbe obbligato ad una loro gestione), almeno per il momento, in ragione della necessità di mantenere al Parco medesimo una certa riservatezza, come del resto si conviene ad un’Area di valenza, appunto, nazionale.
Devo lamentare che purtroppo sono in vendita numerose pubblicazioni, non ufficiali né edite dal Parco, nelle quale si suggeriscono diversi itinerari. Ciò non significa, anche se ciò non viene evidenziato, che in essi sia garantita una segnaletica e/o che essi siano perfettamente percorribili senza determinate precauzioni.
D’altra parte, Ella non potrà non convenire con me che si tratta di manuali e/o guide sulle quali non possiamo effettuare interventi di controllo come pure non possiamo limitarne la pubblicazione. E sta all’eventuale fruitore, prima di intraprendere un’escursione, informarsi sullo stato dell’itinerario prescelto. Dal canto nostro, poniamo la massima attenzione ed il massimo impegno per fornire all’eventuale fruitore, attraverso il sito del Parco ed i vari mezzi di comunicazione a nostra disposizione, nonché mediante l’attività dei punti informativi, tutte le informazioni relative all’offerta turistica del territorio, con particolare riguardo ai percorsi escursionistici.
Ciò posto, ecco le risposte ai suoi quesiti (testo Suo virgolettato, mia risposta in corsivo).

1. …. “la magistrale manutenzione della rete sentieristica da parte dell’Ente Parco durante la fase di discesa, di ritorno dalla Vetta del Monte Priora”. Il percorso da Lei effettuato non rientra tra i percorsi ufficiali del Parco sopra descritti.

2. “Il percorso da me seguito viene riportato, come già scritto precedentemente, sia sulla carta topografica che nelle guide escursionistiche pertanto l’Ente Parco è responsabile della sua
manutenzione e messa in sicurezza. Perché non lo fa?” Come già evidenziato, il sentiero non rientra tra i percorsi escursionistici sui quali il Parco garantisce la segnaletica e la manutenzione. La Carta topografica e le guide escursionistiche in suo possesso non sono edite dal Parco che non può dunque assumersi in alcun modo la responsabilità della veridicità dei contenuti.

3. “I tracciati in disuso o che portano nel nulla, come la carrareccia che termina nel vuoto sopra il letto del Torrente Ambro, debbono essere sbarrati ed interdetti al passaggio per garantire l’incolumità delle persone. Questo lavoro rientra nelle competenze dell’Ente Parco, perché non lo fa?” Non trattandosi di percorsi gestiti dal Parco lo stesso non ha alcuna competenza relativa alla manutenzione e nessuna responsabilità inerente la sicurezza degli stessi. La fruizione della montagna presenta dei rischi oggettivi che ciascuno assume nel momento in cui decide di intraprendere un’attività escursionistica/alpinistica, anche su percorsi segnalati e tracciati. Se così non fosse, per questioni di sicurezza sarebbe necessario vietare l’accesso alla maggior parte delle aree di alta montagna.

4. “Quanti e quali sono i sentieri fantasma, cioè tutti quei sentieri del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ” “riportati sulle carte e/o guide, ma di fatto inesistenti? Questo genere di “sentieri” rappresenta un potenziale pericolo per tutti i frequentatori della Montagna in quanto si viene tratti in inganno dalla discrepanza tra le informazioni raccolte a tavolino (pianificazione dell’itinerario) e la situazione reale sul terreno. Risulta ovvio che la valutazione del rischio fatta a casa, essendo basata sulle informazioni disponibili, risulti totalmente errata.” Il problema nasce dall’attendibilità delle fonti da cui si traggono le informazioni e circa questo punto ho ben precisato in precedenza quale sia lo stato dell’arte. La invito, in futuro, ad utilizzare come fonte di informazione il sito web e gli altri strumenti di comunicazione del Parco.

5. Perché l’Ente Parco non sviluppa un’adeguata rete sentieristica con tanto di indicazioni ed informazioni aggiornate come avviene in tutti i Parchi Nazionali Italiani ed Esteri? Come sopra descritto, il Parco ha pianificato e realizzato un sistema di percorsi escursionistici basato sui tracciati esistente: 384 Km di percorsi escursionistici e 787 Km di percorsi per mountain bike, tutti completamente segnatati e soggetti a manutenzione. Tutte le informazioni su tali itinerari, comprese eventuali interruzioni o inagibilità, vengono costantemente monitorate e segnalate all’utenza tramite i canali di comunicazione a nostra disposizione. Probabilmente anche in questo caso la sua osservazione nasce da una mancata conoscenza del contesto derivante da fonti di informazione non aggiornate e non riconducibili al Parco.

