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Una montagna di libertà

Una montagna di libertà
di Riccardo de Caria, avvocato

Nel mondo ultraregolamentato in cui viviamo, restano poche oasi di libertà. Una di queste è la montagna, anzi “era”, perché purtroppo il Leviatano, in persona del suo fido servitore Guariniello, è arrivato anche lì. Regolarmente, lo Stato con le sue varie articolazioni si ingerisce e si inserisce nel nostro portafoglio: preleva a sua discrezione, e ci dà direttive sempre più stringenti su come impiegare e come non quel poco che resta. Ma lo Stato-pitone stringe la sua presa su di noi estendendo la propria interferenza in qualunque sfera del nostro agire, anche quelle che con il portafoglio non hanno nulla a che fare, e così facendo perverte il diritto e l’ordine spontaneo, allargandosi sempre più.

In Valle Viola Bormina, nei pressi dell'Alpe Dosdé, da sinistra, Pizzo Dosdé, Cima sud dei sassi Rossi, Sasso Conca, Cima Lago Spalmo.

Ne è un esempio perfetto quel che sta accadendo appunto con riguardo a un tragico incidente verificatosi nel dicembre 2012 sulle nevi piemontesi: quattro amici sciavano fuori pista, ma purtroppo si staccò una valanga e uno di loro perse la vita. Una tragica fatalità, ma ora i pm torinesi del pool di Guariniello hanno chiesto il rinvio a giudizio dei tre superstiti per omicidio colposo.

A questa iniziativa ha risposto in maniera esemplare l’Osservatorio per la libertà in Montagna e Alpinismo, riconosciuto dal Club Alpino Italiano. Con molta educazione ma con estrema fermezza, in una lettera aperta che merita di essere letta per intero, ha tentato di spiegare al catone subalpino che cos’è l’alpinismo e quanto esso sia distante dallo sci su piste battute.

L’Osservatorio dà a Guariniello una straordinaria lezione di libertà, e perfino di diritto. La pretesa, tipica di tante e tante inchieste di Guariniello, di trovare sempre un responsabile di un evento infausto e una legge che s’adatti a fondare questo giudizio di responsabilità, finisce paradossalmente con il produrre maggiore irresponsabilità. La libertà, che dovrebbe essere il principio guida della nostra convivenza sociale e dei nostri codici, non può mai andare disgiunta dal suo corrispettivo, ovvero l’assunzione su di sé di tutte le conseguenze delle proprie libere azioni (il principio di responsabilità, per l’appunto).

Ciò implica che, se un’azione è stata liberamente determinata da un adulto, nella fattispecie il povero scialpinista deceduto, è necessario che quell’adulto ne porti su di sé le conseguenze. I quattro sapevano il rischio che correvano: naturalmente, se avessero coinvolto terzi incolpevoli, ne dovrebbero portare tutte le conseguenze. Ma la sciagura ha riguardato solo loro: purtroppo uno ha perso la vita, ma questa persona ha scelto volontariamente di andare fuori pista insieme agli altri tre, che non possono essere ritenuti responsabili della morte dell’amico per il solo fatto di essere sopravvissuti: avere avuto più fortuna (o anche più bravura) non può essere un titolo di colpa.

La questione che si gioca intorno a questa vicenda è di enorme importanza: il «delirio della sicurezza», autentica «psicopatologia della società moderna» (espressioni che l’Osservatorio riprende dall’antropologo Annibale Salsa), è solo l’ennesimo frutto avvelenato dello statalismo. Esso conduce all’idea che non possano esistere da un lato il caso fortuito (anche tragico, ahimé), dall’altro l’assunzione di responsabilità: occorre pianificare e regolamentare tutta l’esistenza umana, in modo che non ci siano spazi lasciati scoperti da una legge, e ogni azione possa essere sottoposta al vaglio di legalità di un magistrato. Non è ammissibile che uno compia liberamente un’azione rischiosa e ne paghi il prezzo: ci dev’essere qualcun altro responsabile, quanto meno di non averlo impedito, di non aver segnalato a sufficienza il pericolo, di non aver preso misure per evitare che altri si facessero male da soli.

Perseguendo con la forza della legge questa logica, Guariniello contribuisce all’infantilizzazione dell’uomo tipica dello stato moderno: non preoccupatevi di evitare voi i rischi, non preoccupatevi di informarvi prima di affidarvi alle cure di un metodo tutto da verificare (caso Stamina), non preoccupatevi di che cosa bevete (caraffe filtranti) o fumate (sigarette elettroniche); andate nel mondo incoscienti e beati, qualcun altro penserà a voi, alla vostra sicurezza, al vostro benessere.

Naturalmente, mentre molti pericoli siamo perfettamente in grado di valutarli da soli (se solo non ci disabituassero a farlo a suon di illusorio Pluriball guarinielliano), nessuno è in grado di valutare personalmente, a meno che non sia un esperto del ramo, attendibilità di un metodo di cura, pulizia di un filtro, tossicità dei liquidi delle e-cig. Ma per l’appunto esistono gli esperti, e forse sarebbe meglio che imparassimo a rivolgerci a loro un po’ più spesso, quando ciò è opportuno, anziché agire appunto da irresponsabili, e poi attaccarci alla toga di Guariniello.

Montagnadilibertà

Senza contare che questo uso mal concepito del diritto può anche far sì che determinate innovazioni non vedano mai la luce, o procedano a un passo molto più lento di quanto potrebbero. Come spiegò il prof. Gideon Parchomovsky, ospite nel 2009 della Stresa Lecture del compianto Alberto Musy, se le corti puniscono sistematicamente chi si allontana dal sentiero consolidato ad esempio in medicina o in un processo produttivo, dando sempre ragione al consumatore anche quando ha scelto consapevolmente di seguire il medico o il produttore avventurandosi su quel terreno (fuori pista, potremmo dire), l’incentivo ad innovare sarà molto ridotto: a seguire gli schemi non si rischia nulla, a sperimentare si rischia moltissimo, ma allora perché sperimentare una novità, che potrebbe attirare pesanti reprimende dai giudici?

L’inchiesta di Guariniello sugli sciatori è figlia di analoga tendenza a mettere al riparo gli individui dalle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie libere scelte. Il risultato è un mondo di bambini, incapaci di badare a se stessi e sempre pronti a incolpare il prossimo o la società per le proprie disavventure. Non c’è dubbio, quello fuori dalla pista giusta è proprio Guariniello!

Riccardo de Caria, avvocato, Torino

Testo tratto dal quotidiano online Lo Spiffero, 28 febbraio 2014

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Alpi Apuane: il divieto più lungo

Sulle Alpi Apuane, il 21 giugno 2013 si verifica una scossa di magnitudo 5.2 che, con epicentro in Lunigiana tra Fivizzano e Casola, provoca, oltre alla paura della popolazione, qualche danno agli abitati e quattro contusi.
I giorni dopo vi è uno sciame sismico con altre scosse via via più deboli. Qualcuno segnala che dalla parete nord del Pizzo d’Uccello si è staccato qualche blocco di roccia.

Dal 4 luglio 2013 nel comune di Fivizzano (provincia di Massa-Carrara) è in vigore l’ordinanza n. 320 del Sindaco Paolo Grassi che vieta, in via cautelativa e fino alla verifica dei sentieri e arrampicate della zona Pizzo d’Uccello e dell’intero comprensorio Apuano/Valle di Vinca, la pratica dell’arrampicata e la fruizione dei sentieri presenti all’interno del territorio comunale e facenti parte del Parco Regionale delle Alpi Apuane.

Il versante sud del Pizzo d’Uccello

Il PIzzo d'Uccello dal M. Contrario , Alpi Apuane

L’ordinanza fa seguito a una relazione tecnica firmata dal geologo Paolo Cortopassi secondo la quale nella zona sono state identificate aree potenzialmente instabili. Per il sindaco dunque, accertato lo “stato di pericolo”, scatta l’interdizione per tutti “fatto salvo l’accesso… da parte di guide alpine professionistiche e/o equipollenti purché iscritte che per la natura della loro qualifica si assumono ogni grado di responsabilità”.