6. “Chi è il responsabile per eventuali incidenti che si dovessero verificare su questi sentieri fantasma, ignorati e trascurati dall’Ente Parco?” La risposta è in quanto detto sopra.

7. “Perché l’Ente Parco non curando la rete sentieristica mette a rischio la sicurezza e l’incolumità dei frequentatori della Montagna? Qual è il suo fine? Non dovrebbe, al contrario di quanto sta facendo, promuovere la conoscenza, il rispetto e la fruibilità dei Monti Sibillini?”
Anche in tal caso le risposte sono già in quanto detto sopra. Partendo dal presupposto che la sua nota non voglia essere una critica sterile, ma costruttiva, la invito a prendere visione, sempre nel sito del Parco, nella sezione Ente e Attività della documentazione relativa alla pianificazione generale del parco (Piano per il Parco) ed a quella specificamente dedicata alla fruizione ed alla valorizzazione turistica (http://www.sibillini.net/attivita/turismoSostenibile/index.html).
Potrà così constatare l’impegno del Parco per una fruizione responsabile, ma soprattutto prendere atto delle basi tecniche o scientifiche, su cui sono basate le scelte effettuate dal Parco.

8. “La soluzione più logica alla problematica da me esposta è rappresentata dal recupero e messa in sicurezza della rete sentieristica già presente nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini
e dalla sua successiva cura e manutenzione nel tempo onde garantire la sicurezza di tutti i frequentatori della Montagna. Tale attività deve essere avviata dall’Ente Parco avvalendosi della collaborazione del Corpo Forestale dello Stato delle associazioni di volontariato (CAI e CNSAS) e dei professionisti (Guide Alpine). Voglio anche rimarcare il fatto che l’assenza di un’adeguata rete sentieristica, oltre che a rappresentare un problema di sicurezza per le persone, favorisce lo sviluppo di decine e decine di microtracce che associate agli eventi meteorici portano all’aumento dell’instabilità superficiale dei versanti. In ultimo, aggiungo che l’eventuale emanazione di ordinanze che vietino il passaggio nelle zone dove i sentieri non sono mantenuti in corretto stato di esercizio non sono la soluzione al problema in quanto non si eliminano le criticità da me esposte”. Qui evidentemente si preferisce ignorare il costo della manutenzione, la circostanza che ogni anno gli eventi meteorici (spesso non prevedibili) e il fatto che sarebbe impossibile e persino errato, dal punto di vista della conservazione, mettere in sicurezza tutti i sentieri esistenti. Il Parco ha scelto, proprio per garantire la qualità del territorio, di non gestire determinati sentieri.

9. “Fiducioso che le mie critiche e considerazioni vengano considerate in maniera seria e siano utilizzate in maniera costruttiva sia dall’Ente Parco sia dagli organi preposti al controllo e alla sicurezza del territorio Vi ringrazio per la cortese attenzione e colgo l’occasione per porgere i miei Cordiali saluti”. Penso che abbiamo dato un giusto rilievo alle critiche e alle considerazioni, comunque preziose e delle quali ringrazio sentitamente, a nome dello staff tecnico del Parco e mio personale.
Nell’occasione, Le porgo distinti saluti
Il Direttore, dr. Franco Perco

Maurizio Pignotti
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Risposta di Andrea Antinori
Perchè non posso essere d’accordo con la lettera dell’amico Alessandro Fabbrizio sui sentieri poco segnalati dei Sibillini
Prima di tutto una precisazione storica: se ho ben capito, dalla descrizione di Alessandro, la cosiddetta mulattiera che finisce bruscamente sopra la riva destra (idrografica) del torrente Ambro, non è una vera mulattiera, ma una sterrata creata selvaggiamente, più di 30 anni fa, con le ruspe da Vetice per il disboscamento di tutto il versante sotto Prato Porfidia, fatta terminare così bruscamente fin dalla sua costruzione. Venne distrutta tutta l’antica mulattiera che da Vetice scendeva alla Madonna dell’Ambro, sostituita da una traccia d’uso che dal prato sopra il Santuario si ricollegava a tale sterrata. Non ci vado da diversi anni, ma penso, da quanto dice Alessandro, che quest’ultima sia scomparsa per disuso o erosione. Comunque la lotta che il CAI e altre associazioni fecero per realizzare il Parco era motivata proprio dalla necessità di bloccare quel tipo di sfruttamento selvaggio della montagna a suon di ruspe e motoseghe. Il Parco, infatti, non fu voluto (principalmente) perché doveva diventare il parco di divertimento dei cittadini, ma per permettere ad un ambiente naturale ancora ricco di notevoli valenze e potenzialità ambientali e naturali, oltre che antropiche, di poter resistere alla distruzione massicciamente perpetrata in quegli anni in nome della famigerata “valorizzazione turistica”. Che ci ha lasciato come triste eredità le Strade della Sibilla, del
Fargno, di monte Prata e altre come loro; le captazioni delle principali sorgenti; I piloni degli impianti di Monte Bove e via di seguito, con forte antropizzazione dell’alta montagna appenninica.
Quando sulle cronache cittadine si legge continuamente, amplificate ad arte dalla stampa, polemiche sul perchè in un parco nazionale non si possa andare in giro per c. propri con il cane, oppure perché non si possa andare in 250 con le biciclette dove si vuole o perché non si possa andare con le motoslitte, o con i quad o con le moto o con le macchine dove si vuole, si capisce che i più percepiscono del Parco ancora solo la dimensione ludica e utilitaristica.
Che cosa accomuna, a mio avviso, quell’idea di valorizzzione turistica (mai del tutto abbandonata, come si evince dagli ultimi episodi della Sibilla) e quella apparentemente più soft della montagna ” irretita” da una vasta e ben segnalata rete di sentieri? Che la montagna, in sé, non possieda nessun autonomo proprio valore, ma che l’unico valore è solo quello che deriva dall’uso eventuale che ne vuole fare il cittadino, magari legato al profitto economico che da tale uso se ne può trarre. Il quale cittadino, quando decide di frequentare la montagna, non si pone nell’ottica dell’alpinista che si chiede se sia sufficientemente preparato ( tecnicamente e culturalmente) per affrontare un ambiente naturale oggettivamente pericoloso e ricco d’incognite, ma nell’ottica del turista che pretende di trovare la montagna addomesticata da tutta una serie di protesi ( sentieri spianati e segnalati, cavi e ferrate, cartellonistica di pericolo, indicazioni di che cosa si può osservare eccetera) che renda
prevedibile ogni passaggio e, nel caso che qualche cosa vada storto qualcuno a cui imputare la colpa. Condivido, invece, pienamente l’affermazione dell’alpinista Bernard Amy ” In un ambiente con difficoltà sociali crescenti, si è sviluppata un’inquietudine che ha generato un desiderio di sicurezza, accompagnato da una ridiscussione dei comportamenti individualistici.
L’ossessione per la sicurezza ha in particolare spinto all’eccesso l’applicazione crescente del “principio di precauzione”.
Ora, invece, ritengo che bene ha fatto il parco a decidere di segnalare e mantenere efficienti alcuni itinerari escursionistici, ben segnalati, lasciando invece altri senza alcuna indicazione, anche per salvaguardare alcune zone sensibili dall’eccessiva pressione antropica. Tra l’altro questa filosofia di segnalare i sentieri in modo molto discreto, fu a suo tempo discussa e proposta proprio dal CAI. Chi vuole accedere ad itinerari che 20 o trent’anni fa erano ben tracciati, deve sapere che potrebbero, oggi, non essere più così evidenti. I sentieri dei Sibillini, a differenza di quello che in genere avviene sulle Alpi, specialmente Dolomiti e Alpi Occidentali, non sono nati per l’escursionismo o a servizio dei rifugi, quindi nati con vocazione turistica e soggetti a costante manutenzione da chi trae un vantaggio economico dalla loro frequentazione, ma per uso millenario della pastorizia e dell’agricoltura di montagna. Se oggi alcuni scompaiono, come ho avuto modo di constatare personalmente, specialmente negli ultimi anni, in diverse valli e versanti dei Sibillini, è perchè la pastorizia ormai è molto ridotta rispetto al passato e pascoli e sentieri non sono più utilizzati, salvo alcuni itinerari estivi più frequentati ( Valle di Pilato, Bove, Palazzo Borghese, Berro e Priora dal Fargno e poco più). Ma la drastica riduzione del pascolo di alta montagna ha prodotto anche intense
modificazioni della vegetazione che li caratterizza, con incremento di fenomeni come valanghe, erosioni e modificazioni del ruscellamento durante le precipitazioni più intense, a sua volta causa ulteriore della scomparsa degli antichi tracciati.
Penso che sia opportuno rilanciare, da parte de Parco, del CAI, delle guide, di tutti quelli interessati ad una fruizione consapevole delle nostre montagne, una seria attività di formazione, prima che tecnica, culturale, volta a far emergere quella sensibilità verso l’ambiente montano che non può ridursi all’uso delle tecniche specialistiche.
Andrea Antinori