L’ordinanza dispone “altresì che le Guardie Parco dell’Ente Parco Regionale delle Alpi Apuane con sede in Massa, Via Simon Musico 8, esaminino tutti i percorsi escursionistici interdetti dalla presente ordinanza al fine di verificare l’agibilità degli stessi”.

Una breve indagine storica ci informa che la zona non è per nulla esente da fenomeni sismici: basterà ricordare il terremoto del 1920 con magnitudo stimata di 6.5 che provocò centinaia di morti fra Fivizzano, Barga e Castelnuovo Garfagnana. Risalendo alcuni secoli addietro si arriva al 1481 con il terremoto di Barga (Garfagnana), per il quale la magnitudo stimata è di 5.8.
E nel 1985 vi fu un’evacuazione prudenziale di molti abitati della zona a seguito di una scossa di magnitudo 4.6.

Per questi precedenti tutti i comuni di Garfagnana e Lunigiana dal punto di vista della zonazione sismica sono classificati nella zona “2”. Quindi niente di inaspettato.

In otto mesi dal luglio 2013 non si sono verificati altri fenomeni. Se anche qualche crollo ci fosse stato, ciò è comune a tutte le montagne, purtroppo.

Non siamo a conoscenza se le guardie del Parco Regionale abbiano o meno provveduto all’esame dei percorsi escursionistici o delle vie ferrate: di certo nulla di ufficiale è stato fatto sui percorsi alpinistici del Pizzo d’Uccello. Perché dunque questa staticità? Perché proibire a tempo indeterminato? E infine, perché proibire?

La parete nord del Pizzo d’Uccello

Paola .... e parete nord del Pizzo d'Uccello. 14-06.1998

A me risulta che detti percorsi siano frequentati con la stessa frequenza di prima, la gente se ne infischia delle ordinanze oppure ragionevolmente pensa che siano divieti inutili?

Con tutto il rispetto per la sollecitudine dimostrata a vietare, non certo seguita da altrettanto puntiglio nel controllo o in opere di sicurezza, non era meglio limitarsi a un consiglio generico di prestare attenzione, forse più attenzione del solito?
Non era meglio puntare finalmente sulla responsabilità del singolo, il quale deve essere debitamente informato dei pericoli ma deve anche poter decidere in autonomia e consapevolezza, per farlo crescere come cittadino e non come suddito?

Che cosa spinge un amministratore a dichiarare inagibile un percorso per un periodo si spera non infinito? Ci domandiamo se ha mai riflettuto questo amministratore sulla convinzione comune che là dove c’è un divieto c’è sicuramente un pericolo, quindi là dove non c’è alcun divieto significa che non v’è pericolo alcuno. Assecondare con i divieti questa convinzione significa essere davvero responsabili dei possibili errori e delle possibili disgrazie.
Oppure si vieta tutto e per sempre.

Ma ci sono anche altri vizi sostanziali in questa ordinanza, che non è certo la prima a presentarli. Una per tutte valga quella del Sindaco di Livigno (ord. n. 34 del 24 aprile 2012 – Prot. 8504 cat. II/1 fasc. 10, successivamente revocata con ord. n. 48 del 16 maggio 2012), ai sensi della quale «dalla data odierna e fino alla revoca della presente, all’interno del territorio comunale di Livigno (SO), è vietato lo sci fuori pista in ogni sua specialità, ad esclusione delle guide alpine italiane e straniere abilitate (art. 4 della Legge 2/1/1989, n 6 ”Ordinamento della professione della guida alpina” e degli artt. 20-26 ”Regolamento regionale 6/12/2004 n. 10” ) e delle persone accompagnate dalle stesse, sotto la responsabilità delle medesime guide alpine».
Pur senza voler approfondire, si può qui notare “ictu oculi” come il divieto della libertà di circolazione sul “fuori pista” sia qui da una parte generalizzato (non riferita cioè soltanto ad alcune zone circoscritte ad “alto rischio”) e privo di un termine certo (così che, in carenza di una tempestiva azione da parte del Sindaco, il divieto ben sarebbe potuto permanere anche quando le presunte condizioni di pericolo fossero materialmente venute meno), e dall’altra parte finisca per mettere in atto una discriminazione fra gli utenti “esperti” della montagna prevedendo una deroga al divieto esclusivamente per le guide alpine (e le persone da questi accompagnate) e non già per tutti i soggetti dotati di idonea (o analoga) preparazione tecnica (si pensi all’alpinista esperto e che, tuttavia, non abbia la qualifica di ‘guida’). Questa sarebbe la vittoria dei “pezzi di carta” sulla vera esperienza e sul buon senso.

Castello della Verrucola a Fivizzano (MS)

AlpiApuane-Fivizzano-Verrucola (2)

Postato il 23 febbraio 2014

Aggiornamento del 29 maggio 2015: il divieto di accesso è stato revocato con ordinanza del Comune di Fivizzano del 28 maggio 2015.

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Giudizio per cause concernenti l’attività in montagna


Lettera aperta a Raffaele Guariniello
Procura di Torino

a tema: Giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna

Egregio dottor Raffaele Guariniello,
Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Veda nell’allegato pdf.
Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera.
Le scriviamo invece, come potremmo scrivere a qualunque altro magistrato, perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana.
Siamo a disposizione per qualunque chiarimento o anche per un incontro.
Grazie dell’attenzione

Per l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano), il portavoce Alessandro Gogna

Raffaele Guariniello
Il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il 14 dicembre 2010 a Torino, durante l'udienza del processo per il rogo all'acciaieria Thyssenkrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007, in cui morirono sette operai. ANSA/DI MARCO
GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA
Libertà e consapevolezza
Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito.

La libertà in alpinismo è cosa diversa: è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri.

La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. L’Osservatorio della Libertà in Montagna individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di consapevolezza. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina. E senza del quale non avrebbe senso neppure il mito di Ulisse.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male” (1859). Detto così può sembrare banale e anarchico, ma noi crediamo di interpretare correttamente il pensiero di Mill quando affermiamo di non voler rifuggire le regole ma soltanto di volerle declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma ha dignità solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e consapevolezza. Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione.
Per questi motivi l’attività alpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, e non deve essere confusa con l’attività sportiva ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Pericolo e rischio in montagna
I pericoli e i rischi vengono dalla disparità tra persona e montagna, come per mari e deserti. Sono elementi costitutivi dell’alpinismo e fondanti la libertà di scelta. Vanno legati all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione.

Méribel, tre le due piste è il luogo dell’incidente a Michael Schumacher
GiudizioperCause-PistaSchumacher-Medium

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento.
La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. L’impostazione attuale della società è improntata all’ossessiva cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero dell’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui la persona può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in questo ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa intera dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.
L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che abbiamo cercato di esprimere usando la parola “consapevolezza”; nella seconda, troviamo un significato molto diverso, quello della responsabilità giuridica.

Consapevolezza e responsabilità giuridica sono dunque assai legate, anche se non sono la stessa cosa: la libertà è resa più significativa dal poter effettuare una scelta sapendo che si può essere chiamati a rispondere di essa, e di contro l’esercizio della libertà può abituare alla responsabilità delle proprie azioni.

Ha senso, allora, un luogo nel quale questa responsabilità possa venire in discussione, perché non basta il così detto “foro interiore”: se siamo responsabili nei confronti anche degli altri, allora bisogna che gli altri possano fare appello a questa nostra responsabilità. In Italia oggi (ma anche altrove) non è normale una giustizia “corporativa”, e cioè propria delle categorie interessate, quale ad esempio esisteva prima dell’età moderna; i probiviri del CAI si occupano solo di controversie interne all’associazione, ma non possono andare oltre e trattare di rapporti che non riguardano quella limitata materia. L’opinione pubblica, e prima ancora la Costituzione che afferma la necessità di un luogo ove possano essere fatti valere i diritti di ciascuno, confermano che non possono esistere “luoghi franchi”; ed allora non resta che la giustizia ordinaria quale luogo di tali possibili controversie.