Risposta di Alessandro Fabbrizio al Direttore Perco e ad Andrea Antinori
Gentile Dott. Perco,
La ringrazio per la Sua cortese risposta e l’esaustiva risposta alla mia lettera. Seguendo il Suo consiglio e preso dalla curiosità ho iniziato ad esplorare il sito del Parco e Le vorrei segnalare un problema che a Lei ed ai Suoi collaboratori è probabilmente passato inosservato. Nella sezione percorsi escursionistici si seleziona il percorso (da E1 a E17) e si apre una nuova pagina con le informazioni relative all’itinerario scelto, tuttavia quando si “clicca” sul profilo altimetrico si apre una nuova finestra dove ci sono ulteriori informazioni corredate di mappa e profilo altimetrico che risultano completamente illeggibili dato il fondo nero dell’immagine.
Suppongo che questa nota vi sia molto utile per porre rimedio al problema e per continuare a dare al pubblico le informazioni corrette ed aggiornate.
Per quanto riguarda la problematica da me esposta nella precedente lettera aggiungo solo che sia la mia idea, sia la Sua opinione nelle vesti di Direttore del Parco, sia le osservazioni dell’amico Andrea Antinori, sono differenti punti di vista, chiaramente tutti rispettabili, sulla libera fruizione e conservazione della Montagna e che pertanto dovrebbero trovare un punto di comune accordo proprio nell’ottica di preservazione storica, naturale ed antropologica dei nostri Monti Azzurri. Pensi solamente per un attimo alle ferrate e strade militari costruite nel periodo della Grande Guerra, se non si fosse fatta un’accurata opera di preservazione e manutenzione la totalità di quei percorsi sarebbe oggi andata perduta con grave danno per la memoria storica del Paese. Il fatto che non ci siano state piu’ guerre di quel tipo non poteva giustificare un loro totale abbandono! Parallelamente, trasferendo il medesimo ragionamento alla nostra situazione dove, come ricorda l’amico Andrea, la maggior parte dei sentieri dei Sibillini ha una storia plurisecolare, devono essere poste in campo tutti gli interventi per garantirne la conservazione in quanto non sarebbe ammissibile perdere tale patrimonio culturale e naturale dietro il paravento che se ci vanno in molti l’ambiente si rovina!
La saluto cordialmente e spero di incontrarLa in giro per i Sibillini per continuare a confrontarci su queste tematiche,
Alessandro Fabbrizio

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Divieti in montagna? No, grazie!

Divieti in montagna? No, grazie!
di Fabrizio Vago (da www.ilmountainrider.com, 7 ottobre 2014)

L’inverno si avvicina, chissà se sarà un vero inverno e se sulle montagne italiane arriverà la neve? Se succederà, insieme a quella cosa bianca che scenderà giù leggera dal cielo e che tanto fa sognare scialpinisti, freerider e ciaspolatori, fioccheranno di sicuro anche i divieti che riporteranno molti appassionati con i piedi per terra. Ragazzi non facciamoci meraviglia, d’altronde siamo in Italia, il paese delle ordinanze e dei divieti e delle persone per bene. Si sa benissimo che qui da noi chi esce dai percorsi battuti è considerato dalla gente “normale” e dalle istituzioni quasi come un criminale, un cerca rogne, un poco di buono insomma.Vago-Divieti-divTutto questo paradossalmente quando il mercato dello sci freeride è in pieno boom nonostante la crisi e quando pressoché ogni stazione turistica invernale che si rispetti si fa bella illustrando nei propri depliant e nei propri siti sciatori colorati e con sci fat ai piedi che si divertono scendendo sconfinati pendii di neve fresca baciati dal sole!

Non è un po’ come il gioco del bastone e la carota? Pensateci un po’.

Certo proibire dicendo di no al fuoripista è la cosa più facile ed immediata che salta in mente perché chi ci amministra può sempre lavarsi le mani da ogni responsabilità. Giusto? Ma a che prezzo?

Alcuni danni di questo “assistenzialismo garantito” tanto di moda nella società d’oggi in Italia ma non solo, sono sotto l’occhio di tutti altri invece sono più subdoli e meno evidenti ma non per questo meno importanti. Tengo a precisare che tutto ciò va oltre l’ambito della montagna invernale in senso stretto ma può essere applicato anche ad altri aspetti della vita di ogni giorno.

Divieti in montagna: la mia opinione
Quella dei divieti in montagna, quale ambiente potenzialmente pericoloso per l’uomo e mai scevro da pericoli, è un argomento che mi sta a cuore particolarmente perché tocca la mia libertà di scegliere consapevolmente assumendomi la responsabilità di ogni mia azione.

La montagna, ed in particolare la montagna invernale, si sa è un luogo duro e severo che richiede preparazione, esperienza e prudenza ma dove non è sempre possibile prevedere tutto in nome di un ostentata e alquanto utopistica idea di sicurezza totale. Un luogo dove l’uomo è soggetto alle regole della natura e non a regole scritte da altri uomini. Lassù vince l’aleatorietà, l’avventura, ma soprattutto vince la libertà. Come contropartita è richiesta l’accettazione di un rischio anche minimo che sarà sempre presente e mai eliminabile del tutto e che ognuno dovrà saper gestire al meglio, a tutela della propria incolumità, tramite scelte consapevoli e responsabili. Queste sono le regole del gioco. Punto e basta!

Vago-Divieti-divieti-russi-2Chi in nome della sicurezza ha la pretesa di far diventare la montagna un luna park sotto il proprio controllo affidandosi a norme, regolamenti e divieti sbaglia di grosso. Questo tipo di comportamento contribuisce a creare solo confusione, superficialità di giudizi e false credenze rischiando di distogliere l’attenzione dell’utente dalle cose veramente importanti.

Facciamo un esempio pratico: il caso tipico è l’emissione di un ordinanza di divieto di fuoripista in una determinata zona con pericolo di valanghe grado 4 (forte) per un periodo circoscritto. L’utenza può dare per scontato che quando l’ordinanza sarà revocata il pericolo non esisterà più, quando gli addetti ai lavori sanno benissimo che anche in presenza di pericolo grado 2 non si è mai completamente al sicuro. Allo stesso modo una persona non particolarmente esperta potrà essere indotta a pensare che fuori dalle zone proibite il pericolo non sussista. Sembra una sciocchezza ma ho sentito bene con le mie orecchie certi discorsi a riguardo assai poco confortanti.

A questo punto qualche benpensante potrebbe obiettare che nessuno ordina di ficcarsi nei pericoli mettendo anche a repentaglio la vita dei soccorritori. A questa osservazione rispondo, coerentemente alla linea intrapresa finora, adducendo che le persone che fanno parte del soccorso alpino sono in primo luogo appassionati e assidui frequentatori della montagna che sanno comprendere più di altri le motivazioni e la passione di colui che viene soccorso. E poi chi ha stabilito che la squadra di soccorso debba sempre partire in qualunque condizione? Come vedete si ritorna sempre al punto di partenza: quello di fare delle scelte consapevoli assumendosi le responsabilità delle proprie azioni senza pretendere miracoli da nessuno e senza volere trovare a tutti i costi un colpevole che paghi per i nostri sbagli. Assecondando questa linea sono convinto che nei casi di dubbio circa le condizioni della neve, del meteo e della montagna in generale ci sarebbe forse qualche rinuncia spontanea in più e comunque certe scelte verrebbero prese con minor leggerezza.

Per facilitare delle decisioni consapevoli e responsabili e limitare al massimo il numero degli incidenti bisognerebbe prendere la strada della formazione, della conoscenza e della cultura coinvolgendo soprattutto coloro che sono i veri professionisti della montagna ovvero le Guide Alpine. Come? Attraverso seminari nelle scuole, eventi ad hoc organizzati dalle stesse stazioni turistiche invernali e altre attività che possano in qualche modo portare una maggiore chiarezza e consapevolezza nei media su ciò che comporta praticare certe attività in montagna.

Se proprio vogliamo mettere dei cartelli, al posto dei divieti che prevedono coercizioni della propria libertà e mu  lte nel caso di inosservanza, opterei piuttosto per delle semplici segnalazioni che ognuno potrà considerare o meno in base alla propria coscienza, preparazione ed esperienza.

In conclusione carte e regolamenti non sono serviti e non serviranno nemmeno in futuro a prevenire gli incidenti perché la capacità di gestire il rischio in montagna spetterà in primo luogo sempre e solo a chi la frequenta.

Questo è il mio pensiero mentre sto già sognando l’inverno che verrà.

Fabrizio Vago
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