Qui sembra che possiamo essere d’accordo, però attenzione: il punto è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, e non deve essere giustificazione per una “punizione” per chi esagera.

Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel “mercato della sicurezza” assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività. Perché anche per loro le leggi tendono a essere interpretate in modo cieco, con il risultato di castrare qualunque buona iniziativa, per i giovani, per i diversamente abili, per i disadattati.

Valle di Lei, Madesimo

GiudizioperCause-MADESIMO (5)  fuoripista in val di Lei

La responsabilità giuridica
Quando si dice responsabilità si intende riconoscimento della colpa e punizione  per ciò che si è fatto; ma va subito detto che questo vale solo per quella penale, perché quella civile ha una vocazione distributiva e solidarista. Si ritiene che se qualcuno ha subito un danno, occorre veder come fare per non far rimanere quel danno solo a suo carico, almeno sotto il profilo patrimoniale. Questo tipo di responsabilità sfiora a volte l’addebito oggettivo: si è responsabili perché qualche cosa è successo, qualcuno si è fatto male; si crea il meccanismo della compensazione economica di ogni tipo di danno. In quella per cose in custodia (tra esse a volte possono esserci i sentieri, o le vie ferrate) non si è più solo responsabili per l’incuria nella manutenzione che ha determinato una insidia imprevista, ma per tutti gli infortuni occorsi nell’uso della cosa, purché il danneggiato non ne abbia fatto un uso improprio.

Ma almeno per la responsabilità civile ci si assicura, e quindi c’è un’assicurazione che paga; e qui stiamo parlando non solo della responsabilità del singolo, ma anche delle istituzioni e delle imprese che organizzano e gestiscono il territorio a vario titolo; per tale via, l’assicurazione che queste hanno contratto copre la responsabilità civile oppure il costo ricadrà sulla collettività, la quale però comunque riceve altri benefici ben superiori (ad esempio turistici). Nel penale non è così, ognuno risponde per se stesso: la responsabilità penale è personale. E occorre una precisazione. Nel processo penale il problema non è tanto la condanna finale, specie per reati colposi; i processi penali sembra talvolta che si facciano prevalentemente per far soffrire qualcuno: è lo stesso processo a costituire una pena, e con esso la sua pubblica notizia, l’angoscia, le ore passate nei corridoi dagli imputati ma anche dai testi, dalle parti offese.

Il problema è dunque, per l’Osservatorio, cercare di fare in modo che il suddetto “limite per un’azione penale” venga definito in una sede tale per cui la scelta non sia lasciata esclusivamente a una giustizia comune (per essa intendendosi quella che valuta qualsiasi situazione nella stessa maniera).

La responsabilità collegata alla frequentazione della montagna può avere tre principali aspetti: 1) nei riguardi di compartecipi o di chi poi direttamente resterà infortunato; 2) installazione, manutenzione o controllo di sentieri o vie attrezzate o ferrate; e infine 3) esposizione a pericoli degli eventuali soccorritori.

Sul primo vi è ormai casistica anche in sede penale. Sul secondo punto le decisioni note sono sentenze civili; sul terzo non ne risultano di precise, ma le ultime vicende natalizie 2013-2014 provano che lì si sta andando allo scontro.
Nella società e in diritto non si può proibire il rischio.
In questo senso, restrittivamente, dovrebbe essere proibito lo stesso Soccorso Alpino, che invece è costituito da professionisti e volontari.
Però, già per Mill lo Stato non si doveva ingerire nelle attività degli individui, salvo che arrechino danno ad altri; ma, tra questi ultimi, non considerava coloro che consentano ad una partecipazione consapevole e volontaria.
E noi oggi dobbiamo considerare, come era normale in passato, che il mondo degli alpinisti è per sua natura solidaristico, è orgoglioso di esserlo, non si sottrae e non recrimina neppure di fronte alle conseguenze patite per prestare soccorso. Vuole il legislatore l’abolizione del Soccorso Alpino? Vedrebbe che putiferio!

In materia, i giudici e prima ancora i pubblici ministeri sono portatori di nozioni e conoscenze tutt’altro che approfondite e omogenee; la comprensione dei complessi elementi che intervengono nella formulazione di una scelta di chi frequenta la montagna non sempre è completa; avviene così che condotte, che per alcuni sono esenti da responsabilità, per altri invece non lo sono; purtroppo, in molti casi non vi è alcuna linearità nella decisione. Ma questo non può meravigliare, perché in processi come questi cambiano i livelli non solo di conoscenza della materia, ma anche di disponibilità individuale ad accettare la logica della previsione e della inevitabilità di un pericolo.

Telemark fuoripista a Lech. Foto: Leo Himsl
telemarkskiing lech 2005 , arlberg

Gli incidenti da valanga, aspetti legislativi
Per la legislazione attuale il reato di aver procurato una valanga è stato introdotto (per tutt’altri contesti!) dal nostro codice penale del 1930; quindi un magistrato deve far rispettare la norma, ma in certi casi la cosa può apparire ridicola. Non c’è stazione di turismo invernale che non pubblicizzi il proprio territorio con immagini e filmati di entusiasmanti discese fuoripista, magari pure a cavallo di valanghe provocate. Caso mai ci sarebbe da chiedersi come mai un articolo del c.p. sia stato bellamente ignorato dai tribunali italiani per oltre 60 anni, forse perché la valanga non era di moda? O nel frattempo non c’erano state vittime in valanga?

Probabilmente la prima impugnazione importante in merito fu del procuratore della Repubblica di Sondrio in occasione della valanga del Vallecetta (inizio anni 2000). Nessuna vittima, nessun ferito, neppure allertato il servizio di soccorso, ma 8 mesi di reclusione ai 5 sciatori che erano nei paraggi (non solo a chi ha provocato la slavina, certamente uno solo).
Risulta evidente e alla luce delle conoscenze attuali che la norma è a dir poco obsoleta e andrebbe certamente rivista.

Gli incidenti da valanga, aspetti culturali
E’ fuori di dubbio che l’attività in pista deve essere al riparo da pericoli oggettivi così come previsto dalla legislazione nazionale e da quelle regionali e provinciali. L’utente della stazione sciistica ha acquistato un servizio che comprende, tra le altre cose, la propria incolumità sulle piste da sci, almeno per quanto concerne quei pericoli. Chi percorre una pista da sci si deve solo preoccupare di non arrecare danno agli altri con la sua condotta.
Perché si tratta di attività sportiva. Sarebbe come dire che se vado a nuotare in piscina non sono tenuto a fare l’analisi dell’acqua prima di tuffarmi. La stessa pista da sci è una struttura sportiva.

Se invece abbandoniamo la pista, non importa se di poco o di tanto, dobbiamo preoccuparci da noi. Non esiste più nessuno (persona, società, Ente pubblico) che ci debba imporre la sicurezza nostra e di chi vi opera come noi e non potrebbe neanche essere altrimenti essendo impraticabile controllare, sorvegliare, vigilare su tutto l’ambiente naturale.
Neppure è dignitoso che norme e sanzioni siano usate solo per spauracchio (allora dovrebbe essere prima punito anche chi nella sostanza non le fa rispettare).
Qui entrano in gioco le conoscenze delle persone che praticano la montagna, la consapevolezza; se qualcuno non ha e non pratica le conoscenze adeguate probabilmente andrà a mettersi nei guai.

Conclusioni
Bisogna far passare il concetto che scendere un pendio innevato lungo una pista da sci o lontano da essa sono due cose culturalmente opposte, certamente compatibili tra di loro, ma da non confondere.

Sulla pista da sci si fa attività sportiva, altrove no! Il restante è compreso in tutte le altre attività d’avventura in montagna, estive e invernali.

Chi invece si avvale degli impianti di risalita e poi scende sopra una pista confonde le due attività, e spesso non basta neppure esporre cartelli di divieto. E’ pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso.

Dunque dobbiamo spendere ogni energia nel campo della formazione e dell’informazione corretta, non nel campo del divieto e della punizione.

Dobbiamo fare in modo di essere informati sulle modalità di quella grande parte di incidenti che si sono auto-risolti (senza intervento di soccorso esterno) ma che per paura delle conseguenze penali vengono tenuti nascosti dai coinvolti.

Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti.

Per Osservatorio della Libertà in Montagna e in Alpinismo
Il portavoce: Alessandro Gogna

Milano, 21 febbraio 2014

Il testo integrale in versione pdf è scaricabile qui.

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L’Aquila, terza puntata

Fare cose concretamente utili richiede più tempo delle ordinanze proibizionistiche.

Come avevamo anticipato, vedi post di sei giorni fa “Il contrordine di L’Aquila”, il ritiro dell’ordinanza del 29 gennaio era più che altro dovuto, più che al denunciato vizio di forma, al sollevamento dell’opinione pubblica, decisamente contraria al provvedimento.

Sansicario, skilift di Rio Nero, due cannoni per distacco artificiale di slavina

AquilaTerzaPuntata-0019Così il sindaco Massimo Cialente ha fatto un passo indietro per poter permettere alla Commissione Valanghe di esprimere qualcosa di meno affrettato e molto più concertato della nuda ordinanza del 29 gennaio.

La commissione, presieduta da Giovanni Lolli, ex-parlamentare e appassionato di scialpinismo, era composta, oltre cha da alcuni consiglieri comunali ed esponenti del soccorso alpino e del corpo di Polizia, dal direttore tecnico del Centro Turistico del Gran Sasso Marco Cordeschi, dal presidente del Collegio regionale Guide Alpine della regione Abruzzo Agostino Cittadini, dall’alpinista Marco Iovenitti e dalla guida alpina Tony Caporale.

Dopo qualche giorno di lavoro, la commissione ha ritenuto più opportuno “puntare sulla prevenzione e l’informazione e non sul proibizionismo“. Perciò ha confermato il divieto solo per quei fuoripista adiacenti alle piste di Campo Imperatore, quelli cioè dai quali, con il passaggio dei freerider, potrebbero staccarsi slavine che finirebbero direttamente sulle piste, divieto da applicare comunque solo quando l’indice di pericolo fornito dal servizio Meteomont è uguale o superiore al livello 3.

Questa indicazione è stata fedelmente recepita dalla successiva ordinanza, la n. 320, del 6 febbraio 2014, che alla fine riammette la possibilità di fuoripista in tutto il territorio comunale, in terreno d’avventura e in zone servite da impianti, salvo le limitazioni sopra accennate.

C’è chi parla ottimisticamente di “piccola rivoluzione culturale” in quanto, al di là dei divieti revocati, si sta facendo strada l’ipotesi di lavorare di più sull’informazione e sulla prevenzione.

Nella relazione finale, la commissione raccomanda caldamente due realizzazioni: una segnaletica luminosa, per evidenziare in tempo reale le pericolose condizioni dei pendii, e un cancello all’arrivo della funivia che suoni se non si è in possesso di ARTVA acceso.

Ancora la commissione dà priorità a che il Centro Turistico Gran Sasso si doti quanto prima di un piano di sicurezza, così come tante altre stazioni sciistiche, per avere un’informazione più raffinata rispetto la scala di pericolosità valanghe da 1 a 5 attualmente prodotta dal servizio Meteomont. Anche l’auspicata adesione all’AINEVA va in questa direzione.

In più raccomanda che si dia mandato per uno studio relativo alla messa in sicurezza di alcuni fuoripista (non adiacenti alle piste), quali i Valloni e Valle Fredda, tramite il Gazex®, già utilizzato in molte altre stazione sciistiche, per il distacco con esplosivo del manto nevoso in particolari condizioni. Per questa costosa operazione la commissione si è spinta anche a individuare le possibili fonti di finanziamento.

Nel frattempo il sindaco del comune di Opi, con ordinanza n. 2 del 7 febbraio 2014, ordina il divieto assoluto di praticare attività di fuoripista ed escursionismo in tutto il territorio comunale, fino a revoca. Ricordiamo che Opi è una mecca dello sci di fondo, immersa nel Parco Nazionale d’Abruzzo.

E’ evidente che questa volta, dopo l’ennesima tragedia, si sente la necessità di cambiare approccio tenendo conto di quelle che sono le reali caratteristiche del Gran Sasso: la tanta neve e i fuori pista. Caratteristiche molto più reali delle annuali ordinanze anti-fuori pista quasi impossibili da far applicare. Ma c’è ancora parecchia resistenza, e permane il dubbio che molte “concessioni” derivino in buona parte dalla constatazione economica che non “si possa fare a meno” di rispondere alla domanda turistica che va in quella direzione. Come dice Lolli, “Il Gran Sasso viene definito il paradiso del free ride e se ci dovessimo basare solo sugli impianti si farebbe prima a chiudere”.

Di certo però le intenzioni non bastano, bisogna “far presto”. Soprattutto per la segnaletica, che dev’essere il più possibile convincente, non minacciosa, e per il segnalatore di ARTVA “spento” o assente, recuperando quindi un allarmante ritardo culturale nei confronti della montagna. E i tempi non saranno brevi.

Il giudizio generale dell’Osservatorio della Libertà in Montagna su questo provvedimento non è di promozione, ma di avvicinamento alla sufficienza. In particolare l’uso del gaz-ex® è ampiamente invasivo e diseducativo.

Ciò nonostante, diamo fiducia: perché fare cose concretamente utili richiede più tempo delle ordinanze proibizionistiche.

Sci fuoripista a Opi, Parco Nazionale d’Abruzzo

AquilaTerzaPuntata-opi

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Divieti e responsabilità

I recenti divieti di frequentazione della montagna dopo le nevicate abbondanti dei giorni scorsi hanno provocato un gran discutere attorno al problema.

Partendo dall’ovvia constatazione che nessuno mette in dubbio la gravità delle situazioni, sia con riferimento all’insistente pericolo sia alla generale insufficienza d’interesse che il pubblico riserva ai bollettini e ai consigli degli esperti, vorrei fare qui il punto sulle diverse “filosofie” che sono alla base delle polemiche, e quindi alla base anche delle nostre possibili reazioni.
A questo proposito, due interviste apparse su MontagnaTV, la prima alla guida alpina Fabio Lenti, la seconda alla guida alpina Fabio Salini, esemplificano le diverse opinioni che caratterizzano il pensiero di una categoria professionale, con importanti ricadute sul pensiero dell’opinione pubblica e dell’Amministrazione.
In questo mio contributo cercherò di tenere ben distinti i legittimi interessi della guida alpina da quelli più generali dell’appassionato di montagna.

Salita al Grignone
Grigna, O. Antonioli e Skippy in salita sul versante est del Grignone, 13.1.1974
Fabio Lenti afferma: “… (l’ordinanza di divieto) è intervento mirato per far sapere alla gente che in quel momento c’è un pericolo fuori dal normale. E nelle situazioni eccezionali bisogna intervenire, non si può star lì, tapparsi gli occhi e poi andare a recuperar morti. Bisogna dare un segnale, che poi va sui giornali, quindi se ne parla, e la gente alla fine si accorge che c’è”.

Prima di tutto occorre notare che vietare è una cosa, segnalare un’altra: nessuno si oppone ad alcun genere di segnalazione.
Fabio Salini osserva (riferendosi alla propria professione): “… (il divieto) può essere interpretato e utilizzato in futuro da altri Comuni. Le ricadute sono molteplici:
– limitazione geografica delle nostre gite alpinistiche e sci alpinistiche;
– nessun riconoscimento della nostra formazione di figura professionale;
– crea dei precedenti importanti che possono essere presi ad esempio da altri comuni che si vogliono lavare le mani dalle responsabilità sul loro territori”.
Salini, come guida, si sente mortificato: “… (dopo il divieto) ho pensato che il diritto di muovermi e di poter lavorare sul mio terreno veniva meno. Mi sono cadute le braccia, è stata una mortificazione. Ho dedicato tutto il mio percorso professionale cercando di apprendere conoscenze relative alla movimentazione sul terreno di avventura e da qualche anno a questa parte come istruttore delle guide cerco di trasmettere queste esperienze alle future guide alpine. Poi i sindaci emettono queste ordinanze che impediscono ai professionisti di svolgere la loro professione”.

Invece Lenti accetta il divieto e, riferendosi nello specifico a quello del Grignone, sottolinea quanto quell’ordinanza, con quelle condizioni da “possibile strage”, fosse doverosa: “Il sindaco quindi, che è responsabile della zona e anche dei cittadini, oltre a tutelarsi – perché se muoiono 30 persone il primo inquisito è lui, e gli verrebbe chiesto perché non ha fatto niente – ha deciso di emanare un’ordinanza per la sicurezza collettiva”.
Aggiunge che la guida, di fronte a un divieto, può sempre scegliere di andare con il cliente da un’altra parte.
Ma proprio quello che si vuole evitare è che ci siano altre ordinanze “da un’altra parte”. Lo sottolinea bene Salini.

Già, la responsabilità dei sindaci. E’ facile accusarli che le loro ordinanze siano il facile rimedio alle proprie responsabilità. Ma al di là di queste illazioni non provabili e inutili, quanta responsabilità hanno davvero i sindaci?

Se un sindaco potesse dimostrare di aver coscienziosamente avvertito delle cattive condizioni del manto nevoso, di aver premuto sulle redazioni dei TG regionali perché evidenziassero l’eccezionalità delle precipitazioni indicando la presenza del pericolo 3 o 4 su una scala fino a 5, di aver agito in passato favorendo la formazione dei propri concittadini, di avere nei fatti equiparato la figura della guida alpina a quella di altri pubblici ufficiali, di aver operato in modo che essa potesse tenere corsi nelle scuole, per insegnare che cosa sono il nord e il sud, cos’è un bosco, come orientarsi, cosa fare sulla neve… quanta discutibile responsabilità rimarrebbe ancora a carico dei sindaci?

L’accettazione incondizionata della pratica dei divieti comporta con sé la fondamentale riflessione che, in assenza di divieto, un pubblico disinformato e riottoso ai consigli interpreterebbe la montagna come del tutto priva di pericoli: in sostanza, se c’è divieto lo osservo, se non c’è posso andare dove e come voglio, sicuro che non mi succederà niente. Questo modo di pensare, purtroppo assai probabile, sarebbe pericolosissimo.

Ecco perché ci si oppone ai divieti, non è solo una questione di principio. Il principio della libertà è sacrosanto, ma nessuno può ragionevolmente pensare che non vi si possa porre limite. Il limite è una questione di buon senso, pertanto non può essere un divieto. Sempre Fabio Salini: “… questi divieti sono facili da emanare, ma non fanno cultura”.

Una mia osservazione: bene hanno fatto i sindaci, nel disporre le ordinanze di divieto di questo primo mese del 2013, a non seguire l’esempio del sindaco di Livigno che dispose, a parte qualche perdonabile errore nella costruzione della frase, con ord. n. 34 del 24 aprile 2012 – Prot. 8504 cat. II/1 fasc. 10, successivamente revocata con ord. n. 48 del 16 maggio 2012: «dalla data odierna e fino alla revoca della presente, all’interno del territorio comunale di Livigno (SO), è vietato lo sci fuori pista in ogni sua specialità, ad esclusione delle guide alpine italiane e straniere abilitate (art. 4 della Legge 2/1/1989, n 6 ”Ordinamento della professione della guida alpina” e degli artt. 20-26 ”Regolamento regionale 6/12/2004 n. 10”) e delle persone accompagnate dalle stesse, sotto la responsabilità delle medesime guide alpine».
L’ordinanza metteva esplicitamente in atto una discriminazione fra gli utenti “esperti” della montagna prevedendo una deroga al divieto esclusivamente per le guide alpine (e le persone da questi accompagnate) e non già per tutti i soggetti dotati di idonea (o analoga) preparazione tecnica (si pensi all’alpinista esperto e che, tuttavia, non abbia la qualifica di ‘guida’).

Infine Fabio Lenti affronta direttamente il problema della limitazione alla libertà: “La libertà delle persone termina dove inizia quella degli altri. Se uno resta dentro la valanga, la mia libertà dovrebbe essere quella di non andare a rischiare la vita per tirarlo fuori, invece (come soccorritore) devo andare”.

A mio parere ciò di cui si dovrebbe discutere è proprio il cosiddetto obbligo che ha il Soccorso Alpino di operare. Chi ha stabilito che c’è un obbligo, sempre e comunque? Chi ha detto che la squadra di soccorso debba partire comunque, in qualunque condizione? Nessuno, presumo. Chi va a soccorrere condivide la stessa passione della montagna di colui che è soccorso, per questo lo fa, non per obbligo. Se no, che volontario sarebbe?

E poi c’è il discorso dei costi. Lenti sostiene che sarebbe giusto che proprio chi è stato soccorso debba sobbarcarsi i costi dell’operazione, per non gravare sulla comunità. E cita anche il caso di Trentino e Valle d’Aosta dove non si paga un ticket solo nel caso che il soccorso sia anche infortunato.

Domanda: se nessuno si è mai opposto al fatto che la comunità sostenga i costi sanitari dell’alcolismo, o della circolazione stradale, incomparabilmente maggiori di quelli degli incidenti in montagna, come mai ci si accanisce? Viene purtroppo da pensare al giro economico-sanitario che si andrebbe a turbare, ecco perché è meglio che il cane possa continuare a dormire senza essere molestato. E l’accostamento delle due valenze economiche potrebbe pure spiegare perché finora nessun sindaco ha ancora proibito sul suo territorio la pratica dell’eliski, quand’anche purtroppo permessa dal regolamento regionale.

Lenti e Salini concordano pienamente sulla necessità dell’informazione e della formazione.
Lenti: “Noi alla Casa delle Guide abbiamo un bollettino e un numero da chiamare per dei consigli che sono gratuiti! Ma (alla gente) non  viene nemmeno in mente di chiamare. E’ proprio una cultura che manca”.
Salini: “La formazione sarebbe interessante farla partire da molto lontano. Dalle scuole materne e dalle scuole primarie come viene fatto in altri paesi. Questa sarebbe una proposta interessante. Uno o più progetti pilota che potrebbero portare avanti, in collaborazione con le guide alpine, proprio i Comuni che si sono distinti per i divieti. Viviamo ai piedi delle Alpi, sarebbe un passo avanti per la cultura delle nuove generazioni”.

Salita al Grignone
Grigna Settentrionale (Grignone), in salita sul versante est (13.1.1974)

10 febbraio 2014

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Anche a Monesi rischio di penale

Un altro sindaco, questa volta quello di Triora (IM), Angelo Lanteri, ha emesso un’ordinanza che vieta lo sci fuori pista e la pratica dell’escursionismo nelle zone innevate del territorio comunale, quindi con particolare riguardo alla stazione invernale di Monesi. Ordinanza n. 8, 21 gennaio 2014.

Le motivazioni sono sempre le stesse, l’alto rischio di valanghe dopo le precipitazioni dei giorni scorsi, spontanee e provocate dal passaggio sci o snowboard, ben specificato comunque dal pericolo 3 (marcato) stabilito dal bollettino. Questa volta il sindaco allega alla peraltro scarna ordinanza una descrizione di cosa s’intende pericolo 3, inclusa l’osservazione che la metà degli incidenti mortali avviene statisticamente con questo grado di pericolo.
AncheAMonesi-DSC_1802Tra le disposizioni che fanno parte della presente ordinanza ci sono il relativo comunicato stampa e la pubblicazione della stessa sul sito del Comune. C’è poi l’avvertenza che la violazione all’ordinanza sarà punita ai sensi del Codice Penale.

A oggi, l’ordinanza è ancora valida. Contrariamente a quanto è successo a L’Aquila, probabilmente nessuno è andato a indagare se, prima dell’emissione dell’ordinanza, fosse stato fatto il preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00″ (18 agosto 2000), che recita: “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

A L’Aquila la carenza di questa comunicazione e l’opinione pubblica decisamente contraria hanno determinato il ritiro dell’ordinanza. A Monesi, stazione sciistica con un passato drammatico e a rischio definitivo di chiusura, difficilmente avremo lo stesso movimento di opinione.

Non dimentichiamo che per fortuna nessuno vuole impegnarsi nella costruzione del tronco di seggiovia biposto tra la località Tre Pini  e Cima della Valletta, quasi quattro milioni di euro che rischiano seriamente di essere buttati via per una causa persa. Per un tardivo intervento a favore di una località che non potrà che rinascere con altre regole ambientali ed economiche rispetto al passato, quindi con progetti di altro genere.

Poteva bastare l’avviso delle pericolose condizioni del manto nevoso, ma si è preferito ricorrere al divieto. Questo divieto non fa che accelerare il processo irreversibile di  degrado dell’offerta turistica di Monesi e nello stesso tempo l’amministrazione stessa si auto-segnala impotente a gestire le nuove tendenze e le esigenze dei cittadini. Non è con il solito paternalismo che si gestisce un territorio e una comunità, bensì con informazione seria, che distingue ciò che è vera responsabilità dell’Amministrazione da ciò che invece è responsabilità solo del cittadino e dell’individuo.

Mappa del piccolo comprensorio di Monesi. Da notare gli itinerari segnati in giallo, tutti fuoripista pubblicizzati dal depliant
AncheAMonesi-skimap-medium_Liguria-MonesiDiTriora

 

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Meglio freeride che fuoripista!

Qualche considerazione su queste due parole oggi all’attenzione del pubblico: freeride e fuoripista.

Lo spunto a questo tema mi è stato offerto dal bell’articolo di Giulio Caresio su Planet Mountain, “Torniamo a sorridere dicendo freeride”, cui rimando per maggiori dettagli e per l’intervista a Nicolas Hale-Woods.

1. Leggerezza non significa superficialità
Essere giovani, pieni di vita e scanzonati ha sempre suscitato molta invidia nel cittadino medio, così tanta da far scuotere la testa e dire che “ai miei tempi queste cose erano inammissibili…”. Questa condanna apparentemente morale nasconde solo l’invidia per la libertà che quei ragazzi hanno. E se trasportiamo la cosa in montagna, ecco i freerider, vestiti colorati, street, apparentemente menefreghisti perché isolati nei loro clan farciti di slang: anche loro sono visti dallo sciatore e dall’alpinista medio come marziani che danno un po’ fastidio, che dissacrano le vecchie tradizioni e che sono insensibili alle norme.
MeglioFreeride-3106Ciò che colpisce in questi giovani è la leggerezza, contrapposta al rigido sapere scialpinistico. Gratta gratta scopri che anche quella è una maschera, perché dietro ai più bravi (e non solo a quelli) scopri anni di preparazione, di dedizione, di capacità di auto-soccorso, tutto mascherato da pretesa ignoranza. Loro vogliono fare la loro strada, la loro esperienza. Non riconoscono il nostro codice. Chi siamo noi per giudicare se ci fermiamo all’apparente superficialità?

2. Il rischio residuo c’è sempre
Per quanta esperienza uno possa avere, per quanto documentato e attrezzato sia, non esistono la salita e la discesa sicure al 100%. Se si parla poi di neve, di grado di pericolo, ecc. non esiste strumento che possa dare una valutazione precisa per ogni metro quadro di superficie nevosa. Ci affidiamo alla statistica, alla probabilità. E poi all’esperienza e all’intuizione, unite a prudenza. Riduci, riduci, ma non arriverai mai a rischio pari a zero.

3. Il clima è diverso da un tempo?
Può darsi, ma le slavine e le valanghe ci sono sempre state, semplicemente c’era meno gente disposta ad affrontare i pendii per un divertimento che nel XIX secolo ancora non c’era. Invece nel secolo XX (e non parliamo del XXI) di gente ce n’era proprio tanta e non tutti avevano e hanno capito cosa vuole dire mettere gli sci ai piedi e affrontare una montagna o un pendio di neve non battuta. Il clima è quello che è, la neve può avere mille classifiche diverse, altro che i modelli che per comodità teorica abbiamo accettato! Non è sperando nel tempo di una volta che eviteremo disgrazie, è accettando pienamente quello di oggi.

4. Differenza tra freeride e fuoripista
Abitualmente con la parola fuoripista si intende lo scendere pendii innevati (boschivi e non) da una sommità, raggiunta con un mezzo a fune, lungo percorsi in cui la neve non è stata battuta e in ogni caso a breve distanza dalle piste.
Coloro che normalmente praticano sci in pista guardano con una punta d’invidia i “matti” che invece scendono al di fuori: guardali una volta, poi due… alla fine si incuriosiscono e, provata una discesa e le inevitabili cadute in neve fresca, si convincono che per uscire dal battuto sia sufficiente comprare gli sci larghi e colmare un po’ di gap tecnico.
Niente di più sbagliato!
Il freeride è a un gradino ben più alto nella scala evolutiva: si cercano i pendii, i canaloni, i percorsi d’impegno e di soddisfazione, più o meno difficili, più o meno spettacolari. Come ogni sport outdoor in ambiente “non protetto”, è una disciplina che richiede preparazione a tutti i livelli, spesso con l’aiuto di grandi esperti o professionisti. Non basta essere dotati di ARTVA, pala, sonda e magari anche air-bag… occorre saper praticare auto-soccorso e conoscere la montagna.

5. Conviene voler diventare freerider!
Dunque, per conoscere la montagna e le sue insidie, per sapere come si soccorre l’amico, è necessario praticare corsi o lezioni. E qui dobbiamo denunciare la povertà dell’offerta in Italia. Siamo ricchi di proposte di scialpinismo, poverissimi di corsi di freeride. Ma, a costo di andare all’estero, è necessario sottoporsi a queste “scuole”.

Dice Nicolas Hale-Woods: “Oggi in Svizzera (non lo sostengo io, ma una statistica ufficiale del Club Alpino Svizzero) abbiamo circa lo stesso numero di morti per valanga di trenta anni fa, mentre il numero stimato di persone che vanno fuoripista è almeno dieci volte tanto. Perché? Il numero è stabile grazie al fatto che sempre più spesso la gente che finisce sotto le valanghe viene tirata fuori dai suoi compagni. Sappiamo che 15 minuti sono il limite temporale oltre cui la possibilità di sopravvivere diminuisce drasticamente, quindi un soccorso immediato operato da chi ti accompagna è la cosa migliore”. E occorre quindi che il gruppo non scenda assieme, ma ciascuno alla giusta distanza.
Insomma la differenza tra freerider e fuoripista è la stessa che potrebbe esserci se accostassimo “arrampicata” con “fuorisentiero”: questa è una specialità che non esiste, ma che potrebbe anche essere creata in futuro, magari declinandola all’inglese (off-path? of-trail?). Ad essa appartengono già cercatori di funghi e di stelle alpine.

6. Effetto Tomba sull’Italia
Il fatto che in Italia l’offerta scuole freeride sia insufficiente è osservata anche da Nicolas Hale-Woods , il quale attribuisce questo ritardo nientemeno che ad Alberto Tomba. La forte popolarità del grande campione avrebbe infatti determinato nel nostro paese la moda sciatoria di almeno una generazione, se non di più.

7. Auto-Soccorso
Dopo aver frequentato un corso di freeride, oltre che allenarsi regolarmente, occorre praticare con regolarità l’esercizio all’auto-soccorso. Siccome è fondamentale la velocità di esecuzione, occorre che tutte le manovre, ricerca, scavo, recupero e primo soccorso siano fatte in velocità e con precisione. Non basta saperlo fare, bisogna saperlo fare bene e veloci. Senza panico e con automatismo istintivo.
Se, invece di produrre divieti a manetta, impianti e autorità predisponessero aree (come succede Oltralpe) di allenamento per le ricerche in valanga, si farebbero passi enormi in avanti: magari si colmerebbe il gap che oggi in Italia abbiamo con Francia, Svizzera e Austria.

MeglioFreeride-6526-freeride8. Piste monitorate
Già la percorrenza di decine o centinaia di sciatori e snowboarder al giorno di itinerari fuoripista significa avere in breve tempo il percorso battuto e quindi quasi non si può più parlare di fuoripista. Ciò non toglie che sia utile esercitarsi su un terreno del genere.
Alcune stazioni, specie all’estero, provvedono di minare certi percorsi, con ciò ottenendo l’addomesticamento di quella discesa e rinviando il problema di “formazione esperienziale” ad altro terreno. Ci si può convivere, ma è assolutamente necessario che chi s’ingaggia nelle discese sappia perfettamente se sono state “trattate” o meno.

9. La libertà è tale solo se responsabile
C’è sempre qualcuno che pensa di essere superiore, sotto sotto convinto di essere dotato di una certa immortalità innata, oppure convinto di essere più bravo, perfino più veloce della valanga come ha visto in certi film. Qualcuno confida nel vago stellone personale, qualcuno ritiene, in evidente stato di “overconfidence”, che l’essere passato di lì centinaia di volte voglia dire essersi guadagnati l’invulnerabilità. Qualcuno dice “se son passati quelli là lo posso fare anch’io… anzi lo devo fare anch’io…”. Qualcuno infine ha un programma da rispettare (tipo certe uscite dei corsi di scialpinismo, magari già rimandate due volte per brutto tempo…).
Sono tutti filtri mentali sulla presenza dei quali invece si dovrebbe riflettere molto, distinguendo ciò che è sicuro sapere da ciò che è transitoriamente fallace. Lì è la responsabilità che ci assumiamo, nella coscienza tranquilla di aver fatto la scelta giusta dopo essersi ascoltati a fondo ed aver eliminato i filtri.

10. Gli incidenti “stupidi”
Di solito per stupido s’intende l’incidente che si poteva evitare. Col senno di poi? No, con quello di prima. Quando non si ha esperienza, quando c’è un grado di pericolo 3 o più, quando ci sono i cartelli di divieto o le ordinanze ma nulla si sa del loro perché, quando il nostro proprio “io” inflaziona la nostra coscienza… quando siamo tentati di sperimentare, con il sottile equilibrio tra il galleggiare e l’affondare nella neve polverosa, quell’equilibrio che invece dovrebbe già essere dentro di noi… beh, in questi casi non si può parlare di scelta responsabile.

11. La rinuncia
Occorre convincersi che la rinuncia è uno dei coefficienti essenziali al grado di libertà di cui tutti vorremmo disporre. La rinuncia è “irrinunciabile”. Se solo uno del gruppo esprime qualche dubbio, se solo si avverte un vago senso di disagio, considerare l’opzione rinuncia è salutare. Considerare quest’opzione non vuole dire obbligatoriamente rinunciare. Vuole dire concentrarsi di più.
Occhio ai segni!

12. Divieto vs Formazione
In conclusione non ci si improvvisa freerider, ma è meglio voler essere freerider che incallirsi nel fuoripista (né carne né pesce).
I divieti indiscriminati del fuoripista e del freeriding non hanno senso. Chi è esperto e responsabile se ne andrà in altri luoghi, in ogni caso non rinuncerà semplicemente per un divieto. La pratica del fuoripista e del freeriding è normale in altri paesi, e anche da noi comunque non esiste stazione sciistica che non la pubblicizzi con depliant e filmati.
Il divieto è il mezzo più semplice per perpetuare la tendenza ormai purtroppo invalsa nella nostra società sedentaria e sicuritaria di esprimere giudizi positivi solo su ciò che è estremamente sicuro e di negare il diritto dell’individuo a responsabilizzarsi. Un divieto infatti dichiara a priori l’insicurezza di una zona, condanna e sanziona la disobbedienza e trasferisce sull’autorità le scelte che dovrebbero essere solo nostre (se vogliamo essere individui completi e non solo consumatori). Il divieto impedisce cultura, educazione, intelligenza e responsabilità. In definitiva il divieto nega il libero pensiero oltre che il libero transito: e chiudere le strade al pensiero è sempre stato negativo per tutte le civiltà.

3 febbraio 2014

MeglioFreeride

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Ci opponiamo al divieto di fuoripista a L’Aquila?

La morte dell’aquilano Mario Celli, 32enne medico ginecologo travolto da una valanga a Campo Imperatore nel gruppo del Gran Sasso, ha suscitato grande interesse nella pubblica opinione, commossa dalla tragedia e con il fiato sospeso per la lenta “agonia” della vittima.

Nel primo pomeriggio del 28 gennaio, assieme al fratello Paolo, Mario Celli stava scendendo fuori pista nei cosiddetti Valloni della località Scontrone. Dopo essere saliti con la funivia di Campo Imperatore, ignorati i cartelli di divieto di discesa al di fuori delle piste, i due si sono lanciati nell’ebbrezza dell’abbondante nevicata. Alle 13.20 una slavina ha colpito il giovane, seppellendolo. Il fratello, illeso, ha chiamato al soccorso e, grazie agli apparecchi ARTVA di cui entrambi erano dotati, il corpo è stato disseppellito in tempo per ritrovarlo a 26 gradi di temperatura corporea. Grazie ai massaggi cardiaci prolungati dei medici Gianluca Facchetti e Nadia Garbuglia in attesa dell’elicottero e durante il trasporto, Mario Celli è stato portato ancora in vita all’ospedale Mazzini di Teramo.

CiOpponiamo-imageQui l’infortunato è stato attaccato a uno speciale macchinario chiamato ECMO (utilizzato per l’ossigenazione extracorporea) che permette la tecnica di supporto cardiopolmonare, più volte dimostratasi efficace nel ridurre la mortalità nei pazienti con insufficienza cardiaca e/o respiratoria acuta grave.

Lentamente il cuore aveva ripreso a battere e la temperatura era tornata normale. Tuttavia le sue condizioni si sono aggravate qualche ora dopo e già il 29 il suo elettroencefalogramma dava solo flebili segni di vitalità. Celli è rimasto in stato di coma profondo fino all’avvenuto decesso, il 30 gennaio.

Ad occuparsi del caso è il pm David Mancini, che per ora ha aperto un fascicolo contro ignoti. Vuole accertare cosa possa aver provocato la slavina. Il passaggio degli snowboardisti o un distacco spontaneo? Mancini sta cercando, con l’aiuto della squadra mobile della Questura e anche attraverso testimonianze, di ricostruire come si sia verificata la valanga con l’obiettivo di verificare se sussistano eventuali profili di rilevanza penale.

I diversi organi di informazione si sono premurati di sottolineare che non c’era alcuna rete di recinzione per evitare il passaggio di freerider indisciplinati.

L’insieme dei dati di questa vicenda presenta tutte le possibili condizioni per una condanna dell’opinione pubblica agli scriteriati e disubbidienti fratelli snowboarder: disprezzo della regola, non presenza di reti di recinzione, validità dei valorosi uomini del soccorso, efficienza medica ed epilogo finale dopo lunga suspence.

Potevamo aspettarcelo con sicurezza: il 29 gennaio 2014, firmata dal sindaco di L’Aquila Massimo Cialente, ecco l’ordinanza di divieto di escursioni fuori pista nel capoluogo abruzzese. In essa viene ribadito che le pratiche fuori pista rappresentano un’attività pericolosa per le infrastrutture sciistiche e per l’incolumità dei cittadini e degli sportivi che praticano le discipline sciistiche nei tracciati consentiti. L’ordinanza, pertanto, vieta la pratica del fuoripista o su terreno d’avventura in caso di precipitazioni nevose con presenza di manto nevoso fresco e per le successive 48 ore dalla precipitazione. È vietata, infine, la pratica fuoripista o su terreno d’avventura quando il bollettino Meteomont stabilisce un grado di pericolo uguale o maggiore a 3, rinviando in caso di pericolo inferiore a 3, alle eventuali valutazioni della Commissione comunale per la prevenzione dei rischi da valanghe. Ai trasgressori verrà applicata una sanzione da 25 a 500 euro.

Il sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente
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Dal testo dell’ordinanza si vede come questa non voglia avere validità provvisoria per qualche giorno, ma intenda bensì regolare fino a nuova legge l’intera casistica della stagione invernale. Questo permetterebbe, a chi è contrario a queste filosofie del divieto, di opporsi. Lo dice la stessa ordinanza: “Avverso il presente provvedimento può essere opposto ricorso al TAR di L’Aquila nel termine di 60 gg dalla pubblicazione all’albo, in alternativa ricorso straordinario al Presidente della Repubblica entro 120 gg”.

Ciò che lascia stupefatti è che un sindaco come Massimo Cialente, citato a giudizio per il prossimo 3 giugno dalla Procura della Corte dei Conti d’Abruzzo per presunto danno erariale e appena reduce dal proscioglimento in un’altra inchiesta sulle irregolarità contabili dell’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, abbia ancora tempo per sbrigare altre faccende del suo ufficio. In effetti su quest’ordinanza l’intero consiglio municipale non deve aver discusso a lungo, convinti come sono tutti che sia il metodo più veloce e indolore per lavarsene le mani facendo finta di occuparsi del bene pubblico.

1 febbraio 2014

Il Gran Sasso
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Divieto sul Grignone

Ci risiamo con i divieti! Questa volta abbiamo a che fare con il Grignone, vietato per almeno cinque giorni da oggi.

Era dei giorni scorsi l’ordinanza del sindaco di Ardesio (in Val Seriana) Alberto Bigoni che vieta lo sci alpinismo sul monte Timogno, da dove potrebbe scendere a valle una grossa valanga in grado di investire la pista da sci Pagherolo, agli Spiazzi di Gromo, e al monte Secco da dove scende la valanga del Vendulo che minaccia da sempre l’abitato di Ludrigno. Siamo in un quadro da Protezione Civile.

La salita sul versante orientale del Grignone
Grigna, in salita sul versante est del Grignone, 13.1.1974
In una situazione non minacciosa per gli abitati, ecco oggi l’ordinanza del comune di Pasturo: “Considerato che nell’ultimo periodo si sono verificate abbondanti precipitazioni e carattere nevoso, considerato pertanto che, sulla base delle indicazioni del Centro Funzionale Monitoraggio Rischi naturali della Regione Lombardia, riprese anche dai Bollettini Info Point della Comunità Montana della Valsassina, Val d’Esino e Riviera a cura della Casa delle Guide di Introbio e patrocinato dal Soccorso Alpino in relazione al progetto ‘Montagna Sicura’, risulta alto il rischio di distacco di slavine e valanghe specialmente in alta quota. Ritenuto per quanto espresso, di dover limitare le escursioni alpinistiche e scialpinistiche a tutela dell’incolumità pubblica, il Sindaco ordina il Divieto di escursioni scialpinistiche e alpinistiche di ogni genere, su tutto il territorio comunale sulle pendici della Grigna Settentrionale a partire dalla quota di 1400 metri dalla data odierna a martedì 4 febbraio 2014 e comunque fintanto che persistano di pericolo di distacco slavine e valanghe, sulla base dei bollettini di allerta meteo di Regione Lombardia”.

Accanto a questa notizia, abbiamo il bollettino nivo-meteo che giudica di grado 3 (quindi “marcato”) il pericolo di valanghe; questa classifica potrebbe essere rivista al rialzo per il sopraggiungere del vento di scirocco; abbiamo inoltre l’annunciata chiusura per il week-end del rifugio Brioschi, la struttura di solita aperta tutto l’anno situata proprio sotto alla vetta alla Grigna Settentrionale (Grignone), a 2410 m. Chiusura evidentemente decisa dai gestori per non favorire in alcun modo scelte azzardate di escursionisti incauti. Tutti segnali importanti che dovrebbero dissuadere chiunque.

L’ordinanza è stata emessa dal Comune di Pasturo, uno dei paesi ai piedi del Grignone, e ovviamente non riguarda il territorio degli altri comuni limitrofi.

I vigili dell’Unione Centro Valsassina e della Grigna Settentrionale spiegano che  in passato erano stati emessi solo degli avvisi, non ordinanze vere e proprie. Gli ultimi fatti di cronaca, come quello riguardante un disperso sulla Grigna Meridionale, avrebbero convinto le autorità a prendere un provvedimento di questo tipo, cioè un divieto.

Si può facilmente comprendere il desiderio umano del sindaco di “mettere in guardia gli escursionisti”, come tra l’altro predicano in tutte le salse le televisioni e la stampa. Si può anche comprendere come l’autorità voglia, con tale ordinanza, mettersi al riparo dalle possibili pretese di parenti di vittime piuttosto che di opinioni pubbliche male informate e tendenti a uniformarsi a un ombrello di sicurezza autoritario.

Non si può invece comprendere come si ritenga necessario il divieto, perché siamo persuasi che non è d’autorità che si riesce a convincere la gente, che ha diritto di fare scelte libere, a non fare scelte avventate. Un divieto prevede sempre delle sanzioni applicabili, ma non è questa minaccia che riesce a scalfire la presupposta fiducia nella propria fortuna: chi è convinto di essere al di sopra di una minaccia naturale, al punto da ignorare un avvertimento più che giustificato e sfidare il buon senso, figuriamoci quanto potrà essere distolto dai suoi intenti auto-lesionisti per una possibile pena pecuniaria…

In sostanza l’Osservatorio per la Libertà in Montagna sostiene che è doveroso diffondere avvisi di pericolo mentre è inutilmente liberticida emettere divieti, utili solo a sgravare la coscienza di chi li formula quando in realtà nessun carico di questo genere dovrebbe pendere sull’autorità.

lI rifugio Brioschi in vetta al Grignone
Vetta del Grignone con il rifugio Brioschi, 13.1.1974
In questo senso è confortante il comunicato dei vigili che precisano che non ci saranno blocchi stradali, pur nella volontà di mettere sull’avviso: questo infatti evidenzia il genetico non intento che sia data effettiva esecuzione al provvedimento “esemplare” (sarebbe salva ovviamente la sanzione data a qualcuno, ad demonstrandum).

Il diritto al “libero volere” è ben presente nei paesi anglo-sassoni, quasi assente nei paesi latini e nelle nostre municipalità. Libertà in montagna è libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione o se qualcuno ci sconsiglia di farlo. Per questi motivi l’attività alpinistica e scialpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, ovunque e in ogni periodo dell’anno. E non deve essere confusa con l’attività sportiva, ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

L’Osservatorio auspica che qualcuno si decida finalmente a impugnare queste ordinanze, perché sia fatta giurisprudenza, anche se sono evidenti i problemi tecnici (si pensi ad esempio alla durata temporale dei divieti, in genere brevissima).

31 gennaio 2014